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-The Project Gutenberg EBook of Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-
-
-Title: Novelle umoristiche
-
-Author: Adolfo Albertazzi
-
-Release Date: April 24, 2015 [EBook #48779]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
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-
-
- Novelle umoristiche
-
- DI
-
- Adolfo Albertazzi
-
-
- _Humour_: il bell'umore e il buon umore
- e il malumore insieme contemperati.
-
- TOMMASEO.
-
-
- IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
- NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO DEL MARITO. —
- EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA FORTUNA DI UN UOMO. —
- UNA «SCAMPANATA». — IL POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. —
- L'ENTUSIASTA PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. IN ARCADIA.
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1914
-
- Nuova edizione riveduta e corretta.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
- tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
-
- Milano. — Tip. Treves.
-
-
-
-
-Il suicidio del maestro Bonarca.
-
-
-I.
-
-Felicità è una vana parola? — Persona alta e forte; baffi neri e fieri;
-voce baritonale e, se bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio bianco
-al kepì; spada al fianco e assisa quasi militare; saluto alla militare
-dai subalterni; dominio sul palco in piazza a dirigere la banda nei
-giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni e nei trasporti
-funebri; direzione dell'orchestra in teatro; autorità di maestro sui
-cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino notevole; stipendio
-sufficiente per una vita tranquilla; tranquillità di scapolo: tutto ciò
-dovrebbe pur bastare a rendere felice un uomo!
-
-Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori dell'essere caduto in
-miseria da tanta sua felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
-creditore, benefattore con o senza usura, corre il pericolo che il
-beneficato ponga fine al debito ponendo fine alla vita.
-
-Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione l'ambizione; e
-debolezza la confidenza nel nostro ingegno, non meno che fallaci,
-insani sono i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia e la melodia
-di cui risuoni l'anima nostra. Infatti quando il maestro Bonarca non
-avesse dato ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non si sarebbe
-incamminato mai verso il canal Torbo con il proposito d'affogarvi.
-
-Fu così: In poco tempo aveva composta la _Sposa selvaggia_
-(centocinquanta lire al poeta del libretto: prima spesa), e i giornali
-cittadini avevano preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai cronisti:
-seconda spesa); poi (altre spese) il maestro era andato a Milano,
-a Torino, a Bologna in cerca di un editore, di un mecenate, di un
-impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata idea di assumere per sè
-l'impresa al teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
-prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse la dote teatrale, uno
-stimato commerciante accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali di
-lui, che sacrificava alla gloria tutte le economie del passato e molte
-economie dell'avvenire. E la _Sposa selvaggia_ aveva ottenuta fortuna
-quasi uguale a quella desiderata. Se non che i cittadini d'una città
-piccola non vanno a teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
-ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir la _Traviata_ o il
-_Trovatore_, si lasciaron persuadere da una costosissima _réclame_
-e dalla fama dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima donna,
-l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla, aveva messo voce e opera
-a caro prezzo. E infine, dopo tante angustie che solo un uomo di
-coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante contese, vinte a
-fatica di polmoni strepitosi e di occhi biechi, con i cantanti, i
-suonatori, i pittori, i macchinisti, i coristi che non rimettevano a
-dopo il sabato il pagamento della mercede, era avvenuta la catastrofe:
-il commerciante dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
-fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda notizia: fuggito con
-i quattrini! Canaglia! ladro! assassino! Socio al maestro Bonarca.
-Sul quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei creditori; le
-cambiali protestate; il disprezzo della cittadinanza; la diffidenza
-della patria tutta. L'infelice, per colpa della sua _Sposa_, si vide
-perduto; si credè abbandonato; si sentì solo al mondo, solo con la
-_Sposa selvaggia_ e col disonore....
-
-Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
-
-
-II.
-
-Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua che trascorreva lenta
-e cheta, e della luna, attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
-bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. Similmente la sua vita
-poteva forse trascorrere placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
-maggior lume che quello sufficiente a una capacità mediocre. Ah sì!
-Gli parve ora d'essere rinsavito; di saper con giustezza misurare il
-proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era illuso e che l'avevano
-illuso; e, a convincersene, riandava ancora una volta, l'ultima volta,
-coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. L'adagio della sinfonia
-era soltanto una povera nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
-
-Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, qualche lucida frase;
-v'appariva un pensiero melodico, che cadeva subito come un volo cui
-mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto sarebbe stato
-bello se non avesse ricordato troppo l'_Ernani_. Dunque: a giudizio di
-critica giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva poco, o nulla.
-Per fortuna era breve!
-
-Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! vuoto!
-L'introduzione?... Quale le promesse di certi amici. Dopo, la
-preghiera; che non commoveva neppure la platea e che appunto per ciò i
-critici avevano definita un canto di sirena nordica, senza rammentarsi
-che la _Sposa selvaggia_ era affricana. Poi, il coro; elaborato senza
-dubbio per quella rispondenza degli ottoni al richiamo degli archi, ma
-privo di originalità; lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?...
-Il terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! Questo era
-bello; c'era tant'anima! c'era il cuore del pubblico che sobbalzava
-rapito quasi una volta a quello dei _Lombardi_! Bellissimo! Un pezzo
-simile sfidava la critica, sfidava la malignità degl'invidi, sfidava
-il tempo; nè chi l'aveva scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
-quantunque s'annegasse, umilmente, nel canal Torbo!
-
-Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di vanità al secondo atto;
-come la romanza del tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
-nome!
-
- Sposa selvaggia, addio!
- Io morirò per te!
-
-Così soave e così semplice, questa soave e semplice e limpida sorella
-della «Casta Diva» attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
-non ostante le diavolerie dei wagneriani e i disaccordi che mortificano
-ingegni, anime e gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
-mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore dell'armonia, lo spirito
-dell'amore meridionale, il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
-Viva l'Italia!
-
-E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella divina romanza, che tutti
-avevano imparata la prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
-alla memoria di tutti, anche dei nemici; e si piangerebbe il giovane
-maestro, che una sorte diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica e
-pura arte della patria....
-
-Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca anteponeva l'onore alla
-gloria; perchè il mondo non dicesse che del commerciante fuggito
-con i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; perchè egli
-riconosceva i suoi debiti e prevedeva che non avrebbe potuto pagarli
-mai più; perchè insomma lo superava un destino crudele e non voleva si
-credesse da alcuno della cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
-avesse paura di morire!
-
-Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, la lettera al questore:
-«Mi uccido per ragioni che è inutile rivelare....» (Infatti chi
-non se le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini per la loro
-benevolenza alla mia _Sposa selvaggia_....»
-
-Erano due righe, ma animose; di un uomo senza paura. Qual rammarico
-tuttavia nel pensare che la sua tragica fine servirebbe di _réclame_, e
-l'opera presto data alla Scala o al Regio o al San Carlo solleverebbe
-il pubblico, entusiasta del terzetto e della romanza, a chiamare il
-maestro, che, essendo morto annegato, non potrebbe assistere alla
-rappresentazione!
-
-D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» Un'idea gli balenò
-nella tempesta dell'anima come suscitata da sentimenti opposti: un po'
-di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, e il coraggio ch'egli
-era convinto di poter spingere fino all'audacia. «Se aspettassi....
-a vedere cosa i giornali diranno, domattina, della mia morte?»
-Certo, dopo morirebbe più volentieri; sia che i giudizi postumi gli
-confermassero meriti e compianto, sia che la pubblica giustizia, fatta
-libera dalla morte, lo condannasse senza pietà. Ma non era un'idea da
-matto? Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E un birocciaio
-che transitava, lo vide; e una vecchia, la quale passava con un
-cesto al braccio, si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
-tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non sarebbe da matto quando
-riuscisse a sfuggire a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
-a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo tutto, ai condannati a
-morte è lecito soddisfare, qual si sia, l'ultima voglia!
-
-Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse di là, non vedesse il
-_paletot_, non leggesse la lettera e non la portasse in questura prima
-della notte, egli si tolse il _paletot_ e lo pose sul parapetto del
-ponte; gettò il cappello alla corrente livida, e quasi a scorgere, così
-travolta, la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse subito
-gli occhi per non commuoversi; quindi scese lungo la riva in cerca d'un
-nascondiglio. Ricordava che alla distanza di forse un chilometro, fra
-le canne e i giunchi, era la casupola d'un piccolo mulino abbandonato;
-oltre il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto l'argine a
-sinistra, impaludava il piano. Si avviò per il sentiero all'abitacolo;
-v'entrò da una porticella, e al lume d'un fiammifero vide ove mettersi:
-su poco strame, dietro un pezzo di macina; nè egli chiedeva più tenero
-letto a riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe il giorno: per
-i giornali manderebbe il primo ragazzo o galantuomo che transitasse
-per la via e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto il
-cappello dal ponte. Freddo gli sembrava assai, ma sopportabile a chi
-non temeva il freddo della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
-pensare a cose che lo distraessero. Le altre sere a quell'ora, se non
-aveva teatro, giocava a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
-(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... Ma quel marito,
-via!, non giocava mica male; anzi, da competitore formidabile.... E il
-delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, sebbene questurino;
-giocatore mediocre a suo confronto, eppure vincitore in una classica
-partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo delle prove.... Oh le
-sudate prove della _Sposa_!...; con quei violini che non andavano;
-con quella cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; temuto.
-Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche cosa che fa perdonare ogni
-scatto. Per esempio, egli qualche volta era stato feroce; e mai un
-lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva detto a un compagno, dopo
-la seconda prova: — Se torna a darmi della bestia in orchestra, lo
-fracasso con lo strumento. — Ma lui, alla terza prova: — Camandri: è un
-_la_! un _la_! un _la_!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi e il
-bombardone a posto; frenato e impaurito da quello sguardo....
-
-Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i discepoli, quanti non
-direbbero, con certo orgoglio: — Bravo maestro! Gli uomini di fegato e
-di carattere fanno così; non scappano come quel mercante traditore....
-— A proposito! (fe' Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
-aveva il resto dell'ultima lira, che si era tratta di saccoccia per
-l'ultimo _cognac_...
-
-Dunque?
-
-Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia addosso ed ebbe appoggiato
-il capo alla pietra...., a poco a poco, senza perdere il coraggio,
-s'addormentò.
-
-
-III.
-
-«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro, il fortunato autore
-della _Sposa selvaggia_, nel quale tante speranze riponevano gli
-ammiratori concittadini, l'arte e la patria, ierisera si è miseramente
-ucciso gettandosi nel canal Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
-causa che ti condusse al triste passo nel fiore della balda giovinezza
-destinata a uno splendido avvenire? Noi, a cui la commozione e l'ora
-d'andare in macchina impediscono d'enumerare adesso tutti i meriti
-del perduto amico, noi non solleveremo il velo della sua tomba. Noi
-rispettiamo il segreto e il desiderio del maestro Bonarca. Solo per
-debito di cronaca accenneremo che, appena sparsasi l'infausta notizia,
-si è vociferato in città di un amore infelice....»
-
-— Un amore infelice? — esclamò Bonarca, stupito, non comprendendo,
-da prima il perchè di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
-che delle amanti ne aveva avute tre in una volta: una nubile, una
-maritata e una nè maritata nè nubile? Infelice in amore un uomo della
-sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione della _Sposa_,
-quando si voltava indietro a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
-volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide _toilettes_,
-sarebbero state sue? Ma di fra le righe della necrologia gli venne la
-luce; afferrò la ragione della pietosa menzogna; si commosse fino alle
-lagrime.
-
-Per la ragione stessa gli parve anche più nobile e felice la trovata
-del _Radicale_, che gli dedicava un articolo di due colonne.
-
- . . . . . . .
-
- «Sposa selvaggia, addio!
- «Io morirò per te!
-
-«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per la sua sposa; e la sua
-sposa — noi lo sappiamo — era l'arte. Un artista tanto più è grande
-quanto più è grande il concetto che ha dell'arte sua. Povero Bonarca!
-Aveva appena colti i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva anzi,
-perchè gli sembrava di non aver fatto nulla in confronto a ciò che
-fecero Rossini e Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva di
-non poter fare! E la bell'anima seguendo la mente alata che volava alla
-gloria, su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita, è caduta,
-è precipitata nel canal Torbo.
-
- «Io morirò per te!
-
- . . . . . . .
-
-Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi, il _Vero cattolico_
-concludeva:
-
-«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè nemmeno per il maestro
-Bonarca possiamo trovare un'eccezione alla regola della religione e
-della coscienza. Ripetiamolo a norma dei nostri lettori dilettissimi:
-Ogni suicida è un peccatore che o mancando di fede ha patito
-l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una improvvisa demenza.»
-
-
-Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè nell'opinione pubblica,
-egli poteva, doveva essersi annegato o per il diavolo, o per il
-cervello voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte; non per la
-causa vera, nota a tutti. Come dire: che un artista il quale s'ammazza
-per i debiti non è artista. E questa era la ragione di quelle menzogne.
-
-Ma artista e grande lo proclamavano tutti; con sincerità evidente,
-perchè essendo morto, nessun interesse lo legava a quei giornalisti;
-e perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria. E questa era la
-ragione del buonsenso.
-
-Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la necessità della logica!
-Doveva lamentare d'aver deposto il _paletot_ con in tasca la lettera,
-sul ponte. Ma se non avesse deposto il _paletot_, non si sarebbe
-convinto della sua postuma gloria. Doveva lamentare di non essersi
-annegato subito. Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
-che annegarsi per debiti è una corbelleria. E, d'altra parte, non
-impunemente si scrive a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
-è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più muova a disprezzo e a
-riso del venir meno per viltà a una faccenda seria come il suicidio.
-Ah! che errore non essersi buttato nell'acqua la sera innanzi mentre
-passava il birocciaio! Buttarcisi ora, in vista a qualcuno il quale lo
-salvasse, sarebbe peggio che peggio! A quest'ora nell'opinione pubblica
-egli era morto; cadavere era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
-intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che alla fine il diavolo
-non è brutto come si dipinge e i creditori non sono crudeli quanto
-s'imagina; che agli artisti meritevoli della stima universale non mancò
-mai, alla fine, un insperato soccorso; che se egli, da quell'uomo
-coraggioso che era, avesse vinta l'ultima battaglia, l'avvenire
-l'avrebbe consolato di gloria e di quattrini. Morire, misero Bonarca,
-quando a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano così belle,
-pur nel grigio mattino autunnale, tra i miasmi del padule e nella
-desolazione dell'abituro ov'egli era tornato a gemere! Oh la natura!
-Udiva il cinguettare dei passeri; un lontano abbaiare; un lontano
-scampanare a festa e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
-ammirare ancora una volta il sole, il verde!
-
-Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si ritrasse d'urto,
-atterrito: due carabinieri, preceduti da un signore nero, in abito
-nero.... (Forse l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno delle
-partite a biliardo?...) si avvicinavano al mulino. Ad arrestar chi?
-lui? per i debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche? Rosta!
-Confuso, spaventato quasi, il maestro s'avvolse nella paglia, si
-ritrasse in sè....
-
-Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono proprio sotto la
-finestra, chiarendosi benissimo la voce dell'amico Rosta. Ma non
-entrarono.
-
-.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro modo. Cinque ore di
-perlustrazione, signor delegato: siamo proprio stanchi!
-
-— Certo, poteva impiccarsi!
-
-— O farsi saltare il cervello.
-
-E la voce del delegato amico gridò, forse a quelli delle pertiche:
-
-— Spicciatevi, ragazzi!
-
-Poscia:
-
-— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere, l'avrebbe venduto
-in piazza....
-
-A chi si riferivano tali parole? Per fortuna l'amico s'interruppe di
-nuovo a chiedere con voce più alta:
-
-— Si sente? C'è?
-
-Da lungi uno rispose:
-
-— Niente!
-
-Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la misteriosa ricerca.
-
-— Dicono che avesse da dare anche duecento lire al trattore....
-
-— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece la seconda voce ignota,
-del carabiniere. Allora Bonarca fu certo di chi discorrevano.
-
-Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno da pagare i debiti
-di gioco. A me, mi doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
-biliardo.
-
-Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli addosso con un paio di
-schiaffi da rovesciarlo e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite,
-questurino mentitore! — Invece, no, non poteva muoversi; doveva restar
-lì rannicchiato nella paglia! «Mentitore infame!» Una delle partite,
-ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei io a calunniare i
-morti!»
-
-Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
-
-— Niente?
-
-Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
-
-— Niente!
-
-Il delegato ripigliava:
-
-— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe il torto di dar retta ai
-giornalisti, che per quattro pezzi rubati qua e là e cuciti insieme
-alla meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe un Mascagni!
-
-Gridarono: — Non c'è!
-
-Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato che al mulino
-del canal Torbo si pescavano i cadaveri degli annegati. Coloro che
-gridavano _non c'è_ erano senza dubbio i suoi becchini.
-
-— Cercate ancora! Cercate!
-
-Il brigadiere frattanto preferiva la _Cavalleria Rusticana_ al
-_Nabucco_ e stancava vieppiù il delegato; il quale propose:
-
-— Se andassimo a sedere qui dentro?
-
-Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo si oscurasse
-all'interporsi d'una faccia e si sentì, con un brivido, perduto. Ma il
-brigadiere sconsigliava:
-
-— Non sente che tanfo?
-
-E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando il misero in una
-disperazione così grave e violenta che fu per fracassarsi la testa
-su la macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse sovvenuto della
-cinghia con cui usava reggersi i calzoni.
-
-Ma in verità era un dilemma atroce: egli avrebbe dovuto vivere per
-dimostrare che tutti i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
-torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere non poteva senza
-meritarsi il disprezzo universale!
-
-Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
-
-.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi è scappato anche lui?
-
-— Non credo. Non era uno da farcela così da furbo. Dite piuttosto che
-si sarà buttato giù, con una pietra al collo, in altro sito, per non
-essere pescato. Del coraggio ne aveva....
-
-Meno male!
-
-— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero anch'essi.
-Uno sbadigliò:
-
-— M'è venuto appetito.
-
-.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di soppiatto; si diresse
-non alla parte del borro pieno e profondo, perchè i manigoldi avrebbero
-forse udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino o per lo
-scolare di poc'acqua, imputridiva una gora. Ivi non era possibile
-annegarsi. Se non che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
-deciso com'era, vi balzò.
-
-Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno, alla
-superficie; e sotto, adagio adagio, i piedi, e poi i polpacci, e poi i
-ginocchi, e poi le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
-dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
-
-Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se n'andavano per l'argine
-opposto. Nè poteva fermarsi: se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
-o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano sasso o fondo sodo.
-Che morte!
-
-Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva il ventre quel brago
-in cui forse pascevano i più schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco;
-gli saliva al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto! aveva la pegola
-al petto! Gli toglieva oramai il respiro; e se gli arrivava alla gola,
-alla bocca....
-
-Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio.... Maledetta la _Sposa
-selvaggia_!... Addio, Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
-addio, Lilì, per sempre!
-
-Non si fermava ancora.... Ancora?
-
-Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse gli occhi per non
-vedere la sua morte, così. Ma a voce alta emise il grido degli estremi
-spiriti:
-
-— Oh Dio!
-
-Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti, non voleva morire?
-
-Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò oh! E fu un urlo che
-finì in modo straziante; atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
-nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con l'aiuto di Dio, dopo un
-secolo....
-
-— È lui! Corriamo!
-
-— È Bonarca!
-
-— Là! presto! affoga! — Correvano.
-
-— È lui! Chi sa da quante ore!
-
-— È già spacciato! — Arrivavano.
-
-— No; non vedete? Muove la testa come una galana....
-
-— Una corda.... Le pertiche!
-
-— Maestro! maestro!
-
-Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri il delegato, i
-carabinieri, i becchini; e udiva battere il suo cuore, _ton, ton, ton_,
-a grande velocità.
-
-— S'attacchi!
-
-— S'attacchi alla pertica!
-
-— Attáccati, amico!
-
-— Forza!
-
-— Coraggio, caro maestro!
-
-Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe bastato afferrarsi alle
-pertiche. Ma non voleva morire?
-
-— Coraggio! — Forza! — Bravo!
-
-— Tira!
-
-— Viene!
-
-Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa n'ebbe lui?
-
-Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle pertiche. Alle
-pertiche, prima; poscia a quelle braccia. Egli si lasciò trascinare e
-afferrare....
-
-E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia dell'amico, balbettò:
-
-— Lasciatemi morire....
-
-
-
-
-La giocatrice.
-
-
-I.
-
-Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, Gianni Limosa avrebbe
-dovuto convincersi che il suo affetto non escluderebbe mai dal cuore di
-Claudia Verbani l'affetto delle carte; che Claudia giocatrice — eppure
-così bella, così giovane, così vedova! — non aveva, nè avrebbe mai più,
-tempo, voglia, affanni d'amore.
-
-Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo sarebbe dovuto esser
-questo: L'uomo può dedicarsi con le sue energie a più vizi in una
-volta; dove la donna, con le energie sue, non si dà quasi sempre che
-a uno solo, e con l'anima sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
-sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, da che mondo è mondo,
-la donna ebbe taccia d'incostante in amore, l'amore per la donna o non
-è una passione, e quindi non è un vizio, o tutt'al più è passione non
-intensa e profonda quanto un vizio: per esempio, il gioco.
-
-Se non che Limosa invece d'essere un filosofo era uno _sportman_
-innamorato; perciò non è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
-così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, io l'amo alla
-follia e con buone intenzioni: per forza; perchè è onesta; e la
-sposerei anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè ha un vizio.
-Un vizio? Sì: come Luisella la mia puledra.... Luisella adombrava al
-passaggio del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava o voltava
-indietro; sudava tutta; tremava; e guai se gliel'avessi data vinta!
-Io, traendola alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, dietro
-o di fianco, con una bicicletta, e intanto frenandola e frustandola
-a mio modo, l'ho domata che è diventata un'agnellina. Ma Luisella è
-una cavalla, e Claudia una signora. Per questa dunque mi atterrò a un
-metodo affatto contrario.»
-
-Ora, la fallacia del ragionamento apparisce manifesta nel credere che
-per essere Luisella una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
-e l'altra no, patissero o peccassero in modo affatto contrario e
-bisognassero di opposti rimedi.
-
-Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno rassomigliavano: che eran
-femmine ambedue.
-
-
-II.
-
-Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli neri a spazzola; barba corta
-all'inglese; abiti che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
-giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di stoffa costosa e di
-bella fattura; muscoli temprati agli esercizi del corpo; un naturale
-buon umore e bastevole intelligenza e cultura perchè egli non si
-confondesse in conversazione alcuna. Dei contadini, fra cui viveva
-otto o nove mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi troppo,
-o degli amici e delle amiche che trovava ai campi di corse, chi mai se
-lo sarebbe imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo tirare ai
-piccioni! saltar le _siepi_! guidare Luisella!
-
-Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa e sagace quella
-signora Claudia; con certi modi ingenui e volontari da far girar la
-testa a ben altri che a uno _sportman_ non filosofo! Nè Claudia stentò
-molto a introdurre il povero Gianni in un dialogo per cui egli credè
-meglio finirla e confessarsi innamorato cotto.
-
-— Sissignora! Io sono un uomo alla buona, franco, robusto, sano. Non
-leggo romanzi, io! E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a questo
-punto.
-
-— Di chi?
-
-— Oh bella! Di lei!
-
-Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè il cuore gli picchiava
-il petto; e con la sinistra accomodava la barba, mentre Claudia,
-niente affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata al divano
-mostrandogli, senza volere, la bianca gola e sorridendo d'un'ironia
-lieve, non priva d'indulgenza.
-
-— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non conosce neppur tutta la
-gravità del suo malanno! Perchè, scusi, se non è sano chi legge
-romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato come nei romanzi e come
-dice di essere lei.
-
-Egli mormorò:
-
-— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... Tanto più che io amo
-non da eroe, ma da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
-
-— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più grande?
-
-— .... Rinunciare alla mia libertà!
-
-Il modo con cui fece l'offerta e il tono che aveva imposto alle parole
-un peso maggiore a quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
-signora una risata schietta.
-
-— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà è il più piccolo, il
-più semplice, il più naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! È
-necessario; se no, il matrimonio non sarebbe un legame!
-
-— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —, io farò di più: rinuncerò
-ai cavalli, alla caccia, alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
-dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; ascolterò concerti
-wagneriani; ballerò la season....
-
-— Inutile, povero Limosa!
-
-— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
-
-Che impeto nella dimanda! che passione, che disperazione nel secondo
-«mai!»
-
-Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la faccia con le mani,
-ascoltandosi e riflettendo; indi scosse il capo a viso scoperto.
-
-— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai cavalli, al mondo, ai
-romanzi, ai concerti, alla _season_....; a tutto, fuorchè alla mia
-libertà!
-
-— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa, dopo aver riflettuto anche
-lui. — Voi, dunque?... Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe
-alla sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se poteste non
-rinunciare alla vostra libertà, voi forse...?
-
-Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe capito nulla; o avrebbe
-capito che il cervello a quell'infelice gli aveva dato la volta.
-
-Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse d'un'offesa e
-attendesse un opportuno schiarimento.
-
-— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei odia; non è l'amore che lei
-odia: è il matrimonio!
-
-E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo stesse qui, non ci vedrei
-tante difficoltà a superarlo.»
-
-Ma la signora con voce e attitudine convenevoli alle parole, eppure
-quasi benigna:
-
-— Io non odio nulla e nessuno, amico mio; solo, non ho voglia d'amare,
-perchè più mi piace viver libera; nè una donna come me intenderebbe
-l'amore senza il sacrificio assoluto e.... legale della propria
-libertà. Chiaro?
-
-A ogni parola la faccia di Limosa era andata acquistando una linea di
-mestizia; sicchè all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma in
-barba corta all'inglese.
-
-— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente ella cedette al
-_voi_).... lasciate questo discorso; e piuttosto facciamo una partita
-a scopa.
-
-Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, quando rispose, disse
-con un sospiro che venne fuori dal broncio:
-
-— Non conosco le carte!
-
-— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella domandò tra
-compassionevole e ironica, secondo la sua usanza.
-
-Allora egli proruppe:
-
-— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; oggi, signora, vi dico:
-nemmeno conosco le carte! e me ne vanto!
-
-— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo alle nostre partite? a che
-pensate?
-
-La passione lo rese eloquente e furente.
-
-— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi esamino; vi giudico; entro
-in voi; scappo disperato; mi perdo.... Oh che martirio amarvi e vedervi
-con le carte in mano! Un supplizio! Diventate cattiva e debole; perfida
-con chi vince; lusinghiera con chi vi fa vincere....
-
-— Limosa!
-
-— Quante volte soffro io più di voi a vedervi palpitante, tremante,
-pallida in attesa d'un colpo di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa
-con occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare un
-compagno più brutto del demonio! Quante volte ho dovuto augurarmi
-d'essere io il _re bello_, che vi rallegrava, o l'_asso di bastoni_ o
-_il bagattino_!
-
-— O l'_angelo_, o il _diavolo_, bugiardo che siete! — esclamò giuliva
-la signora. — Conoscete fino i tarocchi!
-
-Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
-
-— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a vedervi consumare in tal
-modo gioventù, bellezza, salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
-amo tanto, io giudico che anche questa è una colpa, perchè è questo
-esecrabile vizio, questa obbrobriosa catena che v'impedisce di amare e
-di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
-
-A questo punto Gianni s'aspettava che ella rispondesse un «grazie» per
-canzonatura, o che inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
-aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e severa, Claudia parlò:
-
-— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi offende: mi affligge; e non
-vi perdonerei se non vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
-nell'amore onesto.
-
-Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
-
-— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
-
-Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche perchè si fosse
-innamorato così?
-
-— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna è turpe; perchè se sono
-religiosa, non sono bigotta, non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
-bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito m'ebbe abbandonata
-sola al mondo, io, che l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
-mi sarei lasciata struggere dal dolore se non avessi trovato scampo
-e consolazione in una passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
-Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il _faraone_, il _macao_,
-il _tresette_, i _tarocchi_, la _scopa_!... — E sgorgarono le lagrime;
-piovvero lagrime sul fazzoletto.
-
-— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa, pari a un eroe da romanzo,
-afferrandole una mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: «Debbo
-mettermi in ginocchio?»
-
-— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa è proprio della mia
-inesperienza! Se io fossi avvezzo a innamorarmi, non invidierei le
-carte e non desidererei per me quel che date a loro; mi negherei il
-diritto di ingelosire; riconoscerei il mio torto di amarvi tanto; mi
-persuaderei ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... che.... Mi
-fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
-
-In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, al suo solito modo,
-Claudia un po' s'affliggeva e un po' godeva.
-
-— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona buona. — Guarirete.
-
-— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia villa alla vostra non ho
-cavallo che corra abbastanza! Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
-
-— Distraetevi.
-
-— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi e sospirando. — Mi
-distrarrà o il vino, o la religione, o.... una rivoltella!
-
-— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora trattenendolo. — Che
-discorsi sono questi? Fermatevi, Gianni, per carità!
-
-Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato che ci fosse da
-spaventarsi in quella maniera. Finchè lasciò trarsi per il braccio,
-dolcemente.... Dove?... A un tavolino.
-
-— Sedete! Ubbidite!
-
-Ubbidì.
-
-— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò io, signorino,
-come si gioca a scopa!
-
-
-III.
-
-Ma studiando indefessamente, sin quasi ad ammalare di neurastenia, otto
-giorni dopo Gianni aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno e
-d'azzardo che appassionavano la signora Verbani, e s'era deliberato a
-questi termini: «O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno che,
-per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, Claudia maledirà le
-carte e un prete benedirà il nostro amore.»
-
-Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non sarebbe venuto mai a un tal
-patto:
-
-«io accopperò te; o tu, me.»
-
-Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle ville intorno si
-recavano dalla Verbani per le partite diurne e notturne, cedettero ogni
-primato al nuovo competitore e, invidiando, assistettero ai singolari
-certami per cui boni da cento lire sostituirono nelle poste quelli
-da dieci. Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio (_fortunato
-in amor...._) la fortuna assisteva Gianni Limosa, a cui sarebbe parso
-meglio rovinarsi; poichè vincendo temeva guadagnarsi anche l'antipatia
-della signora. E alle occhiate di sfida e di corruccio sempre
-rispondeva con occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, come
-a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta sorrisi di scherno e lampi
-d'odio. Ma poscia la fortuna si stancò di favorire chi non la curava,
-anzi l'incolpava di danni; e Claudia vinse; vinse tanto, in poche
-settimane, che la somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò la
-compagnia e il mondo intorno.
-
-Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe la gravità vendendo,
-quasi per bisogno, due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
-chiese quattrini in prestito a uno di quegli amici ostili. Repugnanza
-e rimorso non tardarono quindi ad abbattere la gentile colpevole, e le
-partite a scopa moderate a poche lire tornavano alla memoria di lei
-come, dopo il fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! Ah
-limitarsi alle pure briscole!
-
-Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, procedeva nelle scope, e
-peggio.
-
-— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse un giorno.
-
-— Non voglio! — ella esclamò. — La _roulette_ è stupida.
-
-Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con gli occhi:
-
-«La _roulette_ è stupida? E la _briscola_ no? e il _macao_? e la
-_scopa_? e la _bestia_? e io? e voi? Non comprendete dunque il vostro
-lungo delitto? il mio lento suicidio? Non potremmo fare qualche altra
-cosa di meglio?»
-
-Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente e indifferente, in
-quella tinta grigia, di latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
-quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; minuta, silente, inutile
-pioggia. Mortificate, le piante del giardino non muovevan foglia; senza
-tremito eran le frange degli abeti; senza voci gli alberi e il tetto;
-senza volo gli uccelli; senz'anima la vita; senza vita l'universo;
-senza l'universo.... Una giornata insomma o da briscola o da suicidio.
-Ebbene, chi lo crederebbe?...
-
-Claudia mormorò:
-
-— Non ho voglia di giocare, oggi!
-
-E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino, non parve vero
-d'esclamare:
-
-— Facciamo qualche altra cosa!
-
-— Chiacchieriamo.
-
-Egli tacque.
-
-— Non andate a Erba, quest'anno?
-
-— No: _Gringoire_ s'è azzoppato.
-
-— E Luisella?
-
-— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata al trotto; e non la sciuperò
-mai in un ippodromo.
-
-— È buona..., lei?
-
-— Oh sì!
-
-— Senza vizi?
-
-— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso, più.
-
-— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a malincuore Claudia. Indi
-chiese: — Siete venuto qua con lei? con la _charrette_?
-
-— Sì.
-
-Che capriccio le veniva? Andò alla finestra; disse:
-
-— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io le virtù di Luisella.
-
-— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
-
-Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava; non sgocciolava più.
-
-— Posso fidarmi?
-
-— Di Luisella? Garantisco!
-
-— E di voi?
-
-Da uomo leale Gianni tacque prima di portare una mano al petto; ma poi
-rispose: — Sì.
-
-.... Andarono per la diritta via, che la puledra, con trotto uguale,
-ampio e sonante, sorpassava recando nella _charrette_ il signore e la
-signora.
-
-Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco e quegli d'un
-rapimento giocondo; e l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose
-apostrofi: — Biondina...; birichina...; capricciosa...; cattiva, etc.;
-— mentre l'aria, risentita dell'autunno e rinfrescata dalla recente
-pioggia, al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi di
-delizia.
-
-— Yop! Via, Luisella!
-
-Luisella volava.
-
-— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a un punto, con nuova dolcezza.
-
-E Claudia:
-
-— Comprendo il piacere d'aver domato così bene questa bella bestia.
-
-— Oh c'è una gioia più grande: domare un angelo!
-
-— Difficile impresa per un uomo!
-
-— No: per un asino come me, che ha soggezione di voi anche oggi!
-
-Gianni s'adirava.
-
-— Un altro non si sarebbe messo una mano al petto....
-
-— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque, buono! e.... sperate. Da
-bravo! Dicono che Amore faccia miracoli.
-
-Divina creatura! Quando parlava sul serio, non si poteva crederle; ma
-quando scherzava, persuadeva.
-
-Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava negli occhi di lei,
-ove gli pareva vedersi più vivo e più bello, o attendeva a vedere come
-l'aria lusingava que' fini capelli biondi. Intanto Amore preparava il
-miracolo.
-
-Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze, e arditamente
-Luisella, guardavano innanzi per la strada diritta e libera, mentre
-Gianni guardava da un lato; e non si sa quale delle due prima,
-Claudia.... — oh Dio!...: una bici.... — vide; e Luisella, a tal
-vista — una bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò. Un
-indefinibile, duplice grido: l'urto della ruota a un paracarri: la
-fredda, rigida sensazione d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
-d'una botta tremenda a terra per cui l'anima s'insaccasse e profondasse
-nel corpo e il corpo si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
-catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un salto mortale!
-
-Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro! In terra, fermi, inerti,
-tutti e due; anzi, tre, con la _charrette_ senza stanghe.
-
-.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi rotto nulla, che si
-vide appresso, morta, Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
-loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!, Luisella; poi
-non vide più che la signora, morta!
-
-— Claudia! Claudia! — invocava disperato, anelante, bianco di terrore
-in faccia, e tutto inzaccherato. Ma il ciclista giungeva avvertendo: —
-Io medico! medico, io! —; e affannoso anche lui, colui s'inginocchiò
-a slacciare il busto della poverina e a richiamarla in vita; mentre
-Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta, si strappava i
-capelli e ripeteva: — Morta!
-
-Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise un gemito lungo....
-
-— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con cura.
-
-Gianni lamentava: — Claudia! Claudia! Ah sì! la poverina s'era rotto
-un braccio! Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa, in cui
-combattevano e si confondevano la voglia di ammazzare il ciclista
-a pugni, e dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
-rappresentarlo nell'angosciosa attesa della carrozza mandata a prendere
-alla villa per un contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno che
-rintracciar le parole italiane, francesi, tedesche con cui quel medico
-straniero pregava la pericolata che facesse il piacere di ricuperare i
-sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo. Tre volte ella tornò in
-sè a gemere, da sul cuscino, ch'era caduto con loro dalla _charrette_;
-finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente, in vita.
-
-Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè il forestiero
-raccomandava di portarla al luogo più vicino — la trasferirono senza
-scrupolo a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista la credeva
-moglie del signore. E con gran premura accertò Gianni che, fuori del
-braccio, _votre femme_ non aveva patito danno notevole; e si compiacque
-a fare lui, benissimo, la fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel
-collega italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò, a solo compenso,
-la firma nell'_album_ dei ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile,
-saltò in bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
-
-Era a quel che aveva detto e a quel che si seppe poi, un medico di gran
-nome; il quale per provare i benefizi della ginnastica e per convincere
-della sentenza _mens sana in corpore sano_ faceva il giro del mondo in
-bicicletta.
-
-
-IV.
-
-Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli disse:
-
-— Iddio mi ha castigata, amico mio!
-
-A che, triste, l'amico:
-
-— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
-
-— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci il braccio che offendere
-il mio buon nome. Pensate: sono in casa vostra!
-
-Ribattè Limosa:
-
-— E io? tocca a me rimediare!
-
-— Io — soggiunse la signora — sperava di non rimaritarmi se non di mia
-spontanea volontà.
-
-— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi prima di esser certo di
-tutto il vostro amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno un poco?
-
-Ella tacque; poscia rispose:
-
-— Sono così dolente della percossa che non ho più forza di sentir
-altro. Lasciate che mi ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi
-ricordi.
-
-Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse come se dicesse una cosa
-buffa:
-
-— Mi ricordo che quando mi parve d'andar per aria e invece andavamo in
-terra, sentii che con voi morivo volentieri.
-
-Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo amava! lo amava sul serio!
-Così, finalmente, un purissimo bacio fu suggello alla promessa fede di
-quelle due anime oneste.
-
-Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a veder Luisella; e, a
-vederlo, Luisella, ch'egli aveva bastonata a furia, nitrì senza rancore
-e senza rimorso.
-
-Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia si sarebbe mai accorta
-di amarlo fino a sentire di morir volentieri con lui?
-
-No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da cui il giorno prima egli era
-stato infiammato contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia ma
-per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico fallo (e se non fosse
-stata una bestia, certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
-e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa abbracciò al collo la sua
-cavalla.
-
-
-V.
-
-Appena in grado di levarsi la signora partì per la città ad affrettarvi
-i preparativi delle nozze e la riparazione dello scandalo: questo
-tanto più ingiusto in quanto che era seguito a una disgrazia grave. Ma
-incrudelivano nelle chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e quindi
-una nuova ragione per Limosa a detestare le carte. Egli, in quel
-mentre, rimeditava la purissima luna di miele anticipata; le ore di
-felicità trascorse al letto dell'inferma quando, parlassero o stessero
-cheti, sì dolci cose s'erano dette.
-
-Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni che Claudia si adattasse a
-lui con le parole, gli sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero
-e dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a lei, s'ingentiliva,
-poetizzava sè medesimo; e parlava a voce sommessa; e camminava in punta
-di piedi....
-
-Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità avvenire e scelti
-i luoghi da stare durante le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e
-i metodi da tenere nell'educazione dei figlioli maschi e femmine, e
-contenuti i trasporti d'amore, per divagarsi si eran dati alle Letture.
-Limosa leggeva _I tre Moschettieri_, ritrovandosi non in Porthos, a
-cui rassomigliava un poco, ma in D'Artagnan; ed ella trovando lui in
-Aramis, al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine di quelle
-ore!; la gioia di comprendersi a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
-
-Inutile dire che le carte non eran state desiderate dalla signora, la
-quale avrebbe dovuto giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul letto;
-e che il buon Limosa alle carte quasi non ci pensava più. Pensandoci
-diceva tra sè: «Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella, che
-è una bestia, non sbagliavo certo per Claudia, che è un angelo. Nessun
-dubbio che dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e che dalla
-pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella però — che sia benedetta in
-eterno! — l'ha fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo solo.
-Adesso posso star sicuro che di gioco non se ne parlerà mai più.»
-Infatti chiodo scaccia chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
-
-Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia telegrafò: _Sono pronta_;
-e Gianni, che era pronto da un pezzo, accorse....
-
- *
-
-.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno accompagnati gli
-sposi alla ferrovia, ammirando la disinvolta esperienza nella sposa,
-la semplicità d'uomo un po' inesperto in certe cose di circostanza, ma
-sicuro di sè, nello sposo. E senza lagrime si affrettan gli addii; sono
-giocondi gli auguri di buon viaggio.
-
-_Tatà_.... Un fischio.... Partenza!
-
-Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già lo sposo tira le
-tende della carrozza, forse perchè il sole a loro festa dardeggia i
-cristalli, o perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta esterna.
-Or come la sposa lascia cadere il mazzo di fiori, che effondono una
-fragranza soverchia, lo sposo mormora:
-
-— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia! Legàti per sempre! Oh
-Claudia!
-
-Ella sorride in un modo, in un modo....
-
-Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col braccio risanato trattiene
-lui e l'impedisce, dalla tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
-mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
-
-— Facciamo una partita?
-
-
-
-
-Doni nuziali.
-
-
-I.
-
-.... — Gioielli, no; che a te come a me non piace il lusso; e neanche
-alla sposa, speriamo. Dunque?
-
-— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
-
-— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio sfigurare in faccia a
-nessuno. Cosa daranno i parenti della sposa, quelli così signori? E i
-testimoni?
-
-— Ma....
-
-— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le boccole, chi il monile....
-Vedrai...: sciocchezze, grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io avessi
-preso moglie (non l'ho presa perchè le donne costano), primo patto:
-fuori di casa i parenti della sposa, i parenti alla moda!
-
-— Già!, chi potesse....
-
-— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! Perchè, si sa, i parenti
-che non hanno più cuore che quattrini, presto o tardi ti fan scontare
-le carezze e i regali. Ma io....
-
-— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto bene.... — interruppe
-Terpalli.
-
-— Mio dovere. Dunque?
-
-— Non so....
-
-— Al corredo ci avrà pensato la mamma della sposa; alla mobilia ci hai
-pensato tu. Scommetto anzi che hai provveduto a tutto, da bravo omino;
-che non vi manca proprio nulla!
-
-— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a tutto.... capirà....
-
-— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno aperto un bel negozio in via
-Garibaldi....
-
-— No: grazie; ne abbiamo.
-
-— Seggiole?... Tende?...
-
-— Grazie....
-
-— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! spiegati!
-
-— Faccia lei!... Quel che vuole....
-
-— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! L'orologio? l'hai.
-Vestito, sei vestito.... A meno che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un
-bel lume?
-
-— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se crede...; se non le par
-troppo...; anche la Gigia gradirebbe «un servizio da caffè».
-
-Pareva avesse invocata una cosa dell'altro mondo!
-
-— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
-
-— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai nervi?
-
-— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico che capiti, alle volte....
-
-— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, però, alle mie povere
-forze; se vi contenterete....
-
-Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio alla colazione nuziale;
-lo scongiurò che non mancasse.
-
-Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, ed ebbe detto a
-lei e alla madre del casuale incontro con lo zio Tarabusi, tutti e
-tre scoppiarono in una risata gioconda. Infatti, da che aveva avuta
-notizia del prossimo matrimonio, lo zio sfuggiva il nipote — al quale,
-scontroso e timido, rincresceva andare a cercarlo — e per risparmiarsi
-il dono di nozze si sarebbe nascosto sotterra; quantunque fosse
-pieghevole ai rispetti umani e sempre dubitasse di apparire avaro come
-era.
-
-— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne rallegro!»; con che inchini
-ha risposto all'invito della colazione, e con che bocca mi ha detto (e
-Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., potendo.»
-
-La fidanzata rideva sino alle lagrime e le sembrava vedere quella
-faccia nuda e tonda simile a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
-e gl'inchini....
-
-— E figuratevi come è diventato rosso a udire chi sono i vostri
-parenti. Ah ah! signori!... signoroni!
-
-— E il regalo? — domandò la mamma.
-
-— L'ha proposto lui!
-
-— Lui?
-
-— Lui? Che cosa?
-
-— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare in cose di troppo
-costo..., ha offerto.... un lume!
-
-La Gigia battè le mani.
-
-— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho domandato un «servizio da
-caffè».
-
-— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! molto meglio!
-
-Ma la madre scosse il capo.
-
-— No. Era meglio il lume.
-
-— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non diceva anche lei che
-il «servizio da caffè» ci sarebbe necessario? Chi deve pensare a
-regalarcelo?
-
-— Una bella lampada nel salottino ci vuole: l'ho detto sempre —
-insisteva la vecchia. — Adesso è fatta....
-
-— La compreremo.
-
-No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. Sì e no. Ma l'orologio
-avvertì Gustavo che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto tempo con
-lo zio.
-
-— Addio, Gigia; addio, mamma....
-
-E via.
-
-.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, la nativa tendenza ai
-protocolli e ai libri mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
-consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno e di un'ora ogni sera
-agli amorosi colloqui con la sposa e con la suocera. Oggidì quanti
-giovani potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove alle quindici in un
-ufficio comunale; poi dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti
-alle ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, tranquillamente,
-sommare rendite e spese d'un conte milionario? A un uomo che si
-sottoponga a così disumano lavoro e che non scorga al suo termine
-una oasi o un giardino fiorito, non la gloria, non la ricchezza, ma
-sempre cammini con passo uguale per una pianura uguale sempre, per un
-deserto lungo una vita intera, a un tal uomo non basta il conforto di
-fumare qualche sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo Terpalli
-si ammogliasse. E, per economia, egli smise anche il vizio di fumare;
-e guai per lui se non fosse incappato in una donnina savia: Ma in fatto
-di mogli la fortuna, che in altri generi talvolta sembra parziale per i
-birbanti, è imparziale e davvero cieca con tutti. Terpalli aveva potuto
-chiamarsi fortunato e restare un onesto ragazzo quand'era venuto ad
-alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui soave figliola sentiva
-volare il tempo senza speranze di nozze e di vita.
-
-Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino e timido d'animo
-come di baffi, che radi radi sotto il naso acquistavano un po' più
-di vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia era piccolotta e
-grassoccia, molto timida fuori di casa, e con un po' di peluria anche
-lei agli angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla dimanda della
-vedova: — Perchè non prende moglie, signor Terpalli? —, egli aveva
-risposto guardando alla figliola:
-
-— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non osava dire «signorina».)
-
-La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo commossa, eccitata dal
-suo stesso pensiero che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
-nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; e, poverina, per trarsi
-d'impaccio e giustificare quel riso disse una stupidaggine:
-
-— Se ci penso.... all'ufficio?
-
-Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un po' permaloso, aveva
-scosse le spalle e tenuto il broncio quasi una settimana. Dopo,
-si pacificarono con nuove occhiate; e poi la dimanda alla madre, e
-l'assenso.
-
-Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; così di rado la
-fortuna aiuta con indulgenza e prontezza due cuori a intendersi
-e ad appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se l'amore buono
-è interpretazione, chiaroveggenza reciproca, presentimento e
-consentimento, è telepatia, l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
-era un perfetto amore. Pensava l'uno durante le ore d'ufficio:
-
-«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei panni; aiuta la mamma
-a spolverare». Oppure: «Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
-Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... Ohi ohi!:
-affacciatasi per caso, un momento, alla finestra, un giovanotto la
-guarda...; e lei, via!; scappa. È un angelo!»
-
-E l'altra pensava:
-
-«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra un _atto_;
-_esaurisce una pratica_; sbriga un importuno.... Oh Dio! Scrive per il
-conte, di nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... Ma se lo
-sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: lo sorprende, lo sgrida!...»
-— E accadde che un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira a cui
-l'aveva acceso il capufficio, perchè la Gigia lo quetasse e l'esortasse
-a non infrangere mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde che
-con la mite cattiveria delle ragazze ingenue e buone la Gigia un giorno
-raccontasse a Gustavo:
-
-— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento alla finestra, e passava un
-bel giovinotto.... — Per gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
-e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
-
-Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le spese per allestire
-la nuova casa. A provvederla di solo quanto era necessario, e non
-superfluo, non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi di due anni,
-se la mamma non gli fosse venuta in soccorso con tutto il suo avere;
-e per le cose superflue — di assoluta necessità, una volta provviste
-le altre — lasciarono l'incarico al caso nella consuetudine dei doni
-nuziali. Uno specchio per il salotto; una lampada da appendere, o due
-candelabri; uno o due vasi giapponesi, di quelli in cui si gettano,
-sparsi, fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e un cofano, alla
-moda, per i biglietti, eran tutte cose che premevano. Seguivano,
-soltanto desiderabili, sei posate in luogo di quelle comuni ereditate
-dalla mamma; e forse d'un «servizio da caffè» non avrebbero potuto
-fare a meno neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in quell'ipocrita
-dello zio Tarabusi.
-
-
-II.
-
-Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi un peso d'addosso, mandò
-un «servizio» di sei tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
-qualità.
-
-— Di terza, di terza! — mormorò la mamma, meno paga e sempre astiosa
-con l'ipocrita e avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
-per suo stesso conforto.
-
-Quanto agli altri regali desiderati e attesi: nessuno; e quale rabbia
-allorchè una prozia e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
-assegnamento, inviarono la prima un ombrello di raso paonazzo e
-la seconda un astuccio per guanti! Stupide! La Gigia era forse una
-donna più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe ora il cofano, i
-candelabri o il lume, lo specchio e l'album? Forse la zia paterna,
-ch'era ricca assai, manderebbe alla sposa le posate? Forse lo zio
-paterno manderebbe i vasi giapponesi?
-
-.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni volta che rincasava,
-facendo quattro gradini alla volta.
-
-Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato al viaggio di nozze
-— regalò.... una borsa da viaggio!
-
-.... — La zia?
-
-Un monile bello, assai bello, regalò la zia; ma la Gigia avrebbe
-preferita qualche cosa di più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe
-preferito restar disadorna lei a lasciar il salotto disadorno, nudo.
-
-Nè le amiche poterono far molto: un libro da messa; una scatola di
-profumi; cinque metri di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
-ricamato all'antica....
-
-Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la mamma su la scala
-venne incontro a Terpalli più che desolata, irosa e sbuffante. Una
-combinazione incredibile! La signora Tecla, antica loro conoscente,
-memore d'aver visto nascere la Gigia, aveva pensato a un regaluccio:
-e aveva pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A guardare la
-faccia della mamma mentre diceva: — Eh! che ne dite? —, Gustavo credè
-leggervi come un'accusa di complicità sua col caso; e provò tal pena
-a veder lagrimosa la Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
-disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo di spirito.
-
-— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo per romperlo; e
-quello della signora Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
-
-— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e, sotto, la borsa, il
-libro da messa, la scatola di profumi e il cuscino! Che bel salotto! —
-esclamò la Gigia.
-
-Propose Gustavo:
-
-— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe ottenere qualche cosa
-in cambio, dal negoziante.
-
-— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
-
-E la figliola:
-
-— Nemmeno io!
-
-— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si ringrazia! — disse
-Terpalli, al quale rincrebbero il broncio della vecchia e l'ironia
-della sposa.
-
-— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la Gigia, alla quale per contro
-rincresceva l'indifferenza ostentata dallo sposo.
-
-— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma, che il riso del genero
-aveva inviperita.
-
-— Che colpa?
-
-La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
-
-— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro gesuita!
-
-— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa mia? — ripeteva.
-
-Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
-
-— Zitti! basta!
-
-— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì lo sposo. — Ho i colleghi!
-
-Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
-
-— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti! Un _bouquet_, come
-daranno i vostri testimoni; e ciao!
-
-— E il conte? Perchè è in viaggio credete si dimentichi?... Mi vuol
-bene, lui!
-
-Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
-
-Il signor conte non solo non si dimenticherebbe, ma spedirebbe o le
-posate o lo specchio.
-
-— Vedrete!
-
-Questa la sua fede.
-
-— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi del tutto suocera. — Neanche
-un biglietto vi manda! Ci scommetto!
-
-— Forse sì e forse no.
-
-— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare a un impiegato
-così.... modesto come voi?
-
-— Il lume! — rispose in modo di canzonatura Gustavo.
-
-Frattanto la Gigia pregava:
-
-— Smettetela; finitela....
-
-— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero; e adesso non avreste due
-servizi da caffè!
-
-— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
-
-— Profeta, no; timido, sì.
-
-.... — Mamma! Gustavo!
-
-— Timido?
-
-— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi troppo con vostro zio, e
-gli avete domandato quel che costa meno!
-
-— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare anche così poco!
-
-— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta..., mio marito lo diceva
-sempre, muore senza aver goduta una zuppa calda!
-
-— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere alla Gigia che lo
-tirava per la giacca. — Sempre «mio marito»! Lui, lui sapeva stare al
-mondo!
-
-— Ah, meglio di voi, signorino!
-
-— Infatti....
-
-.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo afferrò il cappello, e
-scappò via.
-
-— Gustavo! Gustavo!
-
-— Mio marito era un uomo! — la suocera gli gridava dietro. — Si può dir
-forte: era un uomo lui! Se fu disgraziato....
-
-Insomma, la buona donna aveva bisogno di sfogare un gran malumore; e la
-buona figliola ebbe ragione di gemere:
-
-— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo felici!
-
-
-III.
-
- ALLA CITTÀ DI PARIGI.
- GRANDE ASSORTIMENTO DI OROLOGI E SVEGLIE.
- NOVITÀ IN OGNI GENERE.
- BIJOUTERIA — CHINCAGLIERIA — ARGENTO CHRISTOFLE.
- REVOLVERS E FUCILI.
- EMPORIUM PER REGALI — GIOCATTOLI.
-
-Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando l'uno dopo l'altro
-gettarono uno sguardo intorno, come per sorprendere un oggetto e
-riposarvi il pensiero incerto; quindi, dopo i tre inchini, chiese:
-
-— Desiderano?
-
-— Un regalo per nozze.
-
-— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
-
-Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
-
-Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque d'accordo a spendere
-poco in cosa che desse apparenza di molta spesa, erano discordi nel
-dono da scegliere.
-
-— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro, per la sposa? — suggerì
-primo Bonariva; quantunque poco lieto lui stesso della proposta.
-
-— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli ai parenti cotesti regali da
-buona famiglia! Tocca alle amiche della sposa.
-
-— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
-
-— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca.... Da trecento lire a
-quindici. Vedano.... — Così dicendo il commesso accennava a quelli da
-trecento lire.
-
-— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi, intanto che Bonariva
-disapprovava col capo.
-
-— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche a Sandri, e costavano poco.
-
-— Osservo — disse Bonariva — che i vasi sono pericolosi....
-
-— Già, se vanno in terra....
-
-— No, non per questo! Chi non sa che cosa regalare, regala due vasi,
-sempre: c'è il pericolo d'una combinazione.
-
-Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora mutò consiglio.
-
-— Prendiamo uno specchio.
-
-— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
-
-— Ma bello; per il salotto.
-
-— Che! Non son gente da salotto!
-
-— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello con l'utile — mormorava
-Sandri.
-
-E a lui il commesso:
-
-— Un _nécessaire_ da viaggio?... Un _lavabo_?
-
-— No, no. — Bonariva insisteva per qualche cosa di più utile e di meno
-comune.
-
-— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono di moda; servono a tanti
-usi! Guardino questo: dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
-
-— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva scoteva il capo.
-
-— Costa? — domandò Sandri.
-
-— Ottanta lire!
-
-— Ahi!
-
-— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte? un portabiglietti?
-
-— Io torno alla mia prima idea — Sandri disse —: un bell'album con i
-nostri ritratti....
-
-— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in tentazione — fece Bonariva,
-mentre Guizzi, per gusto suo, maneggiava e considerava un bastone dal
-pomo cesellato, e diceva:
-
-— Vuoi che non l'abbiano un album?
-
-— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse Bonariva.
-Quand'ecco, a sollevare o a distrarre la pazienza del commesso, entrò
-una signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso, con un'aria di
-tacito e vicendevole rimprovero; finchè uno chiese a un secondo giovane
-del negozio:
-
-— Cos'è quell'affare là, di vetro?
-
-— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo! Se vuole....
-
-— No, no! È troppo bello!
-
-Guizzi adesso mormorava:
-
-— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi a sì bella idea fosse
-possibile il consenso degli amici!
-
-— Ohibò!...
-
-— Si regalano alle signore che non si maritano, i ventagli!
-
-— Dunque?
-
-Parlava il giovine:
-
-— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
-
-— Cioè?
-
-Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
-
-— Dodici posate d'argento Christofle...?
-
-— Troppo, troppo!
-
-— Sei, allora....
-
-— Poco: troppo poco!
-
-— Poi le avranno già le posate! — Sandri ripeteva.
-
-Proseguiva il commesso:
-
-— Oggetti di _toilette_? Candelabri?...
-
-— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine, contento. Se non che Guizzi si
-mise a ridere.
-
-— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E al commesso che
-proponeva: — Un orologio? una _sveglia_? —, rispose: — Da _sveglia_
-farà la sposa: non dubiti!
-
-Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che quando cominciava non
-la smetteva più. Disse Bonariva:
-
-— Prendiamo un organetto, o un'armonica per calmare la signora dopo la
-luna di miele!
-
-A che Guizzi:
-
-— Sarebbe meglio un revolver!
-
-Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata i colleghi ad essere
-seri. Anche, li rimproverò:
-
-— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto allo sposo che cosa
-gradirebbe....
-
-Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
-
-
-IV.
-
-Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole sventure; non le grandi,
-le quali abbattono quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
-accordo.
-
-— Che volete farci? — mormorava la signora Clotilde dinanzi al terzo
-«servizio da caffè» e alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
-a cattiva fortuna, figlioli!
-
-Disse finalmente Gustavo:
-
-— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; fingere che niente sia;
-se no, ci metteranno su le ventole!
-
-— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè si meraviglino meno
-— disse la Gigia, finalmente.
-
-Non era possibile, infatti, nascondere i due primi servizi, il donatore
-e la donatrice essendo invitati alla colazione; e non volendosi
-sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, al confronto,
-magnifico. Per suprema ironia era magnifico!
-
-Nè il domani mattina alla funzione nuziale, in chiesa prima e dopo
-al municipio, fu alcuno che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
-troppo smorta, non ne ammirasse la commozione del solenne ufficio che
-si compieva, il verginale panico per il solenne sacrificio a cui era
-condotta, il trepido cuore per l'amore che la beava: nessuno ci fu che
-pensasse a un estraneo disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
-insistente, la visione d'un collegio di chicchere vigilate da matrone,
-che erano le caffettiere e le zuccheriere. Quanto allo sposo, avanti
-di arrivare a casa, rivelò a un testimonio una sola causa di cruccio:
-l'ingratitudine del conte.
-
-— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni che lavoro per lui senza
-aumento di stipendio!
-
-— Pensate — aggiungeva — che ogni volta che capitava in ufficio era
-sempre lì a dirmi: «Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo la
-corbelleria?»
-
-— Dov'è adesso? — chiese uno.
-
-— A Firenze col maestro di casa, che mi promise di rinfrescargli la
-memoria.... Ma sì!...
-
-Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti uguali i nobili!
-— L'altro, moderato, tacque.
-
-Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
-
-— Ora vedrete i tre «servizi»!
-
-Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a ridere: anche la
-sposa e la mamma; anche gli invitati che attendevano, e quelli che
-sopraggiunsero; toltane, s'intende, la vecchia amica signora Tecla, a
-cui il suo servizio sembrava il più brutto dei tre, e s'arrovellava a
-valutare gli altri due.
-
-— Che caso! — Oh che caso!
-
-— Sono casi però che fanno rabbia — disse lo zio materno.
-
-— Son brutti scherzi del destino! — esclamò un secondo. — Una cosa
-che non si crederebbe! — borbottava un terzo; di guisa che l'ilarità
-diveniva compianto sincero nell'attesa della colazione.
-
-— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
-
-— Chi manca?
-
-Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido, sorridente, senza peli,
-con una impressione di maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
-zio Tarabusi.
-
-— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva alle
-presentazioni, dopo aver baciata su la fronte la sposa, la «cara
-figliola» — Oh caro: oh! carissimo! — diceva a quelli che conosceva. —
-Tanto, tanto piacere! — ripeteva alle nuove conoscenze.... Finchè diede
-una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'! quante chicchere! Pare
-un reggimento di fanteria....
-
-— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la storia.
-
-— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto prevedere.... Oh
-senti — aggiunse con quella sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
-Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...: alle dieci e trenta per
-Modena....
-
-— Come?
-
-Più piano:
-
-— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
-
-— Ma..., zio....
-
-— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti sono odiosi.
-
-— Creda....
-
-— Dovevi avvertirmi!
-
-Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra gli altri.
-
-— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi.... Mi scusino....
-Debbo partire.... per Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
-questi signori....
-
-— Rimanga, zio!
-
-— Resti, signor Tarabusi!
-
-— Diavolo!..., signor Tarabusi!
-
-.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei auguri!
-
-— Due confetti, zio....
-
-— Grazie....
-
-— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...? Offrire il caffè a lui
-(in quale delle chicchere?) sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
-non avesse compatito il nipote come uno che avendo preso moglie aveva
-perduta la testa, e se Gustavo non si fosse corretto subito:
-
-— Un _cognac_, almeno...?
-
-— Bevo di rado _cognac_... Grazie.... Un'altra volta, caro. Addio!
-riverisco! addio! Stiano bene.... tutti! — E con un nuovo inchino e un:
-— Evviva gli sposi! — quel Tarabusi se ne andò.
-
-.... La colazione nondimeno procedè benissimo. Vini e liquori
-dissiparono ogni ombra dall'anima della sposa, rapirono allo sposo il
-ricordo dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron giocondità e malizia
-nelle giovani donne; suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
-Quando, d'improvviso, squillò il campanello. Chi mai?
-
-Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo correva alla porta
-gridando:
-
-— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il regalo?... — Il conte!...
-— Il conte.... senza dubbio!
-
-— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino dell'agenzia che veniva a
-deporre una cassetta.
-
-— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto _fragile_; la sposa vi
-teneva lo sguardo smorto.
-
-— Presto! un martello, un coltello! — Con una lama da interporre alle
-assicelle del coperchio Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
-socialista gridava:
-
-— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
-
-— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone moderato. — E di cuore!
-
-— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita: ecco tutto! — osservava
-un altro.
-
-— Non dico; ma....
-
-— Viva il conte! Viva il conte!
-
-_Crac_ fece l'assicella allo sforzo di Gustavo. Allora tutti tacquero,
-ansiosi, nell'attesa che la cassa fosse aperta interamente. Ma perchè
-la cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza col socialista,
-quasi a un vicendevole ridevole dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
-adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè il testimonio moderato
-fumava in fretta guatando alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
-tenevan gli occhi su la sposa come temessero d'uno svenimento? Quale
-idea uscita di mente alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
-a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso di chi più avrebbe
-dovuto esser felice il terrore d'un malefizio, e accendeva negli occhi
-degli altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava un destino
-assurdo o tremendo su quella cassa, su quelle anime?...
-
-Lo sposo — _crac_ — con l'angustia di quando, ancora in preda a un
-sogno funesto, si ricorre, nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto
-il coperchio....
-
-
-
-
-Dall'Eldorado.
-
-
-I.
-
-Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la scarsa barba, dalla
-tavola a cui sedeva Polla guardava a quanto poteva scorgere del
-temporale. Passavano di furia i nuvoloni neri: uno ne dilacerò un
-fulmine. E cominciava a piovere; nè ancora cessava il vento che faceva
-sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
-
-«Oh portasse via la bufera anche la casa! Una tempesta enorme
-rovesciasse Roma e tutte le città d'Europa! Un ciclone rovinasse,
-magari, il mondo!»
-
-Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini come fratelli e pel
-quale i borghesi sfruttatori e capitalisti erano non uomini ma belve
-— si arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, per malanimo
-o per teoria socialista o per lotta di classe: no, no; solo risentiva
-lui stesso di quel turbamento elettrico e meteorico e, per di più, gli
-sommoveva pensieri neri come le nuvole, che si aggrappavano nel cielo
-di contro, un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora infatti in
-cui i borghesi andavano a desinare, egli restava alla tavola deserta,
-perchè già pioveva e non aveva ombrello e perchè non aveva un soldo in
-tasca e non sapeva qual trattore potesse più accoglierlo a credito.
-Fino a quando?... Ah che appetito! In verità, quel giorno sarebbero
-appena bastate al suo desiderio una porzione di spaghetti, una di
-lesso, una di vitello, una di fragole e una bottiglia di barolo, il
-vino che prediligeva.
-
-Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava nella camera con
-tal impeto e abbondanza che il buon Polla finalmente si alzò per
-chiudere i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più densa, opaca,
-precipitasse, abbattuta da una ventata, giù, alla volta della sua
-finestra.... Una nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
-cannone e non era una nuvola: un corpo strano, solido, straordinario:
-un enorme animale!... Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
-scampare alla parete, che già piombava nella camera: vi cadde con un
-tonfo profondo su l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
-
-Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? Era un misterioso
-involto, che, come cosa morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
-però dal primo spavento, invece d'invocare soccorso, il socialista
-tacque, avanzò; retrocedette. Non era un condor, non era un'aquila,
-non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali che s'erano raccolte al
-cessare del volo, l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
-le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò di nuovo e ruppe
-in un'esclamazione di meraviglia alla vista di sì fatti piedi e di
-cosifatte gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, una donna
-volante! Una creatura umana, immota, svenuta o morta al suolo della sua
-stanza!
-
-Con che cuore egli la volse supina e ne udì battere il cuore (era un
-uomo)! Con che cuore si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
-viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo spogliato delle fine e
-seriche ali e della giubba cui stavano connesse! Un uomo non calvo!
-I capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte e la lunga e
-gentile barba non scemavano giovinezza all'aspetto venerabile; e tutta
-la persona incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo paragonarlo
-a un angelo, in cui non credeva, il positivista Polla lo paragonò
-a Adone, se pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto il
-sangue al cuore con massaggio; ne spruzzava d'acqua il volto; finchè
-sospirarono entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, e l'uomo
-che aveva salvato un fratello, quantunque volante.
-
-Polla disse subito:
-
-— _Good day!_
-
-No. Era biondo, ma non inglese.
-
-— _Guten abend!_ — Non tedesco.
-
-— _Bonjour, monsieur!_ — Non francese.
-
-— _Buenas dies, caballero!_ — Non spagnolo.
-
-Ricordandosi infine di essere italiano, Polla fece, cortesemente:
-
-— Ben arrivato!
-
-D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da prima incerti quali d'uno
-che davvero sia cascato dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
-melodiosa incomprensibile parola; poi contorse la bocca a pronunciare
-una parola di lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
-
-— Volapuk?...
-
-— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi aveva presa l'abitudine di
-parlare a voce alta. — Oh, oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
-Non ha attecchito da noi! Non importa. A poco a poco, fratello,
-c'intenderemo lo stesso! E, ditemi....
-
-Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, o per il dolore
-della caduta, o per lo sfinimento di cui era prova il pallido viso,
-l'infelice forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con uno sforzo
-supremo non avesse rialzato il capo, e stringendo all'estremità le dita
-della destra, non avesse portata due volte la mano alla bocca mentre lo
-sguardo aiutava l'espressione del gesto.
-
-— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! Anch'io ho fame!
-Ma io non posso offrirvi che un bicchier d'acqua!
-
-Quasi indovinasse le condizioni economiche dell'ospite, l'altro
-affrettava un segno della mano verso l'involucro rimasto sul pavimento.
-E Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi dell'arnese (fosse
-corpetto o giubba) eran fisse le ali, egli avvertì subito due bisacce;
-nè esitò a introdurvi la mano, quantunque il forestiero già accennasse
-di tastar più in basso. Ma..., e là cosa c'era? Sentiva un peso non
-lieve, come di ciottoli, e per accertarsi se era o no la zavorra,
-introdusse la destra. Questa volta Polla, che non credeva in Dio, che
-credeva solo nel «fattore economico», esclamò:
-
-— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono sassi! — Che cosa erano? Che
-cosa erano?
-
-Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! Ma realtà! Un miracolo!
-Diamanti! smeraldo! rubini! oro! Fu tale la meraviglia di Polla che
-attese a lungo prima d'accorgersi come l'infelice girasse e chiudesse
-gli occhi, e sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il misero
-aveva volto il cenno, l'ospite trovò un grazioso vasetto piccolo
-piccolo, che quasi si aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
-Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico a ristorare d'un
-tratto dal profondo del cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia
-offerse il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce e luminoso sorriso;
-e per riposare reclinò il capo e chiuse gli occhi, non più alla morte,
-ma al sonno.
-
-Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto il naso, presente alla
-gola l'«estratto» ch'effondeva quel profumo saporito, ineffabile;
-eppure non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, per tornare
-all'involucro volatile. Nè riusciva a persuadersi che non sognava;
-la zavorra era tutta quanta di gemme preziose! E se poteva ingannarsi
-intorno alla qualità e al prezzo d'alcune delle pietre, su altre non
-s'ingannava certo. Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, in
-un mucchio, e stette a contemplarle. C'era proprio da impazzire; tanto
-più che la fatica della contemplazione accresceva la debolezza del
-digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar dell'«estratto»!
-Solo quando si sentì venir meno, allora prese un pizzico di polvere dal
-vasetto, e parendogli néttare o ambrosia ne prese un secondo, eppoi
-un terzo, eppoi un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe nausea;
-che quella roba era troppo sostanziosa e focosa. Ma sublime! ma
-incomparabilmente migliore d'ogni nostro più squisito cibo! Inoltre,
-a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, come per un eccitante
-liquore, e una gran fretta e lucidità di idee e una gran letizia
-nell'animo.
-
-— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando alle gemme per raccoglierle
-e metterne nella sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non le
-teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? Ebbene, in tal caso,
-éccogli restituita la sua zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno
-smeraldo per far moneta, per esercitare secondo conveniva gli uffici
-dell'ospitalità e provvedere da pranzo non a sè, che non aveva più
-fame e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, che tra poco
-si sveglierebbe e avrebbe fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo
-dalla strana visita contraeva obbligo di gratitudine, di amicizia, di
-compenso al disturbo.... Lui, Polla, si prendeva dunque uno smeraldo.
-Una cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino da non
-ringraziarne nemmeno la Provvidenza, quand'anche un socialista marxista
-e inscritto al partito avesse potuto ammettere la Provvidenza.
-
-Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro come mai in vita
-sua, se al limitare non l'avessero trattenuto queste domande: Lo
-smeraldo non era troppo grosso e non susciterebbe ingiusti sospetti nel
-gioielliere? Qualcuno non aveva forse visto entrar là l'uomo volante?
-Aveva questi un foglio di via? Non ne sapevan nulla le guardie di
-pubblica sicurezza?
-
-Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba e ali; osservò
-meglio il piccolo e semplice congegno di molle riposte tra seta e
-fodera e provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili tentativi
-s'avvide che il congegno era guasto; forse irreparabilmente guasto!
-Gli bisognava restare a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, Polla
-sostituì al grosso smeraldo un men grosso rubino, e dimenticandosi,
-non di mettere questo in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
-pieno di gratitudine stette a considerare il forestiero che dormiva
-dolcemente, senza russare; ad ammirare quell'uomo la cui bellezza
-assumeva a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra mai.
-
-Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, lor due, quantunque Polla
-avesse il naso un po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
-fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura e rossiccia, e l'altro una
-barba aurea, fine e copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
-Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e l'altro indossasse
-sandali, calzoni e maglia di un'ignota materia che aderiva alle membra
-e le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla sembrava di vedere se
-stesso elevato a una razza superiore, o sè stesso trasferito in un
-secolo di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, uscì e
-discese. Si era già accertato che aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
-
-
-II.
-
-Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno a casa con una sporta
-gravida di vettovaglie e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
-costretto a sedersi sul primo gradino della scala per riacquistar lena
-e rimettersi in equilibrio. Alla testa gli si era diffuso lo spirito di
-quello squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi, stentava e
-soffriva a digerirne la parte soverchia, e l'intestino già cominciava
-a dolersi di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa. Però,
-consapevole dell'ebbrezza, Polla non dubitava di non ragionare; anzi
-credeva di ragionare benissimo, e ora guardando alla bottiglia, ora
-premendo col braccio il petto e il portafogli, vedeva naturale quella
-sua avventura quasi inverosimile; gli pareva la cosa più semplice del
-mondo che un uomo volante fosse stato portato da una corrente aerea
-fino a Roma e spinto proprio dentro la sua finestra; giudicava agevole
-ottenere in dono dall'ospite metà almeno delle pietre; pensava che
-dopo ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista e che se non
-gli riuscisse d'arrivare, per una via o per l'altra, al paese di quel
-signore, potrebbe vivere allegramente, conservatore o borghese, anche
-in Europa. E i compagni? e la promessa fede? e l'aiuto al partito? e la
-teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica? e tutti i problemi economici
-e sociali? Sciocchezze! Adesso un problema solo aveva da risolvere: in
-che modo salirebbe fin lassù alla sua stanza, al quarto piano, ahi, con
-la testa in giro e le viscere commosse.
-
-Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero sane e salve la sporta e
-la bottiglia; e lui, senz'altro male che dolori forti come morsi. Ma
-allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere dentro la camera. Aperto
-che ebbe, lo straniero gli venne incontro con viso di giocondità
-cordiale e con graziosi inchini.
-
-— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi su d'una seggiola. — Io
-invece sono rovinato! Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni!
-— Quindi premendosi con le mani: — Oh che male allo stomaco! —
-aggiungeva. — Oh che male alla pancia!
-
-— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro, che non essendo tanto
-afflitto dalle doglie dell'amico quanto studioso d'apprenderne e
-ritenerne il linguaggio, indovinava dagli atti il significato di quelle
-parole.
-
-— Se provassi — continuava Polla — se provassi a mandar giù un po'
-d'acqua, o un sorso di barolo?...
-
-— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo alla forma della
-bottiglia la sollevava e la sturava lui stesso.
-
-Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista disse:
-
-— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro. Sorseggiando un mezzo
-bicchiere lo straniero ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
-portò una mano al cuore per troppa dolcezza, quale un uomo che non
-avesse mai gustato vino.
-
-— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava, meglio che a parole,
-a cenni. — Tanto, io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
-compagnia.
-
-Da qual paese veniva quel signore così intelligente che subito coglieva
-il significato dei cenni e delle parole e con meravigliosa facilità
-fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo così straniero che
-al veder le fragole e le ciliege fuori della sporta, rimase come
-resterebbe uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse più che
-cocomeri!
-
-Non si descrivono neppure le espressioni delle labbra, degli occhi e
-dell'armonico eloquio con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato di
-trovar sì buone quelle fragole così piccole. Anche, non gli spiacque
-il _roastbeef_; benchè da prima quasi gli repugnasse e benchè non ne
-mangiasse più di mezza fetta. Ma le ciliege a dirittura lo deliziarono,
-lo fecero ingordo al punto da ingoiarne il nocciolo.
-
-Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava di mangiare senza
-complimenti, di mangiar tutto e mormorava:
-
-— Si direbbe che costui non è avvezzo che agli estratti e ai peptoni
-chimici.
-
-Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè l'altro diede a
-conoscere che non solo era sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
-cortese, dopo, dimandò:
-
-— Stomaco?... Pancia?...
-
-— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto era cessata, non il
-male.
-
-Per passare il tempo e arricchire la sua cultura l'uomo volante
-cominciò allora a toccare questa o quella cosa, rallegrato o stupito
-dalla forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di richiesta gli diceva
-Polla.
-
-— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì, la brocchetta
-dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!... Il letto, appunto, da
-dormire! Questo?... Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
-
-A che l'altro, con prontezza di lingua e di memoria, riepilogando:
-
-— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua; sedia; letto da dormire;
-comò da tenervi i vestiti chi ne avesse.
-
-Era proprio un brav'uomo, oltre che bello; e da qualunque parte fosse
-giunto, per l'ingegno che aveva non poteva essere che un socialista.
-Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite declinò il suo nome.
-
-— Io ho nome Polla, e voi?
-
-— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
-
-— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio, finse che uno lo
-chiamasse «Polla!», e finse di rispondere: «Eh?»
-
-— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo compreso bene.
-
-— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la mia ospitalità e i miei
-servigi! — Polla disse, mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
-senza prevedere che dopo questo atto l'altro correrebbe al catino a
-lavarsi. Certamente in quel paese non usavano salutarsi in tal modo
-contrario all'igiene.
-
-.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di lingua vi
-s'intrattenevano da quasi un'ora, quando Edon, non avendo peranche
-finito di ridere a veder Polla che accendeva una candela, s'abbandonò
-sul letto e in puro italiano lamentò:
-
-— Oh che male allo stomaco! Oh che male alla pancia!
-
-Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli non era uso che ai cibi
-chimicamente ridotti, e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
-cibo nostrano.
-
-Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati, eppur lieti di
-cominciare a intendersi e di poter chiacchierare? con le interruzioni
-di gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima d'addormentarsi
-Polla ebbe appreso come Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
-volavano, e come era stato rapito dal vento. E poichè i giornali
-avevano preannunciato un ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente
-il socialista pensò che l'amico proveniva da una qualche terra
-d'America; la quale, abbondando di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini,
-diamanti e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
-
-
-III.
-
-.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
-
-— Ero infelice — mestamente rispose Edon, e rilevò gli occhi dal
-vocabolario italiano-volapuk che Polla, la mattina, gli aveva portato
-a casa e da cui egli in due ore aveva imparato quanto linguaggio
-basterebbe a certi eruditi professori per uso domestico se non
-universitario.
-
-Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non potendo credere che in
-un paese dove per le vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
-quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi, nè che dove gli
-uomini volavano ci fossero tiranni e mancasse la libertà, pensò che
-qualche terribile sventura, fuori dell'ordine economico e politico,
-avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai, più che un fratello; e si
-propose di tenerlo allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
-nascondergli i guai della nostra vita civile. «Edon ha cuore —
-diceva fra sè —; ha l'intelligenza di un uomo perfetto; dunque per
-non affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le carneficine
-internazionali e i resoconti dei Parlamenti, abolisco i giornali
-quotidiani!» Gli premeva insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
-per volare, l'amico non scappasse per ferrovia appena fosse deluso e
-stanco del vecchio mondo e dopo che si fosse accorto del pregio che vi
-hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini e anche i pezzi d'oro.
-
-Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che Edon non apprendesse mai
-il potere delle gemme e dei quattrini in cui Polla le convertiva; e da
-bravo amico Polla ci si provò, recandosi lui solo dai gioiellieri con
-una o due pietre alla volta e piccine, e pagando di nascosto i conti
-all'albergo nel quale s'erano trasferiti. Ma presto l'altro volle
-andare in tram, dove curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
-
-— Non usano questi da voi? — chiese l'amico con faccia tosta,
-mostrandogli le monete.
-
-Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre l'ordinamento economico
-della sua patria. Ivi i quattrini non usavano più da secoli, perchè
-vi abbondavano i frutti della terra da cui la scienza chimica traeva
-e riduceva gli alimenti; vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo
-necessari alle arti e alle industrie, sì che ciascuno viveva secondo il
-proprio bisogno e secondo il proprio desiderio.
-
-Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere un colpo di mazza sulla
-testa.
-
-— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete la realtà dell'ideale
-socialista, ma anche dell'ideale anarchico!
-
-— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo il vocabolario, —
-Ideale anarchico? —; e intanto Polla ricorreva alla difficoltà più
-grande che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua fede.
-
-— Dite, dite — domandò: — in che modo vi regolate, voialtri, per la
-misura del lavoro?
-
-Edon non comprendeva e stava per chiedere più ampia spiegazione,
-quand'ecco uscì lui pure in un oh! di meraviglia, perchè scorse
-scintillare la mano di una _cocotte_ che avevano di fronte.
-
-Il socialista era divenuto di bragia in volto, non per pudore. Susurrò
-in fretta all'orecchio dell'amico:
-
-— È un brillante falso!... È una _cocotte_.
-
-Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso in altre mani senza guanti,
-oro e smeraldi, e fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
-per ornamento, avevano un pregio, e se avevano pregio gli anelli,
-ne avevano anche le pietre; e se per andare in tram erano necessari
-i soldi, più soldi dovevano essere necessari per adornarsi mani e
-orecchie.... In conclusione, Polla dovette chiedere l'ordinamento
-finanziario ed economico del nostro sciagurato paese, e, quasi fosse
-una bella cosa, permettere all'ingenuo fratello di tornare a casa
-perchè voleva pietre da cambiare subito in valute!
-
-Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo da parte per sè alcuno dei
-brillanti più grossi! Che colpa essere troppo onesti!
-
-Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di un bambino, nè avvertì
-altri guai dopo quello della moneta. Anzi per le strade e per le
-piazze manifestava una giocondità, una meraviglia, una beatitudine
-a cui era difficile trovare confronto. Si meravigliava e godeva come
-noi quando fossimo trasportati d'improvviso in una illustre città al
-periodo splendido del Rinascimento e vivendo di quella vita, per noi
-oggi storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione per cui
-il passato ci sembra più bello del tempo presente, e di quella età
-conoscessimo i beni senza conoscerne male alcuno. Ora attonito, ora
-ilare, ora meditabondo a cercare la ragione di una cosa e, trovatala,
-giulivo ed entusiasta, Edon non si stancava di correr qua e là sebbene
-non fosse avvezzo a girar molto e quantunque tanto frastuono di ruote e
-di carri lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la vista delle
-signore, così eleganti negli abili diversi; così agili e provocanti
-nelle forme; così facili al sorriso nel salutare; così flessuose
-nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel sogguardare, nel
-porgersi allo sguardo altrui. Commentando l'ammirazione sua propria,
-che le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte parole
-riferiva all'amico che nel suo paese ragioni di pubblica salute avevano
-privata di grazia la donna abolendo busti e cinture, e che l'igiene
-v'imponeva una sola e pallida tinta nelle stoffe, e, che, per di più,
-il perfezionamento della specie aveva condotto il genere femminile
-a quasi un sol tipo; onde qua da noi gli piacevano fin le brutte. Ma
-quasi non minore diletto gli dava la vista dei cavalli, il nobile e
-mite animale espulso d'Eldorado dal progresso meccanico.
-
-— Non ci avete nemmeno asini? — domandò Polla.
-
-— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
-
-Più resistenti, di asini ne restava qualcuno anche là. E i tram?
-
-I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto nuovi, ricordandosi
-d'averne visti, sebbene costruiti meglio, nella sua fanciullezza.
-
-Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le impressioni ch'egli
-riceveva dalla vita multiforme e molteplice della grande città; dai
-monumenti storici per noi e quasi preistorici per lui; dalle case e
-dai palazzi moderni per noi e per lui antichi: basti affermare che un
-ragazzo venuto di campagna o un barbaro si sarebbe divertito meno.
-
-Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare quella che per Edon
-medesimo ebbe Polla. Il quale, non potendo accontentare l'amico
-desideroso di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri o di un
-ufficiale di cavalleria, il giorno dopo fu costretto a istruirlo
-intorno agli eserciti permanenti e a rivelargliene i danni con non
-poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni europee.
-
-Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio (oh che disposizione alle
-lingue!) ribattè che quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
-saggia. Aggiunse press'a poco:
-
-— La guerra è nella natura delle cose, degli animali e degli uomini;
-ma noi d'Eldorado, che abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
-natura. Miseri noi!
-
-Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse nelle spalle e si limitò
-a ripetere che gli eserciti costavano troppo.
-
-Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso che nel costo delle cose,
-cioè nel comprare e nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
-attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava che il lavoro a
-salario fosse proficuo alla «produzione» e alla vita d'un popolo; e
-ragionava press'a poco così:
-
-— Chi spende di più, è più forte! Chi è più forte, è più potente! Chi
-è più potente, è più temuto! Chi è più temuto è più glorioso! Chi è più
-glorioso, è più contento! Beati gli europei! beati voi, o italiani!
-
-Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, tacque; finchè disse:
-
-— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate da voi per lo scambio
-dei prodotti? Mi spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., o
-lassù?
-
-— Il giardiniere.
-
-— Bella professione! Ma che regola avevate nel dare i fiori in cambio o
-dei cibi o dei vestiti o degli ordigni per volare? Che regola vi hanno
-tra loro i commercianti, i professori, gli operai?
-
-Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose Edon:
-
-— L'educazione.
-
-— L'educazione? — urlò Polla.
-
-Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione non richiedevano
-più del ragionevole negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
-il floricultore, non avrebbe mai voluto da un meccanico più d'un paio
-d'ali, o più d'una poesia da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
-rose azzurre.
-
-«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado sono a tal punto?» In che
-modo avrebbe dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle belle
-apparenze della nostra società un uomo disgraziato senza dubbio in
-famiglia, ma allevato in una società così perfetta?
-
-— A parte le disgrazie domestiche — mormorò il socialista, prima uso a
-sbraitare, — quali cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
-
-Non l'avesse mai detto!
-
-— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso in viso quale non era stato
-mai. — Felici in un paese dove il valore delle cose è determinato
-dall'educazione? dove la ricchezza non è premio alla fatica? dove non
-si lavora per guadagnarsi il pane col sudore della fronte? — Si arrestò
-mormorando a sua volta qualche parola del suo armonioso linguaggio:
-forse bestemmie, forse insolenze; poi, data un'occhiata al vocabolario
-per rimettersi, riprese: — In Eldorado è sconosciuto il piacere
-d'adempiere i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
-battagliero dell'uomo vi si è perduto! Mentre voi avete fino i re,
-i presidenti di repubblica, i pontefici, noi non abbiamo nemmeno i
-_policemen_! Oh sì.... la felicità degli uomini è nella disuguaglianza
-economica, civile, morale!
-
-«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva le labbra; e taceva. Egli,
-che amava le polemiche, era costretto a non discutere, per paura di
-disgustar l'amico; era costretto a non svelare i mali segreti della
-nostra misera civiltà. «È matto da legare!»
-
-La sorpresa e la paura del bravo socialista scemavano solo al pensiero
-che un ignoto dramma domestico avesse turbate le facoltà mentali
-dell'amico.
-
-Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma alla sua sentenza.
-E allora Polla, non ostante il suo prudente proposito, non potè non
-sorridere e non dire:
-
-— Io però credo che in Eldorado non si stia male come voi dite. Vorrei
-andarci!
-
-L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che non scherzava, rimase
-triste e silenzioso. Non parlò più sino a che non rientrarono
-all'albergo; dove, abbandonando il vocabolario, parlò per chiedere:
-
-— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece con la mano un gesto che
-significava il cervello andato a rovescio.
-
-Polla comprese.
-
-
-IV.
-
-«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio
-affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo
-condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
-
-Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva
-avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre
-componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si
-rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far
-ammattire i savi.
-
-— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
-
-E Polla:
-
-— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien
-sonno presto.
-
-Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero
-l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe.
-
-Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le
-strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in
-distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma
-questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere.
-
-— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi.
-
-— Che è? che è?
-
-Rispose un signore molto gentile:
-
-— Un trasporto....
-
-— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la
-giacca.
-
-— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo!
-
-Ma fu peggio di prima.
-
-— All'ultima dimora?...
-
-Arrabbiandosi, Polla esclamò:
-
-— Al cimitero: non capite?
-
-E il signore:
-
-— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni.
-
-E Polla, con ira già sarcastica:
-
-— Non usano le polmoniti da voi?
-
-Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta
-se in Eldorado si godesse buona salute, rispose:
-
-— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai
-piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
-continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare
-indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
-ci basta mutare residenza e volare di qua o di là.
-
-— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente
-osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti
-anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che
-in Europa.
-
-Ma Edon non si diè vinto.
-
-Disse:
-
-— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta
-s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova
-nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi
-non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado
-può vantarsi di salvare un uomo?
-
-Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati
-in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la
-carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso
-impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona
-pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio
-e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti
-amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e
-le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un
-sorriso.
-
-Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla
-che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi
-appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione.
-Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di
-decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla
-natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
-non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al
-di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a
-castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non
-c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la
-musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi!
-
-E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare
-con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
-contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro,
-intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e
-senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta
-ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!»
-
-Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo
-oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla
-accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane
-salutante a destra e a sinistra.
-
-— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
-
-Polla rispose:
-
-— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso.
-
-— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche
-alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
-il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto?
-Morirete prima voi, Polla?»
-
-Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso;
-mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico
-illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben
-conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili
-essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non
-essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti,
-ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano
-molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute.
-
-Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
-
-— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i
-giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un
-futuro premio, o viver male con la speranza del perdono....
-
-Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
-
-— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che
-tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio
-_réclame_.
-
-— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani.
-
-Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era
-divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi
-a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a
-uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche
-persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il
-tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di
-donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon,
-forse, s'appassionerebbe....
-
-E Polla balbettò:
-
-— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È
-una commedia immorale.
-
-A che Edon:
-
-— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale!
-
-Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
-
-Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene
-all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi
-a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice
-del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri
-e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto,
-proclamò:
-
-— Questa è arte!
-
-— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla.
-
-— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a
-credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo
-invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per
-i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che
-non hanno più nulla da imparare.
-
-Polla ascoltava a bocca aperta.
-
-— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa
-per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
-Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri!
-
-Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare
-in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto
-a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon
-mormorare in estasi:
-
-— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature
-e stonando allegramente per conto suo.
-
-Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
-
-— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni
-dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che
-delizia!
-
-Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
-
-— E in letteratura voi come state?
-
-Risposta:
-
-— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così
-semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi,
-pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli.
-Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime,
-dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori
-della fotografia, senza colore!
-
-— E la pittura? e la scultura?
-
-Questa volta Edon sospirò:
-
-— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo
-pennello e del suo cervello la divina natura.
-
-— Oh! perchè?
-
-— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di
-genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare
-che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine,
-è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre
-scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare
-l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole,
-non per le vie e per le piazze.
-
-Interruppe, gridò Polla:
-
-— Voi dunque non avete monumenti?
-
-— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e
-alberi: perciò non sono amene come le vostre.
-
-A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente.
-
-— Perchè ridete?
-
-— Pensavo al dottor Panglos.
-
-— A chi?
-
-— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a
-meraviglia....
-
-— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso
-dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
-perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui,
-al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni.
-
-— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si
-dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
-Quale fu?
-
-I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo atto.
-
-E, dolente, Edon mormorò:
-
-— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
-
-
-V.
-
-Sospirando come chi è tratto a ricordare la sua maggiore sventura, Edon
-cominciò:
-
-— La compagna che io m'ero scelta nella vita, la donna che io amava,
-la donna che mi amava, era un angelo. Dal giorno del nostro connubio,
-quasi un anno vivemmo felici; d'una incredibile, divina felicità;
-quindi, a poco a poco, vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
-divenne insopportabile.
-
-Disse Polla, già dolente della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
-
-— Non andavate d'accordo...?
-
-Edon gli volse lo sguardo di uno che tema d'essere canzonato.
-
-— Andavamo troppo d'accordo!
-
-E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con sospetto, aggiunse:
-
-— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; ci amavamo tanto
-che l'amore aveva soffocato in noi ogni egoismo; aveva distrutta in
-noi ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, e lei per me; io non
-potevo vivere senza di lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
-senza di me: così giunse presto il giorno che non potemmo più vivere
-nessuno dei due.
-
-Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come a una rivelazione
-improvvisa; e rosso, prima, di rabbia; poi giallo di bile, con lo
-sguardo velato e la voce tremante gridò:
-
-— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... Ma con me tutt'al più si
-discute: non si scherza!
-
-— No, amico: non scherzo.
-
-— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete entrato perciò dalla mia
-finestra!
-
-— No, in verità.
-
-— Voi mentite! Siete un «emissario» della borghesia!
-
-Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
-
-— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della menzogna. Non dovendo
-mentire per necessità, cioè per politica, per industria, per commercio,
-per patriottismo, per la storia, per la gloria, per l'arte e per
-l'amore (l'amore pur troppo è libero da noi), noi non diciamo bugie
-neanche per divertimento. Appunto per questo, perchè non seppi
-ingannare e fingere, la mia vita coniugale doveva essere tanto
-infelice!
-
-«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna voleva; quello
-che lei voleva, io volevo; e a poco a poco io non volli più nulla,
-aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva lei con me. Imaginatevi
-un amore senza volontà; una funzione senza affanni, senza virtù, senza
-conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo nell'anima in modo che ogni
-tentativo di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e se io accusavo
-qualche malanno imaginario per farla soffrire, essa non mi credeva;
-e s'essa accennava a qualche suo particolare godimento, a qualche suo
-proprio capriccio per ingelosirmi, io vedeva in lei un inutile sforzo.
-
-Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi direte che io avrei potuto
-dividermi dalla mia compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da noi le
-donne, perchè l'amore è libero, sono fedeli; e la mia, per quanto si
-annoiasse, non credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
-Io poi vedendo che le nostre donne si rassomigliano tutte, come già
-vi dissi, non sperai di trovarne una che mi risparmiasse la noia e la
-sazietà, e con un supremo sforzo fuggii su le mie ali abbandonandomi ai
-venti di oltre mare.»
-
-Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, più d'una volta Polla
-aveva dato di piglio a una seggiola e aveva dimostrata con quella la
-filantropia della sua fede; ma ora stava cheto, a testa bassa. L'altro
-lo credette in meditazione su gl'inconvenienti dell'amore libero, e
-proseguì:
-
-— In Europa, per quello che m'imagino, la vita matrimoniale dev'essere
-deliziosa. Essendo un vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
-la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà ogni via per sedurre e
-avvincere sempre più l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
-all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, ingannarsi a vicenda,
-senza che l'uno sappia o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non
-prendete moglie?
-
-— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, quasi in tono di chi
-invoca pietà: — Io.... sono socialista. Predico il libero amore!
-
-Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
-
-— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, amico, se dopo la vostra
-confessione, sono obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi vedrete
-fare l'onesto borghese. In Eldorado non mi ci vedono più! Ma voi non
-mi abbandonerete, è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni contrarie,
-noi staremo allegri; discuteremo; ci godremo i frutti delle mie
-pietre; e quando io avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
-e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
-
-Povero Polla! «I frutti delle _mie_ pietre» aveva detto Edon: non delle
-_nostre_!
-
-
-VI.
-
-In questo mondaccio europeo sono rare le amicizie che non sussistano
-o per concordia di opinioni, o più tosto per concordia di affari e di
-vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai troppo discordi in idee,
-smarrissero le pietre preziose, chi non giudicherebbe naturale la fine
-della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire le pietre non potevano,
-perchè le custodivano dentro una piccola cassaforte che aprivano ogni
-sera, traendone a seconda del bisogno più o meno grossi zaffiri, o
-rubini, o smeraldi, o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
-moneta.
-
-Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli e carrozze. Polla di
-malavoglia brontolò:
-
-— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e con il consenso
-dell'amico avanzò verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò;
-retrocedette; si rivolse pallido come un moribondo; die' un grido....
-
-La cassa non c'era più!
-
-Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che già Polla scendeva a
-precipizio le scale dell'albergo urlando:
-
-— Al ladro! al ladro!
-
-Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano il proprietario
-dell'albergo, e camerieri, cittadini e forestieri; interrogavano tutti
-in una volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, nelle spalle;
-interrogavano Polla che rispondeva con rotte parole:
-
-— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... Pigliatelo!
-Pigliatelo! Poveretto me!
-
-Fin le guardie vennero.
-
-Queste, non essendo presente il ladro, esortarono Polla d'accompagnarle
-in questura; a che egli accondiscese volentieri per timore che non
-arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato più di prima.
-
-— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio pietre!
-addio ladri!
-
-A tanta disperazione, rispose Edon:
-
-— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per vivere dovremo lavorare!
-dovremo combattere! Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
-
-In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza di Polla. Certo
-che la cassaforte non sarebbe stata ricuperata mai più, egli parlò con
-sfogo veemente, con sollievo come da un peso; parlò da fiero nemico e
-vendicatore solenne; da oratore popolare: parlò inoltre con eleganza,
-per superare Edon che ormai parlava meglio d'un accademico.
-
-— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo mondo civile che tu
-vedi così bello, qui dove si deruba un ottimista ingenuo come te e si
-rovina un socialista convinto come me, qui, ai nostri giorni, c'è chi
-patisce la fame mentre il borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è
-il ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista presta a
-usura; c'è la madre senza pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
-dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine che si prostituisce;
-e c'è il vizioso che per bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
-lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono i deboli; e c'è la
-legge intessuta di cabale e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
-e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori si comprano! Qui lo
-sciagurato uccide! Qui l'infelice si uccide!
-
-Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
-
-Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
-
-— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio sono grandissimi
-mali. Però non così grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: vi
-pare una gran prova di amore e di fratellanza scambiare senza fatica
-quattro rose azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la consolazione
-di un affamato che riceva il pane dal fratello; io non so imaginare il
-piacere di chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete che sia molto
-meritevole la virtù in chi non ne conosce il rigore e vi s'abitua da
-ragazzo come a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare il potente
-a pro del debole! di redimere la donna! di soccorrere il ragazzo! di
-evitare il delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere del vizioso
-che torna alla virtù, del potente mitigato, della prostituta redenta,
-dell'omicida perdonato, del suicida....
-
-— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli contro il braccio
-minaccioso. — Domani ti condurrò in Parlamento! A Montecitorio! —
-urlava. — A Montecitorio! — quasi volesse condurlo all'inferno, o alla
-fonte di tutti i mali.
-
-Ma Edon non tacque. Disse:
-
-— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, le pecore pascono senza
-fretta, senza angustie, senza litigi; quasi senza far nulla. Sono
-proprio curioso di conoscere come si governa un popolo che si agita e
-opera. Domani, finalmente, vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla
-l'ingegno, scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva il
-progresso!
-
-
-VII.
-
-Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, fu degna di storica memoria
-e di lagrimevole ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
-deliberare e si deliberasse una legge intorno all'incremento delle
-industrie e dei commerci, o alla cultura intellettuale o agricola.
-Non si doveva trattare che di certe riforme al regolamento; per cui,
-secondo una parte dell'assemblea, sarebbe possibile discutere senza
-pericolo di vita, e per cui, secondo l'altra parte, non sarebbe più
-possibile discutere senza pericolo della libertà. E se perciò tutti o
-quasi tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del giorno dopo
-riferirono come le tribune erano affollate e come la tribuna delle
-signore, fresche, a tutte le età, negli abiti estivi e a varie tinte,
-dava l'imagine d'una smaltata aiuola; neanche per questo rimase una
-memorabile seduta.
-
-Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che vi si tennero. Si ebbero
-appena due oratori: primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
-quantunque la bella frase «violazione delle garanzie statutarie», vi
-ricorresse dodici volte, e nove volte l'altra di «sacro diritto della
-parola», fu interrotta da _basta!_ da _uh_ di protesta e da _bravo!_ in
-tono ironico; e non potè durare più di mezz'ora.
-
-Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto anche a maggior
-brevità da un suon di tamburi che gli teneva troppo grave bordone e
-che ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece di piangere, si
-rideva. E se le sue ultime parole: «.... la maggioranza saprà vincere
-senza violenza, con la ragione, con l'educazione, con la virtù....»
-suscitarono esse la tempesta, neppure per ciò si dice che quella fu una
-seduta degna di storia e di compianto.
-
-E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò all'autorità del
-Presidente. Il quale dopo aver rotti due campanelli, al cominciare
-delle sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!» e «Sanfedisti!»
-etc), comprese difficile sorreggere la dignità dell'Assemblea e allungò
-la mano a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra.... Invano:
-il cappello, che cercava per coprirsi, era sparito! Un ministeriale
-credendo certa la vittoria per il Governo quando fosse possibile venire
-a un voto, s'era tranquillamente seduto al suo scanno con due cappelli
-su le ginocchia.
-
-Nè, infine, importano alla storia e alla pietà umana i conflitti
-frequenti e comuni a tutti i parlamenti europei; così piacevoli, del
-resto, a vedere dall'alto.
-
-A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si ammirava una confusa
-agitazione di teste e di braccia alzate a colpire: una mischia qua
-e là feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro uno. «Vigliacchi!
-Imbecilli! Addosso! Avanti! Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
-Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono dell'omerica pugna:
-occhiali spezzati in terra o sui nasi; strappate catene d'orologio;
-perdute medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto; chi colpisce a
-tergo; chi si duole; chi fugge; chi ride atrocemente. E dalle tribune,
-delle quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero, le donne
-gridano piangendo la sorte dei mariti o dei congiunti come un dì
-le donne corintie, quando nell'anfiteatro della loro città vedevano
-l'ultima lotta dei loro padri, dei loro mariti, dei loro figli, con i
-Romani vittoriosi.
-
-Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo e lagrime fu invece la
-morte di un innocente; furono il modo della morte e il nobile e gentile
-aspetto della vittima.
-
-Edon, da prima, stava benissimo e aveva detto a Polla che molto lo
-divertiva quella fiera lotta, pur non sapendo se parteggiare per i
-ministeriali o per gli oppositori; gli parevano tutti uguali.
-
-E si era messo a ridere alle prime contumelie; e a ridere forse troppo,
-con le mani sul ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
-dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade a un ragazzo che
-veda una tenzone di marionette, e si era abbandonato a un parossismo
-di riso. Così non aveva avuto più lena all'ultimo colpo: allorchè
-Polla, travolto nella demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
-acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia contro di lui e i pugni
-stretti:
-
-— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila! asino! farabutto! mascalzone!
-miserabile!, o ti butto là giù. Smetti di ridere e di godertela, o....
-ti strozzo!
-
-A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere tali ingiurie da Polla;
-dal socialista che amava tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo
-amico suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco, Edon era
-rimasto a bocca aperta, quasi per attingere fiato a una risata anche
-più clamorosa. Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte le fibre;
-un intoppo del sangue al cuore o un afflusso di sangue al cervello:
-sbarrati gli occhi, era caduto di fianco....
-
-Morto per eccesso d'ilarità!
-
-
-
-
-Il cappello del marito.
-
-
-I.
-
-Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, quello che, agiato di
-casa sua, apparentemente non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e
-l'altro, direttore di una grossa azienda, commerciante, consigliere
-comunale e membro di commissioni e istituzioni e opere pie, l'altro, il
-quale aveva tanto da fare, s'ammogliò.
-
-Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto anche lui, da quando con un
-grosso patrimonio aveva ereditato da un parente materno il titolo di
-nobiluomo e si era introdotto nella società che suol dirsi migliore,
-sebbene non buona. Per le sue belle doti egli era stato ricevuto a
-porte aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena si seppe che
-in certo palazzo era ricevuto anche a braccia aperte, diventò amabile
-e considerevole; ebbe il soprannome di _Sìsì_ e fu perdonato di tutti
-i suoi difetti, i quali non erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava
-un palmo di statura ad essere un bel giovane; era, in viso, troppo
-roseo e sollevando il baffo superiore ostentava un po' troppo i nitidi
-denti; affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario; vestiva
-con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna di quelle anticipazioni o
-di quei ritardi o di quelle sprezzature che rivelano l'artista nel
-_lion_; esasperava camminando il peso del corpo su le gambe, di guisa
-che, a differenza degli altri, che parevano quasi montanari, pareva un
-montanaro del tutto; e affermando diceva sempre:
-
-— Sì sì.
-
-— È simpatico _Sìsì_ — ammettevano concordi le signore; nè mancò
-qualche lettrice di Bourget la quale osservasse com'egli, ne' suoi
-discorsi e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito, d'ignoto, per
-cui a volte acquistava una caratteristica spirituale quasi esotica.
-
-Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova Giulio _Sìsì_ non
-l'avrebbe saputa indovinare; forse era un fondo della rettitudine
-paterna, che gli restava dalla prima educazione. O forse era l'abilità
-con cui diceva le bugie. Essendosi accorto che la bugia è l'arma
-delle donne d'ogni ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
-invenzioni più verosimili e opportune di quelle che usavano gli altri
-per vincerle od esse per resistere, e in tal modo divenne presto un
-corteggiatore fortunato. Ma se per lui una donna tirava l'altra come
-le ciliege, anche per lui una bugia tirava l'altra; onde la fatica di
-arrestarne il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente con
-la verità.
-
-E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, a quando a quando
-Giulio visitava l'amico Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno con
-i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue avventure e l'altro con le
-relazioni de' suoi affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
-
-— Che c'è di nuovo lassù? — domandava Alfonso.
-
-— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava Giulio. Distinguevano così il
-mondo in cui vivevano, compatendosi reciprocamente.
-
-— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva Varchi.
-
-— È di moda.
-
-E Varchi chinava la testa e pensava: «Bisogna proprio essere ingenui a
-impiccarsi per la moda!»
-
-— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni comunali? — chiedeva
-Giulio.
-
-— Dovere di cittadino!
-
-E Galardi chinava la testa e pensava:
-
-«Che ingenuo!»
-
-Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata, antica e fedele potè
-essere interrotta allorchè Alfonso Varchi prese moglie.
-
-
-II.
-
-Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse caduto a temer dell'amico
-per la sua tranquillità domestica e fosse stato preso da gelosia,
-si sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra le donne accostate
-da Giulio nell'alta società e sua moglie: questa non era una donna
-per Giulio. Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, non
-nevrotica: Giovanna era sana e savia. E Giulio Galardi, per parte sua,
-non si curava punto di quella signora Giovanna, che agli aneddoti
-e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente e coscienziosamente,
-porgeva orecchi e occhi incerti, come a storie inverosimili, e quasi
-per opporre la serietà sua alla fatuità di quelle eroine, domandava al
-marito notizie politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
-della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva spesso:
-
-— Che stupida! Alfonso non poteva essere più fortunato!
-
-Passarono così tre anni; durante i quali nella famiglia Varchi e
-nello scapolo Galardi nulla avvenne, a loro credere, che adombrasse la
-reciproca e triplice confidenza. Frattanto Giovanna procreò l'un dopo
-l'altro due mirabili maschiotti; Alfonso s'ingolfò sempre più nelle
-faccende, non restandogli tempo oramai che d'accarezzare i bimbi dopo
-pranzo; e Giulio mutò quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
-trovando le une e le altre sempre identiche. La migliore società
-infatti è sempre tale e quale: in tutti gli uomini, in tutte le donne
-— gentiluomini e gentildonne — che la compongono; in tutte le cose; in
-tutte le passioni; in tutti i capricci.
-
-_Sì sì!_ Che noia!
-
-L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! I cavalli? noia! Uf!
-
-Appunto da questo terribile male, la noia, che è la figlia di tutti
-i vizi, dovevano cominciare i guai di Galardi; e cominciarono appunto
-dal dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di tornare in porto,
-non quale nocchiero dopo lunga tempesta, ma quale pescatore che non ha
-pescato niente. I guai cominciarono quando egli, stufo e ristufo di
-troppe donne «per lui», contò i suoi anni e si chiese: «Se prendessi
-moglie anch'io? una donna come...?»; quando sentì una fitta al cuore,
-mentre abbassava il capo alla dura riflessione che gli venne fatta: «Di
-Giovanne ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella sì, ma tutt'affetto
-per i figli, per il marito, per la casa; onesta, pacifica, tenera,
-economa.
-
-A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza volere (e fu veramente
-il suo primo amore) della signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
-poco importa, chè di certe cose se ne accorgono anche le stupide — se
-n'accorse; e Alfonso Varchi non se ne accorse.
-
-
-III.
-
-«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini «tradire un
-amico» e per le gentildonne «tradire con un amico»; ma per quel fondo
-di rettitudine che gli rimaneva, al traditore Galardi fino allora era
-parso di essere un riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
-donne contro mariti o infedeli o depravati o sciocchi o gelosi e senza
-ragione diffidenti di lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
-morigerato, intelligente, galantuomo, modello di padre di famiglia e di
-marito; e Giulio non aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
-
-«_Sì sì!_ Finchè Alfonso restasse quel che era, era impossibile
-tradirlo!»
-
-Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato il meglio; e da uomo
-dabbene Giulio se lo propose. Impossibile! Divenne una passione
-irresistibile al punto ch'egli per essa avrebbe dato tutto il sangue, o
-metà del sangue avrebbe dato per trovar ragione a dolersi dell'amico,
-per accertarne qualche colpa, per scoprire difetti che spiacessero
-anche a Giovanna.
-
-Ora si comprende che arrivato a meditare l'opportunità, anzi
-la necessità di accusare e incolpare un amico come Varchi,
-inconsapevolmente, si può dire, e presto, l'animo e il pensiero di
-Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni e a giudizi erronei.
-
-Cominciò a credere che con tutte quelle faccende e fatiche e affannosi
-guadagni Alfonso presumesse di rinfacciare il quieto e dolce far nulla
-a chi aveva il diritto di godersi il frutto di fatiche e di guadagni
-aviti e paterni.
-
-«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva tra sè. Oh! forse suo padre
-non aveva lavorato tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato erede
-col titolo di nobiluomo per fargli godere il mondo? «Dovrei forse
-lavorare anch'io come una bestia?»
-
-Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore quanto Alfonso,
-che si arrabbiava anche per la politica; nondimeno il primo aveva già
-per il secondo un rancore quasi di partito.
-
-«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma starei forse
-allegro in Consiglio comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui,
-Alfonso era ambizioso e intristito nelle misere gare di campanile e di
-municipio.
-
-«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace anche a lui Giovanna?»
-Alfonso la teneva, quella povera donna, in un assoluto dominio; con
-tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva nell'avidità della
-ricchezza; e il sentimento di lei restava confinato al domicilio.
-Giovanna infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva la musica
-tedesca; non leggeva un poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
-lui, Galardi!).
-
-Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe egoisti gli stessi figlioli;
-senza entusiasmi per idealità superiori alla vita comune; senza
-intendimenti dei maggiori problemi che turbano la società moderna.
-
-Da che si comprende come Giulio era già innamorato in modo da leggere,
-per distrarsi, i giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
-non lo condusse a inscriversi al partito.
-
-E come non si vive solo per sè e per i quattrini, così non si dovrebbe
-abusare nemmeno in conversazione dell'economia politica e privata.
-Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava dai Varchi, riflettendo
-sul fritto abbruciato e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
-felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso s'abbandonò a un
-interminabile sproloquio intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
-di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli e dàlli, avvenne
-che la signora, alle frutta, non potè rattenere uno sbadiglio e non
-volgersi a Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: «Gran
-brav'omo mio marito! ma che seccatura!»
-
-Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, interessata e
-preoccupata, intorno alle imprese commerciali dello sposo, non erano
-dunque trascorsi indarno?
-
-Giulio Galardi prese animo.
-
-— Lascia parlare a me — interruppe. E si diede a raccontare un fatto,
-a suo dire, della cronaca mondana: una storia la quale egli rese
-pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità a un marito e
-tanta bontà e gentilezza a una moglie, che in questa pareva scusabile
-qualunque pazzia.
-
-— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò vedendo commossa la
-signora Giovanna. — La marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
-un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e che essa ama, si pente,
-respinge l'amante, si rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
-
-Alfonso fece:
-
-— Meno male!
-
-— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E lei, signora Giovanna?
-
-Giovanna chiese:
-
-— Il marito ha poi mutato carattere?
-
-— Che! Peggio di prima!
-
-— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi a un prete.
-
-— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi incalzò.
-
-— Oh! Prima.
-
-Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se non ci fosse
-Alfonso, direi _dopo_.»
-
-.... Finalmente — e senza spendere una goccia di sangue, ma solo con
-un po' di fantasia — Giulio potè convincersi che Alfonso assomigliava
-al marito di sua invenzione e che Giovanna teneva per sciocca, in certi
-casi, la virtù coniugale.
-
-
-IV.
-
-Che due lunghi mesi appresso la signora Varchi consigliasse Giulio
-Galardi ad ammogliarsi, non è meraviglia. Quando una donna savia
-s'approssima al pericolo, sempre esorta l'uomo pericoloso a prender
-moglie; onde, a scelta, una prova della bontà o della malignità
-dell'indole femminile. Perchè, una delle due; o Giovanna desiderava
-legittimo in un'altra l'amore di Giulio che era proibito a lei, o
-voleva togliere a donne più fragili di quanto lei si credeva il piacere
-d'essere conquistate da Galardi e, anche, togliere a questo il piacere
-di conquistarle.
-
-Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per convincerlo Giovanna dovè
-dichiarare:
-
-— Lei ha tutte le qualità che rendono felice una donna. — E queste
-parole, purtroppo, logicamente traevano in perdizione chi le
-pronunciava.
-
-Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio scongiurava Giovanna
-di recarsi il domani a vedere il suo elegante appartamento di scapolo e
-gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti, ed ella ricusava sorridendo,
-eppoi, fidandosi alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva sì,
-con le lagrime agli occhi; mentre ciò avveniva, a un tratto, Giulio e
-Giovanna impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza attigua!
-
-Lei e lui mormorarono:
-
-— Sì sì: nulla di male....
-
-— Questa non è che una visita di dovere...
-
-— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
-
-— Se la cameriera gli ha detto che ci siete vi vorrà a desinare.
-
-— Ah no! Non ci resto, oggi!
-
-Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe discorsi di rendita
-«in rialzo» e «in ribasso»; di «esportazioni» e «importazioni».
-
-E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che già odiava; infilò
-rapido, all'ingresso, il soprabito, prese il cappello, e via.
-
-Via per la strada con l'intensa, confusa gioia che precede una gioia
-attesa imminente. Non gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
-«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga Giovanna!
-
-Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi magnificava a sè stesso
-l'impresa compiuta; e come altri, un tempo, rientrando in patria,
-avrebbe enumerati i tesori d'una terra di conquista, egli, sempre più
-uscendo di sè, enumerava a sè stesso i tesori della donna così diversa
-dalle altre.
-
-Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna si contenesse, secondo i
-patti, in una semplice visita di amicizia? se, pur non intendendosene
-punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici del salotto?...
-
-— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo il piede sul lastrico,
-certo, senza timore, l'eroe.
-
-E allora non vide più nulla; perchè il cappello, al movimento
-imperioso, gli calò fin sugli occhi.
-
-Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò in un attimo davanti,
-dietro, dentro quel cappello.... Più scuro; più largo.... Il cappello
-di Alfonso! Che errore! che orrore!
-
-E che fare? Correre subilo a casa Varchi!... Già vi s'incamminava. Ma
-gli toccherebbe affrontare l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner là a
-desinare. Quel giorno? No! Impossibile ch'egli mangiasse, quel giorno,
-il pane a tradimento!
-
-Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione che avrebbe provata
-girando con iscarpe non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò
-l'orologio....
-
-Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso e intento a
-leggere una carta (con in testa, sulle quarantatrè, il cappello non
-suo) passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A te, dammi il mio
-—, sarebbe stato il modo più semplice per restituire il mal tolto
-e riavere il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure Giulio
-Galardi non si mosse; guatò; nè potè muoversi fino a che l'amico non
-disparve.
-
-Perchè Alfonso non gli era venuto incontro lui? Leggeva. Un documento,
-forse, che portava prima del desinare a qualche avvocato o in qualche
-ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato e il documento che il
-cappello del suo migliore amico! più il documento o l'avvocato, forse,
-che la moglie! Oh! non v'ha castigo che non meriti un _affarista_!
-
-E Galardi, con un malessere invano respinto, che dal capo gli
-discendeva a tutto il corpo e pareva condensarsi al cuore, venne a casa
-sua per trar dall'armadio un cappello vecchio e uscire a desinare. A
-casa però si sentì stanco morto; di mala voglia; malconcio.
-
-Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto quel maledetto....
-
-
-V.
-
-Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito
-solo nell'orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il
-colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura
-nazionale.
-
-Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla cupola un critico
-esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima
-dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una
-spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto,
-nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d'una
-forma, di un'indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla
-moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita
-a umani giudizi. L'età senza infingimenti appariva dall'interno;
-e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l'amarezza e
-la bieca avidità con cui il colpevole indaga l'altrui coscienza,
-Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
-che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise
-all'aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul nome del
-cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento;
-provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
-occhiata entro un cratere.
-
-Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione
-caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano
-la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane,
-o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni
-e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
-trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire,
-e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e
-contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d'un
-uomo d'affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di
-un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto
-nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi
-che generano l'operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi
-là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi,
-quantunque non vi guardasse più.
-
-E d'improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido
-il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là
-dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una
-quiete di morte.
-
-«Tua moglie ti tradisce!»
-
-E tutto era finito!
-
-Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti
-sforzi? Per la famiglia; per i figlioli.
-
-Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe
-lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
-onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria
-dell'avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di
-virtù.
-
-«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
-
-Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni
-affetto, ogni bene! Una tempra d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita
-rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
-
-Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche
-cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che
-il risveglio della coscienza.
-
-E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando
-Alfonso, generoso fin d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
-e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni sospetto, gli annuncia il
-suo matrimonio, gli presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
-disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche
-Giovanna!
-
-— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c'è, aspetta; e
-prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo
-scampanellare spaventevole.
-
-Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella
-cameriera che veniva proprio per il cambio.
-
-Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo!
-
-Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un
-confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la
-cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l'affettatura
-della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e
-quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè il cappello non
-manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta?
-
-Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli
-amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
-quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si
-mise a letto.
-
-Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna;
-e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in
-qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse
-per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti
-gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti,
-per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale
-se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non
-un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i
-pregiudizi che avvelenano il piacere!
-
-Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire —
-per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una
-semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno
-libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
-l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o
-una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
-false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al
-patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema
-dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del
-buon amico o del cattivo amico!
-
-Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba.
-Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una
-lettera _urgentissima_.
-
-Egli la lesse, d'urgenza:
-
-«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da
-me col vostro cappello in mano.
-
-«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto
-confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
-dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un
-modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
-col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta
-la mia colpa. Sarebbe un'infamia!
-
-«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto
-che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè
-nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....»
-
- *
-
-Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.
-
-Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi
-e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma
-con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più
-innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.
-
-
-
-
-Efficacia d'una giarrettiera.
-
-
-L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine
-o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per
-rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo,
-quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie
-degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel
-deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il
-cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una
-dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che
-si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa
-calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto
-integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto
-che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino.
-Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no:
-— Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto!
-—
-
-«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don
-Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.
-
-— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
-
-— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere
-con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò
-meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per
-distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.
-
-Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore,
-ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito
-liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete,
-gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura,
-non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a
-predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.
-
-— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio
-_quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.
-
-— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con
-l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
-tavola.
-
-Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico
-meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli
-sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo
-spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato
-scampo in una partita col sagrestano.
-
-Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa
-carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
-o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e
-rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato,
-che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali,
-e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non
-assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il
-diritto di lapidare il parroco!
-
-.... Quand'ecco:
-
-— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
-
-_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere,
-padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più
-bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal
-raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
-sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee
-di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la
-mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso
-che giovevole per sè quanto un tresette.
-
-— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di
-esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il
-Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto
-medesimo della colpa.
-
-— Sentiamo.
-
-— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il
-fine non giustifica il mezzo.
-
-— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i
-machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima.
-
-Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato
-ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e
-cominciò:
-
-— Fu del '70 dopo _il fatto_....
-
-L'altro scosse il capo, d'intesa.
-
-— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una
-cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora
-vedova....
-
-— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle
-mani.
-
-— .... giovane e belloccia.
-
-Ma padre Ignazio chiese malignamente:
-
-— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
-
-Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò
-un poco.
-
-— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania.
-
-E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che
-altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per
-quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.
-
-— Quella vedova era mia penitente.
-
-— Uhm!...
-
-Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva
-anche dei consigli....
-
-— Di che genere?
-
-— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi
-in mezzo per riconciliarsi.
-
-— Al solito; un pretesto.
-
-Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva.
-Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
-inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare
-o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale
-del fatto, era inevitabile arrivarci.
-
-— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua.
-Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.
-
-— _Lætitia, periculosa_....
-
-— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre
-la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra.
-
-Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando
-così il povero amico.
-
-Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel
-modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui
-l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?...
-
-— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa
-non era una scarpa.
-
-— Pantofola?
-
-— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il....
-
-— Malleolo.
-
-— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera;
-la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le
-vedove portassero le calze d'altro colore!
-
-Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.
-
-— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su,
-si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.
-
-— Non importa.
-
-— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte.
-Che pelle è?
-
-— Non so...; di capra.
-
-— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava
-tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
-conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di
-convulso. E voi, padre Ignazio?
-
-— No; grazie a Dio.
-
-Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
-
-— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non
-sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In
-terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi?
-
-— Al muro.
-
-— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel
-piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
-(il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede
-indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il
-_toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo
-se n'accorse, e smise di battere in terra.
-
-Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il
-padre.
-
-— È finita?
-
-— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo
-dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente
-fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato
-via....
-
-— E voi?
-
-— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio!
-
-— Cosa?
-
-— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro
-gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo....
-
-— No, no; non ne voglio più. Avanti!
-
-Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea
-di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.
-
-— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana
-matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una
-fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando
-mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi
-sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi
-predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
-quasi vi invidio....
-
-— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò
-padre Ignazio, con un gesto d'impazienza.
-
-— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora
-però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè
-quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di
-quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.
-
-Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:
-
-— Dunque.... la gamba?
-
-— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo,
-certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
-e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze
-bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere.
-Quel nero....
-
-L'amico affrettava:
-
-— Concludiamo.
-
-— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione,
-là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con
-l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.
-
-— Quale effetto?
-
-— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso
-d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai
-a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo:
-mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre
-Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E
-pareva uscito allora allora dal pericolo.
-
-Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il
-gesuita dimandò:
-
-— Come? il legaccio? che cosa?
-
-— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre?
-
-— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza?
-
-— Sì! La gerr....
-
-— La giarrettiera! Ebbene?
-
-— .... bianca, rossa e verde!
-
-
-
-
-La fortuna di un uomo.
-
-
-I.
-
-Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale curioso tipo di
-patriotta, di filantropo, di pensatore profondo e di parlatore
-arguto. Se fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero forse
-assomigliato a qualche filosofo umorista moderno e accusato di plagio,
-quantunque egli non leggesse che i classici latini e i giornali
-quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte cose, intorno alle donne,
-viveva d'amore e d'accordo con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
-Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere che lo zio non
-avesse mai amato alcuna donna.
-
-Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla sua camera Gaspare aveva
-udito una voce angosciosa esclamare sommessamente:
-
-— Figlia mia!...
-
-Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti i ragazzi e che di lui
-era il difetto più grave, aveva spiccato un salto dal letto ed era
-corso a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. Oh! Di là,
-nella sala attigua, al fioco lume della lampada, una signora vecchia in
-vesti nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, a contatto, su
-di un tavolino, e il tavolino sembrava che ballasse!
-
-A tal vista e alla vista dello zio coi capelli irti, gli occhi accesi
-e fuori delle orbite, la faccia pallida e contraffatta, Gaspare era
-ritornato subito sotto le lenzuola, giurando di non scrutare mai più
-che diavolo si facesse in casa a certe ore notturne; già guarito, e
-per sempre, del suo difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
-quella paura, perchè nell'avanzare degli anni e nel meditare su
-quel ricordo fanciullesco si convinse che se lo zio aveva avuto tale
-orrore dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar in pace i
-morti e non confondersi nel mistero della morte; e anche si convinse
-che se lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla in quel modo,
-con l'aiuto della madre di lei, certo era bene non innamorarsi così
-appassionatamente.
-
-Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi amico dello zio Giorgio.
-Commilitoni nelle schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
-a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva prestato quattrini
-al primo; e come questi, da ignorante qual era, non dimenticava
-i benefizî, quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai suoi
-debitori, dimentico dei crediti.
-
-In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva sospettato che il
-compagno cercasse la morte, e il signor Bicci che il compagno volesse
-salvargli la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul ponte, erano stati
-divisi nella mischia; ma il domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume
-aveva rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e a una gamba
-in modo che si credeva impossibile rattopparlo. Ne rincresceva allo zio
-Giorgio; e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante di giovinezza e
-di energia, dovesse spiacer molto il morire; e, con cuore di filantropo
-e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo al passo dubbioso
-affinchè lo varcasse meno malvolentieri.
-
-— Morire per la patria, in campo di battaglia o dopo la battaglia, è
-sempre glorioso e dolce.
-
-Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
-
-— Una delizia. Ma io non muoio!
-
-— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non credere, del resto,
-che la morte sia brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
-tradotto la sentenza dello stoico.
-
-E Luigi:
-
-— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma io non muoio!
-
-— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse il signor Bicci.
-Poscia tentò una nuova via: — _Morte, che sei tu mai?_ Ciro Menotti,
-caro Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare alla forca.
-
-— Ma io non recito niente, perchè io non vado alla forca: sto qui: non
-muoio!
-
-— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, non dubitare che
-io, di ritorno a Bologna, porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime
-volontà ai tuoi fratelli.
-
-A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del letto.
-
-— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! non muoio! non muoio! Se non
-lo so io, chi l'ha da sapere?
-
-— E tu vivi! — gridò non meno forte lo zio Giorgio, perdendo la
-pazienza. — Ma la tua vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
-che non importava t'incomodassi a difendere! Chi sta bene al mondo ha
-l'obbligo sacrosanto di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
-
-
-II.
-
-Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran
-dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
-nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della
-discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una
-fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna
-vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
-
-Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non
-vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che
-angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per
-tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto
-gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che
-appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente
-lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale
-valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi
-gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio.
-
-Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti
-pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e
-trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più,
-le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale.
-Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno,
-ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici;
-abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero
-da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
-buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono
-quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della
-sua buona fortuna.
-
-Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe
-invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle
-contingenze, ai consigli della ragione?
-
-Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui
-lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i
-ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di
-volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote
-conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio
-un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i
-dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar
-partito dal comune pregiudizio.»
-
-Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi,
-scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se
-stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene
-che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
-dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito,
-diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
-Niente, dunque, volontariato!
-
-La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era
-così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto
-risparmiarsi la fatica di soccorrerlo.
-
-Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la
-prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli
-altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione
-del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo
-lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui
-egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale.
-E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona
-copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di
-cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.
-
-E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve,
-molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
-quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti
-con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.
-
-Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano
-sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti;
-inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un
-pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac;
-si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che
-recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o
-l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna
-angoscia.
-
-Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
-
-A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con,
-negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi
-chiese a Dicci, piano piano:
-
-— E tu?
-
-— Se non ci fosse quest'ottativo....
-
-— A te! copia...; ma cambia le frasi.
-
-.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal
-greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
-
-L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.
-
-In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria
-fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo.
-
-— Bicci Gaspare!
-
-.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
-
-— 824!
-
-— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio.
-
-Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non
-toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre
-o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto
-e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria.
-
-Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un
-cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna.
-
-— 12!
-
-«Jettatore! jettatore!»
-
-Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non
-osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe
-consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così
-stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà
-degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia
-sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che
-è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia
-dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
-domani.
-
-Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò
-da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal
-di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan
-conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.
-
-Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che,
-secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la
-benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie,
-moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia
-qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di
-microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.
-
-Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o
-sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito
-dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava
-che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della
-fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente.
-Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un
-colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola
-dell'infelice destino umano!
-
-E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche
-piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di
-applicazione.
-
-Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode,
-senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo
-di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla
-meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
-insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
-
-Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran
-freddo addosso.
-
-
-III.
-
-La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute
-altre mai in vita sua.
-
-Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al
-nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
-
-— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al
-contrario, non so proprio che consigli darti.
-
-Disse Gaspare:
-
-— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo.
-
-Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso
-abituale:
-
-— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri:
-_rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto
-abbastanza.
-
-Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero
-zio Giorgio! Seguitava:
-
-— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di
-quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
-dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente,
-non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella
-scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un
-mistero. Prendi moglie....
-
-Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di
-nuovo, spalancò gli occhi.
-
-— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so;
-ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno
-vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli
-sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii
-conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno
-se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di
-retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la
-poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio....
-
-E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a
-risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito
-per il medico.
-
-Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo
-disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò
-l'infermo avviato a migliorare.
-
-— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico
-assicura che sei fuori di pericolo.
-
-— Allora..., son bell'e spacciato.
-
-Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò:
-
-— Vado.
-
-E aggiunse:
-
-— Buona permanenza.
-
-Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi,
-cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se
-Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi
-costringendo a singhiozzare anche lui.
-
-Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che
-gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
-penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per
-fortuna i minuti furono pochi.
-
-— Zio!... zio!
-
-Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e
-lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi.
-
-Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in
-lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non
-dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse,
-Luigi gli si accostò.
-
-— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po'
-d'aria. Adesso qui....
-
-Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la
-morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che
-l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse
-avuto allora e sempre il migliore amico.
-
-Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo
-nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza.
-
-— A lei! Una goccia di brodo....
-
-Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
-
-— Ti par proprio che sia morto volentieri?
-
-— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più....
-
-Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete.
-
-— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non
-sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!...
-
-Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui.
-
-Così:... morto. E l'anima?
-
-
-Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al
-tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
-Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo,
-raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato
-agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di
-lutto da osservare, ripensava al mistero della morte.
-
-Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir
-volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un
-benefizio. Ma si è sempre a tempo.»
-
-Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe.
-Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
-carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì.
-
-— Dove vuoi; per un'ora.
-
-Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito
-assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il
-tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel
-nobile cuore?
-
-A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per
-memoria, nello scrittoio; insieme col testamento.
-
-Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in
-perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
-l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a
-Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza.
-
-Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio
-dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della
-patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e
-fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc.
-
-A conti fatti....
-
-Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di
-Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa
-malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura
-malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario.
-
-In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio,
-credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza
-meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si
-ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne
-tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta:
-
-— No di qua! Torna indietro!
-
-Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi....
-
-Dio! che bellezza!
-
-Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra
-celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi!
-
-In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi
-gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva
-nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono:
-io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa
-con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma;
-promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto,
-pietà, fede, amore! E tutto in un istante!
-
-Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì
-composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime
-ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta,
-gli occhi di quella giovinetta.
-
-La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione.
-Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
-
-«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli
-aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi.
-
-E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda
-acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina
-grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
-
-«Ammógliati».
-
-Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza
-lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un
-fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità.
-
-
-IV.
-
-Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era
-detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono
-o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto,
-beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede
-di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione
-al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote
-come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le
-quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo»,
-contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui
-non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di
-quanto meritava.
-
-— Signorino, è troppo! è troppo!
-
-Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter
-vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
-si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di
-lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone?
-
-Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano
-manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso
-del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._
-
-E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava
-per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti,
-addirittura con la bocca:
-
-— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo
-e lasciata l'eredità!
-
-Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere
-d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
-piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo
-avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro:
-— Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a
-mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè
-poteva, essendo men tristo di loro.
-
-Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno
-di un'anima che lo comprendesse.
-
-.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì
-chiedere dall'alto:
-
-— Sei tu?
-
-Rispose:
-
-— Nossignora, sono io.
-
-Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo
-piano.
-
-— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.
-
-Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi,
-gettò il resto del cerino e salì più in fretta.
-
-Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
-
-— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era
-corso a suonare il campanello.
-
-Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
-
-— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo,
-le mie condoglianze.
-
-— Grazie.
-
-Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
-
-— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire!
-
-— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi
-intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E
-Luigi non veniva! Tornò a suonare.
-
-La signora Tredòzi sorrise.
-
-— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi....
-
-Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi?
-
-Ma no, eccolo.
-
-— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi!
-
-— Buona notte, signor Bicci.
-
-Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta
-quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un
-ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi?
-
-Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali
-ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa
-interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente,
-ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
-la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a
-un ingegner Tredòzi?
-
-E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle
-rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui
-si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche
-parlarsi.
-
-Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle
-parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che
-hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo;
-accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un
-favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava.
-
-Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne
-uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve
-incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte
-cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le
-si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai
-a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine,
-che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava
-essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e
-uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia.
-
-Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò
-uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come
-discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che
-se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle
-eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere
-possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito.
-Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
-sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non
-c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la
-perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma
-stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia!
-
-Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito,
-coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del
-matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto.
-
-«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma
-non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
-gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare
-sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era
-ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato.
-Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto
-tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe
-un'opera quasi pietosa confortando una povera donna.
-
-— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno
-sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non
-trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione.
-
-E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle
-palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
-che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico:
-
-— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo!
-
-La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si
-nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere.
-
-
-V.
-
-Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del
-conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare
-della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande
-velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
-al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi!
-
-C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
-
-— Sì. _Lui_ va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove.
-Resterà fuori un mese e mezzo!
-
-La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la
-inebbriava, l'ammattiva.
-
-— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che
-quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.
-
-E Silvia, ridendo, soggiungeva:
-
-— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà
-male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!
-
-Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un
-altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a
-Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva
-essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
-del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena
-un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
-Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo
-giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
-dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori.
-Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso
-di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e
-all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un
-vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano
-abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore
-d'adesso» — ripeteva. Vecchi?
-
-Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o
-ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire;
-e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse
-predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una
-bruna, quale la signora Silvia.
-
-Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere.
-Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.
-
-Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava
-cautele.
-
-— È geloso? — domandava Gaspare.
-
-— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io
-voglio che mi stimi a suo dispetto.
-
-Onesta per dispetto!
-
-— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
-
-Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì.
-
-— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
-
-E lui:
-
-— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente:
-«dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te».
-
-Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu
-il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante
-lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i
-romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini
-più frequenti; ivi gli dava del _tu_ non a bassa voce o a voce troppo
-bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente
-Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito;
-qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: —
-Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da
-mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la
-peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una
-terza: una revolverata a lui, Gaspare!
-
-Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già
-desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse
-nei limiti della discretezza.
-
- *
-
-Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande
-intenzione, non gli fosse esaudito?
-
-Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese),
-stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e
-alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li
-interruppe.
-
-— Lui!
-
-Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa.
-
-— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata.
-
-— Dio!... Nasconditi; subito!
-
-— Dove?
-
-— Sotto il letto;
-
-Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
-
-— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva,
-Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
-lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci;
-bestiale l'una; fioca l'altra.
-
-— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al
-fresco!
-
-— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
-
-— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
-
-— Vertigini.
-
-— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! —
-Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
-Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle
-dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
-
-E quindi la voce fioca:
-
-— Ecco la camicia; ecco le mutande.
-
-Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
-
-— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo!
-
-E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro:
-
-— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
-
-— L'abito!
-
-— Lo cerco.
-
-— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
-
-— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri.
-
-— Spicciati!
-
-Ma:
-
-— Non c'è.
-
-Allora il marito cadenzando la parola con ira:
-
-— È nell'armadiooo!
-
-— No, ti dico!
-
-— Sì, ti dico!
-
-Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La
-vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il
-marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver;
-a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la
-catastrofe.
-
-— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio!
-
-Il marito esclamò, più forte della moglie:
-
-— Sei matta?
-
-— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
-
-— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto?
-
-— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
-
- . . . . . . .
-
-Gaspare spingeva. Ella aperse.
-
-— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
-
-
-VI.
-
-Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si chiudeva, a chiuderlo
-con istrepito Gaspare preferì trarlo accosto. Ma uscendo, il marito
-al quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò e collegò un primo
-sospetto alla storia dell'abito che la moglie aveva voluto non fosse
-nell'armadio e allo svenimento improvviso; sicchè i sospetti crebbero.
-
-— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho dovuto svenire
-altre due volte, dopo desinare.
-
-Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le scampanellate;
-il rifugio nell'armadio; gli svenimenti sapevano di _pochade_; e
-assistendo alle _pochades_ Gaspare aveva riso sempre, di gran gusto,
-ma non gli era mai parso bello imitarne gli eroi. S'aggiunga che nella
-vita diviene non di rado tragedia quel che in teatro equivale alla
-_pochade_; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo da lasciarsi prendere
-pazientemente in giro.
-
-Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere di ridar la pace a
-un uomo e di salvare la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
-anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che eccitava a pazzie
-l'innamorata. Bisognava, magari, mutar casa.
-
-Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare un secondo motivo, che
-non avrebbe confessato neppure a un amico intimo, neppure a Luigi.
-
-Ed era questo: due notti addietro egli aveva preso sonno prima d'aver
-spento il lume e facendo per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
-gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o meglio, un'imagine,
-una larva che lo guardava con occhi stupiti e dolenti quasi di non
-riconoscerlo. Balzato a sedere sul letto, la fantasma si era dileguata
-súbito. Un'allucinazione senza dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso.
-Ma la sera per precauzione non si era dato il disturbo di spegnere
-la candela. Ed ecco, a trarlo con freddo orrore del dormiveglia, ecco
-lo spirito entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo doloroso e
-incerto; più vicino, più vicino....
-
-Questa volta egli aveva messo un grido. E lo spirito, via.
-
-Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare un raziocinio:
-forse quell'anima, non sentendosi da tempo più chiamare per mezzo del
-tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; onde arguivasi che
-l'anima dello zio era andata da un'altra parte.
-
-Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
-
-.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva deride?...
-Insomma, fosse pazzia o no, per tutta la notte non gli era stato
-possibile richiuder occhio; e conveniva evitare una malattia
-d'insonnia, e paure, angustie.
-
-A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. Confermandolo nella
-determinazione della notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e di
-ridere de' suoi terrori notturni.
-
-Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe ad abbandonar la casa
-ove era invecchiato e dove il padrone era morto?
-
-Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti con aria meditabonda.
-
-— Signorino, questa casa non è più per noi.
-
-Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? O forse il buon uomo,
-consapevole della tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
-
-Gaspare non interrogò; rispose:
-
-— Hai ragione. Cercheremo un appartamento ammobigliato.
-
-Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in una delle vie principali;
-a buon prezzo: in casa del cavalier Squiti.
-
-Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, che Bicci le gettò nel
-balcone: In casa e nel vicinato tutti sapevano, spettegolavano,
-malignavano, mormoravano, spiavano. Era inevitabile una tragedia
-se qualche voce perveniva all'orecchio di Tredòzi. Diveniva obbligo
-d'un gentiluomo, in tal caso, salvar la fama e la vita d'una signora,
-allontanandosi. Oltre a ciò, per faccende d'interessi, Gaspare chiedeva
-a Silvia una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali e chetati
-sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro colloqui nella casa in cui
-egli andava ad abitare, o altrove.
-
-Piacesse o no alla signora, questo era buon senso, questa era prudenza!
-
-
-VII.
-
-Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato della Provincia
-e persona molto grave, non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
-volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi tra celesti e verdi;
-capelli biondi; portamento modesto e gentile.... Assomigliava alla
-signorina che si recava al giardino pubblico il dì mortale dello zio
-Giorgio. Lei?
-
-Forse non era; ma le assomigliava in modo che a vederla una dolcezza
-grande veniva, per gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
-quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, con la rapidità
-del destino, egli, che dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti
-all'amore buono e al consiglio dello zio, ne rimase conquiso. Tale,
-infatti, tale gli appariva la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni
-che non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! Tale era
-la donna amata e da amare: fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
-più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner Tredòzi! E a Gaspare,
-certo che stavolta era la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
-cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica giovinetta in
-moglie.
-
-Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver visto quell'angelo per la
-quinta volta, Gaspare uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
-usciva; e s'accompagnassero per istrada.
-
-Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! Che galantuomo! — esclamò
-l'uno.
-
-E l'altro: — Lo conosceva?
-
-— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la verità; un filosofo; ma
-che cuore, che cuore! E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
-Bicci!
-
-— Ah sì!
-
-— E che bene le voleva, a lei! A discorrere di suo nipote, ci godeva;
-proprio come un padre.
-
-— È strano — disse Gaspare: — di me non ne parlava mai con me.
-
-Ma il cavaliere si fermò di botto.
-
-— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
-
-Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente incongruenza di
-quell'_a proposito_, Bicci chiese:
-
-— Suono?...
-
-— Il piano?
-
-— Sì, alla peggio.
-
-— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti levandosi gli occhiali,
-pulendone le lenti e rinforcandoli: — non il pianoforte, però; uno
-strumento più geniale — come dire? — più canoro, più.... cordiale.
-
-— Il violoncello?
-
-— No, il clarinetto.
-
-Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere col clarinetto in
-bocca; e tacque.
-
-— Creda a me: la musica è il miglior conforto nelle disgrazie — seguitò
-l'altro.
-
-— Lo credo.
-
-— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
-
-Gaspare allora esclamò entusiasta:
-
-— Volentierissimo!
-
-— Stasera?... Potrebbe?
-
-E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le lenti.
-
-— Sissignore, posso.
-
-Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a dire, senza più
-sorridere, con tutta gravità:
-
-— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso non ha tempo.
-
-— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale battè forte il cuore.
-
-— Non ho figliole: la mia pupilla.
-
-«La sua pupilla? La signorina era sotto la sua tutela?» E Bicci pensò
-con nuova tenerezza: «Orfana come me!»
-
-— La signorina Roccaforte è per me quel che era lei per suo zio. L'ebbi
-in casa bambina. Il padre....
-
-Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, intanto che benediceva
-suo zio e il clarinetto.
-
-Poi, essendo già innamorato e con la testa nel cuore, si dimenticò di
-chiedere allo Squiti perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo di
-sonare.
-
-Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto della signora Silvia. Ah
-la virtù di ogni amor buono su ogni amore disonesto!
-
-Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di
-rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
-con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che
-scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo
-presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce:
-
-— Erminia!
-
-Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi,
-lentamente....
-
-— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che
-la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico
-Griboldi, suo promesso sposo.
-
-— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia
-sorrise a pena a pena.
-
-— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. —
-Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
-Bicci, di odiare una cosa bella?
-
-— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia.
-
-Il primo pezzo — del _Faust_ — procedè a meraviglia, quantunque le
-mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor
-proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo,
-la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì
-che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere,
-deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser
-grave.
-
-— Oh che orecchio! che orecchio!
-
-Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che
-cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di
-colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! —
-E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è
-fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno
-la suocera!»
-
-— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere.
-
-Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore.
-
-Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover
-essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande
-sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una
-ragazza innamorata e fidanzata d'un altro.
-
-
-VIII.
-
-Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di
-pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
-dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la
-vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era
-una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi
-delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce,
-in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una
-persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al
-padrone di casa!
-
-Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi
-altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
-resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte.
-
-Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva
-al desiderio del mirabile viso.
-
-«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe
-che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che
-gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò
-una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di
-lui, vi penetrò.
-
-— Lei.... tu!...: qua?
-
-— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi.
-
-— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì lui, trovando il tono
-giusto.
-
-— Vile!
-
-Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore agl'insulti; freddo,
-quasi sprezzante.
-
-— Non vi avevo chiesto quindici giorni di libertà? Ho i miei affari
-anch'io; avevo, ho bisogno di tranquillità, di riposo.
-
-— Ah Gaspare, Gaspare!
-
-Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; a un tempo,
-lagrime di duolo e fiamma di tentazione e di colpa.
-
-— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! Non l'hai dunque l'anima?
-Dodici giorni senza passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
-nemmeno una riga!
-
-Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. Deliberato tuttavia a
-finirla, Bicci, che voleva finirla da gentiluomo, esclamò:
-
-— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo leale, rincresce offendere
-un uomo leale com'è l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
-
-A quest'affermazione Silvia avvampò più che a uno schiaffo.
-
-— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli prima, quando.... Tu menti!
-Adesso capisco che non mi ami più!
-
-Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza con l'amore?
-
-— .... Adesso voglio saper il resto; proprio tutto! Perchè
-abbandonarmi?... Dimmene la causa vera, subito! — L'investiva,
-inviperita. — Subito!
-
-Che dirle? Rispose:
-
-— Che volete che vi dica? Incompatibilità di carattere: voi siete piena
-di fuoco; e io....
-
-— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non può esserci che tra marito
-e moglie! La ragione vera le la dirò io! Tu hai una nuova amante!
-
-— No; ve lo giuro.
-
-— Spergiuro! Infame spergiuro!
-
-Era inutile discutere quando non valeva giurare. Gaspare non aveva
-ancor scosse le spalle che già Silvia gridava:
-
-— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? T'inganni! Io ti detesto,
-ma io ho dei diritti su di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
-morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu mi hai sedotta!...
-C'è il vincolo del rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
-ti caverò gli occhi; a te o a lei; così imparerai a conoscere le
-gentildonne!
-
-Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io sono una
-gentildonna! — E partì, finalmente.
-
-.... Se non che Bicci non gioì neppure della liberazione da quel giogo.
-Soggiaceva perduto, affannato, disperato a un maggior peso, all'amore
-fatale e contrastato dal destino. E non un amico col quale confidarsi!
-Avrebbero riso gli amici: un innamorato muove sempre a riso come chi
-cada goffamente in terra. Lui dove mai era caduto?
-
-Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza del suicidio, si
-abbandonò e parlò al solo che lo compiangerebbe.
-
-— Sono innamorato, Luigi.
-
-Luigi si mise a ridere.
-
-— Eh, lo so da un pezzo!
-
-— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò Gaspare,
-abbattuto. — Credi di quella?
-
-— Di tutt'e due: di quella e di questa.
-
-— No no: solo di questa qui, della signorina — egli protestò —; ed è
-già impegnata!
-
-Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse ch'essere innamorato di
-una sola fosse un malanno assai più serio. Poi disse:
-
-— Perchè non andiamo in campagna? A mutar aria....
-
-Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, gli svaghi
-campestri, la caccia, il ristauro della villa potrebbero davvero
-guarirlo. Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir d'amore?
-
-
-IX.
-
-Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che passava il tempo, la
-cotta permaneva. La passione del nipote diveniva una passione più
-grave, più affannosa forse che quella del povero zio! Perchè se Erminia
-fosse morta dopo avere amato lui, com'era accaduto allo zio, meno
-male! Erminia invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe sempre
-quell'altro! E Gaspare era innamorato in modo che quando, in certi
-momenti, credeva d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
-tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e con essa quella pena al
-cuore come di un male che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
-un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio patito; una
-intollerabile smania di rivedere in realtà l'amata donna; una rodente
-gelosia. Oramai egli non si diceva neppur più uno stupido, convinto
-sempre più che Erminia era per lui la donna unica; che lei, proprio
-lei aveva incontrato al passeggio nel giorno funesto; che altre bionde
-così belle o più belle ne potevano esistere, ma che egli non avrebbe
-potuto amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte del buonsenso.
-Essendo perciò impossibile la guarigione e assurda ogni speranza, Bicci
-aspettava il compimento del suo destino, qualunque si fosse. E compieva
-frattanto il ristauro della villa; il quale era proceduto a meraviglia.
-
-Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 luglio — egli se
-ne stava tra gli operai allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
-giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre triste — parve di
-veder l'annuncio della sua morte; ma, aperto il foglio e letto il nome
-— oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e non di dolore. Oh gioia! A
-precipizio, come pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
-
-Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; eppure un'onda
-di gaudio gli travolgeva ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
-umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con lagrime ferme su gli
-zigomi — lagrime di felicità — gridò:
-
-— È morto!
-
-— Chi?
-
-— L'avvocato Enrico Griboldi!
-
- *
-
-Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare,
-con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al
-buonsenso.
-
-Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in
-colpa sua, sì della morte, giova di _réclame_: e che egli, se non
-fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra
-parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta
-che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli
-bisognerebbe aspettare.
-
-— Quanti mesi?
-
-Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più
-breve che fosse possibile il cordoglio.
-
-
-E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il
-cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse:
-
-— _Morte fura i migliori e lascia stare i rei._
-
-Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso
-singolare a un genere di sventura.
-
-— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire
-nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!...
-
-— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo,
-d'una meningite acuta!
-
-— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E la signorina?
-
-L'altro scosse il capo.
-
-— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol più veder nessuno; non esce
-di casa: un martirio! Le è venuto a noia anche il clarinetto. anche la
-musica, che è il miglior conforto nelle disgrazie.
-
-«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non tornò ad abitare a Bologna
-che al termine dell'ottobre.
-
-Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi condolgo — oppure: —
-Signorina, le mie condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli salutò
-e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, volgendo gli occhi a terra;
-la signora Squiti sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio si
-prolungava un po' troppo — Bicci ebbe una espressione felice: — Povero
-giovane!
-
-Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la signora intraprese
-l'elogio del morto. Annuiva Gaspare ad ogni lode, e gli costava così
-poco!; ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar la dolente; e
-pensava: «O il dolore è per le donne, o le donne sono per il dolore:
-diventano più belle!»
-
-Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; di guisa che la
-Squiti, accompagnandolo sino alla porta, gli susurrò:
-
-— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di casa, e la sua compagnia
-ci sarà di sollievo. Se ne ricordi.
-
-— Non dubiti, signora.
-
-Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado però nelle seguenti visite
-quotidiane, non volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire la
-bussola. Poco giovava che la signora Squiti s'appigliasse a tutti gli
-argomenti, se tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
-
-Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
-
-— Perchè non si prova a leggere, signorina?
-
-— Non posso; no; è impossibile!
-
-— E se leggessi io?
-
-— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà anche me. Bravo, signor
-Bicci!
-
-E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
-
-Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si avvicinarono le feste
-natalizie. «Quanto saranno tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
-conforterebbe sapere che io l'amo, anche se lei, per adesso, non abbia
-voglia di far all'amore?»
-
-Còlto quindi un momento che la signora Squiti non v'era, egli
-interruppe una lettura per guardare Erminia negli occhi. I quali si
-abbassarono; subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
-oramai? Un po' troppo, via!...
-
-— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo la bussola.
-
-— No — Erminia rispose in modo semplice e in tono tranquillo.
-
-Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
-
-E lei:
-
-— Io gli volevo molto bene.
-
-E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
-
-— A me sembra che _amare_ significhi più e meno di _voler bene_. A
-Enrico io gli volevo bene, perchè egli mi amava; ma sono certa che
-divenuto mio marito mi avrebbe anche voluto bene. Capisce?
-
-Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto perplesso a
-chiedersi: «E io che cosa dovrei dirle? Che l'_amo_, o che le _voglio
-bene_?» Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo cervello.
-Evidentemente, pur volendo bene assai al Griboldi, Erminia non ne era
-molto innamorata. Perbacco!... Quasi spinto da una molla allora balzò
-in piedi:
-
-— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi è odioso!
-
-Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
-
-— L'amo! Io l'amava due giorni prima di sapere che lei era fidanzata;
-forse l'amavo avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, un giorno
-che lei andava al giardino; e adesso che la vedo soffrire, l'amo e le
-voglio bene!
-
-La signorina, fredda, rispose:
-
-— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, perchè adesso il mio cuore
-è di pietra; la seconda, perchè, dopo quello che lei mi ha detto, io
-debbo pregarla di cessare le sue visite.
-
-— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente Gaspare. — Io non vivo
-senza vederla! Muoio anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda ogni
-giorno....
-
-Ella taceva.
-
-— Signorina....
-
-Gli occhi a terra; e zitta.
-
-— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a mani giunte, attendendo.
-
-Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti s'arrestò, trattenuta da
-un improvviso sospetto; così Erminia dovè concedere due grazie in una
-volta.
-
-— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella disse — può
-riprendere il clarinetto.
-
-
-X.
-
-Quando alla signorina Erminia non mancava che un mese per compiere
-l'anno di lutto, Gaspare Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
-Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse nella risposta
-un'apparenza anche più solenne della solita.
-
-— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo
-di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione;
-fosse anche milionario. Lei....
-
-— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si
-salva.
-
-— Dunque eserciti!
-
-Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e
-avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
-
-Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non
-concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò
-che vorremo.
-
-Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese
-passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
-fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non
-perduto il tempo del fare all'amore.
-
-Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una
-naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a
-tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e
-mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per
-i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
-dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir
-difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
-
- *
-
-E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno
-e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo
-Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner
-capo. Misericordia!
-
-Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto
-il viso ferino, senza guardare, chiese:
-
-— Lei è il signor Bizzi?
-
-— Nossignore: Bicci.
-
-— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. Aggiunse: — Il decreto dice
-Bizzi. — Però, nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un errore
-nel decreto; giacchè fece una smorfia di meraviglia.
-
-— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
-
-Misericordia! L'ingegner capo era....
-
-Balbettò Gaspare:
-
-— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir vero, fosse divenuto
-irriconoscibile a riconoscere colui: Tredòzi!
-
-— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
-
-— Cercherò....
-
-— Benone! Venga di qua.
-
-Lo condusse nella camera attigua, in cui altri due giovani scrivevano
-o disegnavano; e prese alcune carte.
-
-— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... Alle quattro vedremo che
-cosa avrà saputo farmi.
-
-— Non son cose difficili. — disse Bicci.
-
-— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi lo battè con la mano su la
-spalla:
-
-— Gran bravomo suo zio!
-
-Dopo un poco uno dei giovani colleghi si volse a Gaspare:
-
-— Fortunato lei!
-
-E il compagno:
-
-— È il primo che quel cane non tratta da cane.
-
-Se non che anche di così innocente fortuna, dovuta in gran parte a
-una virtù o memoria famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
-quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
-
-Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; disapprovò
-l'opera degli altri due; poi, appena costoro furono usciti, ordinò a
-Gaspare:
-
-— Lei oggi verrà a desinare da me.
-
-— Impossibile!
-
-A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi ogni impronta di
-umanità.
-
-— Tenga a mente che per me non c'è nulla d'impossibile, mai!
-
-— Ma...; ecco....
-
-— Che cosa.... ecco?
-
-— Io sono fidanzato....
-
-— Benone! No! malissimo!
-
-— .... e per stasera ho promesso....
-
-— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; l'avvezzi per tempo, la
-sposa. Crede che sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse che le
-fa ora?
-
-Fu inutile resistere.
-
-Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e compianto troppo tardi,
-fingeva, lo traeva in un'insidia?
-
-— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè io sono alla
-buona: leale, sincero, schietto come suo zio e come sarà lei.
-
-Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere. Nondimeno non era
-una disgrazia anche questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
-d'amore o d'odio, si compromettesse e lo compromettesse? E in tal caso
-che accadrebbe, buon Dio?
-
-Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta a conoscere di
-persona il nipote del signor Giorgio, che (già!) conosceva solo
-di vista.... Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o che
-imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta disinvoltura e sicurezza di
-spirito, si convinse d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
-
-Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì a dire — e aveva uno
-sguardo torvo:
-
-— Sai che questo disgraziato prende moglie?
-
-Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il quale Gaspare rabbrividì.
-
-Invece ella, dopo, sorrideva.
-
-— Davvero? Me ne congratulo!
-
-— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io lo compiango! Una
-corbelleria! uno sproposito! un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
-non commetterebbe!
-
-Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò lui, quand'era
-moribondo....
-
-— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi si ha perduta la testa!
-
-Intanto Silvia esortava Gaspare:
-
-— Non gli badi. Scherza.
-
-— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse per annegare e io gli
-allungassi una mano, ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
-annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta pur sicura che darà
-retta a te!
-
-— Tredòzi!
-
-Imperterrito il marito proseguì:
-
-— Pensare che io cederei fino mia moglie!
-
-— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora Silvia rossa in viso, in
-atto d'alzarsi. Ma Tredòzi non si scompose.
-
-— Non offendo nessuno. Confronto il bene della libertà individuale al
-vincolo del matrimonio e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
-sventura possibile, gli auguro la fortuna che ho avuta io.
-
-— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
-
-Per fortuna la signora Silvia introdusse un altro discorso, e
-l'ingegnere, il quale perdeva l'argomento preferito, si quietò e
-riparlò solo tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
-
-L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» riflettè Gaspare.
-
-— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la signora.
-
-— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... Oh! Ella non si turbava.
-
-— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; e io non ne sono gelosa.
-
-Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe baciata. Ma non c'era da
-fidarsi ch'essa interpretasse giustamente la ragione di quel bacio.
-
-— Ed è bionda, o bruna?
-
-— Bionda.
-
-— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni ha?
-
-— Diciannove.
-
-— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
-
-Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una bionda si stancherebbe,
-presto? E volle le narrasse la vera storia dell'innamoramento; a che
-egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti bugie, nella maniera
-di tutti gli autobiografi. Infine la signora chiese:
-
-— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito amarci, non possiamo
-volerci bene?
-
-La distinzione d'Erminia!
-
-— .... e non restiamo amici?
-
-— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto, salvo. S'imaginava
-d'esser salvo da ogni castigo.
-
-....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio e parlò
-pacatamente:
-
-— Se il far la corte a mia moglie bastasse, caro Bicci, per mandare a
-monte il suo matrimonio, la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
-ma non avendo questa speranza, l'avverto che sono le dieci, e andiamo
-a letto.
-
-
-XI.
-
-Come certe cose procedono sempre a un modo per tutti, non è da far
-meraviglia che anche per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio di
-nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma per Erminia e Gaspare la
-luna di miele sarebbe durata Dio sa quanto, se Dio non avesse permesso
-a una cattiva donna d'intorbidarne il dolce chiarore; di provare quel
-che possa l'odio di una donna e a che perfidia la sospinga la vendetta.
-
-Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò all'ufficio, riebbe ore
-di umor buono; durante una delle quali disse a lui, il solo benvisto
-subalterno: — Silvia desidera fare la conoscenza della sua signora.
-Contentiamola. Tanto, da mia moglie sua moglie non imparerà nulla che
-già non abbia imparato.
-
-Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche cosa sapeva la quale
-Erminia non avrebbe dovuto saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
-a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza tra sua moglie e
-l'antica amante.
-
-Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina di dovere, e basta....
-
-Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in questo mentre aveva
-conchiusa amicizia con la Squiti; cosicchè la relazione temuta e
-sconvenevole diventò naturale, necessaria.
-
-Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle conversazioni in casa
-Tredòzi venivano, oltre che gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e
-sonava (solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto); nè rimanevan
-tempo e agio per confidenze tra Silvia e Erminia.
-
-Ma a poco a poco la perfida donna, abile a non farsi scorgere da
-alcuno fuorchè dalla sposina, cominciò a tormentar Gaspare con
-occhiate patetiche. E non bastava: gli susurrava, fugacemente, parole
-all'orecchio; parole di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
-
-«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è un angelo».
-
-Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli dovè pensare:
-
-«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto infelice, tra
-breve — non imaginava in che belva l'angelo si trasformerebbe, in che
-demonio scatenato!
-
-Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia gli disse:
-
-— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi a casa.
-
-Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
-
-— Allora accompagnerò io voi.
-
-— Non importa....
-
-Ella sorrise.
-
-— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è una stupida, lei!
-
-Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro infernale.
-
-— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente! Quella sfacciata
-t'accompagna anche a casa, dopo i convegni!
-
-— Non è vero!
-
-— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi era quella che veniva a
-trovarti quando io era fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
-tardi! Assassino!...
-
-— Erminia, t'inganni....
-
-— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A questo modo! Io! da te!
-
-La bile si disciolse in pianto; ed ella prese a invocare il morto, in
-guisa che straziava l'anima:
-
-— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi saresti rimasto fedele
-eternamente!... Non mi avresti tradita, tu, con la moglie del tuo
-capoufficio! Oh il mio Enrico!... È un'infamia! un'infamia!
-
-Proteste, giuramenti non valsero; la confessione sincera e piena non fu
-creduta; la felicità di due che s'adoravano, distrutta per sempre; il
-letto coniugale diviso per sempre....
-
- *
-
-No: il letto restò diviso solo due notti; chè Erminia volle togliere al
-marito ogni ragione di tradirla.
-
-Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono Gaspare un mattino
-ch'egli li consultò, sentendosi alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
-quei libri, un rimedio.
-
-«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia moglie non abbia più
-ragione d'amarmi tanto».
-
-Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio _chi sta bene non si
-muova_; e chiedere un trasferimento da Bologna valeva come sfidare
-la pazienza dei superiori. Ah quanto fu brutto quel mese d'incertezza
-affannosa nell'attesa del trasloco!... Lo manderebbero in Sicilia? in
-Sardegna? in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
-
-.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche questo bel colpo
-di fortuna non fu sufficiente alla pace di tutti, alla contentezza
-assoluta di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne cupo; scosse
-il capo mestamente.
-
-— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due torri io non le lascio!
-Eppoi, se con la signora, andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
-a Milano! Insomma, io non ci vengo.
-
-— Luigi, ti prego....
-
-Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, Luigi scoteva il
-capo, e ripeteva nel suo linguaggio:
-
-— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che «zuccata» abbiamo avuta!
-
-
-XII.
-
-A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva.
-Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
-e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne
-l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da _parvenus_. La Galleria?
-Un ridotto per i cantanti a spasso e le _cocottes_. Il Duomo?... Oh il
-Duomo d'Orvieto!
-
-Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica solitudine d'Orvieto al
-pandemonio di Milano! Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare un
-poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, si sentiva non più che un
-borghese pacifico nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere al
-Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, che si chiamava Bicci, e
-a cui Milano sembrava la più bella città del mondo.
-
-Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la dimora a Milano fu
-causa e pretesto ai dissidi, dei quali per l'addietro la gelosia era
-parsa la sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si acuirono. Che
-giovava a Gaspare l'arrendersi?
-
-Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. Se egli dava
-torto alla moglie, erano raffacci, lagrime, svenimenti, convulsioni:
-un inferno; e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva perchè non
-voleva la considerasse malata o matta.
-
-Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta e non temuta! Addio
-sereni giorni del celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
-miele!
-
-E come per l'addietro si era compiaciuto di non aver figlioli,
-risparmiandosi tutte le pene dell'allevamento e dell'educazione, così
-adesso il povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei figli la sua
-disgrazia coniugale. E almeno avesse avuta la suocera, che per lui
-sarebbe stata, adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
-
-Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
-
-— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E al marito —: La
-distragga.
-
-Ahi! come distrarre una creatura che preferiva Orvieto a Milano? che
-non voleva uscire di casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
-nessuno? che non parlava quasi più? E venne il dì che a Gaspare parvero
-invidiabili i giorni in cui almeno si litigava.
-
-Durante quel silenzio ostinato e irragionevole della sua signora i più
-neri pensieri, i più foschi sospetti trovavano luogo pur nella testa di
-Bicci; tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a casa, abbreviò
-la consueta passeggiata e la sosta al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora,
-il ritorno a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: al buio,
-nell'ingresso; poi, in punta di piedi, venne alla cucina. Buio anche
-là. Avanzò allora fino all'uscio della camera da pranzo, ascoltando...;
-e udì, lieve come un sospiro:
-
-— Enrico!
-
-Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! Infami!
-
-Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che non s'è adirato mai
-in vita sua, Gaspare spalancò l'uscio.... E la signora e la serva,
-senza far motto, lasciarono andare il tavolino su cui avevano tenute a
-contatto le mani.
-
-— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... A te! A te! — e con
-voce strozzata, dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, gettò,
-venti, trenta lire alla serva che lo contemplava stupita.
-
-— Vattene! Vattene!
-
-— Ma cosa ho fatto?
-
-— Tener mano!... Via! fuori!
-
-— Ma che male c'è? — cominciarono a dire insieme le due donne.
-
-— Via! Via!
-
-Sempre più minaccioso, con la destra in alto, lui, Bicci, Gaspare!,
-spinse con la sinistra la serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia
-sorrideva sarcastica.
-
-— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai insegnato tu? non mi dicevi
-tu che faceva così tuo zio?
-
-A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva
-fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di
-miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a
-sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva
-a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo,
-tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale.
-
-«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già
-stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
-un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha
-esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
-Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio
-zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme;
-tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento
-mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo!
-Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
-niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o
-non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni
-tranquilli?...»
-
-Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa:
-
-— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una
-colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
-bisognerà venire alla separazione.
-
-Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì:
-
-— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti....
-
-Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi
-scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
-
-— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai
-più!
-
-Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del
-cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto,
-il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder
-pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera.
-
-
-XIII.
-
-Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio che tutto il male
-non viene per nuocere, se Erminia avesse seguitato a lungo nel buon
-mutamento. Riprese a uscire di giorno e di sera; riprese a discorrere
-e, grazie a Dio, senza litigare. Ma tanta felicità poteva durare un
-pezzo?
-
-E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo dell'isterica donna, con
-la intollerabile intolleranza d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
-mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. Non poteva soffrire neanche
-le persone che avessero avuta qualche somiglianza di gusti con lei.
-
-Infatti una volta all'_Eden_, ove egli si divagava ma si annoiava
-Erminia, Gaspare scorse, non più rivisto da anni, il più caro compagno
-e più allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, un pittore
-già in fama a Parigi; e benchè ricordasse il consiglio dello zio
-«Sta lontano agli artisti» (il povero zio l'aveva anche esortato ad
-ammogliarsi!), egli lo chiamò:
-
-— Ehi, Monarchi!
-
-— Oh! Chi vedo!... Bicci!
-
-— Tu, qua?
-
-— Tu, qui?
-
-A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne dietro la presentazione
-della signora.
-
-Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo elegante, con la caramella
-all'occhio destro e copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
-delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, di Parigi, fino
-d'Orvieto. «Erminia ne resterà contenta» pensava Gaspare. Invece, chi
-lo crederebbe?, quando se ne fu andato Erminia disse:
-
-— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se verrà a trovarmi prima di
-partire, farò dirgli che non sono in casa.
-
-Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più lo rividero, tranne, da
-lungi, due o tre sere a teatro.... A teatro?
-
-Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova smania, una nuova pazzia!
-Convinta che per essere notati a Milano bisognava spendere, si mise
-a spendere e a spandere rovinosamente in gioielli e abiti; e dal suo
-palco pretendeva insegnar «il buon gusto nella moda» alle milanesi!
-«Non basta seguire la moda!» diceva.
-
-Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza ricchi da impartire
-cotesto insegnamento, ella gli si scagliò contro:
-
-— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? Dov'è la mia dote?
-Quando, con chi l'hai consumata? — E così via, fino a giungere allo
-svenimento e alle convulsioni.
-
-C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni di «Enrico!
-Enrico!» e le pratiche spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
-dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche santo — pensava — mi
-aiuterà».
-
-E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; desiderosa di quiete
-e di solitudine. Un santo era intervenuto.
-
-Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche a meditare il suicidio;
-e lo diceva. Che giorni per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
-a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, all'ufficio,
-lui, il povero marito, dubitava di trovarla, al ritorno, impazzita del
-tutto, oppure asfissiata.
-
-Un Calvario! E non era più possibile tirare avanti un pezzo così. E
-solo un colpo di fortuna poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
-
- *
-
-Verso le cinque pomeridiane egli saliva le scale di casa sua, superando
-ogni gradino con lo sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
-era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò alla disperazione
-della cuoca.
-
-— La signora.... non c'è più!
-
-Morta?
-
-— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
-
-— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, la donna.
-
-Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: «Ad annegarsi. È finita!
-Ma che guaio!»
-
-— Di', parla! A che ora?...
-
-— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
-
-Ad annegarsi con la valigetta?
-
-— E non ti ha detto nulla?
-
-— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su lo scrittoio.
-
-— Ah! Meno male!
-
-Si precipitò nello studio. Lesse:
-
- «_Gaspare_,
-
-«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco lealmente, e ti giuro
-che mi annegherei se non fossi persuasa di saper rendere felice
-Gino Monarchi. Vado con lui a Parigi. Tu vieni in Francia: vi faremo
-divorzio; così sarai libero di trovarti una donna degna di te. Addio.
-
- «_Erminia._»
-
-— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero al traditore.
-
-Per altro, gli sembrava che una mano benefica gli levasse, o dalle
-spalle, o dal petto, o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
-d'addosso — un enorme peso; e tant'era il sollievo, che gliene conseguì
-una mitigazione all'ira, un senso di dolcezza; e tant'era buono, Bicci,
-che a poco a poco il sollievo e la dolcezza gli si convertirono in un
-senso di pietà.
-
-«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà presto di qual
-natura è quella donna!» «Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
-d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a me!»
-
-E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato interamente a
-se medesimo, da morte a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
-arriverebbe prima lui della lettera —:
-
- «_Caro Luigi_,
-
-«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono salvo, libero, felice;
-l'uomo più fortunato del mondo! E corro a Bologna da te.
-
- «_Il tuo Gaspare._»
-
-
-
-
-Una “scampanata„.
-
-
- In Romagna.
-
-Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, frotte loquaci di donne,
-uomini e fanciulli e coppie amorose, sorridenti o serie nel loro
-bisbiglio; i dami col garofano all'occhiello.
-
-Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, ove serenamente moriva
-il lume crepuscolare e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla
-terra ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco e oscurarsi e,
-lontano, sparire. Come due ragazzi s'arrestarono per tirar sassate in
-un ricovero di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno di
-loro ammonì a voce aspra:
-
-— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; lanciarono i sassi
-nel fiume; e nel ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
-proteste, confidenze, querele, saluti.
-
-A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, che venivano fra gli
-ultimi, l'uno dal lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
-
-— Buona sera, Fulgenzio.
-
-— Buona sera, Faziòla.
-
-— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo anche domani.
-
-— Ce n'è bisogno.
-
-— Dove siete a lavorare, adesso?
-
-— Vanghiamo le vigne.
-
-— Sarete in molti.
-
-— Quindici o sedici.
-
-— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
-
-— Giulio.
-
-— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di farvi torto.
-
-— Chi comanda ha sempre ragione.
-
-Dopo una pausa lei chiese:
-
-— Ma è vero quel che dicono?
-
-— Dicono.
-
-La loro malignità non andava più oltre dell'accennare alla ciarla che
-Giulio dovesse ai meriti della moglie la nomina a capo degli operai
-braccianti.
-
-— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, voi.
-
-— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la salute. Ma.... — E l'infelice
-guardò la Faziòla sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua per
-cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma se mi viene una febbre,
-io non ho un cane che mi porti una goccia d'acqua.
-
-Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla sospirò per sè.
-
-— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, per modo di dire, che vi
-porterebbero via il boccone di bocca, se potessero.
-
-— Non vi trattan bene in casa?
-
-Essa volle attenuare.
-
-— Capirete anche voi: le annate vanno scarse e uno di più in famiglia,
-aggreva.
-
-— Ma voi lavorate.
-
-— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a me. C'è da rappezzare la
-roba? Tocca a me; la sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
-all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. In ozio non ci sto;
-quest'è vero.
-
-Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera Faziòla!
-
-Quindi Fulgenzio riprese:
-
-— Avete fatto male a non maritarvi un'altra volta, quando eravate a
-tempo.
-
-— Le vedove che non han quattrini si lascian dove sono; lo sapete pure.
-Piuttosto voi, Fulgenzio, perchè non avete preso moglie?
-
-Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto un vantaggio in
-lui il non aver famiglia da mantenere; e lui tornò a sorridere.
-
-— Chi volete che mi prendesse?
-
-Infatti da giovane era anche più brutto e più magro, sembrava più
-zoppo; sembrava tirasse l'anima coi denti.
-
-— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le ragazze han delle
-pretese; ma una donna quieta....
-
-— Trovarla una donna quieta!
-
-Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e a occhi bassi, nel
-silenzio: «Oh non c'ero io?» Almeno così egli credette, perchè sorrise
-ed esclamò commosso:
-
-— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto sposarvi voi, Faziòla!
-Voi eravate proprio la donna per me.
-
-— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
-
-Mormorò l'uno:
-
-— Adesso è fatta.
-
-— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
-
-Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
-
-Ma quando la Faziòla stava per augurar la buona notte, lasciar la
-strada e passare la siepe, Fulgenzio, fermo, si guardò attorno,
-raccolse il fiato e con voce tremula disse:
-
-— Sentite: la gente può dir quel che vuole; ma io, di una donna ne ho
-proprio bisogno.
-
-— Lo dico anch'io.
-
-— Se voi mi voleste....
-
-Alla proposta lei si mise a ridere forte.
-
-— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono vecchia....
-
-— Mi volete?
-
-Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; tanto egli temeva un no
-e tal voglia aveva lei di rispondere sì.
-
-Ma vinse la ragione.
-
-— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
-
-— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
-
-— Va bene. Buona notte, Faziòla.
-
-— Buona notte, Fulgenzio.
-
- *
-
-Avevano una settimana per pensarci; ed era troppo; e la settimana fu
-lunga. Finchè aveva sperato di migliorare un po' la sua condizione
-risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva sperato anche di
-trovar donna non molto innanzi con gli anni la quale lo compensasse
-della giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli ogni speranza e
-presunzione, doveva ringraziar Dio se la Faziòla lo voleva! Era una
-brava donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe tanto da
-non tornargli di peso; una buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
-per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. Davvero?... Non seduceva
-la Faziòla il solo interesse? Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
-parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; ma, insomma, la
-donna era buona o no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero maligno!
-
-Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa in cui i parenti la
-trattavano da serva e le invidiavano il pane che mangiava; e faticar
-meno, e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna che a rifiutarla le
-sarebbe parso d'offendere la Provvidenza. Pure un ritegno le restava.
-Perchè? si sentiva il coraggio di sfidare la gente, o no....
-
-Finalmente venne la domenica a chiuder la settimana dell'attesa e
-dell'incertezza.
-
-— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno dai vesperi, Fulgenzio. E
-sorrideva in quel suo modo faticoso.
-
-— Ho paura del mondo.
-
-— Io no; non ci bado io!
-
-— Ci faranno la «scampanata».
-
-— E che la facciano!
-
-Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei accondiscese. Pur mentre
-incoraggiava, quella giusta apprensione degli scherni che turberebbero
-forse per anni la loro pace; quel timore dell'avversione o della
-condanna pubblica, toglieva ardimento a lui stesso e l'induceva, il dì
-dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di spender qualche cosa, non
-si potevano evitare le pubblicazioni matrimoniali? —
-
-— Impossibile!
-
-L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non badassero a rispetti
-umani! —
-
-— Un po' di meraviglia in principio, eppoi smetteranno.
-
-— È quel che dico anch'io.
-
-Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità mal repressa per tutta la
-chiesa quando l'arciprete disse dall'altare:
-
-— Si pubblica per la prima volta la domanda di matrimonio di Fulgenzio
-Landi con la Violante Stradelli vedova Faziòli.
-
-E, dopo, la fidanzata non osava più uscir dalla porta di casa,
-avvelenata in casa dalle canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
-fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che modo resisteva lui alla
-tempesta. E Fulgenzio sorrideva e taceva.
-
-«Presto o tardi smetteranno!»
-
-Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano per il dì delle
-nozze!
-
-Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; e allorchè, nel
-gran giorno, la gente accorse alla prima messa per assistere allo
-sposalizio, apprese che da due ore gli sposi eran già fatti e che già
-erano a casa loro.
-
-— Stamattina ce la siam cavata — sospirava la Faziòla. — Il peggio sarà
-stasera.
-
-Ripeteva Fulgenzio:
-
-— Non ci pensate.
-
-Intanto si vedeva che lui ci pensava.
-
-Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh senza alcuna smania di
-sposi novizi!: irritati, al contrario, che a loro due, così quieti e
-consapevoli degli anni e dei malanni che portavano addosso, il mondo
-attribuisse simili sciocchezze.
-
-Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, primo talamo della
-Faziòla, da riconnettere; e i pagliericci da riempir di foglie, e
-i cuscini da rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare e
-spartire la biancheria e i panni che meritavano rattoppi; e nettar la
-cucina in modo che non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
-l'arciprete e il fattore.
-
-— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio strofinando, dentro, il
-paiolo.
-
-Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con le tagliatelle in
-brodo e il lesso.
-
-— Sono dieci anni che non ho sentito un poco di manzo; da quando si
-maritò mia sorella — confessò Fulgenzio.
-
-Similmente la Faziòla gustava il vino.
-
-— Buono! Buono! Non me ne davano mai, in casa, a me!
-
-E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea mirabile, che schiarì
-del tutto il malumore in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
-
-— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se dessimo da bere?...
-
-Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
-
-— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E rideva.
-
-— Il vino dove lo mettiamo?
-
-— In un bigoncio.
-
-E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; e andò alla fattoria
-a riempirlo di quello buono.
-
-Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita d'averlo indotto alla
-grave spesa.
-
-— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti mancavano di questo;
-mancavan di quest'altro....
-
-Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; di rivelarle il
-segreto contenuto nell'animo a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
-il libercolo.
-
-— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati come vi credete.
-
-— Cos'è?
-
-— Il libretto della cassa di risparmio.
-
-Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; ma non sapeva leggere.
-
-— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento franchi, senza i
-frutti.
-
-— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di altri?
-
-— Eh! alla cassa....
-
-— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete vedere dove li tengo, io?
-
-Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato che ebbe in
-fondo alla cassapanca, elevò la calza trionfale, sonante e gravida del
-gruzzolo; e disse, sgroppandola e riversandola sul letto:
-
-— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne abbia.
-
-Il marito aveva le lagrime agli occhi men per la gioia che per
-il rimorso di quel suo dubbio, che la donna l'avesse sposato per
-interesse. In un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva più lei!
-
-Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso velavan gli occhi della
-moglie.
-
-— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero dopo la morte di Faziòli,
-e quelli che misi insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
-
-Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non avrebbe pensato a
-rimaritarsi, a cinquant'anni!
-
-— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, Fulgenzio.
-
-Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla dolorosa memoria, lei
-ripetè:
-
-— Contiamoli.
-
-Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva mentre
-distinguevano le monete e le ammucchiavano sorte per sorte, ed
-enumeravano i biglietti di banca; mentre il vino, a cui non erano
-avvezzi, ferveva loro nel sangue. Così, a poco a poco, i diversi
-sentimenti si confusero in una gioia comune.
-
-E il marito non potendo terminare il conto, distese le magre braccia a
-un timido abbraccio.
-
-— Povera la mia donna!
-
-Lei sorrise.
-
-Fu un momento. In quel momento avrebbero dato fors'anche il libretto
-della cassa e tutte quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
-ma la sposa subito tornò in sè:
-
-— Sono vecchia, Fulgenzio!
-
-Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza della sua propria
-insania; e ripresero il conto.
-
- *
-
-.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era una gara a chi
-strepitasse più forte: un fracasso di secchi battuti a furia; di
-cassette di latta bastonate senza tregua; di coperchi picchiati
-l'un contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli che
-s'appendono al collo de' buoi per la fiera — scossi da instancabili
-mani; e corna di bue roboanti, e voci umane fatte bestiali: grugniti,
-gallicini, ragli, fischi. Un ex soldato, trombettiere, si sfiatava
-nel suo strumento; un cacciatore, con meno fatica, sparava a quando
-a quando colpi di schioppo all'aria, e due cani abbaiando e latrando
-s'introdussero nella compagnia.
-
-La dimostrazione veniva solenne, memorabile. All'infernale sollazzo
-dava motivo e impeto l'oscura coscienza rusticana, avversa a che
-la vecchiaia presuma cosa da giovani, e offesa da una vedovanza
-interrotta. Nessuno di coloro pensava certo che invece di schernire un
-connubio ridevole e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere anime e
-di due timorosi egoisti condotti dalla fortuna a reciproco soccorso.
-
-Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
-
-— Sono qui! — disse la donna. — Vado a smorzare il lume.
-
-A posta, per far credere che erano a letto e per accrescersi il piacere
-dell'improvvisata, l'avevano acceso nella camera nuziale.
-
-Quindi, al mancar di quella luce, le oscene grida e le risa superarono
-tutti i suoni.
-
-— Adesso accendiamo il lanternino.
-
-Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
-
-— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva Fulgenzio.
-
-— Sentite la voce di Mauro?
-
-— E quel della tromba chi sarà?
-
-— È Martino dell'Argine.
-
-— Che matti!
-
-— Vogliamo ridere!
-
-Ma in quel punto il cacciatore sparò due colpi.
-
-— Anche delle schioppettate!
-
-E la moglie:
-
-— Non ci faran del male, eh? Quando si è matti!...
-
-— Lasciatemi andare innanzi.
-
-Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; dietro, andò la donna
-col bicchiere e il lanternino.
-
-A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un istante, chi sonò o
-soffiò con più lena; e in massa tutti s'appressarono alla porta.
-
-_Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; buum buum buum...;
-taratatà taratatà, taratatà...; cococodè!...;_ e, prevalenti,
-strazianti, i _cian cian_ dei metalli e il _dan dan_ dei campanacci.
-
-— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... Ohe!... gente! Chi vuol bere?
-
-— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E di cuore, ragazzi!
-
-Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe di fronte. Quegli
-lasciò cadere la secchia disarmonica per bere d'un fiato, e gridar
-dopo:
-
-— Viva gli sposi!
-
-— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua volta il bicchiere per un
-altro.
-
-Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa c'è? — Cosa fanno?... Dan
-da bere! — Un bigoncio! — Ohe! ci siamo anche noi! — Vino!
-
-Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un senso quasi di gratitudine
-avevan còlti gli animi; di súbito, secondo avviene nella gente rude, i
-cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, opposto.
-
-Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla e Fulgenzio avevano
-gettato dalla finestra, per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
-o non avevan taciuto, essi, in una vile rassegnazione; ma passavan da
-bere, e vino buono! Succedevano alle grida folli e ai motti sconci,
-voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; e tutti in una volta.
-
-— La fanno da signori, gli sposi!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio tenervelo io al battesimo!
-
-— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
-
-— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà caporale anche lui!
-
-— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
-
-— Fulgenzio è geloso!
-
-— Fulgenzio è pacifico!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Viva l'allegria!
-
-Il trombettiere impose silenzio.
-
-— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni ai ragazzi più ostinati
-nel frastuono. — Adesso gli sposi ballano la monferina! — La proposta
-fu accolta da applausi; la monferina fu intonata dalla tromba, cantata
-e zufolata; mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, il quale si
-schermiva con ambedue le braccia.
-
-— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva dimenandosi fra le
-mani e le braccia che l'urtavano, lo spingevano.
-
-— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
-
-— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
-
-Ma la Faziòla diede al marito la prima prova di abnegazione; una gran
-prova, anzi, di virtù. Comprendendo che per acquetarli era necessario
-che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò al ballo con l'agilità
-e la disinvoltura de' suoi vent'anni e del ballerino che combinò a
-saltarle di contro.
-
-Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato tranquillo; e, per
-emulazione più che per burla, i giovani gettarono i recipienti sonori,
-i campanacci e i corni; e in mancanza di donne, si misero a ballare
-tra loro, intanto che Fulgenzio attingeva e offriva il vino attorno con
-viso lieto.
-
-— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... Finchè ce n'è!...
-Di cuore!
-
-Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere perduto il
-fiato, tutti ripresero gli strumenti del baccano.
-
-Adesso però ciascuno dava dentro nel suo con l'anima d'un inno glorioso.
-
-.... — Felice notte!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Viva l'amore!
-
-— Viva l'allegria!
-
- *
-
-.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici per il sollievo
-del peso che aveva preoccupato a lungo il loro animo; per il piacere
-d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, con l'astuzia; per
-la gioia d'essersi sottratti, anche in avvenire, a beffe o biasimi,
-meritando invece indulgenza e benevolo ricordo.
-
-E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, di reciproca gratitudine,
-e la certezza di giorni meno tristi, forse ebbero allora la
-persuasione! che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, che
-a torto prima presupposta in essi, aveva indotta la terribile turba a
-tanto sbattere, gridare e scampanare.
-
-
-
-
-Il polso.
-
-
- Nel settecento:
-
- per i mariti d'oggidì.
-
-Difficile dire se il conte La Fratta amasse più sè stesso o la marchesa
-Arnisio; ma poichè per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la lode
-di cavaliere perfetto e per secondare gli stimoli del cuore insisteva
-da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una
-dama così mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo
-sè stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava
-l'Arnisio.
-
-A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia su di lui
-l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; la virtù quasi d'un fascino
-arcano; quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
-molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse
-bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che
-alla dama piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le
-sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile
-che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse
-o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra
-lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso — l'esperienza
-e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi
-e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per
-divagarne il pensiero doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
-a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sì, sempre sì.
-
-Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non
-sapeva: se ella avesse il cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?»
-egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno più nella
-ricerca dell'ignoto n'era più avvinto dal fascino; cosicchè ogni giorno
-più s'innamorava della dama e di sè, che con sua gloria resisteva a
-servirla.
-
-Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e
-alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi,
-cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e sentimentali
-ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore;
-dunque il cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva battere per
-altri che per lui, che da un anno la serviva con cura paziente e con
-indulgente costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di
-quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto
-della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva con lui quelle espansioni
-compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o
-spontanei di gelosia che tutte le donne amando, o fingendo d'amare,
-sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e
-il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,
-ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
-
-Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni
-di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan
-forse cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da un intimo, segreto
-travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei,
-spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, dicevan forse
-che il suo spirito vagava dietro un inafferrabile bene, finchè, con
-uno sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse di riaversi o
-mentire; e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un
-tempo e vezzosa. Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che
-la simulazione d'un malanno alla moda, poteva essere la dissimulazione
-di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse,
-come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma più tosto
-non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
-quelle occhiate lunghe e sentimentali, potevano non essere tardi e
-magri compensi alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, segni
-di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore
-l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene, il conte
-La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce nel
-melodramma del Metastasio:
-
- Se più felice oggetto
- Occupa il tuo pensiero,
- Taci, non dirmi il vero.
- Lasciami nell'error!
-
- È pena che avvelena
- Un barbaro sospetto;
- Ma una certezza è pena
- Che opprime affatto un cor;
-
-no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sè, che premevano
-l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo
-sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
-talora dubita a torto; l'altro, perchè, se non dubitasse a torto, egli
-ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di
-_cavaliere di spirito_.
-
-Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito
-che con zelante servitù e con dabbenaggine inconscia facesse riparo
-all'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire.
-O, dunque, la marchesa amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
-intorno, il quale, come minore del conte, ella non potesse assumere
-a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
-incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa.
-E come ella avrebbe lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
-restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma
-invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna
-circostanza perdeva il predominio di sè; nè mai, appuntando i suoi
-sospetti su questo o su quello che a lei fosse d'intorno, il conte
-riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore,
-di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
-fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a
-diventare ridicolo.
-
-Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di
-umore giocondo e di mente arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
-le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi,
-nè men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.
-
-L'abate consigliò: — Tastale il polso.
-
-Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
-
-— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso si possono frenare.
-Allorchè ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo
-cuore batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà
-più in fretta e tu potrai sentirlo.
-
-Al conte questa parve un'invenzione mirabile. L'abate continuò:
-
-— Non si falla; ma ricordati che io confido la ricetta alla tua
-segretezza.
-
-— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.
-
- *
-
-Essa, all'entrare del conte, era abbandonata sul canapè con la testa
-reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
-dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua
-destra, rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
-
-— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
-
-— Sì — rispose ella in tono flebile.
-
-La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno
-opportuna a' suoi fini.
-
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, non per rammentare il
-tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Prima però
-chiese: — Desiderate un po' di melissa?
-
-— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica quel giorno era il sì;
-e trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
-labbra.
-
-— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima ch'ella riabbassasse
-le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio
-di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso
-attentamente.
-
-Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama
-azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando
-all'avambraccio in misura placida ed uguale.
-
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).
-Corgnani giurava di perdere a tarocchi perchè lo costringevate a
-guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata
-a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard;
-Terenzi proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di
-voi il _paspié_. — E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete
-febbre. — Pure, come più d'una volta aveva profittato dell'emicrania
-per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece
-il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, passata con
-lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e
-pettegolezzi, con abile arte potè nominare coloro di cui aveva maggior
-sospetto. Ma il polso batteva sempre uguale e placido.
-
-«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La
-Fratta a sè stesso. «Quello non può essere: proviamo quest'altro.»
-
-Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto
-sinchè ebbe percorsa invano la via che si era proposta. Oramai
-retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi
-dubbi. Infine, s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:
-
-— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi;
-sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.
-
-Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; gli era parso; ma non
-era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si
-commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente! Per altro, la
-marchesa era così strana....
-
-— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio
-a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! La
-marchesa amava il duchino; amava — strana donna! — il frutto acerbo!;
-il polso che aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
-Il duchino! Per prima vendetta il conte volle discorrere e burlarsi
-di lui affinchè, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
-piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluì placido ed
-uguale.... E solo allora, trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un
-lampo, quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del marito.
-
-E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso
-precipitava, martellava, scottava! Come scottato, il conte abbandonò il
-braccio della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, non sapeva più
-che si dicesse. Diceva:
-
-— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è possibile! — Ed era
-possibile!... Appena si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserì:
-— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, non è
-vero?
-
-— Sì — rispose la dama; ma poteva essere il sì di prammatica.
-
-— Siete innamorata di.... vostro marito!
-
-La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. Invece la dama, la quale,
-meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
-ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal
-conte, e sentì tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.
-
-— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito?
-
-— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un sì aspro, secco,
-trafiggente. L'altro continuò:
-
-— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitù solo per la moda?
-
-— Sì!
-
-— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?
-
-— Sì!
-
-La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e si contenne.
-
-— Dunque — conchiuse solennemente — non vi annoierò più, signora
-marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far
-ridere il mondo, non riferite questo nostro colloquio all'abate
-Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la
-destra dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa ritrasse la destra;
-ond'egli, senza guardarla, di corsa uscì dalla camera.
-
-La tenda era appena ricaduta dietro di lui quando la dama, alzatasi
-vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con
-un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!
-
-Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate Fantelli?»
-
-Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse
-ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
-egli rida e il mondo rida! Anzi!»
-
-Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo,
-ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, e,
-sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe
-più resistito — n'era certa — alle altre prove e più seducenti prove
-del suo amore.
-
- *
-
-Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, contemplava la
-gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi
-affetti che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro pareva
-rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla
-dama di tacere, aveva obliato la natura di lei, e che s'ella parlasse
-— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della
-quale, tanto era stramba, nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
-considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva di non essersene
-accorto prima; e si rassegnava a giudicar quel capriccio meno enorme di
-quanto l'aveva giudicato prima.
-
-Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile
-da secoli, con modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
-gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del
-mondo e del cavalier servente?
-
-E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, quello della dama,
-che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
-Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, sarebbe la derisione
-della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse il marito!
-
-Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta concepì il disegno di
-salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella
-stima della marchesa.
-
-Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per istrada; e al
-saluto di lui non fece nè parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la
-causa, e della risposta fu così poco contento da ammonire La Fratta
-che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poichè la
-taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il
-conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la
-lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
-
-Pronto il marchese strinse con la pezzuola di batista il taglio che non
-era profondo; poi domandò, senz'ira:
-
-— Ora mi direte perchè un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar
-briga con un cavaliere come sono io.
-
-— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava —; per
-provarvi che se da oggi in avanti non servirò più vostra moglie e non
-entrerò mai più nella vostra casa, la colpa è vostra.
-
-Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capì meno di prima.
-Ribattè:
-
-— Spiegatevi!
-
-E il conte:
-
-— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita della mia servitù
-perchè io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi.
-
-Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla
-rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero
-al riso del mondo, e chiese, con tono e impeto d'incredulità e di
-sorpresa:
-
-— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
-
-— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate
-Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
-come sono io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi!
-
-A tali parole il marchese sorrise, e porgendo la mano ferita all'amico:
-
-— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!
-
-
-
-
-Come finì la Modestia.
-
-
-_Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum bum! — Bum! Barnùm! — Cium!
-papaciùm! cium cium!_
-
- . . . . . . .
-
-_La donna umile:_ — Che cos'è questo fragore? questo squillar di
-trombe, strepitar di piatti e tuonar di gran cassa? Chi arriva?...
-Oh! una carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; su
-cui troneggia la più bella donna che io vedessi mai! Ha gli abiti
-mirabilmente variopinti e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
-gentiluomini in tuba e cravatta bianca. Qualcuno invece della tuba
-porta una corona d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
-altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... Io arrossisco a
-lasciarmi vedere. Mi nasconderò dietro la siepe.
-
-_La donna sovrana:_ — Voi dite, postiglioni, che bisogna dar riposo
-ai cavalli? A cavalli di razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta.
-Ma giuro che nemmeno per svago non viaggerò mai più per le campagne
-d'Italia! Io son usa al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
-non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere a pena un centinaio di
-aratri a vapore, affollare d'infermi tre stabilimenti idroterapici,
-aprire due esposizioni agricole, me la son presa comoda; ma ho
-consumato un giorno e sciupati quattro puledri che vinsero le corse
-a Longchamp, e che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
-quando per caso mi ci trovassi in domenica. Però io ringrazio voi, miei
-seguaci, d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo viaggio e vi porgo
-un marengo perchè andiate all'osteria laggiù, a bere un litro alla
-mia salute. Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. Spicciatevi!
-Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, andrete qui intorno cercando il Gran
-Pan.
-
-Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, io penserò un milione
-di telegrammi da spedire domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
-per il progresso delle industrie, delle arti e dei commerci e mediterò
-un nuovo modo d'annunziare il _Tot_ e le _Pink_.
-
-.... Che frescura! Che quiete!
-
-Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi quasi mi vien sonno....
-
-_La donna umile:_ — Ahi!
-
-_La donna sovrana:_ — Chi va là, dietro la siepe?
-
-_La donna umile:_ — Scusi, signora, se l'ho disturbata.... Uno spino mi
-ha punto un piede....
-
-_La donna sovrana:_ — Perchè cammini scalza? Vieni qui. Chi sei?
-
-_La donna umile:_ — Un'infelice; una povera creatura.
-
-_La donna sovrana:_ — Vedo. Le tue vesti non le comprasti certo nei
-magazzini del Louvre; e la tua faccia par quella del mio amico Succi.
-Che naso! Oh che naso!
-
-_La donna umile:_ — Me l'han tirato in tanti, signora; ho provate tante
-delusioni; ho patiti tanti disinganni!
-
-_La donna sovrana:_ — Accostati; senza ritirarti in te stessa,
-vergognosa! Come ti chiami?
-
-_La donna umile:_ — Modestia.
-
-_La donna sovrana:_ — Modestia? La nipote di madama Virtù, che presa
-per un'aristocratica fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
-della Semplicità e del Buoncostume? la sorella dell'Onestà?
-
-_Modestia:_ — Sì, signora....
-
-_La donna sovrana:_ — Bel caso! bell'incontro! Da un pezzo non ho riso
-così di gusto!
-
-_Modestia:_ — Scusi, signora: la conosce lei mia sorella Onestà? Per
-amor di Dio, mi dica se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava più
-altri della mia famiglia. I miei parenti mi hanno abbandonata!...
-
-_La donna sovrana:_ — Eh! Poco posso dirti. Molti e molti anni sono
-essa mi chiese aiuto; ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
-affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
-
-_Modestia:_ — Sapesse quant'è che la cerco! Un giorno, in una grande
-città, ci perdemmo in mezzo alla folla....
-
-_La donna sovrana:_ — Non piangere. La troverai.
-
-_Modestia:_ — Dove? dove?
-
-_La donna sovrana:_ — In un paese dove non si distribuiscano commende.
-
-_Modestia:_ — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei!
-
-_La donna sovrana:_ — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai
-drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia.
-
-_Modestia:_ — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere
-qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
-fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro giorno, che diventasse
-sindaco il salumaio del villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità
-giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse
-anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l'ordine di arrestarmi se
-entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
-
-_La donna sovrana:_ — Bene! Imparerai a stare al mondo!
-
-_Modestia:_ — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera
-tardi, passando sotto le finestre d'una villa, udii leggere un
-giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie invidia
-i letterati e gli artisti italiani; perchè, egli dice, in Italia chi ha
-dei meriti si fa strada da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
-in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza della _Réclame_....
-
-_La donna sovrana:_ — Bada a come parli!
-
-_Modestia:_ — Scusi.... Ripetevo le parole del Claretie.
-
-_La donna sovrana:_ — Tira avanti!
-
-_Modestia:_ — .... Non sapendo più dove andare, se anche in campagna
-adesso mi odiano, avrei pensato di mettermi per cameriera presso
-qualche scrittore o artista d'Italia....
-
-_La donna sovrana:_ — Bella idea! Ti credevo ingenua; ma non sino a
-questo punto. Ah ah!... E non mi conosci?
-
-_Modestia:_ — Non ho questo onore.
-
-_La donna sovrana:_ — Io discendo da quell'imperatrice che un amico
-della tua famiglia, Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
-sarcasmo. In America ebbi a padre putativo un certo Barnum; ma,
-oriunda di Francia, io, come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
-tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse senza scrupolo nel suo
-vocabolario. Mio dominio, il mondo; tutti gli uomini si raccomandano a
-me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. Io sono la _Réclame_!
-La _Réclame_ sono io!
-
-_Modestia:_ — Oh San Francesco!
-
-_Réclame:_ — Tu non mi fuggirai....
-
-_Modestia:_ — Mi lasci andare! Per carità, mi lasci andare!
-
-_Réclame:_ — Non mi fuggirai.... Non hai forza, povera diavola! Guarda:
-invece che odiarti mi fai compassione!
-
-_Modestia:_ — Dunque mi lasci.... La prego! La scongiuro!... Che cosa
-vuole da me, Maestà?...
-
-_Réclame:_ — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano proposito. Hai visto
-coloro che viaggiano meco?
-
-_Modestia:_ — Maestà, sì.
-
-_Réclame:_ — Bene: tra i miei musici cantano critici e giornalisti; i
-miei fedeli, che hai veduti, sono letterati e artisti che all'annuncio
-del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, ove attendevano a opere
-luminose in una superba meditazione di conquista.
-
-_Modestia:_ — E se tornano qua ora? se mi vedono?... Mi lasci andare!...
-
-_Réclame:_ — No: non ti ravviseranno. Del resto, io li conosco per
-bravi ragazzi che non farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
-nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. _In altri tempi
-avrebbero forse conquistato un arcipelago_: adesso, non sono che
-scrittori, i quali, come uomini d'intelligenza, vanno verso la Vita.
-
-_Modestia:_ — Ah sì?... A far che cosa?
-
-_Réclame:_ — Tante belle cose; fra cui l'_atto di Vita coronante il
-rito misterioso come l'Orgia_.... Non arrossire.... Via! Dammi quel
-libro ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'_Emulsione
-Scott_, dell'_Iperbiotina_ e del _Depilatorio Clauser_; e saprai altre
-cose di gioia. Quello!... Brava!...
-
- . . . . . . .
-
-Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è _bruciato dall'ambizione_.
-
-«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace lavoro; la sua
-ambizione senza freno e senza limiti constretta in un campo troppo
-angusto, la sua insofferenza acerrima della vita mediocre, la sua
-pretesa ai privilegi dei principi, il gusto dissimulato dell'azione
-onde era spinto verso la folla come verso la preda preferibile, il
-sogno d'un'arte più grande e più imperiosa che fosse a un tempo segnale
-di luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni insaziabili di
-predominio, di gloria e di piacere insorsero e tumultuarono in confuso
-abbagliandolo....»
-
-_Modestia:_ — Cieco! Quanto doveva essere infelice, questo peccatore!
-
-_Réclame:_ — Al contrario, felicissimo: perchè la felicità _è tal cosa
-che l'uomo deve foggiare con le sue proprie mani su la sua incudine_;
-ed egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene che _il mondo era
-suo_!
-
-_Modestia:_ — Con tutto il rispetto, io non lo credo! In letteratura i
-fabbri potranno bearsi a batter le frasi perchè diano faville; ma nella
-realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire in niente, proprio
-come questi sogni letterari!
-
-_Réclame:_ — E che importa se ti paion sogni? Purchè tu ne sia esclusa.
-
-_Modestia:_ — Ma anche lei, signora...; mi permetta dirle che anche lei
-ne è esclusa. Non è mica la Gloria lei!
-
-_Réclame:_ — La Gloria è un'illusione, di cui io sono la realtà! Vedi?
-Tu stessa non ragioni più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
-morta, non solo in arte, da un pezzo!
-
-_Modestia:_ — Però io spero che non tutti i letterati d'Italia
-vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi o invocheranno il dio Terremoto.
-
-_Réclame:_ — Se non tutti, molti! molti! Perchè al Verbo dei maestri,
-i discepoli divengono armento. E se è vero che i discepoli sempre
-esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma anche tutti i tuoi
-parenti prossimi e lontani sono spacciati! La Morale e l'Onore si
-_suicideranno_ a vicenda, come due amanti infelici; le Virtù Teologali
-e Cardinali emigreranno nel centro dell'Affrica, dove non siano ancor
-giunti superuomini. Tu dove andrai?... _Quo vadis?_
-
-_Modestia:_ — .... Quanto soffrire, o mio Dio, che insegnasti «Chi si
-esalta sarà umiliato»! Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
-vecchio o non più giovane che mi protegga?
-
-_Réclame:_ — Non dubitare, cara mia, che pur cotesti vecchietti amano
-me con animo pronto, sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco che
-seguono l'esempio di Vittore Hugo!
-
-_Modestia:_ — Cioè?
-
-_Réclame_: — Il buon Vittore diffondeva lui le lodi di sè per i
-giornali della Francia.
-
-_Modestia:_ — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali vengono dalla Francia.
-
-_Réclame:_ — Non credo. Già secondo quel tuo miserello Leopardi ogni
-uomo celebre sempre diventò celebre dando fiato per primo alla sua
-tromba.
-
-_Modestia:_ — Oh il mio Giacomo!... Poverello! Ma io lo consolavo
-augurandogli la giustizia del Tempo....
-
-_Réclame:_ — Invano! Ai miei cenni egli dubitava che pur questa fosse
-un'illusione; egli prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
-all'universo l'ultimo e supremo trionfo della scienza e la mia gran
-vittoria su tutti i letterati della terra.
-
-Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta nella fredda
-considerazione scientifica de' vizi e de' malanni che alla sua poesia
-furono come l'_humus_ ai funghi; e il giorno della mia vendetta e della
-mia vittoria universale è venuto.
-
-Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, mi chiede vita, e
-tutti gli dei d'Olimpo rivivono per me, e la Natura che io denudai
-alla libidine del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle lussurie
-dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso oggi, per questi campi,
-quest'ora del mio desto riposo.
-
-Odi tu la sua voce che mi saluta?
-
-_Modestia:_ — Non sento niente.
-
-_Réclame:_ — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi non sono usi a
-_incontrare il mistero e a rabbrividirne_. Il fatto è che la Natura,
-essendo poesia, ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno dei
-poeti suoi interpreti, che sono miei schiavi.
-
-_Modestia:_ — E i prosatori?
-
-_Réclame:_ — La poesia si fa anche in prosa, scioccherella!, quando la
-prosa si mette in versi e nelle porcherie i sensi diventano _strumenti
-d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più reconditi, a
-scoprire i segreti più reconditi_. Ma tu non puoi comprendere....
-Piuttosto, dimmi: Perchè gli scrittori scrivono?
-
-_Modestia:_ — Per conforto all'amore e alla sventura.
-
-_Réclame:_ — Rispondi bene, o torno a leggere!... «Colui il quale molto
-ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
-
-_Modestia:_ — Basta, basta.... Dirò che scrivono per guadagnare.
-
-_Réclame:_ — In Italia? Nemmeno gli agenti delle tasse dan valore ai
-libri!
-
-_Modestia:_ — Non so, allora....
-
-_Réclame:_ — Non mentire!
-
-_Modestia:_ — Dirò che scrivono per la gloria....
-
-_Réclame:_ — Bene!... Ma oggi chi crede più che l'anima sopravviva
-al corpo? Dunque gli scrittori, nel dubbio di non poter visitare le
-biblioteche in ispirito, fra secoli, a conoscere quali opere vi si
-leggeranno, fan bene a rincorrere la gloria, per ogni via, finchè
-sono in vita. Aggiungi che oggi la chimica insegna come l'inchiostro
-e la carta dei libri moderni, a differenza dei cinquecentisti e
-delle pergamene, sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
-secoli non saranno intelligibili che i libri in carta a mano: proprio
-quelli degli scrittori ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
-enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera dei giurati; e così ai
-romanzieri e ai poeti val meglio provvedere alla loro fama presente,
-finchè sono in vita.
-
-_Modestia:_ — Che disperazione! Non capisco più nulla.... Ma San
-Francesco.... Oh! Ora che mi ricordo.... I letterati non sono i soli
-artisti italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano i pittori!
-
-_Réclame:_ — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto nel costume di
-quelle donne che stanno in chiesa, presso una bara, nell'_Ultimo
-Convegno_; e ti farai credere, con cotesto naso, una modella. Poh! con
-qualche moina riuscirai forse a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
-ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione del prerafaelismo
-le modelle digiunano. Io poi ho elevato le imagini prerafaelite agli
-annunzi d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; sicchè i
-pittori riconoscono anch'essi da me la loro insolita fortuna.
-
-_Modestia:_ — Gli scultori, dunque...?
-
-_Réclame:_ — Gli scultori ti odiano. È per colpa tua che essi han da
-fare pochi monumenti!
-
-_Modestia:_ — I musici.... Andrò da un musico....
-
-_Réclame:_ — Perchè egli dedichi a te, invece che a sè stesso, le sue
-opere? Spera, spera! Per amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che
-insegnò: «Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno un conforto alle
-passioni antiche della politica e della corruttela: nei loro giornali
-possono leggere fra i telegrammi della cronaca artistica «.... Al
-duetto di Gesù con la Maddalena, tutto il tempio scoppiò in frenetici
-applausi....»
-
-_Modestia:_ — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
-
-_Réclame:_ — _Quo vadis?_... Ahi!... Non ti resta che venire al mio
-servizio. Metterò qualche volta i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia,
-e metterò a te gli abiti e la maschera di lei....
-
-_Modestia:_ — Piuttosto morire!
-
-_Réclame:_ — Via! via! Aspetta almeno a quando avrai marito, per fare
-come Lucrezia romana, che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per te,
-o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, all'immortalità.
-
-_Modestia:_ — No! subito, o morire o fuggire dal consorzio civile!
-Andrò al polo nord!...
-
-_Réclame:_ — Come il dottor Cok! E tu cammini a piedi, a piedi scalzi
-e senza un soldo in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
-Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati ai loro blocchi
-di ghiaccio, duri più del marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di
-casa Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, troveresti
-i cannibali già intenti a leggere i romanzi italiani tradotti in
-francese.
-
-Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! Sono tutti ubbriachi
-fradici. Anche i poeti, che, poverini, han preferito Lieo al Grande
-Pan....
-
-Postiglioni, mi raccomando a voi....
-
- . . . . . . .
-
-Addio, Modestia, fatti coraggio!
-
- . . . . . . .
-
-Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah
-niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le
-ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per
-uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le
-fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non
-c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure
-morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva
-finire così!
-
-
-
-
-L'entusiasta punito.
-
-
-Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi
-delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un
-fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia
-dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo
-Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli
-s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille
-d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i
-fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera»,
-a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e
-contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
-il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora —
-esclamava mestamente — io v'amo!»
-
-Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni
-della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine
-a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire
-quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che
-egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo
-degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo!
-squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!»
-
-Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e
-Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è:
-«_Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour
-maîtresses_»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre
-altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli
-s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario,
-il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o
-ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo,
-súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole.
-
-Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava
-giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in
-cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna,
-egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione
-wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e
-critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che
-erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una
-roboante tempesta.
-
-Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore
-moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
-pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia.
-
-— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea?
-
-E lui:
-
-— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo!
-
-Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido.
-L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il
-bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice
-pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi
-soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido
-era ingiusta.
-
- *
-
-Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile
-che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la
-donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti:
-progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli
-recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se
-ne affliggevano, invidiosi. — _Excelsior!_ — dicevano ironicamente. —
-Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! —
-
-Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò
-e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si
-acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e
-alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo
-i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
-nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto
-se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
-entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti:
-il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E
-divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni,
-innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie,
-straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni.
-
-Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio
-lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli
-aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua,
-l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a
-qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza
-dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un
-uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
-in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia.
-
-— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione,
-nessun danno per la sua bellezza!
-
-— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è
-nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
-
-E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a
-comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo:
-
-— Deh! fammela sentire!
-
- *
-
-Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita e degno, degnissimo della
-felicità; quest'uomo....
-
-Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: che è la bellezza
-dell'animo non caduca, non fragile alle offese dei malanni, non
-deperibile alla diuturna ingiuria del tempo; che è il balsamo
-conservatore dell'amore coniugale, la maglia di salute per le anime
-sensibili a quelle intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
-e penetrano e soffiano tra le domestiche pareti, e raffreddano il
-sentimento in guisa che la ragione scusi poi l'«incompatibilità di
-carattere», la «separazione», il divorzio, il vizio, l'a....dulterio!
-Ah quando le malattie non isciupassero troppo presto in Teresa il
-formoso corpo per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, a poco
-a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe all'opera distruggitrice,
-lenta e assidua, degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati i
-sensi; sfiorita la giovinezza, più libera risplenderebbe l'intima virtù
-che agli occhi almeno del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
-amabile sino alla vecchiaia.
-
-Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno dopo il matrimonio e non lo
-riconobbi subito.
-
-— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
-
-Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono di un _lion_ che ritorni
-verde da una bisca; avrei potuto scommettere che quel giorno non
-s'era mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta ad arco, gli
-spiovevano simili ai baffi di un cinese.
-
-Rispose:
-
-— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa dal peso enorme che
-l'abbatteva.
-
-— Tua moglie.... è ammalata?
-
-— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, negando insieme e non
-negando. Sembrava più confermare che negare.
-
-— Forse — io insistetti per pietà, mentre già sorridevo per conforto —
-forse è incinta?
-
-— No no. — Negava e non negava. E m'attristai anch'io credendo
-d'indovinare, finalmente.
-
-— Un.... aborto?
-
-— No no —; come dianzi.
-
-Allora con rapida memoria io, che avevo il dovere di confortarlo,
-riandai quanti malanni possono colpire una donna; con rapido esame
-li paragonavo a quella disperazione abbandonata e quasi muta; nè a
-tanta afflizione trovai convenir altra sventura che una che non era da
-esprimere se non con una perifrasi misericorde.
-
-— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico come me.... Di' dunque:
-l'isterismo.... fa certi scherzi..., passeggeri però; di cui si
-guarisce....
-
-No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli non negava del tutto neppur
-questo!
-
-— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi la mano.
-
-Oh!...
-
-Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi la mano, gli dissi: —
-Coraggio —; gli dissi con uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
-moglie lo tradiva.
-
-Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti romanzi francesi e
-italo-francesi, quantunque frequentassi il teatro drammatico, non
-sapevo persuadermi che quella donna avesse tradito l'amico mio prima
-d'un anno dalle nozze. A poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia
-interpretazione e ricordai che nel lasciarmi Carlo mi aveva quasi detto
-con gli occhi: «Tradimento, sì; ma che tradimento intendi?»
-
-Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi riflettei su quel suo
-negare e non negare a ogni mia precedente dimanda....
-
-Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio adagio, d'una colpa e
-d'una sciagura mostruosa a cui fossero parti integrali il morbo, la
-figliazione, l'aborto, la demenza, il tradimento, la turpitudine;
-sebbene non potessi chiaramente definire qual cosa mai l'indegna moglie
-avesse fatta. Quando....
-
-.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo più! Che colpa! che
-sciagura! che orrore! quando ricevetti:
-
- _Petali e corolle
- versi
- di
- Teresa Gurli Dònnola_.
-
-
-
-
-L'agnello.
-
-
-_Bèee...._
-
-Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in mazzetto; raccolto,
-dentro il canestro, nel giaciglio di erba ancor fresca, a quando a
-quando l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva come in
-un abbandono o in un esaurimento di disperazione. Allora sui miti
-occhi cristiani cadevano le palpebre; indi, ecco: languido languido lo
-sguardo sembrava cercar di nuovo la landa troppo presto perduta e di
-nuovo spegnersi a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa e dal
-petto ansioso tornava l'invocazione della perduta madre:
-
-_Bèee_.
-
-Prorompeva il frastuono della musica; rombava, negli intervalli, il
-susurrio delle voci e lo scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti,
-richiami, risa, sorrisi. Allegria.
-
-Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia entrò nella sala. E
-allorchè, nell'avvicinarsi là dove suscitavano ammirazione i doni in
-mostra per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce di duolo, egli
-tese il capo.
-
-Oh come soavi quei due occhi cilestri che sembravano cercare due occhi
-fraterni!
-
-Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come sembrò palpitante il petto
-chiuso nella veste bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
-che soffriva! Non era un inganno di civetteria; non un pretesto a farsi
-notare; spontaneamente, inconsciamente quasi, ella alzava una mano
-quasi a indicare ed accusare la tortura delle quattro zampe strette
-nel vincolo di seta, mentre al doloroso _bèee_ rispondeva, vòlta alla
-madre: — Poverino!
-
- *
-
-E poverino anche lui, il professor Biscaglia; il quale era un
-uomo molto triste; sempre triste; prima di tutto perchè essendosi
-arrotondata ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle occasioni
-solenni era andato restringendosi così che il _gilet_ gli comprimeva
-lo stomaco e i calzoni stentavano ad acquistare in larghezza quel dito
-di misura che perdevano in lunghezza; e i piedi, non coperti sino al
-collo e al calcagno, apparivano più grandi di quanto erano. Erano così
-grandi!
-
-Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava Riccardo Biscaglia
-il dolore universale, e l'aveva recato seco pur alla festa di
-beneficenza. E a tanto pessimismo il professore non aveva motivi
-dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non dagli studi; bensì dall'antico
-contrasto dell'istinto poetico con la realtà della vita. Se il
-Governo rinsavisse e comprendesse che, dopo o avanti la cultura della
-terra, ciò che più importa è la cultura delle menti e degli animi, i
-professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, si distrarrebbero
-anch'essi in modi leciti e onesti e si avrebbero quindi meno poeti di
-dolore e meno scapoli. Senza dubbio un aumento di stipendio avrebbe
-attenuata in Biscaglia l'antitesi tra il Sancio Panza e il Don
-Chisciotte che discordavano entro di lui, quando il primo gli diceva:
-— Non prendere moglie, per carità! Tu sei troppo povero per una ricca
-e troppo più povero per una povera —; e il secondo l'incitava: — Cerca
-e trova la tua Dulcinea ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
-sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
-
-Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità senza quattrini in tasca?
-Ma sconsolato Tartarin, perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
-e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, nè più gloriosa
-conquista poteva vantare in un mese che quella delle cento e tante
-lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia se la prendeva,
-più che col Governo, con la mala educazione che corrompe le ragazze.
-— È l'educazione del cuore che manca! — diceva lui. — Se l'adulterio
-apparisse non una desiderabile offesa alle leggi, ma una cattiva
-azione, una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto fino il
-sacrificio di sposare una ricca, e non si sarebbe adirato nemmeno col
-Governo, nè rattristato alla fatalità del dolore umano. Questo, è vero,
-l'induceva a frequenti sfoghi di versi. Ma a che pro'? Gli editori
-non credono più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, alla
-malinconia preferiscono stare allegre.
-
- *
-
-Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla festa, solo, con un
-solo biglietto per la lotteria, non aspettandosi uno spettacolo che
-lo commovesse così dolcemente: la creatura nel cesto e la creatura che
-stava a guardarla. Nessuna, nessun'altra di tante signore e signorine
-che vi erano, si era fermata compassionando dinanzi all'agnello. Tutte
-agognavano i premi di gran prezzo; tutte, tranne quella madre e quella
-figlia, civettavano intorno, stupide di mente e di cuore.
-
-— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è bellino? — E poichè anche
-la madre disse: — Povera bestiola! —, fu manifesta una affinità di
-sentire tra l'animo materno e il figliale e fu certo per Biscaglia che
-chi meritasse la pietà della madre meriterebbe anche la pietà della
-figlia o viceversa.
-
-.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
-
-Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le signore s'affollavano
-intorno al palco donde era venuto stentoreo l'annuncio e dove un
-signore in _frac_ scampanellava per avviso ai più lontani.
-
-— Estrazione!
-
-Già si cominciava.
-
-— Numero!...
-
-— Attenti!...
-
-— Cinquantotto!
-
-Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, senza meravigliarsi di
-non aver lui il 58 e di udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
-vinto un magnifico vaso d'argento.
-
-— Numero...!: quattordici!
-
-Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E intanto il nuovo vincitore
-si portava via un'altra bella cosa.
-
-— Numero...!: due!
-
-Il professore scosse le spalle; mise il biglietto in tasca e si mosse.
-Già era disgraziato in tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
-consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe mutato d'infelice in
-felice, nè avrebbe diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
-
-— Numero...!: ventisei!
-
-Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora ciarlava appunto
-con quella mamma e quella bionda figliola così pietose. Gli sarebbe
-piaciuto di tentare un po' l'anima della ragazza in qualche poetico
-discorso e avrebbe voluto esserle presentato dal collega; ma,
-disgraziato sempre, non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
-
-— Numero...!: quattrocentododici!
-
-Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? Sì sì: l'aveva lui, il
-professore Riccardo Biscaglia, il 412!
-
-— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
-
-— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
-
-Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. Ma diè indietro alla
-vista del premio.
-
-L'agnello!
-
-— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! —
-l'agnello! — Si rideva; si applaudiva.
-
-E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende
-al patibolo senza speranza di discendere.
-
-— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto
-nelle mani.
-
-Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo
-quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il
-professore. E di animo ne aveva bisogno: _ella_ era lì dinanzi e
-sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei
-e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano
-senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e
-la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio,
-non dicevan nulla.
-
-— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la
-presentazione:
-
-— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
-
-— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma.
-
-— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia.
-
-_Bèee...._
-
-Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale
-fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
-del resto, era venuta anche a lui.
-
-— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
-
-Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
-
-— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe averne maggior cura
-di me.... Io non ho moglie....
-
-— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse l'altro.
-
-All'offerta, la figlia guardò la mamma; la mamma annuì; ringraziarono;
-e il candore e l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono dal
-professor Riccardo Biscaglia al soave dominio della signorina Irma
-Crocchi.
-
- *
-
-Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia s'innamorò
-assennatamente; perchè era un amore nato da un affetto non cieco:
-dall'ammirazione della bontà; perchè più che la bellezza aveva potuto
-sul suo cuore quella prima vista della signorina Irma nell'attitudine
-compassionevole. La bellezza è caduca; non la bontà, se spontanea; non
-la gentilezza, se sincera e nativa. Essere amato da tale donna forse
-non sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, ad ogni dolore, ad
-ogni fatica, a tutti i danni della vita? A tutti, forse no; per la
-fatalità del dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo Biscaglia,
-per quell'eterno conflitto che alimentava in sè stesso, vivrebbe e
-morirebbe scapolo. Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
-non poteva essere che troppo povera. Ma egli l'amava. Ma egli aveva
-l'obbligo di una visita alle signore che avevano accolto il suo dono.
-
-Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo per accertarsi e
-mantenere con maggior forza il cervello a posto, chiese a quel tale
-collega: — Le Crocchi non han mezzi, eh?
-
-— Han qualche cosa.
-
-Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella realtà!
-
- Ma ci fu dunque il sole
- Su questa terra un dì?
-
-Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro nelle tenebre
-tempestose. Diveniva possibile la conciliazione dell'idea col
-sentimento; dell'amore col senno, della poesia con la prosa! Irma
-possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva qualche cosa più di
-quanto costi una capanna a comperarla in due, o a prenderla in affitto
-in due! Egli dunque poteva domandar la mano della signorina che
-amava! La felicità non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
-Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo amore, il compagno
-de' suoi sogni, l'argomento delle sue rime, il simbolo del suo cuore.
-_Bèee...._
-
-Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano d'accordo mentre Tartarin
-saliva il Righi, così erano d'accordo adesso nell'animo del professore
-Biscaglia mentre egli saliva _quelle_ scale.
-
-Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, le signore. Salendo
-crescevano i palpiti, calava il sangue. Smorto, anelante, il professore
-si arrestò all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, lesse il nome:
-_Crocchi_.
-
-Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
-
-Ma lui si sentiva così smorto che non ardì toccar súbito il bottone
-del campanello; e prima si fregò le guance con le mani. L'atto però gli
-parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a guardarlo o a spiarlo per la
-finestra della scala; si volse....
-
-Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, spaccato, l'agnello.
-
- Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
- _Feuilleton Zeitung_, _Zürcher Post_, _Düsseldorfer Zeitung_,
- _Frankfurter Nachrichten_, _Neueste Nachrichten für Elberfeld_,
- _Dortmunder Zeitung_, _Unterhaltungs-Beilage_, _Die Selbsthilfe_,
- _Hansa-Theater_, _Neue Saarbrücker Zeitung_.
-
-
-
-
-Il falcone.
-
-
- Nel medio evo:
-
- per le signore d'oggidì.
-
-Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di
-nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
-attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Nè di quel bene
-del signore per il valletto ingelosiva madonna Ginevra, poichè la
-giovinezza di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi in conto
-di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.
-
-Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le cacce e il conversare
-con le sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e
-solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe, cui
-essa accudiva umilmente. Come rideva a osservar le galline, che al
-solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro e si
-disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che gettava, così
-rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
-o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il
-rattoppo; e mentre cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
-l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giù
-nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella
-voce.
-
-Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,
-quantunque fosse anche temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
-tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio di lei diventava la
-volontà del sire. Solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
-e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato
-e mesto; sicchè lei finiva con immergergli le dita tra i capelli
-folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava tutta in
-un'occhiata.
-
-Veramente molte cose erano permesse a Ugo. Poteva arrampicarsi su
-per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
-strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero
-che gli minacciava un pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
-che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, la padrona rideva,
-e accusato al padrone, il padrone taceva.
-
-Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare
-costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinchè
-nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse più un ragazzo.
-Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; sentiva una smania di cose nuove,
-d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la vita e la
-natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute
-e gli suscitavano sensazioni nuove. E intanto che la forza sensuale
-si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza
-egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
-peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e
-tenerezza. Amava, già amava, senza sapere chi amasse e senza sapere che
-amava.
-
-Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e
-sotto la forza del sole il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
-tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a un'allodola, madonna
-Ginevra; e d'un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
-sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna
-Ginevra!
-
-La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al
-valletto tremavano le mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse lo
-sguardo; amava da uomo; senza paura amava, e senza vergogna.
-
-Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora
-da fantasticare! Secondando i ricordi delle storie, che gli avevano
-raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro
-dame, e invidiando a sè stesso i pochi anni che gli mancavano alla
-piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna
-Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna in
-un notturno assalto di nemici.
-
-Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono
-presto il freddo dell'ignara noncuranza della dama, la quale aveva
-due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poichè egli non
-fallava più, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva
-neppur più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
-
-Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate le sue pene?
-
-E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò come condensando in modo
-più virile; onde la sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
-dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della giovinezza,
-l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le
-gioie della colpa. A poco a poco egli perdette, così, la baldanza, il
-coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne
-scoprisse il segreto e l'intenzione.
-
-Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto più gli diminuiva la speranza,
-tanto più cresceva in lui la bramosia di essere soddisfatto.
-
-Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua
-bella fioritura. Come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
-certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva
-negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! Il
-desiderio sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
-affaticava l'animo del valletto non più riposato nei primi propositi;
-e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
-insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;
-avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione
-sconsolata.
-
-Avvenne che una mattina, montando il suo cavallo migliore e seguito
-da scudieri in vesti nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
-Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal valletto con penoso
-e lungo desiderio, tuttavia appena il signore fu scomparso al basso
-del colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della felicità se
-l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non
-volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto,
-provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò
-tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
-
-E il sole cadeva che non aveva ancora trovato il modo acconcio per
-incominciare. Quando però, la sera, si fu accorto che la padrona
-era entrata nelle sue stanze, non più dubitando salì, s'introdusse
-guardingo, spinse francamente quella porta.
-
-Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la
-cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo
-e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: —
-Vieni, vieni. Cosa vuoi?
-
-A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda che s'era proposto
-di far dopo, e raccolto il fiato bastevole per non restare a mezzo,
-chiese:
-
-— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa
-chi amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
-o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe
-savio?
-
-La domanda piacque a madonna, lieta non ostante l'assenza del marito;
-e per burlarsi del ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un
-valletto, purchè fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi
-ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
-almeno compassione.
-
-Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole e quasi ebbro di gioia
-esclamò: — Madonna Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per voi!
-Aiutatemi, madonna!
-
-La dama non rise: non credè che il ragazzo volesse burlarsi lui di lei,
-perchè gli scorse la passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
-lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò severa: — Ah, ma
-tu sei matto! Che mi vai cicalando con le tue fole? Che so io dei
-tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho risposto? Vattene,
-vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!
-
-Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse. Nel
-tumulto dei pensieri, ebbe forza di cercare la suprema invocazione alla
-pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia
-quasi di vendetta all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
-così, e la colpa è vostra. Perchè non mi ammazzate piuttosto? Meglio
-morire!... In fe' di Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
-accontentato! — E con un'angoscia che pareva lo strozzasse, uscì di là.
-
-Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che gli è venuto in mente a
-quel ragazzo?»; poi, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè:
-«Cosa gli è venuta in mente?»; infine, si distese sotto le lenzuola e,
-come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, col riso
-su le labbra.
-
-Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,
-per non piangere si dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
-occhio prima d'essersi convinto che la prova che si era imposta era
-degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che davvero gli metteva
-in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica, quasi
-pena a riandare il fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
-un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un grosso errore, fino
-un'azione da ragazzo; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che
-modo comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli diè ragione; gli
-rinfocolò la fantasia; gli fece parer eroica la deliberazione presa.
-Quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — segnava lo
-stomaco —; non potrò più mangiare. — E non si alzò.
-
-Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingoia nulla —
-risposero. Nè egli cedè ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
-dì una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che
-faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli occhi
-e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse,
-dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini neri
-e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina tra altri ancora rossi ed
-in agresto: egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo
-respinse.
-
-Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non
-cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose per la
-stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
-
-— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
-
-— Perchè? — chiese con simulata indifferenza la padrona.
-
-Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù neanche un granello d'uva.
-
-Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò alla cameruccia del valletto.
-
-Stava il valletto con le palpebre abbassate perchè nel languore
-dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il
-viso stanco e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della dama,
-riconoscendola.
-
-— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
-
-Egli disse:
-
-— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione di me!
-
-Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai
-mai grazia nella bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
-al bene che il padrone ti vuole? È questa l'affezione che gli porti?
-Tornerà....
-
-— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato più che ardito.
-
-— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!
-
-— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
-
-La dama uscì col proposito di dire ogni cosa al marito appena fosse
-giunto. Però, intanto che cuciva, ebbe timore che il marito la
-rimproverasse d'aver tentata per capriccio e accarezzata in qualche
-modo la folle passione del valletto; e a nascondergli la verità, non la
-rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e
-con premure? Che imbroglio! Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
-
-Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno scudiero venne ad
-annunziare che il castellano arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi
-sa — riflettè madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la
-vergogna?»
-
-Così quando nel tinello, in cui su la tavola imbandita col più ricco
-vasellame fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli
-disse: — È a letto da tre giorni, e non tocca cibo, per un capriccio.
-Provatevi voi a rimettergli il giudizio.
-
-Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo seguì.
-
-— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
-
-Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco, che non mi va giù
-niente.
-
-— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non è vero! Per il male che
-ha, potrebbe mangiare, — Poi rivolta a Ugo disse: — Adesso io gli dirò
-perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
-
-— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. Raccoglieva gli
-spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque
-quella risposta così franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della
-moglie, già incolpava la moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
-soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia
-camera mentre mi spogliavo.... —; onde il sire capì che il torto era
-proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò impaziente.
-
-La dama invece tornò a chiedere al valletto:
-
-— Mangerai?
-
-Egli, che era risoluto di morire, negò ancora col capo, sospirando.
-
-— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e lui venne da me, tutto
-strano, a domandarmi.... Imaginate!
-
-— Insomma! — fece il sire.
-
-— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima volta. E per l'ultima
-volta: — No! — ripetè forte Ugo, che teneva fissi gli occhi negli
-occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento,
-riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza più badarle, come
-nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera afferrò il
-braccio del valletto e gridò bieco: — Cosa le chiedesti?
-
-Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore
-rendeva ineluttabile; disperato amore, più forte della morte; tale,
-che madonna Ginevra ammirandone la fermezza minacciosa insieme e
-supplichevole e temendo a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
-marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,
-dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
-giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
-
-— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone pellegrino, che non
-dareste a nessuno, nè a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
-averlo, s'è impuntato a digiunare.
-
-Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise
-e disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia!
-Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, uscì.
-
-Ma la dama prima d'andarsene si fece più presso a Ugo, che la speranza
-aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
-
-— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — Meglio
-che con le parole ella prometteva sorridendo con uno sguardo lungo e
-tenero come una carezza.
-
-Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
-
-
-
-
-In Arcadia.
-
-
-Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta miglia da Bologna
-e dieci dal men grosso paese, Castello. La strada che vi menava una
-volta era per lungo tratto il greto del fiume Idice, e poi una carraia,
-stretta fra balzi e rotta spesso da lavine, della quale non avrebbe
-potuto rendersi comparativa idea neppure chi avesse vista una via di
-Milano scomposta per prova di un nuovo pavimento. Ma, or è qualche
-anno, fu condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale che
-passando di lassù doveva contribuire anch'essa ai fatti di questo
-racconto. E lassù, dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
-aperto davanti e al di sopra di colline o più basse montagne, di cui
-una ha nome dall'antica Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
-cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, di San Giorgio
-e di Cignano. Fra i castagneti appaiono le case bianche; tra balze,
-fratte e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai dì sereni si
-distende in nitido e obliquo letto per la plaga occidentale, alla
-pianura.
-
-Di forestieri a Rioronco non capitano che i carabinieri, a quando a
-quando, o, pur troppo, il cursore del comune. La scuola è distante e
-fuori della strada nuova. Un giornale vecchio d'un anno, se pervenga a
-chi sa leggere, è un foglio pieno di meravigliose novità.
-
-Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria serve da spaccio
-d'ogni genere; fin di sigari toscani, i quali, stagionati come sono,
-mitigherebbero il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
-
-Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti che, se non ci si
-metta la malattia della foglia, producono assai, e le belle vigne,
-che, se non le guastano malanni delle foglie e del grappolo, producono
-assai; oltre la terra fertile di formentone e di meliga, il rio Rosso
-ha per i più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche anguilla e
-tanti ranocchi!
-
-I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; ciò e un pugno di
-canne le quali, accese, bruciano adagio e alla cui fiamma quelle
-curiose bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e di fra le
-alighe il capo stupefatto, e restano immote, fisse, incredule ai loro
-stessi occhi, non si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella luce
-con l'aurora, o credono a qualche scientifica scoperta degli uomini; il
-fatto sta, che nell'estasi sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
-al ruvido contatto della tela con le loro membra tenerelle, imparano
-giù prima d'esser fritte che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
-delle illusioni.
-
-Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto Rosso per le sue
-sabbie bionde, ma senza traccia d'oro —, si prendono trattenendo
-con una chiusa la corrente e con le pale gettando l'acqua fuori
-del borrone finchè questo rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli
-uomini afferrano anguille che si appiattano nella melma e pesci che si
-raccomandano a bocca aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
-e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo su le bracie come eroi
-che tentino uno scampo senza voltarsi indietro.
-
-Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano oggigiorno neanche
-i boschi di Rioronco; tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che
-in pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci e trappole e in
-primavera fan posta ai nidi con la poetica speranza d'allevarsi in
-gabbia o un cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale di solito
-— ingozza che t'ingozzo — basisce per il troppo pane biascicato che gli
-s'impartisce con troppo buon cuore.
-
-Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a Rioronco un solo
-omicidio: una baruffa vi è un avvenimento come un furto di pollaio;
-intorno al quale di casa in casa si discorre per un mese, e del quale
-non si fa denuncia poichè quasi sempre si sa da tutti in che pentole
-quelle due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi vi sono
-corrotti come nei paesi dove le mamme fan la guardia alle figliole
-fidanzate. Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente manìa
-per cui dopo sette, o otto, o talvolta nove mesi di matrimonio, i
-padri cercano nel lunario e propongono alla moglie puerpera i nomi
-più strambi e difficili, da storpiare barbaramente sul neonato o sulla
-neonata che vanno a battezzare.
-
-
-I.
-
-Nella felice terra di Rioronco viveva ancora, pochi anni sono, un
-patriarca: un alto e forte vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia
-tutta sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza far ridere
-alcuno portava le brache corte, con le calze al ginocchio d'estate e
-con le ghette d'inverno; e in famiglia poteva contare con la moglie,
-vecchia meno di lui ma già imbecillita, tre figli, tre nuore, un
-genero, una quindicina di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
-in qualche modo all'assenza di due cugini soldati, aveva preso moglie
-anche lui, rendendo bisnonno il vecchio Carlone.
-
-Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi avi, governava
-tranquillamente e assolutamente come quello nella cui volontà e nelle
-cui tasche trovavano regola ed equilibrio le spese della casa e le
-rendite della terra coltivata da tutta la famiglia. Egli vigilava
-ai lavori; parlava poco con i figlioli; era aspro con le donne,
-complimentoso col curato, loquace con gli amici, terribile con i
-ragazzi e buono con i bambini che, seduto nella panca sotto il moro,
-elevava qualche volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare _trotta
-trotta, cavallon_, e farli ridere.
-
-Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre usava sedere a capo di
-tavola con gli uomini attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
-prima comunione: i minori mangiavano dopo con le donne. E per la rigida
-osservanza al vivere antico, e per la sua religione e per l'esperienza
-dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia d'una supremazia che
-gli aveva meritata rinomanza pure nei dintorni.
-
-Quand'egli si assentava — ma di rado e solo per la fiera al paese o
-per qualche grossa vendita in città — la Cà scura si commoveva in
-un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini, chi scappava
-all'osteria, chi dall'amorosa; mentre i ragazzi correvano a vuotar
-borri nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le nuore sfogavano
-le ire e le gelosie per lungo tempo contenute; sicchè il tiranno, che
-partendo era stato salutato da sospiri di sollievo, tornava non solo
-temuto come giudice, ma desiderato spesso come salvatore. All'annunzio:
-— c'è il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura cadeva di subito in una
-quiete conventuale.
-
-Tornava Carlone dalla città tutt'intronato, stanco, con l'oscura
-e quasi atterrita coscienza della sua prossima morte, perchè in
-quelle ore laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo; e col
-pensiero avvinto alle cose vedute pativa un fastidio da cui stentava
-a liberarsi. Se gli affari gli erano andati a modo, si consolava alla
-vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù, hanno il vapore che
-ha avvelenata l'aria, ed hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
-meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano andati male, allora
-lamentava: — Noi diciamo che si stava meglio una volta; e a Bologna
-dicono lo stesso: che si stava meglio una volta. Dunque la gente a
-questo mondo non la trovo mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un
-povero ignorante; e per più giorni faceva il cattivo in casa, quasi
-temesse d'aver perduta o temesse di perdere l'autorità famigliare.
-
-Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli la fatica di
-viaggi alla città, ecco che ad amareggiare gli ultimi giorni del
-patriarca venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un conte pontificio,
-ch'era morto a Roma e a Rioronco non si era visto quasi mai. La strada
-nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso dell'erede: alla
-massiccia Cà scura s'opponeva, nell'estimazione pubblica, il nobile
-Palazzetto, di recente restaurato; alla supremazia del vecchione
-minacciava di succedere la supremazia di quel signore patito e
-guardingo, che i contadini dicevano cattivo come il loglio.
-
-Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso che gli si era dato
-a conoscere per uno dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
-i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha preso Rioronco per un covo di
-ladri?
-
-Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle carraie; tese reti
-metalliche lungo la strada; piantati pali con su la scritta «bandita».
-E il curato: — La moglie del signor ingegnere veste cinque bambine
-per la cresima.... Il signor ingegnere ha mandata la panca per la
-chiesa.... Il signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. —
-Dopo il ristauro della villa, ristauravano anche il piccolo oratorio di
-Sant'Anna, di fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che brava
-signora!...
-
-Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa, mal fa; chi non guarda in
-faccia, non è sincero; non mi fido io di colui!
-
-Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto, il cursore del Comune
-venne alla Cà scura con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
-dal sindaco.
-
-_A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo num. 12 del
-Regolamento...._ etc..., _s'intima al signor Carlo Carli il taglio,
-nel suo predio denominato la Zucca, di tutti i rami di quella quercia
-che impediscono la viabilità della strada comunale in Ronco..._, con
-minaccia di _dar corso immediato agli atti di contravvenzione...._
-etc....
-
-Parve a Carlone di ricevere un pugno su la testa. Rosso d'ira fe'
-portare da bere all'uomo; poi chiese:
-
-— Oh perchè non han mai detto niente prima d'oggi?
-
-— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
-
-E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui, indifferentemente, si
-difendeva dalle lagnanze, dalle minacce e dalle proteste:
-
-— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
-
-Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non ne passano, e la quercia non
-arriva alle birocce.
-
-— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà ombra a qualcuno. —
-Poscia, con la stima d'ogni servo per chi lo paga, il cursore aggiunse:
-— Le leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma in Comune non se ne
-ricorderebbero se un qualche furbo di tanto in tanto non ci avesse
-tornaconto a metterle in memoria al Sindaco e alla Giunta.
-
-— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava il vecchio.
-
-Il quale, appena se ne fu andato il messo, chiamò i figlioli e il cane,
-li mandò a provvedere in fretta un «arrostino», quantunque fosse ancora
-tempo di caccia vietata, ed egli recò la biada alla sua mula.
-
-A cavallo, discendendo poco dopo, preparava il discorso per convincere
-che la quercia non faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
-prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando brontolando e rammentando
-che al tempo del Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
-folte, che era una delizia, giunse la sera al paese. Naturalmente, in
-vista dell'arrosto, il segretario promise di interporre la sua autorità
-perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso due o tre giorni
-dopo.
-
-E naturalmente quando Carlone de' Carli venne per la risposta, apprese
-che l'arrosto era stato squisito e il sindaco irremovibile.
-
-
-II.
-
-Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare la bella quercia, che
-rivedeva uguale nei ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
-alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare il frusto di pane,
-riposavano nei caldi meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
-i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto, perchè un intruso
-lassù non ne aveva una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
-mutilarla nelle braccia la feconda, la buona quercia che dava tante
-staia di ghiande ogni anno!
-
-Col dispiacere d'imaginare le membra recise, Carlone pensava le parole
-di coloro che nel transitare per la strada osserverebbero quello
-strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così bella quercia! —; e i
-cattivi: — Ah, ah! gliel'han fatta a Carlone della Ca' scura! — E in
-lui era il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come d'un'offesa
-atroce, d'uno sfregio ignominioso contro non solo a lui ma a tutta la
-sua famiglia, ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi pronipoti.
-
-L'albero resistente e poderoso, per cento e cento anni ancora dopo la
-sua morte attesterebbe, così deturpato ad ogni primavera, l'antica
-sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione, di tanto in
-tanto rinnovata, a una lontana ingiustizia e a una remota provocazione
-dell'invidia e dell'orgoglio.
-
-Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse buttata giù, troncata di
-colpo, il fulmine!
-
-Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando allo sguardo altrui,
-andava alla quercia a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio il
-fulmine! meglio una saetta!
-
-E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava l'intimazione del
-sindaco e diceva: — Bisogna rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva
-il capo quasi minaccioso rispondendo:
-
-— No!
-
-— Andremo incontro a dei guai....
-
-— No!
-
-Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse ai tre figli e al
-nipote maggiore:
-
-— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E quelli compresero che
-a tagliarla preferiva abbatterla, e tacquero.
-
-Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno, che precedeva per il
-sentiero, si rivolse:
-
-— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
-
-Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad aprire la buca, ampia,
-intorno al pedale che tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
-assisteva immobile con le mani in tasca. Apparvero lombrichi; apparvero
-fra la terra gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo scavar
-delle vanghe restavano recise con netto taglio, o, tócche, si spelavano
-bianche come serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima radice
-di un rosso terrigno, grossa quanto un braccio. Scalzata che fu con
-i picconi, Carlone recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
-passeri che s'inseguivano dalla siepe, non impauriti da quel battere
-della scure, volarono su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
-lontane.
-
-Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca: scoprirono a destra,
-più giù, un'altra radice più grossa, che il primogenito tagliò. E
-poi un'altra. E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano di
-quelle radichette bianche, lisce, umide come serpi, con qualcuna delle
-vecchie nera e marcita.... E poi un'altra, rubesta.
-
-Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in piedi, immobile,
-all'apparenza impassibile, ordinò al nipote di poggiare la scala e di
-salire a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto. La faccenda
-fu lunga. Dopo di che, tornarono all'opera.
-
-Uno chiese se venderebbero anche il ceppo; ma il padre non rispose. E
-di quelli che frattanto passarono per la strada, fu uno che attese e,
-ricambiato un saluto, disse:
-
-— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un bosco!
-
-Esclamò un altro:
-
-— È campata abbastanza, eh, Carlone?
-
-— Abbastanza! — rispose.
-
-Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere, il vecchio disse:
-
-— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo a disturbarvi nei vostri
-interessi!
-
-Quegli rispose:
-
-— Avete ragione, avete; — e proseguì.
-
-Dopo un'altra ora la buca era già così profonda che a ogni nuova radice
-recisa, tre degli uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
-forza contro il fusto per tentare se non rimaneva che il fittone.
-Indarno: non ancora il fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
-mezzodì — ebbero certezza che sola la radice maestra rimaneva.
-
-E il vecchio disse:
-
-— La mannaia a me!
-
-Discese lui nella fossa: cominciò a colpire; mentre i figli ai capi
-della corda, lontano, tiravano, squassavano.
-
-Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice di quella vita
-gigantesca cadevano i colpi del fiero vecchio. Quando il taglio fu
-innanzi, Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma l'albero non
-voleva cedere; invano s'incitavano l'un l'altro.
-
-— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando un grido per avviso allo
-sforzo concorde....
-
-Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia troncato: poi, subito
-dopo, uno schianto molteplice, diverso, confuso e pieno di tutte le
-vette, di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono la terra
-madre; e parve che l'immensa pianta si sfasciasse tutta quanta,
-cadendo.
-
-Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto rosso s'asciugò,
-tra il sudore, due lagrime.
-
-
-III.
-
-Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il curato. Era questi un
-buon prete, superstizioso e religioso a un tempo; un po' asprigno e
-cocciuto anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, un po' sporco,
-perchè tabaccando non spazzava il tabacco rimasto dalla presa sul
-panciotto più rosso che nero; ma abbastanza affezionato al suo gregge
-e al suo ovile e amico a Carlone de' Carli, col quale da anni e in
-ogni stagione faceva la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
-del moro o sotto il portico del forno o nella stalla. Veramente nei
-primi anni di cura la prevalenza del vecchio aveva urtato il parroco
-e quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto però egli si era
-convinto che disgustarsi Carlone sarebbe stato come disgustarsi tutta
-la parrocchia e che non potendo contrastare a un avversario, conveniva
-preferirne l'amicizia. Carlone inoltre era liberale verso la chiesa;
-e il figlio maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
-di San Vincenzo», che s'era estesa per le parrocchie vicine; e tra le
-donne della Ca' scura si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
-«rettora».
-
-Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, súbito il curato
-dubitò d'una rivalità fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
-da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende ecclesiastiche pur
-in campagna, nè dubitò che tra i due litiganti resterebbe lui con la
-testa rotta quando non riuscisse a barcamenare. A ciò non era molto
-abile, e piuttosto che giovare, nuoceva alla sua intenzione onesta
-con far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo troppi elogi
-di Carlone: nondimeno volse il mese da che le radici della quercia
-eran state messe al sole senza che il conflitto avvenisse. Per poco il
-curato non imbaldanziva; non gli pareva più tanto difficile navigare in
-buone acque fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere e la sua
-ottima signora se n'andrebbero, grazie a Dio, di villa in città.
-
-Ma egli non pensava a San Michele, che viene ai 29 di settembre; o
-meglio, non prevedeva che dovesse recargli noie proprio la maggior
-festa della parrocchia. Quell'anno non era stata scelta alla Ca' scura
-che la priora; e rettora sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
-Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
-
-Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo ma così petulante, venne in
-canonica, ed entrato nel discorso della prossima festa, espose chiaro
-e tondo il desiderio che la processione si recasse all'oratorio da
-lui fatto restaurare; come a dire che San Michele facesse una visita a
-Sant'Anna.
-
-A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi quale un cavallo che
-adombri, esclamò in quella sua maniera un po' rude:
-
-— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
-
-Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una
-viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che
-conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde
-composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di
-miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi
-dunque se si poteva mutare itinerario!
-
-Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di
-arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a
-lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere
-quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi
-dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la
-gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che
-la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse:
-
-— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io
-sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
-una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di
-grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
-non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle
-autorità civili.
-
-«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....»
-Forse Carlone si persuaderebbe....
-
-Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima
-gli era parso e aveva detto impossibile.
-
-Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo
-prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita
-senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su,
-Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....;
-— quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola
-per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio,
-e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e
-riconoscerne senza profitto l'autorità.
-
-Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura
-zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
-addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto!
-
-— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco
-—; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi
-come gli altri anni....
-
-Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di
-chi stando su l'avvertita discopra il tiro.
-
-Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
-
-— Andremo all'oratorio....
-
-Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il
-pugno sul deschetto, gridando:
-
-— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io,
-glielo dica a mio nome, non se la cava!
-
-— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira.
-
-Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono.
-
-.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino
-alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero.
-Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano
-entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si
-fermò.
-
-— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento.
-
-— Addio — rispose duro il prete.
-
-— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel
-che ho detto.
-
-Ma il prete si rivolse:
-
-— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa....
-
-Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi
-ponendosi la mano al petto:
-
-— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste
-io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si
-mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo
-più!
-
-— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è
-un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di
-sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre
-a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi?
-
-Ribattè, umile, il vecchio:
-
-— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è
-solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo
-garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone
-della Ca' scura!
-
-Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza
-quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
-e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse
-meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo
-estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta.
-
-— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più
-un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un
-momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una
-parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato
-si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le
-prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla
-madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna....
-
-— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito
-arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_
-gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri.
-
-Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio.
-
-— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci
-penserete voi....
-
-— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna!
-che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità
-e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due,
-prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse....
-
-— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva
-toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza
-tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
-parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che
-ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!...
-Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse
-la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare
-all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
-Ci conosciamo da un pezzo noi due!
-
-Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma
-torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
-vincerà la seconda.... E schiavo suo!
-
-Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per
-un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera:
-
-— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un
-cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato
-il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che
-otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo
-all'oratorio.... Siete contento?
-
-Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità!
-
-— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor
-prepotente! oh, se la vedremo!
-
-
-IV.
-
-Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace affretta i preparativi
-a combattere e occupa con mosse rapide il campo di battaglia. Invece il
-curato di Rioronco se ne stette fino a sera colle mani in mano, irato e
-incerto sul da fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, il pretino
-ch'era in pratica da cappellano e che essendo tutto dolcezza, tutto
-tenerezza, egli giudicava un uomo nato fatto per andare in Paradiso in
-carrozza: ossia un buono a nulla.
-
-Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, andando e mandando
-subito i suoi in giro per la parrocchia, riuscisse meglio al suo
-intento e prontamente componesse quel partito che nella storia del
-luogo fu poi detto il «partito della Madonnina». Si sa che Carlone
-aveva molti amici ligi per interesse e per soccorsi o consigli
-ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i quali alla lor volta
-contavano fratelli e sorelle ch'eran mariti o mogli in altre famiglie;
-e aveva nipoti già ambiti per amore e per nozze in altre case; così
-una metà forse dei parrocchiani, costretti dalla consanguineità o
-dall'utile o da vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
-alcuni anche giurarono quella stessa sera che la processione di San
-Michele non muterebbe cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
-di Carlone, dirigeva come si è detto, la «Compagnia di San Vincenzo»;
-onde bastò che Procolo facesse passare da compagno a compagno la voce
-di resistenza al prete, perchè in poche ore il drappello più vistoso e
-più solenne della processione fosse tutto avverso al nuovo itinerario.
-
-E quando, la mattina dopo, il cappellano, la Perpetua, il campanaro,
-la moglie del campanaro che con la Perpetua aveva faccende commerciali
-d'uova e di polli, il becchino, il falegname che costruiva le casse da
-morto e che aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
-che serviva da sagrestano e da chierico, quando insomma tutti coloro
-che avevano buone ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
-missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, resterebbero
-al «partito di Sant'Anna» una dozzina di «figlie di Maria», il
-vessillifero, lo «scalco» che porta il mazzuolo del comando, uno
-dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini dell'ingegner
-Stoia e pochi più altri! Imaginarsi la rabbia del curato, il quale
-era tornato tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando di
-ottener dal prete quattrini a frutto per il marito fittavolo — gli
-aveva detto francamente che aveva ragione lui; e che la priora, nuora
-di Carlone de' Carli, era stata invano a tentarla; e che lei andrebbe
-all'oratorio, o non andrebbe in processione.
-
-Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva che contrastare
-a Carlon de' Carli gli pareva tempo perso ed esortava a cedere,
-inasprendo sempre più il curato.
-
-— Perchè non avvisa le autorità? — chiese il falegname.
-
-— Bravo! — risposero a una voce il curato e il campanaro. — Le autorità
-proibirebbero la processione per sempre!
-
-— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: proposta che fece
-ridere amaramente. Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
-
-Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle minacce spirituali:
-
-— Una bella predica!...
-
-Ma il campanaro, più pratico, oppose:
-
-— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che noi facessimo per amore
-quel che gli altri faranno per forza....
-
-Alla parola d'amore il cappellano chiese:
-
-— Cioè?
-
-— Che la processione andasse tutta insieme fino alle due strade; e
-dopo, una parte alla Madonnina e l'altra all'Oratorio; e dopo....
-
-— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando la voce. — Credete voi
-che si rassegnino, loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
-noi senza il Santo?
-
-Ma come il campanaro si grattava la testa perchè non sapeva ribattere,
-il cappellano raccolse lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
-si alzò in piedi.
-
-— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! Accomoderò tutto io! —
-E si accomodava il nicchio in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
-torno!
-
-— A far che cosa? a far che cosa? — domandava il parroco.
-
-— Lasci fare a me!
-
-La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla finestra di cucina al
-pretucolo che usciva, e mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
-lui, povero don Sigismondo!
-
-Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, fu lui che piegò
-Carlon de' Carli. Gli piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
-Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia o viva la Spagna, è lo
-stesso! — E parlò senza ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
-Sapeva che se la domenica prossima accadessero dei guai, il signor
-curato, che aveva il solo torto di essere un po' cocciuto, avrebbe
-disgusti gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; eran da prevedere
-fin processi penali in cui Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più
-addolorava don Sigismondo il pensiero dello scandalo. La parrocchia
-di Rioronco era stata sempre una famiglia sola, a cui Carlone aveva
-dato sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, perchè gli
-animi erano riscaldati molto in quella divisione; se, Dio liberi!, si
-ammazzassero, che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi non avrebbero
-il curato e lui, Carlone?... Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le
-lagrime agli occhi.
-
-Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io nè i miei, con tutti i
-nostri, non andiamo all'oratorio, io per me son disposto a tutto! —
-Quindi temendo d'aver detto troppo e di parer debole, aggiunse con
-foga: — Anch'io avrei rimorso se succedesse qualche lite; anch'io sarò
-sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma piuttosto che andare
-all'oratorio, don Sigismondo, andrei in galera; andrei (si fa per dire)
-all'inferno!
-
-Dio liberi! parlare così quando c'era il modo di accontentare tutti!
-Bastava andar tutti insieme fino alle due vie; di dove il partito
-di Sant'Anna discenderebbe all'oratorio e il partito della Madonnina
-salirebbe per la carraia, all'olmo; e dopo, riunendosi per l'ultimo
-tratto, ritornerebbero insieme come prima.
-
-— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo l'osservazione
-del vecchio. — Resterete per un poco senza il Santo. Ma gli altri
-non resteranno senza la «Compagnia»? E voi non potreste onorare la
-Madonnina con una bella «fioriera»?
-
-In un contorno e sotto una corona di fiori di tela, che sembrerebbero
-veri e freschi, la Madonnina dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
-parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese che quello era
-il mezzo per far onore a sè stesso; vide subito che la sua autorità
-ne riuscirebbe non diminuita, ma accresciuta; pensò che per tal modo
-castigherebbe il curato e umilierebbe l'avversario.
-
-— Faremo così! — disse.
-
-E tosto la voce della pacificazione si sparse; e tutti ne furono
-lieti. Gli ardimentosi convertirono l'ardore pugnace in un ardore di
-emulazione e in una speranza di maggior festa; gl'incerti, che non
-eran pochi, parteggiarono a viso fermo senza paura di danni; le mogli
-e le madri che già avevano esortati i mariti o i figli a restare a
-casa, o li avevano imaginati feriti o morti, ringraziarono il Cielo
-e benedissero San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono contenti:
-fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza della vendetta e della
-ribellione; il superstizioso panico di un'offesa religiosa; il peso
-della violenza meditata e preparata; il dubbio della sconfitta e della
-vergogna.
-
-Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono che
-l'ingegnere darebbe spettacolo di fuochi artificiali, di cuccagna e
-di palloni; che Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
-e musici; e che per la «fioriera» Procolo era andato a Bologna; e che
-dalle parrocchie vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi con
-i compagni di San Vincenzo. Insomma: un'aspettazione grande e gioiosa
-quale non c'era stata mai.
-
-Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono più di tre e per
-cagioni intime. Primi: Samuele soprannominato il Moretto e Canuto il
-sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano entrambi una
-ragazza meritevole in modestia di star fra le «figlie di Maria» e nello
-stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati in una volta.
-
-Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della festa.
-
-— Tu per chi sei? — domandò con aria di noncuranza il Sartoretto.
-
-Il Moretto, che già conosceva l'opinione della bella, rispose:
-
-— Per Sant'Anna. E tu?
-
-— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, aggiunse: — Tu però
-faresti meglio a star con quelli della Madonnina.
-
-— Io sto con chi mi pare!
-
-E il rivale proseguendo per la sua strada:
-
-— Oh oh, che aria tira, stasera!
-
-Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; perchè in fatto di
-donne e gelosie, tutto il mondo è paese.
-
-Malcontento anche era rimasto quel contadino dell'ingegner Stoia a
-cui Carlone, quando abbattevano la quercia, aveva ingiunto di tirare
-innanzi senza pensiero degli affari altrui. Quegli aveva sperato di
-venire a dirittura alle mani e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi
-il padrone disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar soldi chi
-schernisse, la domenica, Carlon de' Carli. Uno scherno per cui gli
-calasse la boria: non già da fargli del male.
-
-E il bottegaio, che aveva tanto professata e vantata la sua neutralità,
-per far quattrini strinse in segreto patto i suoi tre avventori più a
-corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva indole non del tutto
-buona; Anacleto dell'Orto (attenti ai nomi!), un millantatore; e
-Silverio detto, per scempiaggine, il Chiù.
-
-È vero che questi avevano promessa fede a quelli della Madonnina, ma di
-ciò non è a far gran caso; giacchè anche per simile genia di fedifraghi
-o traditori, tutto il mondo è paese.
-
-
-V.
-
-Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle
-sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi
-godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei
-vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo
-nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso)
-sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti:
-All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di
-buona volontà!
-
-Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente
-bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa;
-significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi
-di onorare pomposamente il Santo.
-
-Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi;
-orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più
-orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo
-bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo
-giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie
-di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre,
-bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di
-San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le
-mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti.
-Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato
-degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si
-mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla
-Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e
-lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la
-processione partiva dalla chiesa.
-
-In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della
-Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là,
-immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi
-avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della
-folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un
-disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde
-che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di
-ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo
-a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero
-o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San
-Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia
-di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia
-del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro
-la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
-di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le
-lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
-schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo
-ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: —
-aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e
-alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della
-musica. E si avviarono anche i preti col Santo.
-
-Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano
-lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
-furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come
-per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e
-l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce:
-— Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno.
-
-L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani
-c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa
-stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far
-all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno.
-
-— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I
-ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a
-l'è coula!
-
-Ribattè il toscano:
-
-— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine
-pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari!
-Dunque s'ha ire 'on esti!
-
-Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando:
-
-— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
-
-Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando
-la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri
-possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro
-non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
-
-— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun
-_ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno
-con questa grave parola. Invece l'altro:
-
-— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più
-scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là!
-
-Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava
-ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
-grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un
-giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più
-vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico
-per il cognome:
-
-— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
-
-— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo'
-mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno
-appuntao!
-
-— Cribio!... Rappaini, andouma!
-
-— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a
-sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
-su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava
-l'amico.
-
-Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da
-spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese:
-
-— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'....
-
-S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
-
-— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio,
-che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se
-le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro!
-
-L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto
-dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle
-processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
-
-— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di
-esti nè di elli!
-
-E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere
-stato vinto, alla fine esclamò ridendo:
-
-— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na
-foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
-lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le
-ginocchia la borsa della corrispondenza.
-
-Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più
-loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già
-scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di
-Rioronco....
-
-— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
-
-— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva
-la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
-vivere di rendita, disse:
-
-— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza
-della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
-sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza....
-
- *
-
-.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese
-un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
-all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di
-non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il
-torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di
-Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose
-imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta
-rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
-alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva
-il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
-dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare
-tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele
-s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui
-erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e
-il cappellano diede l'ordine del ritorno.
-
-Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali
-prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero
-lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi
-le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione
-fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per
-alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si
-ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila.
-Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si
-disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»;
-mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
-della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente
-interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con
-le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco.
-
-Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto,
-d'improvviso, affrontava il rivale e diceva:
-
-— Cosa pretendi tu?
-
-— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via,
-milordo, che è ora!
-
-Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e,
-accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna
-a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad
-arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a
-una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che
-speravano dividere i contendenti.
-
-— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
-
-Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva
-don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il
-crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima
-avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
-litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il
-mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli
-e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato;
-e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il
-vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco.
-
-Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse
-perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i
-sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il
-Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno,
-senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
-voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia;
-addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso!
-addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da
-orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai
-figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi
-confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina;
-e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le
-mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva
-generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle
-donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando....
-
- *
-
-.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina
-era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta,
-Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i
-traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di
-precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio»
-avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone
-aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si
-credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci,
-in coda.
-
-— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto:
-
-— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
-
-E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti!
-Saranno quaranta solo quelli di San Martino!
-
-— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si
-direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa....
-
-— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo.
-
-— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
-
-Allora Anacleto, lo spaccamonti:
-
-— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
-
-— Paura io?
-
-— Paura io?
-
-— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
-
-— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti
-meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
-
-— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
-
-Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non
-udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
-informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico
-da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno
-di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i
-critici della storia non avrebbero più niente da fare.
-
-Quel Tizio domandò:
-
-— Cosa avete, ragazzi?
-
-— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
-
-— Avete bisogno d'aiuto?
-
-— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore,
-sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il
-gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e
-musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni
-la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente
-affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero;
-al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già
-ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai
-rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine.
-
-Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera»
-come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti
-innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta
-alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non
-vigilasse.
-
-Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida,
-ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche,
-ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del
-muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si
-rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da
-tener a posto questo qui.
-
-— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro
-in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
-risponde: — Dicevo così per ridere....
-
-Tutti vorrebbero sapere:
-
-— Cosa c'è? Cosa c'è?
-
-Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei
-fedeli:
-
- _Maria, mater gratiae...._
-
-Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando,
-oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
-il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo
-gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo
-l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa
-del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca
-soccorso....
-
- _Mater misericordiae...._
-
-Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per
-metter pace.
-
-— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma
-come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei
-cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io,
-Carlone!
-
-Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui?
-Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: —
-Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
-aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati
-dall'ingegnere! Traditori! Addosso!
-
-E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano
-in faccia; spengono le torcie per usarle come armi.
-
-— Dalli a quelli di San Martino!
-
-— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere
-scampato dalle mani del muratore.
-
-— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto.
-
-— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere.
-
-E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio»
-si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri
-sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le
-mani nei capelli....
-
- *
-
-.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente
-l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una
-_tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
-
-— Hai udito?
-
-Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla
-viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano
-grida e braccia chiamando, terribili:
-
-— Correte! correte!
-
-I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e
-il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
-giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose
-invocavano....
-
-— _Cuntacc!_
-
-— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio!
-
- *
-
-Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
-
-Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava
-in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore
-della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano
-raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei
-monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le
-fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi
-per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che
-soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli
-steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante
-dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste
-di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col
-capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi
-russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire
-un respiro immenso di tregua e di riposo.
-
-A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva
-volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non
-udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando
-se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo
-di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo
-spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non
-più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan
-ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
-men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè
-Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del
-diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E
-quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il
-buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di
-sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
-
-Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli
-raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da
-prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il
-diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
-nascosta in quella «fioriera»?
-
-Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato,
-non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla
-Madonnina per domandar perdono anche lui!
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- Il suicidio del maestro Bonarca Pag. 1
- La giocatrice 20
- Doni nuziali 41
- Dall'Eldorado 63
- Il cappello del marito 105
- Efficacia d'una giarrettiera 124
- La fortuna di un uomo 133
- Una “scampanata„ 201
- Il polso 217
- Come finì la Modestia 230
- L'entusiasta punito 243
- L'agnello 251
- Il falcone 260
- In Arcadia 272
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
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-
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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***
+
+ Novelle umoristiche
+
+ DI
+
+ Adolfo Albertazzi
+
+
+ _Humour_: il bell'umore e il buon umore
+ e il malumore insieme contemperati.
+
+ TOMMASEO.
+
+
+ IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
+ NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO DEL MARITO. —
+ EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA FORTUNA DI UN UOMO. —
+ UNA «SCAMPANATA». — IL POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. —
+ L'ENTUSIASTA PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. IN ARCADIA.
+
+
+
+ MILANO
+ FRATELLI TREVES, EDITORI
+ 1914
+
+ Nuova edizione riveduta e corretta.
+
+
+
+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA.
+
+ I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
+ tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
+
+ Milano. — Tip. Treves.
+
+
+
+
+Il suicidio del maestro Bonarca.
+
+
+I.
+
+Felicità è una vana parola? — Persona alta e forte; baffi neri e fieri;
+voce baritonale e, se bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio bianco
+al kepì; spada al fianco e assisa quasi militare; saluto alla militare
+dai subalterni; dominio sul palco in piazza a dirigere la banda nei
+giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni e nei trasporti
+funebri; direzione dell'orchestra in teatro; autorità di maestro sui
+cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino notevole; stipendio
+sufficiente per una vita tranquilla; tranquillità di scapolo: tutto ciò
+dovrebbe pur bastare a rendere felice un uomo!
+
+Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori dell'essere caduto in
+miseria da tanta sua felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
+creditore, benefattore con o senza usura, corre il pericolo che il
+beneficato ponga fine al debito ponendo fine alla vita.
+
+Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione l'ambizione; e
+debolezza la confidenza nel nostro ingegno, non meno che fallaci,
+insani sono i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia e la melodia
+di cui risuoni l'anima nostra. Infatti quando il maestro Bonarca non
+avesse dato ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non si sarebbe
+incamminato mai verso il canal Torbo con il proposito d'affogarvi.
+
+Fu così: In poco tempo aveva composta la _Sposa selvaggia_
+(centocinquanta lire al poeta del libretto: prima spesa), e i giornali
+cittadini avevano preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai cronisti:
+seconda spesa); poi (altre spese) il maestro era andato a Milano,
+a Torino, a Bologna in cerca di un editore, di un mecenate, di un
+impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata idea di assumere per sè
+l'impresa al teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
+prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse la dote teatrale, uno
+stimato commerciante accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali di
+lui, che sacrificava alla gloria tutte le economie del passato e molte
+economie dell'avvenire. E la _Sposa selvaggia_ aveva ottenuta fortuna
+quasi uguale a quella desiderata. Se non che i cittadini d'una città
+piccola non vanno a teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
+ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir la _Traviata_ o il
+_Trovatore_, si lasciaron persuadere da una costosissima _réclame_
+e dalla fama dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima donna,
+l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla, aveva messo voce e opera
+a caro prezzo. E infine, dopo tante angustie che solo un uomo di
+coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante contese, vinte a
+fatica di polmoni strepitosi e di occhi biechi, con i cantanti, i
+suonatori, i pittori, i macchinisti, i coristi che non rimettevano a
+dopo il sabato il pagamento della mercede, era avvenuta la catastrofe:
+il commerciante dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
+fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda notizia: fuggito con
+i quattrini! Canaglia! ladro! assassino! Socio al maestro Bonarca.
+Sul quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei creditori; le
+cambiali protestate; il disprezzo della cittadinanza; la diffidenza
+della patria tutta. L'infelice, per colpa della sua _Sposa_, si vide
+perduto; si credè abbandonato; si sentì solo al mondo, solo con la
+_Sposa selvaggia_ e col disonore....
+
+Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
+
+
+II.
+
+Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua che trascorreva lenta
+e cheta, e della luna, attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
+bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. Similmente la sua vita
+poteva forse trascorrere placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
+maggior lume che quello sufficiente a una capacità mediocre. Ah sì!
+Gli parve ora d'essere rinsavito; di saper con giustezza misurare il
+proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era illuso e che l'avevano
+illuso; e, a convincersene, riandava ancora una volta, l'ultima volta,
+coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. L'adagio della sinfonia
+era soltanto una povera nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
+
+Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, qualche lucida frase;
+v'appariva un pensiero melodico, che cadeva subito come un volo cui
+mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto sarebbe stato
+bello se non avesse ricordato troppo l'_Ernani_. Dunque: a giudizio di
+critica giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva poco, o nulla.
+Per fortuna era breve!
+
+Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! vuoto!
+L'introduzione?... Quale le promesse di certi amici. Dopo, la
+preghiera; che non commoveva neppure la platea e che appunto per ciò i
+critici avevano definita un canto di sirena nordica, senza rammentarsi
+che la _Sposa selvaggia_ era affricana. Poi, il coro; elaborato senza
+dubbio per quella rispondenza degli ottoni al richiamo degli archi, ma
+privo di originalità; lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?...
+Il terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! Questo era
+bello; c'era tant'anima! c'era il cuore del pubblico che sobbalzava
+rapito quasi una volta a quello dei _Lombardi_! Bellissimo! Un pezzo
+simile sfidava la critica, sfidava la malignità degl'invidi, sfidava
+il tempo; nè chi l'aveva scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
+quantunque s'annegasse, umilmente, nel canal Torbo!
+
+Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di vanità al secondo atto;
+come la romanza del tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
+nome!
+
+ Sposa selvaggia, addio!
+ Io morirò per te!
+
+Così soave e così semplice, questa soave e semplice e limpida sorella
+della «Casta Diva» attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
+non ostante le diavolerie dei wagneriani e i disaccordi che mortificano
+ingegni, anime e gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
+mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore dell'armonia, lo spirito
+dell'amore meridionale, il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
+Viva l'Italia!
+
+E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella divina romanza, che tutti
+avevano imparata la prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
+alla memoria di tutti, anche dei nemici; e si piangerebbe il giovane
+maestro, che una sorte diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica e
+pura arte della patria....
+
+Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca anteponeva l'onore alla
+gloria; perchè il mondo non dicesse che del commerciante fuggito
+con i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; perchè egli
+riconosceva i suoi debiti e prevedeva che non avrebbe potuto pagarli
+mai più; perchè insomma lo superava un destino crudele e non voleva si
+credesse da alcuno della cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
+avesse paura di morire!
+
+Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, la lettera al questore:
+«Mi uccido per ragioni che è inutile rivelare....» (Infatti chi
+non se le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini per la loro
+benevolenza alla mia _Sposa selvaggia_....»
+
+Erano due righe, ma animose; di un uomo senza paura. Qual rammarico
+tuttavia nel pensare che la sua tragica fine servirebbe di _réclame_, e
+l'opera presto data alla Scala o al Regio o al San Carlo solleverebbe
+il pubblico, entusiasta del terzetto e della romanza, a chiamare il
+maestro, che, essendo morto annegato, non potrebbe assistere alla
+rappresentazione!
+
+D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» Un'idea gli balenò
+nella tempesta dell'anima come suscitata da sentimenti opposti: un po'
+di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, e il coraggio ch'egli
+era convinto di poter spingere fino all'audacia. «Se aspettassi....
+a vedere cosa i giornali diranno, domattina, della mia morte?»
+Certo, dopo morirebbe più volentieri; sia che i giudizi postumi gli
+confermassero meriti e compianto, sia che la pubblica giustizia, fatta
+libera dalla morte, lo condannasse senza pietà. Ma non era un'idea da
+matto? Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E un birocciaio
+che transitava, lo vide; e una vecchia, la quale passava con un
+cesto al braccio, si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
+tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non sarebbe da matto quando
+riuscisse a sfuggire a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
+a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo tutto, ai condannati a
+morte è lecito soddisfare, qual si sia, l'ultima voglia!
+
+Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse di là, non vedesse il
+_paletot_, non leggesse la lettera e non la portasse in questura prima
+della notte, egli si tolse il _paletot_ e lo pose sul parapetto del
+ponte; gettò il cappello alla corrente livida, e quasi a scorgere, così
+travolta, la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse subito
+gli occhi per non commuoversi; quindi scese lungo la riva in cerca d'un
+nascondiglio. Ricordava che alla distanza di forse un chilometro, fra
+le canne e i giunchi, era la casupola d'un piccolo mulino abbandonato;
+oltre il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto l'argine a
+sinistra, impaludava il piano. Si avviò per il sentiero all'abitacolo;
+v'entrò da una porticella, e al lume d'un fiammifero vide ove mettersi:
+su poco strame, dietro un pezzo di macina; nè egli chiedeva più tenero
+letto a riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe il giorno: per
+i giornali manderebbe il primo ragazzo o galantuomo che transitasse
+per la via e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto il
+cappello dal ponte. Freddo gli sembrava assai, ma sopportabile a chi
+non temeva il freddo della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
+pensare a cose che lo distraessero. Le altre sere a quell'ora, se non
+aveva teatro, giocava a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
+(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... Ma quel marito,
+via!, non giocava mica male; anzi, da competitore formidabile.... E il
+delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, sebbene questurino;
+giocatore mediocre a suo confronto, eppure vincitore in una classica
+partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo delle prove.... Oh le
+sudate prove della _Sposa_!...; con quei violini che non andavano;
+con quella cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; temuto.
+Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche cosa che fa perdonare ogni
+scatto. Per esempio, egli qualche volta era stato feroce; e mai un
+lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva detto a un compagno, dopo
+la seconda prova: — Se torna a darmi della bestia in orchestra, lo
+fracasso con lo strumento. — Ma lui, alla terza prova: — Camandri: è un
+_la_! un _la_! un _la_!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi e il
+bombardone a posto; frenato e impaurito da quello sguardo....
+
+Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i discepoli, quanti non
+direbbero, con certo orgoglio: — Bravo maestro! Gli uomini di fegato e
+di carattere fanno così; non scappano come quel mercante traditore....
+— A proposito! (fe' Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
+aveva il resto dell'ultima lira, che si era tratta di saccoccia per
+l'ultimo _cognac_...
+
+Dunque?
+
+Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia addosso ed ebbe appoggiato
+il capo alla pietra...., a poco a poco, senza perdere il coraggio,
+s'addormentò.
+
+
+III.
+
+«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro, il fortunato autore
+della _Sposa selvaggia_, nel quale tante speranze riponevano gli
+ammiratori concittadini, l'arte e la patria, ierisera si è miseramente
+ucciso gettandosi nel canal Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
+causa che ti condusse al triste passo nel fiore della balda giovinezza
+destinata a uno splendido avvenire? Noi, a cui la commozione e l'ora
+d'andare in macchina impediscono d'enumerare adesso tutti i meriti
+del perduto amico, noi non solleveremo il velo della sua tomba. Noi
+rispettiamo il segreto e il desiderio del maestro Bonarca. Solo per
+debito di cronaca accenneremo che, appena sparsasi l'infausta notizia,
+si è vociferato in città di un amore infelice....»
+
+— Un amore infelice? — esclamò Bonarca, stupito, non comprendendo,
+da prima il perchè di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
+che delle amanti ne aveva avute tre in una volta: una nubile, una
+maritata e una nè maritata nè nubile? Infelice in amore un uomo della
+sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione della _Sposa_,
+quando si voltava indietro a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
+volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide _toilettes_,
+sarebbero state sue? Ma di fra le righe della necrologia gli venne la
+luce; afferrò la ragione della pietosa menzogna; si commosse fino alle
+lagrime.
+
+Per la ragione stessa gli parve anche più nobile e felice la trovata
+del _Radicale_, che gli dedicava un articolo di due colonne.
+
+ . . . . . . .
+
+ «Sposa selvaggia, addio!
+ «Io morirò per te!
+
+«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per la sua sposa; e la sua
+sposa — noi lo sappiamo — era l'arte. Un artista tanto più è grande
+quanto più è grande il concetto che ha dell'arte sua. Povero Bonarca!
+Aveva appena colti i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva anzi,
+perchè gli sembrava di non aver fatto nulla in confronto a ciò che
+fecero Rossini e Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva di
+non poter fare! E la bell'anima seguendo la mente alata che volava alla
+gloria, su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita, è caduta,
+è precipitata nel canal Torbo.
+
+ «Io morirò per te!
+
+ . . . . . . .
+
+Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi, il _Vero cattolico_
+concludeva:
+
+«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè nemmeno per il maestro
+Bonarca possiamo trovare un'eccezione alla regola della religione e
+della coscienza. Ripetiamolo a norma dei nostri lettori dilettissimi:
+Ogni suicida è un peccatore che o mancando di fede ha patito
+l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una improvvisa demenza.»
+
+
+Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè nell'opinione pubblica,
+egli poteva, doveva essersi annegato o per il diavolo, o per il
+cervello voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte; non per la
+causa vera, nota a tutti. Come dire: che un artista il quale s'ammazza
+per i debiti non è artista. E questa era la ragione di quelle menzogne.
+
+Ma artista e grande lo proclamavano tutti; con sincerità evidente,
+perchè essendo morto, nessun interesse lo legava a quei giornalisti;
+e perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria. E questa era la
+ragione del buonsenso.
+
+Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la necessità della logica!
+Doveva lamentare d'aver deposto il _paletot_ con in tasca la lettera,
+sul ponte. Ma se non avesse deposto il _paletot_, non si sarebbe
+convinto della sua postuma gloria. Doveva lamentare di non essersi
+annegato subito. Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
+che annegarsi per debiti è una corbelleria. E, d'altra parte, non
+impunemente si scrive a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
+è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più muova a disprezzo e a
+riso del venir meno per viltà a una faccenda seria come il suicidio.
+Ah! che errore non essersi buttato nell'acqua la sera innanzi mentre
+passava il birocciaio! Buttarcisi ora, in vista a qualcuno il quale lo
+salvasse, sarebbe peggio che peggio! A quest'ora nell'opinione pubblica
+egli era morto; cadavere era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
+intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che alla fine il diavolo
+non è brutto come si dipinge e i creditori non sono crudeli quanto
+s'imagina; che agli artisti meritevoli della stima universale non mancò
+mai, alla fine, un insperato soccorso; che se egli, da quell'uomo
+coraggioso che era, avesse vinta l'ultima battaglia, l'avvenire
+l'avrebbe consolato di gloria e di quattrini. Morire, misero Bonarca,
+quando a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano così belle,
+pur nel grigio mattino autunnale, tra i miasmi del padule e nella
+desolazione dell'abituro ov'egli era tornato a gemere! Oh la natura!
+Udiva il cinguettare dei passeri; un lontano abbaiare; un lontano
+scampanare a festa e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
+ammirare ancora una volta il sole, il verde!
+
+Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si ritrasse d'urto,
+atterrito: due carabinieri, preceduti da un signore nero, in abito
+nero.... (Forse l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno delle
+partite a biliardo?...) si avvicinavano al mulino. Ad arrestar chi?
+lui? per i debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche? Rosta!
+Confuso, spaventato quasi, il maestro s'avvolse nella paglia, si
+ritrasse in sè....
+
+Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono proprio sotto la
+finestra, chiarendosi benissimo la voce dell'amico Rosta. Ma non
+entrarono.
+
+.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro modo. Cinque ore di
+perlustrazione, signor delegato: siamo proprio stanchi!
+
+— Certo, poteva impiccarsi!
+
+— O farsi saltare il cervello.
+
+E la voce del delegato amico gridò, forse a quelli delle pertiche:
+
+— Spicciatevi, ragazzi!
+
+Poscia:
+
+— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere, l'avrebbe venduto
+in piazza....
+
+A chi si riferivano tali parole? Per fortuna l'amico s'interruppe di
+nuovo a chiedere con voce più alta:
+
+— Si sente? C'è?
+
+Da lungi uno rispose:
+
+— Niente!
+
+Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la misteriosa ricerca.
+
+— Dicono che avesse da dare anche duecento lire al trattore....
+
+— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece la seconda voce ignota,
+del carabiniere. Allora Bonarca fu certo di chi discorrevano.
+
+Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno da pagare i debiti
+di gioco. A me, mi doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
+biliardo.
+
+Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli addosso con un paio di
+schiaffi da rovesciarlo e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite,
+questurino mentitore! — Invece, no, non poteva muoversi; doveva restar
+lì rannicchiato nella paglia! «Mentitore infame!» Una delle partite,
+ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei io a calunniare i
+morti!»
+
+Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
+
+— Niente?
+
+Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
+
+— Niente!
+
+Il delegato ripigliava:
+
+— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe il torto di dar retta ai
+giornalisti, che per quattro pezzi rubati qua e là e cuciti insieme
+alla meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe un Mascagni!
+
+Gridarono: — Non c'è!
+
+Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato che al mulino
+del canal Torbo si pescavano i cadaveri degli annegati. Coloro che
+gridavano _non c'è_ erano senza dubbio i suoi becchini.
+
+— Cercate ancora! Cercate!
+
+Il brigadiere frattanto preferiva la _Cavalleria Rusticana_ al
+_Nabucco_ e stancava vieppiù il delegato; il quale propose:
+
+— Se andassimo a sedere qui dentro?
+
+Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo si oscurasse
+all'interporsi d'una faccia e si sentì, con un brivido, perduto. Ma il
+brigadiere sconsigliava:
+
+— Non sente che tanfo?
+
+E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando il misero in una
+disperazione così grave e violenta che fu per fracassarsi la testa
+su la macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse sovvenuto della
+cinghia con cui usava reggersi i calzoni.
+
+Ma in verità era un dilemma atroce: egli avrebbe dovuto vivere per
+dimostrare che tutti i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
+torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere non poteva senza
+meritarsi il disprezzo universale!
+
+Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
+
+.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi è scappato anche lui?
+
+— Non credo. Non era uno da farcela così da furbo. Dite piuttosto che
+si sarà buttato giù, con una pietra al collo, in altro sito, per non
+essere pescato. Del coraggio ne aveva....
+
+Meno male!
+
+— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero anch'essi.
+Uno sbadigliò:
+
+— M'è venuto appetito.
+
+.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di soppiatto; si diresse
+non alla parte del borro pieno e profondo, perchè i manigoldi avrebbero
+forse udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino o per lo
+scolare di poc'acqua, imputridiva una gora. Ivi non era possibile
+annegarsi. Se non che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
+deciso com'era, vi balzò.
+
+Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno, alla
+superficie; e sotto, adagio adagio, i piedi, e poi i polpacci, e poi i
+ginocchi, e poi le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
+dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
+
+Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se n'andavano per l'argine
+opposto. Nè poteva fermarsi: se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
+o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano sasso o fondo sodo.
+Che morte!
+
+Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva il ventre quel brago
+in cui forse pascevano i più schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco;
+gli saliva al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto! aveva la pegola
+al petto! Gli toglieva oramai il respiro; e se gli arrivava alla gola,
+alla bocca....
+
+Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio.... Maledetta la _Sposa
+selvaggia_!... Addio, Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
+addio, Lilì, per sempre!
+
+Non si fermava ancora.... Ancora?
+
+Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse gli occhi per non
+vedere la sua morte, così. Ma a voce alta emise il grido degli estremi
+spiriti:
+
+— Oh Dio!
+
+Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti, non voleva morire?
+
+Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò oh! E fu un urlo che
+finì in modo straziante; atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
+nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con l'aiuto di Dio, dopo un
+secolo....
+
+— È lui! Corriamo!
+
+— È Bonarca!
+
+— Là! presto! affoga! — Correvano.
+
+— È lui! Chi sa da quante ore!
+
+— È già spacciato! — Arrivavano.
+
+— No; non vedete? Muove la testa come una galana....
+
+— Una corda.... Le pertiche!
+
+— Maestro! maestro!
+
+Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri il delegato, i
+carabinieri, i becchini; e udiva battere il suo cuore, _ton, ton, ton_,
+a grande velocità.
+
+— S'attacchi!
+
+— S'attacchi alla pertica!
+
+— Attáccati, amico!
+
+— Forza!
+
+— Coraggio, caro maestro!
+
+Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe bastato afferrarsi alle
+pertiche. Ma non voleva morire?
+
+— Coraggio! — Forza! — Bravo!
+
+— Tira!
+
+— Viene!
+
+Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa n'ebbe lui?
+
+Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle pertiche. Alle
+pertiche, prima; poscia a quelle braccia. Egli si lasciò trascinare e
+afferrare....
+
+E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia dell'amico, balbettò:
+
+— Lasciatemi morire....
+
+
+
+
+La giocatrice.
+
+
+I.
+
+Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, Gianni Limosa avrebbe
+dovuto convincersi che il suo affetto non escluderebbe mai dal cuore di
+Claudia Verbani l'affetto delle carte; che Claudia giocatrice — eppure
+così bella, così giovane, così vedova! — non aveva, nè avrebbe mai più,
+tempo, voglia, affanni d'amore.
+
+Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo sarebbe dovuto esser
+questo: L'uomo può dedicarsi con le sue energie a più vizi in una
+volta; dove la donna, con le energie sue, non si dà quasi sempre che
+a uno solo, e con l'anima sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
+sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, da che mondo è mondo,
+la donna ebbe taccia d'incostante in amore, l'amore per la donna o non
+è una passione, e quindi non è un vizio, o tutt'al più è passione non
+intensa e profonda quanto un vizio: per esempio, il gioco.
+
+Se non che Limosa invece d'essere un filosofo era uno _sportman_
+innamorato; perciò non è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
+così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, io l'amo alla
+follia e con buone intenzioni: per forza; perchè è onesta; e la
+sposerei anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè ha un vizio.
+Un vizio? Sì: come Luisella la mia puledra.... Luisella adombrava al
+passaggio del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava o voltava
+indietro; sudava tutta; tremava; e guai se gliel'avessi data vinta!
+Io, traendola alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, dietro
+o di fianco, con una bicicletta, e intanto frenandola e frustandola
+a mio modo, l'ho domata che è diventata un'agnellina. Ma Luisella è
+una cavalla, e Claudia una signora. Per questa dunque mi atterrò a un
+metodo affatto contrario.»
+
+Ora, la fallacia del ragionamento apparisce manifesta nel credere che
+per essere Luisella una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
+e l'altra no, patissero o peccassero in modo affatto contrario e
+bisognassero di opposti rimedi.
+
+Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno rassomigliavano: che eran
+femmine ambedue.
+
+
+II.
+
+Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli neri a spazzola; barba corta
+all'inglese; abiti che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
+giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di stoffa costosa e di
+bella fattura; muscoli temprati agli esercizi del corpo; un naturale
+buon umore e bastevole intelligenza e cultura perchè egli non si
+confondesse in conversazione alcuna. Dei contadini, fra cui viveva
+otto o nove mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi troppo,
+o degli amici e delle amiche che trovava ai campi di corse, chi mai se
+lo sarebbe imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo tirare ai
+piccioni! saltar le _siepi_! guidare Luisella!
+
+Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa e sagace quella
+signora Claudia; con certi modi ingenui e volontari da far girar la
+testa a ben altri che a uno _sportman_ non filosofo! Nè Claudia stentò
+molto a introdurre il povero Gianni in un dialogo per cui egli credè
+meglio finirla e confessarsi innamorato cotto.
+
+— Sissignora! Io sono un uomo alla buona, franco, robusto, sano. Non
+leggo romanzi, io! E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a questo
+punto.
+
+— Di chi?
+
+— Oh bella! Di lei!
+
+Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè il cuore gli picchiava
+il petto; e con la sinistra accomodava la barba, mentre Claudia,
+niente affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata al divano
+mostrandogli, senza volere, la bianca gola e sorridendo d'un'ironia
+lieve, non priva d'indulgenza.
+
+— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non conosce neppur tutta la
+gravità del suo malanno! Perchè, scusi, se non è sano chi legge
+romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato come nei romanzi e come
+dice di essere lei.
+
+Egli mormorò:
+
+— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... Tanto più che io amo
+non da eroe, ma da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
+
+— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più grande?
+
+— .... Rinunciare alla mia libertà!
+
+Il modo con cui fece l'offerta e il tono che aveva imposto alle parole
+un peso maggiore a quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
+signora una risata schietta.
+
+— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà è il più piccolo, il
+più semplice, il più naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! È
+necessario; se no, il matrimonio non sarebbe un legame!
+
+— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —, io farò di più: rinuncerò
+ai cavalli, alla caccia, alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
+dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; ascolterò concerti
+wagneriani; ballerò la season....
+
+— Inutile, povero Limosa!
+
+— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
+
+Che impeto nella dimanda! che passione, che disperazione nel secondo
+«mai!»
+
+Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la faccia con le mani,
+ascoltandosi e riflettendo; indi scosse il capo a viso scoperto.
+
+— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai cavalli, al mondo, ai
+romanzi, ai concerti, alla _season_....; a tutto, fuorchè alla mia
+libertà!
+
+— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa, dopo aver riflettuto anche
+lui. — Voi, dunque?... Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe
+alla sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se poteste non
+rinunciare alla vostra libertà, voi forse...?
+
+Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe capito nulla; o avrebbe
+capito che il cervello a quell'infelice gli aveva dato la volta.
+
+Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse d'un'offesa e
+attendesse un opportuno schiarimento.
+
+— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei odia; non è l'amore che lei
+odia: è il matrimonio!
+
+E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo stesse qui, non ci vedrei
+tante difficoltà a superarlo.»
+
+Ma la signora con voce e attitudine convenevoli alle parole, eppure
+quasi benigna:
+
+— Io non odio nulla e nessuno, amico mio; solo, non ho voglia d'amare,
+perchè più mi piace viver libera; nè una donna come me intenderebbe
+l'amore senza il sacrificio assoluto e.... legale della propria
+libertà. Chiaro?
+
+A ogni parola la faccia di Limosa era andata acquistando una linea di
+mestizia; sicchè all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma in
+barba corta all'inglese.
+
+— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente ella cedette al
+_voi_).... lasciate questo discorso; e piuttosto facciamo una partita
+a scopa.
+
+Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, quando rispose, disse
+con un sospiro che venne fuori dal broncio:
+
+— Non conosco le carte!
+
+— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella domandò tra
+compassionevole e ironica, secondo la sua usanza.
+
+Allora egli proruppe:
+
+— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; oggi, signora, vi dico:
+nemmeno conosco le carte! e me ne vanto!
+
+— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo alle nostre partite? a che
+pensate?
+
+La passione lo rese eloquente e furente.
+
+— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi esamino; vi giudico; entro
+in voi; scappo disperato; mi perdo.... Oh che martirio amarvi e vedervi
+con le carte in mano! Un supplizio! Diventate cattiva e debole; perfida
+con chi vince; lusinghiera con chi vi fa vincere....
+
+— Limosa!
+
+— Quante volte soffro io più di voi a vedervi palpitante, tremante,
+pallida in attesa d'un colpo di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa
+con occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare un
+compagno più brutto del demonio! Quante volte ho dovuto augurarmi
+d'essere io il _re bello_, che vi rallegrava, o l'_asso di bastoni_ o
+_il bagattino_!
+
+— O l'_angelo_, o il _diavolo_, bugiardo che siete! — esclamò giuliva
+la signora. — Conoscete fino i tarocchi!
+
+Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
+
+— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a vedervi consumare in tal
+modo gioventù, bellezza, salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
+amo tanto, io giudico che anche questa è una colpa, perchè è questo
+esecrabile vizio, questa obbrobriosa catena che v'impedisce di amare e
+di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
+
+A questo punto Gianni s'aspettava che ella rispondesse un «grazie» per
+canzonatura, o che inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
+aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e severa, Claudia parlò:
+
+— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi offende: mi affligge; e non
+vi perdonerei se non vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
+nell'amore onesto.
+
+Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
+
+— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
+
+Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche perchè si fosse
+innamorato così?
+
+— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna è turpe; perchè se sono
+religiosa, non sono bigotta, non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
+bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito m'ebbe abbandonata
+sola al mondo, io, che l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
+mi sarei lasciata struggere dal dolore se non avessi trovato scampo
+e consolazione in una passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
+Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il _faraone_, il _macao_,
+il _tresette_, i _tarocchi_, la _scopa_!... — E sgorgarono le lagrime;
+piovvero lagrime sul fazzoletto.
+
+— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa, pari a un eroe da romanzo,
+afferrandole una mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: «Debbo
+mettermi in ginocchio?»
+
+— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa è proprio della mia
+inesperienza! Se io fossi avvezzo a innamorarmi, non invidierei le
+carte e non desidererei per me quel che date a loro; mi negherei il
+diritto di ingelosire; riconoscerei il mio torto di amarvi tanto; mi
+persuaderei ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... che.... Mi
+fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
+
+In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, al suo solito modo,
+Claudia un po' s'affliggeva e un po' godeva.
+
+— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona buona. — Guarirete.
+
+— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia villa alla vostra non ho
+cavallo che corra abbastanza! Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
+
+— Distraetevi.
+
+— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi e sospirando. — Mi
+distrarrà o il vino, o la religione, o.... una rivoltella!
+
+— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora trattenendolo. — Che
+discorsi sono questi? Fermatevi, Gianni, per carità!
+
+Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato che ci fosse da
+spaventarsi in quella maniera. Finchè lasciò trarsi per il braccio,
+dolcemente.... Dove?... A un tavolino.
+
+— Sedete! Ubbidite!
+
+Ubbidì.
+
+— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò io, signorino,
+come si gioca a scopa!
+
+
+III.
+
+Ma studiando indefessamente, sin quasi ad ammalare di neurastenia, otto
+giorni dopo Gianni aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno e
+d'azzardo che appassionavano la signora Verbani, e s'era deliberato a
+questi termini: «O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno che,
+per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, Claudia maledirà le
+carte e un prete benedirà il nostro amore.»
+
+Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non sarebbe venuto mai a un tal
+patto:
+
+«io accopperò te; o tu, me.»
+
+Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle ville intorno si
+recavano dalla Verbani per le partite diurne e notturne, cedettero ogni
+primato al nuovo competitore e, invidiando, assistettero ai singolari
+certami per cui boni da cento lire sostituirono nelle poste quelli
+da dieci. Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio (_fortunato
+in amor...._) la fortuna assisteva Gianni Limosa, a cui sarebbe parso
+meglio rovinarsi; poichè vincendo temeva guadagnarsi anche l'antipatia
+della signora. E alle occhiate di sfida e di corruccio sempre
+rispondeva con occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, come
+a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta sorrisi di scherno e lampi
+d'odio. Ma poscia la fortuna si stancò di favorire chi non la curava,
+anzi l'incolpava di danni; e Claudia vinse; vinse tanto, in poche
+settimane, che la somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò la
+compagnia e il mondo intorno.
+
+Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe la gravità vendendo,
+quasi per bisogno, due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
+chiese quattrini in prestito a uno di quegli amici ostili. Repugnanza
+e rimorso non tardarono quindi ad abbattere la gentile colpevole, e le
+partite a scopa moderate a poche lire tornavano alla memoria di lei
+come, dopo il fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! Ah
+limitarsi alle pure briscole!
+
+Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, procedeva nelle scope, e
+peggio.
+
+— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse un giorno.
+
+— Non voglio! — ella esclamò. — La _roulette_ è stupida.
+
+Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con gli occhi:
+
+«La _roulette_ è stupida? E la _briscola_ no? e il _macao_? e la
+_scopa_? e la _bestia_? e io? e voi? Non comprendete dunque il vostro
+lungo delitto? il mio lento suicidio? Non potremmo fare qualche altra
+cosa di meglio?»
+
+Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente e indifferente, in
+quella tinta grigia, di latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
+quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; minuta, silente, inutile
+pioggia. Mortificate, le piante del giardino non muovevan foglia; senza
+tremito eran le frange degli abeti; senza voci gli alberi e il tetto;
+senza volo gli uccelli; senz'anima la vita; senza vita l'universo;
+senza l'universo.... Una giornata insomma o da briscola o da suicidio.
+Ebbene, chi lo crederebbe?...
+
+Claudia mormorò:
+
+— Non ho voglia di giocare, oggi!
+
+E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino, non parve vero
+d'esclamare:
+
+— Facciamo qualche altra cosa!
+
+— Chiacchieriamo.
+
+Egli tacque.
+
+— Non andate a Erba, quest'anno?
+
+— No: _Gringoire_ s'è azzoppato.
+
+— E Luisella?
+
+— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata al trotto; e non la sciuperò
+mai in un ippodromo.
+
+— È buona..., lei?
+
+— Oh sì!
+
+— Senza vizi?
+
+— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso, più.
+
+— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a malincuore Claudia. Indi
+chiese: — Siete venuto qua con lei? con la _charrette_?
+
+— Sì.
+
+Che capriccio le veniva? Andò alla finestra; disse:
+
+— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io le virtù di Luisella.
+
+— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
+
+Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava; non sgocciolava più.
+
+— Posso fidarmi?
+
+— Di Luisella? Garantisco!
+
+— E di voi?
+
+Da uomo leale Gianni tacque prima di portare una mano al petto; ma poi
+rispose: — Sì.
+
+.... Andarono per la diritta via, che la puledra, con trotto uguale,
+ampio e sonante, sorpassava recando nella _charrette_ il signore e la
+signora.
+
+Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco e quegli d'un
+rapimento giocondo; e l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose
+apostrofi: — Biondina...; birichina...; capricciosa...; cattiva, etc.;
+— mentre l'aria, risentita dell'autunno e rinfrescata dalla recente
+pioggia, al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi di
+delizia.
+
+— Yop! Via, Luisella!
+
+Luisella volava.
+
+— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a un punto, con nuova dolcezza.
+
+E Claudia:
+
+— Comprendo il piacere d'aver domato così bene questa bella bestia.
+
+— Oh c'è una gioia più grande: domare un angelo!
+
+— Difficile impresa per un uomo!
+
+— No: per un asino come me, che ha soggezione di voi anche oggi!
+
+Gianni s'adirava.
+
+— Un altro non si sarebbe messo una mano al petto....
+
+— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque, buono! e.... sperate. Da
+bravo! Dicono che Amore faccia miracoli.
+
+Divina creatura! Quando parlava sul serio, non si poteva crederle; ma
+quando scherzava, persuadeva.
+
+Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava negli occhi di lei,
+ove gli pareva vedersi più vivo e più bello, o attendeva a vedere come
+l'aria lusingava que' fini capelli biondi. Intanto Amore preparava il
+miracolo.
+
+Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze, e arditamente
+Luisella, guardavano innanzi per la strada diritta e libera, mentre
+Gianni guardava da un lato; e non si sa quale delle due prima,
+Claudia.... — oh Dio!...: una bici.... — vide; e Luisella, a tal
+vista — una bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò. Un
+indefinibile, duplice grido: l'urto della ruota a un paracarri: la
+fredda, rigida sensazione d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
+d'una botta tremenda a terra per cui l'anima s'insaccasse e profondasse
+nel corpo e il corpo si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
+catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un salto mortale!
+
+Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro! In terra, fermi, inerti,
+tutti e due; anzi, tre, con la _charrette_ senza stanghe.
+
+.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi rotto nulla, che si
+vide appresso, morta, Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
+loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!, Luisella; poi
+non vide più che la signora, morta!
+
+— Claudia! Claudia! — invocava disperato, anelante, bianco di terrore
+in faccia, e tutto inzaccherato. Ma il ciclista giungeva avvertendo: —
+Io medico! medico, io! —; e affannoso anche lui, colui s'inginocchiò
+a slacciare il busto della poverina e a richiamarla in vita; mentre
+Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta, si strappava i
+capelli e ripeteva: — Morta!
+
+Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise un gemito lungo....
+
+— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con cura.
+
+Gianni lamentava: — Claudia! Claudia! Ah sì! la poverina s'era rotto
+un braccio! Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa, in cui
+combattevano e si confondevano la voglia di ammazzare il ciclista
+a pugni, e dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
+rappresentarlo nell'angosciosa attesa della carrozza mandata a prendere
+alla villa per un contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno che
+rintracciar le parole italiane, francesi, tedesche con cui quel medico
+straniero pregava la pericolata che facesse il piacere di ricuperare i
+sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo. Tre volte ella tornò in
+sè a gemere, da sul cuscino, ch'era caduto con loro dalla _charrette_;
+finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente, in vita.
+
+Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè il forestiero
+raccomandava di portarla al luogo più vicino — la trasferirono senza
+scrupolo a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista la credeva
+moglie del signore. E con gran premura accertò Gianni che, fuori del
+braccio, _votre femme_ non aveva patito danno notevole; e si compiacque
+a fare lui, benissimo, la fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel
+collega italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò, a solo compenso,
+la firma nell'_album_ dei ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile,
+saltò in bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
+
+Era a quel che aveva detto e a quel che si seppe poi, un medico di gran
+nome; il quale per provare i benefizi della ginnastica e per convincere
+della sentenza _mens sana in corpore sano_ faceva il giro del mondo in
+bicicletta.
+
+
+IV.
+
+Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli disse:
+
+— Iddio mi ha castigata, amico mio!
+
+A che, triste, l'amico:
+
+— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
+
+— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci il braccio che offendere
+il mio buon nome. Pensate: sono in casa vostra!
+
+Ribattè Limosa:
+
+— E io? tocca a me rimediare!
+
+— Io — soggiunse la signora — sperava di non rimaritarmi se non di mia
+spontanea volontà.
+
+— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi prima di esser certo di
+tutto il vostro amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno un poco?
+
+Ella tacque; poscia rispose:
+
+— Sono così dolente della percossa che non ho più forza di sentir
+altro. Lasciate che mi ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi
+ricordi.
+
+Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse come se dicesse una cosa
+buffa:
+
+— Mi ricordo che quando mi parve d'andar per aria e invece andavamo in
+terra, sentii che con voi morivo volentieri.
+
+Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo amava! lo amava sul serio!
+Così, finalmente, un purissimo bacio fu suggello alla promessa fede di
+quelle due anime oneste.
+
+Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a veder Luisella; e, a
+vederlo, Luisella, ch'egli aveva bastonata a furia, nitrì senza rancore
+e senza rimorso.
+
+Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia si sarebbe mai accorta
+di amarlo fino a sentire di morir volentieri con lui?
+
+No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da cui il giorno prima egli era
+stato infiammato contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia ma
+per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico fallo (e se non fosse
+stata una bestia, certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
+e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa abbracciò al collo la sua
+cavalla.
+
+
+V.
+
+Appena in grado di levarsi la signora partì per la città ad affrettarvi
+i preparativi delle nozze e la riparazione dello scandalo: questo
+tanto più ingiusto in quanto che era seguito a una disgrazia grave. Ma
+incrudelivano nelle chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e quindi
+una nuova ragione per Limosa a detestare le carte. Egli, in quel
+mentre, rimeditava la purissima luna di miele anticipata; le ore di
+felicità trascorse al letto dell'inferma quando, parlassero o stessero
+cheti, sì dolci cose s'erano dette.
+
+Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni che Claudia si adattasse a
+lui con le parole, gli sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero
+e dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a lei, s'ingentiliva,
+poetizzava sè medesimo; e parlava a voce sommessa; e camminava in punta
+di piedi....
+
+Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità avvenire e scelti
+i luoghi da stare durante le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e
+i metodi da tenere nell'educazione dei figlioli maschi e femmine, e
+contenuti i trasporti d'amore, per divagarsi si eran dati alle Letture.
+Limosa leggeva _I tre Moschettieri_, ritrovandosi non in Porthos, a
+cui rassomigliava un poco, ma in D'Artagnan; ed ella trovando lui in
+Aramis, al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine di quelle
+ore!; la gioia di comprendersi a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
+
+Inutile dire che le carte non eran state desiderate dalla signora, la
+quale avrebbe dovuto giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul letto;
+e che il buon Limosa alle carte quasi non ci pensava più. Pensandoci
+diceva tra sè: «Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella, che
+è una bestia, non sbagliavo certo per Claudia, che è un angelo. Nessun
+dubbio che dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e che dalla
+pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella però — che sia benedetta in
+eterno! — l'ha fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo solo.
+Adesso posso star sicuro che di gioco non se ne parlerà mai più.»
+Infatti chiodo scaccia chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
+
+Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia telegrafò: _Sono pronta_;
+e Gianni, che era pronto da un pezzo, accorse....
+
+ *
+
+.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno accompagnati gli
+sposi alla ferrovia, ammirando la disinvolta esperienza nella sposa,
+la semplicità d'uomo un po' inesperto in certe cose di circostanza, ma
+sicuro di sè, nello sposo. E senza lagrime si affrettan gli addii; sono
+giocondi gli auguri di buon viaggio.
+
+_Tatà_.... Un fischio.... Partenza!
+
+Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già lo sposo tira le
+tende della carrozza, forse perchè il sole a loro festa dardeggia i
+cristalli, o perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta esterna.
+Or come la sposa lascia cadere il mazzo di fiori, che effondono una
+fragranza soverchia, lo sposo mormora:
+
+— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia! Legàti per sempre! Oh
+Claudia!
+
+Ella sorride in un modo, in un modo....
+
+Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col braccio risanato trattiene
+lui e l'impedisce, dalla tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
+mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
+
+— Facciamo una partita?
+
+
+
+
+Doni nuziali.
+
+
+I.
+
+.... — Gioielli, no; che a te come a me non piace il lusso; e neanche
+alla sposa, speriamo. Dunque?
+
+— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
+
+— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio sfigurare in faccia a
+nessuno. Cosa daranno i parenti della sposa, quelli così signori? E i
+testimoni?
+
+— Ma....
+
+— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le boccole, chi il monile....
+Vedrai...: sciocchezze, grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io avessi
+preso moglie (non l'ho presa perchè le donne costano), primo patto:
+fuori di casa i parenti della sposa, i parenti alla moda!
+
+— Già!, chi potesse....
+
+— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! Perchè, si sa, i parenti
+che non hanno più cuore che quattrini, presto o tardi ti fan scontare
+le carezze e i regali. Ma io....
+
+— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto bene.... — interruppe
+Terpalli.
+
+— Mio dovere. Dunque?
+
+— Non so....
+
+— Al corredo ci avrà pensato la mamma della sposa; alla mobilia ci hai
+pensato tu. Scommetto anzi che hai provveduto a tutto, da bravo omino;
+che non vi manca proprio nulla!
+
+— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a tutto.... capirà....
+
+— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno aperto un bel negozio in via
+Garibaldi....
+
+— No: grazie; ne abbiamo.
+
+— Seggiole?... Tende?...
+
+— Grazie....
+
+— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! spiegati!
+
+— Faccia lei!... Quel che vuole....
+
+— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! L'orologio? l'hai.
+Vestito, sei vestito.... A meno che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un
+bel lume?
+
+— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se crede...; se non le par
+troppo...; anche la Gigia gradirebbe «un servizio da caffè».
+
+Pareva avesse invocata una cosa dell'altro mondo!
+
+— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
+
+— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai nervi?
+
+— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico che capiti, alle volte....
+
+— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, però, alle mie povere
+forze; se vi contenterete....
+
+Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio alla colazione nuziale;
+lo scongiurò che non mancasse.
+
+Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, ed ebbe detto a
+lei e alla madre del casuale incontro con lo zio Tarabusi, tutti e
+tre scoppiarono in una risata gioconda. Infatti, da che aveva avuta
+notizia del prossimo matrimonio, lo zio sfuggiva il nipote — al quale,
+scontroso e timido, rincresceva andare a cercarlo — e per risparmiarsi
+il dono di nozze si sarebbe nascosto sotterra; quantunque fosse
+pieghevole ai rispetti umani e sempre dubitasse di apparire avaro come
+era.
+
+— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne rallegro!»; con che inchini
+ha risposto all'invito della colazione, e con che bocca mi ha detto (e
+Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., potendo.»
+
+La fidanzata rideva sino alle lagrime e le sembrava vedere quella
+faccia nuda e tonda simile a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
+e gl'inchini....
+
+— E figuratevi come è diventato rosso a udire chi sono i vostri
+parenti. Ah ah! signori!... signoroni!
+
+— E il regalo? — domandò la mamma.
+
+— L'ha proposto lui!
+
+— Lui?
+
+— Lui? Che cosa?
+
+— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare in cose di troppo
+costo..., ha offerto.... un lume!
+
+La Gigia battè le mani.
+
+— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho domandato un «servizio da
+caffè».
+
+— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! molto meglio!
+
+Ma la madre scosse il capo.
+
+— No. Era meglio il lume.
+
+— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non diceva anche lei che
+il «servizio da caffè» ci sarebbe necessario? Chi deve pensare a
+regalarcelo?
+
+— Una bella lampada nel salottino ci vuole: l'ho detto sempre —
+insisteva la vecchia. — Adesso è fatta....
+
+— La compreremo.
+
+No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. Sì e no. Ma l'orologio
+avvertì Gustavo che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto tempo con
+lo zio.
+
+— Addio, Gigia; addio, mamma....
+
+E via.
+
+.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, la nativa tendenza ai
+protocolli e ai libri mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
+consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno e di un'ora ogni sera
+agli amorosi colloqui con la sposa e con la suocera. Oggidì quanti
+giovani potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove alle quindici in un
+ufficio comunale; poi dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti
+alle ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, tranquillamente,
+sommare rendite e spese d'un conte milionario? A un uomo che si
+sottoponga a così disumano lavoro e che non scorga al suo termine
+una oasi o un giardino fiorito, non la gloria, non la ricchezza, ma
+sempre cammini con passo uguale per una pianura uguale sempre, per un
+deserto lungo una vita intera, a un tal uomo non basta il conforto di
+fumare qualche sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo Terpalli
+si ammogliasse. E, per economia, egli smise anche il vizio di fumare;
+e guai per lui se non fosse incappato in una donnina savia: Ma in fatto
+di mogli la fortuna, che in altri generi talvolta sembra parziale per i
+birbanti, è imparziale e davvero cieca con tutti. Terpalli aveva potuto
+chiamarsi fortunato e restare un onesto ragazzo quand'era venuto ad
+alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui soave figliola sentiva
+volare il tempo senza speranze di nozze e di vita.
+
+Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino e timido d'animo
+come di baffi, che radi radi sotto il naso acquistavano un po' più
+di vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia era piccolotta e
+grassoccia, molto timida fuori di casa, e con un po' di peluria anche
+lei agli angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla dimanda della
+vedova: — Perchè non prende moglie, signor Terpalli? —, egli aveva
+risposto guardando alla figliola:
+
+— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non osava dire «signorina».)
+
+La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo commossa, eccitata dal
+suo stesso pensiero che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
+nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; e, poverina, per trarsi
+d'impaccio e giustificare quel riso disse una stupidaggine:
+
+— Se ci penso.... all'ufficio?
+
+Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un po' permaloso, aveva
+scosse le spalle e tenuto il broncio quasi una settimana. Dopo,
+si pacificarono con nuove occhiate; e poi la dimanda alla madre, e
+l'assenso.
+
+Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; così di rado la
+fortuna aiuta con indulgenza e prontezza due cuori a intendersi
+e ad appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se l'amore buono
+è interpretazione, chiaroveggenza reciproca, presentimento e
+consentimento, è telepatia, l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
+era un perfetto amore. Pensava l'uno durante le ore d'ufficio:
+
+«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei panni; aiuta la mamma
+a spolverare». Oppure: «Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
+Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... Ohi ohi!:
+affacciatasi per caso, un momento, alla finestra, un giovanotto la
+guarda...; e lei, via!; scappa. È un angelo!»
+
+E l'altra pensava:
+
+«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra un _atto_;
+_esaurisce una pratica_; sbriga un importuno.... Oh Dio! Scrive per il
+conte, di nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... Ma se lo
+sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: lo sorprende, lo sgrida!...»
+— E accadde che un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira a cui
+l'aveva acceso il capufficio, perchè la Gigia lo quetasse e l'esortasse
+a non infrangere mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde che
+con la mite cattiveria delle ragazze ingenue e buone la Gigia un giorno
+raccontasse a Gustavo:
+
+— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento alla finestra, e passava un
+bel giovinotto.... — Per gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
+e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
+
+Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le spese per allestire
+la nuova casa. A provvederla di solo quanto era necessario, e non
+superfluo, non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi di due anni,
+se la mamma non gli fosse venuta in soccorso con tutto il suo avere;
+e per le cose superflue — di assoluta necessità, una volta provviste
+le altre — lasciarono l'incarico al caso nella consuetudine dei doni
+nuziali. Uno specchio per il salotto; una lampada da appendere, o due
+candelabri; uno o due vasi giapponesi, di quelli in cui si gettano,
+sparsi, fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e un cofano, alla
+moda, per i biglietti, eran tutte cose che premevano. Seguivano,
+soltanto desiderabili, sei posate in luogo di quelle comuni ereditate
+dalla mamma; e forse d'un «servizio da caffè» non avrebbero potuto
+fare a meno neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in quell'ipocrita
+dello zio Tarabusi.
+
+
+II.
+
+Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi un peso d'addosso, mandò
+un «servizio» di sei tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
+qualità.
+
+— Di terza, di terza! — mormorò la mamma, meno paga e sempre astiosa
+con l'ipocrita e avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
+per suo stesso conforto.
+
+Quanto agli altri regali desiderati e attesi: nessuno; e quale rabbia
+allorchè una prozia e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
+assegnamento, inviarono la prima un ombrello di raso paonazzo e
+la seconda un astuccio per guanti! Stupide! La Gigia era forse una
+donna più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe ora il cofano, i
+candelabri o il lume, lo specchio e l'album? Forse la zia paterna,
+ch'era ricca assai, manderebbe alla sposa le posate? Forse lo zio
+paterno manderebbe i vasi giapponesi?
+
+.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni volta che rincasava,
+facendo quattro gradini alla volta.
+
+Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato al viaggio di nozze
+— regalò.... una borsa da viaggio!
+
+.... — La zia?
+
+Un monile bello, assai bello, regalò la zia; ma la Gigia avrebbe
+preferita qualche cosa di più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe
+preferito restar disadorna lei a lasciar il salotto disadorno, nudo.
+
+Nè le amiche poterono far molto: un libro da messa; una scatola di
+profumi; cinque metri di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
+ricamato all'antica....
+
+Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la mamma su la scala
+venne incontro a Terpalli più che desolata, irosa e sbuffante. Una
+combinazione incredibile! La signora Tecla, antica loro conoscente,
+memore d'aver visto nascere la Gigia, aveva pensato a un regaluccio:
+e aveva pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A guardare la
+faccia della mamma mentre diceva: — Eh! che ne dite? —, Gustavo credè
+leggervi come un'accusa di complicità sua col caso; e provò tal pena
+a veder lagrimosa la Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
+disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo di spirito.
+
+— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo per romperlo; e
+quello della signora Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
+
+— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e, sotto, la borsa, il
+libro da messa, la scatola di profumi e il cuscino! Che bel salotto! —
+esclamò la Gigia.
+
+Propose Gustavo:
+
+— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe ottenere qualche cosa
+in cambio, dal negoziante.
+
+— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
+
+E la figliola:
+
+— Nemmeno io!
+
+— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si ringrazia! — disse
+Terpalli, al quale rincrebbero il broncio della vecchia e l'ironia
+della sposa.
+
+— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la Gigia, alla quale per contro
+rincresceva l'indifferenza ostentata dallo sposo.
+
+— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma, che il riso del genero
+aveva inviperita.
+
+— Che colpa?
+
+La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
+
+— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro gesuita!
+
+— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa mia? — ripeteva.
+
+Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
+
+— Zitti! basta!
+
+— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì lo sposo. — Ho i colleghi!
+
+Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
+
+— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti! Un _bouquet_, come
+daranno i vostri testimoni; e ciao!
+
+— E il conte? Perchè è in viaggio credete si dimentichi?... Mi vuol
+bene, lui!
+
+Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
+
+Il signor conte non solo non si dimenticherebbe, ma spedirebbe o le
+posate o lo specchio.
+
+— Vedrete!
+
+Questa la sua fede.
+
+— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi del tutto suocera. — Neanche
+un biglietto vi manda! Ci scommetto!
+
+— Forse sì e forse no.
+
+— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare a un impiegato
+così.... modesto come voi?
+
+— Il lume! — rispose in modo di canzonatura Gustavo.
+
+Frattanto la Gigia pregava:
+
+— Smettetela; finitela....
+
+— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero; e adesso non avreste due
+servizi da caffè!
+
+— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
+
+— Profeta, no; timido, sì.
+
+.... — Mamma! Gustavo!
+
+— Timido?
+
+— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi troppo con vostro zio, e
+gli avete domandato quel che costa meno!
+
+— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare anche così poco!
+
+— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta..., mio marito lo diceva
+sempre, muore senza aver goduta una zuppa calda!
+
+— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere alla Gigia che lo
+tirava per la giacca. — Sempre «mio marito»! Lui, lui sapeva stare al
+mondo!
+
+— Ah, meglio di voi, signorino!
+
+— Infatti....
+
+.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo afferrò il cappello, e
+scappò via.
+
+— Gustavo! Gustavo!
+
+— Mio marito era un uomo! — la suocera gli gridava dietro. — Si può dir
+forte: era un uomo lui! Se fu disgraziato....
+
+Insomma, la buona donna aveva bisogno di sfogare un gran malumore; e la
+buona figliola ebbe ragione di gemere:
+
+— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo felici!
+
+
+III.
+
+ ALLA CITTÀ DI PARIGI.
+ GRANDE ASSORTIMENTO DI OROLOGI E SVEGLIE.
+ NOVITÀ IN OGNI GENERE.
+ BIJOUTERIA — CHINCAGLIERIA — ARGENTO CHRISTOFLE.
+ REVOLVERS E FUCILI.
+ EMPORIUM PER REGALI — GIOCATTOLI.
+
+Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando l'uno dopo l'altro
+gettarono uno sguardo intorno, come per sorprendere un oggetto e
+riposarvi il pensiero incerto; quindi, dopo i tre inchini, chiese:
+
+— Desiderano?
+
+— Un regalo per nozze.
+
+— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
+
+Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
+
+Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque d'accordo a spendere
+poco in cosa che desse apparenza di molta spesa, erano discordi nel
+dono da scegliere.
+
+— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro, per la sposa? — suggerì
+primo Bonariva; quantunque poco lieto lui stesso della proposta.
+
+— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli ai parenti cotesti regali da
+buona famiglia! Tocca alle amiche della sposa.
+
+— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
+
+— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca.... Da trecento lire a
+quindici. Vedano.... — Così dicendo il commesso accennava a quelli da
+trecento lire.
+
+— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi, intanto che Bonariva
+disapprovava col capo.
+
+— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche a Sandri, e costavano poco.
+
+— Osservo — disse Bonariva — che i vasi sono pericolosi....
+
+— Già, se vanno in terra....
+
+— No, non per questo! Chi non sa che cosa regalare, regala due vasi,
+sempre: c'è il pericolo d'una combinazione.
+
+Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora mutò consiglio.
+
+— Prendiamo uno specchio.
+
+— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
+
+— Ma bello; per il salotto.
+
+— Che! Non son gente da salotto!
+
+— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello con l'utile — mormorava
+Sandri.
+
+E a lui il commesso:
+
+— Un _nécessaire_ da viaggio?... Un _lavabo_?
+
+— No, no. — Bonariva insisteva per qualche cosa di più utile e di meno
+comune.
+
+— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono di moda; servono a tanti
+usi! Guardino questo: dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
+
+— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva scoteva il capo.
+
+— Costa? — domandò Sandri.
+
+— Ottanta lire!
+
+— Ahi!
+
+— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte? un portabiglietti?
+
+— Io torno alla mia prima idea — Sandri disse —: un bell'album con i
+nostri ritratti....
+
+— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in tentazione — fece Bonariva,
+mentre Guizzi, per gusto suo, maneggiava e considerava un bastone dal
+pomo cesellato, e diceva:
+
+— Vuoi che non l'abbiano un album?
+
+— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse Bonariva.
+Quand'ecco, a sollevare o a distrarre la pazienza del commesso, entrò
+una signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso, con un'aria di
+tacito e vicendevole rimprovero; finchè uno chiese a un secondo giovane
+del negozio:
+
+— Cos'è quell'affare là, di vetro?
+
+— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo! Se vuole....
+
+— No, no! È troppo bello!
+
+Guizzi adesso mormorava:
+
+— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi a sì bella idea fosse
+possibile il consenso degli amici!
+
+— Ohibò!...
+
+— Si regalano alle signore che non si maritano, i ventagli!
+
+— Dunque?
+
+Parlava il giovine:
+
+— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
+
+— Cioè?
+
+Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
+
+— Dodici posate d'argento Christofle...?
+
+— Troppo, troppo!
+
+— Sei, allora....
+
+— Poco: troppo poco!
+
+— Poi le avranno già le posate! — Sandri ripeteva.
+
+Proseguiva il commesso:
+
+— Oggetti di _toilette_? Candelabri?...
+
+— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine, contento. Se non che Guizzi si
+mise a ridere.
+
+— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E al commesso che
+proponeva: — Un orologio? una _sveglia_? —, rispose: — Da _sveglia_
+farà la sposa: non dubiti!
+
+Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che quando cominciava non
+la smetteva più. Disse Bonariva:
+
+— Prendiamo un organetto, o un'armonica per calmare la signora dopo la
+luna di miele!
+
+A che Guizzi:
+
+— Sarebbe meglio un revolver!
+
+Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata i colleghi ad essere
+seri. Anche, li rimproverò:
+
+— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto allo sposo che cosa
+gradirebbe....
+
+Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
+
+
+IV.
+
+Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole sventure; non le grandi,
+le quali abbattono quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
+accordo.
+
+— Che volete farci? — mormorava la signora Clotilde dinanzi al terzo
+«servizio da caffè» e alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
+a cattiva fortuna, figlioli!
+
+Disse finalmente Gustavo:
+
+— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; fingere che niente sia;
+se no, ci metteranno su le ventole!
+
+— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè si meraviglino meno
+— disse la Gigia, finalmente.
+
+Non era possibile, infatti, nascondere i due primi servizi, il donatore
+e la donatrice essendo invitati alla colazione; e non volendosi
+sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, al confronto,
+magnifico. Per suprema ironia era magnifico!
+
+Nè il domani mattina alla funzione nuziale, in chiesa prima e dopo
+al municipio, fu alcuno che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
+troppo smorta, non ne ammirasse la commozione del solenne ufficio che
+si compieva, il verginale panico per il solenne sacrificio a cui era
+condotta, il trepido cuore per l'amore che la beava: nessuno ci fu che
+pensasse a un estraneo disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
+insistente, la visione d'un collegio di chicchere vigilate da matrone,
+che erano le caffettiere e le zuccheriere. Quanto allo sposo, avanti
+di arrivare a casa, rivelò a un testimonio una sola causa di cruccio:
+l'ingratitudine del conte.
+
+— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni che lavoro per lui senza
+aumento di stipendio!
+
+— Pensate — aggiungeva — che ogni volta che capitava in ufficio era
+sempre lì a dirmi: «Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo la
+corbelleria?»
+
+— Dov'è adesso? — chiese uno.
+
+— A Firenze col maestro di casa, che mi promise di rinfrescargli la
+memoria.... Ma sì!...
+
+Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti uguali i nobili!
+— L'altro, moderato, tacque.
+
+Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
+
+— Ora vedrete i tre «servizi»!
+
+Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a ridere: anche la
+sposa e la mamma; anche gli invitati che attendevano, e quelli che
+sopraggiunsero; toltane, s'intende, la vecchia amica signora Tecla, a
+cui il suo servizio sembrava il più brutto dei tre, e s'arrovellava a
+valutare gli altri due.
+
+— Che caso! — Oh che caso!
+
+— Sono casi però che fanno rabbia — disse lo zio materno.
+
+— Son brutti scherzi del destino! — esclamò un secondo. — Una cosa
+che non si crederebbe! — borbottava un terzo; di guisa che l'ilarità
+diveniva compianto sincero nell'attesa della colazione.
+
+— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
+
+— Chi manca?
+
+Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido, sorridente, senza peli,
+con una impressione di maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
+zio Tarabusi.
+
+— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva alle
+presentazioni, dopo aver baciata su la fronte la sposa, la «cara
+figliola» — Oh caro: oh! carissimo! — diceva a quelli che conosceva. —
+Tanto, tanto piacere! — ripeteva alle nuove conoscenze.... Finchè diede
+una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'! quante chicchere! Pare
+un reggimento di fanteria....
+
+— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la storia.
+
+— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto prevedere.... Oh
+senti — aggiunse con quella sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
+Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...: alle dieci e trenta per
+Modena....
+
+— Come?
+
+Più piano:
+
+— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
+
+— Ma..., zio....
+
+— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti sono odiosi.
+
+— Creda....
+
+— Dovevi avvertirmi!
+
+Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra gli altri.
+
+— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi.... Mi scusino....
+Debbo partire.... per Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
+questi signori....
+
+— Rimanga, zio!
+
+— Resti, signor Tarabusi!
+
+— Diavolo!..., signor Tarabusi!
+
+.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei auguri!
+
+— Due confetti, zio....
+
+— Grazie....
+
+— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...? Offrire il caffè a lui
+(in quale delle chicchere?) sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
+non avesse compatito il nipote come uno che avendo preso moglie aveva
+perduta la testa, e se Gustavo non si fosse corretto subito:
+
+— Un _cognac_, almeno...?
+
+— Bevo di rado _cognac_... Grazie.... Un'altra volta, caro. Addio!
+riverisco! addio! Stiano bene.... tutti! — E con un nuovo inchino e un:
+— Evviva gli sposi! — quel Tarabusi se ne andò.
+
+.... La colazione nondimeno procedè benissimo. Vini e liquori
+dissiparono ogni ombra dall'anima della sposa, rapirono allo sposo il
+ricordo dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron giocondità e malizia
+nelle giovani donne; suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
+Quando, d'improvviso, squillò il campanello. Chi mai?
+
+Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo correva alla porta
+gridando:
+
+— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il regalo?... — Il conte!...
+— Il conte.... senza dubbio!
+
+— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino dell'agenzia che veniva a
+deporre una cassetta.
+
+— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto _fragile_; la sposa vi
+teneva lo sguardo smorto.
+
+— Presto! un martello, un coltello! — Con una lama da interporre alle
+assicelle del coperchio Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
+socialista gridava:
+
+— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
+
+— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone moderato. — E di cuore!
+
+— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita: ecco tutto! — osservava
+un altro.
+
+— Non dico; ma....
+
+— Viva il conte! Viva il conte!
+
+_Crac_ fece l'assicella allo sforzo di Gustavo. Allora tutti tacquero,
+ansiosi, nell'attesa che la cassa fosse aperta interamente. Ma perchè
+la cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza col socialista,
+quasi a un vicendevole ridevole dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
+adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè il testimonio moderato
+fumava in fretta guatando alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
+tenevan gli occhi su la sposa come temessero d'uno svenimento? Quale
+idea uscita di mente alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
+a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso di chi più avrebbe
+dovuto esser felice il terrore d'un malefizio, e accendeva negli occhi
+degli altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava un destino
+assurdo o tremendo su quella cassa, su quelle anime?...
+
+Lo sposo — _crac_ — con l'angustia di quando, ancora in preda a un
+sogno funesto, si ricorre, nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto
+il coperchio....
+
+
+
+
+Dall'Eldorado.
+
+
+I.
+
+Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la scarsa barba, dalla
+tavola a cui sedeva Polla guardava a quanto poteva scorgere del
+temporale. Passavano di furia i nuvoloni neri: uno ne dilacerò un
+fulmine. E cominciava a piovere; nè ancora cessava il vento che faceva
+sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
+
+«Oh portasse via la bufera anche la casa! Una tempesta enorme
+rovesciasse Roma e tutte le città d'Europa! Un ciclone rovinasse,
+magari, il mondo!»
+
+Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini come fratelli e pel
+quale i borghesi sfruttatori e capitalisti erano non uomini ma belve
+— si arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, per malanimo
+o per teoria socialista o per lotta di classe: no, no; solo risentiva
+lui stesso di quel turbamento elettrico e meteorico e, per di più, gli
+sommoveva pensieri neri come le nuvole, che si aggrappavano nel cielo
+di contro, un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora infatti in
+cui i borghesi andavano a desinare, egli restava alla tavola deserta,
+perchè già pioveva e non aveva ombrello e perchè non aveva un soldo in
+tasca e non sapeva qual trattore potesse più accoglierlo a credito.
+Fino a quando?... Ah che appetito! In verità, quel giorno sarebbero
+appena bastate al suo desiderio una porzione di spaghetti, una di
+lesso, una di vitello, una di fragole e una bottiglia di barolo, il
+vino che prediligeva.
+
+Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava nella camera con
+tal impeto e abbondanza che il buon Polla finalmente si alzò per
+chiudere i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più densa, opaca,
+precipitasse, abbattuta da una ventata, giù, alla volta della sua
+finestra.... Una nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
+cannone e non era una nuvola: un corpo strano, solido, straordinario:
+un enorme animale!... Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
+scampare alla parete, che già piombava nella camera: vi cadde con un
+tonfo profondo su l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
+
+Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? Era un misterioso
+involto, che, come cosa morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
+però dal primo spavento, invece d'invocare soccorso, il socialista
+tacque, avanzò; retrocedette. Non era un condor, non era un'aquila,
+non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali che s'erano raccolte al
+cessare del volo, l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
+le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò di nuovo e ruppe
+in un'esclamazione di meraviglia alla vista di sì fatti piedi e di
+cosifatte gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, una donna
+volante! Una creatura umana, immota, svenuta o morta al suolo della sua
+stanza!
+
+Con che cuore egli la volse supina e ne udì battere il cuore (era un
+uomo)! Con che cuore si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
+viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo spogliato delle fine e
+seriche ali e della giubba cui stavano connesse! Un uomo non calvo!
+I capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte e la lunga e
+gentile barba non scemavano giovinezza all'aspetto venerabile; e tutta
+la persona incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo paragonarlo
+a un angelo, in cui non credeva, il positivista Polla lo paragonò
+a Adone, se pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto il
+sangue al cuore con massaggio; ne spruzzava d'acqua il volto; finchè
+sospirarono entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, e l'uomo
+che aveva salvato un fratello, quantunque volante.
+
+Polla disse subito:
+
+— _Good day!_
+
+No. Era biondo, ma non inglese.
+
+— _Guten abend!_ — Non tedesco.
+
+— _Bonjour, monsieur!_ — Non francese.
+
+— _Buenas dies, caballero!_ — Non spagnolo.
+
+Ricordandosi infine di essere italiano, Polla fece, cortesemente:
+
+— Ben arrivato!
+
+D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da prima incerti quali d'uno
+che davvero sia cascato dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
+melodiosa incomprensibile parola; poi contorse la bocca a pronunciare
+una parola di lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
+
+— Volapuk?...
+
+— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi aveva presa l'abitudine di
+parlare a voce alta. — Oh, oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
+Non ha attecchito da noi! Non importa. A poco a poco, fratello,
+c'intenderemo lo stesso! E, ditemi....
+
+Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, o per il dolore
+della caduta, o per lo sfinimento di cui era prova il pallido viso,
+l'infelice forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con uno sforzo
+supremo non avesse rialzato il capo, e stringendo all'estremità le dita
+della destra, non avesse portata due volte la mano alla bocca mentre lo
+sguardo aiutava l'espressione del gesto.
+
+— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! Anch'io ho fame!
+Ma io non posso offrirvi che un bicchier d'acqua!
+
+Quasi indovinasse le condizioni economiche dell'ospite, l'altro
+affrettava un segno della mano verso l'involucro rimasto sul pavimento.
+E Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi dell'arnese (fosse
+corpetto o giubba) eran fisse le ali, egli avvertì subito due bisacce;
+nè esitò a introdurvi la mano, quantunque il forestiero già accennasse
+di tastar più in basso. Ma..., e là cosa c'era? Sentiva un peso non
+lieve, come di ciottoli, e per accertarsi se era o no la zavorra,
+introdusse la destra. Questa volta Polla, che non credeva in Dio, che
+credeva solo nel «fattore economico», esclamò:
+
+— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono sassi! — Che cosa erano? Che
+cosa erano?
+
+Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! Ma realtà! Un miracolo!
+Diamanti! smeraldo! rubini! oro! Fu tale la meraviglia di Polla che
+attese a lungo prima d'accorgersi come l'infelice girasse e chiudesse
+gli occhi, e sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il misero
+aveva volto il cenno, l'ospite trovò un grazioso vasetto piccolo
+piccolo, che quasi si aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
+Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico a ristorare d'un
+tratto dal profondo del cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia
+offerse il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce e luminoso sorriso;
+e per riposare reclinò il capo e chiuse gli occhi, non più alla morte,
+ma al sonno.
+
+Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto il naso, presente alla
+gola l'«estratto» ch'effondeva quel profumo saporito, ineffabile;
+eppure non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, per tornare
+all'involucro volatile. Nè riusciva a persuadersi che non sognava;
+la zavorra era tutta quanta di gemme preziose! E se poteva ingannarsi
+intorno alla qualità e al prezzo d'alcune delle pietre, su altre non
+s'ingannava certo. Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, in
+un mucchio, e stette a contemplarle. C'era proprio da impazzire; tanto
+più che la fatica della contemplazione accresceva la debolezza del
+digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar dell'«estratto»!
+Solo quando si sentì venir meno, allora prese un pizzico di polvere dal
+vasetto, e parendogli néttare o ambrosia ne prese un secondo, eppoi
+un terzo, eppoi un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe nausea;
+che quella roba era troppo sostanziosa e focosa. Ma sublime! ma
+incomparabilmente migliore d'ogni nostro più squisito cibo! Inoltre,
+a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, come per un eccitante
+liquore, e una gran fretta e lucidità di idee e una gran letizia
+nell'animo.
+
+— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando alle gemme per raccoglierle
+e metterne nella sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non le
+teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? Ebbene, in tal caso,
+éccogli restituita la sua zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno
+smeraldo per far moneta, per esercitare secondo conveniva gli uffici
+dell'ospitalità e provvedere da pranzo non a sè, che non aveva più
+fame e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, che tra poco
+si sveglierebbe e avrebbe fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo
+dalla strana visita contraeva obbligo di gratitudine, di amicizia, di
+compenso al disturbo.... Lui, Polla, si prendeva dunque uno smeraldo.
+Una cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino da non
+ringraziarne nemmeno la Provvidenza, quand'anche un socialista marxista
+e inscritto al partito avesse potuto ammettere la Provvidenza.
+
+Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro come mai in vita
+sua, se al limitare non l'avessero trattenuto queste domande: Lo
+smeraldo non era troppo grosso e non susciterebbe ingiusti sospetti nel
+gioielliere? Qualcuno non aveva forse visto entrar là l'uomo volante?
+Aveva questi un foglio di via? Non ne sapevan nulla le guardie di
+pubblica sicurezza?
+
+Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba e ali; osservò
+meglio il piccolo e semplice congegno di molle riposte tra seta e
+fodera e provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili tentativi
+s'avvide che il congegno era guasto; forse irreparabilmente guasto!
+Gli bisognava restare a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, Polla
+sostituì al grosso smeraldo un men grosso rubino, e dimenticandosi,
+non di mettere questo in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
+pieno di gratitudine stette a considerare il forestiero che dormiva
+dolcemente, senza russare; ad ammirare quell'uomo la cui bellezza
+assumeva a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra mai.
+
+Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, lor due, quantunque Polla
+avesse il naso un po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
+fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura e rossiccia, e l'altro una
+barba aurea, fine e copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
+Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e l'altro indossasse
+sandali, calzoni e maglia di un'ignota materia che aderiva alle membra
+e le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla sembrava di vedere se
+stesso elevato a una razza superiore, o sè stesso trasferito in un
+secolo di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, uscì e
+discese. Si era già accertato che aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
+
+
+II.
+
+Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno a casa con una sporta
+gravida di vettovaglie e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
+costretto a sedersi sul primo gradino della scala per riacquistar lena
+e rimettersi in equilibrio. Alla testa gli si era diffuso lo spirito di
+quello squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi, stentava e
+soffriva a digerirne la parte soverchia, e l'intestino già cominciava
+a dolersi di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa. Però,
+consapevole dell'ebbrezza, Polla non dubitava di non ragionare; anzi
+credeva di ragionare benissimo, e ora guardando alla bottiglia, ora
+premendo col braccio il petto e il portafogli, vedeva naturale quella
+sua avventura quasi inverosimile; gli pareva la cosa più semplice del
+mondo che un uomo volante fosse stato portato da una corrente aerea
+fino a Roma e spinto proprio dentro la sua finestra; giudicava agevole
+ottenere in dono dall'ospite metà almeno delle pietre; pensava che
+dopo ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista e che se non
+gli riuscisse d'arrivare, per una via o per l'altra, al paese di quel
+signore, potrebbe vivere allegramente, conservatore o borghese, anche
+in Europa. E i compagni? e la promessa fede? e l'aiuto al partito? e la
+teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica? e tutti i problemi economici
+e sociali? Sciocchezze! Adesso un problema solo aveva da risolvere: in
+che modo salirebbe fin lassù alla sua stanza, al quarto piano, ahi, con
+la testa in giro e le viscere commosse.
+
+Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero sane e salve la sporta e
+la bottiglia; e lui, senz'altro male che dolori forti come morsi. Ma
+allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere dentro la camera. Aperto
+che ebbe, lo straniero gli venne incontro con viso di giocondità
+cordiale e con graziosi inchini.
+
+— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi su d'una seggiola. — Io
+invece sono rovinato! Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni!
+— Quindi premendosi con le mani: — Oh che male allo stomaco! —
+aggiungeva. — Oh che male alla pancia!
+
+— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro, che non essendo tanto
+afflitto dalle doglie dell'amico quanto studioso d'apprenderne e
+ritenerne il linguaggio, indovinava dagli atti il significato di quelle
+parole.
+
+— Se provassi — continuava Polla — se provassi a mandar giù un po'
+d'acqua, o un sorso di barolo?...
+
+— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo alla forma della
+bottiglia la sollevava e la sturava lui stesso.
+
+Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista disse:
+
+— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro. Sorseggiando un mezzo
+bicchiere lo straniero ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
+portò una mano al cuore per troppa dolcezza, quale un uomo che non
+avesse mai gustato vino.
+
+— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava, meglio che a parole,
+a cenni. — Tanto, io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
+compagnia.
+
+Da qual paese veniva quel signore così intelligente che subito coglieva
+il significato dei cenni e delle parole e con meravigliosa facilità
+fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo così straniero che
+al veder le fragole e le ciliege fuori della sporta, rimase come
+resterebbe uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse più che
+cocomeri!
+
+Non si descrivono neppure le espressioni delle labbra, degli occhi e
+dell'armonico eloquio con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato di
+trovar sì buone quelle fragole così piccole. Anche, non gli spiacque
+il _roastbeef_; benchè da prima quasi gli repugnasse e benchè non ne
+mangiasse più di mezza fetta. Ma le ciliege a dirittura lo deliziarono,
+lo fecero ingordo al punto da ingoiarne il nocciolo.
+
+Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava di mangiare senza
+complimenti, di mangiar tutto e mormorava:
+
+— Si direbbe che costui non è avvezzo che agli estratti e ai peptoni
+chimici.
+
+Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè l'altro diede a
+conoscere che non solo era sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
+cortese, dopo, dimandò:
+
+— Stomaco?... Pancia?...
+
+— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto era cessata, non il
+male.
+
+Per passare il tempo e arricchire la sua cultura l'uomo volante
+cominciò allora a toccare questa o quella cosa, rallegrato o stupito
+dalla forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di richiesta gli diceva
+Polla.
+
+— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì, la brocchetta
+dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!... Il letto, appunto, da
+dormire! Questo?... Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
+
+A che l'altro, con prontezza di lingua e di memoria, riepilogando:
+
+— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua; sedia; letto da dormire;
+comò da tenervi i vestiti chi ne avesse.
+
+Era proprio un brav'uomo, oltre che bello; e da qualunque parte fosse
+giunto, per l'ingegno che aveva non poteva essere che un socialista.
+Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite declinò il suo nome.
+
+— Io ho nome Polla, e voi?
+
+— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
+
+— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio, finse che uno lo
+chiamasse «Polla!», e finse di rispondere: «Eh?»
+
+— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo compreso bene.
+
+— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la mia ospitalità e i miei
+servigi! — Polla disse, mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
+senza prevedere che dopo questo atto l'altro correrebbe al catino a
+lavarsi. Certamente in quel paese non usavano salutarsi in tal modo
+contrario all'igiene.
+
+.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di lingua vi
+s'intrattenevano da quasi un'ora, quando Edon, non avendo peranche
+finito di ridere a veder Polla che accendeva una candela, s'abbandonò
+sul letto e in puro italiano lamentò:
+
+— Oh che male allo stomaco! Oh che male alla pancia!
+
+Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli non era uso che ai cibi
+chimicamente ridotti, e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
+cibo nostrano.
+
+Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati, eppur lieti di
+cominciare a intendersi e di poter chiacchierare? con le interruzioni
+di gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima d'addormentarsi
+Polla ebbe appreso come Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
+volavano, e come era stato rapito dal vento. E poichè i giornali
+avevano preannunciato un ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente
+il socialista pensò che l'amico proveniva da una qualche terra
+d'America; la quale, abbondando di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini,
+diamanti e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
+
+
+III.
+
+.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
+
+— Ero infelice — mestamente rispose Edon, e rilevò gli occhi dal
+vocabolario italiano-volapuk che Polla, la mattina, gli aveva portato
+a casa e da cui egli in due ore aveva imparato quanto linguaggio
+basterebbe a certi eruditi professori per uso domestico se non
+universitario.
+
+Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non potendo credere che in
+un paese dove per le vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
+quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi, nè che dove gli
+uomini volavano ci fossero tiranni e mancasse la libertà, pensò che
+qualche terribile sventura, fuori dell'ordine economico e politico,
+avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai, più che un fratello; e si
+propose di tenerlo allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
+nascondergli i guai della nostra vita civile. «Edon ha cuore —
+diceva fra sè —; ha l'intelligenza di un uomo perfetto; dunque per
+non affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le carneficine
+internazionali e i resoconti dei Parlamenti, abolisco i giornali
+quotidiani!» Gli premeva insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
+per volare, l'amico non scappasse per ferrovia appena fosse deluso e
+stanco del vecchio mondo e dopo che si fosse accorto del pregio che vi
+hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini e anche i pezzi d'oro.
+
+Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che Edon non apprendesse mai
+il potere delle gemme e dei quattrini in cui Polla le convertiva; e da
+bravo amico Polla ci si provò, recandosi lui solo dai gioiellieri con
+una o due pietre alla volta e piccine, e pagando di nascosto i conti
+all'albergo nel quale s'erano trasferiti. Ma presto l'altro volle
+andare in tram, dove curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
+
+— Non usano questi da voi? — chiese l'amico con faccia tosta,
+mostrandogli le monete.
+
+Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre l'ordinamento economico
+della sua patria. Ivi i quattrini non usavano più da secoli, perchè
+vi abbondavano i frutti della terra da cui la scienza chimica traeva
+e riduceva gli alimenti; vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo
+necessari alle arti e alle industrie, sì che ciascuno viveva secondo il
+proprio bisogno e secondo il proprio desiderio.
+
+Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere un colpo di mazza sulla
+testa.
+
+— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete la realtà dell'ideale
+socialista, ma anche dell'ideale anarchico!
+
+— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo il vocabolario, —
+Ideale anarchico? —; e intanto Polla ricorreva alla difficoltà più
+grande che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua fede.
+
+— Dite, dite — domandò: — in che modo vi regolate, voialtri, per la
+misura del lavoro?
+
+Edon non comprendeva e stava per chiedere più ampia spiegazione,
+quand'ecco uscì lui pure in un oh! di meraviglia, perchè scorse
+scintillare la mano di una _cocotte_ che avevano di fronte.
+
+Il socialista era divenuto di bragia in volto, non per pudore. Susurrò
+in fretta all'orecchio dell'amico:
+
+— È un brillante falso!... È una _cocotte_.
+
+Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso in altre mani senza guanti,
+oro e smeraldi, e fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
+per ornamento, avevano un pregio, e se avevano pregio gli anelli,
+ne avevano anche le pietre; e se per andare in tram erano necessari
+i soldi, più soldi dovevano essere necessari per adornarsi mani e
+orecchie.... In conclusione, Polla dovette chiedere l'ordinamento
+finanziario ed economico del nostro sciagurato paese, e, quasi fosse
+una bella cosa, permettere all'ingenuo fratello di tornare a casa
+perchè voleva pietre da cambiare subito in valute!
+
+Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo da parte per sè alcuno dei
+brillanti più grossi! Che colpa essere troppo onesti!
+
+Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di un bambino, nè avvertì
+altri guai dopo quello della moneta. Anzi per le strade e per le
+piazze manifestava una giocondità, una meraviglia, una beatitudine
+a cui era difficile trovare confronto. Si meravigliava e godeva come
+noi quando fossimo trasportati d'improvviso in una illustre città al
+periodo splendido del Rinascimento e vivendo di quella vita, per noi
+oggi storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione per cui
+il passato ci sembra più bello del tempo presente, e di quella età
+conoscessimo i beni senza conoscerne male alcuno. Ora attonito, ora
+ilare, ora meditabondo a cercare la ragione di una cosa e, trovatala,
+giulivo ed entusiasta, Edon non si stancava di correr qua e là sebbene
+non fosse avvezzo a girar molto e quantunque tanto frastuono di ruote e
+di carri lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la vista delle
+signore, così eleganti negli abili diversi; così agili e provocanti
+nelle forme; così facili al sorriso nel salutare; così flessuose
+nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel sogguardare, nel
+porgersi allo sguardo altrui. Commentando l'ammirazione sua propria,
+che le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte parole
+riferiva all'amico che nel suo paese ragioni di pubblica salute avevano
+privata di grazia la donna abolendo busti e cinture, e che l'igiene
+v'imponeva una sola e pallida tinta nelle stoffe, e, che, per di più,
+il perfezionamento della specie aveva condotto il genere femminile
+a quasi un sol tipo; onde qua da noi gli piacevano fin le brutte. Ma
+quasi non minore diletto gli dava la vista dei cavalli, il nobile e
+mite animale espulso d'Eldorado dal progresso meccanico.
+
+— Non ci avete nemmeno asini? — domandò Polla.
+
+— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
+
+Più resistenti, di asini ne restava qualcuno anche là. E i tram?
+
+I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto nuovi, ricordandosi
+d'averne visti, sebbene costruiti meglio, nella sua fanciullezza.
+
+Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le impressioni ch'egli
+riceveva dalla vita multiforme e molteplice della grande città; dai
+monumenti storici per noi e quasi preistorici per lui; dalle case e
+dai palazzi moderni per noi e per lui antichi: basti affermare che un
+ragazzo venuto di campagna o un barbaro si sarebbe divertito meno.
+
+Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare quella che per Edon
+medesimo ebbe Polla. Il quale, non potendo accontentare l'amico
+desideroso di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri o di un
+ufficiale di cavalleria, il giorno dopo fu costretto a istruirlo
+intorno agli eserciti permanenti e a rivelargliene i danni con non
+poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni europee.
+
+Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio (oh che disposizione alle
+lingue!) ribattè che quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
+saggia. Aggiunse press'a poco:
+
+— La guerra è nella natura delle cose, degli animali e degli uomini;
+ma noi d'Eldorado, che abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
+natura. Miseri noi!
+
+Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse nelle spalle e si limitò
+a ripetere che gli eserciti costavano troppo.
+
+Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso che nel costo delle cose,
+cioè nel comprare e nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
+attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava che il lavoro a
+salario fosse proficuo alla «produzione» e alla vita d'un popolo; e
+ragionava press'a poco così:
+
+— Chi spende di più, è più forte! Chi è più forte, è più potente! Chi
+è più potente, è più temuto! Chi è più temuto è più glorioso! Chi è più
+glorioso, è più contento! Beati gli europei! beati voi, o italiani!
+
+Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, tacque; finchè disse:
+
+— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate da voi per lo scambio
+dei prodotti? Mi spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., o
+lassù?
+
+— Il giardiniere.
+
+— Bella professione! Ma che regola avevate nel dare i fiori in cambio o
+dei cibi o dei vestiti o degli ordigni per volare? Che regola vi hanno
+tra loro i commercianti, i professori, gli operai?
+
+Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose Edon:
+
+— L'educazione.
+
+— L'educazione? — urlò Polla.
+
+Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione non richiedevano
+più del ragionevole negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
+il floricultore, non avrebbe mai voluto da un meccanico più d'un paio
+d'ali, o più d'una poesia da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
+rose azzurre.
+
+«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado sono a tal punto?» In che
+modo avrebbe dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle belle
+apparenze della nostra società un uomo disgraziato senza dubbio in
+famiglia, ma allevato in una società così perfetta?
+
+— A parte le disgrazie domestiche — mormorò il socialista, prima uso a
+sbraitare, — quali cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
+
+Non l'avesse mai detto!
+
+— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso in viso quale non era stato
+mai. — Felici in un paese dove il valore delle cose è determinato
+dall'educazione? dove la ricchezza non è premio alla fatica? dove non
+si lavora per guadagnarsi il pane col sudore della fronte? — Si arrestò
+mormorando a sua volta qualche parola del suo armonioso linguaggio:
+forse bestemmie, forse insolenze; poi, data un'occhiata al vocabolario
+per rimettersi, riprese: — In Eldorado è sconosciuto il piacere
+d'adempiere i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
+battagliero dell'uomo vi si è perduto! Mentre voi avete fino i re,
+i presidenti di repubblica, i pontefici, noi non abbiamo nemmeno i
+_policemen_! Oh sì.... la felicità degli uomini è nella disuguaglianza
+economica, civile, morale!
+
+«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva le labbra; e taceva. Egli,
+che amava le polemiche, era costretto a non discutere, per paura di
+disgustar l'amico; era costretto a non svelare i mali segreti della
+nostra misera civiltà. «È matto da legare!»
+
+La sorpresa e la paura del bravo socialista scemavano solo al pensiero
+che un ignoto dramma domestico avesse turbate le facoltà mentali
+dell'amico.
+
+Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma alla sua sentenza.
+E allora Polla, non ostante il suo prudente proposito, non potè non
+sorridere e non dire:
+
+— Io però credo che in Eldorado non si stia male come voi dite. Vorrei
+andarci!
+
+L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che non scherzava, rimase
+triste e silenzioso. Non parlò più sino a che non rientrarono
+all'albergo; dove, abbandonando il vocabolario, parlò per chiedere:
+
+— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece con la mano un gesto che
+significava il cervello andato a rovescio.
+
+Polla comprese.
+
+
+IV.
+
+«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio
+affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo
+condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
+
+Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva
+avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre
+componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si
+rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far
+ammattire i savi.
+
+— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
+
+E Polla:
+
+— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien
+sonno presto.
+
+Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero
+l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe.
+
+Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le
+strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in
+distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma
+questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere.
+
+— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi.
+
+— Che è? che è?
+
+Rispose un signore molto gentile:
+
+— Un trasporto....
+
+— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la
+giacca.
+
+— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo!
+
+Ma fu peggio di prima.
+
+— All'ultima dimora?...
+
+Arrabbiandosi, Polla esclamò:
+
+— Al cimitero: non capite?
+
+E il signore:
+
+— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni.
+
+E Polla, con ira già sarcastica:
+
+— Non usano le polmoniti da voi?
+
+Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta
+se in Eldorado si godesse buona salute, rispose:
+
+— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai
+piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
+continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare
+indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
+ci basta mutare residenza e volare di qua o di là.
+
+— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente
+osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti
+anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che
+in Europa.
+
+Ma Edon non si diè vinto.
+
+Disse:
+
+— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta
+s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova
+nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi
+non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado
+può vantarsi di salvare un uomo?
+
+Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati
+in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la
+carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso
+impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona
+pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio
+e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti
+amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e
+le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un
+sorriso.
+
+Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla
+che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi
+appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione.
+Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di
+decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla
+natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
+non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al
+di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a
+castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non
+c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la
+musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi!
+
+E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare
+con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
+contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro,
+intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e
+senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta
+ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!»
+
+Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo
+oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla
+accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane
+salutante a destra e a sinistra.
+
+— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
+
+Polla rispose:
+
+— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso.
+
+— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche
+alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
+il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto?
+Morirete prima voi, Polla?»
+
+Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso;
+mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico
+illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben
+conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili
+essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non
+essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti,
+ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano
+molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute.
+
+Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
+
+— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i
+giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un
+futuro premio, o viver male con la speranza del perdono....
+
+Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
+
+— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che
+tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio
+_réclame_.
+
+— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani.
+
+Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era
+divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi
+a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a
+uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche
+persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il
+tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di
+donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon,
+forse, s'appassionerebbe....
+
+E Polla balbettò:
+
+— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È
+una commedia immorale.
+
+A che Edon:
+
+— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale!
+
+Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
+
+Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene
+all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi
+a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice
+del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri
+e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto,
+proclamò:
+
+— Questa è arte!
+
+— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla.
+
+— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a
+credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo
+invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per
+i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che
+non hanno più nulla da imparare.
+
+Polla ascoltava a bocca aperta.
+
+— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa
+per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
+Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri!
+
+Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare
+in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto
+a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon
+mormorare in estasi:
+
+— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature
+e stonando allegramente per conto suo.
+
+Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
+
+— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni
+dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che
+delizia!
+
+Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
+
+— E in letteratura voi come state?
+
+Risposta:
+
+— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così
+semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi,
+pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli.
+Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime,
+dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori
+della fotografia, senza colore!
+
+— E la pittura? e la scultura?
+
+Questa volta Edon sospirò:
+
+— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo
+pennello e del suo cervello la divina natura.
+
+— Oh! perchè?
+
+— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di
+genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare
+che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine,
+è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre
+scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare
+l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole,
+non per le vie e per le piazze.
+
+Interruppe, gridò Polla:
+
+— Voi dunque non avete monumenti?
+
+— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e
+alberi: perciò non sono amene come le vostre.
+
+A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente.
+
+— Perchè ridete?
+
+— Pensavo al dottor Panglos.
+
+— A chi?
+
+— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a
+meraviglia....
+
+— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso
+dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
+perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui,
+al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni.
+
+— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si
+dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
+Quale fu?
+
+I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo atto.
+
+E, dolente, Edon mormorò:
+
+— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
+
+
+V.
+
+Sospirando come chi è tratto a ricordare la sua maggiore sventura, Edon
+cominciò:
+
+— La compagna che io m'ero scelta nella vita, la donna che io amava,
+la donna che mi amava, era un angelo. Dal giorno del nostro connubio,
+quasi un anno vivemmo felici; d'una incredibile, divina felicità;
+quindi, a poco a poco, vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
+divenne insopportabile.
+
+Disse Polla, già dolente della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
+
+— Non andavate d'accordo...?
+
+Edon gli volse lo sguardo di uno che tema d'essere canzonato.
+
+— Andavamo troppo d'accordo!
+
+E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con sospetto, aggiunse:
+
+— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; ci amavamo tanto
+che l'amore aveva soffocato in noi ogni egoismo; aveva distrutta in
+noi ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, e lei per me; io non
+potevo vivere senza di lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
+senza di me: così giunse presto il giorno che non potemmo più vivere
+nessuno dei due.
+
+Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come a una rivelazione
+improvvisa; e rosso, prima, di rabbia; poi giallo di bile, con lo
+sguardo velato e la voce tremante gridò:
+
+— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... Ma con me tutt'al più si
+discute: non si scherza!
+
+— No, amico: non scherzo.
+
+— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete entrato perciò dalla mia
+finestra!
+
+— No, in verità.
+
+— Voi mentite! Siete un «emissario» della borghesia!
+
+Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
+
+— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della menzogna. Non dovendo
+mentire per necessità, cioè per politica, per industria, per commercio,
+per patriottismo, per la storia, per la gloria, per l'arte e per
+l'amore (l'amore pur troppo è libero da noi), noi non diciamo bugie
+neanche per divertimento. Appunto per questo, perchè non seppi
+ingannare e fingere, la mia vita coniugale doveva essere tanto
+infelice!
+
+«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna voleva; quello
+che lei voleva, io volevo; e a poco a poco io non volli più nulla,
+aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva lei con me. Imaginatevi
+un amore senza volontà; una funzione senza affanni, senza virtù, senza
+conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo nell'anima in modo che ogni
+tentativo di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e se io accusavo
+qualche malanno imaginario per farla soffrire, essa non mi credeva;
+e s'essa accennava a qualche suo particolare godimento, a qualche suo
+proprio capriccio per ingelosirmi, io vedeva in lei un inutile sforzo.
+
+Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi direte che io avrei potuto
+dividermi dalla mia compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da noi le
+donne, perchè l'amore è libero, sono fedeli; e la mia, per quanto si
+annoiasse, non credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
+Io poi vedendo che le nostre donne si rassomigliano tutte, come già
+vi dissi, non sperai di trovarne una che mi risparmiasse la noia e la
+sazietà, e con un supremo sforzo fuggii su le mie ali abbandonandomi ai
+venti di oltre mare.»
+
+Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, più d'una volta Polla
+aveva dato di piglio a una seggiola e aveva dimostrata con quella la
+filantropia della sua fede; ma ora stava cheto, a testa bassa. L'altro
+lo credette in meditazione su gl'inconvenienti dell'amore libero, e
+proseguì:
+
+— In Europa, per quello che m'imagino, la vita matrimoniale dev'essere
+deliziosa. Essendo un vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
+la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà ogni via per sedurre e
+avvincere sempre più l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
+all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, ingannarsi a vicenda,
+senza che l'uno sappia o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non
+prendete moglie?
+
+— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, quasi in tono di chi
+invoca pietà: — Io.... sono socialista. Predico il libero amore!
+
+Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
+
+— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, amico, se dopo la vostra
+confessione, sono obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi vedrete
+fare l'onesto borghese. In Eldorado non mi ci vedono più! Ma voi non
+mi abbandonerete, è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni contrarie,
+noi staremo allegri; discuteremo; ci godremo i frutti delle mie
+pietre; e quando io avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
+e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
+
+Povero Polla! «I frutti delle _mie_ pietre» aveva detto Edon: non delle
+_nostre_!
+
+
+VI.
+
+In questo mondaccio europeo sono rare le amicizie che non sussistano
+o per concordia di opinioni, o più tosto per concordia di affari e di
+vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai troppo discordi in idee,
+smarrissero le pietre preziose, chi non giudicherebbe naturale la fine
+della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire le pietre non potevano,
+perchè le custodivano dentro una piccola cassaforte che aprivano ogni
+sera, traendone a seconda del bisogno più o meno grossi zaffiri, o
+rubini, o smeraldi, o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
+moneta.
+
+Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli e carrozze. Polla di
+malavoglia brontolò:
+
+— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e con il consenso
+dell'amico avanzò verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò;
+retrocedette; si rivolse pallido come un moribondo; die' un grido....
+
+La cassa non c'era più!
+
+Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che già Polla scendeva a
+precipizio le scale dell'albergo urlando:
+
+— Al ladro! al ladro!
+
+Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano il proprietario
+dell'albergo, e camerieri, cittadini e forestieri; interrogavano tutti
+in una volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, nelle spalle;
+interrogavano Polla che rispondeva con rotte parole:
+
+— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... Pigliatelo!
+Pigliatelo! Poveretto me!
+
+Fin le guardie vennero.
+
+Queste, non essendo presente il ladro, esortarono Polla d'accompagnarle
+in questura; a che egli accondiscese volentieri per timore che non
+arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato più di prima.
+
+— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio pietre!
+addio ladri!
+
+A tanta disperazione, rispose Edon:
+
+— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per vivere dovremo lavorare!
+dovremo combattere! Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
+
+In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza di Polla. Certo
+che la cassaforte non sarebbe stata ricuperata mai più, egli parlò con
+sfogo veemente, con sollievo come da un peso; parlò da fiero nemico e
+vendicatore solenne; da oratore popolare: parlò inoltre con eleganza,
+per superare Edon che ormai parlava meglio d'un accademico.
+
+— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo mondo civile che tu
+vedi così bello, qui dove si deruba un ottimista ingenuo come te e si
+rovina un socialista convinto come me, qui, ai nostri giorni, c'è chi
+patisce la fame mentre il borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è
+il ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista presta a
+usura; c'è la madre senza pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
+dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine che si prostituisce;
+e c'è il vizioso che per bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
+lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono i deboli; e c'è la
+legge intessuta di cabale e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
+e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori si comprano! Qui lo
+sciagurato uccide! Qui l'infelice si uccide!
+
+Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
+
+Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
+
+— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio sono grandissimi
+mali. Però non così grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: vi
+pare una gran prova di amore e di fratellanza scambiare senza fatica
+quattro rose azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la consolazione
+di un affamato che riceva il pane dal fratello; io non so imaginare il
+piacere di chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete che sia molto
+meritevole la virtù in chi non ne conosce il rigore e vi s'abitua da
+ragazzo come a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare il potente
+a pro del debole! di redimere la donna! di soccorrere il ragazzo! di
+evitare il delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere del vizioso
+che torna alla virtù, del potente mitigato, della prostituta redenta,
+dell'omicida perdonato, del suicida....
+
+— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli contro il braccio
+minaccioso. — Domani ti condurrò in Parlamento! A Montecitorio! —
+urlava. — A Montecitorio! — quasi volesse condurlo all'inferno, o alla
+fonte di tutti i mali.
+
+Ma Edon non tacque. Disse:
+
+— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, le pecore pascono senza
+fretta, senza angustie, senza litigi; quasi senza far nulla. Sono
+proprio curioso di conoscere come si governa un popolo che si agita e
+opera. Domani, finalmente, vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla
+l'ingegno, scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva il
+progresso!
+
+
+VII.
+
+Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, fu degna di storica memoria
+e di lagrimevole ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
+deliberare e si deliberasse una legge intorno all'incremento delle
+industrie e dei commerci, o alla cultura intellettuale o agricola.
+Non si doveva trattare che di certe riforme al regolamento; per cui,
+secondo una parte dell'assemblea, sarebbe possibile discutere senza
+pericolo di vita, e per cui, secondo l'altra parte, non sarebbe più
+possibile discutere senza pericolo della libertà. E se perciò tutti o
+quasi tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del giorno dopo
+riferirono come le tribune erano affollate e come la tribuna delle
+signore, fresche, a tutte le età, negli abiti estivi e a varie tinte,
+dava l'imagine d'una smaltata aiuola; neanche per questo rimase una
+memorabile seduta.
+
+Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che vi si tennero. Si ebbero
+appena due oratori: primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
+quantunque la bella frase «violazione delle garanzie statutarie», vi
+ricorresse dodici volte, e nove volte l'altra di «sacro diritto della
+parola», fu interrotta da _basta!_ da _uh_ di protesta e da _bravo!_ in
+tono ironico; e non potè durare più di mezz'ora.
+
+Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto anche a maggior
+brevità da un suon di tamburi che gli teneva troppo grave bordone e
+che ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece di piangere, si
+rideva. E se le sue ultime parole: «.... la maggioranza saprà vincere
+senza violenza, con la ragione, con l'educazione, con la virtù....»
+suscitarono esse la tempesta, neppure per ciò si dice che quella fu una
+seduta degna di storia e di compianto.
+
+E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò all'autorità del
+Presidente. Il quale dopo aver rotti due campanelli, al cominciare
+delle sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!» e «Sanfedisti!»
+etc), comprese difficile sorreggere la dignità dell'Assemblea e allungò
+la mano a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra.... Invano:
+il cappello, che cercava per coprirsi, era sparito! Un ministeriale
+credendo certa la vittoria per il Governo quando fosse possibile venire
+a un voto, s'era tranquillamente seduto al suo scanno con due cappelli
+su le ginocchia.
+
+Nè, infine, importano alla storia e alla pietà umana i conflitti
+frequenti e comuni a tutti i parlamenti europei; così piacevoli, del
+resto, a vedere dall'alto.
+
+A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si ammirava una confusa
+agitazione di teste e di braccia alzate a colpire: una mischia qua
+e là feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro uno. «Vigliacchi!
+Imbecilli! Addosso! Avanti! Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
+Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono dell'omerica pugna:
+occhiali spezzati in terra o sui nasi; strappate catene d'orologio;
+perdute medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto; chi colpisce a
+tergo; chi si duole; chi fugge; chi ride atrocemente. E dalle tribune,
+delle quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero, le donne
+gridano piangendo la sorte dei mariti o dei congiunti come un dì
+le donne corintie, quando nell'anfiteatro della loro città vedevano
+l'ultima lotta dei loro padri, dei loro mariti, dei loro figli, con i
+Romani vittoriosi.
+
+Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo e lagrime fu invece la
+morte di un innocente; furono il modo della morte e il nobile e gentile
+aspetto della vittima.
+
+Edon, da prima, stava benissimo e aveva detto a Polla che molto lo
+divertiva quella fiera lotta, pur non sapendo se parteggiare per i
+ministeriali o per gli oppositori; gli parevano tutti uguali.
+
+E si era messo a ridere alle prime contumelie; e a ridere forse troppo,
+con le mani sul ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
+dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade a un ragazzo che
+veda una tenzone di marionette, e si era abbandonato a un parossismo
+di riso. Così non aveva avuto più lena all'ultimo colpo: allorchè
+Polla, travolto nella demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
+acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia contro di lui e i pugni
+stretti:
+
+— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila! asino! farabutto! mascalzone!
+miserabile!, o ti butto là giù. Smetti di ridere e di godertela, o....
+ti strozzo!
+
+A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere tali ingiurie da Polla;
+dal socialista che amava tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo
+amico suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco, Edon era
+rimasto a bocca aperta, quasi per attingere fiato a una risata anche
+più clamorosa. Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte le fibre;
+un intoppo del sangue al cuore o un afflusso di sangue al cervello:
+sbarrati gli occhi, era caduto di fianco....
+
+Morto per eccesso d'ilarità!
+
+
+
+
+Il cappello del marito.
+
+
+I.
+
+Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, quello che, agiato di
+casa sua, apparentemente non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e
+l'altro, direttore di una grossa azienda, commerciante, consigliere
+comunale e membro di commissioni e istituzioni e opere pie, l'altro, il
+quale aveva tanto da fare, s'ammogliò.
+
+Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto anche lui, da quando con un
+grosso patrimonio aveva ereditato da un parente materno il titolo di
+nobiluomo e si era introdotto nella società che suol dirsi migliore,
+sebbene non buona. Per le sue belle doti egli era stato ricevuto a
+porte aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena si seppe che
+in certo palazzo era ricevuto anche a braccia aperte, diventò amabile
+e considerevole; ebbe il soprannome di _Sìsì_ e fu perdonato di tutti
+i suoi difetti, i quali non erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava
+un palmo di statura ad essere un bel giovane; era, in viso, troppo
+roseo e sollevando il baffo superiore ostentava un po' troppo i nitidi
+denti; affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario; vestiva
+con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna di quelle anticipazioni o
+di quei ritardi o di quelle sprezzature che rivelano l'artista nel
+_lion_; esasperava camminando il peso del corpo su le gambe, di guisa
+che, a differenza degli altri, che parevano quasi montanari, pareva un
+montanaro del tutto; e affermando diceva sempre:
+
+— Sì sì.
+
+— È simpatico _Sìsì_ — ammettevano concordi le signore; nè mancò
+qualche lettrice di Bourget la quale osservasse com'egli, ne' suoi
+discorsi e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito, d'ignoto, per
+cui a volte acquistava una caratteristica spirituale quasi esotica.
+
+Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova Giulio _Sìsì_ non
+l'avrebbe saputa indovinare; forse era un fondo della rettitudine
+paterna, che gli restava dalla prima educazione. O forse era l'abilità
+con cui diceva le bugie. Essendosi accorto che la bugia è l'arma
+delle donne d'ogni ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
+invenzioni più verosimili e opportune di quelle che usavano gli altri
+per vincerle od esse per resistere, e in tal modo divenne presto un
+corteggiatore fortunato. Ma se per lui una donna tirava l'altra come
+le ciliege, anche per lui una bugia tirava l'altra; onde la fatica di
+arrestarne il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente con
+la verità.
+
+E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, a quando a quando
+Giulio visitava l'amico Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno con
+i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue avventure e l'altro con le
+relazioni de' suoi affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
+
+— Che c'è di nuovo lassù? — domandava Alfonso.
+
+— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava Giulio. Distinguevano così il
+mondo in cui vivevano, compatendosi reciprocamente.
+
+— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva Varchi.
+
+— È di moda.
+
+E Varchi chinava la testa e pensava: «Bisogna proprio essere ingenui a
+impiccarsi per la moda!»
+
+— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni comunali? — chiedeva
+Giulio.
+
+— Dovere di cittadino!
+
+E Galardi chinava la testa e pensava:
+
+«Che ingenuo!»
+
+Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata, antica e fedele potè
+essere interrotta allorchè Alfonso Varchi prese moglie.
+
+
+II.
+
+Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse caduto a temer dell'amico
+per la sua tranquillità domestica e fosse stato preso da gelosia,
+si sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra le donne accostate
+da Giulio nell'alta società e sua moglie: questa non era una donna
+per Giulio. Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, non
+nevrotica: Giovanna era sana e savia. E Giulio Galardi, per parte sua,
+non si curava punto di quella signora Giovanna, che agli aneddoti
+e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente e coscienziosamente,
+porgeva orecchi e occhi incerti, come a storie inverosimili, e quasi
+per opporre la serietà sua alla fatuità di quelle eroine, domandava al
+marito notizie politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
+della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva spesso:
+
+— Che stupida! Alfonso non poteva essere più fortunato!
+
+Passarono così tre anni; durante i quali nella famiglia Varchi e
+nello scapolo Galardi nulla avvenne, a loro credere, che adombrasse la
+reciproca e triplice confidenza. Frattanto Giovanna procreò l'un dopo
+l'altro due mirabili maschiotti; Alfonso s'ingolfò sempre più nelle
+faccende, non restandogli tempo oramai che d'accarezzare i bimbi dopo
+pranzo; e Giulio mutò quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
+trovando le une e le altre sempre identiche. La migliore società
+infatti è sempre tale e quale: in tutti gli uomini, in tutte le donne
+— gentiluomini e gentildonne — che la compongono; in tutte le cose; in
+tutte le passioni; in tutti i capricci.
+
+_Sì sì!_ Che noia!
+
+L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! I cavalli? noia! Uf!
+
+Appunto da questo terribile male, la noia, che è la figlia di tutti
+i vizi, dovevano cominciare i guai di Galardi; e cominciarono appunto
+dal dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di tornare in porto,
+non quale nocchiero dopo lunga tempesta, ma quale pescatore che non ha
+pescato niente. I guai cominciarono quando egli, stufo e ristufo di
+troppe donne «per lui», contò i suoi anni e si chiese: «Se prendessi
+moglie anch'io? una donna come...?»; quando sentì una fitta al cuore,
+mentre abbassava il capo alla dura riflessione che gli venne fatta: «Di
+Giovanne ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella sì, ma tutt'affetto
+per i figli, per il marito, per la casa; onesta, pacifica, tenera,
+economa.
+
+A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza volere (e fu veramente
+il suo primo amore) della signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
+poco importa, chè di certe cose se ne accorgono anche le stupide — se
+n'accorse; e Alfonso Varchi non se ne accorse.
+
+
+III.
+
+«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini «tradire un
+amico» e per le gentildonne «tradire con un amico»; ma per quel fondo
+di rettitudine che gli rimaneva, al traditore Galardi fino allora era
+parso di essere un riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
+donne contro mariti o infedeli o depravati o sciocchi o gelosi e senza
+ragione diffidenti di lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
+morigerato, intelligente, galantuomo, modello di padre di famiglia e di
+marito; e Giulio non aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
+
+«_Sì sì!_ Finchè Alfonso restasse quel che era, era impossibile
+tradirlo!»
+
+Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato il meglio; e da uomo
+dabbene Giulio se lo propose. Impossibile! Divenne una passione
+irresistibile al punto ch'egli per essa avrebbe dato tutto il sangue, o
+metà del sangue avrebbe dato per trovar ragione a dolersi dell'amico,
+per accertarne qualche colpa, per scoprire difetti che spiacessero
+anche a Giovanna.
+
+Ora si comprende che arrivato a meditare l'opportunità, anzi
+la necessità di accusare e incolpare un amico come Varchi,
+inconsapevolmente, si può dire, e presto, l'animo e il pensiero di
+Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni e a giudizi erronei.
+
+Cominciò a credere che con tutte quelle faccende e fatiche e affannosi
+guadagni Alfonso presumesse di rinfacciare il quieto e dolce far nulla
+a chi aveva il diritto di godersi il frutto di fatiche e di guadagni
+aviti e paterni.
+
+«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva tra sè. Oh! forse suo padre
+non aveva lavorato tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato erede
+col titolo di nobiluomo per fargli godere il mondo? «Dovrei forse
+lavorare anch'io come una bestia?»
+
+Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore quanto Alfonso,
+che si arrabbiava anche per la politica; nondimeno il primo aveva già
+per il secondo un rancore quasi di partito.
+
+«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma starei forse
+allegro in Consiglio comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui,
+Alfonso era ambizioso e intristito nelle misere gare di campanile e di
+municipio.
+
+«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace anche a lui Giovanna?»
+Alfonso la teneva, quella povera donna, in un assoluto dominio; con
+tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva nell'avidità della
+ricchezza; e il sentimento di lei restava confinato al domicilio.
+Giovanna infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva la musica
+tedesca; non leggeva un poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
+lui, Galardi!).
+
+Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe egoisti gli stessi figlioli;
+senza entusiasmi per idealità superiori alla vita comune; senza
+intendimenti dei maggiori problemi che turbano la società moderna.
+
+Da che si comprende come Giulio era già innamorato in modo da leggere,
+per distrarsi, i giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
+non lo condusse a inscriversi al partito.
+
+E come non si vive solo per sè e per i quattrini, così non si dovrebbe
+abusare nemmeno in conversazione dell'economia politica e privata.
+Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava dai Varchi, riflettendo
+sul fritto abbruciato e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
+felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso s'abbandonò a un
+interminabile sproloquio intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
+di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli e dàlli, avvenne
+che la signora, alle frutta, non potè rattenere uno sbadiglio e non
+volgersi a Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: «Gran
+brav'omo mio marito! ma che seccatura!»
+
+Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, interessata e
+preoccupata, intorno alle imprese commerciali dello sposo, non erano
+dunque trascorsi indarno?
+
+Giulio Galardi prese animo.
+
+— Lascia parlare a me — interruppe. E si diede a raccontare un fatto,
+a suo dire, della cronaca mondana: una storia la quale egli rese
+pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità a un marito e
+tanta bontà e gentilezza a una moglie, che in questa pareva scusabile
+qualunque pazzia.
+
+— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò vedendo commossa la
+signora Giovanna. — La marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
+un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e che essa ama, si pente,
+respinge l'amante, si rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
+
+Alfonso fece:
+
+— Meno male!
+
+— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E lei, signora Giovanna?
+
+Giovanna chiese:
+
+— Il marito ha poi mutato carattere?
+
+— Che! Peggio di prima!
+
+— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi a un prete.
+
+— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi incalzò.
+
+— Oh! Prima.
+
+Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se non ci fosse
+Alfonso, direi _dopo_.»
+
+.... Finalmente — e senza spendere una goccia di sangue, ma solo con
+un po' di fantasia — Giulio potè convincersi che Alfonso assomigliava
+al marito di sua invenzione e che Giovanna teneva per sciocca, in certi
+casi, la virtù coniugale.
+
+
+IV.
+
+Che due lunghi mesi appresso la signora Varchi consigliasse Giulio
+Galardi ad ammogliarsi, non è meraviglia. Quando una donna savia
+s'approssima al pericolo, sempre esorta l'uomo pericoloso a prender
+moglie; onde, a scelta, una prova della bontà o della malignità
+dell'indole femminile. Perchè, una delle due; o Giovanna desiderava
+legittimo in un'altra l'amore di Giulio che era proibito a lei, o
+voleva togliere a donne più fragili di quanto lei si credeva il piacere
+d'essere conquistate da Galardi e, anche, togliere a questo il piacere
+di conquistarle.
+
+Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per convincerlo Giovanna dovè
+dichiarare:
+
+— Lei ha tutte le qualità che rendono felice una donna. — E queste
+parole, purtroppo, logicamente traevano in perdizione chi le
+pronunciava.
+
+Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio scongiurava Giovanna
+di recarsi il domani a vedere il suo elegante appartamento di scapolo e
+gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti, ed ella ricusava sorridendo,
+eppoi, fidandosi alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva sì,
+con le lagrime agli occhi; mentre ciò avveniva, a un tratto, Giulio e
+Giovanna impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza attigua!
+
+Lei e lui mormorarono:
+
+— Sì sì: nulla di male....
+
+— Questa non è che una visita di dovere...
+
+— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
+
+— Se la cameriera gli ha detto che ci siete vi vorrà a desinare.
+
+— Ah no! Non ci resto, oggi!
+
+Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe discorsi di rendita
+«in rialzo» e «in ribasso»; di «esportazioni» e «importazioni».
+
+E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che già odiava; infilò
+rapido, all'ingresso, il soprabito, prese il cappello, e via.
+
+Via per la strada con l'intensa, confusa gioia che precede una gioia
+attesa imminente. Non gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
+«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga Giovanna!
+
+Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi magnificava a sè stesso
+l'impresa compiuta; e come altri, un tempo, rientrando in patria,
+avrebbe enumerati i tesori d'una terra di conquista, egli, sempre più
+uscendo di sè, enumerava a sè stesso i tesori della donna così diversa
+dalle altre.
+
+Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna si contenesse, secondo i
+patti, in una semplice visita di amicizia? se, pur non intendendosene
+punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici del salotto?...
+
+— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo il piede sul lastrico,
+certo, senza timore, l'eroe.
+
+E allora non vide più nulla; perchè il cappello, al movimento
+imperioso, gli calò fin sugli occhi.
+
+Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò in un attimo davanti,
+dietro, dentro quel cappello.... Più scuro; più largo.... Il cappello
+di Alfonso! Che errore! che orrore!
+
+E che fare? Correre subilo a casa Varchi!... Già vi s'incamminava. Ma
+gli toccherebbe affrontare l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner là a
+desinare. Quel giorno? No! Impossibile ch'egli mangiasse, quel giorno,
+il pane a tradimento!
+
+Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione che avrebbe provata
+girando con iscarpe non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò
+l'orologio....
+
+Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso e intento a
+leggere una carta (con in testa, sulle quarantatrè, il cappello non
+suo) passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A te, dammi il mio
+—, sarebbe stato il modo più semplice per restituire il mal tolto
+e riavere il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure Giulio
+Galardi non si mosse; guatò; nè potè muoversi fino a che l'amico non
+disparve.
+
+Perchè Alfonso non gli era venuto incontro lui? Leggeva. Un documento,
+forse, che portava prima del desinare a qualche avvocato o in qualche
+ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato e il documento che il
+cappello del suo migliore amico! più il documento o l'avvocato, forse,
+che la moglie! Oh! non v'ha castigo che non meriti un _affarista_!
+
+E Galardi, con un malessere invano respinto, che dal capo gli
+discendeva a tutto il corpo e pareva condensarsi al cuore, venne a casa
+sua per trar dall'armadio un cappello vecchio e uscire a desinare. A
+casa però si sentì stanco morto; di mala voglia; malconcio.
+
+Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto quel maledetto....
+
+
+V.
+
+Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito
+solo nell'orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il
+colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura
+nazionale.
+
+Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla cupola un critico
+esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima
+dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una
+spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto,
+nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d'una
+forma, di un'indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla
+moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita
+a umani giudizi. L'età senza infingimenti appariva dall'interno;
+e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l'amarezza e
+la bieca avidità con cui il colpevole indaga l'altrui coscienza,
+Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
+che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise
+all'aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul nome del
+cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento;
+provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
+occhiata entro un cratere.
+
+Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione
+caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano
+la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane,
+o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni
+e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
+trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire,
+e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e
+contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d'un
+uomo d'affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di
+un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto
+nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi
+che generano l'operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi
+là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi,
+quantunque non vi guardasse più.
+
+E d'improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido
+il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là
+dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una
+quiete di morte.
+
+«Tua moglie ti tradisce!»
+
+E tutto era finito!
+
+Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti
+sforzi? Per la famiglia; per i figlioli.
+
+Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe
+lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
+onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria
+dell'avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di
+virtù.
+
+«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
+
+Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni
+affetto, ogni bene! Una tempra d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita
+rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
+
+Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche
+cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che
+il risveglio della coscienza.
+
+E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando
+Alfonso, generoso fin d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
+e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni sospetto, gli annuncia il
+suo matrimonio, gli presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
+disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche
+Giovanna!
+
+— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c'è, aspetta; e
+prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo
+scampanellare spaventevole.
+
+Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella
+cameriera che veniva proprio per il cambio.
+
+Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo!
+
+Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un
+confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la
+cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l'affettatura
+della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e
+quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè il cappello non
+manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta?
+
+Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli
+amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
+quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si
+mise a letto.
+
+Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna;
+e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in
+qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse
+per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti
+gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti,
+per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale
+se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non
+un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i
+pregiudizi che avvelenano il piacere!
+
+Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire —
+per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una
+semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno
+libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
+l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o
+una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
+false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al
+patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema
+dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del
+buon amico o del cattivo amico!
+
+Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba.
+Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una
+lettera _urgentissima_.
+
+Egli la lesse, d'urgenza:
+
+«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da
+me col vostro cappello in mano.
+
+«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto
+confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
+dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un
+modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
+col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta
+la mia colpa. Sarebbe un'infamia!
+
+«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto
+che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè
+nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....»
+
+ *
+
+Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.
+
+Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi
+e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma
+con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più
+innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.
+
+
+
+
+Efficacia d'una giarrettiera.
+
+
+L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine
+o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per
+rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo,
+quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie
+degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel
+deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il
+cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una
+dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che
+si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa
+calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto
+integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto
+che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino.
+Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no:
+— Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto!
+—
+
+«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don
+Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.
+
+— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
+
+— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere
+con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò
+meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per
+distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.
+
+Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore,
+ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito
+liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete,
+gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura,
+non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a
+predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.
+
+— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio
+_quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.
+
+— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con
+l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
+tavola.
+
+Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico
+meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli
+sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo
+spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato
+scampo in una partita col sagrestano.
+
+Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa
+carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
+o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e
+rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato,
+che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali,
+e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non
+assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il
+diritto di lapidare il parroco!
+
+.... Quand'ecco:
+
+— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
+
+_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere,
+padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più
+bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal
+raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
+sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee
+di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la
+mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso
+che giovevole per sè quanto un tresette.
+
+— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di
+esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il
+Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto
+medesimo della colpa.
+
+— Sentiamo.
+
+— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il
+fine non giustifica il mezzo.
+
+— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i
+machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima.
+
+Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato
+ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e
+cominciò:
+
+— Fu del '70 dopo _il fatto_....
+
+L'altro scosse il capo, d'intesa.
+
+— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una
+cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora
+vedova....
+
+— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle
+mani.
+
+— .... giovane e belloccia.
+
+Ma padre Ignazio chiese malignamente:
+
+— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
+
+Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò
+un poco.
+
+— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania.
+
+E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che
+altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per
+quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.
+
+— Quella vedova era mia penitente.
+
+— Uhm!...
+
+Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva
+anche dei consigli....
+
+— Di che genere?
+
+— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi
+in mezzo per riconciliarsi.
+
+— Al solito; un pretesto.
+
+Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva.
+Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
+inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare
+o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale
+del fatto, era inevitabile arrivarci.
+
+— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua.
+Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.
+
+— _Lætitia, periculosa_....
+
+— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre
+la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra.
+
+Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando
+così il povero amico.
+
+Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel
+modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui
+l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?...
+
+— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa
+non era una scarpa.
+
+— Pantofola?
+
+— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il....
+
+— Malleolo.
+
+— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera;
+la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le
+vedove portassero le calze d'altro colore!
+
+Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.
+
+— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su,
+si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.
+
+— Non importa.
+
+— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte.
+Che pelle è?
+
+— Non so...; di capra.
+
+— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava
+tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
+conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di
+convulso. E voi, padre Ignazio?
+
+— No; grazie a Dio.
+
+Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
+
+— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non
+sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In
+terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi?
+
+— Al muro.
+
+— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel
+piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
+(il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede
+indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il
+_toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo
+se n'accorse, e smise di battere in terra.
+
+Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il
+padre.
+
+— È finita?
+
+— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo
+dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente
+fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato
+via....
+
+— E voi?
+
+— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio!
+
+— Cosa?
+
+— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro
+gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo....
+
+— No, no; non ne voglio più. Avanti!
+
+Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea
+di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.
+
+— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana
+matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una
+fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando
+mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi
+sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi
+predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
+quasi vi invidio....
+
+— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò
+padre Ignazio, con un gesto d'impazienza.
+
+— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora
+però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè
+quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di
+quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.
+
+Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:
+
+— Dunque.... la gamba?
+
+— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo,
+certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
+e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze
+bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere.
+Quel nero....
+
+L'amico affrettava:
+
+— Concludiamo.
+
+— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione,
+là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con
+l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.
+
+— Quale effetto?
+
+— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso
+d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai
+a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo:
+mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre
+Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E
+pareva uscito allora allora dal pericolo.
+
+Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il
+gesuita dimandò:
+
+— Come? il legaccio? che cosa?
+
+— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre?
+
+— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza?
+
+— Sì! La gerr....
+
+— La giarrettiera! Ebbene?
+
+— .... bianca, rossa e verde!
+
+
+
+
+La fortuna di un uomo.
+
+
+I.
+
+Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale curioso tipo di
+patriotta, di filantropo, di pensatore profondo e di parlatore
+arguto. Se fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero forse
+assomigliato a qualche filosofo umorista moderno e accusato di plagio,
+quantunque egli non leggesse che i classici latini e i giornali
+quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte cose, intorno alle donne,
+viveva d'amore e d'accordo con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
+Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere che lo zio non
+avesse mai amato alcuna donna.
+
+Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla sua camera Gaspare aveva
+udito una voce angosciosa esclamare sommessamente:
+
+— Figlia mia!...
+
+Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti i ragazzi e che di lui
+era il difetto più grave, aveva spiccato un salto dal letto ed era
+corso a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. Oh! Di là,
+nella sala attigua, al fioco lume della lampada, una signora vecchia in
+vesti nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, a contatto, su
+di un tavolino, e il tavolino sembrava che ballasse!
+
+A tal vista e alla vista dello zio coi capelli irti, gli occhi accesi
+e fuori delle orbite, la faccia pallida e contraffatta, Gaspare era
+ritornato subito sotto le lenzuola, giurando di non scrutare mai più
+che diavolo si facesse in casa a certe ore notturne; già guarito, e
+per sempre, del suo difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
+quella paura, perchè nell'avanzare degli anni e nel meditare su
+quel ricordo fanciullesco si convinse che se lo zio aveva avuto tale
+orrore dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar in pace i
+morti e non confondersi nel mistero della morte; e anche si convinse
+che se lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla in quel modo,
+con l'aiuto della madre di lei, certo era bene non innamorarsi così
+appassionatamente.
+
+Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi amico dello zio Giorgio.
+Commilitoni nelle schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
+a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva prestato quattrini
+al primo; e come questi, da ignorante qual era, non dimenticava
+i benefizî, quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai suoi
+debitori, dimentico dei crediti.
+
+In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva sospettato che il
+compagno cercasse la morte, e il signor Bicci che il compagno volesse
+salvargli la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul ponte, erano stati
+divisi nella mischia; ma il domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume
+aveva rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e a una gamba
+in modo che si credeva impossibile rattopparlo. Ne rincresceva allo zio
+Giorgio; e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante di giovinezza e
+di energia, dovesse spiacer molto il morire; e, con cuore di filantropo
+e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo al passo dubbioso
+affinchè lo varcasse meno malvolentieri.
+
+— Morire per la patria, in campo di battaglia o dopo la battaglia, è
+sempre glorioso e dolce.
+
+Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
+
+— Una delizia. Ma io non muoio!
+
+— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non credere, del resto,
+che la morte sia brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
+tradotto la sentenza dello stoico.
+
+E Luigi:
+
+— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma io non muoio!
+
+— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse il signor Bicci.
+Poscia tentò una nuova via: — _Morte, che sei tu mai?_ Ciro Menotti,
+caro Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare alla forca.
+
+— Ma io non recito niente, perchè io non vado alla forca: sto qui: non
+muoio!
+
+— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, non dubitare che
+io, di ritorno a Bologna, porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime
+volontà ai tuoi fratelli.
+
+A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del letto.
+
+— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! non muoio! non muoio! Se non
+lo so io, chi l'ha da sapere?
+
+— E tu vivi! — gridò non meno forte lo zio Giorgio, perdendo la
+pazienza. — Ma la tua vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
+che non importava t'incomodassi a difendere! Chi sta bene al mondo ha
+l'obbligo sacrosanto di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
+
+
+II.
+
+Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran
+dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
+nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della
+discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una
+fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna
+vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
+
+Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non
+vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che
+angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per
+tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto
+gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che
+appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente
+lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale
+valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi
+gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio.
+
+Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti
+pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e
+trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più,
+le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale.
+Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno,
+ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici;
+abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero
+da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
+buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono
+quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della
+sua buona fortuna.
+
+Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe
+invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle
+contingenze, ai consigli della ragione?
+
+Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui
+lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i
+ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di
+volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote
+conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio
+un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i
+dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar
+partito dal comune pregiudizio.»
+
+Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi,
+scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se
+stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene
+che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
+dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito,
+diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
+Niente, dunque, volontariato!
+
+La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era
+così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto
+risparmiarsi la fatica di soccorrerlo.
+
+Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la
+prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli
+altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione
+del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo
+lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui
+egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale.
+E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona
+copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di
+cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.
+
+E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve,
+molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
+quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti
+con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.
+
+Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano
+sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti;
+inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un
+pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac;
+si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che
+recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o
+l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna
+angoscia.
+
+Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
+
+A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con,
+negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi
+chiese a Dicci, piano piano:
+
+— E tu?
+
+— Se non ci fosse quest'ottativo....
+
+— A te! copia...; ma cambia le frasi.
+
+.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal
+greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
+
+L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.
+
+In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria
+fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo.
+
+— Bicci Gaspare!
+
+.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
+
+— 824!
+
+— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio.
+
+Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non
+toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre
+o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto
+e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria.
+
+Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un
+cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna.
+
+— 12!
+
+«Jettatore! jettatore!»
+
+Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non
+osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe
+consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così
+stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà
+degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia
+sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che
+è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia
+dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
+domani.
+
+Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò
+da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal
+di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan
+conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.
+
+Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che,
+secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la
+benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie,
+moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia
+qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di
+microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.
+
+Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o
+sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito
+dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava
+che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della
+fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente.
+Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un
+colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola
+dell'infelice destino umano!
+
+E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche
+piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di
+applicazione.
+
+Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode,
+senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo
+di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla
+meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
+insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
+
+Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran
+freddo addosso.
+
+
+III.
+
+La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute
+altre mai in vita sua.
+
+Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al
+nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
+
+— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al
+contrario, non so proprio che consigli darti.
+
+Disse Gaspare:
+
+— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo.
+
+Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso
+abituale:
+
+— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri:
+_rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto
+abbastanza.
+
+Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero
+zio Giorgio! Seguitava:
+
+— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di
+quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
+dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente,
+non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella
+scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un
+mistero. Prendi moglie....
+
+Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di
+nuovo, spalancò gli occhi.
+
+— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so;
+ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno
+vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli
+sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii
+conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno
+se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di
+retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la
+poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio....
+
+E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a
+risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito
+per il medico.
+
+Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo
+disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò
+l'infermo avviato a migliorare.
+
+— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico
+assicura che sei fuori di pericolo.
+
+— Allora..., son bell'e spacciato.
+
+Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò:
+
+— Vado.
+
+E aggiunse:
+
+— Buona permanenza.
+
+Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi,
+cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se
+Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi
+costringendo a singhiozzare anche lui.
+
+Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che
+gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
+penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per
+fortuna i minuti furono pochi.
+
+— Zio!... zio!
+
+Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e
+lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi.
+
+Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in
+lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non
+dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse,
+Luigi gli si accostò.
+
+— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po'
+d'aria. Adesso qui....
+
+Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la
+morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che
+l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse
+avuto allora e sempre il migliore amico.
+
+Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo
+nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza.
+
+— A lei! Una goccia di brodo....
+
+Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
+
+— Ti par proprio che sia morto volentieri?
+
+— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più....
+
+Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete.
+
+— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non
+sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!...
+
+Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui.
+
+Così:... morto. E l'anima?
+
+
+Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al
+tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
+Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo,
+raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato
+agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di
+lutto da osservare, ripensava al mistero della morte.
+
+Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir
+volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un
+benefizio. Ma si è sempre a tempo.»
+
+Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe.
+Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
+carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì.
+
+— Dove vuoi; per un'ora.
+
+Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito
+assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il
+tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel
+nobile cuore?
+
+A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per
+memoria, nello scrittoio; insieme col testamento.
+
+Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in
+perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
+l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a
+Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza.
+
+Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio
+dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della
+patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e
+fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc.
+
+A conti fatti....
+
+Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di
+Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa
+malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura
+malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario.
+
+In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio,
+credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza
+meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si
+ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne
+tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta:
+
+— No di qua! Torna indietro!
+
+Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi....
+
+Dio! che bellezza!
+
+Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra
+celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi!
+
+In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi
+gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva
+nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono:
+io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa
+con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma;
+promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto,
+pietà, fede, amore! E tutto in un istante!
+
+Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì
+composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime
+ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta,
+gli occhi di quella giovinetta.
+
+La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione.
+Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
+
+«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli
+aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi.
+
+E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda
+acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina
+grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
+
+«Ammógliati».
+
+Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza
+lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un
+fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità.
+
+
+IV.
+
+Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era
+detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono
+o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto,
+beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede
+di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione
+al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote
+come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le
+quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo»,
+contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui
+non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di
+quanto meritava.
+
+— Signorino, è troppo! è troppo!
+
+Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter
+vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
+si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di
+lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone?
+
+Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano
+manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso
+del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._
+
+E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava
+per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti,
+addirittura con la bocca:
+
+— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo
+e lasciata l'eredità!
+
+Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere
+d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
+piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo
+avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro:
+— Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a
+mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè
+poteva, essendo men tristo di loro.
+
+Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno
+di un'anima che lo comprendesse.
+
+.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì
+chiedere dall'alto:
+
+— Sei tu?
+
+Rispose:
+
+— Nossignora, sono io.
+
+Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo
+piano.
+
+— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.
+
+Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi,
+gettò il resto del cerino e salì più in fretta.
+
+Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
+
+— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era
+corso a suonare il campanello.
+
+Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
+
+— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo,
+le mie condoglianze.
+
+— Grazie.
+
+Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
+
+— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire!
+
+— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi
+intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E
+Luigi non veniva! Tornò a suonare.
+
+La signora Tredòzi sorrise.
+
+— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi....
+
+Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi?
+
+Ma no, eccolo.
+
+— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi!
+
+— Buona notte, signor Bicci.
+
+Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta
+quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un
+ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi?
+
+Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali
+ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa
+interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente,
+ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
+la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a
+un ingegner Tredòzi?
+
+E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle
+rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui
+si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche
+parlarsi.
+
+Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle
+parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che
+hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo;
+accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un
+favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava.
+
+Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne
+uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve
+incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte
+cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le
+si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai
+a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine,
+che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava
+essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e
+uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia.
+
+Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò
+uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come
+discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che
+se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle
+eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere
+possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito.
+Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
+sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non
+c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la
+perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma
+stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia!
+
+Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito,
+coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del
+matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto.
+
+«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma
+non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
+gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare
+sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era
+ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato.
+Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto
+tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe
+un'opera quasi pietosa confortando una povera donna.
+
+— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno
+sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non
+trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione.
+
+E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle
+palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
+che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico:
+
+— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo!
+
+La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si
+nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere.
+
+
+V.
+
+Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del
+conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare
+della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande
+velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
+al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi!
+
+C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
+
+— Sì. _Lui_ va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove.
+Resterà fuori un mese e mezzo!
+
+La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la
+inebbriava, l'ammattiva.
+
+— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che
+quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.
+
+E Silvia, ridendo, soggiungeva:
+
+— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà
+male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!
+
+Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un
+altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a
+Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva
+essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
+del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena
+un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
+Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo
+giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
+dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori.
+Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso
+di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e
+all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un
+vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano
+abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore
+d'adesso» — ripeteva. Vecchi?
+
+Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o
+ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire;
+e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse
+predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una
+bruna, quale la signora Silvia.
+
+Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere.
+Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.
+
+Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava
+cautele.
+
+— È geloso? — domandava Gaspare.
+
+— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io
+voglio che mi stimi a suo dispetto.
+
+Onesta per dispetto!
+
+— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
+
+Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì.
+
+— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
+
+E lui:
+
+— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente:
+«dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te».
+
+Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu
+il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante
+lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i
+romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini
+più frequenti; ivi gli dava del _tu_ non a bassa voce o a voce troppo
+bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente
+Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito;
+qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: —
+Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da
+mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la
+peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una
+terza: una revolverata a lui, Gaspare!
+
+Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già
+desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse
+nei limiti della discretezza.
+
+ *
+
+Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande
+intenzione, non gli fosse esaudito?
+
+Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese),
+stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e
+alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li
+interruppe.
+
+— Lui!
+
+Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa.
+
+— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata.
+
+— Dio!... Nasconditi; subito!
+
+— Dove?
+
+— Sotto il letto;
+
+Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
+
+— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva,
+Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
+lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci;
+bestiale l'una; fioca l'altra.
+
+— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al
+fresco!
+
+— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
+
+— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
+
+— Vertigini.
+
+— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! —
+Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
+Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle
+dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
+
+E quindi la voce fioca:
+
+— Ecco la camicia; ecco le mutande.
+
+Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
+
+— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo!
+
+E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro:
+
+— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
+
+— L'abito!
+
+— Lo cerco.
+
+— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
+
+— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri.
+
+— Spicciati!
+
+Ma:
+
+— Non c'è.
+
+Allora il marito cadenzando la parola con ira:
+
+— È nell'armadiooo!
+
+— No, ti dico!
+
+— Sì, ti dico!
+
+Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La
+vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il
+marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver;
+a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la
+catastrofe.
+
+— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio!
+
+Il marito esclamò, più forte della moglie:
+
+— Sei matta?
+
+— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
+
+— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto?
+
+— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
+
+ . . . . . . .
+
+Gaspare spingeva. Ella aperse.
+
+— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
+
+
+VI.
+
+Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si chiudeva, a chiuderlo
+con istrepito Gaspare preferì trarlo accosto. Ma uscendo, il marito
+al quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò e collegò un primo
+sospetto alla storia dell'abito che la moglie aveva voluto non fosse
+nell'armadio e allo svenimento improvviso; sicchè i sospetti crebbero.
+
+— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho dovuto svenire
+altre due volte, dopo desinare.
+
+Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le scampanellate;
+il rifugio nell'armadio; gli svenimenti sapevano di _pochade_; e
+assistendo alle _pochades_ Gaspare aveva riso sempre, di gran gusto,
+ma non gli era mai parso bello imitarne gli eroi. S'aggiunga che nella
+vita diviene non di rado tragedia quel che in teatro equivale alla
+_pochade_; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo da lasciarsi prendere
+pazientemente in giro.
+
+Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere di ridar la pace a
+un uomo e di salvare la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
+anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che eccitava a pazzie
+l'innamorata. Bisognava, magari, mutar casa.
+
+Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare un secondo motivo, che
+non avrebbe confessato neppure a un amico intimo, neppure a Luigi.
+
+Ed era questo: due notti addietro egli aveva preso sonno prima d'aver
+spento il lume e facendo per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
+gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o meglio, un'imagine,
+una larva che lo guardava con occhi stupiti e dolenti quasi di non
+riconoscerlo. Balzato a sedere sul letto, la fantasma si era dileguata
+súbito. Un'allucinazione senza dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso.
+Ma la sera per precauzione non si era dato il disturbo di spegnere
+la candela. Ed ecco, a trarlo con freddo orrore del dormiveglia, ecco
+lo spirito entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo doloroso e
+incerto; più vicino, più vicino....
+
+Questa volta egli aveva messo un grido. E lo spirito, via.
+
+Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare un raziocinio:
+forse quell'anima, non sentendosi da tempo più chiamare per mezzo del
+tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; onde arguivasi che
+l'anima dello zio era andata da un'altra parte.
+
+Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
+
+.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva deride?...
+Insomma, fosse pazzia o no, per tutta la notte non gli era stato
+possibile richiuder occhio; e conveniva evitare una malattia
+d'insonnia, e paure, angustie.
+
+A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. Confermandolo nella
+determinazione della notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e di
+ridere de' suoi terrori notturni.
+
+Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe ad abbandonar la casa
+ove era invecchiato e dove il padrone era morto?
+
+Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti con aria meditabonda.
+
+— Signorino, questa casa non è più per noi.
+
+Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? O forse il buon uomo,
+consapevole della tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
+
+Gaspare non interrogò; rispose:
+
+— Hai ragione. Cercheremo un appartamento ammobigliato.
+
+Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in una delle vie principali;
+a buon prezzo: in casa del cavalier Squiti.
+
+Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, che Bicci le gettò nel
+balcone: In casa e nel vicinato tutti sapevano, spettegolavano,
+malignavano, mormoravano, spiavano. Era inevitabile una tragedia
+se qualche voce perveniva all'orecchio di Tredòzi. Diveniva obbligo
+d'un gentiluomo, in tal caso, salvar la fama e la vita d'una signora,
+allontanandosi. Oltre a ciò, per faccende d'interessi, Gaspare chiedeva
+a Silvia una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali e chetati
+sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro colloqui nella casa in cui
+egli andava ad abitare, o altrove.
+
+Piacesse o no alla signora, questo era buon senso, questa era prudenza!
+
+
+VII.
+
+Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato della Provincia
+e persona molto grave, non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
+volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi tra celesti e verdi;
+capelli biondi; portamento modesto e gentile.... Assomigliava alla
+signorina che si recava al giardino pubblico il dì mortale dello zio
+Giorgio. Lei?
+
+Forse non era; ma le assomigliava in modo che a vederla una dolcezza
+grande veniva, per gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
+quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, con la rapidità
+del destino, egli, che dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti
+all'amore buono e al consiglio dello zio, ne rimase conquiso. Tale,
+infatti, tale gli appariva la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni
+che non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! Tale era
+la donna amata e da amare: fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
+più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner Tredòzi! E a Gaspare,
+certo che stavolta era la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
+cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica giovinetta in
+moglie.
+
+Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver visto quell'angelo per la
+quinta volta, Gaspare uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
+usciva; e s'accompagnassero per istrada.
+
+Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! Che galantuomo! — esclamò
+l'uno.
+
+E l'altro: — Lo conosceva?
+
+— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la verità; un filosofo; ma
+che cuore, che cuore! E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
+Bicci!
+
+— Ah sì!
+
+— E che bene le voleva, a lei! A discorrere di suo nipote, ci godeva;
+proprio come un padre.
+
+— È strano — disse Gaspare: — di me non ne parlava mai con me.
+
+Ma il cavaliere si fermò di botto.
+
+— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
+
+Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente incongruenza di
+quell'_a proposito_, Bicci chiese:
+
+— Suono?...
+
+— Il piano?
+
+— Sì, alla peggio.
+
+— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti levandosi gli occhiali,
+pulendone le lenti e rinforcandoli: — non il pianoforte, però; uno
+strumento più geniale — come dire? — più canoro, più.... cordiale.
+
+— Il violoncello?
+
+— No, il clarinetto.
+
+Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere col clarinetto in
+bocca; e tacque.
+
+— Creda a me: la musica è il miglior conforto nelle disgrazie — seguitò
+l'altro.
+
+— Lo credo.
+
+— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
+
+Gaspare allora esclamò entusiasta:
+
+— Volentierissimo!
+
+— Stasera?... Potrebbe?
+
+E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le lenti.
+
+— Sissignore, posso.
+
+Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a dire, senza più
+sorridere, con tutta gravità:
+
+— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso non ha tempo.
+
+— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale battè forte il cuore.
+
+— Non ho figliole: la mia pupilla.
+
+«La sua pupilla? La signorina era sotto la sua tutela?» E Bicci pensò
+con nuova tenerezza: «Orfana come me!»
+
+— La signorina Roccaforte è per me quel che era lei per suo zio. L'ebbi
+in casa bambina. Il padre....
+
+Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, intanto che benediceva
+suo zio e il clarinetto.
+
+Poi, essendo già innamorato e con la testa nel cuore, si dimenticò di
+chiedere allo Squiti perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo di
+sonare.
+
+Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto della signora Silvia. Ah
+la virtù di ogni amor buono su ogni amore disonesto!
+
+Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di
+rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
+con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che
+scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo
+presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce:
+
+— Erminia!
+
+Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi,
+lentamente....
+
+— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che
+la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico
+Griboldi, suo promesso sposo.
+
+— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia
+sorrise a pena a pena.
+
+— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. —
+Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
+Bicci, di odiare una cosa bella?
+
+— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia.
+
+Il primo pezzo — del _Faust_ — procedè a meraviglia, quantunque le
+mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor
+proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo,
+la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì
+che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere,
+deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser
+grave.
+
+— Oh che orecchio! che orecchio!
+
+Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che
+cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di
+colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! —
+E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è
+fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno
+la suocera!»
+
+— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere.
+
+Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore.
+
+Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover
+essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande
+sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una
+ragazza innamorata e fidanzata d'un altro.
+
+
+VIII.
+
+Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di
+pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
+dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la
+vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era
+una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi
+delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce,
+in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una
+persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al
+padrone di casa!
+
+Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi
+altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
+resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte.
+
+Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva
+al desiderio del mirabile viso.
+
+«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe
+che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che
+gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò
+una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di
+lui, vi penetrò.
+
+— Lei.... tu!...: qua?
+
+— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi.
+
+— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì lui, trovando il tono
+giusto.
+
+— Vile!
+
+Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore agl'insulti; freddo,
+quasi sprezzante.
+
+— Non vi avevo chiesto quindici giorni di libertà? Ho i miei affari
+anch'io; avevo, ho bisogno di tranquillità, di riposo.
+
+— Ah Gaspare, Gaspare!
+
+Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; a un tempo,
+lagrime di duolo e fiamma di tentazione e di colpa.
+
+— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! Non l'hai dunque l'anima?
+Dodici giorni senza passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
+nemmeno una riga!
+
+Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. Deliberato tuttavia a
+finirla, Bicci, che voleva finirla da gentiluomo, esclamò:
+
+— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo leale, rincresce offendere
+un uomo leale com'è l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
+
+A quest'affermazione Silvia avvampò più che a uno schiaffo.
+
+— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli prima, quando.... Tu menti!
+Adesso capisco che non mi ami più!
+
+Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza con l'amore?
+
+— .... Adesso voglio saper il resto; proprio tutto! Perchè
+abbandonarmi?... Dimmene la causa vera, subito! — L'investiva,
+inviperita. — Subito!
+
+Che dirle? Rispose:
+
+— Che volete che vi dica? Incompatibilità di carattere: voi siete piena
+di fuoco; e io....
+
+— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non può esserci che tra marito
+e moglie! La ragione vera le la dirò io! Tu hai una nuova amante!
+
+— No; ve lo giuro.
+
+— Spergiuro! Infame spergiuro!
+
+Era inutile discutere quando non valeva giurare. Gaspare non aveva
+ancor scosse le spalle che già Silvia gridava:
+
+— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? T'inganni! Io ti detesto,
+ma io ho dei diritti su di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
+morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu mi hai sedotta!...
+C'è il vincolo del rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
+ti caverò gli occhi; a te o a lei; così imparerai a conoscere le
+gentildonne!
+
+Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io sono una
+gentildonna! — E partì, finalmente.
+
+.... Se non che Bicci non gioì neppure della liberazione da quel giogo.
+Soggiaceva perduto, affannato, disperato a un maggior peso, all'amore
+fatale e contrastato dal destino. E non un amico col quale confidarsi!
+Avrebbero riso gli amici: un innamorato muove sempre a riso come chi
+cada goffamente in terra. Lui dove mai era caduto?
+
+Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza del suicidio, si
+abbandonò e parlò al solo che lo compiangerebbe.
+
+— Sono innamorato, Luigi.
+
+Luigi si mise a ridere.
+
+— Eh, lo so da un pezzo!
+
+— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò Gaspare,
+abbattuto. — Credi di quella?
+
+— Di tutt'e due: di quella e di questa.
+
+— No no: solo di questa qui, della signorina — egli protestò —; ed è
+già impegnata!
+
+Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse ch'essere innamorato di
+una sola fosse un malanno assai più serio. Poi disse:
+
+— Perchè non andiamo in campagna? A mutar aria....
+
+Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, gli svaghi
+campestri, la caccia, il ristauro della villa potrebbero davvero
+guarirlo. Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir d'amore?
+
+
+IX.
+
+Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che passava il tempo, la
+cotta permaneva. La passione del nipote diveniva una passione più
+grave, più affannosa forse che quella del povero zio! Perchè se Erminia
+fosse morta dopo avere amato lui, com'era accaduto allo zio, meno
+male! Erminia invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe sempre
+quell'altro! E Gaspare era innamorato in modo che quando, in certi
+momenti, credeva d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
+tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e con essa quella pena al
+cuore come di un male che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
+un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio patito; una
+intollerabile smania di rivedere in realtà l'amata donna; una rodente
+gelosia. Oramai egli non si diceva neppur più uno stupido, convinto
+sempre più che Erminia era per lui la donna unica; che lei, proprio
+lei aveva incontrato al passeggio nel giorno funesto; che altre bionde
+così belle o più belle ne potevano esistere, ma che egli non avrebbe
+potuto amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte del buonsenso.
+Essendo perciò impossibile la guarigione e assurda ogni speranza, Bicci
+aspettava il compimento del suo destino, qualunque si fosse. E compieva
+frattanto il ristauro della villa; il quale era proceduto a meraviglia.
+
+Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 luglio — egli se
+ne stava tra gli operai allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
+giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre triste — parve di
+veder l'annuncio della sua morte; ma, aperto il foglio e letto il nome
+— oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e non di dolore. Oh gioia! A
+precipizio, come pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
+
+Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; eppure un'onda
+di gaudio gli travolgeva ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
+umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con lagrime ferme su gli
+zigomi — lagrime di felicità — gridò:
+
+— È morto!
+
+— Chi?
+
+— L'avvocato Enrico Griboldi!
+
+ *
+
+Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare,
+con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al
+buonsenso.
+
+Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in
+colpa sua, sì della morte, giova di _réclame_: e che egli, se non
+fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra
+parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta
+che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli
+bisognerebbe aspettare.
+
+— Quanti mesi?
+
+Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più
+breve che fosse possibile il cordoglio.
+
+
+E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il
+cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse:
+
+— _Morte fura i migliori e lascia stare i rei._
+
+Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso
+singolare a un genere di sventura.
+
+— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire
+nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!...
+
+— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo,
+d'una meningite acuta!
+
+— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E la signorina?
+
+L'altro scosse il capo.
+
+— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol più veder nessuno; non esce
+di casa: un martirio! Le è venuto a noia anche il clarinetto. anche la
+musica, che è il miglior conforto nelle disgrazie.
+
+«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non tornò ad abitare a Bologna
+che al termine dell'ottobre.
+
+Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi condolgo — oppure: —
+Signorina, le mie condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli salutò
+e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, volgendo gli occhi a terra;
+la signora Squiti sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio si
+prolungava un po' troppo — Bicci ebbe una espressione felice: — Povero
+giovane!
+
+Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la signora intraprese
+l'elogio del morto. Annuiva Gaspare ad ogni lode, e gli costava così
+poco!; ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar la dolente; e
+pensava: «O il dolore è per le donne, o le donne sono per il dolore:
+diventano più belle!»
+
+Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; di guisa che la
+Squiti, accompagnandolo sino alla porta, gli susurrò:
+
+— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di casa, e la sua compagnia
+ci sarà di sollievo. Se ne ricordi.
+
+— Non dubiti, signora.
+
+Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado però nelle seguenti visite
+quotidiane, non volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire la
+bussola. Poco giovava che la signora Squiti s'appigliasse a tutti gli
+argomenti, se tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
+
+Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
+
+— Perchè non si prova a leggere, signorina?
+
+— Non posso; no; è impossibile!
+
+— E se leggessi io?
+
+— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà anche me. Bravo, signor
+Bicci!
+
+E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
+
+Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si avvicinarono le feste
+natalizie. «Quanto saranno tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
+conforterebbe sapere che io l'amo, anche se lei, per adesso, non abbia
+voglia di far all'amore?»
+
+Còlto quindi un momento che la signora Squiti non v'era, egli
+interruppe una lettura per guardare Erminia negli occhi. I quali si
+abbassarono; subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
+oramai? Un po' troppo, via!...
+
+— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo la bussola.
+
+— No — Erminia rispose in modo semplice e in tono tranquillo.
+
+Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
+
+E lei:
+
+— Io gli volevo molto bene.
+
+E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
+
+— A me sembra che _amare_ significhi più e meno di _voler bene_. A
+Enrico io gli volevo bene, perchè egli mi amava; ma sono certa che
+divenuto mio marito mi avrebbe anche voluto bene. Capisce?
+
+Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto perplesso a
+chiedersi: «E io che cosa dovrei dirle? Che l'_amo_, o che le _voglio
+bene_?» Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo cervello.
+Evidentemente, pur volendo bene assai al Griboldi, Erminia non ne era
+molto innamorata. Perbacco!... Quasi spinto da una molla allora balzò
+in piedi:
+
+— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi è odioso!
+
+Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
+
+— L'amo! Io l'amava due giorni prima di sapere che lei era fidanzata;
+forse l'amavo avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, un giorno
+che lei andava al giardino; e adesso che la vedo soffrire, l'amo e le
+voglio bene!
+
+La signorina, fredda, rispose:
+
+— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, perchè adesso il mio cuore
+è di pietra; la seconda, perchè, dopo quello che lei mi ha detto, io
+debbo pregarla di cessare le sue visite.
+
+— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente Gaspare. — Io non vivo
+senza vederla! Muoio anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda ogni
+giorno....
+
+Ella taceva.
+
+— Signorina....
+
+Gli occhi a terra; e zitta.
+
+— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a mani giunte, attendendo.
+
+Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti s'arrestò, trattenuta da
+un improvviso sospetto; così Erminia dovè concedere due grazie in una
+volta.
+
+— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella disse — può
+riprendere il clarinetto.
+
+
+X.
+
+Quando alla signorina Erminia non mancava che un mese per compiere
+l'anno di lutto, Gaspare Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
+Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse nella risposta
+un'apparenza anche più solenne della solita.
+
+— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo
+di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione;
+fosse anche milionario. Lei....
+
+— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si
+salva.
+
+— Dunque eserciti!
+
+Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e
+avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
+
+Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non
+concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò
+che vorremo.
+
+Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese
+passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
+fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non
+perduto il tempo del fare all'amore.
+
+Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una
+naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a
+tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e
+mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per
+i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
+dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir
+difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
+
+ *
+
+E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno
+e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo
+Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner
+capo. Misericordia!
+
+Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto
+il viso ferino, senza guardare, chiese:
+
+— Lei è il signor Bizzi?
+
+— Nossignore: Bicci.
+
+— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. Aggiunse: — Il decreto dice
+Bizzi. — Però, nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un errore
+nel decreto; giacchè fece una smorfia di meraviglia.
+
+— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
+
+Misericordia! L'ingegner capo era....
+
+Balbettò Gaspare:
+
+— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir vero, fosse divenuto
+irriconoscibile a riconoscere colui: Tredòzi!
+
+— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
+
+— Cercherò....
+
+— Benone! Venga di qua.
+
+Lo condusse nella camera attigua, in cui altri due giovani scrivevano
+o disegnavano; e prese alcune carte.
+
+— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... Alle quattro vedremo che
+cosa avrà saputo farmi.
+
+— Non son cose difficili. — disse Bicci.
+
+— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi lo battè con la mano su la
+spalla:
+
+— Gran bravomo suo zio!
+
+Dopo un poco uno dei giovani colleghi si volse a Gaspare:
+
+— Fortunato lei!
+
+E il compagno:
+
+— È il primo che quel cane non tratta da cane.
+
+Se non che anche di così innocente fortuna, dovuta in gran parte a
+una virtù o memoria famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
+quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
+
+Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; disapprovò
+l'opera degli altri due; poi, appena costoro furono usciti, ordinò a
+Gaspare:
+
+— Lei oggi verrà a desinare da me.
+
+— Impossibile!
+
+A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi ogni impronta di
+umanità.
+
+— Tenga a mente che per me non c'è nulla d'impossibile, mai!
+
+— Ma...; ecco....
+
+— Che cosa.... ecco?
+
+— Io sono fidanzato....
+
+— Benone! No! malissimo!
+
+— .... e per stasera ho promesso....
+
+— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; l'avvezzi per tempo, la
+sposa. Crede che sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse che le
+fa ora?
+
+Fu inutile resistere.
+
+Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e compianto troppo tardi,
+fingeva, lo traeva in un'insidia?
+
+— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè io sono alla
+buona: leale, sincero, schietto come suo zio e come sarà lei.
+
+Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere. Nondimeno non era
+una disgrazia anche questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
+d'amore o d'odio, si compromettesse e lo compromettesse? E in tal caso
+che accadrebbe, buon Dio?
+
+Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta a conoscere di
+persona il nipote del signor Giorgio, che (già!) conosceva solo
+di vista.... Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o che
+imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta disinvoltura e sicurezza di
+spirito, si convinse d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
+
+Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì a dire — e aveva uno
+sguardo torvo:
+
+— Sai che questo disgraziato prende moglie?
+
+Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il quale Gaspare rabbrividì.
+
+Invece ella, dopo, sorrideva.
+
+— Davvero? Me ne congratulo!
+
+— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io lo compiango! Una
+corbelleria! uno sproposito! un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
+non commetterebbe!
+
+Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò lui, quand'era
+moribondo....
+
+— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi si ha perduta la testa!
+
+Intanto Silvia esortava Gaspare:
+
+— Non gli badi. Scherza.
+
+— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse per annegare e io gli
+allungassi una mano, ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
+annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta pur sicura che darà
+retta a te!
+
+— Tredòzi!
+
+Imperterrito il marito proseguì:
+
+— Pensare che io cederei fino mia moglie!
+
+— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora Silvia rossa in viso, in
+atto d'alzarsi. Ma Tredòzi non si scompose.
+
+— Non offendo nessuno. Confronto il bene della libertà individuale al
+vincolo del matrimonio e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
+sventura possibile, gli auguro la fortuna che ho avuta io.
+
+— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
+
+Per fortuna la signora Silvia introdusse un altro discorso, e
+l'ingegnere, il quale perdeva l'argomento preferito, si quietò e
+riparlò solo tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
+
+L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» riflettè Gaspare.
+
+— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la signora.
+
+— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... Oh! Ella non si turbava.
+
+— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; e io non ne sono gelosa.
+
+Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe baciata. Ma non c'era da
+fidarsi ch'essa interpretasse giustamente la ragione di quel bacio.
+
+— Ed è bionda, o bruna?
+
+— Bionda.
+
+— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni ha?
+
+— Diciannove.
+
+— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
+
+Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una bionda si stancherebbe,
+presto? E volle le narrasse la vera storia dell'innamoramento; a che
+egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti bugie, nella maniera
+di tutti gli autobiografi. Infine la signora chiese:
+
+— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito amarci, non possiamo
+volerci bene?
+
+La distinzione d'Erminia!
+
+— .... e non restiamo amici?
+
+— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto, salvo. S'imaginava
+d'esser salvo da ogni castigo.
+
+....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio e parlò
+pacatamente:
+
+— Se il far la corte a mia moglie bastasse, caro Bicci, per mandare a
+monte il suo matrimonio, la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
+ma non avendo questa speranza, l'avverto che sono le dieci, e andiamo
+a letto.
+
+
+XI.
+
+Come certe cose procedono sempre a un modo per tutti, non è da far
+meraviglia che anche per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio di
+nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma per Erminia e Gaspare la
+luna di miele sarebbe durata Dio sa quanto, se Dio non avesse permesso
+a una cattiva donna d'intorbidarne il dolce chiarore; di provare quel
+che possa l'odio di una donna e a che perfidia la sospinga la vendetta.
+
+Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò all'ufficio, riebbe ore
+di umor buono; durante una delle quali disse a lui, il solo benvisto
+subalterno: — Silvia desidera fare la conoscenza della sua signora.
+Contentiamola. Tanto, da mia moglie sua moglie non imparerà nulla che
+già non abbia imparato.
+
+Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche cosa sapeva la quale
+Erminia non avrebbe dovuto saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
+a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza tra sua moglie e
+l'antica amante.
+
+Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina di dovere, e basta....
+
+Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in questo mentre aveva
+conchiusa amicizia con la Squiti; cosicchè la relazione temuta e
+sconvenevole diventò naturale, necessaria.
+
+Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle conversazioni in casa
+Tredòzi venivano, oltre che gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e
+sonava (solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto); nè rimanevan
+tempo e agio per confidenze tra Silvia e Erminia.
+
+Ma a poco a poco la perfida donna, abile a non farsi scorgere da
+alcuno fuorchè dalla sposina, cominciò a tormentar Gaspare con
+occhiate patetiche. E non bastava: gli susurrava, fugacemente, parole
+all'orecchio; parole di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
+
+«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è un angelo».
+
+Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli dovè pensare:
+
+«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto infelice, tra
+breve — non imaginava in che belva l'angelo si trasformerebbe, in che
+demonio scatenato!
+
+Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia gli disse:
+
+— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi a casa.
+
+Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
+
+— Allora accompagnerò io voi.
+
+— Non importa....
+
+Ella sorrise.
+
+— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è una stupida, lei!
+
+Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro infernale.
+
+— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente! Quella sfacciata
+t'accompagna anche a casa, dopo i convegni!
+
+— Non è vero!
+
+— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi era quella che veniva a
+trovarti quando io era fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
+tardi! Assassino!...
+
+— Erminia, t'inganni....
+
+— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A questo modo! Io! da te!
+
+La bile si disciolse in pianto; ed ella prese a invocare il morto, in
+guisa che straziava l'anima:
+
+— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi saresti rimasto fedele
+eternamente!... Non mi avresti tradita, tu, con la moglie del tuo
+capoufficio! Oh il mio Enrico!... È un'infamia! un'infamia!
+
+Proteste, giuramenti non valsero; la confessione sincera e piena non fu
+creduta; la felicità di due che s'adoravano, distrutta per sempre; il
+letto coniugale diviso per sempre....
+
+ *
+
+No: il letto restò diviso solo due notti; chè Erminia volle togliere al
+marito ogni ragione di tradirla.
+
+Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono Gaspare un mattino
+ch'egli li consultò, sentendosi alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
+quei libri, un rimedio.
+
+«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia moglie non abbia più
+ragione d'amarmi tanto».
+
+Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio _chi sta bene non si
+muova_; e chiedere un trasferimento da Bologna valeva come sfidare
+la pazienza dei superiori. Ah quanto fu brutto quel mese d'incertezza
+affannosa nell'attesa del trasloco!... Lo manderebbero in Sicilia? in
+Sardegna? in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
+
+.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche questo bel colpo
+di fortuna non fu sufficiente alla pace di tutti, alla contentezza
+assoluta di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne cupo; scosse
+il capo mestamente.
+
+— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due torri io non le lascio!
+Eppoi, se con la signora, andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
+a Milano! Insomma, io non ci vengo.
+
+— Luigi, ti prego....
+
+Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, Luigi scoteva il
+capo, e ripeteva nel suo linguaggio:
+
+— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che «zuccata» abbiamo avuta!
+
+
+XII.
+
+A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva.
+Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
+e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne
+l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da _parvenus_. La Galleria?
+Un ridotto per i cantanti a spasso e le _cocottes_. Il Duomo?... Oh il
+Duomo d'Orvieto!
+
+Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica solitudine d'Orvieto al
+pandemonio di Milano! Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare un
+poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, si sentiva non più che un
+borghese pacifico nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere al
+Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, che si chiamava Bicci, e
+a cui Milano sembrava la più bella città del mondo.
+
+Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la dimora a Milano fu
+causa e pretesto ai dissidi, dei quali per l'addietro la gelosia era
+parsa la sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si acuirono. Che
+giovava a Gaspare l'arrendersi?
+
+Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. Se egli dava
+torto alla moglie, erano raffacci, lagrime, svenimenti, convulsioni:
+un inferno; e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva perchè non
+voleva la considerasse malata o matta.
+
+Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta e non temuta! Addio
+sereni giorni del celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
+miele!
+
+E come per l'addietro si era compiaciuto di non aver figlioli,
+risparmiandosi tutte le pene dell'allevamento e dell'educazione, così
+adesso il povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei figli la sua
+disgrazia coniugale. E almeno avesse avuta la suocera, che per lui
+sarebbe stata, adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
+
+Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
+
+— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E al marito —: La
+distragga.
+
+Ahi! come distrarre una creatura che preferiva Orvieto a Milano? che
+non voleva uscire di casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
+nessuno? che non parlava quasi più? E venne il dì che a Gaspare parvero
+invidiabili i giorni in cui almeno si litigava.
+
+Durante quel silenzio ostinato e irragionevole della sua signora i più
+neri pensieri, i più foschi sospetti trovavano luogo pur nella testa di
+Bicci; tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a casa, abbreviò
+la consueta passeggiata e la sosta al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora,
+il ritorno a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: al buio,
+nell'ingresso; poi, in punta di piedi, venne alla cucina. Buio anche
+là. Avanzò allora fino all'uscio della camera da pranzo, ascoltando...;
+e udì, lieve come un sospiro:
+
+— Enrico!
+
+Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! Infami!
+
+Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che non s'è adirato mai
+in vita sua, Gaspare spalancò l'uscio.... E la signora e la serva,
+senza far motto, lasciarono andare il tavolino su cui avevano tenute a
+contatto le mani.
+
+— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... A te! A te! — e con
+voce strozzata, dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, gettò,
+venti, trenta lire alla serva che lo contemplava stupita.
+
+— Vattene! Vattene!
+
+— Ma cosa ho fatto?
+
+— Tener mano!... Via! fuori!
+
+— Ma che male c'è? — cominciarono a dire insieme le due donne.
+
+— Via! Via!
+
+Sempre più minaccioso, con la destra in alto, lui, Bicci, Gaspare!,
+spinse con la sinistra la serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia
+sorrideva sarcastica.
+
+— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai insegnato tu? non mi dicevi
+tu che faceva così tuo zio?
+
+A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva
+fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di
+miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a
+sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva
+a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo,
+tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale.
+
+«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già
+stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
+un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha
+esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
+Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio
+zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme;
+tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento
+mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo!
+Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
+niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o
+non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni
+tranquilli?...»
+
+Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa:
+
+— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una
+colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
+bisognerà venire alla separazione.
+
+Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì:
+
+— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti....
+
+Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi
+scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
+
+— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai
+più!
+
+Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del
+cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto,
+il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder
+pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera.
+
+
+XIII.
+
+Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio che tutto il male
+non viene per nuocere, se Erminia avesse seguitato a lungo nel buon
+mutamento. Riprese a uscire di giorno e di sera; riprese a discorrere
+e, grazie a Dio, senza litigare. Ma tanta felicità poteva durare un
+pezzo?
+
+E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo dell'isterica donna, con
+la intollerabile intolleranza d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
+mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. Non poteva soffrire neanche
+le persone che avessero avuta qualche somiglianza di gusti con lei.
+
+Infatti una volta all'_Eden_, ove egli si divagava ma si annoiava
+Erminia, Gaspare scorse, non più rivisto da anni, il più caro compagno
+e più allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, un pittore
+già in fama a Parigi; e benchè ricordasse il consiglio dello zio
+«Sta lontano agli artisti» (il povero zio l'aveva anche esortato ad
+ammogliarsi!), egli lo chiamò:
+
+— Ehi, Monarchi!
+
+— Oh! Chi vedo!... Bicci!
+
+— Tu, qua?
+
+— Tu, qui?
+
+A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne dietro la presentazione
+della signora.
+
+Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo elegante, con la caramella
+all'occhio destro e copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
+delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, di Parigi, fino
+d'Orvieto. «Erminia ne resterà contenta» pensava Gaspare. Invece, chi
+lo crederebbe?, quando se ne fu andato Erminia disse:
+
+— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se verrà a trovarmi prima di
+partire, farò dirgli che non sono in casa.
+
+Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più lo rividero, tranne, da
+lungi, due o tre sere a teatro.... A teatro?
+
+Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova smania, una nuova pazzia!
+Convinta che per essere notati a Milano bisognava spendere, si mise
+a spendere e a spandere rovinosamente in gioielli e abiti; e dal suo
+palco pretendeva insegnar «il buon gusto nella moda» alle milanesi!
+«Non basta seguire la moda!» diceva.
+
+Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza ricchi da impartire
+cotesto insegnamento, ella gli si scagliò contro:
+
+— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? Dov'è la mia dote?
+Quando, con chi l'hai consumata? — E così via, fino a giungere allo
+svenimento e alle convulsioni.
+
+C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni di «Enrico!
+Enrico!» e le pratiche spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
+dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche santo — pensava — mi
+aiuterà».
+
+E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; desiderosa di quiete
+e di solitudine. Un santo era intervenuto.
+
+Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche a meditare il suicidio;
+e lo diceva. Che giorni per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
+a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, all'ufficio,
+lui, il povero marito, dubitava di trovarla, al ritorno, impazzita del
+tutto, oppure asfissiata.
+
+Un Calvario! E non era più possibile tirare avanti un pezzo così. E
+solo un colpo di fortuna poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
+
+ *
+
+Verso le cinque pomeridiane egli saliva le scale di casa sua, superando
+ogni gradino con lo sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
+era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò alla disperazione
+della cuoca.
+
+— La signora.... non c'è più!
+
+Morta?
+
+— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
+
+— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, la donna.
+
+Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: «Ad annegarsi. È finita!
+Ma che guaio!»
+
+— Di', parla! A che ora?...
+
+— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
+
+Ad annegarsi con la valigetta?
+
+— E non ti ha detto nulla?
+
+— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su lo scrittoio.
+
+— Ah! Meno male!
+
+Si precipitò nello studio. Lesse:
+
+ «_Gaspare_,
+
+«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco lealmente, e ti giuro
+che mi annegherei se non fossi persuasa di saper rendere felice
+Gino Monarchi. Vado con lui a Parigi. Tu vieni in Francia: vi faremo
+divorzio; così sarai libero di trovarti una donna degna di te. Addio.
+
+ «_Erminia._»
+
+— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero al traditore.
+
+Per altro, gli sembrava che una mano benefica gli levasse, o dalle
+spalle, o dal petto, o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
+d'addosso — un enorme peso; e tant'era il sollievo, che gliene conseguì
+una mitigazione all'ira, un senso di dolcezza; e tant'era buono, Bicci,
+che a poco a poco il sollievo e la dolcezza gli si convertirono in un
+senso di pietà.
+
+«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà presto di qual
+natura è quella donna!» «Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
+d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a me!»
+
+E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato interamente a
+se medesimo, da morte a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
+arriverebbe prima lui della lettera —:
+
+ «_Caro Luigi_,
+
+«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono salvo, libero, felice;
+l'uomo più fortunato del mondo! E corro a Bologna da te.
+
+ «_Il tuo Gaspare._»
+
+
+
+
+Una “scampanata„.
+
+
+ In Romagna.
+
+Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, frotte loquaci di donne,
+uomini e fanciulli e coppie amorose, sorridenti o serie nel loro
+bisbiglio; i dami col garofano all'occhiello.
+
+Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, ove serenamente moriva
+il lume crepuscolare e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla
+terra ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco e oscurarsi e,
+lontano, sparire. Come due ragazzi s'arrestarono per tirar sassate in
+un ricovero di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno di
+loro ammonì a voce aspra:
+
+— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; lanciarono i sassi
+nel fiume; e nel ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
+proteste, confidenze, querele, saluti.
+
+A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, che venivano fra gli
+ultimi, l'uno dal lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
+
+— Buona sera, Fulgenzio.
+
+— Buona sera, Faziòla.
+
+— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo anche domani.
+
+— Ce n'è bisogno.
+
+— Dove siete a lavorare, adesso?
+
+— Vanghiamo le vigne.
+
+— Sarete in molti.
+
+— Quindici o sedici.
+
+— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
+
+— Giulio.
+
+— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di farvi torto.
+
+— Chi comanda ha sempre ragione.
+
+Dopo una pausa lei chiese:
+
+— Ma è vero quel che dicono?
+
+— Dicono.
+
+La loro malignità non andava più oltre dell'accennare alla ciarla che
+Giulio dovesse ai meriti della moglie la nomina a capo degli operai
+braccianti.
+
+— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, voi.
+
+— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la salute. Ma.... — E l'infelice
+guardò la Faziòla sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua per
+cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma se mi viene una febbre,
+io non ho un cane che mi porti una goccia d'acqua.
+
+Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla sospirò per sè.
+
+— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, per modo di dire, che vi
+porterebbero via il boccone di bocca, se potessero.
+
+— Non vi trattan bene in casa?
+
+Essa volle attenuare.
+
+— Capirete anche voi: le annate vanno scarse e uno di più in famiglia,
+aggreva.
+
+— Ma voi lavorate.
+
+— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a me. C'è da rappezzare la
+roba? Tocca a me; la sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
+all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. In ozio non ci sto;
+quest'è vero.
+
+Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera Faziòla!
+
+Quindi Fulgenzio riprese:
+
+— Avete fatto male a non maritarvi un'altra volta, quando eravate a
+tempo.
+
+— Le vedove che non han quattrini si lascian dove sono; lo sapete pure.
+Piuttosto voi, Fulgenzio, perchè non avete preso moglie?
+
+Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto un vantaggio in
+lui il non aver famiglia da mantenere; e lui tornò a sorridere.
+
+— Chi volete che mi prendesse?
+
+Infatti da giovane era anche più brutto e più magro, sembrava più
+zoppo; sembrava tirasse l'anima coi denti.
+
+— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le ragazze han delle
+pretese; ma una donna quieta....
+
+— Trovarla una donna quieta!
+
+Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e a occhi bassi, nel
+silenzio: «Oh non c'ero io?» Almeno così egli credette, perchè sorrise
+ed esclamò commosso:
+
+— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto sposarvi voi, Faziòla!
+Voi eravate proprio la donna per me.
+
+— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
+
+Mormorò l'uno:
+
+— Adesso è fatta.
+
+— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
+
+Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
+
+Ma quando la Faziòla stava per augurar la buona notte, lasciar la
+strada e passare la siepe, Fulgenzio, fermo, si guardò attorno,
+raccolse il fiato e con voce tremula disse:
+
+— Sentite: la gente può dir quel che vuole; ma io, di una donna ne ho
+proprio bisogno.
+
+— Lo dico anch'io.
+
+— Se voi mi voleste....
+
+Alla proposta lei si mise a ridere forte.
+
+— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono vecchia....
+
+— Mi volete?
+
+Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; tanto egli temeva un no
+e tal voglia aveva lei di rispondere sì.
+
+Ma vinse la ragione.
+
+— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
+
+— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
+
+— Va bene. Buona notte, Faziòla.
+
+— Buona notte, Fulgenzio.
+
+ *
+
+Avevano una settimana per pensarci; ed era troppo; e la settimana fu
+lunga. Finchè aveva sperato di migliorare un po' la sua condizione
+risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva sperato anche di
+trovar donna non molto innanzi con gli anni la quale lo compensasse
+della giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli ogni speranza e
+presunzione, doveva ringraziar Dio se la Faziòla lo voleva! Era una
+brava donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe tanto da
+non tornargli di peso; una buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
+per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. Davvero?... Non seduceva
+la Faziòla il solo interesse? Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
+parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; ma, insomma, la
+donna era buona o no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero maligno!
+
+Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa in cui i parenti la
+trattavano da serva e le invidiavano il pane che mangiava; e faticar
+meno, e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna che a rifiutarla le
+sarebbe parso d'offendere la Provvidenza. Pure un ritegno le restava.
+Perchè? si sentiva il coraggio di sfidare la gente, o no....
+
+Finalmente venne la domenica a chiuder la settimana dell'attesa e
+dell'incertezza.
+
+— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno dai vesperi, Fulgenzio. E
+sorrideva in quel suo modo faticoso.
+
+— Ho paura del mondo.
+
+— Io no; non ci bado io!
+
+— Ci faranno la «scampanata».
+
+— E che la facciano!
+
+Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei accondiscese. Pur mentre
+incoraggiava, quella giusta apprensione degli scherni che turberebbero
+forse per anni la loro pace; quel timore dell'avversione o della
+condanna pubblica, toglieva ardimento a lui stesso e l'induceva, il dì
+dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di spender qualche cosa, non
+si potevano evitare le pubblicazioni matrimoniali? —
+
+— Impossibile!
+
+L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non badassero a rispetti
+umani! —
+
+— Un po' di meraviglia in principio, eppoi smetteranno.
+
+— È quel che dico anch'io.
+
+Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità mal repressa per tutta la
+chiesa quando l'arciprete disse dall'altare:
+
+— Si pubblica per la prima volta la domanda di matrimonio di Fulgenzio
+Landi con la Violante Stradelli vedova Faziòli.
+
+E, dopo, la fidanzata non osava più uscir dalla porta di casa,
+avvelenata in casa dalle canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
+fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che modo resisteva lui alla
+tempesta. E Fulgenzio sorrideva e taceva.
+
+«Presto o tardi smetteranno!»
+
+Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano per il dì delle
+nozze!
+
+Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; e allorchè, nel
+gran giorno, la gente accorse alla prima messa per assistere allo
+sposalizio, apprese che da due ore gli sposi eran già fatti e che già
+erano a casa loro.
+
+— Stamattina ce la siam cavata — sospirava la Faziòla. — Il peggio sarà
+stasera.
+
+Ripeteva Fulgenzio:
+
+— Non ci pensate.
+
+Intanto si vedeva che lui ci pensava.
+
+Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh senza alcuna smania di
+sposi novizi!: irritati, al contrario, che a loro due, così quieti e
+consapevoli degli anni e dei malanni che portavano addosso, il mondo
+attribuisse simili sciocchezze.
+
+Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, primo talamo della
+Faziòla, da riconnettere; e i pagliericci da riempir di foglie, e
+i cuscini da rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare e
+spartire la biancheria e i panni che meritavano rattoppi; e nettar la
+cucina in modo che non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
+l'arciprete e il fattore.
+
+— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio strofinando, dentro, il
+paiolo.
+
+Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con le tagliatelle in
+brodo e il lesso.
+
+— Sono dieci anni che non ho sentito un poco di manzo; da quando si
+maritò mia sorella — confessò Fulgenzio.
+
+Similmente la Faziòla gustava il vino.
+
+— Buono! Buono! Non me ne davano mai, in casa, a me!
+
+E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea mirabile, che schiarì
+del tutto il malumore in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
+
+— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se dessimo da bere?...
+
+Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
+
+— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E rideva.
+
+— Il vino dove lo mettiamo?
+
+— In un bigoncio.
+
+E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; e andò alla fattoria
+a riempirlo di quello buono.
+
+Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita d'averlo indotto alla
+grave spesa.
+
+— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti mancavano di questo;
+mancavan di quest'altro....
+
+Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; di rivelarle il
+segreto contenuto nell'animo a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
+il libercolo.
+
+— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati come vi credete.
+
+— Cos'è?
+
+— Il libretto della cassa di risparmio.
+
+Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; ma non sapeva leggere.
+
+— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento franchi, senza i
+frutti.
+
+— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di altri?
+
+— Eh! alla cassa....
+
+— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete vedere dove li tengo, io?
+
+Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato che ebbe in
+fondo alla cassapanca, elevò la calza trionfale, sonante e gravida del
+gruzzolo; e disse, sgroppandola e riversandola sul letto:
+
+— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne abbia.
+
+Il marito aveva le lagrime agli occhi men per la gioia che per
+il rimorso di quel suo dubbio, che la donna l'avesse sposato per
+interesse. In un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva più lei!
+
+Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso velavan gli occhi della
+moglie.
+
+— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero dopo la morte di Faziòli,
+e quelli che misi insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
+
+Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non avrebbe pensato a
+rimaritarsi, a cinquant'anni!
+
+— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, Fulgenzio.
+
+Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla dolorosa memoria, lei
+ripetè:
+
+— Contiamoli.
+
+Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva mentre
+distinguevano le monete e le ammucchiavano sorte per sorte, ed
+enumeravano i biglietti di banca; mentre il vino, a cui non erano
+avvezzi, ferveva loro nel sangue. Così, a poco a poco, i diversi
+sentimenti si confusero in una gioia comune.
+
+E il marito non potendo terminare il conto, distese le magre braccia a
+un timido abbraccio.
+
+— Povera la mia donna!
+
+Lei sorrise.
+
+Fu un momento. In quel momento avrebbero dato fors'anche il libretto
+della cassa e tutte quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
+ma la sposa subito tornò in sè:
+
+— Sono vecchia, Fulgenzio!
+
+Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza della sua propria
+insania; e ripresero il conto.
+
+ *
+
+.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era una gara a chi
+strepitasse più forte: un fracasso di secchi battuti a furia; di
+cassette di latta bastonate senza tregua; di coperchi picchiati
+l'un contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli che
+s'appendono al collo de' buoi per la fiera — scossi da instancabili
+mani; e corna di bue roboanti, e voci umane fatte bestiali: grugniti,
+gallicini, ragli, fischi. Un ex soldato, trombettiere, si sfiatava
+nel suo strumento; un cacciatore, con meno fatica, sparava a quando
+a quando colpi di schioppo all'aria, e due cani abbaiando e latrando
+s'introdussero nella compagnia.
+
+La dimostrazione veniva solenne, memorabile. All'infernale sollazzo
+dava motivo e impeto l'oscura coscienza rusticana, avversa a che
+la vecchiaia presuma cosa da giovani, e offesa da una vedovanza
+interrotta. Nessuno di coloro pensava certo che invece di schernire un
+connubio ridevole e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere anime e
+di due timorosi egoisti condotti dalla fortuna a reciproco soccorso.
+
+Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
+
+— Sono qui! — disse la donna. — Vado a smorzare il lume.
+
+A posta, per far credere che erano a letto e per accrescersi il piacere
+dell'improvvisata, l'avevano acceso nella camera nuziale.
+
+Quindi, al mancar di quella luce, le oscene grida e le risa superarono
+tutti i suoni.
+
+— Adesso accendiamo il lanternino.
+
+Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
+
+— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva Fulgenzio.
+
+— Sentite la voce di Mauro?
+
+— E quel della tromba chi sarà?
+
+— È Martino dell'Argine.
+
+— Che matti!
+
+— Vogliamo ridere!
+
+Ma in quel punto il cacciatore sparò due colpi.
+
+— Anche delle schioppettate!
+
+E la moglie:
+
+— Non ci faran del male, eh? Quando si è matti!...
+
+— Lasciatemi andare innanzi.
+
+Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; dietro, andò la donna
+col bicchiere e il lanternino.
+
+A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un istante, chi sonò o
+soffiò con più lena; e in massa tutti s'appressarono alla porta.
+
+_Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; buum buum buum...;
+taratatà taratatà, taratatà...; cococodè!...;_ e, prevalenti,
+strazianti, i _cian cian_ dei metalli e il _dan dan_ dei campanacci.
+
+— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... Ohe!... gente! Chi vuol bere?
+
+— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E di cuore, ragazzi!
+
+Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe di fronte. Quegli
+lasciò cadere la secchia disarmonica per bere d'un fiato, e gridar
+dopo:
+
+— Viva gli sposi!
+
+— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua volta il bicchiere per un
+altro.
+
+Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa c'è? — Cosa fanno?... Dan
+da bere! — Un bigoncio! — Ohe! ci siamo anche noi! — Vino!
+
+Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un senso quasi di gratitudine
+avevan còlti gli animi; di súbito, secondo avviene nella gente rude, i
+cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, opposto.
+
+Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla e Fulgenzio avevano
+gettato dalla finestra, per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
+o non avevan taciuto, essi, in una vile rassegnazione; ma passavan da
+bere, e vino buono! Succedevano alle grida folli e ai motti sconci,
+voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; e tutti in una volta.
+
+— La fanno da signori, gli sposi!
+
+— Viva gli sposi!
+
+— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio tenervelo io al battesimo!
+
+— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
+
+— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà caporale anche lui!
+
+— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
+
+— Fulgenzio è geloso!
+
+— Fulgenzio è pacifico!
+
+— Viva gli sposi!
+
+— Viva l'allegria!
+
+Il trombettiere impose silenzio.
+
+— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni ai ragazzi più ostinati
+nel frastuono. — Adesso gli sposi ballano la monferina! — La proposta
+fu accolta da applausi; la monferina fu intonata dalla tromba, cantata
+e zufolata; mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, il quale si
+schermiva con ambedue le braccia.
+
+— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva dimenandosi fra le
+mani e le braccia che l'urtavano, lo spingevano.
+
+— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
+
+— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
+
+Ma la Faziòla diede al marito la prima prova di abnegazione; una gran
+prova, anzi, di virtù. Comprendendo che per acquetarli era necessario
+che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò al ballo con l'agilità
+e la disinvoltura de' suoi vent'anni e del ballerino che combinò a
+saltarle di contro.
+
+Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato tranquillo; e, per
+emulazione più che per burla, i giovani gettarono i recipienti sonori,
+i campanacci e i corni; e in mancanza di donne, si misero a ballare
+tra loro, intanto che Fulgenzio attingeva e offriva il vino attorno con
+viso lieto.
+
+— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... Finchè ce n'è!...
+Di cuore!
+
+Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere perduto il
+fiato, tutti ripresero gli strumenti del baccano.
+
+Adesso però ciascuno dava dentro nel suo con l'anima d'un inno glorioso.
+
+.... — Felice notte!
+
+— Viva gli sposi!
+
+— Viva l'amore!
+
+— Viva l'allegria!
+
+ *
+
+.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici per il sollievo
+del peso che aveva preoccupato a lungo il loro animo; per il piacere
+d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, con l'astuzia; per
+la gioia d'essersi sottratti, anche in avvenire, a beffe o biasimi,
+meritando invece indulgenza e benevolo ricordo.
+
+E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, di reciproca gratitudine,
+e la certezza di giorni meno tristi, forse ebbero allora la
+persuasione! che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, che
+a torto prima presupposta in essi, aveva indotta la terribile turba a
+tanto sbattere, gridare e scampanare.
+
+
+
+
+Il polso.
+
+
+ Nel settecento:
+
+ per i mariti d'oggidì.
+
+Difficile dire se il conte La Fratta amasse più sè stesso o la marchesa
+Arnisio; ma poichè per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la lode
+di cavaliere perfetto e per secondare gli stimoli del cuore insisteva
+da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una
+dama così mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo
+sè stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava
+l'Arnisio.
+
+A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia su di lui
+l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; la virtù quasi d'un fascino
+arcano; quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
+molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse
+bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che
+alla dama piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le
+sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile
+che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse
+o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra
+lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso — l'esperienza
+e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi
+e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per
+divagarne il pensiero doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
+a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sì, sempre sì.
+
+Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non
+sapeva: se ella avesse il cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?»
+egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno più nella
+ricerca dell'ignoto n'era più avvinto dal fascino; cosicchè ogni giorno
+più s'innamorava della dama e di sè, che con sua gloria resisteva a
+servirla.
+
+Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e
+alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi,
+cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e sentimentali
+ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore;
+dunque il cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva battere per
+altri che per lui, che da un anno la serviva con cura paziente e con
+indulgente costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di
+quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto
+della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva con lui quelle espansioni
+compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o
+spontanei di gelosia che tutte le donne amando, o fingendo d'amare,
+sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e
+il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,
+ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
+
+Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni
+di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan
+forse cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da un intimo, segreto
+travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei,
+spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, dicevan forse
+che il suo spirito vagava dietro un inafferrabile bene, finchè, con
+uno sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse di riaversi o
+mentire; e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un
+tempo e vezzosa. Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che
+la simulazione d'un malanno alla moda, poteva essere la dissimulazione
+di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse,
+come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma più tosto
+non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
+quelle occhiate lunghe e sentimentali, potevano non essere tardi e
+magri compensi alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, segni
+di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore
+l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene, il conte
+La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce nel
+melodramma del Metastasio:
+
+ Se più felice oggetto
+ Occupa il tuo pensiero,
+ Taci, non dirmi il vero.
+ Lasciami nell'error!
+
+ È pena che avvelena
+ Un barbaro sospetto;
+ Ma una certezza è pena
+ Che opprime affatto un cor;
+
+no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sè, che premevano
+l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo
+sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
+talora dubita a torto; l'altro, perchè, se non dubitasse a torto, egli
+ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di
+_cavaliere di spirito_.
+
+Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito
+che con zelante servitù e con dabbenaggine inconscia facesse riparo
+all'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire.
+O, dunque, la marchesa amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
+intorno, il quale, come minore del conte, ella non potesse assumere
+a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
+incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa.
+E come ella avrebbe lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
+restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma
+invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna
+circostanza perdeva il predominio di sè; nè mai, appuntando i suoi
+sospetti su questo o su quello che a lei fosse d'intorno, il conte
+riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore,
+di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
+fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a
+diventare ridicolo.
+
+Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di
+umore giocondo e di mente arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
+le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi,
+nè men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.
+
+L'abate consigliò: — Tastale il polso.
+
+Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
+
+— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso si possono frenare.
+Allorchè ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo
+cuore batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà
+più in fretta e tu potrai sentirlo.
+
+Al conte questa parve un'invenzione mirabile. L'abate continuò:
+
+— Non si falla; ma ricordati che io confido la ricetta alla tua
+segretezza.
+
+— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.
+
+ *
+
+Essa, all'entrare del conte, era abbandonata sul canapè con la testa
+reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
+dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua
+destra, rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
+
+— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
+
+— Sì — rispose ella in tono flebile.
+
+La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno
+opportuna a' suoi fini.
+
+— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, non per rammentare il
+tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Prima però
+chiese: — Desiderate un po' di melissa?
+
+— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica quel giorno era il sì;
+e trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
+labbra.
+
+— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima ch'ella riabbassasse
+le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio
+di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso
+attentamente.
+
+Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama
+azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando
+all'avambraccio in misura placida ed uguale.
+
+— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).
+Corgnani giurava di perdere a tarocchi perchè lo costringevate a
+guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata
+a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard;
+Terenzi proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di
+voi il _paspié_. — E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete
+febbre. — Pure, come più d'una volta aveva profittato dell'emicrania
+per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece
+il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, passata con
+lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e
+pettegolezzi, con abile arte potè nominare coloro di cui aveva maggior
+sospetto. Ma il polso batteva sempre uguale e placido.
+
+«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La
+Fratta a sè stesso. «Quello non può essere: proviamo quest'altro.»
+
+Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto
+sinchè ebbe percorsa invano la via che si era proposta. Oramai
+retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi
+dubbi. Infine, s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:
+
+— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi;
+sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.
+
+Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; gli era parso; ma non
+era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si
+commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente! Per altro, la
+marchesa era così strana....
+
+— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio
+a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! La
+marchesa amava il duchino; amava — strana donna! — il frutto acerbo!;
+il polso che aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
+Il duchino! Per prima vendetta il conte volle discorrere e burlarsi
+di lui affinchè, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
+piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluì placido ed
+uguale.... E solo allora, trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un
+lampo, quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del marito.
+
+E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso
+precipitava, martellava, scottava! Come scottato, il conte abbandonò il
+braccio della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, non sapeva più
+che si dicesse. Diceva:
+
+— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è possibile! — Ed era
+possibile!... Appena si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserì:
+— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, non è
+vero?
+
+— Sì — rispose la dama; ma poteva essere il sì di prammatica.
+
+— Siete innamorata di.... vostro marito!
+
+La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. Invece la dama, la quale,
+meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
+ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal
+conte, e sentì tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.
+
+— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito?
+
+— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un sì aspro, secco,
+trafiggente. L'altro continuò:
+
+— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitù solo per la moda?
+
+— Sì!
+
+— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?
+
+— Sì!
+
+La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e si contenne.
+
+— Dunque — conchiuse solennemente — non vi annoierò più, signora
+marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far
+ridere il mondo, non riferite questo nostro colloquio all'abate
+Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la
+destra dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa ritrasse la destra;
+ond'egli, senza guardarla, di corsa uscì dalla camera.
+
+La tenda era appena ricaduta dietro di lui quando la dama, alzatasi
+vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con
+un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!
+
+Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate Fantelli?»
+
+Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse
+ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
+egli rida e il mondo rida! Anzi!»
+
+Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo,
+ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, e,
+sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe
+più resistito — n'era certa — alle altre prove e più seducenti prove
+del suo amore.
+
+ *
+
+Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, contemplava la
+gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi
+affetti che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro pareva
+rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla
+dama di tacere, aveva obliato la natura di lei, e che s'ella parlasse
+— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della
+quale, tanto era stramba, nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
+considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva di non essersene
+accorto prima; e si rassegnava a giudicar quel capriccio meno enorme di
+quanto l'aveva giudicato prima.
+
+Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile
+da secoli, con modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
+gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del
+mondo e del cavalier servente?
+
+E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, quello della dama,
+che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
+Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, sarebbe la derisione
+della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse il marito!
+
+Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta concepì il disegno di
+salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella
+stima della marchesa.
+
+Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per istrada; e al
+saluto di lui non fece nè parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la
+causa, e della risposta fu così poco contento da ammonire La Fratta
+che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poichè la
+taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il
+conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la
+lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
+
+Pronto il marchese strinse con la pezzuola di batista il taglio che non
+era profondo; poi domandò, senz'ira:
+
+— Ora mi direte perchè un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar
+briga con un cavaliere come sono io.
+
+— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava —; per
+provarvi che se da oggi in avanti non servirò più vostra moglie e non
+entrerò mai più nella vostra casa, la colpa è vostra.
+
+Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capì meno di prima.
+Ribattè:
+
+— Spiegatevi!
+
+E il conte:
+
+— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita della mia servitù
+perchè io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi.
+
+Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla
+rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero
+al riso del mondo, e chiese, con tono e impeto d'incredulità e di
+sorpresa:
+
+— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
+
+— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate
+Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
+come sono io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi!
+
+A tali parole il marchese sorrise, e porgendo la mano ferita all'amico:
+
+— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!
+
+
+
+
+Come finì la Modestia.
+
+
+_Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum bum! — Bum! Barnùm! — Cium!
+papaciùm! cium cium!_
+
+ . . . . . . .
+
+_La donna umile:_ — Che cos'è questo fragore? questo squillar di
+trombe, strepitar di piatti e tuonar di gran cassa? Chi arriva?...
+Oh! una carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; su
+cui troneggia la più bella donna che io vedessi mai! Ha gli abiti
+mirabilmente variopinti e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
+gentiluomini in tuba e cravatta bianca. Qualcuno invece della tuba
+porta una corona d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
+altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... Io arrossisco a
+lasciarmi vedere. Mi nasconderò dietro la siepe.
+
+_La donna sovrana:_ — Voi dite, postiglioni, che bisogna dar riposo
+ai cavalli? A cavalli di razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta.
+Ma giuro che nemmeno per svago non viaggerò mai più per le campagne
+d'Italia! Io son usa al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
+non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere a pena un centinaio di
+aratri a vapore, affollare d'infermi tre stabilimenti idroterapici,
+aprire due esposizioni agricole, me la son presa comoda; ma ho
+consumato un giorno e sciupati quattro puledri che vinsero le corse
+a Longchamp, e che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
+quando per caso mi ci trovassi in domenica. Però io ringrazio voi, miei
+seguaci, d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo viaggio e vi porgo
+un marengo perchè andiate all'osteria laggiù, a bere un litro alla
+mia salute. Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. Spicciatevi!
+Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, andrete qui intorno cercando il Gran
+Pan.
+
+Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, io penserò un milione
+di telegrammi da spedire domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
+per il progresso delle industrie, delle arti e dei commerci e mediterò
+un nuovo modo d'annunziare il _Tot_ e le _Pink_.
+
+.... Che frescura! Che quiete!
+
+Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi quasi mi vien sonno....
+
+_La donna umile:_ — Ahi!
+
+_La donna sovrana:_ — Chi va là, dietro la siepe?
+
+_La donna umile:_ — Scusi, signora, se l'ho disturbata.... Uno spino mi
+ha punto un piede....
+
+_La donna sovrana:_ — Perchè cammini scalza? Vieni qui. Chi sei?
+
+_La donna umile:_ — Un'infelice; una povera creatura.
+
+_La donna sovrana:_ — Vedo. Le tue vesti non le comprasti certo nei
+magazzini del Louvre; e la tua faccia par quella del mio amico Succi.
+Che naso! Oh che naso!
+
+_La donna umile:_ — Me l'han tirato in tanti, signora; ho provate tante
+delusioni; ho patiti tanti disinganni!
+
+_La donna sovrana:_ — Accostati; senza ritirarti in te stessa,
+vergognosa! Come ti chiami?
+
+_La donna umile:_ — Modestia.
+
+_La donna sovrana:_ — Modestia? La nipote di madama Virtù, che presa
+per un'aristocratica fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
+della Semplicità e del Buoncostume? la sorella dell'Onestà?
+
+_Modestia:_ — Sì, signora....
+
+_La donna sovrana:_ — Bel caso! bell'incontro! Da un pezzo non ho riso
+così di gusto!
+
+_Modestia:_ — Scusi, signora: la conosce lei mia sorella Onestà? Per
+amor di Dio, mi dica se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava più
+altri della mia famiglia. I miei parenti mi hanno abbandonata!...
+
+_La donna sovrana:_ — Eh! Poco posso dirti. Molti e molti anni sono
+essa mi chiese aiuto; ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
+affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
+
+_Modestia:_ — Sapesse quant'è che la cerco! Un giorno, in una grande
+città, ci perdemmo in mezzo alla folla....
+
+_La donna sovrana:_ — Non piangere. La troverai.
+
+_Modestia:_ — Dove? dove?
+
+_La donna sovrana:_ — In un paese dove non si distribuiscano commende.
+
+_Modestia:_ — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei!
+
+_La donna sovrana:_ — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai
+drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia.
+
+_Modestia:_ — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere
+qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
+fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro giorno, che diventasse
+sindaco il salumaio del villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità
+giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse
+anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l'ordine di arrestarmi se
+entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
+
+_La donna sovrana:_ — Bene! Imparerai a stare al mondo!
+
+_Modestia:_ — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera
+tardi, passando sotto le finestre d'una villa, udii leggere un
+giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie invidia
+i letterati e gli artisti italiani; perchè, egli dice, in Italia chi ha
+dei meriti si fa strada da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
+in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza della _Réclame_....
+
+_La donna sovrana:_ — Bada a come parli!
+
+_Modestia:_ — Scusi.... Ripetevo le parole del Claretie.
+
+_La donna sovrana:_ — Tira avanti!
+
+_Modestia:_ — .... Non sapendo più dove andare, se anche in campagna
+adesso mi odiano, avrei pensato di mettermi per cameriera presso
+qualche scrittore o artista d'Italia....
+
+_La donna sovrana:_ — Bella idea! Ti credevo ingenua; ma non sino a
+questo punto. Ah ah!... E non mi conosci?
+
+_Modestia:_ — Non ho questo onore.
+
+_La donna sovrana:_ — Io discendo da quell'imperatrice che un amico
+della tua famiglia, Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
+sarcasmo. In America ebbi a padre putativo un certo Barnum; ma,
+oriunda di Francia, io, come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
+tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse senza scrupolo nel suo
+vocabolario. Mio dominio, il mondo; tutti gli uomini si raccomandano a
+me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. Io sono la _Réclame_!
+La _Réclame_ sono io!
+
+_Modestia:_ — Oh San Francesco!
+
+_Réclame:_ — Tu non mi fuggirai....
+
+_Modestia:_ — Mi lasci andare! Per carità, mi lasci andare!
+
+_Réclame:_ — Non mi fuggirai.... Non hai forza, povera diavola! Guarda:
+invece che odiarti mi fai compassione!
+
+_Modestia:_ — Dunque mi lasci.... La prego! La scongiuro!... Che cosa
+vuole da me, Maestà?...
+
+_Réclame:_ — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano proposito. Hai visto
+coloro che viaggiano meco?
+
+_Modestia:_ — Maestà, sì.
+
+_Réclame:_ — Bene: tra i miei musici cantano critici e giornalisti; i
+miei fedeli, che hai veduti, sono letterati e artisti che all'annuncio
+del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, ove attendevano a opere
+luminose in una superba meditazione di conquista.
+
+_Modestia:_ — E se tornano qua ora? se mi vedono?... Mi lasci andare!...
+
+_Réclame:_ — No: non ti ravviseranno. Del resto, io li conosco per
+bravi ragazzi che non farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
+nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. _In altri tempi
+avrebbero forse conquistato un arcipelago_: adesso, non sono che
+scrittori, i quali, come uomini d'intelligenza, vanno verso la Vita.
+
+_Modestia:_ — Ah sì?... A far che cosa?
+
+_Réclame:_ — Tante belle cose; fra cui l'_atto di Vita coronante il
+rito misterioso come l'Orgia_.... Non arrossire.... Via! Dammi quel
+libro ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'_Emulsione
+Scott_, dell'_Iperbiotina_ e del _Depilatorio Clauser_; e saprai altre
+cose di gioia. Quello!... Brava!...
+
+ . . . . . . .
+
+Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è _bruciato dall'ambizione_.
+
+«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace lavoro; la sua
+ambizione senza freno e senza limiti constretta in un campo troppo
+angusto, la sua insofferenza acerrima della vita mediocre, la sua
+pretesa ai privilegi dei principi, il gusto dissimulato dell'azione
+onde era spinto verso la folla come verso la preda preferibile, il
+sogno d'un'arte più grande e più imperiosa che fosse a un tempo segnale
+di luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni insaziabili di
+predominio, di gloria e di piacere insorsero e tumultuarono in confuso
+abbagliandolo....»
+
+_Modestia:_ — Cieco! Quanto doveva essere infelice, questo peccatore!
+
+_Réclame:_ — Al contrario, felicissimo: perchè la felicità _è tal cosa
+che l'uomo deve foggiare con le sue proprie mani su la sua incudine_;
+ed egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene che _il mondo era
+suo_!
+
+_Modestia:_ — Con tutto il rispetto, io non lo credo! In letteratura i
+fabbri potranno bearsi a batter le frasi perchè diano faville; ma nella
+realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire in niente, proprio
+come questi sogni letterari!
+
+_Réclame:_ — E che importa se ti paion sogni? Purchè tu ne sia esclusa.
+
+_Modestia:_ — Ma anche lei, signora...; mi permetta dirle che anche lei
+ne è esclusa. Non è mica la Gloria lei!
+
+_Réclame:_ — La Gloria è un'illusione, di cui io sono la realtà! Vedi?
+Tu stessa non ragioni più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
+morta, non solo in arte, da un pezzo!
+
+_Modestia:_ — Però io spero che non tutti i letterati d'Italia
+vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi o invocheranno il dio Terremoto.
+
+_Réclame:_ — Se non tutti, molti! molti! Perchè al Verbo dei maestri,
+i discepoli divengono armento. E se è vero che i discepoli sempre
+esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma anche tutti i tuoi
+parenti prossimi e lontani sono spacciati! La Morale e l'Onore si
+_suicideranno_ a vicenda, come due amanti infelici; le Virtù Teologali
+e Cardinali emigreranno nel centro dell'Affrica, dove non siano ancor
+giunti superuomini. Tu dove andrai?... _Quo vadis?_
+
+_Modestia:_ — .... Quanto soffrire, o mio Dio, che insegnasti «Chi si
+esalta sarà umiliato»! Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
+vecchio o non più giovane che mi protegga?
+
+_Réclame:_ — Non dubitare, cara mia, che pur cotesti vecchietti amano
+me con animo pronto, sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco che
+seguono l'esempio di Vittore Hugo!
+
+_Modestia:_ — Cioè?
+
+_Réclame_: — Il buon Vittore diffondeva lui le lodi di sè per i
+giornali della Francia.
+
+_Modestia:_ — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali vengono dalla Francia.
+
+_Réclame:_ — Non credo. Già secondo quel tuo miserello Leopardi ogni
+uomo celebre sempre diventò celebre dando fiato per primo alla sua
+tromba.
+
+_Modestia:_ — Oh il mio Giacomo!... Poverello! Ma io lo consolavo
+augurandogli la giustizia del Tempo....
+
+_Réclame:_ — Invano! Ai miei cenni egli dubitava che pur questa fosse
+un'illusione; egli prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
+all'universo l'ultimo e supremo trionfo della scienza e la mia gran
+vittoria su tutti i letterati della terra.
+
+Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta nella fredda
+considerazione scientifica de' vizi e de' malanni che alla sua poesia
+furono come l'_humus_ ai funghi; e il giorno della mia vendetta e della
+mia vittoria universale è venuto.
+
+Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, mi chiede vita, e
+tutti gli dei d'Olimpo rivivono per me, e la Natura che io denudai
+alla libidine del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle lussurie
+dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso oggi, per questi campi,
+quest'ora del mio desto riposo.
+
+Odi tu la sua voce che mi saluta?
+
+_Modestia:_ — Non sento niente.
+
+_Réclame:_ — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi non sono usi a
+_incontrare il mistero e a rabbrividirne_. Il fatto è che la Natura,
+essendo poesia, ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno dei
+poeti suoi interpreti, che sono miei schiavi.
+
+_Modestia:_ — E i prosatori?
+
+_Réclame:_ — La poesia si fa anche in prosa, scioccherella!, quando la
+prosa si mette in versi e nelle porcherie i sensi diventano _strumenti
+d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più reconditi, a
+scoprire i segreti più reconditi_. Ma tu non puoi comprendere....
+Piuttosto, dimmi: Perchè gli scrittori scrivono?
+
+_Modestia:_ — Per conforto all'amore e alla sventura.
+
+_Réclame:_ — Rispondi bene, o torno a leggere!... «Colui il quale molto
+ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
+
+_Modestia:_ — Basta, basta.... Dirò che scrivono per guadagnare.
+
+_Réclame:_ — In Italia? Nemmeno gli agenti delle tasse dan valore ai
+libri!
+
+_Modestia:_ — Non so, allora....
+
+_Réclame:_ — Non mentire!
+
+_Modestia:_ — Dirò che scrivono per la gloria....
+
+_Réclame:_ — Bene!... Ma oggi chi crede più che l'anima sopravviva
+al corpo? Dunque gli scrittori, nel dubbio di non poter visitare le
+biblioteche in ispirito, fra secoli, a conoscere quali opere vi si
+leggeranno, fan bene a rincorrere la gloria, per ogni via, finchè
+sono in vita. Aggiungi che oggi la chimica insegna come l'inchiostro
+e la carta dei libri moderni, a differenza dei cinquecentisti e
+delle pergamene, sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
+secoli non saranno intelligibili che i libri in carta a mano: proprio
+quelli degli scrittori ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
+enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera dei giurati; e così ai
+romanzieri e ai poeti val meglio provvedere alla loro fama presente,
+finchè sono in vita.
+
+_Modestia:_ — Che disperazione! Non capisco più nulla.... Ma San
+Francesco.... Oh! Ora che mi ricordo.... I letterati non sono i soli
+artisti italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano i pittori!
+
+_Réclame:_ — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto nel costume di
+quelle donne che stanno in chiesa, presso una bara, nell'_Ultimo
+Convegno_; e ti farai credere, con cotesto naso, una modella. Poh! con
+qualche moina riuscirai forse a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
+ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione del prerafaelismo
+le modelle digiunano. Io poi ho elevato le imagini prerafaelite agli
+annunzi d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; sicchè i
+pittori riconoscono anch'essi da me la loro insolita fortuna.
+
+_Modestia:_ — Gli scultori, dunque...?
+
+_Réclame:_ — Gli scultori ti odiano. È per colpa tua che essi han da
+fare pochi monumenti!
+
+_Modestia:_ — I musici.... Andrò da un musico....
+
+_Réclame:_ — Perchè egli dedichi a te, invece che a sè stesso, le sue
+opere? Spera, spera! Per amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che
+insegnò: «Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno un conforto alle
+passioni antiche della politica e della corruttela: nei loro giornali
+possono leggere fra i telegrammi della cronaca artistica «.... Al
+duetto di Gesù con la Maddalena, tutto il tempio scoppiò in frenetici
+applausi....»
+
+_Modestia:_ — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
+
+_Réclame:_ — _Quo vadis?_... Ahi!... Non ti resta che venire al mio
+servizio. Metterò qualche volta i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia,
+e metterò a te gli abiti e la maschera di lei....
+
+_Modestia:_ — Piuttosto morire!
+
+_Réclame:_ — Via! via! Aspetta almeno a quando avrai marito, per fare
+come Lucrezia romana, che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per te,
+o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, all'immortalità.
+
+_Modestia:_ — No! subito, o morire o fuggire dal consorzio civile!
+Andrò al polo nord!...
+
+_Réclame:_ — Come il dottor Cok! E tu cammini a piedi, a piedi scalzi
+e senza un soldo in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
+Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati ai loro blocchi
+di ghiaccio, duri più del marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di
+casa Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, troveresti
+i cannibali già intenti a leggere i romanzi italiani tradotti in
+francese.
+
+Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! Sono tutti ubbriachi
+fradici. Anche i poeti, che, poverini, han preferito Lieo al Grande
+Pan....
+
+Postiglioni, mi raccomando a voi....
+
+ . . . . . . .
+
+Addio, Modestia, fatti coraggio!
+
+ . . . . . . .
+
+Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah
+niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le
+ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per
+uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le
+fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non
+c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure
+morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva
+finire così!
+
+
+
+
+L'entusiasta punito.
+
+
+Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi
+delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un
+fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia
+dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo
+Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli
+s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille
+d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i
+fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera»,
+a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e
+contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
+il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora —
+esclamava mestamente — io v'amo!»
+
+Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni
+della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine
+a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire
+quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che
+egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo
+degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo!
+squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!»
+
+Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e
+Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è:
+«_Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour
+maîtresses_»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre
+altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli
+s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario,
+il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o
+ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo,
+súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole.
+
+Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava
+giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in
+cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna,
+egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione
+wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e
+critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che
+erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una
+roboante tempesta.
+
+Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore
+moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
+pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia.
+
+— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea?
+
+E lui:
+
+— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo!
+
+Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido.
+L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il
+bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice
+pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi
+soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido
+era ingiusta.
+
+ *
+
+Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile
+che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la
+donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti:
+progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli
+recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se
+ne affliggevano, invidiosi. — _Excelsior!_ — dicevano ironicamente. —
+Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! —
+
+Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò
+e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si
+acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e
+alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo
+i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
+nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto
+se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
+entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti:
+il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E
+divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni,
+innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie,
+straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni.
+
+Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio
+lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli
+aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua,
+l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a
+qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza
+dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un
+uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
+in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia.
+
+— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione,
+nessun danno per la sua bellezza!
+
+— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è
+nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
+
+E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a
+comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo:
+
+— Deh! fammela sentire!
+
+ *
+
+Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita e degno, degnissimo della
+felicità; quest'uomo....
+
+Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: che è la bellezza
+dell'animo non caduca, non fragile alle offese dei malanni, non
+deperibile alla diuturna ingiuria del tempo; che è il balsamo
+conservatore dell'amore coniugale, la maglia di salute per le anime
+sensibili a quelle intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
+e penetrano e soffiano tra le domestiche pareti, e raffreddano il
+sentimento in guisa che la ragione scusi poi l'«incompatibilità di
+carattere», la «separazione», il divorzio, il vizio, l'a....dulterio!
+Ah quando le malattie non isciupassero troppo presto in Teresa il
+formoso corpo per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, a poco
+a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe all'opera distruggitrice,
+lenta e assidua, degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati i
+sensi; sfiorita la giovinezza, più libera risplenderebbe l'intima virtù
+che agli occhi almeno del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
+amabile sino alla vecchiaia.
+
+Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno dopo il matrimonio e non lo
+riconobbi subito.
+
+— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
+
+Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono di un _lion_ che ritorni
+verde da una bisca; avrei potuto scommettere che quel giorno non
+s'era mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta ad arco, gli
+spiovevano simili ai baffi di un cinese.
+
+Rispose:
+
+— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa dal peso enorme che
+l'abbatteva.
+
+— Tua moglie.... è ammalata?
+
+— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, negando insieme e non
+negando. Sembrava più confermare che negare.
+
+— Forse — io insistetti per pietà, mentre già sorridevo per conforto —
+forse è incinta?
+
+— No no. — Negava e non negava. E m'attristai anch'io credendo
+d'indovinare, finalmente.
+
+— Un.... aborto?
+
+— No no —; come dianzi.
+
+Allora con rapida memoria io, che avevo il dovere di confortarlo,
+riandai quanti malanni possono colpire una donna; con rapido esame
+li paragonavo a quella disperazione abbandonata e quasi muta; nè a
+tanta afflizione trovai convenir altra sventura che una che non era da
+esprimere se non con una perifrasi misericorde.
+
+— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico come me.... Di' dunque:
+l'isterismo.... fa certi scherzi..., passeggeri però; di cui si
+guarisce....
+
+No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli non negava del tutto neppur
+questo!
+
+— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi la mano.
+
+Oh!...
+
+Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi la mano, gli dissi: —
+Coraggio —; gli dissi con uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
+moglie lo tradiva.
+
+Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti romanzi francesi e
+italo-francesi, quantunque frequentassi il teatro drammatico, non
+sapevo persuadermi che quella donna avesse tradito l'amico mio prima
+d'un anno dalle nozze. A poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia
+interpretazione e ricordai che nel lasciarmi Carlo mi aveva quasi detto
+con gli occhi: «Tradimento, sì; ma che tradimento intendi?»
+
+Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi riflettei su quel suo
+negare e non negare a ogni mia precedente dimanda....
+
+Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio adagio, d'una colpa e
+d'una sciagura mostruosa a cui fossero parti integrali il morbo, la
+figliazione, l'aborto, la demenza, il tradimento, la turpitudine;
+sebbene non potessi chiaramente definire qual cosa mai l'indegna moglie
+avesse fatta. Quando....
+
+.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo più! Che colpa! che
+sciagura! che orrore! quando ricevetti:
+
+ _Petali e corolle
+ versi
+ di
+ Teresa Gurli Dònnola_.
+
+
+
+
+L'agnello.
+
+
+_Bèee...._
+
+Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in mazzetto; raccolto,
+dentro il canestro, nel giaciglio di erba ancor fresca, a quando a
+quando l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva come in
+un abbandono o in un esaurimento di disperazione. Allora sui miti
+occhi cristiani cadevano le palpebre; indi, ecco: languido languido lo
+sguardo sembrava cercar di nuovo la landa troppo presto perduta e di
+nuovo spegnersi a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa e dal
+petto ansioso tornava l'invocazione della perduta madre:
+
+_Bèee_.
+
+Prorompeva il frastuono della musica; rombava, negli intervalli, il
+susurrio delle voci e lo scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti,
+richiami, risa, sorrisi. Allegria.
+
+Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia entrò nella sala. E
+allorchè, nell'avvicinarsi là dove suscitavano ammirazione i doni in
+mostra per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce di duolo, egli
+tese il capo.
+
+Oh come soavi quei due occhi cilestri che sembravano cercare due occhi
+fraterni!
+
+Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come sembrò palpitante il petto
+chiuso nella veste bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
+che soffriva! Non era un inganno di civetteria; non un pretesto a farsi
+notare; spontaneamente, inconsciamente quasi, ella alzava una mano
+quasi a indicare ed accusare la tortura delle quattro zampe strette
+nel vincolo di seta, mentre al doloroso _bèee_ rispondeva, vòlta alla
+madre: — Poverino!
+
+ *
+
+E poverino anche lui, il professor Biscaglia; il quale era un
+uomo molto triste; sempre triste; prima di tutto perchè essendosi
+arrotondata ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle occasioni
+solenni era andato restringendosi così che il _gilet_ gli comprimeva
+lo stomaco e i calzoni stentavano ad acquistare in larghezza quel dito
+di misura che perdevano in lunghezza; e i piedi, non coperti sino al
+collo e al calcagno, apparivano più grandi di quanto erano. Erano così
+grandi!
+
+Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava Riccardo Biscaglia
+il dolore universale, e l'aveva recato seco pur alla festa di
+beneficenza. E a tanto pessimismo il professore non aveva motivi
+dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non dagli studi; bensì dall'antico
+contrasto dell'istinto poetico con la realtà della vita. Se il
+Governo rinsavisse e comprendesse che, dopo o avanti la cultura della
+terra, ciò che più importa è la cultura delle menti e degli animi, i
+professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, si distrarrebbero
+anch'essi in modi leciti e onesti e si avrebbero quindi meno poeti di
+dolore e meno scapoli. Senza dubbio un aumento di stipendio avrebbe
+attenuata in Biscaglia l'antitesi tra il Sancio Panza e il Don
+Chisciotte che discordavano entro di lui, quando il primo gli diceva:
+— Non prendere moglie, per carità! Tu sei troppo povero per una ricca
+e troppo più povero per una povera —; e il secondo l'incitava: — Cerca
+e trova la tua Dulcinea ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
+sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
+
+Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità senza quattrini in tasca?
+Ma sconsolato Tartarin, perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
+e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, nè più gloriosa
+conquista poteva vantare in un mese che quella delle cento e tante
+lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia se la prendeva,
+più che col Governo, con la mala educazione che corrompe le ragazze.
+— È l'educazione del cuore che manca! — diceva lui. — Se l'adulterio
+apparisse non una desiderabile offesa alle leggi, ma una cattiva
+azione, una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto fino il
+sacrificio di sposare una ricca, e non si sarebbe adirato nemmeno col
+Governo, nè rattristato alla fatalità del dolore umano. Questo, è vero,
+l'induceva a frequenti sfoghi di versi. Ma a che pro'? Gli editori
+non credono più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, alla
+malinconia preferiscono stare allegre.
+
+ *
+
+Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla festa, solo, con un
+solo biglietto per la lotteria, non aspettandosi uno spettacolo che
+lo commovesse così dolcemente: la creatura nel cesto e la creatura che
+stava a guardarla. Nessuna, nessun'altra di tante signore e signorine
+che vi erano, si era fermata compassionando dinanzi all'agnello. Tutte
+agognavano i premi di gran prezzo; tutte, tranne quella madre e quella
+figlia, civettavano intorno, stupide di mente e di cuore.
+
+— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è bellino? — E poichè anche
+la madre disse: — Povera bestiola! —, fu manifesta una affinità di
+sentire tra l'animo materno e il figliale e fu certo per Biscaglia che
+chi meritasse la pietà della madre meriterebbe anche la pietà della
+figlia o viceversa.
+
+.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
+
+Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le signore s'affollavano
+intorno al palco donde era venuto stentoreo l'annuncio e dove un
+signore in _frac_ scampanellava per avviso ai più lontani.
+
+— Estrazione!
+
+Già si cominciava.
+
+— Numero!...
+
+— Attenti!...
+
+— Cinquantotto!
+
+Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, senza meravigliarsi di
+non aver lui il 58 e di udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
+vinto un magnifico vaso d'argento.
+
+— Numero...!: quattordici!
+
+Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E intanto il nuovo vincitore
+si portava via un'altra bella cosa.
+
+— Numero...!: due!
+
+Il professore scosse le spalle; mise il biglietto in tasca e si mosse.
+Già era disgraziato in tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
+consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe mutato d'infelice in
+felice, nè avrebbe diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
+
+— Numero...!: ventisei!
+
+Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora ciarlava appunto
+con quella mamma e quella bionda figliola così pietose. Gli sarebbe
+piaciuto di tentare un po' l'anima della ragazza in qualche poetico
+discorso e avrebbe voluto esserle presentato dal collega; ma,
+disgraziato sempre, non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
+
+— Numero...!: quattrocentododici!
+
+Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? Sì sì: l'aveva lui, il
+professore Riccardo Biscaglia, il 412!
+
+— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
+
+— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
+
+Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. Ma diè indietro alla
+vista del premio.
+
+L'agnello!
+
+— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! —
+l'agnello! — Si rideva; si applaudiva.
+
+E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende
+al patibolo senza speranza di discendere.
+
+— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto
+nelle mani.
+
+Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo
+quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il
+professore. E di animo ne aveva bisogno: _ella_ era lì dinanzi e
+sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei
+e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano
+senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e
+la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio,
+non dicevan nulla.
+
+— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la
+presentazione:
+
+— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
+
+— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma.
+
+— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia.
+
+_Bèee...._
+
+Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale
+fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
+del resto, era venuta anche a lui.
+
+— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
+
+Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
+
+— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe averne maggior cura
+di me.... Io non ho moglie....
+
+— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse l'altro.
+
+All'offerta, la figlia guardò la mamma; la mamma annuì; ringraziarono;
+e il candore e l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono dal
+professor Riccardo Biscaglia al soave dominio della signorina Irma
+Crocchi.
+
+ *
+
+Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia s'innamorò
+assennatamente; perchè era un amore nato da un affetto non cieco:
+dall'ammirazione della bontà; perchè più che la bellezza aveva potuto
+sul suo cuore quella prima vista della signorina Irma nell'attitudine
+compassionevole. La bellezza è caduca; non la bontà, se spontanea; non
+la gentilezza, se sincera e nativa. Essere amato da tale donna forse
+non sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, ad ogni dolore, ad
+ogni fatica, a tutti i danni della vita? A tutti, forse no; per la
+fatalità del dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo Biscaglia,
+per quell'eterno conflitto che alimentava in sè stesso, vivrebbe e
+morirebbe scapolo. Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
+non poteva essere che troppo povera. Ma egli l'amava. Ma egli aveva
+l'obbligo di una visita alle signore che avevano accolto il suo dono.
+
+Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo per accertarsi e
+mantenere con maggior forza il cervello a posto, chiese a quel tale
+collega: — Le Crocchi non han mezzi, eh?
+
+— Han qualche cosa.
+
+Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella realtà!
+
+ Ma ci fu dunque il sole
+ Su questa terra un dì?
+
+Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro nelle tenebre
+tempestose. Diveniva possibile la conciliazione dell'idea col
+sentimento; dell'amore col senno, della poesia con la prosa! Irma
+possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva qualche cosa più di
+quanto costi una capanna a comperarla in due, o a prenderla in affitto
+in due! Egli dunque poteva domandar la mano della signorina che
+amava! La felicità non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
+Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo amore, il compagno
+de' suoi sogni, l'argomento delle sue rime, il simbolo del suo cuore.
+_Bèee...._
+
+Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano d'accordo mentre Tartarin
+saliva il Righi, così erano d'accordo adesso nell'animo del professore
+Biscaglia mentre egli saliva _quelle_ scale.
+
+Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, le signore. Salendo
+crescevano i palpiti, calava il sangue. Smorto, anelante, il professore
+si arrestò all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, lesse il nome:
+_Crocchi_.
+
+Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
+
+Ma lui si sentiva così smorto che non ardì toccar súbito il bottone
+del campanello; e prima si fregò le guance con le mani. L'atto però gli
+parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a guardarlo o a spiarlo per la
+finestra della scala; si volse....
+
+Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, spaccato, l'agnello.
+
+ Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
+ _Feuilleton Zeitung_, _Zürcher Post_, _Düsseldorfer Zeitung_,
+ _Frankfurter Nachrichten_, _Neueste Nachrichten für Elberfeld_,
+ _Dortmunder Zeitung_, _Unterhaltungs-Beilage_, _Die Selbsthilfe_,
+ _Hansa-Theater_, _Neue Saarbrücker Zeitung_.
+
+
+
+
+Il falcone.
+
+
+ Nel medio evo:
+
+ per le signore d'oggidì.
+
+Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di
+nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
+attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Nè di quel bene
+del signore per il valletto ingelosiva madonna Ginevra, poichè la
+giovinezza di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi in conto
+di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.
+
+Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le cacce e il conversare
+con le sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e
+solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe, cui
+essa accudiva umilmente. Come rideva a osservar le galline, che al
+solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro e si
+disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che gettava, così
+rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
+o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il
+rattoppo; e mentre cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
+l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giù
+nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella
+voce.
+
+Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,
+quantunque fosse anche temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
+tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio di lei diventava la
+volontà del sire. Solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
+e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato
+e mesto; sicchè lei finiva con immergergli le dita tra i capelli
+folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava tutta in
+un'occhiata.
+
+Veramente molte cose erano permesse a Ugo. Poteva arrampicarsi su
+per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
+strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero
+che gli minacciava un pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
+che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, la padrona rideva,
+e accusato al padrone, il padrone taceva.
+
+Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare
+costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinchè
+nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse più un ragazzo.
+Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; sentiva una smania di cose nuove,
+d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la vita e la
+natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute
+e gli suscitavano sensazioni nuove. E intanto che la forza sensuale
+si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza
+egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
+peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e
+tenerezza. Amava, già amava, senza sapere chi amasse e senza sapere che
+amava.
+
+Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e
+sotto la forza del sole il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
+tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a un'allodola, madonna
+Ginevra; e d'un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
+sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna
+Ginevra!
+
+La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al
+valletto tremavano le mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse lo
+sguardo; amava da uomo; senza paura amava, e senza vergogna.
+
+Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora
+da fantasticare! Secondando i ricordi delle storie, che gli avevano
+raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro
+dame, e invidiando a sè stesso i pochi anni che gli mancavano alla
+piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna
+Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna in
+un notturno assalto di nemici.
+
+Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono
+presto il freddo dell'ignara noncuranza della dama, la quale aveva
+due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poichè egli non
+fallava più, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva
+neppur più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
+
+Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate le sue pene?
+
+E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò come condensando in modo
+più virile; onde la sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
+dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della giovinezza,
+l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le
+gioie della colpa. A poco a poco egli perdette, così, la baldanza, il
+coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne
+scoprisse il segreto e l'intenzione.
+
+Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto più gli diminuiva la speranza,
+tanto più cresceva in lui la bramosia di essere soddisfatto.
+
+Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua
+bella fioritura. Come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
+certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva
+negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! Il
+desiderio sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
+affaticava l'animo del valletto non più riposato nei primi propositi;
+e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
+insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;
+avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione
+sconsolata.
+
+Avvenne che una mattina, montando il suo cavallo migliore e seguito
+da scudieri in vesti nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
+Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal valletto con penoso
+e lungo desiderio, tuttavia appena il signore fu scomparso al basso
+del colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della felicità se
+l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non
+volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto,
+provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò
+tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
+
+E il sole cadeva che non aveva ancora trovato il modo acconcio per
+incominciare. Quando però, la sera, si fu accorto che la padrona
+era entrata nelle sue stanze, non più dubitando salì, s'introdusse
+guardingo, spinse francamente quella porta.
+
+Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la
+cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo
+e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: —
+Vieni, vieni. Cosa vuoi?
+
+A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda che s'era proposto
+di far dopo, e raccolto il fiato bastevole per non restare a mezzo,
+chiese:
+
+— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa
+chi amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
+o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe
+savio?
+
+La domanda piacque a madonna, lieta non ostante l'assenza del marito;
+e per burlarsi del ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un
+valletto, purchè fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi
+ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
+almeno compassione.
+
+Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole e quasi ebbro di gioia
+esclamò: — Madonna Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per voi!
+Aiutatemi, madonna!
+
+La dama non rise: non credè che il ragazzo volesse burlarsi lui di lei,
+perchè gli scorse la passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
+lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò severa: — Ah, ma
+tu sei matto! Che mi vai cicalando con le tue fole? Che so io dei
+tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho risposto? Vattene,
+vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!
+
+Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse. Nel
+tumulto dei pensieri, ebbe forza di cercare la suprema invocazione alla
+pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia
+quasi di vendetta all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
+così, e la colpa è vostra. Perchè non mi ammazzate piuttosto? Meglio
+morire!... In fe' di Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
+accontentato! — E con un'angoscia che pareva lo strozzasse, uscì di là.
+
+Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che gli è venuto in mente a
+quel ragazzo?»; poi, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè:
+«Cosa gli è venuta in mente?»; infine, si distese sotto le lenzuola e,
+come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, col riso
+su le labbra.
+
+Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,
+per non piangere si dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
+occhio prima d'essersi convinto che la prova che si era imposta era
+degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che davvero gli metteva
+in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica, quasi
+pena a riandare il fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
+un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un grosso errore, fino
+un'azione da ragazzo; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che
+modo comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli diè ragione; gli
+rinfocolò la fantasia; gli fece parer eroica la deliberazione presa.
+Quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — segnava lo
+stomaco —; non potrò più mangiare. — E non si alzò.
+
+Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingoia nulla —
+risposero. Nè egli cedè ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
+dì una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che
+faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli occhi
+e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse,
+dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini neri
+e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina tra altri ancora rossi ed
+in agresto: egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo
+respinse.
+
+Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non
+cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose per la
+stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
+
+— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
+
+— Perchè? — chiese con simulata indifferenza la padrona.
+
+Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù neanche un granello d'uva.
+
+Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò alla cameruccia del valletto.
+
+Stava il valletto con le palpebre abbassate perchè nel languore
+dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il
+viso stanco e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della dama,
+riconoscendola.
+
+— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
+
+Egli disse:
+
+— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione di me!
+
+Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai
+mai grazia nella bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
+al bene che il padrone ti vuole? È questa l'affezione che gli porti?
+Tornerà....
+
+— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato più che ardito.
+
+— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!
+
+— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
+
+La dama uscì col proposito di dire ogni cosa al marito appena fosse
+giunto. Però, intanto che cuciva, ebbe timore che il marito la
+rimproverasse d'aver tentata per capriccio e accarezzata in qualche
+modo la folle passione del valletto; e a nascondergli la verità, non la
+rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e
+con premure? Che imbroglio! Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
+
+Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno scudiero venne ad
+annunziare che il castellano arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi
+sa — riflettè madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la
+vergogna?»
+
+Così quando nel tinello, in cui su la tavola imbandita col più ricco
+vasellame fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli
+disse: — È a letto da tre giorni, e non tocca cibo, per un capriccio.
+Provatevi voi a rimettergli il giudizio.
+
+Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo seguì.
+
+— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
+
+Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco, che non mi va giù
+niente.
+
+— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non è vero! Per il male che
+ha, potrebbe mangiare, — Poi rivolta a Ugo disse: — Adesso io gli dirò
+perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
+
+— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. Raccoglieva gli
+spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque
+quella risposta così franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della
+moglie, già incolpava la moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
+soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia
+camera mentre mi spogliavo.... —; onde il sire capì che il torto era
+proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò impaziente.
+
+La dama invece tornò a chiedere al valletto:
+
+— Mangerai?
+
+Egli, che era risoluto di morire, negò ancora col capo, sospirando.
+
+— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e lui venne da me, tutto
+strano, a domandarmi.... Imaginate!
+
+— Insomma! — fece il sire.
+
+— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima volta. E per l'ultima
+volta: — No! — ripetè forte Ugo, che teneva fissi gli occhi negli
+occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento,
+riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza più badarle, come
+nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera afferrò il
+braccio del valletto e gridò bieco: — Cosa le chiedesti?
+
+Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore
+rendeva ineluttabile; disperato amore, più forte della morte; tale,
+che madonna Ginevra ammirandone la fermezza minacciosa insieme e
+supplichevole e temendo a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
+marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,
+dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
+giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
+
+— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone pellegrino, che non
+dareste a nessuno, nè a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
+averlo, s'è impuntato a digiunare.
+
+Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise
+e disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia!
+Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, uscì.
+
+Ma la dama prima d'andarsene si fece più presso a Ugo, che la speranza
+aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
+
+— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — Meglio
+che con le parole ella prometteva sorridendo con uno sguardo lungo e
+tenero come una carezza.
+
+Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
+
+
+
+
+In Arcadia.
+
+
+Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta miglia da Bologna
+e dieci dal men grosso paese, Castello. La strada che vi menava una
+volta era per lungo tratto il greto del fiume Idice, e poi una carraia,
+stretta fra balzi e rotta spesso da lavine, della quale non avrebbe
+potuto rendersi comparativa idea neppure chi avesse vista una via di
+Milano scomposta per prova di un nuovo pavimento. Ma, or è qualche
+anno, fu condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale che
+passando di lassù doveva contribuire anch'essa ai fatti di questo
+racconto. E lassù, dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
+aperto davanti e al di sopra di colline o più basse montagne, di cui
+una ha nome dall'antica Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
+cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, di San Giorgio
+e di Cignano. Fra i castagneti appaiono le case bianche; tra balze,
+fratte e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai dì sereni si
+distende in nitido e obliquo letto per la plaga occidentale, alla
+pianura.
+
+Di forestieri a Rioronco non capitano che i carabinieri, a quando a
+quando, o, pur troppo, il cursore del comune. La scuola è distante e
+fuori della strada nuova. Un giornale vecchio d'un anno, se pervenga a
+chi sa leggere, è un foglio pieno di meravigliose novità.
+
+Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria serve da spaccio
+d'ogni genere; fin di sigari toscani, i quali, stagionati come sono,
+mitigherebbero il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
+
+Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti che, se non ci si
+metta la malattia della foglia, producono assai, e le belle vigne,
+che, se non le guastano malanni delle foglie e del grappolo, producono
+assai; oltre la terra fertile di formentone e di meliga, il rio Rosso
+ha per i più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche anguilla e
+tanti ranocchi!
+
+I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; ciò e un pugno di
+canne le quali, accese, bruciano adagio e alla cui fiamma quelle
+curiose bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e di fra le
+alighe il capo stupefatto, e restano immote, fisse, incredule ai loro
+stessi occhi, non si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella luce
+con l'aurora, o credono a qualche scientifica scoperta degli uomini; il
+fatto sta, che nell'estasi sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
+al ruvido contatto della tela con le loro membra tenerelle, imparano
+giù prima d'esser fritte che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
+delle illusioni.
+
+Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto Rosso per le sue
+sabbie bionde, ma senza traccia d'oro —, si prendono trattenendo
+con una chiusa la corrente e con le pale gettando l'acqua fuori
+del borrone finchè questo rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli
+uomini afferrano anguille che si appiattano nella melma e pesci che si
+raccomandano a bocca aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
+e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo su le bracie come eroi
+che tentino uno scampo senza voltarsi indietro.
+
+Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano oggigiorno neanche
+i boschi di Rioronco; tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che
+in pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci e trappole e in
+primavera fan posta ai nidi con la poetica speranza d'allevarsi in
+gabbia o un cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale di solito
+— ingozza che t'ingozzo — basisce per il troppo pane biascicato che gli
+s'impartisce con troppo buon cuore.
+
+Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a Rioronco un solo
+omicidio: una baruffa vi è un avvenimento come un furto di pollaio;
+intorno al quale di casa in casa si discorre per un mese, e del quale
+non si fa denuncia poichè quasi sempre si sa da tutti in che pentole
+quelle due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi vi sono
+corrotti come nei paesi dove le mamme fan la guardia alle figliole
+fidanzate. Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente manìa
+per cui dopo sette, o otto, o talvolta nove mesi di matrimonio, i
+padri cercano nel lunario e propongono alla moglie puerpera i nomi
+più strambi e difficili, da storpiare barbaramente sul neonato o sulla
+neonata che vanno a battezzare.
+
+
+I.
+
+Nella felice terra di Rioronco viveva ancora, pochi anni sono, un
+patriarca: un alto e forte vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia
+tutta sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza far ridere
+alcuno portava le brache corte, con le calze al ginocchio d'estate e
+con le ghette d'inverno; e in famiglia poteva contare con la moglie,
+vecchia meno di lui ma già imbecillita, tre figli, tre nuore, un
+genero, una quindicina di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
+in qualche modo all'assenza di due cugini soldati, aveva preso moglie
+anche lui, rendendo bisnonno il vecchio Carlone.
+
+Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi avi, governava
+tranquillamente e assolutamente come quello nella cui volontà e nelle
+cui tasche trovavano regola ed equilibrio le spese della casa e le
+rendite della terra coltivata da tutta la famiglia. Egli vigilava
+ai lavori; parlava poco con i figlioli; era aspro con le donne,
+complimentoso col curato, loquace con gli amici, terribile con i
+ragazzi e buono con i bambini che, seduto nella panca sotto il moro,
+elevava qualche volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare _trotta
+trotta, cavallon_, e farli ridere.
+
+Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre usava sedere a capo di
+tavola con gli uomini attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
+prima comunione: i minori mangiavano dopo con le donne. E per la rigida
+osservanza al vivere antico, e per la sua religione e per l'esperienza
+dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia d'una supremazia che
+gli aveva meritata rinomanza pure nei dintorni.
+
+Quand'egli si assentava — ma di rado e solo per la fiera al paese o
+per qualche grossa vendita in città — la Cà scura si commoveva in
+un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini, chi scappava
+all'osteria, chi dall'amorosa; mentre i ragazzi correvano a vuotar
+borri nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le nuore sfogavano
+le ire e le gelosie per lungo tempo contenute; sicchè il tiranno, che
+partendo era stato salutato da sospiri di sollievo, tornava non solo
+temuto come giudice, ma desiderato spesso come salvatore. All'annunzio:
+— c'è il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura cadeva di subito in una
+quiete conventuale.
+
+Tornava Carlone dalla città tutt'intronato, stanco, con l'oscura
+e quasi atterrita coscienza della sua prossima morte, perchè in
+quelle ore laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo; e col
+pensiero avvinto alle cose vedute pativa un fastidio da cui stentava
+a liberarsi. Se gli affari gli erano andati a modo, si consolava alla
+vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù, hanno il vapore che
+ha avvelenata l'aria, ed hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
+meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano andati male, allora
+lamentava: — Noi diciamo che si stava meglio una volta; e a Bologna
+dicono lo stesso: che si stava meglio una volta. Dunque la gente a
+questo mondo non la trovo mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un
+povero ignorante; e per più giorni faceva il cattivo in casa, quasi
+temesse d'aver perduta o temesse di perdere l'autorità famigliare.
+
+Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli la fatica di
+viaggi alla città, ecco che ad amareggiare gli ultimi giorni del
+patriarca venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un conte pontificio,
+ch'era morto a Roma e a Rioronco non si era visto quasi mai. La strada
+nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso dell'erede: alla
+massiccia Cà scura s'opponeva, nell'estimazione pubblica, il nobile
+Palazzetto, di recente restaurato; alla supremazia del vecchione
+minacciava di succedere la supremazia di quel signore patito e
+guardingo, che i contadini dicevano cattivo come il loglio.
+
+Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso che gli si era dato
+a conoscere per uno dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
+i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha preso Rioronco per un covo di
+ladri?
+
+Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle carraie; tese reti
+metalliche lungo la strada; piantati pali con su la scritta «bandita».
+E il curato: — La moglie del signor ingegnere veste cinque bambine
+per la cresima.... Il signor ingegnere ha mandata la panca per la
+chiesa.... Il signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. —
+Dopo il ristauro della villa, ristauravano anche il piccolo oratorio di
+Sant'Anna, di fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che brava
+signora!...
+
+Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa, mal fa; chi non guarda in
+faccia, non è sincero; non mi fido io di colui!
+
+Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto, il cursore del Comune
+venne alla Cà scura con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
+dal sindaco.
+
+_A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo num. 12 del
+Regolamento...._ etc..., _s'intima al signor Carlo Carli il taglio,
+nel suo predio denominato la Zucca, di tutti i rami di quella quercia
+che impediscono la viabilità della strada comunale in Ronco..._, con
+minaccia di _dar corso immediato agli atti di contravvenzione...._
+etc....
+
+Parve a Carlone di ricevere un pugno su la testa. Rosso d'ira fe'
+portare da bere all'uomo; poi chiese:
+
+— Oh perchè non han mai detto niente prima d'oggi?
+
+— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
+
+E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui, indifferentemente, si
+difendeva dalle lagnanze, dalle minacce e dalle proteste:
+
+— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
+
+Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non ne passano, e la quercia non
+arriva alle birocce.
+
+— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà ombra a qualcuno. —
+Poscia, con la stima d'ogni servo per chi lo paga, il cursore aggiunse:
+— Le leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma in Comune non se ne
+ricorderebbero se un qualche furbo di tanto in tanto non ci avesse
+tornaconto a metterle in memoria al Sindaco e alla Giunta.
+
+— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava il vecchio.
+
+Il quale, appena se ne fu andato il messo, chiamò i figlioli e il cane,
+li mandò a provvedere in fretta un «arrostino», quantunque fosse ancora
+tempo di caccia vietata, ed egli recò la biada alla sua mula.
+
+A cavallo, discendendo poco dopo, preparava il discorso per convincere
+che la quercia non faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
+prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando brontolando e rammentando
+che al tempo del Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
+folte, che era una delizia, giunse la sera al paese. Naturalmente, in
+vista dell'arrosto, il segretario promise di interporre la sua autorità
+perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso due o tre giorni
+dopo.
+
+E naturalmente quando Carlone de' Carli venne per la risposta, apprese
+che l'arrosto era stato squisito e il sindaco irremovibile.
+
+
+II.
+
+Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare la bella quercia, che
+rivedeva uguale nei ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
+alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare il frusto di pane,
+riposavano nei caldi meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
+i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto, perchè un intruso
+lassù non ne aveva una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
+mutilarla nelle braccia la feconda, la buona quercia che dava tante
+staia di ghiande ogni anno!
+
+Col dispiacere d'imaginare le membra recise, Carlone pensava le parole
+di coloro che nel transitare per la strada osserverebbero quello
+strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così bella quercia! —; e i
+cattivi: — Ah, ah! gliel'han fatta a Carlone della Ca' scura! — E in
+lui era il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come d'un'offesa
+atroce, d'uno sfregio ignominioso contro non solo a lui ma a tutta la
+sua famiglia, ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi pronipoti.
+
+L'albero resistente e poderoso, per cento e cento anni ancora dopo la
+sua morte attesterebbe, così deturpato ad ogni primavera, l'antica
+sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione, di tanto in
+tanto rinnovata, a una lontana ingiustizia e a una remota provocazione
+dell'invidia e dell'orgoglio.
+
+Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse buttata giù, troncata di
+colpo, il fulmine!
+
+Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando allo sguardo altrui,
+andava alla quercia a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio il
+fulmine! meglio una saetta!
+
+E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava l'intimazione del
+sindaco e diceva: — Bisogna rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva
+il capo quasi minaccioso rispondendo:
+
+— No!
+
+— Andremo incontro a dei guai....
+
+— No!
+
+Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse ai tre figli e al
+nipote maggiore:
+
+— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E quelli compresero che
+a tagliarla preferiva abbatterla, e tacquero.
+
+Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno, che precedeva per il
+sentiero, si rivolse:
+
+— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
+
+Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad aprire la buca, ampia,
+intorno al pedale che tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
+assisteva immobile con le mani in tasca. Apparvero lombrichi; apparvero
+fra la terra gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo scavar
+delle vanghe restavano recise con netto taglio, o, tócche, si spelavano
+bianche come serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima radice
+di un rosso terrigno, grossa quanto un braccio. Scalzata che fu con
+i picconi, Carlone recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
+passeri che s'inseguivano dalla siepe, non impauriti da quel battere
+della scure, volarono su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
+lontane.
+
+Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca: scoprirono a destra,
+più giù, un'altra radice più grossa, che il primogenito tagliò. E
+poi un'altra. E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano di
+quelle radichette bianche, lisce, umide come serpi, con qualcuna delle
+vecchie nera e marcita.... E poi un'altra, rubesta.
+
+Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in piedi, immobile,
+all'apparenza impassibile, ordinò al nipote di poggiare la scala e di
+salire a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto. La faccenda
+fu lunga. Dopo di che, tornarono all'opera.
+
+Uno chiese se venderebbero anche il ceppo; ma il padre non rispose. E
+di quelli che frattanto passarono per la strada, fu uno che attese e,
+ricambiato un saluto, disse:
+
+— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un bosco!
+
+Esclamò un altro:
+
+— È campata abbastanza, eh, Carlone?
+
+— Abbastanza! — rispose.
+
+Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere, il vecchio disse:
+
+— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo a disturbarvi nei vostri
+interessi!
+
+Quegli rispose:
+
+— Avete ragione, avete; — e proseguì.
+
+Dopo un'altra ora la buca era già così profonda che a ogni nuova radice
+recisa, tre degli uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
+forza contro il fusto per tentare se non rimaneva che il fittone.
+Indarno: non ancora il fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
+mezzodì — ebbero certezza che sola la radice maestra rimaneva.
+
+E il vecchio disse:
+
+— La mannaia a me!
+
+Discese lui nella fossa: cominciò a colpire; mentre i figli ai capi
+della corda, lontano, tiravano, squassavano.
+
+Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice di quella vita
+gigantesca cadevano i colpi del fiero vecchio. Quando il taglio fu
+innanzi, Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma l'albero non
+voleva cedere; invano s'incitavano l'un l'altro.
+
+— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando un grido per avviso allo
+sforzo concorde....
+
+Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia troncato: poi, subito
+dopo, uno schianto molteplice, diverso, confuso e pieno di tutte le
+vette, di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono la terra
+madre; e parve che l'immensa pianta si sfasciasse tutta quanta,
+cadendo.
+
+Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto rosso s'asciugò,
+tra il sudore, due lagrime.
+
+
+III.
+
+Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il curato. Era questi un
+buon prete, superstizioso e religioso a un tempo; un po' asprigno e
+cocciuto anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, un po' sporco,
+perchè tabaccando non spazzava il tabacco rimasto dalla presa sul
+panciotto più rosso che nero; ma abbastanza affezionato al suo gregge
+e al suo ovile e amico a Carlone de' Carli, col quale da anni e in
+ogni stagione faceva la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
+del moro o sotto il portico del forno o nella stalla. Veramente nei
+primi anni di cura la prevalenza del vecchio aveva urtato il parroco
+e quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto però egli si era
+convinto che disgustarsi Carlone sarebbe stato come disgustarsi tutta
+la parrocchia e che non potendo contrastare a un avversario, conveniva
+preferirne l'amicizia. Carlone inoltre era liberale verso la chiesa;
+e il figlio maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
+di San Vincenzo», che s'era estesa per le parrocchie vicine; e tra le
+donne della Ca' scura si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
+«rettora».
+
+Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, súbito il curato
+dubitò d'una rivalità fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
+da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende ecclesiastiche pur
+in campagna, nè dubitò che tra i due litiganti resterebbe lui con la
+testa rotta quando non riuscisse a barcamenare. A ciò non era molto
+abile, e piuttosto che giovare, nuoceva alla sua intenzione onesta
+con far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo troppi elogi
+di Carlone: nondimeno volse il mese da che le radici della quercia
+eran state messe al sole senza che il conflitto avvenisse. Per poco il
+curato non imbaldanziva; non gli pareva più tanto difficile navigare in
+buone acque fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere e la sua
+ottima signora se n'andrebbero, grazie a Dio, di villa in città.
+
+Ma egli non pensava a San Michele, che viene ai 29 di settembre; o
+meglio, non prevedeva che dovesse recargli noie proprio la maggior
+festa della parrocchia. Quell'anno non era stata scelta alla Ca' scura
+che la priora; e rettora sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
+Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
+
+Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo ma così petulante, venne in
+canonica, ed entrato nel discorso della prossima festa, espose chiaro
+e tondo il desiderio che la processione si recasse all'oratorio da
+lui fatto restaurare; come a dire che San Michele facesse una visita a
+Sant'Anna.
+
+A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi quale un cavallo che
+adombri, esclamò in quella sua maniera un po' rude:
+
+— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
+
+Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una
+viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che
+conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde
+composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di
+miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi
+dunque se si poteva mutare itinerario!
+
+Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di
+arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a
+lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere
+quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi
+dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la
+gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che
+la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse:
+
+— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io
+sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
+una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di
+grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
+non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle
+autorità civili.
+
+«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....»
+Forse Carlone si persuaderebbe....
+
+Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima
+gli era parso e aveva detto impossibile.
+
+Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo
+prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita
+senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su,
+Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....;
+— quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola
+per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio,
+e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e
+riconoscerne senza profitto l'autorità.
+
+Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura
+zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
+addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto!
+
+— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco
+—; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi
+come gli altri anni....
+
+Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di
+chi stando su l'avvertita discopra il tiro.
+
+Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
+
+— Andremo all'oratorio....
+
+Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il
+pugno sul deschetto, gridando:
+
+— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io,
+glielo dica a mio nome, non se la cava!
+
+— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira.
+
+Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono.
+
+.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino
+alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero.
+Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano
+entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si
+fermò.
+
+— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento.
+
+— Addio — rispose duro il prete.
+
+— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel
+che ho detto.
+
+Ma il prete si rivolse:
+
+— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa....
+
+Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi
+ponendosi la mano al petto:
+
+— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste
+io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si
+mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo
+più!
+
+— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è
+un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di
+sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre
+a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi?
+
+Ribattè, umile, il vecchio:
+
+— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è
+solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo
+garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone
+della Ca' scura!
+
+Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza
+quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
+e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse
+meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo
+estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta.
+
+— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più
+un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un
+momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una
+parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato
+si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le
+prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla
+madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna....
+
+— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito
+arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_
+gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri.
+
+Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio.
+
+— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci
+penserete voi....
+
+— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna!
+che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità
+e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due,
+prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse....
+
+— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva
+toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza
+tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
+parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che
+ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!...
+Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse
+la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare
+all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
+Ci conosciamo da un pezzo noi due!
+
+Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma
+torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
+vincerà la seconda.... E schiavo suo!
+
+Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per
+un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera:
+
+— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un
+cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato
+il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che
+otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo
+all'oratorio.... Siete contento?
+
+Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità!
+
+— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor
+prepotente! oh, se la vedremo!
+
+
+IV.
+
+Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace affretta i preparativi
+a combattere e occupa con mosse rapide il campo di battaglia. Invece il
+curato di Rioronco se ne stette fino a sera colle mani in mano, irato e
+incerto sul da fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, il pretino
+ch'era in pratica da cappellano e che essendo tutto dolcezza, tutto
+tenerezza, egli giudicava un uomo nato fatto per andare in Paradiso in
+carrozza: ossia un buono a nulla.
+
+Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, andando e mandando
+subito i suoi in giro per la parrocchia, riuscisse meglio al suo
+intento e prontamente componesse quel partito che nella storia del
+luogo fu poi detto il «partito della Madonnina». Si sa che Carlone
+aveva molti amici ligi per interesse e per soccorsi o consigli
+ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i quali alla lor volta
+contavano fratelli e sorelle ch'eran mariti o mogli in altre famiglie;
+e aveva nipoti già ambiti per amore e per nozze in altre case; così
+una metà forse dei parrocchiani, costretti dalla consanguineità o
+dall'utile o da vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
+alcuni anche giurarono quella stessa sera che la processione di San
+Michele non muterebbe cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
+di Carlone, dirigeva come si è detto, la «Compagnia di San Vincenzo»;
+onde bastò che Procolo facesse passare da compagno a compagno la voce
+di resistenza al prete, perchè in poche ore il drappello più vistoso e
+più solenne della processione fosse tutto avverso al nuovo itinerario.
+
+E quando, la mattina dopo, il cappellano, la Perpetua, il campanaro,
+la moglie del campanaro che con la Perpetua aveva faccende commerciali
+d'uova e di polli, il becchino, il falegname che costruiva le casse da
+morto e che aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
+che serviva da sagrestano e da chierico, quando insomma tutti coloro
+che avevano buone ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
+missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, resterebbero
+al «partito di Sant'Anna» una dozzina di «figlie di Maria», il
+vessillifero, lo «scalco» che porta il mazzuolo del comando, uno
+dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini dell'ingegner
+Stoia e pochi più altri! Imaginarsi la rabbia del curato, il quale
+era tornato tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando di
+ottener dal prete quattrini a frutto per il marito fittavolo — gli
+aveva detto francamente che aveva ragione lui; e che la priora, nuora
+di Carlone de' Carli, era stata invano a tentarla; e che lei andrebbe
+all'oratorio, o non andrebbe in processione.
+
+Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva che contrastare
+a Carlon de' Carli gli pareva tempo perso ed esortava a cedere,
+inasprendo sempre più il curato.
+
+— Perchè non avvisa le autorità? — chiese il falegname.
+
+— Bravo! — risposero a una voce il curato e il campanaro. — Le autorità
+proibirebbero la processione per sempre!
+
+— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: proposta che fece
+ridere amaramente. Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
+
+Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle minacce spirituali:
+
+— Una bella predica!...
+
+Ma il campanaro, più pratico, oppose:
+
+— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che noi facessimo per amore
+quel che gli altri faranno per forza....
+
+Alla parola d'amore il cappellano chiese:
+
+— Cioè?
+
+— Che la processione andasse tutta insieme fino alle due strade; e
+dopo, una parte alla Madonnina e l'altra all'Oratorio; e dopo....
+
+— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando la voce. — Credete voi
+che si rassegnino, loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
+noi senza il Santo?
+
+Ma come il campanaro si grattava la testa perchè non sapeva ribattere,
+il cappellano raccolse lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
+si alzò in piedi.
+
+— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! Accomoderò tutto io! —
+E si accomodava il nicchio in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
+torno!
+
+— A far che cosa? a far che cosa? — domandava il parroco.
+
+— Lasci fare a me!
+
+La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla finestra di cucina al
+pretucolo che usciva, e mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
+lui, povero don Sigismondo!
+
+Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, fu lui che piegò
+Carlon de' Carli. Gli piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
+Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia o viva la Spagna, è lo
+stesso! — E parlò senza ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
+Sapeva che se la domenica prossima accadessero dei guai, il signor
+curato, che aveva il solo torto di essere un po' cocciuto, avrebbe
+disgusti gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; eran da prevedere
+fin processi penali in cui Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più
+addolorava don Sigismondo il pensiero dello scandalo. La parrocchia
+di Rioronco era stata sempre una famiglia sola, a cui Carlone aveva
+dato sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, perchè gli
+animi erano riscaldati molto in quella divisione; se, Dio liberi!, si
+ammazzassero, che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi non avrebbero
+il curato e lui, Carlone?... Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le
+lagrime agli occhi.
+
+Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io nè i miei, con tutti i
+nostri, non andiamo all'oratorio, io per me son disposto a tutto! —
+Quindi temendo d'aver detto troppo e di parer debole, aggiunse con
+foga: — Anch'io avrei rimorso se succedesse qualche lite; anch'io sarò
+sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma piuttosto che andare
+all'oratorio, don Sigismondo, andrei in galera; andrei (si fa per dire)
+all'inferno!
+
+Dio liberi! parlare così quando c'era il modo di accontentare tutti!
+Bastava andar tutti insieme fino alle due vie; di dove il partito
+di Sant'Anna discenderebbe all'oratorio e il partito della Madonnina
+salirebbe per la carraia, all'olmo; e dopo, riunendosi per l'ultimo
+tratto, ritornerebbero insieme come prima.
+
+— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo l'osservazione
+del vecchio. — Resterete per un poco senza il Santo. Ma gli altri
+non resteranno senza la «Compagnia»? E voi non potreste onorare la
+Madonnina con una bella «fioriera»?
+
+In un contorno e sotto una corona di fiori di tela, che sembrerebbero
+veri e freschi, la Madonnina dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
+parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese che quello era
+il mezzo per far onore a sè stesso; vide subito che la sua autorità
+ne riuscirebbe non diminuita, ma accresciuta; pensò che per tal modo
+castigherebbe il curato e umilierebbe l'avversario.
+
+— Faremo così! — disse.
+
+E tosto la voce della pacificazione si sparse; e tutti ne furono
+lieti. Gli ardimentosi convertirono l'ardore pugnace in un ardore di
+emulazione e in una speranza di maggior festa; gl'incerti, che non
+eran pochi, parteggiarono a viso fermo senza paura di danni; le mogli
+e le madri che già avevano esortati i mariti o i figli a restare a
+casa, o li avevano imaginati feriti o morti, ringraziarono il Cielo
+e benedissero San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono contenti:
+fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza della vendetta e della
+ribellione; il superstizioso panico di un'offesa religiosa; il peso
+della violenza meditata e preparata; il dubbio della sconfitta e della
+vergogna.
+
+Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono che
+l'ingegnere darebbe spettacolo di fuochi artificiali, di cuccagna e
+di palloni; che Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
+e musici; e che per la «fioriera» Procolo era andato a Bologna; e che
+dalle parrocchie vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi con
+i compagni di San Vincenzo. Insomma: un'aspettazione grande e gioiosa
+quale non c'era stata mai.
+
+Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono più di tre e per
+cagioni intime. Primi: Samuele soprannominato il Moretto e Canuto il
+sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano entrambi una
+ragazza meritevole in modestia di star fra le «figlie di Maria» e nello
+stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati in una volta.
+
+Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della festa.
+
+— Tu per chi sei? — domandò con aria di noncuranza il Sartoretto.
+
+Il Moretto, che già conosceva l'opinione della bella, rispose:
+
+— Per Sant'Anna. E tu?
+
+— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, aggiunse: — Tu però
+faresti meglio a star con quelli della Madonnina.
+
+— Io sto con chi mi pare!
+
+E il rivale proseguendo per la sua strada:
+
+— Oh oh, che aria tira, stasera!
+
+Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; perchè in fatto di
+donne e gelosie, tutto il mondo è paese.
+
+Malcontento anche era rimasto quel contadino dell'ingegner Stoia a
+cui Carlone, quando abbattevano la quercia, aveva ingiunto di tirare
+innanzi senza pensiero degli affari altrui. Quegli aveva sperato di
+venire a dirittura alle mani e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi
+il padrone disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar soldi chi
+schernisse, la domenica, Carlon de' Carli. Uno scherno per cui gli
+calasse la boria: non già da fargli del male.
+
+E il bottegaio, che aveva tanto professata e vantata la sua neutralità,
+per far quattrini strinse in segreto patto i suoi tre avventori più a
+corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva indole non del tutto
+buona; Anacleto dell'Orto (attenti ai nomi!), un millantatore; e
+Silverio detto, per scempiaggine, il Chiù.
+
+È vero che questi avevano promessa fede a quelli della Madonnina, ma di
+ciò non è a far gran caso; giacchè anche per simile genia di fedifraghi
+o traditori, tutto il mondo è paese.
+
+
+V.
+
+Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle
+sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi
+godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei
+vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo
+nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso)
+sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti:
+All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di
+buona volontà!
+
+Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente
+bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa;
+significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi
+di onorare pomposamente il Santo.
+
+Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi;
+orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più
+orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo
+bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo
+giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie
+di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre,
+bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di
+San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le
+mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti.
+Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato
+degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si
+mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla
+Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e
+lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la
+processione partiva dalla chiesa.
+
+In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della
+Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là,
+immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi
+avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della
+folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un
+disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde
+che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di
+ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo
+a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero
+o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San
+Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia
+di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia
+del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro
+la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
+di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le
+lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
+schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo
+ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: —
+aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e
+alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della
+musica. E si avviarono anche i preti col Santo.
+
+Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano
+lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
+furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come
+per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e
+l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce:
+— Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno.
+
+L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani
+c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa
+stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far
+all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno.
+
+— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I
+ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a
+l'è coula!
+
+Ribattè il toscano:
+
+— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine
+pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari!
+Dunque s'ha ire 'on esti!
+
+Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando:
+
+— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
+
+Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando
+la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri
+possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro
+non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
+
+— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun
+_ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno
+con questa grave parola. Invece l'altro:
+
+— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più
+scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là!
+
+Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava
+ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
+grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un
+giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più
+vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico
+per il cognome:
+
+— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
+
+— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo'
+mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno
+appuntao!
+
+— Cribio!... Rappaini, andouma!
+
+— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a
+sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
+su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava
+l'amico.
+
+Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da
+spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese:
+
+— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'....
+
+S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
+
+— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio,
+che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se
+le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro!
+
+L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto
+dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle
+processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
+
+— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di
+esti nè di elli!
+
+E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere
+stato vinto, alla fine esclamò ridendo:
+
+— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na
+foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
+lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le
+ginocchia la borsa della corrispondenza.
+
+Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più
+loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già
+scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di
+Rioronco....
+
+— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
+
+— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva
+la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
+vivere di rendita, disse:
+
+— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza
+della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
+sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza....
+
+ *
+
+.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese
+un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
+all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di
+non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il
+torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di
+Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose
+imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta
+rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
+alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva
+il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
+dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare
+tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele
+s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui
+erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e
+il cappellano diede l'ordine del ritorno.
+
+Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali
+prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero
+lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi
+le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione
+fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per
+alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si
+ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila.
+Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si
+disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»;
+mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
+della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente
+interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con
+le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco.
+
+Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto,
+d'improvviso, affrontava il rivale e diceva:
+
+— Cosa pretendi tu?
+
+— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via,
+milordo, che è ora!
+
+Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e,
+accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna
+a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad
+arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a
+una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che
+speravano dividere i contendenti.
+
+— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
+
+Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva
+don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il
+crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima
+avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
+litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il
+mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli
+e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato;
+e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il
+vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco.
+
+Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse
+perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i
+sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il
+Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno,
+senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
+voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia;
+addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso!
+addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da
+orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai
+figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi
+confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina;
+e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le
+mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva
+generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle
+donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando....
+
+ *
+
+.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina
+era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta,
+Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i
+traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di
+precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio»
+avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone
+aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si
+credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci,
+in coda.
+
+— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto:
+
+— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
+
+E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti!
+Saranno quaranta solo quelli di San Martino!
+
+— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si
+direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa....
+
+— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo.
+
+— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
+
+Allora Anacleto, lo spaccamonti:
+
+— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
+
+— Paura io?
+
+— Paura io?
+
+— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
+
+— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti
+meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
+
+— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
+
+Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non
+udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
+informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico
+da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno
+di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i
+critici della storia non avrebbero più niente da fare.
+
+Quel Tizio domandò:
+
+— Cosa avete, ragazzi?
+
+— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
+
+— Avete bisogno d'aiuto?
+
+— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore,
+sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il
+gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e
+musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni
+la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente
+affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero;
+al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già
+ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai
+rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine.
+
+Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera»
+come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti
+innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta
+alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non
+vigilasse.
+
+Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida,
+ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche,
+ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del
+muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si
+rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da
+tener a posto questo qui.
+
+— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro
+in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
+risponde: — Dicevo così per ridere....
+
+Tutti vorrebbero sapere:
+
+— Cosa c'è? Cosa c'è?
+
+Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei
+fedeli:
+
+ _Maria, mater gratiae...._
+
+Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando,
+oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
+il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo
+gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo
+l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa
+del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca
+soccorso....
+
+ _Mater misericordiae...._
+
+Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per
+metter pace.
+
+— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma
+come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei
+cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io,
+Carlone!
+
+Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui?
+Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: —
+Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
+aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati
+dall'ingegnere! Traditori! Addosso!
+
+E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano
+in faccia; spengono le torcie per usarle come armi.
+
+— Dalli a quelli di San Martino!
+
+— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere
+scampato dalle mani del muratore.
+
+— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto.
+
+— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere.
+
+E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio»
+si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri
+sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le
+mani nei capelli....
+
+ *
+
+.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente
+l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una
+_tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
+
+— Hai udito?
+
+Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla
+viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano
+grida e braccia chiamando, terribili:
+
+— Correte! correte!
+
+I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e
+il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
+giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose
+invocavano....
+
+— _Cuntacc!_
+
+— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio!
+
+ *
+
+Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
+
+Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava
+in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore
+della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano
+raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei
+monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le
+fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi
+per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che
+soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli
+steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante
+dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste
+di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col
+capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi
+russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire
+un respiro immenso di tregua e di riposo.
+
+A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva
+volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non
+udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando
+se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo
+di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo
+spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non
+più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan
+ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
+men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè
+Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del
+diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E
+quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il
+buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di
+sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
+
+Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli
+raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da
+prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il
+diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
+nascosta in quella «fioriera»?
+
+Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato,
+non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla
+Madonnina per domandar perdono anche lui!
+
+
+
+
+INDICE.
+
+
+ Il suicidio del maestro Bonarca Pag. 1
+ La giocatrice 20
+ Doni nuziali 41
+ Dall'Eldorado 63
+ Il cappello del marito 105
+ Efficacia d'una giarrettiera 124
+ La fortuna di un uomo 133
+ Una “scampanata„ 201
+ Il polso 217
+ Come finì la Modestia 230
+ L'entusiasta punito 243
+ L'agnello 251
+ Il falcone 260
+ In Arcadia 272
+
+
+
+
+
+Nota del Trascrittore
+
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
+senza annotazione minimi errori tipografici.
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
+
+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***
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- Novelle umoristiche, di Adolfo Albertazzi
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-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-
-
-Title: Novelle umoristiche
-
-Author: Adolfo Albertazzi
-
-Release Date: April 24, 2015 [EBook #48779]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
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-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-NOVELLE UMORISTICHE
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-Novelle umoristiche
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-DI
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-Adolfo Albertazzi
-</p>
-
-<div class="poem-container">
-<div class="poem inl">
-<p><i>Humour</i>: il bell'umore e il buon umore</p>
-<p>e il malumore insieme contemperati.</p>
-<p class="i6"><span class="smcap">Tommaseo.</span></p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
-NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO
-DEL MARITO. — EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA
-FORTUNA DI UN UOMO. — UNA «SCAMPANATA». — IL
-POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. — L'ENTUSIASTA
-PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. — IN ARCADIA.
-</p>
-</div>
-
-<p class="pad4">
-<span class="g">MILANO<br />
-<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span></span><br />
-<span class="small">1914</span><br />
-—<br />
-<span class="small">Nuova edizione riveduta e corretta.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA.
-</p>
-
-<p>
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
-tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
-</p>
-
-<p>
-Milano. — Tip. Treves.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="suicidio"></a>
-Il suicidio del maestro Bonarca.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Felicità è una vana parola? — Persona alta e
-forte; baffi neri e fieri; voce baritonale e, se
-bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio
-bianco al kepì; spada al fianco e assisa quasi
-militare; saluto alla militare dai subalterni; dominio
-sul palco in piazza a dirigere la banda
-nei giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni
-e nei trasporti funebri; direzione dell'orchestra
-in teatro; autorità di maestro sui
-cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino
-notevole; stipendio sufficiente per una vita tranquilla;
-tranquillità di scapolo: tutto ciò dovrebbe
-pur bastare a rendere felice un uomo!
-</p>
-
-<p>
-Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-dell'essere caduto in miseria da tanta sua
-felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
-creditore, benefattore con o senza usura, corre
-il pericolo che il beneficato ponga fine al debito
-ponendo fine alla vita.
-</p>
-
-<p>
-Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione
-l'ambizione; e debolezza la confidenza nel
-nostro ingegno, non meno che fallaci, insani sono
-i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia
-e la melodia di cui risuoni l'anima nostra. Infatti
-quando il maestro Bonarca non avesse dato
-ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non
-si sarebbe incamminato mai verso il canal Torbo
-con il proposito d'affogarvi.
-</p>
-
-<p>
-Fu così: In poco tempo aveva composta la
-<i>Sposa selvaggia</i> (centocinquanta lire al poeta del
-libretto: prima spesa), e i giornali cittadini avevano
-preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai
-cronisti: seconda spesa); poi (altre spese) il
-maestro era andato a Milano, a Torino, a Bologna
-in cerca di un editore, di un mecenate,
-di un impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata
-idea di assumere per sè l'impresa al
-teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
-prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse
-la dote teatrale, uno stimato commerciante
-accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali
-di lui, che sacrificava alla gloria tutte le
-economie del passato e molte economie dell'avvenire.
-E la <i>Sposa selvaggia</i> aveva ottenuta fortuna
-quasi uguale a quella desiderata. Se non
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-che i cittadini d'una città piccola non vanno a
-teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
-ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir
-la <i>Traviata</i> o il <i>Trovatore</i>, si lasciaron persuadere
-da una costosissima <i>réclame</i> e dalla fama
-dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima
-donna, l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla,
-aveva messo voce e opera a caro prezzo. E infine,
-dopo tante angustie che solo un uomo di
-coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante
-contese, vinte a fatica di polmoni strepitosi e
-di occhi biechi, con i cantanti, i suonatori, i pittori,
-i macchinisti, i coristi che non rimettevano
-a dopo il sabato il pagamento della mercede,
-era avvenuta la catastrofe: il commerciante
-dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
-fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda
-notizia: fuggito con i quattrini! Canaglia! ladro!
-assassino! Socio al maestro Bonarca. Sul
-quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei
-creditori; le cambiali protestate; il disprezzo
-della cittadinanza; la diffidenza della patria tutta.
-L'infelice, per colpa della sua <i>Sposa</i>, si vide
-perduto; si credè abbandonato; si sentì solo
-al mondo, solo con la <i>Sposa selvaggia</i> e col
-disonore....
-</p>
-
-<p>
-Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua
-che trascorreva lenta e cheta, e della luna,
-attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
-bastevole per rifletterne a specchio l'imagine.
-Similmente la sua vita poteva forse trascorrere
-placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
-maggior lume che quello sufficiente a una capacità
-mediocre. Ah sì! Gli parve ora d'essere
-rinsavito; di saper con giustezza misurare il
-proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era
-illuso e che l'avevano illuso; e, a convincersene,
-riandava ancora una volta, l'ultima volta,
-coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua.
-L'adagio della sinfonia era soltanto una povera
-nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
-</p>
-
-<p>
-Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità,
-qualche lucida frase; v'appariva un pensiero
-melodico, che cadeva subito come un volo cui
-mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto
-sarebbe stato bello se non avesse ricordato
-troppo l'<i>Ernani</i>. Dunque: a giudizio di critica
-giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva
-poco, o nulla. Per fortuna era breve!
-</p>
-
-<p>
-Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto!
-vuoto! L'introduzione?... Quale le promesse di
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-certi amici. Dopo, la preghiera; che non commoveva
-neppure la platea e che appunto per ciò
-i critici avevano definita un canto di sirena nordica,
-senza rammentarsi che la <i>Sposa selvaggia</i>
-era affricana. Poi, il coro; elaborato senza dubbio
-per quella rispondenza degli ottoni al richiamo
-degli archi, ma privo di originalità;
-lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?... Il
-terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no!
-Questo era bello; c'era tant'anima! c'era il cuore
-del pubblico che sobbalzava rapito quasi una
-volta a quello dei <i>Lombardi</i>! Bellissimo! Un
-pezzo simile sfidava la critica, sfidava la malignità
-degl'invidi, sfidava il tempo; nè chi l'aveva
-scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
-quantunque s'annegasse, umilmente, nel
-canal Torbo!
-</p>
-
-<p>
-Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di
-vanità al secondo atto; come la romanza del
-tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
-nome!
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Sposa selvaggia, addio!</p>
-<p>Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p>
-Così soave e così semplice, questa soave e
-semplice e limpida sorella della «Casta Diva»
-attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
-non ostante le diavolerie dei wagneriani e
-i disaccordi che mortificano ingegni, anime e
-gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
-mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore
-dell'armonia, lo spirito dell'amore meridionale,
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
-Viva l'Italia!
-</p>
-
-<p>
-E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella
-divina romanza, che tutti avevano imparata la
-prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
-alla memoria di tutti, anche dei nemici; e
-si piangerebbe il giovane maestro, che una sorte
-diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica
-e pura arte della patria....
-</p>
-
-<p>
-Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca
-anteponeva l'onore alla gloria; perchè il mondo
-non dicesse che del commerciante fuggito con
-i quattrini il maestro Bonarca era stato complice;
-perchè egli riconosceva i suoi debiti e
-prevedeva che non avrebbe potuto pagarli mai
-più; perchè insomma lo superava un destino
-crudele e non voleva si credesse da alcuno della
-cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
-avesse paura di morire!
-</p>
-
-<p>
-Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca,
-la lettera al questore: «Mi uccido per ragioni
-che è inutile rivelare....» (Infatti chi non se
-le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini
-per la loro benevolenza alla mia <i>Sposa selvaggia</i>....»
-</p>
-
-<p>
-Erano due righe, ma animose; di un uomo
-senza paura. Qual rammarico tuttavia nel pensare
-che la sua tragica fine servirebbe di <i>réclame</i>,
-e l'opera presto data alla Scala o al Regio
-o al San Carlo solleverebbe il pubblico, entusiasta
-del terzetto e della romanza, a chiamare
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-il maestro, che, essendo morto annegato,
-non potrebbe assistere alla rappresentazione!
-</p>
-
-<p>
-D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...»
-Un'idea gli balenò nella tempesta dell'anima
-come suscitata da sentimenti opposti:
-un po' di pietà, che finalmente aveva di sè stesso,
-e il coraggio ch'egli era convinto di poter
-spingere fino all'audacia. «Se aspettassi.... a vedere
-cosa i giornali diranno, domattina, della
-mia morte?» Certo, dopo morirebbe più volentieri;
-sia che i giudizi postumi gli confermassero
-meriti e compianto, sia che la pubblica
-giustizia, fatta libera dalla morte, lo condannasse
-senza pietà. Ma non era un'idea da matto?
-Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E
-un birocciaio che transitava, lo vide; e una
-vecchia, la quale passava con un cesto al braccio,
-si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
-tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non
-sarebbe da matto quando riuscisse a sfuggire
-a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
-a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo
-tutto, ai condannati a morte è lecito soddisfare,
-qual si sia, l'ultima voglia!
-</p>
-
-<p>
-Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse
-di là, non vedesse il <i>paletot</i>, non leggesse
-la lettera e non la portasse in questura prima
-della notte, egli si tolse il <i>paletot</i> e lo pose sul
-parapetto del ponte; gettò il cappello alla corrente
-livida, e quasi a scorgere, così travolta,
-la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-subito gli occhi per non commuoversi;
-quindi scese lungo la riva in cerca d'un nascondiglio.
-Ricordava che alla distanza di forse un
-chilometro, fra le canne e i giunchi, era la casupola
-d'un piccolo mulino abbandonato; oltre
-il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto
-l'argine a sinistra, impaludava il piano. Si
-avviò per il sentiero all'abitacolo; v'entrò da
-una porticella, e al lume d'un fiammifero vide
-ove mettersi: su poco strame, dietro un pezzo
-di macina; nè egli chiedeva più tenero letto a
-riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe
-il giorno: per i giornali manderebbe il primo
-ragazzo o galantuomo che transitasse per la via
-e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto
-il cappello dal ponte. Freddo gli sembrava
-assai, ma sopportabile a chi non temeva il freddo
-della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
-pensare a cose che lo distraessero. Le altre
-sere a quell'ora, se non aveva teatro, giocava
-a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
-(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi)....
-Ma quel marito, via!, non giocava mica
-male; anzi, da competitore formidabile.... E il
-delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero,
-sebbene questurino; giocatore mediocre a
-suo confronto, eppure vincitore in una classica
-partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo
-delle prove.... Oh le sudate prove della <i>Sposa</i>!...;
-con quei violini che non andavano; con quella
-cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato;
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-temuto. Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche
-cosa che fa perdonare ogni scatto. Per esempio,
-egli qualche volta era stato feroce; e mai
-un lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva
-detto a un compagno, dopo la seconda prova: — Se
-torna a darmi della bestia in orchestra,
-lo fracasso con lo strumento. — Ma lui,
-alla terza prova: — Camandri: è un <i>la</i>! un <i>la</i>!
-un <i>la</i>!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi
-e il bombardone a posto; frenato e impaurito da
-quello sguardo....
-</p>
-
-<p>
-Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i
-discepoli, quanti non direbbero, con certo orgoglio: — Bravo
-maestro! Gli uomini di fegato
-e di carattere fanno così; non scappano come
-quel mercante traditore.... — A proposito! (fe'
-Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
-aveva il resto dell'ultima lira, che si era
-tratta di saccoccia per l'ultimo <i>cognac</i>...
-</p>
-
-<p>
-Dunque?
-</p>
-
-<p>
-Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia
-addosso ed ebbe appoggiato il capo alla pietra....,
-a poco a poco, senza perdere il coraggio,
-s'addormentò.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro,
-il fortunato autore della <i>Sposa selvaggia</i>,
-nel quale tante speranze riponevano gli ammiratori
-concittadini, l'arte e la patria, ierisera
-si è miseramente ucciso gettandosi nel canal
-Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
-causa che ti condusse al triste passo nel fiore
-della balda giovinezza destinata a uno splendido
-avvenire? Noi, a cui la commozione e
-l'ora d'andare in macchina impediscono d'enumerare
-adesso tutti i meriti del perduto amico,
-noi non solleveremo il velo della sua tomba.
-Noi rispettiamo il segreto e il desiderio del
-maestro Bonarca. Solo per debito di cronaca
-accenneremo che, appena sparsasi l'infausta
-notizia, si è vociferato in città di un amore
-infelice....»
-</p>
-
-<p>
-— Un amore infelice? — esclamò Bonarca,
-stupito, non comprendendo, da prima il perchè
-di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
-che delle amanti ne aveva avute tre in una
-volta: una nubile, una maritata e una nè maritata
-nè nubile? Infelice in amore un uomo della
-sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione
-della <i>Sposa</i>, quando si voltava indietro
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
-volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide
-<i>toilettes</i>, sarebbero state sue? Ma di fra
-le righe della necrologia gli venne la luce; afferrò
-la ragione della pietosa menzogna; si commosse
-fino alle lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Per la ragione stessa gli parve anche più nobile
-e felice la trovata del <i>Radicale</i>, che gli dedicava
-un articolo di due colonne.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<div class="poem">
-<p>«Sposa selvaggia, addio!</p>
-<p>«Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p>
-«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per
-la sua sposa; e la sua sposa — noi lo sappiamo — era
-l'arte. Un artista tanto più è grande
-quanto più è grande il concetto che ha dell'arte
-sua. Povero Bonarca! Aveva appena colti
-i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva
-anzi, perchè gli sembrava di non aver fatto
-nulla in confronto a ciò che fecero Rossini e
-Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva
-di non poter fare! E la bell'anima seguendo
-la mente alata che volava alla gloria,
-su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita,
-è caduta, è precipitata nel canal Torbo.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>«Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi,
-il <i>Vero cattolico</i> concludeva:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè
-nemmeno per il maestro Bonarca possiamo
-trovare un'eccezione alla regola della religione
-e della coscienza. Ripetiamolo a norma dei
-nostri lettori dilettissimi: Ogni suicida è un
-peccatore che o mancando di fede ha patito
-l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una
-improvvisa demenza.»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè
-nell'opinione pubblica, egli poteva, doveva essersi
-annegato o per il diavolo, o per il cervello
-voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte;
-non per la causa vera, nota a tutti. Come
-dire: che un artista il quale s'ammazza per i
-debiti non è artista. E questa era la ragione
-di quelle menzogne.
-</p>
-
-<p>
-Ma artista e grande lo proclamavano tutti;
-con sincerità evidente, perchè essendo morto,
-nessun interesse lo legava a quei giornalisti; e
-perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria.
-E questa era la ragione del buonsenso.
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la
-necessità della logica! Doveva lamentare d'aver
-deposto il <i>paletot</i> con in tasca la lettera, sul
-ponte. Ma se non avesse deposto il <i>paletot</i>, non
-si sarebbe convinto della sua postuma gloria.
-Doveva lamentare di non essersi annegato subito.
-Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
-che annegarsi per debiti è una corbelleria.
-E, d'altra parte, non impunemente si scrive
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
-è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più
-muova a disprezzo e a riso del venir meno per
-viltà a una faccenda seria come il suicidio. Ah!
-che errore non essersi buttato nell'acqua la sera
-innanzi mentre passava il birocciaio! Buttarcisi
-ora, in vista a qualcuno il quale lo salvasse,
-sarebbe peggio che peggio! A quest'ora
-nell'opinione pubblica egli era morto; cadavere
-era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
-intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che
-alla fine il diavolo non è brutto come si dipinge
-e i creditori non sono crudeli quanto s'imagina;
-che agli artisti meritevoli della stima
-universale non mancò mai, alla fine, un insperato
-soccorso; che se egli, da quell'uomo coraggioso
-che era, avesse vinta l'ultima battaglia,
-l'avvenire l'avrebbe consolato di gloria e
-di quattrini. Morire, misero Bonarca, quando
-a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano
-così belle, pur nel grigio mattino autunnale,
-tra i miasmi del padule e nella desolazione dell'abituro
-ov'egli era tornato a gemere! Oh la
-natura! Udiva il cinguettare dei passeri; un
-lontano abbaiare; un lontano scampanare a festa
-e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
-ammirare ancora una volta il sole, il verde!
-</p>
-
-<p>
-Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si
-ritrasse d'urto, atterrito: due carabinieri, preceduti
-da un signore nero, in abito nero.... (Forse
-l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-delle partite a biliardo?...) si avvicinavano
-al mulino. Ad arrestar chi? lui? per i
-debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche?
-Rosta! Confuso, spaventato quasi, il maestro
-s'avvolse nella paglia, si ritrasse in sè....
-</p>
-
-<p>
-Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono
-proprio sotto la finestra, chiarendosi benissimo
-la voce dell'amico Rosta. Ma non entrarono.
-</p>
-
-<p>
-.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro
-modo. Cinque ore di perlustrazione, signor
-delegato: siamo proprio stanchi!
-</p>
-
-<p>
-— Certo, poteva impiccarsi!
-</p>
-
-<p>
-— O farsi saltare il cervello.
-</p>
-
-<p>
-E la voce del delegato amico gridò, forse a
-quelli delle pertiche:
-</p>
-
-<p>
-— Spicciatevi, ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-Poscia:
-</p>
-
-<p>
-— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere,
-l'avrebbe venduto in piazza....
-</p>
-
-<p>
-A chi si riferivano tali parole? Per fortuna
-l'amico s'interruppe di nuovo a chiedere con
-voce più alta:
-</p>
-
-<p>
-— Si sente? C'è?
-</p>
-
-<p>
-Da lungi uno rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Niente!
-</p>
-
-<p>
-Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la
-misteriosa ricerca.
-</p>
-
-<p>
-— Dicono che avesse da dare anche duecento
-lire al trattore....
-</p>
-
-<p>
-— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-la seconda voce ignota, del carabiniere. Allora
-Bonarca fu certo di chi discorrevano.
-</p>
-
-<p>
-Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno
-da pagare i debiti di gioco. A me, mi
-doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
-biliardo.
-</p>
-
-<p>
-Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli
-addosso con un paio di schiaffi da rovesciarlo
-e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite, questurino
-mentitore! — Invece, no, non poteva
-muoversi; doveva restar lì rannicchiato nella paglia!
-«Mentitore infame!» Una delle partite,
-ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei
-io a calunniare i morti!»
-</p>
-
-<p>
-Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
-</p>
-
-<p>
-— Niente?
-</p>
-
-<p>
-Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
-</p>
-
-<p>
-— Niente!
-</p>
-
-<p>
-Il delegato ripigliava:
-</p>
-
-<p>
-— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe
-il torto di dar retta ai giornalisti, che per quattro
-pezzi rubati qua e là e cuciti insieme alla
-meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe
-un Mascagni!
-</p>
-
-<p>
-Gridarono: — Non c'è!
-</p>
-
-<p>
-Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato
-che al mulino del canal Torbo si pescavano
-i cadaveri degli annegati. Coloro che
-gridavano <i>non c'è</i> erano senza dubbio i suoi
-becchini.
-</p>
-
-<p>
-— Cercate ancora! Cercate!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il brigadiere frattanto preferiva la <i>Cavalleria
-Rusticana</i> al <i>Nabucco</i> e stancava vieppiù il delegato;
-il quale propose:
-</p>
-
-<p>
-— Se andassimo a sedere qui dentro?
-</p>
-
-<p>
-Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo
-si oscurasse all'interporsi d'una faccia e si sentì,
-con un brivido, perduto. Ma il brigadiere sconsigliava:
-</p>
-
-<p>
-— Non sente che tanfo?
-</p>
-
-<p>
-E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando
-il misero in una disperazione così grave
-e violenta che fu per fracassarsi la testa su la
-macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse
-sovvenuto della cinghia con cui usava reggersi
-i calzoni.
-</p>
-
-<p>
-Ma in verità era un dilemma atroce: egli
-avrebbe dovuto vivere per dimostrare che tutti
-i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
-torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere
-non poteva senza meritarsi il disprezzo
-universale!
-</p>
-
-<p>
-Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
-</p>
-
-<p>
-.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi
-è scappato anche lui?
-</p>
-
-<p>
-— Non credo. Non era uno da farcela così da
-furbo. Dite piuttosto che si sarà buttato giù, con
-una pietra al collo, in altro sito, per non essere
-pescato. Del coraggio ne aveva....
-</p>
-
-<p>
-Meno male!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero
-anch'essi. Uno sbadigliò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-</p>
-
-<p>
-— M'è venuto appetito.
-</p>
-
-<p>
-.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di
-soppiatto; si diresse non alla parte del borro pieno
-e profondo, perchè i manigoldi avrebbero forse
-udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino
-o per lo scolare di poc'acqua, imputridiva
-una gora. Ivi non era possibile annegarsi. Se non
-che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
-deciso com'era, vi balzò.
-</p>
-
-<p>
-Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno,
-alla superficie; e sotto, adagio adagio,
-i piedi, e poi i polpacci, e poi i ginocchi, e poi
-le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
-dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
-</p>
-
-<p>
-Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se
-n'andavano per l'argine opposto. Nè poteva fermarsi:
-se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
-o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano
-sasso o fondo sodo. Che morte!
-</p>
-
-<p>
-Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva
-il ventre quel brago in cui forse pascevano i più
-schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco; gli saliva
-al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto!
-aveva la pegola al petto! Gli toglieva oramai
-il respiro; e se gli arrivava alla gola, alla
-bocca....
-</p>
-
-<p>
-Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio....
-Maledetta la <i>Sposa selvaggia</i>!... Addio,
-Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
-addio, Lilì, per sempre!
-</p>
-
-<p>
-Non si fermava ancora.... Ancora?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse
-gli occhi per non vedere la sua morte, così. Ma
-a voce alta emise il grido degli estremi spiriti:
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!
-</p>
-
-<p>
-Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti,
-non voleva morire?
-</p>
-
-<p>
-Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò
-oh! E fu un urlo che finì in modo straziante;
-atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
-nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con
-l'aiuto di Dio, dopo un secolo....
-</p>
-
-<p>
-— È lui! Corriamo!
-</p>
-
-<p>
-— È Bonarca!
-</p>
-
-<p>
-— Là! presto! affoga! — Correvano.
-</p>
-
-<p>
-— È lui! Chi sa da quante ore!
-</p>
-
-<p>
-— È già spacciato! — Arrivavano.
-</p>
-
-<p>
-— No; non vedete? Muove la testa come una
-galana....
-</p>
-
-<p>
-— Una corda.... Le pertiche!
-</p>
-
-<p>
-— Maestro! maestro!
-</p>
-
-<p>
-Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri
-il delegato, i carabinieri, i becchini; e udiva
-battere il suo cuore, <i>ton, ton, ton</i>, a grande
-velocità.
-</p>
-
-<p>
-— S'attacchi!
-</p>
-
-<p>
-— S'attacchi alla pertica!
-</p>
-
-<p>
-— Attáccati, amico!
-</p>
-
-<p>
-— Forza!
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, caro maestro!
-</p>
-
-<p>
-Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-bastato afferrarsi alle pertiche. Ma non voleva
-morire?
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio! — Forza! — Bravo!
-</p>
-
-<p>
-— Tira!
-</p>
-
-<p>
-— Viene!
-</p>
-
-<p>
-Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa
-n'ebbe lui?
-</p>
-
-<p>
-Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle
-pertiche. Alle pertiche, prima; poscia a quelle
-braccia. Egli si lasciò trascinare e afferrare....
-</p>
-
-<p>
-E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia
-dell'amico, balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi morire....
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="giocatrice"></a>
-La giocatrice.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo,
-Gianni Limosa avrebbe dovuto convincersi
-che il suo affetto non escluderebbe mai
-dal cuore di Claudia Verbani l'affetto delle carte;
-che Claudia giocatrice — eppure così bella,
-così giovane, così vedova! — non aveva, nè
-avrebbe mai più, tempo, voglia, affanni d'amore.
-</p>
-
-<p>
-Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo
-sarebbe dovuto esser questo: L'uomo può dedicarsi
-con le sue energie a più vizi in una
-volta; dove la donna, con le energie sue, non
-si dà quasi sempre che a uno solo, e con l'anima
-sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
-sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come,
-da che mondo è mondo, la donna ebbe taccia
-d'incostante in amore, l'amore per la donna
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-o non è una passione, e quindi non è un vizio,
-o tutt'al più è passione non intensa e profonda
-quanto un vizio: per esempio, il gioco.
-</p>
-
-<p>
-Se non che Limosa invece d'essere un filosofo
-era uno <i>sportman</i> innamorato; perciò non
-è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
-così: «Questa donna, che è una signora eccezionale,
-io l'amo alla follia e con buone intenzioni:
-per forza; perchè è onesta; e la sposerei
-anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè
-ha un vizio. Un vizio? Sì: come Luisella la
-mia puledra.... Luisella adombrava al passaggio
-del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava
-o voltava indietro; sudava tutta; tremava;
-e guai se gliel'avessi data vinta! Io, traendola
-alla ferrovia e facendola sorprendere incontro,
-dietro o di fianco, con una bicicletta, e intanto
-frenandola e frustandola a mio modo, l'ho domata
-che è diventata un'agnellina. Ma Luisella
-è una cavalla, e Claudia una signora. Per questa
-dunque mi atterrò a un metodo affatto contrario.»
-</p>
-
-<p>
-Ora, la fallacia del ragionamento apparisce
-manifesta nel credere che per essere Luisella
-una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
-e l'altra no, patissero o peccassero in modo
-affatto contrario e bisognassero di opposti rimedi.
-</p>
-
-<p>
-Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno
-rassomigliavano: che eran femmine ambedue.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli
-neri a spazzola; barba corta all'inglese; abiti
-che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
-giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di
-stoffa costosa e di bella fattura; muscoli temprati
-agli esercizi del corpo; un naturale buon
-umore e bastevole intelligenza e cultura perchè
-egli non si confondesse in conversazione alcuna.
-Dei contadini, fra cui viveva otto o nove
-mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi
-troppo, o degli amici e delle amiche che
-trovava ai campi di corse, chi mai se lo sarebbe
-imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo
-tirare ai piccioni! saltar le <i>siepi</i>! guidare
-Luisella!
-</p>
-
-<p>
-Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa
-e sagace quella signora Claudia; con certi
-modi ingenui e volontari da far girar la testa
-a ben altri che a uno <i>sportman</i> non filosofo!
-Nè Claudia stentò molto a introdurre il povero
-Gianni in un dialogo per cui egli credè meglio
-finirla e confessarsi innamorato cotto.
-</p>
-
-<p>
-— Sissignora! Io sono un uomo alla buona,
-franco, robusto, sano. Non leggo romanzi, io!
-E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a
-questo punto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Di chi?
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Di lei!
-</p>
-
-<p>
-Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè
-il cuore gli picchiava il petto; e con la sinistra
-accomodava la barba, mentre Claudia, niente
-affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata
-al divano mostrandogli, senza volere, la
-bianca gola e sorridendo d'un'ironia lieve, non
-priva d'indulgenza.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non
-conosce neppur tutta la gravità del suo malanno!
-Perchè, scusi, se non è sano chi legge
-romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato
-come nei romanzi e come dice di essere
-lei.
-</p>
-
-<p>
-Egli mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!...
-Tanto più che io amo non da eroe, ma
-da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più
-grande?
-</p>
-
-<p>
-— .... Rinunciare alla mia libertà!
-</p>
-
-<p>
-Il modo con cui fece l'offerta e il tono che
-aveva imposto alle parole un peso maggiore a
-quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
-signora una risata schietta.
-</p>
-
-<p>
-— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà
-è il più piccolo, il più semplice, il più
-naturale per l'amore, cioè per il matrimonio!
-È necessario; se no, il matrimonio non sarebbe
-un legame!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —,
-io farò di più: rinuncerò ai cavalli, alla caccia,
-alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
-dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica;
-ascolterò concerti wagneriani; ballerò la
-season....
-</p>
-
-<p>
-— Inutile, povero Limosa!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
-</p>
-
-<p>
-Che impeto nella dimanda! che passione, che
-disperazione nel secondo «mai!»
-</p>
-
-<p>
-Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la
-faccia con le mani, ascoltandosi e riflettendo;
-indi scosse il capo a viso scoperto.
-</p>
-
-<p>
-— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai
-cavalli, al mondo, ai romanzi, ai concerti, alla
-<i>season</i>....; a tutto, fuorchè alla mia libertà!
-</p>
-
-<p>
-— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa,
-dopo aver riflettuto anche lui. — Voi, dunque?...
-Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe alla
-sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se
-poteste non rinunciare alla vostra libertà, voi
-forse...?
-</p>
-
-<p>
-Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe
-capito nulla; o avrebbe capito che il cervello a
-quell'infelice gli aveva dato la volta.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse
-d'un'offesa e attendesse un opportuno
-schiarimento.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei
-odia; non è l'amore che lei odia: è il matrimonio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<p>
-E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo
-stesse qui, non ci vedrei tante difficoltà a
-superarlo.»
-</p>
-
-<p>
-Ma la signora con voce e attitudine convenevoli
-alle parole, eppure quasi benigna:
-</p>
-
-<p>
-— Io non odio nulla e nessuno, amico mio;
-solo, non ho voglia d'amare, perchè più mi piace
-viver libera; nè una donna come me intenderebbe
-l'amore senza il sacrificio assoluto e....
-legale della propria libertà. Chiaro?
-</p>
-
-<p>
-A ogni parola la faccia di Limosa era andata
-acquistando una linea di mestizia; sicchè
-all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma
-in barba corta all'inglese.
-</p>
-
-<p>
-— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente
-ella cedette al <i>voi</i>).... lasciate questo discorso;
-e piuttosto facciamo una partita a scopa.
-</p>
-
-<p>
-Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni,
-quando rispose, disse con un sospiro che venne
-fuori dal broncio:
-</p>
-
-<p>
-— Non conosco le carte!
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella
-domandò tra compassionevole e ironica, secondo
-la sua usanza.
-</p>
-
-<p>
-Allora egli proruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare;
-oggi, signora, vi dico: nemmeno conosco le carte!
-e me ne vanto!
-</p>
-
-<p>
-— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo
-alle nostre partite? a che pensate?
-</p>
-
-<p>
-La passione lo rese eloquente e furente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi
-esamino; vi giudico; entro in voi; scappo disperato;
-mi perdo.... Oh che martirio amarvi
-e vedervi con le carte in mano! Un supplizio!
-Diventate cattiva e debole; perfida con chi vince;
-lusinghiera con chi vi fa vincere....
-</p>
-
-<p>
-— Limosa!
-</p>
-
-<p>
-— Quante volte soffro io più di voi a vedervi
-palpitante, tremante, pallida in attesa d'un colpo
-di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa con
-occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare
-un compagno più brutto del demonio!
-Quante volte ho dovuto augurarmi d'essere io
-il <i>re bello</i>, che vi rallegrava, o l'<i>asso di bastoni</i>
-o <i>il bagattino</i>!
-</p>
-
-<p>
-— O l'<i>angelo</i>, o il <i>diavolo</i>, bugiardo che siete! — esclamò
-giuliva la signora. — Conoscete fino
-i tarocchi!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a
-vedervi consumare in tal modo gioventù, bellezza,
-salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
-amo tanto, io giudico che anche questa è una
-colpa, perchè è questo esecrabile vizio, questa
-obbrobriosa catena che v'impedisce di amare
-e di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Gianni s'aspettava che ella
-rispondesse un «grazie» per canzonatura, o che
-inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
-aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e
-severa, Claudia parlò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi
-offende: mi affligge; e non vi perdonerei se non
-vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
-nell'amore onesto.
-</p>
-
-<p>
-Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
-</p>
-
-<p>
-— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
-</p>
-
-<p>
-Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche
-perchè si fosse innamorato così?
-</p>
-
-<p>
-— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna
-è turpe; perchè se sono religiosa, non sono bigotta,
-non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
-bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito
-m'ebbe abbandonata sola al mondo, io, che
-l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
-mi sarei lasciata struggere dal dolore se non
-avessi trovato scampo e consolazione in una
-passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
-Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il
-<i>faraone</i>, il <i>macao</i>, il <i>tresette</i>, i <i>tarocchi</i>, la <i>scopa</i>!... — E
-sgorgarono le lagrime; piovvero lagrime
-sul fazzoletto.
-</p>
-
-<p>
-— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa,
-pari a un eroe da romanzo, afferrandole una
-mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva:
-«Debbo mettermi in ginocchio?»
-</p>
-
-<p>
-— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa
-è proprio della mia inesperienza! Se io fossi
-avvezzo a innamorarmi, non invidierei le carte
-e non desidererei per me quel che date a loro;
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-mi negherei il diritto di ingelosire; riconoscerei
-il mio torto di amarvi tanto; mi persuaderei
-ch'è pazzia voler persuadere una donna che....
-che.... Mi fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
-</p>
-
-<p>
-In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde,
-al suo solito modo, Claudia un po' s'affliggeva e
-un po' godeva.
-</p>
-
-<p>
-— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona
-buona. — Guarirete.
-</p>
-
-<p>
-— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia
-villa alla vostra non ho cavallo che corra abbastanza!
-Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
-</p>
-
-<p>
-— Distraetevi.
-</p>
-
-<p>
-— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi
-e sospirando. — Mi distrarrà o il vino, o la religione,
-o.... una rivoltella!
-</p>
-
-<p>
-— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora
-trattenendolo. — Che discorsi sono questi?
-Fermatevi, Gianni, per carità!
-</p>
-
-<p>
-Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato
-che ci fosse da spaventarsi in quella maniera.
-Finchè lasciò trarsi per il braccio, dolcemente....
-Dove?... A un tavolino.
-</p>
-
-<p>
-— Sedete! Ubbidite!
-</p>
-
-<p>
-Ubbidì.
-</p>
-
-<p>
-— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò
-io, signorino, come si gioca a
-scopa!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-Ma studiando indefessamente, sin quasi ad
-ammalare di neurastenia, otto giorni dopo Gianni
-aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno
-e d'azzardo che appassionavano la signora
-Verbani, e s'era deliberato a questi termini:
-«O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno
-che, per rimorso, o per gratitudine, o per necessità,
-Claudia maledirà le carte e un prete benedirà
-il nostro amore.»
-</p>
-
-<p>
-Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non
-sarebbe venuto mai a un tal patto:
-</p>
-
-<p>
-«io accopperò te; o tu, me.»
-</p>
-
-<p>
-Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle
-ville intorno si recavano dalla Verbani per
-le partite diurne e notturne, cedettero ogni primato
-al nuovo competitore e, invidiando, assistettero
-ai singolari certami per cui boni da
-cento lire sostituirono nelle poste quelli da dieci.
-Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio
-(<i>fortunato in amor....</i>) la fortuna assisteva
-Gianni Limosa, a cui sarebbe parso meglio rovinarsi;
-poichè vincendo temeva guadagnarsi
-anche l'antipatia della signora. E alle occhiate
-di sfida e di corruccio sempre rispondeva con
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza,
-come a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta
-sorrisi di scherno e lampi d'odio. Ma poscia
-la fortuna si stancò di favorire chi non
-la curava, anzi l'incolpava di danni; e Claudia
-vinse; vinse tanto, in poche settimane, che la
-somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò
-la compagnia e il mondo intorno.
-</p>
-
-<p>
-Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe
-la gravità vendendo, quasi per bisogno,
-due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
-chiese quattrini in prestito a uno di quegli
-amici ostili. Repugnanza e rimorso non tardarono
-quindi ad abbattere la gentile colpevole,
-e le partite a scopa moderate a poche lire
-tornavano alla memoria di lei come, dopo il
-fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere!
-Ah limitarsi alle pure briscole!
-</p>
-
-<p>
-Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio,
-procedeva nelle scope, e peggio.
-</p>
-
-<p>
-— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse
-un giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio! — ella esclamò. — La <i>roulette</i>
-è stupida.
-</p>
-
-<p>
-Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con
-gli occhi:
-</p>
-
-<p>
-«La <i>roulette</i> è stupida? E la <i>briscola</i> no? e
-il <i>macao</i>? e la <i>scopa</i>? e la <i>bestia</i>? e io? e voi?
-Non comprendete dunque il vostro lungo delitto?
-il mio lento suicidio? Non potremmo fare
-qualche altra cosa di meglio?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p>
-Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente
-e indifferente, in quella tinta grigia, di
-latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
-quando a quando, snebbiava un po' di pioggia;
-minuta, silente, inutile pioggia. Mortificate, le
-piante del giardino non muovevan foglia; senza
-tremito eran le frange degli abeti; senza voci
-gli alberi e il tetto; senza volo gli uccelli; senz'anima
-la vita; senza vita l'universo; senza
-l'universo.... Una giornata insomma o da briscola
-o da suicidio. Ebbene, chi lo crederebbe?...
-</p>
-
-<p>
-Claudia mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Non ho voglia di giocare, oggi!
-</p>
-
-<p>
-E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino,
-non parve vero d'esclamare:
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo qualche altra cosa!
-</p>
-
-<p>
-— Chiacchieriamo.
-</p>
-
-<p>
-Egli tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Non andate a Erba, quest'anno?
-</p>
-
-<p>
-— No: <i>Gringoire</i> s'è azzoppato.
-</p>
-
-<p>
-— E Luisella?
-</p>
-
-<p>
-— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata
-al trotto; e non la sciuperò mai in un ippodromo.
-</p>
-
-<p>
-— È buona..., lei?
-</p>
-
-<p>
-— Oh sì!
-</p>
-
-<p>
-— Senza vizi?
-</p>
-
-<p>
-— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso,
-più.
-</p>
-
-<p>
-— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-malincuore Claudia. Indi chiese: — Siete venuto
-qua con lei? con la <i>charrette</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Che capriccio le veniva? Andò alla finestra;
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io
-le virtù di Luisella.
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava;
-non sgocciolava più.
-</p>
-
-<p>
-— Posso fidarmi?
-</p>
-
-<p>
-— Di Luisella? Garantisco!
-</p>
-
-<p>
-— E di voi?
-</p>
-
-<p>
-Da uomo leale Gianni tacque prima di portare
-una mano al petto; ma poi rispose: — Sì.
-</p>
-
-<p>
-.... Andarono per la diritta via, che la puledra,
-con trotto uguale, ampio e sonante, sorpassava
-recando nella <i>charrette</i> il signore e la signora.
-</p>
-
-<p>
-Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco
-e quegli d'un rapimento giocondo; e
-l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose apostrofi: — Biondina...;
-birichina...; capricciosa...;
-cattiva, etc.; — mentre l'aria, risentita
-dell'autunno e rinfrescata dalla recente pioggia,
-al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi
-di delizia.
-</p>
-
-<p>
-— Yop! Via, Luisella!
-</p>
-
-<p>
-Luisella volava.
-</p>
-
-<p>
-— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a
-un punto, con nuova dolcezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p>
-E Claudia:
-</p>
-
-<p>
-— Comprendo il piacere d'aver domato così
-bene questa bella bestia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh c'è una gioia più grande: domare un
-angelo!
-</p>
-
-<p>
-— Difficile impresa per un uomo!
-</p>
-
-<p>
-— No: per un asino come me, che ha soggezione
-di voi anche oggi!
-</p>
-
-<p>
-Gianni s'adirava.
-</p>
-
-<p>
-— Un altro non si sarebbe messo una mano
-al petto....
-</p>
-
-<p>
-— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque,
-buono! e.... sperate. Da bravo! Dicono che Amore
-faccia miracoli.
-</p>
-
-<p>
-Divina creatura! Quando parlava sul serio,
-non si poteva crederle; ma quando scherzava,
-persuadeva.
-</p>
-
-<p>
-Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava
-negli occhi di lei, ove gli pareva vedersi più
-vivo e più bello, o attendeva a vedere come l'aria
-lusingava que' fini capelli biondi. Intanto
-Amore preparava il miracolo.
-</p>
-
-<p>
-Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze,
-e arditamente Luisella, guardavano innanzi
-per la strada diritta e libera, mentre
-Gianni guardava da un lato; e non si sa quale
-delle due prima, Claudia.... — oh Dio!...: una
-bici.... — vide; e Luisella, a tal vista — una
-bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò.
-Un indefinibile, duplice grido: l'urto della
-ruota a un paracarri: la fredda, rigida sensazione
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
-d'una botta tremenda a terra per cui l'anima
-s'insaccasse e profondasse nel corpo e il corpo
-si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
-catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un
-salto mortale!
-</p>
-
-<p>
-Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro!
-In terra, fermi, inerti, tutti e due; anzi,
-tre, con la <i>charrette</i> senza stanghe.
-</p>
-
-<p>
-.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi
-rotto nulla, che si vide appresso, morta,
-Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
-loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!,
-Luisella; poi non vide più che la signora,
-morta!
-</p>
-
-<p>
-— Claudia! Claudia! — invocava disperato,
-anelante, bianco di terrore in faccia, e tutto inzaccherato.
-Ma il ciclista giungeva avvertendo: — Io
-medico! medico, io! —; e affannoso anche
-lui, colui s'inginocchiò a slacciare il busto
-della poverina e a richiamarla in vita; mentre
-Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta,
-si strappava i capelli e ripeteva: — Morta!
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise
-un gemito lungo....
-</p>
-
-<p>
-— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con
-cura.
-</p>
-
-<p>
-Gianni lamentava: — Claudia! Claudia!
-Ah sì! la poverina s'era rotto un braccio!
-Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa,
-in cui combattevano e si confondevano
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-la voglia di ammazzare il ciclista a pugni, e
-dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
-rappresentarlo nell'angosciosa attesa della
-carrozza mandata a prendere alla villa per un
-contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno
-che rintracciar le parole italiane, francesi,
-tedesche con cui quel medico straniero pregava
-la pericolata che facesse il piacere di ricuperare
-i sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo.
-Tre volte ella tornò in sè a gemere, da sul
-cuscino, ch'era caduto con loro dalla <i>charrette</i>;
-finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente,
-in vita.
-</p>
-
-<p>
-Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè
-il forestiero raccomandava di portarla
-al luogo più vicino — la trasferirono senza scrupolo
-a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista
-la credeva moglie del signore. E con gran
-premura accertò Gianni che, fuori del braccio,
-<i>votre femme</i> non aveva patito danno notevole;
-e si compiacque a fare lui, benissimo, la
-fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel collega
-italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò,
-a solo compenso, la firma nell'<i>album</i> dei
-ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile, saltò in
-bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
-</p>
-
-<p>
-Era a quel che aveva detto e a quel che si
-seppe poi, un medico di gran nome; il quale per
-provare i benefizi della ginnastica e per convincere
-della sentenza <i>mens sana in corpore sano</i>
-faceva il giro del mondo in bicicletta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Iddio mi ha castigata, amico mio!
-</p>
-
-<p>
-A che, triste, l'amico:
-</p>
-
-<p>
-— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
-</p>
-
-<p>
-— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci
-il braccio che offendere il mio buon nome.
-Pensate: sono in casa vostra!
-</p>
-
-<p>
-Ribattè Limosa:
-</p>
-
-<p>
-— E io? tocca a me rimediare!
-</p>
-
-<p>
-— Io — soggiunse la signora — sperava di
-non rimaritarmi se non di mia spontanea volontà.
-</p>
-
-<p>
-— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi
-prima di esser certo di tutto il vostro
-amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno
-un poco?
-</p>
-
-<p>
-Ella tacque; poscia rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sono così dolente della percossa che non
-ho più forza di sentir altro. Lasciate che mi
-ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi ricordi.
-</p>
-
-<p>
-Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse
-come se dicesse una cosa buffa:
-</p>
-
-<p>
-— Mi ricordo che quando mi parve d'andar
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-per aria e invece andavamo in terra, sentii che
-con voi morivo volentieri.
-</p>
-
-<p>
-Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo
-amava! lo amava sul serio! Così, finalmente,
-un purissimo bacio fu suggello alla promessa
-fede di quelle due anime oneste.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a
-veder Luisella; e, a vederlo, Luisella, ch'egli aveva
-bastonata a furia, nitrì senza rancore e senza
-rimorso.
-</p>
-
-<p>
-Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia
-si sarebbe mai accorta di amarlo fino a sentire
-di morir volentieri con lui?
-</p>
-
-<p>
-No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da
-cui il giorno prima egli era stato infiammato
-contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia
-ma per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico
-fallo (e se non fosse stata una bestia,
-certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
-e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa
-abbracciò al collo la sua cavalla.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Appena in grado di levarsi la signora partì
-per la città ad affrettarvi i preparativi delle
-nozze e la riparazione dello scandalo: questo
-tanto più ingiusto in quanto che era seguito a
-una disgrazia grave. Ma incrudelivano nelle
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e
-quindi una nuova ragione per Limosa a detestare
-le carte. Egli, in quel mentre, rimeditava
-la purissima luna di miele anticipata; le ore
-di felicità trascorse al letto dell'inferma quando,
-parlassero o stessero cheti, sì dolci cose
-s'erano dette.
-</p>
-
-<p>
-Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni
-che Claudia si adattasse a lui con le parole, gli
-sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero e
-dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a
-lei, s'ingentiliva, poetizzava sè medesimo; e parlava
-a voce sommessa; e camminava in punta
-di piedi....
-</p>
-
-<p>
-Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità
-avvenire e scelti i luoghi da stare durante
-le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e i metodi
-da tenere nell'educazione dei figlioli maschi
-e femmine, e contenuti i trasporti d'amore,
-per divagarsi si eran dati alle Letture. Limosa
-leggeva <i>I tre Moschettieri</i>, ritrovandosi non in
-Porthos, a cui rassomigliava un poco, ma in
-D'Artagnan; ed ella trovando lui in Aramis,
-al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine
-di quelle ore!; la gioia di comprendersi
-a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
-</p>
-
-<p>
-Inutile dire che le carte non eran state desiderate
-dalla signora, la quale avrebbe dovuto
-giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul
-letto; e che il buon Limosa alle carte quasi
-non ci pensava più. Pensandoci diceva tra sè:
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-«Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella,
-che è una bestia, non sbagliavo certo per
-Claudia, che è un angelo. Nessun dubbio che
-dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e
-che dalla pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella
-però — che sia benedetta in eterno! — l'ha
-fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo
-solo. Adesso posso star sicuro che di gioco
-non se ne parlerà mai più.» Infatti chiodo scaccia
-chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia
-telegrafò: <i>Sono pronta</i>; e Gianni, che era pronto
-da un pezzo, accorse....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno
-accompagnati gli sposi alla ferrovia, ammirando
-la disinvolta esperienza nella sposa, la semplicità
-d'uomo un po' inesperto in certe cose di
-circostanza, ma sicuro di sè, nello sposo. E senza
-lagrime si affrettan gli addii; sono giocondi gli
-auguri di buon viaggio.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tatà</i>.... Un fischio.... Partenza!
-</p>
-
-<p>
-Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già
-lo sposo tira le tende della carrozza, forse perchè
-il sole a loro festa dardeggia i cristalli, o
-perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta
-esterna. Or come la sposa lascia cadere il mazzo
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-di fiori, che effondono una fragranza soverchia,
-lo sposo mormora:
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia!
-Legàti per sempre! Oh Claudia!
-</p>
-
-<p>
-Ella sorride in un modo, in un modo....
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col
-braccio risanato trattiene lui e l'impedisce, dalla
-tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
-mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo una partita?
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="doni"></a>
-Doni nuziali.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-.... — Gioielli, no; che a te come a me non
-piace il lusso; e neanche alla sposa, speriamo.
-Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
-</p>
-
-<p>
-— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio
-sfigurare in faccia a nessuno. Cosa daranno i
-parenti della sposa, quelli così signori? E i testimoni?
-</p>
-
-<p>
-— Ma....
-</p>
-
-<p>
-— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le
-boccole, chi il monile.... Vedrai...: sciocchezze,
-grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io
-avessi preso moglie (non l'ho presa perchè le
-donne costano), primo patto: fuori di casa i
-parenti della sposa, i parenti alla moda!
-</p>
-
-<p>
-— Già!, chi potesse....
-</p>
-
-<p>
-— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno!
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-Perchè, si sa, i parenti che non hanno più cuore
-che quattrini, presto o tardi ti fan scontare le
-carezze e i regali. Ma io....
-</p>
-
-<p>
-— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto
-bene.... — interruppe Terpalli.
-</p>
-
-<p>
-— Mio dovere. Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Non so....
-</p>
-
-<p>
-— Al corredo ci avrà pensato la mamma della
-sposa; alla mobilia ci hai pensato tu. Scommetto
-anzi che hai provveduto a tutto, da bravo
-omino; che non vi manca proprio nulla!
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a
-tutto.... capirà....
-</p>
-
-<p>
-— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno
-aperto un bel negozio in via Garibaldi....
-</p>
-
-<p>
-— No: grazie; ne abbiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Seggiole?... Tende?...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie....
-</p>
-
-<p>
-— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su!
-spiegati!
-</p>
-
-<p>
-— Faccia lei!... Quel che vuole....
-</p>
-
-<p>
-— Quel che voglio? Io non voglio niente, io!
-L'orologio? l'hai. Vestito, sei vestito.... A meno
-che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un bel
-lume?
-</p>
-
-<p>
-— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se
-crede...; se non le par troppo...; anche la Gigia
-gradirebbe «un servizio da caffè».
-</p>
-
-<p>
-Pareva avesse invocata una cosa dell'altro
-mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai
-nervi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico
-che capiti, alle volte....
-</p>
-
-<p>
-— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme,
-però, alle mie povere forze; se vi contenterete....
-</p>
-
-<p>
-Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio
-alla colazione nuziale; lo scongiurò che non
-mancasse.
-</p>
-
-<p>
-Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata,
-ed ebbe detto a lei e alla madre del casuale
-incontro con lo zio Tarabusi, tutti e tre scoppiarono
-in una risata gioconda. Infatti, da che
-aveva avuta notizia del prossimo matrimonio,
-lo zio sfuggiva il nipote — al quale, scontroso e
-timido, rincresceva andare a cercarlo — e per
-risparmiarsi il dono di nozze si sarebbe nascosto
-sotterra; quantunque fosse pieghevole ai rispetti
-umani e sempre dubitasse di apparire
-avaro come era.
-</p>
-
-<p>
-— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne
-rallegro!»; con che inchini ha risposto all'invito
-della colazione, e con che bocca mi ha
-detto (e Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò...,
-potendo.»
-</p>
-
-<p>
-La fidanzata rideva sino alle lagrime e le
-sembrava vedere quella faccia nuda e tonda simile
-a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
-e gl'inchini....
-</p>
-
-<p>
-— E figuratevi come è diventato rosso a udire
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-chi sono i vostri parenti. Ah ah! signori!...
-signoroni!
-</p>
-
-<p>
-— E il regalo? — domandò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— L'ha proposto lui!
-</p>
-
-<p>
-— Lui?
-</p>
-
-<p>
-— Lui? Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare
-in cose di troppo costo..., ha offerto.... un
-lume!
-</p>
-
-<p>
-La Gigia battè le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho
-domandato un «servizio da caffè».
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio!
-molto meglio!
-</p>
-
-<p>
-Ma la madre scosse il capo.
-</p>
-
-<p>
-— No. Era meglio il lume.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non
-diceva anche lei che il «servizio da caffè» ci
-sarebbe necessario? Chi deve pensare a regalarcelo?
-</p>
-
-<p>
-— Una bella lampada nel salottino ci vuole:
-l'ho detto sempre — insisteva la vecchia. — Adesso
-è fatta....
-</p>
-
-<p>
-— La compreremo.
-</p>
-
-<p>
-No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri.
-Sì e no. Ma l'orologio avvertì Gustavo
-che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto
-tempo con lo zio.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Gigia; addio, mamma....
-</p>
-
-<p>
-E via.
-</p>
-
-<p>
-.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà,
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-la nativa tendenza ai protocolli e ai libri
-mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
-consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno
-e di un'ora ogni sera agli amorosi colloqui con
-la sposa e con la suocera. Oggidì quanti giovani
-potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove
-alle quindici in un ufficio comunale; poi
-dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti alle
-ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio,
-tranquillamente, sommare rendite e spese d'un
-conte milionario? A un uomo che si sottoponga
-a così disumano lavoro e che non scorga al
-suo termine una oasi o un giardino fiorito, non
-la gloria, non la ricchezza, ma sempre cammini
-con passo uguale per una pianura uguale sempre,
-per un deserto lungo una vita intera, a un
-tal uomo non basta il conforto di fumare qualche
-sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo
-Terpalli si ammogliasse. E, per economia,
-egli smise anche il vizio di fumare; e guai
-per lui se non fosse incappato in una donnina
-savia: Ma in fatto di mogli la fortuna, che in
-altri generi talvolta sembra parziale per i birbanti,
-è imparziale e davvero cieca con tutti.
-Terpalli aveva potuto chiamarsi fortunato e restare
-un onesto ragazzo quand'era venuto ad
-alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui
-soave figliola sentiva volare il tempo senza speranze
-di nozze e di vita.
-</p>
-
-<p>
-Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino
-e timido d'animo come di baffi, che radi
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-radi sotto il naso acquistavano un po' più di
-vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia
-era piccolotta e grassoccia, molto timida fuori
-di casa, e con un po' di peluria anche lei agli
-angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla
-dimanda della vedova: — Perchè non prende
-moglie, signor Terpalli? —, egli aveva risposto
-guardando alla figliola:
-</p>
-
-<p>
-— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non
-osava dire «signorina».)
-</p>
-
-<p>
-La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo
-commossa, eccitata dal suo stesso pensiero
-che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
-nei dì addietro, non dissimulassero un inganno;
-e, poverina, per trarsi d'impaccio e giustificare
-quel riso disse una stupidaggine:
-</p>
-
-<p>
-— Se ci penso.... all'ufficio?
-</p>
-
-<p>
-Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un
-po' permaloso, aveva scosse le spalle e tenuto
-il broncio quasi una settimana. Dopo, si pacificarono
-con nuove occhiate; e poi la dimanda
-alla madre, e l'assenso.
-</p>
-
-<p>
-Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi;
-così di rado la fortuna aiuta con indulgenza
-e prontezza due cuori a intendersi e ad
-appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se
-l'amore buono è interpretazione, chiaroveggenza
-reciproca, presentimento e consentimento, è telepatia,
-l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
-era un perfetto amore. Pensava l'uno durante
-le ore d'ufficio:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei
-panni; aiuta la mamma a spolverare». Oppure:
-«Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
-Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo....
-Ohi ohi!: affacciatasi per caso, un
-momento, alla finestra, un giovanotto la guarda...;
-e lei, via!; scappa. È un angelo!»
-</p>
-
-<p>
-E l'altra pensava:
-</p>
-
-<p>
-«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra
-un <i>atto</i>; <i>esaurisce una pratica</i>; sbriga un
-importuno.... Oh Dio! Scrive per il conte, di
-nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera....
-Ma se lo sorprende il capufficio?... Ecco, ecco:
-lo sorprende, lo sgrida!...» — E accadde che
-un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira
-a cui l'aveva acceso il capufficio, perchè la
-Gigia lo quetasse e l'esortasse a non infrangere
-mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde
-che con la mite cattiveria delle ragazze
-ingenue e buone la Gigia un giorno raccontasse
-a Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento
-alla finestra, e passava un bel giovinotto.... — Per
-gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
-e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
-</p>
-
-<p>
-Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le
-spese per allestire la nuova casa. A provvederla
-di solo quanto era necessario, e non superfluo,
-non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi
-di due anni, se la mamma non gli fosse
-venuta in soccorso con tutto il suo avere; e
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-per le cose superflue — di assoluta necessità,
-una volta provviste le altre — lasciarono l'incarico
-al caso nella consuetudine dei doni nuziali.
-Uno specchio per il salotto; una lampada
-da appendere, o due candelabri; uno o due vasi
-giapponesi, di quelli in cui si gettano, sparsi,
-fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e
-un cofano, alla moda, per i biglietti, eran tutte
-cose che premevano. Seguivano, soltanto desiderabili,
-sei posate in luogo di quelle comuni
-ereditate dalla mamma; e forse d'un «servizio
-da caffè» non avrebbero potuto fare a meno
-neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in
-quell'ipocrita dello zio Tarabusi.
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi
-un peso d'addosso, mandò un «servizio» di sei
-tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
-qualità.
-</p>
-
-<p>
-— Di terza, di terza! — mormorò la mamma,
-meno paga e sempre astiosa con l'ipocrita e
-avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
-per suo stesso conforto.
-</p>
-
-<p>
-Quanto agli altri regali desiderati e attesi:
-nessuno; e quale rabbia allorchè una prozia
-e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-assegnamento, inviarono la prima un ombrello
-di raso paonazzo e la seconda un astuccio per
-guanti! Stupide! La Gigia era forse una donna
-più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe
-ora il cofano, i candelabri o il lume, lo specchio
-e l'album? Forse la zia paterna, ch'era
-ricca assai, manderebbe alla sposa le posate?
-Forse lo zio paterno manderebbe i vasi giapponesi?
-</p>
-
-<p>
-.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni
-volta che rincasava, facendo quattro gradini alla
-volta.
-</p>
-
-<p>
-Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato
-al viaggio di nozze — regalò.... una
-borsa da viaggio!
-</p>
-
-<p>
-.... — La zia?
-</p>
-
-<p>
-Un monile bello, assai bello, regalò la zia;
-ma la Gigia avrebbe preferita qualche cosa di
-più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe preferito
-restar disadorna lei a lasciar il salotto
-disadorno, nudo.
-</p>
-
-<p>
-Nè le amiche poterono far molto: un libro
-da messa; una scatola di profumi; cinque metri
-di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
-ricamato all'antica....
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la
-mamma su la scala venne incontro a Terpalli
-più che desolata, irosa e sbuffante. Una combinazione
-incredibile! La signora Tecla, antica
-loro conoscente, memore d'aver visto nascere la
-Gigia, aveva pensato a un regaluccio: e aveva
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A
-guardare la faccia della mamma mentre diceva: — Eh!
-che ne dite? —, Gustavo credè
-leggervi come un'accusa di complicità sua col
-caso; e provò tal pena a veder lagrimosa la
-Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
-disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo
-di spirito.
-</p>
-
-<p>
-— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo
-per romperlo; e quello della signora
-Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e,
-sotto, la borsa, il libro da messa, la scatola di
-profumi e il cuscino! Che bel salotto! — esclamò
-la Gigia.
-</p>
-
-<p>
-Propose Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe
-ottenere qualche cosa in cambio, dal negoziante.
-</p>
-
-<p>
-— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-E la figliola:
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno io!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si
-ringrazia! — disse Terpalli, al quale rincrebbero
-il broncio della vecchia e l'ironia della sposa.
-</p>
-
-<p>
-— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la
-Gigia, alla quale per contro rincresceva l'indifferenza
-ostentata dallo sposo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma,
-che il riso del genero aveva inviperita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che colpa?
-</p>
-
-<p>
-La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
-</p>
-
-<p>
-— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro
-gesuita!
-</p>
-
-<p>
-— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa
-mia? — ripeteva.
-</p>
-
-<p>
-Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
-</p>
-
-<p>
-— Zitti! basta!
-</p>
-
-<p>
-— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì
-lo sposo. — Ho i colleghi!
-</p>
-
-<p>
-Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
-</p>
-
-<p>
-— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti!
-Un <i>bouquet</i>, come daranno i vostri testimoni;
-e ciao!
-</p>
-
-<p>
-— E il conte? Perchè è in viaggio credete si
-dimentichi?... Mi vuol bene, lui!
-</p>
-
-<p>
-Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
-</p>
-
-<p>
-Il signor conte non solo non si dimenticherebbe,
-ma spedirebbe o le posate o lo specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrete!
-</p>
-
-<p>
-Questa la sua fede.
-</p>
-
-<p>
-— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi
-del tutto suocera. — Neanche un biglietto vi
-manda! Ci scommetto!
-</p>
-
-<p>
-— Forse sì e forse no.
-</p>
-
-<p>
-— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare
-a un impiegato così.... modesto come voi?
-</p>
-
-<p>
-— Il lume! — rispose in modo di canzonatura
-Gustavo.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto la Gigia pregava:
-</p>
-
-<p>
-— Smettetela; finitela....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero;
-e adesso non avreste due servizi da caffè!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
-</p>
-
-<p>
-— Profeta, no; timido, sì.
-</p>
-
-<p>
-.... — Mamma! Gustavo!
-</p>
-
-<p>
-— Timido?
-</p>
-
-<p>
-— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi
-troppo con vostro zio, e gli avete domandato
-quel che costa meno!
-</p>
-
-<p>
-— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare
-anche così poco!
-</p>
-
-<p>
-— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta...,
-mio marito lo diceva sempre, muore senza
-aver goduta una zuppa calda!
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere
-alla Gigia che lo tirava per la giacca. — Sempre
-«mio marito»! Lui, lui sapeva stare
-al mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, meglio di voi, signorino!
-</p>
-
-<p>
-— Infatti....
-</p>
-
-<p>
-.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo
-afferrò il cappello, e scappò via.
-</p>
-
-<p>
-— Gustavo! Gustavo!
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito era un uomo! — la suocera gli
-gridava dietro. — Si può dir forte: era un uomo
-lui! Se fu disgraziato....
-</p>
-
-<p>
-Insomma, la buona donna aveva bisogno di
-sfogare un gran malumore; e la buona figliola
-ebbe ragione di gemere:
-</p>
-
-<p>
-— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo
-felici!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p class="center">
-ALLA CITTÀ DI PARIGI.<br />
-<span class="smcap">Grande assortimento di orologi e sveglie.<br />
-Novità in ogni genere.<br />
-Bijouteria — Chincaglieria — Argento christofle.<br />
-Revolvers e fucili.<br />
-Emporium per regali — giocattoli.</span>
-</p>
-
-<p class="pad1">
-Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando
-l'uno dopo l'altro gettarono uno sguardo
-intorno, come per sorprendere un oggetto e riposarvi
-il pensiero incerto; quindi, dopo i tre
-inchini, chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Desiderano?
-</p>
-
-<p>
-— Un regalo per nozze.
-</p>
-
-<p>
-— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
-</p>
-
-<p>
-Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
-</p>
-
-<p>
-Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque
-d'accordo a spendere poco in cosa che desse
-apparenza di molta spesa, erano discordi nel dono
-da scegliere.
-</p>
-
-<p>
-— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro,
-per la sposa? — suggerì primo Bonariva; quantunque
-poco lieto lui stesso della proposta.
-</p>
-
-<p>
-— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-ai parenti cotesti regali da buona famiglia! Tocca
-alle amiche della sposa.
-</p>
-
-<p>
-— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
-</p>
-
-<p>
-— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca....
-Da trecento lire a quindici. Vedano.... — Così
-dicendo il commesso accennava a quelli
-da trecento lire.
-</p>
-
-<p>
-— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi,
-intanto che Bonariva disapprovava col capo.
-</p>
-
-<p>
-— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche
-a Sandri, e costavano poco.
-</p>
-
-<p>
-— Osservo — disse Bonariva — che i vasi
-sono pericolosi....
-</p>
-
-<p>
-— Già, se vanno in terra....
-</p>
-
-<p>
-— No, non per questo! Chi non sa che cosa
-regalare, regala due vasi, sempre: c'è il pericolo
-d'una combinazione.
-</p>
-
-<p>
-Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora
-mutò consiglio.
-</p>
-
-<p>
-— Prendiamo uno specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
-</p>
-
-<p>
-— Ma bello; per il salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Che! Non son gente da salotto!
-</p>
-
-<p>
-— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello
-con l'utile — mormorava Sandri.
-</p>
-
-<p>
-E a lui il commesso:
-</p>
-
-<p>
-— Un <i>nécessaire</i> da viaggio?... Un <i>lavabo</i>?
-</p>
-
-<p>
-— No, no. — Bonariva insisteva per qualche
-cosa di più utile e di meno comune.
-</p>
-
-<p>
-— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-di moda; servono a tanti usi! Guardino questo:
-dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva
-scoteva il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Costa? — domandò Sandri.
-</p>
-
-<p>
-— Ottanta lire!
-</p>
-
-<p>
-— Ahi!
-</p>
-
-<p>
-— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte?
-un portabiglietti?
-</p>
-
-<p>
-— Io torno alla mia prima idea — Sandri
-disse —: un bell'album con i nostri ritratti....
-</p>
-
-<p>
-— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in
-tentazione — fece Bonariva, mentre Guizzi, per
-gusto suo, maneggiava e considerava un bastone
-dal pomo cesellato, e diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi che non l'abbiano un album?
-</p>
-
-<p>
-— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse
-Bonariva. Quand'ecco, a sollevare o a
-distrarre la pazienza del commesso, entrò una
-signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso,
-con un'aria di tacito e vicendevole rimprovero;
-finchè uno chiese a un secondo giovane
-del negozio:
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è quell'affare là, di vetro?
-</p>
-
-<p>
-— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo!
-Se vuole....
-</p>
-
-<p>
-— No, no! È troppo bello!
-</p>
-
-<p>
-Guizzi adesso mormorava:
-</p>
-
-<p>
-— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi
-a sì bella idea fosse possibile il consenso
-degli amici!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ohibò!...
-</p>
-
-<p>
-— Si regalano alle signore che non si maritano,
-i ventagli!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque?
-</p>
-
-<p>
-Parlava il giovine:
-</p>
-
-<p>
-— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
-</p>
-
-<p>
-— Cioè?
-</p>
-
-<p>
-Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
-</p>
-
-<p>
-— Dodici posate d'argento Christofle...?
-</p>
-
-<p>
-— Troppo, troppo!
-</p>
-
-<p>
-— Sei, allora....
-</p>
-
-<p>
-— Poco: troppo poco!
-</p>
-
-<p>
-— Poi le avranno già le posate! — Sandri
-ripeteva.
-</p>
-
-<p>
-Proseguiva il commesso:
-</p>
-
-<p>
-— Oggetti di <i>toilette</i>? Candelabri?...
-</p>
-
-<p>
-— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine,
-contento. Se non che Guizzi si mise a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E
-al commesso che proponeva: — Un orologio?
-una <i>sveglia</i>? —, rispose: — Da <i>sveglia</i>
-farà la sposa: non dubiti!
-</p>
-
-<p>
-Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che
-quando cominciava non la smetteva più. Disse
-Bonariva:
-</p>
-
-<p>
-— Prendiamo un organetto, o un'armonica per
-calmare la signora dopo la luna di miele!
-</p>
-
-<p>
-A che Guizzi:
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe meglio un revolver!
-</p>
-
-<p>
-Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-i colleghi ad essere seri. Anche, li rimproverò:
-</p>
-
-<p>
-— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto
-allo sposo che cosa gradirebbe....
-</p>
-
-<p>
-Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole
-sventure; non le grandi, le quali abbattono
-quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
-accordo.
-</p>
-
-<p>
-— Che volete farci? — mormorava la signora
-Clotilde dinanzi al terzo «servizio da caffè» e
-alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
-a cattiva fortuna, figlioli!
-</p>
-
-<p>
-Disse finalmente Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia;
-fingere che niente sia; se no, ci metteranno
-su le ventole!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè
-si meraviglino meno — disse la Gigia, finalmente.
-</p>
-
-<p>
-Non era possibile, infatti, nascondere i due
-primi servizi, il donatore e la donatrice essendo
-invitati alla colazione; e non volendosi
-sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva,
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-al confronto, magnifico. Per suprema ironia
-era magnifico!
-</p>
-
-<p>
-Nè il domani mattina alla funzione nuziale,
-in chiesa prima e dopo al municipio, fu alcuno
-che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
-troppo smorta, non ne ammirasse la commozione
-del solenne ufficio che si compieva, il
-verginale panico per il solenne sacrificio a cui
-era condotta, il trepido cuore per l'amore che
-la beava: nessuno ci fu che pensasse a un estraneo
-disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
-insistente, la visione d'un collegio di chicchere
-vigilate da matrone, che erano le caffettiere
-e le zuccheriere. Quanto allo sposo,
-avanti di arrivare a casa, rivelò a un testimonio
-una sola causa di cruccio: l'ingratitudine del
-conte.
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni
-che lavoro per lui senza aumento di stipendio!
-</p>
-
-<p>
-— Pensate — aggiungeva — che ogni volta
-che capitava in ufficio era sempre lì a dirmi:
-«Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo
-la corbelleria?»
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è adesso? — chiese uno.
-</p>
-
-<p>
-— A Firenze col maestro di casa, che mi promise
-di rinfrescargli la memoria.... Ma sì!...
-</p>
-
-<p>
-Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti
-uguali i nobili! — L'altro, moderato,
-tacque.
-</p>
-
-<p>
-Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ora vedrete i tre «servizi»!
-</p>
-
-<p>
-Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a
-ridere: anche la sposa e la mamma; anche gli
-invitati che attendevano, e quelli che sopraggiunsero;
-toltane, s'intende, la vecchia amica signora
-Tecla, a cui il suo servizio sembrava
-il più brutto dei tre, e s'arrovellava a valutare
-gli altri due.
-</p>
-
-<p>
-— Che caso! — Oh che caso!
-</p>
-
-<p>
-— Sono casi però che fanno rabbia — disse
-lo zio materno.
-</p>
-
-<p>
-— Son brutti scherzi del destino! — esclamò
-un secondo. — Una cosa che non si crederebbe! — borbottava
-un terzo; di guisa che l'ilarità
-diveniva compianto sincero nell'attesa della
-colazione.
-</p>
-
-<p>
-— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Chi manca?
-</p>
-
-<p>
-Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido,
-sorridente, senza peli, con una impressione di
-maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
-zio Tarabusi.
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva
-alle presentazioni, dopo aver baciata
-su la fronte la sposa, la «cara figliola» — Oh
-caro: oh! carissimo! — diceva a quelli
-che conosceva. — Tanto, tanto piacere! — ripeteva
-alle nuove conoscenze.... Finchè diede
-una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'!
-quante chicchere! Pare un reggimento di fanteria....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la
-storia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto
-prevedere.... Oh senti — aggiunse con quella
-sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
-Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...:
-alle dieci e trenta per Modena....
-</p>
-
-<p>
-— Come?
-</p>
-
-<p>
-Più piano:
-</p>
-
-<p>
-— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma..., zio....
-</p>
-
-<p>
-— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti
-sono odiosi.
-</p>
-
-<p>
-— Creda....
-</p>
-
-<p>
-— Dovevi avvertirmi!
-</p>
-
-<p>
-Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra
-gli altri.
-</p>
-
-<p>
-— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi....
-Mi scusino.... Debbo partire.... per
-Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
-questi signori....
-</p>
-
-<p>
-— Rimanga, zio!
-</p>
-
-<p>
-— Resti, signor Tarabusi!
-</p>
-
-<p>
-— Diavolo!..., signor Tarabusi!
-</p>
-
-<p>
-.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei
-auguri!
-</p>
-
-<p>
-— Due confetti, zio....
-</p>
-
-<p>
-— Grazie....
-</p>
-
-<p>
-— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...?
-Offrire il caffè a lui (in quale delle chicchere?)
-sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-non avesse compatito il nipote come uno che
-avendo preso moglie aveva perduta la testa, e
-se Gustavo non si fosse corretto subito:
-</p>
-
-<p>
-— Un <i>cognac</i>, almeno...?
-</p>
-
-<p>
-— Bevo di rado <i>cognac</i>... Grazie.... Un'altra
-volta, caro. Addio! riverisco! addio! Stiano bene....
-tutti! — E con un nuovo inchino e un: — Evviva
-gli sposi! — quel Tarabusi se ne
-andò.
-</p>
-
-<p>
-.... La colazione nondimeno procedè benissimo.
-Vini e liquori dissiparono ogni ombra dall'anima
-della sposa, rapirono allo sposo il ricordo
-dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron
-giocondità e malizia nelle giovani donne;
-suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
-Quando, d'improvviso, squillò il campanello.
-Chi mai?
-</p>
-
-<p>
-Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo
-correva alla porta gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il
-regalo?... — Il conte!... — Il conte.... senza
-dubbio!
-</p>
-
-<p>
-— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino
-dell'agenzia che veniva a deporre una cassetta.
-</p>
-
-<p>
-— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto
-<i>fragile</i>; la sposa vi teneva lo sguardo smorto.
-</p>
-
-<p>
-— Presto! un martello, un coltello! — Con una
-lama da interporre alle assicelle del coperchio
-Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
-socialista gridava:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
-</p>
-
-<p>
-— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone
-moderato. — E di cuore!
-</p>
-
-<p>
-— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita:
-ecco tutto! — osservava un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Non dico; ma....
-</p>
-
-<p>
-— Viva il conte! Viva il conte!
-</p>
-
-<p>
-<i>Crac</i> fece l'assicella allo sforzo di Gustavo.
-Allora tutti tacquero, ansiosi, nell'attesa che la
-cassa fosse aperta interamente. Ma perchè la
-cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza
-col socialista, quasi a un vicendevole ridevole
-dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
-adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè
-il testimonio moderato fumava in fretta guatando
-alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
-tenevan gli occhi su la sposa come temessero
-d'uno svenimento? Quale idea uscita di mente
-alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
-a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso
-di chi più avrebbe dovuto esser felice il terrore
-d'un malefizio, e accendeva negli occhi degli
-altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava
-un destino assurdo o tremendo su quella
-cassa, su quelle anime?...
-</p>
-
-<p>
-Lo sposo — <i>crac</i> — con l'angustia di quando,
-ancora in preda a un sogno funesto, si ricorre,
-nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto il coperchio....
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="eldorado"></a>
-Dall'Eldorado.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la
-scarsa barba, dalla tavola a cui sedeva Polla
-guardava a quanto poteva scorgere del temporale.
-Passavano di furia i nuvoloni neri: uno
-ne dilacerò un fulmine. E cominciava a piovere;
-nè ancora cessava il vento che faceva
-sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
-</p>
-
-<p>
-«Oh portasse via la bufera anche la casa!
-Una tempesta enorme rovesciasse Roma e tutte
-le città d'Europa! Un ciclone rovinasse, magari,
-il mondo!»
-</p>
-
-<p>
-Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini
-come fratelli e pel quale i borghesi sfruttatori
-e capitalisti erano non uomini ma belve — si
-arrovellasse così, in un desiderio di distruzione,
-per malanimo o per teoria socialista o
-per lotta di classe: no, no; solo risentiva lui
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-stesso di quel turbamento elettrico e meteorico
-e, per di più, gli sommoveva pensieri neri come
-le nuvole, che si aggrappavano nel cielo di contro,
-un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora
-infatti in cui i borghesi andavano a desinare,
-egli restava alla tavola deserta, perchè già pioveva
-e non aveva ombrello e perchè non aveva
-un soldo in tasca e non sapeva qual trattore
-potesse più accoglierlo a credito. Fino a quando?...
-Ah che appetito! In verità, quel giorno
-sarebbero appena bastate al suo desiderio una
-porzione di spaghetti, una di lesso, una di vitello,
-una di fragole e una bottiglia di barolo, il
-vino che prediligeva.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava
-nella camera con tal impeto e abbondanza che
-il buon Polla finalmente si alzò per chiudere
-i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più
-densa, opaca, precipitasse, abbattuta da una ventata,
-giù, alla volta della sua finestra.... Una
-nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
-cannone e non era una nuvola: un corpo strano,
-solido, straordinario: un enorme animale!...
-Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
-scampare alla parete, che già piombava nella
-camera: vi cadde con un tonfo profondo su
-l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
-</p>
-
-<p>
-Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso?
-Era un misterioso involto, che, come cosa
-morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
-però dal primo spavento, invece d'invocare
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-soccorso, il socialista tacque, avanzò; retrocedette.
-Non era un condor, non era un'aquila,
-non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali
-che s'erano raccolte al cessare del volo,
-l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
-le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò
-di nuovo e ruppe in un'esclamazione di meraviglia
-alla vista di sì fatti piedi e di cosifatte
-gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio,
-una donna volante! Una creatura umana,
-immota, svenuta o morta al suolo della sua
-stanza!
-</p>
-
-<p>
-Con che cuore egli la volse supina e ne udì
-battere il cuore (era un uomo)! Con che cuore
-si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
-viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo
-spogliato delle fine e seriche ali e della giubba
-cui stavano connesse! Un uomo non calvo! I
-capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte
-e la lunga e gentile barba non scemavano giovinezza
-all'aspetto venerabile; e tutta la persona
-incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo
-paragonarlo a un angelo, in cui non credeva,
-il positivista Polla lo paragonò a Adone, se
-pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto
-il sangue al cuore con massaggio; ne
-spruzzava d'acqua il volto; finchè sospirarono
-entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza,
-e l'uomo che aveva salvato un fratello,
-quantunque volante.
-</p>
-
-<p>
-Polla disse subito:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Good day!</i>
-</p>
-
-<p>
-No. Era biondo, ma non inglese.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Guten abend!</i> — Non tedesco.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bonjour, monsieur!</i> — Non francese.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Buenas dies, caballero!</i> — Non spagnolo.
-</p>
-
-<p>
-Ricordandosi infine di essere italiano, Polla
-fece, cortesemente:
-</p>
-
-<p>
-— Ben arrivato!
-</p>
-
-<p>
-D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da
-prima incerti quali d'uno che davvero sia cascato
-dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
-melodiosa incomprensibile parola; poi contorse
-la bocca a pronunciare una parola di
-lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
-</p>
-
-<p>
-— Volapuk?...
-</p>
-
-<p>
-— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi
-aveva presa l'abitudine di parlare a voce alta. — Oh,
-oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
-Non ha attecchito da noi! Non importa.
-A poco a poco, fratello, c'intenderemo lo stesso!
-E, ditemi....
-</p>
-
-<p>
-Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista,
-o per il dolore della caduta, o per lo sfinimento
-di cui era prova il pallido viso, l'infelice
-forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con
-uno sforzo supremo non avesse rialzato il capo,
-e stringendo all'estremità le dita della destra,
-non avesse portata due volte la mano alla bocca
-mentre lo sguardo aiutava l'espressione del
-gesto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto!
-Anch'io ho fame! Ma io non posso
-offrirvi che un bicchier d'acqua!
-</p>
-
-<p>
-Quasi indovinasse le condizioni economiche
-dell'ospite, l'altro affrettava un segno della mano
-verso l'involucro rimasto sul pavimento. E
-Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi
-dell'arnese (fosse corpetto o giubba) eran fisse
-le ali, egli avvertì subito due bisacce; nè esitò
-a introdurvi la mano, quantunque il forestiero
-già accennasse di tastar più in basso. Ma...,
-e là cosa c'era? Sentiva un peso non lieve, come
-di ciottoli, e per accertarsi se era o no la
-zavorra, introdusse la destra. Questa volta Polla,
-che non credeva in Dio, che credeva solo nel
-«fattore economico», esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono
-sassi! — Che cosa erano? Che cosa erano?
-</p>
-
-<p>
-Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno!
-Ma realtà! Un miracolo! Diamanti! smeraldo!
-rubini! oro! Fu tale la meraviglia di
-Polla che attese a lungo prima d'accorgersi come
-l'infelice girasse e chiudesse gli occhi, e
-sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il
-misero aveva volto il cenno, l'ospite trovò un
-grazioso vasetto piccolo piccolo, che quasi si
-aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
-Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico
-a ristorare d'un tratto dal profondo del
-cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia offerse
-il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-e luminoso sorriso; e per riposare reclinò il capo
-e chiuse gli occhi, non più alla morte, ma
-al sonno.
-</p>
-
-<p>
-Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto
-il naso, presente alla gola l'«estratto» ch'effondeva
-quel profumo saporito, ineffabile; eppure
-non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui,
-per tornare all'involucro volatile. Nè riusciva a
-persuadersi che non sognava; la zavorra era
-tutta quanta di gemme preziose! E se poteva
-ingannarsi intorno alla qualità e al prezzo d'alcune
-delle pietre, su altre non s'ingannava certo.
-Convinto, alla fine, le depose tutte in terra,
-in un mucchio, e stette a contemplarle. C'era
-proprio da impazzire; tanto più che la fatica
-della contemplazione accresceva la debolezza del
-digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar
-dell'«estratto»! Solo quando si sentì
-venir meno, allora prese un pizzico di polvere
-dal vasetto, e parendogli néttare o ambrosia
-ne prese un secondo, eppoi un terzo, eppoi
-un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe
-nausea; che quella roba era troppo sostanziosa
-e focosa. Ma sublime! ma incomparabilmente
-migliore d'ogni nostro più squisito cibo!
-Inoltre, a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue,
-come per un eccitante liquore, e una gran
-fretta e lucidità di idee e una gran letizia nell'animo.
-</p>
-
-<p>
-— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando
-alle gemme per raccoglierle e metterne nella
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non
-le teneva in conto di ciottoli ed era un borghese?
-Ebbene, in tal caso, éccogli restituita la sua
-zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno smeraldo
-per far moneta, per esercitare secondo
-conveniva gli uffici dell'ospitalità e provvedere
-da pranzo non a sè, che non aveva più fame
-e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite,
-che tra poco si sveglierebbe e avrebbe
-fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo dalla
-strana visita contraeva obbligo di gratitudine,
-di amicizia, di compenso al disturbo.... Lui,
-Polla, si prendeva dunque uno smeraldo. Una
-cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino
-da non ringraziarne nemmeno la Provvidenza,
-quand'anche un socialista marxista e inscritto
-al partito avesse potuto ammettere la
-Provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro
-come mai in vita sua, se al limitare non
-l'avessero trattenuto queste domande: Lo smeraldo
-non era troppo grosso e non susciterebbe
-ingiusti sospetti nel gioielliere? Qualcuno non
-aveva forse visto entrar là l'uomo volante? Aveva
-questi un foglio di via? Non ne sapevan
-nulla le guardie di pubblica sicurezza?
-</p>
-
-<p>
-Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba
-e ali; osservò meglio il piccolo e semplice
-congegno di molle riposte tra seta e fodera e
-provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili
-tentativi s'avvide che il congegno era guasto;
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-forse irreparabilmente guasto! Gli bisognava restare
-a terra, restar a Roma. Rassegnandosi,
-Polla sostituì al grosso smeraldo un men grosso
-rubino, e dimenticandosi, non di mettere questo
-in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
-pieno di gratitudine stette a considerare il
-forestiero che dormiva dolcemente, senza russare;
-ad ammirare quell'uomo la cui bellezza assumeva
-a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra
-mai.
-</p>
-
-<p>
-Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio,
-lor due, quantunque Polla avesse il naso un
-po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
-fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura
-e rossiccia, e l'altro una barba aurea, fine e
-copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
-Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e
-l'altro indossasse sandali, calzoni e maglia di
-un'ignota materia che aderiva alle membra e
-le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla
-sembrava di vedere se stesso elevato a una razza
-superiore, o sè stesso trasferito in un secolo
-di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo,
-uscì e discese. Si era già accertato che
-aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno
-a casa con una sporta gravida di vettovaglie
-e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
-costretto a sedersi sul primo gradino della scala
-per riacquistar lena e rimettersi in equilibrio.
-Alla testa gli si era diffuso lo spirito di quello
-squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi,
-stentava e soffriva a digerirne la parte
-soverchia, e l'intestino già cominciava a dolersi
-di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa.
-Però, consapevole dell'ebbrezza, Polla non
-dubitava di non ragionare; anzi credeva di ragionare
-benissimo, e ora guardando alla bottiglia,
-ora premendo col braccio il petto e il portafogli,
-vedeva naturale quella sua avventura
-quasi inverosimile; gli pareva la cosa più
-semplice del mondo che un uomo volante fosse
-stato portato da una corrente aerea fino a Roma
-e spinto proprio dentro la sua finestra;
-giudicava agevole ottenere in dono dall'ospite
-metà almeno delle pietre; pensava che dopo
-ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista
-e che se non gli riuscisse d'arrivare,
-per una via o per l'altra, al paese di quel signore,
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-potrebbe vivere allegramente, conservatore
-o borghese, anche in Europa. E i compagni?
-e la promessa fede? e l'aiuto al partito?
-e la teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica?
-e tutti i problemi economici e sociali? Sciocchezze!
-Adesso un problema solo aveva da risolvere:
-in che modo salirebbe fin lassù alla sua
-stanza, al quarto piano, ahi, con la testa in giro
-e le viscere commosse.
-</p>
-
-<p>
-Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero
-sane e salve la sporta e la bottiglia; e lui, senz'altro
-male che dolori forti come morsi. Ma
-allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere
-dentro la camera. Aperto che ebbe, lo straniero
-gli venne incontro con viso di giocondità cordiale
-e con graziosi inchini.
-</p>
-
-<p>
-— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi
-su d'una seggiola. — Io invece sono rovinato!
-Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni! — Quindi
-premendosi con le mani: — Oh che
-male allo stomaco! — aggiungeva. — Oh che
-male alla pancia!
-</p>
-
-<p>
-— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro,
-che non essendo tanto afflitto dalle doglie dell'amico
-quanto studioso d'apprenderne e ritenerne
-il linguaggio, indovinava dagli atti il significato
-di quelle parole.
-</p>
-
-<p>
-— Se provassi — continuava Polla — se provassi
-a mandar giù un po' d'acqua, o un sorso
-di barolo?...
-</p>
-
-<p>
-— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-alla forma della bottiglia la sollevava e la
-sturava lui stesso.
-</p>
-
-<p>
-Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro.
-Sorseggiando un mezzo bicchiere lo straniero
-ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
-portò una mano al cuore per troppa dolcezza,
-quale un uomo che non avesse mai gustato
-vino.
-</p>
-
-<p>
-— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava,
-meglio che a parole, a cenni. — Tanto,
-io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
-compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Da qual paese veniva quel signore così intelligente
-che subito coglieva il significato dei cenni
-e delle parole e con meravigliosa facilità
-fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo
-così straniero che al veder le fragole e le ciliege
-fuori della sporta, rimase come resterebbe
-uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse
-più che cocomeri!
-</p>
-
-<p>
-Non si descrivono neppure le espressioni delle
-labbra, degli occhi e dell'armonico eloquio
-con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato
-di trovar sì buone quelle fragole così piccole.
-Anche, non gli spiacque il <i>roastbeef</i>; benchè
-da prima quasi gli repugnasse e benchè
-non ne mangiasse più di mezza fetta. Ma le
-ciliege a dirittura lo deliziarono, lo fecero ingordo
-al punto da ingoiarne il nocciolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-</p>
-
-<p>
-Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava
-di mangiare senza complimenti, di mangiar tutto
-e mormorava:
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe che costui non è avvezzo che
-agli estratti e ai peptoni chimici.
-</p>
-
-<p>
-Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè
-l'altro diede a conoscere che non solo era
-sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
-cortese, dopo, dimandò:
-</p>
-
-<p>
-— Stomaco?... Pancia?...
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto
-era cessata, non il male.
-</p>
-
-<p>
-Per passare il tempo e arricchire la sua cultura
-l'uomo volante cominciò allora a toccare
-questa o quella cosa, rallegrato o stupito dalla
-forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di
-richiesta gli diceva Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì,
-la brocchetta dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!...
-Il letto, appunto, da dormire! Questo?...
-Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
-</p>
-
-<p>
-A che l'altro, con prontezza di lingua e di
-memoria, riepilogando:
-</p>
-
-<p>
-— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua;
-sedia; letto da dormire; comò da tenervi i vestiti
-chi ne avesse.
-</p>
-
-<p>
-Era proprio un brav'uomo, oltre che bello;
-e da qualunque parte fosse giunto, per l'ingegno
-che aveva non poteva essere che un socialista.
-Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite
-declinò il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io ho nome Polla, e voi?
-</p>
-
-<p>
-— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
-</p>
-
-<p>
-— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio,
-finse che uno lo chiamasse «Polla!», e
-finse di rispondere: «Eh?»
-</p>
-
-<p>
-— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo
-compreso bene.
-</p>
-
-<p>
-— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la
-mia ospitalità e i miei servigi! — Polla disse,
-mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
-senza prevedere che dopo questo atto l'altro
-correrebbe al catino a lavarsi. Certamente in
-quel paese non usavano salutarsi in tal modo
-contrario all'igiene.
-</p>
-
-<p>
-.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di
-lingua vi s'intrattenevano da quasi un'ora,
-quando Edon, non avendo peranche finito di ridere
-a veder Polla che accendeva una candela,
-s'abbandonò sul letto e in puro italiano lamentò:
-</p>
-
-<p>
-— Oh che male allo stomaco! Oh che male
-alla pancia!
-</p>
-
-<p>
-Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli
-non era uso che ai cibi chimicamente ridotti,
-e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
-cibo nostrano.
-</p>
-
-<p>
-Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati,
-eppur lieti di cominciare a intendersi
-e di poter chiacchierare? con le interruzioni di
-gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima
-d'addormentarsi Polla ebbe appreso come
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
-volavano, e come era stato rapito dal vento.
-E poichè i giornali avevano preannunciato un
-ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente il
-socialista pensò che l'amico proveniva da una
-qualche terra d'America; la quale, abbondando
-di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini, diamanti
-e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
-</p>
-
-<p>
-— Ero infelice — mestamente rispose Edon,
-e rilevò gli occhi dal vocabolario italiano-volapuk
-che Polla, la mattina, gli aveva portato
-a casa e da cui egli in due ore aveva imparato
-quanto linguaggio basterebbe a certi eruditi
-professori per uso domestico se non universitario.
-</p>
-
-<p>
-Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non
-potendo credere che in un paese dove per le
-vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
-quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi,
-nè che dove gli uomini volavano ci fossero tiranni
-e mancasse la libertà, pensò che qualche
-terribile sventura, fuori dell'ordine economico e
-politico, avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-più che un fratello; e si propose di tenerlo
-allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
-nascondergli i guai della nostra vita civile.
-«Edon ha cuore — diceva fra sè —; ha l'intelligenza
-di un uomo perfetto; dunque per non
-affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le
-carneficine internazionali e i resoconti dei Parlamenti,
-abolisco i giornali quotidiani!» Gli premeva
-insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
-per volare, l'amico non scappasse per
-ferrovia appena fosse deluso e stanco del vecchio
-mondo e dopo che si fosse accorto del pregio
-che vi hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini
-e anche i pezzi d'oro.
-</p>
-
-<p>
-Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che
-Edon non apprendesse mai il potere delle gemme
-e dei quattrini in cui Polla le convertiva;
-e da bravo amico Polla ci si provò, recandosi
-lui solo dai gioiellieri con una o due pietre
-alla volta e piccine, e pagando di nascosto i
-conti all'albergo nel quale s'erano trasferiti.
-Ma presto l'altro volle andare in tram, dove
-curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
-</p>
-
-<p>
-— Non usano questi da voi? — chiese l'amico
-con faccia tosta, mostrandogli le monete.
-</p>
-
-<p>
-Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre
-l'ordinamento economico della sua patria. Ivi
-i quattrini non usavano più da secoli, perchè
-vi abbondavano i frutti della terra da cui la
-scienza chimica traeva e riduceva gli alimenti;
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo necessari
-alle arti e alle industrie, sì che ciascuno
-viveva secondo il proprio bisogno e secondo il
-proprio desiderio.
-</p>
-
-<p>
-Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere
-un colpo di mazza sulla testa.
-</p>
-
-<p>
-— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete
-la realtà dell'ideale socialista, ma anche dell'ideale
-anarchico!
-</p>
-
-<p>
-— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo
-il vocabolario, — Ideale anarchico? —; e
-intanto Polla ricorreva alla difficoltà più grande
-che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua
-fede.
-</p>
-
-<p>
-— Dite, dite — domandò: — in che modo vi
-regolate, voialtri, per la misura del lavoro?
-</p>
-
-<p>
-Edon non comprendeva e stava per chiedere
-più ampia spiegazione, quand'ecco uscì lui pure
-in un oh! di meraviglia, perchè scorse scintillare
-la mano di una <i>cocotte</i> che avevano di
-fronte.
-</p>
-
-<p>
-Il socialista era divenuto di bragia in volto,
-non per pudore. Susurrò in fretta all'orecchio
-dell'amico:
-</p>
-
-<p>
-— È un brillante falso!... È una <i>cocotte</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso
-in altre mani senza guanti, oro e smeraldi, e
-fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
-per ornamento, avevano un pregio, e se avevano
-pregio gli anelli, ne avevano anche le
-pietre; e se per andare in tram erano necessari
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-i soldi, più soldi dovevano essere necessari
-per adornarsi mani e orecchie.... In conclusione,
-Polla dovette chiedere l'ordinamento
-finanziario ed economico del nostro sciagurato
-paese, e, quasi fosse una bella cosa, permettere
-all'ingenuo fratello di tornare a casa perchè
-voleva pietre da cambiare subito in valute!
-</p>
-
-<p>
-Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo
-da parte per sè alcuno dei brillanti più grossi!
-Che colpa essere troppo onesti!
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di
-un bambino, nè avvertì altri guai dopo quello
-della moneta. Anzi per le strade e per le piazze
-manifestava una giocondità, una meraviglia,
-una beatitudine a cui era difficile trovare confronto.
-Si meravigliava e godeva come noi
-quando fossimo trasportati d'improvviso in una
-illustre città al periodo splendido del Rinascimento
-e vivendo di quella vita, per noi oggi
-storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione
-per cui il passato ci sembra più bello
-del tempo presente, e di quella età conoscessimo
-i beni senza conoscerne male alcuno. Ora
-attonito, ora ilare, ora meditabondo a cercare
-la ragione di una cosa e, trovatala, giulivo ed
-entusiasta, Edon non si stancava di correr qua
-e là sebbene non fosse avvezzo a girar molto
-e quantunque tanto frastuono di ruote e di carri
-lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la
-vista delle signore, così eleganti negli abili diversi;
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-così agili e provocanti nelle forme; così
-facili al sorriso nel salutare; così flessuose
-nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel
-sogguardare, nel porgersi allo sguardo altrui.
-Commentando l'ammirazione sua propria, che
-le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte
-parole riferiva all'amico che nel suo paese
-ragioni di pubblica salute avevano privata
-di grazia la donna abolendo busti e cinture, e
-che l'igiene v'imponeva una sola e pallida tinta
-nelle stoffe, e, che, per di più, il perfezionamento
-della specie aveva condotto il genere femminile
-a quasi un sol tipo; onde qua da noi
-gli piacevano fin le brutte. Ma quasi non minore
-diletto gli dava la vista dei cavalli, il
-nobile e mite animale espulso d'Eldorado dal
-progresso meccanico.
-</p>
-
-<p>
-— Non ci avete nemmeno asini? — domandò
-Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
-</p>
-
-<p>
-Più resistenti, di asini ne restava qualcuno
-anche là. E i tram?
-</p>
-
-<p>
-I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto
-nuovi, ricordandosi d'averne visti, sebbene costruiti
-meglio, nella sua fanciullezza.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le
-impressioni ch'egli riceveva dalla vita multiforme
-e molteplice della grande città; dai monumenti
-storici per noi e quasi preistorici per
-lui; dalle case e dai palazzi moderni per noi e
-per lui antichi: basti affermare che un ragazzo
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-venuto di campagna o un barbaro si sarebbe
-divertito meno.
-</p>
-
-<p>
-Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare
-quella che per Edon medesimo ebbe Polla.
-Il quale, non potendo accontentare l'amico desideroso
-di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri
-o di un ufficiale di cavalleria, il giorno
-dopo fu costretto a istruirlo intorno agli eserciti
-permanenti e a rivelargliene i danni con
-non poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni
-europee.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio
-(oh che disposizione alle lingue!) ribattè che
-quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
-saggia. Aggiunse press'a poco:
-</p>
-
-<p>
-— La guerra è nella natura delle cose, degli
-animali e degli uomini; ma noi d'Eldorado, che
-abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
-natura. Miseri noi!
-</p>
-
-<p>
-Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse
-nelle spalle e si limitò a ripetere che gli eserciti
-costavano troppo.
-</p>
-
-<p>
-Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso
-che nel costo delle cose, cioè nel comprare e
-nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
-attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava
-che il lavoro a salario fosse proficuo alla
-«produzione» e alla vita d'un popolo; e ragionava
-press'a poco così:
-</p>
-
-<p>
-— Chi spende di più, è più forte! Chi è più
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-forte, è più potente! Chi è più potente, è più temuto!
-Chi è più temuto è più glorioso! Chi è
-più glorioso, è più contento! Beati gli europei!
-beati voi, o italiani!
-</p>
-
-<p>
-Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi,
-tacque; finchè disse:
-</p>
-
-<p>
-— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate
-da voi per lo scambio dei prodotti? Mi
-spiego: voi che professione esercitavate laggiù...,
-o lassù?
-</p>
-
-<p>
-— Il giardiniere.
-</p>
-
-<p>
-— Bella professione! Ma che regola avevate
-nel dare i fiori in cambio o dei cibi o dei vestiti
-o degli ordigni per volare? Che regola vi
-hanno tra loro i commercianti, i professori, gli
-operai?
-</p>
-
-<p>
-Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose
-Edon:
-</p>
-
-<p>
-— L'educazione.
-</p>
-
-<p>
-— L'educazione? — urlò Polla.
-</p>
-
-<p>
-Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione
-non richiedevano più del ragionevole
-negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
-il floricultore, non avrebbe mai voluto da un
-meccanico più d'un paio d'ali, o più d'una poesia
-da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
-rose azzurre.
-</p>
-
-<p>
-«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado
-sono a tal punto?» In che modo avrebbe
-dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle
-belle apparenze della nostra società un uomo
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-disgraziato senza dubbio in famiglia, ma allevato
-in una società così perfetta?
-</p>
-
-<p>
-— A parte le disgrazie domestiche — mormorò
-il socialista, prima uso a sbraitare, — quali
-cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
-</p>
-
-<p>
-Non l'avesse mai detto!
-</p>
-
-<p>
-— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso
-in viso quale non era stato mai. — Felici in
-un paese dove il valore delle cose è determinato
-dall'educazione? dove la ricchezza non è
-premio alla fatica? dove non si lavora per guadagnarsi
-il pane col sudore della fronte? — Si
-arrestò mormorando a sua volta qualche parola
-del suo armonioso linguaggio: forse bestemmie,
-forse insolenze; poi, data un'occhiata
-al vocabolario per rimettersi, riprese: — In
-Eldorado è sconosciuto il piacere d'adempiere
-i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
-battagliero dell'uomo vi si è perduto!
-Mentre voi avete fino i re, i presidenti di repubblica,
-i pontefici, noi non abbiamo nemmeno
-i <i>policemen</i>! Oh sì.... la felicità degli uomini
-è nella disuguaglianza economica, civile,
-morale!
-</p>
-
-<p>
-«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva
-le labbra; e taceva. Egli, che amava le polemiche,
-era costretto a non discutere, per paura
-di disgustar l'amico; era costretto a non svelare
-i mali segreti della nostra misera civiltà. «È
-matto da legare!»
-</p>
-
-<p>
-La sorpresa e la paura del bravo socialista
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-scemavano solo al pensiero che un ignoto dramma
-domestico avesse turbate le facoltà mentali
-dell'amico.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma
-alla sua sentenza. E allora Polla, non
-ostante il suo prudente proposito, non potè non
-sorridere e non dire:
-</p>
-
-<p>
-— Io però credo che in Eldorado non si stia
-male come voi dite. Vorrei andarci!
-</p>
-
-<p>
-L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che
-non scherzava, rimase triste e silenzioso. Non
-parlò più sino a che non rientrarono all'albergo;
-dove, abbandonando il vocabolario, parlò
-per chiedere:
-</p>
-
-<p>
-— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece
-con la mano un gesto che significava il cervello
-andato a rovescio.
-</p>
-
-<p>
-Polla comprese.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il
-pazzo sono io che non voglio affliggerlo; che
-ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non
-lo condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
-</p>
-
-<p>
-Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-che l'amico doveva avere avuta una terribile
-sventura e che ora sapeva quante pietre
-componevano il gruzzolo, non lo conduceva
-nemmeno ai teatri ove si rappresentavano o i
-drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da
-far ammattire i savi.
-</p>
-
-<p>
-— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
-</p>
-
-<p>
-E Polla:
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono robusto come voi. Giriamo
-troppo il giorno, e mi vien sonno presto.
-</p>
-
-<p>
-Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure
-egli promise che se dessero l'<i>Albergo del libero
-scambio</i>, ve lo accompagnerebbe.
-</p>
-
-<p>
-Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna
-vagavano per le strade udirono avanzare
-una sinfonia lemme lemme e videro crescere,
-in distanza, la folla. Polla subito cercò
-trar via seco l'eldoradese. Ma questi, al contrario,
-desiderava sapere che cosa ci fosse da
-vedere.
-</p>
-
-<p>
-— No....; andiamo! Non è uno spettacolo
-per voi.
-</p>
-
-<p>
-— Che è? che è?
-</p>
-
-<p>
-Rispose un signore molto gentile:
-</p>
-
-<p>
-— Un trasporto....
-</p>
-
-<p>
-— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico
-che lo tirava per la giacca.
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora.
-Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-Ma fu peggio di prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-</p>
-
-<p>
-— All'ultima dimora?...
-</p>
-
-<p>
-Arrabbiandosi, Polla esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Al cimitero: non capite?
-</p>
-
-<p>
-E il signore:
-</p>
-
-<p>
-— È un patriotta che una polmonite ha ucciso
-in tre giorni.
-</p>
-
-<p>
-E Polla, con ira già sarcastica:
-</p>
-
-<p>
-— Non usano le polmoniti da voi?
-</p>
-
-<p>
-Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni.
-Anzi, alla richiesta se in Eldorado si godesse
-buona salute, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua
-pura come l'aria. Poi ai piedi del nostro monte
-il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
-continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire
-le nostre piccole e rare indisposizioni e a
-trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
-ci basta mutare residenza e volare di qua
-o di là.
-</p>
-
-<p>
-— Se crederete che da noi le malattie sono
-molte e gravi — amaramente osservò allora
-Polla —, se crederete che da noi si muore
-anche a venti anni, ammetterete che per questo
-almeno si sta meglio in Eldorado che in
-Europa.
-</p>
-
-<p>
-Ma Edon non si diè vinto.
-</p>
-
-<p>
-Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando
-all'estero una volta s'ammalò, e soleva dire che
-il maggior piacere della vita si prova nella convalescenza.
-Ecco un piacere che noi non gustiamo
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-mai. E poi non pensate all'afflizione della
-scienza che in Eldorado troppo di rado può
-vantarsi di salvare un uomo?
-</p>
-
-<p>
-Il funebre convoglio frattanto si avvicinava:
-quattro cavalli bardati in nero e coi pennacchi;
-il cocchiere nero e rigido; fiori su la carrozza
-e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni
-con il viso impresso dell'onore meritato;
-e la turba dietro, fra cui ogni persona pareva
-compiacersi d'essere vista. Poichè la musica
-sonava così adagio e tutti camminavano
-così piano. Edon aveva ragione di credere che
-tutti amassero di essere visti e di vedere; in
-particolar modo le signore e le ragazze, delle
-quali più d'una rispondeva con un sorriso a
-più d'un sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel
-corteo, dicendo a Polla che pur troppo al suo
-paese la morte non meritava alcuna pompa:
-vi appariva un fenomeno molto semplice: una
-materiale trasformazione. Da tempo immemorabile
-gli scienziati vi avevano scoperto il modo
-di decomporre elettricamente i corpi morti
-e di restituire le cellule alla natura affinchè le
-usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
-non era rimasta in loro alcuna traccia di
-una esistenza spirituale al di là di quella decomposizione;
-nè temevano la morte come trapasso
-a castighi, nè la desideravano come viaggio
-a miglior vita. Per essi non c'era «ultima
-dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-state la musica e le lagrime. Imaginarsi poi i
-discorsi!
-</p>
-
-<p>
-E quando la carrozza finalmente fece sosta
-e un oratore prese a parlare con tutte le forze,
-Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
-contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il
-desiderio che l'integro, intemerato cittadino lascia
-di sè»; il «cavaliere senza macchia e senza
-paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»;
-il «patriotta ardente».... «Addio, amico!
-Che la terra ti sia leggera!»
-</p>
-
-<p>
-Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di
-assenso unanime, un secondo oratore prendeva
-la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di
-Polla accennando l'oratore già vuoto che consegnava
-un foglietto a un giovane salutante a
-destra e a sinistra.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
-</p>
-
-<p>
-Polla rispose:
-</p>
-
-<p>
-— È un giornalista; gli ha dato il sunto del
-discorso.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei
-morti giova da voi anche alla gloria dei vivi? — E
-sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
-il conforto di rammentare al pubblico la virtù
-d'un amico estinto? Morirete prima voi,
-Polla?»
-</p>
-
-<p>
-Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo
-elogio era noioso; mentre Polla, sempre
-più a disagio, cercava togliere all'amico illusioni
-inutili: che a lodare un morto non era necessario
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-averlo ben conosciuto in vita; che, in
-sostanza, le virtù domestiche e civili essendo
-sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre
-quelle; che non essendo opportuno nell'ora del
-compianto rammentare vizi e difetti, ma essendo
-invece di consuetudine i discorsi funebri, si
-attribuivano molte virtù anche a chi non ne
-aveva mai avute.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
-</p>
-
-<p>
-— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e
-morire tranquilli; chè i giornali diran bene di
-voi: voi potete viver bene con la speranza in
-un futuro premio, o viver male con la speranza
-del perdono....
-</p>
-
-<p>
-Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
-</p>
-
-<p>
-— L'<i>Albergo del libero scambio</i>! — fece, accennando
-a un uomo che tra la folla del trasporto
-recava al disopra di un'asta quell'annuncio
-<i>réclame</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon
-fregandosi le mani.
-</p>
-
-<p>
-Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero,
-un uomo che si era divertito tanto a una funzione
-funebre, logicamente poteva rattristarsi
-a una <i>pochade</i>; e, d'altra parte, se Edon non
-era rimasto commosso a uno spettacolo di
-morte, non doveva esser stata la morte di qualche
-persona cara che l'aveva indotto a fuggire
-d'Eldorado. Forse il tradimento d'una donna
-amata?... Ma v'ha <i>pochade</i> senza inganni di
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?...
-Invece che ridere, Edon, forse, s'appassionerebbe....
-</p>
-
-<p>
-E Polla balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— Penso ora che all'<i>Albergo del libero scambio</i>
-vi scandalizzerete. È una commedia immorale.
-</p>
-
-<p>
-A che Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte
-morale!
-</p>
-
-<p>
-Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
-</p>
-
-<p>
-Povero socialista! Non solo il compagno fu
-rapito sin dalle prime scene all'azione comica;
-non solo dopo il primo atto battè le palme sin
-quasi a scorticarle (nel suo paese non usava)
-e mostrò d'agitarsi nel vortice del secondo atto,
-come s'egli medesimo si trovasse a quei casi
-allegri e a quegli equivoci ameni: al calar della
-tela, dopo il secondo atto, proclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è arte!
-</p>
-
-<p>
-— A me sembra roba inverosimile — osservava
-Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente
-in Eldorado si ostinano a credere che il
-bello consista nella rappresentazione del vero!
-Io credo invece che la vita rappresentata in teatro
-possa essere piacevole per i ragazzi, che non
-la conoscono; non per gli uomini e per le donne
-che non hanno più nulla da imparare.
-</p>
-
-<p>
-Polla ascoltava a bocca aperta.
-</p>
-
-<p>
-— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —,
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-che la perfezione è noiosa per sè stessa e che
-la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
-Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri
-teatri!
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo,
-cominciò a stonare in tal modo il valzer
-della <i>Madame Angot</i> che Polla fu costretto a
-turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò
-le dita, udì Edon mormorare in estasi:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è musica! — L'amico cantarellava,
-accompagnando le stonature e stonando allegramente
-per conto suo.
-</p>
-
-<p>
-Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
-</p>
-
-<p>
-— La nostra musica suscita desideri incerti,
-desideri e sensazioni dell'infinito; fa piangere...;
-fa male. La vostra al contrario, che delizia!
-</p>
-
-<p>
-Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
-</p>
-
-<p>
-— E in letteratura voi come state?
-</p>
-
-<p>
-Risposta:
-</p>
-
-<p>
-— La nostra poesia è di una nobile semplicità,
-non nego; ma così semplice che tutti la
-capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, pretendendosi
-dipingere con l'armonia e con la
-precisione dei vocaboli. Ora io domando a voi
-se la poesia, che di sua natura è sublime, dev'essere
-semplice e compresa da tutti e se si
-può dipingere, fuori della fotografia, senza colore!
-</p>
-
-<p>
-— E la pittura? e la scultura?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questa volta Edon sospirò:
-</p>
-
-<p>
-— Non v'ha artista da noi che goda a imitare
-con l'opera del suo pennello e del suo cervello
-la divina natura.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque
-abbia un po' di genio artistico può introdurre
-l'arte nella natura stessa e fare che questa
-si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura,
-infine, è inutile parlare. Non ne facciamo uso
-come fate voi. Nelle nostre scuole s'insegna che
-non i monumenti ma le opere debbono consacrare
-l'immortalità, e i grandi morti s'imparano
-a conoscere nelle scuole, non per le vie e
-per le piazze.
-</p>
-
-<p>
-Interruppe, gridò Polla:
-</p>
-
-<p>
-— Voi dunque non avete monumenti?
-</p>
-
-<p>
-— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade
-non ci sono che case e alberi: perciò non sono
-amene come le vostre.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto l'altro si mise a ridere con
-apparenza insolente.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ridete?
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo al dottor Panglos.
-</p>
-
-<p>
-— A chi?
-</p>
-
-<p>
-— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava
-tutto bello, tutto a meraviglia....
-</p>
-
-<p>
-— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse
-Edon — e non oso dir tanto. Dico solo
-che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
-perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-grandissimi mali e qui, al contrario, molti mali
-sono cagione di grandissimi beni.
-</p>
-
-<p>
-— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico
-non sapendo più quello che si dicesse. — Non
-siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
-Quale fu?
-</p>
-
-<p>
-I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo
-atto.
-</p>
-
-<p>
-E, dolente, Edon mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Sospirando come chi è tratto a ricordare la
-sua maggiore sventura, Edon cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— La compagna che io m'ero scelta nella
-vita, la donna che io amava, la donna che mi
-amava, era un angelo. Dal giorno del nostro
-connubio, quasi un anno vivemmo felici; d'una
-incredibile, divina felicità; quindi, a poco a poco,
-vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
-divenne insopportabile.
-</p>
-
-<p>
-Disse Polla, già dolente della sua richiesta
-inopportuna e dolorosa:
-</p>
-
-<p>
-— Non andavate d'accordo...?
-</p>
-
-<p>
-Edon gli volse lo sguardo di uno che tema
-d'essere canzonato.
-</p>
-
-<p>
-— Andavamo troppo d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con
-sospetto, aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici;
-ci amavamo tanto che l'amore aveva soffocato
-in noi ogni egoismo; aveva distrutta in noi
-ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei,
-e lei per me; io non potevo vivere senza di
-lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
-senza di me: così giunse presto il giorno
-che non potemmo più vivere nessuno dei due.
-</p>
-
-<p>
-Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come
-a una rivelazione improvvisa; e rosso, prima,
-di rabbia; poi giallo di bile, con lo sguardo velato
-e la voce tremante gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate....
-Ma con me tutt'al più si discute: non si
-scherza!
-</p>
-
-<p>
-— No, amico: non scherzo.
-</p>
-
-<p>
-— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete
-entrato perciò dalla mia finestra!
-</p>
-
-<p>
-— No, in verità.
-</p>
-
-<p>
-— Voi mentite! Siete un «emissario» della
-borghesia!
-</p>
-
-<p>
-Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della
-menzogna. Non dovendo mentire per necessità,
-cioè per politica, per industria, per commercio,
-per patriottismo, per la storia, per la gloria, per
-l'arte e per l'amore (l'amore pur troppo è libero
-da noi), noi non diciamo bugie neanche per
-divertimento. Appunto per questo, perchè non
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-seppi ingannare e fingere, la mia vita coniugale
-doveva essere tanto infelice!
-</p>
-
-<p>
-«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna
-voleva; quello che lei voleva, io volevo;
-e a poco a poco io non volli più nulla,
-aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva
-lei con me. Imaginatevi un amore senza volontà;
-una funzione senza affanni, senza virtù,
-senza conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo
-nell'anima in modo che ogni tentativo
-di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e
-se io accusavo qualche malanno imaginario per
-farla soffrire, essa non mi credeva; e s'essa
-accennava a qualche suo particolare godimento,
-a qualche suo proprio capriccio per ingelosirmi,
-io vedeva in lei un inutile sforzo.
-</p>
-
-<p>
-Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi
-direte che io avrei potuto dividermi dalla mia
-compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da
-noi le donne, perchè l'amore è libero, sono
-fedeli; e la mia, per quanto si annoiasse, non
-credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
-Io poi vedendo che le nostre donne
-si rassomigliano tutte, come già vi dissi, non
-sperai di trovarne una che mi risparmiasse la
-noia e la sazietà, e con un supremo sforzo
-fuggii su le mie ali abbandonandomi ai venti
-di oltre mare.»
-</p>
-
-<p>
-Sopraffatto dagli argomenti di un avversario,
-più d'una volta Polla aveva dato di piglio a una
-seggiola e aveva dimostrata con quella la filantropia
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-della sua fede; ma ora stava cheto,
-a testa bassa. L'altro lo credette in meditazione
-su gl'inconvenienti dell'amore libero, e proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— In Europa, per quello che m'imagino, la vita
-matrimoniale dev'essere deliziosa. Essendo un
-vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
-la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà
-ogni via per sedurre e avvincere sempre più
-l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
-all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi,
-ingannarsi a vicenda, senza che l'uno sappia
-o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non prendete
-moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato,
-quasi in tono di chi invoca pietà: — Io....
-sono socialista. Predico il libero amore!
-</p>
-
-<p>
-Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna
-e dolorosa:
-</p>
-
-<p>
-— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi,
-amico, se dopo la vostra confessione, sono
-obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi
-vedrete fare l'onesto borghese. In Eldorado non
-mi ci vedono più! Ma voi non mi abbandonerete,
-è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni
-contrarie, noi staremo allegri; discuteremo; ci
-godremo i frutti delle mie pietre; e quando io
-avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
-e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
-</p>
-
-<p>
-Povero Polla! «I frutti delle <i>mie</i> pietre» aveva
-detto Edon: non delle <i>nostre</i>!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VI.
-</h3>
-
-<p>
-In questo mondaccio europeo sono rare le
-amicizie che non sussistano o per concordia di
-opinioni, o più tosto per concordia di affari e
-di vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai
-troppo discordi in idee, smarrissero le pietre
-preziose, chi non giudicherebbe naturale la
-fine della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire
-le pietre non potevano, perchè le custodivano
-dentro una piccola cassaforte che aprivano
-ogni sera, traendone a seconda del bisogno
-più o meno grossi zaffiri, o rubini, o smeraldi,
-o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
-moneta.
-</p>
-
-<p>
-Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli
-e carrozze. Polla di malavoglia brontolò:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e
-con il consenso dell'amico avanzò
-verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; retrocedette;
-si rivolse pallido come un moribondo;
-die' un grido....
-</p>
-
-<p>
-La cassa non c'era più!
-</p>
-
-<p>
-Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che
-già Polla scendeva a precipizio le scale dell'albergo
-urlando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Al ladro! al ladro!
-</p>
-
-<p>
-Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano
-il proprietario dell'albergo, e camerieri, cittadini
-e forestieri; interrogavano tutti in una
-volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo,
-nelle spalle; interrogavano Polla che rispondeva
-con rotte parole:
-</p>
-
-<p>
-— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era....
-Pigliatelo! Pigliatelo! Poveretto me!
-</p>
-
-<p>
-Fin le guardie vennero.
-</p>
-
-<p>
-Queste, non essendo presente il ladro, esortarono
-Polla d'accompagnarle in questura; a che
-egli accondiscese volentieri per timore che non
-arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato
-più di prima.
-</p>
-
-<p>
-— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio
-pietre! addio ladri!
-</p>
-
-<p>
-A tanta disperazione, rispose Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per
-vivere dovremo lavorare! dovremo combattere!
-Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
-</p>
-
-<p>
-In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza
-di Polla. Certo che la cassaforte non sarebbe
-stata ricuperata mai più, egli parlò con
-sfogo veemente, con sollievo come da un peso;
-parlò da fiero nemico e vendicatore solenne; da
-oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, per
-superare Edon che ormai parlava meglio d'un
-accademico.
-</p>
-
-<p>
-— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo
-mondo civile che tu vedi così bello, qui dove
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-si deruba un ottimista ingenuo come te e si
-rovina un socialista convinto come me, qui, ai
-nostri giorni, c'è chi patisce la fame mentre il
-borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è il
-ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista
-presta a usura; c'è la madre senza
-pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
-dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine
-che si prostituisce; e c'è il vizioso che per
-bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
-lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono
-i deboli; e c'è la legge intessuta di cabale
-e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
-e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori
-si comprano! Qui lo sciagurato uccide! Qui l'infelice
-si uccide!
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
-</p>
-
-<p>
-Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
-</p>
-
-<p>
-— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio
-sono grandissimi mali. Però non così
-grandi che non permettano qualche bene. Ditemi:
-vi pare una gran prova di amore e di
-fratellanza scambiare senza fatica quattro rose
-azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la
-consolazione di un affamato che riceva il pane
-dal fratello; io non so imaginare il piacere di
-chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete
-che sia molto meritevole la virtù in chi non ne
-conosce il rigore e vi s'abitua da ragazzo come
-a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-il potente a pro del debole! di redimere la
-donna! di soccorrere il ragazzo! di evitare il
-delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere
-del vizioso che torna alla virtù, del potente mitigato,
-della prostituta redenta, dell'omicida perdonato,
-del suicida....
-</p>
-
-<p>
-— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli
-contro il braccio minaccioso. — Domani ti condurrò
-in Parlamento! A Montecitorio! — urlava. — A
-Montecitorio! — quasi volesse condurlo
-all'inferno, o alla fonte di tutti i mali.
-</p>
-
-<p>
-Ma Edon non tacque. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda,
-le pecore pascono senza fretta, senza angustie,
-senza litigi; quasi senza far nulla. Sono proprio
-curioso di conoscere come si governa un popolo
-che si agita e opera. Domani, finalmente,
-vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla l'ingegno,
-scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva
-il progresso!
-</p>
-
-<h3>
-VII.
-</h3>
-
-<p>
-Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento,
-fu degna di storica memoria e di lagrimevole
-ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
-deliberare e si deliberasse una legge intorno
-all'incremento delle industrie e dei commerci,
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-o alla cultura intellettuale o agricola.
-Non si doveva trattare che di certe riforme
-al regolamento; per cui, secondo una parte dell'assemblea,
-sarebbe possibile discutere senza pericolo
-di vita, e per cui, secondo l'altra parte,
-non sarebbe più possibile discutere senza pericolo
-della libertà. E se perciò tutti o quasi
-tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del
-giorno dopo riferirono come le tribune erano
-affollate e come la tribuna delle signore, fresche,
-a tutte le età, negli abiti estivi e a varie
-tinte, dava l'imagine d'una smaltata aiuola;
-neanche per questo rimase una memorabile
-seduta.
-</p>
-
-<p>
-Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che
-vi si tennero. Si ebbero appena due oratori:
-primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
-quantunque la bella frase «violazione delle
-garanzie statutarie», vi ricorresse dodici volte,
-e nove volte l'altra di «sacro diritto della parola»,
-fu interrotta da <i>basta!</i> da <i>uh</i> di protesta
-e da <i>bravo!</i> in tono ironico; e non potè durare
-più di mezz'ora.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto
-anche a maggior brevità da un suon di tamburi
-che gli teneva troppo grave bordone e che
-ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece
-di piangere, si rideva. E se le sue ultime
-parole: «.... la maggioranza saprà vincere senza
-violenza, con la ragione, con l'educazione, con la
-virtù....» suscitarono esse la tempesta, neppure
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-per ciò si dice che quella fu una seduta degna
-di storia e di compianto.
-</p>
-
-<p>
-E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò
-all'autorità del Presidente. Il quale dopo
-aver rotti due campanelli, al cominciare delle
-sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!»
-e «Sanfedisti!» etc), comprese difficile sorreggere
-la dignità dell'Assemblea e allungò la mano
-a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra....
-Invano: il cappello, che cercava per coprirsi,
-era sparito! Un ministeriale credendo
-certa la vittoria per il Governo quando fosse
-possibile venire a un voto, s'era tranquillamente
-seduto al suo scanno con due cappelli su le
-ginocchia.
-</p>
-
-<p>
-Nè, infine, importano alla storia e alla pietà
-umana i conflitti frequenti e comuni a tutti i
-parlamenti europei; così piacevoli, del resto, a
-vedere dall'alto.
-</p>
-
-<p>
-A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si
-ammirava una confusa agitazione di teste e di
-braccia alzate a colpire: una mischia qua e là
-feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro
-uno. «Vigliacchi! Imbecilli! Addosso! Avanti!
-Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
-Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono
-dell'omerica pugna: occhiali spezzati in terra
-o sui nasi; strappate catene d'orologio; perdute
-medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto;
-chi colpisce a tergo; chi si duole; chi fugge;
-chi ride atrocemente. E dalle tribune, delle
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero,
-le donne gridano piangendo la sorte dei
-mariti o dei congiunti come un dì le donne
-corintie, quando nell'anfiteatro della loro città
-vedevano l'ultima lotta dei loro padri, dei loro
-mariti, dei loro figli, con i Romani vittoriosi.
-</p>
-
-<p>
-Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo
-e lagrime fu invece la morte di un innocente;
-furono il modo della morte e il nobile e gentile
-aspetto della vittima.
-</p>
-
-<p>
-Edon, da prima, stava benissimo e aveva
-detto a Polla che molto lo divertiva quella fiera
-lotta, pur non sapendo se parteggiare per i ministeriali
-o per gli oppositori; gli parevano tutti
-uguali.
-</p>
-
-<p>
-E si era messo a ridere alle prime contumelie;
-e a ridere forse troppo, con le mani sul
-ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
-dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade
-a un ragazzo che veda una tenzone di
-marionette, e si era abbandonato a un parossismo
-di riso. Così non aveva avuto più lena
-all'ultimo colpo: allorchè Polla, travolto nella
-demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
-acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia
-contro di lui e i pugni stretti:
-</p>
-
-<p>
-— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila!
-asino! farabutto! mascalzone! miserabile!, o ti
-butto là giù. Smetti di ridere e di godertela,
-o.... ti strozzo!
-</p>
-
-<p>
-A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-tali ingiurie da Polla; dal socialista che amava
-tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo amico
-suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco,
-Edon era rimasto a bocca aperta, quasi per attingere
-fiato a una risata anche più clamorosa.
-Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte
-le fibre; un intoppo del sangue al cuore o un
-afflusso di sangue al cervello: sbarrati gli occhi,
-era caduto di fianco....
-</p>
-
-<p>
-Morto per eccesso d'ilarità!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="cappello"></a>
-Il cappello del marito.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi,
-quello che, agiato di casa sua, apparentemente
-non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e l'altro,
-direttore di una grossa azienda, commerciante,
-consigliere comunale e membro di commissioni
-e istituzioni e opere pie, l'altro, il quale
-aveva tanto da fare, s'ammogliò.
-</p>
-
-<p>
-Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto
-anche lui, da quando con un grosso patrimonio
-aveva ereditato da un parente materno il titolo
-di nobiluomo e si era introdotto nella società
-che suol dirsi migliore, sebbene non buona. Per
-le sue belle doti egli era stato ricevuto a porte
-aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena
-si seppe che in certo palazzo era ricevuto
-anche a braccia aperte, diventò amabile e considerevole;
-ebbe il soprannome di <i>Sìsì</i> e fu
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-perdonato di tutti i suoi difetti, i quali non
-erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava un palmo
-di statura ad essere un bel giovane; era,
-in viso, troppo roseo e sollevando il baffo superiore
-ostentava un po' troppo i nitidi denti;
-affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario;
-vestiva con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna
-di quelle anticipazioni o di quei ritardi
-o di quelle sprezzature che rivelano l'artista
-nel <i>lion</i>; esasperava camminando il peso del corpo
-su le gambe, di guisa che, a differenza degli
-altri, che parevano quasi montanari, pareva
-un montanaro del tutto; e affermando diceva
-sempre:
-</p>
-
-<p>
-— Sì sì.
-</p>
-
-<p>
-— È simpatico <i>Sìsì</i> — ammettevano concordi
-le signore; nè mancò qualche lettrice di Bourget
-la quale osservasse com'egli, ne' suoi discorsi
-e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito,
-d'ignoto, per cui a volte acquistava una
-caratteristica spirituale quasi esotica.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova
-Giulio <i>Sìsì</i> non l'avrebbe saputa indovinare;
-forse era un fondo della rettitudine paterna, che
-gli restava dalla prima educazione. O forse era
-l'abilità con cui diceva le bugie. Essendosi accorto
-che la bugia è l'arma delle donne d'ogni
-ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
-invenzioni più verosimili e opportune di quelle
-che usavano gli altri per vincerle od esse per
-resistere, e in tal modo divenne presto un corteggiatore
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-fortunato. Ma se per lui una donna
-tirava l'altra come le ciliege, anche per lui una
-bugia tirava l'altra; onde la fatica di arrestarne
-il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente
-con la verità.
-</p>
-
-<p>
-E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità,
-a quando a quando Giulio visitava l'amico
-Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno
-con i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue
-avventure e l'altro con le relazioni de' suoi
-affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo lassù? — domandava
-Alfonso.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava
-Giulio. Distinguevano così il mondo in cui vivevano,
-compatendosi reciprocamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva
-Varchi.
-</p>
-
-<p>
-— È di moda.
-</p>
-
-<p>
-E Varchi chinava la testa e pensava:
-«Bisogna proprio essere ingenui a impiccarsi
-per la moda!»
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni
-comunali? — chiedeva Giulio.
-</p>
-
-<p>
-— Dovere di cittadino!
-</p>
-
-<p>
-E Galardi chinava la testa e pensava:
-</p>
-
-<p>
-«Che ingenuo!»
-</p>
-
-<p>
-Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata,
-antica e fedele potè essere interrotta allorchè
-Alfonso Varchi prese moglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse
-caduto a temer dell'amico per la sua tranquillità
-domestica e fosse stato preso da gelosia, si
-sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra
-le donne accostate da Giulio nell'alta società e
-sua moglie: questa non era una donna per Giulio.
-Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale,
-non nevrotica: Giovanna era sana e savia.
-E Giulio Galardi, per parte sua, non si
-curava punto di quella signora Giovanna, che
-agli aneddoti e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente
-e coscienziosamente, porgeva orecchi
-e occhi incerti, come a storie inverosimili, e
-quasi per opporre la serietà sua alla fatuità
-di quelle eroine, domandava al marito notizie
-politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
-della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva
-spesso:
-</p>
-
-<p>
-— Che stupida! Alfonso non poteva essere più
-fortunato!
-</p>
-
-<p>
-Passarono così tre anni; durante i quali nella
-famiglia Varchi e nello scapolo Galardi nulla
-avvenne, a loro credere, che adombrasse la reciproca
-e triplice confidenza. Frattanto Giovanna
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-procreò l'un dopo l'altro due mirabili maschiotti;
-Alfonso s'ingolfò sempre più nelle faccende,
-non restandogli tempo oramai che d'accarezzare
-i bimbi dopo pranzo; e Giulio mutò
-quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
-trovando le une e le altre sempre identiche. La
-migliore società infatti è sempre tale e quale:
-in tutti gli uomini, in tutte le donne — gentiluomini
-e gentildonne — che la compongono;
-in tutte le cose; in tutte le passioni; in tutti i
-capricci.
-</p>
-
-<p>
-<i>Sì sì!</i> Che noia!
-</p>
-
-<p>
-L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia!
-I cavalli? noia! Uf!
-</p>
-
-<p>
-Appunto da questo terribile male, la noia, che
-è la figlia di tutti i vizi, dovevano cominciare i
-guai di Galardi; e cominciarono appunto dal
-dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di
-tornare in porto, non quale nocchiero dopo lunga
-tempesta, ma quale pescatore che non ha
-pescato niente. I guai cominciarono quando egli,
-stufo e ristufo di troppe donne «per lui», contò
-i suoi anni e si chiese: «Se prendessi moglie anch'io?
-una donna come...?»; quando sentì una
-fitta al cuore, mentre abbassava il capo alla dura
-riflessione che gli venne fatta: «Di Giovanne
-ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella
-sì, ma tutt'affetto per i figli, per il marito, per
-la casa; onesta, pacifica, tenera, economa.
-</p>
-
-<p>
-A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza
-volere (e fu veramente il suo primo amore) della
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
-poco importa, chè di certe cose se ne accorgono
-anche le stupide — se n'accorse; e Alfonso Varchi
-non se ne accorse.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini
-«tradire un amico» e per le gentildonne
-«tradire con un amico»; ma per quel
-fondo di rettitudine che gli rimaneva, al traditore
-Galardi fino allora era parso di essere un
-riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
-donne contro mariti o infedeli o depravati
-o sciocchi o gelosi e senza ragione diffidenti di
-lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
-morigerato, intelligente, galantuomo, modello di
-padre di famiglia e di marito; e Giulio non
-aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Sì sì!</i> Finchè Alfonso restasse quel che era,
-era impossibile tradirlo!»
-</p>
-
-<p>
-Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato
-il meglio; e da uomo dabbene Giulio se lo propose.
-Impossibile! Divenne una passione irresistibile
-al punto ch'egli per essa avrebbe dato
-tutto il sangue, o metà del sangue avrebbe dato
-per trovar ragione a dolersi dell'amico, per accertarne
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-qualche colpa, per scoprire difetti che
-spiacessero anche a Giovanna.
-</p>
-
-<p>
-Ora si comprende che arrivato a meditare
-l'opportunità, anzi la necessità di accusare e
-incolpare un amico come Varchi, inconsapevolmente,
-si può dire, e presto, l'animo e il pensiero
-di Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni
-e a giudizi erronei.
-</p>
-
-<p>
-Cominciò a credere che con tutte quelle faccende
-e fatiche e affannosi guadagni Alfonso presumesse
-di rinfacciare il quieto e dolce far
-nulla a chi aveva il diritto di godersi il frutto
-di fatiche e di guadagni aviti e paterni.
-</p>
-
-<p>
-«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva
-tra sè. Oh! forse suo padre non aveva lavorato
-tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato
-erede col titolo di nobiluomo per fargli godere
-il mondo? «Dovrei forse lavorare anch'io come
-una bestia?»
-</p>
-
-<p>
-Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore
-quanto Alfonso, che si arrabbiava anche
-per la politica; nondimeno il primo aveva già
-per il secondo un rancore quasi di partito.
-</p>
-
-<p>
-«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma
-starei forse allegro in Consiglio
-comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, Alfonso
-era ambizioso e intristito nelle misere gare
-di campanile e di municipio.
-</p>
-
-<p>
-«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace
-anche a lui Giovanna?» Alfonso la teneva,
-quella povera donna, in un assoluto dominio;
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-con tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva
-nell'avidità della ricchezza; e il sentimento
-di lei restava confinato al domicilio. Giovanna
-infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva
-la musica tedesca; non leggeva un
-poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
-lui, Galardi!).
-</p>
-
-<p>
-Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe
-egoisti gli stessi figlioli; senza entusiasmi per
-idealità superiori alla vita comune; senza intendimenti
-dei maggiori problemi che turbano
-la società moderna.
-</p>
-
-<p>
-Da che si comprende come Giulio era già
-innamorato in modo da leggere, per distrarsi, i
-giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
-non lo condusse a inscriversi al partito.
-</p>
-
-<p>
-E come non si vive solo per sè e per i quattrini,
-così non si dovrebbe abusare nemmeno
-in conversazione dell'economia politica e privata.
-Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava
-dai Varchi, riflettendo sul fritto abbruciato
-e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
-felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso
-s'abbandonò a un interminabile sproloquio
-intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
-di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli
-e dàlli, avvenne che la signora, alle frutta, non
-potè rattenere uno sbadiglio e non volgersi a
-Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano:
-«Gran brav'omo mio marito! ma che
-seccatura!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quattro anni, da quando lei stessa interrogava,
-interessata e preoccupata, intorno alle imprese
-commerciali dello sposo, non erano dunque
-trascorsi indarno?
-</p>
-
-<p>
-Giulio Galardi prese animo.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia parlare a me — interruppe. E si
-diede a raccontare un fatto, a suo dire, della
-cronaca mondana: una storia la quale egli rese
-pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità
-a un marito e tanta bontà e gentilezza a
-una moglie, che in questa pareva scusabile qualunque
-pazzia.
-</p>
-
-<p>
-— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò
-vedendo commossa la signora Giovanna. — La
-marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
-un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e
-che essa ama, si pente, respinge l'amante, si
-rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
-</p>
-
-<p>
-Alfonso fece:
-</p>
-
-<p>
-— Meno male!
-</p>
-
-<p>
-— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E
-lei, signora Giovanna?
-</p>
-
-<p>
-Giovanna chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Il marito ha poi mutato carattere?
-</p>
-
-<p>
-— Che! Peggio di prima!
-</p>
-
-<p>
-— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi
-a un prete.
-</p>
-
-<p>
-— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi
-incalzò.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se
-non ci fosse Alfonso, direi
-<i>dopo</i>.»
-</p>
-
-<p>
-.... Finalmente — e senza spendere una goccia
-di sangue, ma solo con un po' di fantasia — Giulio
-potè convincersi che Alfonso assomigliava
-al marito di sua invenzione e che Giovanna
-teneva per sciocca, in certi casi, la virtù
-coniugale.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Che due lunghi mesi appresso la signora
-Varchi consigliasse Giulio Galardi ad ammogliarsi,
-non è meraviglia. Quando una donna
-savia s'approssima al pericolo, sempre esorta
-l'uomo pericoloso a prender moglie; onde, a
-scelta, una prova della bontà o della malignità
-dell'indole femminile. Perchè, una delle due;
-o Giovanna desiderava legittimo in un'altra l'amore
-di Giulio che era proibito a lei, o voleva
-togliere a donne più fragili di quanto lei si
-credeva il piacere d'essere conquistate da Galardi
-e, anche, togliere a questo il piacere di
-conquistarle.
-</p>
-
-<p>
-Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per
-convincerlo Giovanna dovè dichiarare:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei ha tutte le qualità che rendono felice
-una donna. — E queste parole, purtroppo, logicamente
-traevano in perdizione chi le pronunciava.
-</p>
-
-<p>
-Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio
-scongiurava Giovanna di recarsi il domani
-a vedere il suo elegante appartamento di scapolo
-e gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti,
-ed ella ricusava sorridendo, eppoi, fidandosi
-alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva
-sì, con le lagrime agli occhi; mentre
-ciò avveniva, a un tratto, Giulio e Giovanna
-impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza
-attigua!
-</p>
-
-<p>
-Lei e lui mormorarono:
-</p>
-
-<p>
-— Sì sì: nulla di male....
-</p>
-
-<p>
-— Questa non è che una visita di dovere...
-</p>
-
-<p>
-— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
-</p>
-
-<p>
-— Se la cameriera gli ha detto che ci siete
-vi vorrà a desinare.
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! Non ci resto, oggi!
-</p>
-
-<p>
-Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe
-discorsi di rendita «in rialzo» e «in ribasso»;
-di «esportazioni» e «importazioni».
-</p>
-
-<p>
-E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che
-già odiava; infilò rapido, all'ingresso, il soprabito,
-prese il cappello, e via.
-</p>
-
-<p>
-Via per la strada con l'intensa, confusa gioia
-che precede una gioia attesa imminente. Non
-gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga
-Giovanna!
-</p>
-
-<p>
-Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi
-magnificava a sè stesso l'impresa compiuta; e
-come altri, un tempo, rientrando in patria, avrebbe
-enumerati i tesori d'una terra di conquista,
-egli, sempre più uscendo di sè, enumerava a
-sè stesso i tesori della donna così diversa dalle
-altre.
-</p>
-
-<p>
-Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna
-si contenesse, secondo i patti, in una semplice
-visita di amicizia? se, pur non intendendosene
-punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici
-del salotto?...
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo
-il piede sul lastrico, certo, senza timore,
-l'eroe.
-</p>
-
-<p>
-E allora non vide più nulla; perchè il cappello,
-al movimento imperioso, gli calò fin sugli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò
-in un attimo davanti, dietro, dentro quel cappello....
-Più scuro; più largo.... Il cappello di
-Alfonso! Che errore! che orrore!
-</p>
-
-<p>
-E che fare? Correre subilo a casa Varchi!...
-Già vi s'incamminava. Ma gli toccherebbe affrontare
-l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner
-là a desinare. Quel giorno? No! Impossibile
-ch'egli mangiasse, quel giorno, il pane a tradimento!
-</p>
-
-<p>
-Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-che avrebbe provata girando con iscarpe
-non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò l'orologio....
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso
-e intento a leggere una carta (con in
-testa, sulle quarantatrè, il cappello non suo)
-passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A
-te, dammi il mio —, sarebbe stato il modo più
-semplice per restituire il mal tolto e riavere
-il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure
-Giulio Galardi non si mosse; guatò; nè
-potè muoversi fino a che l'amico non disparve.
-</p>
-
-<p>
-Perchè Alfonso non gli era venuto incontro
-lui? Leggeva. Un documento, forse, che portava
-prima del desinare a qualche avvocato o
-in qualche ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato
-e il documento che il cappello del suo
-migliore amico! più il documento o l'avvocato,
-forse, che la moglie! Oh! non v'ha castigo che
-non meriti un <i>affarista</i>!
-</p>
-
-<p>
-E Galardi, con un malessere invano respinto,
-che dal capo gli discendeva a tutto il corpo e
-pareva condensarsi al cuore, venne a casa sua
-per trar dall'armadio un cappello vecchio e
-uscire a desinare. A casa però si sentì stanco
-morto; di mala voglia; malconcio.
-</p>
-
-<p>
-Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto
-quel maledetto....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Era, anche a prima vista, un cappello onesto.
-Esternamente patito solo nell'orlatura e nel nastro,
-al margine inferiore; ma per il colore
-resistente e per il denso feltro meritava lode
-alla manifattura nazionale.
-</p>
-
-<p>
-Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla
-cupola un critico esteta avrebbe potuto rintracciare
-indizi di gocce asciugate prima dalla polvere
-che dal sole; ma alla carezza di una mano
-o di una spazzola ogni ombra sarebbe tosto
-dileguata. Elegante non era: nè alto, nè basso;
-nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè
-lieve; d'una forma, di un'indole quasi, non
-troppo avversa e non troppo data alla moda;
-non perturbabile in vicende di stagioni e di
-gusti; non asservita a umani giudizi. L'età
-senza infingimenti appariva dall'interno; e forse
-per conoscerla, con un moto dispettoso, con
-l'amarezza e la bieca avidità con cui il colpevole
-indaga l'altrui coscienza, Giulio lo rovesciò,
-vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
-che annoverava tre mesi di sudori anche
-invernali; nemmeno sorrise all'aquila, la
-marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-nome del cappellaio italiano: ebbe, al contrario,
-istantaneo, uno sbigottimento; provò il turbamento
-e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
-occhiata entro un cratere.
-</p>
-
-<p>
-Quante idee là dentro, agitate e agitabonde,
-in una comprensione caotica! Quante prorompevan
-fuori; ricadevano nel vortice; superavano
-la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete;
-vaporavan vane, o risplendevan fatue! Quante
-faccende, propositi e illusioni e disinganni;
-quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
-trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a
-cui sfuggire, e colpi di fortuna avversa o buona,
-e contrattempi, e questioni e contratti, e crediti
-e debiti! Tutte le commozioni e le vicende
-d'un uomo d'affari che si consuma la vita per
-lucro; tutti gli affanni di un uomo in balìa ora
-della propria testa ora della sorte, e involto
-nelle complicazioni del commercio e delle industrie;
-tutti i gaudi che generano l'operosità
-e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi là
-dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di
-Giulio Galardi, quantunque non vi guardasse più.
-</p>
-
-<p>
-E d'improvviso nel turbine imaginario la sua
-fantasia gettò un grido il quale disperse ogni
-cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe,
-là dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento
-di disperazione, una quiete di morte.
-</p>
-
-<p>
-«Tua moglie ti tradisce!»
-</p>
-
-<p>
-E tutto era finito!
-</p>
-
-<p>
-Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli?
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-tante angustie? tanti sforzi? Per la famiglia;
-per i figlioli.
-</p>
-
-<p>
-Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto
-non vecchio, ma avrebbe lasciato in buona
-condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
-onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero
-un giorno la memoria dell'avo che
-loro tramandava una cospicua eredità di quattrini
-e di virtù.
-</p>
-
-<p>
-«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
-</p>
-
-<p>
-Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta;
-perduto ogni affetto, ogni bene! Una tempra
-d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita rigogliosa,
-fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
-</p>
-
-<p>
-Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che
-gli si sia rotta qualche cosa dentro: un rovescio:
-un disastro. E non è nulla; non è altro
-che il risveglio della coscienza.
-</p>
-
-<p>
-E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno
-di Alfonso, quando Alfonso, generoso fin
-d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
-e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni
-sospetto, gli annuncia il suo matrimonio, gli
-presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
-disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati
-tutti e tre, anche Giovanna!
-</p>
-
-<p>
-— Porta questo cappello al signor Varchi: se
-non c'è, aspetta; e prendi il mio! — Galardi
-comandò fieramente al servo accorso allo scampanellare
-spaventevole.
-</p>
-
-<p>
-Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-imbattuto nella cameriera che veniva
-proprio per il cambio.
-</p>
-
-<p>
-Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello
-suo!
-</p>
-
-<p>
-Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne;
-lo depose: lo giudicò in un confronto spregiativo.
-Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio;
-la cui ala, in una linea esageratamente
-ondulata, accusava l'affettatura della moda; la
-cui sagoma significava volubilità e leggerezza;
-e quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè
-il cappello non manifesterebbe qualche cosa
-del capo che lo porta?
-</p>
-
-<p>
-Tornandogli perciò la nausea di prima e non
-volendo confessare agli amici che un cappello
-gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
-quel giorno al solito luogo. Andò altrove;
-rincasò presto. E subito si mise a letto.
-</p>
-
-<p>
-Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente
-a Giovanna; e costretto a ragionare,
-indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche
-modo la caduta d'una donna era fortezza o
-viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse
-per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici
-e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti
-i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh
-i moralisti! Cos'è la morale se non il vantaggio
-dell'individuo in rapporto alla società?
-se non un egoismo collettivo? se non una menzogna
-della civiltà? Maledetti i pregiudizi che
-avvelenano il piacere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<p>
-Felice la barbarie! I barbari accordano la morale
-al loro vestire — per lo più van nudi —;
-hanno il capo libero o tutt'al più portano una
-semplice penna che non riscalda il microbio
-della calvizie, e hanno libero l'arbitrio. Invece
-l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
-l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre
-il capo con un coso o una cosa convessa, che
-è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
-false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù
-e di assenso al patto sociale; simbolo, in
-certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell'uomo
-operoso o dell'uomo vano, del sapiente
-o dello stolto, del buon amico o del cattivo
-amico!
-</p>
-
-<p>
-Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò
-che verso l'alba. Nè dormiva da molte
-ore quando il servo venne a svegliarlo con una
-lettera <i>urgentissima</i>.
-</p>
-
-<p>
-Egli la lesse, d'urgenza:
-</p>
-
-<p>
-«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito
-voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello
-in mano.
-</p>
-
-<p>
-«Era così triste! Mi ha domandato: — Come
-mai Giulio ha potuto confondere il mio col
-suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
-dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio
-marito è fiducioso, è un modello di marito e di
-padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
-col vostro cappello, che non gli stava in testa,
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe
-un'infamia!
-</p>
-
-<p>
-«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi
-nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò
-a mio marito come quella vostra marchesa;
-perchè nella vostra storia, scusatemi, non
-ci ho creduto....»
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici
-fedeli.
-</p>
-
-<p>
-Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro
-i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale
-Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo
-gli pareva di star così male che, dubitando
-di poter più innamorare le donne degli altri,
-prese moglie anche lui.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="giarrettiera"></a>
-Efficacia d'una giarrettiera.
-</h2>
-
-<p>
-L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale,
-quando abitudine o gravezza o vigile coscienza
-delle divine funzioni assunte per rappresentanza
-mortifica ogni senso. Nemmeno è
-l'ora del riposo, quando in letto molle e caldo
-tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti
-e dei Padri e le dibattute vittorie con i
-demoni nel deserto: il pericolo è all'ora della
-siesta; quando mentre fermenta il cibo nello
-stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole,
-una dolcezza sale o scende, non si
-sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta,
-e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga
-nella rossa calura dell'agosto), l'anima risponde
-all'anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che,
-ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro
-petto che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore;
-e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e
-grazie se si abbia! — il cuore d'un amico.
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita
-(a carte o a bocce)! Presto! —
-</p>
-
-<p>
-«Gli propongo una partita a briscola?» si
-chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre
-Ignazio e riprendendo la bottiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
-</p>
-
-<p>
-— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale
-avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza
-badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo.
-A che pensasse, non diceva; certo, non
-a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna
-una partita a carte.
-</p>
-
-<p>
-Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna.
-Ma un predicatore, ve', di prima forza;
-da metter terrore dell'inferno nel più accanito
-liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per
-essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito
-e domesticato da vent'anni di cura, non
-riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane,
-l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli
-e coscienze a posto.
-</p>
-
-<p>
-— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era
-bisogno! Perchè è proprio <i>quel peccato</i> il peccato
-in cui i miei fedeli pericolano di più.
-</p>
-
-<p>
-— Non si assolvono. — Appena questo disse
-padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee
-e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
-tavola.
-</p>
-
-<p>
-Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui
-non era un amico meritevole di confidenza nè
-utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita
-lo spinse più a dentro in quei pensieri da
-cui altra volta avrebbe trovato scampo in una
-partita col sagrestano.
-</p>
-
-<p>
-Proprio vero! Si può essere un po' goloso,
-un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare
-il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
-o lasciarsi prendere dall'ira come padre
-Ignazio quando predica, e rimanere un prete
-quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal
-peccato, che pure non è il primo nè il secondo
-nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo
-prete! Addosso! Che se per questo il parroco
-non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani
-s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare
-il parroco!
-</p>
-
-<p>
-.... Quand'ecco:
-</p>
-
-<p>
-— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
-</p>
-
-<p>
-<i>Deo gratias!</i> Era accaduto un prodigio! Perchè,
-vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva
-rivolto il viso all'ospite; e il viso non più bieco,
-ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato
-anch'esso dal raggio di sole che colpiva
-i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
-sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere
-il corso alle idee di prima, si rammentò
-dell'aneddoto che già gli era tornato in mente
-la mattina, alla predica, e che ora gli parve
-piacevole nel tempo stesso che giovevole per
-sè quanto un tresette.
-</p>
-
-<p>
-— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-potrebbe servirvi di esempio, di prova
-a quel che dicevate stamattina così bene:
-che il Signore, nella sua divina misericordia,
-spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Un esempio però non da predica — sfuggì
-detto al buon prete —; il fine non giustifica il
-mezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo giustifica qualche volta, se non sempre,
-come affermano i machiavellici; e.... Ma sentiamo
-il racconto, prima.
-</p>
-
-<p>
-Uso a procedere francamente, senz'ambagi,
-ne' suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo
-di preghiera all'amico che non interrompesse;
-e cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Fu del '70 dopo <i>il fatto</i>....
-</p>
-
-<p>
-L'altro scosse il capo, d'intesa.
-</p>
-
-<p>
-— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania;
-e abitavo in una cameretta a un terzo
-piano. Di contro a me ci stava una signora
-vedova....
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vidua, periculosa</i> — mormorò don Ignazio,
-riprendendo il mento nelle mani.
-</p>
-
-<p>
-— .... giovane e belloccia.
-</p>
-
-<p>
-Ma padre Ignazio chiese malignamente:
-</p>
-
-<p>
-— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
-</p>
-
-<p>
-Divenuto più rosso sui pomelli delle guance,
-don Giuseppe s'imbrogliò un poco.
-</p>
-
-<p>
-— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca
-d'una cappellania.
-</p>
-
-<p>
-E parendogli che l'amico desse soverchia importanza
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-all'aneddoto, che altrimenti egli avrebbe
-narrato in due parole, e già a disagio per
-quelle interruzioni inopportune, il buon curato
-procedè meno sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Quella vedova era mia penitente.
-</p>
-
-<p>
-— Uhm!...
-</p>
-
-<p>
-Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida!
-Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli....
-</p>
-
-<p>
-— Di che genere?
-</p>
-
-<p>
-— .... aveva una questione con i parenti del
-marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Al solito; un pretesto.
-</p>
-
-<p>
-Spento il sole, la faccia che non riceveva più
-riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe
-d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
-inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla
-fantasia e attenuare o accomodare il racconto;
-giacchè a un certo punto, al punto capitale del
-fatto, era inevitabile arrivarci.
-</p>
-
-<p>
-— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova
-mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione;
-ed era allegra.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Lætitia, periculosa</i>....
-</p>
-
-<p>
-— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati....
-Ma in quel mentre la punta d'un suo
-piede, di lei, faceva <i>toc toc</i> per terra.
-</p>
-
-<p>
-Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio
-sorrise; rianimando così il povero amico.
-</p>
-
-<p>
-Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita
-che sorrideva in quel modo, in quel certo modo,
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-indugiare nelle particolarità da cui l'aneddoto
-acquistasse più sapore? Chi li capisce i
-gesuiti?...
-</p>
-
-<p>
-— Era, si può dire, il primo piede che vedevo,
-d'una donna; e la scarpa non era una
-scarpa.
-</p>
-
-<p>
-— Pantofola?
-</p>
-
-<p>
-— Aperta come una pantofola, per lasciare
-scorgere la noce, il....
-</p>
-
-<p>
-— Malleolo.
-</p>
-
-<p>
-— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di
-femmine! La calza era nera; la prima che vedevo,
-in una donna. Avrei sempre creduto che anche
-le vedove portassero le calze d'altro colore!
-</p>
-
-<p>
-Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre
-Ignazio.
-</p>
-
-<p>
-— La calza non si vedeva solo sul collo del
-piede. Anche un po' più su, si vedeva; e....
-Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era
-nera.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa.
-</p>
-
-<p>
-— Importa! importa! Una scarpa di colore,
-come dire?, caffè e latte. Che pelle è?
-</p>
-
-<p>
-— Non so...; di capra.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede;
-<i>toc toc</i>; la gamba tremava tutta ogni volta, da
-mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
-conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre
-patito un po' di convulso. E voi, padre
-Ignazio?
-</p>
-
-<p>
-— No; grazie a Dio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p>
-Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati
-e di cose legali, ma non sapevo più dove
-guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi!
-In terra? C'era il piede. Dove avreste guardato,
-voi?
-</p>
-
-<p>
-— Al muro.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Ma io non potevo guardare al
-muro, per colpa di quel piede.... Non sapevo
-più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
-(il narratore con la mano destra divise la sinistra),
-quel piede indiavolato, che non poteva
-star fermo, e la calza, e la scarpa, e il <i>toc toc</i>,
-mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè
-il diavolo se n'accorse, e smise di battere
-in terra.
-</p>
-
-<p>
-Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque,
-lasciando perplesso il padre.
-</p>
-
-<p>
-— È finita?
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo
-mise una gamba a cavallo dell'altra, e
-quella di sopra cominciò a dondolare così, come
-se niente fosse! Voi che siete un sant'uomo,
-padre Ignazio, sareste scappato via....
-</p>
-
-<p>
-— E voi?
-</p>
-
-<p>
-— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello.
-Mi chino...: il polpaccio!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio.
-E.... Un altro gocciolo, padre Ignazio;
-un altro gocciolo....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, no; non ne voglio più. Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe;
-cercò, trovò l'idea di sostegno a proseguire
-con tono più dimesso, lentamente.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un
-giorno una melagrana matura, tanto piena che
-era crepata e per la crepa facevan gola una
-fila di grane rosse: la colsi; non potei stare!
-L'altro dì, quando mi portarono i quattrini dell'uva,
-li contai due volte; prima mi sembrarono
-abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan
-pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio,
-vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
-quasi vi invidio....
-</p>
-
-<p>
-— Oh che vi confondete adesso in una confessione
-generale? — esclamò padre Ignazio, con
-un gesto d'impazienza.
-</p>
-
-<p>
-— Fo per mostrarvi che non credo di essere
-un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare
-un prete del tutto cattivo, e solo perchè
-quella gamba mi tentava più che una melagrana,
-o una sommetta di quattrini, o le vostre
-prediche, padre Ignazio.
-</p>
-
-<p>
-Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più
-duro dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque.... la gamba?
-</p>
-
-<p>
-— La gamba? Non ho detto bene. La calza,
-fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella
-gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
-e la coscienza se noi sacerdoti invece di
-nere portassimo le calze bianche o di un'altra
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-tinta, dopo che le donne le hanno messe su
-nere. Quel nero....
-</p>
-
-<p>
-L'amico affrettava:
-</p>
-
-<p>
-— Concludiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Quel nero che, come dire?, per noi è il
-colore della mortificazione, là faceva pensare a
-tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma
-con l'aiuto di Dio, la stessa causa del male
-giovò poi al buon effetto.
-</p>
-
-<p>
-— Quale effetto?
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe
-togliendosi il peso d'addosso —; voglio
-dire che se per la tentazione della calza arrivai
-a.... vedere il legaccio, per quel nero il
-legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro,
-tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo,
-padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io
-ero salvo! — E pareva uscito allora
-allora dal pericolo.
-</p>
-
-<p>
-Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò
-che non intendeva, il gesuita dimandò:
-</p>
-
-<p>
-— Come? il legaccio? che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo
-il settembre?
-</p>
-
-<p>
-— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il
-legaccio della calza?
-</p>
-
-<p>
-— Sì! La gerr....
-</p>
-
-<p>
-— La giarrettiera! Ebbene?
-</p>
-
-<p>
-— .... bianca, rossa e verde!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="fortuna"></a>
-La fortuna di un uomo.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale
-curioso tipo di patriotta, di filantropo, di
-pensatore profondo e di parlatore arguto. Se
-fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero
-forse assomigliato a qualche filosofo umorista
-moderno e accusato di plagio, quantunque egli
-non leggesse che i classici latini e i giornali
-quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte
-cose, intorno alle donne, viveva d'amore e d'accordo
-con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
-Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere
-che lo zio non avesse mai amato alcuna
-donna.
-</p>
-
-<p>
-Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla
-sua camera Gaspare aveva udito una voce angosciosa
-esclamare sommessamente:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Figlia mia!...
-</p>
-
-<p>
-Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti
-i ragazzi e che di lui era il difetto più grave,
-aveva spiccato un salto dal letto ed era corso
-a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio.
-Oh! Di là, nella sala attigua, al fioco lume
-della lampada, una signora vecchia in vesti
-nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani,
-a contatto, su di un tavolino, e il tavolino
-sembrava che ballasse!
-</p>
-
-<p>
-A tal vista e alla vista dello zio coi capelli
-irti, gli occhi accesi e fuori delle orbite, la faccia
-pallida e contraffatta, Gaspare era ritornato subito
-sotto le lenzuola, giurando di non scrutare
-mai più che diavolo si facesse in casa a certe
-ore notturne; già guarito, e per sempre, del suo
-difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
-quella paura, perchè nell'avanzare degli anni
-e nel meditare su quel ricordo fanciullesco si
-convinse che se lo zio aveva avuto tale orrore
-dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar
-in pace i morti e non confondersi nel mistero
-della morte; e anche si convinse che se
-lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla
-in quel modo, con l'aiuto della madre di lei,
-certo era bene non innamorarsi così appassionatamente.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi
-amico dello zio Giorgio. Commilitoni nelle
-schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
-a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-prestato quattrini al primo; e come questi, da
-ignorante qual era, non dimenticava i benefizî,
-quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai
-suoi debitori, dimentico dei crediti.
-</p>
-
-<p>
-In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva
-sospettato che il compagno cercasse la morte,
-e il signor Bicci che il compagno volesse salvargli
-la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul
-ponte, erano stati divisi nella mischia; ma il
-domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume aveva
-rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e
-a una gamba in modo che si credeva impossibile
-rattopparlo. Ne rincresceva allo zio Giorgio;
-e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante
-di giovinezza e di energia, dovesse spiacer
-molto il morire; e, con cuore di filantropo
-e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo
-al passo dubbioso affinchè lo varcasse meno
-malvolentieri.
-</p>
-
-<p>
-— Morire per la patria, in campo di battaglia
-o dopo la battaglia, è sempre glorioso e
-dolce.
-</p>
-
-<p>
-Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
-</p>
-
-<p>
-— Una delizia. Ma io non muoio!
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non
-credere, del resto, che la morte sia
-brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
-tradotto la sentenza dello stoico.
-</p>
-
-<p>
-E Luigi:
-</p>
-
-<p>
-— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma
-io non muoio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse
-il signor Bicci. Poscia tentò una nuova
-via: — <i>Morte, che sei tu mai?</i> Ciro Menotti, caro
-Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare
-alla forca.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non recito niente, perchè io non
-vado alla forca: sto qui: non muoio!
-</p>
-
-<p>
-— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti,
-non dubitare che io, di ritorno a Bologna,
-porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime volontà
-ai tuoi fratelli.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del
-letto.
-</p>
-
-<p>
-— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio!
-non muoio! non muoio! Se non lo so io, chi
-l'ha da sapere?
-</p>
-
-<p>
-— E tu vivi! — gridò non meno forte lo
-zio Giorgio, perdendo la pazienza. — Ma la tua
-vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
-che non importava t'incomodassi a difendere!
-Chi sta bene al mondo ha l'obbligo sacrosanto
-di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei
-genitori è il più gran dolore umano, sarebbe
-disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
-nacque postumo e perdè la madre non ancor
-giunto agli anni della discrezione. Egli però riconosceva
-che per lui, orfano, era stata una
-fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre
-e da madre, con alterna vicenda, a seconda
-dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza,
-Gaspare non vedeva che rose senza
-spine. Fin delle scuole e degli studi, che angustiano
-e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata
-memoria; così per tempo aveva saputo adattarsi
-alle necessità del mondo; tanto affetto gli
-era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole
-gli era parso ciò che appariva disagevole agli
-altri. A superar gli esami tranquillamente lo
-zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio
-precettore, il quale valeva una mediocre enciclopedia;
-e a guida negli svaghi e nei sollazzi
-gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo
-il guinzaglio.
-</p>
-
-<p>
-Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-cioè, in cui tutti pericolano — lo zio lo
-sorresse donandogli trattati d'igiene e trattati
-intorno le cause e le forme di morbi insanabili:
-per di più, le precauzioni non essendo
-mai troppe, gli regalò il codice penale. Così Gaspare
-crebbe sano di mente e di corpo; non di
-molto ingegno, ma abbastanza da comprendere
-che il grande ingegno rende infelici; abbastanza
-di cuore da commiserare il prossimo suo,
-ma non tanto tenero da patir danni, a mo'
-dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
-buon senso da persuadersi che i desideri superiori
-ai mezzi tolgono quiete e pace, e da scorgere
-in sè e fuori di sè prove indubbie della
-sua buona fortuna.
-</p>
-
-<p>
-Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi
-non gli avrebbe invidiata la nativa arrendevolezza
-ai bisogni, alle convenienze, alle contingenze,
-ai consigli della ragione?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno
-delle due sole pretese in cui lo zio Giorgio insisteva.
-L'una: che suo nipote dimostrasse come
-i ricchi debbano servire la patria ugualmente
-ai poveri e come l'anno di volontariato
-sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che
-suo nipote conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che
-troppe volte è meglio un asino
-morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini
-vivi superano i dottori vivi, e quelli credono aver
-necessità di questi, è lecito trar partito dal comune
-pregiudizio.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora, a proposito della laurea, Gaspare non
-dubitava che presto o tardi, scampato agli scogli
-della licenza liceale, appagherebbe lo zio e
-se stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto
-alla milizia, sapeva bene che i volontari d'un
-anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
-dei caporali e dei sergenti, e che, essendo
-egli un giovane istruito, diventerebbe presto un
-bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
-Niente, dunque, volontariato!
-</p>
-
-<p>
-La qual preparazione ad ambedue gli impegni
-dell'avvenire gli era così tranquilla, e quasi
-così grata, che la fortuna avrebbe potuto risparmiarsi
-la fatica di soccorrerlo.
-</p>
-
-<p>
-Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste
-dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo:
-che la fortuna sua portasse jettatura agli
-altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò
-nella traduzione del greco; s'ingarbugliò
-in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo,
-da cui tutto il resto dipendeva in connessione
-logica e da cui egli, per quanto tirasse, non
-riusciva a strappare un senso razionale. E le
-ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione
-in buona copia; già i professori guardavano
-biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature
-e di triboli, che non davan speranza di
-prossima fine.
-</p>
-
-<p>
-E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il
-cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi
-tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche
-questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti
-agli occhi e l'anima alleggerita.
-</p>
-
-<p>
-Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte;
-si curvavano sempre più sulle sudate carte
-e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano,
-sentendosi mancare le idee, la speranza
-e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano
-alla bottiglietta del cognac; si compromettevano
-con segni di richiamo e gettiti di
-pallottoline che recavano in seno una domanda
-o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto
-d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna
-e la materna angoscia.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto il compagno di destra mise un
-profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la
-gioia della vittoria e insieme una luce di carità;
-poi chiese a Dicci, piano piano:
-</p>
-
-<p>
-— E tu?
-</p>
-
-<p>
-— Se non ci fosse quest'ottativo....
-</p>
-
-<p>
-— A te! copia...; ma cambia le frasi.
-</p>
-
-<p>
-.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale,
-si salvò anche dal greco; e il compagno che
-l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
-</p>
-
-<p>
-L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero
-di leva.
-</p>
-
-<p>
-In un gran camerone, pieno di fallaci speranze
-e d'un'allegria fittizia, egli attendeva rassegnato
-e tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-— Bicci Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
-</p>
-
-<p>
-— 824!
-</p>
-
-<p>
-— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che
-aveva più vicini; un operaio.
-</p>
-
-<p>
-Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento
-che non toccherebbe a lui ventura
-simile; a quel povero giovane, che col padre o
-la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava
-un numero alto e n'aveva necessità, per
-rimanere in terza categoria.
-</p>
-
-<p>
-Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne
-la sorte; e con un cordiale augurio ne accompagnò
-la mano entro l'urna.
-</p>
-
-<p>
-— 12!
-</p>
-
-<p>
-«Jettatore! jettatore!»
-</p>
-
-<p>
-Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un
-pudore arcano, Gaspare non osava confidarlo
-nemmeno allo zio; non prevedeva che questi
-l'avrebbe consolato subito in quattro parole:
-La jettatura è un pregiudizio così stupido che
-fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e
-alla bontà degli uomini poco intelligenti. Quanto
-alla fortuna, sia o non sia sottoposta alla divinità,
-essa è una potenza innegabile. Bada però
-che è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è
-quasi sempre la disgrazia dell'altro; e che ciò
-che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
-domani.
-</p>
-
-<p>
-Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo
-zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-riflessione: dal non avere egli mai un
-forte mal di capo; dal non prendersi neppure
-un grosso raffreddore, non dovevan conseguire
-le pleuriti e le polmoniti altrui.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna non conosceva dei medici i quali
-gli dicessero che, secondo la scienza moderna,
-anche il raffreddore è un'infezione, la benefica
-natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e
-per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi;
-onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto
-dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono,
-di microbi, a danno degli altri uomini e delle
-altre bestie.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare tuttavia non credeva d'essere un
-uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze
-del peccato originale, ed era appena
-uscito dal dubbio della jettatura che cadde in
-un timore più forte. Ricordava che suo padre
-e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue
-e della fibra, eran morti giovani entrambi per
-malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la
-medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto
-d'un colpo; come una giustizia sommaria che
-lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino
-umano!
-</p>
-
-<p>
-E per evitare un tal colpo egli era condotto
-a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola
-malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione.
-</p>
-
-<p>
-Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se
-non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere
-modestamente, di leggere romanzi, disegnare,
-dipingere alla meglio, suonare alla peggio
-il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
-insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
-</p>
-
-<p>
-Una sera lo zio Giorgio venne a casa male
-in gambe, e con un gran freddo addosso.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse
-perchè non ne aveva avute altre mai in
-vita sua.
-</p>
-
-<p>
-Sentendo irreparabile il danno del morbo e
-prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità
-d'un savio antico. E disse:
-</p>
-
-<p>
-— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo
-il suo esempio; io, al contrario, non so proprio
-che consigli darti.
-</p>
-
-<p>
-Disse Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso
-sta tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui
-languiva il sorriso abituale:
-</p>
-
-<p>
-— Credi che io abbia paura della morte? No
-no. Muoio volentieri: <i>rerum novarum cupiditate</i>.
-E poi, son convinto di aver già sofferto abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nella faccia serena gli si vedeva ora che
-aveva sofferto molto, povero zio Giorgio! Seguitava:
-</p>
-
-<p>
-— Tu, per soffrir meno, provati a fare in
-molte cose il rovescio di quel che ho fatto io.
-Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
-dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e
-per crederci fermamente, non dimandarti mai
-se ci credi fermamente. Non confidar troppo
-nella scienza, perchè in fondo a ogni vero
-che essa scopre, rimane un mistero. Prendi
-moglie....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare, a cui sino a questo punto pareva
-non aver udito nulla di nuovo, spalancò gli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Prendi moglie. Una buona moglie è una
-vincita al lotto, lo so; ma, non ostante il calcolo
-delle probabilità, al lotto qualcuno vince.
-Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti
-gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano....
-In politica, sii conservatore: è il
-solo partito che progredisca senza che nessuno
-se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar
-bandiera o di retrocedere.... Ama l'arte, ma
-sta lontano dagli artisti. Ama la poesia, ma temi
-la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo
-Dio....
-</p>
-
-<p>
-E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto.
-Non giovando a risollevarlo dimanda alcuna,
-nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito per
-il medico.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questi, che di grande appetito faceva colazione,
-credette lo disturbassero per un vano timore;
-cosicchè, quando arrivò, trovò l'infermo
-avviato a migliorare.
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando
-al letto. — Il medico assicura che sei fuori di
-pericolo.
-</p>
-
-<p>
-— Allora..., son bell'e spacciato.
-</p>
-
-<p>
-Infatti non parlò più che verso sera, allorchè
-mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Vado.
-</p>
-
-<p>
-E aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Buona permanenza.
-</p>
-
-<p>
-Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per
-emulazione quasi, cordialmente, Gaspare avrebbe
-forse risposto: — Buon viaggio — se Luigi,
-dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato
-in singhiozzi costringendo a singhiozzare anche
-lui.
-</p>
-
-<p>
-Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma
-il corpo, con le fibre che gli avanzavano salde,
-la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
-penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava
-lo strappo finale. Per fortuna i minuti furono
-pochi.
-</p>
-
-<p>
-— Zio!... zio!
-</p>
-
-<p>
-Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero
-gli occhi, uno per uno, e lo baciarono: prima
-Gaspare, poi Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Quindi il servo accese una candela e attese,
-silenzioso, tutto in lagrime. Attese a lungo; ma
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-come Gaspare, col capo fra le mani, non dava
-segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse
-ancora o meditasse, Luigi gli si accostò.
-</p>
-
-<p>
-— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio!
-Vada a prendere un po' d'aria. Adesso
-qui....
-</p>
-
-<p>
-Alla mente di Gaspare corse la visione delle
-tristi cose alle quali la morte obbliga i superstiti;
-nè tardò a pensare, con gratitudine, che
-l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando
-nel servo non avesse avuto allora e sempre
-il migliore amico.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera;
-e lasciatolo nell'altra, poco dopo vi rientrava
-con una tazza.
-</p>
-
-<p>
-— A lei! Una goccia di brodo....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ti par proprio che sia morto volentieri?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo
-più....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva
-alla parete.
-</p>
-
-<p>
-— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza:
-c'è il ritratto. Ma non sentir più la sua
-voce.... Quella voce, mai più!...
-</p>
-
-<p>
-Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro
-a lui.
-</p>
-
-<p>
-Così:... morto. E l'anima?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Era, quel brutto giorno, una bella domenica
-alla metà di marzo, al tempo che già ferve per
-tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
-Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada
-affollata, solo, raccolto in sè; quasi sotto un
-peso opprimente; e dopo aver pensato agli uffici
-di pietà che gli restavano da compiere e
-alle forme di lutto da osservare, ripensava al
-mistero della morte.
-</p>
-
-<p>
-Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario,
-per morir volentieri, aver sofferto molto,
-ecco che anche il soffrire diventa un benefizio.
-Ma si è sempre a tempo.»
-</p>
-
-<p>
-Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco
-anche nelle gambe. Ah zio, zio! perchè morire?
-così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
-carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al
-fiaccheraio e salì.
-</p>
-
-<p>
-— Dove vuoi; per un'ora.
-</p>
-
-<p>
-Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo
-zio Giorgio aveva patito assai? Oltre che la passione
-d'amore, a cui serviva di richiamo il tavolino
-delle esperienze spiritiche, quali altri guai
-aveva avuto quel nobile cuore?
-</p>
-
-<p>
-A queste dimande risponderebbe forse qualche
-carta lasciata, per memoria, nello scrittoio;
-insieme col testamento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva
-provveduto in bel modo e in perfetta regola alle
-sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
-l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di
-una giusta donazione a Luigi e all'infuori d'alcuni
-lasciti per beneficenza.
-</p>
-
-<p>
-Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di
-nulla, nè il patrimonio dello zio, il quale troppo
-per l'addietro aveva speso a pro' della patria
-e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo.
-Di più: agenti e fattori ladri; disgrazie di grandinate
-e carestie, etc.
-</p>
-
-<p>
-A conti fatti....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene:
-tanto, la possidenza di Poggiogrande; tanto,
-la risaia di San Piero; tanto, la villa: una
-villa malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria,
-laggiù, in una pianura malinconica.... Un ristauro
-sarebbe stato necessario.
-</p>
-
-<p>
-In questo mentre il fiaccheraio, libero per
-quell'ora del suo arbitrio, credè che il più bel
-luogo ove condurre un signore svogliato e senza
-meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare,
-a mo' di chi si ridesta d'improvviso, si
-vide fra la gente che andava al passeggio o ne
-tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in
-fretta:
-</p>
-
-<p>
-— No di qua! Torna indietro!
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar
-gli occhi....
-</p>
-
-<p>
-Dio! che bellezza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice;
-con due occhi tra celesti e verdi, meravigliosi,
-portentosi! Che occhi!
-</p>
-
-<p>
-In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava,
-quegli occhi gli scoprirono in viso una
-sciagura; indovinarono che egli non aveva nessuno,
-non madre, non sorella, non moglie a
-consolarlo; affermarono: io, per consolarvi almeno
-come moglie, verrei in carrozza, a casa
-con voi, piuttosto che andare al giardino, alla
-musica, con la mamma; promisero, quegli
-occhi, pur mostrando di promettere invano,
-conforto, pietà, fede, amore! E tutto in un
-istante!
-</p>
-
-<p>
-Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta,
-avrebbe lì per lì composto un inno alla
-donna in genere; alla donna, del cui sublime
-ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì,
-e per la prima volta, gli occhi di quella giovinetta.
-</p>
-
-<p>
-La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci.
-Vaso di consolazione. Incitamento alla vita perchè
-essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
-</p>
-
-<p>
-«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio
-che lo zio Giorgio gli aveva dato affinchè stesse
-di buon animo, con Luigi.
-</p>
-
-<p>
-E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace
-e profonda acquistavano la significazione
-d'una volontà che così, per divina grazia, si
-manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
-</p>
-
-<p>
-«Ammógliati».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione
-quale di carezza lunga, continua; e
-il suo sguardo a poco a poco avvertiva come
-un fervore di luce che s'andava definendo in
-un miraggio di felicità.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non
-lasciò nulla; perchè — era detto nel testamento — beneficando
-in vita aveva voluto vedere
-il buono o cattivo uso del suo denaro; e per carità
-cristiana non aveva voluto, beneficando in
-morte, che nessuno si compiacesse della sua
-morte. Erede di tutto lasciò il nipote Gaspare;
-con solo l'obbligo di una donazione al servo
-fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare
-un nipote come lui, Gaspare, era impossibile
-trovare un servo come Luigi. Le quali parole
-e la massima: «Ama te stesso un po' più del
-prossimo tuo», contennero Gaspare in così equa
-misura nel far la donazione che a lui non parve
-compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere
-più di quanto meritava.
-</p>
-
-<p>
-— Signorino, è troppo! è troppo!
-</p>
-
-<p>
-Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva
-la letizia di poter vivere agiatamente,
-insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-si ricordava del morto e mormorava spesso
-con gli occhi pieni di lagrime: — Dove sarà
-mai, povero padrone?
-</p>
-
-<p>
-Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli
-vecchi, dello zio, avevano manifestato, più che
-il dolore della perdita, il presentimento doloroso
-del comune destino: <i>hodie tibi, cras mihi.</i>
-</p>
-
-<p>
-E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo
-o che incontrava per via, dicevano, tra
-mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura
-con la bocca:
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco
-che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità!
-</p>
-
-<p>
-Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo
-il tuo dispiacere d'aver perduto una
-persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
-piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo
-all'umano egoismo avrebbero meritato
-scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —,
-e invidiavano. Onde
-Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto,
-non gli credevano; e mostrarsi lieto nè
-voleva nè poteva, essendo men tristo di loro.
-</p>
-
-<p>
-Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva
-sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse.
-</p>
-
-<p>
-.... Or come una sera rincasava, appena dentro
-la porta Gaspare udì chiedere dall'alto:
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu?
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nossignora, sono io.
-</p>
-
-<p>
-Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco
-venuto ad abitare al primo piano.
-</p>
-
-<p>
-— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare,
-mentre accendeva un cerino.
-</p>
-
-<p>
-Ma la signora continuava a fargli lume; ed
-egli, per non bruciarsi, gettò il resto del cerino
-e salì più in fretta.
-</p>
-
-<p>
-Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
-</p>
-
-<p>
-— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva
-Bicci, che era corso a suonare il
-campanello.
-</p>
-
-<p>
-Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Colgo l'occasione — disse la signora — per
-farle, benchè in ritardo, le mie condoglianze.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie.
-</p>
-
-<p>
-Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
-</p>
-
-<p>
-— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo
-per soffrire!
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con
-lo sguardo in alto quasi intravvedesse lassù, nella
-vòlta, la ragione suprema della vita. E Luigi
-non veniva! Tornò a suonare.
-</p>
-
-<p>
-La signora Tredòzi sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo
-Luigi....
-</p>
-
-<p>
-Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse
-morto anche Luigi?
-</p>
-
-<p>
-Ma no, eccolo.
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora.
-Grazie! Scusi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, signor Bicci.
-</p>
-
-<p>
-Perchè mai una donna così gentile e così bella
-(non per la prima volta quella sera Gaspare
-l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani
-di un ingegnere così brutto e così villano come
-quel Tredòzi?
-</p>
-
-<p>
-Le cose che non piacciono, o che dispiacciono,
-sembrano anormali ed enormi anche
-quando sono le più naturali del mondo; e questa
-interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi
-ragionevolmente, ricorse al pensiero
-di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
-la signora Silvia. Perchè mai una donnina
-tanto graziosa apparteneva a un ingegner
-Tredòzi?
-</p>
-
-<p>
-E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale,
-Gaspare volle rivedere la signora; e si vedevano
-spesso. Ella dal balcone, a cui si affacciava,
-e lui dalla finestra della sua camera,
-potevano anche parlarsi.
-</p>
-
-<p>
-Cominciarono infatti con i «buon giorno» e
-i «come sta?» e con quelle parole che non giovano
-se non a confermare simpatia tra persone
-che hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme:
-considerazioni del tempo; accenni a qualcuno
-o a qualche cosa nella strada. Finchè essa
-ebbe un favore da chiedere al signor Bicci: un
-libro, perchè si annoiava.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone
-già cinque, lei ne ritenne uno solo; grata, nondimeno,
-e ancor più gentile e amabile. E nel
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-breve incontro, a cui il prestito aveva dato occasione,
-Gaspare apprese molte cose. Prima di
-tutto, che la signora Silvia diveniva più bella
-più le si andava vicino. Poi, che era infelice per
-colpa di quel tanghero: mai a un teatro; mai
-a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi!
-Infine, che era una signora molto colta e che
-perciò egli, il quale desiderava essere cortese,
-avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni:
-e uno alla volta, per godere più spesso
-della sua gradevole compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare
-ne portò uno nuovo di stampa; e via via.
-Discorrevano di romanzi. Ma come discorrere
-di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano
-d'amore. Che se non sempre si trovavano d'accordo
-intorno al carattere delle eroine e degli
-eroi, sempre però convenivano in un punto:
-non essere possibile innamorarsi davvero senza
-commettere qualche sproposito. Orbene, Gaspare
-un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
-sbigottito: non di sentirsi innamorato della
-signora Silvia, che non c'era da meravigliarsene
-(per la solitudine del suo cuore dopo la
-perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano:
-di primavera), ma stupito dell'aver scoperta innamorata
-di lui la signora Silvia!
-</p>
-
-<p>
-Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio;
-e subito, coll'intelligenza di un innamorato, egli
-scorse che all'articolo del matrimonio lo zio aveva
-avuto a un tempo ragione e torto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio,
-ingannano». Certo: ma non eran quelle donne
-lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
-gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per
-regola ingannare sembra peggior cosa che essere
-ingannati, ingannare un Tredòzi non era
-ingannare un amico o un marito che non meritasse
-di essere ingannato. Un'eccezione, insomma;
-della quale lo zio moribondo non aveva
-avuto tempo di avvertire la possibilità, e per la
-quale il nipote compirebbe un'opera quasi pietosa
-confortando una povera donna.
-</p>
-
-<p>
-— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere
-di commettere uno sproposito, e tuttavia
-abbastanza sicuro che un tale amore non trasgredirebbe
-al buonsenso fino a divenire una passione.
-</p>
-
-<p>
-E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa,
-con un tremito alle palpebre, prolungava
-un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
-che si confessa o di un infermo che palesa il
-suo male al medico:
-</p>
-
-<p>
-— Signora — disse d'improvviso, — io....
-l'amo!
-</p>
-
-<p>
-La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita;
-s'alzò, ricadde; si nascose il viso fra le mani,
-e — oh gioia! — si mise a piangere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso
-mestiere del conquistatore: nè mai si
-sarebbe imaginato di navigare per il mare della
-colpa a vele così gonfie, con tanto vento in
-poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia!
-Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
-al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo
-liberi!
-</p>
-
-<p>
-C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. <i>Lui</i> va in montagna per un ponte che
-s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e
-mezzo!
-</p>
-
-<p>
-La libertà inattesa, per la quale si sottraeva
-all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.
-</p>
-
-<p>
-— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella
-esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero
-a farne di una sorta sola, bastava.
-</p>
-
-<p>
-E Silvia, ridendo, soggiungeva:
-</p>
-
-<p>
-— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria!
-Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza
-in tutto. Che castigo!
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta la fortuna, per favorire un
-uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a
-disagi e a danni, e un po' ripugnava
-a Gaspare la soverchia letizia della bella.
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-Tradire il marito poteva essere, sì e no, una
-perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
-del suo malanno, era davvero mancanza di generosità.
-E se dopo appena un mese che aveva
-il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
-Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero
-diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per
-quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
-dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano
-i primi ardori. Anzi, al sentimento della
-cattiva azione che commetteva, a un senso di
-profanazione che per quella tresca faceva al
-recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso,
-gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile.
-Silvia non dubitava neppure d'un lontano
-abbandono. «Ci ameremo anche quando
-saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva.
-Vecchi?
-</p>
-
-<p>
-Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni
-di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza
-misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito
-all'amore eterno si chiedeva se, caso mai,
-non fosse predisposto da natura ad amar eternamente
-una bionda piuttosto che una bruna,
-quale la signora Silvia.
-</p>
-
-<p>
-Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza
-dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia
-che era, diventava pericolosa.
-</p>
-
-<p>
-Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo;
-temeva l'onta; raccomandava cautele.
-</p>
-
-<p>
-— È geloso? — domandava Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non so; non gliene ho mai data occasione.
-Ma so che non mi stima e io voglio che mi
-stimi a suo dispetto.
-</p>
-
-<p>
-Onesta per dispetto!
-</p>
-
-<p>
-— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
-</p>
-
-<p>
-Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di
-rispondere: — Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
-</p>
-
-<p>
-E lui:
-</p>
-
-<p>
-— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò
-che significava chiaramente: «dimandami se io
-stimo me stesso, e ti dirò la verità anche
-per te».
-</p>
-
-<p>
-Ora, questa donna che pretendeva stima fin
-dall'amante, lontano che fu il marito volle a
-ogni costo informare il mondo che aveva un
-amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in
-campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi:
-l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi
-cittadini più frequenti; ivi gli dava del <i>tu</i> non
-a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva
-cercare le amiche perchè la vedessero.
-Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio!
-Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce
-gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava
-le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà,
-o io fuggirò con te. — Due cose da mettere
-i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè
-l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore,
-la più probabile, era per Gaspare una
-terza: una revolverata a lui, Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel
-fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno
-di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei
-limiti della discretezza.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio
-che, pur senza sua grande intenzione, non gli
-fosse esaudito?
-</p>
-
-<p>
-Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era
-uscita per le spese), stavano discorrendo del
-più e del meno e non attendevano al mal tempo
-e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa
-tremenda scampanellata li interruppe.
-</p>
-
-<p>
-— Lui!
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il
-cappello in testa.
-</p>
-
-<p>
-— Che sia proprio lui?
-Una seconda scampanellata.
-</p>
-
-<p>
-— Dio!... Nasconditi; subito!
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Sotto il letto;
-</p>
-
-<p>
-Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
-</p>
-
-<p>
-— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo
-spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di
-odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
-lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si
-udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca
-l'altra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi,
-e tu mi lasci fuori al fresco!
-</p>
-
-<p>
-— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
-</p>
-
-<p>
-— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
-</p>
-
-<p>
-— Vertigini.
-</p>
-
-<p>
-— E io? Almeno almeno mi sarò presa una
-polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto
-il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
-Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un
-paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in
-prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
-</p>
-
-<p>
-E quindi la voce fioca:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco la camicia; ecco le mutande.
-</p>
-
-<p>
-Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
-</p>
-
-<p>
-— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il
-cappello sodo!
-</p>
-
-<p>
-E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per
-Bicci, là dentro:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
-</p>
-
-<p>
-— L'abito!
-</p>
-
-<p>
-— Lo cerco.
-</p>
-
-<p>
-— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
-</p>
-
-<p>
-— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro
-ieri.
-</p>
-
-<p>
-— Spicciati!
-</p>
-
-<p>
-Ma:
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è.
-</p>
-
-<p>
-Allora il marito cadenzando la parola con ira:
-</p>
-
-<p>
-— È nell'armadiooo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, ti dico!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ti dico!
-</p>
-
-<p>
-Due passi di lui a quella volta..., alla volta
-dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva
-a un ultimo filo di speranza: Se il marito
-tradito era in mutande, non poteva avere
-indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un
-certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!...
-Dell'aceto! Muoio!
-</p>
-
-<p>
-Il marito esclamò, più forte della moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Sei matta?
-</p>
-
-<p>
-— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!...
-Dov'è ora l'aceto?
-</p>
-
-<p>
-— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Gaspare spingeva. Ella aperse.
-</p>
-
-<p>
-— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
-</p>
-
-<h3>
-VI.
-</h3>
-
-<p>
-Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si
-chiudeva, a chiuderlo con istrepito Gaspare preferì
-trarlo accosto. Ma uscendo, il marito al
-quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò
-e collegò un primo sospetto alla storia dell'abito
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-che la moglie aveva voluto non fosse nell'armadio
-e allo svenimento improvviso; sicchè i
-sospetti crebbero.
-</p>
-
-<p>
-— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho
-dovuto svenire altre due volte, dopo
-desinare.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le
-scampanellate; il rifugio nell'armadio; gli svenimenti
-sapevano di <i>pochade</i>; e assistendo alle
-<i>pochades</i> Gaspare aveva riso sempre, di gran
-gusto, ma non gli era mai parso bello imitarne
-gli eroi. S'aggiunga che nella vita diviene non
-di rado tragedia quel che in teatro equivale
-alla <i>pochade</i>; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo
-da lasciarsi prendere pazientemente in giro.
-</p>
-
-<p>
-Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere
-di ridar la pace a un uomo e di salvare
-la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
-anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che
-eccitava a pazzie l'innamorata. Bisognava, magari,
-mutar casa.
-</p>
-
-<p>
-Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare
-un secondo motivo, che non avrebbe confessato
-neppure a un amico intimo, neppure a
-Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Ed era questo: due notti addietro egli aveva
-preso sonno prima d'aver spento il lume e facendo
-per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
-gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o
-meglio, un'imagine, una larva che lo guardava
-con occhi stupiti e dolenti quasi di non riconoscerlo.
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-Balzato a sedere sul letto, la fantasma
-si era dileguata súbito. Un'allucinazione senza
-dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. Ma la
-sera per precauzione non si era dato il disturbo
-di spegnere la candela. Ed ecco, a trarlo
-con freddo orrore del dormiveglia, ecco lo spirito
-entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo
-doloroso e incerto; più vicino, più vicino....
-</p>
-
-<p>
-Questa volta egli aveva messo un grido. E
-lo spirito, via.
-</p>
-
-<p>
-Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare
-un raziocinio: forse quell'anima, non sentendosi
-da tempo più chiamare per mezzo del
-tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio;
-onde arguivasi che l'anima dello zio era andata
-da un'altra parte.
-</p>
-
-<p>
-Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
-</p>
-
-<p>
-.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva
-deride?... Insomma, fosse pazzia o no,
-per tutta la notte non gli era stato possibile richiuder
-occhio; e conveniva evitare una malattia
-d'insonnia, e paure, angustie.
-</p>
-
-<p>
-A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere.
-Confermandolo nella determinazione della
-notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e
-di ridere de' suoi terrori notturni.
-</p>
-
-<p>
-Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe
-ad abbandonar la casa ove era invecchiato
-e dove il padrone era morto?
-</p>
-
-<p>
-Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti
-con aria meditabonda.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Signorino, questa casa non è più per noi.
-</p>
-
-<p>
-Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa?
-O forse il buon uomo, consapevole della
-tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non interrogò; rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione. Cercheremo un appartamento
-ammobigliato.
-</p>
-
-<p>
-Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in
-una delle vie principali; a buon prezzo: in casa
-del cavalier Squiti.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla signora, essa ebbe una lettera,
-che Bicci le gettò nel balcone: In casa e nel
-vicinato tutti sapevano, spettegolavano, malignavano,
-mormoravano, spiavano. Era inevitabile
-una tragedia se qualche voce perveniva all'orecchio
-di Tredòzi. Diveniva obbligo d'un gentiluomo,
-in tal caso, salvar la fama e la vita
-d'una signora, allontanandosi. Oltre a ciò, per
-faccende d'interessi, Gaspare chiedeva a Silvia
-una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali
-e chetati sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro
-colloqui nella casa in cui egli andava ad abitare,
-o altrove.
-</p>
-
-<p>
-Piacesse o no alla signora, questo era buon
-senso, questa era prudenza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VII.
-</h3>
-
-<p>
-Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato
-della Provincia e persona molto grave,
-non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
-volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi
-tra celesti e verdi; capelli biondi; portamento
-modesto e gentile.... Assomigliava alla signorina
-che si recava al giardino pubblico il dì mortale
-dello zio Giorgio. Lei?
-</p>
-
-<p>
-Forse non era; ma le assomigliava in modo
-che a vederla una dolcezza grande veniva, per
-gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
-quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente,
-con la rapidità del destino, egli, che
-dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti all'amore
-buono e al consiglio dello zio, ne rimase
-conquiso. Tale, infatti, tale gli appariva
-la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni che
-non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto!
-Tale era la donna amata e da amare:
-fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
-più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner
-Tredòzi! E a Gaspare, certo che stavolta era
-la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
-cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica
-giovinetta in moglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver
-visto quell'angelo per la quinta volta, Gaspare
-uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
-usciva; e s'accompagnassero per istrada.
-</p>
-
-<p>
-Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio!
-Che galantuomo! — esclamò l'uno.
-</p>
-
-<p>
-E l'altro: — Lo conosceva?
-</p>
-
-<p>
-— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la
-verità; un filosofo; ma che cuore, che cuore!
-E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
-Bicci!
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì!
-</p>
-
-<p>
-— E che bene le voleva, a lei! A discorrere
-di suo nipote, ci godeva; proprio come un
-padre.
-</p>
-
-<p>
-— È strano — disse Gaspare: — di me non
-ne parlava mai con me.
-</p>
-
-<p>
-Ma il cavaliere si fermò di botto.
-</p>
-
-<p>
-— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
-</p>
-
-<p>
-Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente
-incongruenza di quell'<i>a proposito</i>, Bicci chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Suono?...
-</p>
-
-<p>
-— Il piano?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, alla peggio.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti
-levandosi gli occhiali, pulendone le lenti e rinforcandoli: — non
-il pianoforte, però; uno strumento
-più geniale — come dire? — più canoro,
-più.... cordiale.
-</p>
-
-<p>
-— Il violoncello?
-</p>
-
-<p>
-— No, il clarinetto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere
-col clarinetto in bocca; e tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Creda a me: la musica è il miglior conforto
-nelle disgrazie — seguitò l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo.
-</p>
-
-<p>
-— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare allora esclamò entusiasta:
-</p>
-
-<p>
-— Volentierissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Stasera?... Potrebbe?
-</p>
-
-<p>
-E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le
-lenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, posso.
-</p>
-
-<p>
-Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a
-dire, senza più sorridere, con tutta gravità:
-</p>
-
-<p>
-— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso
-non ha tempo.
-</p>
-
-<p>
-— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale
-battè forte il cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Non ho figliole: la mia pupilla.
-</p>
-
-<p>
-«La sua pupilla? La signorina era sotto la
-sua tutela?» E Bicci pensò con nuova tenerezza:
-«Orfana come me!»
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Roccaforte è per me quel che
-era lei per suo zio. L'ebbi in casa bambina. Il
-padre....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare ascoltava il racconto religiosamente,
-intanto che benediceva suo zio e il clarinetto.
-</p>
-
-<p>
-Poi, essendo già innamorato e con la testa
-nel cuore, si dimenticò di chiedere allo Squiti
-perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo
-di sonare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto
-della signora Silvia. Ah la virtù di ogni amor
-buono su ogni amore disonesto!
-</p>
-
-<p>
-Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano
-Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò
-dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
-con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo.
-Ma il cavaliere, che scartabellava della musica,
-l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò
-alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad
-alla voce:
-</p>
-
-<p>
-— Erminia!
-</p>
-
-<p>
-Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si
-fece innanzi, lentamente....
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Erminia Roccaforte — .... e
-voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!),
-il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi,
-suo promesso sposo.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare,
-la signorina Erminia sorrise a pena a
-pena.
-</p>
-
-<p>
-— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea
-mutazione di gioia. — Badi che io odio la
-musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
-Bicci, di odiare una cosa bella?
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava
-la signorina Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Il primo pezzo — del <i>Faust</i> — procedè a
-meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e
-là affrettassero come un cavallo che abbia amor
-proprio e cui rincresca restar addietro al compagno.
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-Finito il pezzo, la signora Squiti depose
-la calza e battè le mani; la signorina avvertì
-che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare;
-il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò
-il compagno dimenticandosi d'esser grave.
-</p>
-
-<p>
-— Oh che orecchio! che orecchio!
-</p>
-
-<p>
-Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per
-colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei.
-Pensava: «Io non sono forse meglio di
-colui? Si può dire un bel giovane? robusto
-come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere,
-io? Che meriti avrà? Niente: fortuna!
-Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca;
-e orfana...; nemmeno la suocera!»
-</p>
-
-<p>
-— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva
-il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava:
-con il freddo nel cuore.
-</p>
-
-<p>
-Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato
-sempre; di dover essere infelice sempre,
-per tutta la vita; e pativa della più grande sventura
-che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi
-d'una ragazza innamorata e fidanzata
-d'un altro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VIII.
-</h3>
-
-<p>
-Assente da lei credeva che il solo contemplarla
-quale un'imagine di pura bellezza o una
-cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
-dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto,
-che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti,
-in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza
-sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser
-lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar
-male del prossimo a bassa voce, in cospetto
-del prossimo? Non avevano riguardo quei due
-nemmeno a una persona giovane, che, in fin
-dei conti, veniva lì per far servizio al padrone
-di casa!
-</p>
-
-<p>
-Così il povero Gaspare, invece di contemplare,
-doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare
-che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
-resistere alla tentazione di fracassar la tastiera
-del pianoforte.
-</p>
-
-<p>
-Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento
-d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile
-viso.
-</p>
-
-<p>
-«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno.
-«Il meglio sarebbe che io mi distraessi.»
-Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni
-che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La
-signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui,
-vi penetrò.
-</p>
-
-<p>
-— Lei.... tu!...: qua?
-</p>
-
-<p>
-— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar
-meglio due occhi rabidi.
-</p>
-
-<p>
-— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì
-lui, trovando il tono giusto.
-</p>
-
-<p>
-— Vile!
-</p>
-
-<p>
-Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore
-agl'insulti; freddo, quasi sprezzante.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi avevo chiesto quindici giorni di
-libertà? Ho i miei affari anch'io; avevo, ho
-bisogno di tranquillità, di riposo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah Gaspare, Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono;
-a un tempo, lagrime di duolo e
-fiamma di tentazione e di colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto!
-Non l'hai dunque l'anima? Dodici giorni senza
-passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
-nemmeno una riga!
-</p>
-
-<p>
-Il dolce rimprovero lo punse più che le offese.
-Deliberato tuttavia a finirla, Bicci, che voleva
-finirla da gentiluomo, esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo
-leale, rincresce offendere un uomo leale com'è
-l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
-</p>
-
-<p>
-A quest'affermazione Silvia avvampò più che
-a uno schiaffo.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-prima, quando.... Tu menti! Adesso capisco
-che non mi ami più!
-</p>
-
-<p>
-Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza
-con l'amore?
-</p>
-
-<p>
-— .... Adesso voglio saper il resto; proprio
-tutto! Perchè abbandonarmi?... Dimmene la
-causa vera, subito! — L'investiva, inviperita. — Subito!
-</p>
-
-<p>
-Che dirle? Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Che volete che vi dica? Incompatibilità di
-carattere: voi siete piena di fuoco; e io....
-</p>
-
-<p>
-— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non
-può esserci che tra marito e moglie! La ragione
-vera le la dirò io! Tu hai una nuova
-amante!
-</p>
-
-<p>
-— No; ve lo giuro.
-</p>
-
-<p>
-— Spergiuro! Infame spergiuro!
-</p>
-
-<p>
-Era inutile discutere quando non valeva giurare.
-Gaspare non aveva ancor scosse le spalle
-che già Silvia gridava:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi?
-T'inganni! Io ti detesto, ma io ho dei diritti su
-di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
-morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu
-mi hai sedotta!... C'è il vincolo del
-rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
-ti caverò gli occhi; a te o a lei; così
-imparerai a conoscere le gentildonne!
-</p>
-
-<p>
-Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io
-sono una gentildonna! — E partì,
-finalmente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... Se non che Bicci non gioì neppure della
-liberazione da quel giogo. Soggiaceva perduto, affannato,
-disperato a un maggior peso, all'amore
-fatale e contrastato dal destino. E non un amico
-col quale confidarsi! Avrebbero riso gli amici:
-un innamorato muove sempre a riso come
-chi cada goffamente in terra. Lui dove mai era
-caduto?
-</p>
-
-<p>
-Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza
-del suicidio, si abbandonò e parlò al solo
-che lo compiangerebbe.
-</p>
-
-<p>
-— Sono innamorato, Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Luigi si mise a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, lo so da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò
-Gaspare, abbattuto. — Credi di quella?
-</p>
-
-<p>
-— Di tutt'e due: di quella e di questa.
-</p>
-
-<p>
-— No no: solo di questa qui, della signorina — egli
-protestò —; ed è già impegnata!
-</p>
-
-<p>
-Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse
-ch'essere innamorato di una sola fosse un malanno
-assai più serio. Poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non andiamo in campagna? A mutar
-aria....
-</p>
-
-<p>
-Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza,
-gli svaghi campestri, la caccia, il ristauro
-della villa potrebbero davvero guarirlo.
-Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir
-d'amore?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<h3>
-IX.
-</h3>
-
-<p>
-Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che
-passava il tempo, la cotta permaneva. La passione
-del nipote diveniva una passione più grave, più
-affannosa forse che quella del povero zio! Perchè
-se Erminia fosse morta dopo avere amato lui,
-com'era accaduto allo zio, meno male! Erminia
-invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe
-sempre quell'altro! E Gaspare era innamorato
-in modo che quando, in certi momenti, credeva
-d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
-tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e
-con essa quella pena al cuore come di un male
-che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
-un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio
-patito; una intollerabile smania di rivedere
-in realtà l'amata donna; una rodente gelosia.
-Oramai egli non si diceva neppur più uno
-stupido, convinto sempre più che Erminia era
-per lui la donna unica; che lei, proprio lei aveva
-incontrato al passeggio nel giorno funesto;
-che altre bionde così belle o più belle ne potevano
-esistere, ma che egli non avrebbe potuto
-amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte
-del buonsenso. Essendo perciò impossibile la
-guarigione e assurda ogni speranza, Bicci aspettava
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-il compimento del suo destino, qualunque
-si fosse. E compieva frattanto il ristauro della
-villa; il quale era proceduto a meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26
-luglio — egli se ne stava tra gli operai
-allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
-giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre
-triste — parve di veder l'annuncio della
-sua morte; ma, aperto il foglio e letto il
-nome — oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e
-non di dolore. Oh gioia! A precipizio, come
-pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»;
-eppure un'onda di gaudio gli travolgeva
-ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
-umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con
-lagrime ferme su gli zigomi — lagrime di felicità — gridò:
-</p>
-
-<p>
-— È morto!
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Enrico Griboldi!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande
-commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio
-dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso.
-</p>
-
-<p>
-Riflettè che per una ragazza il perdere un
-«ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte,
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-giova di <i>réclame</i>: e che egli, se non fosse
-se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra
-volta. «D'altra parte — riflettè — si
-consola più presto una vedova propriamente detta
-che una fanciulla vedovata prima del tempo
-ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti mesi?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non temeva d'offendere la bontà di
-Erminia augurandone più breve che fosse possibile
-il cordoglio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E verso la metà di settembre Gaspare fu a
-trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo,
-gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Morte fura i migliori e lascia stare i rei.</i>
-</p>
-
-<p>
-Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente,
-in un'induzione dal caso singolare a un genere
-di sventura.
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile
-dev'essere morire nella pienezza della gioventù!
-con uno splendido avvenire! amato!...
-</p>
-
-<p>
-— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi
-è morto senza saperlo, d'una meningite
-acuta!
-</p>
-
-<p>
-— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E
-la signorina?
-</p>
-
-<p>
-L'altro scosse il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol
-più veder nessuno; non esce di casa: un martirio!
-Le è venuto a noia anche il clarinetto.
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-anche la musica, che è il miglior conforto nelle
-disgrazie.
-</p>
-
-<p>
-«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non
-tornò ad abitare a Bologna che al termine dell'ottobre.
-</p>
-
-<p>
-Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi
-condolgo — oppure: — Signorina, le mie
-condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli
-salutò e tacque, senza sospirare; Erminia tacque,
-volgendo gli occhi a terra; la signora Squiti
-sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio
-si prolungava un po' troppo — Bicci ebbe
-una espressione felice: — Povero giovane!
-</p>
-
-<p>
-Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la
-signora intraprese l'elogio del morto. Annuiva
-Gaspare ad ogni lode, e gli costava così poco!;
-ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar
-la dolente; e pensava: «O il dolore è per le
-donne, o le donne sono per il dolore: diventano
-più belle!»
-</p>
-
-<p>
-Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre;
-di guisa che la Squiti, accompagnandolo sino
-alla porta, gli susurrò:
-</p>
-
-<p>
-— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di
-casa, e la sua compagnia ci sarà di sollievo. Se
-ne ricordi.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti, signora.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado
-però nelle seguenti visite quotidiane, non
-volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire
-la bussola. Poco giovava che la signora
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-Squiti s'appigliasse a tutti gli argomenti, se
-tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non si prova a leggere, signorina?
-</p>
-
-<p>
-— Non posso; no; è impossibile!
-</p>
-
-<p>
-— E se leggessi io?
-</p>
-
-<p>
-— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà
-anche me. Bravo, signor Bicci!
-</p>
-
-<p>
-E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si
-avvicinarono le feste natalizie. «Quanto saranno
-tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
-conforterebbe sapere che io l'amo, anche se
-lei, per adesso, non abbia voglia di far all'amore?»
-</p>
-
-<p>
-Còlto quindi un momento che la signora Squiti
-non v'era, egli interruppe una lettura per guardare
-Erminia negli occhi. I quali si abbassarono;
-subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
-oramai? Un po' troppo, via!...
-</p>
-
-<p>
-— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo
-la bussola.
-</p>
-
-<p>
-— No — Erminia rispose in modo semplice
-e in tono tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
-</p>
-
-<p>
-E lei:
-</p>
-
-<p>
-— Io gli volevo molto bene.
-</p>
-
-<p>
-E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
-</p>
-
-<p>
-— A me sembra che <i>amare</i> significhi più e
-meno di <i>voler bene</i>. A Enrico io gli volevo bene,
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-perchè egli mi amava; ma sono certa che divenuto
-mio marito mi avrebbe anche voluto bene.
-Capisce?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto
-perplesso a chiedersi: «E io che cosa
-dovrei dirle? Che l'<i>amo</i>, o che le <i>voglio bene</i>?»
-Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo
-cervello. Evidentemente, pur volendo bene assai
-al Griboldi, Erminia non ne era molto innamorata.
-Perbacco!... Quasi spinto da una molla
-allora balzò in piedi:
-</p>
-
-<p>
-— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi
-è odioso!
-</p>
-
-<p>
-Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
-</p>
-
-<p>
-— L'amo! Io l'amava due giorni prima di
-sapere che lei era fidanzata; forse l'amavo
-avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla,
-un giorno che lei andava al giardino; e adesso
-che la vedo soffrire, l'amo e le voglio bene!
-</p>
-
-<p>
-La signorina, fredda, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Me ne dispiace per due ragioni: la prima,
-perchè adesso il mio cuore è di pietra; la seconda,
-perchè, dopo quello che lei mi ha detto,
-io debbo pregarla di cessare le sue visite.
-</p>
-
-<p>
-— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente
-Gaspare. — Io non vivo senza vederla! Muoio
-anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda
-ogni giorno....
-</p>
-
-<p>
-Ella taceva.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina....
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi a terra; e zitta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a
-mani giunte, attendendo.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti
-s'arrestò, trattenuta da un improvviso sospetto;
-così Erminia dovè concedere due grazie in una
-volta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella
-disse — può riprendere il clarinetto.
-</p>
-
-<h3>
-X.
-</h3>
-
-<p>
-Quando alla signorina Erminia non mancava
-che un mese per compiere l'anno di lutto, Gaspare
-Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
-Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse
-nella risposta un'apparenza anche più solenne
-della solita.
-</p>
-
-<p>
-— Il padre della signorina affidata alle mie
-cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in
-moglie a chi non esercitasse una professione;
-fosse anche milionario. Lei....
-</p>
-
-<p>
-— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con
-l'impeto di un naufrago che si salva.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque eserciti!
-</p>
-
-<p>
-Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo
-di nuovo ricordando e avvertendo che erano
-brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
-</p>
-
-<p>
-Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò
-io a due deputati miei amici e otterremo
-ciò che vorremo.
-</p>
-
-<p>
-Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e
-attese confidando. Un mese passò; ne passaron
-due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
-fuor che un po' nell'amore, non era stato
-mai, e che giudicava non perduto il tempo del
-fare all'amore.
-</p>
-
-<p>
-Provava, intanto, una gran voglia di lavorare;
-scopriva in sè una naturale disposizione
-a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar
-strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo
-soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto,
-venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti
-meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
-dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni
-non gli doveva riuscir difficile nemmeno
-l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E non con altro sentimento che una trepidazione
-di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare
-Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale.
-Ma ahi! con una trepidazione diversa
-guardò all'ingegner capo. Misericordia!
-</p>
-
-<p>
-Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate
-le ciglia, immoto il viso ferino, senza
-guardare, chiese:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei è il signor Bizzi?
-</p>
-
-<p>
-— Nossignore: Bicci.
-</p>
-
-<p>
-— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro.
-Aggiunse: — Il decreto dice Bizzi. — Però,
-nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un
-errore nel decreto; giacchè fece una smorfia di
-meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
-</p>
-
-<p>
-Misericordia! L'ingegner capo era....
-</p>
-
-<p>
-Balbettò Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir
-vero, fosse divenuto irriconoscibile a riconoscere
-colui: Tredòzi!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
-</p>
-
-<p>
-— Cercherò....
-</p>
-
-<p>
-— Benone! Venga di qua.
-</p>
-
-<p>
-Lo condusse nella camera attigua, in cui altri
-due giovani scrivevano o disegnavano; e prese
-alcune carte.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo....
-Alle quattro vedremo che cosa avrà saputo
-farmi.
-</p>
-
-<p>
-— Non son cose difficili. — disse Bicci.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi
-lo battè con la mano su la spalla:
-</p>
-
-<p>
-— Gran bravomo suo zio!
-</p>
-
-<p>
-Dopo un poco uno dei giovani colleghi si
-volse a Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato lei!
-</p>
-
-<p>
-E il compagno:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È il primo che quel cane non tratta da cane.
-</p>
-
-<p>
-Se non che anche di così innocente fortuna,
-dovuta in gran parte a una virtù o memoria
-famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
-quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —;
-disapprovò l'opera degli altri due;
-poi, appena costoro furono usciti, ordinò a Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Lei oggi verrà a desinare da me.
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi
-ogni impronta di umanità.
-</p>
-
-<p>
-— Tenga a mente che per me non c'è nulla
-d'impossibile, mai!
-</p>
-
-<p>
-— Ma...; ecco....
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa.... ecco?
-</p>
-
-<p>
-— Io sono fidanzato....
-</p>
-
-<p>
-— Benone! No! malissimo!
-</p>
-
-<p>
-— .... e per stasera ho promesso....
-</p>
-
-<p>
-— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse;
-l'avvezzi per tempo, la sposa. Crede che
-sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse
-che le fa ora?
-</p>
-
-<p>
-Fu inutile resistere.
-</p>
-
-<p>
-Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e
-compianto troppo tardi, fingeva, lo traeva in
-un'insidia?
-</p>
-
-<p>
-— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè
-io sono alla buona: leale, sincero,
-schietto come suo zio e come sarà lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<p>
-Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere.
-Nondimeno non era una disgrazia anche
-questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
-d'amore o d'odio, si compromettesse e lo
-compromettesse? E in tal caso che accadrebbe,
-buon Dio?
-</p>
-
-<p>
-Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta
-a conoscere di persona il nipote del signor
-Giorgio, che (già!) conosceva solo di vista....
-Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o
-che imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta
-disinvoltura e sicurezza di spirito, si convinse
-d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
-</p>
-
-<p>
-Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì
-a dire — e aveva uno sguardo torvo:
-</p>
-
-<p>
-— Sai che questo disgraziato prende moglie?
-</p>
-
-<p>
-Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il
-quale Gaspare rabbrividì.
-</p>
-
-<p>
-Invece ella, dopo, sorrideva.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? Me ne congratulo!
-</p>
-
-<p>
-— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io
-lo compiango! Una corbelleria! uno sproposito!
-un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
-non commetterebbe!
-</p>
-
-<p>
-Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò
-lui, quand'era moribondo....
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi
-si ha perduta la testa!
-</p>
-
-<p>
-Intanto Silvia esortava Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Non gli badi. Scherza.
-</p>
-
-<p>
-— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-per annegare e io gli allungassi una mano,
-ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
-annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta
-pur sicura che darà retta a te!
-</p>
-
-<p>
-— Tredòzi!
-</p>
-
-<p>
-Imperterrito il marito proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Pensare che io cederei fino mia moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora
-Silvia rossa in viso, in atto d'alzarsi. Ma Tredòzi
-non si scompose.
-</p>
-
-<p>
-— Non offendo nessuno. Confronto il bene della
-libertà individuale al vincolo del matrimonio
-e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
-sventura possibile, gli auguro la fortuna che
-ho avuta io.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna la signora Silvia introdusse un
-altro discorso, e l'ingegnere, il quale perdeva
-l'argomento preferito, si quietò e riparlò solo
-tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
-</p>
-
-<p>
-L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!»
-riflettè Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la
-signora.
-</p>
-
-<p>
-— Capirete.... Ho ventiquattr'anni....
-Oh! Ella non si turbava.
-</p>
-
-<p>
-— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante;
-e io non ne sono gelosa.
-</p>
-
-<p>
-Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe
-baciata. Ma non c'era da fidarsi ch'essa interpretasse
-giustamente la ragione di quel bacio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ed è bionda, o bruna?
-</p>
-
-<p>
-— Bionda.
-</p>
-
-<p>
-— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni
-ha?
-</p>
-
-<p>
-— Diciannove.
-</p>
-
-<p>
-— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
-</p>
-
-<p>
-Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una
-bionda si stancherebbe, presto? E volle le narrasse
-la vera storia dell'innamoramento; a che
-egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti
-bugie, nella maniera di tutti gli autobiografi. Infine
-la signora chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito
-amarci, non possiamo volerci bene?
-</p>
-
-<p>
-La distinzione d'Erminia!
-</p>
-
-<p>
-— .... e non restiamo amici?
-</p>
-
-<p>
-— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto,
-salvo. S'imaginava d'esser salvo da ogni castigo.
-</p>
-
-<p>
-....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio
-e parlò pacatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Se il far la corte a mia moglie bastasse,
-caro Bicci, per mandare a monte il suo matrimonio,
-la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
-ma non avendo questa speranza, l'avverto
-che sono le dieci, e andiamo a letto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<h3>
-XI.
-</h3>
-
-<p>
-Come certe cose procedono sempre a un modo
-per tutti, non è da far meraviglia che anche
-per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio
-di nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma
-per Erminia e Gaspare la luna di miele sarebbe
-durata Dio sa quanto, se Dio non avesse
-permesso a una cattiva donna d'intorbidarne il
-dolce chiarore; di provare quel che possa l'odio
-di una donna e a che perfidia la sospinga
-la vendetta.
-</p>
-
-<p>
-Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò
-all'ufficio, riebbe ore di umor buono; durante
-una delle quali disse a lui, il solo benvisto subalterno: — Silvia
-desidera fare la conoscenza
-della sua signora. Contentiamola. Tanto, da mia
-moglie sua moglie non imparerà nulla che già
-non abbia imparato.
-</p>
-
-<p>
-Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche
-cosa sapeva la quale Erminia non avrebbe dovuto
-saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
-a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza
-tra sua moglie e l'antica amante.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina
-di dovere, e basta....
-</p>
-
-<p>
-Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-questo mentre aveva conchiusa amicizia con la
-Squiti; cosicchè la relazione temuta e sconvenevole
-diventò naturale, necessaria.
-</p>
-
-<p>
-Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle
-conversazioni in casa Tredòzi venivano, oltre che
-gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e sonava
-(solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto);
-nè rimanevan tempo e agio per confidenze
-tra Silvia e Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Ma a poco a poco la perfida donna, abile a
-non farsi scorgere da alcuno fuorchè dalla sposina,
-cominciò a tormentar Gaspare con occhiate
-patetiche. E non bastava: gli susurrava,
-fugacemente, parole all'orecchio; parole
-di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
-</p>
-
-<p>
-«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è
-un angelo».
-</p>
-
-<p>
-Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli
-dovè pensare:
-</p>
-
-<p>
-«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto
-infelice, tra breve — non imaginava
-in che belva l'angelo si trasformerebbe,
-in che demonio scatenato!
-</p>
-
-<p>
-Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia
-gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi
-a casa.
-</p>
-
-<p>
-Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
-</p>
-
-<p>
-— Allora accompagnerò io voi.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ella sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è
-una stupida, lei!
-</p>
-
-<p>
-Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro
-infernale.
-</p>
-
-<p>
-— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente!
-Quella sfacciata t'accompagna anche a
-casa, dopo i convegni!
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi
-era quella che veniva a trovarti quando io era
-fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
-tardi! Assassino!...
-</p>
-
-<p>
-— Erminia, t'inganni....
-</p>
-
-<p>
-— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A
-questo modo! Io! da te!
-</p>
-
-<p>
-La bile si disciolse in pianto; ed ella prese
-a invocare il morto, in guisa che straziava l'anima:
-</p>
-
-<p>
-— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi
-saresti rimasto fedele eternamente!... Non mi
-avresti tradita, tu, con la moglie del tuo capoufficio!
-Oh il mio Enrico!... È un'infamia!
-un'infamia!
-</p>
-
-<p>
-Proteste, giuramenti non valsero; la confessione
-sincera e piena non fu creduta; la felicità
-di due che s'adoravano, distrutta per sempre;
-il letto coniugale diviso per sempre....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-No: il letto restò diviso solo due notti; chè
-Erminia volle togliere al marito ogni ragione di
-tradirla.
-</p>
-
-<p>
-Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono
-Gaspare un mattino ch'egli li consultò, sentendosi
-alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
-quei libri, un rimedio.
-</p>
-
-<p>
-«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia
-moglie non abbia più ragione d'amarmi tanto».
-</p>
-
-<p>
-Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio
-<i>chi sta bene non si muova</i>; e chiedere un trasferimento
-da Bologna valeva come sfidare la pazienza
-dei superiori. Ah quanto fu brutto quel
-mese d'incertezza affannosa nell'attesa del trasloco!...
-Lo manderebbero in Sicilia? in Sardegna?
-in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
-</p>
-
-<p>
-.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche
-questo bel colpo di fortuna non fu sufficiente
-alla pace di tutti, alla contentezza assoluta
-di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne
-cupo; scosse il capo mestamente.
-</p>
-
-<p>
-— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due
-torri io non le lascio! Eppoi, se con la signora,
-andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
-a Milano! Insomma, io non ci vengo.
-</p>
-
-<p>
-— Luigi, ti prego....
-</p>
-
-<p>
-Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi,
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-Luigi scoteva il capo, e ripeteva nel suo
-linguaggio:
-</p>
-
-<p>
-— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che
-«zuccata» abbiamo avuta!
-</p>
-
-<h3>
-XII.
-</h3>
-
-<p>
-A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla
-signora Bicci non piaceva. Una città, a parer
-suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
-e in tutto sprovveduta del senso d'arte:
-bastava a convincerne l'architettura plebea e goffa,
-d'un fasto da <i>parvenus</i>. La Galleria? Un
-ridotto per i cantanti a spasso e le <i>cocottes</i>. Il
-Duomo?... Oh il Duomo d'Orvieto!
-</p>
-
-<p>
-Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica
-solitudine d'Orvieto al pandemonio di Milano!
-Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare
-un poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario,
-si sentiva non più che un borghese pacifico
-nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere
-al Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare,
-che si chiamava Bicci, e a cui Milano
-sembrava la più bella città del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la
-dimora a Milano fu causa e pretesto ai dissidi,
-dei quali per l'addietro la gelosia era parsa la
-sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si
-acuirono. Che giovava a Gaspare l'arrendersi?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo.
-Se egli dava torto alla moglie, erano raffacci,
-lagrime, svenimenti, convulsioni: un inferno;
-e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva
-perchè non voleva la considerasse malata
-o matta.
-</p>
-
-<p>
-Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta
-e non temuta! Addio sereni giorni del
-celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
-miele!
-</p>
-
-<p>
-E come per l'addietro si era compiaciuto di
-non aver figlioli, risparmiandosi tutte le pene
-dell'allevamento e dell'educazione, così adesso il
-povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei
-figli la sua disgrazia coniugale. E almeno avesse
-avuta la suocera, che per lui sarebbe stata,
-adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
-</p>
-
-<p>
-Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
-</p>
-
-<p>
-— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E
-al marito —: La distragga.
-</p>
-
-<p>
-Ahi! come distrarre una creatura che preferiva
-Orvieto a Milano? che non voleva uscire di
-casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
-nessuno? che non parlava quasi più? E
-venne il dì che a Gaspare parvero invidiabili
-i giorni in cui almeno si litigava.
-</p>
-
-<p>
-Durante quel silenzio ostinato e irragionevole
-della sua signora i più neri pensieri, i più foschi
-sospetti trovavano luogo pur nella testa di Bicci;
-tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-casa, abbreviò la consueta passeggiata e la sosta
-al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora, il ritorno
-a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò:
-al buio, nell'ingresso; poi, in punta di piedi,
-venne alla cucina. Buio anche là. Avanzò
-allora fino all'uscio della camera da pranzo,
-ascoltando...; e udì, lieve come un sospiro:
-</p>
-
-<p>
-— Enrico!
-</p>
-
-<p>
-Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare!
-Infami!
-</p>
-
-<p>
-Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che
-non s'è adirato mai in vita sua, Gaspare spalancò
-l'uscio.... E la signora e la serva, senza
-far motto, lasciarono andare il tavolino su cui
-avevano tenute a contatto le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina....
-A te! A te! — e con voce strozzata,
-dopo avere indicata la porta, il padrone trasse,
-gettò, venti, trenta lire alla serva che lo contemplava
-stupita.
-</p>
-
-<p>
-— Vattene! Vattene!
-</p>
-
-<p>
-— Ma cosa ho fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Tener mano!... Via! fuori!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che male c'è? — cominciarono a dire
-insieme le due donne.
-</p>
-
-<p>
-— Via! Via!
-</p>
-
-<p>
-Sempre più minaccioso, con la destra in alto,
-lui, Bicci, Gaspare!, spinse con la sinistra la
-serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia sorrideva
-sarcastica.
-</p>
-
-<p>
-— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-insegnato tu? non mi dicevi tu che faceva così
-tuo zio?
-</p>
-
-<p>
-A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che
-la sciagurata aveva fatto e faceva d'una confidenza
-ricevuta al tempo della luna di miele,
-Gaspare non trovò più parola: perdè forza o
-fiato: cadde a sedere su di una seggiola e si
-strinse il capo tra le mani. Muoveva a pietà;
-quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo
-il capo, tranquillamente, ella si mise a
-leggere il giornale.
-</p>
-
-<p>
-«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre
-Gaspare diceva tra sè, già stupito lui stesso
-d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
-un poco.... Può darsi che sia da considerare,
-questo fatto che mi ha esasperato, come
-uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
-Ma no: è una cosa tremenda; che faceva
-terrore a un filosofo quale mio zio.... Un'esperienza?
-È in questo caso un delitto! un delitto
-enorme; tant'è vero che non è nemmeno
-contemplato nel codice! Sì, un tradimento mostruoso...:
-intendersi con l'amante morto quando
-il marito è vivo! Orribile!... Eppure, Erminia
-ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
-niente di male.... La scienza positiva ne
-ride.... Ma insomma!, io ho o non ho il diritto
-di riposare almeno la notte? di dormire i miei
-sonni tranquilli?...»
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula
-e bassa:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Erminia, a te sembra una cosa da nulla
-quella che a me sembra una colpa grandissima.
-Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
-bisognerà venire alla separazione.
-</p>
-
-<p>
-Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida.
-Gaspare proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier
-Squiti....
-</p>
-
-<p>
-Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì,
-si fece seria; e quindi scoppiò in pianto dirotto,
-e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro
-che non lo farò più.... Mai più!
-</p>
-
-<p>
-Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva,
-anche da lontano, del cavalier Squiti, o la paura
-di essere ancora condannata al clarinetto, il fatto
-fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione
-di veder pentita la colpevole come Gaspare
-vide Erminia, quella sera.
-</p>
-
-<h3>
-XIII.
-</h3>
-
-<p>
-Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio
-che tutto il male non viene per nuocere, se Erminia
-avesse seguitato a lungo nel buon mutamento.
-Riprese a uscire di giorno e di sera;
-riprese a discorrere e, grazie a Dio, senza litigare.
-Ma tanta felicità poteva durare un pezzo?
-</p>
-
-<p>
-E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-dell'isterica donna, con la intollerabile intolleranza
-d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
-mondo avrebbe saputo da che lato prenderla.
-Non poteva soffrire neanche le persone che
-avessero avuta qualche somiglianza di gusti
-con lei.
-</p>
-
-<p>
-Infatti una volta all'<i>Eden</i>, ove egli si divagava
-ma si annoiava Erminia, Gaspare scorse, non
-più rivisto da anni, il più caro compagno e più
-allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi,
-un pittore già in fama a Parigi; e benchè
-ricordasse il consiglio dello zio «Sta lontano
-agli artisti» (il povero zio l'aveva anche
-esortato ad ammogliarsi!), egli lo chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Ehi, Monarchi!
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Chi vedo!... Bicci!
-</p>
-
-<p>
-— Tu, qua?
-</p>
-
-<p>
-— Tu, qui?
-</p>
-
-<p>
-A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne
-dietro la presentazione della signora.
-</p>
-
-<p>
-Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo
-elegante, con la caramella all'occhio destro e
-copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
-delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte,
-di Parigi, fino d'Orvieto. «Erminia ne resterà
-contenta» pensava Gaspare. Invece, chi lo crederebbe?,
-quando se ne fu andato Erminia
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se
-verrà a trovarmi prima di partire, farò dirgli
-che non sono in casa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più
-lo rividero, tranne, da lungi, due o tre sere a
-teatro.... A teatro?
-</p>
-
-<p>
-Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova
-smania, una nuova pazzia! Convinta che per
-essere notati a Milano bisognava spendere, si
-mise a spendere e a spandere rovinosamente
-in gioielli e abiti; e dal suo palco pretendeva
-insegnar «il buon gusto nella moda» alle
-milanesi! «Non basta seguire la moda!» diceva.
-</p>
-
-<p>
-Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza
-ricchi da impartire cotesto insegnamento,
-ella gli si scagliò contro:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi?
-Dov'è la mia dote? Quando, con chi
-l'hai consumata? — E così via, fino a giungere
-allo svenimento e alle convulsioni.
-</p>
-
-<p>
-C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni
-di «Enrico! Enrico!» e le pratiche
-spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
-dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche
-santo — pensava — mi aiuterà».
-</p>
-
-<p>
-E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca;
-desiderosa di quiete e di solitudine. Un
-santo era intervenuto.
-</p>
-
-<p>
-Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche
-a meditare il suicidio; e lo diceva. Che giorni
-per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
-a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio,
-all'ufficio, lui, il povero marito, dubitava
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-di trovarla, al ritorno, impazzita del tutto,
-oppure asfissiata.
-</p>
-
-<p>
-Un Calvario! E non era più possibile tirare
-avanti un pezzo così. E solo un colpo di fortuna
-poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Verso le cinque pomeridiane egli saliva le
-scale di casa sua, superando ogni gradino con lo
-sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
-era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò
-alla disperazione della cuoca.
-</p>
-
-<p>
-— La signora.... non c'è più!
-</p>
-
-<p>
-Morta?
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarà andata? — chiese, per risposta,
-la donna.
-</p>
-
-<p>
-Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso:
-«Ad annegarsi. È finita! Ma che guaio!»
-</p>
-
-<p>
-— Di', parla! A che ora?...
-</p>
-
-<p>
-— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
-</p>
-
-<p>
-Ad annegarsi con la valigetta?
-</p>
-
-<p>
-— E non ti ha detto nulla?
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su
-lo scrittoio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Meno male!
-</p>
-
-<p>
-Si precipitò nello studio. Lesse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p class="indl">
-«<i>Gaspare</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco
-lealmente, e ti giuro che mi annegherei se non
-fossi persuasa di saper rendere felice Gino Monarchi.
-Vado con lui a Parigi. Tu vieni in
-Francia: vi faremo divorzio; così sarai libero
-di trovarti una donna degna di te. Addio.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Erminia.</i>»
-</p>
-
-<p>
-— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero
-al traditore.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, gli sembrava che una mano benefica
-gli levasse, o dalle spalle, o dal petto,
-o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
-d'addosso — un enorme peso; e tant'era il
-sollievo, che gliene conseguì una mitigazione all'ira,
-un senso di dolcezza; e tant'era buono,
-Bicci, che a poco a poco il sollievo e la dolcezza
-gli si convertirono in un senso di pietà.
-</p>
-
-<p>
-«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà
-presto di qual natura è quella donna!»
-«Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
-d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a
-me!»
-</p>
-
-<p>
-E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato
-interamente a se medesimo, da morte
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
-arriverebbe prima lui della lettera —:
-</p>
-
-<p class="indl">
-«<i>Caro Luigi</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono
-salvo, libero, felice; l'uomo più fortunato del
-mondo! E corro a Bologna da te.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Il tuo Gaspare.</i>»
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="scampanata"></a>
-Una “scampanata„.
-</h2>
-
-<p class="indr small">
-In Romagna.
-</p>
-
-<p>
-Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi,
-frotte loquaci di donne, uomini e fanciulli e
-coppie amorose, sorridenti o serie nel loro bisbiglio;
-i dami col garofano all'occhiello.
-</p>
-
-<p>
-Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo,
-ove serenamente moriva il lume crepuscolare
-e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla terra
-ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco
-e oscurarsi e, lontano, sparire. Come due ragazzi
-s'arrestarono per tirar sassate in un ricovero
-di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno
-di loro ammonì a voce aspra:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono;
-lanciarono i sassi nel fiume; e nel
-ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
-proteste, confidenze, querele, saluti.
-</p>
-
-<p>
-A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio,
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-che venivano fra gli ultimi, l'uno dal
-lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
-</p>
-
-<p>
-— Buona sera, Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Buona sera, Faziòla.
-</p>
-
-<p>
-— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo
-anche domani.
-</p>
-
-<p>
-— Ce n'è bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— Dove siete a lavorare, adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Vanghiamo le vigne.
-</p>
-
-<p>
-— Sarete in molti.
-</p>
-
-<p>
-— Quindici o sedici.
-</p>
-
-<p>
-— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
-</p>
-
-<p>
-— Giulio.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di
-farvi torto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi comanda ha sempre ragione.
-</p>
-
-<p>
-Dopo una pausa lei chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Ma è vero quel che dicono?
-</p>
-
-<p>
-— Dicono.
-</p>
-
-<p>
-La loro malignità non andava più oltre dell'accennare
-alla ciarla che Giulio dovesse ai
-meriti della moglie la nomina a capo degli operai
-braccianti.
-</p>
-
-<p>
-— Per fortuna non avete famiglia da mantenere,
-voi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la
-salute. Ma.... — E l'infelice guardò la Faziòla
-sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua
-per cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma
-se mi viene una febbre, io non ho un
-cane che mi porti una goccia d'acqua.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla
-sospirò per sè.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani,
-per modo di dire, che vi porterebbero via il
-boccone di bocca, se potessero.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi trattan bene in casa?
-</p>
-
-<p>
-Essa volle attenuare.
-</p>
-
-<p>
-— Capirete anche voi: le annate vanno scarse
-e uno di più in famiglia, aggreva.
-</p>
-
-<p>
-— Ma voi lavorate.
-</p>
-
-<p>
-— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a
-me. C'è da rappezzare la roba? Tocca a me; la
-sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
-all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora.
-In ozio non ci sto; quest'è vero.
-</p>
-
-<p>
-Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera
-Faziòla!
-</p>
-
-<p>
-Quindi Fulgenzio riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Avete fatto male a non maritarvi un'altra
-volta, quando eravate a tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Le vedove che non han quattrini si lascian
-dove sono; lo sapete pure. Piuttosto voi, Fulgenzio,
-perchè non avete preso moglie?
-</p>
-
-<p>
-Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto
-un vantaggio in lui il non aver famiglia
-da mantenere; e lui tornò a sorridere.
-</p>
-
-<p>
-— Chi volete che mi prendesse?
-</p>
-
-<p>
-Infatti da giovane era anche più brutto e più
-magro, sembrava più zoppo; sembrava tirasse
-l'anima coi denti.
-</p>
-
-<p>
-— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-ragazze han delle pretese; ma una
-donna quieta....
-</p>
-
-<p>
-— Trovarla una donna quieta!
-</p>
-
-<p>
-Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e
-a occhi bassi, nel silenzio: «Oh non c'ero io?»
-Almeno così egli credette, perchè sorrise ed
-esclamò commosso:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto
-sposarvi voi, Faziòla! Voi eravate proprio
-la donna per me.
-</p>
-
-<p>
-— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-Mormorò l'uno:
-</p>
-
-<p>
-— Adesso è fatta.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
-</p>
-
-<p>
-Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando la Faziòla stava per augurar la
-buona notte, lasciar la strada e passare la siepe,
-Fulgenzio, fermo, si guardò attorno, raccolse il
-fiato e con voce tremula disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite: la gente può dir quel che vuole;
-ma io, di una donna ne ho proprio bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— Lo dico anch'io.
-</p>
-
-<p>
-— Se voi mi voleste....
-</p>
-
-<p>
-Alla proposta lei si mise a ridere forte.
-</p>
-
-<p>
-— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono
-vecchia....
-</p>
-
-<p>
-— Mi volete?
-</p>
-
-<p>
-Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria;
-tanto egli temeva un no e tal voglia aveva lei
-di rispondere sì.
-</p>
-
-<p>
-Ma vinse la ragione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
-</p>
-
-<p>
-— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Buona notte, Faziòla.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, Fulgenzio.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Avevano una settimana per pensarci; ed era
-troppo; e la settimana fu lunga. Finchè aveva
-sperato di migliorare un po' la sua condizione
-risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva
-sperato anche di trovar donna non molto innanzi
-con gli anni la quale lo compensasse della
-giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli
-ogni speranza e presunzione, doveva ringraziar
-Dio se la Faziòla lo voleva! Era una brava
-donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe
-tanto da non tornargli di peso; una
-buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
-per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza.
-Davvero?... Non seduceva la Faziòla il solo interesse?
-Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
-parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva;
-ma, insomma, la donna era buona o
-no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero
-maligno!
-</p>
-
-<p>
-Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa
-in cui i parenti la trattavano da serva e le invidiavano
-il pane che mangiava; e faticar meno,
-e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-che a rifiutarla le sarebbe parso d'offendere la
-Provvidenza. Pure un ritegno le restava. Perchè?
-si sentiva il coraggio di sfidare la gente,
-o no....
-</p>
-
-<p>
-Finalmente venne la domenica a chiuder la
-settimana dell'attesa e dell'incertezza.
-</p>
-
-<p>
-— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno
-dai vesperi, Fulgenzio. E sorrideva in quel suo
-modo faticoso.
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura del mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Io no; non ci bado io!
-</p>
-
-<p>
-— Ci faranno la «scampanata».
-</p>
-
-<p>
-— E che la facciano!
-</p>
-
-<p>
-Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei
-accondiscese. Pur mentre incoraggiava, quella
-giusta apprensione degli scherni che turberebbero
-forse per anni la loro pace; quel timore
-dell'avversione o della condanna pubblica, toglieva
-ardimento a lui stesso e l'induceva, il
-dì dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di
-spender qualche cosa, non si potevano evitare le
-pubblicazioni matrimoniali? —
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non
-badassero a rispetti umani! —
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di meraviglia in principio, eppoi
-smetteranno.
-</p>
-
-<p>
-— È quel che dico anch'io.
-</p>
-
-<p>
-Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità
-mal repressa per tutta la chiesa quando l'arciprete
-disse dall'altare:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si pubblica per la prima volta la domanda
-di matrimonio di Fulgenzio Landi con la Violante
-Stradelli vedova Faziòli.
-</p>
-
-<p>
-E, dopo, la fidanzata non osava più uscir
-dalla porta di casa, avvelenata in casa dalle
-canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
-fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che
-modo resisteva lui alla tempesta. E Fulgenzio
-sorrideva e taceva.
-</p>
-
-<p>
-«Presto o tardi smetteranno!»
-</p>
-
-<p>
-Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano
-per il dì delle nozze!
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio;
-e allorchè, nel gran giorno, la gente accorse
-alla prima messa per assistere allo sposalizio,
-apprese che da due ore gli sposi eran
-già fatti e che già erano a casa loro.
-</p>
-
-<p>
-— Stamattina ce la siam cavata — sospirava
-la Faziòla. — Il peggio sarà stasera.
-</p>
-
-<p>
-Ripeteva Fulgenzio:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci pensate.
-</p>
-
-<p>
-Intanto si vedeva che lui ci pensava.
-</p>
-
-<p>
-Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh
-senza alcuna smania di sposi novizi!: irritati,
-al contrario, che a loro due, così quieti e consapevoli
-degli anni e dei malanni che portavano
-addosso, il mondo attribuisse simili sciocchezze.
-</p>
-
-<p>
-Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto,
-primo talamo della Faziòla, da riconnettere; e
-i pagliericci da riempir di foglie, e i cuscini da
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare
-e spartire la biancheria e i panni che meritavano
-rattoppi; e nettar la cucina in modo che
-non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
-l'arciprete e il fattore.
-</p>
-
-<p>
-— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio
-strofinando, dentro, il paiolo.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con
-le tagliatelle in brodo e il lesso.
-</p>
-
-<p>
-— Sono dieci anni che non ho sentito un poco
-di manzo; da quando si maritò mia sorella — confessò
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Similmente la Faziòla gustava il vino.
-</p>
-
-<p>
-— Buono! Buono! Non me ne davano mai,
-in casa, a me!
-</p>
-
-<p>
-E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea
-mirabile, che schiarì del tutto il malumore
-in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se
-dessimo da bere?...
-</p>
-
-<p>
-Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E
-rideva.
-</p>
-
-<p>
-— Il vino dove lo mettiamo?
-</p>
-
-<p>
-— In un bigoncio.
-</p>
-
-<p>
-E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola;
-e andò alla fattoria a riempirlo di quello
-buono.
-</p>
-
-<p>
-Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita
-d'averlo indotto alla grave spesa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti
-mancavano di questo; mancavan di quest'altro....
-</p>
-
-<p>
-Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla;
-di rivelarle il segreto contenuto nell'animo
-a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
-il libercolo.
-</p>
-
-<p>
-— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati
-come vi credete.
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è?
-</p>
-
-<p>
-— Il libretto della cassa di risparmio.
-</p>
-
-<p>
-Essa aveva spalancati gli occhi; guardava;
-ma non sapeva leggere.
-</p>
-
-<p>
-— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento
-franchi, senza i frutti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di
-altri?
-</p>
-
-<p>
-— Eh! alla cassa....
-</p>
-
-<p>
-— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete
-vedere dove li tengo, io?
-</p>
-
-<p>
-Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato
-che ebbe in fondo alla cassapanca, elevò
-la calza trionfale, sonante e gravida del gruzzolo;
-e disse, sgroppandola e riversandola sul
-letto:
-</p>
-
-<p>
-— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne
-abbia.
-</p>
-
-<p>
-Il marito aveva le lagrime agli occhi men per
-la gioia che per il rimorso di quel suo dubbio,
-che la donna l'avesse sposato per interesse. In
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva
-più lei!
-</p>
-
-<p>
-Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso
-velavan gli occhi della moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero
-dopo la morte di Faziòli, e quelli che misi
-insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
-</p>
-
-<p>
-Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non
-avrebbe pensato a rimaritarsi, a cinquant'anni!
-</p>
-
-<p>
-— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito,
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla
-dolorosa memoria, lei ripetè:
-</p>
-
-<p>
-— Contiamoli.
-</p>
-
-<p>
-Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva
-mentre distinguevano le monete e le
-ammucchiavano sorte per sorte, ed enumeravano
-i biglietti di banca; mentre il vino, a cui
-non erano avvezzi, ferveva loro nel sangue.
-Così, a poco a poco, i diversi sentimenti si confusero
-in una gioia comune.
-</p>
-
-<p>
-E il marito non potendo terminare il conto,
-distese le magre braccia a un timido abbraccio.
-</p>
-
-<p>
-— Povera la mia donna!
-</p>
-
-<p>
-Lei sorrise.
-</p>
-
-<p>
-Fu un momento. In quel momento avrebbero
-dato fors'anche il libretto della cassa e tutte
-quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
-ma la sposa subito tornò in sè:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono vecchia, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza
-della sua propria insania; e ripresero il
-conto.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era
-una gara a chi strepitasse più forte: un fracasso
-di secchi battuti a furia; di cassette di latta bastonate
-senza tregua; di coperchi picchiati l'un
-contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli
-che s'appendono al collo de'
-buoi per la fiera — scossi da instancabili mani;
-e corna di bue roboanti, e voci umane fatte
-bestiali: grugniti, gallicini, ragli, fischi. Un
-ex soldato, trombettiere, si sfiatava nel suo strumento;
-un cacciatore, con meno fatica, sparava
-a quando a quando colpi di schioppo all'aria, e
-due cani abbaiando e latrando s'introdussero
-nella compagnia.
-</p>
-
-<p>
-La dimostrazione veniva solenne, memorabile.
-All'infernale sollazzo dava motivo e impeto l'oscura
-coscienza rusticana, avversa a che la vecchiaia
-presuma cosa da giovani, e offesa da una
-vedovanza interrotta. Nessuno di coloro pensava
-certo che invece di schernire un connubio ridevole
-e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere
-anime e di due timorosi egoisti condotti
-dalla fortuna a reciproco soccorso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
-</p>
-
-<p>
-— Sono qui! — disse la donna. — Vado a
-smorzare il lume.
-</p>
-
-<p>
-A posta, per far credere che erano a letto e
-per accrescersi il piacere dell'improvvisata, l'avevano
-acceso nella camera nuziale.
-</p>
-
-<p>
-Quindi, al mancar di quella luce, le oscene
-grida e le risa superarono tutti i suoni.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso accendiamo il lanternino.
-</p>
-
-<p>
-Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite la voce di Mauro?
-</p>
-
-<p>
-— E quel della tromba chi sarà?
-</p>
-
-<p>
-— È Martino dell'Argine.
-</p>
-
-<p>
-— Che matti!
-</p>
-
-<p>
-— Vogliamo ridere!
-</p>
-
-<p>
-Ma in quel punto il cacciatore sparò due
-colpi.
-</p>
-
-<p>
-— Anche delle schioppettate!
-</p>
-
-<p>
-E la moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci faran del male, eh? Quando si è
-matti!...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi andare innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio;
-dietro, andò la donna col bicchiere e il
-lanternino.
-</p>
-
-<p>
-A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un
-istante, chi sonò o soffiò con più lena; e in
-massa tutti s'appressarono alla porta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...;
-buum buum buum...; taratatà taratatà, taratatà...;
-cococodè!...;</i> e, prevalenti, strazianti, i <i>cian
-cian</i> dei metalli e il <i>dan dan</i> dei campanacci.
-</p>
-
-<p>
-— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!...
-Ohe!... gente! Chi vuol bere?
-</p>
-
-<p>
-— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E
-di cuore, ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe
-di fronte. Quegli lasciò cadere la secchia disarmonica
-per bere d'un fiato, e gridar dopo:
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua
-volta il bicchiere per un altro.
-</p>
-
-<p>
-Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa
-c'è? — Cosa fanno?... Dan da bere! — Un bigoncio! — Ohe!
-ci siamo anche noi! — Vino!
-</p>
-
-<p>
-Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un
-senso quasi di gratitudine avevan còlti gli animi;
-di súbito, secondo avviene nella gente rude,
-i cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo,
-opposto.
-</p>
-
-<p>
-Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla
-e Fulgenzio avevano gettato dalla finestra,
-per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
-o non avevan taciuto, essi, in una vile
-rassegnazione; ma passavan da bere, e vino
-buono! Succedevano alle grida folli e ai motti
-sconci, voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza;
-e tutti in una volta.
-</p>
-
-<p>
-— La fanno da signori, gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio
-tenervelo io al battesimo!
-</p>
-
-<p>
-— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà
-caporale anche lui!
-</p>
-
-<p>
-— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
-</p>
-
-<p>
-— Fulgenzio è geloso!
-</p>
-
-<p>
-— Fulgenzio è pacifico!
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'allegria!
-</p>
-
-<p>
-Il trombettiere impose silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni
-ai ragazzi più ostinati nel frastuono. — Adesso
-gli sposi ballano la monferina! — La
-proposta fu accolta da applausi; la monferina
-fu intonata dalla tromba, cantata e zufolata;
-mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio,
-il quale si schermiva con ambedue le braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva
-dimenandosi fra le mani e le braccia
-che l'urtavano, lo spingevano.
-</p>
-
-<p>
-— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
-</p>
-
-<p>
-Ma la Faziòla diede al marito la prima prova
-di abnegazione; una gran prova, anzi, di virtù.
-Comprendendo che per acquetarli era necessario
-che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò
-al ballo con l'agilità e la disinvoltura de' suoi
-vent'anni e del ballerino che combinò a saltarle
-di contro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato
-tranquillo; e, per emulazione più che per
-burla, i giovani gettarono i recipienti sonori, i
-campanacci e i corni; e in mancanza di donne,
-si misero a ballare tra loro, intanto che Fulgenzio
-attingeva e offriva il vino attorno con
-viso lieto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri....
-Finchè ce n'è!... Di cuore!
-</p>
-
-<p>
-Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere
-perduto il fiato, tutti ripresero gli strumenti
-del baccano.
-</p>
-
-<p>
-Adesso però ciascuno dava dentro nel suo
-con l'anima d'un inno glorioso.
-</p>
-
-<p>
-.... — Felice notte!
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'amore!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'allegria!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici
-per il sollievo del peso che aveva preoccupato
-a lungo il loro animo; per il piacere
-d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia,
-con l'astuzia; per la gioia d'essersi sottratti, anche
-in avvenire, a beffe o biasimi, meritando
-invece indulgenza e benevolo ricordo.
-</p>
-
-<p>
-E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo,
-di reciproca gratitudine, e la certezza di giorni
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-meno tristi, forse ebbero allora la persuasione!
-che avevano saputa togliere agli altri l'illusione,
-che a torto prima presupposta in essi, aveva
-indotta la terribile turba a tanto sbattere, gridare
-e scampanare.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="polso"></a>
-Il polso.
-</h2>
-
-<p class="indl small">
-Nel settecento:
-</p>
-
-<p class="indr small">
-per i mariti d'oggidì.
-</p>
-
-<p>
-Difficile dire se il conte La Fratta amasse più
-sè stesso o la marchesa Arnisio; ma poichè
-per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la
-lode di cavaliere perfetto e per secondare gli
-stimoli del cuore insisteva da un anno a servire
-con cura paziente e con indulgente costanza
-una dama così mutabile di pensiero e di animo,
-egli certo amava troppo sè stesso e oltre il
-necessario a un cavalier servente egli amava
-l'Arnisio.
-</p>
-
-<p>
-A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia
-su di lui l'attraenza dell'ignoto e del nuovo;
-la virtù quasi d'un fascino arcano; quantunque,
-a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
-molte singolarità e usanze e malizie. Già
-sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi
-e quando fosse meglio accondiscendere a
-quello che alla dama piacesse affermare; già
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-aveva appreso a distinguere su le sue labbra
-rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia
-sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva
-tutto quanto comandasse o esprimesse
-dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto:
-anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed
-era spesso — l'esperienza e la consuetudine
-avevano sancita una specie di prammatica
-ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava
-parlare di mille cose per divagarne il pensiero
-doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
-a diritto o a rovescio, no, sempre no, o
-sì, sempre sì.
-</p>
-
-<p>
-Questo ed altro il conte sapeva della marchesa;
-ma una cosa non sapeva: se ella avesse il
-cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?» egli
-si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni
-giorno più nella ricerca dell'ignoto n'era più avvinto
-dal fascino; cosicchè ogni giorno più s'innamorava
-della dama e di sè, che con sua gloria
-resisteva a servirla.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle
-bizze nel brio e alle arie annoiate alternando
-gli accordi e i riposi e gli assensi, cominciò ad
-accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e
-sentimentali ch'egli credette di giungere a proda:
-il sentimento deriva dal cuore; dunque il
-cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva
-battere per altri che per lui, che da un
-anno la serviva con cura paziente e con indulgente
-costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-a studiare di quale e quanto e quanto duraturo
-amore fosse capace il cuore piccoletto
-della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva
-con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti
-abbandoni e neppure quei moti meditati
-o spontanei di gelosia che tutte le donne amando,
-o fingendo d'amare, sogliono avere. E nello
-studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e il suo
-pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della
-dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
-</p>
-
-<p>
-Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche
-e le remissioni di donna usata alla vita;
-i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse
-cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da
-un intimo, segreto travaglio che le eccitava e
-tribolava lo spirito: lo sguardo di lei, spesso
-stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta,
-dicevan forse che il suo spirito vagava
-dietro un inafferrabile bene, finchè, con uno
-sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse
-di riaversi o mentire; e allora abbondava di cachinni
-e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa.
-Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece
-che la simulazione d'un malanno alla moda, poteva
-essere la dissimulazione di un urgente rovello;
-gli sdegni di lei contro lui non erano
-forse, come egli aveva sempre creduto, modi di
-civetteria sagace, ma più tosto non rattenuti impeti
-di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
-quelle occhiate lunghe e sentimentali,
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-potevano non essere tardi e magri compensi
-alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più,
-segni di compassione per lui in una confessione
-oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!;
-ma non per voi, povero conte!» Or bene, il
-conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio
-come Publio a Barce nel melodramma del
-Metastasio:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Se più felice oggetto</p>
-<p class="i2">Occupa il tuo pensiero,</p>
-<p class="i2">Taci, non dirmi il vero.</p>
-<p class="i2">Lasciami nell'error!</p>
-<div class="stanza"></div>
-<p>È pena che avvelena</p>
-<p class="i2">Un barbaro sospetto;</p>
-<p class="i2">Ma una certezza è pena</p>
-<p class="i2">Che opprime affatto un cor;</p>
-</div>
-
-<p>
-no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di
-sè, che premevano l'animo del conte e vi si
-rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano
-ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
-talora dubita a torto; l'altro, perchè,
-se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a
-tempo non compromettesse la sua dignità e la
-sua fama di <i>cavaliere di spirito</i>.
-</p>
-
-<p>
-Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira
-il caso d'un patito che con zelante servitù
-e con dabbenaggine inconscia facesse riparo all'amore
-ignoto della sua dama!; e La Fratta
-aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa
-amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
-intorno, il quale, come minore del conte, ella
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-non potesse assumere a servirla senza scapito
-agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
-incurante o ignaro di lei, ad altra dama della
-quale ella fosse gelosa. E come ella avrebbe
-lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
-restarci, egli interrogava il mistero, scrutava,
-investigava. Ma invano: tal donna era l'Arnisio
-che davanti a niuna persona e in niuna
-circostanza perdeva il predominio di sè; nè
-mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su
-quello che a lei fosse d'intorno, il conte riusciva
-a sorprenderle in volto ombra alcuna di
-rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna.
-Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
-fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva
-pietoso e tendeva a diventare ridicolo.
-</p>
-
-<p>
-Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate
-Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente
-arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
-le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni
-e de' suoi frizzi, nè men caro agli amici, cui
-giovava d'esperienza e di senno.
-</p>
-
-<p>
-L'abate consigliò: — Tastale il polso.
-</p>
-
-<p>
-Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso
-si possono frenare. Allorchè ricorderai alla
-marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore
-batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma
-il suo polso batterà più in fretta e tu potrai
-sentirlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-</p>
-
-<p>
-Al conte questa parve un'invenzione mirabile.
-L'abate continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Non si falla; ma ricordati che io confido
-la ricetta alla tua segretezza.
-</p>
-
-<p>
-— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse
-dalla marchesa Arnisio.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Essa, all'entrare del conte, era abbandonata
-sul canapè con la testa reclinata mollemente
-e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
-dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al
-bacio di lui su la sua destra, rispose con un
-sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
-</p>
-
-<p>
-— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose ella in tono flebile.
-</p>
-
-<p>
-La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania
-almeno quel giorno opportuna a' suoi
-fini.
-</p>
-
-<p>
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli,
-non per rammentare il tempo felice nella miseria
-ma per avviarsi súbito alla meta. Prima
-però chiese: — Desiderate un po' di melissa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica
-quel giorno era il sì; e trasse un breve
-sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
-labbra.
-</p>
-
-<p>
-— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima
-ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei
-su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò
-il polso attentamente.
-</p>
-
-<p>
-Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano
-d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il
-sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio
-in misura placida ed uguale.
-</p>
-
-<p>
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva
-il cammino). Corgnani giurava di perdere
-a tarocchi perchè lo costringevate a guardarvi,
-tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne
-d'avervi ravvisata a Versailles in una procace
-figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi
-proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe
-ballar meglio di voi il <i>paspié</i>. — E ristando,
-per prudenza: — No — disse — non avete febbre. — Pure,
-come più d'una volta aveva profittato
-dell'emicrania per tenere a lungo nelle
-sue una mano della dama, ritenne invece il polso,
-e riandando le vicende della sera innanzi,
-passata con lei alla conversazione di una dama
-illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con
-abile arte potè nominare coloro di cui aveva
-maggior sospetto. Ma il polso batteva sempre
-uguale e placido.
-</p>
-
-<p>
-«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?»
-domandava intanto La Fratta a sè stesso. «Quello
-non può essere: proviamo quest'altro.»
-</p>
-
-<p>
-Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel
-polso ritmico e muto sinchè ebbe percorsa invano
-la via che si era proposta. Oramai retrocedeva;
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava
-in nuovi dubbi. Infine, s'appigliò a
-chi gli capitò dinanzi al pensiero:
-</p>
-
-<p>
-— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per
-l'Arboldi; sdilinquiscono tutt'e due, il duchino
-e vostro marito.
-</p>
-
-<p>
-Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse;
-gli era parso; ma non era possibile che il sangue
-di una dama come la marchesa Arnisio
-si commovesse al ricordo di un vagheggino
-quasi adolescente! Per altro, la marchesa era
-così strana....
-</p>
-
-<p>
-— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi
-non preferirà quel bamboccio a un cavaliere
-qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio!
-La marchesa amava il duchino; amava — strana
-donna! — il frutto acerbo!; il polso che
-aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
-Il duchino! Per prima vendetta il conte
-volle discorrere e burlarsi di lui affinchè,
-magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
-piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria
-rifluì placido ed uguale.... E solo allora,
-trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un lampo,
-quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi
-il polso precipitava, martellava, scottava!
-Come scottato, il conte abbandonò il braccio
-della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito,
-non sapeva più che si dicesse. Diceva:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è
-possibile! — Ed era possibile!... Appena si fu
-ricomposto, senza esitare, rapido, asserì: — Voi
-siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata;
-ditemi, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose la dama; ma poteva essere
-il sì di prammatica.
-</p>
-
-<p>
-— Siete innamorata di.... vostro marito!
-</p>
-
-<p>
-La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice.
-Invece la dama, la quale, meravigliata anch'essa,
-era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
-ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto,
-e scoperta dal conte, e sentì tant'odio per
-il conte, che frenò la curiosità e tacque.
-</p>
-
-<p>
-— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro
-marito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un
-sì aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò:
-</p>
-
-<p>
-— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia
-servitù solo per la moda?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi,
-senza accorgermene?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e
-si contenne.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — conchiuse solennemente — non
-vi annoierò più, signora marchesa! Solo permettetemi
-l'ultimo consiglio: se non volete far ridere
-il mondo, non riferite questo nostro colloquio
-all'abate Fantelli. — E per un supremo
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-sforzo di galanteria cercò di baciare la destra
-dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa
-ritrasse la destra; ond'egli, senza guardarla, di
-corsa uscì dalla camera.
-</p>
-
-<p>
-La tenda era appena ricaduta dietro di lui
-quando la dama, alzatasi vispa e gaia come
-quella che da un mese non aveva avuta emicrania,
-con un lungo sospiro di soddisfazione
-esclamò: — Finalmente!
-</p>
-
-<p>
-Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate
-Fantelli?»
-</p>
-
-<p>
-Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da
-che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione
-improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
-egli rida e il mondo rida! Anzi!»
-</p>
-
-<p>
-Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione
-del mondo, ella dava al marito una prova
-d'amore sublime fino al sacrificio, e, sollecitato
-e disposto da quella al suo amore, il marito
-non avrebbe più resistito — n'era certa — alle
-altre prove e più seducenti prove del suo
-amore.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia,
-contemplava la gravità della propria sconfitta
-e cercava rimedio a quello de' suoi affetti
-che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro
-pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva
-il conte che raccomandando alla dama di tacere,
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-aveva obliato la natura di lei, e che s'ella
-parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe
-di lui e non di lei, della quale, tanto era stramba,
-nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
-considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva
-di non essersene accorto prima; e si rassegnava
-a giudicar quel capriccio meno enorme di
-quanto l'aveva giudicato prima.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto,
-pallido per sangue nobile da secoli, con modi
-di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
-gelosa della dama la quale egli serviva,
-se n'era accesa a dispetto del mondo e del cavalier
-servente?
-</p>
-
-<p>
-E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto,
-quello della dama, che ancora non era
-spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
-Peggio, assai peggio che la derisione del mondo,
-sarebbe la derisione della marchesa quand'ella
-innamorasse e seducesse il marito!
-</p>
-
-<p>
-Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta
-concepì il disegno di salvare il suo decoro e la
-sua dignità nella stima del mondo e nella stima
-della marchesa.
-</p>
-
-<p>
-Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo
-trovò per istrada; e al saluto di lui non fece nè
-parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la causa,
-e della risposta fu così poco contento da
-ammonire La Fratta che non salutare chi merita
-rispetto e onore è villania. Ma poichè la
-taccia di villania a chi merita rispetto e onore
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse
-la spada il marchese; e al terzo colpo la
-lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
-</p>
-
-<p>
-Pronto il marchese strinse con la pezzuola di
-batista il taglio che non era profondo; poi domandò,
-senz'ira:
-</p>
-
-<p>
-— Ora mi direte perchè un cavaliere come
-siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere
-come sono io.
-</p>
-
-<p>
-— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda
-che s'aspettava —; per provarvi che se
-da oggi in avanti non servirò più vostra moglie
-e non entrerò mai più nella vostra casa,
-la colpa è vostra.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne
-capì meno di prima. Ribattè:
-</p>
-
-<p>
-— Spiegatevi!
-</p>
-
-<p>
-E il conte:
-</p>
-
-<p>
-— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita
-della mia servitù perchè io, e non voi, ho
-scoperto ch'essa è innamorata di voi.
-</p>
-
-<p>
-Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto
-La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche
-con uguale timore volse il pensiero al
-riso del mondo, e chiese, con tono e impeto
-d'incredulità e di sorpresa:
-</p>
-
-<p>
-— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è
-un segreto dell'abate Fantelli; ma di ciò
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
-come sono io ha potuto attaccar briga con un
-cavaliere come siete voi!
-</p>
-
-<p>
-A tali parole il marchese sorrise, e porgendo
-la mano ferita all'amico:
-</p>
-
-<p>
-— Conte La Fratta — esclamò contento —, io
-vi ringrazio!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="modestia"></a>
-Come finì la Modestia.
-</h2>
-
-<p>
-<i>Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum
-bum! — Bum! Barnùm! — Cium! papaciùm!
-cium cium!</i>
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Che cos'è questo fragore?
-questo squillar di trombe, strepitar di piatti e
-tuonar di gran cassa? Chi arriva?... Oh! una
-carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale;
-su cui troneggia la più bella donna che
-io vedessi mai! Ha gli abiti mirabilmente variopinti
-e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
-gentiluomini in tuba e cravatta bianca.
-Qualcuno invece della tuba porta una corona
-d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
-altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia....
-Io arrossisco a lasciarmi vedere. Mi nasconderò
-dietro la siepe.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Voi dite, postiglioni,
-che bisogna dar riposo ai cavalli? A cavalli di
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta. Ma
-giuro che nemmeno per svago non viaggerò
-mai più per le campagne d'Italia! Io son usa
-al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
-non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere
-a pena un centinaio di aratri a vapore, affollare
-d'infermi tre stabilimenti idroterapici, aprire due
-esposizioni agricole, me la son presa comoda;
-ma ho consumato un giorno e sciupati quattro
-puledri che vinsero le corse a Longchamp, e
-che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
-quando per caso mi ci trovassi in
-domenica. Però io ringrazio voi, miei seguaci,
-d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo
-viaggio e vi porgo un marengo perchè andiate
-all'osteria laggiù, a bere un litro alla mia salute.
-Un marengo anche a voi, postiglioni e musici.
-Spicciatevi! Quanto a voi, poeti, se v'aggrada,
-andrete qui intorno cercando il Gran Pan.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca,
-io penserò un milione di telegrammi da spedire
-domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
-per il progresso delle industrie, delle arti e dei
-commerci e mediterò un nuovo modo d'annunziare
-il <i>Tot</i> e le <i>Pink</i>.
-</p>
-
-<p>
-.... Che frescura! Che quiete!
-</p>
-
-<p>
-Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi
-quasi mi vien sonno....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Ahi!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Chi va là, dietro la
-siepe?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Scusi, signora, se l'ho
-disturbata.... Uno spino mi ha punto un piede....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Perchè cammini scalza?
-Vieni qui. Chi sei?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Un'infelice; una povera
-creatura.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Vedo. Le tue vesti non
-le comprasti certo nei magazzini del Louvre; e
-la tua faccia par quella del mio amico Succi.
-Che naso! Oh che naso!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Me l'han tirato in tanti,
-signora; ho provate tante delusioni; ho patiti
-tanti disinganni!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Accostati; senza ritirarti
-in te stessa, vergognosa! Come ti chiami?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Modestia.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Modestia? La nipote di
-madama Virtù, che presa per un'aristocratica
-fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
-della Semplicità e del Buoncostume? la sorella
-dell'Onestà?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Sì, signora....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bel caso! bell'incontro!
-Da un pezzo non ho riso così di gusto!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Scusi, signora: la conosce lei
-mia sorella Onestà? Per amor di Dio, mi dica
-se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava
-più altri della mia famiglia. I miei parenti mi
-hanno abbandonata!...
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Eh! Poco posso dirti.
-Molti e molti anni sono essa mi chiese aiuto;
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
-affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Sapesse quant'è che la cerco!
-Un giorno, in una grande città, ci perdemmo
-in mezzo alla folla....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere. La troverai.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dove? dove?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — In un paese dove non
-si distribuiscano commende.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh Dio!... Dunque mia sorella
-è morta anche lei!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere, ti dico!
-Io non piango nemmeno ai drammi di Ibsen.
-Raccontami piuttosto la tua storia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Uh! la mia storia!... Disperata,
-mi ero ridotta a vivere qui nei dintorni, e ci
-campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
-fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro
-giorno, che diventasse sindaco il salumaio del
-villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità giudiziaria
-quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza
-e forse anarchica; e i carabinieri hanno
-già avuto l'ordine di arrestarmi se entro otto
-giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bene! Imparerai a stare
-al mondo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Per grazia di San Francesco mio
-protettore, ier sera tardi, passando sotto le finestre
-d'una villa, udii leggere un giornale: uno
-leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-invidia i letterati e gli artisti italiani; perchè,
-egli dice, in Italia chi ha dei meriti si fa strada
-da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
-in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza
-della <i>Réclame</i>....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bada a come parli!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Scusi.... Ripetevo le parole del
-Claretie.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Tira avanti!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — .... Non sapendo più dove andare,
-se anche in campagna adesso mi odiano,
-avrei pensato di mettermi per cameriera presso
-qualche scrittore o artista d'Italia....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bella idea! Ti credevo
-ingenua; ma non sino a questo punto. Ah ah!...
-E non mi conosci?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non ho questo onore.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Io discendo da quell'imperatrice
-che un amico della tua famiglia,
-Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
-sarcasmo. In America ebbi a padre putativo
-un certo Barnum; ma, oriunda di Francia, io,
-come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
-tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse
-senza scrupolo nel suo vocabolario. Mio dominio,
-il mondo; tutti gli uomini si raccomandano
-a me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi.
-Io sono la <i>Réclame</i>! La <i>Réclame</i>
-sono io!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh San Francesco!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tu non mi fuggirai....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Mi lasci andare! Per carità, mi
-lasci andare!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non mi fuggirai.... Non hai forza,
-povera diavola! Guarda: invece che odiarti
-mi fai compassione!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dunque mi lasci.... La prego!
-La scongiuro!... Che cosa vuole da me, Maestà?...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano
-proposito. Hai visto coloro che viaggiano
-meco?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Maestà, sì.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Bene: tra i miei musici cantano
-critici e giornalisti; i miei fedeli, che hai veduti,
-sono letterati e artisti che all'annuncio
-del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi,
-ove attendevano a opere luminose in una superba
-meditazione di conquista.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — E se tornano qua ora? se mi
-vedono?... Mi lasci andare!...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — No: non ti ravviseranno. Del
-resto, io li conosco per bravi ragazzi che non
-farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
-nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto.
-<i>In altri tempi avrebbero forse conquistato
-un arcipelago</i>: adesso, non sono che scrittori,
-i quali, come uomini d'intelligenza, vanno
-verso la Vita.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ah sì?... A far che cosa?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tante belle cose; fra cui l'<i>atto
-di Vita coronante il rito misterioso come l'Orgia</i>....
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-Non arrossire.... Via! Dammi quel libro
-ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'<i>Emulsione
-Scott</i>, dell'<i>Iperbiotina</i> e del <i>Depilatorio
-Clauser</i>; e saprai altre cose di gioia. Quello!...
-Brava!...
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è
-<i>bruciato dall'ambizione</i>.
-</p>
-
-<p>
-«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace
-lavoro; la sua ambizione senza freno e
-senza limiti constretta in un campo troppo
-angusto, la sua insofferenza acerrima della vita
-mediocre, la sua pretesa ai privilegi dei
-principi, il gusto dissimulato dell'azione onde
-era spinto verso la folla come verso la preda
-preferibile, il sogno d'un'arte più grande e più
-imperiosa che fosse a un tempo segnale di
-luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni
-insaziabili di predominio, di gloria e di
-piacere insorsero e tumultuarono in confuso
-abbagliandolo....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Cieco! Quanto doveva essere infelice,
-questo peccatore!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Al contrario, felicissimo: perchè
-la felicità <i>è tal cosa che l'uomo deve foggiare
-con le sue proprie mani su la sua incudine</i>; ed
-egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene
-che <i>il mondo era suo</i>!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Con tutto il rispetto, io non lo
-credo! In letteratura i fabbri potranno bearsi a
-batter le frasi perchè diano faville; ma nella
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire
-in niente, proprio come questi sogni letterari!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — E che importa se ti paion sogni?
-Purchè tu ne sia esclusa.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ma anche lei, signora...; mi permetta
-dirle che anche lei ne è esclusa. Non è
-mica la Gloria lei!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — La Gloria è un'illusione, di cui
-io sono la realtà! Vedi? Tu stessa non ragioni
-più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
-morta, non solo in arte, da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Però io spero che non tutti i letterati
-d'Italia vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi
-o invocheranno il dio Terremoto.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Se non tutti, molti! molti! Perchè
-al Verbo dei maestri, i discepoli divengono
-armento. E se è vero che i discepoli sempre
-esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma
-anche tutti i tuoi parenti prossimi e lontani
-sono spacciati! La Morale e l'Onore si <i>suicideranno</i>
-a vicenda, come due amanti infelici; le
-Virtù Teologali e Cardinali emigreranno nel centro
-dell'Affrica, dove non siano ancor giunti
-superuomini. Tu dove andrai?... <i>Quo vadis?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — .... Quanto soffrire, o mio Dio,
-che insegnasti «Chi si esalta sarà umiliato»!
-Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
-vecchio o non più giovane che mi protegga?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non dubitare, cara mia, che pur
-cotesti vecchietti amano me con animo pronto,
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco
-che seguono l'esempio di Vittore Hugo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Cioè?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame</i>: — Il buon Vittore diffondeva lui le
-lodi di sè per i giornali della Francia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali
-vengono dalla Francia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non credo. Già secondo quel tuo
-miserello Leopardi ogni uomo celebre sempre
-diventò celebre dando fiato per primo alla sua
-tromba.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh il mio Giacomo!... Poverello!
-Ma io lo consolavo augurandogli la giustizia del
-Tempo....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Invano! Ai miei cenni egli dubitava
-che pur questa fosse un'illusione; egli
-prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
-all'universo l'ultimo e supremo trionfo della
-scienza e la mia gran vittoria su tutti i letterati
-della terra.
-</p>
-
-<p>
-Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta
-nella fredda considerazione scientifica de' vizi
-e de' malanni che alla sua poesia furono come
-l'<i>humus</i> ai funghi; e il giorno della mia
-vendetta e della mia vittoria universale è venuto.
-</p>
-
-<p>
-Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno,
-mi chiede vita, e tutti gli dei d'Olimpo rivivono
-per me, e la Natura che io denudai alla libidine
-del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle
-lussurie dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-oggi, per questi campi, quest'ora del mio
-desto riposo.
-</p>
-
-<p>
-Odi tu la sua voce che mi saluta?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non sento niente.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi
-non sono usi a <i>incontrare il mistero e a rabbrividirne</i>.
-Il fatto è che la Natura, essendo poesia,
-ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno
-dei poeti suoi interpreti, che sono miei
-schiavi.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — E i prosatori?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — La poesia si fa anche in prosa,
-scioccherella!, quando la prosa si mette in versi
-e nelle porcherie i sensi diventano <i>strumenti
-d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più
-reconditi, a scoprire i segreti più reconditi</i>. Ma
-tu non puoi comprendere.... Piuttosto, dimmi:
-Perchè gli scrittori scrivono?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Per conforto all'amore e alla
-sventura.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Rispondi bene, o torno a leggere!...
-«Colui il quale molto ha sofferto è men
-sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Basta, basta.... Dirò che scrivono
-per guadagnare.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — In Italia? Nemmeno gli agenti
-delle tasse dan valore ai libri!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non so, allora....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non mentire!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dirò che scrivono per la gloria....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Bene!... Ma oggi chi crede più
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-che l'anima sopravviva al corpo? Dunque gli
-scrittori, nel dubbio di non poter visitare le biblioteche
-in ispirito, fra secoli, a conoscere quali
-opere vi si leggeranno, fan bene a rincorrere
-la gloria, per ogni via, finchè sono in vita.
-Aggiungi che oggi la chimica insegna come
-l'inchiostro e la carta dei libri moderni, a differenza
-dei cinquecentisti e delle pergamene,
-sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
-secoli non saranno intelligibili che i libri
-in carta a mano: proprio quelli degli scrittori
-ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
-enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera
-dei giurati; e così ai romanzieri e ai poeti
-val meglio provvedere alla loro fama presente,
-finchè sono in vita.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Che disperazione! Non capisco
-più nulla.... Ma San Francesco.... Oh! Ora che
-mi ricordo.... I letterati non sono i soli artisti
-italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano
-i pittori!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto
-nel costume di quelle donne che stanno
-in chiesa, presso una bara, nell'<i>Ultimo Convegno</i>;
-e ti farai credere, con cotesto naso, una
-modella. Poh! con qualche moina riuscirai forse
-a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
-ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione
-del prerafaelismo le modelle digiunano. Io poi
-ho elevato le imagini prerafaelite agli annunzi
-d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate;
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-sicchè i pittori riconoscono anch'essi da
-me la loro insolita fortuna.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Gli scultori, dunque...?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Gli scultori ti odiano. È per colpa
-tua che essi han da fare pochi monumenti!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — I musici.... Andrò da un musico....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Perchè egli dedichi a te, invece
-che a sè stesso, le sue opere? Spera, spera! Per
-amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che insegnò:
-«Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno
-un conforto alle passioni antiche della politica
-e della corruttela: nei loro giornali possono leggere
-fra i telegrammi della cronaca artistica
-«.... Al duetto di Gesù con la Maddalena, tutto
-il tempio scoppiò in frenetici applausi....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — <i>Quo vadis?</i>... Ahi!... Non ti resta
-che venire al mio servizio. Metterò qualche volta
-i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia, e metterò
-a te gli abiti e la maschera di lei....
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Piuttosto morire!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Via! via! Aspetta almeno a quando
-avrai marito, per fare come Lucrezia romana,
-che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per
-te, o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme,
-all'immortalità.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — No! subito, o morire o fuggire
-dal consorzio civile! Andrò al polo nord!...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Come il dottor Cok! E tu cammini
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-a piedi, a piedi scalzi e senza un soldo
-in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
-Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati
-ai loro blocchi di ghiaccio, duri più del
-marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di casa
-Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica,
-troveresti i cannibali già intenti a leggere
-i romanzi italiani tradotti in francese.
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo!
-Sono tutti ubbriachi fradici. Anche i poeti, che,
-poverini, han preferito Lieo al Grande Pan....
-</p>
-
-<p>
-Postiglioni, mi raccomando a voi....
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Addio, Modestia, fatti coraggio!
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Un urlo straziante, una scossa della vettura....
-Che cosa è stato? Ah niente! S'è gettata
-la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto
-le ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio
-che Maupassant trovò per uno de' suoi personaggi:
-un plagio; e neanche i plagi commuovono
-più le fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi
-in una campagna solitaria ove non
-c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè
-stessa in vita, neppure morendo la Modestia ha
-saputo provvedere alla propria fama. Doveva
-finire così!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="entusiasta"></a>
-L'entusiasta punito.
-</h2>
-
-<p>
-Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira
-più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma
-l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti
-a un fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati
-oggidì s'intendono nella bramosia dell'argento
-lunare e preferiscono la povertà delle tenebre;
-ma Carlo Dònnola beveva il latte della
-luna con tal gioia che le pupille gli s'inumidivano
-come a uno spirituale liquore s'inumidiscono
-le pupille d'un ebro. E se in noi fu esausta
-dall'artificio l'ammirazione per i fiori, tanto che
-d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di
-cera», a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava
-tuttavia di «carne»; e contemplata e annusata
-a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
-il naso elevando gli occhi, come a una visione,
-e «Dolce signora — esclamava mestamente — io
-v'amo!»
-</p>
-
-<p>
-Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-vergine alle impressioni della natura; bensì
-che era in lui una nativa, particolare attitudine
-a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta
-la vita; ad avvertire quel che gli altri spesso,
-mortificati dal brutto, non avvertono e che egli
-con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale
-rivelava per mezzo degli aggettivi, spiccioli o a
-coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! squisito! — supremo!
-sovrumano! — straordinario!
-sublime!»
-</p>
-
-<p>
-Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un
-poeta; giacchè si sa, e Teofilo Gautier lo dice,
-che i poeti vedono il bello dove non è: «<i>Les
-poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes
-pour maîtresses</i>»: Carlo Dònnola invece
-vedeva il bello dov'era. Così mentre altri alle
-esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura,
-egli s'arrestava d'improvviso dinanzi a
-qualche grazioso ninnolo statuario, il quale all'occhio
-comune era impercettibile fra tanti orrori;
-o ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano
-gli altri, egli solo, súbito, indicava o la
-minima parte o la linea lodevole.
-</p>
-
-<p>
-Quante volte nelle tele sciagurate di colore e
-di disegno non vantava giustamente l'intenzione
-del pittore? E, non a torto, quando in cospetto
-a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura
-moderna, egli notava: — Che bel camino! — Beato
-lui! A una sinfonia d'imitazione
-wagneriana cadeva ogni possa anche nel più
-classicista ascoltatore e critico; ma Dònnola riteneva,
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-per zufolarle dopo, quelle poche note
-che erano state come una fugace spera di sole
-tra una nebbia folta o in una roboante tempesta.
-</p>
-
-<p>
-Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche
-magnifico scrittore moderno molti si smarrivano
-a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
-pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui
-meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E
-l'idea?
-</p>
-
-<p>
-E lui:
-</p>
-
-<p>
-— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea.
-Simbolismo!
-</p>
-
-<p>
-Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno,
-sebbene in fama di stupido. L'uomo d'ingegno,
-veramente, è infelice, perchè non meno
-ammira il bello di quel che s'offenda del brutto;
-invece Carlo viveva felice pascendosi soltanto
-di bellezza. Quando però venne il dì che
-lo vidi soffrire, allora io non dubitai più oltre
-che la sua fama di stupido era ingiusta.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore
-della bellezza femminile che vedendo oggi una
-più bella donna, non dispregia per essa la donna
-lodata o amata ieri. Carlo non procedeva
-nemmeno a confronti: progrediva nell'entusiasmo,
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-perchè la sua fortuna ogni giorno gli recava
-innanzi creature in tutto o in parte più
-mirabili. Gli amici se ne affliggevano, invidiosi. — <i>Excelsior!</i> — dicevano
-ironicamente. — Ma
-trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo
-precipitare! —
-</p>
-
-<p>
-Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa
-Gurli; la sposò e continuò a salire. Infatti
-la conoscenza della perfezione non si acquista
-che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle
-indagini e alla percezione del bello. D'altra parte,
-il bello e il bene, secondo i filosofi, sono una
-cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
-nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo
-non aveva mai conosciuto se non i saggi che
-delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
-entro certi limiti) concede alle donne di porgere
-al mondo, a tutti: il resto è o dovrebbe essere
-per il solo eletto, per il marito. E divenuto per
-la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute
-rivelazioni, innumerevoli meraviglie, estetiche
-scoperte, portentose gioie, straordinarie squisite
-stupende supreme sublimi esclamazioni.
-</p>
-
-<p>
-Io strinsi amicizia con lui appunto in quei
-giorni che il matrimonio lo traeva all'estasi.
-Oramai, come insufficienti, dimenticava gli aggettivi
-dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più,
-come esigua, l'esclamazione «divina» riserbata
-fino allora per lode sintetica a qualche esemplare
-del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo,
-senza dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-sovrumana. Tale, quale un uomo antico a cui
-una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
-in me le confidenze che gli alleviavano
-la felicità soverchia.
-</p>
-
-<p>
-— Teresa — mi disse una volta — è sterile.
-Pensa: nessuna deformazione, nessun danno per
-la sua bellezza!
-</p>
-
-<p>
-— La corporale bellezza di Teresa — un'altra
-volta mi accertava — è nulla a paragone
-dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
-</p>
-
-<p>
-E io, da amico sincero, da amico che eccitava
-l'imaginativa a comprendere così prezioso
-tesoro, per poco non gli dicevo:
-</p>
-
-<p>
-— Deh! fammela sentire!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita
-e degno, degnissimo della felicità; quest'uomo....
-</p>
-
-<p>
-Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù:
-che è la bellezza dell'animo non caduca,
-non fragile alle offese dei malanni, non deperibile
-alla diuturna ingiuria del tempo; che è il
-balsamo conservatore dell'amore coniugale, la
-maglia di salute per le anime sensibili a quelle
-intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
-e penetrano e soffiano tra le domestiche
-pareti, e raffreddano il sentimento in guisa che
-la ragione scusi poi l'«incompatibilità di carattere»,
-la «separazione», il divorzio, il vizio,
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-l'a....dulterio! Ah quando le malattie non isciupassero
-troppo presto in Teresa il formoso corpo
-per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima,
-a poco a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe
-all'opera distruggitrice, lenta e assidua,
-degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati
-i sensi; sfiorita la giovinezza, più libera
-risplenderebbe l'intima virtù che agli occhi almeno
-del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
-amabile sino alla vecchiaia.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno
-dopo il matrimonio e non lo riconobbi subito.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
-</p>
-
-<p>
-Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono
-di un <i>lion</i> che ritorni verde da una bisca; avrei
-potuto scommettere che quel giorno non s'era
-mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta
-ad arco, gli spiovevano simili ai baffi di un
-cinese.
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa
-dal peso enorme che l'abbatteva.
-</p>
-
-<p>
-— Tua moglie.... è ammalata?
-</p>
-
-<p>
-— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste,
-negando insieme e non negando. Sembrava
-più confermare che negare.
-</p>
-
-<p>
-— Forse — io insistetti per pietà, mentre già
-sorridevo per conforto — forse è incinta?
-</p>
-
-<p>
-— No no. — Negava e non negava. E m'attristai
-anch'io credendo d'indovinare, finalmente.
-</p>
-
-<p>
-— Un.... aborto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No no —; come dianzi.
-</p>
-
-<p>
-Allora con rapida memoria io, che avevo il
-dovere di confortarlo, riandai quanti malanni
-possono colpire una donna; con rapido esame
-li paragonavo a quella disperazione abbandonata
-e quasi muta; nè a tanta afflizione trovai
-convenir altra sventura che una che non era
-da esprimere se non con una perifrasi misericorde.
-</p>
-
-<p>
-— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico
-come me.... Di' dunque: l'isterismo.... fa
-certi scherzi..., passeggeri però; di cui si guarisce....
-</p>
-
-<p>
-No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli
-non negava del tutto neppur questo!
-</p>
-
-<p>
-— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi
-la mano.
-</p>
-
-<p>
-Oh!...
-</p>
-
-<p>
-Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi
-la mano, gli dissi: — Coraggio —; gli dissi con
-uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
-moglie lo tradiva.
-</p>
-
-<p>
-Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti
-romanzi francesi e italo-francesi, quantunque
-frequentassi il teatro drammatico, non sapevo
-persuadermi che quella donna avesse tradito
-l'amico mio prima d'un anno dalle nozze. A
-poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia interpretazione
-e ricordai che nel lasciarmi Carlo
-mi aveva quasi detto con gli occhi: «Tradimento,
-sì; ma che tradimento intendi?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-</p>
-
-<p>
-Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi
-riflettei su quel suo negare e non negare a
-ogni mia precedente dimanda....
-</p>
-
-<p>
-Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio
-adagio, d'una colpa e d'una sciagura mostruosa
-a cui fossero parti integrali il morbo, la figliazione,
-l'aborto, la demenza, il tradimento, la
-turpitudine; sebbene non potessi chiaramente
-definire qual cosa mai l'indegna moglie avesse
-fatta. Quando....
-</p>
-
-<p>
-.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo
-più! Che colpa! che sciagura! che orrore! quando
-ricevetti:
-</p>
-
-<p class="center pad1">
-<i>Petali e corolle<br />
-versi<br />
-di<br />
-Teresa Gurli Dònnola</i>.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="agnello"></a>
-L'agnello.
-</h2>
-
-<p>
-<i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in
-mazzetto; raccolto, dentro il canestro, nel giaciglio
-di erba ancor fresca, a quando a quando
-l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva
-come in un abbandono o in un esaurimento di
-disperazione. Allora sui miti occhi cristiani cadevano
-le palpebre; indi, ecco: languido languido
-lo sguardo sembrava cercar di nuovo la landa
-troppo presto perduta e di nuovo spegnersi
-a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa
-e dal petto ansioso tornava l'invocazione della
-perduta madre:
-</p>
-
-<p>
-<i>Bèee</i>.
-</p>
-
-<p>
-Prorompeva il frastuono della musica; rombava,
-negli intervalli, il susurrio delle voci e lo
-scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti, richiami,
-risa, sorrisi. Allegria.
-</p>
-
-<p>
-Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia
-entrò nella sala. E allorchè, nell'avvicinarsi là
-dove suscitavano ammirazione i doni in mostra
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce
-di duolo, egli tese il capo.
-</p>
-
-<p>
-Oh come soavi quei due occhi cilestri che
-sembravano cercare due occhi fraterni!
-</p>
-
-<p>
-Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come
-sembrò palpitante il petto chiuso nella veste
-bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
-che soffriva! Non era un inganno di civetteria;
-non un pretesto a farsi notare; spontaneamente,
-inconsciamente quasi, ella alzava
-una mano quasi a indicare ed accusare la tortura
-delle quattro zampe strette nel vincolo di
-seta, mentre al doloroso <i>bèee</i> rispondeva, vòlta
-alla madre: — Poverino!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E poverino anche lui, il professor Biscaglia;
-il quale era un uomo molto triste; sempre triste;
-prima di tutto perchè essendosi arrotondata
-ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle
-occasioni solenni era andato restringendosi così
-che il <i>gilet</i> gli comprimeva lo stomaco e i calzoni
-stentavano ad acquistare in larghezza quel
-dito di misura che perdevano in lunghezza;
-e i piedi, non coperti sino al collo e al calcagno,
-apparivano più grandi di quanto erano.
-Erano così grandi!
-</p>
-
-<p>
-Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava
-Riccardo Biscaglia il dolore universale, e
-l'aveva recato seco pur alla festa di beneficenza.
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-E a tanto pessimismo il professore non aveva
-motivi dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non
-dagli studi; bensì dall'antico contrasto dell'istinto
-poetico con la realtà della vita. Se il Governo
-rinsavisse e comprendesse che, dopo o
-avanti la cultura della terra, ciò che più importa
-è la cultura delle menti e degli animi,
-i professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio,
-si distrarrebbero anch'essi in modi leciti e
-onesti e si avrebbero quindi meno poeti di dolore
-e meno scapoli. Senza dubbio un aumento
-di stipendio avrebbe attenuata in Biscaglia l'antitesi
-tra il Sancio Panza e il Don Chisciotte
-che discordavano entro di lui, quando il primo
-gli diceva: — Non prendere moglie, per carità!
-Tu sei troppo povero per una ricca e troppo
-più povero per una povera —; e il secondo
-l'incitava: — Cerca e trova la tua Dulcinea
-ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
-sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
-</p>
-
-<p>
-Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità
-senza quattrini in tasca? Ma sconsolato Tartarin,
-perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
-e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli,
-nè più gloriosa conquista poteva vantare
-in un mese che quella delle cento e tante
-lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia
-se la prendeva, più che col Governo, con la
-mala educazione che corrompe le ragazze. — È
-l'educazione del cuore che manca! — diceva
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-lui. — Se l'adulterio apparisse non una desiderabile
-offesa alle leggi, ma una cattiva azione,
-una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto
-fino il sacrificio di sposare una ricca, e
-non si sarebbe adirato nemmeno col Governo,
-nè rattristato alla fatalità del dolore umano.
-Questo, è vero, l'induceva a frequenti sfoghi di
-versi. Ma a che pro'? Gli editori non credono
-più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore,
-alla malinconia preferiscono stare allegre.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla
-festa, solo, con un solo biglietto per la lotteria,
-non aspettandosi uno spettacolo che lo commovesse
-così dolcemente: la creatura nel cesto
-e la creatura che stava a guardarla. Nessuna,
-nessun'altra di tante signore e signorine che
-vi erano, si era fermata compassionando dinanzi
-all'agnello. Tutte agognavano i premi di gran
-prezzo; tutte, tranne quella madre e quella figlia,
-civettavano intorno, stupide di mente e di
-cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è
-bellino? — E poichè anche la madre disse: — Povera
-bestiola! —, fu manifesta una affinità
-di sentire tra l'animo materno e il figliale e
-fu certo per Biscaglia che chi meritasse la pietà
-della madre meriterebbe anche la pietà della
-figlia o viceversa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
-</p>
-
-<p>
-Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le
-signore s'affollavano intorno al palco donde era
-venuto stentoreo l'annuncio e dove un signore in
-<i>frac</i> scampanellava per avviso ai più lontani.
-</p>
-
-<p>
-— Estrazione!
-</p>
-
-<p>
-Già si cominciava.
-</p>
-
-<p>
-— Numero!...
-</p>
-
-<p>
-— Attenti!...
-</p>
-
-<p>
-— Cinquantotto!
-</p>
-
-<p>
-Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto,
-senza meravigliarsi di non aver lui il 58 e di
-udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
-vinto un magnifico vaso d'argento.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: quattordici!
-</p>
-
-<p>
-Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E
-intanto il nuovo vincitore si portava via un'altra
-bella cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: due!
-</p>
-
-<p>
-Il professore scosse le spalle; mise il biglietto
-in tasca e si mosse. Già era disgraziato in
-tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
-consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe
-mutato d'infelice in felice, nè avrebbe
-diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: ventisei!
-</p>
-
-<p>
-Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora
-ciarlava appunto con quella mamma e quella
-bionda figliola così pietose. Gli sarebbe piaciuto
-di tentare un po' l'anima della ragazza in
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-qualche poetico discorso e avrebbe voluto esserle
-presentato dal collega; ma, disgraziato sempre,
-non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: quattrocentododici!
-</p>
-
-<p>
-Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo?
-Sì sì: l'aveva lui, il professore Riccardo Biscaglia,
-il 412!
-</p>
-
-<p>
-— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
-</p>
-
-<p>
-Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente.
-Ma diè indietro alla vista del premio.
-</p>
-
-<p>
-L'agnello!
-</p>
-
-<p>
-— Un agnello! — esclamarono i prossimi al
-banco. — Un agnello! — l'agnello! — Si rideva;
-si applaudiva.
-</p>
-
-<p>
-E Biscaglia salì e quindi discese dal palco;
-pallido come chi ascende al patibolo senza speranza
-di discendere.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega,
-a vederlo col cesto nelle mani.
-</p>
-
-<p>
-Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di
-spirito, che assumendo quasi il valore di una
-lode meritata per un'ardua prova rianimò il
-professore. E di animo ne aveva bisogno: <i>ella</i>
-era lì dinanzi e sorrideva un po' triste; diceva
-con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei e non io?»;
-e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre
-la mano senza guanto, bella, ripassava sul
-capo dell'agnellino; e gli occhi e la bocca del
-professore, che pareva una balia col fantolino
-in braccio, non dicevan nulla.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega;
-aggiungendo la presentazione:
-</p>
-
-<p>
-— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
-</p>
-
-<p>
-— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse
-la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa
-bestiola! — disse la figlia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Allora cesto e agnello per poco non caddero
-di mano a Biscaglia, tale fu l'urto che l'amico
-gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
-del resto, era venuta anche a lui.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
-</p>
-
-<p>
-— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe
-averne maggior cura di me.... Io non ho
-moglie....
-</p>
-
-<p>
-— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse
-l'altro.
-</p>
-
-<p>
-All'offerta, la figlia guardò la mamma; la
-mamma annuì; ringraziarono; e il candore e
-l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono
-dal professor Riccardo Biscaglia al soave dominio
-della signorina Irma Crocchi.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia
-s'innamorò assennatamente; perchè era un
-amore nato da un affetto non cieco: dall'ammirazione
-della bontà; perchè più che la bellezza
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-aveva potuto sul suo cuore quella prima vista
-della signorina Irma nell'attitudine compassionevole.
-La bellezza è caduca; non la bontà, se
-spontanea; non la gentilezza, se sincera e nativa.
-Essere amato da tale donna forse non
-sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio,
-ad ogni dolore, ad ogni fatica, a tutti i danni
-della vita? A tutti, forse no; per la fatalità del
-dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo
-Biscaglia, per quell'eterno conflitto che alimentava
-in sè stesso, vivrebbe e morirebbe scapolo.
-Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
-non poteva essere che troppo povera. Ma egli
-l'amava. Ma egli aveva l'obbligo di una visita
-alle signore che avevano accolto il suo dono.
-</p>
-
-<p>
-Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo
-per accertarsi e mantenere con maggior forza
-il cervello a posto, chiese a quel tale collega: — Le
-Crocchi non han mezzi, eh?
-</p>
-
-<p>
-— Han qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella
-realtà!
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Ma ci fu dunque il sole</p>
-<p>Su questa terra un dì?</p>
-</div>
-
-<p>
-Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro
-nelle tenebre tempestose. Diveniva possibile la
-conciliazione dell'idea col sentimento; dell'amore
-col senno, della poesia con la prosa! Irma
-possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva
-qualche cosa più di quanto costi una capanna
-a comperarla in due, o a prenderla in
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-affitto in due! Egli dunque poteva domandar
-la mano della signorina che amava! La felicità
-non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
-Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo
-amore, il compagno de' suoi sogni, l'argomento
-delle sue rime, il simbolo del suo cuore. <i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano
-d'accordo mentre Tartarin saliva il Righi, così
-erano d'accordo adesso nell'animo del professore
-Biscaglia mentre egli saliva <i>quelle</i> scale.
-</p>
-
-<p>
-Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto,
-le signore. Salendo crescevano i palpiti, calava
-il sangue. Smorto, anelante, il professore si arrestò
-all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta,
-lesse il nome: <i>Crocchi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
-</p>
-
-<p>
-Ma lui si sentiva così smorto che non ardì
-toccar súbito il bottone del campanello; e prima
-si fregò le guance con le mani. L'atto però
-gli parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a
-guardarlo o a spiarlo per la finestra della scala;
-si volse....
-</p>
-
-<p>
-Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva,
-spaccato, l'agnello.
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
-<i>Feuilleton Zeitung</i>, <i>Zürcher Post</i>, <i>Düsseldorfer Zeitung</i>,
-<i>Frankfurter Nachrichten</i>, <i>Neueste Nachrichten für Elberfeld</i>,
-<i>Dortmunder Zeitung</i>, <i>Unterhaltungs-Beilage</i>, <i>Die Selbsthilfe</i>,
-<i>Hansa-Theater</i>, <i>Neue Saarbrücker Zeitung</i>.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="falcone"></a>
-Il falcone.
-</h2>
-
-<p class="indl small">
-Nel medio evo:
-</p>
-
-<p class="indr small">
-per le signore d'oggidì.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-Il castellano di Ripalta s'era allevato con
-amore un valletto di nome Ugo e con desiderio,
-esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva
-il giorno che lo armerebbe cavaliere.
-Nè di quel bene del signore per il valletto ingelosiva
-madonna Ginevra, poichè la giovinezza
-di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi
-in conto di figlio, le risparmiava i rimbrotti del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le
-cacce e il conversare con le sue donne e cogli
-ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria
-del castello non meno che le faccende casalinghe,
-cui essa accudiva umilmente. Come rideva
-a osservar le galline, che al solo vederla
-chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro
-e si disputavano in frotta avida e litigiosa
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-il becchime che gettava, così rideva se a diporto
-il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
-o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse
-peggio che lo strappo il rattoppo; e mentre
-cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
-l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella
-cantava e i villani, giù nella valle, udivano limpide
-e schiette le cadenze della sua bella voce.
-</p>
-
-<p>
-Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra
-era amata dai servi, quantunque fosse anche
-temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
-tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio
-di lei diventava la volontà del sire. Solo
-Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
-e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno
-fingendosi egli sdegnato e mesto; sicchè lei finiva
-con immergergli le dita tra i capelli folti,
-per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava
-tutta in un'occhiata.
-</p>
-
-<p>
-Veramente molte cose erano permesse a Ugo.
-Poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto
-a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
-strane burle al vecchio maggiordomo o assestare
-un pugno allo scudiero che gli minacciava un
-pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
-che si stava spogliando; che, accusato alla padrona,
-la padrona rideva, e accusato al padrone,
-il padrone taceva.
-</p>
-
-<p>
-Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il
-valletto parve mutare costume, e il signore notò
-lo studio di lui a imitarlo affinchè nessuno,
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-neppure madonna Ginevra, lo considerasse più
-un ragazzo. Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi;
-sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi,
-d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la
-vita e la natura che fervevano attorno a lui
-gli rivelavano cose sconosciute e gli suscitavano
-sensazioni nuove. E intanto che la forza
-sensuale si sviluppava in lui e per l'istintiva
-penetrazione della pubescenza egli imparava da
-tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
-peranche indefinito gli avvolgeva il cuore
-di una insolita tristezza e tenerezza. Amava, già
-amava, senza sapere chi amasse e senza sapere
-che amava.
-</p>
-
-<p>
-Ma risalendo un giorno dalla valle al castello
-(era di fitto meriggio e sotto la forza del sole
-il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
-tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a
-un'allodola, madonna Ginevra; e d'un tratto
-l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
-sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma
-di persona viva: madonna Ginevra!
-</p>
-
-<p>
-La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle
-mani della padrona, al valletto tremavano le
-mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse
-lo sguardo; amava da uomo; senza paura amava,
-e senza vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente
-innamorata ebbe allora da fantasticare! Secondando
-i ricordi delle storie, che gli avevano
-raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-gloria delle loro dame, e invidiando a sè stesso
-i pochi anni che gli mancavano alla piena giovinezza,
-s'imaginava vincitore di tornei in cui
-madonna Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore
-e salvatore di madonna in un notturno
-assalto di nemici.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, quell'ardore e il compiacimento di
-quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara
-noncuranza della dama, la quale aveva due grand'occhi
-solo per vedere, non per osservare; e
-poichè egli non fallava più, tal cura e tal forza
-metteva nel servirla, essa non aveva neppur
-più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
-</p>
-
-<p>
-Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate
-le sue pene?
-</p>
-
-<p>
-E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò
-come condensando in modo più virile; onde la
-sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
-dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore
-della giovinezza, l'abituava a desiderare nella
-bella donna le delizie corporali e le gioie della
-colpa. A poco a poco egli perdette, così, la
-baldanza, il coraggio, la fede del suo amore; e
-il timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto
-e l'intenzione.
-</p>
-
-<p>
-Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto
-più gli diminuiva la speranza, tanto più cresceva
-in lui la bramosia di essere soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra era sempre bella e fresca:
-rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. Come
-spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-certe occhiate desiose del marito a lei! Con che
-travaglio percepiva negli occhi e nel riso di madonna
-gli assensi e le promesse! Il desiderio
-sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e
-tempestoso, affaticava l'animo del valletto non
-più riposato nei primi propositi; e il pensiero
-di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
-insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva
-morire d'amore; avrebbe alla prima buona
-circostanza rivelata alla dama la sua passione
-sconsolata.
-</p>
-
-<p>
-Avvenne che una mattina, montando il suo
-cavallo migliore e seguito da scudieri in vesti
-nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
-Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal
-valletto con penoso e lungo desiderio, tuttavia
-appena il signore fu scomparso al basso del
-colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della
-felicità se l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo
-malanno se madonna non volesse ascoltarlo
-o mancasse a lui il coraggio d'ottenere
-ascolto, provò un turbamento grande di paura.
-Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò
-il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
-</p>
-
-<p>
-E il sole cadeva che non aveva ancora trovato
-il modo acconcio per incominciare. Quando
-però, la sera, si fu accorto che la padrona
-era entrata nelle sue stanze, non più dubitando
-salì, s'introdusse guardingo, spinse francamente
-quella porta.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati,
-al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe
-Ugo e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa
-e sorridente disse: — Vieni, vieni. Cosa
-vuoi?
-</p>
-
-<p>
-A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda
-che s'era proposto di far dopo, e raccolto
-il fiato bastevole per non restare a mezzo,
-chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese
-o valletto, non importa chi amasse da gran
-tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
-o regina, non importa chi, e non avesse
-cuore di dirglielo, sarebbe savio?
-</p>
-
-<p>
-La domanda piacque a madonna, lieta non
-ostante l'assenza del marito; e per burlarsi del
-ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche
-un valletto, purchè fosse bello e valente come
-te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e
-ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
-almeno compassione.
-</p>
-
-<p>
-Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole
-e quasi ebbro di gioia esclamò: — Madonna
-Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per
-voi! Aiutatemi, madonna!
-</p>
-
-<p>
-La dama non rise: non credè che il ragazzo
-volesse burlarsi lui di lei, perchè gli scorse la
-passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
-lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò
-severa: — Ah, ma tu sei matto! Che mi vai
-cicalando con le tue fole? Che so io dei tuoi
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho
-risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il
-sire quando glielo dirò! Vattene!
-</p>
-
-<p>
-Stordito, con gli occhi spalancati e disperati,
-Ugo non si mosse. Nel tumulto dei pensieri,
-ebbe forza di cercare la suprema invocazione
-alla pietà della dama, l'affermazione estrema
-del suo amore e una minaccia quasi di vendetta
-all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
-così, e la colpa è vostra. Perchè non mi
-ammazzate piuttosto? Meglio morire!... In fe' di
-Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
-accontentato! — E con un'angoscia che pareva
-lo strozzasse, uscì di là.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che
-gli è venuto in mente a quel ragazzo?»; poi,
-nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè: «Cosa
-gli è venuta in mente?»; infine, si distese
-sotto le lenzuola e, come il marito era lontano,
-s'addormentò senz'altro pensiero, col riso su le
-labbra.
-</p>
-
-<p>
-Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato
-tosto il suo rovello, per non piangere si
-dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
-occhio prima d'essersi convinto che la prova
-che si era imposta era degna d'un cavaliere
-innamorato, se era prova che davvero gli metteva
-in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la
-mattina, ebbe fatica, quasi pena a riandare il
-fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
-un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-grosso errore, fino un'azione da ragazzo; e si
-provò a dimenticare. Non poteva: in che modo
-comparire al cospetto di madonna? E l'amore
-gli diè ragione; gli rinfocolò la fantasia; gli
-fece parer eroica la deliberazione presa. Quando
-furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso
-qua — segnava lo stomaco —; non potrò più
-mangiare. — E non si alzò.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non
-ingoia nulla — risposero. Nè egli cedè
-ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
-dì una serva gli portò una tazza di latte
-appena munto, spumante, che faceva voglia, e
-un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli
-occhi e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo
-fu a trovarlo e gli porse, dondolandolo per il
-gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini
-neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina
-tra altri ancora rossi ed in agresto: egli lo divorò
-un momento con gli occhi, resistette e lo
-respinse.
-</p>
-
-<p>
-Allora il maggiordomo venne dove madonna
-Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva
-un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose
-per la stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — chiese con simulata indifferenza
-la padrona.
-</p>
-
-<p>
-Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù
-neanche un granello d'uva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò
-alla cameruccia del valletto.
-</p>
-
-<p>
-Stava il valletto con le palpebre abbassate
-perchè nel languore dell'inedia tutto ondeggiava
-dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco
-e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della
-dama, riconoscendola.
-</p>
-
-<p>
-— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
-</p>
-
-<p>
-Egli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione
-di me!
-</p>
-
-<p>
-Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da
-me non avrai mai grazia nella
-bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
-al bene che il padrone ti vuole? È
-questa l'affezione che gli porti? Tornerà....
-</p>
-
-<p>
-— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato
-più che ardito.
-</p>
-
-<p>
-— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le
-ossa!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
-</p>
-
-<p>
-La dama uscì col proposito di dire ogni cosa
-al marito appena fosse giunto. Però, intanto che
-cuciva, ebbe timore che il marito la rimproverasse
-d'aver tentata per capriccio e accarezzata
-in qualche modo la folle passione del valletto;
-e a nascondergli la verità, non la rimprovererebbe
-di non averlo sovvenuto con un medico e
-con medicine e con premure? Che imbroglio!
-Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno
-scudiero venne ad annunziare che il castellano
-arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi sa — riflettè
-madonna Ginevra — che a vedere il
-padrone non lo domi la vergogna?»
-</p>
-
-<p>
-Così quando nel tinello, in cui su la tavola
-imbandita col più ricco vasellame fumavano le
-vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli disse: — È
-a letto da tre giorni, e non tocca cibo,
-per un capriccio. Provatevi voi a rimettergli
-il giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo
-seguì.
-</p>
-
-<p>
-— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
-</p>
-
-<p>
-Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello
-stomaco, che non mi va giù niente.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non
-è vero! Per il male che ha, potrebbe mangiare, — Poi
-rivolta a Ugo disse: — Adesso io
-gli dirò perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
-</p>
-
-<p>
-— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose.
-Raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo,
-la battaglia; e il signore, cui piacque
-quella risposta così franca e cui dava sospetto
-l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la
-moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
-soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò
-entrare nella mia camera mentre mi spogliavo.... —;
-onde il sire capì che il torto era
-proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò
-impaziente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-La dama invece tornò a chiedere al valletto:
-</p>
-
-<p>
-— Mangerai?
-</p>
-
-<p>
-Egli, che era risoluto di morire, negò ancora
-col capo, sospirando.
-</p>
-
-<p>
-— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e
-lui venne da me, tutto strano, a domandarmi....
-Imaginate!
-</p>
-
-<p>
-— Insomma! — fece il sire.
-</p>
-
-<p>
-— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima
-volta. E per l'ultima volta: — No! — ripetè forte
-Ugo, che teneva fissi gli occhi negli occhi di
-madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia
-a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma
-il marito senza più badarle, come nella
-reticenza comprendesse quanto imaginava, con
-collera afferrò il braccio del valletto e gridò
-bieco: — Cosa le chiedesti?
-</p>
-
-<p>
-Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà
-virile che l'amore rendeva ineluttabile;
-disperato amore, più forte della morte; tale, che
-madonna Ginevra ammirandone la fermezza
-minacciosa insieme e supplichevole e temendo
-a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
-marito che minacciava con quasi brutale veemenza,
-vinta dalla pietà, dall'ammirazione e
-forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
-giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
-</p>
-
-<p>
-— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone
-pellegrino, che non dareste a nessuno, nè
-a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
-averlo, s'è impuntato a digiunare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alle parole della donna il credulo marito contenne
-l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo
-male è questo, non voglio che tu ne muoia!
-Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo,
-uscì.
-</p>
-
-<p>
-Ma la dama prima d'andarsene si fece più
-presso a Ugo, che la speranza aveva ravvivato
-e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
-</p>
-
-<p>
-— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti
-vorrò contento. — Meglio che con le parole ella
-prometteva sorridendo con uno sguardo lungo
-e tenero come una carezza.
-</p>
-
-<p>
-Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="arcadia"></a>
-In Arcadia.
-</h2>
-
-<p>
-Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta
-miglia da Bologna e dieci dal men grosso paese,
-Castello. La strada che vi menava una volta
-era per lungo tratto il greto del fiume Idice,
-e poi una carraia, stretta fra balzi e rotta spesso
-da lavine, della quale non avrebbe potuto rendersi
-comparativa idea neppure chi avesse vista
-una via di Milano scomposta per prova di
-un nuovo pavimento. Ma, or è qualche anno, fu
-condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale
-che passando di lassù doveva contribuire
-anch'essa ai fatti di questo racconto. E lassù,
-dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
-aperto davanti e al di sopra di colline o più
-basse montagne, di cui una ha nome dall'antica
-Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
-cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino,
-di San Giorgio e di Cignano. Fra i castagneti
-appaiono le case bianche; tra balze, fratte
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai
-dì sereni si distende in nitido e obliquo letto per
-la plaga occidentale, alla pianura.
-</p>
-
-<p>
-Di forestieri a Rioronco non capitano che i
-carabinieri, a quando a quando, o, pur troppo,
-il cursore del comune. La scuola è distante e
-fuori della strada nuova. Un giornale vecchio
-d'un anno, se pervenga a chi sa leggere, è un
-foglio pieno di meravigliose novità.
-</p>
-
-<p>
-Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria
-serve da spaccio d'ogni genere; fin di sigari toscani,
-i quali, stagionati come sono, mitigherebbero
-il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
-</p>
-
-<p>
-Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti
-che, se non ci si metta la malattia della
-foglia, producono assai, e le belle vigne, che,
-se non le guastano malanni delle foglie e del
-grappolo, producono assai; oltre la terra fertile
-di formentone e di meliga, il rio Rosso ha per i
-più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche
-anguilla e tanti ranocchi!
-</p>
-
-<p>
-I ranocchi si prendono la notte con la «facella»;
-ciò e un pugno di canne le quali, accese,
-bruciano adagio e alla cui fiamma quelle curiose
-bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e
-di fra le alighe il capo stupefatto, e restano immote,
-fisse, incredule ai loro stessi occhi, non
-si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella
-luce con l'aurora, o credono a qualche scientifica
-scoperta degli uomini; il fatto sta, che nell'estasi
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
-al ruvido contatto della tela con le loro membra
-tenerelle, imparano giù prima d'esser fritte
-che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
-delle illusioni.
-</p>
-
-<p>
-Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto
-Rosso per le sue sabbie bionde, ma senza
-traccia d'oro —, si prendono trattenendo
-con una chiusa la corrente e con le pale gettando
-l'acqua fuori del borrone finchè questo
-rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli uomini
-afferrano anguille che si appiattano nella
-melma e pesci che si raccomandano a bocca
-aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
-e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo
-su le bracie come eroi che tentino uno
-scampo senza voltarsi indietro.
-</p>
-
-<p>
-Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano
-oggigiorno neanche i boschi di Rioronco;
-tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che in
-pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci
-e trappole e in primavera fan posta ai nidi con
-la poetica speranza d'allevarsi in gabbia o un
-cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale
-di solito — ingozza che t'ingozzo — basisce per
-il troppo pane biascicato che gli s'impartisce con
-troppo buon cuore.
-</p>
-
-<p>
-Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a
-Rioronco un solo omicidio: una baruffa vi è un
-avvenimento come un furto di pollaio; intorno
-al quale di casa in casa si discorre per un
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-mese, e del quale non si fa denuncia poichè
-quasi sempre si sa da tutti in che pentole quelle
-due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi
-vi sono corrotti come nei paesi dove le
-mamme fan la guardia alle figliole fidanzate.
-Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente
-manìa per cui dopo sette, o otto, o talvolta
-nove mesi di matrimonio, i padri cercano
-nel lunario e propongono alla moglie puerpera
-i nomi più strambi e difficili, da storpiare barbaramente
-sul neonato o sulla neonata che vanno
-a battezzare.
-</p>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Nella felice terra di Rioronco viveva ancora,
-pochi anni sono, un patriarca: un alto e forte
-vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia tutta
-sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza
-far ridere alcuno portava le brache corte,
-con le calze al ginocchio d'estate e con le ghette
-d'inverno; e in famiglia poteva contare con la
-moglie, vecchia meno di lui ma già imbecillita,
-tre figli, tre nuore, un genero, una quindicina
-di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
-in qualche modo all'assenza di due cugini soldati,
-aveva preso moglie anche lui, rendendo
-bisnonno il vecchio Carlone.
-</p>
-
-<p>
-Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-avi, governava tranquillamente e assolutamente
-come quello nella cui volontà e nelle cui tasche
-trovavano regola ed equilibrio le spese della casa
-e le rendite della terra coltivata da tutta la famiglia.
-Egli vigilava ai lavori; parlava poco con
-i figlioli; era aspro con le donne, complimentoso
-col curato, loquace con gli amici, terribile
-con i ragazzi e buono con i bambini che, seduto
-nella panca sotto il moro, elevava qualche
-volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare
-<i>trotta trotta, cavallon</i>, e farli ridere.
-</p>
-
-<p>
-Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre
-usava sedere a capo di tavola con gli uomini
-attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
-prima comunione: i minori mangiavano dopo
-con le donne. E per la rigida osservanza al vivere
-antico, e per la sua religione e per l'esperienza
-dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia
-d'una supremazia che gli aveva meritata
-rinomanza pure nei dintorni.
-</p>
-
-<p>
-Quand'egli si assentava — ma di rado e solo
-per la fiera al paese o per qualche grossa vendita
-in città — la Cà scura si commoveva in
-un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini,
-chi scappava all'osteria, chi dall'amorosa;
-mentre i ragazzi correvano a vuotar borri
-nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le
-nuore sfogavano le ire e le gelosie per lungo
-tempo contenute; sicchè il tiranno, che partendo
-era stato salutato da sospiri di sollievo,
-tornava non solo temuto come giudice, ma desiderato
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-spesso come salvatore. All'annunzio: — c'è
-il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura
-cadeva di subito in una quiete conventuale.
-</p>
-
-<p>
-Tornava Carlone dalla città tutt'intronato,
-stanco, con l'oscura e quasi atterrita coscienza
-della sua prossima morte, perchè in quelle ore
-laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo;
-e col pensiero avvinto alle cose vedute pativa
-un fastidio da cui stentava a liberarsi. Se gli affari
-gli erano andati a modo, si consolava alla
-vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù,
-hanno il vapore che ha avvelenata l'aria, ed
-hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
-meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano
-andati male, allora lamentava: — Noi diciamo
-che si stava meglio una volta; e a Bologna dicono
-lo stesso: che si stava meglio una volta.
-Dunque la gente a questo mondo non la trovo
-mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un povero
-ignorante; e per più giorni faceva il cattivo
-in casa, quasi temesse d'aver perduta o
-temesse di perdere l'autorità famigliare.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli
-la fatica di viaggi alla città, ecco
-che ad amareggiare gli ultimi giorni del patriarca
-venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un
-conte pontificio, ch'era morto a Roma e a Rioronco
-non si era visto quasi mai. La strada
-nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso
-dell'erede: alla massiccia Cà scura s'opponeva,
-nell'estimazione pubblica, il nobile Palazzetto,
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-di recente restaurato; alla supremazia
-del vecchione minacciava di succedere la supremazia
-di quel signore patito e guardingo, che
-i contadini dicevano cattivo come il loglio.
-</p>
-
-<p>
-Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso
-che gli si era dato a conoscere per uno
-dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
-i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha
-preso Rioronco per un covo di ladri?
-</p>
-
-<p>
-Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle
-carraie; tese reti metalliche lungo la strada;
-piantati pali con su la scritta «bandita». E il
-curato: — La moglie del signor ingegnere veste
-cinque bambine per la cresima.... Il signor ingegnere
-ha mandata la panca per la chiesa.... Il
-signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. — Dopo
-il ristauro della villa, ristauravano
-anche il piccolo oratorio di Sant'Anna, di
-fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che
-brava signora!...
-</p>
-
-<p>
-Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa,
-mal fa; chi non guarda in faccia, non è sincero;
-non mi fido io di colui!
-</p>
-
-<p>
-Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto,
-il cursore del Comune venne alla Cà scura
-con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
-dal sindaco.
-</p>
-
-<p>
-<i>A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo
-num. 12 del Regolamento....</i> etc..., <i>s'intima
-al signor Carlo Carli il taglio, nel suo predio
-denominato la Zucca, di tutti i rami di quella
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-quercia che impediscono la viabilità della strada
-comunale in Ronco...</i>, con minaccia di <i>dar corso
-immediato agli atti di contravvenzione....</i> etc....
-</p>
-
-<p>
-Parve a Carlone di ricevere un pugno su la
-testa. Rosso d'ira fe' portare da bere all'uomo;
-poi chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Oh perchè non han mai detto niente prima
-d'oggi?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
-</p>
-
-<p>
-E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui,
-indifferentemente, si difendeva dalle lagnanze,
-dalle minacce e dalle proteste:
-</p>
-
-<p>
-— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
-</p>
-
-<p>
-Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non
-ne passano, e la quercia non arriva alle birocce.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà
-ombra a qualcuno. — Poscia, con la stima d'ogni
-servo per chi lo paga, il cursore aggiunse: — Le
-leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma
-in Comune non se ne ricorderebbero se un qualche
-furbo di tanto in tanto non ci avesse tornaconto
-a metterle in memoria al Sindaco e alla
-Giunta.
-</p>
-
-<p>
-— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava
-il vecchio.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, appena se ne fu andato il messo,
-chiamò i figlioli e il cane, li mandò a provvedere
-in fretta un «arrostino», quantunque fosse
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-ancora tempo di caccia vietata, ed egli recò
-la biada alla sua mula.
-</p>
-
-<p>
-A cavallo, discendendo poco dopo, preparava
-il discorso per convincere che la quercia non
-faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
-prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando
-brontolando e rammentando che al tempo del
-Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
-folte, che era una delizia, giunse la sera al
-paese. Naturalmente, in vista dell'arrosto, il segretario
-promise di interporre la sua autorità
-perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso
-due o tre giorni dopo.
-</p>
-
-<p>
-E naturalmente quando Carlone de' Carli venne
-per la risposta, apprese che l'arrosto era stato
-squisito e il sindaco irremovibile.
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare
-la bella quercia, che rivedeva uguale nei
-ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
-alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare
-il frusto di pane, riposavano nei caldi
-meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
-i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto,
-perchè un intruso lassù non ne aveva
-una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
-mutilarla nelle braccia la feconda, la buona
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-quercia che dava tante staia di ghiande ogni
-anno!
-</p>
-
-<p>
-Col dispiacere d'imaginare le membra recise,
-Carlone pensava le parole di coloro che nel
-transitare per la strada osserverebbero quello
-strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così
-bella quercia! —; e i cattivi: — Ah, ah! gliel'han
-fatta a Carlone della Ca' scura! — E in lui era
-il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come
-d'un'offesa atroce, d'uno sfregio ignominioso
-contro non solo a lui ma a tutta la sua famiglia,
-ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi
-pronipoti.
-</p>
-
-<p>
-L'albero resistente e poderoso, per cento e
-cento anni ancora dopo la sua morte attesterebbe,
-così deturpato ad ogni primavera, l'antica
-sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione,
-di tanto in tanto rinnovata, a una
-lontana ingiustizia e a una remota provocazione
-dell'invidia e dell'orgoglio.
-</p>
-
-<p>
-Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse
-buttata giù, troncata di colpo, il fulmine!
-</p>
-
-<p>
-Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando
-allo sguardo altrui, andava alla quercia
-a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio
-il fulmine! meglio una saetta!
-</p>
-
-<p>
-E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava
-l'intimazione del sindaco e diceva: — Bisogna
-rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva il
-capo quasi minaccioso rispondendo:
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Andremo incontro a dei guai....
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse
-ai tre figli e al nipote maggiore:
-</p>
-
-<p>
-— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E
-quelli compresero che a tagliarla preferiva
-abbatterla, e tacquero.
-</p>
-
-<p>
-Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno,
-che precedeva per il sentiero, si rivolse:
-</p>
-
-<p>
-— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
-</p>
-
-<p>
-Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad
-aprire la buca, ampia, intorno al pedale che
-tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
-assisteva immobile con le mani in tasca.
-Apparvero lombrichi; apparvero fra la terra
-gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo
-scavar delle vanghe restavano recise con netto
-taglio, o, tócche, si spelavano bianche come
-serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima
-radice di un rosso terrigno, grossa quanto un
-braccio. Scalzata che fu con i picconi, Carlone
-recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
-passeri che s'inseguivano dalla siepe, non
-impauriti da quel battere della scure, volarono
-su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
-lontane.
-</p>
-
-<p>
-Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca:
-scoprirono a destra, più giù, un'altra radice più
-grossa, che il primogenito tagliò. E poi un'altra.
-E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano
-di quelle radichette bianche, lisce, umide
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-come serpi, con qualcuna delle vecchie nera e
-marcita.... E poi un'altra, rubesta.
-</p>
-
-<p>
-Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in
-piedi, immobile, all'apparenza impassibile, ordinò
-al nipote di poggiare la scala e di salire
-a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto.
-La faccenda fu lunga. Dopo di che, tornarono
-all'opera.
-</p>
-
-<p>
-Uno chiese se venderebbero anche il ceppo;
-ma il padre non rispose. E di quelli che frattanto
-passarono per la strada, fu uno che attese e,
-ricambiato un saluto, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un
-bosco!
-</p>
-
-<p>
-Esclamò un altro:
-</p>
-
-<p>
-— È campata abbastanza, eh, Carlone?
-</p>
-
-<p>
-— Abbastanza! — rispose.
-</p>
-
-<p>
-Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere,
-il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo
-a disturbarvi nei vostri interessi!
-</p>
-
-<p>
-Quegli rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Avete ragione, avete; — e proseguì.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un'altra ora la buca era già così profonda
-che a ogni nuova radice recisa, tre degli
-uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
-forza contro il fusto per tentare se non
-rimaneva che il fittone. Indarno: non ancora il
-fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
-mezzodì — ebbero certezza che sola la radice
-maestra rimaneva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— La mannaia a me!
-</p>
-
-<p>
-Discese lui nella fossa: cominciò a colpire;
-mentre i figli ai capi della corda, lontano, tiravano,
-squassavano.
-</p>
-
-<p>
-Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice
-di quella vita gigantesca cadevano i colpi
-del fiero vecchio. Quando il taglio fu innanzi,
-Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma
-l'albero non voleva cedere; invano s'incitavano
-l'un l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando
-un grido per avviso allo sforzo concorde....
-</p>
-
-<p>
-Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia
-troncato: poi, subito dopo, uno schianto molteplice,
-diverso, confuso e pieno di tutte le vette,
-di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono
-la terra madre; e parve che l'immensa pianta
-si sfasciasse tutta quanta, cadendo.
-</p>
-
-<p>
-Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto
-rosso s'asciugò, tra il sudore, due lagrime.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il
-curato. Era questi un buon prete, superstizioso
-e religioso a un tempo; un po' asprigno e cocciuto
-anche lui, un po' interessato, un po' gobbo,
-un po' sporco, perchè tabaccando non spazzava
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-il tabacco rimasto dalla presa sul panciotto più
-rosso che nero; ma abbastanza affezionato al
-suo gregge e al suo ovile e amico a Carlone
-de' Carli, col quale da anni e in ogni stagione faceva
-la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
-del moro o sotto il portico del forno o nella
-stalla. Veramente nei primi anni di cura la prevalenza
-del vecchio aveva urtato il parroco e
-quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto
-però egli si era convinto che disgustarsi Carlone
-sarebbe stato come disgustarsi tutta la parrocchia
-e che non potendo contrastare a un avversario,
-conveniva preferirne l'amicizia. Carlone
-inoltre era liberale verso la chiesa; e il figlio
-maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
-di San Vincenzo», che s'era estesa per le
-parrocchie vicine; e tra le donne della Ca' scura
-si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
-«rettora».
-</p>
-
-<p>
-Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario,
-súbito il curato dubitò d'una rivalità
-fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
-da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende
-ecclesiastiche pur in campagna, nè dubitò
-che tra i due litiganti resterebbe lui con la testa
-rotta quando non riuscisse a barcamenare.
-A ciò non era molto abile, e piuttosto che giovare,
-nuoceva alla sua intenzione onesta con
-far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo
-troppi elogi di Carlone: nondimeno volse il
-mese da che le radici della quercia eran state
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-messe al sole senza che il conflitto avvenisse.
-Per poco il curato non imbaldanziva; non gli
-pareva più tanto difficile navigare in buone acque
-fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere
-e la sua ottima signora se n'andrebbero,
-grazie a Dio, di villa in città.
-</p>
-
-<p>
-Ma egli non pensava a San Michele, che viene
-ai 29 di settembre; o meglio, non prevedeva
-che dovesse recargli noie proprio la maggior
-festa della parrocchia. Quell'anno non era stata
-scelta alla Ca' scura che la priora; e rettora
-sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
-Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
-</p>
-
-<p>
-Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo
-ma così petulante, venne in canonica, ed entrato
-nel discorso della prossima festa, espose chiaro
-e tondo il desiderio che la processione si recasse
-all'oratorio da lui fatto restaurare; come
-a dire che San Michele facesse una visita a
-Sant'Anna.
-</p>
-
-<p>
-A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi
-quale un cavallo che adombri, esclamò in quella
-sua maniera un po' rude:
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
-</p>
-
-<p>
-Di consuetudine, la processione calando dalla
-chiesa prendeva una viottola a bivio con la
-strada comunale (con la strada appunto che conduceva
-al Palazzetto) e saliva fino a un olmo,
-le cui fronde composte in cupola facevan da
-tempio a una Madonnina in voce di miracolosa.
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone.
-Imaginarsi dunque se si poteva mutare
-itinerario!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del
-curato, invece di arrendersi, insistette. Il desiderio
-pietoso era della sua signora: a lui pareva
-che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò
-comprendere quanto gli dispiacerebbe dover
-abbandonare con malanimo quei luoghi dove
-si era proposto far del bene; e alle giuste
-osservazioni che la gente di lassù era ostinata;
-che la novità troverebbe oppositori; che
-la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa,
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Le imagini davvero miracolose non si tengono
-sotto un albero! Io sarei ben lieto, ben
-fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
-una nuova cappella, se lei mi accertasse che
-questi miracoli sono di grande importanza....
-Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
-non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua
-Eminenza o, magari, alle autorità civili.
-</p>
-
-<p>
-«Misericordia!» pensò atterrito il parroco.
-«Piuttosto tentare....» Forse Carlone si persuaderebbe....
-</p>
-
-<p>
-Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile
-quello che prima gli era parso e aveva
-detto impossibile.
-</p>
-
-<p>
-Per una settimana il poveromo anticipò la visita
-al vecchio; lo prevenne più volte nell'offrirgli
-il tabacco; perdè più d'una partita senza
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-prendersela con le carte; ma quelle benedette
-parole: — Dite su, Carlone: vi dispiacerebbe a
-voi se invece d'andare alla Madonnina....; — quelle
-parole non riusciva a pronunciarle: gli
-si annodavano in gola per la certezza di non
-riuscire a bene; per il timore di far peggio, e
-per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato
-vecchio e riconoscerne senza profitto
-l'autorità.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il lunedì precedente alla festa il
-prete andò alla Ca' scura zoppicando; disse per
-un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
-addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone
-un giovinotto!
-</p>
-
-<p>
-— Basta — concluse con un sospiro mentre
-raccoglieva le carte dal desco —; domenica, se
-Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei
-sassi come gli altri anni....
-</p>
-
-<p>
-Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò
-in faccia a mo' di chi stando su l'avvertita
-discopra il tiro.
-</p>
-
-<p>
-Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
-</p>
-
-<p>
-— Andremo all'oratorio....
-</p>
-
-<p>
-Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone
-lasciò cader forte il pugno sul deschetto,
-gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Ah questa volta il suo ingegnere non se
-la cava! Finchè campo io, glielo dica a mio nome,
-non se la cava!
-</p>
-
-<p>
-— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il
-curato, rosso d'ira.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte
-e giocarono.
-</p>
-
-<p>
-.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava
-il prete fino alla siepe; quel dì
-l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. Intanto
-che andavano, l'uno aspettava che l'altro
-parlasse; e pensavano entrambi: «Tocca a
-lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone
-si fermò.
-</p>
-
-<p>
-— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce
-pareva di pentimento.
-</p>
-
-<p>
-— Addio — rispose duro il prete.
-</p>
-
-<p>
-— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si
-ricordi di quel che ho detto.
-</p>
-
-<p>
-Ma il prete si rivolse:
-</p>
-
-<p>
-— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro
-curato; si sa....
-</p>
-
-<p>
-Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo
-per un braccio, eppoi ponendosi la mano al
-petto:
-</p>
-
-<p>
-— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo!
-Nelle cose giuste io a lei mi caverò
-sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se
-lei si mette a gloriare i birboni, signor curato,
-mi creda, non c'intenderemo più!
-</p>
-
-<p>
-— I birboni? — il curato esclamò. — Già:
-chi non fa a vostro modo è un birbone! Ma,
-in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare
-di sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di
-sopra a tutti? fare sempre a vostro modo? e
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi
-siete, voi?
-</p>
-
-<p>
-Ribattè, umile, il vecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Io? niente! Sissignore, io non sono niente!
-Ma la processione non è solo lei che la fa! e la
-processione andrà dov'è sempre andata; glielo
-garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre
-terra, Carlone della Ca' scura!
-</p>
-
-<p>
-Fu in queste parole una semplicità così dignitosa,
-una tal fermezza quasi solenne, che il curato
-ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
-e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se
-già prima non avesse meditate e predisposte le
-minacce che dovevan servirgli a mezzo estremo.
-Come contro sua voglia, queste gli scapparon
-fuori in fretta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...;
-voi non siete più un ragazzo. La morte
-non guarda in faccia neanche ai giovani; da
-un momento all'altro.... Ricordatevi che mettere
-la disunione in una parrocchia è come metterla
-in una famiglia; ricordatevi che al curato si
-deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi
-che le prepotenze si scontano, presto
-o tardi, e che un'offesa fatta alla madre della
-Santissima Vergine, a Sant'Anna....
-</p>
-
-<p>
-— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe
-Carlone, di subito arrossato in volto,
-preso da un oscuro timore che quei <i>ricordatevi</i>
-gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia,
-dai gangheri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese
-coraggio.
-</p>
-
-<p>
-— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta!
-All'anima vostra ci penserete voi....
-</p>
-
-<p>
-— Io penso che ho la Madonna per me! che
-è lei che offende la Madonna! che nostro Signore
-castigherà lei, perchè è lei che porta le
-novità e la disunione in parrocchia! Ci fu mai
-niente da dire, tra noi due, prima d'ora? Prima
-che lei, per il suo interesse....
-</p>
-
-<p>
-— Interesse, voi dite? — interruppe il prete
-in cui l'altro aveva toccato il tasto debole e la
-cui coscienza non era abbastanza tranquilla. — Vi
-sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
-parrocchiani; è il timore di far nascere una
-guerra; è la voglia che ho di sopire un odio nato
-da una sciocchezza...: per una quercia!... Negate
-che la questione è tutta qui? Negate che se non
-ci fosse la quercia di mezzo, non vi parrebbe
-vero anche a voi di andare all'oratorio e di
-fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
-Ci conosciamo da un pezzo noi due!
-</p>
-
-<p>
-Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non
-la nego io la verità! Ma torno a dirle che se il
-signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
-vincerà la seconda.... E schiavo suo!
-</p>
-
-<p>
-Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo
-trattenne senza sforzo, per un braccio; gli disse
-umilmente in tono di preghiera:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava
-con l'occhio di un cagnotto che non si fidi a chi
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-gli mostra il pane dopo avergli mostrato il bastone,
-proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi!
-Io vi prometto che otterrò dal signor ingegnere
-che si vada prima alla Madonnina e dopo all'oratorio....
-Siete contento?
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna
-novità! nessuna novità!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La
-vedremo, signor prepotente! oh, se la vedremo!
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace
-affretta i preparativi a combattere e occupa
-con mosse rapide il campo di battaglia.
-Invece il curato di Rioronco se ne stette fino a
-sera colle mani in mano, irato e incerto sul da
-fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo,
-il pretino ch'era in pratica da cappellano e che
-essendo tutto dolcezza, tutto tenerezza, egli giudicava
-un uomo nato fatto per andare in Paradiso
-in carrozza: ossia un buono a nulla.
-</p>
-
-<p>
-Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli,
-andando e mandando subito i suoi in giro per
-la parrocchia, riuscisse meglio al suo intento
-e prontamente componesse quel partito che nella
-storia del luogo fu poi detto il «partito della
-Madonnina». Si sa che Carlone aveva molti amici
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-ligi per interesse e per soccorsi o consigli
-ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i
-quali alla lor volta contavano fratelli e sorelle
-ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; e aveva
-nipoti già ambiti per amore e per nozze in
-altre case; così una metà forse dei parrocchiani,
-costretti dalla consanguineità o dall'utile o da
-vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
-alcuni anche giurarono quella stessa sera
-che la processione di San Michele non muterebbe
-cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
-di Carlone, dirigeva come si è detto,
-la «Compagnia di San Vincenzo»; onde bastò
-che Procolo facesse passare da compagno a compagno
-la voce di resistenza al prete, perchè
-in poche ore il drappello più vistoso e più solenne
-della processione fosse tutto avverso al
-nuovo itinerario.
-</p>
-
-<p>
-E quando, la mattina dopo, il cappellano, la
-Perpetua, il campanaro, la moglie del campanaro
-che con la Perpetua aveva faccende commerciali
-d'uova e di polli, il becchino, il falegname
-che costruiva le casse da morto e che
-aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
-che serviva da sagrestano e da chierico,
-quando insomma tutti coloro che avevano buone
-ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
-missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti,
-resterebbero al «partito di Sant'Anna» una dozzina
-di «figlie di Maria», il vessillifero, lo «scalco»
-che porta il mazzuolo del comando, uno
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini
-dell'ingegner Stoia e pochi più altri! Imaginarsi
-la rabbia del curato, il quale era tornato
-tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando
-di ottener dal prete quattrini a frutto
-per il marito fittavolo — gli aveva detto francamente
-che aveva ragione lui; e che la priora,
-nuora di Carlone de' Carli, era stata invano a
-tentarla; e che lei andrebbe all'oratorio, o non
-andrebbe in processione.
-</p>
-
-<p>
-Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva
-che contrastare a Carlon de' Carli gli
-pareva tempo perso ed esortava a cedere, inasprendo
-sempre più il curato.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non avvisa le autorità? — chiese
-il falegname.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — risposero a una voce il curato e
-il campanaro. — Le autorità proibirebbero la
-processione per sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano:
-proposta che fece ridere amaramente.
-Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
-</p>
-
-<p>
-Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle
-minacce spirituali:
-</p>
-
-<p>
-— Una bella predica!...
-</p>
-
-<p>
-Ma il campanaro, più pratico, oppose:
-</p>
-
-<p>
-— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che
-noi facessimo per amore quel che gli altri faranno
-per forza....
-</p>
-
-<p>
-Alla parola d'amore il cappellano chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Cioè?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che la processione andasse tutta insieme
-fino alle due strade; e dopo, una parte alla Madonnina
-e l'altra all'Oratorio; e dopo....
-</p>
-
-<p>
-— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando
-la voce. — Credete voi che si rassegnino,
-loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
-noi senza il Santo?
-</p>
-
-<p>
-Ma come il campanaro si grattava la testa
-perchè non sapeva ribattere, il cappellano raccolse
-lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
-si alzò in piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea!
-Accomoderò tutto io! — E si accomodava il nicchio
-in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
-torno!
-</p>
-
-<p>
-— A far che cosa? a far che cosa? — domandava
-il parroco.
-</p>
-
-<p>
-— Lasci fare a me!
-</p>
-
-<p>
-La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla
-finestra di cucina al pretucolo che usciva, e
-mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
-lui, povero don Sigismondo!
-</p>
-
-<p>
-Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso,
-fu lui che piegò Carlon de' Carli. Gli
-piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
-Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia
-o viva la Spagna, è lo stesso! — E parlò senza
-ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
-Sapeva che se la domenica prossima accadessero
-dei guai, il signor curato, che aveva il solo
-torto di essere un po' cocciuto, avrebbe disgusti
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura;
-eran da prevedere fin processi penali in cui
-Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più addolorava
-don Sigismondo il pensiero dello scandalo.
-La parrocchia di Rioronco era stata sempre
-una famiglia sola, a cui Carlone aveva dato
-sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero,
-perchè gli animi erano riscaldati molto
-in quella divisione; se, Dio liberi!, si ammazzassero,
-che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi
-non avrebbero il curato e lui, Carlone?...
-Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le lagrime
-agli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io
-nè i miei, con tutti i nostri, non andiamo all'oratorio,
-io per me son disposto a tutto! — Quindi
-temendo d'aver detto troppo e di parer
-debole, aggiunse con foga: — Anch'io avrei rimorso
-se succedesse qualche lite; anch'io sarò
-sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma
-piuttosto che andare all'oratorio, don Sigismondo,
-andrei in galera; andrei (si fa per dire) all'inferno!
-</p>
-
-<p>
-Dio liberi! parlare così quando c'era il modo
-di accontentare tutti! Bastava andar tutti insieme
-fino alle due vie; di dove il partito di Sant'Anna
-discenderebbe all'oratorio e il partito della
-Madonnina salirebbe per la carraia, all'olmo; e
-dopo, riunendosi per l'ultimo tratto, ritornerebbero
-insieme come prima.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-l'osservazione del vecchio. — Resterete
-per un poco senza il Santo. Ma gli altri non
-resteranno senza la «Compagnia»? E voi non
-potreste onorare la Madonnina con una bella
-«fioriera»?
-</p>
-
-<p>
-In un contorno e sotto una corona di fiori di
-tela, che sembrerebbero veri e freschi, la Madonnina
-dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
-parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese
-che quello era il mezzo per far onore a
-sè stesso; vide subito che la sua autorità ne riuscirebbe
-non diminuita, ma accresciuta; pensò
-che per tal modo castigherebbe il curato e umilierebbe
-l'avversario.
-</p>
-
-<p>
-— Faremo così! — disse.
-</p>
-
-<p>
-E tosto la voce della pacificazione si sparse;
-e tutti ne furono lieti. Gli ardimentosi convertirono
-l'ardore pugnace in un ardore di emulazione
-e in una speranza di maggior festa;
-gl'incerti, che non eran pochi, parteggiarono a
-viso fermo senza paura di danni; le mogli e
-le madri che già avevano esortati i mariti o i
-figli a restare a casa, o li avevano imaginati
-feriti o morti, ringraziarono il Cielo e benedissero
-San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono
-contenti: fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza
-della vendetta e della ribellione; il superstizioso
-panico di un'offesa religiosa; il peso
-della violenza meditata e preparata; il dubbio
-della sconfitta e della vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-che l'ingegnere darebbe spettacolo di
-fuochi artificiali, di cuccagna e di palloni; che
-Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
-e musici; e che per la «fioriera» Procolo
-era andato a Bologna; e che dalle parrocchie
-vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi
-con i compagni di San Vincenzo. Insomma:
-un'aspettazione grande e gioiosa quale non c'era
-stata mai.
-</p>
-
-<p>
-Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono
-più di tre e per cagioni intime. Primi: Samuele
-soprannominato il Moretto e Canuto il
-sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano
-entrambi una ragazza meritevole in modestia
-di star fra le «figlie di Maria» e nello
-stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati
-in una volta.
-</p>
-
-<p>
-Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della
-festa.
-</p>
-
-<p>
-— Tu per chi sei? — domandò con aria di
-noncuranza il Sartoretto.
-</p>
-
-<p>
-Il Moretto, che già conosceva l'opinione della
-bella, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Per Sant'Anna. E tu?
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo,
-aggiunse: — Tu però faresti meglio a
-star con quelli della Madonnina.
-</p>
-
-<p>
-— Io sto con chi mi pare!
-</p>
-
-<p>
-E il rivale proseguendo per la sua strada:
-</p>
-
-<p>
-— Oh oh, che aria tira, stasera!
-</p>
-
-<p>
-Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto;
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-perchè in fatto di donne e gelosie, tutto il mondo
-è paese.
-</p>
-
-<p>
-Malcontento anche era rimasto quel contadino
-dell'ingegner Stoia a cui Carlone, quando abbattevano
-la quercia, aveva ingiunto di tirare innanzi
-senza pensiero degli affari altrui. Quegli
-aveva sperato di venire a dirittura alle mani
-e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi il padrone
-disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar
-soldi chi schernisse, la domenica, Carlon
-de' Carli. Uno scherno per cui gli calasse la
-boria: non già da fargli del male.
-</p>
-
-<p>
-E il bottegaio, che aveva tanto professata e
-vantata la sua neutralità, per far quattrini strinse
-in segreto patto i suoi tre avventori più a
-corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva
-indole non del tutto buona; Anacleto dell'Orto
-(attenti ai nomi!), un millantatore; e Silverio
-detto, per scempiaggine, il Chiù.
-</p>
-
-<p>
-È vero che questi avevano promessa fede a
-quelli della Madonnina, ma di ciò non è a far
-gran caso; giacchè anche per simile genia di
-fedifraghi o traditori, tutto il mondo è paese.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Mai con più lena il campanaro di Rioronco
-s'attaccò alla corda delle sue campane festaiole;
-mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i
-sessi godettero più di allora in un consenso d'allegrezza,
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-nell'attesa dei vesperi solenni al dì di
-San Michele; mai più di quel giorno il Santo
-nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di
-stucco anch'esso) sembrò sorridere dall'altar
-maggiore e dire a' suoi protetti: All'inferno il
-demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne
-di buona volontà!
-</p>
-
-<p>
-Fino il curato era allegro; perchè lo scisma
-ridotto a quell'innocente bipartirsi della processione,
-accresceva magnificenza alla festa; significava
-come due prove di fervor religioso in
-una volta o due modi di onorare pomposamente
-il Santo.
-</p>
-
-<p>
-Ma pienamente felice era Carlone: libero di
-timori, libero di rimorsi; orgoglioso del suo panciotto
-damascato e della giacca di velluto e più
-orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita
-di nero col velo bianco, quando la rettora
-non aveva che un abito di lana verde. Suo giudicava
-il trionfo: tale che aveva permesso a
-quelle delle «figlie di Maria» ch'erano rimaste
-al suo partito di andar con le altre, bastandogli
-al fasto della sua parte le tre «compagnie»:
-quella di San Vincenzo, con le mantelline rosse,
-quella di San Martino, con le mantelline
-gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline
-celesti. Poi, gli parve che i suoi sonatori e i
-suoi cantori avessero più fiato degli altri quando
-la processione s'incamminò e lui e la priora
-si mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera»
-da portare alla Madonna. Così cantando
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-inni e sonando, fra i doppi delle campane e
-lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione
-degli spettatori, la processione partiva dalla
-chiesa.
-</p>
-
-<p>
-In questo mentre i due soli carabinieri venuti
-dalla stazione della Pieve erano corsi innanzi,
-all'angolo del bivio; e si eran messi là, immobili,
-di malavoglia. Ciò che stava per succedere
-e di cui tardi avevan avuta notizia e, più che
-interrogando, ascoltando le voci della folla, li
-teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi
-d'un disastro. Ma quando la processione
-giunse al bivio e sostò, non accadde che un
-po' di subbuglio nel separarsi delle due parti
-e nel comporsi di ciascuna processione in capo
-alla propria strada. Alla prima, ubbidendo a
-Carlone, precedette uno dei lampadari per far
-le veci del crocifero o del portastendardo: súbito
-dopo si mise la prima «compagnia di San
-Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la
-numerosa «compagnia di San Vincenzo», a cui
-seguirono, come preceduti da quella «guardia
-del corpo», il priore e Carlone con la corona
-dei fiori finti, e dietro la terza «compagnia» e
-il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
-di questi s'abbandonavano a una commozione
-di riso; altri avevan le lagrime agli occhi. Un
-po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
-schiera: le figlie di Maria presero il posto delle
-«compagnie» dopo ai cantori e ai suonatori, e
-nonostante che il cappellano dicesse: — aspettate!
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-aspettate! — le vergini ripresero l'inno
-con voci acute e alte, quasi per sfida, appena
-udirono dall'altra parte l'intonare della musica.
-E si avviarono anche i preti col Santo.
-</p>
-
-<p>
-Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi
-ai carabinieri, passavano lentamente le due file
-rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
-furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi
-del da fare, come per un accordo che
-non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra
-e l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda,
-dissero a una voce: — Di qua! —; ciascuno
-non trovando ragionevole l'errore del
-compagno.
-</p>
-
-<p>
-L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra
-quei due bravi giovani c'era mai stata parola a
-dire da quando si trovavano nella stessa stazione
-e da quando infrangevano insieme il regolamento
-per far all'amore a certa cascina dove
-avevano due belle ragazze, una per uno.
-</p>
-
-<p>
-— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi
-dovuma stè a j ourdin! I ourdin a soun d'andé
-à prés à la processioun, e la processioun bouna
-a l'è coula!
-</p>
-
-<p>
-Ribattè il toscano:
-</p>
-
-<p>
-— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di
-attende all'ordine pubblio; e chi lo minaccia 'un
-son mia i preti: sono i rivoluzionari! Dunque
-s'ha ire 'on esti!
-</p>
-
-<p>
-Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la
-testa brontolando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
-</p>
-
-<p>
-Se sempre l'unione fa la forza, tanto più
-l'unione è necessaria quando la forza è rappresentata
-da due persone sole: chè due carabinieri
-possono impaurire, ma un solo, tra la folla,
-muoverebbe a riso. E loro non eran che due, e
-non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
-</p>
-
-<p>
-— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun,
-à la processioun <i>ufficiale</i>! — Evidentemente
-il piemontese sperò di piegare il compagno
-con questa grave parola. Invece l'altro:
-</p>
-
-<p>
-— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza!
-Bada: do'è che stanno i più scontenti? i più curiosi?
-là! Dunque si dee ire là!
-</p>
-
-<p>
-Che! I <i>bugianen</i> son <i>bugianen</i>! Il buon piemontese
-non cercava ragioni da opporre; voleva
-essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
-grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente
-e s'aspettava da un giorno all'altro la promozione
-ad appuntato; e, oltre a ciò, era più vecchio
-d'anni e di servizio. Egli dunque severamente
-chiamò l'amico per il cognome:
-</p>
-
-<p>
-— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
-</p>
-
-<p>
-— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far
-il mi doere! 'Un vo' mia gastighi per motio tuo!
-'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno appuntao!
-</p>
-
-<p>
-— Cribio!... Rappaini, andouma!
-</p>
-
-<p>
-— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E
-il toscano si mise a sedere sul paracarri;
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
-su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia
-alle mani guardava l'amico.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, a tal vista, si era acceso in volto,
-con tali occhi da spaventare. Ma Rappaini ch'era
-più furbo riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun
-n'aete! Dimmi un po'....
-</p>
-
-<p>
-S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
-</p>
-
-<p>
-— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe
-dee succedere? Io dio, che succederà qui, quando
-torneranno indreo! No? Qui. Se se danno,
-se le daranno qui! e no quando i du' partiti
-sian fuor di tiro!
-</p>
-
-<p>
-L'argomento era giusto solo in parte: perchè
-essi a quel punto dell'incontro avrebbero potuto
-trovarcisi anche accompagnando una delle
-processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
-</p>
-
-<p>
-— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà
-ch'un si diffida nè di esti nè di elli!
-</p>
-
-<p>
-E fu tale argomento che il piemontese, vinto
-e tutto contento d'essere stato vinto, alla fine
-esclamò ridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i
-stuparie la buca a' na foumna! Ma par sta
-volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
-lui sul paracarri di fronte; deponendo il
-moschetto da lato e su le ginocchia la borsa
-della corrispondenza.
-</p>
-
-<p>
-Amici dunque più di prima tornarono a discorrere
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-di ciò che più loro premeva, mentre
-guardavan le processioni che dilungavano, già
-scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran
-venute alla festa di Rioronco....
-</p>
-
-<p>
-— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
-</p>
-
-<p>
-— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo
-dal parroco. — Prendeva la «ferma», faceva la
-carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
-vivere di rendita, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Se possono passà esti du anni, io me ne vo;
-che n'ho auto abbastanza della patria! Vo a lavorà
-il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
-sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi
-ragazza....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Eppure, strada facendo, nell'una processione
-e nell'altra s'estese un nuovo malcontento;
-sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
-all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva
-avuto il torto di non lasciare almeno una
-«compagnia» al curato e questi aveva avuto il
-torto di non concedere almeno un prete in cambio
-di tante «figlie di Maria». In entrambe le
-schiere serpeva quel malessere che dan le cose
-imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni
-pacifiche talvolta rinasce anche ne' più
-docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
-alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono
-di mortai che pareva il finimondo, la
-processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-dove per la porta spalancata era esposta
-agli sguardi di fuori l'altare tutto adorno e luminoso.
-Ivi, dopo il <i>Jube Domine</i>, San Michele
-s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla
-genuflessa, tra cui erano molti signori e signore;
-e cantori e preti ripresero il canto; e il cappellano
-diede l'ordine del ritorno.
-</p>
-
-<p>
-Per ritornare come nella venuta, si comprende
-che gli uomini, i quali prima erano in coda,
-avrebbero dovuto far ala sì che passassero lo
-«scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero
-e quindi le «figlie di Maria». Ma non tutti
-così fecero. Quasi la funzione fosse compiuta,
-alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada,
-per alloccaggine e storditezza; e quando giunsero
-le vergini, non si ritrassero; ne interruppero,
-confusi e confondendo, la prima fila. Era
-tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani
-che, già si disse, amavano con incerta fortuna
-la stessa «figlia di Maria»; mentre l'altro, il
-Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
-della strada. E il restare del primo là in mezzo
-fu sospettosamente interpretato dal secondo,
-il quale appena la bella gli fu dinanzi con le
-compagne, senza tante cerimonie le si mise a
-fianco.
-</p>
-
-<p>
-Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè
-il Moretto, d'improvviso, affrontava il
-rivale e diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa pretendi tu?
-</p>
-
-<p>
-— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei
-comodi! e tira via, milordo, che è ora!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone:
-il colpito l'afferrò, e, accapigliati, caddero. Tutto
-ciò in minor tempo di quanto bisogna a raccontarlo;
-così presto che, quantunque costrette
-anch'esse ad arrestarsi, le ultime ragazze e i
-preti non avrebbero pensato a una lite se non
-avessero visto accorrere di qua e di là coloro
-che speravano dividere i contendenti.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
-</p>
-
-<p>
-Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga
-il collo: arriva don Sigismondo. Ma d'innanzi,
-le prime ragazze si son voltate; il crocifero
-chiama lo «scalco»; questi, che giungendo
-un momento prima avrebbe subito fatto
-largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
-litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui;
-e lui, perduto il mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo
-intanto con le mani nei capelli e gridando
-misericordia torna indietro, verso i colleghi
-e il curato; e i suonatori e i cantori corrono
-innanzi ad aiutare il crocifero e il vessillifero,
-che son corsi ad aiutare lo scalco.
-</p>
-
-<p>
-Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla
-in un pagliaio; forse perchè, alle esortazioni e
-alle preghiere di don Sigismondo, i sacerdoti
-furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare
-il Santo all'Oratorio; e tutta quella gente
-rimase come senza ritegno, senza rispetto a
-nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
-voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni
-parte alla mischia; addosso ai cantori e ai suonatori
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-o a chi capitava, capitava. Addosso! addosso
-con i ceri, con giannette e randelli e pugni;
-e bòtte da orbi. Ci furono fratelli che diedero
-pugni ai fratelli; padri ai figli, e figli ai
-padri; ci furono anche molti che nei giorni di
-poi confessarono d'aver creduto di combattere
-con quelli della Madonnina; e molti che confessarono
-d'essersela goduta un mondo a battere
-con le mani e coi piedi non sapevano chi,
-ignari affatto della causa che aveva generata
-la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli
-delle donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano
-d'intorno, urlando....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Con grande impeto di tromboni e voci il
-partito della Madonnina era per giungere all'olmo.
-La viottola essendo diruta e stretta, Anacleto
-Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto
-il Chiù (i traditori) avevano tentato troppo tardi
-di mettersi innanzi, di precedere a tutti, perchè
-penetrati fra i «compagni di San Giorgio» avevan
-dovuto cedere al comando di: — Indietro
-voi altri! — che Carlone aveva dato loro con
-faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si credessero
-scoperti, i tre scambiarono parole sommesse
-tra i seguaci, in coda.
-</p>
-
-<p>
-— Come si fa? — domandava quello scemo
-di Silverio. E Anacleto:
-</p>
-
-<p>
-— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
-</p>
-
-<p>
-E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-ci venissero in tanti! Saranno quaranta solo
-quelli di San Martino!
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo
-Silverio il Chiù —, si direbbe che Carlone ha
-imparato qualche cosa....
-</p>
-
-<p>
-— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio
-lo zoppo.
-</p>
-
-<p>
-— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
-</p>
-
-<p>
-Allora Anacleto, lo spaccamonti:
-</p>
-
-<p>
-— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
-</p>
-
-<p>
-— Paura io?
-</p>
-
-<p>
-— Paura io?
-</p>
-
-<p>
-— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo
-il Chiù, che n'aveva avuti meno degli altri;
-mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
-</p>
-
-<p>
-Queste rampogne furono udite da un Tizio che
-sarebbe stato meglio non udisse nulla; un muratore
-fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
-informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio
-e avesse incarico da Carlone stesso di
-invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno di
-quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le
-storie e senza cui i critici della storia non avrebbero
-più niente da fare.
-</p>
-
-<p>
-Quel Tizio domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa avete, ragazzi?
-</p>
-
-<p>
-— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
-</p>
-
-<p>
-— Avete bisogno d'aiuto?
-</p>
-
-<p>
-— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-insolenza. Il muratore, sempre più insospettito,
-tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il gomito
-l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano;
-finchè voci e musica cessarono. Ma allora la
-siepe non contenne più i curiosi: alcuni la saltarono;
-altri vi fecero un varco; altri l'allargarono;
-e la gente affrettò e si strinse di qua e di
-là dal fosso, intorno all'albero; al quale il figlioccio
-di Carlone aveva già poggiata la scala,
-già ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera»,
-per attaccarla ai rami e fermarvi, nel
-mezzo, l'imagine.
-</p>
-
-<p>
-Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero
-far cadere la «fioriera» come per disgrazia, e
-che a forza di gomiti e di urti si son fatti innanzi
-quasi per veder meglio, non dovrebbero
-che dare una spinta alla scala, e la darebbero
-se il muratore non la tenesse ferma e non vigilasse.
-</p>
-
-<p>
-Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore
-con aria di sfida, ma non si muove; lo
-Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra
-anche, ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal
-disposto dallo sguardo del muratore, che ha dinanzi,
-e dalle sollecitazioni, che ha di dietro,
-si rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi
-altri la spinta! Io ho da tener a posto questo
-qui.
-</p>
-
-<p>
-— Me? — il muratore grida con un braccio
-a difesa della scala e l'altro in aria. Il segreto
-è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
-risponde: — Dicevo così per ridere....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutti vorrebbero sapere:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? Cosa c'è?
-</p>
-
-<p>
-Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia
-il coro ultimo dei fedeli:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Maria, mater gratiae....</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo
-gradino. Quando, oh! — che è? che non
-è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
-il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo,
-che è all'ultimo gradino, precipitano insieme
-nel fosso. S'odon grida. Cogliendo l'opportunità
-di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano
-a difesa del compagno, che il muratore
-martella di pugni, intanto che s'invoca soccorso....
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Mater misericordiae....</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali;
-s'avanza Carlone per metter pace.
-</p>
-
-<p>
-— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State
-buoni, ragazzi! — Ma come pacificarli a
-parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno
-dei cantori, che è un Ercole e che dove batte,
-abbatte. — Son qua io, Carlone!
-</p>
-
-<p>
-Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia;
-e che c'entra lui? Infatti una voce, non si
-sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — Son
-quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
-aiuto! Son quelli di San
-Martino che portano le liti!... Son pagati dall'ingegnere!
-Traditori! Addosso!
-</p>
-
-<p>
-E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-insieme, si guardano in faccia; spengono
-le torcie per usarle come armi.
-</p>
-
-<p>
-— Dalli a quelli di San Martino!
-</p>
-
-<p>
-— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso
-e felice d'essere scampato dalle mani del muratore.
-</p>
-
-<p>
-— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia
-par diventato dritto.
-</p>
-
-<p>
-— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando
-via senza più ridere.
-</p>
-
-<p>
-E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai
-«compagni di San Giorgio» si gettan sui «compagni
-di San Martino», e gli spettatori forestieri
-sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange,
-grida pietosamente con le mani nei capelli....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo
-finalmente l'altro, cominciava a raccontare
-una sua avventura molto seria con una
-<i>tota</i> di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Hai udito?
-</p>
-
-<p>
-Eran grida confuse e lontane, verso il monte:
-all'Olmo. Già dalla viottola comparivano donne
-affannate, disperate, che a vederli alzavano grida
-e braccia chiamando, terribili:
-</p>
-
-<p>
-— Correte! correte!
-</p>
-
-<p>
-I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti
-appena pochi passi (e il toscano aveva appena
-mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
-giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre
-donne ansiose invocavano....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cuntacc!</i>
-</p>
-
-<p>
-— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano
-all'Oratorio!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
-</p>
-
-<p>
-Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia
-fervida; s'attenuava in una gioia di colori digradanti
-dalle fiamme della fede al biancore
-della carità; si spegneva in vista alle prime
-stelle ch'esprimevano raggi di meraviglia. Ombre
-di pace velavano i culmini e i dorsi dei
-monti più alti; calavano; e il fremito della notte
-penetrava tra le fronde e le foglie come voci
-d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi per
-udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al
-mondo con che soave fluire le ore della quiete
-e le sue acque scorrerebbero tra gli steli cullati
-dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le
-piante dormienti anch'esse (se Darwin non errò).
-E quante anime avevano veste di penne,
-si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro
-ripari, col capo sotto l'ala tepida e parecchi
-con una zampina in alto; e i buoi russavano
-senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra
-pareva uscire un respiro immenso di tregua e
-di riposo.
-</p>
-
-<p>
-A domani! A domani le cure e le battaglie
-degli uomini di cattiva volontà! Ma quei montanari
-semplici e buoni come animali, pur non
-udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei
-preti, sentirono, quando se ne furon ben date,
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-che anche per le bastonate e le querele era
-tempo di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi
-o a gruppi, e senza lo spettacolo dei fuochi
-e del resto, se ne tornarono alle loro case.
-Non più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli
-innamorati che non avevan ricuperato il tempo
-perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
-men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente.
-Tutti, fuorchè Carlone e il curato; i quali
-meditavano la loro colpa e la colpa del diavolo
-vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San
-Michele. E quando fu stanco di dar volta per il
-letto, e sempre più rimorso, il buon vecchio si
-levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in
-cerca di sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
-</p>
-
-<p>
-Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio.
-Questi in segretezza gli raccontò che un birocciaio
-la notte aveva visto il diavolo vestito da
-prete correre, leggero e veloce come una piuma,
-verso l'olmo. Forse il diavolo non aveva più
-orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
-nascosta in quella «fioriera»?
-</p>
-
-<p>
-Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento.
-Senza dubbio il curato, non resistendo ai rimorsi,
-si era alzato, la notte, ed era andato alla Madonnina
-per domandar perdono anche lui!
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE.</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#suicidio">Il suicidio del maestro Bonarca</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giocatrice">La giocatrice</a></td> <td class="pag">20</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#doni">Doni nuziali</a></td> <td class="pag">41</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#eldorado">Dall'Eldorado</a></td> <td class="pag">63</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#cappello">Il cappello del marito</a></td> <td class="pag">105</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giarrettiera">Efficacia d'una giarrettiera</a></td> <td class="pag">124</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#fortuna">La fortuna di un uomo</a></td> <td class="pag">133</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#scampanata">Una “scampanata„</a></td> <td class="pag">201</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#polso">Il polso</a></td> <td class="pag">217</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#modestia">Come finì la Modestia</a></td> <td class="pag">230</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#entusiasta">L'entusiasta punito</a></td> <td class="pag">243</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#agnello">L'agnello</a></td> <td class="pag">251</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#falcone">Il falcone</a></td> <td class="pag">260</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#arcadia">In Arcadia</a></td> <td class="pag">272</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-***** This file should be named 48779-h.htm or 48779-h.zip *****
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-
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-
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+<div>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***</div>
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+<div class="booktitle">
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+NOVELLE UMORISTICHE
+</h1>
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+<p class="pad2 small">
+DI
+</p>
+
+<p class="pad1 x-large">
+Adolfo Albertazzi
+</p>
+
+<div class="poem-container">
+<div class="poem inl">
+<p><i>Humour</i>: il bell'umore e il buon umore</p>
+<p>e il malumore insieme contemperati.</p>
+<p class="i6"><span class="smcap">Tommaseo.</span></p>
+</div>
+</div>
+
+<div class="blockquote">
+<p>
+IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
+NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO
+DEL MARITO. — EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA
+FORTUNA DI UN UOMO. — UNA «SCAMPANATA». — IL
+POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. — L'ENTUSIASTA
+PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. — IN ARCADIA.
+</p>
+</div>
+
+<p class="pad4">
+<span class="g">MILANO<br />
+<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span></span><br />
+<span class="small">1914</span><br />
+—<br />
+<span class="small">Nuova edizione riveduta e corretta.</span>
+</p>
+</div>
+
+<div class="verso">
+<hr class="mid" />
+<p>
+PROPRIETÀ LETTERARIA.
+</p>
+
+<p>
+I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
+tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
+</p>
+
+<p>
+Milano. — Tip. Treves.
+</p>
+<hr class="mid" />
+</div>
+
+<div class="somm">
+<hr />
+<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
+<hr />
+</div>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="suicidio"></a>
+Il suicidio del maestro Bonarca.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Felicità è una vana parola? — Persona alta e
+forte; baffi neri e fieri; voce baritonale e, se
+bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio
+bianco al kepì; spada al fianco e assisa quasi
+militare; saluto alla militare dai subalterni; dominio
+sul palco in piazza a dirigere la banda
+nei giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni
+e nei trasporti funebri; direzione dell'orchestra
+in teatro; autorità di maestro sui
+cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino
+notevole; stipendio sufficiente per una vita tranquilla;
+tranquillità di scapolo: tutto ciò dovrebbe
+pur bastare a rendere felice un uomo!
+</p>
+
+<p>
+Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori
+<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
+dell'essere caduto in miseria da tanta sua
+felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
+creditore, benefattore con o senza usura, corre
+il pericolo che il beneficato ponga fine al debito
+ponendo fine alla vita.
+</p>
+
+<p>
+Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione
+l'ambizione; e debolezza la confidenza nel
+nostro ingegno, non meno che fallaci, insani sono
+i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia
+e la melodia di cui risuoni l'anima nostra. Infatti
+quando il maestro Bonarca non avesse dato
+ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non
+si sarebbe incamminato mai verso il canal Torbo
+con il proposito d'affogarvi.
+</p>
+
+<p>
+Fu così: In poco tempo aveva composta la
+<i>Sposa selvaggia</i> (centocinquanta lire al poeta del
+libretto: prima spesa), e i giornali cittadini avevano
+preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai
+cronisti: seconda spesa); poi (altre spese) il
+maestro era andato a Milano, a Torino, a Bologna
+in cerca di un editore, di un mecenate,
+di un impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata
+idea di assumere per sè l'impresa al
+teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
+prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse
+la dote teatrale, uno stimato commerciante
+accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali
+di lui, che sacrificava alla gloria tutte le
+economie del passato e molte economie dell'avvenire.
+E la <i>Sposa selvaggia</i> aveva ottenuta fortuna
+quasi uguale a quella desiderata. Se non
+<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
+che i cittadini d'una città piccola non vanno a
+teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
+ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir
+la <i>Traviata</i> o il <i>Trovatore</i>, si lasciaron persuadere
+da una costosissima <i>réclame</i> e dalla fama
+dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima
+donna, l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla,
+aveva messo voce e opera a caro prezzo. E infine,
+dopo tante angustie che solo un uomo di
+coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante
+contese, vinte a fatica di polmoni strepitosi e
+di occhi biechi, con i cantanti, i suonatori, i pittori,
+i macchinisti, i coristi che non rimettevano
+a dopo il sabato il pagamento della mercede,
+era avvenuta la catastrofe: il commerciante
+dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
+fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda
+notizia: fuggito con i quattrini! Canaglia! ladro!
+assassino! Socio al maestro Bonarca. Sul
+quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei
+creditori; le cambiali protestate; il disprezzo
+della cittadinanza; la diffidenza della patria tutta.
+L'infelice, per colpa della sua <i>Sposa</i>, si vide
+perduto; si credè abbandonato; si sentì solo
+al mondo, solo con la <i>Sposa selvaggia</i> e col
+disonore....
+</p>
+
+<p>
+Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua
+che trascorreva lenta e cheta, e della luna,
+attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
+bastevole per rifletterne a specchio l'imagine.
+Similmente la sua vita poteva forse trascorrere
+placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
+maggior lume che quello sufficiente a una capacità
+mediocre. Ah sì! Gli parve ora d'essere
+rinsavito; di saper con giustezza misurare il
+proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era
+illuso e che l'avevano illuso; e, a convincersene,
+riandava ancora una volta, l'ultima volta,
+coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua.
+L'adagio della sinfonia era soltanto una povera
+nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
+</p>
+
+<p>
+Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità,
+qualche lucida frase; v'appariva un pensiero
+melodico, che cadeva subito come un volo cui
+mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto
+sarebbe stato bello se non avesse ricordato
+troppo l'<i>Ernani</i>. Dunque: a giudizio di critica
+giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva
+poco, o nulla. Per fortuna era breve!
+</p>
+
+<p>
+Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto!
+vuoto! L'introduzione?... Quale le promesse di
+<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
+certi amici. Dopo, la preghiera; che non commoveva
+neppure la platea e che appunto per ciò
+i critici avevano definita un canto di sirena nordica,
+senza rammentarsi che la <i>Sposa selvaggia</i>
+era affricana. Poi, il coro; elaborato senza dubbio
+per quella rispondenza degli ottoni al richiamo
+degli archi, ma privo di originalità;
+lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?... Il
+terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no!
+Questo era bello; c'era tant'anima! c'era il cuore
+del pubblico che sobbalzava rapito quasi una
+volta a quello dei <i>Lombardi</i>! Bellissimo! Un
+pezzo simile sfidava la critica, sfidava la malignità
+degl'invidi, sfidava il tempo; nè chi l'aveva
+scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
+quantunque s'annegasse, umilmente, nel
+canal Torbo!
+</p>
+
+<p>
+Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di
+vanità al secondo atto; come la romanza del
+tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
+nome!
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p>Sposa selvaggia, addio!</p>
+<p>Io morirò per te!</p>
+</div>
+
+<p>
+Così soave e così semplice, questa soave e
+semplice e limpida sorella della «Casta Diva»
+attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
+non ostante le diavolerie dei wagneriani e
+i disaccordi che mortificano ingegni, anime e
+gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
+mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore
+dell'armonia, lo spirito dell'amore meridionale,
+<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
+il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
+Viva l'Italia!
+</p>
+
+<p>
+E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella
+divina romanza, che tutti avevano imparata la
+prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
+alla memoria di tutti, anche dei nemici; e
+si piangerebbe il giovane maestro, che una sorte
+diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica
+e pura arte della patria....
+</p>
+
+<p>
+Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca
+anteponeva l'onore alla gloria; perchè il mondo
+non dicesse che del commerciante fuggito con
+i quattrini il maestro Bonarca era stato complice;
+perchè egli riconosceva i suoi debiti e
+prevedeva che non avrebbe potuto pagarli mai
+più; perchè insomma lo superava un destino
+crudele e non voleva si credesse da alcuno della
+cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
+avesse paura di morire!
+</p>
+
+<p>
+Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca,
+la lettera al questore: «Mi uccido per ragioni
+che è inutile rivelare....» (Infatti chi non se
+le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini
+per la loro benevolenza alla mia <i>Sposa selvaggia</i>....»
+</p>
+
+<p>
+Erano due righe, ma animose; di un uomo
+senza paura. Qual rammarico tuttavia nel pensare
+che la sua tragica fine servirebbe di <i>réclame</i>,
+e l'opera presto data alla Scala o al Regio
+o al San Carlo solleverebbe il pubblico, entusiasta
+del terzetto e della romanza, a chiamare
+<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
+il maestro, che, essendo morto annegato,
+non potrebbe assistere alla rappresentazione!
+</p>
+
+<p>
+D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...»
+Un'idea gli balenò nella tempesta dell'anima
+come suscitata da sentimenti opposti:
+un po' di pietà, che finalmente aveva di sè stesso,
+e il coraggio ch'egli era convinto di poter
+spingere fino all'audacia. «Se aspettassi.... a vedere
+cosa i giornali diranno, domattina, della
+mia morte?» Certo, dopo morirebbe più volentieri;
+sia che i giudizi postumi gli confermassero
+meriti e compianto, sia che la pubblica
+giustizia, fatta libera dalla morte, lo condannasse
+senza pietà. Ma non era un'idea da matto?
+Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E
+un birocciaio che transitava, lo vide; e una
+vecchia, la quale passava con un cesto al braccio,
+si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
+tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non
+sarebbe da matto quando riuscisse a sfuggire
+a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
+a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo
+tutto, ai condannati a morte è lecito soddisfare,
+qual si sia, l'ultima voglia!
+</p>
+
+<p>
+Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse
+di là, non vedesse il <i>paletot</i>, non leggesse
+la lettera e non la portasse in questura prima
+della notte, egli si tolse il <i>paletot</i> e lo pose sul
+parapetto del ponte; gettò il cappello alla corrente
+livida, e quasi a scorgere, così travolta,
+la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse
+<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
+subito gli occhi per non commuoversi;
+quindi scese lungo la riva in cerca d'un nascondiglio.
+Ricordava che alla distanza di forse un
+chilometro, fra le canne e i giunchi, era la casupola
+d'un piccolo mulino abbandonato; oltre
+il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto
+l'argine a sinistra, impaludava il piano. Si
+avviò per il sentiero all'abitacolo; v'entrò da
+una porticella, e al lume d'un fiammifero vide
+ove mettersi: su poco strame, dietro un pezzo
+di macina; nè egli chiedeva più tenero letto a
+riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe
+il giorno: per i giornali manderebbe il primo
+ragazzo o galantuomo che transitasse per la via
+e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto
+il cappello dal ponte. Freddo gli sembrava
+assai, ma sopportabile a chi non temeva il freddo
+della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
+pensare a cose che lo distraessero. Le altre
+sere a quell'ora, se non aveva teatro, giocava
+a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
+(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi)....
+Ma quel marito, via!, non giocava mica
+male; anzi, da competitore formidabile.... E il
+delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero,
+sebbene questurino; giocatore mediocre a
+suo confronto, eppure vincitore in una classica
+partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo
+delle prove.... Oh le sudate prove della <i>Sposa</i>!...;
+con quei violini che non andavano; con quella
+cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato;
+<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
+temuto. Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche
+cosa che fa perdonare ogni scatto. Per esempio,
+egli qualche volta era stato feroce; e mai
+un lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva
+detto a un compagno, dopo la seconda prova: — Se
+torna a darmi della bestia in orchestra,
+lo fracasso con lo strumento. — Ma lui,
+alla terza prova: — Camandri: è un <i>la</i>! un <i>la</i>!
+un <i>la</i>!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi
+e il bombardone a posto; frenato e impaurito da
+quello sguardo....
+</p>
+
+<p>
+Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i
+discepoli, quanti non direbbero, con certo orgoglio: — Bravo
+maestro! Gli uomini di fegato
+e di carattere fanno così; non scappano come
+quel mercante traditore.... — A proposito! (fe'
+Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
+aveva il resto dell'ultima lira, che si era
+tratta di saccoccia per l'ultimo <i>cognac</i>...
+</p>
+
+<p>
+Dunque?
+</p>
+
+<p>
+Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia
+addosso ed ebbe appoggiato il capo alla pietra....,
+a poco a poco, senza perdere il coraggio,
+s'addormentò.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro,
+il fortunato autore della <i>Sposa selvaggia</i>,
+nel quale tante speranze riponevano gli ammiratori
+concittadini, l'arte e la patria, ierisera
+si è miseramente ucciso gettandosi nel canal
+Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
+causa che ti condusse al triste passo nel fiore
+della balda giovinezza destinata a uno splendido
+avvenire? Noi, a cui la commozione e
+l'ora d'andare in macchina impediscono d'enumerare
+adesso tutti i meriti del perduto amico,
+noi non solleveremo il velo della sua tomba.
+Noi rispettiamo il segreto e il desiderio del
+maestro Bonarca. Solo per debito di cronaca
+accenneremo che, appena sparsasi l'infausta
+notizia, si è vociferato in città di un amore
+infelice....»
+</p>
+
+<p>
+— Un amore infelice? — esclamò Bonarca,
+stupito, non comprendendo, da prima il perchè
+di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
+che delle amanti ne aveva avute tre in una
+volta: una nubile, una maritata e una nè maritata
+nè nubile? Infelice in amore un uomo della
+sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione
+della <i>Sposa</i>, quando si voltava indietro
+<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
+a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
+volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide
+<i>toilettes</i>, sarebbero state sue? Ma di fra
+le righe della necrologia gli venne la luce; afferrò
+la ragione della pietosa menzogna; si commosse
+fino alle lagrime.
+</p>
+
+<p>
+Per la ragione stessa gli parve anche più nobile
+e felice la trovata del <i>Radicale</i>, che gli dedicava
+un articolo di due colonne.
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<div class="poem">
+<p>«Sposa selvaggia, addio!</p>
+<p>«Io morirò per te!</p>
+</div>
+
+<p>
+«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per
+la sua sposa; e la sua sposa — noi lo sappiamo — era
+l'arte. Un artista tanto più è grande
+quanto più è grande il concetto che ha dell'arte
+sua. Povero Bonarca! Aveva appena colti
+i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva
+anzi, perchè gli sembrava di non aver fatto
+nulla in confronto a ciò che fecero Rossini e
+Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva
+di non poter fare! E la bell'anima seguendo
+la mente alata che volava alla gloria,
+su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita,
+è caduta, è precipitata nel canal Torbo.
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p>«Io morirò per te!</p>
+</div>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi,
+il <i>Vero cattolico</i> concludeva:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
+</p>
+
+<p>
+«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè
+nemmeno per il maestro Bonarca possiamo
+trovare un'eccezione alla regola della religione
+e della coscienza. Ripetiamolo a norma dei
+nostri lettori dilettissimi: Ogni suicida è un
+peccatore che o mancando di fede ha patito
+l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una
+improvvisa demenza.»
+</p>
+
+<hr class="tbs" />
+
+<p>
+Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè
+nell'opinione pubblica, egli poteva, doveva essersi
+annegato o per il diavolo, o per il cervello
+voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte;
+non per la causa vera, nota a tutti. Come
+dire: che un artista il quale s'ammazza per i
+debiti non è artista. E questa era la ragione
+di quelle menzogne.
+</p>
+
+<p>
+Ma artista e grande lo proclamavano tutti;
+con sincerità evidente, perchè essendo morto,
+nessun interesse lo legava a quei giornalisti; e
+perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria.
+E questa era la ragione del buonsenso.
+</p>
+
+<p>
+Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la
+necessità della logica! Doveva lamentare d'aver
+deposto il <i>paletot</i> con in tasca la lettera, sul
+ponte. Ma se non avesse deposto il <i>paletot</i>, non
+si sarebbe convinto della sua postuma gloria.
+Doveva lamentare di non essersi annegato subito.
+Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
+che annegarsi per debiti è una corbelleria.
+E, d'altra parte, non impunemente si scrive
+<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
+a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
+è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più
+muova a disprezzo e a riso del venir meno per
+viltà a una faccenda seria come il suicidio. Ah!
+che errore non essersi buttato nell'acqua la sera
+innanzi mentre passava il birocciaio! Buttarcisi
+ora, in vista a qualcuno il quale lo salvasse,
+sarebbe peggio che peggio! A quest'ora
+nell'opinione pubblica egli era morto; cadavere
+era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
+intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che
+alla fine il diavolo non è brutto come si dipinge
+e i creditori non sono crudeli quanto s'imagina;
+che agli artisti meritevoli della stima
+universale non mancò mai, alla fine, un insperato
+soccorso; che se egli, da quell'uomo coraggioso
+che era, avesse vinta l'ultima battaglia,
+l'avvenire l'avrebbe consolato di gloria e
+di quattrini. Morire, misero Bonarca, quando
+a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano
+così belle, pur nel grigio mattino autunnale,
+tra i miasmi del padule e nella desolazione dell'abituro
+ov'egli era tornato a gemere! Oh la
+natura! Udiva il cinguettare dei passeri; un
+lontano abbaiare; un lontano scampanare a festa
+e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
+ammirare ancora una volta il sole, il verde!
+</p>
+
+<p>
+Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si
+ritrasse d'urto, atterrito: due carabinieri, preceduti
+da un signore nero, in abito nero.... (Forse
+l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno
+<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
+delle partite a biliardo?...) si avvicinavano
+al mulino. Ad arrestar chi? lui? per i
+debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche?
+Rosta! Confuso, spaventato quasi, il maestro
+s'avvolse nella paglia, si ritrasse in sè....
+</p>
+
+<p>
+Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono
+proprio sotto la finestra, chiarendosi benissimo
+la voce dell'amico Rosta. Ma non entrarono.
+</p>
+
+<p>
+.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro
+modo. Cinque ore di perlustrazione, signor
+delegato: siamo proprio stanchi!
+</p>
+
+<p>
+— Certo, poteva impiccarsi!
+</p>
+
+<p>
+— O farsi saltare il cervello.
+</p>
+
+<p>
+E la voce del delegato amico gridò, forse a
+quelli delle pertiche:
+</p>
+
+<p>
+— Spicciatevi, ragazzi!
+</p>
+
+<p>
+Poscia:
+</p>
+
+<p>
+— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere,
+l'avrebbe venduto in piazza....
+</p>
+
+<p>
+A chi si riferivano tali parole? Per fortuna
+l'amico s'interruppe di nuovo a chiedere con
+voce più alta:
+</p>
+
+<p>
+— Si sente? C'è?
+</p>
+
+<p>
+Da lungi uno rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Niente!
+</p>
+
+<p>
+Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la
+misteriosa ricerca.
+</p>
+
+<p>
+— Dicono che avesse da dare anche duecento
+lire al trattore....
+</p>
+
+<p>
+— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece
+<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
+la seconda voce ignota, del carabiniere. Allora
+Bonarca fu certo di chi discorrevano.
+</p>
+
+<p>
+Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno
+da pagare i debiti di gioco. A me, mi
+doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
+biliardo.
+</p>
+
+<p>
+Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli
+addosso con un paio di schiaffi da rovesciarlo
+e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite, questurino
+mentitore! — Invece, no, non poteva
+muoversi; doveva restar lì rannicchiato nella paglia!
+«Mentitore infame!» Una delle partite,
+ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei
+io a calunniare i morti!»
+</p>
+
+<p>
+Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
+</p>
+
+<p>
+— Niente?
+</p>
+
+<p>
+Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
+</p>
+
+<p>
+— Niente!
+</p>
+
+<p>
+Il delegato ripigliava:
+</p>
+
+<p>
+— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe
+il torto di dar retta ai giornalisti, che per quattro
+pezzi rubati qua e là e cuciti insieme alla
+meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe
+un Mascagni!
+</p>
+
+<p>
+Gridarono: — Non c'è!
+</p>
+
+<p>
+Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato
+che al mulino del canal Torbo si pescavano
+i cadaveri degli annegati. Coloro che
+gridavano <i>non c'è</i> erano senza dubbio i suoi
+becchini.
+</p>
+
+<p>
+— Cercate ancora! Cercate!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il brigadiere frattanto preferiva la <i>Cavalleria
+Rusticana</i> al <i>Nabucco</i> e stancava vieppiù il delegato;
+il quale propose:
+</p>
+
+<p>
+— Se andassimo a sedere qui dentro?
+</p>
+
+<p>
+Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo
+si oscurasse all'interporsi d'una faccia e si sentì,
+con un brivido, perduto. Ma il brigadiere sconsigliava:
+</p>
+
+<p>
+— Non sente che tanfo?
+</p>
+
+<p>
+E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando
+il misero in una disperazione così grave
+e violenta che fu per fracassarsi la testa su la
+macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse
+sovvenuto della cinghia con cui usava reggersi
+i calzoni.
+</p>
+
+<p>
+Ma in verità era un dilemma atroce: egli
+avrebbe dovuto vivere per dimostrare che tutti
+i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
+torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere
+non poteva senza meritarsi il disprezzo
+universale!
+</p>
+
+<p>
+Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
+</p>
+
+<p>
+.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi
+è scappato anche lui?
+</p>
+
+<p>
+— Non credo. Non era uno da farcela così da
+furbo. Dite piuttosto che si sarà buttato giù, con
+una pietra al collo, in altro sito, per non essere
+pescato. Del coraggio ne aveva....
+</p>
+
+<p>
+Meno male!
+</p>
+
+<p>
+— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero
+anch'essi. Uno sbadigliò:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
+</p>
+
+<p>
+— M'è venuto appetito.
+</p>
+
+<p>
+.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di
+soppiatto; si diresse non alla parte del borro pieno
+e profondo, perchè i manigoldi avrebbero forse
+udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino
+o per lo scolare di poc'acqua, imputridiva
+una gora. Ivi non era possibile annegarsi. Se non
+che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
+deciso com'era, vi balzò.
+</p>
+
+<p>
+Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno,
+alla superficie; e sotto, adagio adagio,
+i piedi, e poi i polpacci, e poi i ginocchi, e poi
+le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
+dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
+</p>
+
+<p>
+Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se
+n'andavano per l'argine opposto. Nè poteva fermarsi:
+se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
+o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano
+sasso o fondo sodo. Che morte!
+</p>
+
+<p>
+Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva
+il ventre quel brago in cui forse pascevano i più
+schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco; gli saliva
+al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto!
+aveva la pegola al petto! Gli toglieva oramai
+il respiro; e se gli arrivava alla gola, alla
+bocca....
+</p>
+
+<p>
+Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio....
+Maledetta la <i>Sposa selvaggia</i>!... Addio,
+Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
+addio, Lilì, per sempre!
+</p>
+
+<p>
+Non si fermava ancora.... Ancora?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
+</p>
+
+<p>
+Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse
+gli occhi per non vedere la sua morte, così. Ma
+a voce alta emise il grido degli estremi spiriti:
+</p>
+
+<p>
+— Oh Dio!
+</p>
+
+<p>
+Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti,
+non voleva morire?
+</p>
+
+<p>
+Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò
+oh! E fu un urlo che finì in modo straziante;
+atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
+nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con
+l'aiuto di Dio, dopo un secolo....
+</p>
+
+<p>
+— È lui! Corriamo!
+</p>
+
+<p>
+— È Bonarca!
+</p>
+
+<p>
+— Là! presto! affoga! — Correvano.
+</p>
+
+<p>
+— È lui! Chi sa da quante ore!
+</p>
+
+<p>
+— È già spacciato! — Arrivavano.
+</p>
+
+<p>
+— No; non vedete? Muove la testa come una
+galana....
+</p>
+
+<p>
+— Una corda.... Le pertiche!
+</p>
+
+<p>
+— Maestro! maestro!
+</p>
+
+<p>
+Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri
+il delegato, i carabinieri, i becchini; e udiva
+battere il suo cuore, <i>ton, ton, ton</i>, a grande
+velocità.
+</p>
+
+<p>
+— S'attacchi!
+</p>
+
+<p>
+— S'attacchi alla pertica!
+</p>
+
+<p>
+— Attáccati, amico!
+</p>
+
+<p>
+— Forza!
+</p>
+
+<p>
+— Coraggio, caro maestro!
+</p>
+
+<p>
+Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe
+<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
+bastato afferrarsi alle pertiche. Ma non voleva
+morire?
+</p>
+
+<p>
+— Coraggio! — Forza! — Bravo!
+</p>
+
+<p>
+— Tira!
+</p>
+
+<p>
+— Viene!
+</p>
+
+<p>
+Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa
+n'ebbe lui?
+</p>
+
+<p>
+Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle
+pertiche. Alle pertiche, prima; poscia a quelle
+braccia. Egli si lasciò trascinare e afferrare....
+</p>
+
+<p>
+E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia
+dell'amico, balbettò:
+</p>
+
+<p>
+— Lasciatemi morire....
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="giocatrice"></a>
+La giocatrice.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo,
+Gianni Limosa avrebbe dovuto convincersi
+che il suo affetto non escluderebbe mai
+dal cuore di Claudia Verbani l'affetto delle carte;
+che Claudia giocatrice — eppure così bella,
+così giovane, così vedova! — non aveva, nè
+avrebbe mai più, tempo, voglia, affanni d'amore.
+</p>
+
+<p>
+Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo
+sarebbe dovuto esser questo: L'uomo può dedicarsi
+con le sue energie a più vizi in una
+volta; dove la donna, con le energie sue, non
+si dà quasi sempre che a uno solo, e con l'anima
+sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
+sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come,
+da che mondo è mondo, la donna ebbe taccia
+d'incostante in amore, l'amore per la donna
+<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
+o non è una passione, e quindi non è un vizio,
+o tutt'al più è passione non intensa e profonda
+quanto un vizio: per esempio, il gioco.
+</p>
+
+<p>
+Se non che Limosa invece d'essere un filosofo
+era uno <i>sportman</i> innamorato; perciò non
+è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
+così: «Questa donna, che è una signora eccezionale,
+io l'amo alla follia e con buone intenzioni:
+per forza; perchè è onesta; e la sposerei
+anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè
+ha un vizio. Un vizio? Sì: come Luisella la
+mia puledra.... Luisella adombrava al passaggio
+del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava
+o voltava indietro; sudava tutta; tremava;
+e guai se gliel'avessi data vinta! Io, traendola
+alla ferrovia e facendola sorprendere incontro,
+dietro o di fianco, con una bicicletta, e intanto
+frenandola e frustandola a mio modo, l'ho domata
+che è diventata un'agnellina. Ma Luisella
+è una cavalla, e Claudia una signora. Per questa
+dunque mi atterrò a un metodo affatto contrario.»
+</p>
+
+<p>
+Ora, la fallacia del ragionamento apparisce
+manifesta nel credere che per essere Luisella
+una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
+e l'altra no, patissero o peccassero in modo
+affatto contrario e bisognassero di opposti rimedi.
+</p>
+
+<p>
+Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno
+rassomigliavano: che eran femmine ambedue.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli
+neri a spazzola; barba corta all'inglese; abiti
+che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
+giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di
+stoffa costosa e di bella fattura; muscoli temprati
+agli esercizi del corpo; un naturale buon
+umore e bastevole intelligenza e cultura perchè
+egli non si confondesse in conversazione alcuna.
+Dei contadini, fra cui viveva otto o nove
+mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi
+troppo, o degli amici e delle amiche che
+trovava ai campi di corse, chi mai se lo sarebbe
+imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo
+tirare ai piccioni! saltar le <i>siepi</i>! guidare
+Luisella!
+</p>
+
+<p>
+Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa
+e sagace quella signora Claudia; con certi
+modi ingenui e volontari da far girar la testa
+a ben altri che a uno <i>sportman</i> non filosofo!
+Nè Claudia stentò molto a introdurre il povero
+Gianni in un dialogo per cui egli credè meglio
+finirla e confessarsi innamorato cotto.
+</p>
+
+<p>
+— Sissignora! Io sono un uomo alla buona,
+franco, robusto, sano. Non leggo romanzi, io!
+E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a
+questo punto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Di chi?
+</p>
+
+<p>
+— Oh bella! Di lei!
+</p>
+
+<p>
+Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè
+il cuore gli picchiava il petto; e con la sinistra
+accomodava la barba, mentre Claudia, niente
+affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata
+al divano mostrandogli, senza volere, la
+bianca gola e sorridendo d'un'ironia lieve, non
+priva d'indulgenza.
+</p>
+
+<p>
+— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non
+conosce neppur tutta la gravità del suo malanno!
+Perchè, scusi, se non è sano chi legge
+romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato
+come nei romanzi e come dice di essere
+lei.
+</p>
+
+<p>
+Egli mormorò:
+</p>
+
+<p>
+— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!...
+Tanto più che io amo non da eroe, ma
+da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più
+grande?
+</p>
+
+<p>
+— .... Rinunciare alla mia libertà!
+</p>
+
+<p>
+Il modo con cui fece l'offerta e il tono che
+aveva imposto alle parole un peso maggiore a
+quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
+signora una risata schietta.
+</p>
+
+<p>
+— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà
+è il più piccolo, il più semplice, il più
+naturale per l'amore, cioè per il matrimonio!
+È necessario; se no, il matrimonio non sarebbe
+un legame!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —,
+io farò di più: rinuncerò ai cavalli, alla caccia,
+alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
+dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica;
+ascolterò concerti wagneriani; ballerò la
+season....
+</p>
+
+<p>
+— Inutile, povero Limosa!
+</p>
+
+<p>
+— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
+</p>
+
+<p>
+Che impeto nella dimanda! che passione, che
+disperazione nel secondo «mai!»
+</p>
+
+<p>
+Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la
+faccia con le mani, ascoltandosi e riflettendo;
+indi scosse il capo a viso scoperto.
+</p>
+
+<p>
+— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai
+cavalli, al mondo, ai romanzi, ai concerti, alla
+<i>season</i>....; a tutto, fuorchè alla mia libertà!
+</p>
+
+<p>
+— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa,
+dopo aver riflettuto anche lui. — Voi, dunque?...
+Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe alla
+sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se
+poteste non rinunciare alla vostra libertà, voi
+forse...?
+</p>
+
+<p>
+Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe
+capito nulla; o avrebbe capito che il cervello a
+quell'infelice gli aveva dato la volta.
+</p>
+
+<p>
+Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse
+d'un'offesa e attendesse un opportuno
+schiarimento.
+</p>
+
+<p>
+— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei
+odia; non è l'amore che lei odia: è il matrimonio!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
+</p>
+
+<p>
+E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo
+stesse qui, non ci vedrei tante difficoltà a
+superarlo.»
+</p>
+
+<p>
+Ma la signora con voce e attitudine convenevoli
+alle parole, eppure quasi benigna:
+</p>
+
+<p>
+— Io non odio nulla e nessuno, amico mio;
+solo, non ho voglia d'amare, perchè più mi piace
+viver libera; nè una donna come me intenderebbe
+l'amore senza il sacrificio assoluto e....
+legale della propria libertà. Chiaro?
+</p>
+
+<p>
+A ogni parola la faccia di Limosa era andata
+acquistando una linea di mestizia; sicchè
+all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma
+in barba corta all'inglese.
+</p>
+
+<p>
+— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente
+ella cedette al <i>voi</i>).... lasciate questo discorso;
+e piuttosto facciamo una partita a scopa.
+</p>
+
+<p>
+Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni,
+quando rispose, disse con un sospiro che venne
+fuori dal broncio:
+</p>
+
+<p>
+— Non conosco le carte!
+</p>
+
+<p>
+— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella
+domandò tra compassionevole e ironica, secondo
+la sua usanza.
+</p>
+
+<p>
+Allora egli proruppe:
+</p>
+
+<p>
+— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare;
+oggi, signora, vi dico: nemmeno conosco le carte!
+e me ne vanto!
+</p>
+
+<p>
+— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo
+alle nostre partite? a che pensate?
+</p>
+
+<p>
+La passione lo rese eloquente e furente.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
+</p>
+
+<p>
+— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi
+esamino; vi giudico; entro in voi; scappo disperato;
+mi perdo.... Oh che martirio amarvi
+e vedervi con le carte in mano! Un supplizio!
+Diventate cattiva e debole; perfida con chi vince;
+lusinghiera con chi vi fa vincere....
+</p>
+
+<p>
+— Limosa!
+</p>
+
+<p>
+— Quante volte soffro io più di voi a vedervi
+palpitante, tremante, pallida in attesa d'un colpo
+di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa con
+occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare
+un compagno più brutto del demonio!
+Quante volte ho dovuto augurarmi d'essere io
+il <i>re bello</i>, che vi rallegrava, o l'<i>asso di bastoni</i>
+o <i>il bagattino</i>!
+</p>
+
+<p>
+— O l'<i>angelo</i>, o il <i>diavolo</i>, bugiardo che siete! — esclamò
+giuliva la signora. — Conoscete fino
+i tarocchi!
+</p>
+
+<p>
+Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
+</p>
+
+<p>
+— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a
+vedervi consumare in tal modo gioventù, bellezza,
+salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
+amo tanto, io giudico che anche questa è una
+colpa, perchè è questo esecrabile vizio, questa
+obbrobriosa catena che v'impedisce di amare
+e di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
+</p>
+
+<p>
+A questo punto Gianni s'aspettava che ella
+rispondesse un «grazie» per canzonatura, o che
+inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
+aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e
+severa, Claudia parlò:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi
+offende: mi affligge; e non vi perdonerei se non
+vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
+nell'amore onesto.
+</p>
+
+<p>
+Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
+</p>
+
+<p>
+— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
+</p>
+
+<p>
+Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche
+perchè si fosse innamorato così?
+</p>
+
+<p>
+— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna
+è turpe; perchè se sono religiosa, non sono bigotta,
+non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
+bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito
+m'ebbe abbandonata sola al mondo, io, che
+l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
+mi sarei lasciata struggere dal dolore se non
+avessi trovato scampo e consolazione in una
+passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
+Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il
+<i>faraone</i>, il <i>macao</i>, il <i>tresette</i>, i <i>tarocchi</i>, la <i>scopa</i>!... — E
+sgorgarono le lagrime; piovvero lagrime
+sul fazzoletto.
+</p>
+
+<p>
+— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa,
+pari a un eroe da romanzo, afferrandole una
+mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva:
+«Debbo mettermi in ginocchio?»
+</p>
+
+<p>
+— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa
+è proprio della mia inesperienza! Se io fossi
+avvezzo a innamorarmi, non invidierei le carte
+e non desidererei per me quel che date a loro;
+<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
+mi negherei il diritto di ingelosire; riconoscerei
+il mio torto di amarvi tanto; mi persuaderei
+ch'è pazzia voler persuadere una donna che....
+che.... Mi fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
+</p>
+
+<p>
+In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde,
+al suo solito modo, Claudia un po' s'affliggeva e
+un po' godeva.
+</p>
+
+<p>
+— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona
+buona. — Guarirete.
+</p>
+
+<p>
+— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia
+villa alla vostra non ho cavallo che corra abbastanza!
+Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
+</p>
+
+<p>
+— Distraetevi.
+</p>
+
+<p>
+— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi
+e sospirando. — Mi distrarrà o il vino, o la religione,
+o.... una rivoltella!
+</p>
+
+<p>
+— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora
+trattenendolo. — Che discorsi sono questi?
+Fermatevi, Gianni, per carità!
+</p>
+
+<p>
+Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato
+che ci fosse da spaventarsi in quella maniera.
+Finchè lasciò trarsi per il braccio, dolcemente....
+Dove?... A un tavolino.
+</p>
+
+<p>
+— Sedete! Ubbidite!
+</p>
+
+<p>
+Ubbidì.
+</p>
+
+<p>
+— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò
+io, signorino, come si gioca a
+scopa!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+Ma studiando indefessamente, sin quasi ad
+ammalare di neurastenia, otto giorni dopo Gianni
+aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno
+e d'azzardo che appassionavano la signora
+Verbani, e s'era deliberato a questi termini:
+«O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno
+che, per rimorso, o per gratitudine, o per necessità,
+Claudia maledirà le carte e un prete benedirà
+il nostro amore.»
+</p>
+
+<p>
+Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non
+sarebbe venuto mai a un tal patto:
+</p>
+
+<p>
+«io accopperò te; o tu, me.»
+</p>
+
+<p>
+Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle
+ville intorno si recavano dalla Verbani per
+le partite diurne e notturne, cedettero ogni primato
+al nuovo competitore e, invidiando, assistettero
+ai singolari certami per cui boni da
+cento lire sostituirono nelle poste quelli da dieci.
+Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio
+(<i>fortunato in amor....</i>) la fortuna assisteva
+Gianni Limosa, a cui sarebbe parso meglio rovinarsi;
+poichè vincendo temeva guadagnarsi
+anche l'antipatia della signora. E alle occhiate
+di sfida e di corruccio sempre rispondeva con
+<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
+occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza,
+come a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta
+sorrisi di scherno e lampi d'odio. Ma poscia
+la fortuna si stancò di favorire chi non
+la curava, anzi l'incolpava di danni; e Claudia
+vinse; vinse tanto, in poche settimane, che la
+somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò
+la compagnia e il mondo intorno.
+</p>
+
+<p>
+Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe
+la gravità vendendo, quasi per bisogno,
+due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
+chiese quattrini in prestito a uno di quegli
+amici ostili. Repugnanza e rimorso non tardarono
+quindi ad abbattere la gentile colpevole,
+e le partite a scopa moderate a poche lire
+tornavano alla memoria di lei come, dopo il
+fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere!
+Ah limitarsi alle pure briscole!
+</p>
+
+<p>
+Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio,
+procedeva nelle scope, e peggio.
+</p>
+
+<p>
+— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse
+un giorno.
+</p>
+
+<p>
+— Non voglio! — ella esclamò. — La <i>roulette</i>
+è stupida.
+</p>
+
+<p>
+Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con
+gli occhi:
+</p>
+
+<p>
+«La <i>roulette</i> è stupida? E la <i>briscola</i> no? e
+il <i>macao</i>? e la <i>scopa</i>? e la <i>bestia</i>? e io? e voi?
+Non comprendete dunque il vostro lungo delitto?
+il mio lento suicidio? Non potremmo fare
+qualche altra cosa di meglio?»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
+</p>
+
+<p>
+Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente
+e indifferente, in quella tinta grigia, di
+latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
+quando a quando, snebbiava un po' di pioggia;
+minuta, silente, inutile pioggia. Mortificate, le
+piante del giardino non muovevan foglia; senza
+tremito eran le frange degli abeti; senza voci
+gli alberi e il tetto; senza volo gli uccelli; senz'anima
+la vita; senza vita l'universo; senza
+l'universo.... Una giornata insomma o da briscola
+o da suicidio. Ebbene, chi lo crederebbe?...
+</p>
+
+<p>
+Claudia mormorò:
+</p>
+
+<p>
+— Non ho voglia di giocare, oggi!
+</p>
+
+<p>
+E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino,
+non parve vero d'esclamare:
+</p>
+
+<p>
+— Facciamo qualche altra cosa!
+</p>
+
+<p>
+— Chiacchieriamo.
+</p>
+
+<p>
+Egli tacque.
+</p>
+
+<p>
+— Non andate a Erba, quest'anno?
+</p>
+
+<p>
+— No: <i>Gringoire</i> s'è azzoppato.
+</p>
+
+<p>
+— E Luisella?
+</p>
+
+<p>
+— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata
+al trotto; e non la sciuperò mai in un ippodromo.
+</p>
+
+<p>
+— È buona..., lei?
+</p>
+
+<p>
+— Oh sì!
+</p>
+
+<p>
+— Senza vizi?
+</p>
+
+<p>
+— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso,
+più.
+</p>
+
+<p>
+— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a
+<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
+malincuore Claudia. Indi chiese: — Siete venuto
+qua con lei? con la <i>charrette</i>?
+</p>
+
+<p>
+— Sì.
+</p>
+
+<p>
+Che capriccio le veniva? Andò alla finestra;
+disse:
+</p>
+
+<p>
+— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io
+le virtù di Luisella.
+</p>
+
+<p>
+— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
+</p>
+
+<p>
+Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava;
+non sgocciolava più.
+</p>
+
+<p>
+— Posso fidarmi?
+</p>
+
+<p>
+— Di Luisella? Garantisco!
+</p>
+
+<p>
+— E di voi?
+</p>
+
+<p>
+Da uomo leale Gianni tacque prima di portare
+una mano al petto; ma poi rispose: — Sì.
+</p>
+
+<p>
+.... Andarono per la diritta via, che la puledra,
+con trotto uguale, ampio e sonante, sorpassava
+recando nella <i>charrette</i> il signore e la signora.
+</p>
+
+<p>
+Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco
+e quegli d'un rapimento giocondo; e
+l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose apostrofi: — Biondina...;
+birichina...; capricciosa...;
+cattiva, etc.; — mentre l'aria, risentita
+dell'autunno e rinfrescata dalla recente pioggia,
+al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi
+di delizia.
+</p>
+
+<p>
+— Yop! Via, Luisella!
+</p>
+
+<p>
+Luisella volava.
+</p>
+
+<p>
+— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a
+un punto, con nuova dolcezza.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
+</p>
+
+<p>
+E Claudia:
+</p>
+
+<p>
+— Comprendo il piacere d'aver domato così
+bene questa bella bestia.
+</p>
+
+<p>
+— Oh c'è una gioia più grande: domare un
+angelo!
+</p>
+
+<p>
+— Difficile impresa per un uomo!
+</p>
+
+<p>
+— No: per un asino come me, che ha soggezione
+di voi anche oggi!
+</p>
+
+<p>
+Gianni s'adirava.
+</p>
+
+<p>
+— Un altro non si sarebbe messo una mano
+al petto....
+</p>
+
+<p>
+— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque,
+buono! e.... sperate. Da bravo! Dicono che Amore
+faccia miracoli.
+</p>
+
+<p>
+Divina creatura! Quando parlava sul serio,
+non si poteva crederle; ma quando scherzava,
+persuadeva.
+</p>
+
+<p>
+Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava
+negli occhi di lei, ove gli pareva vedersi più
+vivo e più bello, o attendeva a vedere come l'aria
+lusingava que' fini capelli biondi. Intanto
+Amore preparava il miracolo.
+</p>
+
+<p>
+Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze,
+e arditamente Luisella, guardavano innanzi
+per la strada diritta e libera, mentre
+Gianni guardava da un lato; e non si sa quale
+delle due prima, Claudia.... — oh Dio!...: una
+bici.... — vide; e Luisella, a tal vista — una
+bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò.
+Un indefinibile, duplice grido: l'urto della
+ruota a un paracarri: la fredda, rigida sensazione
+<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
+d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
+d'una botta tremenda a terra per cui l'anima
+s'insaccasse e profondasse nel corpo e il corpo
+si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
+catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un
+salto mortale!
+</p>
+
+<p>
+Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro!
+In terra, fermi, inerti, tutti e due; anzi,
+tre, con la <i>charrette</i> senza stanghe.
+</p>
+
+<p>
+.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi
+rotto nulla, che si vide appresso, morta,
+Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
+loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!,
+Luisella; poi non vide più che la signora,
+morta!
+</p>
+
+<p>
+— Claudia! Claudia! — invocava disperato,
+anelante, bianco di terrore in faccia, e tutto inzaccherato.
+Ma il ciclista giungeva avvertendo: — Io
+medico! medico, io! —; e affannoso anche
+lui, colui s'inginocchiò a slacciare il busto
+della poverina e a richiamarla in vita; mentre
+Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta,
+si strappava i capelli e ripeteva: — Morta!
+</p>
+
+<p>
+Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise
+un gemito lungo....
+</p>
+
+<p>
+— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con
+cura.
+</p>
+
+<p>
+Gianni lamentava: — Claudia! Claudia!
+Ah sì! la poverina s'era rotto un braccio!
+Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa,
+in cui combattevano e si confondevano
+<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
+la voglia di ammazzare il ciclista a pugni, e
+dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
+rappresentarlo nell'angosciosa attesa della
+carrozza mandata a prendere alla villa per un
+contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno
+che rintracciar le parole italiane, francesi,
+tedesche con cui quel medico straniero pregava
+la pericolata che facesse il piacere di ricuperare
+i sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo.
+Tre volte ella tornò in sè a gemere, da sul
+cuscino, ch'era caduto con loro dalla <i>charrette</i>;
+finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente,
+in vita.
+</p>
+
+<p>
+Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè
+il forestiero raccomandava di portarla
+al luogo più vicino — la trasferirono senza scrupolo
+a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista
+la credeva moglie del signore. E con gran
+premura accertò Gianni che, fuori del braccio,
+<i>votre femme</i> non aveva patito danno notevole;
+e si compiacque a fare lui, benissimo, la
+fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel collega
+italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò,
+a solo compenso, la firma nell'<i>album</i> dei
+ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile, saltò in
+bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
+</p>
+
+<p>
+Era a quel che aveva detto e a quel che si
+seppe poi, un medico di gran nome; il quale per
+provare i benefizi della ginnastica e per convincere
+della sentenza <i>mens sana in corpore sano</i>
+faceva il giro del mondo in bicicletta.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli
+disse:
+</p>
+
+<p>
+— Iddio mi ha castigata, amico mio!
+</p>
+
+<p>
+A che, triste, l'amico:
+</p>
+
+<p>
+— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
+</p>
+
+<p>
+— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci
+il braccio che offendere il mio buon nome.
+Pensate: sono in casa vostra!
+</p>
+
+<p>
+Ribattè Limosa:
+</p>
+
+<p>
+— E io? tocca a me rimediare!
+</p>
+
+<p>
+— Io — soggiunse la signora — sperava di
+non rimaritarmi se non di mia spontanea volontà.
+</p>
+
+<p>
+— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi
+prima di esser certo di tutto il vostro
+amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno
+un poco?
+</p>
+
+<p>
+Ella tacque; poscia rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Sono così dolente della percossa che non
+ho più forza di sentir altro. Lasciate che mi
+ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi ricordi.
+</p>
+
+<p>
+Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse
+come se dicesse una cosa buffa:
+</p>
+
+<p>
+— Mi ricordo che quando mi parve d'andar
+<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
+per aria e invece andavamo in terra, sentii che
+con voi morivo volentieri.
+</p>
+
+<p>
+Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo
+amava! lo amava sul serio! Così, finalmente,
+un purissimo bacio fu suggello alla promessa
+fede di quelle due anime oneste.
+</p>
+
+<p>
+Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a
+veder Luisella; e, a vederlo, Luisella, ch'egli aveva
+bastonata a furia, nitrì senza rancore e senza
+rimorso.
+</p>
+
+<p>
+Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia
+si sarebbe mai accorta di amarlo fino a sentire
+di morir volentieri con lui?
+</p>
+
+<p>
+No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da
+cui il giorno prima egli era stato infiammato
+contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia
+ma per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico
+fallo (e se non fosse stata una bestia,
+certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
+e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa
+abbracciò al collo la sua cavalla.
+</p>
+
+<h3>
+V.
+</h3>
+
+<p>
+Appena in grado di levarsi la signora partì
+per la città ad affrettarvi i preparativi delle
+nozze e la riparazione dello scandalo: questo
+tanto più ingiusto in quanto che era seguito a
+una disgrazia grave. Ma incrudelivano nelle
+<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
+chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e
+quindi una nuova ragione per Limosa a detestare
+le carte. Egli, in quel mentre, rimeditava
+la purissima luna di miele anticipata; le ore
+di felicità trascorse al letto dell'inferma quando,
+parlassero o stessero cheti, sì dolci cose
+s'erano dette.
+</p>
+
+<p>
+Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni
+che Claudia si adattasse a lui con le parole, gli
+sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero e
+dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a
+lei, s'ingentiliva, poetizzava sè medesimo; e parlava
+a voce sommessa; e camminava in punta
+di piedi....
+</p>
+
+<p>
+Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità
+avvenire e scelti i luoghi da stare durante
+le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e i metodi
+da tenere nell'educazione dei figlioli maschi
+e femmine, e contenuti i trasporti d'amore,
+per divagarsi si eran dati alle Letture. Limosa
+leggeva <i>I tre Moschettieri</i>, ritrovandosi non in
+Porthos, a cui rassomigliava un poco, ma in
+D'Artagnan; ed ella trovando lui in Aramis,
+al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine
+di quelle ore!; la gioia di comprendersi
+a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
+</p>
+
+<p>
+Inutile dire che le carte non eran state desiderate
+dalla signora, la quale avrebbe dovuto
+giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul
+letto; e che il buon Limosa alle carte quasi
+non ci pensava più. Pensandoci diceva tra sè:
+<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
+«Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella,
+che è una bestia, non sbagliavo certo per
+Claudia, che è un angelo. Nessun dubbio che
+dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e
+che dalla pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella
+però — che sia benedetta in eterno! — l'ha
+fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo
+solo. Adesso posso star sicuro che di gioco
+non se ne parlerà mai più.» Infatti chiodo scaccia
+chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
+</p>
+
+<p>
+Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia
+telegrafò: <i>Sono pronta</i>; e Gianni, che era pronto
+da un pezzo, accorse....
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno
+accompagnati gli sposi alla ferrovia, ammirando
+la disinvolta esperienza nella sposa, la semplicità
+d'uomo un po' inesperto in certe cose di
+circostanza, ma sicuro di sè, nello sposo. E senza
+lagrime si affrettan gli addii; sono giocondi gli
+auguri di buon viaggio.
+</p>
+
+<p>
+<i>Tatà</i>.... Un fischio.... Partenza!
+</p>
+
+<p>
+Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già
+lo sposo tira le tende della carrozza, forse perchè
+il sole a loro festa dardeggia i cristalli, o
+perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta
+esterna. Or come la sposa lascia cadere il mazzo
+<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
+di fiori, che effondono una fragranza soverchia,
+lo sposo mormora:
+</p>
+
+<p>
+— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia!
+Legàti per sempre! Oh Claudia!
+</p>
+
+<p>
+Ella sorride in un modo, in un modo....
+</p>
+
+<p>
+Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col
+braccio risanato trattiene lui e l'impedisce, dalla
+tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
+mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
+</p>
+
+<p>
+— Facciamo una partita?
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="doni"></a>
+Doni nuziali.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+.... — Gioielli, no; che a te come a me non
+piace il lusso; e neanche alla sposa, speriamo.
+Dunque?
+</p>
+
+<p>
+— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
+</p>
+
+<p>
+— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio
+sfigurare in faccia a nessuno. Cosa daranno i
+parenti della sposa, quelli così signori? E i testimoni?
+</p>
+
+<p>
+— Ma....
+</p>
+
+<p>
+— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le
+boccole, chi il monile.... Vedrai...: sciocchezze,
+grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io
+avessi preso moglie (non l'ho presa perchè le
+donne costano), primo patto: fuori di casa i
+parenti della sposa, i parenti alla moda!
+</p>
+
+<p>
+— Già!, chi potesse....
+</p>
+
+<p>
+— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno!
+<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
+Perchè, si sa, i parenti che non hanno più cuore
+che quattrini, presto o tardi ti fan scontare le
+carezze e i regali. Ma io....
+</p>
+
+<p>
+— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto
+bene.... — interruppe Terpalli.
+</p>
+
+<p>
+— Mio dovere. Dunque?
+</p>
+
+<p>
+— Non so....
+</p>
+
+<p>
+— Al corredo ci avrà pensato la mamma della
+sposa; alla mobilia ci hai pensato tu. Scommetto
+anzi che hai provveduto a tutto, da bravo
+omino; che non vi manca proprio nulla!
+</p>
+
+<p>
+— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a
+tutto.... capirà....
+</p>
+
+<p>
+— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno
+aperto un bel negozio in via Garibaldi....
+</p>
+
+<p>
+— No: grazie; ne abbiamo.
+</p>
+
+<p>
+— Seggiole?... Tende?...
+</p>
+
+<p>
+— Grazie....
+</p>
+
+<p>
+— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su!
+spiegati!
+</p>
+
+<p>
+— Faccia lei!... Quel che vuole....
+</p>
+
+<p>
+— Quel che voglio? Io non voglio niente, io!
+L'orologio? l'hai. Vestito, sei vestito.... A meno
+che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un bel
+lume?
+</p>
+
+<p>
+— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se
+crede...; se non le par troppo...; anche la Gigia
+gradirebbe «un servizio da caffè».
+</p>
+
+<p>
+Pareva avesse invocata una cosa dell'altro
+mondo!
+</p>
+
+<p>
+— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai
+nervi?
+</p>
+
+<p>
+— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico
+che capiti, alle volte....
+</p>
+
+<p>
+— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme,
+però, alle mie povere forze; se vi contenterete....
+</p>
+
+<p>
+Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio
+alla colazione nuziale; lo scongiurò che non
+mancasse.
+</p>
+
+<p>
+Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata,
+ed ebbe detto a lei e alla madre del casuale
+incontro con lo zio Tarabusi, tutti e tre scoppiarono
+in una risata gioconda. Infatti, da che
+aveva avuta notizia del prossimo matrimonio,
+lo zio sfuggiva il nipote — al quale, scontroso e
+timido, rincresceva andare a cercarlo — e per
+risparmiarsi il dono di nozze si sarebbe nascosto
+sotterra; quantunque fosse pieghevole ai rispetti
+umani e sempre dubitasse di apparire
+avaro come era.
+</p>
+
+<p>
+— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne
+rallegro!»; con che inchini ha risposto all'invito
+della colazione, e con che bocca mi ha
+detto (e Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò...,
+potendo.»
+</p>
+
+<p>
+La fidanzata rideva sino alle lagrime e le
+sembrava vedere quella faccia nuda e tonda simile
+a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
+e gl'inchini....
+</p>
+
+<p>
+— E figuratevi come è diventato rosso a udire
+<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
+chi sono i vostri parenti. Ah ah! signori!...
+signoroni!
+</p>
+
+<p>
+— E il regalo? — domandò la mamma.
+</p>
+
+<p>
+— L'ha proposto lui!
+</p>
+
+<p>
+— Lui?
+</p>
+
+<p>
+— Lui? Che cosa?
+</p>
+
+<p>
+— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare
+in cose di troppo costo..., ha offerto.... un
+lume!
+</p>
+
+<p>
+La Gigia battè le mani.
+</p>
+
+<p>
+— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho
+domandato un «servizio da caffè».
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio!
+molto meglio!
+</p>
+
+<p>
+Ma la madre scosse il capo.
+</p>
+
+<p>
+— No. Era meglio il lume.
+</p>
+
+<p>
+— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non
+diceva anche lei che il «servizio da caffè» ci
+sarebbe necessario? Chi deve pensare a regalarcelo?
+</p>
+
+<p>
+— Una bella lampada nel salottino ci vuole:
+l'ho detto sempre — insisteva la vecchia. — Adesso
+è fatta....
+</p>
+
+<p>
+— La compreremo.
+</p>
+
+<p>
+No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri.
+Sì e no. Ma l'orologio avvertì Gustavo
+che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto
+tempo con lo zio.
+</p>
+
+<p>
+— Addio, Gigia; addio, mamma....
+</p>
+
+<p>
+E via.
+</p>
+
+<p>
+.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà,
+<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
+la nativa tendenza ai protocolli e ai libri
+mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
+consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno
+e di un'ora ogni sera agli amorosi colloqui con
+la sposa e con la suocera. Oggidì quanti giovani
+potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove
+alle quindici in un ufficio comunale; poi
+dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti alle
+ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio,
+tranquillamente, sommare rendite e spese d'un
+conte milionario? A un uomo che si sottoponga
+a così disumano lavoro e che non scorga al
+suo termine una oasi o un giardino fiorito, non
+la gloria, non la ricchezza, ma sempre cammini
+con passo uguale per una pianura uguale sempre,
+per un deserto lungo una vita intera, a un
+tal uomo non basta il conforto di fumare qualche
+sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo
+Terpalli si ammogliasse. E, per economia,
+egli smise anche il vizio di fumare; e guai
+per lui se non fosse incappato in una donnina
+savia: Ma in fatto di mogli la fortuna, che in
+altri generi talvolta sembra parziale per i birbanti,
+è imparziale e davvero cieca con tutti.
+Terpalli aveva potuto chiamarsi fortunato e restare
+un onesto ragazzo quand'era venuto ad
+alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui
+soave figliola sentiva volare il tempo senza speranze
+di nozze e di vita.
+</p>
+
+<p>
+Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino
+e timido d'animo come di baffi, che radi
+<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
+radi sotto il naso acquistavano un po' più di
+vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia
+era piccolotta e grassoccia, molto timida fuori
+di casa, e con un po' di peluria anche lei agli
+angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla
+dimanda della vedova: — Perchè non prende
+moglie, signor Terpalli? —, egli aveva risposto
+guardando alla figliola:
+</p>
+
+<p>
+— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non
+osava dire «signorina».)
+</p>
+
+<p>
+La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo
+commossa, eccitata dal suo stesso pensiero
+che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
+nei dì addietro, non dissimulassero un inganno;
+e, poverina, per trarsi d'impaccio e giustificare
+quel riso disse una stupidaggine:
+</p>
+
+<p>
+— Se ci penso.... all'ufficio?
+</p>
+
+<p>
+Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un
+po' permaloso, aveva scosse le spalle e tenuto
+il broncio quasi una settimana. Dopo, si pacificarono
+con nuove occhiate; e poi la dimanda
+alla madre, e l'assenso.
+</p>
+
+<p>
+Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi;
+così di rado la fortuna aiuta con indulgenza
+e prontezza due cuori a intendersi e ad
+appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se
+l'amore buono è interpretazione, chiaroveggenza
+reciproca, presentimento e consentimento, è telepatia,
+l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
+era un perfetto amore. Pensava l'uno durante
+le ore d'ufficio:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
+</p>
+
+<p>
+«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei
+panni; aiuta la mamma a spolverare». Oppure:
+«Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
+Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo....
+Ohi ohi!: affacciatasi per caso, un
+momento, alla finestra, un giovanotto la guarda...;
+e lei, via!; scappa. È un angelo!»
+</p>
+
+<p>
+E l'altra pensava:
+</p>
+
+<p>
+«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra
+un <i>atto</i>; <i>esaurisce una pratica</i>; sbriga un
+importuno.... Oh Dio! Scrive per il conte, di
+nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera....
+Ma se lo sorprende il capufficio?... Ecco, ecco:
+lo sorprende, lo sgrida!...» — E accadde che
+un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira
+a cui l'aveva acceso il capufficio, perchè la
+Gigia lo quetasse e l'esortasse a non infrangere
+mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde
+che con la mite cattiveria delle ragazze
+ingenue e buone la Gigia un giorno raccontasse
+a Gustavo:
+</p>
+
+<p>
+— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento
+alla finestra, e passava un bel giovinotto.... — Per
+gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
+e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
+</p>
+
+<p>
+Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le
+spese per allestire la nuova casa. A provvederla
+di solo quanto era necessario, e non superfluo,
+non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi
+di due anni, se la mamma non gli fosse
+venuta in soccorso con tutto il suo avere; e
+<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
+per le cose superflue — di assoluta necessità,
+una volta provviste le altre — lasciarono l'incarico
+al caso nella consuetudine dei doni nuziali.
+Uno specchio per il salotto; una lampada
+da appendere, o due candelabri; uno o due vasi
+giapponesi, di quelli in cui si gettano, sparsi,
+fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e
+un cofano, alla moda, per i biglietti, eran tutte
+cose che premevano. Seguivano, soltanto desiderabili,
+sei posate in luogo di quelle comuni
+ereditate dalla mamma; e forse d'un «servizio
+da caffè» non avrebbero potuto fare a meno
+neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in
+quell'ipocrita dello zio Tarabusi.
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi
+un peso d'addosso, mandò un «servizio» di sei
+tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
+qualità.
+</p>
+
+<p>
+— Di terza, di terza! — mormorò la mamma,
+meno paga e sempre astiosa con l'ipocrita e
+avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
+per suo stesso conforto.
+</p>
+
+<p>
+Quanto agli altri regali desiderati e attesi:
+nessuno; e quale rabbia allorchè una prozia
+e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
+<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
+assegnamento, inviarono la prima un ombrello
+di raso paonazzo e la seconda un astuccio per
+guanti! Stupide! La Gigia era forse una donna
+più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe
+ora il cofano, i candelabri o il lume, lo specchio
+e l'album? Forse la zia paterna, ch'era
+ricca assai, manderebbe alla sposa le posate?
+Forse lo zio paterno manderebbe i vasi giapponesi?
+</p>
+
+<p>
+.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni
+volta che rincasava, facendo quattro gradini alla
+volta.
+</p>
+
+<p>
+Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato
+al viaggio di nozze — regalò.... una
+borsa da viaggio!
+</p>
+
+<p>
+.... — La zia?
+</p>
+
+<p>
+Un monile bello, assai bello, regalò la zia;
+ma la Gigia avrebbe preferita qualche cosa di
+più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe preferito
+restar disadorna lei a lasciar il salotto
+disadorno, nudo.
+</p>
+
+<p>
+Nè le amiche poterono far molto: un libro
+da messa; una scatola di profumi; cinque metri
+di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
+ricamato all'antica....
+</p>
+
+<p>
+Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la
+mamma su la scala venne incontro a Terpalli
+più che desolata, irosa e sbuffante. Una combinazione
+incredibile! La signora Tecla, antica
+loro conoscente, memore d'aver visto nascere la
+Gigia, aveva pensato a un regaluccio: e aveva
+<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
+pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A
+guardare la faccia della mamma mentre diceva: — Eh!
+che ne dite? —, Gustavo credè
+leggervi come un'accusa di complicità sua col
+caso; e provò tal pena a veder lagrimosa la
+Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
+disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo
+di spirito.
+</p>
+
+<p>
+— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo
+per romperlo; e quello della signora
+Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
+</p>
+
+<p>
+— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e,
+sotto, la borsa, il libro da messa, la scatola di
+profumi e il cuscino! Che bel salotto! — esclamò
+la Gigia.
+</p>
+
+<p>
+Propose Gustavo:
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe
+ottenere qualche cosa in cambio, dal negoziante.
+</p>
+
+<p>
+— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
+</p>
+
+<p>
+E la figliola:
+</p>
+
+<p>
+— Nemmeno io!
+</p>
+
+<p>
+— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si
+ringrazia! — disse Terpalli, al quale rincrebbero
+il broncio della vecchia e l'ironia della sposa.
+</p>
+
+<p>
+— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la
+Gigia, alla quale per contro rincresceva l'indifferenza
+ostentata dallo sposo.
+</p>
+
+<p>
+— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma,
+che il riso del genero aveva inviperita.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Che colpa?
+</p>
+
+<p>
+La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
+</p>
+
+<p>
+— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro
+gesuita!
+</p>
+
+<p>
+— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa
+mia? — ripeteva.
+</p>
+
+<p>
+Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
+</p>
+
+<p>
+— Zitti! basta!
+</p>
+
+<p>
+— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì
+lo sposo. — Ho i colleghi!
+</p>
+
+<p>
+Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
+</p>
+
+<p>
+— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti!
+Un <i>bouquet</i>, come daranno i vostri testimoni;
+e ciao!
+</p>
+
+<p>
+— E il conte? Perchè è in viaggio credete si
+dimentichi?... Mi vuol bene, lui!
+</p>
+
+<p>
+Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
+</p>
+
+<p>
+Il signor conte non solo non si dimenticherebbe,
+ma spedirebbe o le posate o lo specchio.
+</p>
+
+<p>
+— Vedrete!
+</p>
+
+<p>
+Questa la sua fede.
+</p>
+
+<p>
+— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi
+del tutto suocera. — Neanche un biglietto vi
+manda! Ci scommetto!
+</p>
+
+<p>
+— Forse sì e forse no.
+</p>
+
+<p>
+— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare
+a un impiegato così.... modesto come voi?
+</p>
+
+<p>
+— Il lume! — rispose in modo di canzonatura
+Gustavo.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto la Gigia pregava:
+</p>
+
+<p>
+— Smettetela; finitela....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero;
+e adesso non avreste due servizi da caffè!
+</p>
+
+<p>
+— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
+</p>
+
+<p>
+— Profeta, no; timido, sì.
+</p>
+
+<p>
+.... — Mamma! Gustavo!
+</p>
+
+<p>
+— Timido?
+</p>
+
+<p>
+— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi
+troppo con vostro zio, e gli avete domandato
+quel che costa meno!
+</p>
+
+<p>
+— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare
+anche così poco!
+</p>
+
+<p>
+— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta...,
+mio marito lo diceva sempre, muore senza
+aver goduta una zuppa calda!
+</p>
+
+<p>
+— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere
+alla Gigia che lo tirava per la giacca. — Sempre
+«mio marito»! Lui, lui sapeva stare
+al mondo!
+</p>
+
+<p>
+— Ah, meglio di voi, signorino!
+</p>
+
+<p>
+— Infatti....
+</p>
+
+<p>
+.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo
+afferrò il cappello, e scappò via.
+</p>
+
+<p>
+— Gustavo! Gustavo!
+</p>
+
+<p>
+— Mio marito era un uomo! — la suocera gli
+gridava dietro. — Si può dir forte: era un uomo
+lui! Se fu disgraziato....
+</p>
+
+<p>
+Insomma, la buona donna aveva bisogno di
+sfogare un gran malumore; e la buona figliola
+ebbe ragione di gemere:
+</p>
+
+<p>
+— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo
+felici!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p class="center">
+ALLA CITTÀ DI PARIGI.<br />
+<span class="smcap">Grande assortimento di orologi e sveglie.<br />
+Novità in ogni genere.<br />
+Bijouteria — Chincaglieria — Argento christofle.<br />
+Revolvers e fucili.<br />
+Emporium per regali — giocattoli.</span>
+</p>
+
+<p class="pad1">
+Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando
+l'uno dopo l'altro gettarono uno sguardo
+intorno, come per sorprendere un oggetto e riposarvi
+il pensiero incerto; quindi, dopo i tre
+inchini, chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Desiderano?
+</p>
+
+<p>
+— Un regalo per nozze.
+</p>
+
+<p>
+— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
+</p>
+
+<p>
+Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
+</p>
+
+<p>
+Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque
+d'accordo a spendere poco in cosa che desse
+apparenza di molta spesa, erano discordi nel dono
+da scegliere.
+</p>
+
+<p>
+— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro,
+per la sposa? — suggerì primo Bonariva; quantunque
+poco lieto lui stesso della proposta.
+</p>
+
+<p>
+— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli
+<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
+ai parenti cotesti regali da buona famiglia! Tocca
+alle amiche della sposa.
+</p>
+
+<p>
+— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
+</p>
+
+<p>
+— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca....
+Da trecento lire a quindici. Vedano.... — Così
+dicendo il commesso accennava a quelli
+da trecento lire.
+</p>
+
+<p>
+— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi,
+intanto che Bonariva disapprovava col capo.
+</p>
+
+<p>
+— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche
+a Sandri, e costavano poco.
+</p>
+
+<p>
+— Osservo — disse Bonariva — che i vasi
+sono pericolosi....
+</p>
+
+<p>
+— Già, se vanno in terra....
+</p>
+
+<p>
+— No, non per questo! Chi non sa che cosa
+regalare, regala due vasi, sempre: c'è il pericolo
+d'una combinazione.
+</p>
+
+<p>
+Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora
+mutò consiglio.
+</p>
+
+<p>
+— Prendiamo uno specchio.
+</p>
+
+<p>
+— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
+</p>
+
+<p>
+— Ma bello; per il salotto.
+</p>
+
+<p>
+— Che! Non son gente da salotto!
+</p>
+
+<p>
+— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello
+con l'utile — mormorava Sandri.
+</p>
+
+<p>
+E a lui il commesso:
+</p>
+
+<p>
+— Un <i>nécessaire</i> da viaggio?... Un <i>lavabo</i>?
+</p>
+
+<p>
+— No, no. — Bonariva insisteva per qualche
+cosa di più utile e di meno comune.
+</p>
+
+<p>
+— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono
+<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
+di moda; servono a tanti usi! Guardino questo:
+dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva
+scoteva il capo.
+</p>
+
+<p>
+— Costa? — domandò Sandri.
+</p>
+
+<p>
+— Ottanta lire!
+</p>
+
+<p>
+— Ahi!
+</p>
+
+<p>
+— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte?
+un portabiglietti?
+</p>
+
+<p>
+— Io torno alla mia prima idea — Sandri
+disse —: un bell'album con i nostri ritratti....
+</p>
+
+<p>
+— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in
+tentazione — fece Bonariva, mentre Guizzi, per
+gusto suo, maneggiava e considerava un bastone
+dal pomo cesellato, e diceva:
+</p>
+
+<p>
+— Vuoi che non l'abbiano un album?
+</p>
+
+<p>
+— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse
+Bonariva. Quand'ecco, a sollevare o a
+distrarre la pazienza del commesso, entrò una
+signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso,
+con un'aria di tacito e vicendevole rimprovero;
+finchè uno chiese a un secondo giovane
+del negozio:
+</p>
+
+<p>
+— Cos'è quell'affare là, di vetro?
+</p>
+
+<p>
+— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo!
+Se vuole....
+</p>
+
+<p>
+— No, no! È troppo bello!
+</p>
+
+<p>
+Guizzi adesso mormorava:
+</p>
+
+<p>
+— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi
+a sì bella idea fosse possibile il consenso
+degli amici!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ohibò!...
+</p>
+
+<p>
+— Si regalano alle signore che non si maritano,
+i ventagli!
+</p>
+
+<p>
+— Dunque?
+</p>
+
+<p>
+Parlava il giovine:
+</p>
+
+<p>
+— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
+</p>
+
+<p>
+— Cioè?
+</p>
+
+<p>
+Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
+</p>
+
+<p>
+— Dodici posate d'argento Christofle...?
+</p>
+
+<p>
+— Troppo, troppo!
+</p>
+
+<p>
+— Sei, allora....
+</p>
+
+<p>
+— Poco: troppo poco!
+</p>
+
+<p>
+— Poi le avranno già le posate! — Sandri
+ripeteva.
+</p>
+
+<p>
+Proseguiva il commesso:
+</p>
+
+<p>
+— Oggetti di <i>toilette</i>? Candelabri?...
+</p>
+
+<p>
+— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine,
+contento. Se non che Guizzi si mise a ridere.
+</p>
+
+<p>
+— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E
+al commesso che proponeva: — Un orologio?
+una <i>sveglia</i>? —, rispose: — Da <i>sveglia</i>
+farà la sposa: non dubiti!
+</p>
+
+<p>
+Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che
+quando cominciava non la smetteva più. Disse
+Bonariva:
+</p>
+
+<p>
+— Prendiamo un organetto, o un'armonica per
+calmare la signora dopo la luna di miele!
+</p>
+
+<p>
+A che Guizzi:
+</p>
+
+<p>
+— Sarebbe meglio un revolver!
+</p>
+
+<p>
+Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata
+<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
+i colleghi ad essere seri. Anche, li rimproverò:
+</p>
+
+<p>
+— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto
+allo sposo che cosa gradirebbe....
+</p>
+
+<p>
+Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole
+sventure; non le grandi, le quali abbattono
+quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
+accordo.
+</p>
+
+<p>
+— Che volete farci? — mormorava la signora
+Clotilde dinanzi al terzo «servizio da caffè» e
+alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
+a cattiva fortuna, figlioli!
+</p>
+
+<p>
+Disse finalmente Gustavo:
+</p>
+
+<p>
+— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia;
+fingere che niente sia; se no, ci metteranno
+su le ventole!
+</p>
+
+<p>
+— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè
+si meraviglino meno — disse la Gigia, finalmente.
+</p>
+
+<p>
+Non era possibile, infatti, nascondere i due
+primi servizi, il donatore e la donatrice essendo
+invitati alla colazione; e non volendosi
+sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva,
+<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
+al confronto, magnifico. Per suprema ironia
+era magnifico!
+</p>
+
+<p>
+Nè il domani mattina alla funzione nuziale,
+in chiesa prima e dopo al municipio, fu alcuno
+che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
+troppo smorta, non ne ammirasse la commozione
+del solenne ufficio che si compieva, il
+verginale panico per il solenne sacrificio a cui
+era condotta, il trepido cuore per l'amore che
+la beava: nessuno ci fu che pensasse a un estraneo
+disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
+insistente, la visione d'un collegio di chicchere
+vigilate da matrone, che erano le caffettiere
+e le zuccheriere. Quanto allo sposo,
+avanti di arrivare a casa, rivelò a un testimonio
+una sola causa di cruccio: l'ingratitudine del
+conte.
+</p>
+
+<p>
+— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni
+che lavoro per lui senza aumento di stipendio!
+</p>
+
+<p>
+— Pensate — aggiungeva — che ogni volta
+che capitava in ufficio era sempre lì a dirmi:
+«Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo
+la corbelleria?»
+</p>
+
+<p>
+— Dov'è adesso? — chiese uno.
+</p>
+
+<p>
+— A Firenze col maestro di casa, che mi promise
+di rinfrescargli la memoria.... Ma sì!...
+</p>
+
+<p>
+Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti
+uguali i nobili! — L'altro, moderato,
+tacque.
+</p>
+
+<p>
+Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ora vedrete i tre «servizi»!
+</p>
+
+<p>
+Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a
+ridere: anche la sposa e la mamma; anche gli
+invitati che attendevano, e quelli che sopraggiunsero;
+toltane, s'intende, la vecchia amica signora
+Tecla, a cui il suo servizio sembrava
+il più brutto dei tre, e s'arrovellava a valutare
+gli altri due.
+</p>
+
+<p>
+— Che caso! — Oh che caso!
+</p>
+
+<p>
+— Sono casi però che fanno rabbia — disse
+lo zio materno.
+</p>
+
+<p>
+— Son brutti scherzi del destino! — esclamò
+un secondo. — Una cosa che non si crederebbe! — borbottava
+un terzo; di guisa che l'ilarità
+diveniva compianto sincero nell'attesa della
+colazione.
+</p>
+
+<p>
+— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
+</p>
+
+<p>
+— Chi manca?
+</p>
+
+<p>
+Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido,
+sorridente, senza peli, con una impressione di
+maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
+zio Tarabusi.
+</p>
+
+<p>
+— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva
+alle presentazioni, dopo aver baciata
+su la fronte la sposa, la «cara figliola» — Oh
+caro: oh! carissimo! — diceva a quelli
+che conosceva. — Tanto, tanto piacere! — ripeteva
+alle nuove conoscenze.... Finchè diede
+una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'!
+quante chicchere! Pare un reggimento di fanteria....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la
+storia.
+</p>
+
+<p>
+— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto
+prevedere.... Oh senti — aggiunse con quella
+sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
+Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...:
+alle dieci e trenta per Modena....
+</p>
+
+<p>
+— Come?
+</p>
+
+<p>
+Più piano:
+</p>
+
+<p>
+— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
+</p>
+
+<p>
+— Ma..., zio....
+</p>
+
+<p>
+— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti
+sono odiosi.
+</p>
+
+<p>
+— Creda....
+</p>
+
+<p>
+— Dovevi avvertirmi!
+</p>
+
+<p>
+Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra
+gli altri.
+</p>
+
+<p>
+— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi....
+Mi scusino.... Debbo partire.... per
+Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
+questi signori....
+</p>
+
+<p>
+— Rimanga, zio!
+</p>
+
+<p>
+— Resti, signor Tarabusi!
+</p>
+
+<p>
+— Diavolo!..., signor Tarabusi!
+</p>
+
+<p>
+.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei
+auguri!
+</p>
+
+<p>
+— Due confetti, zio....
+</p>
+
+<p>
+— Grazie....
+</p>
+
+<p>
+— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...?
+Offrire il caffè a lui (in quale delle chicchere?)
+sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
+<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
+non avesse compatito il nipote come uno che
+avendo preso moglie aveva perduta la testa, e
+se Gustavo non si fosse corretto subito:
+</p>
+
+<p>
+— Un <i>cognac</i>, almeno...?
+</p>
+
+<p>
+— Bevo di rado <i>cognac</i>... Grazie.... Un'altra
+volta, caro. Addio! riverisco! addio! Stiano bene....
+tutti! — E con un nuovo inchino e un: — Evviva
+gli sposi! — quel Tarabusi se ne
+andò.
+</p>
+
+<p>
+.... La colazione nondimeno procedè benissimo.
+Vini e liquori dissiparono ogni ombra dall'anima
+della sposa, rapirono allo sposo il ricordo
+dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron
+giocondità e malizia nelle giovani donne;
+suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
+Quando, d'improvviso, squillò il campanello.
+Chi mai?
+</p>
+
+<p>
+Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo
+correva alla porta gridando:
+</p>
+
+<p>
+— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il
+regalo?... — Il conte!... — Il conte.... senza
+dubbio!
+</p>
+
+<p>
+— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino
+dell'agenzia che veniva a deporre una cassetta.
+</p>
+
+<p>
+— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto
+<i>fragile</i>; la sposa vi teneva lo sguardo smorto.
+</p>
+
+<p>
+— Presto! un martello, un coltello! — Con una
+lama da interporre alle assicelle del coperchio
+Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
+socialista gridava:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
+</p>
+
+<p>
+— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone
+moderato. — E di cuore!
+</p>
+
+<p>
+— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita:
+ecco tutto! — osservava un altro.
+</p>
+
+<p>
+— Non dico; ma....
+</p>
+
+<p>
+— Viva il conte! Viva il conte!
+</p>
+
+<p>
+<i>Crac</i> fece l'assicella allo sforzo di Gustavo.
+Allora tutti tacquero, ansiosi, nell'attesa che la
+cassa fosse aperta interamente. Ma perchè la
+cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza
+col socialista, quasi a un vicendevole ridevole
+dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
+adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè
+il testimonio moderato fumava in fretta guatando
+alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
+tenevan gli occhi su la sposa come temessero
+d'uno svenimento? Quale idea uscita di mente
+alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
+a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso
+di chi più avrebbe dovuto esser felice il terrore
+d'un malefizio, e accendeva negli occhi degli
+altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava
+un destino assurdo o tremendo su quella
+cassa, su quelle anime?...
+</p>
+
+<p>
+Lo sposo — <i>crac</i> — con l'angustia di quando,
+ancora in preda a un sogno funesto, si ricorre,
+nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto il coperchio....
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="eldorado"></a>
+Dall'Eldorado.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la
+scarsa barba, dalla tavola a cui sedeva Polla
+guardava a quanto poteva scorgere del temporale.
+Passavano di furia i nuvoloni neri: uno
+ne dilacerò un fulmine. E cominciava a piovere;
+nè ancora cessava il vento che faceva
+sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
+</p>
+
+<p>
+«Oh portasse via la bufera anche la casa!
+Una tempesta enorme rovesciasse Roma e tutte
+le città d'Europa! Un ciclone rovinasse, magari,
+il mondo!»
+</p>
+
+<p>
+Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini
+come fratelli e pel quale i borghesi sfruttatori
+e capitalisti erano non uomini ma belve — si
+arrovellasse così, in un desiderio di distruzione,
+per malanimo o per teoria socialista o
+per lotta di classe: no, no; solo risentiva lui
+<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
+stesso di quel turbamento elettrico e meteorico
+e, per di più, gli sommoveva pensieri neri come
+le nuvole, che si aggrappavano nel cielo di contro,
+un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora
+infatti in cui i borghesi andavano a desinare,
+egli restava alla tavola deserta, perchè già pioveva
+e non aveva ombrello e perchè non aveva
+un soldo in tasca e non sapeva qual trattore
+potesse più accoglierlo a credito. Fino a quando?...
+Ah che appetito! In verità, quel giorno
+sarebbero appena bastate al suo desiderio una
+porzione di spaghetti, una di lesso, una di vitello,
+una di fragole e una bottiglia di barolo, il
+vino che prediligeva.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava
+nella camera con tal impeto e abbondanza che
+il buon Polla finalmente si alzò per chiudere
+i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più
+densa, opaca, precipitasse, abbattuta da una ventata,
+giù, alla volta della sua finestra.... Una
+nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
+cannone e non era una nuvola: un corpo strano,
+solido, straordinario: un enorme animale!...
+Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
+scampare alla parete, che già piombava nella
+camera: vi cadde con un tonfo profondo su
+l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
+</p>
+
+<p>
+Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso?
+Era un misterioso involto, che, come cosa
+morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
+però dal primo spavento, invece d'invocare
+<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
+soccorso, il socialista tacque, avanzò; retrocedette.
+Non era un condor, non era un'aquila,
+non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali
+che s'erano raccolte al cessare del volo,
+l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
+le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò
+di nuovo e ruppe in un'esclamazione di meraviglia
+alla vista di sì fatti piedi e di cosifatte
+gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio,
+una donna volante! Una creatura umana,
+immota, svenuta o morta al suolo della sua
+stanza!
+</p>
+
+<p>
+Con che cuore egli la volse supina e ne udì
+battere il cuore (era un uomo)! Con che cuore
+si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
+viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo
+spogliato delle fine e seriche ali e della giubba
+cui stavano connesse! Un uomo non calvo! I
+capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte
+e la lunga e gentile barba non scemavano giovinezza
+all'aspetto venerabile; e tutta la persona
+incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo
+paragonarlo a un angelo, in cui non credeva,
+il positivista Polla lo paragonò a Adone, se
+pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto
+il sangue al cuore con massaggio; ne
+spruzzava d'acqua il volto; finchè sospirarono
+entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza,
+e l'uomo che aveva salvato un fratello,
+quantunque volante.
+</p>
+
+<p>
+Polla disse subito:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
+</p>
+
+<p>
+— <i>Good day!</i>
+</p>
+
+<p>
+No. Era biondo, ma non inglese.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Guten abend!</i> — Non tedesco.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Bonjour, monsieur!</i> — Non francese.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Buenas dies, caballero!</i> — Non spagnolo.
+</p>
+
+<p>
+Ricordandosi infine di essere italiano, Polla
+fece, cortesemente:
+</p>
+
+<p>
+— Ben arrivato!
+</p>
+
+<p>
+D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da
+prima incerti quali d'uno che davvero sia cascato
+dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
+melodiosa incomprensibile parola; poi contorse
+la bocca a pronunciare una parola di
+lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
+</p>
+
+<p>
+— Volapuk?...
+</p>
+
+<p>
+— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi
+aveva presa l'abitudine di parlare a voce alta. — Oh,
+oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
+Non ha attecchito da noi! Non importa.
+A poco a poco, fratello, c'intenderemo lo stesso!
+E, ditemi....
+</p>
+
+<p>
+Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista,
+o per il dolore della caduta, o per lo sfinimento
+di cui era prova il pallido viso, l'infelice
+forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con
+uno sforzo supremo non avesse rialzato il capo,
+e stringendo all'estremità le dita della destra,
+non avesse portata due volte la mano alla bocca
+mentre lo sguardo aiutava l'espressione del
+gesto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto!
+Anch'io ho fame! Ma io non posso
+offrirvi che un bicchier d'acqua!
+</p>
+
+<p>
+Quasi indovinasse le condizioni economiche
+dell'ospite, l'altro affrettava un segno della mano
+verso l'involucro rimasto sul pavimento. E
+Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi
+dell'arnese (fosse corpetto o giubba) eran fisse
+le ali, egli avvertì subito due bisacce; nè esitò
+a introdurvi la mano, quantunque il forestiero
+già accennasse di tastar più in basso. Ma...,
+e là cosa c'era? Sentiva un peso non lieve, come
+di ciottoli, e per accertarsi se era o no la
+zavorra, introdusse la destra. Questa volta Polla,
+che non credeva in Dio, che credeva solo nel
+«fattore economico», esclamò:
+</p>
+
+<p>
+— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono
+sassi! — Che cosa erano? Che cosa erano?
+</p>
+
+<p>
+Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno!
+Ma realtà! Un miracolo! Diamanti! smeraldo!
+rubini! oro! Fu tale la meraviglia di
+Polla che attese a lungo prima d'accorgersi come
+l'infelice girasse e chiudesse gli occhi, e
+sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il
+misero aveva volto il cenno, l'ospite trovò un
+grazioso vasetto piccolo piccolo, che quasi si
+aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
+Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico
+a ristorare d'un tratto dal profondo del
+cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia offerse
+il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce
+<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
+e luminoso sorriso; e per riposare reclinò il capo
+e chiuse gli occhi, non più alla morte, ma
+al sonno.
+</p>
+
+<p>
+Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto
+il naso, presente alla gola l'«estratto» ch'effondeva
+quel profumo saporito, ineffabile; eppure
+non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui,
+per tornare all'involucro volatile. Nè riusciva a
+persuadersi che non sognava; la zavorra era
+tutta quanta di gemme preziose! E se poteva
+ingannarsi intorno alla qualità e al prezzo d'alcune
+delle pietre, su altre non s'ingannava certo.
+Convinto, alla fine, le depose tutte in terra,
+in un mucchio, e stette a contemplarle. C'era
+proprio da impazzire; tanto più che la fatica
+della contemplazione accresceva la debolezza del
+digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar
+dell'«estratto»! Solo quando si sentì
+venir meno, allora prese un pizzico di polvere
+dal vasetto, e parendogli néttare o ambrosia
+ne prese un secondo, eppoi un terzo, eppoi
+un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe
+nausea; che quella roba era troppo sostanziosa
+e focosa. Ma sublime! ma incomparabilmente
+migliore d'ogni nostro più squisito cibo!
+Inoltre, a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue,
+come per un eccitante liquore, e una gran
+fretta e lucidità di idee e una gran letizia nell'animo.
+</p>
+
+<p>
+— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando
+alle gemme per raccoglierle e metterne nella
+<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
+sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non
+le teneva in conto di ciottoli ed era un borghese?
+Ebbene, in tal caso, éccogli restituita la sua
+zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno smeraldo
+per far moneta, per esercitare secondo
+conveniva gli uffici dell'ospitalità e provvedere
+da pranzo non a sè, che non aveva più fame
+e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite,
+che tra poco si sveglierebbe e avrebbe
+fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo dalla
+strana visita contraeva obbligo di gratitudine,
+di amicizia, di compenso al disturbo.... Lui,
+Polla, si prendeva dunque uno smeraldo. Una
+cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino
+da non ringraziarne nemmeno la Provvidenza,
+quand'anche un socialista marxista e inscritto
+al partito avesse potuto ammettere la
+Provvidenza.
+</p>
+
+<p>
+Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro
+come mai in vita sua, se al limitare non
+l'avessero trattenuto queste domande: Lo smeraldo
+non era troppo grosso e non susciterebbe
+ingiusti sospetti nel gioielliere? Qualcuno non
+aveva forse visto entrar là l'uomo volante? Aveva
+questi un foglio di via? Non ne sapevan
+nulla le guardie di pubblica sicurezza?
+</p>
+
+<p>
+Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba
+e ali; osservò meglio il piccolo e semplice
+congegno di molle riposte tra seta e fodera e
+provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili
+tentativi s'avvide che il congegno era guasto;
+<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
+forse irreparabilmente guasto! Gli bisognava restare
+a terra, restar a Roma. Rassegnandosi,
+Polla sostituì al grosso smeraldo un men grosso
+rubino, e dimenticandosi, non di mettere questo
+in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
+pieno di gratitudine stette a considerare il
+forestiero che dormiva dolcemente, senza russare;
+ad ammirare quell'uomo la cui bellezza assumeva
+a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra
+mai.
+</p>
+
+<p>
+Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio,
+lor due, quantunque Polla avesse il naso un
+po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
+fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura
+e rossiccia, e l'altro una barba aurea, fine e
+copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
+Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e
+l'altro indossasse sandali, calzoni e maglia di
+un'ignota materia che aderiva alle membra e
+le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla
+sembrava di vedere se stesso elevato a una razza
+superiore, o sè stesso trasferito in un secolo
+di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo,
+uscì e discese. Si era già accertato che
+aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno
+a casa con una sporta gravida di vettovaglie
+e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
+costretto a sedersi sul primo gradino della scala
+per riacquistar lena e rimettersi in equilibrio.
+Alla testa gli si era diffuso lo spirito di quello
+squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi,
+stentava e soffriva a digerirne la parte
+soverchia, e l'intestino già cominciava a dolersi
+di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa.
+Però, consapevole dell'ebbrezza, Polla non
+dubitava di non ragionare; anzi credeva di ragionare
+benissimo, e ora guardando alla bottiglia,
+ora premendo col braccio il petto e il portafogli,
+vedeva naturale quella sua avventura
+quasi inverosimile; gli pareva la cosa più
+semplice del mondo che un uomo volante fosse
+stato portato da una corrente aerea fino a Roma
+e spinto proprio dentro la sua finestra;
+giudicava agevole ottenere in dono dall'ospite
+metà almeno delle pietre; pensava che dopo
+ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista
+e che se non gli riuscisse d'arrivare,
+per una via o per l'altra, al paese di quel signore,
+<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
+potrebbe vivere allegramente, conservatore
+o borghese, anche in Europa. E i compagni?
+e la promessa fede? e l'aiuto al partito?
+e la teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica?
+e tutti i problemi economici e sociali? Sciocchezze!
+Adesso un problema solo aveva da risolvere:
+in che modo salirebbe fin lassù alla sua
+stanza, al quarto piano, ahi, con la testa in giro
+e le viscere commosse.
+</p>
+
+<p>
+Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero
+sane e salve la sporta e la bottiglia; e lui, senz'altro
+male che dolori forti come morsi. Ma
+allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere
+dentro la camera. Aperto che ebbe, lo straniero
+gli venne incontro con viso di giocondità cordiale
+e con graziosi inchini.
+</p>
+
+<p>
+— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi
+su d'una seggiola. — Io invece sono rovinato!
+Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni! — Quindi
+premendosi con le mani: — Oh che
+male allo stomaco! — aggiungeva. — Oh che
+male alla pancia!
+</p>
+
+<p>
+— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro,
+che non essendo tanto afflitto dalle doglie dell'amico
+quanto studioso d'apprenderne e ritenerne
+il linguaggio, indovinava dagli atti il significato
+di quelle parole.
+</p>
+
+<p>
+— Se provassi — continuava Polla — se provassi
+a mandar giù un po' d'acqua, o un sorso
+di barolo?...
+</p>
+
+<p>
+— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo
+<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
+alla forma della bottiglia la sollevava e la
+sturava lui stesso.
+</p>
+
+<p>
+Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista
+disse:
+</p>
+
+<p>
+— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro.
+Sorseggiando un mezzo bicchiere lo straniero
+ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
+portò una mano al cuore per troppa dolcezza,
+quale un uomo che non avesse mai gustato
+vino.
+</p>
+
+<p>
+— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava,
+meglio che a parole, a cenni. — Tanto,
+io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
+compagnia.
+</p>
+
+<p>
+Da qual paese veniva quel signore così intelligente
+che subito coglieva il significato dei cenni
+e delle parole e con meravigliosa facilità
+fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo
+così straniero che al veder le fragole e le ciliege
+fuori della sporta, rimase come resterebbe
+uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse
+più che cocomeri!
+</p>
+
+<p>
+Non si descrivono neppure le espressioni delle
+labbra, degli occhi e dell'armonico eloquio
+con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato
+di trovar sì buone quelle fragole così piccole.
+Anche, non gli spiacque il <i>roastbeef</i>; benchè
+da prima quasi gli repugnasse e benchè
+non ne mangiasse più di mezza fetta. Ma le
+ciliege a dirittura lo deliziarono, lo fecero ingordo
+al punto da ingoiarne il nocciolo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
+</p>
+
+<p>
+Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava
+di mangiare senza complimenti, di mangiar tutto
+e mormorava:
+</p>
+
+<p>
+— Si direbbe che costui non è avvezzo che
+agli estratti e ai peptoni chimici.
+</p>
+
+<p>
+Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè
+l'altro diede a conoscere che non solo era
+sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
+cortese, dopo, dimandò:
+</p>
+
+<p>
+— Stomaco?... Pancia?...
+</p>
+
+<p>
+— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto
+era cessata, non il male.
+</p>
+
+<p>
+Per passare il tempo e arricchire la sua cultura
+l'uomo volante cominciò allora a toccare
+questa o quella cosa, rallegrato o stupito dalla
+forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di
+richiesta gli diceva Polla.
+</p>
+
+<p>
+— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì,
+la brocchetta dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!...
+Il letto, appunto, da dormire! Questo?...
+Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
+</p>
+
+<p>
+A che l'altro, con prontezza di lingua e di
+memoria, riepilogando:
+</p>
+
+<p>
+— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua;
+sedia; letto da dormire; comò da tenervi i vestiti
+chi ne avesse.
+</p>
+
+<p>
+Era proprio un brav'uomo, oltre che bello;
+e da qualunque parte fosse giunto, per l'ingegno
+che aveva non poteva essere che un socialista.
+Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite
+declinò il suo nome.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Io ho nome Polla, e voi?
+</p>
+
+<p>
+— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
+</p>
+
+<p>
+— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio,
+finse che uno lo chiamasse «Polla!», e
+finse di rispondere: «Eh?»
+</p>
+
+<p>
+— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo
+compreso bene.
+</p>
+
+<p>
+— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la
+mia ospitalità e i miei servigi! — Polla disse,
+mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
+senza prevedere che dopo questo atto l'altro
+correrebbe al catino a lavarsi. Certamente in
+quel paese non usavano salutarsi in tal modo
+contrario all'igiene.
+</p>
+
+<p>
+.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di
+lingua vi s'intrattenevano da quasi un'ora,
+quando Edon, non avendo peranche finito di ridere
+a veder Polla che accendeva una candela,
+s'abbandonò sul letto e in puro italiano lamentò:
+</p>
+
+<p>
+— Oh che male allo stomaco! Oh che male
+alla pancia!
+</p>
+
+<p>
+Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli
+non era uso che ai cibi chimicamente ridotti,
+e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
+cibo nostrano.
+</p>
+
+<p>
+Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati,
+eppur lieti di cominciare a intendersi
+e di poter chiacchierare? con le interruzioni di
+gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima
+d'addormentarsi Polla ebbe appreso come
+<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
+Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
+volavano, e come era stato rapito dal vento.
+E poichè i giornali avevano preannunciato un
+ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente il
+socialista pensò che l'amico proveniva da una
+qualche terra d'America; la quale, abbondando
+di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini, diamanti
+e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
+</p>
+
+<p>
+— Ero infelice — mestamente rispose Edon,
+e rilevò gli occhi dal vocabolario italiano-volapuk
+che Polla, la mattina, gli aveva portato
+a casa e da cui egli in due ore aveva imparato
+quanto linguaggio basterebbe a certi eruditi
+professori per uso domestico se non universitario.
+</p>
+
+<p>
+Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non
+potendo credere che in un paese dove per le
+vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
+quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi,
+nè che dove gli uomini volavano ci fossero tiranni
+e mancasse la libertà, pensò che qualche
+terribile sventura, fuori dell'ordine economico e
+politico, avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai,
+<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
+più che un fratello; e si propose di tenerlo
+allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
+nascondergli i guai della nostra vita civile.
+«Edon ha cuore — diceva fra sè —; ha l'intelligenza
+di un uomo perfetto; dunque per non
+affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le
+carneficine internazionali e i resoconti dei Parlamenti,
+abolisco i giornali quotidiani!» Gli premeva
+insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
+per volare, l'amico non scappasse per
+ferrovia appena fosse deluso e stanco del vecchio
+mondo e dopo che si fosse accorto del pregio
+che vi hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini
+e anche i pezzi d'oro.
+</p>
+
+<p>
+Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che
+Edon non apprendesse mai il potere delle gemme
+e dei quattrini in cui Polla le convertiva;
+e da bravo amico Polla ci si provò, recandosi
+lui solo dai gioiellieri con una o due pietre
+alla volta e piccine, e pagando di nascosto i
+conti all'albergo nel quale s'erano trasferiti.
+Ma presto l'altro volle andare in tram, dove
+curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
+</p>
+
+<p>
+— Non usano questi da voi? — chiese l'amico
+con faccia tosta, mostrandogli le monete.
+</p>
+
+<p>
+Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre
+l'ordinamento economico della sua patria. Ivi
+i quattrini non usavano più da secoli, perchè
+vi abbondavano i frutti della terra da cui la
+scienza chimica traeva e riduceva gli alimenti;
+<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
+vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo necessari
+alle arti e alle industrie, sì che ciascuno
+viveva secondo il proprio bisogno e secondo il
+proprio desiderio.
+</p>
+
+<p>
+Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere
+un colpo di mazza sulla testa.
+</p>
+
+<p>
+— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete
+la realtà dell'ideale socialista, ma anche dell'ideale
+anarchico!
+</p>
+
+<p>
+— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo
+il vocabolario, — Ideale anarchico? —; e
+intanto Polla ricorreva alla difficoltà più grande
+che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua
+fede.
+</p>
+
+<p>
+— Dite, dite — domandò: — in che modo vi
+regolate, voialtri, per la misura del lavoro?
+</p>
+
+<p>
+Edon non comprendeva e stava per chiedere
+più ampia spiegazione, quand'ecco uscì lui pure
+in un oh! di meraviglia, perchè scorse scintillare
+la mano di una <i>cocotte</i> che avevano di
+fronte.
+</p>
+
+<p>
+Il socialista era divenuto di bragia in volto,
+non per pudore. Susurrò in fretta all'orecchio
+dell'amico:
+</p>
+
+<p>
+— È un brillante falso!... È una <i>cocotte</i>.
+</p>
+
+<p>
+Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso
+in altre mani senza guanti, oro e smeraldi, e
+fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
+per ornamento, avevano un pregio, e se avevano
+pregio gli anelli, ne avevano anche le
+pietre; e se per andare in tram erano necessari
+<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
+i soldi, più soldi dovevano essere necessari
+per adornarsi mani e orecchie.... In conclusione,
+Polla dovette chiedere l'ordinamento
+finanziario ed economico del nostro sciagurato
+paese, e, quasi fosse una bella cosa, permettere
+all'ingenuo fratello di tornare a casa perchè
+voleva pietre da cambiare subito in valute!
+</p>
+
+<p>
+Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo
+da parte per sè alcuno dei brillanti più grossi!
+Che colpa essere troppo onesti!
+</p>
+
+<p>
+Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di
+un bambino, nè avvertì altri guai dopo quello
+della moneta. Anzi per le strade e per le piazze
+manifestava una giocondità, una meraviglia,
+una beatitudine a cui era difficile trovare confronto.
+Si meravigliava e godeva come noi
+quando fossimo trasportati d'improvviso in una
+illustre città al periodo splendido del Rinascimento
+e vivendo di quella vita, per noi oggi
+storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione
+per cui il passato ci sembra più bello
+del tempo presente, e di quella età conoscessimo
+i beni senza conoscerne male alcuno. Ora
+attonito, ora ilare, ora meditabondo a cercare
+la ragione di una cosa e, trovatala, giulivo ed
+entusiasta, Edon non si stancava di correr qua
+e là sebbene non fosse avvezzo a girar molto
+e quantunque tanto frastuono di ruote e di carri
+lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la
+vista delle signore, così eleganti negli abili diversi;
+<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
+così agili e provocanti nelle forme; così
+facili al sorriso nel salutare; così flessuose
+nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel
+sogguardare, nel porgersi allo sguardo altrui.
+Commentando l'ammirazione sua propria, che
+le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte
+parole riferiva all'amico che nel suo paese
+ragioni di pubblica salute avevano privata
+di grazia la donna abolendo busti e cinture, e
+che l'igiene v'imponeva una sola e pallida tinta
+nelle stoffe, e, che, per di più, il perfezionamento
+della specie aveva condotto il genere femminile
+a quasi un sol tipo; onde qua da noi
+gli piacevano fin le brutte. Ma quasi non minore
+diletto gli dava la vista dei cavalli, il
+nobile e mite animale espulso d'Eldorado dal
+progresso meccanico.
+</p>
+
+<p>
+— Non ci avete nemmeno asini? — domandò
+Polla.
+</p>
+
+<p>
+— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
+</p>
+
+<p>
+Più resistenti, di asini ne restava qualcuno
+anche là. E i tram?
+</p>
+
+<p>
+I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto
+nuovi, ricordandosi d'averne visti, sebbene costruiti
+meglio, nella sua fanciullezza.
+</p>
+
+<p>
+Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le
+impressioni ch'egli riceveva dalla vita multiforme
+e molteplice della grande città; dai monumenti
+storici per noi e quasi preistorici per
+lui; dalle case e dai palazzi moderni per noi e
+per lui antichi: basti affermare che un ragazzo
+<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
+venuto di campagna o un barbaro si sarebbe
+divertito meno.
+</p>
+
+<p>
+Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare
+quella che per Edon medesimo ebbe Polla.
+Il quale, non potendo accontentare l'amico desideroso
+di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri
+o di un ufficiale di cavalleria, il giorno
+dopo fu costretto a istruirlo intorno agli eserciti
+permanenti e a rivelargliene i danni con
+non poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni
+europee.
+</p>
+
+<p>
+Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio
+(oh che disposizione alle lingue!) ribattè che
+quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
+saggia. Aggiunse press'a poco:
+</p>
+
+<p>
+— La guerra è nella natura delle cose, degli
+animali e degli uomini; ma noi d'Eldorado, che
+abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
+natura. Miseri noi!
+</p>
+
+<p>
+Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse
+nelle spalle e si limitò a ripetere che gli eserciti
+costavano troppo.
+</p>
+
+<p>
+Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso
+che nel costo delle cose, cioè nel comprare e
+nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
+attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava
+che il lavoro a salario fosse proficuo alla
+«produzione» e alla vita d'un popolo; e ragionava
+press'a poco così:
+</p>
+
+<p>
+— Chi spende di più, è più forte! Chi è più
+<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
+forte, è più potente! Chi è più potente, è più temuto!
+Chi è più temuto è più glorioso! Chi è
+più glorioso, è più contento! Beati gli europei!
+beati voi, o italiani!
+</p>
+
+<p>
+Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi,
+tacque; finchè disse:
+</p>
+
+<p>
+— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate
+da voi per lo scambio dei prodotti? Mi
+spiego: voi che professione esercitavate laggiù...,
+o lassù?
+</p>
+
+<p>
+— Il giardiniere.
+</p>
+
+<p>
+— Bella professione! Ma che regola avevate
+nel dare i fiori in cambio o dei cibi o dei vestiti
+o degli ordigni per volare? Che regola vi
+hanno tra loro i commercianti, i professori, gli
+operai?
+</p>
+
+<p>
+Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose
+Edon:
+</p>
+
+<p>
+— L'educazione.
+</p>
+
+<p>
+— L'educazione? — urlò Polla.
+</p>
+
+<p>
+Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione
+non richiedevano più del ragionevole
+negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
+il floricultore, non avrebbe mai voluto da un
+meccanico più d'un paio d'ali, o più d'una poesia
+da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
+rose azzurre.
+</p>
+
+<p>
+«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado
+sono a tal punto?» In che modo avrebbe
+dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle
+belle apparenze della nostra società un uomo
+<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
+disgraziato senza dubbio in famiglia, ma allevato
+in una società così perfetta?
+</p>
+
+<p>
+— A parte le disgrazie domestiche — mormorò
+il socialista, prima uso a sbraitare, — quali
+cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
+</p>
+
+<p>
+Non l'avesse mai detto!
+</p>
+
+<p>
+— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso
+in viso quale non era stato mai. — Felici in
+un paese dove il valore delle cose è determinato
+dall'educazione? dove la ricchezza non è
+premio alla fatica? dove non si lavora per guadagnarsi
+il pane col sudore della fronte? — Si
+arrestò mormorando a sua volta qualche parola
+del suo armonioso linguaggio: forse bestemmie,
+forse insolenze; poi, data un'occhiata
+al vocabolario per rimettersi, riprese: — In
+Eldorado è sconosciuto il piacere d'adempiere
+i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
+battagliero dell'uomo vi si è perduto!
+Mentre voi avete fino i re, i presidenti di repubblica,
+i pontefici, noi non abbiamo nemmeno
+i <i>policemen</i>! Oh sì.... la felicità degli uomini
+è nella disuguaglianza economica, civile,
+morale!
+</p>
+
+<p>
+«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva
+le labbra; e taceva. Egli, che amava le polemiche,
+era costretto a non discutere, per paura
+di disgustar l'amico; era costretto a non svelare
+i mali segreti della nostra misera civiltà. «È
+matto da legare!»
+</p>
+
+<p>
+La sorpresa e la paura del bravo socialista
+<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
+scemavano solo al pensiero che un ignoto dramma
+domestico avesse turbate le facoltà mentali
+dell'amico.
+</p>
+
+<p>
+Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma
+alla sua sentenza. E allora Polla, non
+ostante il suo prudente proposito, non potè non
+sorridere e non dire:
+</p>
+
+<p>
+— Io però credo che in Eldorado non si stia
+male come voi dite. Vorrei andarci!
+</p>
+
+<p>
+L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che
+non scherzava, rimase triste e silenzioso. Non
+parlò più sino a che non rientrarono all'albergo;
+dove, abbandonando il vocabolario, parlò
+per chiedere:
+</p>
+
+<p>
+— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece
+con la mano un gesto che significava il cervello
+andato a rovescio.
+</p>
+
+<p>
+Polla comprese.
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il
+pazzo sono io che non voglio affliggerlo; che
+ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non
+lo condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
+</p>
+
+<p>
+Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi
+<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
+che l'amico doveva avere avuta una terribile
+sventura e che ora sapeva quante pietre
+componevano il gruzzolo, non lo conduceva
+nemmeno ai teatri ove si rappresentavano o i
+drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da
+far ammattire i savi.
+</p>
+
+<p>
+— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
+</p>
+
+<p>
+E Polla:
+</p>
+
+<p>
+— Io non sono robusto come voi. Giriamo
+troppo il giorno, e mi vien sonno presto.
+</p>
+
+<p>
+Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure
+egli promise che se dessero l'<i>Albergo del libero
+scambio</i>, ve lo accompagnerebbe.
+</p>
+
+<p>
+Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna
+vagavano per le strade udirono avanzare
+una sinfonia lemme lemme e videro crescere,
+in distanza, la folla. Polla subito cercò
+trar via seco l'eldoradese. Ma questi, al contrario,
+desiderava sapere che cosa ci fosse da
+vedere.
+</p>
+
+<p>
+— No....; andiamo! Non è uno spettacolo
+per voi.
+</p>
+
+<p>
+— Che è? che è?
+</p>
+
+<p>
+Rispose un signore molto gentile:
+</p>
+
+<p>
+— Un trasporto....
+</p>
+
+<p>
+— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico
+che lo tirava per la giacca.
+</p>
+
+<p>
+— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora.
+Andiamo!
+</p>
+
+<p>
+Ma fu peggio di prima.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
+</p>
+
+<p>
+— All'ultima dimora?...
+</p>
+
+<p>
+Arrabbiandosi, Polla esclamò:
+</p>
+
+<p>
+— Al cimitero: non capite?
+</p>
+
+<p>
+E il signore:
+</p>
+
+<p>
+— È un patriotta che una polmonite ha ucciso
+in tre giorni.
+</p>
+
+<p>
+E Polla, con ira già sarcastica:
+</p>
+
+<p>
+— Non usano le polmoniti da voi?
+</p>
+
+<p>
+Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni.
+Anzi, alla richiesta se in Eldorado si godesse
+buona salute, rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua
+pura come l'aria. Poi ai piedi del nostro monte
+il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
+continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire
+le nostre piccole e rare indisposizioni e a
+trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
+ci basta mutare residenza e volare di qua
+o di là.
+</p>
+
+<p>
+— Se crederete che da noi le malattie sono
+molte e gravi — amaramente osservò allora
+Polla —, se crederete che da noi si muore
+anche a venti anni, ammetterete che per questo
+almeno si sta meglio in Eldorado che in
+Europa.
+</p>
+
+<p>
+Ma Edon non si diè vinto.
+</p>
+
+<p>
+Disse:
+</p>
+
+<p>
+— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando
+all'estero una volta s'ammalò, e soleva dire che
+il maggior piacere della vita si prova nella convalescenza.
+Ecco un piacere che noi non gustiamo
+<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
+mai. E poi non pensate all'afflizione della
+scienza che in Eldorado troppo di rado può
+vantarsi di salvare un uomo?
+</p>
+
+<p>
+Il funebre convoglio frattanto si avvicinava:
+quattro cavalli bardati in nero e coi pennacchi;
+il cocchiere nero e rigido; fiori su la carrozza
+e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni
+con il viso impresso dell'onore meritato;
+e la turba dietro, fra cui ogni persona pareva
+compiacersi d'essere vista. Poichè la musica
+sonava così adagio e tutti camminavano
+così piano. Edon aveva ragione di credere che
+tutti amassero di essere visti e di vedere; in
+particolar modo le signore e le ragazze, delle
+quali più d'una rispondeva con un sorriso a
+più d'un sorriso.
+</p>
+
+<p>
+Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel
+corteo, dicendo a Polla che pur troppo al suo
+paese la morte non meritava alcuna pompa:
+vi appariva un fenomeno molto semplice: una
+materiale trasformazione. Da tempo immemorabile
+gli scienziati vi avevano scoperto il modo
+di decomporre elettricamente i corpi morti
+e di restituire le cellule alla natura affinchè le
+usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
+non era rimasta in loro alcuna traccia di
+una esistenza spirituale al di là di quella decomposizione;
+nè temevano la morte come trapasso
+a castighi, nè la desideravano come viaggio
+a miglior vita. Per essi non c'era «ultima
+dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero
+<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
+state la musica e le lagrime. Imaginarsi poi i
+discorsi!
+</p>
+
+<p>
+E quando la carrozza finalmente fece sosta
+e un oratore prese a parlare con tutte le forze,
+Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
+contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il
+desiderio che l'integro, intemerato cittadino lascia
+di sè»; il «cavaliere senza macchia e senza
+paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»;
+il «patriotta ardente».... «Addio, amico!
+Che la terra ti sia leggera!»
+</p>
+
+<p>
+Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di
+assenso unanime, un secondo oratore prendeva
+la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di
+Polla accennando l'oratore già vuoto che consegnava
+un foglietto a un giovane salutante a
+destra e a sinistra.
+</p>
+
+<p>
+— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
+</p>
+
+<p>
+Polla rispose:
+</p>
+
+<p>
+— È un giornalista; gli ha dato il sunto del
+discorso.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei
+morti giova da voi anche alla gloria dei vivi? — E
+sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
+il conforto di rammentare al pubblico la virtù
+d'un amico estinto? Morirete prima voi,
+Polla?»
+</p>
+
+<p>
+Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo
+elogio era noioso; mentre Polla, sempre
+più a disagio, cercava togliere all'amico illusioni
+inutili: che a lodare un morto non era necessario
+<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
+averlo ben conosciuto in vita; che, in
+sostanza, le virtù domestiche e civili essendo
+sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre
+quelle; che non essendo opportuno nell'ora del
+compianto rammentare vizi e difetti, ma essendo
+invece di consuetudine i discorsi funebri, si
+attribuivano molte virtù anche a chi non ne
+aveva mai avute.
+</p>
+
+<p>
+Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
+</p>
+
+<p>
+— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e
+morire tranquilli; chè i giornali diran bene di
+voi: voi potete viver bene con la speranza in
+un futuro premio, o viver male con la speranza
+del perdono....
+</p>
+
+<p>
+Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
+</p>
+
+<p>
+— L'<i>Albergo del libero scambio</i>! — fece, accennando
+a un uomo che tra la folla del trasporto
+recava al disopra di un'asta quell'annuncio
+<i>réclame</i>.
+</p>
+
+<p>
+— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon
+fregandosi le mani.
+</p>
+
+<p>
+Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero,
+un uomo che si era divertito tanto a una funzione
+funebre, logicamente poteva rattristarsi
+a una <i>pochade</i>; e, d'altra parte, se Edon non
+era rimasto commosso a uno spettacolo di
+morte, non doveva esser stata la morte di qualche
+persona cara che l'aveva indotto a fuggire
+d'Eldorado. Forse il tradimento d'una donna
+amata?... Ma v'ha <i>pochade</i> senza inganni di
+<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
+donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?...
+Invece che ridere, Edon, forse, s'appassionerebbe....
+</p>
+
+<p>
+E Polla balbettò:
+</p>
+
+<p>
+— Penso ora che all'<i>Albergo del libero scambio</i>
+vi scandalizzerete. È una commedia immorale.
+</p>
+
+<p>
+A che Edon:
+</p>
+
+<p>
+— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte
+morale!
+</p>
+
+<p>
+Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
+</p>
+
+<p>
+Povero socialista! Non solo il compagno fu
+rapito sin dalle prime scene all'azione comica;
+non solo dopo il primo atto battè le palme sin
+quasi a scorticarle (nel suo paese non usava)
+e mostrò d'agitarsi nel vortice del secondo atto,
+come s'egli medesimo si trovasse a quei casi
+allegri e a quegli equivoci ameni: al calar della
+tela, dopo il secondo atto, proclamò:
+</p>
+
+<p>
+— Questa è arte!
+</p>
+
+<p>
+— A me sembra roba inverosimile — osservava
+Polla.
+</p>
+
+<p>
+— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente
+in Eldorado si ostinano a credere che il
+bello consista nella rappresentazione del vero!
+Io credo invece che la vita rappresentata in teatro
+possa essere piacevole per i ragazzi, che non
+la conoscono; non per gli uomini e per le donne
+che non hanno più nulla da imparare.
+</p>
+
+<p>
+Polla ascoltava a bocca aperta.
+</p>
+
+<p>
+— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —,
+<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
+che la perfezione è noiosa per sè stessa e che
+la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
+Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri
+teatri!
+</p>
+
+<p>
+Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo,
+cominciò a stonare in tal modo il valzer
+della <i>Madame Angot</i> che Polla fu costretto a
+turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò
+le dita, udì Edon mormorare in estasi:
+</p>
+
+<p>
+— Questa è musica! — L'amico cantarellava,
+accompagnando le stonature e stonando allegramente
+per conto suo.
+</p>
+
+<p>
+Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
+</p>
+
+<p>
+— La nostra musica suscita desideri incerti,
+desideri e sensazioni dell'infinito; fa piangere...;
+fa male. La vostra al contrario, che delizia!
+</p>
+
+<p>
+Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
+</p>
+
+<p>
+— E in letteratura voi come state?
+</p>
+
+<p>
+Risposta:
+</p>
+
+<p>
+— La nostra poesia è di una nobile semplicità,
+non nego; ma così semplice che tutti la
+capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, pretendendosi
+dipingere con l'armonia e con la
+precisione dei vocaboli. Ora io domando a voi
+se la poesia, che di sua natura è sublime, dev'essere
+semplice e compresa da tutti e se si
+può dipingere, fuori della fotografia, senza colore!
+</p>
+
+<p>
+— E la pittura? e la scultura?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
+</p>
+
+<p>
+Questa volta Edon sospirò:
+</p>
+
+<p>
+— Non v'ha artista da noi che goda a imitare
+con l'opera del suo pennello e del suo cervello
+la divina natura.
+</p>
+
+<p>
+— Oh! perchè?
+</p>
+
+<p>
+— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque
+abbia un po' di genio artistico può introdurre
+l'arte nella natura stessa e fare che questa
+si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura,
+infine, è inutile parlare. Non ne facciamo uso
+come fate voi. Nelle nostre scuole s'insegna che
+non i monumenti ma le opere debbono consacrare
+l'immortalità, e i grandi morti s'imparano
+a conoscere nelle scuole, non per le vie e
+per le piazze.
+</p>
+
+<p>
+Interruppe, gridò Polla:
+</p>
+
+<p>
+— Voi dunque non avete monumenti?
+</p>
+
+<p>
+— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade
+non ci sono che case e alberi: perciò non sono
+amene come le vostre.
+</p>
+
+<p>
+A questo punto l'altro si mise a ridere con
+apparenza insolente.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè ridete?
+</p>
+
+<p>
+— Pensavo al dottor Panglos.
+</p>
+
+<p>
+— A chi?
+</p>
+
+<p>
+— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava
+tutto bello, tutto a meraviglia....
+</p>
+
+<p>
+— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse
+Edon — e non oso dir tanto. Dico solo
+che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
+perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di
+<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
+grandissimi mali e qui, al contrario, molti mali
+sono cagione di grandissimi beni.
+</p>
+
+<p>
+— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico
+non sapendo più quello che si dicesse. — Non
+siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
+Quale fu?
+</p>
+
+<p>
+I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo
+atto.
+</p>
+
+<p>
+E, dolente, Edon mormorò:
+</p>
+
+<p>
+— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
+</p>
+
+<h3>
+V.
+</h3>
+
+<p>
+Sospirando come chi è tratto a ricordare la
+sua maggiore sventura, Edon cominciò:
+</p>
+
+<p>
+— La compagna che io m'ero scelta nella
+vita, la donna che io amava, la donna che mi
+amava, era un angelo. Dal giorno del nostro
+connubio, quasi un anno vivemmo felici; d'una
+incredibile, divina felicità; quindi, a poco a poco,
+vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
+divenne insopportabile.
+</p>
+
+<p>
+Disse Polla, già dolente della sua richiesta
+inopportuna e dolorosa:
+</p>
+
+<p>
+— Non andavate d'accordo...?
+</p>
+
+<p>
+Edon gli volse lo sguardo di uno che tema
+d'essere canzonato.
+</p>
+
+<p>
+— Andavamo troppo d'accordo!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
+</p>
+
+<p>
+E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con
+sospetto, aggiunse:
+</p>
+
+<p>
+— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici;
+ci amavamo tanto che l'amore aveva soffocato
+in noi ogni egoismo; aveva distrutta in noi
+ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei,
+e lei per me; io non potevo vivere senza di
+lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
+senza di me: così giunse presto il giorno
+che non potemmo più vivere nessuno dei due.
+</p>
+
+<p>
+Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come
+a una rivelazione improvvisa; e rosso, prima,
+di rabbia; poi giallo di bile, con lo sguardo velato
+e la voce tremante gridò:
+</p>
+
+<p>
+— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate....
+Ma con me tutt'al più si discute: non si
+scherza!
+</p>
+
+<p>
+— No, amico: non scherzo.
+</p>
+
+<p>
+— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete
+entrato perciò dalla mia finestra!
+</p>
+
+<p>
+— No, in verità.
+</p>
+
+<p>
+— Voi mentite! Siete un «emissario» della
+borghesia!
+</p>
+
+<p>
+Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
+</p>
+
+<p>
+— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della
+menzogna. Non dovendo mentire per necessità,
+cioè per politica, per industria, per commercio,
+per patriottismo, per la storia, per la gloria, per
+l'arte e per l'amore (l'amore pur troppo è libero
+da noi), noi non diciamo bugie neanche per
+divertimento. Appunto per questo, perchè non
+<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
+seppi ingannare e fingere, la mia vita coniugale
+doveva essere tanto infelice!
+</p>
+
+<p>
+«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna
+voleva; quello che lei voleva, io volevo;
+e a poco a poco io non volli più nulla,
+aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva
+lei con me. Imaginatevi un amore senza volontà;
+una funzione senza affanni, senza virtù,
+senza conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo
+nell'anima in modo che ogni tentativo
+di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e
+se io accusavo qualche malanno imaginario per
+farla soffrire, essa non mi credeva; e s'essa
+accennava a qualche suo particolare godimento,
+a qualche suo proprio capriccio per ingelosirmi,
+io vedeva in lei un inutile sforzo.
+</p>
+
+<p>
+Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi
+direte che io avrei potuto dividermi dalla mia
+compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da
+noi le donne, perchè l'amore è libero, sono
+fedeli; e la mia, per quanto si annoiasse, non
+credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
+Io poi vedendo che le nostre donne
+si rassomigliano tutte, come già vi dissi, non
+sperai di trovarne una che mi risparmiasse la
+noia e la sazietà, e con un supremo sforzo
+fuggii su le mie ali abbandonandomi ai venti
+di oltre mare.»
+</p>
+
+<p>
+Sopraffatto dagli argomenti di un avversario,
+più d'una volta Polla aveva dato di piglio a una
+seggiola e aveva dimostrata con quella la filantropia
+<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
+della sua fede; ma ora stava cheto,
+a testa bassa. L'altro lo credette in meditazione
+su gl'inconvenienti dell'amore libero, e proseguì:
+</p>
+
+<p>
+— In Europa, per quello che m'imagino, la vita
+matrimoniale dev'essere deliziosa. Essendo un
+vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
+la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà
+ogni via per sedurre e avvincere sempre più
+l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
+all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi,
+ingannarsi a vicenda, senza che l'uno sappia
+o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non prendete
+moglie?
+</p>
+
+<p>
+— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato,
+quasi in tono di chi invoca pietà: — Io....
+sono socialista. Predico il libero amore!
+</p>
+
+<p>
+Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna
+e dolorosa:
+</p>
+
+<p>
+— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi,
+amico, se dopo la vostra confessione, sono
+obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi
+vedrete fare l'onesto borghese. In Eldorado non
+mi ci vedono più! Ma voi non mi abbandonerete,
+è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni
+contrarie, noi staremo allegri; discuteremo; ci
+godremo i frutti delle mie pietre; e quando io
+avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
+e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
+</p>
+
+<p>
+Povero Polla! «I frutti delle <i>mie</i> pietre» aveva
+detto Edon: non delle <i>nostre</i>!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
+</p>
+
+<h3>
+VI.
+</h3>
+
+<p>
+In questo mondaccio europeo sono rare le
+amicizie che non sussistano o per concordia di
+opinioni, o più tosto per concordia di affari e
+di vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai
+troppo discordi in idee, smarrissero le pietre
+preziose, chi non giudicherebbe naturale la
+fine della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire
+le pietre non potevano, perchè le custodivano
+dentro una piccola cassaforte che aprivano
+ogni sera, traendone a seconda del bisogno
+più o meno grossi zaffiri, o rubini, o smeraldi,
+o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
+moneta.
+</p>
+
+<p>
+Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli
+e carrozze. Polla di malavoglia brontolò:
+</p>
+
+<p>
+— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e
+con il consenso dell'amico avanzò
+verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; retrocedette;
+si rivolse pallido come un moribondo;
+die' un grido....
+</p>
+
+<p>
+La cassa non c'era più!
+</p>
+
+<p>
+Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che
+già Polla scendeva a precipizio le scale dell'albergo
+urlando:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Al ladro! al ladro!
+</p>
+
+<p>
+Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano
+il proprietario dell'albergo, e camerieri, cittadini
+e forestieri; interrogavano tutti in una
+volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo,
+nelle spalle; interrogavano Polla che rispondeva
+con rotte parole:
+</p>
+
+<p>
+— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era....
+Pigliatelo! Pigliatelo! Poveretto me!
+</p>
+
+<p>
+Fin le guardie vennero.
+</p>
+
+<p>
+Queste, non essendo presente il ladro, esortarono
+Polla d'accompagnarle in questura; a che
+egli accondiscese volentieri per timore che non
+arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato
+più di prima.
+</p>
+
+<p>
+— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio
+pietre! addio ladri!
+</p>
+
+<p>
+A tanta disperazione, rispose Edon:
+</p>
+
+<p>
+— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per
+vivere dovremo lavorare! dovremo combattere!
+Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
+</p>
+
+<p>
+In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza
+di Polla. Certo che la cassaforte non sarebbe
+stata ricuperata mai più, egli parlò con
+sfogo veemente, con sollievo come da un peso;
+parlò da fiero nemico e vendicatore solenne; da
+oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, per
+superare Edon che ormai parlava meglio d'un
+accademico.
+</p>
+
+<p>
+— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo
+mondo civile che tu vedi così bello, qui dove
+<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
+si deruba un ottimista ingenuo come te e si
+rovina un socialista convinto come me, qui, ai
+nostri giorni, c'è chi patisce la fame mentre il
+borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è il
+ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista
+presta a usura; c'è la madre senza
+pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
+dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine
+che si prostituisce; e c'è il vizioso che per
+bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
+lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono
+i deboli; e c'è la legge intessuta di cabale
+e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
+e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori
+si comprano! Qui lo sciagurato uccide! Qui l'infelice
+si uccide!
+</p>
+
+<p>
+Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
+</p>
+
+<p>
+Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
+</p>
+
+<p>
+— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio
+sono grandissimi mali. Però non così
+grandi che non permettano qualche bene. Ditemi:
+vi pare una gran prova di amore e di
+fratellanza scambiare senza fatica quattro rose
+azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la
+consolazione di un affamato che riceva il pane
+dal fratello; io non so imaginare il piacere di
+chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete
+che sia molto meritevole la virtù in chi non ne
+conosce il rigore e vi s'abitua da ragazzo come
+a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare
+<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
+il potente a pro del debole! di redimere la
+donna! di soccorrere il ragazzo! di evitare il
+delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere
+del vizioso che torna alla virtù, del potente mitigato,
+della prostituta redenta, dell'omicida perdonato,
+del suicida....
+</p>
+
+<p>
+— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli
+contro il braccio minaccioso. — Domani ti condurrò
+in Parlamento! A Montecitorio! — urlava. — A
+Montecitorio! — quasi volesse condurlo
+all'inferno, o alla fonte di tutti i mali.
+</p>
+
+<p>
+Ma Edon non tacque. Disse:
+</p>
+
+<p>
+— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda,
+le pecore pascono senza fretta, senza angustie,
+senza litigi; quasi senza far nulla. Sono proprio
+curioso di conoscere come si governa un popolo
+che si agita e opera. Domani, finalmente,
+vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla l'ingegno,
+scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva
+il progresso!
+</p>
+
+<h3>
+VII.
+</h3>
+
+<p>
+Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento,
+fu degna di storica memoria e di lagrimevole
+ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
+deliberare e si deliberasse una legge intorno
+all'incremento delle industrie e dei commerci,
+<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
+o alla cultura intellettuale o agricola.
+Non si doveva trattare che di certe riforme
+al regolamento; per cui, secondo una parte dell'assemblea,
+sarebbe possibile discutere senza pericolo
+di vita, e per cui, secondo l'altra parte,
+non sarebbe più possibile discutere senza pericolo
+della libertà. E se perciò tutti o quasi
+tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del
+giorno dopo riferirono come le tribune erano
+affollate e come la tribuna delle signore, fresche,
+a tutte le età, negli abiti estivi e a varie
+tinte, dava l'imagine d'una smaltata aiuola;
+neanche per questo rimase una memorabile
+seduta.
+</p>
+
+<p>
+Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che
+vi si tennero. Si ebbero appena due oratori:
+primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
+quantunque la bella frase «violazione delle
+garanzie statutarie», vi ricorresse dodici volte,
+e nove volte l'altra di «sacro diritto della parola»,
+fu interrotta da <i>basta!</i> da <i>uh</i> di protesta
+e da <i>bravo!</i> in tono ironico; e non potè durare
+più di mezz'ora.
+</p>
+
+<p>
+Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto
+anche a maggior brevità da un suon di tamburi
+che gli teneva troppo grave bordone e che
+ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece
+di piangere, si rideva. E se le sue ultime
+parole: «.... la maggioranza saprà vincere senza
+violenza, con la ragione, con l'educazione, con la
+virtù....» suscitarono esse la tempesta, neppure
+<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
+per ciò si dice che quella fu una seduta degna
+di storia e di compianto.
+</p>
+
+<p>
+E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò
+all'autorità del Presidente. Il quale dopo
+aver rotti due campanelli, al cominciare delle
+sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!»
+e «Sanfedisti!» etc), comprese difficile sorreggere
+la dignità dell'Assemblea e allungò la mano
+a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra....
+Invano: il cappello, che cercava per coprirsi,
+era sparito! Un ministeriale credendo
+certa la vittoria per il Governo quando fosse
+possibile venire a un voto, s'era tranquillamente
+seduto al suo scanno con due cappelli su le
+ginocchia.
+</p>
+
+<p>
+Nè, infine, importano alla storia e alla pietà
+umana i conflitti frequenti e comuni a tutti i
+parlamenti europei; così piacevoli, del resto, a
+vedere dall'alto.
+</p>
+
+<p>
+A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si
+ammirava una confusa agitazione di teste e di
+braccia alzate a colpire: una mischia qua e là
+feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro
+uno. «Vigliacchi! Imbecilli! Addosso! Avanti!
+Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
+Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono
+dell'omerica pugna: occhiali spezzati in terra
+o sui nasi; strappate catene d'orologio; perdute
+medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto;
+chi colpisce a tergo; chi si duole; chi fugge;
+chi ride atrocemente. E dalle tribune, delle
+<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
+quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero,
+le donne gridano piangendo la sorte dei
+mariti o dei congiunti come un dì le donne
+corintie, quando nell'anfiteatro della loro città
+vedevano l'ultima lotta dei loro padri, dei loro
+mariti, dei loro figli, con i Romani vittoriosi.
+</p>
+
+<p>
+Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo
+e lagrime fu invece la morte di un innocente;
+furono il modo della morte e il nobile e gentile
+aspetto della vittima.
+</p>
+
+<p>
+Edon, da prima, stava benissimo e aveva
+detto a Polla che molto lo divertiva quella fiera
+lotta, pur non sapendo se parteggiare per i ministeriali
+o per gli oppositori; gli parevano tutti
+uguali.
+</p>
+
+<p>
+E si era messo a ridere alle prime contumelie;
+e a ridere forse troppo, con le mani sul
+ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
+dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade
+a un ragazzo che veda una tenzone di
+marionette, e si era abbandonato a un parossismo
+di riso. Così non aveva avuto più lena
+all'ultimo colpo: allorchè Polla, travolto nella
+demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
+acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia
+contro di lui e i pugni stretti:
+</p>
+
+<p>
+— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila!
+asino! farabutto! mascalzone! miserabile!, o ti
+butto là giù. Smetti di ridere e di godertela,
+o.... ti strozzo!
+</p>
+
+<p>
+A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere
+<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
+tali ingiurie da Polla; dal socialista che amava
+tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo amico
+suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco,
+Edon era rimasto a bocca aperta, quasi per attingere
+fiato a una risata anche più clamorosa.
+Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte
+le fibre; un intoppo del sangue al cuore o un
+afflusso di sangue al cervello: sbarrati gli occhi,
+era caduto di fianco....
+</p>
+
+<p>
+Morto per eccesso d'ilarità!
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="cappello"></a>
+Il cappello del marito.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi,
+quello che, agiato di casa sua, apparentemente
+non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e l'altro,
+direttore di una grossa azienda, commerciante,
+consigliere comunale e membro di commissioni
+e istituzioni e opere pie, l'altro, il quale
+aveva tanto da fare, s'ammogliò.
+</p>
+
+<p>
+Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto
+anche lui, da quando con un grosso patrimonio
+aveva ereditato da un parente materno il titolo
+di nobiluomo e si era introdotto nella società
+che suol dirsi migliore, sebbene non buona. Per
+le sue belle doti egli era stato ricevuto a porte
+aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena
+si seppe che in certo palazzo era ricevuto
+anche a braccia aperte, diventò amabile e considerevole;
+ebbe il soprannome di <i>Sìsì</i> e fu
+<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
+perdonato di tutti i suoi difetti, i quali non
+erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava un palmo
+di statura ad essere un bel giovane; era,
+in viso, troppo roseo e sollevando il baffo superiore
+ostentava un po' troppo i nitidi denti;
+affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario;
+vestiva con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna
+di quelle anticipazioni o di quei ritardi
+o di quelle sprezzature che rivelano l'artista
+nel <i>lion</i>; esasperava camminando il peso del corpo
+su le gambe, di guisa che, a differenza degli
+altri, che parevano quasi montanari, pareva
+un montanaro del tutto; e affermando diceva
+sempre:
+</p>
+
+<p>
+— Sì sì.
+</p>
+
+<p>
+— È simpatico <i>Sìsì</i> — ammettevano concordi
+le signore; nè mancò qualche lettrice di Bourget
+la quale osservasse com'egli, ne' suoi discorsi
+e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito,
+d'ignoto, per cui a volte acquistava una
+caratteristica spirituale quasi esotica.
+</p>
+
+<p>
+Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova
+Giulio <i>Sìsì</i> non l'avrebbe saputa indovinare;
+forse era un fondo della rettitudine paterna, che
+gli restava dalla prima educazione. O forse era
+l'abilità con cui diceva le bugie. Essendosi accorto
+che la bugia è l'arma delle donne d'ogni
+ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
+invenzioni più verosimili e opportune di quelle
+che usavano gli altri per vincerle od esse per
+resistere, e in tal modo divenne presto un corteggiatore
+<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
+fortunato. Ma se per lui una donna
+tirava l'altra come le ciliege, anche per lui una
+bugia tirava l'altra; onde la fatica di arrestarne
+il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente
+con la verità.
+</p>
+
+<p>
+E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità,
+a quando a quando Giulio visitava l'amico
+Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno
+con i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue
+avventure e l'altro con le relazioni de' suoi
+affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
+</p>
+
+<p>
+— Che c'è di nuovo lassù? — domandava
+Alfonso.
+</p>
+
+<p>
+— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava
+Giulio. Distinguevano così il mondo in cui vivevano,
+compatendosi reciprocamente.
+</p>
+
+<p>
+— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva
+Varchi.
+</p>
+
+<p>
+— È di moda.
+</p>
+
+<p>
+E Varchi chinava la testa e pensava:
+«Bisogna proprio essere ingenui a impiccarsi
+per la moda!»
+</p>
+
+<p>
+— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni
+comunali? — chiedeva Giulio.
+</p>
+
+<p>
+— Dovere di cittadino!
+</p>
+
+<p>
+E Galardi chinava la testa e pensava:
+</p>
+
+<p>
+«Che ingenuo!»
+</p>
+
+<p>
+Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata,
+antica e fedele potè essere interrotta allorchè
+Alfonso Varchi prese moglie.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse
+caduto a temer dell'amico per la sua tranquillità
+domestica e fosse stato preso da gelosia, si
+sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra
+le donne accostate da Giulio nell'alta società e
+sua moglie: questa non era una donna per Giulio.
+Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale,
+non nevrotica: Giovanna era sana e savia.
+E Giulio Galardi, per parte sua, non si
+curava punto di quella signora Giovanna, che
+agli aneddoti e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente
+e coscienziosamente, porgeva orecchi
+e occhi incerti, come a storie inverosimili, e
+quasi per opporre la serietà sua alla fatuità
+di quelle eroine, domandava al marito notizie
+politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
+della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva
+spesso:
+</p>
+
+<p>
+— Che stupida! Alfonso non poteva essere più
+fortunato!
+</p>
+
+<p>
+Passarono così tre anni; durante i quali nella
+famiglia Varchi e nello scapolo Galardi nulla
+avvenne, a loro credere, che adombrasse la reciproca
+e triplice confidenza. Frattanto Giovanna
+<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
+procreò l'un dopo l'altro due mirabili maschiotti;
+Alfonso s'ingolfò sempre più nelle faccende,
+non restandogli tempo oramai che d'accarezzare
+i bimbi dopo pranzo; e Giulio mutò
+quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
+trovando le une e le altre sempre identiche. La
+migliore società infatti è sempre tale e quale:
+in tutti gli uomini, in tutte le donne — gentiluomini
+e gentildonne — che la compongono;
+in tutte le cose; in tutte le passioni; in tutti i
+capricci.
+</p>
+
+<p>
+<i>Sì sì!</i> Che noia!
+</p>
+
+<p>
+L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia!
+I cavalli? noia! Uf!
+</p>
+
+<p>
+Appunto da questo terribile male, la noia, che
+è la figlia di tutti i vizi, dovevano cominciare i
+guai di Galardi; e cominciarono appunto dal
+dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di
+tornare in porto, non quale nocchiero dopo lunga
+tempesta, ma quale pescatore che non ha
+pescato niente. I guai cominciarono quando egli,
+stufo e ristufo di troppe donne «per lui», contò
+i suoi anni e si chiese: «Se prendessi moglie anch'io?
+una donna come...?»; quando sentì una
+fitta al cuore, mentre abbassava il capo alla dura
+riflessione che gli venne fatta: «Di Giovanne
+ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella
+sì, ma tutt'affetto per i figli, per il marito, per
+la casa; onesta, pacifica, tenera, economa.
+</p>
+
+<p>
+A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza
+volere (e fu veramente il suo primo amore) della
+<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
+signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
+poco importa, chè di certe cose se ne accorgono
+anche le stupide — se n'accorse; e Alfonso Varchi
+non se ne accorse.
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini
+«tradire un amico» e per le gentildonne
+«tradire con un amico»; ma per quel
+fondo di rettitudine che gli rimaneva, al traditore
+Galardi fino allora era parso di essere un
+riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
+donne contro mariti o infedeli o depravati
+o sciocchi o gelosi e senza ragione diffidenti di
+lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
+morigerato, intelligente, galantuomo, modello di
+padre di famiglia e di marito; e Giulio non
+aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
+</p>
+
+<p>
+«<i>Sì sì!</i> Finchè Alfonso restasse quel che era,
+era impossibile tradirlo!»
+</p>
+
+<p>
+Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato
+il meglio; e da uomo dabbene Giulio se lo propose.
+Impossibile! Divenne una passione irresistibile
+al punto ch'egli per essa avrebbe dato
+tutto il sangue, o metà del sangue avrebbe dato
+per trovar ragione a dolersi dell'amico, per accertarne
+<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
+qualche colpa, per scoprire difetti che
+spiacessero anche a Giovanna.
+</p>
+
+<p>
+Ora si comprende che arrivato a meditare
+l'opportunità, anzi la necessità di accusare e
+incolpare un amico come Varchi, inconsapevolmente,
+si può dire, e presto, l'animo e il pensiero
+di Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni
+e a giudizi erronei.
+</p>
+
+<p>
+Cominciò a credere che con tutte quelle faccende
+e fatiche e affannosi guadagni Alfonso presumesse
+di rinfacciare il quieto e dolce far
+nulla a chi aveva il diritto di godersi il frutto
+di fatiche e di guadagni aviti e paterni.
+</p>
+
+<p>
+«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva
+tra sè. Oh! forse suo padre non aveva lavorato
+tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato
+erede col titolo di nobiluomo per fargli godere
+il mondo? «Dovrei forse lavorare anch'io come
+una bestia?»
+</p>
+
+<p>
+Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore
+quanto Alfonso, che si arrabbiava anche
+per la politica; nondimeno il primo aveva già
+per il secondo un rancore quasi di partito.
+</p>
+
+<p>
+«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma
+starei forse allegro in Consiglio
+comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, Alfonso
+era ambizioso e intristito nelle misere gare
+di campanile e di municipio.
+</p>
+
+<p>
+«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace
+anche a lui Giovanna?» Alfonso la teneva,
+quella povera donna, in un assoluto dominio;
+<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
+con tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva
+nell'avidità della ricchezza; e il sentimento
+di lei restava confinato al domicilio. Giovanna
+infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva
+la musica tedesca; non leggeva un
+poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
+lui, Galardi!).
+</p>
+
+<p>
+Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe
+egoisti gli stessi figlioli; senza entusiasmi per
+idealità superiori alla vita comune; senza intendimenti
+dei maggiori problemi che turbano
+la società moderna.
+</p>
+
+<p>
+Da che si comprende come Giulio era già
+innamorato in modo da leggere, per distrarsi, i
+giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
+non lo condusse a inscriversi al partito.
+</p>
+
+<p>
+E come non si vive solo per sè e per i quattrini,
+così non si dovrebbe abusare nemmeno
+in conversazione dell'economia politica e privata.
+Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava
+dai Varchi, riflettendo sul fritto abbruciato
+e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
+felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso
+s'abbandonò a un interminabile sproloquio
+intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
+di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli
+e dàlli, avvenne che la signora, alle frutta, non
+potè rattenere uno sbadiglio e non volgersi a
+Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano:
+«Gran brav'omo mio marito! ma che
+seccatura!»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
+</p>
+
+<p>
+Quattro anni, da quando lei stessa interrogava,
+interessata e preoccupata, intorno alle imprese
+commerciali dello sposo, non erano dunque
+trascorsi indarno?
+</p>
+
+<p>
+Giulio Galardi prese animo.
+</p>
+
+<p>
+— Lascia parlare a me — interruppe. E si
+diede a raccontare un fatto, a suo dire, della
+cronaca mondana: una storia la quale egli rese
+pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità
+a un marito e tanta bontà e gentilezza a
+una moglie, che in questa pareva scusabile qualunque
+pazzia.
+</p>
+
+<p>
+— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò
+vedendo commossa la signora Giovanna. — La
+marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
+un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e
+che essa ama, si pente, respinge l'amante, si
+rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
+</p>
+
+<p>
+Alfonso fece:
+</p>
+
+<p>
+— Meno male!
+</p>
+
+<p>
+— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E
+lei, signora Giovanna?
+</p>
+
+<p>
+Giovanna chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Il marito ha poi mutato carattere?
+</p>
+
+<p>
+— Che! Peggio di prima!
+</p>
+
+<p>
+— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi
+a un prete.
+</p>
+
+<p>
+— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi
+incalzò.
+</p>
+
+<p>
+— Oh! Prima.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
+</p>
+
+<p>
+Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se
+non ci fosse Alfonso, direi
+<i>dopo</i>.»
+</p>
+
+<p>
+.... Finalmente — e senza spendere una goccia
+di sangue, ma solo con un po' di fantasia — Giulio
+potè convincersi che Alfonso assomigliava
+al marito di sua invenzione e che Giovanna
+teneva per sciocca, in certi casi, la virtù
+coniugale.
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+Che due lunghi mesi appresso la signora
+Varchi consigliasse Giulio Galardi ad ammogliarsi,
+non è meraviglia. Quando una donna
+savia s'approssima al pericolo, sempre esorta
+l'uomo pericoloso a prender moglie; onde, a
+scelta, una prova della bontà o della malignità
+dell'indole femminile. Perchè, una delle due;
+o Giovanna desiderava legittimo in un'altra l'amore
+di Giulio che era proibito a lei, o voleva
+togliere a donne più fragili di quanto lei si
+credeva il piacere d'essere conquistate da Galardi
+e, anche, togliere a questo il piacere di
+conquistarle.
+</p>
+
+<p>
+Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per
+convincerlo Giovanna dovè dichiarare:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Lei ha tutte le qualità che rendono felice
+una donna. — E queste parole, purtroppo, logicamente
+traevano in perdizione chi le pronunciava.
+</p>
+
+<p>
+Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio
+scongiurava Giovanna di recarsi il domani
+a vedere il suo elegante appartamento di scapolo
+e gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti,
+ed ella ricusava sorridendo, eppoi, fidandosi
+alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva
+sì, con le lagrime agli occhi; mentre
+ciò avveniva, a un tratto, Giulio e Giovanna
+impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza
+attigua!
+</p>
+
+<p>
+Lei e lui mormorarono:
+</p>
+
+<p>
+— Sì sì: nulla di male....
+</p>
+
+<p>
+— Questa non è che una visita di dovere...
+</p>
+
+<p>
+— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
+</p>
+
+<p>
+— Se la cameriera gli ha detto che ci siete
+vi vorrà a desinare.
+</p>
+
+<p>
+— Ah no! Non ci resto, oggi!
+</p>
+
+<p>
+Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe
+discorsi di rendita «in rialzo» e «in ribasso»;
+di «esportazioni» e «importazioni».
+</p>
+
+<p>
+E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che
+già odiava; infilò rapido, all'ingresso, il soprabito,
+prese il cappello, e via.
+</p>
+
+<p>
+Via per la strada con l'intensa, confusa gioia
+che precede una gioia attesa imminente. Non
+gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
+<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
+«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga
+Giovanna!
+</p>
+
+<p>
+Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi
+magnificava a sè stesso l'impresa compiuta; e
+come altri, un tempo, rientrando in patria, avrebbe
+enumerati i tesori d'una terra di conquista,
+egli, sempre più uscendo di sè, enumerava a
+sè stesso i tesori della donna così diversa dalle
+altre.
+</p>
+
+<p>
+Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna
+si contenesse, secondo i patti, in una semplice
+visita di amicizia? se, pur non intendendosene
+punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici
+del salotto?...
+</p>
+
+<p>
+— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo
+il piede sul lastrico, certo, senza timore,
+l'eroe.
+</p>
+
+<p>
+E allora non vide più nulla; perchè il cappello,
+al movimento imperioso, gli calò fin sugli
+occhi.
+</p>
+
+<p>
+Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò
+in un attimo davanti, dietro, dentro quel cappello....
+Più scuro; più largo.... Il cappello di
+Alfonso! Che errore! che orrore!
+</p>
+
+<p>
+E che fare? Correre subilo a casa Varchi!...
+Già vi s'incamminava. Ma gli toccherebbe affrontare
+l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner
+là a desinare. Quel giorno? No! Impossibile
+ch'egli mangiasse, quel giorno, il pane a tradimento!
+</p>
+
+<p>
+Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione
+<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
+che avrebbe provata girando con iscarpe
+non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò l'orologio....
+</p>
+
+<p>
+Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso
+e intento a leggere una carta (con in
+testa, sulle quarantatrè, il cappello non suo)
+passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A
+te, dammi il mio —, sarebbe stato il modo più
+semplice per restituire il mal tolto e riavere
+il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure
+Giulio Galardi non si mosse; guatò; nè
+potè muoversi fino a che l'amico non disparve.
+</p>
+
+<p>
+Perchè Alfonso non gli era venuto incontro
+lui? Leggeva. Un documento, forse, che portava
+prima del desinare a qualche avvocato o
+in qualche ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato
+e il documento che il cappello del suo
+migliore amico! più il documento o l'avvocato,
+forse, che la moglie! Oh! non v'ha castigo che
+non meriti un <i>affarista</i>!
+</p>
+
+<p>
+E Galardi, con un malessere invano respinto,
+che dal capo gli discendeva a tutto il corpo e
+pareva condensarsi al cuore, venne a casa sua
+per trar dall'armadio un cappello vecchio e
+uscire a desinare. A casa però si sentì stanco
+morto; di mala voglia; malconcio.
+</p>
+
+<p>
+Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto
+quel maledetto....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
+</p>
+
+<h3>
+V.
+</h3>
+
+<p>
+Era, anche a prima vista, un cappello onesto.
+Esternamente patito solo nell'orlatura e nel nastro,
+al margine inferiore; ma per il colore
+resistente e per il denso feltro meritava lode
+alla manifattura nazionale.
+</p>
+
+<p>
+Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla
+cupola un critico esteta avrebbe potuto rintracciare
+indizi di gocce asciugate prima dalla polvere
+che dal sole; ma alla carezza di una mano
+o di una spazzola ogni ombra sarebbe tosto
+dileguata. Elegante non era: nè alto, nè basso;
+nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè
+lieve; d'una forma, di un'indole quasi, non
+troppo avversa e non troppo data alla moda;
+non perturbabile in vicende di stagioni e di
+gusti; non asservita a umani giudizi. L'età
+senza infingimenti appariva dall'interno; e forse
+per conoscerla, con un moto dispettoso, con
+l'amarezza e la bieca avidità con cui il colpevole
+indaga l'altrui coscienza, Giulio lo rovesciò,
+vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
+che annoverava tre mesi di sudori anche
+invernali; nemmeno sorrise all'aquila, la
+marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul
+<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
+nome del cappellaio italiano: ebbe, al contrario,
+istantaneo, uno sbigottimento; provò il turbamento
+e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
+occhiata entro un cratere.
+</p>
+
+<p>
+Quante idee là dentro, agitate e agitabonde,
+in una comprensione caotica! Quante prorompevan
+fuori; ricadevano nel vortice; superavano
+la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete;
+vaporavan vane, o risplendevan fatue! Quante
+faccende, propositi e illusioni e disinganni;
+quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
+trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a
+cui sfuggire, e colpi di fortuna avversa o buona,
+e contrattempi, e questioni e contratti, e crediti
+e debiti! Tutte le commozioni e le vicende
+d'un uomo d'affari che si consuma la vita per
+lucro; tutti gli affanni di un uomo in balìa ora
+della propria testa ora della sorte, e involto
+nelle complicazioni del commercio e delle industrie;
+tutti i gaudi che generano l'operosità
+e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi là
+dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di
+Giulio Galardi, quantunque non vi guardasse più.
+</p>
+
+<p>
+E d'improvviso nel turbine imaginario la sua
+fantasia gettò un grido il quale disperse ogni
+cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe,
+là dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento
+di disperazione, una quiete di morte.
+</p>
+
+<p>
+«Tua moglie ti tradisce!»
+</p>
+
+<p>
+E tutto era finito!
+</p>
+
+<p>
+Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli?
+<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
+tante angustie? tanti sforzi? Per la famiglia;
+per i figlioli.
+</p>
+
+<p>
+Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto
+non vecchio, ma avrebbe lasciato in buona
+condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
+onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero
+un giorno la memoria dell'avo che
+loro tramandava una cospicua eredità di quattrini
+e di virtù.
+</p>
+
+<p>
+«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
+</p>
+
+<p>
+Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta;
+perduto ogni affetto, ogni bene! Una tempra
+d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita rigogliosa,
+fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
+</p>
+
+<p>
+Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che
+gli si sia rotta qualche cosa dentro: un rovescio:
+un disastro. E non è nulla; non è altro
+che il risveglio della coscienza.
+</p>
+
+<p>
+E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno
+di Alfonso, quando Alfonso, generoso fin
+d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
+e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni
+sospetto, gli annuncia il suo matrimonio, gli
+presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
+disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati
+tutti e tre, anche Giovanna!
+</p>
+
+<p>
+— Porta questo cappello al signor Varchi: se
+non c'è, aspetta; e prendi il mio! — Galardi
+comandò fieramente al servo accorso allo scampanellare
+spaventevole.
+</p>
+
+<p>
+Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi
+<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
+imbattuto nella cameriera che veniva
+proprio per il cambio.
+</p>
+
+<p>
+Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello
+suo!
+</p>
+
+<p>
+Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne;
+lo depose: lo giudicò in un confronto spregiativo.
+Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio;
+la cui ala, in una linea esageratamente
+ondulata, accusava l'affettatura della moda; la
+cui sagoma significava volubilità e leggerezza;
+e quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè
+il cappello non manifesterebbe qualche cosa
+del capo che lo porta?
+</p>
+
+<p>
+Tornandogli perciò la nausea di prima e non
+volendo confessare agli amici che un cappello
+gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
+quel giorno al solito luogo. Andò altrove;
+rincasò presto. E subito si mise a letto.
+</p>
+
+<p>
+Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente
+a Giovanna; e costretto a ragionare,
+indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche
+modo la caduta d'una donna era fortezza o
+viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse
+per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici
+e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti
+i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh
+i moralisti! Cos'è la morale se non il vantaggio
+dell'individuo in rapporto alla società?
+se non un egoismo collettivo? se non una menzogna
+della civiltà? Maledetti i pregiudizi che
+avvelenano il piacere!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
+</p>
+
+<p>
+Felice la barbarie! I barbari accordano la morale
+al loro vestire — per lo più van nudi —;
+hanno il capo libero o tutt'al più portano una
+semplice penna che non riscalda il microbio
+della calvizie, e hanno libero l'arbitrio. Invece
+l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
+l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre
+il capo con un coso o una cosa convessa, che
+è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
+false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù
+e di assenso al patto sociale; simbolo, in
+certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell'uomo
+operoso o dell'uomo vano, del sapiente
+o dello stolto, del buon amico o del cattivo
+amico!
+</p>
+
+<p>
+Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò
+che verso l'alba. Nè dormiva da molte
+ore quando il servo venne a svegliarlo con una
+lettera <i>urgentissima</i>.
+</p>
+
+<p>
+Egli la lesse, d'urgenza:
+</p>
+
+<p>
+«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito
+voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello
+in mano.
+</p>
+
+<p>
+«Era così triste! Mi ha domandato: — Come
+mai Giulio ha potuto confondere il mio col
+suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
+dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio
+marito è fiducioso, è un modello di marito e di
+padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
+col vostro cappello, che non gli stava in testa,
+<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
+per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe
+un'infamia!
+</p>
+
+<p>
+«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi
+nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò
+a mio marito come quella vostra marchesa;
+perchè nella vostra storia, scusatemi, non
+ci ho creduto....»
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici
+fedeli.
+</p>
+
+<p>
+Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro
+i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale
+Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo
+gli pareva di star così male che, dubitando
+di poter più innamorare le donne degli altri,
+prese moglie anche lui.
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="giarrettiera"></a>
+Efficacia d'una giarrettiera.
+</h2>
+
+<p>
+L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale,
+quando abitudine o gravezza o vigile coscienza
+delle divine funzioni assunte per rappresentanza
+mortifica ogni senso. Nemmeno è
+l'ora del riposo, quando in letto molle e caldo
+tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti
+e dei Padri e le dibattute vittorie con i
+demoni nel deserto: il pericolo è all'ora della
+siesta; quando mentre fermenta il cibo nello
+stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole,
+una dolcezza sale o scende, non si
+sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta,
+e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga
+nella rossa calura dell'agosto), l'anima risponde
+all'anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che,
+ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro
+petto che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore;
+e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e
+grazie se si abbia! — il cuore d'un amico.
+<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
+Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita
+(a carte o a bocce)! Presto! —
+</p>
+
+<p>
+«Gli propongo una partita a briscola?» si
+chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre
+Ignazio e riprendendo la bottiglia.
+</p>
+
+<p>
+— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
+</p>
+
+<p>
+— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale
+avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza
+badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo.
+A che pensasse, non diceva; certo, non
+a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna
+una partita a carte.
+</p>
+
+<p>
+Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna.
+Ma un predicatore, ve', di prima forza;
+da metter terrore dell'inferno nel più accanito
+liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per
+essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito
+e domesticato da vent'anni di cura, non
+riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane,
+l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli
+e coscienze a posto.
+</p>
+
+<p>
+— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era
+bisogno! Perchè è proprio <i>quel peccato</i> il peccato
+in cui i miei fedeli pericolano di più.
+</p>
+
+<p>
+— Non si assolvono. — Appena questo disse
+padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee
+e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
+tavola.
+</p>
+
+<p>
+Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui
+non era un amico meritevole di confidenza nè
+utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato
+<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
+meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita
+lo spinse più a dentro in quei pensieri da
+cui altra volta avrebbe trovato scampo in una
+partita col sagrestano.
+</p>
+
+<p>
+Proprio vero! Si può essere un po' goloso,
+un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare
+il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
+o lasciarsi prendere dall'ira come padre
+Ignazio quando predica, e rimanere un prete
+quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal
+peccato, che pure non è il primo nè il secondo
+nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo
+prete! Addosso! Che se per questo il parroco
+non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani
+s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare
+il parroco!
+</p>
+
+<p>
+.... Quand'ecco:
+</p>
+
+<p>
+— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
+</p>
+
+<p>
+<i>Deo gratias!</i> Era accaduto un prodigio! Perchè,
+vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva
+rivolto il viso all'ospite; e il viso non più bieco,
+ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato
+anch'esso dal raggio di sole che colpiva
+i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
+sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere
+il corso alle idee di prima, si rammentò
+dell'aneddoto che già gli era tornato in mente
+la mattina, alla predica, e che ora gli parve
+piacevole nel tempo stesso che giovevole per
+sè quanto un tresette.
+</p>
+
+<p>
+— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che
+<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
+potrebbe servirvi di esempio, di prova
+a quel che dicevate stamattina così bene:
+che il Signore, nella sua divina misericordia,
+spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa.
+</p>
+
+<p>
+— Sentiamo.
+</p>
+
+<p>
+— Un esempio però non da predica — sfuggì
+detto al buon prete —; il fine non giustifica il
+mezzo.
+</p>
+
+<p>
+— Lo giustifica qualche volta, se non sempre,
+come affermano i machiavellici; e.... Ma sentiamo
+il racconto, prima.
+</p>
+
+<p>
+Uso a procedere francamente, senz'ambagi,
+ne' suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo
+di preghiera all'amico che non interrompesse;
+e cominciò:
+</p>
+
+<p>
+— Fu del '70 dopo <i>il fatto</i>....
+</p>
+
+<p>
+L'altro scosse il capo, d'intesa.
+</p>
+
+<p>
+— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania;
+e abitavo in una cameretta a un terzo
+piano. Di contro a me ci stava una signora
+vedova....
+</p>
+
+<p>
+— <i>Vidua, periculosa</i> — mormorò don Ignazio,
+riprendendo il mento nelle mani.
+</p>
+
+<p>
+— .... giovane e belloccia.
+</p>
+
+<p>
+Ma padre Ignazio chiese malignamente:
+</p>
+
+<p>
+— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
+</p>
+
+<p>
+Divenuto più rosso sui pomelli delle guance,
+don Giuseppe s'imbrogliò un poco.
+</p>
+
+<p>
+— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca
+d'una cappellania.
+</p>
+
+<p>
+E parendogli che l'amico desse soverchia importanza
+<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
+all'aneddoto, che altrimenti egli avrebbe
+narrato in due parole, e già a disagio per
+quelle interruzioni inopportune, il buon curato
+procedè meno sicuro.
+</p>
+
+<p>
+— Quella vedova era mia penitente.
+</p>
+
+<p>
+— Uhm!...
+</p>
+
+<p>
+Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida!
+Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli....
+</p>
+
+<p>
+— Di che genere?
+</p>
+
+<p>
+— .... aveva una questione con i parenti del
+marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi.
+</p>
+
+<p>
+— Al solito; un pretesto.
+</p>
+
+<p>
+Spento il sole, la faccia che non riceveva più
+riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe
+d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
+inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla
+fantasia e attenuare o accomodare il racconto;
+giacchè a un certo punto, al punto capitale del
+fatto, era inevitabile arrivarci.
+</p>
+
+<p>
+— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova
+mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione;
+ed era allegra.
+</p>
+
+<p>
+— <i>Lætitia, periculosa</i>....
+</p>
+
+<p>
+— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati....
+Ma in quel mentre la punta d'un suo
+piede, di lei, faceva <i>toc toc</i> per terra.
+</p>
+
+<p>
+Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio
+sorrise; rianimando così il povero amico.
+</p>
+
+<p>
+Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita
+che sorrideva in quel modo, in quel certo modo,
+<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
+indugiare nelle particolarità da cui l'aneddoto
+acquistasse più sapore? Chi li capisce i
+gesuiti?...
+</p>
+
+<p>
+— Era, si può dire, il primo piede che vedevo,
+d'una donna; e la scarpa non era una
+scarpa.
+</p>
+
+<p>
+— Pantofola?
+</p>
+
+<p>
+— Aperta come una pantofola, per lasciare
+scorgere la noce, il....
+</p>
+
+<p>
+— Malleolo.
+</p>
+
+<p>
+— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di
+femmine! La calza era nera; la prima che vedevo,
+in una donna. Avrei sempre creduto che anche
+le vedove portassero le calze d'altro colore!
+</p>
+
+<p>
+Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre
+Ignazio.
+</p>
+
+<p>
+— La calza non si vedeva solo sul collo del
+piede. Anche un po' più su, si vedeva; e....
+Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era
+nera.
+</p>
+
+<p>
+— Non importa.
+</p>
+
+<p>
+— Importa! importa! Una scarpa di colore,
+come dire?, caffè e latte. Che pelle è?
+</p>
+
+<p>
+— Non so...; di capra.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede;
+<i>toc toc</i>; la gamba tremava tutta ogni volta, da
+mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
+conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre
+patito un po' di convulso. E voi, padre
+Ignazio?
+</p>
+
+<p>
+— No; grazie a Dio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
+</p>
+
+<p>
+Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
+</p>
+
+<p>
+— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati
+e di cose legali, ma non sapevo più dove
+guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi!
+In terra? C'era il piede. Dove avreste guardato,
+voi?
+</p>
+
+<p>
+— Al muro.
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! Ma io non potevo guardare al
+muro, per colpa di quel piede.... Non sapevo
+più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
+(il narratore con la mano destra divise la sinistra),
+quel piede indiavolato, che non poteva
+star fermo, e la calza, e la scarpa, e il <i>toc toc</i>,
+mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè
+il diavolo se n'accorse, e smise di battere
+in terra.
+</p>
+
+<p>
+Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque,
+lasciando perplesso il padre.
+</p>
+
+<p>
+— È finita?
+</p>
+
+<p>
+— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo
+mise una gamba a cavallo dell'altra, e
+quella di sopra cominciò a dondolare così, come
+se niente fosse! Voi che siete un sant'uomo,
+padre Ignazio, sareste scappato via....
+</p>
+
+<p>
+— E voi?
+</p>
+
+<p>
+— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello.
+Mi chino...: il polpaccio!
+</p>
+
+<p>
+— Cosa?
+</p>
+
+<p>
+— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio.
+E.... Un altro gocciolo, padre Ignazio;
+un altro gocciolo....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
+</p>
+
+<p>
+— No, no; non ne voglio più. Avanti!
+</p>
+
+<p>
+Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe;
+cercò, trovò l'idea di sostegno a proseguire
+con tono più dimesso, lentamente.
+</p>
+
+<p>
+— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un
+giorno una melagrana matura, tanto piena che
+era crepata e per la crepa facevan gola una
+fila di grane rosse: la colsi; non potei stare!
+L'altro dì, quando mi portarono i quattrini dell'uva,
+li contai due volte; prima mi sembrarono
+abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan
+pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio,
+vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
+quasi vi invidio....
+</p>
+
+<p>
+— Oh che vi confondete adesso in una confessione
+generale? — esclamò padre Ignazio, con
+un gesto d'impazienza.
+</p>
+
+<p>
+— Fo per mostrarvi che non credo di essere
+un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare
+un prete del tutto cattivo, e solo perchè
+quella gamba mi tentava più che una melagrana,
+o una sommetta di quattrini, o le vostre
+prediche, padre Ignazio.
+</p>
+
+<p>
+Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più
+duro dicendo:
+</p>
+
+<p>
+— Dunque.... la gamba?
+</p>
+
+<p>
+— La gamba? Non ho detto bene. La calza,
+fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella
+gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
+e la coscienza se noi sacerdoti invece di
+nere portassimo le calze bianche o di un'altra
+<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
+tinta, dopo che le donne le hanno messe su
+nere. Quel nero....
+</p>
+
+<p>
+L'amico affrettava:
+</p>
+
+<p>
+— Concludiamo.
+</p>
+
+<p>
+— Quel nero che, come dire?, per noi è il
+colore della mortificazione, là faceva pensare a
+tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma
+con l'aiuto di Dio, la stessa causa del male
+giovò poi al buon effetto.
+</p>
+
+<p>
+— Quale effetto?
+</p>
+
+<p>
+— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe
+togliendosi il peso d'addosso —; voglio
+dire che se per la tentazione della calza arrivai
+a.... vedere il legaccio, per quel nero il
+legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro,
+tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo,
+padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io
+ero salvo! — E pareva uscito allora
+allora dal pericolo.
+</p>
+
+<p>
+Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò
+che non intendeva, il gesuita dimandò:
+</p>
+
+<p>
+— Come? il legaccio? che cosa?
+</p>
+
+<p>
+— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo
+il settembre?
+</p>
+
+<p>
+— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il
+legaccio della calza?
+</p>
+
+<p>
+— Sì! La gerr....
+</p>
+
+<p>
+— La giarrettiera! Ebbene?
+</p>
+
+<p>
+— .... bianca, rossa e verde!
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="fortuna"></a>
+La fortuna di un uomo.
+</h2>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale
+curioso tipo di patriotta, di filantropo, di
+pensatore profondo e di parlatore arguto. Se
+fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero
+forse assomigliato a qualche filosofo umorista
+moderno e accusato di plagio, quantunque egli
+non leggesse che i classici latini e i giornali
+quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte
+cose, intorno alle donne, viveva d'amore e d'accordo
+con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
+Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere
+che lo zio non avesse mai amato alcuna
+donna.
+</p>
+
+<p>
+Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla
+sua camera Gaspare aveva udito una voce angosciosa
+esclamare sommessamente:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Figlia mia!...
+</p>
+
+<p>
+Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti
+i ragazzi e che di lui era il difetto più grave,
+aveva spiccato un salto dal letto ed era corso
+a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio.
+Oh! Di là, nella sala attigua, al fioco lume
+della lampada, una signora vecchia in vesti
+nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani,
+a contatto, su di un tavolino, e il tavolino
+sembrava che ballasse!
+</p>
+
+<p>
+A tal vista e alla vista dello zio coi capelli
+irti, gli occhi accesi e fuori delle orbite, la faccia
+pallida e contraffatta, Gaspare era ritornato subito
+sotto le lenzuola, giurando di non scrutare
+mai più che diavolo si facesse in casa a certe
+ore notturne; già guarito, e per sempre, del suo
+difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
+quella paura, perchè nell'avanzare degli anni
+e nel meditare su quel ricordo fanciullesco si
+convinse che se lo zio aveva avuto tale orrore
+dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar
+in pace i morti e non confondersi nel mistero
+della morte; e anche si convinse che se
+lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla
+in quel modo, con l'aiuto della madre di lei,
+certo era bene non innamorarsi così appassionatamente.
+</p>
+
+<p>
+Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi
+amico dello zio Giorgio. Commilitoni nelle
+schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
+a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva
+<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
+prestato quattrini al primo; e come questi, da
+ignorante qual era, non dimenticava i benefizî,
+quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai
+suoi debitori, dimentico dei crediti.
+</p>
+
+<p>
+In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva
+sospettato che il compagno cercasse la morte,
+e il signor Bicci che il compagno volesse salvargli
+la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul
+ponte, erano stati divisi nella mischia; ma il
+domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume aveva
+rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e
+a una gamba in modo che si credeva impossibile
+rattopparlo. Ne rincresceva allo zio Giorgio;
+e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante
+di giovinezza e di energia, dovesse spiacer
+molto il morire; e, con cuore di filantropo
+e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo
+al passo dubbioso affinchè lo varcasse meno
+malvolentieri.
+</p>
+
+<p>
+— Morire per la patria, in campo di battaglia
+o dopo la battaglia, è sempre glorioso e
+dolce.
+</p>
+
+<p>
+Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
+</p>
+
+<p>
+— Una delizia. Ma io non muoio!
+</p>
+
+<p>
+— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non
+credere, del resto, che la morte sia
+brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
+tradotto la sentenza dello stoico.
+</p>
+
+<p>
+E Luigi:
+</p>
+
+<p>
+— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma
+io non muoio!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse
+il signor Bicci. Poscia tentò una nuova
+via: — <i>Morte, che sei tu mai?</i> Ciro Menotti, caro
+Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare
+alla forca.
+</p>
+
+<p>
+— Ma io non recito niente, perchè io non
+vado alla forca: sto qui: non muoio!
+</p>
+
+<p>
+— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti,
+non dubitare che io, di ritorno a Bologna,
+porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime volontà
+ai tuoi fratelli.
+</p>
+
+<p>
+A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del
+letto.
+</p>
+
+<p>
+— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio!
+non muoio! non muoio! Se non lo so io, chi
+l'ha da sapere?
+</p>
+
+<p>
+— E tu vivi! — gridò non meno forte lo
+zio Giorgio, perdendo la pazienza. — Ma la tua
+vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
+che non importava t'incomodassi a difendere!
+Chi sta bene al mondo ha l'obbligo sacrosanto
+di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei
+genitori è il più gran dolore umano, sarebbe
+disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
+nacque postumo e perdè la madre non ancor
+giunto agli anni della discrezione. Egli però riconosceva
+che per lui, orfano, era stata una
+fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre
+e da madre, con alterna vicenda, a seconda
+dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
+</p>
+
+<p>
+Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza,
+Gaspare non vedeva che rose senza
+spine. Fin delle scuole e degli studi, che angustiano
+e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata
+memoria; così per tempo aveva saputo adattarsi
+alle necessità del mondo; tanto affetto gli
+era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole
+gli era parso ciò che appariva disagevole agli
+altri. A superar gli esami tranquillamente lo
+zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio
+precettore, il quale valeva una mediocre enciclopedia;
+e a guida negli svaghi e nei sollazzi
+gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo
+il guinzaglio.
+</p>
+
+<p>
+Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età
+<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
+cioè, in cui tutti pericolano — lo zio lo
+sorresse donandogli trattati d'igiene e trattati
+intorno le cause e le forme di morbi insanabili:
+per di più, le precauzioni non essendo
+mai troppe, gli regalò il codice penale. Così Gaspare
+crebbe sano di mente e di corpo; non di
+molto ingegno, ma abbastanza da comprendere
+che il grande ingegno rende infelici; abbastanza
+di cuore da commiserare il prossimo suo,
+ma non tanto tenero da patir danni, a mo'
+dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
+buon senso da persuadersi che i desideri superiori
+ai mezzi tolgono quiete e pace, e da scorgere
+in sè e fuori di sè prove indubbie della
+sua buona fortuna.
+</p>
+
+<p>
+Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi
+non gli avrebbe invidiata la nativa arrendevolezza
+ai bisogni, alle convenienze, alle contingenze,
+ai consigli della ragione?
+</p>
+
+<p>
+Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno
+delle due sole pretese in cui lo zio Giorgio insisteva.
+L'una: che suo nipote dimostrasse come
+i ricchi debbano servire la patria ugualmente
+ai poveri e come l'anno di volontariato
+sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che
+suo nipote conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che
+troppe volte è meglio un asino
+morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini
+vivi superano i dottori vivi, e quelli credono aver
+necessità di questi, è lecito trar partito dal comune
+pregiudizio.»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ora, a proposito della laurea, Gaspare non
+dubitava che presto o tardi, scampato agli scogli
+della licenza liceale, appagherebbe lo zio e
+se stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto
+alla milizia, sapeva bene che i volontari d'un
+anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
+dei caporali e dei sergenti, e che, essendo
+egli un giovane istruito, diventerebbe presto un
+bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
+Niente, dunque, volontariato!
+</p>
+
+<p>
+La qual preparazione ad ambedue gli impegni
+dell'avvenire gli era così tranquilla, e quasi
+così grata, che la fortuna avrebbe potuto risparmiarsi
+la fatica di soccorrerlo.
+</p>
+
+<p>
+Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste
+dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo:
+che la fortuna sua portasse jettatura agli
+altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò
+nella traduzione del greco; s'ingarbugliò
+in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo,
+da cui tutto il resto dipendeva in connessione
+logica e da cui egli, per quanto tirasse, non
+riusciva a strappare un senso razionale. E le
+ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione
+in buona copia; già i professori guardavano
+biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature
+e di triboli, che non davan speranza di
+prossima fine.
+</p>
+
+<p>
+E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il
+cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi
+tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
+<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
+quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche
+questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti
+agli occhi e l'anima alleggerita.
+</p>
+
+<p>
+Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte;
+si curvavano sempre più sulle sudate carte
+e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano,
+sentendosi mancare le idee, la speranza
+e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano
+alla bottiglietta del cognac; si compromettevano
+con segni di richiamo e gettiti di
+pallottoline che recavano in seno una domanda
+o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto
+d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna
+e la materna angoscia.
+</p>
+
+<p>
+Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
+</p>
+
+<p>
+A un tratto il compagno di destra mise un
+profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la
+gioia della vittoria e insieme una luce di carità;
+poi chiese a Dicci, piano piano:
+</p>
+
+<p>
+— E tu?
+</p>
+
+<p>
+— Se non ci fosse quest'ottativo....
+</p>
+
+<p>
+— A te! copia...; ma cambia le frasi.
+</p>
+
+<p>
+.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale,
+si salvò anche dal greco; e il compagno che
+l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
+</p>
+
+<p>
+L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero
+di leva.
+</p>
+
+<p>
+In un gran camerone, pieno di fallaci speranze
+e d'un'allegria fittizia, egli attendeva rassegnato
+e tranquillo.
+</p>
+
+<p>
+— Bicci Gaspare!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
+</p>
+
+<p>
+.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
+</p>
+
+<p>
+— 824!
+</p>
+
+<p>
+— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che
+aveva più vicini; un operaio.
+</p>
+
+<p>
+Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento
+che non toccherebbe a lui ventura
+simile; a quel povero giovane, che col padre o
+la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava
+un numero alto e n'aveva necessità, per
+rimanere in terza categoria.
+</p>
+
+<p>
+Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne
+la sorte; e con un cordiale augurio ne accompagnò
+la mano entro l'urna.
+</p>
+
+<p>
+— 12!
+</p>
+
+<p>
+«Jettatore! jettatore!»
+</p>
+
+<p>
+Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un
+pudore arcano, Gaspare non osava confidarlo
+nemmeno allo zio; non prevedeva che questi
+l'avrebbe consolato subito in quattro parole:
+La jettatura è un pregiudizio così stupido che
+fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e
+alla bontà degli uomini poco intelligenti. Quanto
+alla fortuna, sia o non sia sottoposta alla divinità,
+essa è una potenza innegabile. Bada però
+che è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è
+quasi sempre la disgrazia dell'altro; e che ciò
+che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
+domani.
+</p>
+
+<p>
+Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo
+zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa
+<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
+riflessione: dal non avere egli mai un
+forte mal di capo; dal non prendersi neppure
+un grosso raffreddore, non dovevan conseguire
+le pleuriti e le polmoniti altrui.
+</p>
+
+<p>
+Per fortuna non conosceva dei medici i quali
+gli dicessero che, secondo la scienza moderna,
+anche il raffreddore è un'infezione, la benefica
+natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e
+per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi;
+onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto
+dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono,
+di microbi, a danno degli altri uomini e delle
+altre bestie.
+</p>
+
+<p>
+Gaspare tuttavia non credeva d'essere un
+uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze
+del peccato originale, ed era appena
+uscito dal dubbio della jettatura che cadde in
+un timore più forte. Ricordava che suo padre
+e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue
+e della fibra, eran morti giovani entrambi per
+malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la
+medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto
+d'un colpo; come una giustizia sommaria che
+lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino
+umano!
+</p>
+
+<p>
+E per evitare un tal colpo egli era condotto
+a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola
+malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione.
+</p>
+
+<p>
+Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se
+non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito
+<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
+impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere
+modestamente, di leggere romanzi, disegnare,
+dipingere alla meglio, suonare alla peggio
+il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
+insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
+</p>
+
+<p>
+Una sera lo zio Giorgio venne a casa male
+in gambe, e con un gran freddo addosso.
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse
+perchè non ne aveva avute altre mai in
+vita sua.
+</p>
+
+<p>
+Sentendo irreparabile il danno del morbo e
+prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità
+d'un savio antico. E disse:
+</p>
+
+<p>
+— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo
+il suo esempio; io, al contrario, non so proprio
+che consigli darti.
+</p>
+
+<p>
+Disse Gaspare:
+</p>
+
+<p>
+— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso
+sta tranquillo.
+</p>
+
+<p>
+Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui
+languiva il sorriso abituale:
+</p>
+
+<p>
+— Credi che io abbia paura della morte? No
+no. Muoio volentieri: <i>rerum novarum cupiditate</i>.
+E poi, son convinto di aver già sofferto abbastanza.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
+</p>
+
+<p>
+Nella faccia serena gli si vedeva ora che
+aveva sofferto molto, povero zio Giorgio! Seguitava:
+</p>
+
+<p>
+— Tu, per soffrir meno, provati a fare in
+molte cose il rovescio di quel che ho fatto io.
+Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
+dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e
+per crederci fermamente, non dimandarti mai
+se ci credi fermamente. Non confidar troppo
+nella scienza, perchè in fondo a ogni vero
+che essa scopre, rimane un mistero. Prendi
+moglie....
+</p>
+
+<p>
+Gaspare, a cui sino a questo punto pareva
+non aver udito nulla di nuovo, spalancò gli
+occhi.
+</p>
+
+<p>
+— Prendi moglie. Una buona moglie è una
+vincita al lotto, lo so; ma, non ostante il calcolo
+delle probabilità, al lotto qualcuno vince.
+Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti
+gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano....
+In politica, sii conservatore: è il
+solo partito che progredisca senza che nessuno
+se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar
+bandiera o di retrocedere.... Ama l'arte, ma
+sta lontano dagli artisti. Ama la poesia, ma temi
+la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo
+Dio....
+</p>
+
+<p>
+E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto.
+Non giovando a risollevarlo dimanda alcuna,
+nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito per
+il medico.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
+</p>
+
+<p>
+Questi, che di grande appetito faceva colazione,
+credette lo disturbassero per un vano timore;
+cosicchè, quando arrivò, trovò l'infermo
+avviato a migliorare.
+</p>
+
+<p>
+— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando
+al letto. — Il medico assicura che sei fuori di
+pericolo.
+</p>
+
+<p>
+— Allora..., son bell'e spacciato.
+</p>
+
+<p>
+Infatti non parlò più che verso sera, allorchè
+mormorò:
+</p>
+
+<p>
+— Vado.
+</p>
+
+<p>
+E aggiunse:
+</p>
+
+<p>
+— Buona permanenza.
+</p>
+
+<p>
+Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per
+emulazione quasi, cordialmente, Gaspare avrebbe
+forse risposto: — Buon viaggio — se Luigi,
+dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato
+in singhiozzi costringendo a singhiozzare anche
+lui.
+</p>
+
+<p>
+Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma
+il corpo, con le fibre che gli avanzavano salde,
+la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
+penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava
+lo strappo finale. Per fortuna i minuti furono
+pochi.
+</p>
+
+<p>
+— Zio!... zio!
+</p>
+
+<p>
+Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero
+gli occhi, uno per uno, e lo baciarono: prima
+Gaspare, poi Luigi.
+</p>
+
+<p>
+Quindi il servo accese una candela e attese,
+silenzioso, tutto in lagrime. Attese a lungo; ma
+<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
+come Gaspare, col capo fra le mani, non dava
+segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse
+ancora o meditasse, Luigi gli si accostò.
+</p>
+
+<p>
+— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio!
+Vada a prendere un po' d'aria. Adesso
+qui....
+</p>
+
+<p>
+Alla mente di Gaspare corse la visione delle
+tristi cose alle quali la morte obbliga i superstiti;
+nè tardò a pensare, con gratitudine, che
+l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando
+nel servo non avesse avuto allora e sempre
+il migliore amico.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera;
+e lasciatolo nell'altra, poco dopo vi rientrava
+con una tazza.
+</p>
+
+<p>
+— A lei! Una goccia di brodo....
+</p>
+
+<p>
+Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
+</p>
+
+<p>
+— Ti par proprio che sia morto volentieri?
+</p>
+
+<p>
+— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo
+più....
+</p>
+
+<p>
+Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva
+alla parete.
+</p>
+
+<p>
+— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza:
+c'è il ritratto. Ma non sentir più la sua
+voce.... Quella voce, mai più!...
+</p>
+
+<p>
+Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro
+a lui.
+</p>
+
+<p>
+Così:... morto. E l'anima?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
+</p>
+
+<hr class="tbs" />
+
+<p>
+Era, quel brutto giorno, una bella domenica
+alla metà di marzo, al tempo che già ferve per
+tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
+Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada
+affollata, solo, raccolto in sè; quasi sotto un
+peso opprimente; e dopo aver pensato agli uffici
+di pietà che gli restavano da compiere e
+alle forme di lutto da osservare, ripensava al
+mistero della morte.
+</p>
+
+<p>
+Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario,
+per morir volentieri, aver sofferto molto,
+ecco che anche il soffrire diventa un benefizio.
+Ma si è sempre a tempo.»
+</p>
+
+<p>
+Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco
+anche nelle gambe. Ah zio, zio! perchè morire?
+così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
+carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al
+fiaccheraio e salì.
+</p>
+
+<p>
+— Dove vuoi; per un'ora.
+</p>
+
+<p>
+Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo
+zio Giorgio aveva patito assai? Oltre che la passione
+d'amore, a cui serviva di richiamo il tavolino
+delle esperienze spiritiche, quali altri guai
+aveva avuto quel nobile cuore?
+</p>
+
+<p>
+A queste dimande risponderebbe forse qualche
+carta lasciata, per memoria, nello scrittoio;
+insieme col testamento.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
+</p>
+
+<p>
+Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva
+provveduto in bel modo e in perfetta regola alle
+sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
+l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di
+una giusta donazione a Luigi e all'infuori d'alcuni
+lasciti per beneficenza.
+</p>
+
+<p>
+Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di
+nulla, nè il patrimonio dello zio, il quale troppo
+per l'addietro aveva speso a pro' della patria
+e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo.
+Di più: agenti e fattori ladri; disgrazie di grandinate
+e carestie, etc.
+</p>
+
+<p>
+A conti fatti....
+</p>
+
+<p>
+Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene:
+tanto, la possidenza di Poggiogrande; tanto,
+la risaia di San Piero; tanto, la villa: una
+villa malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria,
+laggiù, in una pianura malinconica.... Un ristauro
+sarebbe stato necessario.
+</p>
+
+<p>
+In questo mentre il fiaccheraio, libero per
+quell'ora del suo arbitrio, credè che il più bel
+luogo ove condurre un signore svogliato e senza
+meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare,
+a mo' di chi si ridesta d'improvviso, si
+vide fra la gente che andava al passeggio o ne
+tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in
+fretta:
+</p>
+
+<p>
+— No di qua! Torna indietro!
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar
+gli occhi....
+</p>
+
+<p>
+Dio! che bellezza!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
+</p>
+
+<p>
+Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice;
+con due occhi tra celesti e verdi, meravigliosi,
+portentosi! Che occhi!
+</p>
+
+<p>
+In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava,
+quegli occhi gli scoprirono in viso una
+sciagura; indovinarono che egli non aveva nessuno,
+non madre, non sorella, non moglie a
+consolarlo; affermarono: io, per consolarvi almeno
+come moglie, verrei in carrozza, a casa
+con voi, piuttosto che andare al giardino, alla
+musica, con la mamma; promisero, quegli
+occhi, pur mostrando di promettere invano,
+conforto, pietà, fede, amore! E tutto in un
+istante!
+</p>
+
+<p>
+Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta,
+avrebbe lì per lì composto un inno alla
+donna in genere; alla donna, del cui sublime
+ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì,
+e per la prima volta, gli occhi di quella giovinetta.
+</p>
+
+<p>
+La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci.
+Vaso di consolazione. Incitamento alla vita perchè
+essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
+</p>
+
+<p>
+«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio
+che lo zio Giorgio gli aveva dato affinchè stesse
+di buon animo, con Luigi.
+</p>
+
+<p>
+E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace
+e profonda acquistavano la significazione
+d'una volontà che così, per divina grazia, si
+manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
+</p>
+
+<p>
+«Ammógliati».
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
+</p>
+
+<p>
+Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione
+quale di carezza lunga, continua; e
+il suo sguardo a poco a poco avvertiva come
+un fervore di luce che s'andava definendo in
+un miraggio di felicità.
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non
+lasciò nulla; perchè — era detto nel testamento — beneficando
+in vita aveva voluto vedere
+il buono o cattivo uso del suo denaro; e per carità
+cristiana non aveva voluto, beneficando in
+morte, che nessuno si compiacesse della sua
+morte. Erede di tutto lasciò il nipote Gaspare;
+con solo l'obbligo di una donazione al servo
+fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare
+un nipote come lui, Gaspare, era impossibile
+trovare un servo come Luigi. Le quali parole
+e la massima: «Ama te stesso un po' più del
+prossimo tuo», contennero Gaspare in così equa
+misura nel far la donazione che a lui non parve
+compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere
+più di quanto meritava.
+</p>
+
+<p>
+— Signorino, è troppo! è troppo!
+</p>
+
+<p>
+Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva
+la letizia di poter vivere agiatamente,
+insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
+<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
+si ricordava del morto e mormorava spesso
+con gli occhi pieni di lagrime: — Dove sarà
+mai, povero padrone?
+</p>
+
+<p>
+Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli
+vecchi, dello zio, avevano manifestato, più che
+il dolore della perdita, il presentimento doloroso
+del comune destino: <i>hodie tibi, cras mihi.</i>
+</p>
+
+<p>
+E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo
+o che incontrava per via, dicevano, tra
+mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura
+con la bocca:
+</p>
+
+<p>
+— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco
+che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità!
+</p>
+
+<p>
+Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo
+il tuo dispiacere d'aver perduto una
+persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
+piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo
+all'umano egoismo avrebbero meritato
+scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —,
+e invidiavano. Onde
+Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto,
+non gli credevano; e mostrarsi lieto nè
+voleva nè poteva, essendo men tristo di loro.
+</p>
+
+<p>
+Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva
+sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse.
+</p>
+
+<p>
+.... Or come una sera rincasava, appena dentro
+la porta Gaspare udì chiedere dall'alto:
+</p>
+
+<p>
+— Sei tu?
+</p>
+
+<p>
+Rispose:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Nossignora, sono io.
+</p>
+
+<p>
+Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco
+venuto ad abitare al primo piano.
+</p>
+
+<p>
+— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare,
+mentre accendeva un cerino.
+</p>
+
+<p>
+Ma la signora continuava a fargli lume; ed
+egli, per non bruciarsi, gettò il resto del cerino
+e salì più in fretta.
+</p>
+
+<p>
+Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
+</p>
+
+<p>
+— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva
+Bicci, che era corso a suonare il
+campanello.
+</p>
+
+<p>
+Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
+</p>
+
+<p>
+— Colgo l'occasione — disse la signora — per
+farle, benchè in ritardo, le mie condoglianze.
+</p>
+
+<p>
+— Grazie.
+</p>
+
+<p>
+Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
+</p>
+
+<p>
+— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo
+per soffrire!
+</p>
+
+<p>
+— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con
+lo sguardo in alto quasi intravvedesse lassù, nella
+vòlta, la ragione suprema della vita. E Luigi
+non veniva! Tornò a suonare.
+</p>
+
+<p>
+La signora Tredòzi sorrise.
+</p>
+
+<p>
+— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo
+Luigi....
+</p>
+
+<p>
+Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse
+morto anche Luigi?
+</p>
+
+<p>
+Ma no, eccolo.
+</p>
+
+<p>
+— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora.
+Grazie! Scusi!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Buona notte, signor Bicci.
+</p>
+
+<p>
+Perchè mai una donna così gentile e così bella
+(non per la prima volta quella sera Gaspare
+l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani
+di un ingegnere così brutto e così villano come
+quel Tredòzi?
+</p>
+
+<p>
+Le cose che non piacciono, o che dispiacciono,
+sembrano anormali ed enormi anche
+quando sono le più naturali del mondo; e questa
+interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi
+ragionevolmente, ricorse al pensiero
+di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
+la signora Silvia. Perchè mai una donnina
+tanto graziosa apparteneva a un ingegner
+Tredòzi?
+</p>
+
+<p>
+E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale,
+Gaspare volle rivedere la signora; e si vedevano
+spesso. Ella dal balcone, a cui si affacciava,
+e lui dalla finestra della sua camera,
+potevano anche parlarsi.
+</p>
+
+<p>
+Cominciarono infatti con i «buon giorno» e
+i «come sta?» e con quelle parole che non giovano
+se non a confermare simpatia tra persone
+che hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme:
+considerazioni del tempo; accenni a qualcuno
+o a qualche cosa nella strada. Finchè essa
+ebbe un favore da chiedere al signor Bicci: un
+libro, perchè si annoiava.
+</p>
+
+<p>
+Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone
+già cinque, lei ne ritenne uno solo; grata, nondimeno,
+e ancor più gentile e amabile. E nel
+<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
+breve incontro, a cui il prestito aveva dato occasione,
+Gaspare apprese molte cose. Prima di
+tutto, che la signora Silvia diveniva più bella
+più le si andava vicino. Poi, che era infelice per
+colpa di quel tanghero: mai a un teatro; mai
+a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi!
+Infine, che era una signora molto colta e che
+perciò egli, il quale desiderava essere cortese,
+avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni:
+e uno alla volta, per godere più spesso
+della sua gradevole compagnia.
+</p>
+
+<p>
+Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare
+ne portò uno nuovo di stampa; e via via.
+Discorrevano di romanzi. Ma come discorrere
+di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano
+d'amore. Che se non sempre si trovavano d'accordo
+intorno al carattere delle eroine e degli
+eroi, sempre però convenivano in un punto:
+non essere possibile innamorarsi davvero senza
+commettere qualche sproposito. Orbene, Gaspare
+un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
+sbigottito: non di sentirsi innamorato della
+signora Silvia, che non c'era da meravigliarsene
+(per la solitudine del suo cuore dopo la
+perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano:
+di primavera), ma stupito dell'aver scoperta innamorata
+di lui la signora Silvia!
+</p>
+
+<p>
+Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio;
+e subito, coll'intelligenza di un innamorato, egli
+scorse che all'articolo del matrimonio lo zio aveva
+avuto a un tempo ragione e torto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
+</p>
+
+<p>
+«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio,
+ingannano». Certo: ma non eran quelle donne
+lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
+gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per
+regola ingannare sembra peggior cosa che essere
+ingannati, ingannare un Tredòzi non era
+ingannare un amico o un marito che non meritasse
+di essere ingannato. Un'eccezione, insomma;
+della quale lo zio moribondo non aveva
+avuto tempo di avvertire la possibilità, e per la
+quale il nipote compirebbe un'opera quasi pietosa
+confortando una povera donna.
+</p>
+
+<p>
+— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere
+di commettere uno sproposito, e tuttavia
+abbastanza sicuro che un tale amore non trasgredirebbe
+al buonsenso fino a divenire una passione.
+</p>
+
+<p>
+E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa,
+con un tremito alle palpebre, prolungava
+un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
+che si confessa o di un infermo che palesa il
+suo male al medico:
+</p>
+
+<p>
+— Signora — disse d'improvviso, — io....
+l'amo!
+</p>
+
+<p>
+La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita;
+s'alzò, ricadde; si nascose il viso fra le mani,
+e — oh gioia! — si mise a piangere.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
+</p>
+
+<h3>
+V.
+</h3>
+
+<p>
+Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso
+mestiere del conquistatore: nè mai si
+sarebbe imaginato di navigare per il mare della
+colpa a vele così gonfie, con tanto vento in
+poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia!
+Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
+al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo
+liberi!
+</p>
+
+<p>
+C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
+</p>
+
+<p>
+— Sì. <i>Lui</i> va in montagna per un ponte che
+s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e
+mezzo!
+</p>
+
+<p>
+La libertà inattesa, per la quale si sottraeva
+all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.
+</p>
+
+<p>
+— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella
+esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero
+a farne di una sorta sola, bastava.
+</p>
+
+<p>
+E Silvia, ridendo, soggiungeva:
+</p>
+
+<p>
+— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria!
+Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza
+in tutto. Che castigo!
+</p>
+
+<p>
+Ancora una volta la fortuna, per favorire un
+uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a
+disagi e a danni, e un po' ripugnava
+a Gaspare la soverchia letizia della bella.
+<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
+Tradire il marito poteva essere, sì e no, una
+perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
+del suo malanno, era davvero mancanza di generosità.
+E se dopo appena un mese che aveva
+il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
+Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero
+diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per
+quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
+dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano
+i primi ardori. Anzi, al sentimento della
+cattiva azione che commetteva, a un senso di
+profanazione che per quella tresca faceva al
+recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso,
+gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile.
+Silvia non dubitava neppure d'un lontano
+abbandono. «Ci ameremo anche quando
+saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva.
+Vecchi?
+</p>
+
+<p>
+Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni
+di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza
+misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito
+all'amore eterno si chiedeva se, caso mai,
+non fosse predisposto da natura ad amar eternamente
+una bionda piuttosto che una bruna,
+quale la signora Silvia.
+</p>
+
+<p>
+Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza
+dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia
+che era, diventava pericolosa.
+</p>
+
+<p>
+Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo;
+temeva l'onta; raccomandava cautele.
+</p>
+
+<p>
+— È geloso? — domandava Gaspare.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Non so; non gliene ho mai data occasione.
+Ma so che non mi stima e io voglio che mi
+stimi a suo dispetto.
+</p>
+
+<p>
+Onesta per dispetto!
+</p>
+
+<p>
+— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
+</p>
+
+<p>
+Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di
+rispondere: — Sì.
+</p>
+
+<p>
+— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
+</p>
+
+<p>
+E lui:
+</p>
+
+<p>
+— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò
+che significava chiaramente: «dimandami se io
+stimo me stesso, e ti dirò la verità anche
+per te».
+</p>
+
+<p>
+Ora, questa donna che pretendeva stima fin
+dall'amante, lontano che fu il marito volle a
+ogni costo informare il mondo che aveva un
+amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in
+campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi:
+l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi
+cittadini più frequenti; ivi gli dava del <i>tu</i> non
+a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva
+cercare le amiche perchè la vedessero.
+Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio!
+Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce
+gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava
+le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà,
+o io fuggirò con te. — Due cose da mettere
+i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè
+l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore,
+la più probabile, era per Gaspare una
+terza: una revolverata a lui, Gaspare!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
+</p>
+
+<p>
+Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel
+fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno
+di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei
+limiti della discretezza.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio
+che, pur senza sua grande intenzione, non gli
+fosse esaudito?
+</p>
+
+<p>
+Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era
+uscita per le spese), stavano discorrendo del
+più e del meno e non attendevano al mal tempo
+e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa
+tremenda scampanellata li interruppe.
+</p>
+
+<p>
+— Lui!
+</p>
+
+<p>
+Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il
+cappello in testa.
+</p>
+
+<p>
+— Che sia proprio lui?
+Una seconda scampanellata.
+</p>
+
+<p>
+— Dio!... Nasconditi; subito!
+</p>
+
+<p>
+— Dove?
+</p>
+
+<p>
+— Sotto il letto;
+</p>
+
+<p>
+Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
+</p>
+
+<p>
+— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo
+spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di
+odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
+lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si
+udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca
+l'altra.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi,
+e tu mi lasci fuori al fresco!
+</p>
+
+<p>
+— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
+</p>
+
+<p>
+— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
+</p>
+
+<p>
+— Vertigini.
+</p>
+
+<p>
+— E io? Almeno almeno mi sarò presa una
+polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto
+il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
+Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un
+paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in
+prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
+</p>
+
+<p>
+E quindi la voce fioca:
+</p>
+
+<p>
+— Ecco la camicia; ecco le mutande.
+</p>
+
+<p>
+Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
+</p>
+
+<p>
+— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il
+cappello sodo!
+</p>
+
+<p>
+E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per
+Bicci, là dentro:
+</p>
+
+<p>
+— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
+</p>
+
+<p>
+— L'abito!
+</p>
+
+<p>
+— Lo cerco.
+</p>
+
+<p>
+— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
+</p>
+
+<p>
+— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro
+ieri.
+</p>
+
+<p>
+— Spicciati!
+</p>
+
+<p>
+Ma:
+</p>
+
+<p>
+— Non c'è.
+</p>
+
+<p>
+Allora il marito cadenzando la parola con ira:
+</p>
+
+<p>
+— È nell'armadiooo!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
+</p>
+
+<p>
+— No, ti dico!
+</p>
+
+<p>
+— Sì, ti dico!
+</p>
+
+<p>
+Due passi di lui a quella volta..., alla volta
+dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva
+a un ultimo filo di speranza: Se il marito
+tradito era in mutande, non poteva avere
+indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un
+certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe.
+</p>
+
+<p>
+— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!...
+Dell'aceto! Muoio!
+</p>
+
+<p>
+Il marito esclamò, più forte della moglie:
+</p>
+
+<p>
+— Sei matta?
+</p>
+
+<p>
+— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
+</p>
+
+<p>
+— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!...
+Dov'è ora l'aceto?
+</p>
+
+<p>
+— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Gaspare spingeva. Ella aperse.
+</p>
+
+<p>
+— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
+</p>
+
+<h3>
+VI.
+</h3>
+
+<p>
+Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si
+chiudeva, a chiuderlo con istrepito Gaspare preferì
+trarlo accosto. Ma uscendo, il marito al
+quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò
+e collegò un primo sospetto alla storia dell'abito
+<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
+che la moglie aveva voluto non fosse nell'armadio
+e allo svenimento improvviso; sicchè i
+sospetti crebbero.
+</p>
+
+<p>
+— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho
+dovuto svenire altre due volte, dopo
+desinare.
+</p>
+
+<p>
+Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le
+scampanellate; il rifugio nell'armadio; gli svenimenti
+sapevano di <i>pochade</i>; e assistendo alle
+<i>pochades</i> Gaspare aveva riso sempre, di gran
+gusto, ma non gli era mai parso bello imitarne
+gli eroi. S'aggiunga che nella vita diviene non
+di rado tragedia quel che in teatro equivale
+alla <i>pochade</i>; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo
+da lasciarsi prendere pazientemente in giro.
+</p>
+
+<p>
+Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere
+di ridar la pace a un uomo e di salvare
+la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
+anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che
+eccitava a pazzie l'innamorata. Bisognava, magari,
+mutar casa.
+</p>
+
+<p>
+Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare
+un secondo motivo, che non avrebbe confessato
+neppure a un amico intimo, neppure a
+Luigi.
+</p>
+
+<p>
+Ed era questo: due notti addietro egli aveva
+preso sonno prima d'aver spento il lume e facendo
+per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
+gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o
+meglio, un'imagine, una larva che lo guardava
+con occhi stupiti e dolenti quasi di non riconoscerlo.
+<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
+Balzato a sedere sul letto, la fantasma
+si era dileguata súbito. Un'allucinazione senza
+dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. Ma la
+sera per precauzione non si era dato il disturbo
+di spegnere la candela. Ed ecco, a trarlo
+con freddo orrore del dormiveglia, ecco lo spirito
+entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo
+doloroso e incerto; più vicino, più vicino....
+</p>
+
+<p>
+Questa volta egli aveva messo un grido. E
+lo spirito, via.
+</p>
+
+<p>
+Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare
+un raziocinio: forse quell'anima, non sentendosi
+da tempo più chiamare per mezzo del
+tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio;
+onde arguivasi che l'anima dello zio era andata
+da un'altra parte.
+</p>
+
+<p>
+Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
+</p>
+
+<p>
+.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva
+deride?... Insomma, fosse pazzia o no,
+per tutta la notte non gli era stato possibile richiuder
+occhio; e conveniva evitare una malattia
+d'insonnia, e paure, angustie.
+</p>
+
+<p>
+A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere.
+Confermandolo nella determinazione della
+notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e
+di ridere de' suoi terrori notturni.
+</p>
+
+<p>
+Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe
+ad abbandonar la casa ove era invecchiato
+e dove il padrone era morto?
+</p>
+
+<p>
+Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti
+con aria meditabonda.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Signorino, questa casa non è più per noi.
+</p>
+
+<p>
+Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa?
+O forse il buon uomo, consapevole della
+tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
+</p>
+
+<p>
+Gaspare non interrogò; rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Hai ragione. Cercheremo un appartamento
+ammobigliato.
+</p>
+
+<p>
+Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in
+una delle vie principali; a buon prezzo: in casa
+del cavalier Squiti.
+</p>
+
+<p>
+Quanto alla signora, essa ebbe una lettera,
+che Bicci le gettò nel balcone: In casa e nel
+vicinato tutti sapevano, spettegolavano, malignavano,
+mormoravano, spiavano. Era inevitabile
+una tragedia se qualche voce perveniva all'orecchio
+di Tredòzi. Diveniva obbligo d'un gentiluomo,
+in tal caso, salvar la fama e la vita
+d'una signora, allontanandosi. Oltre a ciò, per
+faccende d'interessi, Gaspare chiedeva a Silvia
+una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali
+e chetati sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro
+colloqui nella casa in cui egli andava ad abitare,
+o altrove.
+</p>
+
+<p>
+Piacesse o no alla signora, questo era buon
+senso, questa era prudenza!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
+</p>
+
+<h3>
+VII.
+</h3>
+
+<p>
+Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato
+della Provincia e persona molto grave,
+non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
+volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi
+tra celesti e verdi; capelli biondi; portamento
+modesto e gentile.... Assomigliava alla signorina
+che si recava al giardino pubblico il dì mortale
+dello zio Giorgio. Lei?
+</p>
+
+<p>
+Forse non era; ma le assomigliava in modo
+che a vederla una dolcezza grande veniva, per
+gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
+quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente,
+con la rapidità del destino, egli, che
+dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti all'amore
+buono e al consiglio dello zio, ne rimase
+conquiso. Tale, infatti, tale gli appariva
+la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni che
+non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto!
+Tale era la donna amata e da amare:
+fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
+più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner
+Tredòzi! E a Gaspare, certo che stavolta era
+la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
+cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica
+giovinetta in moglie.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
+</p>
+
+<p>
+Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver
+visto quell'angelo per la quinta volta, Gaspare
+uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
+usciva; e s'accompagnassero per istrada.
+</p>
+
+<p>
+Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio!
+Che galantuomo! — esclamò l'uno.
+</p>
+
+<p>
+E l'altro: — Lo conosceva?
+</p>
+
+<p>
+— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la
+verità; un filosofo; ma che cuore, che cuore!
+E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
+Bicci!
+</p>
+
+<p>
+— Ah sì!
+</p>
+
+<p>
+— E che bene le voleva, a lei! A discorrere
+di suo nipote, ci godeva; proprio come un
+padre.
+</p>
+
+<p>
+— È strano — disse Gaspare: — di me non
+ne parlava mai con me.
+</p>
+
+<p>
+Ma il cavaliere si fermò di botto.
+</p>
+
+<p>
+— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
+</p>
+
+<p>
+Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente
+incongruenza di quell'<i>a proposito</i>, Bicci chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Suono?...
+</p>
+
+<p>
+— Il piano?
+</p>
+
+<p>
+— Sì, alla peggio.
+</p>
+
+<p>
+— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti
+levandosi gli occhiali, pulendone le lenti e rinforcandoli: — non
+il pianoforte, però; uno strumento
+più geniale — come dire? — più canoro,
+più.... cordiale.
+</p>
+
+<p>
+— Il violoncello?
+</p>
+
+<p>
+— No, il clarinetto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
+</p>
+
+<p>
+Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere
+col clarinetto in bocca; e tacque.
+</p>
+
+<p>
+— Creda a me: la musica è il miglior conforto
+nelle disgrazie — seguitò l'altro.
+</p>
+
+<p>
+— Lo credo.
+</p>
+
+<p>
+— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
+</p>
+
+<p>
+Gaspare allora esclamò entusiasta:
+</p>
+
+<p>
+— Volentierissimo!
+</p>
+
+<p>
+— Stasera?... Potrebbe?
+</p>
+
+<p>
+E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le
+lenti.
+</p>
+
+<p>
+— Sissignore, posso.
+</p>
+
+<p>
+Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a
+dire, senza più sorridere, con tutta gravità:
+</p>
+
+<p>
+— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso
+non ha tempo.
+</p>
+
+<p>
+— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale
+battè forte il cuore.
+</p>
+
+<p>
+— Non ho figliole: la mia pupilla.
+</p>
+
+<p>
+«La sua pupilla? La signorina era sotto la
+sua tutela?» E Bicci pensò con nuova tenerezza:
+«Orfana come me!»
+</p>
+
+<p>
+— La signorina Roccaforte è per me quel che
+era lei per suo zio. L'ebbi in casa bambina. Il
+padre....
+</p>
+
+<p>
+Gaspare ascoltava il racconto religiosamente,
+intanto che benediceva suo zio e il clarinetto.
+</p>
+
+<p>
+Poi, essendo già innamorato e con la testa
+nel cuore, si dimenticò di chiedere allo Squiti
+perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo
+di sonare.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
+</p>
+
+<p>
+Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto
+della signora Silvia. Ah la virtù di ogni amor
+buono su ogni amore disonesto!
+</p>
+
+<p>
+Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano
+Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò
+dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
+con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo.
+Ma il cavaliere, che scartabellava della musica,
+l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò
+alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad
+alla voce:
+</p>
+
+<p>
+— Erminia!
+</p>
+
+<p>
+Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si
+fece innanzi, lentamente....
+</p>
+
+<p>
+— La signorina Erminia Roccaforte — .... e
+voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!),
+il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi,
+suo promesso sposo.
+</p>
+
+<p>
+— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare,
+la signorina Erminia sorrise a pena a
+pena.
+</p>
+
+<p>
+— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea
+mutazione di gioia. — Badi che io odio la
+musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
+Bicci, di odiare una cosa bella?
+</p>
+
+<p>
+— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava
+la signorina Erminia.
+</p>
+
+<p>
+Il primo pezzo — del <i>Faust</i> — procedè a
+meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e
+là affrettassero come un cavallo che abbia amor
+proprio e cui rincresca restar addietro al compagno.
+<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
+Finito il pezzo, la signora Squiti depose
+la calza e battè le mani; la signorina avvertì
+che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare;
+il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò
+il compagno dimenticandosi d'esser grave.
+</p>
+
+<p>
+— Oh che orecchio! che orecchio!
+</p>
+
+<p>
+Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per
+colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei.
+Pensava: «Io non sono forse meglio di
+colui? Si può dire un bel giovane? robusto
+come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere,
+io? Che meriti avrà? Niente: fortuna!
+Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca;
+e orfana...; nemmeno la suocera!»
+</p>
+
+<p>
+— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva
+il cavaliere.
+</p>
+
+<p>
+Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava:
+con il freddo nel cuore.
+</p>
+
+<p>
+Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato
+sempre; di dover essere infelice sempre,
+per tutta la vita; e pativa della più grande sventura
+che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi
+d'una ragazza innamorata e fidanzata
+d'un altro.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
+</p>
+
+<h3>
+VIII.
+</h3>
+
+<p>
+Assente da lei credeva che il solo contemplarla
+quale un'imagine di pura bellezza o una
+cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
+dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto,
+che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti,
+in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza
+sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser
+lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar
+male del prossimo a bassa voce, in cospetto
+del prossimo? Non avevano riguardo quei due
+nemmeno a una persona giovane, che, in fin
+dei conti, veniva lì per far servizio al padrone
+di casa!
+</p>
+
+<p>
+Così il povero Gaspare, invece di contemplare,
+doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare
+che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
+resistere alla tentazione di fracassar la tastiera
+del pianoforte.
+</p>
+
+<p>
+Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento
+d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile
+viso.
+</p>
+
+<p>
+«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno.
+«Il meglio sarebbe che io mi distraessi.»
+Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni
+che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio
+<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
+d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La
+signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui,
+vi penetrò.
+</p>
+
+<p>
+— Lei.... tu!...: qua?
+</p>
+
+<p>
+— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar
+meglio due occhi rabidi.
+</p>
+
+<p>
+— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì
+lui, trovando il tono giusto.
+</p>
+
+<p>
+— Vile!
+</p>
+
+<p>
+Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore
+agl'insulti; freddo, quasi sprezzante.
+</p>
+
+<p>
+— Non vi avevo chiesto quindici giorni di
+libertà? Ho i miei affari anch'io; avevo, ho
+bisogno di tranquillità, di riposo.
+</p>
+
+<p>
+— Ah Gaspare, Gaspare!
+</p>
+
+<p>
+Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono;
+a un tempo, lagrime di duolo e
+fiamma di tentazione e di colpa.
+</p>
+
+<p>
+— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto!
+Non l'hai dunque l'anima? Dodici giorni senza
+passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
+nemmeno una riga!
+</p>
+
+<p>
+Il dolce rimprovero lo punse più che le offese.
+Deliberato tuttavia a finirla, Bicci, che voleva
+finirla da gentiluomo, esclamò:
+</p>
+
+<p>
+— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo
+leale, rincresce offendere un uomo leale com'è
+l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
+</p>
+
+<p>
+A quest'affermazione Silvia avvampò più che
+a uno schiaffo.
+</p>
+
+<p>
+— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli
+<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
+prima, quando.... Tu menti! Adesso capisco
+che non mi ami più!
+</p>
+
+<p>
+Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza
+con l'amore?
+</p>
+
+<p>
+— .... Adesso voglio saper il resto; proprio
+tutto! Perchè abbandonarmi?... Dimmene la
+causa vera, subito! — L'investiva, inviperita. — Subito!
+</p>
+
+<p>
+Che dirle? Rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Che volete che vi dica? Incompatibilità di
+carattere: voi siete piena di fuoco; e io....
+</p>
+
+<p>
+— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non
+può esserci che tra marito e moglie! La ragione
+vera le la dirò io! Tu hai una nuova
+amante!
+</p>
+
+<p>
+— No; ve lo giuro.
+</p>
+
+<p>
+— Spergiuro! Infame spergiuro!
+</p>
+
+<p>
+Era inutile discutere quando non valeva giurare.
+Gaspare non aveva ancor scosse le spalle
+che già Silvia gridava:
+</p>
+
+<p>
+— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi?
+T'inganni! Io ti detesto, ma io ho dei diritti su
+di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
+morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu
+mi hai sedotta!... C'è il vincolo del
+rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
+ti caverò gli occhi; a te o a lei; così
+imparerai a conoscere le gentildonne!
+</p>
+
+<p>
+Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io
+sono una gentildonna! — E partì,
+finalmente.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
+</p>
+
+<p>
+.... Se non che Bicci non gioì neppure della
+liberazione da quel giogo. Soggiaceva perduto, affannato,
+disperato a un maggior peso, all'amore
+fatale e contrastato dal destino. E non un amico
+col quale confidarsi! Avrebbero riso gli amici:
+un innamorato muove sempre a riso come
+chi cada goffamente in terra. Lui dove mai era
+caduto?
+</p>
+
+<p>
+Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza
+del suicidio, si abbandonò e parlò al solo
+che lo compiangerebbe.
+</p>
+
+<p>
+— Sono innamorato, Luigi.
+</p>
+
+<p>
+Luigi si mise a ridere.
+</p>
+
+<p>
+— Eh, lo so da un pezzo!
+</p>
+
+<p>
+— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò
+Gaspare, abbattuto. — Credi di quella?
+</p>
+
+<p>
+— Di tutt'e due: di quella e di questa.
+</p>
+
+<p>
+— No no: solo di questa qui, della signorina — egli
+protestò —; ed è già impegnata!
+</p>
+
+<p>
+Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse
+ch'essere innamorato di una sola fosse un malanno
+assai più serio. Poi disse:
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non andiamo in campagna? A mutar
+aria....
+</p>
+
+<p>
+Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza,
+gli svaghi campestri, la caccia, il ristauro
+della villa potrebbero davvero guarirlo.
+Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir
+d'amore?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
+</p>
+
+<h3>
+IX.
+</h3>
+
+<p>
+Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che
+passava il tempo, la cotta permaneva. La passione
+del nipote diveniva una passione più grave, più
+affannosa forse che quella del povero zio! Perchè
+se Erminia fosse morta dopo avere amato lui,
+com'era accaduto allo zio, meno male! Erminia
+invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe
+sempre quell'altro! E Gaspare era innamorato
+in modo che quando, in certi momenti, credeva
+d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
+tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e
+con essa quella pena al cuore come di un male
+che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
+un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio
+patito; una intollerabile smania di rivedere
+in realtà l'amata donna; una rodente gelosia.
+Oramai egli non si diceva neppur più uno
+stupido, convinto sempre più che Erminia era
+per lui la donna unica; che lei, proprio lei aveva
+incontrato al passeggio nel giorno funesto;
+che altre bionde così belle o più belle ne potevano
+esistere, ma che egli non avrebbe potuto
+amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte
+del buonsenso. Essendo perciò impossibile la
+guarigione e assurda ogni speranza, Bicci aspettava
+<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
+il compimento del suo destino, qualunque
+si fosse. E compieva frattanto il ristauro della
+villa; il quale era proceduto a meraviglia.
+</p>
+
+<p>
+Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26
+luglio — egli se ne stava tra gli operai
+allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
+giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre
+triste — parve di veder l'annuncio della
+sua morte; ma, aperto il foglio e letto il
+nome — oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e
+non di dolore. Oh gioia! A precipizio, come
+pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
+</p>
+
+<p>
+Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»;
+eppure un'onda di gaudio gli travolgeva
+ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
+umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con
+lagrime ferme su gli zigomi — lagrime di felicità — gridò:
+</p>
+
+<p>
+— È morto!
+</p>
+
+<p>
+— Chi?
+</p>
+
+<p>
+— L'avvocato Enrico Griboldi!
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande
+commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio
+dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso.
+</p>
+
+<p>
+Riflettè che per una ragazza il perdere un
+«ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte,
+<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
+giova di <i>réclame</i>: e che egli, se non fosse
+se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra
+volta. «D'altra parte — riflettè — si
+consola più presto una vedova propriamente detta
+che una fanciulla vedovata prima del tempo
+ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare.
+</p>
+
+<p>
+— Quanti mesi?
+</p>
+
+<p>
+Gaspare non temeva d'offendere la bontà di
+Erminia augurandone più breve che fosse possibile
+il cordoglio.
+</p>
+
+<hr class="tbs" />
+
+<p>
+E verso la metà di settembre Gaspare fu a
+trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo,
+gli disse:
+</p>
+
+<p>
+— <i>Morte fura i migliori e lascia stare i rei.</i>
+</p>
+
+<p>
+Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente,
+in un'induzione dal caso singolare a un genere
+di sventura.
+</p>
+
+<p>
+— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile
+dev'essere morire nella pienezza della gioventù!
+con uno splendido avvenire! amato!...
+</p>
+
+<p>
+— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi
+è morto senza saperlo, d'una meningite
+acuta!
+</p>
+
+<p>
+— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E
+la signorina?
+</p>
+
+<p>
+L'altro scosse il capo.
+</p>
+
+<p>
+— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol
+più veder nessuno; non esce di casa: un martirio!
+Le è venuto a noia anche il clarinetto.
+<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
+anche la musica, che è il miglior conforto nelle
+disgrazie.
+</p>
+
+<p>
+«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non
+tornò ad abitare a Bologna che al termine dell'ottobre.
+</p>
+
+<p>
+Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi
+condolgo — oppure: — Signorina, le mie
+condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli
+salutò e tacque, senza sospirare; Erminia tacque,
+volgendo gli occhi a terra; la signora Squiti
+sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio
+si prolungava un po' troppo — Bicci ebbe
+una espressione felice: — Povero giovane!
+</p>
+
+<p>
+Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la
+signora intraprese l'elogio del morto. Annuiva
+Gaspare ad ogni lode, e gli costava così poco!;
+ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar
+la dolente; e pensava: «O il dolore è per le
+donne, o le donne sono per il dolore: diventano
+più belle!»
+</p>
+
+<p>
+Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre;
+di guisa che la Squiti, accompagnandolo sino
+alla porta, gli susurrò:
+</p>
+
+<p>
+— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di
+casa, e la sua compagnia ci sarà di sollievo. Se
+ne ricordi.
+</p>
+
+<p>
+— Non dubiti, signora.
+</p>
+
+<p>
+Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado
+però nelle seguenti visite quotidiane, non
+volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire
+la bussola. Poco giovava che la signora
+<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
+Squiti s'appigliasse a tutti gli argomenti, se
+tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
+</p>
+
+<p>
+Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non si prova a leggere, signorina?
+</p>
+
+<p>
+— Non posso; no; è impossibile!
+</p>
+
+<p>
+— E se leggessi io?
+</p>
+
+<p>
+— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà
+anche me. Bravo, signor Bicci!
+</p>
+
+<p>
+E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
+</p>
+
+<p>
+Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si
+avvicinarono le feste natalizie. «Quanto saranno
+tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
+conforterebbe sapere che io l'amo, anche se
+lei, per adesso, non abbia voglia di far all'amore?»
+</p>
+
+<p>
+Còlto quindi un momento che la signora Squiti
+non v'era, egli interruppe una lettura per guardare
+Erminia negli occhi. I quali si abbassarono;
+subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
+oramai? Un po' troppo, via!...
+</p>
+
+<p>
+— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo
+la bussola.
+</p>
+
+<p>
+— No — Erminia rispose in modo semplice
+e in tono tranquillo.
+</p>
+
+<p>
+Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
+</p>
+
+<p>
+E lei:
+</p>
+
+<p>
+— Io gli volevo molto bene.
+</p>
+
+<p>
+E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
+</p>
+
+<p>
+— A me sembra che <i>amare</i> significhi più e
+meno di <i>voler bene</i>. A Enrico io gli volevo bene,
+<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
+perchè egli mi amava; ma sono certa che divenuto
+mio marito mi avrebbe anche voluto bene.
+Capisce?
+</p>
+
+<p>
+Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto
+perplesso a chiedersi: «E io che cosa
+dovrei dirle? Che l'<i>amo</i>, o che le <i>voglio bene</i>?»
+Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo
+cervello. Evidentemente, pur volendo bene assai
+al Griboldi, Erminia non ne era molto innamorata.
+Perbacco!... Quasi spinto da una molla
+allora balzò in piedi:
+</p>
+
+<p>
+— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi
+è odioso!
+</p>
+
+<p>
+Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
+</p>
+
+<p>
+— L'amo! Io l'amava due giorni prima di
+sapere che lei era fidanzata; forse l'amavo
+avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla,
+un giorno che lei andava al giardino; e adesso
+che la vedo soffrire, l'amo e le voglio bene!
+</p>
+
+<p>
+La signorina, fredda, rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Me ne dispiace per due ragioni: la prima,
+perchè adesso il mio cuore è di pietra; la seconda,
+perchè, dopo quello che lei mi ha detto,
+io debbo pregarla di cessare le sue visite.
+</p>
+
+<p>
+— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente
+Gaspare. — Io non vivo senza vederla! Muoio
+anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda
+ogni giorno....
+</p>
+
+<p>
+Ella taceva.
+</p>
+
+<p>
+— Signorina....
+</p>
+
+<p>
+Gli occhi a terra; e zitta.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a
+mani giunte, attendendo.
+</p>
+
+<p>
+Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti
+s'arrestò, trattenuta da un improvviso sospetto;
+così Erminia dovè concedere due grazie in una
+volta.
+</p>
+
+<p>
+— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella
+disse — può riprendere il clarinetto.
+</p>
+
+<h3>
+X.
+</h3>
+
+<p>
+Quando alla signorina Erminia non mancava
+che un mese per compiere l'anno di lutto, Gaspare
+Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
+Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse
+nella risposta un'apparenza anche più solenne
+della solita.
+</p>
+
+<p>
+— Il padre della signorina affidata alle mie
+cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in
+moglie a chi non esercitasse una professione;
+fosse anche milionario. Lei....
+</p>
+
+<p>
+— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con
+l'impeto di un naufrago che si salva.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque eserciti!
+</p>
+
+<p>
+Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo
+di nuovo ricordando e avvertendo che erano
+brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
+</p>
+
+<p>
+Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al
+<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
+Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò
+io a due deputati miei amici e otterremo
+ciò che vorremo.
+</p>
+
+<p>
+Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e
+attese confidando. Un mese passò; ne passaron
+due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
+fuor che un po' nell'amore, non era stato
+mai, e che giudicava non perduto il tempo del
+fare all'amore.
+</p>
+
+<p>
+Provava, intanto, una gran voglia di lavorare;
+scopriva in sè una naturale disposizione
+a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar
+strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo
+soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto,
+venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti
+meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
+dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni
+non gli doveva riuscir difficile nemmeno
+l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+E non con altro sentimento che una trepidazione
+di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare
+Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale.
+Ma ahi! con una trepidazione diversa
+guardò all'ingegner capo. Misericordia!
+</p>
+
+<p>
+Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate
+le ciglia, immoto il viso ferino, senza
+guardare, chiese:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Lei è il signor Bizzi?
+</p>
+
+<p>
+— Nossignore: Bicci.
+</p>
+
+<p>
+— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro.
+Aggiunse: — Il decreto dice Bizzi. — Però,
+nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un
+errore nel decreto; giacchè fece una smorfia di
+meraviglia.
+</p>
+
+<p>
+— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
+</p>
+
+<p>
+Misericordia! L'ingegner capo era....
+</p>
+
+<p>
+Balbettò Gaspare:
+</p>
+
+<p>
+— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir
+vero, fosse divenuto irriconoscibile a riconoscere
+colui: Tredòzi!
+</p>
+
+<p>
+— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
+</p>
+
+<p>
+— Cercherò....
+</p>
+
+<p>
+— Benone! Venga di qua.
+</p>
+
+<p>
+Lo condusse nella camera attigua, in cui altri
+due giovani scrivevano o disegnavano; e prese
+alcune carte.
+</p>
+
+<p>
+— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo....
+Alle quattro vedremo che cosa avrà saputo
+farmi.
+</p>
+
+<p>
+— Non son cose difficili. — disse Bicci.
+</p>
+
+<p>
+— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi
+lo battè con la mano su la spalla:
+</p>
+
+<p>
+— Gran bravomo suo zio!
+</p>
+
+<p>
+Dopo un poco uno dei giovani colleghi si
+volse a Gaspare:
+</p>
+
+<p>
+— Fortunato lei!
+</p>
+
+<p>
+E il compagno:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
+</p>
+
+<p>
+— È il primo che quel cane non tratta da cane.
+</p>
+
+<p>
+Se non che anche di così innocente fortuna,
+dovuta in gran parte a una virtù o memoria
+famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
+quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
+</p>
+
+<p>
+Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —;
+disapprovò l'opera degli altri due;
+poi, appena costoro furono usciti, ordinò a Gaspare:
+</p>
+
+<p>
+— Lei oggi verrà a desinare da me.
+</p>
+
+<p>
+— Impossibile!
+</p>
+
+<p>
+A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi
+ogni impronta di umanità.
+</p>
+
+<p>
+— Tenga a mente che per me non c'è nulla
+d'impossibile, mai!
+</p>
+
+<p>
+— Ma...; ecco....
+</p>
+
+<p>
+— Che cosa.... ecco?
+</p>
+
+<p>
+— Io sono fidanzato....
+</p>
+
+<p>
+— Benone! No! malissimo!
+</p>
+
+<p>
+— .... e per stasera ho promesso....
+</p>
+
+<p>
+— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse;
+l'avvezzi per tempo, la sposa. Crede che
+sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse
+che le fa ora?
+</p>
+
+<p>
+Fu inutile resistere.
+</p>
+
+<p>
+Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e
+compianto troppo tardi, fingeva, lo traeva in
+un'insidia?
+</p>
+
+<p>
+— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè
+io sono alla buona: leale, sincero,
+schietto come suo zio e come sarà lei.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
+</p>
+
+<p>
+Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere.
+Nondimeno non era una disgrazia anche
+questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
+d'amore o d'odio, si compromettesse e lo
+compromettesse? E in tal caso che accadrebbe,
+buon Dio?
+</p>
+
+<p>
+Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta
+a conoscere di persona il nipote del signor
+Giorgio, che (già!) conosceva solo di vista....
+Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o
+che imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta
+disinvoltura e sicurezza di spirito, si convinse
+d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
+</p>
+
+<p>
+Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì
+a dire — e aveva uno sguardo torvo:
+</p>
+
+<p>
+— Sai che questo disgraziato prende moglie?
+</p>
+
+<p>
+Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il
+quale Gaspare rabbrividì.
+</p>
+
+<p>
+Invece ella, dopo, sorrideva.
+</p>
+
+<p>
+— Davvero? Me ne congratulo!
+</p>
+
+<p>
+— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io
+lo compiango! Una corbelleria! uno sproposito!
+un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
+non commetterebbe!
+</p>
+
+<p>
+Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò
+lui, quand'era moribondo....
+</p>
+
+<p>
+— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi
+si ha perduta la testa!
+</p>
+
+<p>
+Intanto Silvia esortava Gaspare:
+</p>
+
+<p>
+— Non gli badi. Scherza.
+</p>
+
+<p>
+— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse
+<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
+per annegare e io gli allungassi una mano,
+ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
+annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta
+pur sicura che darà retta a te!
+</p>
+
+<p>
+— Tredòzi!
+</p>
+
+<p>
+Imperterrito il marito proseguì:
+</p>
+
+<p>
+— Pensare che io cederei fino mia moglie!
+</p>
+
+<p>
+— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora
+Silvia rossa in viso, in atto d'alzarsi. Ma Tredòzi
+non si scompose.
+</p>
+
+<p>
+— Non offendo nessuno. Confronto il bene della
+libertà individuale al vincolo del matrimonio
+e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
+sventura possibile, gli auguro la fortuna che
+ho avuta io.
+</p>
+
+<p>
+— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
+</p>
+
+<p>
+Per fortuna la signora Silvia introdusse un
+altro discorso, e l'ingegnere, il quale perdeva
+l'argomento preferito, si quietò e riparlò solo
+tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
+</p>
+
+<p>
+L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!»
+riflettè Gaspare.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la
+signora.
+</p>
+
+<p>
+— Capirete.... Ho ventiquattr'anni....
+Oh! Ella non si turbava.
+</p>
+
+<p>
+— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante;
+e io non ne sono gelosa.
+</p>
+
+<p>
+Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe
+baciata. Ma non c'era da fidarsi ch'essa interpretasse
+giustamente la ragione di quel bacio.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ed è bionda, o bruna?
+</p>
+
+<p>
+— Bionda.
+</p>
+
+<p>
+— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni
+ha?
+</p>
+
+<p>
+— Diciannove.
+</p>
+
+<p>
+— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
+</p>
+
+<p>
+Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una
+bionda si stancherebbe, presto? E volle le narrasse
+la vera storia dell'innamoramento; a che
+egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti
+bugie, nella maniera di tutti gli autobiografi. Infine
+la signora chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito
+amarci, non possiamo volerci bene?
+</p>
+
+<p>
+La distinzione d'Erminia!
+</p>
+
+<p>
+— .... e non restiamo amici?
+</p>
+
+<p>
+— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto,
+salvo. S'imaginava d'esser salvo da ogni castigo.
+</p>
+
+<p>
+....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio
+e parlò pacatamente:
+</p>
+
+<p>
+— Se il far la corte a mia moglie bastasse,
+caro Bicci, per mandare a monte il suo matrimonio,
+la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
+ma non avendo questa speranza, l'avverto
+che sono le dieci, e andiamo a letto.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
+</p>
+
+<h3>
+XI.
+</h3>
+
+<p>
+Come certe cose procedono sempre a un modo
+per tutti, non è da far meraviglia che anche
+per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio
+di nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma
+per Erminia e Gaspare la luna di miele sarebbe
+durata Dio sa quanto, se Dio non avesse
+permesso a una cattiva donna d'intorbidarne il
+dolce chiarore; di provare quel che possa l'odio
+di una donna e a che perfidia la sospinga
+la vendetta.
+</p>
+
+<p>
+Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò
+all'ufficio, riebbe ore di umor buono; durante
+una delle quali disse a lui, il solo benvisto subalterno: — Silvia
+desidera fare la conoscenza
+della sua signora. Contentiamola. Tanto, da mia
+moglie sua moglie non imparerà nulla che già
+non abbia imparato.
+</p>
+
+<p>
+Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche
+cosa sapeva la quale Erminia non avrebbe dovuto
+saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
+a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza
+tra sua moglie e l'antica amante.
+</p>
+
+<p>
+Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina
+di dovere, e basta....
+</p>
+
+<p>
+Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in
+<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
+questo mentre aveva conchiusa amicizia con la
+Squiti; cosicchè la relazione temuta e sconvenevole
+diventò naturale, necessaria.
+</p>
+
+<p>
+Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle
+conversazioni in casa Tredòzi venivano, oltre che
+gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e sonava
+(solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto);
+nè rimanevan tempo e agio per confidenze
+tra Silvia e Erminia.
+</p>
+
+<p>
+Ma a poco a poco la perfida donna, abile a
+non farsi scorgere da alcuno fuorchè dalla sposina,
+cominciò a tormentar Gaspare con occhiate
+patetiche. E non bastava: gli susurrava,
+fugacemente, parole all'orecchio; parole
+di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
+</p>
+
+<p>
+«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è
+un angelo».
+</p>
+
+<p>
+Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli
+dovè pensare:
+</p>
+
+<p>
+«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto
+infelice, tra breve — non imaginava
+in che belva l'angelo si trasformerebbe,
+in che demonio scatenato!
+</p>
+
+<p>
+Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia
+gli disse:
+</p>
+
+<p>
+— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi
+a casa.
+</p>
+
+<p>
+Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
+</p>
+
+<p>
+— Allora accompagnerò io voi.
+</p>
+
+<p>
+— Non importa....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ella sorrise.
+</p>
+
+<p>
+— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è
+una stupida, lei!
+</p>
+
+<p>
+Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro
+infernale.
+</p>
+
+<p>
+— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente!
+Quella sfacciata t'accompagna anche a
+casa, dopo i convegni!
+</p>
+
+<p>
+— Non è vero!
+</p>
+
+<p>
+— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi
+era quella che veniva a trovarti quando io era
+fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
+tardi! Assassino!...
+</p>
+
+<p>
+— Erminia, t'inganni....
+</p>
+
+<p>
+— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A
+questo modo! Io! da te!
+</p>
+
+<p>
+La bile si disciolse in pianto; ed ella prese
+a invocare il morto, in guisa che straziava l'anima:
+</p>
+
+<p>
+— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi
+saresti rimasto fedele eternamente!... Non mi
+avresti tradita, tu, con la moglie del tuo capoufficio!
+Oh il mio Enrico!... È un'infamia!
+un'infamia!
+</p>
+
+<p>
+Proteste, giuramenti non valsero; la confessione
+sincera e piena non fu creduta; la felicità
+di due che s'adoravano, distrutta per sempre;
+il letto coniugale diviso per sempre....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+No: il letto restò diviso solo due notti; chè
+Erminia volle togliere al marito ogni ragione di
+tradirla.
+</p>
+
+<p>
+Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono
+Gaspare un mattino ch'egli li consultò, sentendosi
+alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
+quei libri, un rimedio.
+</p>
+
+<p>
+«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia
+moglie non abbia più ragione d'amarmi tanto».
+</p>
+
+<p>
+Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio
+<i>chi sta bene non si muova</i>; e chiedere un trasferimento
+da Bologna valeva come sfidare la pazienza
+dei superiori. Ah quanto fu brutto quel
+mese d'incertezza affannosa nell'attesa del trasloco!...
+Lo manderebbero in Sicilia? in Sardegna?
+in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
+</p>
+
+<p>
+.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche
+questo bel colpo di fortuna non fu sufficiente
+alla pace di tutti, alla contentezza assoluta
+di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne
+cupo; scosse il capo mestamente.
+</p>
+
+<p>
+— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due
+torri io non le lascio! Eppoi, se con la signora,
+andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
+a Milano! Insomma, io non ci vengo.
+</p>
+
+<p>
+— Luigi, ti prego....
+</p>
+
+<p>
+Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi,
+<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
+Luigi scoteva il capo, e ripeteva nel suo
+linguaggio:
+</p>
+
+<p>
+— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che
+«zuccata» abbiamo avuta!
+</p>
+
+<h3>
+XII.
+</h3>
+
+<p>
+A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla
+signora Bicci non piaceva. Una città, a parer
+suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
+e in tutto sprovveduta del senso d'arte:
+bastava a convincerne l'architettura plebea e goffa,
+d'un fasto da <i>parvenus</i>. La Galleria? Un
+ridotto per i cantanti a spasso e le <i>cocottes</i>. Il
+Duomo?... Oh il Duomo d'Orvieto!
+</p>
+
+<p>
+Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica
+solitudine d'Orvieto al pandemonio di Milano!
+Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare
+un poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario,
+si sentiva non più che un borghese pacifico
+nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere
+al Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare,
+che si chiamava Bicci, e a cui Milano
+sembrava la più bella città del mondo.
+</p>
+
+<p>
+Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la
+dimora a Milano fu causa e pretesto ai dissidi,
+dei quali per l'addietro la gelosia era parsa la
+sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si
+acuirono. Che giovava a Gaspare l'arrendersi?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
+</p>
+
+<p>
+Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo.
+Se egli dava torto alla moglie, erano raffacci,
+lagrime, svenimenti, convulsioni: un inferno;
+e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva
+perchè non voleva la considerasse malata
+o matta.
+</p>
+
+<p>
+Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta
+e non temuta! Addio sereni giorni del
+celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
+miele!
+</p>
+
+<p>
+E come per l'addietro si era compiaciuto di
+non aver figlioli, risparmiandosi tutte le pene
+dell'allevamento e dell'educazione, così adesso il
+povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei
+figli la sua disgrazia coniugale. E almeno avesse
+avuta la suocera, che per lui sarebbe stata,
+adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
+</p>
+
+<p>
+Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
+</p>
+
+<p>
+— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E
+al marito —: La distragga.
+</p>
+
+<p>
+Ahi! come distrarre una creatura che preferiva
+Orvieto a Milano? che non voleva uscire di
+casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
+nessuno? che non parlava quasi più? E
+venne il dì che a Gaspare parvero invidiabili
+i giorni in cui almeno si litigava.
+</p>
+
+<p>
+Durante quel silenzio ostinato e irragionevole
+della sua signora i più neri pensieri, i più foschi
+sospetti trovavano luogo pur nella testa di Bicci;
+tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a
+<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
+casa, abbreviò la consueta passeggiata e la sosta
+al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora, il ritorno
+a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò:
+al buio, nell'ingresso; poi, in punta di piedi,
+venne alla cucina. Buio anche là. Avanzò
+allora fino all'uscio della camera da pranzo,
+ascoltando...; e udì, lieve come un sospiro:
+</p>
+
+<p>
+— Enrico!
+</p>
+
+<p>
+Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare!
+Infami!
+</p>
+
+<p>
+Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che
+non s'è adirato mai in vita sua, Gaspare spalancò
+l'uscio.... E la signora e la serva, senza
+far motto, lasciarono andare il tavolino su cui
+avevano tenute a contatto le mani.
+</p>
+
+<p>
+— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina....
+A te! A te! — e con voce strozzata,
+dopo avere indicata la porta, il padrone trasse,
+gettò, venti, trenta lire alla serva che lo contemplava
+stupita.
+</p>
+
+<p>
+— Vattene! Vattene!
+</p>
+
+<p>
+— Ma cosa ho fatto?
+</p>
+
+<p>
+— Tener mano!... Via! fuori!
+</p>
+
+<p>
+— Ma che male c'è? — cominciarono a dire
+insieme le due donne.
+</p>
+
+<p>
+— Via! Via!
+</p>
+
+<p>
+Sempre più minaccioso, con la destra in alto,
+lui, Bicci, Gaspare!, spinse con la sinistra la
+serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia sorrideva
+sarcastica.
+</p>
+
+<p>
+— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai
+<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
+insegnato tu? non mi dicevi tu che faceva così
+tuo zio?
+</p>
+
+<p>
+A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che
+la sciagurata aveva fatto e faceva d'una confidenza
+ricevuta al tempo della luna di miele,
+Gaspare non trovò più parola: perdè forza o
+fiato: cadde a sedere su di una seggiola e si
+strinse il capo tra le mani. Muoveva a pietà;
+quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo
+il capo, tranquillamente, ella si mise a
+leggere il giornale.
+</p>
+
+<p>
+«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre
+Gaspare diceva tra sè, già stupito lui stesso
+d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
+un poco.... Può darsi che sia da considerare,
+questo fatto che mi ha esasperato, come
+uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
+Ma no: è una cosa tremenda; che faceva
+terrore a un filosofo quale mio zio.... Un'esperienza?
+È in questo caso un delitto! un delitto
+enorme; tant'è vero che non è nemmeno
+contemplato nel codice! Sì, un tradimento mostruoso...:
+intendersi con l'amante morto quando
+il marito è vivo! Orribile!... Eppure, Erminia
+ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
+niente di male.... La scienza positiva ne
+ride.... Ma insomma!, io ho o non ho il diritto
+di riposare almeno la notte? di dormire i miei
+sonni tranquilli?...»
+</p>
+
+<p>
+Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula
+e bassa:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Erminia, a te sembra una cosa da nulla
+quella che a me sembra una colpa grandissima.
+Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
+bisognerà venire alla separazione.
+</p>
+
+<p>
+Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida.
+Gaspare proseguì:
+</p>
+
+<p>
+— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier
+Squiti....
+</p>
+
+<p>
+Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì,
+si fece seria; e quindi scoppiò in pianto dirotto,
+e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
+</p>
+
+<p>
+— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro
+che non lo farò più.... Mai più!
+</p>
+
+<p>
+Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva,
+anche da lontano, del cavalier Squiti, o la paura
+di essere ancora condannata al clarinetto, il fatto
+fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione
+di veder pentita la colpevole come Gaspare
+vide Erminia, quella sera.
+</p>
+
+<h3>
+XIII.
+</h3>
+
+<p>
+Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio
+che tutto il male non viene per nuocere, se Erminia
+avesse seguitato a lungo nel buon mutamento.
+Riprese a uscire di giorno e di sera;
+riprese a discorrere e, grazie a Dio, senza litigare.
+Ma tanta felicità poteva durare un pezzo?
+</p>
+
+<p>
+E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo
+<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
+dell'isterica donna, con la intollerabile intolleranza
+d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
+mondo avrebbe saputo da che lato prenderla.
+Non poteva soffrire neanche le persone che
+avessero avuta qualche somiglianza di gusti
+con lei.
+</p>
+
+<p>
+Infatti una volta all'<i>Eden</i>, ove egli si divagava
+ma si annoiava Erminia, Gaspare scorse, non
+più rivisto da anni, il più caro compagno e più
+allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi,
+un pittore già in fama a Parigi; e benchè
+ricordasse il consiglio dello zio «Sta lontano
+agli artisti» (il povero zio l'aveva anche
+esortato ad ammogliarsi!), egli lo chiamò:
+</p>
+
+<p>
+— Ehi, Monarchi!
+</p>
+
+<p>
+— Oh! Chi vedo!... Bicci!
+</p>
+
+<p>
+— Tu, qua?
+</p>
+
+<p>
+— Tu, qui?
+</p>
+
+<p>
+A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne
+dietro la presentazione della signora.
+</p>
+
+<p>
+Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo
+elegante, con la caramella all'occhio destro e
+copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
+delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte,
+di Parigi, fino d'Orvieto. «Erminia ne resterà
+contenta» pensava Gaspare. Invece, chi lo crederebbe?,
+quando se ne fu andato Erminia
+disse:
+</p>
+
+<p>
+— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se
+verrà a trovarmi prima di partire, farò dirgli
+che non sono in casa.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
+</p>
+
+<p>
+Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più
+lo rividero, tranne, da lungi, due o tre sere a
+teatro.... A teatro?
+</p>
+
+<p>
+Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova
+smania, una nuova pazzia! Convinta che per
+essere notati a Milano bisognava spendere, si
+mise a spendere e a spandere rovinosamente
+in gioielli e abiti; e dal suo palco pretendeva
+insegnar «il buon gusto nella moda» alle
+milanesi! «Non basta seguire la moda!» diceva.
+</p>
+
+<p>
+Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza
+ricchi da impartire cotesto insegnamento,
+ella gli si scagliò contro:
+</p>
+
+<p>
+— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi?
+Dov'è la mia dote? Quando, con chi
+l'hai consumata? — E così via, fino a giungere
+allo svenimento e alle convulsioni.
+</p>
+
+<p>
+C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni
+di «Enrico! Enrico!» e le pratiche
+spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
+dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche
+santo — pensava — mi aiuterà».
+</p>
+
+<p>
+E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca;
+desiderosa di quiete e di solitudine. Un
+santo era intervenuto.
+</p>
+
+<p>
+Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche
+a meditare il suicidio; e lo diceva. Che giorni
+per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
+a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio,
+all'ufficio, lui, il povero marito, dubitava
+<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
+di trovarla, al ritorno, impazzita del tutto,
+oppure asfissiata.
+</p>
+
+<p>
+Un Calvario! E non era più possibile tirare
+avanti un pezzo così. E solo un colpo di fortuna
+poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Verso le cinque pomeridiane egli saliva le
+scale di casa sua, superando ogni gradino con lo
+sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
+era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò
+alla disperazione della cuoca.
+</p>
+
+<p>
+— La signora.... non c'è più!
+</p>
+
+<p>
+Morta?
+</p>
+
+<p>
+— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
+</p>
+
+<p>
+— Dove sarà andata? — chiese, per risposta,
+la donna.
+</p>
+
+<p>
+Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso:
+«Ad annegarsi. È finita! Ma che guaio!»
+</p>
+
+<p>
+— Di', parla! A che ora?...
+</p>
+
+<p>
+— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
+</p>
+
+<p>
+Ad annegarsi con la valigetta?
+</p>
+
+<p>
+— E non ti ha detto nulla?
+</p>
+
+<p>
+— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su
+lo scrittoio.
+</p>
+
+<p>
+— Ah! Meno male!
+</p>
+
+<p>
+Si precipitò nello studio. Lesse:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
+</p>
+
+<p class="indl">
+«<i>Gaspare</i>,
+</p>
+
+<p>
+«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco
+lealmente, e ti giuro che mi annegherei se non
+fossi persuasa di saper rendere felice Gino Monarchi.
+Vado con lui a Parigi. Tu vieni in
+Francia: vi faremo divorzio; così sarai libero
+di trovarti una donna degna di te. Addio.
+</p>
+
+<p class="indr">
+«<i>Erminia.</i>»
+</p>
+
+<p>
+— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero
+al traditore.
+</p>
+
+<p>
+Per altro, gli sembrava che una mano benefica
+gli levasse, o dalle spalle, o dal petto,
+o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
+d'addosso — un enorme peso; e tant'era il
+sollievo, che gliene conseguì una mitigazione all'ira,
+un senso di dolcezza; e tant'era buono,
+Bicci, che a poco a poco il sollievo e la dolcezza
+gli si convertirono in un senso di pietà.
+</p>
+
+<p>
+«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà
+presto di qual natura è quella donna!»
+«Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
+d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a
+me!»
+</p>
+
+<p>
+E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato
+interamente a se medesimo, da morte
+<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
+a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
+arriverebbe prima lui della lettera —:
+</p>
+
+<p class="indl">
+«<i>Caro Luigi</i>,
+</p>
+
+<p>
+«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono
+salvo, libero, felice; l'uomo più fortunato del
+mondo! E corro a Bologna da te.
+</p>
+
+<p class="indr">
+«<i>Il tuo Gaspare.</i>»
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="scampanata"></a>
+Una “scampanata„.
+</h2>
+
+<p class="indr small">
+In Romagna.
+</p>
+
+<p>
+Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi,
+frotte loquaci di donne, uomini e fanciulli e
+coppie amorose, sorridenti o serie nel loro bisbiglio;
+i dami col garofano all'occhiello.
+</p>
+
+<p>
+Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo,
+ove serenamente moriva il lume crepuscolare
+e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla terra
+ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco
+e oscurarsi e, lontano, sparire. Come due ragazzi
+s'arrestarono per tirar sassate in un ricovero
+di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno
+di loro ammonì a voce aspra:
+</p>
+
+<p>
+— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono;
+lanciarono i sassi nel fiume; e nel
+ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
+proteste, confidenze, querele, saluti.
+</p>
+
+<p>
+A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio,
+<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
+che venivano fra gli ultimi, l'uno dal
+lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
+</p>
+
+<p>
+— Buona sera, Fulgenzio.
+</p>
+
+<p>
+— Buona sera, Faziòla.
+</p>
+
+<p>
+— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo
+anche domani.
+</p>
+
+<p>
+— Ce n'è bisogno.
+</p>
+
+<p>
+— Dove siete a lavorare, adesso?
+</p>
+
+<p>
+— Vanghiamo le vigne.
+</p>
+
+<p>
+— Sarete in molti.
+</p>
+
+<p>
+— Quindici o sedici.
+</p>
+
+<p>
+— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
+</p>
+
+<p>
+— Giulio.
+</p>
+
+<p>
+— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di
+farvi torto.
+</p>
+
+<p>
+— Chi comanda ha sempre ragione.
+</p>
+
+<p>
+Dopo una pausa lei chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Ma è vero quel che dicono?
+</p>
+
+<p>
+— Dicono.
+</p>
+
+<p>
+La loro malignità non andava più oltre dell'accennare
+alla ciarla che Giulio dovesse ai
+meriti della moglie la nomina a capo degli operai
+braccianti.
+</p>
+
+<p>
+— Per fortuna non avete famiglia da mantenere,
+voi.
+</p>
+
+<p>
+— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la
+salute. Ma.... — E l'infelice guardò la Faziòla
+sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua
+per cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma
+se mi viene una febbre, io non ho un
+cane che mi porti una goccia d'acqua.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
+</p>
+
+<p>
+Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla
+sospirò per sè.
+</p>
+
+<p>
+— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani,
+per modo di dire, che vi porterebbero via il
+boccone di bocca, se potessero.
+</p>
+
+<p>
+— Non vi trattan bene in casa?
+</p>
+
+<p>
+Essa volle attenuare.
+</p>
+
+<p>
+— Capirete anche voi: le annate vanno scarse
+e uno di più in famiglia, aggreva.
+</p>
+
+<p>
+— Ma voi lavorate.
+</p>
+
+<p>
+— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a
+me. C'è da rappezzare la roba? Tocca a me; la
+sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
+all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora.
+In ozio non ci sto; quest'è vero.
+</p>
+
+<p>
+Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera
+Faziòla!
+</p>
+
+<p>
+Quindi Fulgenzio riprese:
+</p>
+
+<p>
+— Avete fatto male a non maritarvi un'altra
+volta, quando eravate a tempo.
+</p>
+
+<p>
+— Le vedove che non han quattrini si lascian
+dove sono; lo sapete pure. Piuttosto voi, Fulgenzio,
+perchè non avete preso moglie?
+</p>
+
+<p>
+Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto
+un vantaggio in lui il non aver famiglia
+da mantenere; e lui tornò a sorridere.
+</p>
+
+<p>
+— Chi volete che mi prendesse?
+</p>
+
+<p>
+Infatti da giovane era anche più brutto e più
+magro, sembrava più zoppo; sembrava tirasse
+l'anima coi denti.
+</p>
+
+<p>
+— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le
+<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
+ragazze han delle pretese; ma una
+donna quieta....
+</p>
+
+<p>
+— Trovarla una donna quieta!
+</p>
+
+<p>
+Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e
+a occhi bassi, nel silenzio: «Oh non c'ero io?»
+Almeno così egli credette, perchè sorrise ed
+esclamò commosso:
+</p>
+
+<p>
+— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto
+sposarvi voi, Faziòla! Voi eravate proprio
+la donna per me.
+</p>
+
+<p>
+— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
+</p>
+
+<p>
+Mormorò l'uno:
+</p>
+
+<p>
+— Adesso è fatta.
+</p>
+
+<p>
+— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
+</p>
+
+<p>
+Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
+</p>
+
+<p>
+Ma quando la Faziòla stava per augurar la
+buona notte, lasciar la strada e passare la siepe,
+Fulgenzio, fermo, si guardò attorno, raccolse il
+fiato e con voce tremula disse:
+</p>
+
+<p>
+— Sentite: la gente può dir quel che vuole;
+ma io, di una donna ne ho proprio bisogno.
+</p>
+
+<p>
+— Lo dico anch'io.
+</p>
+
+<p>
+— Se voi mi voleste....
+</p>
+
+<p>
+Alla proposta lei si mise a ridere forte.
+</p>
+
+<p>
+— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono
+vecchia....
+</p>
+
+<p>
+— Mi volete?
+</p>
+
+<p>
+Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria;
+tanto egli temeva un no e tal voglia aveva lei
+di rispondere sì.
+</p>
+
+<p>
+Ma vinse la ragione.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
+</p>
+
+<p>
+— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
+</p>
+
+<p>
+— Va bene. Buona notte, Faziòla.
+</p>
+
+<p>
+— Buona notte, Fulgenzio.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Avevano una settimana per pensarci; ed era
+troppo; e la settimana fu lunga. Finchè aveva
+sperato di migliorare un po' la sua condizione
+risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva
+sperato anche di trovar donna non molto innanzi
+con gli anni la quale lo compensasse della
+giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli
+ogni speranza e presunzione, doveva ringraziar
+Dio se la Faziòla lo voleva! Era una brava
+donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe
+tanto da non tornargli di peso; una
+buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
+per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza.
+Davvero?... Non seduceva la Faziòla il solo interesse?
+Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
+parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva;
+ma, insomma, la donna era buona o
+no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero
+maligno!
+</p>
+
+<p>
+Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa
+in cui i parenti la trattavano da serva e le invidiavano
+il pane che mangiava; e faticar meno,
+e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna
+<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
+che a rifiutarla le sarebbe parso d'offendere la
+Provvidenza. Pure un ritegno le restava. Perchè?
+si sentiva il coraggio di sfidare la gente,
+o no....
+</p>
+
+<p>
+Finalmente venne la domenica a chiuder la
+settimana dell'attesa e dell'incertezza.
+</p>
+
+<p>
+— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno
+dai vesperi, Fulgenzio. E sorrideva in quel suo
+modo faticoso.
+</p>
+
+<p>
+— Ho paura del mondo.
+</p>
+
+<p>
+— Io no; non ci bado io!
+</p>
+
+<p>
+— Ci faranno la «scampanata».
+</p>
+
+<p>
+— E che la facciano!
+</p>
+
+<p>
+Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei
+accondiscese. Pur mentre incoraggiava, quella
+giusta apprensione degli scherni che turberebbero
+forse per anni la loro pace; quel timore
+dell'avversione o della condanna pubblica, toglieva
+ardimento a lui stesso e l'induceva, il
+dì dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di
+spender qualche cosa, non si potevano evitare le
+pubblicazioni matrimoniali? —
+</p>
+
+<p>
+— Impossibile!
+</p>
+
+<p>
+L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non
+badassero a rispetti umani! —
+</p>
+
+<p>
+— Un po' di meraviglia in principio, eppoi
+smetteranno.
+</p>
+
+<p>
+— È quel che dico anch'io.
+</p>
+
+<p>
+Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità
+mal repressa per tutta la chiesa quando l'arciprete
+disse dall'altare:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Si pubblica per la prima volta la domanda
+di matrimonio di Fulgenzio Landi con la Violante
+Stradelli vedova Faziòli.
+</p>
+
+<p>
+E, dopo, la fidanzata non osava più uscir
+dalla porta di casa, avvelenata in casa dalle
+canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
+fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che
+modo resisteva lui alla tempesta. E Fulgenzio
+sorrideva e taceva.
+</p>
+
+<p>
+«Presto o tardi smetteranno!»
+</p>
+
+<p>
+Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano
+per il dì delle nozze!
+</p>
+
+<p>
+Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio;
+e allorchè, nel gran giorno, la gente accorse
+alla prima messa per assistere allo sposalizio,
+apprese che da due ore gli sposi eran
+già fatti e che già erano a casa loro.
+</p>
+
+<p>
+— Stamattina ce la siam cavata — sospirava
+la Faziòla. — Il peggio sarà stasera.
+</p>
+
+<p>
+Ripeteva Fulgenzio:
+</p>
+
+<p>
+— Non ci pensate.
+</p>
+
+<p>
+Intanto si vedeva che lui ci pensava.
+</p>
+
+<p>
+Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh
+senza alcuna smania di sposi novizi!: irritati,
+al contrario, che a loro due, così quieti e consapevoli
+degli anni e dei malanni che portavano
+addosso, il mondo attribuisse simili sciocchezze.
+</p>
+
+<p>
+Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto,
+primo talamo della Faziòla, da riconnettere; e
+i pagliericci da riempir di foglie, e i cuscini da
+<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
+rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare
+e spartire la biancheria e i panni che meritavano
+rattoppi; e nettar la cucina in modo che
+non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
+l'arciprete e il fattore.
+</p>
+
+<p>
+— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio
+strofinando, dentro, il paiolo.
+</p>
+
+<p>
+Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con
+le tagliatelle in brodo e il lesso.
+</p>
+
+<p>
+— Sono dieci anni che non ho sentito un poco
+di manzo; da quando si maritò mia sorella — confessò
+Fulgenzio.
+</p>
+
+<p>
+Similmente la Faziòla gustava il vino.
+</p>
+
+<p>
+— Buono! Buono! Non me ne davano mai,
+in casa, a me!
+</p>
+
+<p>
+E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea
+mirabile, che schiarì del tutto il malumore
+in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
+</p>
+
+<p>
+— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se
+dessimo da bere?...
+</p>
+
+<p>
+Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
+</p>
+
+<p>
+— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E
+rideva.
+</p>
+
+<p>
+— Il vino dove lo mettiamo?
+</p>
+
+<p>
+— In un bigoncio.
+</p>
+
+<p>
+E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola;
+e andò alla fattoria a riempirlo di quello
+buono.
+</p>
+
+<p>
+Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita
+d'averlo indotto alla grave spesa.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti
+mancavano di questo; mancavan di quest'altro....
+</p>
+
+<p>
+Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla;
+di rivelarle il segreto contenuto nell'animo
+a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
+il libercolo.
+</p>
+
+<p>
+— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati
+come vi credete.
+</p>
+
+<p>
+— Cos'è?
+</p>
+
+<p>
+— Il libretto della cassa di risparmio.
+</p>
+
+<p>
+Essa aveva spalancati gli occhi; guardava;
+ma non sapeva leggere.
+</p>
+
+<p>
+— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento
+franchi, senza i frutti.
+</p>
+
+<p>
+— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di
+altri?
+</p>
+
+<p>
+— Eh! alla cassa....
+</p>
+
+<p>
+— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete
+vedere dove li tengo, io?
+</p>
+
+<p>
+Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato
+che ebbe in fondo alla cassapanca, elevò
+la calza trionfale, sonante e gravida del gruzzolo;
+e disse, sgroppandola e riversandola sul
+letto:
+</p>
+
+<p>
+— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne
+abbia.
+</p>
+
+<p>
+Il marito aveva le lagrime agli occhi men per
+la gioia che per il rimorso di quel suo dubbio,
+che la donna l'avesse sposato per interesse. In
+<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
+un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva
+più lei!
+</p>
+
+<p>
+Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso
+velavan gli occhi della moglie.
+</p>
+
+<p>
+— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero
+dopo la morte di Faziòli, e quelli che misi
+insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
+</p>
+
+<p>
+Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non
+avrebbe pensato a rimaritarsi, a cinquant'anni!
+</p>
+
+<p>
+— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito,
+Fulgenzio.
+</p>
+
+<p>
+Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla
+dolorosa memoria, lei ripetè:
+</p>
+
+<p>
+— Contiamoli.
+</p>
+
+<p>
+Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva
+mentre distinguevano le monete e le
+ammucchiavano sorte per sorte, ed enumeravano
+i biglietti di banca; mentre il vino, a cui
+non erano avvezzi, ferveva loro nel sangue.
+Così, a poco a poco, i diversi sentimenti si confusero
+in una gioia comune.
+</p>
+
+<p>
+E il marito non potendo terminare il conto,
+distese le magre braccia a un timido abbraccio.
+</p>
+
+<p>
+— Povera la mia donna!
+</p>
+
+<p>
+Lei sorrise.
+</p>
+
+<p>
+Fu un momento. In quel momento avrebbero
+dato fors'anche il libretto della cassa e tutte
+quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
+ma la sposa subito tornò in sè:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Sono vecchia, Fulgenzio!
+</p>
+
+<p>
+Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza
+della sua propria insania; e ripresero il
+conto.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era
+una gara a chi strepitasse più forte: un fracasso
+di secchi battuti a furia; di cassette di latta bastonate
+senza tregua; di coperchi picchiati l'un
+contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli
+che s'appendono al collo de'
+buoi per la fiera — scossi da instancabili mani;
+e corna di bue roboanti, e voci umane fatte
+bestiali: grugniti, gallicini, ragli, fischi. Un
+ex soldato, trombettiere, si sfiatava nel suo strumento;
+un cacciatore, con meno fatica, sparava
+a quando a quando colpi di schioppo all'aria, e
+due cani abbaiando e latrando s'introdussero
+nella compagnia.
+</p>
+
+<p>
+La dimostrazione veniva solenne, memorabile.
+All'infernale sollazzo dava motivo e impeto l'oscura
+coscienza rusticana, avversa a che la vecchiaia
+presuma cosa da giovani, e offesa da una
+vedovanza interrotta. Nessuno di coloro pensava
+certo che invece di schernire un connubio ridevole
+e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere
+anime e di due timorosi egoisti condotti
+dalla fortuna a reciproco soccorso.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
+</p>
+
+<p>
+— Sono qui! — disse la donna. — Vado a
+smorzare il lume.
+</p>
+
+<p>
+A posta, per far credere che erano a letto e
+per accrescersi il piacere dell'improvvisata, l'avevano
+acceso nella camera nuziale.
+</p>
+
+<p>
+Quindi, al mancar di quella luce, le oscene
+grida e le risa superarono tutti i suoni.
+</p>
+
+<p>
+— Adesso accendiamo il lanternino.
+</p>
+
+<p>
+Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
+</p>
+
+<p>
+— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva
+Fulgenzio.
+</p>
+
+<p>
+— Sentite la voce di Mauro?
+</p>
+
+<p>
+— E quel della tromba chi sarà?
+</p>
+
+<p>
+— È Martino dell'Argine.
+</p>
+
+<p>
+— Che matti!
+</p>
+
+<p>
+— Vogliamo ridere!
+</p>
+
+<p>
+Ma in quel punto il cacciatore sparò due
+colpi.
+</p>
+
+<p>
+— Anche delle schioppettate!
+</p>
+
+<p>
+E la moglie:
+</p>
+
+<p>
+— Non ci faran del male, eh? Quando si è
+matti!...
+</p>
+
+<p>
+— Lasciatemi andare innanzi.
+</p>
+
+<p>
+Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio;
+dietro, andò la donna col bicchiere e il
+lanternino.
+</p>
+
+<p>
+A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un
+istante, chi sonò o soffiò con più lena; e in
+massa tutti s'appressarono alla porta.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...;
+buum buum buum...; taratatà taratatà, taratatà...;
+cococodè!...;</i> e, prevalenti, strazianti, i <i>cian
+cian</i> dei metalli e il <i>dan dan</i> dei campanacci.
+</p>
+
+<p>
+— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!...
+Ohe!... gente! Chi vuol bere?
+</p>
+
+<p>
+— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E
+di cuore, ragazzi!
+</p>
+
+<p>
+Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe
+di fronte. Quegli lasciò cadere la secchia disarmonica
+per bere d'un fiato, e gridar dopo:
+</p>
+
+<p>
+— Viva gli sposi!
+</p>
+
+<p>
+— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua
+volta il bicchiere per un altro.
+</p>
+
+<p>
+Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa
+c'è? — Cosa fanno?... Dan da bere! — Un bigoncio! — Ohe!
+ci siamo anche noi! — Vino!
+</p>
+
+<p>
+Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un
+senso quasi di gratitudine avevan còlti gli animi;
+di súbito, secondo avviene nella gente rude,
+i cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo,
+opposto.
+</p>
+
+<p>
+Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla
+e Fulgenzio avevano gettato dalla finestra,
+per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
+o non avevan taciuto, essi, in una vile
+rassegnazione; ma passavan da bere, e vino
+buono! Succedevano alle grida folli e ai motti
+sconci, voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza;
+e tutti in una volta.
+</p>
+
+<p>
+— La fanno da signori, gli sposi!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Viva gli sposi!
+</p>
+
+<p>
+— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio
+tenervelo io al battesimo!
+</p>
+
+<p>
+— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
+</p>
+
+<p>
+— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà
+caporale anche lui!
+</p>
+
+<p>
+— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
+</p>
+
+<p>
+— Fulgenzio è geloso!
+</p>
+
+<p>
+— Fulgenzio è pacifico!
+</p>
+
+<p>
+— Viva gli sposi!
+</p>
+
+<p>
+— Viva l'allegria!
+</p>
+
+<p>
+Il trombettiere impose silenzio.
+</p>
+
+<p>
+— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni
+ai ragazzi più ostinati nel frastuono. — Adesso
+gli sposi ballano la monferina! — La
+proposta fu accolta da applausi; la monferina
+fu intonata dalla tromba, cantata e zufolata;
+mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio,
+il quale si schermiva con ambedue le braccia.
+</p>
+
+<p>
+— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva
+dimenandosi fra le mani e le braccia
+che l'urtavano, lo spingevano.
+</p>
+
+<p>
+— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
+</p>
+
+<p>
+— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
+</p>
+
+<p>
+Ma la Faziòla diede al marito la prima prova
+di abnegazione; una gran prova, anzi, di virtù.
+Comprendendo che per acquetarli era necessario
+che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò
+al ballo con l'agilità e la disinvoltura de' suoi
+vent'anni e del ballerino che combinò a saltarle
+di contro.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
+</p>
+
+<p>
+Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato
+tranquillo; e, per emulazione più che per
+burla, i giovani gettarono i recipienti sonori, i
+campanacci e i corni; e in mancanza di donne,
+si misero a ballare tra loro, intanto che Fulgenzio
+attingeva e offriva il vino attorno con
+viso lieto.
+</p>
+
+<p>
+— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri....
+Finchè ce n'è!... Di cuore!
+</p>
+
+<p>
+Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere
+perduto il fiato, tutti ripresero gli strumenti
+del baccano.
+</p>
+
+<p>
+Adesso però ciascuno dava dentro nel suo
+con l'anima d'un inno glorioso.
+</p>
+
+<p>
+.... — Felice notte!
+</p>
+
+<p>
+— Viva gli sposi!
+</p>
+
+<p>
+— Viva l'amore!
+</p>
+
+<p>
+— Viva l'allegria!
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici
+per il sollievo del peso che aveva preoccupato
+a lungo il loro animo; per il piacere
+d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia,
+con l'astuzia; per la gioia d'essersi sottratti, anche
+in avvenire, a beffe o biasimi, meritando
+invece indulgenza e benevolo ricordo.
+</p>
+
+<p>
+E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo,
+di reciproca gratitudine, e la certezza di giorni
+<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
+meno tristi, forse ebbero allora la persuasione!
+che avevano saputa togliere agli altri l'illusione,
+che a torto prima presupposta in essi, aveva
+indotta la terribile turba a tanto sbattere, gridare
+e scampanare.
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="polso"></a>
+Il polso.
+</h2>
+
+<p class="indl small">
+Nel settecento:
+</p>
+
+<p class="indr small">
+per i mariti d'oggidì.
+</p>
+
+<p>
+Difficile dire se il conte La Fratta amasse più
+sè stesso o la marchesa Arnisio; ma poichè
+per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la
+lode di cavaliere perfetto e per secondare gli
+stimoli del cuore insisteva da un anno a servire
+con cura paziente e con indulgente costanza
+una dama così mutabile di pensiero e di animo,
+egli certo amava troppo sè stesso e oltre il
+necessario a un cavalier servente egli amava
+l'Arnisio.
+</p>
+
+<p>
+A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia
+su di lui l'attraenza dell'ignoto e del nuovo;
+la virtù quasi d'un fascino arcano; quantunque,
+a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
+molte singolarità e usanze e malizie. Già
+sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi
+e quando fosse meglio accondiscendere a
+quello che alla dama piacesse affermare; già
+<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
+aveva appreso a distinguere su le sue labbra
+rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia
+sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva
+tutto quanto comandasse o esprimesse
+dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto:
+anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed
+era spesso — l'esperienza e la consuetudine
+avevano sancita una specie di prammatica
+ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava
+parlare di mille cose per divagarne il pensiero
+doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
+a diritto o a rovescio, no, sempre no, o
+sì, sempre sì.
+</p>
+
+<p>
+Questo ed altro il conte sapeva della marchesa;
+ma una cosa non sapeva: se ella avesse il
+cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?» egli
+si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni
+giorno più nella ricerca dell'ignoto n'era più avvinto
+dal fascino; cosicchè ogni giorno più s'innamorava
+della dama e di sè, che con sua gloria
+resisteva a servirla.
+</p>
+
+<p>
+Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle
+bizze nel brio e alle arie annoiate alternando
+gli accordi e i riposi e gli assensi, cominciò ad
+accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e
+sentimentali ch'egli credette di giungere a proda:
+il sentimento deriva dal cuore; dunque il
+cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva
+battere per altri che per lui, che da un
+anno la serviva con cura paziente e con indulgente
+costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta
+<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
+a studiare di quale e quanto e quanto duraturo
+amore fosse capace il cuore piccoletto
+della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva
+con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti
+abbandoni e neppure quei moti meditati
+o spontanei di gelosia che tutte le donne amando,
+o fingendo d'amare, sogliono avere. E nello
+studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e il suo
+pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della
+dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
+</p>
+
+<p>
+Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche
+e le remissioni di donna usata alla vita;
+i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse
+cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da
+un intimo, segreto travaglio che le eccitava e
+tribolava lo spirito: lo sguardo di lei, spesso
+stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta,
+dicevan forse che il suo spirito vagava
+dietro un inafferrabile bene, finchè, con uno
+sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse
+di riaversi o mentire; e allora abbondava di cachinni
+e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa.
+Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece
+che la simulazione d'un malanno alla moda, poteva
+essere la dissimulazione di un urgente rovello;
+gli sdegni di lei contro lui non erano
+forse, come egli aveva sempre creduto, modi di
+civetteria sagace, ma più tosto non rattenuti impeti
+di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
+quelle occhiate lunghe e sentimentali,
+<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
+potevano non essere tardi e magri compensi
+alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più,
+segni di compassione per lui in una confessione
+oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!;
+ma non per voi, povero conte!» Or bene, il
+conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio
+come Publio a Barce nel melodramma del
+Metastasio:
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p>Se più felice oggetto</p>
+<p class="i2">Occupa il tuo pensiero,</p>
+<p class="i2">Taci, non dirmi il vero.</p>
+<p class="i2">Lasciami nell'error!</p>
+<div class="stanza"></div>
+<p>È pena che avvelena</p>
+<p class="i2">Un barbaro sospetto;</p>
+<p class="i2">Ma una certezza è pena</p>
+<p class="i2">Che opprime affatto un cor;</p>
+</div>
+
+<p>
+no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di
+sè, che premevano l'animo del conte e vi si
+rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano
+ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
+talora dubita a torto; l'altro, perchè,
+se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a
+tempo non compromettesse la sua dignità e la
+sua fama di <i>cavaliere di spirito</i>.
+</p>
+
+<p>
+Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira
+il caso d'un patito che con zelante servitù
+e con dabbenaggine inconscia facesse riparo all'amore
+ignoto della sua dama!; e La Fratta
+aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa
+amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
+intorno, il quale, come minore del conte, ella
+<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
+non potesse assumere a servirla senza scapito
+agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
+incurante o ignaro di lei, ad altra dama della
+quale ella fosse gelosa. E come ella avrebbe
+lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
+restarci, egli interrogava il mistero, scrutava,
+investigava. Ma invano: tal donna era l'Arnisio
+che davanti a niuna persona e in niuna
+circostanza perdeva il predominio di sè; nè
+mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su
+quello che a lei fosse d'intorno, il conte riusciva
+a sorprenderle in volto ombra alcuna di
+rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna.
+Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
+fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva
+pietoso e tendeva a diventare ridicolo.
+</p>
+
+<p>
+Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate
+Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente
+arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
+le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni
+e de' suoi frizzi, nè men caro agli amici, cui
+giovava d'esperienza e di senno.
+</p>
+
+<p>
+L'abate consigliò: — Tastale il polso.
+</p>
+
+<p>
+Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
+</p>
+
+<p>
+— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso
+si possono frenare. Allorchè ricorderai alla
+marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore
+batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma
+il suo polso batterà più in fretta e tu potrai
+sentirlo.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
+</p>
+
+<p>
+Al conte questa parve un'invenzione mirabile.
+L'abate continuò:
+</p>
+
+<p>
+— Non si falla; ma ricordati che io confido
+la ricetta alla tua segretezza.
+</p>
+
+<p>
+— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse
+dalla marchesa Arnisio.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Essa, all'entrare del conte, era abbandonata
+sul canapè con la testa reclinata mollemente
+e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
+dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al
+bacio di lui su la sua destra, rispose con un
+sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
+</p>
+
+<p>
+— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
+</p>
+
+<p>
+— Sì — rispose ella in tono flebile.
+</p>
+
+<p>
+La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania
+almeno quel giorno opportuna a' suoi
+fini.
+</p>
+
+<p>
+— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli,
+non per rammentare il tempo felice nella miseria
+ma per avviarsi súbito alla meta. Prima
+però chiese: — Desiderate un po' di melissa?
+</p>
+
+<p>
+— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica
+quel giorno era il sì; e trasse un breve
+sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
+labbra.
+</p>
+
+<p>
+— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima
+ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi
+<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
+a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei
+su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò
+il polso attentamente.
+</p>
+
+<p>
+Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano
+d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il
+sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio
+in misura placida ed uguale.
+</p>
+
+<p>
+— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva
+il cammino). Corgnani giurava di perdere
+a tarocchi perchè lo costringevate a guardarvi,
+tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne
+d'avervi ravvisata a Versailles in una procace
+figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi
+proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe
+ballar meglio di voi il <i>paspié</i>. — E ristando,
+per prudenza: — No — disse — non avete febbre. — Pure,
+come più d'una volta aveva profittato
+dell'emicrania per tenere a lungo nelle
+sue una mano della dama, ritenne invece il polso,
+e riandando le vicende della sera innanzi,
+passata con lei alla conversazione di una dama
+illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con
+abile arte potè nominare coloro di cui aveva
+maggior sospetto. Ma il polso batteva sempre
+uguale e placido.
+</p>
+
+<p>
+«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?»
+domandava intanto La Fratta a sè stesso. «Quello
+non può essere: proviamo quest'altro.»
+</p>
+
+<p>
+Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel
+polso ritmico e muto sinchè ebbe percorsa invano
+la via che si era proposta. Oramai retrocedeva;
+<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
+s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava
+in nuovi dubbi. Infine, s'appigliò a
+chi gli capitò dinanzi al pensiero:
+</p>
+
+<p>
+— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per
+l'Arboldi; sdilinquiscono tutt'e due, il duchino
+e vostro marito.
+</p>
+
+<p>
+Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse;
+gli era parso; ma non era possibile che il sangue
+di una dama come la marchesa Arnisio
+si commovesse al ricordo di un vagheggino
+quasi adolescente! Per altro, la marchesa era
+così strana....
+</p>
+
+<p>
+— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi
+non preferirà quel bamboccio a un cavaliere
+qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio!
+La marchesa amava il duchino; amava — strana
+donna! — il frutto acerbo!; il polso che
+aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
+Il duchino! Per prima vendetta il conte
+volle discorrere e burlarsi di lui affinchè,
+magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
+piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria
+rifluì placido ed uguale.... E solo allora,
+trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un lampo,
+quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del
+marito.
+</p>
+
+<p>
+E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi
+il polso precipitava, martellava, scottava!
+Come scottato, il conte abbandonò il braccio
+della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito,
+non sapeva più che si dicesse. Diceva:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è
+possibile! — Ed era possibile!... Appena si fu
+ricomposto, senza esitare, rapido, asserì: — Voi
+siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata;
+ditemi, non è vero?
+</p>
+
+<p>
+— Sì — rispose la dama; ma poteva essere
+il sì di prammatica.
+</p>
+
+<p>
+— Siete innamorata di.... vostro marito!
+</p>
+
+<p>
+La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice.
+Invece la dama, la quale, meravigliata anch'essa,
+era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
+ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto,
+e scoperta dal conte, e sentì tant'odio per
+il conte, che frenò la curiosità e tacque.
+</p>
+
+<p>
+— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro
+marito?
+</p>
+
+<p>
+— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un
+sì aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò:
+</p>
+
+<p>
+— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia
+servitù solo per la moda?
+</p>
+
+<p>
+— Sì!
+</p>
+
+<p>
+— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi,
+senza accorgermene?
+</p>
+
+<p>
+— Sì!
+</p>
+
+<p>
+La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e
+si contenne.
+</p>
+
+<p>
+— Dunque — conchiuse solennemente — non
+vi annoierò più, signora marchesa! Solo permettetemi
+l'ultimo consiglio: se non volete far ridere
+il mondo, non riferite questo nostro colloquio
+all'abate Fantelli. — E per un supremo
+<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
+sforzo di galanteria cercò di baciare la destra
+dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa
+ritrasse la destra; ond'egli, senza guardarla, di
+corsa uscì dalla camera.
+</p>
+
+<p>
+La tenda era appena ricaduta dietro di lui
+quando la dama, alzatasi vispa e gaia come
+quella che da un mese non aveva avuta emicrania,
+con un lungo sospiro di soddisfazione
+esclamò: — Finalmente!
+</p>
+
+<p>
+Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate
+Fantelli?»
+</p>
+
+<p>
+Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da
+che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione
+improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
+egli rida e il mondo rida! Anzi!»
+</p>
+
+<p>
+Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione
+del mondo, ella dava al marito una prova
+d'amore sublime fino al sacrificio, e, sollecitato
+e disposto da quella al suo amore, il marito
+non avrebbe più resistito — n'era certa — alle
+altre prove e più seducenti prove del suo
+amore.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia,
+contemplava la gravità della propria sconfitta
+e cercava rimedio a quello de' suoi affetti
+che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro
+pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva
+il conte che raccomandando alla dama di tacere,
+<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
+aveva obliato la natura di lei, e che s'ella
+parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe
+di lui e non di lei, della quale, tanto era stramba,
+nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
+considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva
+di non essersene accorto prima; e si rassegnava
+a giudicar quel capriccio meno enorme di
+quanto l'aveva giudicato prima.
+</p>
+
+<p>
+Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto,
+pallido per sangue nobile da secoli, con modi
+di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
+gelosa della dama la quale egli serviva,
+se n'era accesa a dispetto del mondo e del cavalier
+servente?
+</p>
+
+<p>
+E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto,
+quello della dama, che ancora non era
+spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
+Peggio, assai peggio che la derisione del mondo,
+sarebbe la derisione della marchesa quand'ella
+innamorasse e seducesse il marito!
+</p>
+
+<p>
+Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta
+concepì il disegno di salvare il suo decoro e la
+sua dignità nella stima del mondo e nella stima
+della marchesa.
+</p>
+
+<p>
+Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo
+trovò per istrada; e al saluto di lui non fece nè
+parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la causa,
+e della risposta fu così poco contento da
+ammonire La Fratta che non salutare chi merita
+rispetto e onore è villania. Ma poichè la
+taccia di villania a chi merita rispetto e onore
+<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
+è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse
+la spada il marchese; e al terzo colpo la
+lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
+</p>
+
+<p>
+Pronto il marchese strinse con la pezzuola di
+batista il taglio che non era profondo; poi domandò,
+senz'ira:
+</p>
+
+<p>
+— Ora mi direte perchè un cavaliere come
+siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere
+come sono io.
+</p>
+
+<p>
+— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda
+che s'aspettava —; per provarvi che se
+da oggi in avanti non servirò più vostra moglie
+e non entrerò mai più nella vostra casa,
+la colpa è vostra.
+</p>
+
+<p>
+Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne
+capì meno di prima. Ribattè:
+</p>
+
+<p>
+— Spiegatevi!
+</p>
+
+<p>
+E il conte:
+</p>
+
+<p>
+— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita
+della mia servitù perchè io, e non voi, ho
+scoperto ch'essa è innamorata di voi.
+</p>
+
+<p>
+Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto
+La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche
+con uguale timore volse il pensiero al
+riso del mondo, e chiese, con tono e impeto
+d'incredulità e di sorpresa:
+</p>
+
+<p>
+— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
+</p>
+
+<p>
+— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è
+un segreto dell'abate Fantelli; ma di ciò
+<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
+sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
+come sono io ha potuto attaccar briga con un
+cavaliere come siete voi!
+</p>
+
+<p>
+A tali parole il marchese sorrise, e porgendo
+la mano ferita all'amico:
+</p>
+
+<p>
+— Conte La Fratta — esclamò contento —, io
+vi ringrazio!
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="modestia"></a>
+Come finì la Modestia.
+</h2>
+
+<p>
+<i>Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum
+bum! — Bum! Barnùm! — Cium! papaciùm!
+cium cium!</i>
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Che cos'è questo fragore?
+questo squillar di trombe, strepitar di piatti e
+tuonar di gran cassa? Chi arriva?... Oh! una
+carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale;
+su cui troneggia la più bella donna che
+io vedessi mai! Ha gli abiti mirabilmente variopinti
+e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
+gentiluomini in tuba e cravatta bianca.
+Qualcuno invece della tuba porta una corona
+d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
+altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia....
+Io arrossisco a lasciarmi vedere. Mi nasconderò
+dietro la siepe.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Voi dite, postiglioni,
+che bisogna dar riposo ai cavalli? A cavalli di
+<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
+razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta. Ma
+giuro che nemmeno per svago non viaggerò
+mai più per le campagne d'Italia! Io son usa
+al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
+non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere
+a pena un centinaio di aratri a vapore, affollare
+d'infermi tre stabilimenti idroterapici, aprire due
+esposizioni agricole, me la son presa comoda;
+ma ho consumato un giorno e sciupati quattro
+puledri che vinsero le corse a Longchamp, e
+che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
+quando per caso mi ci trovassi in
+domenica. Però io ringrazio voi, miei seguaci,
+d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo
+viaggio e vi porgo un marengo perchè andiate
+all'osteria laggiù, a bere un litro alla mia salute.
+Un marengo anche a voi, postiglioni e musici.
+Spicciatevi! Quanto a voi, poeti, se v'aggrada,
+andrete qui intorno cercando il Gran Pan.
+</p>
+
+<p>
+Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca,
+io penserò un milione di telegrammi da spedire
+domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
+per il progresso delle industrie, delle arti e dei
+commerci e mediterò un nuovo modo d'annunziare
+il <i>Tot</i> e le <i>Pink</i>.
+</p>
+
+<p>
+.... Che frescura! Che quiete!
+</p>
+
+<p>
+Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi
+quasi mi vien sonno....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Ahi!
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Chi va là, dietro la
+siepe?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Scusi, signora, se l'ho
+disturbata.... Uno spino mi ha punto un piede....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Perchè cammini scalza?
+Vieni qui. Chi sei?
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Un'infelice; una povera
+creatura.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Vedo. Le tue vesti non
+le comprasti certo nei magazzini del Louvre; e
+la tua faccia par quella del mio amico Succi.
+Che naso! Oh che naso!
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Me l'han tirato in tanti,
+signora; ho provate tante delusioni; ho patiti
+tanti disinganni!
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Accostati; senza ritirarti
+in te stessa, vergognosa! Come ti chiami?
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna umile:</i> — Modestia.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Modestia? La nipote di
+madama Virtù, che presa per un'aristocratica
+fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
+della Semplicità e del Buoncostume? la sorella
+dell'Onestà?
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Sì, signora....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Bel caso! bell'incontro!
+Da un pezzo non ho riso così di gusto!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Scusi, signora: la conosce lei
+mia sorella Onestà? Per amor di Dio, mi dica
+se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava
+più altri della mia famiglia. I miei parenti mi
+hanno abbandonata!...
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Eh! Poco posso dirti.
+Molti e molti anni sono essa mi chiese aiuto;
+<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
+ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
+affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Sapesse quant'è che la cerco!
+Un giorno, in una grande città, ci perdemmo
+in mezzo alla folla....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere. La troverai.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Dove? dove?
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — In un paese dove non
+si distribuiscano commende.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Oh Dio!... Dunque mia sorella
+è morta anche lei!
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere, ti dico!
+Io non piango nemmeno ai drammi di Ibsen.
+Raccontami piuttosto la tua storia.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Uh! la mia storia!... Disperata,
+mi ero ridotta a vivere qui nei dintorni, e ci
+campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
+fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro
+giorno, che diventasse sindaco il salumaio del
+villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità giudiziaria
+quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza
+e forse anarchica; e i carabinieri hanno
+già avuto l'ordine di arrestarmi se entro otto
+giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Bene! Imparerai a stare
+al mondo!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Per grazia di San Francesco mio
+protettore, ier sera tardi, passando sotto le finestre
+d'una villa, udii leggere un giornale: uno
+leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie
+<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
+invidia i letterati e gli artisti italiani; perchè,
+egli dice, in Italia chi ha dei meriti si fa strada
+da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
+in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza
+della <i>Réclame</i>....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Bada a come parli!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Scusi.... Ripetevo le parole del
+Claretie.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Tira avanti!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — .... Non sapendo più dove andare,
+se anche in campagna adesso mi odiano,
+avrei pensato di mettermi per cameriera presso
+qualche scrittore o artista d'Italia....
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Bella idea! Ti credevo
+ingenua; ma non sino a questo punto. Ah ah!...
+E non mi conosci?
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Non ho questo onore.
+</p>
+
+<p>
+<i>La donna sovrana:</i> — Io discendo da quell'imperatrice
+che un amico della tua famiglia,
+Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
+sarcasmo. In America ebbi a padre putativo
+un certo Barnum; ma, oriunda di Francia, io,
+come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
+tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse
+senza scrupolo nel suo vocabolario. Mio dominio,
+il mondo; tutti gli uomini si raccomandano
+a me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi.
+Io sono la <i>Réclame</i>! La <i>Réclame</i>
+sono io!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Oh San Francesco!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Tu non mi fuggirai....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Mi lasci andare! Per carità, mi
+lasci andare!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Non mi fuggirai.... Non hai forza,
+povera diavola! Guarda: invece che odiarti
+mi fai compassione!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Dunque mi lasci.... La prego!
+La scongiuro!... Che cosa vuole da me, Maestà?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano
+proposito. Hai visto coloro che viaggiano
+meco?
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Maestà, sì.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Bene: tra i miei musici cantano
+critici e giornalisti; i miei fedeli, che hai veduti,
+sono letterati e artisti che all'annuncio
+del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi,
+ove attendevano a opere luminose in una superba
+meditazione di conquista.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — E se tornano qua ora? se mi
+vedono?... Mi lasci andare!...
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — No: non ti ravviseranno. Del
+resto, io li conosco per bravi ragazzi che non
+farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
+nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto.
+<i>In altri tempi avrebbero forse conquistato
+un arcipelago</i>: adesso, non sono che scrittori,
+i quali, come uomini d'intelligenza, vanno
+verso la Vita.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Ah sì?... A far che cosa?
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Tante belle cose; fra cui l'<i>atto
+di Vita coronante il rito misterioso come l'Orgia</i>....
+<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
+Non arrossire.... Via! Dammi quel libro
+ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'<i>Emulsione
+Scott</i>, dell'<i>Iperbiotina</i> e del <i>Depilatorio
+Clauser</i>; e saprai altre cose di gioia. Quello!...
+Brava!...
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è
+<i>bruciato dall'ambizione</i>.
+</p>
+
+<p>
+«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace
+lavoro; la sua ambizione senza freno e
+senza limiti constretta in un campo troppo
+angusto, la sua insofferenza acerrima della vita
+mediocre, la sua pretesa ai privilegi dei
+principi, il gusto dissimulato dell'azione onde
+era spinto verso la folla come verso la preda
+preferibile, il sogno d'un'arte più grande e più
+imperiosa che fosse a un tempo segnale di
+luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni
+insaziabili di predominio, di gloria e di
+piacere insorsero e tumultuarono in confuso
+abbagliandolo....»
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Cieco! Quanto doveva essere infelice,
+questo peccatore!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Al contrario, felicissimo: perchè
+la felicità <i>è tal cosa che l'uomo deve foggiare
+con le sue proprie mani su la sua incudine</i>; ed
+egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene
+che <i>il mondo era suo</i>!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Con tutto il rispetto, io non lo
+credo! In letteratura i fabbri potranno bearsi a
+batter le frasi perchè diano faville; ma nella
+<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
+realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire
+in niente, proprio come questi sogni letterari!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — E che importa se ti paion sogni?
+Purchè tu ne sia esclusa.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Ma anche lei, signora...; mi permetta
+dirle che anche lei ne è esclusa. Non è
+mica la Gloria lei!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — La Gloria è un'illusione, di cui
+io sono la realtà! Vedi? Tu stessa non ragioni
+più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
+morta, non solo in arte, da un pezzo!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Però io spero che non tutti i letterati
+d'Italia vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi
+o invocheranno il dio Terremoto.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Se non tutti, molti! molti! Perchè
+al Verbo dei maestri, i discepoli divengono
+armento. E se è vero che i discepoli sempre
+esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma
+anche tutti i tuoi parenti prossimi e lontani
+sono spacciati! La Morale e l'Onore si <i>suicideranno</i>
+a vicenda, come due amanti infelici; le
+Virtù Teologali e Cardinali emigreranno nel centro
+dell'Affrica, dove non siano ancor giunti
+superuomini. Tu dove andrai?... <i>Quo vadis?</i>
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — .... Quanto soffrire, o mio Dio,
+che insegnasti «Chi si esalta sarà umiliato»!
+Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
+vecchio o non più giovane che mi protegga?
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Non dubitare, cara mia, che pur
+cotesti vecchietti amano me con animo pronto,
+<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
+sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco
+che seguono l'esempio di Vittore Hugo!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Cioè?
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame</i>: — Il buon Vittore diffondeva lui le
+lodi di sè per i giornali della Francia.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali
+vengono dalla Francia.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Non credo. Già secondo quel tuo
+miserello Leopardi ogni uomo celebre sempre
+diventò celebre dando fiato per primo alla sua
+tromba.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Oh il mio Giacomo!... Poverello!
+Ma io lo consolavo augurandogli la giustizia del
+Tempo....
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Invano! Ai miei cenni egli dubitava
+che pur questa fosse un'illusione; egli
+prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
+all'universo l'ultimo e supremo trionfo della
+scienza e la mia gran vittoria su tutti i letterati
+della terra.
+</p>
+
+<p>
+Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta
+nella fredda considerazione scientifica de' vizi
+e de' malanni che alla sua poesia furono come
+l'<i>humus</i> ai funghi; e il giorno della mia
+vendetta e della mia vittoria universale è venuto.
+</p>
+
+<p>
+Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno,
+mi chiede vita, e tutti gli dei d'Olimpo rivivono
+per me, e la Natura che io denudai alla libidine
+del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle
+lussurie dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso
+<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
+oggi, per questi campi, quest'ora del mio
+desto riposo.
+</p>
+
+<p>
+Odi tu la sua voce che mi saluta?
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Non sento niente.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi
+non sono usi a <i>incontrare il mistero e a rabbrividirne</i>.
+Il fatto è che la Natura, essendo poesia,
+ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno
+dei poeti suoi interpreti, che sono miei
+schiavi.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — E i prosatori?
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — La poesia si fa anche in prosa,
+scioccherella!, quando la prosa si mette in versi
+e nelle porcherie i sensi diventano <i>strumenti
+d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più
+reconditi, a scoprire i segreti più reconditi</i>. Ma
+tu non puoi comprendere.... Piuttosto, dimmi:
+Perchè gli scrittori scrivono?
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Per conforto all'amore e alla
+sventura.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Rispondi bene, o torno a leggere!...
+«Colui il quale molto ha sofferto è men
+sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Basta, basta.... Dirò che scrivono
+per guadagnare.
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — In Italia? Nemmeno gli agenti
+delle tasse dan valore ai libri!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Non so, allora....
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Non mentire!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Dirò che scrivono per la gloria....
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Bene!... Ma oggi chi crede più
+<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
+che l'anima sopravviva al corpo? Dunque gli
+scrittori, nel dubbio di non poter visitare le biblioteche
+in ispirito, fra secoli, a conoscere quali
+opere vi si leggeranno, fan bene a rincorrere
+la gloria, per ogni via, finchè sono in vita.
+Aggiungi che oggi la chimica insegna come
+l'inchiostro e la carta dei libri moderni, a differenza
+dei cinquecentisti e delle pergamene,
+sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
+secoli non saranno intelligibili che i libri
+in carta a mano: proprio quelli degli scrittori
+ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
+enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera
+dei giurati; e così ai romanzieri e ai poeti
+val meglio provvedere alla loro fama presente,
+finchè sono in vita.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Che disperazione! Non capisco
+più nulla.... Ma San Francesco.... Oh! Ora che
+mi ricordo.... I letterati non sono i soli artisti
+italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano
+i pittori!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto
+nel costume di quelle donne che stanno
+in chiesa, presso una bara, nell'<i>Ultimo Convegno</i>;
+e ti farai credere, con cotesto naso, una
+modella. Poh! con qualche moina riuscirai forse
+a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
+ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione
+del prerafaelismo le modelle digiunano. Io poi
+ho elevato le imagini prerafaelite agli annunzi
+d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate;
+<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
+sicchè i pittori riconoscono anch'essi da
+me la loro insolita fortuna.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Gli scultori, dunque...?
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Gli scultori ti odiano. È per colpa
+tua che essi han da fare pochi monumenti!
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — I musici.... Andrò da un musico....
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Perchè egli dedichi a te, invece
+che a sè stesso, le sue opere? Spera, spera! Per
+amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che insegnò:
+«Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno
+un conforto alle passioni antiche della politica
+e della corruttela: nei loro giornali possono leggere
+fra i telegrammi della cronaca artistica
+«.... Al duetto di Gesù con la Maddalena, tutto
+il tempio scoppiò in frenetici applausi....»
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — <i>Quo vadis?</i>... Ahi!... Non ti resta
+che venire al mio servizio. Metterò qualche volta
+i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia, e metterò
+a te gli abiti e la maschera di lei....
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — Piuttosto morire!
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Via! via! Aspetta almeno a quando
+avrai marito, per fare come Lucrezia romana,
+che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per
+te, o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme,
+all'immortalità.
+</p>
+
+<p>
+<i>Modestia:</i> — No! subito, o morire o fuggire
+dal consorzio civile! Andrò al polo nord!...
+</p>
+
+<p>
+<i>Réclame:</i> — Come il dottor Cok! E tu cammini
+<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
+a piedi, a piedi scalzi e senza un soldo
+in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
+Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati
+ai loro blocchi di ghiaccio, duri più del
+marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di casa
+Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica,
+troveresti i cannibali già intenti a leggere
+i romanzi italiani tradotti in francese.
+</p>
+
+<p>
+Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo!
+Sono tutti ubbriachi fradici. Anche i poeti, che,
+poverini, han preferito Lieo al Grande Pan....
+</p>
+
+<p>
+Postiglioni, mi raccomando a voi....
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Addio, Modestia, fatti coraggio!
+</p>
+
+<p class="dots">················</p>
+
+<p>
+Un urlo straziante, una scossa della vettura....
+Che cosa è stato? Ah niente! S'è gettata
+la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto
+le ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio
+che Maupassant trovò per uno de' suoi personaggi:
+un plagio; e neanche i plagi commuovono
+più le fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi
+in una campagna solitaria ove non
+c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè
+stessa in vita, neppure morendo la Modestia ha
+saputo provvedere alla propria fama. Doveva
+finire così!
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="entusiasta"></a>
+L'entusiasta punito.
+</h2>
+
+<p>
+Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira
+più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma
+l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti
+a un fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati
+oggidì s'intendono nella bramosia dell'argento
+lunare e preferiscono la povertà delle tenebre;
+ma Carlo Dònnola beveva il latte della
+luna con tal gioia che le pupille gli s'inumidivano
+come a uno spirituale liquore s'inumidiscono
+le pupille d'un ebro. E se in noi fu esausta
+dall'artificio l'ammirazione per i fiori, tanto che
+d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di
+cera», a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava
+tuttavia di «carne»; e contemplata e annusata
+a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
+il naso elevando gli occhi, come a una visione,
+e «Dolce signora — esclamava mestamente — io
+v'amo!»
+</p>
+
+<p>
+Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora
+<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
+vergine alle impressioni della natura; bensì
+che era in lui una nativa, particolare attitudine
+a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta
+la vita; ad avvertire quel che gli altri spesso,
+mortificati dal brutto, non avvertono e che egli
+con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale
+rivelava per mezzo degli aggettivi, spiccioli o a
+coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! squisito! — supremo!
+sovrumano! — straordinario!
+sublime!»
+</p>
+
+<p>
+Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un
+poeta; giacchè si sa, e Teofilo Gautier lo dice,
+che i poeti vedono il bello dove non è: «<i>Les
+poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes
+pour maîtresses</i>»: Carlo Dònnola invece
+vedeva il bello dov'era. Così mentre altri alle
+esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura,
+egli s'arrestava d'improvviso dinanzi a
+qualche grazioso ninnolo statuario, il quale all'occhio
+comune era impercettibile fra tanti orrori;
+o ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano
+gli altri, egli solo, súbito, indicava o la
+minima parte o la linea lodevole.
+</p>
+
+<p>
+Quante volte nelle tele sciagurate di colore e
+di disegno non vantava giustamente l'intenzione
+del pittore? E, non a torto, quando in cospetto
+a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura
+moderna, egli notava: — Che bel camino! — Beato
+lui! A una sinfonia d'imitazione
+wagneriana cadeva ogni possa anche nel più
+classicista ascoltatore e critico; ma Dònnola riteneva,
+<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
+per zufolarle dopo, quelle poche note
+che erano state come una fugace spera di sole
+tra una nebbia folta o in una roboante tempesta.
+</p>
+
+<p>
+Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche
+magnifico scrittore moderno molti si smarrivano
+a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
+pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui
+meraviglia.
+</p>
+
+<p>
+— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E
+l'idea?
+</p>
+
+<p>
+E lui:
+</p>
+
+<p>
+— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea.
+Simbolismo!
+</p>
+
+<p>
+Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno,
+sebbene in fama di stupido. L'uomo d'ingegno,
+veramente, è infelice, perchè non meno
+ammira il bello di quel che s'offenda del brutto;
+invece Carlo viveva felice pascendosi soltanto
+di bellezza. Quando però venne il dì che
+lo vidi soffrire, allora io non dubitai più oltre
+che la sua fama di stupido era ingiusta.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore
+della bellezza femminile che vedendo oggi una
+più bella donna, non dispregia per essa la donna
+lodata o amata ieri. Carlo non procedeva
+nemmeno a confronti: progrediva nell'entusiasmo,
+<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
+perchè la sua fortuna ogni giorno gli recava
+innanzi creature in tutto o in parte più
+mirabili. Gli amici se ne affliggevano, invidiosi. — <i>Excelsior!</i> — dicevano
+ironicamente. — Ma
+trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo
+precipitare! —
+</p>
+
+<p>
+Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa
+Gurli; la sposò e continuò a salire. Infatti
+la conoscenza della perfezione non si acquista
+che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle
+indagini e alla percezione del bello. D'altra parte,
+il bello e il bene, secondo i filosofi, sono una
+cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
+nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo
+non aveva mai conosciuto se non i saggi che
+delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
+entro certi limiti) concede alle donne di porgere
+al mondo, a tutti: il resto è o dovrebbe essere
+per il solo eletto, per il marito. E divenuto per
+la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute
+rivelazioni, innumerevoli meraviglie, estetiche
+scoperte, portentose gioie, straordinarie squisite
+stupende supreme sublimi esclamazioni.
+</p>
+
+<p>
+Io strinsi amicizia con lui appunto in quei
+giorni che il matrimonio lo traeva all'estasi.
+Oramai, come insufficienti, dimenticava gli aggettivi
+dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più,
+come esigua, l'esclamazione «divina» riserbata
+fino allora per lode sintetica a qualche esemplare
+del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo,
+senza dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia
+<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
+sovrumana. Tale, quale un uomo antico a cui
+una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
+in me le confidenze che gli alleviavano
+la felicità soverchia.
+</p>
+
+<p>
+— Teresa — mi disse una volta — è sterile.
+Pensa: nessuna deformazione, nessun danno per
+la sua bellezza!
+</p>
+
+<p>
+— La corporale bellezza di Teresa — un'altra
+volta mi accertava — è nulla a paragone
+dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
+</p>
+
+<p>
+E io, da amico sincero, da amico che eccitava
+l'imaginativa a comprendere così prezioso
+tesoro, per poco non gli dicevo:
+</p>
+
+<p>
+— Deh! fammela sentire!
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita
+e degno, degnissimo della felicità; quest'uomo....
+</p>
+
+<p>
+Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù:
+che è la bellezza dell'animo non caduca,
+non fragile alle offese dei malanni, non deperibile
+alla diuturna ingiuria del tempo; che è il
+balsamo conservatore dell'amore coniugale, la
+maglia di salute per le anime sensibili a quelle
+intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
+e penetrano e soffiano tra le domestiche
+pareti, e raffreddano il sentimento in guisa che
+la ragione scusi poi l'«incompatibilità di carattere»,
+la «separazione», il divorzio, il vizio,
+<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
+l'a....dulterio! Ah quando le malattie non isciupassero
+troppo presto in Teresa il formoso corpo
+per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima,
+a poco a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe
+all'opera distruggitrice, lenta e assidua,
+degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati
+i sensi; sfiorita la giovinezza, più libera
+risplenderebbe l'intima virtù che agli occhi almeno
+del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
+amabile sino alla vecchiaia.
+</p>
+
+<p>
+Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno
+dopo il matrimonio e non lo riconobbi subito.
+</p>
+
+<p>
+— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
+</p>
+
+<p>
+Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono
+di un <i>lion</i> che ritorni verde da una bisca; avrei
+potuto scommettere che quel giorno non s'era
+mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta
+ad arco, gli spiovevano simili ai baffi di un
+cinese.
+</p>
+
+<p>
+Rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa
+dal peso enorme che l'abbatteva.
+</p>
+
+<p>
+— Tua moglie.... è ammalata?
+</p>
+
+<p>
+— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste,
+negando insieme e non negando. Sembrava
+più confermare che negare.
+</p>
+
+<p>
+— Forse — io insistetti per pietà, mentre già
+sorridevo per conforto — forse è incinta?
+</p>
+
+<p>
+— No no. — Negava e non negava. E m'attristai
+anch'io credendo d'indovinare, finalmente.
+</p>
+
+<p>
+— Un.... aborto?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
+</p>
+
+<p>
+— No no —; come dianzi.
+</p>
+
+<p>
+Allora con rapida memoria io, che avevo il
+dovere di confortarlo, riandai quanti malanni
+possono colpire una donna; con rapido esame
+li paragonavo a quella disperazione abbandonata
+e quasi muta; nè a tanta afflizione trovai
+convenir altra sventura che una che non era
+da esprimere se non con una perifrasi misericorde.
+</p>
+
+<p>
+— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico
+come me.... Di' dunque: l'isterismo.... fa
+certi scherzi..., passeggeri però; di cui si guarisce....
+</p>
+
+<p>
+No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli
+non negava del tutto neppur questo!
+</p>
+
+<p>
+— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi
+la mano.
+</p>
+
+<p>
+Oh!...
+</p>
+
+<p>
+Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi
+la mano, gli dissi: — Coraggio —; gli dissi con
+uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
+moglie lo tradiva.
+</p>
+
+<p>
+Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti
+romanzi francesi e italo-francesi, quantunque
+frequentassi il teatro drammatico, non sapevo
+persuadermi che quella donna avesse tradito
+l'amico mio prima d'un anno dalle nozze. A
+poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia interpretazione
+e ricordai che nel lasciarmi Carlo
+mi aveva quasi detto con gli occhi: «Tradimento,
+sì; ma che tradimento intendi?»
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
+</p>
+
+<p>
+Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi
+riflettei su quel suo negare e non negare a
+ogni mia precedente dimanda....
+</p>
+
+<p>
+Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio
+adagio, d'una colpa e d'una sciagura mostruosa
+a cui fossero parti integrali il morbo, la figliazione,
+l'aborto, la demenza, il tradimento, la
+turpitudine; sebbene non potessi chiaramente
+definire qual cosa mai l'indegna moglie avesse
+fatta. Quando....
+</p>
+
+<p>
+.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo
+più! Che colpa! che sciagura! che orrore! quando
+ricevetti:
+</p>
+
+<p class="center pad1">
+<i>Petali e corolle<br />
+versi<br />
+di<br />
+Teresa Gurli Dònnola</i>.
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="agnello"></a>
+L'agnello.
+</h2>
+
+<p>
+<i>Bèee....</i>
+</p>
+
+<p>
+Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in
+mazzetto; raccolto, dentro il canestro, nel giaciglio
+di erba ancor fresca, a quando a quando
+l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva
+come in un abbandono o in un esaurimento di
+disperazione. Allora sui miti occhi cristiani cadevano
+le palpebre; indi, ecco: languido languido
+lo sguardo sembrava cercar di nuovo la landa
+troppo presto perduta e di nuovo spegnersi
+a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa
+e dal petto ansioso tornava l'invocazione della
+perduta madre:
+</p>
+
+<p>
+<i>Bèee</i>.
+</p>
+
+<p>
+Prorompeva il frastuono della musica; rombava,
+negli intervalli, il susurrio delle voci e lo
+scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti, richiami,
+risa, sorrisi. Allegria.
+</p>
+
+<p>
+Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia
+entrò nella sala. E allorchè, nell'avvicinarsi là
+dove suscitavano ammirazione i doni in mostra
+<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
+per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce
+di duolo, egli tese il capo.
+</p>
+
+<p>
+Oh come soavi quei due occhi cilestri che
+sembravano cercare due occhi fraterni!
+</p>
+
+<p>
+Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come
+sembrò palpitante il petto chiuso nella veste
+bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
+che soffriva! Non era un inganno di civetteria;
+non un pretesto a farsi notare; spontaneamente,
+inconsciamente quasi, ella alzava
+una mano quasi a indicare ed accusare la tortura
+delle quattro zampe strette nel vincolo di
+seta, mentre al doloroso <i>bèee</i> rispondeva, vòlta
+alla madre: — Poverino!
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+E poverino anche lui, il professor Biscaglia;
+il quale era un uomo molto triste; sempre triste;
+prima di tutto perchè essendosi arrotondata
+ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle
+occasioni solenni era andato restringendosi così
+che il <i>gilet</i> gli comprimeva lo stomaco e i calzoni
+stentavano ad acquistare in larghezza quel
+dito di misura che perdevano in lunghezza;
+e i piedi, non coperti sino al collo e al calcagno,
+apparivano più grandi di quanto erano.
+Erano così grandi!
+</p>
+
+<p>
+Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava
+Riccardo Biscaglia il dolore universale, e
+l'aveva recato seco pur alla festa di beneficenza.
+<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
+E a tanto pessimismo il professore non aveva
+motivi dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non
+dagli studi; bensì dall'antico contrasto dell'istinto
+poetico con la realtà della vita. Se il Governo
+rinsavisse e comprendesse che, dopo o
+avanti la cultura della terra, ciò che più importa
+è la cultura delle menti e degli animi,
+i professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio,
+si distrarrebbero anch'essi in modi leciti e
+onesti e si avrebbero quindi meno poeti di dolore
+e meno scapoli. Senza dubbio un aumento
+di stipendio avrebbe attenuata in Biscaglia l'antitesi
+tra il Sancio Panza e il Don Chisciotte
+che discordavano entro di lui, quando il primo
+gli diceva: — Non prendere moglie, per carità!
+Tu sei troppo povero per una ricca e troppo
+più povero per una povera —; e il secondo
+l'incitava: — Cerca e trova la tua Dulcinea
+ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
+sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
+</p>
+
+<p>
+Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità
+senza quattrini in tasca? Ma sconsolato Tartarin,
+perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
+e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli,
+nè più gloriosa conquista poteva vantare
+in un mese che quella delle cento e tante
+lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia
+se la prendeva, più che col Governo, con la
+mala educazione che corrompe le ragazze. — È
+l'educazione del cuore che manca! — diceva
+<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
+lui. — Se l'adulterio apparisse non una desiderabile
+offesa alle leggi, ma una cattiva azione,
+una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto
+fino il sacrificio di sposare una ricca, e
+non si sarebbe adirato nemmeno col Governo,
+nè rattristato alla fatalità del dolore umano.
+Questo, è vero, l'induceva a frequenti sfoghi di
+versi. Ma a che pro'? Gli editori non credono
+più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore,
+alla malinconia preferiscono stare allegre.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla
+festa, solo, con un solo biglietto per la lotteria,
+non aspettandosi uno spettacolo che lo commovesse
+così dolcemente: la creatura nel cesto
+e la creatura che stava a guardarla. Nessuna,
+nessun'altra di tante signore e signorine che
+vi erano, si era fermata compassionando dinanzi
+all'agnello. Tutte agognavano i premi di gran
+prezzo; tutte, tranne quella madre e quella figlia,
+civettavano intorno, stupide di mente e di
+cuore.
+</p>
+
+<p>
+— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è
+bellino? — E poichè anche la madre disse: — Povera
+bestiola! —, fu manifesta una affinità
+di sentire tra l'animo materno e il figliale e
+fu certo per Biscaglia che chi meritasse la pietà
+della madre meriterebbe anche la pietà della
+figlia o viceversa.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
+</p>
+
+<p>
+.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
+</p>
+
+<p>
+Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le
+signore s'affollavano intorno al palco donde era
+venuto stentoreo l'annuncio e dove un signore in
+<i>frac</i> scampanellava per avviso ai più lontani.
+</p>
+
+<p>
+— Estrazione!
+</p>
+
+<p>
+Già si cominciava.
+</p>
+
+<p>
+— Numero!...
+</p>
+
+<p>
+— Attenti!...
+</p>
+
+<p>
+— Cinquantotto!
+</p>
+
+<p>
+Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto,
+senza meravigliarsi di non aver lui il 58 e di
+udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
+vinto un magnifico vaso d'argento.
+</p>
+
+<p>
+— Numero...!: quattordici!
+</p>
+
+<p>
+Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E
+intanto il nuovo vincitore si portava via un'altra
+bella cosa.
+</p>
+
+<p>
+— Numero...!: due!
+</p>
+
+<p>
+Il professore scosse le spalle; mise il biglietto
+in tasca e si mosse. Già era disgraziato in
+tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
+consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe
+mutato d'infelice in felice, nè avrebbe
+diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
+</p>
+
+<p>
+— Numero...!: ventisei!
+</p>
+
+<p>
+Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora
+ciarlava appunto con quella mamma e quella
+bionda figliola così pietose. Gli sarebbe piaciuto
+di tentare un po' l'anima della ragazza in
+<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
+qualche poetico discorso e avrebbe voluto esserle
+presentato dal collega; ma, disgraziato sempre,
+non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
+</p>
+
+<p>
+— Numero...!: quattrocentododici!
+</p>
+
+<p>
+Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo?
+Sì sì: l'aveva lui, il professore Riccardo Biscaglia,
+il 412!
+</p>
+
+<p>
+— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
+</p>
+
+<p>
+Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente.
+Ma diè indietro alla vista del premio.
+</p>
+
+<p>
+L'agnello!
+</p>
+
+<p>
+— Un agnello! — esclamarono i prossimi al
+banco. — Un agnello! — l'agnello! — Si rideva;
+si applaudiva.
+</p>
+
+<p>
+E Biscaglia salì e quindi discese dal palco;
+pallido come chi ascende al patibolo senza speranza
+di discendere.
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega,
+a vederlo col cesto nelle mani.
+</p>
+
+<p>
+Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di
+spirito, che assumendo quasi il valore di una
+lode meritata per un'ardua prova rianimò il
+professore. E di animo ne aveva bisogno: <i>ella</i>
+era lì dinanzi e sorrideva un po' triste; diceva
+con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei e non io?»;
+e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre
+la mano senza guanto, bella, ripassava sul
+capo dell'agnellino; e gli occhi e la bocca del
+professore, che pareva una balia col fantolino
+in braccio, non dicevan nulla.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega;
+aggiungendo la presentazione:
+</p>
+
+<p>
+— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
+</p>
+
+<p>
+— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse
+la mamma.
+</p>
+
+<p>
+— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa
+bestiola! — disse la figlia.
+</p>
+
+<p>
+<i>Bèee....</i>
+</p>
+
+<p>
+Allora cesto e agnello per poco non caddero
+di mano a Biscaglia, tale fu l'urto che l'amico
+gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
+del resto, era venuta anche a lui.
+</p>
+
+<p>
+— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
+</p>
+
+<p>
+Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
+</p>
+
+<p>
+— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe
+averne maggior cura di me.... Io non ho
+moglie....
+</p>
+
+<p>
+— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse
+l'altro.
+</p>
+
+<p>
+All'offerta, la figlia guardò la mamma; la
+mamma annuì; ringraziarono; e il candore e
+l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono
+dal professor Riccardo Biscaglia al soave dominio
+della signorina Irma Crocchi.
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia
+s'innamorò assennatamente; perchè era un
+amore nato da un affetto non cieco: dall'ammirazione
+della bontà; perchè più che la bellezza
+<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
+aveva potuto sul suo cuore quella prima vista
+della signorina Irma nell'attitudine compassionevole.
+La bellezza è caduca; non la bontà, se
+spontanea; non la gentilezza, se sincera e nativa.
+Essere amato da tale donna forse non
+sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio,
+ad ogni dolore, ad ogni fatica, a tutti i danni
+della vita? A tutti, forse no; per la fatalità del
+dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo
+Biscaglia, per quell'eterno conflitto che alimentava
+in sè stesso, vivrebbe e morirebbe scapolo.
+Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
+non poteva essere che troppo povera. Ma egli
+l'amava. Ma egli aveva l'obbligo di una visita
+alle signore che avevano accolto il suo dono.
+</p>
+
+<p>
+Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo
+per accertarsi e mantenere con maggior forza
+il cervello a posto, chiese a quel tale collega: — Le
+Crocchi non han mezzi, eh?
+</p>
+
+<p>
+— Han qualche cosa.
+</p>
+
+<p>
+Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella
+realtà!
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p>Ma ci fu dunque il sole</p>
+<p>Su questa terra un dì?</p>
+</div>
+
+<p>
+Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro
+nelle tenebre tempestose. Diveniva possibile la
+conciliazione dell'idea col sentimento; dell'amore
+col senno, della poesia con la prosa! Irma
+possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva
+qualche cosa più di quanto costi una capanna
+a comperarla in due, o a prenderla in
+<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
+affitto in due! Egli dunque poteva domandar
+la mano della signorina che amava! La felicità
+non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
+Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo
+amore, il compagno de' suoi sogni, l'argomento
+delle sue rime, il simbolo del suo cuore. <i>Bèee....</i>
+</p>
+
+<p>
+Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano
+d'accordo mentre Tartarin saliva il Righi, così
+erano d'accordo adesso nell'animo del professore
+Biscaglia mentre egli saliva <i>quelle</i> scale.
+</p>
+
+<p>
+Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto,
+le signore. Salendo crescevano i palpiti, calava
+il sangue. Smorto, anelante, il professore si arrestò
+all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta,
+lesse il nome: <i>Crocchi</i>.
+</p>
+
+<p>
+Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
+</p>
+
+<p>
+Ma lui si sentiva così smorto che non ardì
+toccar súbito il bottone del campanello; e prima
+si fregò le guance con le mani. L'atto però
+gli parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a
+guardarlo o a spiarlo per la finestra della scala;
+si volse....
+</p>
+
+<p>
+Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva,
+spaccato, l'agnello.
+</p>
+
+<p class="pad2 small">
+Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
+<i>Feuilleton Zeitung</i>, <i>Zürcher Post</i>, <i>Düsseldorfer Zeitung</i>,
+<i>Frankfurter Nachrichten</i>, <i>Neueste Nachrichten für Elberfeld</i>,
+<i>Dortmunder Zeitung</i>, <i>Unterhaltungs-Beilage</i>, <i>Die Selbsthilfe</i>,
+<i>Hansa-Theater</i>, <i>Neue Saarbrücker Zeitung</i>.
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="falcone"></a>
+Il falcone.
+</h2>
+
+<p class="indl small">
+Nel medio evo:
+</p>
+
+<p class="indr small">
+per le signore d'oggidì.
+</p>
+
+<p class="pad1">
+Il castellano di Ripalta s'era allevato con
+amore un valletto di nome Ugo e con desiderio,
+esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva
+il giorno che lo armerebbe cavaliere.
+Nè di quel bene del signore per il valletto ingelosiva
+madonna Ginevra, poichè la giovinezza
+di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi
+in conto di figlio, le risparmiava i rimbrotti del
+marito.
+</p>
+
+<p>
+Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le
+cacce e il conversare con le sue donne e cogli
+ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria
+del castello non meno che le faccende casalinghe,
+cui essa accudiva umilmente. Come rideva
+a osservar le galline, che al solo vederla
+chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro
+e si disputavano in frotta avida e litigiosa
+<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
+il becchime che gettava, così rideva se a diporto
+il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
+o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse
+peggio che lo strappo il rattoppo; e mentre
+cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
+l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella
+cantava e i villani, giù nella valle, udivano limpide
+e schiette le cadenze della sua bella voce.
+</p>
+
+<p>
+Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra
+era amata dai servi, quantunque fosse anche
+temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
+tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio
+di lei diventava la volontà del sire. Solo
+Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
+e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno
+fingendosi egli sdegnato e mesto; sicchè lei finiva
+con immergergli le dita tra i capelli folti,
+per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava
+tutta in un'occhiata.
+</p>
+
+<p>
+Veramente molte cose erano permesse a Ugo.
+Poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto
+a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
+strane burle al vecchio maggiordomo o assestare
+un pugno allo scudiero che gli minacciava un
+pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
+che si stava spogliando; che, accusato alla padrona,
+la padrona rideva, e accusato al padrone,
+il padrone taceva.
+</p>
+
+<p>
+Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il
+valletto parve mutare costume, e il signore notò
+lo studio di lui a imitarlo affinchè nessuno,
+<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
+neppure madonna Ginevra, lo considerasse più
+un ragazzo. Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi;
+sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi,
+d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la
+vita e la natura che fervevano attorno a lui
+gli rivelavano cose sconosciute e gli suscitavano
+sensazioni nuove. E intanto che la forza
+sensuale si sviluppava in lui e per l'istintiva
+penetrazione della pubescenza egli imparava da
+tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
+peranche indefinito gli avvolgeva il cuore
+di una insolita tristezza e tenerezza. Amava, già
+amava, senza sapere chi amasse e senza sapere
+che amava.
+</p>
+
+<p>
+Ma risalendo un giorno dalla valle al castello
+(era di fitto meriggio e sotto la forza del sole
+il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
+tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a
+un'allodola, madonna Ginevra; e d'un tratto
+l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
+sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma
+di persona viva: madonna Ginevra!
+</p>
+
+<p>
+La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle
+mani della padrona, al valletto tremavano le
+mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse
+lo sguardo; amava da uomo; senza paura amava,
+e senza vergogna.
+</p>
+
+<p>
+Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente
+innamorata ebbe allora da fantasticare! Secondando
+i ricordi delle storie, che gli avevano
+raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per
+<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
+gloria delle loro dame, e invidiando a sè stesso
+i pochi anni che gli mancavano alla piena giovinezza,
+s'imaginava vincitore di tornei in cui
+madonna Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore
+e salvatore di madonna in un notturno
+assalto di nemici.
+</p>
+
+<p>
+Per altro, quell'ardore e il compiacimento di
+quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara
+noncuranza della dama, la quale aveva due grand'occhi
+solo per vedere, non per osservare; e
+poichè egli non fallava più, tal cura e tal forza
+metteva nel servirla, essa non aveva neppur
+più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
+</p>
+
+<p>
+Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate
+le sue pene?
+</p>
+
+<p>
+E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò
+come condensando in modo più virile; onde la
+sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
+dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore
+della giovinezza, l'abituava a desiderare nella
+bella donna le delizie corporali e le gioie della
+colpa. A poco a poco egli perdette, così, la
+baldanza, il coraggio, la fede del suo amore; e
+il timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto
+e l'intenzione.
+</p>
+
+<p>
+Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto
+più gli diminuiva la speranza, tanto più cresceva
+in lui la bramosia di essere soddisfatto.
+</p>
+
+<p>
+Madonna Ginevra era sempre bella e fresca:
+rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. Come
+spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
+<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
+certe occhiate desiose del marito a lei! Con che
+travaglio percepiva negli occhi e nel riso di madonna
+gli assensi e le promesse! Il desiderio
+sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e
+tempestoso, affaticava l'animo del valletto non
+più riposato nei primi propositi; e il pensiero
+di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
+insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva
+morire d'amore; avrebbe alla prima buona
+circostanza rivelata alla dama la sua passione
+sconsolata.
+</p>
+
+<p>
+Avvenne che una mattina, montando il suo
+cavallo migliore e seguito da scudieri in vesti
+nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
+Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal
+valletto con penoso e lungo desiderio, tuttavia
+appena il signore fu scomparso al basso del
+colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della
+felicità se l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo
+malanno se madonna non volesse ascoltarlo
+o mancasse a lui il coraggio d'ottenere
+ascolto, provò un turbamento grande di paura.
+Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò
+il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
+</p>
+
+<p>
+E il sole cadeva che non aveva ancora trovato
+il modo acconcio per incominciare. Quando
+però, la sera, si fu accorto che la padrona
+era entrata nelle sue stanze, non più dubitando
+salì, s'introdusse guardingo, spinse francamente
+quella porta.
+</p>
+
+<p>
+Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un
+<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
+po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati,
+al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe
+Ugo e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa
+e sorridente disse: — Vieni, vieni. Cosa
+vuoi?
+</p>
+
+<p>
+A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda
+che s'era proposto di far dopo, e raccolto
+il fiato bastevole per non restare a mezzo,
+chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese
+o valletto, non importa chi amasse da gran
+tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
+o regina, non importa chi, e non avesse
+cuore di dirglielo, sarebbe savio?
+</p>
+
+<p>
+La domanda piacque a madonna, lieta non
+ostante l'assenza del marito; e per burlarsi del
+ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche
+un valletto, purchè fosse bello e valente come
+te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e
+ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
+almeno compassione.
+</p>
+
+<p>
+Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole
+e quasi ebbro di gioia esclamò: — Madonna
+Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per
+voi! Aiutatemi, madonna!
+</p>
+
+<p>
+La dama non rise: non credè che il ragazzo
+volesse burlarsi lui di lei, perchè gli scorse la
+passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
+lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò
+severa: — Ah, ma tu sei matto! Che mi vai
+cicalando con le tue fole? Che so io dei tuoi
+<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
+amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho
+risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il
+sire quando glielo dirò! Vattene!
+</p>
+
+<p>
+Stordito, con gli occhi spalancati e disperati,
+Ugo non si mosse. Nel tumulto dei pensieri,
+ebbe forza di cercare la suprema invocazione
+alla pietà della dama, l'affermazione estrema
+del suo amore e una minaccia quasi di vendetta
+all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
+così, e la colpa è vostra. Perchè non mi
+ammazzate piuttosto? Meglio morire!... In fe' di
+Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
+accontentato! — E con un'angoscia che pareva
+lo strozzasse, uscì di là.
+</p>
+
+<p>
+Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che
+gli è venuto in mente a quel ragazzo?»; poi,
+nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè: «Cosa
+gli è venuta in mente?»; infine, si distese
+sotto le lenzuola e, come il marito era lontano,
+s'addormentò senz'altro pensiero, col riso su le
+labbra.
+</p>
+
+<p>
+Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato
+tosto il suo rovello, per non piangere si
+dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
+occhio prima d'essersi convinto che la prova
+che si era imposta era degna d'un cavaliere
+innamorato, se era prova che davvero gli metteva
+in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la
+mattina, ebbe fatica, quasi pena a riandare il
+fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
+un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un
+<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
+grosso errore, fino un'azione da ragazzo; e si
+provò a dimenticare. Non poteva: in che modo
+comparire al cospetto di madonna? E l'amore
+gli diè ragione; gli rinfocolò la fantasia; gli
+fece parer eroica la deliberazione presa. Quando
+furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso
+qua — segnava lo stomaco —; non potrò più
+mangiare. — E non si alzò.
+</p>
+
+<p>
+Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non
+ingoia nulla — risposero. Nè egli cedè
+ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
+dì una serva gli portò una tazza di latte
+appena munto, spumante, che faceva voglia, e
+un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli
+occhi e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo
+fu a trovarlo e gli porse, dondolandolo per il
+gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini
+neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina
+tra altri ancora rossi ed in agresto: egli lo divorò
+un momento con gli occhi, resistette e lo
+respinse.
+</p>
+
+<p>
+Allora il maggiordomo venne dove madonna
+Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva
+un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose
+per la stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
+</p>
+
+<p>
+— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè? — chiese con simulata indifferenza
+la padrona.
+</p>
+
+<p>
+Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù
+neanche un granello d'uva.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
+</p>
+
+<p>
+Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò
+alla cameruccia del valletto.
+</p>
+
+<p>
+Stava il valletto con le palpebre abbassate
+perchè nel languore dell'inedia tutto ondeggiava
+dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco
+e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della
+dama, riconoscendola.
+</p>
+
+<p>
+— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
+</p>
+
+<p>
+Egli disse:
+</p>
+
+<p>
+— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione
+di me!
+</p>
+
+<p>
+Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da
+me non avrai mai grazia nella
+bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
+al bene che il padrone ti vuole? È
+questa l'affezione che gli porti? Tornerà....
+</p>
+
+<p>
+— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato
+più che ardito.
+</p>
+
+<p>
+— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le
+ossa!
+</p>
+
+<p>
+— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
+</p>
+
+<p>
+La dama uscì col proposito di dire ogni cosa
+al marito appena fosse giunto. Però, intanto che
+cuciva, ebbe timore che il marito la rimproverasse
+d'aver tentata per capriccio e accarezzata
+in qualche modo la folle passione del valletto;
+e a nascondergli la verità, non la rimprovererebbe
+di non averlo sovvenuto con un medico e
+con medicine e con premure? Che imbroglio!
+Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
+</p>
+
+<p>
+Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno
+scudiero venne ad annunziare che il castellano
+arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi sa — riflettè
+madonna Ginevra — che a vedere il
+padrone non lo domi la vergogna?»
+</p>
+
+<p>
+Così quando nel tinello, in cui su la tavola
+imbandita col più ricco vasellame fumavano le
+vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli disse: — È
+a letto da tre giorni, e non tocca cibo,
+per un capriccio. Provatevi voi a rimettergli
+il giudizio.
+</p>
+
+<p>
+Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo
+seguì.
+</p>
+
+<p>
+— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
+</p>
+
+<p>
+Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello
+stomaco, che non mi va giù niente.
+</p>
+
+<p>
+— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non
+è vero! Per il male che ha, potrebbe mangiare, — Poi
+rivolta a Ugo disse: — Adesso io
+gli dirò perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
+</p>
+
+<p>
+— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose.
+Raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo,
+la battaglia; e il signore, cui piacque
+quella risposta così franca e cui dava sospetto
+l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la
+moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
+soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò
+entrare nella mia camera mentre mi spogliavo.... —;
+onde il sire capì che il torto era
+proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò
+impaziente.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
+</p>
+
+<p>
+La dama invece tornò a chiedere al valletto:
+</p>
+
+<p>
+— Mangerai?
+</p>
+
+<p>
+Egli, che era risoluto di morire, negò ancora
+col capo, sospirando.
+</p>
+
+<p>
+— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e
+lui venne da me, tutto strano, a domandarmi....
+Imaginate!
+</p>
+
+<p>
+— Insomma! — fece il sire.
+</p>
+
+<p>
+— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima
+volta. E per l'ultima volta: — No! — ripetè forte
+Ugo, che teneva fissi gli occhi negli occhi di
+madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia
+a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma
+il marito senza più badarle, come nella
+reticenza comprendesse quanto imaginava, con
+collera afferrò il braccio del valletto e gridò
+bieco: — Cosa le chiedesti?
+</p>
+
+<p>
+Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà
+virile che l'amore rendeva ineluttabile;
+disperato amore, più forte della morte; tale, che
+madonna Ginevra ammirandone la fermezza
+minacciosa insieme e supplichevole e temendo
+a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
+marito che minacciava con quasi brutale veemenza,
+vinta dalla pietà, dall'ammirazione e
+forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
+giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
+</p>
+
+<p>
+— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone
+pellegrino, che non dareste a nessuno, nè
+a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
+averlo, s'è impuntato a digiunare.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
+</p>
+
+<p>
+Alle parole della donna il credulo marito contenne
+l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo
+male è questo, non voglio che tu ne muoia!
+Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo,
+uscì.
+</p>
+
+<p>
+Ma la dama prima d'andarsene si fece più
+presso a Ugo, che la speranza aveva ravvivato
+e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
+</p>
+
+<p>
+— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti
+vorrò contento. — Meglio che con le parole ella
+prometteva sorridendo con uno sguardo lungo
+e tenero come una carezza.
+</p>
+
+<p>
+Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
+</p>
+
+<div class="chapter"></div>
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="arcadia"></a>
+In Arcadia.
+</h2>
+
+<p>
+Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta
+miglia da Bologna e dieci dal men grosso paese,
+Castello. La strada che vi menava una volta
+era per lungo tratto il greto del fiume Idice,
+e poi una carraia, stretta fra balzi e rotta spesso
+da lavine, della quale non avrebbe potuto rendersi
+comparativa idea neppure chi avesse vista
+una via di Milano scomposta per prova di
+un nuovo pavimento. Ma, or è qualche anno, fu
+condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale
+che passando di lassù doveva contribuire
+anch'essa ai fatti di questo racconto. E lassù,
+dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
+aperto davanti e al di sopra di colline o più
+basse montagne, di cui una ha nome dall'antica
+Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
+cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino,
+di San Giorgio e di Cignano. Fra i castagneti
+appaiono le case bianche; tra balze, fratte
+<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
+e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai
+dì sereni si distende in nitido e obliquo letto per
+la plaga occidentale, alla pianura.
+</p>
+
+<p>
+Di forestieri a Rioronco non capitano che i
+carabinieri, a quando a quando, o, pur troppo,
+il cursore del comune. La scuola è distante e
+fuori della strada nuova. Un giornale vecchio
+d'un anno, se pervenga a chi sa leggere, è un
+foglio pieno di meravigliose novità.
+</p>
+
+<p>
+Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria
+serve da spaccio d'ogni genere; fin di sigari toscani,
+i quali, stagionati come sono, mitigherebbero
+il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
+</p>
+
+<p>
+Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti
+che, se non ci si metta la malattia della
+foglia, producono assai, e le belle vigne, che,
+se non le guastano malanni delle foglie e del
+grappolo, producono assai; oltre la terra fertile
+di formentone e di meliga, il rio Rosso ha per i
+più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche
+anguilla e tanti ranocchi!
+</p>
+
+<p>
+I ranocchi si prendono la notte con la «facella»;
+ciò e un pugno di canne le quali, accese,
+bruciano adagio e alla cui fiamma quelle curiose
+bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e
+di fra le alighe il capo stupefatto, e restano immote,
+fisse, incredule ai loro stessi occhi, non
+si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella
+luce con l'aurora, o credono a qualche scientifica
+scoperta degli uomini; il fatto sta, che nell'estasi
+<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
+sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
+al ruvido contatto della tela con le loro membra
+tenerelle, imparano giù prima d'esser fritte
+che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
+delle illusioni.
+</p>
+
+<p>
+Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto
+Rosso per le sue sabbie bionde, ma senza
+traccia d'oro —, si prendono trattenendo
+con una chiusa la corrente e con le pale gettando
+l'acqua fuori del borrone finchè questo
+rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli uomini
+afferrano anguille che si appiattano nella
+melma e pesci che si raccomandano a bocca
+aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
+e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo
+su le bracie come eroi che tentino uno
+scampo senza voltarsi indietro.
+</p>
+
+<p>
+Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano
+oggigiorno neanche i boschi di Rioronco;
+tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che in
+pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci
+e trappole e in primavera fan posta ai nidi con
+la poetica speranza d'allevarsi in gabbia o un
+cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale
+di solito — ingozza che t'ingozzo — basisce per
+il troppo pane biascicato che gli s'impartisce con
+troppo buon cuore.
+</p>
+
+<p>
+Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a
+Rioronco un solo omicidio: una baruffa vi è un
+avvenimento come un furto di pollaio; intorno
+al quale di casa in casa si discorre per un
+<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
+mese, e del quale non si fa denuncia poichè
+quasi sempre si sa da tutti in che pentole quelle
+due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi
+vi sono corrotti come nei paesi dove le
+mamme fan la guardia alle figliole fidanzate.
+Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente
+manìa per cui dopo sette, o otto, o talvolta
+nove mesi di matrimonio, i padri cercano
+nel lunario e propongono alla moglie puerpera
+i nomi più strambi e difficili, da storpiare barbaramente
+sul neonato o sulla neonata che vanno
+a battezzare.
+</p>
+
+<h3>
+I.
+</h3>
+
+<p>
+Nella felice terra di Rioronco viveva ancora,
+pochi anni sono, un patriarca: un alto e forte
+vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia tutta
+sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza
+far ridere alcuno portava le brache corte,
+con le calze al ginocchio d'estate e con le ghette
+d'inverno; e in famiglia poteva contare con la
+moglie, vecchia meno di lui ma già imbecillita,
+tre figli, tre nuore, un genero, una quindicina
+di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
+in qualche modo all'assenza di due cugini soldati,
+aveva preso moglie anche lui, rendendo
+bisnonno il vecchio Carlone.
+</p>
+
+<p>
+Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi
+<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
+avi, governava tranquillamente e assolutamente
+come quello nella cui volontà e nelle cui tasche
+trovavano regola ed equilibrio le spese della casa
+e le rendite della terra coltivata da tutta la famiglia.
+Egli vigilava ai lavori; parlava poco con
+i figlioli; era aspro con le donne, complimentoso
+col curato, loquace con gli amici, terribile
+con i ragazzi e buono con i bambini che, seduto
+nella panca sotto il moro, elevava qualche
+volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare
+<i>trotta trotta, cavallon</i>, e farli ridere.
+</p>
+
+<p>
+Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre
+usava sedere a capo di tavola con gli uomini
+attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
+prima comunione: i minori mangiavano dopo
+con le donne. E per la rigida osservanza al vivere
+antico, e per la sua religione e per l'esperienza
+dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia
+d'una supremazia che gli aveva meritata
+rinomanza pure nei dintorni.
+</p>
+
+<p>
+Quand'egli si assentava — ma di rado e solo
+per la fiera al paese o per qualche grossa vendita
+in città — la Cà scura si commoveva in
+un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini,
+chi scappava all'osteria, chi dall'amorosa;
+mentre i ragazzi correvano a vuotar borri
+nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le
+nuore sfogavano le ire e le gelosie per lungo
+tempo contenute; sicchè il tiranno, che partendo
+era stato salutato da sospiri di sollievo,
+tornava non solo temuto come giudice, ma desiderato
+<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
+spesso come salvatore. All'annunzio: — c'è
+il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura
+cadeva di subito in una quiete conventuale.
+</p>
+
+<p>
+Tornava Carlone dalla città tutt'intronato,
+stanco, con l'oscura e quasi atterrita coscienza
+della sua prossima morte, perchè in quelle ore
+laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo;
+e col pensiero avvinto alle cose vedute pativa
+un fastidio da cui stentava a liberarsi. Se gli affari
+gli erano andati a modo, si consolava alla
+vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù,
+hanno il vapore che ha avvelenata l'aria, ed
+hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
+meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano
+andati male, allora lamentava: — Noi diciamo
+che si stava meglio una volta; e a Bologna dicono
+lo stesso: che si stava meglio una volta.
+Dunque la gente a questo mondo non la trovo
+mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un povero
+ignorante; e per più giorni faceva il cattivo
+in casa, quasi temesse d'aver perduta o
+temesse di perdere l'autorità famigliare.
+</p>
+
+<p>
+Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli
+la fatica di viaggi alla città, ecco
+che ad amareggiare gli ultimi giorni del patriarca
+venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un
+conte pontificio, ch'era morto a Roma e a Rioronco
+non si era visto quasi mai. La strada
+nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso
+dell'erede: alla massiccia Cà scura s'opponeva,
+nell'estimazione pubblica, il nobile Palazzetto,
+<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
+di recente restaurato; alla supremazia
+del vecchione minacciava di succedere la supremazia
+di quel signore patito e guardingo, che
+i contadini dicevano cattivo come il loglio.
+</p>
+
+<p>
+Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso
+che gli si era dato a conoscere per uno
+dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
+i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha
+preso Rioronco per un covo di ladri?
+</p>
+
+<p>
+Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle
+carraie; tese reti metalliche lungo la strada;
+piantati pali con su la scritta «bandita». E il
+curato: — La moglie del signor ingegnere veste
+cinque bambine per la cresima.... Il signor ingegnere
+ha mandata la panca per la chiesa.... Il
+signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. — Dopo
+il ristauro della villa, ristauravano
+anche il piccolo oratorio di Sant'Anna, di
+fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che
+brava signora!...
+</p>
+
+<p>
+Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa,
+mal fa; chi non guarda in faccia, non è sincero;
+non mi fido io di colui!
+</p>
+
+<p>
+Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto,
+il cursore del Comune venne alla Cà scura
+con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
+dal sindaco.
+</p>
+
+<p>
+<i>A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo
+num. 12 del Regolamento....</i> etc..., <i>s'intima
+al signor Carlo Carli il taglio, nel suo predio
+denominato la Zucca, di tutti i rami di quella
+<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
+quercia che impediscono la viabilità della strada
+comunale in Ronco...</i>, con minaccia di <i>dar corso
+immediato agli atti di contravvenzione....</i> etc....
+</p>
+
+<p>
+Parve a Carlone di ricevere un pugno su la
+testa. Rosso d'ira fe' portare da bere all'uomo;
+poi chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Oh perchè non han mai detto niente prima
+d'oggi?
+</p>
+
+<p>
+— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
+</p>
+
+<p>
+E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui,
+indifferentemente, si difendeva dalle lagnanze,
+dalle minacce e dalle proteste:
+</p>
+
+<p>
+— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
+</p>
+
+<p>
+Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non
+ne passano, e la quercia non arriva alle birocce.
+</p>
+
+<p>
+— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà
+ombra a qualcuno. — Poscia, con la stima d'ogni
+servo per chi lo paga, il cursore aggiunse: — Le
+leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma
+in Comune non se ne ricorderebbero se un qualche
+furbo di tanto in tanto non ci avesse tornaconto
+a metterle in memoria al Sindaco e alla
+Giunta.
+</p>
+
+<p>
+— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava
+il vecchio.
+</p>
+
+<p>
+Il quale, appena se ne fu andato il messo,
+chiamò i figlioli e il cane, li mandò a provvedere
+in fretta un «arrostino», quantunque fosse
+<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
+ancora tempo di caccia vietata, ed egli recò
+la biada alla sua mula.
+</p>
+
+<p>
+A cavallo, discendendo poco dopo, preparava
+il discorso per convincere che la quercia non
+faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
+prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando
+brontolando e rammentando che al tempo del
+Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
+folte, che era una delizia, giunse la sera al
+paese. Naturalmente, in vista dell'arrosto, il segretario
+promise di interporre la sua autorità
+perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso
+due o tre giorni dopo.
+</p>
+
+<p>
+E naturalmente quando Carlone de' Carli venne
+per la risposta, apprese che l'arrosto era stato
+squisito e il sindaco irremovibile.
+</p>
+
+<h3>
+II.
+</h3>
+
+<p>
+Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare
+la bella quercia, che rivedeva uguale nei
+ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
+alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare
+il frusto di pane, riposavano nei caldi
+meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
+i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto,
+perchè un intruso lassù non ne aveva
+una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
+mutilarla nelle braccia la feconda, la buona
+<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
+quercia che dava tante staia di ghiande ogni
+anno!
+</p>
+
+<p>
+Col dispiacere d'imaginare le membra recise,
+Carlone pensava le parole di coloro che nel
+transitare per la strada osserverebbero quello
+strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così
+bella quercia! —; e i cattivi: — Ah, ah! gliel'han
+fatta a Carlone della Ca' scura! — E in lui era
+il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come
+d'un'offesa atroce, d'uno sfregio ignominioso
+contro non solo a lui ma a tutta la sua famiglia,
+ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi
+pronipoti.
+</p>
+
+<p>
+L'albero resistente e poderoso, per cento e
+cento anni ancora dopo la sua morte attesterebbe,
+così deturpato ad ogni primavera, l'antica
+sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione,
+di tanto in tanto rinnovata, a una
+lontana ingiustizia e a una remota provocazione
+dell'invidia e dell'orgoglio.
+</p>
+
+<p>
+Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse
+buttata giù, troncata di colpo, il fulmine!
+</p>
+
+<p>
+Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando
+allo sguardo altrui, andava alla quercia
+a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio
+il fulmine! meglio una saetta!
+</p>
+
+<p>
+E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava
+l'intimazione del sindaco e diceva: — Bisogna
+rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva il
+capo quasi minaccioso rispondendo:
+</p>
+
+<p>
+— No!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Andremo incontro a dei guai....
+</p>
+
+<p>
+— No!
+</p>
+
+<p>
+Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse
+ai tre figli e al nipote maggiore:
+</p>
+
+<p>
+— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E
+quelli compresero che a tagliarla preferiva
+abbatterla, e tacquero.
+</p>
+
+<p>
+Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno,
+che precedeva per il sentiero, si rivolse:
+</p>
+
+<p>
+— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
+</p>
+
+<p>
+Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad
+aprire la buca, ampia, intorno al pedale che
+tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
+assisteva immobile con le mani in tasca.
+Apparvero lombrichi; apparvero fra la terra
+gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo
+scavar delle vanghe restavano recise con netto
+taglio, o, tócche, si spelavano bianche come
+serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima
+radice di un rosso terrigno, grossa quanto un
+braccio. Scalzata che fu con i picconi, Carlone
+recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
+passeri che s'inseguivano dalla siepe, non
+impauriti da quel battere della scure, volarono
+su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
+lontane.
+</p>
+
+<p>
+Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca:
+scoprirono a destra, più giù, un'altra radice più
+grossa, che il primogenito tagliò. E poi un'altra.
+E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano
+di quelle radichette bianche, lisce, umide
+<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
+come serpi, con qualcuna delle vecchie nera e
+marcita.... E poi un'altra, rubesta.
+</p>
+
+<p>
+Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in
+piedi, immobile, all'apparenza impassibile, ordinò
+al nipote di poggiare la scala e di salire
+a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto.
+La faccenda fu lunga. Dopo di che, tornarono
+all'opera.
+</p>
+
+<p>
+Uno chiese se venderebbero anche il ceppo;
+ma il padre non rispose. E di quelli che frattanto
+passarono per la strada, fu uno che attese e,
+ricambiato un saluto, disse:
+</p>
+
+<p>
+— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un
+bosco!
+</p>
+
+<p>
+Esclamò un altro:
+</p>
+
+<p>
+— È campata abbastanza, eh, Carlone?
+</p>
+
+<p>
+— Abbastanza! — rispose.
+</p>
+
+<p>
+Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere,
+il vecchio disse:
+</p>
+
+<p>
+— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo
+a disturbarvi nei vostri interessi!
+</p>
+
+<p>
+Quegli rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Avete ragione, avete; — e proseguì.
+</p>
+
+<p>
+Dopo un'altra ora la buca era già così profonda
+che a ogni nuova radice recisa, tre degli
+uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
+forza contro il fusto per tentare se non
+rimaneva che il fittone. Indarno: non ancora il
+fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
+mezzodì — ebbero certezza che sola la radice
+maestra rimaneva.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
+</p>
+
+<p>
+E il vecchio disse:
+</p>
+
+<p>
+— La mannaia a me!
+</p>
+
+<p>
+Discese lui nella fossa: cominciò a colpire;
+mentre i figli ai capi della corda, lontano, tiravano,
+squassavano.
+</p>
+
+<p>
+Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice
+di quella vita gigantesca cadevano i colpi
+del fiero vecchio. Quando il taglio fu innanzi,
+Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma
+l'albero non voleva cedere; invano s'incitavano
+l'un l'altro.
+</p>
+
+<p>
+— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando
+un grido per avviso allo sforzo concorde....
+</p>
+
+<p>
+Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia
+troncato: poi, subito dopo, uno schianto molteplice,
+diverso, confuso e pieno di tutte le vette,
+di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono
+la terra madre; e parve che l'immensa pianta
+si sfasciasse tutta quanta, cadendo.
+</p>
+
+<p>
+Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto
+rosso s'asciugò, tra il sudore, due lagrime.
+</p>
+
+<h3>
+III.
+</h3>
+
+<p>
+Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il
+curato. Era questi un buon prete, superstizioso
+e religioso a un tempo; un po' asprigno e cocciuto
+anche lui, un po' interessato, un po' gobbo,
+un po' sporco, perchè tabaccando non spazzava
+<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
+il tabacco rimasto dalla presa sul panciotto più
+rosso che nero; ma abbastanza affezionato al
+suo gregge e al suo ovile e amico a Carlone
+de' Carli, col quale da anni e in ogni stagione faceva
+la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
+del moro o sotto il portico del forno o nella
+stalla. Veramente nei primi anni di cura la prevalenza
+del vecchio aveva urtato il parroco e
+quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto
+però egli si era convinto che disgustarsi Carlone
+sarebbe stato come disgustarsi tutta la parrocchia
+e che non potendo contrastare a un avversario,
+conveniva preferirne l'amicizia. Carlone
+inoltre era liberale verso la chiesa; e il figlio
+maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
+di San Vincenzo», che s'era estesa per le
+parrocchie vicine; e tra le donne della Ca' scura
+si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
+«rettora».
+</p>
+
+<p>
+Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario,
+súbito il curato dubitò d'una rivalità
+fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
+da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende
+ecclesiastiche pur in campagna, nè dubitò
+che tra i due litiganti resterebbe lui con la testa
+rotta quando non riuscisse a barcamenare.
+A ciò non era molto abile, e piuttosto che giovare,
+nuoceva alla sua intenzione onesta con
+far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo
+troppi elogi di Carlone: nondimeno volse il
+mese da che le radici della quercia eran state
+<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
+messe al sole senza che il conflitto avvenisse.
+Per poco il curato non imbaldanziva; non gli
+pareva più tanto difficile navigare in buone acque
+fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere
+e la sua ottima signora se n'andrebbero,
+grazie a Dio, di villa in città.
+</p>
+
+<p>
+Ma egli non pensava a San Michele, che viene
+ai 29 di settembre; o meglio, non prevedeva
+che dovesse recargli noie proprio la maggior
+festa della parrocchia. Quell'anno non era stata
+scelta alla Ca' scura che la priora; e rettora
+sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
+Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
+</p>
+
+<p>
+Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo
+ma così petulante, venne in canonica, ed entrato
+nel discorso della prossima festa, espose chiaro
+e tondo il desiderio che la processione si recasse
+all'oratorio da lui fatto restaurare; come
+a dire che San Michele facesse una visita a
+Sant'Anna.
+</p>
+
+<p>
+A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi
+quale un cavallo che adombri, esclamò in quella
+sua maniera un po' rude:
+</p>
+
+<p>
+— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
+</p>
+
+<p>
+Di consuetudine, la processione calando dalla
+chiesa prendeva una viottola a bivio con la
+strada comunale (con la strada appunto che conduceva
+al Palazzetto) e saliva fino a un olmo,
+le cui fronde composte in cupola facevan da
+tempio a una Madonnina in voce di miracolosa.
+<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
+E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone.
+Imaginarsi dunque se si poteva mutare
+itinerario!
+</p>
+
+<p>
+Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del
+curato, invece di arrendersi, insistette. Il desiderio
+pietoso era della sua signora: a lui pareva
+che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò
+comprendere quanto gli dispiacerebbe dover
+abbandonare con malanimo quei luoghi dove
+si era proposto far del bene; e alle giuste
+osservazioni che la gente di lassù era ostinata;
+che la novità troverebbe oppositori; che
+la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa,
+disse:
+</p>
+
+<p>
+— Le imagini davvero miracolose non si tengono
+sotto un albero! Io sarei ben lieto, ben
+fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
+una nuova cappella, se lei mi accertasse che
+questi miracoli sono di grande importanza....
+Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
+non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua
+Eminenza o, magari, alle autorità civili.
+</p>
+
+<p>
+«Misericordia!» pensò atterrito il parroco.
+«Piuttosto tentare....» Forse Carlone si persuaderebbe....
+</p>
+
+<p>
+Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile
+quello che prima gli era parso e aveva
+detto impossibile.
+</p>
+
+<p>
+Per una settimana il poveromo anticipò la visita
+al vecchio; lo prevenne più volte nell'offrirgli
+il tabacco; perdè più d'una partita senza
+<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
+prendersela con le carte; ma quelle benedette
+parole: — Dite su, Carlone: vi dispiacerebbe a
+voi se invece d'andare alla Madonnina....; — quelle
+parole non riusciva a pronunciarle: gli
+si annodavano in gola per la certezza di non
+riuscire a bene; per il timore di far peggio, e
+per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato
+vecchio e riconoscerne senza profitto
+l'autorità.
+</p>
+
+<p>
+Finalmente il lunedì precedente alla festa il
+prete andò alla Ca' scura zoppicando; disse per
+un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
+addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone
+un giovinotto!
+</p>
+
+<p>
+— Basta — concluse con un sospiro mentre
+raccoglieva le carte dal desco —; domenica, se
+Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei
+sassi come gli altri anni....
+</p>
+
+<p>
+Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò
+in faccia a mo' di chi stando su l'avvertita
+discopra il tiro.
+</p>
+
+<p>
+Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
+</p>
+
+<p>
+— Andremo all'oratorio....
+</p>
+
+<p>
+Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone
+lasciò cader forte il pugno sul deschetto,
+gridando:
+</p>
+
+<p>
+— Ah questa volta il suo ingegnere non se
+la cava! Finchè campo io, glielo dica a mio nome,
+non se la cava!
+</p>
+
+<p>
+— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il
+curato, rosso d'ira.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
+</p>
+
+<p>
+Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte
+e giocarono.
+</p>
+
+<p>
+.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava
+il prete fino alla siepe; quel dì
+l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. Intanto
+che andavano, l'uno aspettava che l'altro
+parlasse; e pensavano entrambi: «Tocca a
+lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone
+si fermò.
+</p>
+
+<p>
+— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce
+pareva di pentimento.
+</p>
+
+<p>
+— Addio — rispose duro il prete.
+</p>
+
+<p>
+— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si
+ricordi di quel che ho detto.
+</p>
+
+<p>
+Ma il prete si rivolse:
+</p>
+
+<p>
+— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro
+curato; si sa....
+</p>
+
+<p>
+Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo
+per un braccio, eppoi ponendosi la mano al
+petto:
+</p>
+
+<p>
+— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo!
+Nelle cose giuste io a lei mi caverò
+sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se
+lei si mette a gloriare i birboni, signor curato,
+mi creda, non c'intenderemo più!
+</p>
+
+<p>
+— I birboni? — il curato esclamò. — Già:
+chi non fa a vostro modo è un birbone! Ma,
+in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare
+di sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di
+sopra a tutti? fare sempre a vostro modo? e
+<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
+chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi
+siete, voi?
+</p>
+
+<p>
+Ribattè, umile, il vecchio:
+</p>
+
+<p>
+— Io? niente! Sissignore, io non sono niente!
+Ma la processione non è solo lei che la fa! e la
+processione andrà dov'è sempre andata; glielo
+garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre
+terra, Carlone della Ca' scura!
+</p>
+
+<p>
+Fu in queste parole una semplicità così dignitosa,
+una tal fermezza quasi solenne, che il curato
+ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
+e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se
+già prima non avesse meditate e predisposte le
+minacce che dovevan servirgli a mezzo estremo.
+Come contro sua voglia, queste gli scapparon
+fuori in fretta.
+</p>
+
+<p>
+— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...;
+voi non siete più un ragazzo. La morte
+non guarda in faccia neanche ai giovani; da
+un momento all'altro.... Ricordatevi che mettere
+la disunione in una parrocchia è come metterla
+in una famiglia; ricordatevi che al curato si
+deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi
+che le prepotenze si scontano, presto
+o tardi, e che un'offesa fatta alla madre della
+Santissima Vergine, a Sant'Anna....
+</p>
+
+<p>
+— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe
+Carlone, di subito arrossato in volto,
+preso da un oscuro timore che quei <i>ricordatevi</i>
+gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia,
+dai gangheri.
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese
+coraggio.
+</p>
+
+<p>
+— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta!
+All'anima vostra ci penserete voi....
+</p>
+
+<p>
+— Io penso che ho la Madonna per me! che
+è lei che offende la Madonna! che nostro Signore
+castigherà lei, perchè è lei che porta le
+novità e la disunione in parrocchia! Ci fu mai
+niente da dire, tra noi due, prima d'ora? Prima
+che lei, per il suo interesse....
+</p>
+
+<p>
+— Interesse, voi dite? — interruppe il prete
+in cui l'altro aveva toccato il tasto debole e la
+cui coscienza non era abbastanza tranquilla. — Vi
+sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
+parrocchiani; è il timore di far nascere una
+guerra; è la voglia che ho di sopire un odio nato
+da una sciocchezza...: per una quercia!... Negate
+che la questione è tutta qui? Negate che se non
+ci fosse la quercia di mezzo, non vi parrebbe
+vero anche a voi di andare all'oratorio e di
+fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
+Ci conosciamo da un pezzo noi due!
+</p>
+
+<p>
+Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non
+la nego io la verità! Ma torno a dirle che se il
+signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
+vincerà la seconda.... E schiavo suo!
+</p>
+
+<p>
+Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo
+trattenne senza sforzo, per un braccio; gli disse
+umilmente in tono di preghiera:
+</p>
+
+<p>
+— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava
+con l'occhio di un cagnotto che non si fidi a chi
+<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
+gli mostra il pane dopo avergli mostrato il bastone,
+proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi!
+Io vi prometto che otterrò dal signor ingegnere
+che si vada prima alla Madonnina e dopo all'oratorio....
+Siete contento?
+</p>
+
+<p>
+Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna
+novità! nessuna novità!
+</p>
+
+<p>
+— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La
+vedremo, signor prepotente! oh, se la vedremo!
+</p>
+
+<h3>
+IV.
+</h3>
+
+<p>
+Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace
+affretta i preparativi a combattere e occupa
+con mosse rapide il campo di battaglia.
+Invece il curato di Rioronco se ne stette fino a
+sera colle mani in mano, irato e incerto sul da
+fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo,
+il pretino ch'era in pratica da cappellano e che
+essendo tutto dolcezza, tutto tenerezza, egli giudicava
+un uomo nato fatto per andare in Paradiso
+in carrozza: ossia un buono a nulla.
+</p>
+
+<p>
+Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli,
+andando e mandando subito i suoi in giro per
+la parrocchia, riuscisse meglio al suo intento
+e prontamente componesse quel partito che nella
+storia del luogo fu poi detto il «partito della
+Madonnina». Si sa che Carlone aveva molti amici
+<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
+ligi per interesse e per soccorsi o consigli
+ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i
+quali alla lor volta contavano fratelli e sorelle
+ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; e aveva
+nipoti già ambiti per amore e per nozze in
+altre case; così una metà forse dei parrocchiani,
+costretti dalla consanguineità o dall'utile o da
+vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
+alcuni anche giurarono quella stessa sera
+che la processione di San Michele non muterebbe
+cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
+di Carlone, dirigeva come si è detto,
+la «Compagnia di San Vincenzo»; onde bastò
+che Procolo facesse passare da compagno a compagno
+la voce di resistenza al prete, perchè
+in poche ore il drappello più vistoso e più solenne
+della processione fosse tutto avverso al
+nuovo itinerario.
+</p>
+
+<p>
+E quando, la mattina dopo, il cappellano, la
+Perpetua, il campanaro, la moglie del campanaro
+che con la Perpetua aveva faccende commerciali
+d'uova e di polli, il becchino, il falegname
+che costruiva le casse da morto e che
+aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
+che serviva da sagrestano e da chierico,
+quando insomma tutti coloro che avevano buone
+ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
+missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti,
+resterebbero al «partito di Sant'Anna» una dozzina
+di «figlie di Maria», il vessillifero, lo «scalco»
+che porta il mazzuolo del comando, uno
+<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
+dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini
+dell'ingegner Stoia e pochi più altri! Imaginarsi
+la rabbia del curato, il quale era tornato
+tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando
+di ottener dal prete quattrini a frutto
+per il marito fittavolo — gli aveva detto francamente
+che aveva ragione lui; e che la priora,
+nuora di Carlone de' Carli, era stata invano a
+tentarla; e che lei andrebbe all'oratorio, o non
+andrebbe in processione.
+</p>
+
+<p>
+Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva
+che contrastare a Carlon de' Carli gli
+pareva tempo perso ed esortava a cedere, inasprendo
+sempre più il curato.
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non avvisa le autorità? — chiese
+il falegname.
+</p>
+
+<p>
+— Bravo! — risposero a una voce il curato e
+il campanaro. — Le autorità proibirebbero la
+processione per sempre!
+</p>
+
+<p>
+— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano:
+proposta che fece ridere amaramente.
+Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
+</p>
+
+<p>
+Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle
+minacce spirituali:
+</p>
+
+<p>
+— Una bella predica!...
+</p>
+
+<p>
+Ma il campanaro, più pratico, oppose:
+</p>
+
+<p>
+— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che
+noi facessimo per amore quel che gli altri faranno
+per forza....
+</p>
+
+<p>
+Alla parola d'amore il cappellano chiese:
+</p>
+
+<p>
+— Cioè?
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Che la processione andasse tutta insieme
+fino alle due strade; e dopo, una parte alla Madonnina
+e l'altra all'Oratorio; e dopo....
+</p>
+
+<p>
+— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando
+la voce. — Credete voi che si rassegnino,
+loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
+noi senza il Santo?
+</p>
+
+<p>
+Ma come il campanaro si grattava la testa
+perchè non sapeva ribattere, il cappellano raccolse
+lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
+si alzò in piedi.
+</p>
+
+<p>
+— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea!
+Accomoderò tutto io! — E si accomodava il nicchio
+in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
+torno!
+</p>
+
+<p>
+— A far che cosa? a far che cosa? — domandava
+il parroco.
+</p>
+
+<p>
+— Lasci fare a me!
+</p>
+
+<p>
+La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla
+finestra di cucina al pretucolo che usciva, e
+mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
+lui, povero don Sigismondo!
+</p>
+
+<p>
+Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso,
+fu lui che piegò Carlon de' Carli. Gli
+piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
+Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia
+o viva la Spagna, è lo stesso! — E parlò senza
+ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
+Sapeva che se la domenica prossima accadessero
+dei guai, il signor curato, che aveva il solo
+torto di essere un po' cocciuto, avrebbe disgusti
+<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
+gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura;
+eran da prevedere fin processi penali in cui
+Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più addolorava
+don Sigismondo il pensiero dello scandalo.
+La parrocchia di Rioronco era stata sempre
+una famiglia sola, a cui Carlone aveva dato
+sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero,
+perchè gli animi erano riscaldati molto
+in quella divisione; se, Dio liberi!, si ammazzassero,
+che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi
+non avrebbero il curato e lui, Carlone?...
+Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le lagrime
+agli occhi.
+</p>
+
+<p>
+Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io
+nè i miei, con tutti i nostri, non andiamo all'oratorio,
+io per me son disposto a tutto! — Quindi
+temendo d'aver detto troppo e di parer
+debole, aggiunse con foga: — Anch'io avrei rimorso
+se succedesse qualche lite; anch'io sarò
+sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma
+piuttosto che andare all'oratorio, don Sigismondo,
+andrei in galera; andrei (si fa per dire) all'inferno!
+</p>
+
+<p>
+Dio liberi! parlare così quando c'era il modo
+di accontentare tutti! Bastava andar tutti insieme
+fino alle due vie; di dove il partito di Sant'Anna
+discenderebbe all'oratorio e il partito della
+Madonnina salirebbe per la carraia, all'olmo; e
+dopo, riunendosi per l'ultimo tratto, ritornerebbero
+insieme come prima.
+</p>
+
+<p>
+— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo
+<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
+l'osservazione del vecchio. — Resterete
+per un poco senza il Santo. Ma gli altri non
+resteranno senza la «Compagnia»? E voi non
+potreste onorare la Madonnina con una bella
+«fioriera»?
+</p>
+
+<p>
+In un contorno e sotto una corona di fiori di
+tela, che sembrerebbero veri e freschi, la Madonnina
+dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
+parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese
+che quello era il mezzo per far onore a
+sè stesso; vide subito che la sua autorità ne riuscirebbe
+non diminuita, ma accresciuta; pensò
+che per tal modo castigherebbe il curato e umilierebbe
+l'avversario.
+</p>
+
+<p>
+— Faremo così! — disse.
+</p>
+
+<p>
+E tosto la voce della pacificazione si sparse;
+e tutti ne furono lieti. Gli ardimentosi convertirono
+l'ardore pugnace in un ardore di emulazione
+e in una speranza di maggior festa;
+gl'incerti, che non eran pochi, parteggiarono a
+viso fermo senza paura di danni; le mogli e
+le madri che già avevano esortati i mariti o i
+figli a restare a casa, o li avevano imaginati
+feriti o morti, ringraziarono il Cielo e benedissero
+San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono
+contenti: fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza
+della vendetta e della ribellione; il superstizioso
+panico di un'offesa religiosa; il peso
+della violenza meditata e preparata; il dubbio
+della sconfitta e della vergogna.
+</p>
+
+<p>
+Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono
+<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
+che l'ingegnere darebbe spettacolo di
+fuochi artificiali, di cuccagna e di palloni; che
+Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
+e musici; e che per la «fioriera» Procolo
+era andato a Bologna; e che dalle parrocchie
+vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi
+con i compagni di San Vincenzo. Insomma:
+un'aspettazione grande e gioiosa quale non c'era
+stata mai.
+</p>
+
+<p>
+Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono
+più di tre e per cagioni intime. Primi: Samuele
+soprannominato il Moretto e Canuto il
+sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano
+entrambi una ragazza meritevole in modestia
+di star fra le «figlie di Maria» e nello
+stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati
+in una volta.
+</p>
+
+<p>
+Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della
+festa.
+</p>
+
+<p>
+— Tu per chi sei? — domandò con aria di
+noncuranza il Sartoretto.
+</p>
+
+<p>
+Il Moretto, che già conosceva l'opinione della
+bella, rispose:
+</p>
+
+<p>
+— Per Sant'Anna. E tu?
+</p>
+
+<p>
+— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo,
+aggiunse: — Tu però faresti meglio a
+star con quelli della Madonnina.
+</p>
+
+<p>
+— Io sto con chi mi pare!
+</p>
+
+<p>
+E il rivale proseguendo per la sua strada:
+</p>
+
+<p>
+— Oh oh, che aria tira, stasera!
+</p>
+
+<p>
+Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto;
+<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
+perchè in fatto di donne e gelosie, tutto il mondo
+è paese.
+</p>
+
+<p>
+Malcontento anche era rimasto quel contadino
+dell'ingegner Stoia a cui Carlone, quando abbattevano
+la quercia, aveva ingiunto di tirare innanzi
+senza pensiero degli affari altrui. Quegli
+aveva sperato di venire a dirittura alle mani
+e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi il padrone
+disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar
+soldi chi schernisse, la domenica, Carlon
+de' Carli. Uno scherno per cui gli calasse la
+boria: non già da fargli del male.
+</p>
+
+<p>
+E il bottegaio, che aveva tanto professata e
+vantata la sua neutralità, per far quattrini strinse
+in segreto patto i suoi tre avventori più a
+corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva
+indole non del tutto buona; Anacleto dell'Orto
+(attenti ai nomi!), un millantatore; e Silverio
+detto, per scempiaggine, il Chiù.
+</p>
+
+<p>
+È vero che questi avevano promessa fede a
+quelli della Madonnina, ma di ciò non è a far
+gran caso; giacchè anche per simile genia di
+fedifraghi o traditori, tutto il mondo è paese.
+</p>
+
+<h3>
+V.
+</h3>
+
+<p>
+Mai con più lena il campanaro di Rioronco
+s'attaccò alla corda delle sue campane festaiole;
+mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i
+sessi godettero più di allora in un consenso d'allegrezza,
+<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
+nell'attesa dei vesperi solenni al dì di
+San Michele; mai più di quel giorno il Santo
+nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di
+stucco anch'esso) sembrò sorridere dall'altar
+maggiore e dire a' suoi protetti: All'inferno il
+demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne
+di buona volontà!
+</p>
+
+<p>
+Fino il curato era allegro; perchè lo scisma
+ridotto a quell'innocente bipartirsi della processione,
+accresceva magnificenza alla festa; significava
+come due prove di fervor religioso in
+una volta o due modi di onorare pomposamente
+il Santo.
+</p>
+
+<p>
+Ma pienamente felice era Carlone: libero di
+timori, libero di rimorsi; orgoglioso del suo panciotto
+damascato e della giacca di velluto e più
+orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita
+di nero col velo bianco, quando la rettora
+non aveva che un abito di lana verde. Suo giudicava
+il trionfo: tale che aveva permesso a
+quelle delle «figlie di Maria» ch'erano rimaste
+al suo partito di andar con le altre, bastandogli
+al fasto della sua parte le tre «compagnie»:
+quella di San Vincenzo, con le mantelline rosse,
+quella di San Martino, con le mantelline
+gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline
+celesti. Poi, gli parve che i suoi sonatori e i
+suoi cantori avessero più fiato degli altri quando
+la processione s'incamminò e lui e la priora
+si mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera»
+da portare alla Madonna. Così cantando
+<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
+inni e sonando, fra i doppi delle campane e
+lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione
+degli spettatori, la processione partiva dalla
+chiesa.
+</p>
+
+<p>
+In questo mentre i due soli carabinieri venuti
+dalla stazione della Pieve erano corsi innanzi,
+all'angolo del bivio; e si eran messi là, immobili,
+di malavoglia. Ciò che stava per succedere
+e di cui tardi avevan avuta notizia e, più che
+interrogando, ascoltando le voci della folla, li
+teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi
+d'un disastro. Ma quando la processione
+giunse al bivio e sostò, non accadde che un
+po' di subbuglio nel separarsi delle due parti
+e nel comporsi di ciascuna processione in capo
+alla propria strada. Alla prima, ubbidendo a
+Carlone, precedette uno dei lampadari per far
+le veci del crocifero o del portastendardo: súbito
+dopo si mise la prima «compagnia di San
+Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la
+numerosa «compagnia di San Vincenzo», a cui
+seguirono, come preceduti da quella «guardia
+del corpo», il priore e Carlone con la corona
+dei fiori finti, e dietro la terza «compagnia» e
+il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
+di questi s'abbandonavano a una commozione
+di riso; altri avevan le lagrime agli occhi. Un
+po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
+schiera: le figlie di Maria presero il posto delle
+«compagnie» dopo ai cantori e ai suonatori, e
+nonostante che il cappellano dicesse: — aspettate!
+<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
+aspettate! — le vergini ripresero l'inno
+con voci acute e alte, quasi per sfida, appena
+udirono dall'altra parte l'intonare della musica.
+E si avviarono anche i preti col Santo.
+</p>
+
+<p>
+Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi
+ai carabinieri, passavano lentamente le due file
+rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
+furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi
+del da fare, come per un accordo che
+non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra
+e l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda,
+dissero a una voce: — Di qua! —; ciascuno
+non trovando ragionevole l'errore del
+compagno.
+</p>
+
+<p>
+L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra
+quei due bravi giovani c'era mai stata parola a
+dire da quando si trovavano nella stessa stazione
+e da quando infrangevano insieme il regolamento
+per far all'amore a certa cascina dove
+avevano due belle ragazze, una per uno.
+</p>
+
+<p>
+— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi
+dovuma stè a j ourdin! I ourdin a soun d'andé
+à prés à la processioun, e la processioun bouna
+a l'è coula!
+</p>
+
+<p>
+Ribattè il toscano:
+</p>
+
+<p>
+— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di
+attende all'ordine pubblio; e chi lo minaccia 'un
+son mia i preti: sono i rivoluzionari! Dunque
+s'ha ire 'on esti!
+</p>
+
+<p>
+Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la
+testa brontolando:
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
+</p>
+
+<p>
+— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
+</p>
+
+<p>
+Se sempre l'unione fa la forza, tanto più
+l'unione è necessaria quando la forza è rappresentata
+da due persone sole: chè due carabinieri
+possono impaurire, ma un solo, tra la folla,
+muoverebbe a riso. E loro non eran che due, e
+non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
+</p>
+
+<p>
+— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun,
+à la processioun <i>ufficiale</i>! — Evidentemente
+il piemontese sperò di piegare il compagno
+con questa grave parola. Invece l'altro:
+</p>
+
+<p>
+— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza!
+Bada: do'è che stanno i più scontenti? i più curiosi?
+là! Dunque si dee ire là!
+</p>
+
+<p>
+Che! I <i>bugianen</i> son <i>bugianen</i>! Il buon piemontese
+non cercava ragioni da opporre; voleva
+essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
+grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente
+e s'aspettava da un giorno all'altro la promozione
+ad appuntato; e, oltre a ciò, era più vecchio
+d'anni e di servizio. Egli dunque severamente
+chiamò l'amico per il cognome:
+</p>
+
+<p>
+— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
+</p>
+
+<p>
+— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far
+il mi doere! 'Un vo' mia gastighi per motio tuo!
+'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno appuntao!
+</p>
+
+<p>
+— Cribio!... Rappaini, andouma!
+</p>
+
+<p>
+— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E
+il toscano si mise a sedere sul paracarri;
+<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
+si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
+su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia
+alle mani guardava l'amico.
+</p>
+
+<p>
+Il quale, a tal vista, si era acceso in volto,
+con tali occhi da spaventare. Ma Rappaini ch'era
+più furbo riprese:
+</p>
+
+<p>
+— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun
+n'aete! Dimmi un po'....
+</p>
+
+<p>
+S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
+</p>
+
+<p>
+— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe
+dee succedere? Io dio, che succederà qui, quando
+torneranno indreo! No? Qui. Se se danno,
+se le daranno qui! e no quando i du' partiti
+sian fuor di tiro!
+</p>
+
+<p>
+L'argomento era giusto solo in parte: perchè
+essi a quel punto dell'incontro avrebbero potuto
+trovarcisi anche accompagnando una delle
+processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
+</p>
+
+<p>
+— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà
+ch'un si diffida nè di esti nè di elli!
+</p>
+
+<p>
+E fu tale argomento che il piemontese, vinto
+e tutto contento d'essere stato vinto, alla fine
+esclamò ridendo:
+</p>
+
+<p>
+— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i
+stuparie la buca a' na foumna! Ma par sta
+volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
+lui sul paracarri di fronte; deponendo il
+moschetto da lato e su le ginocchia la borsa
+della corrispondenza.
+</p>
+
+<p>
+Amici dunque più di prima tornarono a discorrere
+<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
+di ciò che più loro premeva, mentre
+guardavan le processioni che dilungavano, già
+scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran
+venute alla festa di Rioronco....
+</p>
+
+<p>
+— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
+</p>
+
+<p>
+— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo
+dal parroco. — Prendeva la «ferma», faceva la
+carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
+vivere di rendita, disse:
+</p>
+
+<p>
+— Se possono passà esti du anni, io me ne vo;
+che n'ho auto abbastanza della patria! Vo a lavorà
+il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
+sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi
+ragazza....
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... Eppure, strada facendo, nell'una processione
+e nell'altra s'estese un nuovo malcontento;
+sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
+all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva
+avuto il torto di non lasciare almeno una
+«compagnia» al curato e questi aveva avuto il
+torto di non concedere almeno un prete in cambio
+di tante «figlie di Maria». In entrambe le
+schiere serpeva quel malessere che dan le cose
+imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni
+pacifiche talvolta rinasce anche ne' più
+docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
+alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono
+di mortai che pareva il finimondo, la
+processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
+<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
+dove per la porta spalancata era esposta
+agli sguardi di fuori l'altare tutto adorno e luminoso.
+Ivi, dopo il <i>Jube Domine</i>, San Michele
+s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla
+genuflessa, tra cui erano molti signori e signore;
+e cantori e preti ripresero il canto; e il cappellano
+diede l'ordine del ritorno.
+</p>
+
+<p>
+Per ritornare come nella venuta, si comprende
+che gli uomini, i quali prima erano in coda,
+avrebbero dovuto far ala sì che passassero lo
+«scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero
+e quindi le «figlie di Maria». Ma non tutti
+così fecero. Quasi la funzione fosse compiuta,
+alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada,
+per alloccaggine e storditezza; e quando giunsero
+le vergini, non si ritrassero; ne interruppero,
+confusi e confondendo, la prima fila. Era
+tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani
+che, già si disse, amavano con incerta fortuna
+la stessa «figlia di Maria»; mentre l'altro, il
+Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
+della strada. E il restare del primo là in mezzo
+fu sospettosamente interpretato dal secondo,
+il quale appena la bella gli fu dinanzi con le
+compagne, senza tante cerimonie le si mise a
+fianco.
+</p>
+
+<p>
+Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè
+il Moretto, d'improvviso, affrontava il
+rivale e diceva:
+</p>
+
+<p>
+— Cosa pretendi tu?
+</p>
+
+<p>
+— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei
+comodi! e tira via, milordo, che è ora!
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
+</p>
+
+<p>
+Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone:
+il colpito l'afferrò, e, accapigliati, caddero. Tutto
+ciò in minor tempo di quanto bisogna a raccontarlo;
+così presto che, quantunque costrette
+anch'esse ad arrestarsi, le ultime ragazze e i
+preti non avrebbero pensato a una lite se non
+avessero visto accorrere di qua e di là coloro
+che speravano dividere i contendenti.
+</p>
+
+<p>
+— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
+</p>
+
+<p>
+Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga
+il collo: arriva don Sigismondo. Ma d'innanzi,
+le prime ragazze si son voltate; il crocifero
+chiama lo «scalco»; questi, che giungendo
+un momento prima avrebbe subito fatto
+largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
+litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui;
+e lui, perduto il mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo
+intanto con le mani nei capelli e gridando
+misericordia torna indietro, verso i colleghi
+e il curato; e i suonatori e i cantori corrono
+innanzi ad aiutare il crocifero e il vessillifero,
+che son corsi ad aiutare lo scalco.
+</p>
+
+<p>
+Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla
+in un pagliaio; forse perchè, alle esortazioni e
+alle preghiere di don Sigismondo, i sacerdoti
+furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare
+il Santo all'Oratorio; e tutta quella gente
+rimase come senza ritegno, senza rispetto a
+nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
+voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni
+parte alla mischia; addosso ai cantori e ai suonatori
+<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
+o a chi capitava, capitava. Addosso! addosso
+con i ceri, con giannette e randelli e pugni;
+e bòtte da orbi. Ci furono fratelli che diedero
+pugni ai fratelli; padri ai figli, e figli ai
+padri; ci furono anche molti che nei giorni di
+poi confessarono d'aver creduto di combattere
+con quelli della Madonnina; e molti che confessarono
+d'essersela goduta un mondo a battere
+con le mani e coi piedi non sapevano chi,
+ignari affatto della causa che aveva generata
+la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli
+delle donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano
+d'intorno, urlando....
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... Con grande impeto di tromboni e voci il
+partito della Madonnina era per giungere all'olmo.
+La viottola essendo diruta e stretta, Anacleto
+Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto
+il Chiù (i traditori) avevano tentato troppo tardi
+di mettersi innanzi, di precedere a tutti, perchè
+penetrati fra i «compagni di San Giorgio» avevan
+dovuto cedere al comando di: — Indietro
+voi altri! — che Carlone aveva dato loro con
+faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si credessero
+scoperti, i tre scambiarono parole sommesse
+tra i seguaci, in coda.
+</p>
+
+<p>
+— Come si fa? — domandava quello scemo
+di Silverio. E Anacleto:
+</p>
+
+<p>
+— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
+</p>
+
+<p>
+E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che
+<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
+ci venissero in tanti! Saranno quaranta solo
+quelli di San Martino!
+</p>
+
+<p>
+— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo
+Silverio il Chiù —, si direbbe che Carlone ha
+imparato qualche cosa....
+</p>
+
+<p>
+— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio
+lo zoppo.
+</p>
+
+<p>
+— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
+</p>
+
+<p>
+Allora Anacleto, lo spaccamonti:
+</p>
+
+<p>
+— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
+</p>
+
+<p>
+— Paura io?
+</p>
+
+<p>
+— Paura io?
+</p>
+
+<p>
+— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
+</p>
+
+<p>
+— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo
+il Chiù, che n'aveva avuti meno degli altri;
+mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
+</p>
+
+<p>
+— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
+</p>
+
+<p>
+Queste rampogne furono udite da un Tizio che
+sarebbe stato meglio non udisse nulla; un muratore
+fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
+informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio
+e avesse incarico da Carlone stesso di
+invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno di
+quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le
+storie e senza cui i critici della storia non avrebbero
+più niente da fare.
+</p>
+
+<p>
+Quel Tizio domandò:
+</p>
+
+<p>
+— Cosa avete, ragazzi?
+</p>
+
+<p>
+— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
+</p>
+
+<p>
+— Avete bisogno d'aiuto?
+</p>
+
+<p>
+— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con
+<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
+insolenza. Il muratore, sempre più insospettito,
+tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il gomito
+l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano;
+finchè voci e musica cessarono. Ma allora la
+siepe non contenne più i curiosi: alcuni la saltarono;
+altri vi fecero un varco; altri l'allargarono;
+e la gente affrettò e si strinse di qua e di
+là dal fosso, intorno all'albero; al quale il figlioccio
+di Carlone aveva già poggiata la scala,
+già ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera»,
+per attaccarla ai rami e fermarvi, nel
+mezzo, l'imagine.
+</p>
+
+<p>
+Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero
+far cadere la «fioriera» come per disgrazia, e
+che a forza di gomiti e di urti si son fatti innanzi
+quasi per veder meglio, non dovrebbero
+che dare una spinta alla scala, e la darebbero
+se il muratore non la tenesse ferma e non vigilasse.
+</p>
+
+<p>
+Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore
+con aria di sfida, ma non si muove; lo
+Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra
+anche, ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal
+disposto dallo sguardo del muratore, che ha dinanzi,
+e dalle sollecitazioni, che ha di dietro,
+si rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi
+altri la spinta! Io ho da tener a posto questo
+qui.
+</p>
+
+<p>
+— Me? — il muratore grida con un braccio
+a difesa della scala e l'altro in aria. Il segreto
+è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
+risponde: — Dicevo così per ridere....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
+</p>
+
+<p>
+Tutti vorrebbero sapere:
+</p>
+
+<p>
+— Cosa c'è? Cosa c'è?
+</p>
+
+<p>
+Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia
+il coro ultimo dei fedeli:
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p><i>Maria, mater gratiae....</i></p>
+</div>
+
+<p>
+Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo
+gradino. Quando, oh! — che è? che non
+è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
+il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo,
+che è all'ultimo gradino, precipitano insieme
+nel fosso. S'odon grida. Cogliendo l'opportunità
+di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano
+a difesa del compagno, che il muratore
+martella di pugni, intanto che s'invoca soccorso....
+</p>
+
+<div class="poem">
+<p><i>Mater misericordiae....</i></p>
+</div>
+
+<p>
+Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali;
+s'avanza Carlone per metter pace.
+</p>
+
+<p>
+— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State
+buoni, ragazzi! — Ma come pacificarli a
+parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno
+dei cantori, che è un Ercole e che dove batte,
+abbatte. — Son qua io, Carlone!
+</p>
+
+<p>
+Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia;
+e che c'entra lui? Infatti una voce, non si
+sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — Son
+quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
+aiuto! Son quelli di San
+Martino che portano le liti!... Son pagati dall'ingegnere!
+Traditori! Addosso!
+</p>
+
+<p>
+E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono
+<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
+insieme, si guardano in faccia; spengono
+le torcie per usarle come armi.
+</p>
+
+<p>
+— Dalli a quelli di San Martino!
+</p>
+
+<p>
+— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso
+e felice d'essere scampato dalle mani del muratore.
+</p>
+
+<p>
+— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia
+par diventato dritto.
+</p>
+
+<p>
+— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando
+via senza più ridere.
+</p>
+
+<p>
+E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai
+«compagni di San Giorgio» si gettan sui «compagni
+di San Martino», e gli spettatori forestieri
+sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange,
+grida pietosamente con le mani nei capelli....
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo
+finalmente l'altro, cominciava a raccontare
+una sua avventura molto seria con una
+<i>tota</i> di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
+</p>
+
+<p>
+— Hai udito?
+</p>
+
+<p>
+Eran grida confuse e lontane, verso il monte:
+all'Olmo. Già dalla viottola comparivano donne
+affannate, disperate, che a vederli alzavano grida
+e braccia chiamando, terribili:
+</p>
+
+<p>
+— Correte! correte!
+</p>
+
+<p>
+I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti
+appena pochi passi (e il toscano aveva appena
+mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
+giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre
+donne ansiose invocavano....
+</p>
+
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
+</p>
+
+<p>
+— <i>Cuntacc!</i>
+</p>
+
+<p>
+— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano
+all'Oratorio!
+</p>
+
+<p class="ast">*</p>
+
+<p>
+Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
+</p>
+
+<p>
+Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia
+fervida; s'attenuava in una gioia di colori digradanti
+dalle fiamme della fede al biancore
+della carità; si spegneva in vista alle prime
+stelle ch'esprimevano raggi di meraviglia. Ombre
+di pace velavano i culmini e i dorsi dei
+monti più alti; calavano; e il fremito della notte
+penetrava tra le fronde e le foglie come voci
+d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi per
+udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al
+mondo con che soave fluire le ore della quiete
+e le sue acque scorrerebbero tra gli steli cullati
+dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le
+piante dormienti anch'esse (se Darwin non errò).
+E quante anime avevano veste di penne,
+si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro
+ripari, col capo sotto l'ala tepida e parecchi
+con una zampina in alto; e i buoi russavano
+senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra
+pareva uscire un respiro immenso di tregua e
+di riposo.
+</p>
+
+<p>
+A domani! A domani le cure e le battaglie
+degli uomini di cattiva volontà! Ma quei montanari
+semplici e buoni come animali, pur non
+udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei
+preti, sentirono, quando se ne furon ben date,
+<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
+che anche per le bastonate e le querele era
+tempo di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi
+o a gruppi, e senza lo spettacolo dei fuochi
+e del resto, se ne tornarono alle loro case.
+Non più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli
+innamorati che non avevan ricuperato il tempo
+perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
+men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente.
+Tutti, fuorchè Carlone e il curato; i quali
+meditavano la loro colpa e la colpa del diavolo
+vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San
+Michele. E quando fu stanco di dar volta per il
+letto, e sempre più rimorso, il buon vecchio si
+levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in
+cerca di sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
+</p>
+
+<p>
+Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio.
+Questi in segretezza gli raccontò che un birocciaio
+la notte aveva visto il diavolo vestito da
+prete correre, leggero e veloce come una piuma,
+verso l'olmo. Forse il diavolo non aveva più
+orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
+nascosta in quella «fioriera»?
+</p>
+
+<p>
+Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento.
+Senza dubbio il curato, non resistendo ai rimorsi,
+si era alzato, la notte, ed era andato alla Madonnina
+per domandar perdono anche lui!
+</p>
+
+<div class="somm">
+<p>
+<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
+</p>
+
+<h2><a id="indice" href="#indfront">
+INDICE.</a></h2>
+
+<table class="indice" summary="">
+ <tr>
+ <td><a href="#suicidio">Il suicidio del maestro Bonarca</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#giocatrice">La giocatrice</a></td> <td class="pag">20</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#doni">Doni nuziali</a></td> <td class="pag">41</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#eldorado">Dall'Eldorado</a></td> <td class="pag">63</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#cappello">Il cappello del marito</a></td> <td class="pag">105</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#giarrettiera">Efficacia d'una giarrettiera</a></td> <td class="pag">124</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#fortuna">La fortuna di un uomo</a></td> <td class="pag">133</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#scampanata">Una “scampanata„</a></td> <td class="pag">201</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#polso">Il polso</a></td> <td class="pag">217</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#modestia">Come finì la Modestia</a></td> <td class="pag">230</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#entusiasta">L'entusiasta punito</a></td> <td class="pag">243</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#agnello">L'agnello</a></td> <td class="pag">251</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#falcone">Il falcone</a></td> <td class="pag">260</td>
+ </tr>
+ <tr>
+ <td><a href="#arcadia">In Arcadia</a></td> <td class="pag">272</td>
+ </tr>
+</table>
+
+<hr />
+</div>
+
+<div class="tnote">
+<p class="tntitle">
+Nota del Trascrittore
+</p>
+
+<p>
+Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
+minimi errori tipografici.
+</p>
+
+<p class="covernote">
+Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
+</p>
+</div>
+
+<div>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***</div>
+</body>
+</html>
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