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-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-
-
-Title: Novelle umoristiche
-
-Author: Adolfo Albertazzi
-
-Release Date: April 24, 2015 [EBook #48779]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
- Novelle umoristiche
-
- DI
-
- Adolfo Albertazzi
-
-
- _Humour_: il bell'umore e il buon umore
- e il malumore insieme contemperati.
-
- TOMMASEO.
-
-
- IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
- NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO DEL MARITO. —
- EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA FORTUNA DI UN UOMO. —
- UNA «SCAMPANATA». — IL POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. —
- L'ENTUSIASTA PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. IN ARCADIA.
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1914
-
- Nuova edizione riveduta e corretta.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
- tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
-
- Milano. — Tip. Treves.
-
-
-
-
-Il suicidio del maestro Bonarca.
-
-
-I.
-
-Felicità è una vana parola? — Persona alta e forte; baffi neri e fieri;
-voce baritonale e, se bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio bianco
-al kepì; spada al fianco e assisa quasi militare; saluto alla militare
-dai subalterni; dominio sul palco in piazza a dirigere la banda nei
-giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni e nei trasporti
-funebri; direzione dell'orchestra in teatro; autorità di maestro sui
-cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino notevole; stipendio
-sufficiente per una vita tranquilla; tranquillità di scapolo: tutto ciò
-dovrebbe pur bastare a rendere felice un uomo!
-
-Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori dell'essere caduto in
-miseria da tanta sua felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
-creditore, benefattore con o senza usura, corre il pericolo che il
-beneficato ponga fine al debito ponendo fine alla vita.
-
-Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione l'ambizione; e
-debolezza la confidenza nel nostro ingegno, non meno che fallaci,
-insani sono i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia e la melodia
-di cui risuoni l'anima nostra. Infatti quando il maestro Bonarca non
-avesse dato ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non si sarebbe
-incamminato mai verso il canal Torbo con il proposito d'affogarvi.
-
-Fu così: In poco tempo aveva composta la _Sposa selvaggia_
-(centocinquanta lire al poeta del libretto: prima spesa), e i giornali
-cittadini avevano preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai cronisti:
-seconda spesa); poi (altre spese) il maestro era andato a Milano,
-a Torino, a Bologna in cerca di un editore, di un mecenate, di un
-impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata idea di assumere per sè
-l'impresa al teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
-prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse la dote teatrale, uno
-stimato commerciante accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali di
-lui, che sacrificava alla gloria tutte le economie del passato e molte
-economie dell'avvenire. E la _Sposa selvaggia_ aveva ottenuta fortuna
-quasi uguale a quella desiderata. Se non che i cittadini d'una città
-piccola non vanno a teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
-ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir la _Traviata_ o il
-_Trovatore_, si lasciaron persuadere da una costosissima _réclame_
-e dalla fama dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima donna,
-l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla, aveva messo voce e opera
-a caro prezzo. E infine, dopo tante angustie che solo un uomo di
-coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante contese, vinte a
-fatica di polmoni strepitosi e di occhi biechi, con i cantanti, i
-suonatori, i pittori, i macchinisti, i coristi che non rimettevano a
-dopo il sabato il pagamento della mercede, era avvenuta la catastrofe:
-il commerciante dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
-fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda notizia: fuggito con
-i quattrini! Canaglia! ladro! assassino! Socio al maestro Bonarca.
-Sul quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei creditori; le
-cambiali protestate; il disprezzo della cittadinanza; la diffidenza
-della patria tutta. L'infelice, per colpa della sua _Sposa_, si vide
-perduto; si credè abbandonato; si sentì solo al mondo, solo con la
-_Sposa selvaggia_ e col disonore....
-
-Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
-
-
-II.
-
-Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua che trascorreva lenta
-e cheta, e della luna, attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
-bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. Similmente la sua vita
-poteva forse trascorrere placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
-maggior lume che quello sufficiente a una capacità mediocre. Ah sì!
-Gli parve ora d'essere rinsavito; di saper con giustezza misurare il
-proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era illuso e che l'avevano
-illuso; e, a convincersene, riandava ancora una volta, l'ultima volta,
-coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. L'adagio della sinfonia
-era soltanto una povera nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
-
-Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, qualche lucida frase;
-v'appariva un pensiero melodico, che cadeva subito come un volo cui
-mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto sarebbe stato
-bello se non avesse ricordato troppo l'_Ernani_. Dunque: a giudizio di
-critica giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva poco, o nulla.
-Per fortuna era breve!
-
-Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! vuoto!
-L'introduzione?... Quale le promesse di certi amici. Dopo, la
-preghiera; che non commoveva neppure la platea e che appunto per ciò i
-critici avevano definita un canto di sirena nordica, senza rammentarsi
-che la _Sposa selvaggia_ era affricana. Poi, il coro; elaborato senza
-dubbio per quella rispondenza degli ottoni al richiamo degli archi, ma
-privo di originalità; lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?...
-Il terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! Questo era
-bello; c'era tant'anima! c'era il cuore del pubblico che sobbalzava
-rapito quasi una volta a quello dei _Lombardi_! Bellissimo! Un pezzo
-simile sfidava la critica, sfidava la malignità degl'invidi, sfidava
-il tempo; nè chi l'aveva scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
-quantunque s'annegasse, umilmente, nel canal Torbo!
-
-Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di vanità al secondo atto;
-come la romanza del tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
-nome!
-
- Sposa selvaggia, addio!
- Io morirò per te!
-
-Così soave e così semplice, questa soave e semplice e limpida sorella
-della «Casta Diva» attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
-non ostante le diavolerie dei wagneriani e i disaccordi che mortificano
-ingegni, anime e gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
-mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore dell'armonia, lo spirito
-dell'amore meridionale, il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
-Viva l'Italia!
-
-E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella divina romanza, che tutti
-avevano imparata la prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
-alla memoria di tutti, anche dei nemici; e si piangerebbe il giovane
-maestro, che una sorte diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica e
-pura arte della patria....
-
-Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca anteponeva l'onore alla
-gloria; perchè il mondo non dicesse che del commerciante fuggito
-con i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; perchè egli
-riconosceva i suoi debiti e prevedeva che non avrebbe potuto pagarli
-mai più; perchè insomma lo superava un destino crudele e non voleva si
-credesse da alcuno della cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
-avesse paura di morire!
-
-Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, la lettera al questore:
-«Mi uccido per ragioni che è inutile rivelare....» (Infatti chi
-non se le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini per la loro
-benevolenza alla mia _Sposa selvaggia_....»
-
-Erano due righe, ma animose; di un uomo senza paura. Qual rammarico
-tuttavia nel pensare che la sua tragica fine servirebbe di _réclame_, e
-l'opera presto data alla Scala o al Regio o al San Carlo solleverebbe
-il pubblico, entusiasta del terzetto e della romanza, a chiamare il
-maestro, che, essendo morto annegato, non potrebbe assistere alla
-rappresentazione!
-
-D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» Un'idea gli balenò
-nella tempesta dell'anima come suscitata da sentimenti opposti: un po'
-di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, e il coraggio ch'egli
-era convinto di poter spingere fino all'audacia. «Se aspettassi....
-a vedere cosa i giornali diranno, domattina, della mia morte?»
-Certo, dopo morirebbe più volentieri; sia che i giudizi postumi gli
-confermassero meriti e compianto, sia che la pubblica giustizia, fatta
-libera dalla morte, lo condannasse senza pietà. Ma non era un'idea da
-matto? Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E un birocciaio
-che transitava, lo vide; e una vecchia, la quale passava con un
-cesto al braccio, si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
-tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non sarebbe da matto quando
-riuscisse a sfuggire a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
-a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo tutto, ai condannati a
-morte è lecito soddisfare, qual si sia, l'ultima voglia!
-
-Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse di là, non vedesse il
-_paletot_, non leggesse la lettera e non la portasse in questura prima
-della notte, egli si tolse il _paletot_ e lo pose sul parapetto del
-ponte; gettò il cappello alla corrente livida, e quasi a scorgere, così
-travolta, la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse subito
-gli occhi per non commuoversi; quindi scese lungo la riva in cerca d'un
-nascondiglio. Ricordava che alla distanza di forse un chilometro, fra
-le canne e i giunchi, era la casupola d'un piccolo mulino abbandonato;
-oltre il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto l'argine a
-sinistra, impaludava il piano. Si avviò per il sentiero all'abitacolo;
-v'entrò da una porticella, e al lume d'un fiammifero vide ove mettersi:
-su poco strame, dietro un pezzo di macina; nè egli chiedeva più tenero
-letto a riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe il giorno: per
-i giornali manderebbe il primo ragazzo o galantuomo che transitasse
-per la via e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto il
-cappello dal ponte. Freddo gli sembrava assai, ma sopportabile a chi
-non temeva il freddo della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
-pensare a cose che lo distraessero. Le altre sere a quell'ora, se non
-aveva teatro, giocava a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
-(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... Ma quel marito,
-via!, non giocava mica male; anzi, da competitore formidabile.... E il
-delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, sebbene questurino;
-giocatore mediocre a suo confronto, eppure vincitore in una classica
-partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo delle prove.... Oh le
-sudate prove della _Sposa_!...; con quei violini che non andavano;
-con quella cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; temuto.
-Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche cosa che fa perdonare ogni
-scatto. Per esempio, egli qualche volta era stato feroce; e mai un
-lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva detto a un compagno, dopo
-la seconda prova: — Se torna a darmi della bestia in orchestra, lo
-fracasso con lo strumento. — Ma lui, alla terza prova: — Camandri: è un
-_la_! un _la_! un _la_!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi e il
-bombardone a posto; frenato e impaurito da quello sguardo....
-
-Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i discepoli, quanti non
-direbbero, con certo orgoglio: — Bravo maestro! Gli uomini di fegato e
-di carattere fanno così; non scappano come quel mercante traditore....
-— A proposito! (fe' Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
-aveva il resto dell'ultima lira, che si era tratta di saccoccia per
-l'ultimo _cognac_...
-
-Dunque?
-
-Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia addosso ed ebbe appoggiato
-il capo alla pietra...., a poco a poco, senza perdere il coraggio,
-s'addormentò.
-
-
-III.
-
-«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro, il fortunato autore
-della _Sposa selvaggia_, nel quale tante speranze riponevano gli
-ammiratori concittadini, l'arte e la patria, ierisera si è miseramente
-ucciso gettandosi nel canal Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
-causa che ti condusse al triste passo nel fiore della balda giovinezza
-destinata a uno splendido avvenire? Noi, a cui la commozione e l'ora
-d'andare in macchina impediscono d'enumerare adesso tutti i meriti
-del perduto amico, noi non solleveremo il velo della sua tomba. Noi
-rispettiamo il segreto e il desiderio del maestro Bonarca. Solo per
-debito di cronaca accenneremo che, appena sparsasi l'infausta notizia,
-si è vociferato in città di un amore infelice....»
-
-— Un amore infelice? — esclamò Bonarca, stupito, non comprendendo,
-da prima il perchè di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
-che delle amanti ne aveva avute tre in una volta: una nubile, una
-maritata e una nè maritata nè nubile? Infelice in amore un uomo della
-sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione della _Sposa_,
-quando si voltava indietro a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
-volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide _toilettes_,
-sarebbero state sue? Ma di fra le righe della necrologia gli venne la
-luce; afferrò la ragione della pietosa menzogna; si commosse fino alle
-lagrime.
-
-Per la ragione stessa gli parve anche più nobile e felice la trovata
-del _Radicale_, che gli dedicava un articolo di due colonne.
-
- . . . . . . .
-
- «Sposa selvaggia, addio!
- «Io morirò per te!
-
-«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per la sua sposa; e la sua
-sposa — noi lo sappiamo — era l'arte. Un artista tanto più è grande
-quanto più è grande il concetto che ha dell'arte sua. Povero Bonarca!
-Aveva appena colti i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva anzi,
-perchè gli sembrava di non aver fatto nulla in confronto a ciò che
-fecero Rossini e Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva di
-non poter fare! E la bell'anima seguendo la mente alata che volava alla
-gloria, su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita, è caduta,
-è precipitata nel canal Torbo.
-
- «Io morirò per te!
-
- . . . . . . .
-
-Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi, il _Vero cattolico_
-concludeva:
-
-«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè nemmeno per il maestro
-Bonarca possiamo trovare un'eccezione alla regola della religione e
-della coscienza. Ripetiamolo a norma dei nostri lettori dilettissimi:
-Ogni suicida è un peccatore che o mancando di fede ha patito
-l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una improvvisa demenza.»
-
-
-Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè nell'opinione pubblica,
-egli poteva, doveva essersi annegato o per il diavolo, o per il
-cervello voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte; non per la
-causa vera, nota a tutti. Come dire: che un artista il quale s'ammazza
-per i debiti non è artista. E questa era la ragione di quelle menzogne.
-
-Ma artista e grande lo proclamavano tutti; con sincerità evidente,
-perchè essendo morto, nessun interesse lo legava a quei giornalisti;
-e perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria. E questa era la
-ragione del buonsenso.
-
-Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la necessità della logica!
-Doveva lamentare d'aver deposto il _paletot_ con in tasca la lettera,
-sul ponte. Ma se non avesse deposto il _paletot_, non si sarebbe
-convinto della sua postuma gloria. Doveva lamentare di non essersi
-annegato subito. Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
-che annegarsi per debiti è una corbelleria. E, d'altra parte, non
-impunemente si scrive a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
-è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più muova a disprezzo e a
-riso del venir meno per viltà a una faccenda seria come il suicidio.
-Ah! che errore non essersi buttato nell'acqua la sera innanzi mentre
-passava il birocciaio! Buttarcisi ora, in vista a qualcuno il quale lo
-salvasse, sarebbe peggio che peggio! A quest'ora nell'opinione pubblica
-egli era morto; cadavere era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
-intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che alla fine il diavolo
-non è brutto come si dipinge e i creditori non sono crudeli quanto
-s'imagina; che agli artisti meritevoli della stima universale non mancò
-mai, alla fine, un insperato soccorso; che se egli, da quell'uomo
-coraggioso che era, avesse vinta l'ultima battaglia, l'avvenire
-l'avrebbe consolato di gloria e di quattrini. Morire, misero Bonarca,
-quando a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano così belle,
-pur nel grigio mattino autunnale, tra i miasmi del padule e nella
-desolazione dell'abituro ov'egli era tornato a gemere! Oh la natura!
-Udiva il cinguettare dei passeri; un lontano abbaiare; un lontano
-scampanare a festa e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
-ammirare ancora una volta il sole, il verde!
-
-Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si ritrasse d'urto,
-atterrito: due carabinieri, preceduti da un signore nero, in abito
-nero.... (Forse l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno delle
-partite a biliardo?...) si avvicinavano al mulino. Ad arrestar chi?
-lui? per i debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche? Rosta!
-Confuso, spaventato quasi, il maestro s'avvolse nella paglia, si
-ritrasse in sè....
-
-Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono proprio sotto la
-finestra, chiarendosi benissimo la voce dell'amico Rosta. Ma non
-entrarono.
-
-.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro modo. Cinque ore di
-perlustrazione, signor delegato: siamo proprio stanchi!
-
-— Certo, poteva impiccarsi!
-
-— O farsi saltare il cervello.
-
-E la voce del delegato amico gridò, forse a quelli delle pertiche:
-
-— Spicciatevi, ragazzi!
-
-Poscia:
-
-— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere, l'avrebbe venduto
-in piazza....
-
-A chi si riferivano tali parole? Per fortuna l'amico s'interruppe di
-nuovo a chiedere con voce più alta:
-
-— Si sente? C'è?
-
-Da lungi uno rispose:
-
-— Niente!
-
-Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la misteriosa ricerca.
-
-— Dicono che avesse da dare anche duecento lire al trattore....
-
-— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece la seconda voce ignota,
-del carabiniere. Allora Bonarca fu certo di chi discorrevano.
-
-Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno da pagare i debiti
-di gioco. A me, mi doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
-biliardo.
-
-Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli addosso con un paio di
-schiaffi da rovesciarlo e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite,
-questurino mentitore! — Invece, no, non poteva muoversi; doveva restar
-lì rannicchiato nella paglia! «Mentitore infame!» Una delle partite,
-ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei io a calunniare i
-morti!»
-
-Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
-
-— Niente?
-
-Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
-
-— Niente!
-
-Il delegato ripigliava:
-
-— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe il torto di dar retta ai
-giornalisti, che per quattro pezzi rubati qua e là e cuciti insieme
-alla meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe un Mascagni!
-
-Gridarono: — Non c'è!
-
-Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato che al mulino
-del canal Torbo si pescavano i cadaveri degli annegati. Coloro che
-gridavano _non c'è_ erano senza dubbio i suoi becchini.
-
-— Cercate ancora! Cercate!
-
-Il brigadiere frattanto preferiva la _Cavalleria Rusticana_ al
-_Nabucco_ e stancava vieppiù il delegato; il quale propose:
-
-— Se andassimo a sedere qui dentro?
-
-Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo si oscurasse
-all'interporsi d'una faccia e si sentì, con un brivido, perduto. Ma il
-brigadiere sconsigliava:
-
-— Non sente che tanfo?
-
-E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando il misero in una
-disperazione così grave e violenta che fu per fracassarsi la testa
-su la macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse sovvenuto della
-cinghia con cui usava reggersi i calzoni.
-
-Ma in verità era un dilemma atroce: egli avrebbe dovuto vivere per
-dimostrare che tutti i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
-torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere non poteva senza
-meritarsi il disprezzo universale!
-
-Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
-
-.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi è scappato anche lui?
-
-— Non credo. Non era uno da farcela così da furbo. Dite piuttosto che
-si sarà buttato giù, con una pietra al collo, in altro sito, per non
-essere pescato. Del coraggio ne aveva....
-
-Meno male!
-
-— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero anch'essi.
-Uno sbadigliò:
-
-— M'è venuto appetito.
-
-.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di soppiatto; si diresse
-non alla parte del borro pieno e profondo, perchè i manigoldi avrebbero
-forse udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino o per lo
-scolare di poc'acqua, imputridiva una gora. Ivi non era possibile
-annegarsi. Se non che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
-deciso com'era, vi balzò.
-
-Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno, alla
-superficie; e sotto, adagio adagio, i piedi, e poi i polpacci, e poi i
-ginocchi, e poi le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
-dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
-
-Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se n'andavano per l'argine
-opposto. Nè poteva fermarsi: se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
-o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano sasso o fondo sodo.
-Che morte!
-
-Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva il ventre quel brago
-in cui forse pascevano i più schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco;
-gli saliva al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto! aveva la pegola
-al petto! Gli toglieva oramai il respiro; e se gli arrivava alla gola,
-alla bocca....
-
-Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio.... Maledetta la _Sposa
-selvaggia_!... Addio, Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
-addio, Lilì, per sempre!
-
-Non si fermava ancora.... Ancora?
-
-Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse gli occhi per non
-vedere la sua morte, così. Ma a voce alta emise il grido degli estremi
-spiriti:
-
-— Oh Dio!
-
-Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti, non voleva morire?
-
-Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò oh! E fu un urlo che
-finì in modo straziante; atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
-nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con l'aiuto di Dio, dopo un
-secolo....
-
-— È lui! Corriamo!
-
-— È Bonarca!
-
-— Là! presto! affoga! — Correvano.
-
-— È lui! Chi sa da quante ore!
-
-— È già spacciato! — Arrivavano.
-
-— No; non vedete? Muove la testa come una galana....
-
-— Una corda.... Le pertiche!
-
-— Maestro! maestro!
-
-Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri il delegato, i
-carabinieri, i becchini; e udiva battere il suo cuore, _ton, ton, ton_,
-a grande velocità.
-
-— S'attacchi!
-
-— S'attacchi alla pertica!
-
-— Attáccati, amico!
-
-— Forza!
-
-— Coraggio, caro maestro!
-
-Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe bastato afferrarsi alle
-pertiche. Ma non voleva morire?
-
-— Coraggio! — Forza! — Bravo!
-
-— Tira!
-
-— Viene!
-
-Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa n'ebbe lui?
-
-Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle pertiche. Alle
-pertiche, prima; poscia a quelle braccia. Egli si lasciò trascinare e
-afferrare....
-
-E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia dell'amico, balbettò:
-
-— Lasciatemi morire....
-
-
-
-
-La giocatrice.
-
-
-I.
-
-Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, Gianni Limosa avrebbe
-dovuto convincersi che il suo affetto non escluderebbe mai dal cuore di
-Claudia Verbani l'affetto delle carte; che Claudia giocatrice — eppure
-così bella, così giovane, così vedova! — non aveva, nè avrebbe mai più,
-tempo, voglia, affanni d'amore.
-
-Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo sarebbe dovuto esser
-questo: L'uomo può dedicarsi con le sue energie a più vizi in una
-volta; dove la donna, con le energie sue, non si dà quasi sempre che
-a uno solo, e con l'anima sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
-sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, da che mondo è mondo,
-la donna ebbe taccia d'incostante in amore, l'amore per la donna o non
-è una passione, e quindi non è un vizio, o tutt'al più è passione non
-intensa e profonda quanto un vizio: per esempio, il gioco.
-
-Se non che Limosa invece d'essere un filosofo era uno _sportman_
-innamorato; perciò non è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
-così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, io l'amo alla
-follia e con buone intenzioni: per forza; perchè è onesta; e la
-sposerei anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè ha un vizio.
-Un vizio? Sì: come Luisella la mia puledra.... Luisella adombrava al
-passaggio del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava o voltava
-indietro; sudava tutta; tremava; e guai se gliel'avessi data vinta!
-Io, traendola alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, dietro
-o di fianco, con una bicicletta, e intanto frenandola e frustandola
-a mio modo, l'ho domata che è diventata un'agnellina. Ma Luisella è
-una cavalla, e Claudia una signora. Per questa dunque mi atterrò a un
-metodo affatto contrario.»
-
-Ora, la fallacia del ragionamento apparisce manifesta nel credere che
-per essere Luisella una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
-e l'altra no, patissero o peccassero in modo affatto contrario e
-bisognassero di opposti rimedi.
-
-Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno rassomigliavano: che eran
-femmine ambedue.
-
-
-II.
-
-Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli neri a spazzola; barba corta
-all'inglese; abiti che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
-giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di stoffa costosa e di
-bella fattura; muscoli temprati agli esercizi del corpo; un naturale
-buon umore e bastevole intelligenza e cultura perchè egli non si
-confondesse in conversazione alcuna. Dei contadini, fra cui viveva
-otto o nove mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi troppo,
-o degli amici e delle amiche che trovava ai campi di corse, chi mai se
-lo sarebbe imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo tirare ai
-piccioni! saltar le _siepi_! guidare Luisella!
-
-Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa e sagace quella
-signora Claudia; con certi modi ingenui e volontari da far girar la
-testa a ben altri che a uno _sportman_ non filosofo! Nè Claudia stentò
-molto a introdurre il povero Gianni in un dialogo per cui egli credè
-meglio finirla e confessarsi innamorato cotto.
-
-— Sissignora! Io sono un uomo alla buona, franco, robusto, sano. Non
-leggo romanzi, io! E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a questo
-punto.
-
-— Di chi?
-
-— Oh bella! Di lei!
-
-Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè il cuore gli picchiava
-il petto; e con la sinistra accomodava la barba, mentre Claudia,
-niente affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata al divano
-mostrandogli, senza volere, la bianca gola e sorridendo d'un'ironia
-lieve, non priva d'indulgenza.
-
-— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non conosce neppur tutta la
-gravità del suo malanno! Perchè, scusi, se non è sano chi legge
-romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato come nei romanzi e come
-dice di essere lei.
-
-Egli mormorò:
-
-— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... Tanto più che io amo
-non da eroe, ma da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
-
-— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più grande?
-
-— .... Rinunciare alla mia libertà!
-
-Il modo con cui fece l'offerta e il tono che aveva imposto alle parole
-un peso maggiore a quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
-signora una risata schietta.
-
-— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà è il più piccolo, il
-più semplice, il più naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! È
-necessario; se no, il matrimonio non sarebbe un legame!
-
-— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —, io farò di più: rinuncerò
-ai cavalli, alla caccia, alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
-dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; ascolterò concerti
-wagneriani; ballerò la season....
-
-— Inutile, povero Limosa!
-
-— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
-
-Che impeto nella dimanda! che passione, che disperazione nel secondo
-«mai!»
-
-Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la faccia con le mani,
-ascoltandosi e riflettendo; indi scosse il capo a viso scoperto.
-
-— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai cavalli, al mondo, ai
-romanzi, ai concerti, alla _season_....; a tutto, fuorchè alla mia
-libertà!
-
-— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa, dopo aver riflettuto anche
-lui. — Voi, dunque?... Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe
-alla sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se poteste non
-rinunciare alla vostra libertà, voi forse...?
-
-Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe capito nulla; o avrebbe
-capito che il cervello a quell'infelice gli aveva dato la volta.
-
-Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse d'un'offesa e
-attendesse un opportuno schiarimento.
-
-— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei odia; non è l'amore che lei
-odia: è il matrimonio!
-
-E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo stesse qui, non ci vedrei
-tante difficoltà a superarlo.»
-
-Ma la signora con voce e attitudine convenevoli alle parole, eppure
-quasi benigna:
-
-— Io non odio nulla e nessuno, amico mio; solo, non ho voglia d'amare,
-perchè più mi piace viver libera; nè una donna come me intenderebbe
-l'amore senza il sacrificio assoluto e.... legale della propria
-libertà. Chiaro?
-
-A ogni parola la faccia di Limosa era andata acquistando una linea di
-mestizia; sicchè all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma in
-barba corta all'inglese.
-
-— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente ella cedette al
-_voi_).... lasciate questo discorso; e piuttosto facciamo una partita
-a scopa.
-
-Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, quando rispose, disse
-con un sospiro che venne fuori dal broncio:
-
-— Non conosco le carte!
-
-— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella domandò tra
-compassionevole e ironica, secondo la sua usanza.
-
-Allora egli proruppe:
-
-— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; oggi, signora, vi dico:
-nemmeno conosco le carte! e me ne vanto!
-
-— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo alle nostre partite? a che
-pensate?
-
-La passione lo rese eloquente e furente.
-
-— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi esamino; vi giudico; entro
-in voi; scappo disperato; mi perdo.... Oh che martirio amarvi e vedervi
-con le carte in mano! Un supplizio! Diventate cattiva e debole; perfida
-con chi vince; lusinghiera con chi vi fa vincere....
-
-— Limosa!
-
-— Quante volte soffro io più di voi a vedervi palpitante, tremante,
-pallida in attesa d'un colpo di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa
-con occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare un
-compagno più brutto del demonio! Quante volte ho dovuto augurarmi
-d'essere io il _re bello_, che vi rallegrava, o l'_asso di bastoni_ o
-_il bagattino_!
-
-— O l'_angelo_, o il _diavolo_, bugiardo che siete! — esclamò giuliva
-la signora. — Conoscete fino i tarocchi!
-
-Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
-
-— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a vedervi consumare in tal
-modo gioventù, bellezza, salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
-amo tanto, io giudico che anche questa è una colpa, perchè è questo
-esecrabile vizio, questa obbrobriosa catena che v'impedisce di amare e
-di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
-
-A questo punto Gianni s'aspettava che ella rispondesse un «grazie» per
-canzonatura, o che inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
-aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e severa, Claudia parlò:
-
-— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi offende: mi affligge; e non
-vi perdonerei se non vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
-nell'amore onesto.
-
-Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
-
-— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
-
-Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche perchè si fosse
-innamorato così?
-
-— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna è turpe; perchè se sono
-religiosa, non sono bigotta, non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
-bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito m'ebbe abbandonata
-sola al mondo, io, che l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
-mi sarei lasciata struggere dal dolore se non avessi trovato scampo
-e consolazione in una passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
-Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il _faraone_, il _macao_,
-il _tresette_, i _tarocchi_, la _scopa_!... — E sgorgarono le lagrime;
-piovvero lagrime sul fazzoletto.
-
-— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa, pari a un eroe da romanzo,
-afferrandole una mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: «Debbo
-mettermi in ginocchio?»
-
-— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa è proprio della mia
-inesperienza! Se io fossi avvezzo a innamorarmi, non invidierei le
-carte e non desidererei per me quel che date a loro; mi negherei il
-diritto di ingelosire; riconoscerei il mio torto di amarvi tanto; mi
-persuaderei ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... che.... Mi
-fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
-
-In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, al suo solito modo,
-Claudia un po' s'affliggeva e un po' godeva.
-
-— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona buona. — Guarirete.
-
-— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia villa alla vostra non ho
-cavallo che corra abbastanza! Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
-
-— Distraetevi.
-
-— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi e sospirando. — Mi
-distrarrà o il vino, o la religione, o.... una rivoltella!
-
-— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora trattenendolo. — Che
-discorsi sono questi? Fermatevi, Gianni, per carità!
-
-Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato che ci fosse da
-spaventarsi in quella maniera. Finchè lasciò trarsi per il braccio,
-dolcemente.... Dove?... A un tavolino.
-
-— Sedete! Ubbidite!
-
-Ubbidì.
-
-— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò io, signorino,
-come si gioca a scopa!
-
-
-III.
-
-Ma studiando indefessamente, sin quasi ad ammalare di neurastenia, otto
-giorni dopo Gianni aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno e
-d'azzardo che appassionavano la signora Verbani, e s'era deliberato a
-questi termini: «O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno che,
-per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, Claudia maledirà le
-carte e un prete benedirà il nostro amore.»
-
-Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non sarebbe venuto mai a un tal
-patto:
-
-«io accopperò te; o tu, me.»
-
-Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle ville intorno si
-recavano dalla Verbani per le partite diurne e notturne, cedettero ogni
-primato al nuovo competitore e, invidiando, assistettero ai singolari
-certami per cui boni da cento lire sostituirono nelle poste quelli
-da dieci. Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio (_fortunato
-in amor...._) la fortuna assisteva Gianni Limosa, a cui sarebbe parso
-meglio rovinarsi; poichè vincendo temeva guadagnarsi anche l'antipatia
-della signora. E alle occhiate di sfida e di corruccio sempre
-rispondeva con occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, come
-a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta sorrisi di scherno e lampi
-d'odio. Ma poscia la fortuna si stancò di favorire chi non la curava,
-anzi l'incolpava di danni; e Claudia vinse; vinse tanto, in poche
-settimane, che la somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò la
-compagnia e il mondo intorno.
-
-Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe la gravità vendendo,
-quasi per bisogno, due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
-chiese quattrini in prestito a uno di quegli amici ostili. Repugnanza
-e rimorso non tardarono quindi ad abbattere la gentile colpevole, e le
-partite a scopa moderate a poche lire tornavano alla memoria di lei
-come, dopo il fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! Ah
-limitarsi alle pure briscole!
-
-Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, procedeva nelle scope, e
-peggio.
-
-— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse un giorno.
-
-— Non voglio! — ella esclamò. — La _roulette_ è stupida.
-
-Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con gli occhi:
-
-«La _roulette_ è stupida? E la _briscola_ no? e il _macao_? e la
-_scopa_? e la _bestia_? e io? e voi? Non comprendete dunque il vostro
-lungo delitto? il mio lento suicidio? Non potremmo fare qualche altra
-cosa di meglio?»
-
-Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente e indifferente, in
-quella tinta grigia, di latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
-quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; minuta, silente, inutile
-pioggia. Mortificate, le piante del giardino non muovevan foglia; senza
-tremito eran le frange degli abeti; senza voci gli alberi e il tetto;
-senza volo gli uccelli; senz'anima la vita; senza vita l'universo;
-senza l'universo.... Una giornata insomma o da briscola o da suicidio.
-Ebbene, chi lo crederebbe?...
-
-Claudia mormorò:
-
-— Non ho voglia di giocare, oggi!
-
-E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino, non parve vero
-d'esclamare:
-
-— Facciamo qualche altra cosa!
-
-— Chiacchieriamo.
-
-Egli tacque.
-
-— Non andate a Erba, quest'anno?
-
-— No: _Gringoire_ s'è azzoppato.
-
-— E Luisella?
-
-— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata al trotto; e non la sciuperò
-mai in un ippodromo.
-
-— È buona..., lei?
-
-— Oh sì!
-
-— Senza vizi?
-
-— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso, più.
-
-— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a malincuore Claudia. Indi
-chiese: — Siete venuto qua con lei? con la _charrette_?
-
-— Sì.
-
-Che capriccio le veniva? Andò alla finestra; disse:
-
-— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io le virtù di Luisella.
-
-— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
-
-Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava; non sgocciolava più.
-
-— Posso fidarmi?
-
-— Di Luisella? Garantisco!
-
-— E di voi?
-
-Da uomo leale Gianni tacque prima di portare una mano al petto; ma poi
-rispose: — Sì.
-
-.... Andarono per la diritta via, che la puledra, con trotto uguale,
-ampio e sonante, sorpassava recando nella _charrette_ il signore e la
-signora.
-
-Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco e quegli d'un
-rapimento giocondo; e l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose
-apostrofi: — Biondina...; birichina...; capricciosa...; cattiva, etc.;
-— mentre l'aria, risentita dell'autunno e rinfrescata dalla recente
-pioggia, al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi di
-delizia.
-
-— Yop! Via, Luisella!
-
-Luisella volava.
-
-— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a un punto, con nuova dolcezza.
-
-E Claudia:
-
-— Comprendo il piacere d'aver domato così bene questa bella bestia.
-
-— Oh c'è una gioia più grande: domare un angelo!
-
-— Difficile impresa per un uomo!
-
-— No: per un asino come me, che ha soggezione di voi anche oggi!
-
-Gianni s'adirava.
-
-— Un altro non si sarebbe messo una mano al petto....
-
-— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque, buono! e.... sperate. Da
-bravo! Dicono che Amore faccia miracoli.
-
-Divina creatura! Quando parlava sul serio, non si poteva crederle; ma
-quando scherzava, persuadeva.
-
-Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava negli occhi di lei,
-ove gli pareva vedersi più vivo e più bello, o attendeva a vedere come
-l'aria lusingava que' fini capelli biondi. Intanto Amore preparava il
-miracolo.
-
-Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze, e arditamente
-Luisella, guardavano innanzi per la strada diritta e libera, mentre
-Gianni guardava da un lato; e non si sa quale delle due prima,
-Claudia.... — oh Dio!...: una bici.... — vide; e Luisella, a tal
-vista — una bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò. Un
-indefinibile, duplice grido: l'urto della ruota a un paracarri: la
-fredda, rigida sensazione d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
-d'una botta tremenda a terra per cui l'anima s'insaccasse e profondasse
-nel corpo e il corpo si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
-catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un salto mortale!
-
-Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro! In terra, fermi, inerti,
-tutti e due; anzi, tre, con la _charrette_ senza stanghe.
-
-.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi rotto nulla, che si
-vide appresso, morta, Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
-loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!, Luisella; poi
-non vide più che la signora, morta!
-
-— Claudia! Claudia! — invocava disperato, anelante, bianco di terrore
-in faccia, e tutto inzaccherato. Ma il ciclista giungeva avvertendo: —
-Io medico! medico, io! —; e affannoso anche lui, colui s'inginocchiò
-a slacciare il busto della poverina e a richiamarla in vita; mentre
-Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta, si strappava i
-capelli e ripeteva: — Morta!
-
-Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise un gemito lungo....
-
-— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con cura.
-
-Gianni lamentava: — Claudia! Claudia! Ah sì! la poverina s'era rotto
-un braccio! Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa, in cui
-combattevano e si confondevano la voglia di ammazzare il ciclista
-a pugni, e dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
-rappresentarlo nell'angosciosa attesa della carrozza mandata a prendere
-alla villa per un contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno che
-rintracciar le parole italiane, francesi, tedesche con cui quel medico
-straniero pregava la pericolata che facesse il piacere di ricuperare i
-sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo. Tre volte ella tornò in
-sè a gemere, da sul cuscino, ch'era caduto con loro dalla _charrette_;
-finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente, in vita.
-
-Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè il forestiero
-raccomandava di portarla al luogo più vicino — la trasferirono senza
-scrupolo a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista la credeva
-moglie del signore. E con gran premura accertò Gianni che, fuori del
-braccio, _votre femme_ non aveva patito danno notevole; e si compiacque
-a fare lui, benissimo, la fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel
-collega italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò, a solo compenso,
-la firma nell'_album_ dei ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile,
-saltò in bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
-
-Era a quel che aveva detto e a quel che si seppe poi, un medico di gran
-nome; il quale per provare i benefizi della ginnastica e per convincere
-della sentenza _mens sana in corpore sano_ faceva il giro del mondo in
-bicicletta.
-
-
-IV.
-
-Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli disse:
-
-— Iddio mi ha castigata, amico mio!
-
-A che, triste, l'amico:
-
-— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
-
-— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci il braccio che offendere
-il mio buon nome. Pensate: sono in casa vostra!
-
-Ribattè Limosa:
-
-— E io? tocca a me rimediare!
-
-— Io — soggiunse la signora — sperava di non rimaritarmi se non di mia
-spontanea volontà.
-
-— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi prima di esser certo di
-tutto il vostro amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno un poco?
-
-Ella tacque; poscia rispose:
-
-— Sono così dolente della percossa che non ho più forza di sentir
-altro. Lasciate che mi ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi
-ricordi.
-
-Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse come se dicesse una cosa
-buffa:
-
-— Mi ricordo che quando mi parve d'andar per aria e invece andavamo in
-terra, sentii che con voi morivo volentieri.
-
-Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo amava! lo amava sul serio!
-Così, finalmente, un purissimo bacio fu suggello alla promessa fede di
-quelle due anime oneste.
-
-Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a veder Luisella; e, a
-vederlo, Luisella, ch'egli aveva bastonata a furia, nitrì senza rancore
-e senza rimorso.
-
-Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia si sarebbe mai accorta
-di amarlo fino a sentire di morir volentieri con lui?
-
-No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da cui il giorno prima egli era
-stato infiammato contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia ma
-per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico fallo (e se non fosse
-stata una bestia, certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
-e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa abbracciò al collo la sua
-cavalla.
-
-
-V.
-
-Appena in grado di levarsi la signora partì per la città ad affrettarvi
-i preparativi delle nozze e la riparazione dello scandalo: questo
-tanto più ingiusto in quanto che era seguito a una disgrazia grave. Ma
-incrudelivano nelle chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e quindi
-una nuova ragione per Limosa a detestare le carte. Egli, in quel
-mentre, rimeditava la purissima luna di miele anticipata; le ore di
-felicità trascorse al letto dell'inferma quando, parlassero o stessero
-cheti, sì dolci cose s'erano dette.
-
-Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni che Claudia si adattasse a
-lui con le parole, gli sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero
-e dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a lei, s'ingentiliva,
-poetizzava sè medesimo; e parlava a voce sommessa; e camminava in punta
-di piedi....
-
-Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità avvenire e scelti
-i luoghi da stare durante le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e
-i metodi da tenere nell'educazione dei figlioli maschi e femmine, e
-contenuti i trasporti d'amore, per divagarsi si eran dati alle Letture.
-Limosa leggeva _I tre Moschettieri_, ritrovandosi non in Porthos, a
-cui rassomigliava un poco, ma in D'Artagnan; ed ella trovando lui in
-Aramis, al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine di quelle
-ore!; la gioia di comprendersi a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
-
-Inutile dire che le carte non eran state desiderate dalla signora, la
-quale avrebbe dovuto giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul letto;
-e che il buon Limosa alle carte quasi non ci pensava più. Pensandoci
-diceva tra sè: «Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella, che
-è una bestia, non sbagliavo certo per Claudia, che è un angelo. Nessun
-dubbio che dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e che dalla
-pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella però — che sia benedetta in
-eterno! — l'ha fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo solo.
-Adesso posso star sicuro che di gioco non se ne parlerà mai più.»
-Infatti chiodo scaccia chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
-
-Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia telegrafò: _Sono pronta_;
-e Gianni, che era pronto da un pezzo, accorse....
-
- *
-
-.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno accompagnati gli
-sposi alla ferrovia, ammirando la disinvolta esperienza nella sposa,
-la semplicità d'uomo un po' inesperto in certe cose di circostanza, ma
-sicuro di sè, nello sposo. E senza lagrime si affrettan gli addii; sono
-giocondi gli auguri di buon viaggio.
-
-_Tatà_.... Un fischio.... Partenza!
-
-Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già lo sposo tira le
-tende della carrozza, forse perchè il sole a loro festa dardeggia i
-cristalli, o perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta esterna.
-Or come la sposa lascia cadere il mazzo di fiori, che effondono una
-fragranza soverchia, lo sposo mormora:
-
-— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia! Legàti per sempre! Oh
-Claudia!
-
-Ella sorride in un modo, in un modo....
-
-Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col braccio risanato trattiene
-lui e l'impedisce, dalla tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
-mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
-
-— Facciamo una partita?
-
-
-
-
-Doni nuziali.
-
-
-I.
-
-.... — Gioielli, no; che a te come a me non piace il lusso; e neanche
-alla sposa, speriamo. Dunque?
-
-— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
-
-— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio sfigurare in faccia a
-nessuno. Cosa daranno i parenti della sposa, quelli così signori? E i
-testimoni?
-
-— Ma....
-
-— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le boccole, chi il monile....
-Vedrai...: sciocchezze, grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io avessi
-preso moglie (non l'ho presa perchè le donne costano), primo patto:
-fuori di casa i parenti della sposa, i parenti alla moda!
-
-— Già!, chi potesse....
-
-— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! Perchè, si sa, i parenti
-che non hanno più cuore che quattrini, presto o tardi ti fan scontare
-le carezze e i regali. Ma io....
-
-— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto bene.... — interruppe
-Terpalli.
-
-— Mio dovere. Dunque?
-
-— Non so....
-
-— Al corredo ci avrà pensato la mamma della sposa; alla mobilia ci hai
-pensato tu. Scommetto anzi che hai provveduto a tutto, da bravo omino;
-che non vi manca proprio nulla!
-
-— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a tutto.... capirà....
-
-— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno aperto un bel negozio in via
-Garibaldi....
-
-— No: grazie; ne abbiamo.
-
-— Seggiole?... Tende?...
-
-— Grazie....
-
-— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! spiegati!
-
-— Faccia lei!... Quel che vuole....
-
-— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! L'orologio? l'hai.
-Vestito, sei vestito.... A meno che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un
-bel lume?
-
-— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se crede...; se non le par
-troppo...; anche la Gigia gradirebbe «un servizio da caffè».
-
-Pareva avesse invocata una cosa dell'altro mondo!
-
-— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
-
-— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai nervi?
-
-— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico che capiti, alle volte....
-
-— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, però, alle mie povere
-forze; se vi contenterete....
-
-Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio alla colazione nuziale;
-lo scongiurò che non mancasse.
-
-Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, ed ebbe detto a
-lei e alla madre del casuale incontro con lo zio Tarabusi, tutti e
-tre scoppiarono in una risata gioconda. Infatti, da che aveva avuta
-notizia del prossimo matrimonio, lo zio sfuggiva il nipote — al quale,
-scontroso e timido, rincresceva andare a cercarlo — e per risparmiarsi
-il dono di nozze si sarebbe nascosto sotterra; quantunque fosse
-pieghevole ai rispetti umani e sempre dubitasse di apparire avaro come
-era.
-
-— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne rallegro!»; con che inchini
-ha risposto all'invito della colazione, e con che bocca mi ha detto (e
-Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., potendo.»
-
-La fidanzata rideva sino alle lagrime e le sembrava vedere quella
-faccia nuda e tonda simile a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
-e gl'inchini....
-
-— E figuratevi come è diventato rosso a udire chi sono i vostri
-parenti. Ah ah! signori!... signoroni!
-
-— E il regalo? — domandò la mamma.
-
-— L'ha proposto lui!
-
-— Lui?
-
-— Lui? Che cosa?
-
-— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare in cose di troppo
-costo..., ha offerto.... un lume!
-
-La Gigia battè le mani.
-
-— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho domandato un «servizio da
-caffè».
-
-— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! molto meglio!
-
-Ma la madre scosse il capo.
-
-— No. Era meglio il lume.
-
-— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non diceva anche lei che
-il «servizio da caffè» ci sarebbe necessario? Chi deve pensare a
-regalarcelo?
-
-— Una bella lampada nel salottino ci vuole: l'ho detto sempre —
-insisteva la vecchia. — Adesso è fatta....
-
-— La compreremo.
-
-No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. Sì e no. Ma l'orologio
-avvertì Gustavo che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto tempo con
-lo zio.
-
-— Addio, Gigia; addio, mamma....
-
-E via.
-
-.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, la nativa tendenza ai
-protocolli e ai libri mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
-consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno e di un'ora ogni sera
-agli amorosi colloqui con la sposa e con la suocera. Oggidì quanti
-giovani potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove alle quindici in un
-ufficio comunale; poi dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti
-alle ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, tranquillamente,
-sommare rendite e spese d'un conte milionario? A un uomo che si
-sottoponga a così disumano lavoro e che non scorga al suo termine
-una oasi o un giardino fiorito, non la gloria, non la ricchezza, ma
-sempre cammini con passo uguale per una pianura uguale sempre, per un
-deserto lungo una vita intera, a un tal uomo non basta il conforto di
-fumare qualche sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo Terpalli
-si ammogliasse. E, per economia, egli smise anche il vizio di fumare;
-e guai per lui se non fosse incappato in una donnina savia: Ma in fatto
-di mogli la fortuna, che in altri generi talvolta sembra parziale per i
-birbanti, è imparziale e davvero cieca con tutti. Terpalli aveva potuto
-chiamarsi fortunato e restare un onesto ragazzo quand'era venuto ad
-alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui soave figliola sentiva
-volare il tempo senza speranze di nozze e di vita.
-
-Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino e timido d'animo
-come di baffi, che radi radi sotto il naso acquistavano un po' più
-di vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia era piccolotta e
-grassoccia, molto timida fuori di casa, e con un po' di peluria anche
-lei agli angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla dimanda della
-vedova: — Perchè non prende moglie, signor Terpalli? —, egli aveva
-risposto guardando alla figliola:
-
-— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non osava dire «signorina».)
-
-La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo commossa, eccitata dal
-suo stesso pensiero che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
-nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; e, poverina, per trarsi
-d'impaccio e giustificare quel riso disse una stupidaggine:
-
-— Se ci penso.... all'ufficio?
-
-Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un po' permaloso, aveva
-scosse le spalle e tenuto il broncio quasi una settimana. Dopo,
-si pacificarono con nuove occhiate; e poi la dimanda alla madre, e
-l'assenso.
-
-Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; così di rado la
-fortuna aiuta con indulgenza e prontezza due cuori a intendersi
-e ad appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se l'amore buono
-è interpretazione, chiaroveggenza reciproca, presentimento e
-consentimento, è telepatia, l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
-era un perfetto amore. Pensava l'uno durante le ore d'ufficio:
-
-«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei panni; aiuta la mamma
-a spolverare». Oppure: «Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
-Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... Ohi ohi!:
-affacciatasi per caso, un momento, alla finestra, un giovanotto la
-guarda...; e lei, via!; scappa. È un angelo!»
-
-E l'altra pensava:
-
-«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra un _atto_;
-_esaurisce una pratica_; sbriga un importuno.... Oh Dio! Scrive per il
-conte, di nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... Ma se lo
-sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: lo sorprende, lo sgrida!...»
-— E accadde che un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira a cui
-l'aveva acceso il capufficio, perchè la Gigia lo quetasse e l'esortasse
-a non infrangere mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde che
-con la mite cattiveria delle ragazze ingenue e buone la Gigia un giorno
-raccontasse a Gustavo:
-
-— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento alla finestra, e passava un
-bel giovinotto.... — Per gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
-e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
-
-Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le spese per allestire
-la nuova casa. A provvederla di solo quanto era necessario, e non
-superfluo, non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi di due anni,
-se la mamma non gli fosse venuta in soccorso con tutto il suo avere;
-e per le cose superflue — di assoluta necessità, una volta provviste
-le altre — lasciarono l'incarico al caso nella consuetudine dei doni
-nuziali. Uno specchio per il salotto; una lampada da appendere, o due
-candelabri; uno o due vasi giapponesi, di quelli in cui si gettano,
-sparsi, fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e un cofano, alla
-moda, per i biglietti, eran tutte cose che premevano. Seguivano,
-soltanto desiderabili, sei posate in luogo di quelle comuni ereditate
-dalla mamma; e forse d'un «servizio da caffè» non avrebbero potuto
-fare a meno neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in quell'ipocrita
-dello zio Tarabusi.
-
-
-II.
-
-Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi un peso d'addosso, mandò
-un «servizio» di sei tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
-qualità.
-
-— Di terza, di terza! — mormorò la mamma, meno paga e sempre astiosa
-con l'ipocrita e avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
-per suo stesso conforto.
-
-Quanto agli altri regali desiderati e attesi: nessuno; e quale rabbia
-allorchè una prozia e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
-assegnamento, inviarono la prima un ombrello di raso paonazzo e
-la seconda un astuccio per guanti! Stupide! La Gigia era forse una
-donna più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe ora il cofano, i
-candelabri o il lume, lo specchio e l'album? Forse la zia paterna,
-ch'era ricca assai, manderebbe alla sposa le posate? Forse lo zio
-paterno manderebbe i vasi giapponesi?
-
-.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni volta che rincasava,
-facendo quattro gradini alla volta.
-
-Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato al viaggio di nozze
-— regalò.... una borsa da viaggio!
-
-.... — La zia?
-
-Un monile bello, assai bello, regalò la zia; ma la Gigia avrebbe
-preferita qualche cosa di più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe
-preferito restar disadorna lei a lasciar il salotto disadorno, nudo.
-
-Nè le amiche poterono far molto: un libro da messa; una scatola di
-profumi; cinque metri di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
-ricamato all'antica....
-
-Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la mamma su la scala
-venne incontro a Terpalli più che desolata, irosa e sbuffante. Una
-combinazione incredibile! La signora Tecla, antica loro conoscente,
-memore d'aver visto nascere la Gigia, aveva pensato a un regaluccio:
-e aveva pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A guardare la
-faccia della mamma mentre diceva: — Eh! che ne dite? —, Gustavo credè
-leggervi come un'accusa di complicità sua col caso; e provò tal pena
-a veder lagrimosa la Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
-disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo di spirito.
-
-— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo per romperlo; e
-quello della signora Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
-
-— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e, sotto, la borsa, il
-libro da messa, la scatola di profumi e il cuscino! Che bel salotto! —
-esclamò la Gigia.
-
-Propose Gustavo:
-
-— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe ottenere qualche cosa
-in cambio, dal negoziante.
-
-— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
-
-E la figliola:
-
-— Nemmeno io!
-
-— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si ringrazia! — disse
-Terpalli, al quale rincrebbero il broncio della vecchia e l'ironia
-della sposa.
-
-— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la Gigia, alla quale per contro
-rincresceva l'indifferenza ostentata dallo sposo.
-
-— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma, che il riso del genero
-aveva inviperita.
-
-— Che colpa?
-
-La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
-
-— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro gesuita!
-
-— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa mia? — ripeteva.
-
-Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
-
-— Zitti! basta!
-
-— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì lo sposo. — Ho i colleghi!
-
-Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
-
-— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti! Un _bouquet_, come
-daranno i vostri testimoni; e ciao!
-
-— E il conte? Perchè è in viaggio credete si dimentichi?... Mi vuol
-bene, lui!
-
-Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
-
-Il signor conte non solo non si dimenticherebbe, ma spedirebbe o le
-posate o lo specchio.
-
-— Vedrete!
-
-Questa la sua fede.
-
-— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi del tutto suocera. — Neanche
-un biglietto vi manda! Ci scommetto!
-
-— Forse sì e forse no.
-
-— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare a un impiegato
-così.... modesto come voi?
-
-— Il lume! — rispose in modo di canzonatura Gustavo.
-
-Frattanto la Gigia pregava:
-
-— Smettetela; finitela....
-
-— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero; e adesso non avreste due
-servizi da caffè!
-
-— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
-
-— Profeta, no; timido, sì.
-
-.... — Mamma! Gustavo!
-
-— Timido?
-
-— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi troppo con vostro zio, e
-gli avete domandato quel che costa meno!
-
-— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare anche così poco!
-
-— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta..., mio marito lo diceva
-sempre, muore senza aver goduta una zuppa calda!
-
-— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere alla Gigia che lo
-tirava per la giacca. — Sempre «mio marito»! Lui, lui sapeva stare al
-mondo!
-
-— Ah, meglio di voi, signorino!
-
-— Infatti....
-
-.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo afferrò il cappello, e
-scappò via.
-
-— Gustavo! Gustavo!
-
-— Mio marito era un uomo! — la suocera gli gridava dietro. — Si può dir
-forte: era un uomo lui! Se fu disgraziato....
-
-Insomma, la buona donna aveva bisogno di sfogare un gran malumore; e la
-buona figliola ebbe ragione di gemere:
-
-— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo felici!
-
-
-III.
-
- ALLA CITTÀ DI PARIGI.
- GRANDE ASSORTIMENTO DI OROLOGI E SVEGLIE.
- NOVITÀ IN OGNI GENERE.
- BIJOUTERIA — CHINCAGLIERIA — ARGENTO CHRISTOFLE.
- REVOLVERS E FUCILI.
- EMPORIUM PER REGALI — GIOCATTOLI.
-
-Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando l'uno dopo l'altro
-gettarono uno sguardo intorno, come per sorprendere un oggetto e
-riposarvi il pensiero incerto; quindi, dopo i tre inchini, chiese:
-
-— Desiderano?
-
-— Un regalo per nozze.
-
-— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
-
-Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
-
-Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque d'accordo a spendere
-poco in cosa che desse apparenza di molta spesa, erano discordi nel
-dono da scegliere.
-
-— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro, per la sposa? — suggerì
-primo Bonariva; quantunque poco lieto lui stesso della proposta.
-
-— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli ai parenti cotesti regali da
-buona famiglia! Tocca alle amiche della sposa.
-
-— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
-
-— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca.... Da trecento lire a
-quindici. Vedano.... — Così dicendo il commesso accennava a quelli da
-trecento lire.
-
-— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi, intanto che Bonariva
-disapprovava col capo.
-
-— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche a Sandri, e costavano poco.
-
-— Osservo — disse Bonariva — che i vasi sono pericolosi....
-
-— Già, se vanno in terra....
-
-— No, non per questo! Chi non sa che cosa regalare, regala due vasi,
-sempre: c'è il pericolo d'una combinazione.
-
-Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora mutò consiglio.
-
-— Prendiamo uno specchio.
-
-— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
-
-— Ma bello; per il salotto.
-
-— Che! Non son gente da salotto!
-
-— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello con l'utile — mormorava
-Sandri.
-
-E a lui il commesso:
-
-— Un _nécessaire_ da viaggio?... Un _lavabo_?
-
-— No, no. — Bonariva insisteva per qualche cosa di più utile e di meno
-comune.
-
-— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono di moda; servono a tanti
-usi! Guardino questo: dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
-
-— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva scoteva il capo.
-
-— Costa? — domandò Sandri.
-
-— Ottanta lire!
-
-— Ahi!
-
-— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte? un portabiglietti?
-
-— Io torno alla mia prima idea — Sandri disse —: un bell'album con i
-nostri ritratti....
-
-— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in tentazione — fece Bonariva,
-mentre Guizzi, per gusto suo, maneggiava e considerava un bastone dal
-pomo cesellato, e diceva:
-
-— Vuoi che non l'abbiano un album?
-
-— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse Bonariva.
-Quand'ecco, a sollevare o a distrarre la pazienza del commesso, entrò
-una signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso, con un'aria di
-tacito e vicendevole rimprovero; finchè uno chiese a un secondo giovane
-del negozio:
-
-— Cos'è quell'affare là, di vetro?
-
-— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo! Se vuole....
-
-— No, no! È troppo bello!
-
-Guizzi adesso mormorava:
-
-— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi a sì bella idea fosse
-possibile il consenso degli amici!
-
-— Ohibò!...
-
-— Si regalano alle signore che non si maritano, i ventagli!
-
-— Dunque?
-
-Parlava il giovine:
-
-— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
-
-— Cioè?
-
-Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
-
-— Dodici posate d'argento Christofle...?
-
-— Troppo, troppo!
-
-— Sei, allora....
-
-— Poco: troppo poco!
-
-— Poi le avranno già le posate! — Sandri ripeteva.
-
-Proseguiva il commesso:
-
-— Oggetti di _toilette_? Candelabri?...
-
-— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine, contento. Se non che Guizzi si
-mise a ridere.
-
-— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E al commesso che
-proponeva: — Un orologio? una _sveglia_? —, rispose: — Da _sveglia_
-farà la sposa: non dubiti!
-
-Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che quando cominciava non
-la smetteva più. Disse Bonariva:
-
-— Prendiamo un organetto, o un'armonica per calmare la signora dopo la
-luna di miele!
-
-A che Guizzi:
-
-— Sarebbe meglio un revolver!
-
-Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata i colleghi ad essere
-seri. Anche, li rimproverò:
-
-— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto allo sposo che cosa
-gradirebbe....
-
-Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
-
-
-IV.
-
-Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole sventure; non le grandi,
-le quali abbattono quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
-accordo.
-
-— Che volete farci? — mormorava la signora Clotilde dinanzi al terzo
-«servizio da caffè» e alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
-a cattiva fortuna, figlioli!
-
-Disse finalmente Gustavo:
-
-— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; fingere che niente sia;
-se no, ci metteranno su le ventole!
-
-— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè si meraviglino meno
-— disse la Gigia, finalmente.
-
-Non era possibile, infatti, nascondere i due primi servizi, il donatore
-e la donatrice essendo invitati alla colazione; e non volendosi
-sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, al confronto,
-magnifico. Per suprema ironia era magnifico!
-
-Nè il domani mattina alla funzione nuziale, in chiesa prima e dopo
-al municipio, fu alcuno che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
-troppo smorta, non ne ammirasse la commozione del solenne ufficio che
-si compieva, il verginale panico per il solenne sacrificio a cui era
-condotta, il trepido cuore per l'amore che la beava: nessuno ci fu che
-pensasse a un estraneo disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
-insistente, la visione d'un collegio di chicchere vigilate da matrone,
-che erano le caffettiere e le zuccheriere. Quanto allo sposo, avanti
-di arrivare a casa, rivelò a un testimonio una sola causa di cruccio:
-l'ingratitudine del conte.
-
-— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni che lavoro per lui senza
-aumento di stipendio!
-
-— Pensate — aggiungeva — che ogni volta che capitava in ufficio era
-sempre lì a dirmi: «Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo la
-corbelleria?»
-
-— Dov'è adesso? — chiese uno.
-
-— A Firenze col maestro di casa, che mi promise di rinfrescargli la
-memoria.... Ma sì!...
-
-Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti uguali i nobili!
-— L'altro, moderato, tacque.
-
-Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
-
-— Ora vedrete i tre «servizi»!
-
-Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a ridere: anche la
-sposa e la mamma; anche gli invitati che attendevano, e quelli che
-sopraggiunsero; toltane, s'intende, la vecchia amica signora Tecla, a
-cui il suo servizio sembrava il più brutto dei tre, e s'arrovellava a
-valutare gli altri due.
-
-— Che caso! — Oh che caso!
-
-— Sono casi però che fanno rabbia — disse lo zio materno.
-
-— Son brutti scherzi del destino! — esclamò un secondo. — Una cosa
-che non si crederebbe! — borbottava un terzo; di guisa che l'ilarità
-diveniva compianto sincero nell'attesa della colazione.
-
-— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
-
-— Chi manca?
-
-Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido, sorridente, senza peli,
-con una impressione di maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
-zio Tarabusi.
-
-— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva alle
-presentazioni, dopo aver baciata su la fronte la sposa, la «cara
-figliola» — Oh caro: oh! carissimo! — diceva a quelli che conosceva. —
-Tanto, tanto piacere! — ripeteva alle nuove conoscenze.... Finchè diede
-una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'! quante chicchere! Pare
-un reggimento di fanteria....
-
-— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la storia.
-
-— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto prevedere.... Oh
-senti — aggiunse con quella sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
-Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...: alle dieci e trenta per
-Modena....
-
-— Come?
-
-Più piano:
-
-— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
-
-— Ma..., zio....
-
-— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti sono odiosi.
-
-— Creda....
-
-— Dovevi avvertirmi!
-
-Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra gli altri.
-
-— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi.... Mi scusino....
-Debbo partire.... per Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
-questi signori....
-
-— Rimanga, zio!
-
-— Resti, signor Tarabusi!
-
-— Diavolo!..., signor Tarabusi!
-
-.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei auguri!
-
-— Due confetti, zio....
-
-— Grazie....
-
-— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...? Offrire il caffè a lui
-(in quale delle chicchere?) sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
-non avesse compatito il nipote come uno che avendo preso moglie aveva
-perduta la testa, e se Gustavo non si fosse corretto subito:
-
-— Un _cognac_, almeno...?
-
-— Bevo di rado _cognac_... Grazie.... Un'altra volta, caro. Addio!
-riverisco! addio! Stiano bene.... tutti! — E con un nuovo inchino e un:
-— Evviva gli sposi! — quel Tarabusi se ne andò.
-
-.... La colazione nondimeno procedè benissimo. Vini e liquori
-dissiparono ogni ombra dall'anima della sposa, rapirono allo sposo il
-ricordo dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron giocondità e malizia
-nelle giovani donne; suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
-Quando, d'improvviso, squillò il campanello. Chi mai?
-
-Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo correva alla porta
-gridando:
-
-— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il regalo?... — Il conte!...
-— Il conte.... senza dubbio!
-
-— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino dell'agenzia che veniva a
-deporre una cassetta.
-
-— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto _fragile_; la sposa vi
-teneva lo sguardo smorto.
-
-— Presto! un martello, un coltello! — Con una lama da interporre alle
-assicelle del coperchio Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
-socialista gridava:
-
-— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
-
-— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone moderato. — E di cuore!
-
-— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita: ecco tutto! — osservava
-un altro.
-
-— Non dico; ma....
-
-— Viva il conte! Viva il conte!
-
-_Crac_ fece l'assicella allo sforzo di Gustavo. Allora tutti tacquero,
-ansiosi, nell'attesa che la cassa fosse aperta interamente. Ma perchè
-la cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza col socialista,
-quasi a un vicendevole ridevole dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
-adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè il testimonio moderato
-fumava in fretta guatando alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
-tenevan gli occhi su la sposa come temessero d'uno svenimento? Quale
-idea uscita di mente alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
-a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso di chi più avrebbe
-dovuto esser felice il terrore d'un malefizio, e accendeva negli occhi
-degli altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava un destino
-assurdo o tremendo su quella cassa, su quelle anime?...
-
-Lo sposo — _crac_ — con l'angustia di quando, ancora in preda a un
-sogno funesto, si ricorre, nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto
-il coperchio....
-
-
-
-
-Dall'Eldorado.
-
-
-I.
-
-Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la scarsa barba, dalla
-tavola a cui sedeva Polla guardava a quanto poteva scorgere del
-temporale. Passavano di furia i nuvoloni neri: uno ne dilacerò un
-fulmine. E cominciava a piovere; nè ancora cessava il vento che faceva
-sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
-
-«Oh portasse via la bufera anche la casa! Una tempesta enorme
-rovesciasse Roma e tutte le città d'Europa! Un ciclone rovinasse,
-magari, il mondo!»
-
-Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini come fratelli e pel
-quale i borghesi sfruttatori e capitalisti erano non uomini ma belve
-— si arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, per malanimo
-o per teoria socialista o per lotta di classe: no, no; solo risentiva
-lui stesso di quel turbamento elettrico e meteorico e, per di più, gli
-sommoveva pensieri neri come le nuvole, che si aggrappavano nel cielo
-di contro, un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora infatti in
-cui i borghesi andavano a desinare, egli restava alla tavola deserta,
-perchè già pioveva e non aveva ombrello e perchè non aveva un soldo in
-tasca e non sapeva qual trattore potesse più accoglierlo a credito.
-Fino a quando?... Ah che appetito! In verità, quel giorno sarebbero
-appena bastate al suo desiderio una porzione di spaghetti, una di
-lesso, una di vitello, una di fragole e una bottiglia di barolo, il
-vino che prediligeva.
-
-Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava nella camera con
-tal impeto e abbondanza che il buon Polla finalmente si alzò per
-chiudere i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più densa, opaca,
-precipitasse, abbattuta da una ventata, giù, alla volta della sua
-finestra.... Una nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
-cannone e non era una nuvola: un corpo strano, solido, straordinario:
-un enorme animale!... Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
-scampare alla parete, che già piombava nella camera: vi cadde con un
-tonfo profondo su l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
-
-Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? Era un misterioso
-involto, che, come cosa morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
-però dal primo spavento, invece d'invocare soccorso, il socialista
-tacque, avanzò; retrocedette. Non era un condor, non era un'aquila,
-non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali che s'erano raccolte al
-cessare del volo, l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
-le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò di nuovo e ruppe
-in un'esclamazione di meraviglia alla vista di sì fatti piedi e di
-cosifatte gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, una donna
-volante! Una creatura umana, immota, svenuta o morta al suolo della sua
-stanza!
-
-Con che cuore egli la volse supina e ne udì battere il cuore (era un
-uomo)! Con che cuore si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
-viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo spogliato delle fine e
-seriche ali e della giubba cui stavano connesse! Un uomo non calvo!
-I capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte e la lunga e
-gentile barba non scemavano giovinezza all'aspetto venerabile; e tutta
-la persona incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo paragonarlo
-a un angelo, in cui non credeva, il positivista Polla lo paragonò
-a Adone, se pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto il
-sangue al cuore con massaggio; ne spruzzava d'acqua il volto; finchè
-sospirarono entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, e l'uomo
-che aveva salvato un fratello, quantunque volante.
-
-Polla disse subito:
-
-— _Good day!_
-
-No. Era biondo, ma non inglese.
-
-— _Guten abend!_ — Non tedesco.
-
-— _Bonjour, monsieur!_ — Non francese.
-
-— _Buenas dies, caballero!_ — Non spagnolo.
-
-Ricordandosi infine di essere italiano, Polla fece, cortesemente:
-
-— Ben arrivato!
-
-D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da prima incerti quali d'uno
-che davvero sia cascato dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
-melodiosa incomprensibile parola; poi contorse la bocca a pronunciare
-una parola di lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
-
-— Volapuk?...
-
-— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi aveva presa l'abitudine di
-parlare a voce alta. — Oh, oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
-Non ha attecchito da noi! Non importa. A poco a poco, fratello,
-c'intenderemo lo stesso! E, ditemi....
-
-Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, o per il dolore
-della caduta, o per lo sfinimento di cui era prova il pallido viso,
-l'infelice forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con uno sforzo
-supremo non avesse rialzato il capo, e stringendo all'estremità le dita
-della destra, non avesse portata due volte la mano alla bocca mentre lo
-sguardo aiutava l'espressione del gesto.
-
-— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! Anch'io ho fame!
-Ma io non posso offrirvi che un bicchier d'acqua!
-
-Quasi indovinasse le condizioni economiche dell'ospite, l'altro
-affrettava un segno della mano verso l'involucro rimasto sul pavimento.
-E Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi dell'arnese (fosse
-corpetto o giubba) eran fisse le ali, egli avvertì subito due bisacce;
-nè esitò a introdurvi la mano, quantunque il forestiero già accennasse
-di tastar più in basso. Ma..., e là cosa c'era? Sentiva un peso non
-lieve, come di ciottoli, e per accertarsi se era o no la zavorra,
-introdusse la destra. Questa volta Polla, che non credeva in Dio, che
-credeva solo nel «fattore economico», esclamò:
-
-— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono sassi! — Che cosa erano? Che
-cosa erano?
-
-Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! Ma realtà! Un miracolo!
-Diamanti! smeraldo! rubini! oro! Fu tale la meraviglia di Polla che
-attese a lungo prima d'accorgersi come l'infelice girasse e chiudesse
-gli occhi, e sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il misero
-aveva volto il cenno, l'ospite trovò un grazioso vasetto piccolo
-piccolo, che quasi si aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
-Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico a ristorare d'un
-tratto dal profondo del cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia
-offerse il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce e luminoso sorriso;
-e per riposare reclinò il capo e chiuse gli occhi, non più alla morte,
-ma al sonno.
-
-Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto il naso, presente alla
-gola l'«estratto» ch'effondeva quel profumo saporito, ineffabile;
-eppure non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, per tornare
-all'involucro volatile. Nè riusciva a persuadersi che non sognava;
-la zavorra era tutta quanta di gemme preziose! E se poteva ingannarsi
-intorno alla qualità e al prezzo d'alcune delle pietre, su altre non
-s'ingannava certo. Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, in
-un mucchio, e stette a contemplarle. C'era proprio da impazzire; tanto
-più che la fatica della contemplazione accresceva la debolezza del
-digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar dell'«estratto»!
-Solo quando si sentì venir meno, allora prese un pizzico di polvere dal
-vasetto, e parendogli néttare o ambrosia ne prese un secondo, eppoi
-un terzo, eppoi un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe nausea;
-che quella roba era troppo sostanziosa e focosa. Ma sublime! ma
-incomparabilmente migliore d'ogni nostro più squisito cibo! Inoltre,
-a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, come per un eccitante
-liquore, e una gran fretta e lucidità di idee e una gran letizia
-nell'animo.
-
-— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando alle gemme per raccoglierle
-e metterne nella sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non le
-teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? Ebbene, in tal caso,
-éccogli restituita la sua zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno
-smeraldo per far moneta, per esercitare secondo conveniva gli uffici
-dell'ospitalità e provvedere da pranzo non a sè, che non aveva più
-fame e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, che tra poco
-si sveglierebbe e avrebbe fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo
-dalla strana visita contraeva obbligo di gratitudine, di amicizia, di
-compenso al disturbo.... Lui, Polla, si prendeva dunque uno smeraldo.
-Una cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino da non
-ringraziarne nemmeno la Provvidenza, quand'anche un socialista marxista
-e inscritto al partito avesse potuto ammettere la Provvidenza.
-
-Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro come mai in vita
-sua, se al limitare non l'avessero trattenuto queste domande: Lo
-smeraldo non era troppo grosso e non susciterebbe ingiusti sospetti nel
-gioielliere? Qualcuno non aveva forse visto entrar là l'uomo volante?
-Aveva questi un foglio di via? Non ne sapevan nulla le guardie di
-pubblica sicurezza?
-
-Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba e ali; osservò
-meglio il piccolo e semplice congegno di molle riposte tra seta e
-fodera e provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili tentativi
-s'avvide che il congegno era guasto; forse irreparabilmente guasto!
-Gli bisognava restare a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, Polla
-sostituì al grosso smeraldo un men grosso rubino, e dimenticandosi,
-non di mettere questo in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
-pieno di gratitudine stette a considerare il forestiero che dormiva
-dolcemente, senza russare; ad ammirare quell'uomo la cui bellezza
-assumeva a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra mai.
-
-Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, lor due, quantunque Polla
-avesse il naso un po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
-fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura e rossiccia, e l'altro una
-barba aurea, fine e copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
-Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e l'altro indossasse
-sandali, calzoni e maglia di un'ignota materia che aderiva alle membra
-e le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla sembrava di vedere se
-stesso elevato a una razza superiore, o sè stesso trasferito in un
-secolo di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, uscì e
-discese. Si era già accertato che aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
-
-
-II.
-
-Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno a casa con una sporta
-gravida di vettovaglie e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
-costretto a sedersi sul primo gradino della scala per riacquistar lena
-e rimettersi in equilibrio. Alla testa gli si era diffuso lo spirito di
-quello squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi, stentava e
-soffriva a digerirne la parte soverchia, e l'intestino già cominciava
-a dolersi di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa. Però,
-consapevole dell'ebbrezza, Polla non dubitava di non ragionare; anzi
-credeva di ragionare benissimo, e ora guardando alla bottiglia, ora
-premendo col braccio il petto e il portafogli, vedeva naturale quella
-sua avventura quasi inverosimile; gli pareva la cosa più semplice del
-mondo che un uomo volante fosse stato portato da una corrente aerea
-fino a Roma e spinto proprio dentro la sua finestra; giudicava agevole
-ottenere in dono dall'ospite metà almeno delle pietre; pensava che
-dopo ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista e che se non
-gli riuscisse d'arrivare, per una via o per l'altra, al paese di quel
-signore, potrebbe vivere allegramente, conservatore o borghese, anche
-in Europa. E i compagni? e la promessa fede? e l'aiuto al partito? e la
-teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica? e tutti i problemi economici
-e sociali? Sciocchezze! Adesso un problema solo aveva da risolvere: in
-che modo salirebbe fin lassù alla sua stanza, al quarto piano, ahi, con
-la testa in giro e le viscere commosse.
-
-Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero sane e salve la sporta e
-la bottiglia; e lui, senz'altro male che dolori forti come morsi. Ma
-allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere dentro la camera. Aperto
-che ebbe, lo straniero gli venne incontro con viso di giocondità
-cordiale e con graziosi inchini.
-
-— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi su d'una seggiola. — Io
-invece sono rovinato! Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni!
-— Quindi premendosi con le mani: — Oh che male allo stomaco! —
-aggiungeva. — Oh che male alla pancia!
-
-— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro, che non essendo tanto
-afflitto dalle doglie dell'amico quanto studioso d'apprenderne e
-ritenerne il linguaggio, indovinava dagli atti il significato di quelle
-parole.
-
-— Se provassi — continuava Polla — se provassi a mandar giù un po'
-d'acqua, o un sorso di barolo?...
-
-— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo alla forma della
-bottiglia la sollevava e la sturava lui stesso.
-
-Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista disse:
-
-— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro. Sorseggiando un mezzo
-bicchiere lo straniero ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
-portò una mano al cuore per troppa dolcezza, quale un uomo che non
-avesse mai gustato vino.
-
-— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava, meglio che a parole,
-a cenni. — Tanto, io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
-compagnia.
-
-Da qual paese veniva quel signore così intelligente che subito coglieva
-il significato dei cenni e delle parole e con meravigliosa facilità
-fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo così straniero che
-al veder le fragole e le ciliege fuori della sporta, rimase come
-resterebbe uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse più che
-cocomeri!
-
-Non si descrivono neppure le espressioni delle labbra, degli occhi e
-dell'armonico eloquio con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato di
-trovar sì buone quelle fragole così piccole. Anche, non gli spiacque
-il _roastbeef_; benchè da prima quasi gli repugnasse e benchè non ne
-mangiasse più di mezza fetta. Ma le ciliege a dirittura lo deliziarono,
-lo fecero ingordo al punto da ingoiarne il nocciolo.
-
-Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava di mangiare senza
-complimenti, di mangiar tutto e mormorava:
-
-— Si direbbe che costui non è avvezzo che agli estratti e ai peptoni
-chimici.
-
-Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè l'altro diede a
-conoscere che non solo era sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
-cortese, dopo, dimandò:
-
-— Stomaco?... Pancia?...
-
-— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto era cessata, non il
-male.
-
-Per passare il tempo e arricchire la sua cultura l'uomo volante
-cominciò allora a toccare questa o quella cosa, rallegrato o stupito
-dalla forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di richiesta gli diceva
-Polla.
-
-— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì, la brocchetta
-dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!... Il letto, appunto, da
-dormire! Questo?... Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
-
-A che l'altro, con prontezza di lingua e di memoria, riepilogando:
-
-— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua; sedia; letto da dormire;
-comò da tenervi i vestiti chi ne avesse.
-
-Era proprio un brav'uomo, oltre che bello; e da qualunque parte fosse
-giunto, per l'ingegno che aveva non poteva essere che un socialista.
-Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite declinò il suo nome.
-
-— Io ho nome Polla, e voi?
-
-— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
-
-— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio, finse che uno lo
-chiamasse «Polla!», e finse di rispondere: «Eh?»
-
-— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo compreso bene.
-
-— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la mia ospitalità e i miei
-servigi! — Polla disse, mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
-senza prevedere che dopo questo atto l'altro correrebbe al catino a
-lavarsi. Certamente in quel paese non usavano salutarsi in tal modo
-contrario all'igiene.
-
-.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di lingua vi
-s'intrattenevano da quasi un'ora, quando Edon, non avendo peranche
-finito di ridere a veder Polla che accendeva una candela, s'abbandonò
-sul letto e in puro italiano lamentò:
-
-— Oh che male allo stomaco! Oh che male alla pancia!
-
-Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli non era uso che ai cibi
-chimicamente ridotti, e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
-cibo nostrano.
-
-Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati, eppur lieti di
-cominciare a intendersi e di poter chiacchierare? con le interruzioni
-di gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima d'addormentarsi
-Polla ebbe appreso come Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
-volavano, e come era stato rapito dal vento. E poichè i giornali
-avevano preannunciato un ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente
-il socialista pensò che l'amico proveniva da una qualche terra
-d'America; la quale, abbondando di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini,
-diamanti e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
-
-
-III.
-
-.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
-
-— Ero infelice — mestamente rispose Edon, e rilevò gli occhi dal
-vocabolario italiano-volapuk che Polla, la mattina, gli aveva portato
-a casa e da cui egli in due ore aveva imparato quanto linguaggio
-basterebbe a certi eruditi professori per uso domestico se non
-universitario.
-
-Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non potendo credere che in
-un paese dove per le vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
-quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi, nè che dove gli
-uomini volavano ci fossero tiranni e mancasse la libertà, pensò che
-qualche terribile sventura, fuori dell'ordine economico e politico,
-avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai, più che un fratello; e si
-propose di tenerlo allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
-nascondergli i guai della nostra vita civile. «Edon ha cuore —
-diceva fra sè —; ha l'intelligenza di un uomo perfetto; dunque per
-non affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le carneficine
-internazionali e i resoconti dei Parlamenti, abolisco i giornali
-quotidiani!» Gli premeva insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
-per volare, l'amico non scappasse per ferrovia appena fosse deluso e
-stanco del vecchio mondo e dopo che si fosse accorto del pregio che vi
-hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini e anche i pezzi d'oro.
-
-Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che Edon non apprendesse mai
-il potere delle gemme e dei quattrini in cui Polla le convertiva; e da
-bravo amico Polla ci si provò, recandosi lui solo dai gioiellieri con
-una o due pietre alla volta e piccine, e pagando di nascosto i conti
-all'albergo nel quale s'erano trasferiti. Ma presto l'altro volle
-andare in tram, dove curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
-
-— Non usano questi da voi? — chiese l'amico con faccia tosta,
-mostrandogli le monete.
-
-Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre l'ordinamento economico
-della sua patria. Ivi i quattrini non usavano più da secoli, perchè
-vi abbondavano i frutti della terra da cui la scienza chimica traeva
-e riduceva gli alimenti; vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo
-necessari alle arti e alle industrie, sì che ciascuno viveva secondo il
-proprio bisogno e secondo il proprio desiderio.
-
-Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere un colpo di mazza sulla
-testa.
-
-— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete la realtà dell'ideale
-socialista, ma anche dell'ideale anarchico!
-
-— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo il vocabolario, —
-Ideale anarchico? —; e intanto Polla ricorreva alla difficoltà più
-grande che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua fede.
-
-— Dite, dite — domandò: — in che modo vi regolate, voialtri, per la
-misura del lavoro?
-
-Edon non comprendeva e stava per chiedere più ampia spiegazione,
-quand'ecco uscì lui pure in un oh! di meraviglia, perchè scorse
-scintillare la mano di una _cocotte_ che avevano di fronte.
-
-Il socialista era divenuto di bragia in volto, non per pudore. Susurrò
-in fretta all'orecchio dell'amico:
-
-— È un brillante falso!... È una _cocotte_.
-
-Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso in altre mani senza guanti,
-oro e smeraldi, e fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
-per ornamento, avevano un pregio, e se avevano pregio gli anelli,
-ne avevano anche le pietre; e se per andare in tram erano necessari
-i soldi, più soldi dovevano essere necessari per adornarsi mani e
-orecchie.... In conclusione, Polla dovette chiedere l'ordinamento
-finanziario ed economico del nostro sciagurato paese, e, quasi fosse
-una bella cosa, permettere all'ingenuo fratello di tornare a casa
-perchè voleva pietre da cambiare subito in valute!
-
-Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo da parte per sè alcuno dei
-brillanti più grossi! Che colpa essere troppo onesti!
-
-Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di un bambino, nè avvertì
-altri guai dopo quello della moneta. Anzi per le strade e per le
-piazze manifestava una giocondità, una meraviglia, una beatitudine
-a cui era difficile trovare confronto. Si meravigliava e godeva come
-noi quando fossimo trasportati d'improvviso in una illustre città al
-periodo splendido del Rinascimento e vivendo di quella vita, per noi
-oggi storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione per cui
-il passato ci sembra più bello del tempo presente, e di quella età
-conoscessimo i beni senza conoscerne male alcuno. Ora attonito, ora
-ilare, ora meditabondo a cercare la ragione di una cosa e, trovatala,
-giulivo ed entusiasta, Edon non si stancava di correr qua e là sebbene
-non fosse avvezzo a girar molto e quantunque tanto frastuono di ruote e
-di carri lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la vista delle
-signore, così eleganti negli abili diversi; così agili e provocanti
-nelle forme; così facili al sorriso nel salutare; così flessuose
-nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel sogguardare, nel
-porgersi allo sguardo altrui. Commentando l'ammirazione sua propria,
-che le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte parole
-riferiva all'amico che nel suo paese ragioni di pubblica salute avevano
-privata di grazia la donna abolendo busti e cinture, e che l'igiene
-v'imponeva una sola e pallida tinta nelle stoffe, e, che, per di più,
-il perfezionamento della specie aveva condotto il genere femminile
-a quasi un sol tipo; onde qua da noi gli piacevano fin le brutte. Ma
-quasi non minore diletto gli dava la vista dei cavalli, il nobile e
-mite animale espulso d'Eldorado dal progresso meccanico.
-
-— Non ci avete nemmeno asini? — domandò Polla.
-
-— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
-
-Più resistenti, di asini ne restava qualcuno anche là. E i tram?
-
-I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto nuovi, ricordandosi
-d'averne visti, sebbene costruiti meglio, nella sua fanciullezza.
-
-Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le impressioni ch'egli
-riceveva dalla vita multiforme e molteplice della grande città; dai
-monumenti storici per noi e quasi preistorici per lui; dalle case e
-dai palazzi moderni per noi e per lui antichi: basti affermare che un
-ragazzo venuto di campagna o un barbaro si sarebbe divertito meno.
-
-Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare quella che per Edon
-medesimo ebbe Polla. Il quale, non potendo accontentare l'amico
-desideroso di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri o di un
-ufficiale di cavalleria, il giorno dopo fu costretto a istruirlo
-intorno agli eserciti permanenti e a rivelargliene i danni con non
-poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni europee.
-
-Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio (oh che disposizione alle
-lingue!) ribattè che quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
-saggia. Aggiunse press'a poco:
-
-— La guerra è nella natura delle cose, degli animali e degli uomini;
-ma noi d'Eldorado, che abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
-natura. Miseri noi!
-
-Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse nelle spalle e si limitò
-a ripetere che gli eserciti costavano troppo.
-
-Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso che nel costo delle cose,
-cioè nel comprare e nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
-attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava che il lavoro a
-salario fosse proficuo alla «produzione» e alla vita d'un popolo; e
-ragionava press'a poco così:
-
-— Chi spende di più, è più forte! Chi è più forte, è più potente! Chi
-è più potente, è più temuto! Chi è più temuto è più glorioso! Chi è più
-glorioso, è più contento! Beati gli europei! beati voi, o italiani!
-
-Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, tacque; finchè disse:
-
-— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate da voi per lo scambio
-dei prodotti? Mi spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., o
-lassù?
-
-— Il giardiniere.
-
-— Bella professione! Ma che regola avevate nel dare i fiori in cambio o
-dei cibi o dei vestiti o degli ordigni per volare? Che regola vi hanno
-tra loro i commercianti, i professori, gli operai?
-
-Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose Edon:
-
-— L'educazione.
-
-— L'educazione? — urlò Polla.
-
-Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione non richiedevano
-più del ragionevole negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
-il floricultore, non avrebbe mai voluto da un meccanico più d'un paio
-d'ali, o più d'una poesia da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
-rose azzurre.
-
-«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado sono a tal punto?» In che
-modo avrebbe dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle belle
-apparenze della nostra società un uomo disgraziato senza dubbio in
-famiglia, ma allevato in una società così perfetta?
-
-— A parte le disgrazie domestiche — mormorò il socialista, prima uso a
-sbraitare, — quali cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
-
-Non l'avesse mai detto!
-
-— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso in viso quale non era stato
-mai. — Felici in un paese dove il valore delle cose è determinato
-dall'educazione? dove la ricchezza non è premio alla fatica? dove non
-si lavora per guadagnarsi il pane col sudore della fronte? — Si arrestò
-mormorando a sua volta qualche parola del suo armonioso linguaggio:
-forse bestemmie, forse insolenze; poi, data un'occhiata al vocabolario
-per rimettersi, riprese: — In Eldorado è sconosciuto il piacere
-d'adempiere i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
-battagliero dell'uomo vi si è perduto! Mentre voi avete fino i re,
-i presidenti di repubblica, i pontefici, noi non abbiamo nemmeno i
-_policemen_! Oh sì.... la felicità degli uomini è nella disuguaglianza
-economica, civile, morale!
-
-«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva le labbra; e taceva. Egli,
-che amava le polemiche, era costretto a non discutere, per paura di
-disgustar l'amico; era costretto a non svelare i mali segreti della
-nostra misera civiltà. «È matto da legare!»
-
-La sorpresa e la paura del bravo socialista scemavano solo al pensiero
-che un ignoto dramma domestico avesse turbate le facoltà mentali
-dell'amico.
-
-Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma alla sua sentenza.
-E allora Polla, non ostante il suo prudente proposito, non potè non
-sorridere e non dire:
-
-— Io però credo che in Eldorado non si stia male come voi dite. Vorrei
-andarci!
-
-L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che non scherzava, rimase
-triste e silenzioso. Non parlò più sino a che non rientrarono
-all'albergo; dove, abbandonando il vocabolario, parlò per chiedere:
-
-— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece con la mano un gesto che
-significava il cervello andato a rovescio.
-
-Polla comprese.
-
-
-IV.
-
-«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio
-affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo
-condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
-
-Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva
-avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre
-componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si
-rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far
-ammattire i savi.
-
-— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
-
-E Polla:
-
-— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien
-sonno presto.
-
-Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero
-l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe.
-
-Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le
-strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in
-distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma
-questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere.
-
-— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi.
-
-— Che è? che è?
-
-Rispose un signore molto gentile:
-
-— Un trasporto....
-
-— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la
-giacca.
-
-— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo!
-
-Ma fu peggio di prima.
-
-— All'ultima dimora?...
-
-Arrabbiandosi, Polla esclamò:
-
-— Al cimitero: non capite?
-
-E il signore:
-
-— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni.
-
-E Polla, con ira già sarcastica:
-
-— Non usano le polmoniti da voi?
-
-Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta
-se in Eldorado si godesse buona salute, rispose:
-
-— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai
-piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
-continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare
-indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
-ci basta mutare residenza e volare di qua o di là.
-
-— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente
-osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti
-anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che
-in Europa.
-
-Ma Edon non si diè vinto.
-
-Disse:
-
-— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta
-s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova
-nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi
-non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado
-può vantarsi di salvare un uomo?
-
-Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati
-in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la
-carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso
-impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona
-pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio
-e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti
-amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e
-le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un
-sorriso.
-
-Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla
-che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi
-appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione.
-Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di
-decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla
-natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
-non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al
-di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a
-castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non
-c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la
-musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi!
-
-E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare
-con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
-contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro,
-intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e
-senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta
-ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!»
-
-Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo
-oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla
-accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane
-salutante a destra e a sinistra.
-
-— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
-
-Polla rispose:
-
-— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso.
-
-— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche
-alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
-il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto?
-Morirete prima voi, Polla?»
-
-Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso;
-mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico
-illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben
-conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili
-essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non
-essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti,
-ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano
-molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute.
-
-Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
-
-— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i
-giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un
-futuro premio, o viver male con la speranza del perdono....
-
-Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
-
-— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che
-tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio
-_réclame_.
-
-— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani.
-
-Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era
-divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi
-a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a
-uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche
-persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il
-tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di
-donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon,
-forse, s'appassionerebbe....
-
-E Polla balbettò:
-
-— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È
-una commedia immorale.
-
-A che Edon:
-
-— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale!
-
-Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
-
-Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene
-all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi
-a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice
-del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri
-e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto,
-proclamò:
-
-— Questa è arte!
-
-— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla.
-
-— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a
-credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo
-invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per
-i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che
-non hanno più nulla da imparare.
-
-Polla ascoltava a bocca aperta.
-
-— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa
-per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
-Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri!
-
-Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare
-in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto
-a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon
-mormorare in estasi:
-
-— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature
-e stonando allegramente per conto suo.
-
-Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
-
-— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni
-dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che
-delizia!
-
-Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
-
-— E in letteratura voi come state?
-
-Risposta:
-
-— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così
-semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi,
-pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli.
-Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime,
-dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori
-della fotografia, senza colore!
-
-— E la pittura? e la scultura?
-
-Questa volta Edon sospirò:
-
-— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo
-pennello e del suo cervello la divina natura.
-
-— Oh! perchè?
-
-— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di
-genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare
-che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine,
-è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre
-scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare
-l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole,
-non per le vie e per le piazze.
-
-Interruppe, gridò Polla:
-
-— Voi dunque non avete monumenti?
-
-— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e
-alberi: perciò non sono amene come le vostre.
-
-A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente.
-
-— Perchè ridete?
-
-— Pensavo al dottor Panglos.
-
-— A chi?
-
-— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a
-meraviglia....
-
-— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso
-dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
-perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui,
-al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni.
-
-— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si
-dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
-Quale fu?
-
-I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo atto.
-
-E, dolente, Edon mormorò:
-
-— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
-
-
-V.
-
-Sospirando come chi è tratto a ricordare la sua maggiore sventura, Edon
-cominciò:
-
-— La compagna che io m'ero scelta nella vita, la donna che io amava,
-la donna che mi amava, era un angelo. Dal giorno del nostro connubio,
-quasi un anno vivemmo felici; d'una incredibile, divina felicità;
-quindi, a poco a poco, vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
-divenne insopportabile.
-
-Disse Polla, già dolente della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
-
-— Non andavate d'accordo...?
-
-Edon gli volse lo sguardo di uno che tema d'essere canzonato.
-
-— Andavamo troppo d'accordo!
-
-E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con sospetto, aggiunse:
-
-— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; ci amavamo tanto
-che l'amore aveva soffocato in noi ogni egoismo; aveva distrutta in
-noi ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, e lei per me; io non
-potevo vivere senza di lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
-senza di me: così giunse presto il giorno che non potemmo più vivere
-nessuno dei due.
-
-Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come a una rivelazione
-improvvisa; e rosso, prima, di rabbia; poi giallo di bile, con lo
-sguardo velato e la voce tremante gridò:
-
-— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... Ma con me tutt'al più si
-discute: non si scherza!
-
-— No, amico: non scherzo.
-
-— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete entrato perciò dalla mia
-finestra!
-
-— No, in verità.
-
-— Voi mentite! Siete un «emissario» della borghesia!
-
-Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
-
-— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della menzogna. Non dovendo
-mentire per necessità, cioè per politica, per industria, per commercio,
-per patriottismo, per la storia, per la gloria, per l'arte e per
-l'amore (l'amore pur troppo è libero da noi), noi non diciamo bugie
-neanche per divertimento. Appunto per questo, perchè non seppi
-ingannare e fingere, la mia vita coniugale doveva essere tanto
-infelice!
-
-«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna voleva; quello
-che lei voleva, io volevo; e a poco a poco io non volli più nulla,
-aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva lei con me. Imaginatevi
-un amore senza volontà; una funzione senza affanni, senza virtù, senza
-conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo nell'anima in modo che ogni
-tentativo di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e se io accusavo
-qualche malanno imaginario per farla soffrire, essa non mi credeva;
-e s'essa accennava a qualche suo particolare godimento, a qualche suo
-proprio capriccio per ingelosirmi, io vedeva in lei un inutile sforzo.
-
-Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi direte che io avrei potuto
-dividermi dalla mia compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da noi le
-donne, perchè l'amore è libero, sono fedeli; e la mia, per quanto si
-annoiasse, non credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
-Io poi vedendo che le nostre donne si rassomigliano tutte, come già
-vi dissi, non sperai di trovarne una che mi risparmiasse la noia e la
-sazietà, e con un supremo sforzo fuggii su le mie ali abbandonandomi ai
-venti di oltre mare.»
-
-Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, più d'una volta Polla
-aveva dato di piglio a una seggiola e aveva dimostrata con quella la
-filantropia della sua fede; ma ora stava cheto, a testa bassa. L'altro
-lo credette in meditazione su gl'inconvenienti dell'amore libero, e
-proseguì:
-
-— In Europa, per quello che m'imagino, la vita matrimoniale dev'essere
-deliziosa. Essendo un vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
-la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà ogni via per sedurre e
-avvincere sempre più l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
-all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, ingannarsi a vicenda,
-senza che l'uno sappia o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non
-prendete moglie?
-
-— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, quasi in tono di chi
-invoca pietà: — Io.... sono socialista. Predico il libero amore!
-
-Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna e dolorosa:
-
-— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, amico, se dopo la vostra
-confessione, sono obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi vedrete
-fare l'onesto borghese. In Eldorado non mi ci vedono più! Ma voi non
-mi abbandonerete, è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni contrarie,
-noi staremo allegri; discuteremo; ci godremo i frutti delle mie
-pietre; e quando io avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
-e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
-
-Povero Polla! «I frutti delle _mie_ pietre» aveva detto Edon: non delle
-_nostre_!
-
-
-VI.
-
-In questo mondaccio europeo sono rare le amicizie che non sussistano
-o per concordia di opinioni, o più tosto per concordia di affari e di
-vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai troppo discordi in idee,
-smarrissero le pietre preziose, chi non giudicherebbe naturale la fine
-della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire le pietre non potevano,
-perchè le custodivano dentro una piccola cassaforte che aprivano ogni
-sera, traendone a seconda del bisogno più o meno grossi zaffiri, o
-rubini, o smeraldi, o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
-moneta.
-
-Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli e carrozze. Polla di
-malavoglia brontolò:
-
-— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e con il consenso
-dell'amico avanzò verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò;
-retrocedette; si rivolse pallido come un moribondo; die' un grido....
-
-La cassa non c'era più!
-
-Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che già Polla scendeva a
-precipizio le scale dell'albergo urlando:
-
-— Al ladro! al ladro!
-
-Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano il proprietario
-dell'albergo, e camerieri, cittadini e forestieri; interrogavano tutti
-in una volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, nelle spalle;
-interrogavano Polla che rispondeva con rotte parole:
-
-— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... Pigliatelo!
-Pigliatelo! Poveretto me!
-
-Fin le guardie vennero.
-
-Queste, non essendo presente il ladro, esortarono Polla d'accompagnarle
-in questura; a che egli accondiscese volentieri per timore che non
-arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato più di prima.
-
-— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio pietre!
-addio ladri!
-
-A tanta disperazione, rispose Edon:
-
-— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per vivere dovremo lavorare!
-dovremo combattere! Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
-
-In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza di Polla. Certo
-che la cassaforte non sarebbe stata ricuperata mai più, egli parlò con
-sfogo veemente, con sollievo come da un peso; parlò da fiero nemico e
-vendicatore solenne; da oratore popolare: parlò inoltre con eleganza,
-per superare Edon che ormai parlava meglio d'un accademico.
-
-— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo mondo civile che tu
-vedi così bello, qui dove si deruba un ottimista ingenuo come te e si
-rovina un socialista convinto come me, qui, ai nostri giorni, c'è chi
-patisce la fame mentre il borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è
-il ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista presta a
-usura; c'è la madre senza pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
-dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine che si prostituisce;
-e c'è il vizioso che per bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
-lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono i deboli; e c'è la
-legge intessuta di cabale e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
-e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori si comprano! Qui lo
-sciagurato uccide! Qui l'infelice si uccide!
-
-Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
-
-Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
-
-— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio sono grandissimi
-mali. Però non così grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: vi
-pare una gran prova di amore e di fratellanza scambiare senza fatica
-quattro rose azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la consolazione
-di un affamato che riceva il pane dal fratello; io non so imaginare il
-piacere di chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete che sia molto
-meritevole la virtù in chi non ne conosce il rigore e vi s'abitua da
-ragazzo come a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare il potente
-a pro del debole! di redimere la donna! di soccorrere il ragazzo! di
-evitare il delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere del vizioso
-che torna alla virtù, del potente mitigato, della prostituta redenta,
-dell'omicida perdonato, del suicida....
-
-— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli contro il braccio
-minaccioso. — Domani ti condurrò in Parlamento! A Montecitorio! —
-urlava. — A Montecitorio! — quasi volesse condurlo all'inferno, o alla
-fonte di tutti i mali.
-
-Ma Edon non tacque. Disse:
-
-— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, le pecore pascono senza
-fretta, senza angustie, senza litigi; quasi senza far nulla. Sono
-proprio curioso di conoscere come si governa un popolo che si agita e
-opera. Domani, finalmente, vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla
-l'ingegno, scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva il
-progresso!
-
-
-VII.
-
-Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, fu degna di storica memoria
-e di lagrimevole ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
-deliberare e si deliberasse una legge intorno all'incremento delle
-industrie e dei commerci, o alla cultura intellettuale o agricola.
-Non si doveva trattare che di certe riforme al regolamento; per cui,
-secondo una parte dell'assemblea, sarebbe possibile discutere senza
-pericolo di vita, e per cui, secondo l'altra parte, non sarebbe più
-possibile discutere senza pericolo della libertà. E se perciò tutti o
-quasi tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del giorno dopo
-riferirono come le tribune erano affollate e come la tribuna delle
-signore, fresche, a tutte le età, negli abiti estivi e a varie tinte,
-dava l'imagine d'una smaltata aiuola; neanche per questo rimase una
-memorabile seduta.
-
-Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che vi si tennero. Si ebbero
-appena due oratori: primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
-quantunque la bella frase «violazione delle garanzie statutarie», vi
-ricorresse dodici volte, e nove volte l'altra di «sacro diritto della
-parola», fu interrotta da _basta!_ da _uh_ di protesta e da _bravo!_ in
-tono ironico; e non potè durare più di mezz'ora.
-
-Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto anche a maggior
-brevità da un suon di tamburi che gli teneva troppo grave bordone e
-che ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece di piangere, si
-rideva. E se le sue ultime parole: «.... la maggioranza saprà vincere
-senza violenza, con la ragione, con l'educazione, con la virtù....»
-suscitarono esse la tempesta, neppure per ciò si dice che quella fu una
-seduta degna di storia e di compianto.
-
-E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò all'autorità del
-Presidente. Il quale dopo aver rotti due campanelli, al cominciare
-delle sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!» e «Sanfedisti!»
-etc), comprese difficile sorreggere la dignità dell'Assemblea e allungò
-la mano a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra.... Invano:
-il cappello, che cercava per coprirsi, era sparito! Un ministeriale
-credendo certa la vittoria per il Governo quando fosse possibile venire
-a un voto, s'era tranquillamente seduto al suo scanno con due cappelli
-su le ginocchia.
-
-Nè, infine, importano alla storia e alla pietà umana i conflitti
-frequenti e comuni a tutti i parlamenti europei; così piacevoli, del
-resto, a vedere dall'alto.
-
-A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si ammirava una confusa
-agitazione di teste e di braccia alzate a colpire: una mischia qua
-e là feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro uno. «Vigliacchi!
-Imbecilli! Addosso! Avanti! Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
-Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono dell'omerica pugna:
-occhiali spezzati in terra o sui nasi; strappate catene d'orologio;
-perdute medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto; chi colpisce a
-tergo; chi si duole; chi fugge; chi ride atrocemente. E dalle tribune,
-delle quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero, le donne
-gridano piangendo la sorte dei mariti o dei congiunti come un dì
-le donne corintie, quando nell'anfiteatro della loro città vedevano
-l'ultima lotta dei loro padri, dei loro mariti, dei loro figli, con i
-Romani vittoriosi.
-
-Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo e lagrime fu invece la
-morte di un innocente; furono il modo della morte e il nobile e gentile
-aspetto della vittima.
-
-Edon, da prima, stava benissimo e aveva detto a Polla che molto lo
-divertiva quella fiera lotta, pur non sapendo se parteggiare per i
-ministeriali o per gli oppositori; gli parevano tutti uguali.
-
-E si era messo a ridere alle prime contumelie; e a ridere forse troppo,
-con le mani sul ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
-dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade a un ragazzo che
-veda una tenzone di marionette, e si era abbandonato a un parossismo
-di riso. Così non aveva avuto più lena all'ultimo colpo: allorchè
-Polla, travolto nella demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
-acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia contro di lui e i pugni
-stretti:
-
-— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila! asino! farabutto! mascalzone!
-miserabile!, o ti butto là giù. Smetti di ridere e di godertela, o....
-ti strozzo!
-
-A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere tali ingiurie da Polla;
-dal socialista che amava tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo
-amico suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco, Edon era
-rimasto a bocca aperta, quasi per attingere fiato a una risata anche
-più clamorosa. Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte le fibre;
-un intoppo del sangue al cuore o un afflusso di sangue al cervello:
-sbarrati gli occhi, era caduto di fianco....
-
-Morto per eccesso d'ilarità!
-
-
-
-
-Il cappello del marito.
-
-
-I.
-
-Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, quello che, agiato di
-casa sua, apparentemente non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e
-l'altro, direttore di una grossa azienda, commerciante, consigliere
-comunale e membro di commissioni e istituzioni e opere pie, l'altro, il
-quale aveva tanto da fare, s'ammogliò.
-
-Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto anche lui, da quando con un
-grosso patrimonio aveva ereditato da un parente materno il titolo di
-nobiluomo e si era introdotto nella società che suol dirsi migliore,
-sebbene non buona. Per le sue belle doti egli era stato ricevuto a
-porte aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena si seppe che
-in certo palazzo era ricevuto anche a braccia aperte, diventò amabile
-e considerevole; ebbe il soprannome di _Sìsì_ e fu perdonato di tutti
-i suoi difetti, i quali non erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava
-un palmo di statura ad essere un bel giovane; era, in viso, troppo
-roseo e sollevando il baffo superiore ostentava un po' troppo i nitidi
-denti; affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario; vestiva
-con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna di quelle anticipazioni o
-di quei ritardi o di quelle sprezzature che rivelano l'artista nel
-_lion_; esasperava camminando il peso del corpo su le gambe, di guisa
-che, a differenza degli altri, che parevano quasi montanari, pareva un
-montanaro del tutto; e affermando diceva sempre:
-
-— Sì sì.
-
-— È simpatico _Sìsì_ — ammettevano concordi le signore; nè mancò
-qualche lettrice di Bourget la quale osservasse com'egli, ne' suoi
-discorsi e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito, d'ignoto, per
-cui a volte acquistava una caratteristica spirituale quasi esotica.
-
-Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova Giulio _Sìsì_ non
-l'avrebbe saputa indovinare; forse era un fondo della rettitudine
-paterna, che gli restava dalla prima educazione. O forse era l'abilità
-con cui diceva le bugie. Essendosi accorto che la bugia è l'arma
-delle donne d'ogni ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
-invenzioni più verosimili e opportune di quelle che usavano gli altri
-per vincerle od esse per resistere, e in tal modo divenne presto un
-corteggiatore fortunato. Ma se per lui una donna tirava l'altra come
-le ciliege, anche per lui una bugia tirava l'altra; onde la fatica di
-arrestarne il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente con
-la verità.
-
-E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, a quando a quando
-Giulio visitava l'amico Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno con
-i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue avventure e l'altro con le
-relazioni de' suoi affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
-
-— Che c'è di nuovo lassù? — domandava Alfonso.
-
-— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava Giulio. Distinguevano così il
-mondo in cui vivevano, compatendosi reciprocamente.
-
-— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva Varchi.
-
-— È di moda.
-
-E Varchi chinava la testa e pensava: «Bisogna proprio essere ingenui a
-impiccarsi per la moda!»
-
-— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni comunali? — chiedeva
-Giulio.
-
-— Dovere di cittadino!
-
-E Galardi chinava la testa e pensava:
-
-«Che ingenuo!»
-
-Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata, antica e fedele potè
-essere interrotta allorchè Alfonso Varchi prese moglie.
-
-
-II.
-
-Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse caduto a temer dell'amico
-per la sua tranquillità domestica e fosse stato preso da gelosia,
-si sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra le donne accostate
-da Giulio nell'alta società e sua moglie: questa non era una donna
-per Giulio. Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, non
-nevrotica: Giovanna era sana e savia. E Giulio Galardi, per parte sua,
-non si curava punto di quella signora Giovanna, che agli aneddoti
-e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente e coscienziosamente,
-porgeva orecchi e occhi incerti, come a storie inverosimili, e quasi
-per opporre la serietà sua alla fatuità di quelle eroine, domandava al
-marito notizie politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
-della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva spesso:
-
-— Che stupida! Alfonso non poteva essere più fortunato!
-
-Passarono così tre anni; durante i quali nella famiglia Varchi e
-nello scapolo Galardi nulla avvenne, a loro credere, che adombrasse la
-reciproca e triplice confidenza. Frattanto Giovanna procreò l'un dopo
-l'altro due mirabili maschiotti; Alfonso s'ingolfò sempre più nelle
-faccende, non restandogli tempo oramai che d'accarezzare i bimbi dopo
-pranzo; e Giulio mutò quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
-trovando le une e le altre sempre identiche. La migliore società
-infatti è sempre tale e quale: in tutti gli uomini, in tutte le donne
-— gentiluomini e gentildonne — che la compongono; in tutte le cose; in
-tutte le passioni; in tutti i capricci.
-
-_Sì sì!_ Che noia!
-
-L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! I cavalli? noia! Uf!
-
-Appunto da questo terribile male, la noia, che è la figlia di tutti
-i vizi, dovevano cominciare i guai di Galardi; e cominciarono appunto
-dal dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di tornare in porto,
-non quale nocchiero dopo lunga tempesta, ma quale pescatore che non ha
-pescato niente. I guai cominciarono quando egli, stufo e ristufo di
-troppe donne «per lui», contò i suoi anni e si chiese: «Se prendessi
-moglie anch'io? una donna come...?»; quando sentì una fitta al cuore,
-mentre abbassava il capo alla dura riflessione che gli venne fatta: «Di
-Giovanne ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella sì, ma tutt'affetto
-per i figli, per il marito, per la casa; onesta, pacifica, tenera,
-economa.
-
-A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza volere (e fu veramente
-il suo primo amore) della signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
-poco importa, chè di certe cose se ne accorgono anche le stupide — se
-n'accorse; e Alfonso Varchi non se ne accorse.
-
-
-III.
-
-«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini «tradire un
-amico» e per le gentildonne «tradire con un amico»; ma per quel fondo
-di rettitudine che gli rimaneva, al traditore Galardi fino allora era
-parso di essere un riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
-donne contro mariti o infedeli o depravati o sciocchi o gelosi e senza
-ragione diffidenti di lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
-morigerato, intelligente, galantuomo, modello di padre di famiglia e di
-marito; e Giulio non aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
-
-«_Sì sì!_ Finchè Alfonso restasse quel che era, era impossibile
-tradirlo!»
-
-Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato il meglio; e da uomo
-dabbene Giulio se lo propose. Impossibile! Divenne una passione
-irresistibile al punto ch'egli per essa avrebbe dato tutto il sangue, o
-metà del sangue avrebbe dato per trovar ragione a dolersi dell'amico,
-per accertarne qualche colpa, per scoprire difetti che spiacessero
-anche a Giovanna.
-
-Ora si comprende che arrivato a meditare l'opportunità, anzi
-la necessità di accusare e incolpare un amico come Varchi,
-inconsapevolmente, si può dire, e presto, l'animo e il pensiero di
-Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni e a giudizi erronei.
-
-Cominciò a credere che con tutte quelle faccende e fatiche e affannosi
-guadagni Alfonso presumesse di rinfacciare il quieto e dolce far nulla
-a chi aveva il diritto di godersi il frutto di fatiche e di guadagni
-aviti e paterni.
-
-«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva tra sè. Oh! forse suo padre
-non aveva lavorato tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato erede
-col titolo di nobiluomo per fargli godere il mondo? «Dovrei forse
-lavorare anch'io come una bestia?»
-
-Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore quanto Alfonso,
-che si arrabbiava anche per la politica; nondimeno il primo aveva già
-per il secondo un rancore quasi di partito.
-
-«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma starei forse
-allegro in Consiglio comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui,
-Alfonso era ambizioso e intristito nelle misere gare di campanile e di
-municipio.
-
-«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace anche a lui Giovanna?»
-Alfonso la teneva, quella povera donna, in un assoluto dominio; con
-tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva nell'avidità della
-ricchezza; e il sentimento di lei restava confinato al domicilio.
-Giovanna infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva la musica
-tedesca; non leggeva un poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
-lui, Galardi!).
-
-Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe egoisti gli stessi figlioli;
-senza entusiasmi per idealità superiori alla vita comune; senza
-intendimenti dei maggiori problemi che turbano la società moderna.
-
-Da che si comprende come Giulio era già innamorato in modo da leggere,
-per distrarsi, i giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
-non lo condusse a inscriversi al partito.
-
-E come non si vive solo per sè e per i quattrini, così non si dovrebbe
-abusare nemmeno in conversazione dell'economia politica e privata.
-Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava dai Varchi, riflettendo
-sul fritto abbruciato e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
-felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso s'abbandonò a un
-interminabile sproloquio intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
-di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli e dàlli, avvenne
-che la signora, alle frutta, non potè rattenere uno sbadiglio e non
-volgersi a Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: «Gran
-brav'omo mio marito! ma che seccatura!»
-
-Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, interessata e
-preoccupata, intorno alle imprese commerciali dello sposo, non erano
-dunque trascorsi indarno?
-
-Giulio Galardi prese animo.
-
-— Lascia parlare a me — interruppe. E si diede a raccontare un fatto,
-a suo dire, della cronaca mondana: una storia la quale egli rese
-pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità a un marito e
-tanta bontà e gentilezza a una moglie, che in questa pareva scusabile
-qualunque pazzia.
-
-— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò vedendo commossa la
-signora Giovanna. — La marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
-un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e che essa ama, si pente,
-respinge l'amante, si rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
-
-Alfonso fece:
-
-— Meno male!
-
-— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E lei, signora Giovanna?
-
-Giovanna chiese:
-
-— Il marito ha poi mutato carattere?
-
-— Che! Peggio di prima!
-
-— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi a un prete.
-
-— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi incalzò.
-
-— Oh! Prima.
-
-Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se non ci fosse
-Alfonso, direi _dopo_.»
-
-.... Finalmente — e senza spendere una goccia di sangue, ma solo con
-un po' di fantasia — Giulio potè convincersi che Alfonso assomigliava
-al marito di sua invenzione e che Giovanna teneva per sciocca, in certi
-casi, la virtù coniugale.
-
-
-IV.
-
-Che due lunghi mesi appresso la signora Varchi consigliasse Giulio
-Galardi ad ammogliarsi, non è meraviglia. Quando una donna savia
-s'approssima al pericolo, sempre esorta l'uomo pericoloso a prender
-moglie; onde, a scelta, una prova della bontà o della malignità
-dell'indole femminile. Perchè, una delle due; o Giovanna desiderava
-legittimo in un'altra l'amore di Giulio che era proibito a lei, o
-voleva togliere a donne più fragili di quanto lei si credeva il piacere
-d'essere conquistate da Galardi e, anche, togliere a questo il piacere
-di conquistarle.
-
-Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per convincerlo Giovanna dovè
-dichiarare:
-
-— Lei ha tutte le qualità che rendono felice una donna. — E queste
-parole, purtroppo, logicamente traevano in perdizione chi le
-pronunciava.
-
-Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio scongiurava Giovanna
-di recarsi il domani a vedere il suo elegante appartamento di scapolo e
-gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti, ed ella ricusava sorridendo,
-eppoi, fidandosi alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva sì,
-con le lagrime agli occhi; mentre ciò avveniva, a un tratto, Giulio e
-Giovanna impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza attigua!
-
-Lei e lui mormorarono:
-
-— Sì sì: nulla di male....
-
-— Questa non è che una visita di dovere...
-
-— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
-
-— Se la cameriera gli ha detto che ci siete vi vorrà a desinare.
-
-— Ah no! Non ci resto, oggi!
-
-Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe discorsi di rendita
-«in rialzo» e «in ribasso»; di «esportazioni» e «importazioni».
-
-E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che già odiava; infilò
-rapido, all'ingresso, il soprabito, prese il cappello, e via.
-
-Via per la strada con l'intensa, confusa gioia che precede una gioia
-attesa imminente. Non gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
-«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga Giovanna!
-
-Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi magnificava a sè stesso
-l'impresa compiuta; e come altri, un tempo, rientrando in patria,
-avrebbe enumerati i tesori d'una terra di conquista, egli, sempre più
-uscendo di sè, enumerava a sè stesso i tesori della donna così diversa
-dalle altre.
-
-Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna si contenesse, secondo i
-patti, in una semplice visita di amicizia? se, pur non intendendosene
-punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici del salotto?...
-
-— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo il piede sul lastrico,
-certo, senza timore, l'eroe.
-
-E allora non vide più nulla; perchè il cappello, al movimento
-imperioso, gli calò fin sugli occhi.
-
-Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò in un attimo davanti,
-dietro, dentro quel cappello.... Più scuro; più largo.... Il cappello
-di Alfonso! Che errore! che orrore!
-
-E che fare? Correre subilo a casa Varchi!... Già vi s'incamminava. Ma
-gli toccherebbe affrontare l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner là a
-desinare. Quel giorno? No! Impossibile ch'egli mangiasse, quel giorno,
-il pane a tradimento!
-
-Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione che avrebbe provata
-girando con iscarpe non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò
-l'orologio....
-
-Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso e intento a
-leggere una carta (con in testa, sulle quarantatrè, il cappello non
-suo) passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A te, dammi il mio
-—, sarebbe stato il modo più semplice per restituire il mal tolto
-e riavere il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure Giulio
-Galardi non si mosse; guatò; nè potè muoversi fino a che l'amico non
-disparve.
-
-Perchè Alfonso non gli era venuto incontro lui? Leggeva. Un documento,
-forse, che portava prima del desinare a qualche avvocato o in qualche
-ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato e il documento che il
-cappello del suo migliore amico! più il documento o l'avvocato, forse,
-che la moglie! Oh! non v'ha castigo che non meriti un _affarista_!
-
-E Galardi, con un malessere invano respinto, che dal capo gli
-discendeva a tutto il corpo e pareva condensarsi al cuore, venne a casa
-sua per trar dall'armadio un cappello vecchio e uscire a desinare. A
-casa però si sentì stanco morto; di mala voglia; malconcio.
-
-Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto quel maledetto....
-
-
-V.
-
-Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito
-solo nell'orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il
-colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura
-nazionale.
-
-Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla cupola un critico
-esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima
-dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una
-spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto,
-nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d'una
-forma, di un'indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla
-moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita
-a umani giudizi. L'età senza infingimenti appariva dall'interno;
-e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l'amarezza e
-la bieca avidità con cui il colpevole indaga l'altrui coscienza,
-Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
-che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise
-all'aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul nome del
-cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento;
-provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
-occhiata entro un cratere.
-
-Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione
-caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano
-la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane,
-o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni
-e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
-trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire,
-e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e
-contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d'un
-uomo d'affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di
-un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto
-nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi
-che generano l'operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi
-là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi,
-quantunque non vi guardasse più.
-
-E d'improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido
-il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là
-dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una
-quiete di morte.
-
-«Tua moglie ti tradisce!»
-
-E tutto era finito!
-
-Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti
-sforzi? Per la famiglia; per i figlioli.
-
-Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe
-lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
-onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria
-dell'avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di
-virtù.
-
-«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
-
-Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni
-affetto, ogni bene! Una tempra d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita
-rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
-
-Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche
-cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che
-il risveglio della coscienza.
-
-E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando
-Alfonso, generoso fin d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
-e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni sospetto, gli annuncia il
-suo matrimonio, gli presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
-disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche
-Giovanna!
-
-— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c'è, aspetta; e
-prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo
-scampanellare spaventevole.
-
-Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella
-cameriera che veniva proprio per il cambio.
-
-Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo!
-
-Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un
-confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la
-cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l'affettatura
-della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e
-quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè il cappello non
-manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta?
-
-Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli
-amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
-quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si
-mise a letto.
-
-Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna;
-e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in
-qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse
-per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti
-gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti,
-per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale
-se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non
-un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i
-pregiudizi che avvelenano il piacere!
-
-Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire —
-per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una
-semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno
-libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
-l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o
-una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
-false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al
-patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema
-dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del
-buon amico o del cattivo amico!
-
-Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba.
-Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una
-lettera _urgentissima_.
-
-Egli la lesse, d'urgenza:
-
-«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da
-me col vostro cappello in mano.
-
-«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto
-confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
-dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un
-modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
-col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta
-la mia colpa. Sarebbe un'infamia!
-
-«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto
-che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè
-nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....»
-
- *
-
-Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli.
-
-Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi
-e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma
-con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più
-innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui.
-
-
-
-
-Efficacia d'una giarrettiera.
-
-
-L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine
-o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per
-rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo,
-quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie
-degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel
-deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il
-cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una
-dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che
-si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa
-calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto
-integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto
-che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino.
-Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no:
-— Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto!
-—
-
-«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don
-Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia.
-
-— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
-
-— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere
-con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò
-meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per
-distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte.
-
-Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore,
-ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito
-liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete,
-gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura,
-non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a
-predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto.
-
-— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio
-_quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più.
-
-— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con
-l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
-tavola.
-
-Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico
-meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli
-sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo
-spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato
-scampo in una partita col sagrestano.
-
-Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa
-carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
-o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e
-rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato,
-che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali,
-e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non
-assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il
-diritto di lapidare il parroco!
-
-.... Quand'ecco:
-
-— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
-
-_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere,
-padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più
-bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal
-raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
-sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee
-di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la
-mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso
-che giovevole per sè quanto un tresette.
-
-— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di
-esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il
-Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto
-medesimo della colpa.
-
-— Sentiamo.
-
-— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il
-fine non giustifica il mezzo.
-
-— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i
-machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima.
-
-Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato
-ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e
-cominciò:
-
-— Fu del '70 dopo _il fatto_....
-
-L'altro scosse il capo, d'intesa.
-
-— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una
-cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora
-vedova....
-
-— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle
-mani.
-
-— .... giovane e belloccia.
-
-Ma padre Ignazio chiese malignamente:
-
-— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
-
-Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò
-un poco.
-
-— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania.
-
-E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che
-altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per
-quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro.
-
-— Quella vedova era mia penitente.
-
-— Uhm!...
-
-Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva
-anche dei consigli....
-
-— Di che genere?
-
-— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi
-in mezzo per riconciliarsi.
-
-— Al solito; un pretesto.
-
-Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva.
-Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
-inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare
-o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale
-del fatto, era inevitabile arrivarci.
-
-— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua.
-Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra.
-
-— _Lætitia, periculosa_....
-
-— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre
-la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra.
-
-Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando
-così il povero amico.
-
-Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel
-modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui
-l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?...
-
-— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa
-non era una scarpa.
-
-— Pantofola?
-
-— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il....
-
-— Malleolo.
-
-— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera;
-la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le
-vedove portassero le calze d'altro colore!
-
-Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio.
-
-— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su,
-si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera.
-
-— Non importa.
-
-— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte.
-Che pelle è?
-
-— Non so...; di capra.
-
-— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava
-tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
-conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di
-convulso. E voi, padre Ignazio?
-
-— No; grazie a Dio.
-
-Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
-
-— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non
-sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In
-terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi?
-
-— Al muro.
-
-— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel
-piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
-(il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede
-indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il
-_toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo
-se n'accorse, e smise di battere in terra.
-
-Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il
-padre.
-
-— È finita?
-
-— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo
-dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente
-fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato
-via....
-
-— E voi?
-
-— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio!
-
-— Cosa?
-
-— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro
-gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo....
-
-— No, no; non ne voglio più. Avanti!
-
-Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea
-di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente.
-
-— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana
-matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una
-fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando
-mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi
-sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi
-predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
-quasi vi invidio....
-
-— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò
-padre Ignazio, con un gesto d'impazienza.
-
-— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora
-però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè
-quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di
-quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio.
-
-Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo:
-
-— Dunque.... la gamba?
-
-— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo,
-certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
-e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze
-bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere.
-Quel nero....
-
-L'amico affrettava:
-
-— Concludiamo.
-
-— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione,
-là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con
-l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto.
-
-— Quale effetto?
-
-— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso
-d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai
-a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo:
-mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre
-Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E
-pareva uscito allora allora dal pericolo.
-
-Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il
-gesuita dimandò:
-
-— Come? il legaccio? che cosa?
-
-— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre?
-
-— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza?
-
-— Sì! La gerr....
-
-— La giarrettiera! Ebbene?
-
-— .... bianca, rossa e verde!
-
-
-
-
-La fortuna di un uomo.
-
-
-I.
-
-Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale curioso tipo di
-patriotta, di filantropo, di pensatore profondo e di parlatore
-arguto. Se fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero forse
-assomigliato a qualche filosofo umorista moderno e accusato di plagio,
-quantunque egli non leggesse che i classici latini e i giornali
-quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte cose, intorno alle donne,
-viveva d'amore e d'accordo con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
-Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere che lo zio non
-avesse mai amato alcuna donna.
-
-Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla sua camera Gaspare aveva
-udito una voce angosciosa esclamare sommessamente:
-
-— Figlia mia!...
-
-Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti i ragazzi e che di lui
-era il difetto più grave, aveva spiccato un salto dal letto ed era
-corso a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. Oh! Di là,
-nella sala attigua, al fioco lume della lampada, una signora vecchia in
-vesti nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, a contatto, su
-di un tavolino, e il tavolino sembrava che ballasse!
-
-A tal vista e alla vista dello zio coi capelli irti, gli occhi accesi
-e fuori delle orbite, la faccia pallida e contraffatta, Gaspare era
-ritornato subito sotto le lenzuola, giurando di non scrutare mai più
-che diavolo si facesse in casa a certe ore notturne; già guarito, e
-per sempre, del suo difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
-quella paura, perchè nell'avanzare degli anni e nel meditare su
-quel ricordo fanciullesco si convinse che se lo zio aveva avuto tale
-orrore dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar in pace i
-morti e non confondersi nel mistero della morte; e anche si convinse
-che se lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla in quel modo,
-con l'aiuto della madre di lei, certo era bene non innamorarsi così
-appassionatamente.
-
-Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi amico dello zio Giorgio.
-Commilitoni nelle schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
-a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva prestato quattrini
-al primo; e come questi, da ignorante qual era, non dimenticava
-i benefizî, quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai suoi
-debitori, dimentico dei crediti.
-
-In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva sospettato che il
-compagno cercasse la morte, e il signor Bicci che il compagno volesse
-salvargli la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul ponte, erano stati
-divisi nella mischia; ma il domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume
-aveva rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e a una gamba
-in modo che si credeva impossibile rattopparlo. Ne rincresceva allo zio
-Giorgio; e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante di giovinezza e
-di energia, dovesse spiacer molto il morire; e, con cuore di filantropo
-e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo al passo dubbioso
-affinchè lo varcasse meno malvolentieri.
-
-— Morire per la patria, in campo di battaglia o dopo la battaglia, è
-sempre glorioso e dolce.
-
-Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
-
-— Una delizia. Ma io non muoio!
-
-— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non credere, del resto,
-che la morte sia brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
-tradotto la sentenza dello stoico.
-
-E Luigi:
-
-— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma io non muoio!
-
-— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse il signor Bicci.
-Poscia tentò una nuova via: — _Morte, che sei tu mai?_ Ciro Menotti,
-caro Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare alla forca.
-
-— Ma io non recito niente, perchè io non vado alla forca: sto qui: non
-muoio!
-
-— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, non dubitare che
-io, di ritorno a Bologna, porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime
-volontà ai tuoi fratelli.
-
-A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del letto.
-
-— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! non muoio! non muoio! Se non
-lo so io, chi l'ha da sapere?
-
-— E tu vivi! — gridò non meno forte lo zio Giorgio, perdendo la
-pazienza. — Ma la tua vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
-che non importava t'incomodassi a difendere! Chi sta bene al mondo ha
-l'obbligo sacrosanto di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
-
-
-II.
-
-Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran
-dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
-nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della
-discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una
-fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna
-vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
-
-Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non
-vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che
-angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per
-tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto
-gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che
-appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente
-lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale
-valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi
-gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio.
-
-Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti
-pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e
-trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più,
-le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale.
-Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno,
-ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici;
-abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero
-da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
-buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono
-quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della
-sua buona fortuna.
-
-Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe
-invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle
-contingenze, ai consigli della ragione?
-
-Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui
-lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i
-ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di
-volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote
-conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio
-un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i
-dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar
-partito dal comune pregiudizio.»
-
-Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi,
-scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se
-stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene
-che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
-dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito,
-diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
-Niente, dunque, volontariato!
-
-La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era
-così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto
-risparmiarsi la fatica di soccorrerlo.
-
-Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la
-prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli
-altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione
-del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo
-lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui
-egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale.
-E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona
-copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di
-cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine.
-
-E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve,
-molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
-quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti
-con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita.
-
-Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano
-sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti;
-inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un
-pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac;
-si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che
-recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o
-l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna
-angoscia.
-
-Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
-
-A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con,
-negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi
-chiese a Dicci, piano piano:
-
-— E tu?
-
-— Se non ci fosse quest'ottativo....
-
-— A te! copia...; ma cambia le frasi.
-
-.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal
-greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
-
-L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva.
-
-In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria
-fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo.
-
-— Bicci Gaspare!
-
-.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
-
-— 824!
-
-— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio.
-
-Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non
-toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre
-o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto
-e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria.
-
-Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un
-cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna.
-
-— 12!
-
-«Jettatore! jettatore!»
-
-Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non
-osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe
-consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così
-stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà
-degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia
-sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che
-è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia
-dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
-domani.
-
-Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò
-da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal
-di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan
-conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui.
-
-Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che,
-secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la
-benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie,
-moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia
-qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di
-microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie.
-
-Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o
-sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito
-dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava
-che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della
-fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente.
-Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un
-colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola
-dell'infelice destino umano!
-
-E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche
-piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di
-applicazione.
-
-Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode,
-senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo
-di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla
-meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
-insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
-
-Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran
-freddo addosso.
-
-
-III.
-
-La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute
-altre mai in vita sua.
-
-Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al
-nipote con la serenità d'un savio antico. E disse:
-
-— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al
-contrario, non so proprio che consigli darti.
-
-Disse Gaspare:
-
-— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo.
-
-Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso
-abituale:
-
-— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri:
-_rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto
-abbastanza.
-
-Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero
-zio Giorgio! Seguitava:
-
-— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di
-quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
-dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente,
-non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella
-scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un
-mistero. Prendi moglie....
-
-Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di
-nuovo, spalancò gli occhi.
-
-— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so;
-ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno
-vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli
-sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii
-conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno
-se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di
-retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la
-poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio....
-
-E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a
-risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito
-per il medico.
-
-Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo
-disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò
-l'infermo avviato a migliorare.
-
-— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico
-assicura che sei fuori di pericolo.
-
-— Allora..., son bell'e spacciato.
-
-Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò:
-
-— Vado.
-
-E aggiunse:
-
-— Buona permanenza.
-
-Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi,
-cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se
-Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi
-costringendo a singhiozzare anche lui.
-
-Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che
-gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
-penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per
-fortuna i minuti furono pochi.
-
-— Zio!... zio!
-
-Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e
-lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi.
-
-Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in
-lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non
-dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse,
-Luigi gli si accostò.
-
-— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po'
-d'aria. Adesso qui....
-
-Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la
-morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che
-l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse
-avuto allora e sempre il migliore amico.
-
-Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo
-nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza.
-
-— A lei! Una goccia di brodo....
-
-Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
-
-— Ti par proprio che sia morto volentieri?
-
-— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più....
-
-Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete.
-
-— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non
-sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!...
-
-Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui.
-
-Così:... morto. E l'anima?
-
-
-Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al
-tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
-Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo,
-raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato
-agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di
-lutto da osservare, ripensava al mistero della morte.
-
-Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir
-volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un
-benefizio. Ma si è sempre a tempo.»
-
-Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe.
-Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
-carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì.
-
-— Dove vuoi; per un'ora.
-
-Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito
-assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il
-tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel
-nobile cuore?
-
-A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per
-memoria, nello scrittoio; insieme col testamento.
-
-Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in
-perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
-l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a
-Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza.
-
-Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio
-dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della
-patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e
-fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc.
-
-A conti fatti....
-
-Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di
-Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa
-malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura
-malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario.
-
-In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio,
-credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza
-meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si
-ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne
-tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta:
-
-— No di qua! Torna indietro!
-
-Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi....
-
-Dio! che bellezza!
-
-Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra
-celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi!
-
-In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi
-gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva
-nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono:
-io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa
-con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma;
-promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto,
-pietà, fede, amore! E tutto in un istante!
-
-Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì
-composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime
-ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta,
-gli occhi di quella giovinetta.
-
-La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione.
-Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
-
-«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli
-aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi.
-
-E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda
-acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina
-grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
-
-«Ammógliati».
-
-Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza
-lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un
-fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità.
-
-
-IV.
-
-Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era
-detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono
-o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto,
-beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede
-di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione
-al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote
-come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le
-quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo»,
-contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui
-non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di
-quanto meritava.
-
-— Signorino, è troppo! è troppo!
-
-Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter
-vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
-si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di
-lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone?
-
-Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano
-manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso
-del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._
-
-E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava
-per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti,
-addirittura con la bocca:
-
-— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo
-e lasciata l'eredità!
-
-Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere
-d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
-piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo
-avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro:
-— Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a
-mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè
-poteva, essendo men tristo di loro.
-
-Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno
-di un'anima che lo comprendesse.
-
-.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì
-chiedere dall'alto:
-
-— Sei tu?
-
-Rispose:
-
-— Nossignora, sono io.
-
-Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo
-piano.
-
-— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino.
-
-Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi,
-gettò il resto del cerino e salì più in fretta.
-
-Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
-
-— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era
-corso a suonare il campanello.
-
-Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
-
-— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo,
-le mie condoglianze.
-
-— Grazie.
-
-Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
-
-— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire!
-
-— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi
-intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E
-Luigi non veniva! Tornò a suonare.
-
-La signora Tredòzi sorrise.
-
-— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi....
-
-Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi?
-
-Ma no, eccolo.
-
-— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi!
-
-— Buona notte, signor Bicci.
-
-Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta
-quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un
-ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi?
-
-Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali
-ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa
-interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente,
-ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
-la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a
-un ingegner Tredòzi?
-
-E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle
-rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui
-si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche
-parlarsi.
-
-Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle
-parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che
-hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo;
-accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un
-favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava.
-
-Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne
-uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve
-incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte
-cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le
-si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai
-a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine,
-che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava
-essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e
-uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia.
-
-Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò
-uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come
-discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che
-se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle
-eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere
-possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito.
-Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
-sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non
-c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la
-perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma
-stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia!
-
-Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito,
-coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del
-matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto.
-
-«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma
-non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
-gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare
-sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era
-ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato.
-Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto
-tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe
-un'opera quasi pietosa confortando una povera donna.
-
-— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno
-sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non
-trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione.
-
-E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle
-palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
-che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico:
-
-— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo!
-
-La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si
-nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere.
-
-
-V.
-
-Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del
-conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare
-della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande
-velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
-al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi!
-
-C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
-
-— Sì. _Lui_ va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove.
-Resterà fuori un mese e mezzo!
-
-La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la
-inebbriava, l'ammattiva.
-
-— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che
-quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava.
-
-E Silvia, ridendo, soggiungeva:
-
-— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà
-male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo!
-
-Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un
-altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a
-Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva
-essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
-del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena
-un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
-Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo
-giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
-dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori.
-Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso
-di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e
-all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un
-vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano
-abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore
-d'adesso» — ripeteva. Vecchi?
-
-Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o
-ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire;
-e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse
-predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una
-bruna, quale la signora Silvia.
-
-Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere.
-Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa.
-
-Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava
-cautele.
-
-— È geloso? — domandava Gaspare.
-
-— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io
-voglio che mi stimi a suo dispetto.
-
-Onesta per dispetto!
-
-— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
-
-Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì.
-
-— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
-
-E lui:
-
-— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente:
-«dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te».
-
-Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu
-il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante
-lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i
-romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini
-più frequenti; ivi gli dava del _tu_ non a bassa voce o a voce troppo
-bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente
-Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito;
-qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: —
-Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da
-mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la
-peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una
-terza: una revolverata a lui, Gaspare!
-
-Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già
-desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse
-nei limiti della discretezza.
-
- *
-
-Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande
-intenzione, non gli fosse esaudito?
-
-Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese),
-stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e
-alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li
-interruppe.
-
-— Lui!
-
-Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa.
-
-— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata.
-
-— Dio!... Nasconditi; subito!
-
-— Dove?
-
-— Sotto il letto;
-
-Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
-
-— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva,
-Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
-lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci;
-bestiale l'una; fioca l'altra.
-
-— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al
-fresco!
-
-— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
-
-— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
-
-— Vertigini.
-
-— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! —
-Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
-Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle
-dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
-
-E quindi la voce fioca:
-
-— Ecco la camicia; ecco le mutande.
-
-Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
-
-— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo!
-
-E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro:
-
-— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
-
-— L'abito!
-
-— Lo cerco.
-
-— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
-
-— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri.
-
-— Spicciati!
-
-Ma:
-
-— Non c'è.
-
-Allora il marito cadenzando la parola con ira:
-
-— È nell'armadiooo!
-
-— No, ti dico!
-
-— Sì, ti dico!
-
-Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La
-vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il
-marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver;
-a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la
-catastrofe.
-
-— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio!
-
-Il marito esclamò, più forte della moglie:
-
-— Sei matta?
-
-— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
-
-— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto?
-
-— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
-
- . . . . . . .
-
-Gaspare spingeva. Ella aperse.
-
-— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
-
-
-VI.
-
-Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si chiudeva, a chiuderlo
-con istrepito Gaspare preferì trarlo accosto. Ma uscendo, il marito
-al quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò e collegò un primo
-sospetto alla storia dell'abito che la moglie aveva voluto non fosse
-nell'armadio e allo svenimento improvviso; sicchè i sospetti crebbero.
-
-— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho dovuto svenire
-altre due volte, dopo desinare.
-
-Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le scampanellate;
-il rifugio nell'armadio; gli svenimenti sapevano di _pochade_; e
-assistendo alle _pochades_ Gaspare aveva riso sempre, di gran gusto,
-ma non gli era mai parso bello imitarne gli eroi. S'aggiunga che nella
-vita diviene non di rado tragedia quel che in teatro equivale alla
-_pochade_; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo da lasciarsi prendere
-pazientemente in giro.
-
-Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere di ridar la pace a
-un uomo e di salvare la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
-anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che eccitava a pazzie
-l'innamorata. Bisognava, magari, mutar casa.
-
-Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare un secondo motivo, che
-non avrebbe confessato neppure a un amico intimo, neppure a Luigi.
-
-Ed era questo: due notti addietro egli aveva preso sonno prima d'aver
-spento il lume e facendo per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
-gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o meglio, un'imagine,
-una larva che lo guardava con occhi stupiti e dolenti quasi di non
-riconoscerlo. Balzato a sedere sul letto, la fantasma si era dileguata
-súbito. Un'allucinazione senza dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso.
-Ma la sera per precauzione non si era dato il disturbo di spegnere
-la candela. Ed ecco, a trarlo con freddo orrore del dormiveglia, ecco
-lo spirito entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo doloroso e
-incerto; più vicino, più vicino....
-
-Questa volta egli aveva messo un grido. E lo spirito, via.
-
-Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare un raziocinio:
-forse quell'anima, non sentendosi da tempo più chiamare per mezzo del
-tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; onde arguivasi che
-l'anima dello zio era andata da un'altra parte.
-
-Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
-
-.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva deride?...
-Insomma, fosse pazzia o no, per tutta la notte non gli era stato
-possibile richiuder occhio; e conveniva evitare una malattia
-d'insonnia, e paure, angustie.
-
-A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. Confermandolo nella
-determinazione della notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e di
-ridere de' suoi terrori notturni.
-
-Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe ad abbandonar la casa
-ove era invecchiato e dove il padrone era morto?
-
-Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti con aria meditabonda.
-
-— Signorino, questa casa non è più per noi.
-
-Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? O forse il buon uomo,
-consapevole della tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
-
-Gaspare non interrogò; rispose:
-
-— Hai ragione. Cercheremo un appartamento ammobigliato.
-
-Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in una delle vie principali;
-a buon prezzo: in casa del cavalier Squiti.
-
-Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, che Bicci le gettò nel
-balcone: In casa e nel vicinato tutti sapevano, spettegolavano,
-malignavano, mormoravano, spiavano. Era inevitabile una tragedia
-se qualche voce perveniva all'orecchio di Tredòzi. Diveniva obbligo
-d'un gentiluomo, in tal caso, salvar la fama e la vita d'una signora,
-allontanandosi. Oltre a ciò, per faccende d'interessi, Gaspare chiedeva
-a Silvia una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali e chetati
-sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro colloqui nella casa in cui
-egli andava ad abitare, o altrove.
-
-Piacesse o no alla signora, questo era buon senso, questa era prudenza!
-
-
-VII.
-
-Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato della Provincia
-e persona molto grave, non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
-volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi tra celesti e verdi;
-capelli biondi; portamento modesto e gentile.... Assomigliava alla
-signorina che si recava al giardino pubblico il dì mortale dello zio
-Giorgio. Lei?
-
-Forse non era; ma le assomigliava in modo che a vederla una dolcezza
-grande veniva, per gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
-quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, con la rapidità
-del destino, egli, che dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti
-all'amore buono e al consiglio dello zio, ne rimase conquiso. Tale,
-infatti, tale gli appariva la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni
-che non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! Tale era
-la donna amata e da amare: fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
-più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner Tredòzi! E a Gaspare,
-certo che stavolta era la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
-cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica giovinetta in
-moglie.
-
-Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver visto quell'angelo per la
-quinta volta, Gaspare uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
-usciva; e s'accompagnassero per istrada.
-
-Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! Che galantuomo! — esclamò
-l'uno.
-
-E l'altro: — Lo conosceva?
-
-— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la verità; un filosofo; ma
-che cuore, che cuore! E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
-Bicci!
-
-— Ah sì!
-
-— E che bene le voleva, a lei! A discorrere di suo nipote, ci godeva;
-proprio come un padre.
-
-— È strano — disse Gaspare: — di me non ne parlava mai con me.
-
-Ma il cavaliere si fermò di botto.
-
-— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
-
-Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente incongruenza di
-quell'_a proposito_, Bicci chiese:
-
-— Suono?...
-
-— Il piano?
-
-— Sì, alla peggio.
-
-— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti levandosi gli occhiali,
-pulendone le lenti e rinforcandoli: — non il pianoforte, però; uno
-strumento più geniale — come dire? — più canoro, più.... cordiale.
-
-— Il violoncello?
-
-— No, il clarinetto.
-
-Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere col clarinetto in
-bocca; e tacque.
-
-— Creda a me: la musica è il miglior conforto nelle disgrazie — seguitò
-l'altro.
-
-— Lo credo.
-
-— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
-
-Gaspare allora esclamò entusiasta:
-
-— Volentierissimo!
-
-— Stasera?... Potrebbe?
-
-E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le lenti.
-
-— Sissignore, posso.
-
-Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a dire, senza più
-sorridere, con tutta gravità:
-
-— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso non ha tempo.
-
-— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale battè forte il cuore.
-
-— Non ho figliole: la mia pupilla.
-
-«La sua pupilla? La signorina era sotto la sua tutela?» E Bicci pensò
-con nuova tenerezza: «Orfana come me!»
-
-— La signorina Roccaforte è per me quel che era lei per suo zio. L'ebbi
-in casa bambina. Il padre....
-
-Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, intanto che benediceva
-suo zio e il clarinetto.
-
-Poi, essendo già innamorato e con la testa nel cuore, si dimenticò di
-chiedere allo Squiti perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo di
-sonare.
-
-Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto della signora Silvia. Ah
-la virtù di ogni amor buono su ogni amore disonesto!
-
-Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di
-rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
-con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che
-scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo
-presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce:
-
-— Erminia!
-
-Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi,
-lentamente....
-
-— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che
-la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico
-Griboldi, suo promesso sposo.
-
-— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia
-sorrise a pena a pena.
-
-— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. —
-Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
-Bicci, di odiare una cosa bella?
-
-— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia.
-
-Il primo pezzo — del _Faust_ — procedè a meraviglia, quantunque le
-mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor
-proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo,
-la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì
-che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere,
-deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser
-grave.
-
-— Oh che orecchio! che orecchio!
-
-Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che
-cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di
-colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! —
-E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è
-fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno
-la suocera!»
-
-— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere.
-
-Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore.
-
-Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover
-essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande
-sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una
-ragazza innamorata e fidanzata d'un altro.
-
-
-VIII.
-
-Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di
-pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
-dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la
-vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era
-una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi
-delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce,
-in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una
-persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al
-padrone di casa!
-
-Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi
-altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
-resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte.
-
-Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva
-al desiderio del mirabile viso.
-
-«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe
-che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che
-gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò
-una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di
-lui, vi penetrò.
-
-— Lei.... tu!...: qua?
-
-— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi.
-
-— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì lui, trovando il tono
-giusto.
-
-— Vile!
-
-Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore agl'insulti; freddo,
-quasi sprezzante.
-
-— Non vi avevo chiesto quindici giorni di libertà? Ho i miei affari
-anch'io; avevo, ho bisogno di tranquillità, di riposo.
-
-— Ah Gaspare, Gaspare!
-
-Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; a un tempo,
-lagrime di duolo e fiamma di tentazione e di colpa.
-
-— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! Non l'hai dunque l'anima?
-Dodici giorni senza passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
-nemmeno una riga!
-
-Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. Deliberato tuttavia a
-finirla, Bicci, che voleva finirla da gentiluomo, esclamò:
-
-— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo leale, rincresce offendere
-un uomo leale com'è l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
-
-A quest'affermazione Silvia avvampò più che a uno schiaffo.
-
-— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli prima, quando.... Tu menti!
-Adesso capisco che non mi ami più!
-
-Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza con l'amore?
-
-— .... Adesso voglio saper il resto; proprio tutto! Perchè
-abbandonarmi?... Dimmene la causa vera, subito! — L'investiva,
-inviperita. — Subito!
-
-Che dirle? Rispose:
-
-— Che volete che vi dica? Incompatibilità di carattere: voi siete piena
-di fuoco; e io....
-
-— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non può esserci che tra marito
-e moglie! La ragione vera le la dirò io! Tu hai una nuova amante!
-
-— No; ve lo giuro.
-
-— Spergiuro! Infame spergiuro!
-
-Era inutile discutere quando non valeva giurare. Gaspare non aveva
-ancor scosse le spalle che già Silvia gridava:
-
-— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? T'inganni! Io ti detesto,
-ma io ho dei diritti su di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
-morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu mi hai sedotta!...
-C'è il vincolo del rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
-ti caverò gli occhi; a te o a lei; così imparerai a conoscere le
-gentildonne!
-
-Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io sono una
-gentildonna! — E partì, finalmente.
-
-.... Se non che Bicci non gioì neppure della liberazione da quel giogo.
-Soggiaceva perduto, affannato, disperato a un maggior peso, all'amore
-fatale e contrastato dal destino. E non un amico col quale confidarsi!
-Avrebbero riso gli amici: un innamorato muove sempre a riso come chi
-cada goffamente in terra. Lui dove mai era caduto?
-
-Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza del suicidio, si
-abbandonò e parlò al solo che lo compiangerebbe.
-
-— Sono innamorato, Luigi.
-
-Luigi si mise a ridere.
-
-— Eh, lo so da un pezzo!
-
-— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò Gaspare,
-abbattuto. — Credi di quella?
-
-— Di tutt'e due: di quella e di questa.
-
-— No no: solo di questa qui, della signorina — egli protestò —; ed è
-già impegnata!
-
-Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse ch'essere innamorato di
-una sola fosse un malanno assai più serio. Poi disse:
-
-— Perchè non andiamo in campagna? A mutar aria....
-
-Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, gli svaghi
-campestri, la caccia, il ristauro della villa potrebbero davvero
-guarirlo. Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir d'amore?
-
-
-IX.
-
-Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che passava il tempo, la
-cotta permaneva. La passione del nipote diveniva una passione più
-grave, più affannosa forse che quella del povero zio! Perchè se Erminia
-fosse morta dopo avere amato lui, com'era accaduto allo zio, meno
-male! Erminia invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe sempre
-quell'altro! E Gaspare era innamorato in modo che quando, in certi
-momenti, credeva d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
-tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e con essa quella pena al
-cuore come di un male che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
-un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio patito; una
-intollerabile smania di rivedere in realtà l'amata donna; una rodente
-gelosia. Oramai egli non si diceva neppur più uno stupido, convinto
-sempre più che Erminia era per lui la donna unica; che lei, proprio
-lei aveva incontrato al passeggio nel giorno funesto; che altre bionde
-così belle o più belle ne potevano esistere, ma che egli non avrebbe
-potuto amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte del buonsenso.
-Essendo perciò impossibile la guarigione e assurda ogni speranza, Bicci
-aspettava il compimento del suo destino, qualunque si fosse. E compieva
-frattanto il ristauro della villa; il quale era proceduto a meraviglia.
-
-Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 luglio — egli se
-ne stava tra gli operai allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
-giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre triste — parve di
-veder l'annuncio della sua morte; ma, aperto il foglio e letto il nome
-— oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e non di dolore. Oh gioia! A
-precipizio, come pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
-
-Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; eppure un'onda
-di gaudio gli travolgeva ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
-umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con lagrime ferme su gli
-zigomi — lagrime di felicità — gridò:
-
-— È morto!
-
-— Chi?
-
-— L'avvocato Enrico Griboldi!
-
- *
-
-Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare,
-con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al
-buonsenso.
-
-Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in
-colpa sua, sì della morte, giova di _réclame_: e che egli, se non
-fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra
-parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta
-che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli
-bisognerebbe aspettare.
-
-— Quanti mesi?
-
-Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più
-breve che fosse possibile il cordoglio.
-
-
-E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il
-cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse:
-
-— _Morte fura i migliori e lascia stare i rei._
-
-Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso
-singolare a un genere di sventura.
-
-— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire
-nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!...
-
-— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo,
-d'una meningite acuta!
-
-— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E la signorina?
-
-L'altro scosse il capo.
-
-— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol più veder nessuno; non esce
-di casa: un martirio! Le è venuto a noia anche il clarinetto. anche la
-musica, che è il miglior conforto nelle disgrazie.
-
-«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non tornò ad abitare a Bologna
-che al termine dell'ottobre.
-
-Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi condolgo — oppure: —
-Signorina, le mie condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli salutò
-e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, volgendo gli occhi a terra;
-la signora Squiti sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio si
-prolungava un po' troppo — Bicci ebbe una espressione felice: — Povero
-giovane!
-
-Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la signora intraprese
-l'elogio del morto. Annuiva Gaspare ad ogni lode, e gli costava così
-poco!; ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar la dolente; e
-pensava: «O il dolore è per le donne, o le donne sono per il dolore:
-diventano più belle!»
-
-Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; di guisa che la
-Squiti, accompagnandolo sino alla porta, gli susurrò:
-
-— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di casa, e la sua compagnia
-ci sarà di sollievo. Se ne ricordi.
-
-— Non dubiti, signora.
-
-Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado però nelle seguenti visite
-quotidiane, non volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire la
-bussola. Poco giovava che la signora Squiti s'appigliasse a tutti gli
-argomenti, se tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
-
-Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
-
-— Perchè non si prova a leggere, signorina?
-
-— Non posso; no; è impossibile!
-
-— E se leggessi io?
-
-— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà anche me. Bravo, signor
-Bicci!
-
-E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
-
-Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si avvicinarono le feste
-natalizie. «Quanto saranno tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
-conforterebbe sapere che io l'amo, anche se lei, per adesso, non abbia
-voglia di far all'amore?»
-
-Còlto quindi un momento che la signora Squiti non v'era, egli
-interruppe una lettura per guardare Erminia negli occhi. I quali si
-abbassarono; subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
-oramai? Un po' troppo, via!...
-
-— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo la bussola.
-
-— No — Erminia rispose in modo semplice e in tono tranquillo.
-
-Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
-
-E lei:
-
-— Io gli volevo molto bene.
-
-E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
-
-— A me sembra che _amare_ significhi più e meno di _voler bene_. A
-Enrico io gli volevo bene, perchè egli mi amava; ma sono certa che
-divenuto mio marito mi avrebbe anche voluto bene. Capisce?
-
-Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto perplesso a
-chiedersi: «E io che cosa dovrei dirle? Che l'_amo_, o che le _voglio
-bene_?» Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo cervello.
-Evidentemente, pur volendo bene assai al Griboldi, Erminia non ne era
-molto innamorata. Perbacco!... Quasi spinto da una molla allora balzò
-in piedi:
-
-— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi è odioso!
-
-Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
-
-— L'amo! Io l'amava due giorni prima di sapere che lei era fidanzata;
-forse l'amavo avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, un giorno
-che lei andava al giardino; e adesso che la vedo soffrire, l'amo e le
-voglio bene!
-
-La signorina, fredda, rispose:
-
-— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, perchè adesso il mio cuore
-è di pietra; la seconda, perchè, dopo quello che lei mi ha detto, io
-debbo pregarla di cessare le sue visite.
-
-— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente Gaspare. — Io non vivo
-senza vederla! Muoio anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda ogni
-giorno....
-
-Ella taceva.
-
-— Signorina....
-
-Gli occhi a terra; e zitta.
-
-— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a mani giunte, attendendo.
-
-Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti s'arrestò, trattenuta da
-un improvviso sospetto; così Erminia dovè concedere due grazie in una
-volta.
-
-— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella disse — può
-riprendere il clarinetto.
-
-
-X.
-
-Quando alla signorina Erminia non mancava che un mese per compiere
-l'anno di lutto, Gaspare Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
-Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse nella risposta
-un'apparenza anche più solenne della solita.
-
-— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo
-di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione;
-fosse anche milionario. Lei....
-
-— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si
-salva.
-
-— Dunque eserciti!
-
-Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e
-avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
-
-Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non
-concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò
-che vorremo.
-
-Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese
-passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
-fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non
-perduto il tempo del fare all'amore.
-
-Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una
-naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a
-tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e
-mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per
-i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
-dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir
-difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
-
- *
-
-E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno
-e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo
-Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner
-capo. Misericordia!
-
-Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto
-il viso ferino, senza guardare, chiese:
-
-— Lei è il signor Bizzi?
-
-— Nossignore: Bicci.
-
-— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. Aggiunse: — Il decreto dice
-Bizzi. — Però, nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un errore
-nel decreto; giacchè fece una smorfia di meraviglia.
-
-— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
-
-Misericordia! L'ingegner capo era....
-
-Balbettò Gaspare:
-
-— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir vero, fosse divenuto
-irriconoscibile a riconoscere colui: Tredòzi!
-
-— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
-
-— Cercherò....
-
-— Benone! Venga di qua.
-
-Lo condusse nella camera attigua, in cui altri due giovani scrivevano
-o disegnavano; e prese alcune carte.
-
-— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... Alle quattro vedremo che
-cosa avrà saputo farmi.
-
-— Non son cose difficili. — disse Bicci.
-
-— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi lo battè con la mano su la
-spalla:
-
-— Gran bravomo suo zio!
-
-Dopo un poco uno dei giovani colleghi si volse a Gaspare:
-
-— Fortunato lei!
-
-E il compagno:
-
-— È il primo che quel cane non tratta da cane.
-
-Se non che anche di così innocente fortuna, dovuta in gran parte a
-una virtù o memoria famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
-quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
-
-Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; disapprovò
-l'opera degli altri due; poi, appena costoro furono usciti, ordinò a
-Gaspare:
-
-— Lei oggi verrà a desinare da me.
-
-— Impossibile!
-
-A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi ogni impronta di
-umanità.
-
-— Tenga a mente che per me non c'è nulla d'impossibile, mai!
-
-— Ma...; ecco....
-
-— Che cosa.... ecco?
-
-— Io sono fidanzato....
-
-— Benone! No! malissimo!
-
-— .... e per stasera ho promesso....
-
-— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; l'avvezzi per tempo, la
-sposa. Crede che sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse che le
-fa ora?
-
-Fu inutile resistere.
-
-Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e compianto troppo tardi,
-fingeva, lo traeva in un'insidia?
-
-— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè io sono alla
-buona: leale, sincero, schietto come suo zio e come sarà lei.
-
-Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere. Nondimeno non era
-una disgrazia anche questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
-d'amore o d'odio, si compromettesse e lo compromettesse? E in tal caso
-che accadrebbe, buon Dio?
-
-Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta a conoscere di
-persona il nipote del signor Giorgio, che (già!) conosceva solo
-di vista.... Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o che
-imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta disinvoltura e sicurezza di
-spirito, si convinse d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
-
-Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì a dire — e aveva uno
-sguardo torvo:
-
-— Sai che questo disgraziato prende moglie?
-
-Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il quale Gaspare rabbrividì.
-
-Invece ella, dopo, sorrideva.
-
-— Davvero? Me ne congratulo!
-
-— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io lo compiango! Una
-corbelleria! uno sproposito! un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
-non commetterebbe!
-
-Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò lui, quand'era
-moribondo....
-
-— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi si ha perduta la testa!
-
-Intanto Silvia esortava Gaspare:
-
-— Non gli badi. Scherza.
-
-— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse per annegare e io gli
-allungassi una mano, ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
-annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta pur sicura che darà
-retta a te!
-
-— Tredòzi!
-
-Imperterrito il marito proseguì:
-
-— Pensare che io cederei fino mia moglie!
-
-— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora Silvia rossa in viso, in
-atto d'alzarsi. Ma Tredòzi non si scompose.
-
-— Non offendo nessuno. Confronto il bene della libertà individuale al
-vincolo del matrimonio e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
-sventura possibile, gli auguro la fortuna che ho avuta io.
-
-— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
-
-Per fortuna la signora Silvia introdusse un altro discorso, e
-l'ingegnere, il quale perdeva l'argomento preferito, si quietò e
-riparlò solo tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
-
-L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» riflettè Gaspare.
-
-— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la signora.
-
-— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... Oh! Ella non si turbava.
-
-— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; e io non ne sono gelosa.
-
-Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe baciata. Ma non c'era da
-fidarsi ch'essa interpretasse giustamente la ragione di quel bacio.
-
-— Ed è bionda, o bruna?
-
-— Bionda.
-
-— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni ha?
-
-— Diciannove.
-
-— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
-
-Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una bionda si stancherebbe,
-presto? E volle le narrasse la vera storia dell'innamoramento; a che
-egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti bugie, nella maniera
-di tutti gli autobiografi. Infine la signora chiese:
-
-— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito amarci, non possiamo
-volerci bene?
-
-La distinzione d'Erminia!
-
-— .... e non restiamo amici?
-
-— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto, salvo. S'imaginava
-d'esser salvo da ogni castigo.
-
-....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio e parlò
-pacatamente:
-
-— Se il far la corte a mia moglie bastasse, caro Bicci, per mandare a
-monte il suo matrimonio, la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
-ma non avendo questa speranza, l'avverto che sono le dieci, e andiamo
-a letto.
-
-
-XI.
-
-Come certe cose procedono sempre a un modo per tutti, non è da far
-meraviglia che anche per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio di
-nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma per Erminia e Gaspare la
-luna di miele sarebbe durata Dio sa quanto, se Dio non avesse permesso
-a una cattiva donna d'intorbidarne il dolce chiarore; di provare quel
-che possa l'odio di una donna e a che perfidia la sospinga la vendetta.
-
-Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò all'ufficio, riebbe ore
-di umor buono; durante una delle quali disse a lui, il solo benvisto
-subalterno: — Silvia desidera fare la conoscenza della sua signora.
-Contentiamola. Tanto, da mia moglie sua moglie non imparerà nulla che
-già non abbia imparato.
-
-Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche cosa sapeva la quale
-Erminia non avrebbe dovuto saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
-a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza tra sua moglie e
-l'antica amante.
-
-Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina di dovere, e basta....
-
-Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in questo mentre aveva
-conchiusa amicizia con la Squiti; cosicchè la relazione temuta e
-sconvenevole diventò naturale, necessaria.
-
-Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle conversazioni in casa
-Tredòzi venivano, oltre che gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e
-sonava (solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto); nè rimanevan
-tempo e agio per confidenze tra Silvia e Erminia.
-
-Ma a poco a poco la perfida donna, abile a non farsi scorgere da
-alcuno fuorchè dalla sposina, cominciò a tormentar Gaspare con
-occhiate patetiche. E non bastava: gli susurrava, fugacemente, parole
-all'orecchio; parole di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
-
-«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è un angelo».
-
-Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli dovè pensare:
-
-«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto infelice, tra
-breve — non imaginava in che belva l'angelo si trasformerebbe, in che
-demonio scatenato!
-
-Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia gli disse:
-
-— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi a casa.
-
-Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
-
-— Allora accompagnerò io voi.
-
-— Non importa....
-
-Ella sorrise.
-
-— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è una stupida, lei!
-
-Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro infernale.
-
-— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente! Quella sfacciata
-t'accompagna anche a casa, dopo i convegni!
-
-— Non è vero!
-
-— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi era quella che veniva a
-trovarti quando io era fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
-tardi! Assassino!...
-
-— Erminia, t'inganni....
-
-— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A questo modo! Io! da te!
-
-La bile si disciolse in pianto; ed ella prese a invocare il morto, in
-guisa che straziava l'anima:
-
-— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi saresti rimasto fedele
-eternamente!... Non mi avresti tradita, tu, con la moglie del tuo
-capoufficio! Oh il mio Enrico!... È un'infamia! un'infamia!
-
-Proteste, giuramenti non valsero; la confessione sincera e piena non fu
-creduta; la felicità di due che s'adoravano, distrutta per sempre; il
-letto coniugale diviso per sempre....
-
- *
-
-No: il letto restò diviso solo due notti; chè Erminia volle togliere al
-marito ogni ragione di tradirla.
-
-Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono Gaspare un mattino
-ch'egli li consultò, sentendosi alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
-quei libri, un rimedio.
-
-«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia moglie non abbia più
-ragione d'amarmi tanto».
-
-Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio _chi sta bene non si
-muova_; e chiedere un trasferimento da Bologna valeva come sfidare
-la pazienza dei superiori. Ah quanto fu brutto quel mese d'incertezza
-affannosa nell'attesa del trasloco!... Lo manderebbero in Sicilia? in
-Sardegna? in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
-
-.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche questo bel colpo
-di fortuna non fu sufficiente alla pace di tutti, alla contentezza
-assoluta di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne cupo; scosse
-il capo mestamente.
-
-— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due torri io non le lascio!
-Eppoi, se con la signora, andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
-a Milano! Insomma, io non ci vengo.
-
-— Luigi, ti prego....
-
-Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, Luigi scoteva il
-capo, e ripeteva nel suo linguaggio:
-
-— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che «zuccata» abbiamo avuta!
-
-
-XII.
-
-A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva.
-Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
-e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne
-l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da _parvenus_. La Galleria?
-Un ridotto per i cantanti a spasso e le _cocottes_. Il Duomo?... Oh il
-Duomo d'Orvieto!
-
-Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica solitudine d'Orvieto al
-pandemonio di Milano! Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare un
-poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, si sentiva non più che un
-borghese pacifico nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere al
-Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, che si chiamava Bicci, e
-a cui Milano sembrava la più bella città del mondo.
-
-Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la dimora a Milano fu
-causa e pretesto ai dissidi, dei quali per l'addietro la gelosia era
-parsa la sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si acuirono. Che
-giovava a Gaspare l'arrendersi?
-
-Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. Se egli dava
-torto alla moglie, erano raffacci, lagrime, svenimenti, convulsioni:
-un inferno; e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva perchè non
-voleva la considerasse malata o matta.
-
-Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta e non temuta! Addio
-sereni giorni del celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
-miele!
-
-E come per l'addietro si era compiaciuto di non aver figlioli,
-risparmiandosi tutte le pene dell'allevamento e dell'educazione, così
-adesso il povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei figli la sua
-disgrazia coniugale. E almeno avesse avuta la suocera, che per lui
-sarebbe stata, adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
-
-Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
-
-— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E al marito —: La
-distragga.
-
-Ahi! come distrarre una creatura che preferiva Orvieto a Milano? che
-non voleva uscire di casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
-nessuno? che non parlava quasi più? E venne il dì che a Gaspare parvero
-invidiabili i giorni in cui almeno si litigava.
-
-Durante quel silenzio ostinato e irragionevole della sua signora i più
-neri pensieri, i più foschi sospetti trovavano luogo pur nella testa di
-Bicci; tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a casa, abbreviò
-la consueta passeggiata e la sosta al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora,
-il ritorno a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: al buio,
-nell'ingresso; poi, in punta di piedi, venne alla cucina. Buio anche
-là. Avanzò allora fino all'uscio della camera da pranzo, ascoltando...;
-e udì, lieve come un sospiro:
-
-— Enrico!
-
-Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! Infami!
-
-Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che non s'è adirato mai
-in vita sua, Gaspare spalancò l'uscio.... E la signora e la serva,
-senza far motto, lasciarono andare il tavolino su cui avevano tenute a
-contatto le mani.
-
-— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... A te! A te! — e con
-voce strozzata, dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, gettò,
-venti, trenta lire alla serva che lo contemplava stupita.
-
-— Vattene! Vattene!
-
-— Ma cosa ho fatto?
-
-— Tener mano!... Via! fuori!
-
-— Ma che male c'è? — cominciarono a dire insieme le due donne.
-
-— Via! Via!
-
-Sempre più minaccioso, con la destra in alto, lui, Bicci, Gaspare!,
-spinse con la sinistra la serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia
-sorrideva sarcastica.
-
-— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai insegnato tu? non mi dicevi
-tu che faceva così tuo zio?
-
-A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva
-fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di
-miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a
-sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva
-a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo,
-tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale.
-
-«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già
-stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
-un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha
-esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
-Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio
-zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme;
-tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento
-mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo!
-Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
-niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o
-non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni
-tranquilli?...»
-
-Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa:
-
-— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una
-colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
-bisognerà venire alla separazione.
-
-Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì:
-
-— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti....
-
-Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi
-scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
-
-— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai
-più!
-
-Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del
-cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto,
-il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder
-pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera.
-
-
-XIII.
-
-Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio che tutto il male
-non viene per nuocere, se Erminia avesse seguitato a lungo nel buon
-mutamento. Riprese a uscire di giorno e di sera; riprese a discorrere
-e, grazie a Dio, senza litigare. Ma tanta felicità poteva durare un
-pezzo?
-
-E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo dell'isterica donna, con
-la intollerabile intolleranza d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
-mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. Non poteva soffrire neanche
-le persone che avessero avuta qualche somiglianza di gusti con lei.
-
-Infatti una volta all'_Eden_, ove egli si divagava ma si annoiava
-Erminia, Gaspare scorse, non più rivisto da anni, il più caro compagno
-e più allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, un pittore
-già in fama a Parigi; e benchè ricordasse il consiglio dello zio
-«Sta lontano agli artisti» (il povero zio l'aveva anche esortato ad
-ammogliarsi!), egli lo chiamò:
-
-— Ehi, Monarchi!
-
-— Oh! Chi vedo!... Bicci!
-
-— Tu, qua?
-
-— Tu, qui?
-
-A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne dietro la presentazione
-della signora.
-
-Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo elegante, con la caramella
-all'occhio destro e copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
-delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, di Parigi, fino
-d'Orvieto. «Erminia ne resterà contenta» pensava Gaspare. Invece, chi
-lo crederebbe?, quando se ne fu andato Erminia disse:
-
-— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se verrà a trovarmi prima di
-partire, farò dirgli che non sono in casa.
-
-Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più lo rividero, tranne, da
-lungi, due o tre sere a teatro.... A teatro?
-
-Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova smania, una nuova pazzia!
-Convinta che per essere notati a Milano bisognava spendere, si mise
-a spendere e a spandere rovinosamente in gioielli e abiti; e dal suo
-palco pretendeva insegnar «il buon gusto nella moda» alle milanesi!
-«Non basta seguire la moda!» diceva.
-
-Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza ricchi da impartire
-cotesto insegnamento, ella gli si scagliò contro:
-
-— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? Dov'è la mia dote?
-Quando, con chi l'hai consumata? — E così via, fino a giungere allo
-svenimento e alle convulsioni.
-
-C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni di «Enrico!
-Enrico!» e le pratiche spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
-dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche santo — pensava — mi
-aiuterà».
-
-E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; desiderosa di quiete
-e di solitudine. Un santo era intervenuto.
-
-Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche a meditare il suicidio;
-e lo diceva. Che giorni per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
-a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, all'ufficio,
-lui, il povero marito, dubitava di trovarla, al ritorno, impazzita del
-tutto, oppure asfissiata.
-
-Un Calvario! E non era più possibile tirare avanti un pezzo così. E
-solo un colpo di fortuna poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
-
- *
-
-Verso le cinque pomeridiane egli saliva le scale di casa sua, superando
-ogni gradino con lo sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
-era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò alla disperazione
-della cuoca.
-
-— La signora.... non c'è più!
-
-Morta?
-
-— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
-
-— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, la donna.
-
-Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: «Ad annegarsi. È finita!
-Ma che guaio!»
-
-— Di', parla! A che ora?...
-
-— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
-
-Ad annegarsi con la valigetta?
-
-— E non ti ha detto nulla?
-
-— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su lo scrittoio.
-
-— Ah! Meno male!
-
-Si precipitò nello studio. Lesse:
-
- «_Gaspare_,
-
-«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco lealmente, e ti giuro
-che mi annegherei se non fossi persuasa di saper rendere felice
-Gino Monarchi. Vado con lui a Parigi. Tu vieni in Francia: vi faremo
-divorzio; così sarai libero di trovarti una donna degna di te. Addio.
-
- «_Erminia._»
-
-— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero al traditore.
-
-Per altro, gli sembrava che una mano benefica gli levasse, o dalle
-spalle, o dal petto, o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
-d'addosso — un enorme peso; e tant'era il sollievo, che gliene conseguì
-una mitigazione all'ira, un senso di dolcezza; e tant'era buono, Bicci,
-che a poco a poco il sollievo e la dolcezza gli si convertirono in un
-senso di pietà.
-
-«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà presto di qual
-natura è quella donna!» «Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
-d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a me!»
-
-E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato interamente a
-se medesimo, da morte a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
-arriverebbe prima lui della lettera —:
-
- «_Caro Luigi_,
-
-«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono salvo, libero, felice;
-l'uomo più fortunato del mondo! E corro a Bologna da te.
-
- «_Il tuo Gaspare._»
-
-
-
-
-Una “scampanata„.
-
-
- In Romagna.
-
-Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, frotte loquaci di donne,
-uomini e fanciulli e coppie amorose, sorridenti o serie nel loro
-bisbiglio; i dami col garofano all'occhiello.
-
-Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, ove serenamente moriva
-il lume crepuscolare e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla
-terra ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco e oscurarsi e,
-lontano, sparire. Come due ragazzi s'arrestarono per tirar sassate in
-un ricovero di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno di
-loro ammonì a voce aspra:
-
-— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; lanciarono i sassi
-nel fiume; e nel ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
-proteste, confidenze, querele, saluti.
-
-A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, che venivano fra gli
-ultimi, l'uno dal lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
-
-— Buona sera, Fulgenzio.
-
-— Buona sera, Faziòla.
-
-— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo anche domani.
-
-— Ce n'è bisogno.
-
-— Dove siete a lavorare, adesso?
-
-— Vanghiamo le vigne.
-
-— Sarete in molti.
-
-— Quindici o sedici.
-
-— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
-
-— Giulio.
-
-— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di farvi torto.
-
-— Chi comanda ha sempre ragione.
-
-Dopo una pausa lei chiese:
-
-— Ma è vero quel che dicono?
-
-— Dicono.
-
-La loro malignità non andava più oltre dell'accennare alla ciarla che
-Giulio dovesse ai meriti della moglie la nomina a capo degli operai
-braccianti.
-
-— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, voi.
-
-— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la salute. Ma.... — E l'infelice
-guardò la Faziòla sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua per
-cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma se mi viene una febbre,
-io non ho un cane che mi porti una goccia d'acqua.
-
-Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla sospirò per sè.
-
-— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, per modo di dire, che vi
-porterebbero via il boccone di bocca, se potessero.
-
-— Non vi trattan bene in casa?
-
-Essa volle attenuare.
-
-— Capirete anche voi: le annate vanno scarse e uno di più in famiglia,
-aggreva.
-
-— Ma voi lavorate.
-
-— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a me. C'è da rappezzare la
-roba? Tocca a me; la sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
-all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. In ozio non ci sto;
-quest'è vero.
-
-Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera Faziòla!
-
-Quindi Fulgenzio riprese:
-
-— Avete fatto male a non maritarvi un'altra volta, quando eravate a
-tempo.
-
-— Le vedove che non han quattrini si lascian dove sono; lo sapete pure.
-Piuttosto voi, Fulgenzio, perchè non avete preso moglie?
-
-Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto un vantaggio in
-lui il non aver famiglia da mantenere; e lui tornò a sorridere.
-
-— Chi volete che mi prendesse?
-
-Infatti da giovane era anche più brutto e più magro, sembrava più
-zoppo; sembrava tirasse l'anima coi denti.
-
-— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le ragazze han delle
-pretese; ma una donna quieta....
-
-— Trovarla una donna quieta!
-
-Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e a occhi bassi, nel
-silenzio: «Oh non c'ero io?» Almeno così egli credette, perchè sorrise
-ed esclamò commosso:
-
-— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto sposarvi voi, Faziòla!
-Voi eravate proprio la donna per me.
-
-— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
-
-Mormorò l'uno:
-
-— Adesso è fatta.
-
-— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
-
-Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
-
-Ma quando la Faziòla stava per augurar la buona notte, lasciar la
-strada e passare la siepe, Fulgenzio, fermo, si guardò attorno,
-raccolse il fiato e con voce tremula disse:
-
-— Sentite: la gente può dir quel che vuole; ma io, di una donna ne ho
-proprio bisogno.
-
-— Lo dico anch'io.
-
-— Se voi mi voleste....
-
-Alla proposta lei si mise a ridere forte.
-
-— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono vecchia....
-
-— Mi volete?
-
-Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; tanto egli temeva un no
-e tal voglia aveva lei di rispondere sì.
-
-Ma vinse la ragione.
-
-— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
-
-— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
-
-— Va bene. Buona notte, Faziòla.
-
-— Buona notte, Fulgenzio.
-
- *
-
-Avevano una settimana per pensarci; ed era troppo; e la settimana fu
-lunga. Finchè aveva sperato di migliorare un po' la sua condizione
-risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva sperato anche di
-trovar donna non molto innanzi con gli anni la quale lo compensasse
-della giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli ogni speranza e
-presunzione, doveva ringraziar Dio se la Faziòla lo voleva! Era una
-brava donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe tanto da
-non tornargli di peso; una buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
-per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. Davvero?... Non seduceva
-la Faziòla il solo interesse? Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
-parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; ma, insomma, la
-donna era buona o no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero maligno!
-
-Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa in cui i parenti la
-trattavano da serva e le invidiavano il pane che mangiava; e faticar
-meno, e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna che a rifiutarla le
-sarebbe parso d'offendere la Provvidenza. Pure un ritegno le restava.
-Perchè? si sentiva il coraggio di sfidare la gente, o no....
-
-Finalmente venne la domenica a chiuder la settimana dell'attesa e
-dell'incertezza.
-
-— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno dai vesperi, Fulgenzio. E
-sorrideva in quel suo modo faticoso.
-
-— Ho paura del mondo.
-
-— Io no; non ci bado io!
-
-— Ci faranno la «scampanata».
-
-— E che la facciano!
-
-Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei accondiscese. Pur mentre
-incoraggiava, quella giusta apprensione degli scherni che turberebbero
-forse per anni la loro pace; quel timore dell'avversione o della
-condanna pubblica, toglieva ardimento a lui stesso e l'induceva, il dì
-dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di spender qualche cosa, non
-si potevano evitare le pubblicazioni matrimoniali? —
-
-— Impossibile!
-
-L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non badassero a rispetti
-umani! —
-
-— Un po' di meraviglia in principio, eppoi smetteranno.
-
-— È quel che dico anch'io.
-
-Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità mal repressa per tutta la
-chiesa quando l'arciprete disse dall'altare:
-
-— Si pubblica per la prima volta la domanda di matrimonio di Fulgenzio
-Landi con la Violante Stradelli vedova Faziòli.
-
-E, dopo, la fidanzata non osava più uscir dalla porta di casa,
-avvelenata in casa dalle canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
-fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che modo resisteva lui alla
-tempesta. E Fulgenzio sorrideva e taceva.
-
-«Presto o tardi smetteranno!»
-
-Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano per il dì delle
-nozze!
-
-Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; e allorchè, nel
-gran giorno, la gente accorse alla prima messa per assistere allo
-sposalizio, apprese che da due ore gli sposi eran già fatti e che già
-erano a casa loro.
-
-— Stamattina ce la siam cavata — sospirava la Faziòla. — Il peggio sarà
-stasera.
-
-Ripeteva Fulgenzio:
-
-— Non ci pensate.
-
-Intanto si vedeva che lui ci pensava.
-
-Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh senza alcuna smania di
-sposi novizi!: irritati, al contrario, che a loro due, così quieti e
-consapevoli degli anni e dei malanni che portavano addosso, il mondo
-attribuisse simili sciocchezze.
-
-Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, primo talamo della
-Faziòla, da riconnettere; e i pagliericci da riempir di foglie, e
-i cuscini da rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare e
-spartire la biancheria e i panni che meritavano rattoppi; e nettar la
-cucina in modo che non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
-l'arciprete e il fattore.
-
-— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio strofinando, dentro, il
-paiolo.
-
-Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con le tagliatelle in
-brodo e il lesso.
-
-— Sono dieci anni che non ho sentito un poco di manzo; da quando si
-maritò mia sorella — confessò Fulgenzio.
-
-Similmente la Faziòla gustava il vino.
-
-— Buono! Buono! Non me ne davano mai, in casa, a me!
-
-E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea mirabile, che schiarì
-del tutto il malumore in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
-
-— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se dessimo da bere?...
-
-Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
-
-— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E rideva.
-
-— Il vino dove lo mettiamo?
-
-— In un bigoncio.
-
-E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; e andò alla fattoria
-a riempirlo di quello buono.
-
-Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita d'averlo indotto alla
-grave spesa.
-
-— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti mancavano di questo;
-mancavan di quest'altro....
-
-Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; di rivelarle il
-segreto contenuto nell'animo a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
-il libercolo.
-
-— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati come vi credete.
-
-— Cos'è?
-
-— Il libretto della cassa di risparmio.
-
-Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; ma non sapeva leggere.
-
-— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento franchi, senza i
-frutti.
-
-— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di altri?
-
-— Eh! alla cassa....
-
-— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete vedere dove li tengo, io?
-
-Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato che ebbe in
-fondo alla cassapanca, elevò la calza trionfale, sonante e gravida del
-gruzzolo; e disse, sgroppandola e riversandola sul letto:
-
-— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne abbia.
-
-Il marito aveva le lagrime agli occhi men per la gioia che per
-il rimorso di quel suo dubbio, che la donna l'avesse sposato per
-interesse. In un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva più lei!
-
-Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso velavan gli occhi della
-moglie.
-
-— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero dopo la morte di Faziòli,
-e quelli che misi insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
-
-Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non avrebbe pensato a
-rimaritarsi, a cinquant'anni!
-
-— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, Fulgenzio.
-
-Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla dolorosa memoria, lei
-ripetè:
-
-— Contiamoli.
-
-Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva mentre
-distinguevano le monete e le ammucchiavano sorte per sorte, ed
-enumeravano i biglietti di banca; mentre il vino, a cui non erano
-avvezzi, ferveva loro nel sangue. Così, a poco a poco, i diversi
-sentimenti si confusero in una gioia comune.
-
-E il marito non potendo terminare il conto, distese le magre braccia a
-un timido abbraccio.
-
-— Povera la mia donna!
-
-Lei sorrise.
-
-Fu un momento. In quel momento avrebbero dato fors'anche il libretto
-della cassa e tutte quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
-ma la sposa subito tornò in sè:
-
-— Sono vecchia, Fulgenzio!
-
-Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza della sua propria
-insania; e ripresero il conto.
-
- *
-
-.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era una gara a chi
-strepitasse più forte: un fracasso di secchi battuti a furia; di
-cassette di latta bastonate senza tregua; di coperchi picchiati
-l'un contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli che
-s'appendono al collo de' buoi per la fiera — scossi da instancabili
-mani; e corna di bue roboanti, e voci umane fatte bestiali: grugniti,
-gallicini, ragli, fischi. Un ex soldato, trombettiere, si sfiatava
-nel suo strumento; un cacciatore, con meno fatica, sparava a quando
-a quando colpi di schioppo all'aria, e due cani abbaiando e latrando
-s'introdussero nella compagnia.
-
-La dimostrazione veniva solenne, memorabile. All'infernale sollazzo
-dava motivo e impeto l'oscura coscienza rusticana, avversa a che
-la vecchiaia presuma cosa da giovani, e offesa da una vedovanza
-interrotta. Nessuno di coloro pensava certo che invece di schernire un
-connubio ridevole e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere anime e
-di due timorosi egoisti condotti dalla fortuna a reciproco soccorso.
-
-Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
-
-— Sono qui! — disse la donna. — Vado a smorzare il lume.
-
-A posta, per far credere che erano a letto e per accrescersi il piacere
-dell'improvvisata, l'avevano acceso nella camera nuziale.
-
-Quindi, al mancar di quella luce, le oscene grida e le risa superarono
-tutti i suoni.
-
-— Adesso accendiamo il lanternino.
-
-Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
-
-— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva Fulgenzio.
-
-— Sentite la voce di Mauro?
-
-— E quel della tromba chi sarà?
-
-— È Martino dell'Argine.
-
-— Che matti!
-
-— Vogliamo ridere!
-
-Ma in quel punto il cacciatore sparò due colpi.
-
-— Anche delle schioppettate!
-
-E la moglie:
-
-— Non ci faran del male, eh? Quando si è matti!...
-
-— Lasciatemi andare innanzi.
-
-Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; dietro, andò la donna
-col bicchiere e il lanternino.
-
-A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un istante, chi sonò o
-soffiò con più lena; e in massa tutti s'appressarono alla porta.
-
-_Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; buum buum buum...;
-taratatà taratatà, taratatà...; cococodè!...;_ e, prevalenti,
-strazianti, i _cian cian_ dei metalli e il _dan dan_ dei campanacci.
-
-— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... Ohe!... gente! Chi vuol bere?
-
-— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E di cuore, ragazzi!
-
-Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe di fronte. Quegli
-lasciò cadere la secchia disarmonica per bere d'un fiato, e gridar
-dopo:
-
-— Viva gli sposi!
-
-— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua volta il bicchiere per un
-altro.
-
-Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa c'è? — Cosa fanno?... Dan
-da bere! — Un bigoncio! — Ohe! ci siamo anche noi! — Vino!
-
-Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un senso quasi di gratitudine
-avevan còlti gli animi; di súbito, secondo avviene nella gente rude, i
-cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, opposto.
-
-Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla e Fulgenzio avevano
-gettato dalla finestra, per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
-o non avevan taciuto, essi, in una vile rassegnazione; ma passavan da
-bere, e vino buono! Succedevano alle grida folli e ai motti sconci,
-voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; e tutti in una volta.
-
-— La fanno da signori, gli sposi!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio tenervelo io al battesimo!
-
-— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
-
-— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà caporale anche lui!
-
-— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
-
-— Fulgenzio è geloso!
-
-— Fulgenzio è pacifico!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Viva l'allegria!
-
-Il trombettiere impose silenzio.
-
-— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni ai ragazzi più ostinati
-nel frastuono. — Adesso gli sposi ballano la monferina! — La proposta
-fu accolta da applausi; la monferina fu intonata dalla tromba, cantata
-e zufolata; mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, il quale si
-schermiva con ambedue le braccia.
-
-— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva dimenandosi fra le
-mani e le braccia che l'urtavano, lo spingevano.
-
-— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
-
-— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
-
-Ma la Faziòla diede al marito la prima prova di abnegazione; una gran
-prova, anzi, di virtù. Comprendendo che per acquetarli era necessario
-che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò al ballo con l'agilità
-e la disinvoltura de' suoi vent'anni e del ballerino che combinò a
-saltarle di contro.
-
-Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato tranquillo; e, per
-emulazione più che per burla, i giovani gettarono i recipienti sonori,
-i campanacci e i corni; e in mancanza di donne, si misero a ballare
-tra loro, intanto che Fulgenzio attingeva e offriva il vino attorno con
-viso lieto.
-
-— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... Finchè ce n'è!...
-Di cuore!
-
-Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere perduto il
-fiato, tutti ripresero gli strumenti del baccano.
-
-Adesso però ciascuno dava dentro nel suo con l'anima d'un inno glorioso.
-
-.... — Felice notte!
-
-— Viva gli sposi!
-
-— Viva l'amore!
-
-— Viva l'allegria!
-
- *
-
-.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici per il sollievo
-del peso che aveva preoccupato a lungo il loro animo; per il piacere
-d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, con l'astuzia; per
-la gioia d'essersi sottratti, anche in avvenire, a beffe o biasimi,
-meritando invece indulgenza e benevolo ricordo.
-
-E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, di reciproca gratitudine,
-e la certezza di giorni meno tristi, forse ebbero allora la
-persuasione! che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, che
-a torto prima presupposta in essi, aveva indotta la terribile turba a
-tanto sbattere, gridare e scampanare.
-
-
-
-
-Il polso.
-
-
- Nel settecento:
-
- per i mariti d'oggidì.
-
-Difficile dire se il conte La Fratta amasse più sè stesso o la marchesa
-Arnisio; ma poichè per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la lode
-di cavaliere perfetto e per secondare gli stimoli del cuore insisteva
-da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una
-dama così mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo
-sè stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava
-l'Arnisio.
-
-A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia su di lui
-l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; la virtù quasi d'un fascino
-arcano; quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
-molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse
-bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che
-alla dama piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le
-sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile
-che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse
-o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra
-lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso — l'esperienza
-e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi
-e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per
-divagarne il pensiero doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
-a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sì, sempre sì.
-
-Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non
-sapeva: se ella avesse il cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?»
-egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno più nella
-ricerca dell'ignoto n'era più avvinto dal fascino; cosicchè ogni giorno
-più s'innamorava della dama e di sè, che con sua gloria resisteva a
-servirla.
-
-Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e
-alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi,
-cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e sentimentali
-ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore;
-dunque il cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva battere per
-altri che per lui, che da un anno la serviva con cura paziente e con
-indulgente costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di
-quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto
-della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva con lui quelle espansioni
-compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o
-spontanei di gelosia che tutte le donne amando, o fingendo d'amare,
-sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e
-il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che,
-ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
-
-Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni
-di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan
-forse cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da un intimo, segreto
-travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei,
-spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, dicevan forse
-che il suo spirito vagava dietro un inafferrabile bene, finchè, con
-uno sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse di riaversi o
-mentire; e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un
-tempo e vezzosa. Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che
-la simulazione d'un malanno alla moda, poteva essere la dissimulazione
-di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse,
-come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma più tosto
-non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
-quelle occhiate lunghe e sentimentali, potevano non essere tardi e
-magri compensi alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, segni
-di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore
-l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene, il conte
-La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce nel
-melodramma del Metastasio:
-
- Se più felice oggetto
- Occupa il tuo pensiero,
- Taci, non dirmi il vero.
- Lasciami nell'error!
-
- È pena che avvelena
- Un barbaro sospetto;
- Ma una certezza è pena
- Che opprime affatto un cor;
-
-no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sè, che premevano
-l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo
-sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
-talora dubita a torto; l'altro, perchè, se non dubitasse a torto, egli
-ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di
-_cavaliere di spirito_.
-
-Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito
-che con zelante servitù e con dabbenaggine inconscia facesse riparo
-all'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire.
-O, dunque, la marchesa amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
-intorno, il quale, come minore del conte, ella non potesse assumere
-a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
-incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa.
-E come ella avrebbe lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
-restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma
-invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna
-circostanza perdeva il predominio di sè; nè mai, appuntando i suoi
-sospetti su questo o su quello che a lei fosse d'intorno, il conte
-riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore,
-di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
-fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a
-diventare ridicolo.
-
-Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di
-umore giocondo e di mente arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
-le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi,
-nè men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno.
-
-L'abate consigliò: — Tastale il polso.
-
-Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
-
-— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso si possono frenare.
-Allorchè ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo
-cuore batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà
-più in fretta e tu potrai sentirlo.
-
-Al conte questa parve un'invenzione mirabile. L'abate continuò:
-
-— Non si falla; ma ricordati che io confido la ricetta alla tua
-segretezza.
-
-— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio.
-
- *
-
-Essa, all'entrare del conte, era abbandonata sul canapè con la testa
-reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
-dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua
-destra, rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
-
-— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
-
-— Sì — rispose ella in tono flebile.
-
-La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno
-opportuna a' suoi fini.
-
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, non per rammentare il
-tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Prima però
-chiese: — Desiderate un po' di melissa?
-
-— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica quel giorno era il sì;
-e trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
-labbra.
-
-— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima ch'ella riabbassasse
-le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio
-di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso
-attentamente.
-
-Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama
-azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando
-all'avambraccio in misura placida ed uguale.
-
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino).
-Corgnani giurava di perdere a tarocchi perchè lo costringevate a
-guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata
-a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard;
-Terenzi proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di
-voi il _paspié_. — E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete
-febbre. — Pure, come più d'una volta aveva profittato dell'emicrania
-per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece
-il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, passata con
-lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e
-pettegolezzi, con abile arte potè nominare coloro di cui aveva maggior
-sospetto. Ma il polso batteva sempre uguale e placido.
-
-«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La
-Fratta a sè stesso. «Quello non può essere: proviamo quest'altro.»
-
-Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto
-sinchè ebbe percorsa invano la via che si era proposta. Oramai
-retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi
-dubbi. Infine, s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero:
-
-— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi;
-sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito.
-
-Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; gli era parso; ma non
-era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si
-commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente! Per altro, la
-marchesa era così strana....
-
-— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio
-a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! La
-marchesa amava il duchino; amava — strana donna! — il frutto acerbo!;
-il polso che aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
-Il duchino! Per prima vendetta il conte volle discorrere e burlarsi
-di lui affinchè, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
-piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluì placido ed
-uguale.... E solo allora, trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un
-lampo, quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del marito.
-
-E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso
-precipitava, martellava, scottava! Come scottato, il conte abbandonò il
-braccio della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, non sapeva più
-che si dicesse. Diceva:
-
-— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è possibile! — Ed era
-possibile!... Appena si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserì:
-— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, non è
-vero?
-
-— Sì — rispose la dama; ma poteva essere il sì di prammatica.
-
-— Siete innamorata di.... vostro marito!
-
-La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. Invece la dama, la quale,
-meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
-ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal
-conte, e sentì tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque.
-
-— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito?
-
-— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un sì aspro, secco,
-trafiggente. L'altro continuò:
-
-— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitù solo per la moda?
-
-— Sì!
-
-— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene?
-
-— Sì!
-
-La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e si contenne.
-
-— Dunque — conchiuse solennemente — non vi annoierò più, signora
-marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far
-ridere il mondo, non riferite questo nostro colloquio all'abate
-Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la
-destra dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa ritrasse la destra;
-ond'egli, senza guardarla, di corsa uscì dalla camera.
-
-La tenda era appena ricaduta dietro di lui quando la dama, alzatasi
-vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con
-un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente!
-
-Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate Fantelli?»
-
-Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse
-ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
-egli rida e il mondo rida! Anzi!»
-
-Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo,
-ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, e,
-sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe
-più resistito — n'era certa — alle altre prove e più seducenti prove
-del suo amore.
-
- *
-
-Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, contemplava la
-gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi
-affetti che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro pareva
-rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla
-dama di tacere, aveva obliato la natura di lei, e che s'ella parlasse
-— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della
-quale, tanto era stramba, nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
-considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva di non essersene
-accorto prima; e si rassegnava a giudicar quel capriccio meno enorme di
-quanto l'aveva giudicato prima.
-
-Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile
-da secoli, con modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
-gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del
-mondo e del cavalier servente?
-
-E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, quello della dama,
-che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
-Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, sarebbe la derisione
-della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse il marito!
-
-Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta concepì il disegno di
-salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella
-stima della marchesa.
-
-Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per istrada; e al
-saluto di lui non fece nè parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la
-causa, e della risposta fu così poco contento da ammonire La Fratta
-che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poichè la
-taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il
-conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la
-lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
-
-Pronto il marchese strinse con la pezzuola di batista il taglio che non
-era profondo; poi domandò, senz'ira:
-
-— Ora mi direte perchè un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar
-briga con un cavaliere come sono io.
-
-— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava —; per
-provarvi che se da oggi in avanti non servirò più vostra moglie e non
-entrerò mai più nella vostra casa, la colpa è vostra.
-
-Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capì meno di prima.
-Ribattè:
-
-— Spiegatevi!
-
-E il conte:
-
-— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita della mia servitù
-perchè io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi.
-
-Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla
-rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero
-al riso del mondo, e chiese, con tono e impeto d'incredulità e di
-sorpresa:
-
-— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
-
-— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate
-Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
-come sono io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi!
-
-A tali parole il marchese sorrise, e porgendo la mano ferita all'amico:
-
-— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio!
-
-
-
-
-Come finì la Modestia.
-
-
-_Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum bum! — Bum! Barnùm! — Cium!
-papaciùm! cium cium!_
-
- . . . . . . .
-
-_La donna umile:_ — Che cos'è questo fragore? questo squillar di
-trombe, strepitar di piatti e tuonar di gran cassa? Chi arriva?...
-Oh! una carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; su
-cui troneggia la più bella donna che io vedessi mai! Ha gli abiti
-mirabilmente variopinti e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
-gentiluomini in tuba e cravatta bianca. Qualcuno invece della tuba
-porta una corona d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
-altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... Io arrossisco a
-lasciarmi vedere. Mi nasconderò dietro la siepe.
-
-_La donna sovrana:_ — Voi dite, postiglioni, che bisogna dar riposo
-ai cavalli? A cavalli di razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta.
-Ma giuro che nemmeno per svago non viaggerò mai più per le campagne
-d'Italia! Io son usa al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
-non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere a pena un centinaio di
-aratri a vapore, affollare d'infermi tre stabilimenti idroterapici,
-aprire due esposizioni agricole, me la son presa comoda; ma ho
-consumato un giorno e sciupati quattro puledri che vinsero le corse
-a Longchamp, e che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
-quando per caso mi ci trovassi in domenica. Però io ringrazio voi, miei
-seguaci, d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo viaggio e vi porgo
-un marengo perchè andiate all'osteria laggiù, a bere un litro alla
-mia salute. Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. Spicciatevi!
-Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, andrete qui intorno cercando il Gran
-Pan.
-
-Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, io penserò un milione
-di telegrammi da spedire domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
-per il progresso delle industrie, delle arti e dei commerci e mediterò
-un nuovo modo d'annunziare il _Tot_ e le _Pink_.
-
-.... Che frescura! Che quiete!
-
-Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi quasi mi vien sonno....
-
-_La donna umile:_ — Ahi!
-
-_La donna sovrana:_ — Chi va là, dietro la siepe?
-
-_La donna umile:_ — Scusi, signora, se l'ho disturbata.... Uno spino mi
-ha punto un piede....
-
-_La donna sovrana:_ — Perchè cammini scalza? Vieni qui. Chi sei?
-
-_La donna umile:_ — Un'infelice; una povera creatura.
-
-_La donna sovrana:_ — Vedo. Le tue vesti non le comprasti certo nei
-magazzini del Louvre; e la tua faccia par quella del mio amico Succi.
-Che naso! Oh che naso!
-
-_La donna umile:_ — Me l'han tirato in tanti, signora; ho provate tante
-delusioni; ho patiti tanti disinganni!
-
-_La donna sovrana:_ — Accostati; senza ritirarti in te stessa,
-vergognosa! Come ti chiami?
-
-_La donna umile:_ — Modestia.
-
-_La donna sovrana:_ — Modestia? La nipote di madama Virtù, che presa
-per un'aristocratica fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
-della Semplicità e del Buoncostume? la sorella dell'Onestà?
-
-_Modestia:_ — Sì, signora....
-
-_La donna sovrana:_ — Bel caso! bell'incontro! Da un pezzo non ho riso
-così di gusto!
-
-_Modestia:_ — Scusi, signora: la conosce lei mia sorella Onestà? Per
-amor di Dio, mi dica se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava più
-altri della mia famiglia. I miei parenti mi hanno abbandonata!...
-
-_La donna sovrana:_ — Eh! Poco posso dirti. Molti e molti anni sono
-essa mi chiese aiuto; ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
-affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
-
-_Modestia:_ — Sapesse quant'è che la cerco! Un giorno, in una grande
-città, ci perdemmo in mezzo alla folla....
-
-_La donna sovrana:_ — Non piangere. La troverai.
-
-_Modestia:_ — Dove? dove?
-
-_La donna sovrana:_ — In un paese dove non si distribuiscano commende.
-
-_Modestia:_ — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei!
-
-_La donna sovrana:_ — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai
-drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia.
-
-_Modestia:_ — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere
-qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
-fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro giorno, che diventasse
-sindaco il salumaio del villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità
-giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse
-anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l'ordine di arrestarmi se
-entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
-
-_La donna sovrana:_ — Bene! Imparerai a stare al mondo!
-
-_Modestia:_ — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera
-tardi, passando sotto le finestre d'una villa, udii leggere un
-giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie invidia
-i letterati e gli artisti italiani; perchè, egli dice, in Italia chi ha
-dei meriti si fa strada da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
-in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza della _Réclame_....
-
-_La donna sovrana:_ — Bada a come parli!
-
-_Modestia:_ — Scusi.... Ripetevo le parole del Claretie.
-
-_La donna sovrana:_ — Tira avanti!
-
-_Modestia:_ — .... Non sapendo più dove andare, se anche in campagna
-adesso mi odiano, avrei pensato di mettermi per cameriera presso
-qualche scrittore o artista d'Italia....
-
-_La donna sovrana:_ — Bella idea! Ti credevo ingenua; ma non sino a
-questo punto. Ah ah!... E non mi conosci?
-
-_Modestia:_ — Non ho questo onore.
-
-_La donna sovrana:_ — Io discendo da quell'imperatrice che un amico
-della tua famiglia, Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
-sarcasmo. In America ebbi a padre putativo un certo Barnum; ma,
-oriunda di Francia, io, come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
-tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse senza scrupolo nel suo
-vocabolario. Mio dominio, il mondo; tutti gli uomini si raccomandano a
-me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. Io sono la _Réclame_!
-La _Réclame_ sono io!
-
-_Modestia:_ — Oh San Francesco!
-
-_Réclame:_ — Tu non mi fuggirai....
-
-_Modestia:_ — Mi lasci andare! Per carità, mi lasci andare!
-
-_Réclame:_ — Non mi fuggirai.... Non hai forza, povera diavola! Guarda:
-invece che odiarti mi fai compassione!
-
-_Modestia:_ — Dunque mi lasci.... La prego! La scongiuro!... Che cosa
-vuole da me, Maestà?...
-
-_Réclame:_ — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano proposito. Hai visto
-coloro che viaggiano meco?
-
-_Modestia:_ — Maestà, sì.
-
-_Réclame:_ — Bene: tra i miei musici cantano critici e giornalisti; i
-miei fedeli, che hai veduti, sono letterati e artisti che all'annuncio
-del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, ove attendevano a opere
-luminose in una superba meditazione di conquista.
-
-_Modestia:_ — E se tornano qua ora? se mi vedono?... Mi lasci andare!...
-
-_Réclame:_ — No: non ti ravviseranno. Del resto, io li conosco per
-bravi ragazzi che non farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
-nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. _In altri tempi
-avrebbero forse conquistato un arcipelago_: adesso, non sono che
-scrittori, i quali, come uomini d'intelligenza, vanno verso la Vita.
-
-_Modestia:_ — Ah sì?... A far che cosa?
-
-_Réclame:_ — Tante belle cose; fra cui l'_atto di Vita coronante il
-rito misterioso come l'Orgia_.... Non arrossire.... Via! Dammi quel
-libro ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'_Emulsione
-Scott_, dell'_Iperbiotina_ e del _Depilatorio Clauser_; e saprai altre
-cose di gioia. Quello!... Brava!...
-
- . . . . . . .
-
-Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è _bruciato dall'ambizione_.
-
-«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace lavoro; la sua
-ambizione senza freno e senza limiti constretta in un campo troppo
-angusto, la sua insofferenza acerrima della vita mediocre, la sua
-pretesa ai privilegi dei principi, il gusto dissimulato dell'azione
-onde era spinto verso la folla come verso la preda preferibile, il
-sogno d'un'arte più grande e più imperiosa che fosse a un tempo segnale
-di luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni insaziabili di
-predominio, di gloria e di piacere insorsero e tumultuarono in confuso
-abbagliandolo....»
-
-_Modestia:_ — Cieco! Quanto doveva essere infelice, questo peccatore!
-
-_Réclame:_ — Al contrario, felicissimo: perchè la felicità _è tal cosa
-che l'uomo deve foggiare con le sue proprie mani su la sua incudine_;
-ed egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene che _il mondo era
-suo_!
-
-_Modestia:_ — Con tutto il rispetto, io non lo credo! In letteratura i
-fabbri potranno bearsi a batter le frasi perchè diano faville; ma nella
-realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire in niente, proprio
-come questi sogni letterari!
-
-_Réclame:_ — E che importa se ti paion sogni? Purchè tu ne sia esclusa.
-
-_Modestia:_ — Ma anche lei, signora...; mi permetta dirle che anche lei
-ne è esclusa. Non è mica la Gloria lei!
-
-_Réclame:_ — La Gloria è un'illusione, di cui io sono la realtà! Vedi?
-Tu stessa non ragioni più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
-morta, non solo in arte, da un pezzo!
-
-_Modestia:_ — Però io spero che non tutti i letterati d'Italia
-vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi o invocheranno il dio Terremoto.
-
-_Réclame:_ — Se non tutti, molti! molti! Perchè al Verbo dei maestri,
-i discepoli divengono armento. E se è vero che i discepoli sempre
-esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma anche tutti i tuoi
-parenti prossimi e lontani sono spacciati! La Morale e l'Onore si
-_suicideranno_ a vicenda, come due amanti infelici; le Virtù Teologali
-e Cardinali emigreranno nel centro dell'Affrica, dove non siano ancor
-giunti superuomini. Tu dove andrai?... _Quo vadis?_
-
-_Modestia:_ — .... Quanto soffrire, o mio Dio, che insegnasti «Chi si
-esalta sarà umiliato»! Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
-vecchio o non più giovane che mi protegga?
-
-_Réclame:_ — Non dubitare, cara mia, che pur cotesti vecchietti amano
-me con animo pronto, sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco che
-seguono l'esempio di Vittore Hugo!
-
-_Modestia:_ — Cioè?
-
-_Réclame_: — Il buon Vittore diffondeva lui le lodi di sè per i
-giornali della Francia.
-
-_Modestia:_ — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali vengono dalla Francia.
-
-_Réclame:_ — Non credo. Già secondo quel tuo miserello Leopardi ogni
-uomo celebre sempre diventò celebre dando fiato per primo alla sua
-tromba.
-
-_Modestia:_ — Oh il mio Giacomo!... Poverello! Ma io lo consolavo
-augurandogli la giustizia del Tempo....
-
-_Réclame:_ — Invano! Ai miei cenni egli dubitava che pur questa fosse
-un'illusione; egli prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
-all'universo l'ultimo e supremo trionfo della scienza e la mia gran
-vittoria su tutti i letterati della terra.
-
-Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta nella fredda
-considerazione scientifica de' vizi e de' malanni che alla sua poesia
-furono come l'_humus_ ai funghi; e il giorno della mia vendetta e della
-mia vittoria universale è venuto.
-
-Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, mi chiede vita, e
-tutti gli dei d'Olimpo rivivono per me, e la Natura che io denudai
-alla libidine del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle lussurie
-dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso oggi, per questi campi,
-quest'ora del mio desto riposo.
-
-Odi tu la sua voce che mi saluta?
-
-_Modestia:_ — Non sento niente.
-
-_Réclame:_ — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi non sono usi a
-_incontrare il mistero e a rabbrividirne_. Il fatto è che la Natura,
-essendo poesia, ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno dei
-poeti suoi interpreti, che sono miei schiavi.
-
-_Modestia:_ — E i prosatori?
-
-_Réclame:_ — La poesia si fa anche in prosa, scioccherella!, quando la
-prosa si mette in versi e nelle porcherie i sensi diventano _strumenti
-d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più reconditi, a
-scoprire i segreti più reconditi_. Ma tu non puoi comprendere....
-Piuttosto, dimmi: Perchè gli scrittori scrivono?
-
-_Modestia:_ — Per conforto all'amore e alla sventura.
-
-_Réclame:_ — Rispondi bene, o torno a leggere!... «Colui il quale molto
-ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
-
-_Modestia:_ — Basta, basta.... Dirò che scrivono per guadagnare.
-
-_Réclame:_ — In Italia? Nemmeno gli agenti delle tasse dan valore ai
-libri!
-
-_Modestia:_ — Non so, allora....
-
-_Réclame:_ — Non mentire!
-
-_Modestia:_ — Dirò che scrivono per la gloria....
-
-_Réclame:_ — Bene!... Ma oggi chi crede più che l'anima sopravviva
-al corpo? Dunque gli scrittori, nel dubbio di non poter visitare le
-biblioteche in ispirito, fra secoli, a conoscere quali opere vi si
-leggeranno, fan bene a rincorrere la gloria, per ogni via, finchè
-sono in vita. Aggiungi che oggi la chimica insegna come l'inchiostro
-e la carta dei libri moderni, a differenza dei cinquecentisti e
-delle pergamene, sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
-secoli non saranno intelligibili che i libri in carta a mano: proprio
-quelli degli scrittori ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
-enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera dei giurati; e così ai
-romanzieri e ai poeti val meglio provvedere alla loro fama presente,
-finchè sono in vita.
-
-_Modestia:_ — Che disperazione! Non capisco più nulla.... Ma San
-Francesco.... Oh! Ora che mi ricordo.... I letterati non sono i soli
-artisti italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano i pittori!
-
-_Réclame:_ — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto nel costume di
-quelle donne che stanno in chiesa, presso una bara, nell'_Ultimo
-Convegno_; e ti farai credere, con cotesto naso, una modella. Poh! con
-qualche moina riuscirai forse a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
-ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione del prerafaelismo
-le modelle digiunano. Io poi ho elevato le imagini prerafaelite agli
-annunzi d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; sicchè i
-pittori riconoscono anch'essi da me la loro insolita fortuna.
-
-_Modestia:_ — Gli scultori, dunque...?
-
-_Réclame:_ — Gli scultori ti odiano. È per colpa tua che essi han da
-fare pochi monumenti!
-
-_Modestia:_ — I musici.... Andrò da un musico....
-
-_Réclame:_ — Perchè egli dedichi a te, invece che a sè stesso, le sue
-opere? Spera, spera! Per amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che
-insegnò: «Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno un conforto alle
-passioni antiche della politica e della corruttela: nei loro giornali
-possono leggere fra i telegrammi della cronaca artistica «.... Al
-duetto di Gesù con la Maddalena, tutto il tempio scoppiò in frenetici
-applausi....»
-
-_Modestia:_ — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
-
-_Réclame:_ — _Quo vadis?_... Ahi!... Non ti resta che venire al mio
-servizio. Metterò qualche volta i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia,
-e metterò a te gli abiti e la maschera di lei....
-
-_Modestia:_ — Piuttosto morire!
-
-_Réclame:_ — Via! via! Aspetta almeno a quando avrai marito, per fare
-come Lucrezia romana, che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per te,
-o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, all'immortalità.
-
-_Modestia:_ — No! subito, o morire o fuggire dal consorzio civile!
-Andrò al polo nord!...
-
-_Réclame:_ — Come il dottor Cok! E tu cammini a piedi, a piedi scalzi
-e senza un soldo in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
-Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati ai loro blocchi
-di ghiaccio, duri più del marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di
-casa Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, troveresti
-i cannibali già intenti a leggere i romanzi italiani tradotti in
-francese.
-
-Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! Sono tutti ubbriachi
-fradici. Anche i poeti, che, poverini, han preferito Lieo al Grande
-Pan....
-
-Postiglioni, mi raccomando a voi....
-
- . . . . . . .
-
-Addio, Modestia, fatti coraggio!
-
- . . . . . . .
-
-Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah
-niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le
-ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per
-uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le
-fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non
-c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure
-morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva
-finire così!
-
-
-
-
-L'entusiasta punito.
-
-
-Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi
-delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un
-fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia
-dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo
-Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli
-s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille
-d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i
-fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera»,
-a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e
-contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
-il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora —
-esclamava mestamente — io v'amo!»
-
-Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni
-della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine
-a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire
-quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che
-egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo
-degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo!
-squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!»
-
-Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e
-Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è:
-«_Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour
-maîtresses_»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre
-altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli
-s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario,
-il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o
-ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo,
-súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole.
-
-Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava
-giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in
-cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna,
-egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione
-wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e
-critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che
-erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una
-roboante tempesta.
-
-Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore
-moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
-pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia.
-
-— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea?
-
-E lui:
-
-— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo!
-
-Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido.
-L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il
-bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice
-pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi
-soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido
-era ingiusta.
-
- *
-
-Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile
-che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la
-donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti:
-progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli
-recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se
-ne affliggevano, invidiosi. — _Excelsior!_ — dicevano ironicamente. —
-Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! —
-
-Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò
-e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si
-acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e
-alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo
-i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
-nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto
-se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
-entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti:
-il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E
-divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni,
-innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie,
-straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni.
-
-Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio
-lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli
-aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua,
-l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a
-qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza
-dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un
-uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
-in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia.
-
-— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione,
-nessun danno per la sua bellezza!
-
-— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è
-nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
-
-E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a
-comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo:
-
-— Deh! fammela sentire!
-
- *
-
-Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita e degno, degnissimo della
-felicità; quest'uomo....
-
-Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: che è la bellezza
-dell'animo non caduca, non fragile alle offese dei malanni, non
-deperibile alla diuturna ingiuria del tempo; che è il balsamo
-conservatore dell'amore coniugale, la maglia di salute per le anime
-sensibili a quelle intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
-e penetrano e soffiano tra le domestiche pareti, e raffreddano il
-sentimento in guisa che la ragione scusi poi l'«incompatibilità di
-carattere», la «separazione», il divorzio, il vizio, l'a....dulterio!
-Ah quando le malattie non isciupassero troppo presto in Teresa il
-formoso corpo per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, a poco
-a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe all'opera distruggitrice,
-lenta e assidua, degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati i
-sensi; sfiorita la giovinezza, più libera risplenderebbe l'intima virtù
-che agli occhi almeno del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
-amabile sino alla vecchiaia.
-
-Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno dopo il matrimonio e non lo
-riconobbi subito.
-
-— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
-
-Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono di un _lion_ che ritorni
-verde da una bisca; avrei potuto scommettere che quel giorno non
-s'era mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta ad arco, gli
-spiovevano simili ai baffi di un cinese.
-
-Rispose:
-
-— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa dal peso enorme che
-l'abbatteva.
-
-— Tua moglie.... è ammalata?
-
-— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, negando insieme e non
-negando. Sembrava più confermare che negare.
-
-— Forse — io insistetti per pietà, mentre già sorridevo per conforto —
-forse è incinta?
-
-— No no. — Negava e non negava. E m'attristai anch'io credendo
-d'indovinare, finalmente.
-
-— Un.... aborto?
-
-— No no —; come dianzi.
-
-Allora con rapida memoria io, che avevo il dovere di confortarlo,
-riandai quanti malanni possono colpire una donna; con rapido esame
-li paragonavo a quella disperazione abbandonata e quasi muta; nè a
-tanta afflizione trovai convenir altra sventura che una che non era da
-esprimere se non con una perifrasi misericorde.
-
-— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico come me.... Di' dunque:
-l'isterismo.... fa certi scherzi..., passeggeri però; di cui si
-guarisce....
-
-No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli non negava del tutto neppur
-questo!
-
-— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi la mano.
-
-Oh!...
-
-Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi la mano, gli dissi: —
-Coraggio —; gli dissi con uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
-moglie lo tradiva.
-
-Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti romanzi francesi e
-italo-francesi, quantunque frequentassi il teatro drammatico, non
-sapevo persuadermi che quella donna avesse tradito l'amico mio prima
-d'un anno dalle nozze. A poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia
-interpretazione e ricordai che nel lasciarmi Carlo mi aveva quasi detto
-con gli occhi: «Tradimento, sì; ma che tradimento intendi?»
-
-Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi riflettei su quel suo
-negare e non negare a ogni mia precedente dimanda....
-
-Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio adagio, d'una colpa e
-d'una sciagura mostruosa a cui fossero parti integrali il morbo, la
-figliazione, l'aborto, la demenza, il tradimento, la turpitudine;
-sebbene non potessi chiaramente definire qual cosa mai l'indegna moglie
-avesse fatta. Quando....
-
-.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo più! Che colpa! che
-sciagura! che orrore! quando ricevetti:
-
- _Petali e corolle
- versi
- di
- Teresa Gurli Dònnola_.
-
-
-
-
-L'agnello.
-
-
-_Bèee...._
-
-Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in mazzetto; raccolto,
-dentro il canestro, nel giaciglio di erba ancor fresca, a quando a
-quando l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva come in
-un abbandono o in un esaurimento di disperazione. Allora sui miti
-occhi cristiani cadevano le palpebre; indi, ecco: languido languido lo
-sguardo sembrava cercar di nuovo la landa troppo presto perduta e di
-nuovo spegnersi a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa e dal
-petto ansioso tornava l'invocazione della perduta madre:
-
-_Bèee_.
-
-Prorompeva il frastuono della musica; rombava, negli intervalli, il
-susurrio delle voci e lo scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti,
-richiami, risa, sorrisi. Allegria.
-
-Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia entrò nella sala. E
-allorchè, nell'avvicinarsi là dove suscitavano ammirazione i doni in
-mostra per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce di duolo, egli
-tese il capo.
-
-Oh come soavi quei due occhi cilestri che sembravano cercare due occhi
-fraterni!
-
-Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come sembrò palpitante il petto
-chiuso nella veste bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
-che soffriva! Non era un inganno di civetteria; non un pretesto a farsi
-notare; spontaneamente, inconsciamente quasi, ella alzava una mano
-quasi a indicare ed accusare la tortura delle quattro zampe strette
-nel vincolo di seta, mentre al doloroso _bèee_ rispondeva, vòlta alla
-madre: — Poverino!
-
- *
-
-E poverino anche lui, il professor Biscaglia; il quale era un
-uomo molto triste; sempre triste; prima di tutto perchè essendosi
-arrotondata ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle occasioni
-solenni era andato restringendosi così che il _gilet_ gli comprimeva
-lo stomaco e i calzoni stentavano ad acquistare in larghezza quel dito
-di misura che perdevano in lunghezza; e i piedi, non coperti sino al
-collo e al calcagno, apparivano più grandi di quanto erano. Erano così
-grandi!
-
-Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava Riccardo Biscaglia
-il dolore universale, e l'aveva recato seco pur alla festa di
-beneficenza. E a tanto pessimismo il professore non aveva motivi
-dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non dagli studi; bensì dall'antico
-contrasto dell'istinto poetico con la realtà della vita. Se il
-Governo rinsavisse e comprendesse che, dopo o avanti la cultura della
-terra, ciò che più importa è la cultura delle menti e degli animi, i
-professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, si distrarrebbero
-anch'essi in modi leciti e onesti e si avrebbero quindi meno poeti di
-dolore e meno scapoli. Senza dubbio un aumento di stipendio avrebbe
-attenuata in Biscaglia l'antitesi tra il Sancio Panza e il Don
-Chisciotte che discordavano entro di lui, quando il primo gli diceva:
-— Non prendere moglie, per carità! Tu sei troppo povero per una ricca
-e troppo più povero per una povera —; e il secondo l'incitava: — Cerca
-e trova la tua Dulcinea ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
-sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
-
-Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità senza quattrini in tasca?
-Ma sconsolato Tartarin, perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
-e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, nè più gloriosa
-conquista poteva vantare in un mese che quella delle cento e tante
-lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia se la prendeva,
-più che col Governo, con la mala educazione che corrompe le ragazze.
-— È l'educazione del cuore che manca! — diceva lui. — Se l'adulterio
-apparisse non una desiderabile offesa alle leggi, ma una cattiva
-azione, una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto fino il
-sacrificio di sposare una ricca, e non si sarebbe adirato nemmeno col
-Governo, nè rattristato alla fatalità del dolore umano. Questo, è vero,
-l'induceva a frequenti sfoghi di versi. Ma a che pro'? Gli editori
-non credono più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, alla
-malinconia preferiscono stare allegre.
-
- *
-
-Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla festa, solo, con un
-solo biglietto per la lotteria, non aspettandosi uno spettacolo che
-lo commovesse così dolcemente: la creatura nel cesto e la creatura che
-stava a guardarla. Nessuna, nessun'altra di tante signore e signorine
-che vi erano, si era fermata compassionando dinanzi all'agnello. Tutte
-agognavano i premi di gran prezzo; tutte, tranne quella madre e quella
-figlia, civettavano intorno, stupide di mente e di cuore.
-
-— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è bellino? — E poichè anche
-la madre disse: — Povera bestiola! —, fu manifesta una affinità di
-sentire tra l'animo materno e il figliale e fu certo per Biscaglia che
-chi meritasse la pietà della madre meriterebbe anche la pietà della
-figlia o viceversa.
-
-.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
-
-Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le signore s'affollavano
-intorno al palco donde era venuto stentoreo l'annuncio e dove un
-signore in _frac_ scampanellava per avviso ai più lontani.
-
-— Estrazione!
-
-Già si cominciava.
-
-— Numero!...
-
-— Attenti!...
-
-— Cinquantotto!
-
-Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, senza meravigliarsi di
-non aver lui il 58 e di udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
-vinto un magnifico vaso d'argento.
-
-— Numero...!: quattordici!
-
-Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E intanto il nuovo vincitore
-si portava via un'altra bella cosa.
-
-— Numero...!: due!
-
-Il professore scosse le spalle; mise il biglietto in tasca e si mosse.
-Già era disgraziato in tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
-consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe mutato d'infelice in
-felice, nè avrebbe diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
-
-— Numero...!: ventisei!
-
-Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora ciarlava appunto
-con quella mamma e quella bionda figliola così pietose. Gli sarebbe
-piaciuto di tentare un po' l'anima della ragazza in qualche poetico
-discorso e avrebbe voluto esserle presentato dal collega; ma,
-disgraziato sempre, non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
-
-— Numero...!: quattrocentododici!
-
-Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? Sì sì: l'aveva lui, il
-professore Riccardo Biscaglia, il 412!
-
-— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
-
-— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
-
-Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. Ma diè indietro alla
-vista del premio.
-
-L'agnello!
-
-— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! —
-l'agnello! — Si rideva; si applaudiva.
-
-E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende
-al patibolo senza speranza di discendere.
-
-— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto
-nelle mani.
-
-Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo
-quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il
-professore. E di animo ne aveva bisogno: _ella_ era lì dinanzi e
-sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei
-e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano
-senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e
-la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio,
-non dicevan nulla.
-
-— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la
-presentazione:
-
-— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
-
-— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma.
-
-— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia.
-
-_Bèee...._
-
-Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale
-fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
-del resto, era venuta anche a lui.
-
-— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
-
-Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
-
-— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe averne maggior cura
-di me.... Io non ho moglie....
-
-— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse l'altro.
-
-All'offerta, la figlia guardò la mamma; la mamma annuì; ringraziarono;
-e il candore e l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono dal
-professor Riccardo Biscaglia al soave dominio della signorina Irma
-Crocchi.
-
- *
-
-Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia s'innamorò
-assennatamente; perchè era un amore nato da un affetto non cieco:
-dall'ammirazione della bontà; perchè più che la bellezza aveva potuto
-sul suo cuore quella prima vista della signorina Irma nell'attitudine
-compassionevole. La bellezza è caduca; non la bontà, se spontanea; non
-la gentilezza, se sincera e nativa. Essere amato da tale donna forse
-non sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, ad ogni dolore, ad
-ogni fatica, a tutti i danni della vita? A tutti, forse no; per la
-fatalità del dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo Biscaglia,
-per quell'eterno conflitto che alimentava in sè stesso, vivrebbe e
-morirebbe scapolo. Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
-non poteva essere che troppo povera. Ma egli l'amava. Ma egli aveva
-l'obbligo di una visita alle signore che avevano accolto il suo dono.
-
-Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo per accertarsi e
-mantenere con maggior forza il cervello a posto, chiese a quel tale
-collega: — Le Crocchi non han mezzi, eh?
-
-— Han qualche cosa.
-
-Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella realtà!
-
- Ma ci fu dunque il sole
- Su questa terra un dì?
-
-Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro nelle tenebre
-tempestose. Diveniva possibile la conciliazione dell'idea col
-sentimento; dell'amore col senno, della poesia con la prosa! Irma
-possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva qualche cosa più di
-quanto costi una capanna a comperarla in due, o a prenderla in affitto
-in due! Egli dunque poteva domandar la mano della signorina che
-amava! La felicità non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
-Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo amore, il compagno
-de' suoi sogni, l'argomento delle sue rime, il simbolo del suo cuore.
-_Bèee...._
-
-Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano d'accordo mentre Tartarin
-saliva il Righi, così erano d'accordo adesso nell'animo del professore
-Biscaglia mentre egli saliva _quelle_ scale.
-
-Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, le signore. Salendo
-crescevano i palpiti, calava il sangue. Smorto, anelante, il professore
-si arrestò all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, lesse il nome:
-_Crocchi_.
-
-Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
-
-Ma lui si sentiva così smorto che non ardì toccar súbito il bottone
-del campanello; e prima si fregò le guance con le mani. L'atto però gli
-parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a guardarlo o a spiarlo per la
-finestra della scala; si volse....
-
-Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, spaccato, l'agnello.
-
- Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
- _Feuilleton Zeitung_, _Zürcher Post_, _Düsseldorfer Zeitung_,
- _Frankfurter Nachrichten_, _Neueste Nachrichten für Elberfeld_,
- _Dortmunder Zeitung_, _Unterhaltungs-Beilage_, _Die Selbsthilfe_,
- _Hansa-Theater_, _Neue Saarbrücker Zeitung_.
-
-
-
-
-Il falcone.
-
-
- Nel medio evo:
-
- per le signore d'oggidì.
-
-Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di
-nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
-attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Nè di quel bene
-del signore per il valletto ingelosiva madonna Ginevra, poichè la
-giovinezza di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi in conto
-di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.
-
-Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le cacce e il conversare
-con le sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e
-solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe, cui
-essa accudiva umilmente. Come rideva a osservar le galline, che al
-solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro e si
-disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che gettava, così
-rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
-o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il
-rattoppo; e mentre cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
-l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giù
-nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella
-voce.
-
-Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,
-quantunque fosse anche temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
-tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio di lei diventava la
-volontà del sire. Solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
-e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato
-e mesto; sicchè lei finiva con immergergli le dita tra i capelli
-folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava tutta in
-un'occhiata.
-
-Veramente molte cose erano permesse a Ugo. Poteva arrampicarsi su
-per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
-strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero
-che gli minacciava un pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
-che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, la padrona rideva,
-e accusato al padrone, il padrone taceva.
-
-Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare
-costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinchè
-nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse più un ragazzo.
-Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; sentiva una smania di cose nuove,
-d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la vita e la
-natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute
-e gli suscitavano sensazioni nuove. E intanto che la forza sensuale
-si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza
-egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
-peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e
-tenerezza. Amava, già amava, senza sapere chi amasse e senza sapere che
-amava.
-
-Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e
-sotto la forza del sole il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
-tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a un'allodola, madonna
-Ginevra; e d'un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
-sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna
-Ginevra!
-
-La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al
-valletto tremavano le mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse lo
-sguardo; amava da uomo; senza paura amava, e senza vergogna.
-
-Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora
-da fantasticare! Secondando i ricordi delle storie, che gli avevano
-raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro
-dame, e invidiando a sè stesso i pochi anni che gli mancavano alla
-piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna
-Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna in
-un notturno assalto di nemici.
-
-Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono
-presto il freddo dell'ignara noncuranza della dama, la quale aveva
-due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poichè egli non
-fallava più, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva
-neppur più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
-
-Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate le sue pene?
-
-E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò come condensando in modo
-più virile; onde la sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
-dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della giovinezza,
-l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le
-gioie della colpa. A poco a poco egli perdette, così, la baldanza, il
-coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne
-scoprisse il segreto e l'intenzione.
-
-Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto più gli diminuiva la speranza,
-tanto più cresceva in lui la bramosia di essere soddisfatto.
-
-Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua
-bella fioritura. Come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
-certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva
-negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! Il
-desiderio sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
-affaticava l'animo del valletto non più riposato nei primi propositi;
-e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
-insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;
-avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione
-sconsolata.
-
-Avvenne che una mattina, montando il suo cavallo migliore e seguito
-da scudieri in vesti nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
-Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal valletto con penoso
-e lungo desiderio, tuttavia appena il signore fu scomparso al basso
-del colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della felicità se
-l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non
-volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto,
-provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò
-tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
-
-E il sole cadeva che non aveva ancora trovato il modo acconcio per
-incominciare. Quando però, la sera, si fu accorto che la padrona
-era entrata nelle sue stanze, non più dubitando salì, s'introdusse
-guardingo, spinse francamente quella porta.
-
-Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la
-cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo
-e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: —
-Vieni, vieni. Cosa vuoi?
-
-A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda che s'era proposto
-di far dopo, e raccolto il fiato bastevole per non restare a mezzo,
-chiese:
-
-— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa
-chi amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
-o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe
-savio?
-
-La domanda piacque a madonna, lieta non ostante l'assenza del marito;
-e per burlarsi del ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un
-valletto, purchè fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi
-ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
-almeno compassione.
-
-Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole e quasi ebbro di gioia
-esclamò: — Madonna Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per voi!
-Aiutatemi, madonna!
-
-La dama non rise: non credè che il ragazzo volesse burlarsi lui di lei,
-perchè gli scorse la passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
-lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò severa: — Ah, ma
-tu sei matto! Che mi vai cicalando con le tue fole? Che so io dei
-tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho risposto? Vattene,
-vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!
-
-Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse. Nel
-tumulto dei pensieri, ebbe forza di cercare la suprema invocazione alla
-pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia
-quasi di vendetta all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
-così, e la colpa è vostra. Perchè non mi ammazzate piuttosto? Meglio
-morire!... In fe' di Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
-accontentato! — E con un'angoscia che pareva lo strozzasse, uscì di là.
-
-Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che gli è venuto in mente a
-quel ragazzo?»; poi, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè:
-«Cosa gli è venuta in mente?»; infine, si distese sotto le lenzuola e,
-come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, col riso
-su le labbra.
-
-Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,
-per non piangere si dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
-occhio prima d'essersi convinto che la prova che si era imposta era
-degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che davvero gli metteva
-in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica, quasi
-pena a riandare il fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
-un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un grosso errore, fino
-un'azione da ragazzo; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che
-modo comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli diè ragione; gli
-rinfocolò la fantasia; gli fece parer eroica la deliberazione presa.
-Quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — segnava lo
-stomaco —; non potrò più mangiare. — E non si alzò.
-
-Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingoia nulla —
-risposero. Nè egli cedè ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
-dì una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che
-faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli occhi
-e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse,
-dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini neri
-e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina tra altri ancora rossi ed
-in agresto: egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo
-respinse.
-
-Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non
-cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose per la
-stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
-
-— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
-
-— Perchè? — chiese con simulata indifferenza la padrona.
-
-Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù neanche un granello d'uva.
-
-Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò alla cameruccia del valletto.
-
-Stava il valletto con le palpebre abbassate perchè nel languore
-dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il
-viso stanco e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della dama,
-riconoscendola.
-
-— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
-
-Egli disse:
-
-— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione di me!
-
-Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai
-mai grazia nella bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
-al bene che il padrone ti vuole? È questa l'affezione che gli porti?
-Tornerà....
-
-— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato più che ardito.
-
-— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!
-
-— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
-
-La dama uscì col proposito di dire ogni cosa al marito appena fosse
-giunto. Però, intanto che cuciva, ebbe timore che il marito la
-rimproverasse d'aver tentata per capriccio e accarezzata in qualche
-modo la folle passione del valletto; e a nascondergli la verità, non la
-rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e
-con premure? Che imbroglio! Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
-
-Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno scudiero venne ad
-annunziare che il castellano arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi
-sa — riflettè madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la
-vergogna?»
-
-Così quando nel tinello, in cui su la tavola imbandita col più ricco
-vasellame fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli
-disse: — È a letto da tre giorni, e non tocca cibo, per un capriccio.
-Provatevi voi a rimettergli il giudizio.
-
-Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo seguì.
-
-— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
-
-Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco, che non mi va giù
-niente.
-
-— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non è vero! Per il male che
-ha, potrebbe mangiare, — Poi rivolta a Ugo disse: — Adesso io gli dirò
-perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
-
-— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. Raccoglieva gli
-spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque
-quella risposta così franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della
-moglie, già incolpava la moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
-soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia
-camera mentre mi spogliavo.... —; onde il sire capì che il torto era
-proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò impaziente.
-
-La dama invece tornò a chiedere al valletto:
-
-— Mangerai?
-
-Egli, che era risoluto di morire, negò ancora col capo, sospirando.
-
-— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e lui venne da me, tutto
-strano, a domandarmi.... Imaginate!
-
-— Insomma! — fece il sire.
-
-— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima volta. E per l'ultima
-volta: — No! — ripetè forte Ugo, che teneva fissi gli occhi negli
-occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento,
-riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza più badarle, come
-nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera afferrò il
-braccio del valletto e gridò bieco: — Cosa le chiedesti?
-
-Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore
-rendeva ineluttabile; disperato amore, più forte della morte; tale,
-che madonna Ginevra ammirandone la fermezza minacciosa insieme e
-supplichevole e temendo a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
-marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,
-dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
-giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
-
-— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone pellegrino, che non
-dareste a nessuno, nè a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
-averlo, s'è impuntato a digiunare.
-
-Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise
-e disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia!
-Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, uscì.
-
-Ma la dama prima d'andarsene si fece più presso a Ugo, che la speranza
-aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
-
-— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — Meglio
-che con le parole ella prometteva sorridendo con uno sguardo lungo e
-tenero come una carezza.
-
-Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
-
-
-
-
-In Arcadia.
-
-
-Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta miglia da Bologna
-e dieci dal men grosso paese, Castello. La strada che vi menava una
-volta era per lungo tratto il greto del fiume Idice, e poi una carraia,
-stretta fra balzi e rotta spesso da lavine, della quale non avrebbe
-potuto rendersi comparativa idea neppure chi avesse vista una via di
-Milano scomposta per prova di un nuovo pavimento. Ma, or è qualche
-anno, fu condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale che
-passando di lassù doveva contribuire anch'essa ai fatti di questo
-racconto. E lassù, dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
-aperto davanti e al di sopra di colline o più basse montagne, di cui
-una ha nome dall'antica Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
-cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, di San Giorgio
-e di Cignano. Fra i castagneti appaiono le case bianche; tra balze,
-fratte e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai dì sereni si
-distende in nitido e obliquo letto per la plaga occidentale, alla
-pianura.
-
-Di forestieri a Rioronco non capitano che i carabinieri, a quando a
-quando, o, pur troppo, il cursore del comune. La scuola è distante e
-fuori della strada nuova. Un giornale vecchio d'un anno, se pervenga a
-chi sa leggere, è un foglio pieno di meravigliose novità.
-
-Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria serve da spaccio
-d'ogni genere; fin di sigari toscani, i quali, stagionati come sono,
-mitigherebbero il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
-
-Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti che, se non ci si
-metta la malattia della foglia, producono assai, e le belle vigne,
-che, se non le guastano malanni delle foglie e del grappolo, producono
-assai; oltre la terra fertile di formentone e di meliga, il rio Rosso
-ha per i più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche anguilla e
-tanti ranocchi!
-
-I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; ciò e un pugno di
-canne le quali, accese, bruciano adagio e alla cui fiamma quelle
-curiose bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e di fra le
-alighe il capo stupefatto, e restano immote, fisse, incredule ai loro
-stessi occhi, non si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella luce
-con l'aurora, o credono a qualche scientifica scoperta degli uomini; il
-fatto sta, che nell'estasi sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
-al ruvido contatto della tela con le loro membra tenerelle, imparano
-giù prima d'esser fritte che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
-delle illusioni.
-
-Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto Rosso per le sue
-sabbie bionde, ma senza traccia d'oro —, si prendono trattenendo
-con una chiusa la corrente e con le pale gettando l'acqua fuori
-del borrone finchè questo rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli
-uomini afferrano anguille che si appiattano nella melma e pesci che si
-raccomandano a bocca aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
-e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo su le bracie come eroi
-che tentino uno scampo senza voltarsi indietro.
-
-Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano oggigiorno neanche
-i boschi di Rioronco; tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che
-in pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci e trappole e in
-primavera fan posta ai nidi con la poetica speranza d'allevarsi in
-gabbia o un cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale di solito
-— ingozza che t'ingozzo — basisce per il troppo pane biascicato che gli
-s'impartisce con troppo buon cuore.
-
-Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a Rioronco un solo
-omicidio: una baruffa vi è un avvenimento come un furto di pollaio;
-intorno al quale di casa in casa si discorre per un mese, e del quale
-non si fa denuncia poichè quasi sempre si sa da tutti in che pentole
-quelle due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi vi sono
-corrotti come nei paesi dove le mamme fan la guardia alle figliole
-fidanzate. Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente manìa
-per cui dopo sette, o otto, o talvolta nove mesi di matrimonio, i
-padri cercano nel lunario e propongono alla moglie puerpera i nomi
-più strambi e difficili, da storpiare barbaramente sul neonato o sulla
-neonata che vanno a battezzare.
-
-
-I.
-
-Nella felice terra di Rioronco viveva ancora, pochi anni sono, un
-patriarca: un alto e forte vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia
-tutta sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza far ridere
-alcuno portava le brache corte, con le calze al ginocchio d'estate e
-con le ghette d'inverno; e in famiglia poteva contare con la moglie,
-vecchia meno di lui ma già imbecillita, tre figli, tre nuore, un
-genero, una quindicina di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
-in qualche modo all'assenza di due cugini soldati, aveva preso moglie
-anche lui, rendendo bisnonno il vecchio Carlone.
-
-Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi avi, governava
-tranquillamente e assolutamente come quello nella cui volontà e nelle
-cui tasche trovavano regola ed equilibrio le spese della casa e le
-rendite della terra coltivata da tutta la famiglia. Egli vigilava
-ai lavori; parlava poco con i figlioli; era aspro con le donne,
-complimentoso col curato, loquace con gli amici, terribile con i
-ragazzi e buono con i bambini che, seduto nella panca sotto il moro,
-elevava qualche volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare _trotta
-trotta, cavallon_, e farli ridere.
-
-Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre usava sedere a capo di
-tavola con gli uomini attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
-prima comunione: i minori mangiavano dopo con le donne. E per la rigida
-osservanza al vivere antico, e per la sua religione e per l'esperienza
-dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia d'una supremazia che
-gli aveva meritata rinomanza pure nei dintorni.
-
-Quand'egli si assentava — ma di rado e solo per la fiera al paese o
-per qualche grossa vendita in città — la Cà scura si commoveva in
-un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini, chi scappava
-all'osteria, chi dall'amorosa; mentre i ragazzi correvano a vuotar
-borri nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le nuore sfogavano
-le ire e le gelosie per lungo tempo contenute; sicchè il tiranno, che
-partendo era stato salutato da sospiri di sollievo, tornava non solo
-temuto come giudice, ma desiderato spesso come salvatore. All'annunzio:
-— c'è il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura cadeva di subito in una
-quiete conventuale.
-
-Tornava Carlone dalla città tutt'intronato, stanco, con l'oscura
-e quasi atterrita coscienza della sua prossima morte, perchè in
-quelle ore laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo; e col
-pensiero avvinto alle cose vedute pativa un fastidio da cui stentava
-a liberarsi. Se gli affari gli erano andati a modo, si consolava alla
-vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù, hanno il vapore che
-ha avvelenata l'aria, ed hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
-meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano andati male, allora
-lamentava: — Noi diciamo che si stava meglio una volta; e a Bologna
-dicono lo stesso: che si stava meglio una volta. Dunque la gente a
-questo mondo non la trovo mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un
-povero ignorante; e per più giorni faceva il cattivo in casa, quasi
-temesse d'aver perduta o temesse di perdere l'autorità famigliare.
-
-Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli la fatica di
-viaggi alla città, ecco che ad amareggiare gli ultimi giorni del
-patriarca venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un conte pontificio,
-ch'era morto a Roma e a Rioronco non si era visto quasi mai. La strada
-nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso dell'erede: alla
-massiccia Cà scura s'opponeva, nell'estimazione pubblica, il nobile
-Palazzetto, di recente restaurato; alla supremazia del vecchione
-minacciava di succedere la supremazia di quel signore patito e
-guardingo, che i contadini dicevano cattivo come il loglio.
-
-Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso che gli si era dato
-a conoscere per uno dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
-i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha preso Rioronco per un covo di
-ladri?
-
-Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle carraie; tese reti
-metalliche lungo la strada; piantati pali con su la scritta «bandita».
-E il curato: — La moglie del signor ingegnere veste cinque bambine
-per la cresima.... Il signor ingegnere ha mandata la panca per la
-chiesa.... Il signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. —
-Dopo il ristauro della villa, ristauravano anche il piccolo oratorio di
-Sant'Anna, di fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che brava
-signora!...
-
-Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa, mal fa; chi non guarda in
-faccia, non è sincero; non mi fido io di colui!
-
-Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto, il cursore del Comune
-venne alla Cà scura con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
-dal sindaco.
-
-_A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo num. 12 del
-Regolamento...._ etc..., _s'intima al signor Carlo Carli il taglio,
-nel suo predio denominato la Zucca, di tutti i rami di quella quercia
-che impediscono la viabilità della strada comunale in Ronco..._, con
-minaccia di _dar corso immediato agli atti di contravvenzione...._
-etc....
-
-Parve a Carlone di ricevere un pugno su la testa. Rosso d'ira fe'
-portare da bere all'uomo; poi chiese:
-
-— Oh perchè non han mai detto niente prima d'oggi?
-
-— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
-
-E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui, indifferentemente, si
-difendeva dalle lagnanze, dalle minacce e dalle proteste:
-
-— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
-
-Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non ne passano, e la quercia non
-arriva alle birocce.
-
-— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà ombra a qualcuno. —
-Poscia, con la stima d'ogni servo per chi lo paga, il cursore aggiunse:
-— Le leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma in Comune non se ne
-ricorderebbero se un qualche furbo di tanto in tanto non ci avesse
-tornaconto a metterle in memoria al Sindaco e alla Giunta.
-
-— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava il vecchio.
-
-Il quale, appena se ne fu andato il messo, chiamò i figlioli e il cane,
-li mandò a provvedere in fretta un «arrostino», quantunque fosse ancora
-tempo di caccia vietata, ed egli recò la biada alla sua mula.
-
-A cavallo, discendendo poco dopo, preparava il discorso per convincere
-che la quercia non faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
-prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando brontolando e rammentando
-che al tempo del Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
-folte, che era una delizia, giunse la sera al paese. Naturalmente, in
-vista dell'arrosto, il segretario promise di interporre la sua autorità
-perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso due o tre giorni
-dopo.
-
-E naturalmente quando Carlone de' Carli venne per la risposta, apprese
-che l'arrosto era stato squisito e il sindaco irremovibile.
-
-
-II.
-
-Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare la bella quercia, che
-rivedeva uguale nei ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
-alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare il frusto di pane,
-riposavano nei caldi meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
-i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto, perchè un intruso
-lassù non ne aveva una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
-mutilarla nelle braccia la feconda, la buona quercia che dava tante
-staia di ghiande ogni anno!
-
-Col dispiacere d'imaginare le membra recise, Carlone pensava le parole
-di coloro che nel transitare per la strada osserverebbero quello
-strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così bella quercia! —; e i
-cattivi: — Ah, ah! gliel'han fatta a Carlone della Ca' scura! — E in
-lui era il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come d'un'offesa
-atroce, d'uno sfregio ignominioso contro non solo a lui ma a tutta la
-sua famiglia, ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi pronipoti.
-
-L'albero resistente e poderoso, per cento e cento anni ancora dopo la
-sua morte attesterebbe, così deturpato ad ogni primavera, l'antica
-sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione, di tanto in
-tanto rinnovata, a una lontana ingiustizia e a una remota provocazione
-dell'invidia e dell'orgoglio.
-
-Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse buttata giù, troncata di
-colpo, il fulmine!
-
-Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando allo sguardo altrui,
-andava alla quercia a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio il
-fulmine! meglio una saetta!
-
-E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava l'intimazione del
-sindaco e diceva: — Bisogna rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva
-il capo quasi minaccioso rispondendo:
-
-— No!
-
-— Andremo incontro a dei guai....
-
-— No!
-
-Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse ai tre figli e al
-nipote maggiore:
-
-— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E quelli compresero che
-a tagliarla preferiva abbatterla, e tacquero.
-
-Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno, che precedeva per il
-sentiero, si rivolse:
-
-— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
-
-Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad aprire la buca, ampia,
-intorno al pedale che tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
-assisteva immobile con le mani in tasca. Apparvero lombrichi; apparvero
-fra la terra gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo scavar
-delle vanghe restavano recise con netto taglio, o, tócche, si spelavano
-bianche come serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima radice
-di un rosso terrigno, grossa quanto un braccio. Scalzata che fu con
-i picconi, Carlone recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
-passeri che s'inseguivano dalla siepe, non impauriti da quel battere
-della scure, volarono su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
-lontane.
-
-Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca: scoprirono a destra,
-più giù, un'altra radice più grossa, che il primogenito tagliò. E
-poi un'altra. E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano di
-quelle radichette bianche, lisce, umide come serpi, con qualcuna delle
-vecchie nera e marcita.... E poi un'altra, rubesta.
-
-Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in piedi, immobile,
-all'apparenza impassibile, ordinò al nipote di poggiare la scala e di
-salire a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto. La faccenda
-fu lunga. Dopo di che, tornarono all'opera.
-
-Uno chiese se venderebbero anche il ceppo; ma il padre non rispose. E
-di quelli che frattanto passarono per la strada, fu uno che attese e,
-ricambiato un saluto, disse:
-
-— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un bosco!
-
-Esclamò un altro:
-
-— È campata abbastanza, eh, Carlone?
-
-— Abbastanza! — rispose.
-
-Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere, il vecchio disse:
-
-— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo a disturbarvi nei vostri
-interessi!
-
-Quegli rispose:
-
-— Avete ragione, avete; — e proseguì.
-
-Dopo un'altra ora la buca era già così profonda che a ogni nuova radice
-recisa, tre degli uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
-forza contro il fusto per tentare se non rimaneva che il fittone.
-Indarno: non ancora il fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
-mezzodì — ebbero certezza che sola la radice maestra rimaneva.
-
-E il vecchio disse:
-
-— La mannaia a me!
-
-Discese lui nella fossa: cominciò a colpire; mentre i figli ai capi
-della corda, lontano, tiravano, squassavano.
-
-Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice di quella vita
-gigantesca cadevano i colpi del fiero vecchio. Quando il taglio fu
-innanzi, Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma l'albero non
-voleva cedere; invano s'incitavano l'un l'altro.
-
-— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando un grido per avviso allo
-sforzo concorde....
-
-Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia troncato: poi, subito
-dopo, uno schianto molteplice, diverso, confuso e pieno di tutte le
-vette, di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono la terra
-madre; e parve che l'immensa pianta si sfasciasse tutta quanta,
-cadendo.
-
-Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto rosso s'asciugò,
-tra il sudore, due lagrime.
-
-
-III.
-
-Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il curato. Era questi un
-buon prete, superstizioso e religioso a un tempo; un po' asprigno e
-cocciuto anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, un po' sporco,
-perchè tabaccando non spazzava il tabacco rimasto dalla presa sul
-panciotto più rosso che nero; ma abbastanza affezionato al suo gregge
-e al suo ovile e amico a Carlone de' Carli, col quale da anni e in
-ogni stagione faceva la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
-del moro o sotto il portico del forno o nella stalla. Veramente nei
-primi anni di cura la prevalenza del vecchio aveva urtato il parroco
-e quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto però egli si era
-convinto che disgustarsi Carlone sarebbe stato come disgustarsi tutta
-la parrocchia e che non potendo contrastare a un avversario, conveniva
-preferirne l'amicizia. Carlone inoltre era liberale verso la chiesa;
-e il figlio maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
-di San Vincenzo», che s'era estesa per le parrocchie vicine; e tra le
-donne della Ca' scura si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
-«rettora».
-
-Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, súbito il curato
-dubitò d'una rivalità fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
-da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende ecclesiastiche pur
-in campagna, nè dubitò che tra i due litiganti resterebbe lui con la
-testa rotta quando non riuscisse a barcamenare. A ciò non era molto
-abile, e piuttosto che giovare, nuoceva alla sua intenzione onesta
-con far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo troppi elogi
-di Carlone: nondimeno volse il mese da che le radici della quercia
-eran state messe al sole senza che il conflitto avvenisse. Per poco il
-curato non imbaldanziva; non gli pareva più tanto difficile navigare in
-buone acque fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere e la sua
-ottima signora se n'andrebbero, grazie a Dio, di villa in città.
-
-Ma egli non pensava a San Michele, che viene ai 29 di settembre; o
-meglio, non prevedeva che dovesse recargli noie proprio la maggior
-festa della parrocchia. Quell'anno non era stata scelta alla Ca' scura
-che la priora; e rettora sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
-Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
-
-Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo ma così petulante, venne in
-canonica, ed entrato nel discorso della prossima festa, espose chiaro
-e tondo il desiderio che la processione si recasse all'oratorio da
-lui fatto restaurare; come a dire che San Michele facesse una visita a
-Sant'Anna.
-
-A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi quale un cavallo che
-adombri, esclamò in quella sua maniera un po' rude:
-
-— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
-
-Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una
-viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che
-conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde
-composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di
-miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi
-dunque se si poteva mutare itinerario!
-
-Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di
-arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a
-lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere
-quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi
-dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la
-gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che
-la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse:
-
-— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io
-sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
-una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di
-grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
-non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle
-autorità civili.
-
-«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....»
-Forse Carlone si persuaderebbe....
-
-Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima
-gli era parso e aveva detto impossibile.
-
-Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo
-prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita
-senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su,
-Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....;
-— quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola
-per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio,
-e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e
-riconoscerne senza profitto l'autorità.
-
-Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura
-zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
-addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto!
-
-— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco
-—; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi
-come gli altri anni....
-
-Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di
-chi stando su l'avvertita discopra il tiro.
-
-Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
-
-— Andremo all'oratorio....
-
-Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il
-pugno sul deschetto, gridando:
-
-— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io,
-glielo dica a mio nome, non se la cava!
-
-— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira.
-
-Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono.
-
-.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino
-alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero.
-Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano
-entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si
-fermò.
-
-— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento.
-
-— Addio — rispose duro il prete.
-
-— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel
-che ho detto.
-
-Ma il prete si rivolse:
-
-— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa....
-
-Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi
-ponendosi la mano al petto:
-
-— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste
-io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si
-mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo
-più!
-
-— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è
-un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di
-sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre
-a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi?
-
-Ribattè, umile, il vecchio:
-
-— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è
-solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo
-garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone
-della Ca' scura!
-
-Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza
-quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
-e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse
-meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo
-estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta.
-
-— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più
-un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un
-momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una
-parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato
-si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le
-prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla
-madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna....
-
-— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito
-arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_
-gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri.
-
-Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio.
-
-— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci
-penserete voi....
-
-— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna!
-che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità
-e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due,
-prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse....
-
-— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva
-toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza
-tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
-parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che
-ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!...
-Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse
-la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare
-all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
-Ci conosciamo da un pezzo noi due!
-
-Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma
-torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
-vincerà la seconda.... E schiavo suo!
-
-Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per
-un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera:
-
-— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un
-cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato
-il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che
-otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo
-all'oratorio.... Siete contento?
-
-Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità!
-
-— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor
-prepotente! oh, se la vedremo!
-
-
-IV.
-
-Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace affretta i preparativi
-a combattere e occupa con mosse rapide il campo di battaglia. Invece il
-curato di Rioronco se ne stette fino a sera colle mani in mano, irato e
-incerto sul da fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, il pretino
-ch'era in pratica da cappellano e che essendo tutto dolcezza, tutto
-tenerezza, egli giudicava un uomo nato fatto per andare in Paradiso in
-carrozza: ossia un buono a nulla.
-
-Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, andando e mandando
-subito i suoi in giro per la parrocchia, riuscisse meglio al suo
-intento e prontamente componesse quel partito che nella storia del
-luogo fu poi detto il «partito della Madonnina». Si sa che Carlone
-aveva molti amici ligi per interesse e per soccorsi o consigli
-ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i quali alla lor volta
-contavano fratelli e sorelle ch'eran mariti o mogli in altre famiglie;
-e aveva nipoti già ambiti per amore e per nozze in altre case; così
-una metà forse dei parrocchiani, costretti dalla consanguineità o
-dall'utile o da vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
-alcuni anche giurarono quella stessa sera che la processione di San
-Michele non muterebbe cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
-di Carlone, dirigeva come si è detto, la «Compagnia di San Vincenzo»;
-onde bastò che Procolo facesse passare da compagno a compagno la voce
-di resistenza al prete, perchè in poche ore il drappello più vistoso e
-più solenne della processione fosse tutto avverso al nuovo itinerario.
-
-E quando, la mattina dopo, il cappellano, la Perpetua, il campanaro,
-la moglie del campanaro che con la Perpetua aveva faccende commerciali
-d'uova e di polli, il becchino, il falegname che costruiva le casse da
-morto e che aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
-che serviva da sagrestano e da chierico, quando insomma tutti coloro
-che avevano buone ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
-missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, resterebbero
-al «partito di Sant'Anna» una dozzina di «figlie di Maria», il
-vessillifero, lo «scalco» che porta il mazzuolo del comando, uno
-dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini dell'ingegner
-Stoia e pochi più altri! Imaginarsi la rabbia del curato, il quale
-era tornato tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando di
-ottener dal prete quattrini a frutto per il marito fittavolo — gli
-aveva detto francamente che aveva ragione lui; e che la priora, nuora
-di Carlone de' Carli, era stata invano a tentarla; e che lei andrebbe
-all'oratorio, o non andrebbe in processione.
-
-Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva che contrastare
-a Carlon de' Carli gli pareva tempo perso ed esortava a cedere,
-inasprendo sempre più il curato.
-
-— Perchè non avvisa le autorità? — chiese il falegname.
-
-— Bravo! — risposero a una voce il curato e il campanaro. — Le autorità
-proibirebbero la processione per sempre!
-
-— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: proposta che fece
-ridere amaramente. Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
-
-Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle minacce spirituali:
-
-— Una bella predica!...
-
-Ma il campanaro, più pratico, oppose:
-
-— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che noi facessimo per amore
-quel che gli altri faranno per forza....
-
-Alla parola d'amore il cappellano chiese:
-
-— Cioè?
-
-— Che la processione andasse tutta insieme fino alle due strade; e
-dopo, una parte alla Madonnina e l'altra all'Oratorio; e dopo....
-
-— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando la voce. — Credete voi
-che si rassegnino, loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
-noi senza il Santo?
-
-Ma come il campanaro si grattava la testa perchè non sapeva ribattere,
-il cappellano raccolse lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
-si alzò in piedi.
-
-— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! Accomoderò tutto io! —
-E si accomodava il nicchio in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
-torno!
-
-— A far che cosa? a far che cosa? — domandava il parroco.
-
-— Lasci fare a me!
-
-La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla finestra di cucina al
-pretucolo che usciva, e mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
-lui, povero don Sigismondo!
-
-Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, fu lui che piegò
-Carlon de' Carli. Gli piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
-Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia o viva la Spagna, è lo
-stesso! — E parlò senza ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
-Sapeva che se la domenica prossima accadessero dei guai, il signor
-curato, che aveva il solo torto di essere un po' cocciuto, avrebbe
-disgusti gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; eran da prevedere
-fin processi penali in cui Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più
-addolorava don Sigismondo il pensiero dello scandalo. La parrocchia
-di Rioronco era stata sempre una famiglia sola, a cui Carlone aveva
-dato sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, perchè gli
-animi erano riscaldati molto in quella divisione; se, Dio liberi!, si
-ammazzassero, che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi non avrebbero
-il curato e lui, Carlone?... Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le
-lagrime agli occhi.
-
-Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io nè i miei, con tutti i
-nostri, non andiamo all'oratorio, io per me son disposto a tutto! —
-Quindi temendo d'aver detto troppo e di parer debole, aggiunse con
-foga: — Anch'io avrei rimorso se succedesse qualche lite; anch'io sarò
-sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma piuttosto che andare
-all'oratorio, don Sigismondo, andrei in galera; andrei (si fa per dire)
-all'inferno!
-
-Dio liberi! parlare così quando c'era il modo di accontentare tutti!
-Bastava andar tutti insieme fino alle due vie; di dove il partito
-di Sant'Anna discenderebbe all'oratorio e il partito della Madonnina
-salirebbe per la carraia, all'olmo; e dopo, riunendosi per l'ultimo
-tratto, ritornerebbero insieme come prima.
-
-— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo l'osservazione
-del vecchio. — Resterete per un poco senza il Santo. Ma gli altri
-non resteranno senza la «Compagnia»? E voi non potreste onorare la
-Madonnina con una bella «fioriera»?
-
-In un contorno e sotto una corona di fiori di tela, che sembrerebbero
-veri e freschi, la Madonnina dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
-parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese che quello era
-il mezzo per far onore a sè stesso; vide subito che la sua autorità
-ne riuscirebbe non diminuita, ma accresciuta; pensò che per tal modo
-castigherebbe il curato e umilierebbe l'avversario.
-
-— Faremo così! — disse.
-
-E tosto la voce della pacificazione si sparse; e tutti ne furono
-lieti. Gli ardimentosi convertirono l'ardore pugnace in un ardore di
-emulazione e in una speranza di maggior festa; gl'incerti, che non
-eran pochi, parteggiarono a viso fermo senza paura di danni; le mogli
-e le madri che già avevano esortati i mariti o i figli a restare a
-casa, o li avevano imaginati feriti o morti, ringraziarono il Cielo
-e benedissero San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono contenti:
-fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza della vendetta e della
-ribellione; il superstizioso panico di un'offesa religiosa; il peso
-della violenza meditata e preparata; il dubbio della sconfitta e della
-vergogna.
-
-Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono che
-l'ingegnere darebbe spettacolo di fuochi artificiali, di cuccagna e
-di palloni; che Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
-e musici; e che per la «fioriera» Procolo era andato a Bologna; e che
-dalle parrocchie vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi con
-i compagni di San Vincenzo. Insomma: un'aspettazione grande e gioiosa
-quale non c'era stata mai.
-
-Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono più di tre e per
-cagioni intime. Primi: Samuele soprannominato il Moretto e Canuto il
-sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano entrambi una
-ragazza meritevole in modestia di star fra le «figlie di Maria» e nello
-stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati in una volta.
-
-Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della festa.
-
-— Tu per chi sei? — domandò con aria di noncuranza il Sartoretto.
-
-Il Moretto, che già conosceva l'opinione della bella, rispose:
-
-— Per Sant'Anna. E tu?
-
-— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, aggiunse: — Tu però
-faresti meglio a star con quelli della Madonnina.
-
-— Io sto con chi mi pare!
-
-E il rivale proseguendo per la sua strada:
-
-— Oh oh, che aria tira, stasera!
-
-Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; perchè in fatto di
-donne e gelosie, tutto il mondo è paese.
-
-Malcontento anche era rimasto quel contadino dell'ingegner Stoia a
-cui Carlone, quando abbattevano la quercia, aveva ingiunto di tirare
-innanzi senza pensiero degli affari altrui. Quegli aveva sperato di
-venire a dirittura alle mani e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi
-il padrone disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar soldi chi
-schernisse, la domenica, Carlon de' Carli. Uno scherno per cui gli
-calasse la boria: non già da fargli del male.
-
-E il bottegaio, che aveva tanto professata e vantata la sua neutralità,
-per far quattrini strinse in segreto patto i suoi tre avventori più a
-corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva indole non del tutto
-buona; Anacleto dell'Orto (attenti ai nomi!), un millantatore; e
-Silverio detto, per scempiaggine, il Chiù.
-
-È vero che questi avevano promessa fede a quelli della Madonnina, ma di
-ciò non è a far gran caso; giacchè anche per simile genia di fedifraghi
-o traditori, tutto il mondo è paese.
-
-
-V.
-
-Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle
-sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi
-godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei
-vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo
-nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso)
-sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti:
-All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di
-buona volontà!
-
-Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente
-bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa;
-significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi
-di onorare pomposamente il Santo.
-
-Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi;
-orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più
-orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo
-bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo
-giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie
-di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre,
-bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di
-San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le
-mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti.
-Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato
-degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si
-mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla
-Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e
-lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la
-processione partiva dalla chiesa.
-
-In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della
-Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là,
-immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi
-avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della
-folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un
-disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde
-che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di
-ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo
-a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero
-o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San
-Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia
-di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia
-del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro
-la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
-di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le
-lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
-schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo
-ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: —
-aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e
-alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della
-musica. E si avviarono anche i preti col Santo.
-
-Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano
-lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
-furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come
-per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e
-l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce:
-— Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno.
-
-L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani
-c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa
-stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far
-all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno.
-
-— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I
-ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a
-l'è coula!
-
-Ribattè il toscano:
-
-— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine
-pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari!
-Dunque s'ha ire 'on esti!
-
-Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando:
-
-— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
-
-Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando
-la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri
-possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro
-non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
-
-— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun
-_ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno
-con questa grave parola. Invece l'altro:
-
-— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più
-scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là!
-
-Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava
-ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
-grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un
-giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più
-vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico
-per il cognome:
-
-— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
-
-— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo'
-mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno
-appuntao!
-
-— Cribio!... Rappaini, andouma!
-
-— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a
-sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
-su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava
-l'amico.
-
-Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da
-spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese:
-
-— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'....
-
-S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
-
-— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio,
-che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se
-le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro!
-
-L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto
-dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle
-processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
-
-— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di
-esti nè di elli!
-
-E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere
-stato vinto, alla fine esclamò ridendo:
-
-— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na
-foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
-lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le
-ginocchia la borsa della corrispondenza.
-
-Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più
-loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già
-scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di
-Rioronco....
-
-— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
-
-— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva
-la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
-vivere di rendita, disse:
-
-— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza
-della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
-sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza....
-
- *
-
-.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese
-un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
-all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di
-non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il
-torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di
-Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose
-imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta
-rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
-alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva
-il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
-dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare
-tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele
-s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui
-erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e
-il cappellano diede l'ordine del ritorno.
-
-Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali
-prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero
-lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi
-le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione
-fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per
-alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si
-ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila.
-Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si
-disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»;
-mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
-della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente
-interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con
-le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco.
-
-Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto,
-d'improvviso, affrontava il rivale e diceva:
-
-— Cosa pretendi tu?
-
-— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via,
-milordo, che è ora!
-
-Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e,
-accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna
-a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad
-arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a
-una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che
-speravano dividere i contendenti.
-
-— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
-
-Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva
-don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il
-crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima
-avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
-litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il
-mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli
-e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato;
-e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il
-vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco.
-
-Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse
-perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i
-sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il
-Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno,
-senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
-voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia;
-addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso!
-addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da
-orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai
-figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi
-confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina;
-e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le
-mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva
-generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle
-donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando....
-
- *
-
-.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina
-era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta,
-Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i
-traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di
-precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio»
-avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone
-aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si
-credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci,
-in coda.
-
-— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto:
-
-— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
-
-E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti!
-Saranno quaranta solo quelli di San Martino!
-
-— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si
-direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa....
-
-— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo.
-
-— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
-
-Allora Anacleto, lo spaccamonti:
-
-— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
-
-— Paura io?
-
-— Paura io?
-
-— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
-
-— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti
-meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
-
-— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
-
-Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non
-udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
-informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico
-da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno
-di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i
-critici della storia non avrebbero più niente da fare.
-
-Quel Tizio domandò:
-
-— Cosa avete, ragazzi?
-
-— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
-
-— Avete bisogno d'aiuto?
-
-— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore,
-sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il
-gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e
-musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni
-la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente
-affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero;
-al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già
-ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai
-rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine.
-
-Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera»
-come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti
-innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta
-alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non
-vigilasse.
-
-Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida,
-ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche,
-ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del
-muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si
-rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da
-tener a posto questo qui.
-
-— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro
-in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
-risponde: — Dicevo così per ridere....
-
-Tutti vorrebbero sapere:
-
-— Cosa c'è? Cosa c'è?
-
-Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei
-fedeli:
-
- _Maria, mater gratiae...._
-
-Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando,
-oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
-il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo
-gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo
-l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa
-del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca
-soccorso....
-
- _Mater misericordiae...._
-
-Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per
-metter pace.
-
-— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma
-come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei
-cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io,
-Carlone!
-
-Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui?
-Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: —
-Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
-aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati
-dall'ingegnere! Traditori! Addosso!
-
-E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano
-in faccia; spengono le torcie per usarle come armi.
-
-— Dalli a quelli di San Martino!
-
-— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere
-scampato dalle mani del muratore.
-
-— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto.
-
-— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere.
-
-E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio»
-si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri
-sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le
-mani nei capelli....
-
- *
-
-.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente
-l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una
-_tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
-
-— Hai udito?
-
-Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla
-viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano
-grida e braccia chiamando, terribili:
-
-— Correte! correte!
-
-I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e
-il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
-giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose
-invocavano....
-
-— _Cuntacc!_
-
-— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio!
-
- *
-
-Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
-
-Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava
-in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore
-della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano
-raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei
-monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le
-fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi
-per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che
-soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli
-steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante
-dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste
-di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col
-capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi
-russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire
-un respiro immenso di tregua e di riposo.
-
-A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva
-volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non
-udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando
-se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo
-di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo
-spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non
-più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan
-ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
-men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè
-Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del
-diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E
-quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il
-buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di
-sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
-
-Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli
-raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da
-prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il
-diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
-nascosta in quella «fioriera»?
-
-Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato,
-non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla
-Madonnina per domandar perdono anche lui!
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- Il suicidio del maestro Bonarca Pag. 1
- La giocatrice 20
- Doni nuziali 41
- Dall'Eldorado 63
- Il cappello del marito 105
- Efficacia d'una giarrettiera 124
- La fortuna di un uomo 133
- Una “scampanata„ 201
- Il polso 217
- Come finì la Modestia 230
- L'entusiasta punito 243
- L'agnello 251
- Il falcone 260
- In Arcadia 272
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
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-
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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 *** + + Novelle umoristiche + + DI + + Adolfo Albertazzi + + + _Humour_: il bell'umore e il buon umore + e il malumore insieme contemperati. + + TOMMASEO. + + + IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI + NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO DEL MARITO. — + EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA FORTUNA DI UN UOMO. — + UNA «SCAMPANATA». — IL POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. — + L'ENTUSIASTA PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. IN ARCADIA. + + + + MILANO + FRATELLI TREVES, EDITORI + 1914 + + Nuova edizione riveduta e corretta. + + + + + PROPRIETÀ LETTERARIA. + + I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per + tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. + + Milano. — Tip. Treves. + + + + +Il suicidio del maestro Bonarca. + + +I. + +Felicità è una vana parola? — Persona alta e forte; baffi neri e fieri; +voce baritonale e, se bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio bianco +al kepì; spada al fianco e assisa quasi militare; saluto alla militare +dai subalterni; dominio sul palco in piazza a dirigere la banda nei +giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni e nei trasporti +funebri; direzione dell'orchestra in teatro; autorità di maestro sui +cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino notevole; stipendio +sufficiente per una vita tranquilla; tranquillità di scapolo: tutto ciò +dovrebbe pur bastare a rendere felice un uomo! + +Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori dell'essere caduto in +miseria da tanta sua felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni +creditore, benefattore con o senza usura, corre il pericolo che il +beneficato ponga fine al debito ponendo fine alla vita. + +Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione l'ambizione; e +debolezza la confidenza nel nostro ingegno, non meno che fallaci, +insani sono i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia e la melodia +di cui risuoni l'anima nostra. Infatti quando il maestro Bonarca non +avesse dato ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non si sarebbe +incamminato mai verso il canal Torbo con il proposito d'affogarvi. + +Fu così: In poco tempo aveva composta la _Sposa selvaggia_ +(centocinquanta lire al poeta del libretto: prima spesa), e i giornali +cittadini avevano preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai cronisti: +seconda spesa); poi (altre spese) il maestro era andato a Milano, +a Torino, a Bologna in cerca di un editore, di un mecenate, di un +impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata idea di assumere per sè +l'impresa al teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno +prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse la dote teatrale, uno +stimato commerciante accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali di +lui, che sacrificava alla gloria tutte le economie del passato e molte +economie dell'avvenire. E la _Sposa selvaggia_ aveva ottenuta fortuna +quasi uguale a quella desiderata. Se non che i cittadini d'una città +piccola non vanno a teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze, +ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir la _Traviata_ o il +_Trovatore_, si lasciaron persuadere da una costosissima _réclame_ +e dalla fama dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima donna, +l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla, aveva messo voce e opera +a caro prezzo. E infine, dopo tante angustie che solo un uomo di +coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante contese, vinte a +fatica di polmoni strepitosi e di occhi biechi, con i cantanti, i +suonatori, i pittori, i macchinisti, i coristi che non rimettevano a +dopo il sabato il pagamento della mercede, era avvenuta la catastrofe: +il commerciante dell'avallo contro ogni previsione era fallito e +fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda notizia: fuggito con +i quattrini! Canaglia! ladro! assassino! Socio al maestro Bonarca. +Sul quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei creditori; le +cambiali protestate; il disprezzo della cittadinanza; la diffidenza +della patria tutta. L'infelice, per colpa della sua _Sposa_, si vide +perduto; si credè abbandonato; si sentì solo al mondo, solo con la +_Sposa selvaggia_ e col disonore.... + +Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte. + + +II. + +Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua che trascorreva lenta +e cheta, e della luna, attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce +bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. Similmente la sua vita +poteva forse trascorrere placida ed uguale, non accogliendo dall'arte +maggior lume che quello sufficiente a una capacità mediocre. Ah sì! +Gli parve ora d'essere rinsavito; di saper con giustezza misurare il +proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era illuso e che l'avevano +illuso; e, a convincersene, riandava ancora una volta, l'ultima volta, +coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. L'adagio della sinfonia +era soltanto una povera nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro. + +Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, qualche lucida frase; +v'appariva un pensiero melodico, che cadeva subito come un volo cui +mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto sarebbe stato +bello se non avesse ricordato troppo l'_Ernani_. Dunque: a giudizio di +critica giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva poco, o nulla. +Per fortuna era breve! + +Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! vuoto! +L'introduzione?... Quale le promesse di certi amici. Dopo, la +preghiera; che non commoveva neppure la platea e che appunto per ciò i +critici avevano definita un canto di sirena nordica, senza rammentarsi +che la _Sposa selvaggia_ era affricana. Poi, il coro; elaborato senza +dubbio per quella rispondenza degli ottoni al richiamo degli archi, ma +privo di originalità; lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?... +Il terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! Questo era +bello; c'era tant'anima! c'era il cuore del pubblico che sobbalzava +rapito quasi una volta a quello dei _Lombardi_! Bellissimo! Un pezzo +simile sfidava la critica, sfidava la malignità degl'invidi, sfidava +il tempo; nè chi l'aveva scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe +quantunque s'annegasse, umilmente, nel canal Torbo! + +Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di vanità al secondo atto; +come la romanza del tenore, nel terzo, bastava a render celebre un +nome! + + Sposa selvaggia, addio! + Io morirò per te! + +Così soave e così semplice, questa soave e semplice e limpida sorella +della «Casta Diva» attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini, +non ostante le diavolerie dei wagneriani e i disaccordi che mortificano +ingegni, anime e gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno, +mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore dell'armonia, lo spirito +dell'amore meridionale, il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai! +Viva l'Italia! + +E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella divina romanza, che tutti +avevano imparata la prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà +alla memoria di tutti, anche dei nemici; e si piangerebbe il giovane +maestro, che una sorte diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica e +pura arte della patria.... + +Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca anteponeva l'onore alla +gloria; perchè il mondo non dicesse che del commerciante fuggito +con i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; perchè egli +riconosceva i suoi debiti e prevedeva che non avrebbe potuto pagarli +mai più; perchè insomma lo superava un destino crudele e non voleva si +credesse da alcuno della cittadinanza onorata e dal sindaco che egli +avesse paura di morire! + +Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, la lettera al questore: +«Mi uccido per ragioni che è inutile rivelare....» (Infatti chi +non se le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini per la loro +benevolenza alla mia _Sposa selvaggia_....» + +Erano due righe, ma animose; di un uomo senza paura. Qual rammarico +tuttavia nel pensare che la sua tragica fine servirebbe di _réclame_, e +l'opera presto data alla Scala o al Regio o al San Carlo solleverebbe +il pubblico, entusiasta del terzetto e della romanza, a chiamare il +maestro, che, essendo morto annegato, non potrebbe assistere alla +rappresentazione! + +D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» Un'idea gli balenò +nella tempesta dell'anima come suscitata da sentimenti opposti: un po' +di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, e il coraggio ch'egli +era convinto di poter spingere fino all'audacia. «Se aspettassi.... +a vedere cosa i giornali diranno, domattina, della mia morte?» +Certo, dopo morirebbe più volentieri; sia che i giudizi postumi gli +confermassero meriti e compianto, sia che la pubblica giustizia, fatta +libera dalla morte, lo condannasse senza pietà. Ma non era un'idea da +matto? Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E un birocciaio +che transitava, lo vide; e una vecchia, la quale passava con un +cesto al braccio, si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse +tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non sarebbe da matto quando +riuscisse a sfuggire a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e +a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo tutto, ai condannati a +morte è lecito soddisfare, qual si sia, l'ultima voglia! + +Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse di là, non vedesse il +_paletot_, non leggesse la lettera e non la portasse in questura prima +della notte, egli si tolse il _paletot_ e lo pose sul parapetto del +ponte; gettò il cappello alla corrente livida, e quasi a scorgere, così +travolta, la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse subito +gli occhi per non commuoversi; quindi scese lungo la riva in cerca d'un +nascondiglio. Ricordava che alla distanza di forse un chilometro, fra +le canne e i giunchi, era la casupola d'un piccolo mulino abbandonato; +oltre il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto l'argine a +sinistra, impaludava il piano. Si avviò per il sentiero all'abitacolo; +v'entrò da una porticella, e al lume d'un fiammifero vide ove mettersi: +su poco strame, dietro un pezzo di macina; nè egli chiedeva più tenero +letto a riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe il giorno: per +i giornali manderebbe il primo ragazzo o galantuomo che transitasse +per la via e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto il +cappello dal ponte. Freddo gli sembrava assai, ma sopportabile a chi +non temeva il freddo della morte.... Così, nell'attesa, si mise a +pensare a cose che lo distraessero. Le altre sere a quell'ora, se non +aveva teatro, giocava a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!» +(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... Ma quel marito, +via!, non giocava mica male; anzi, da competitore formidabile.... E il +delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, sebbene questurino; +giocatore mediocre a suo confronto, eppure vincitore in una classica +partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo delle prove.... Oh le +sudate prove della _Sposa_!...; con quei violini che non andavano; +con quella cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; temuto. +Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche cosa che fa perdonare ogni +scatto. Per esempio, egli qualche volta era stato feroce; e mai un +lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva detto a un compagno, dopo +la seconda prova: — Se torna a darmi della bestia in orchestra, lo +fracasso con lo strumento. — Ma lui, alla terza prova: — Camandri: è un +_la_! un _la_! un _la_!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi e il +bombardone a posto; frenato e impaurito da quello sguardo.... + +Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i discepoli, quanti non +direbbero, con certo orgoglio: — Bravo maestro! Gli uomini di fegato e +di carattere fanno così; non scappano come quel mercante traditore.... +— A proposito! (fe' Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva; +aveva il resto dell'ultima lira, che si era tratta di saccoccia per +l'ultimo _cognac_... + +Dunque? + +Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia addosso ed ebbe appoggiato +il capo alla pietra...., a poco a poco, senza perdere il coraggio, +s'addormentò. + + +III. + +«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro, il fortunato autore +della _Sposa selvaggia_, nel quale tante speranze riponevano gli +ammiratori concittadini, l'arte e la patria, ierisera si è miseramente +ucciso gettandosi nel canal Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la +causa che ti condusse al triste passo nel fiore della balda giovinezza +destinata a uno splendido avvenire? Noi, a cui la commozione e l'ora +d'andare in macchina impediscono d'enumerare adesso tutti i meriti +del perduto amico, noi non solleveremo il velo della sua tomba. Noi +rispettiamo il segreto e il desiderio del maestro Bonarca. Solo per +debito di cronaca accenneremo che, appena sparsasi l'infausta notizia, +si è vociferato in città di un amore infelice....» + +— Un amore infelice? — esclamò Bonarca, stupito, non comprendendo, +da prima il perchè di quella invenzione. — Infelice in amore lui, +che delle amanti ne aveva avute tre in una volta: una nubile, una +maritata e una nè maritata nè nubile? Infelice in amore un uomo della +sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione della _Sposa_, +quando si voltava indietro a ringraziare il pubblico, non vedeva che, +volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide _toilettes_, +sarebbero state sue? Ma di fra le righe della necrologia gli venne la +luce; afferrò la ragione della pietosa menzogna; si commosse fino alle +lagrime. + +Per la ragione stessa gli parve anche più nobile e felice la trovata +del _Radicale_, che gli dedicava un articolo di due colonne. + + . . . . . . . + + «Sposa selvaggia, addio! + «Io morirò per te! + +«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per la sua sposa; e la sua +sposa — noi lo sappiamo — era l'arte. Un artista tanto più è grande +quanto più è grande il concetto che ha dell'arte sua. Povero Bonarca! +Aveva appena colti i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva anzi, +perchè gli sembrava di non aver fatto nulla in confronto a ciò che +fecero Rossini e Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva di +non poter fare! E la bell'anima seguendo la mente alata che volava alla +gloria, su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita, è caduta, +è precipitata nel canal Torbo. + + «Io morirò per te! + + . . . . . . . + +Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi, il _Vero cattolico_ +concludeva: + +«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè nemmeno per il maestro +Bonarca possiamo trovare un'eccezione alla regola della religione e +della coscienza. Ripetiamolo a norma dei nostri lettori dilettissimi: +Ogni suicida è un peccatore che o mancando di fede ha patito +l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una improvvisa demenza.» + + +Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè nell'opinione pubblica, +egli poteva, doveva essersi annegato o per il diavolo, o per il +cervello voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte; non per la +causa vera, nota a tutti. Come dire: che un artista il quale s'ammazza +per i debiti non è artista. E questa era la ragione di quelle menzogne. + +Ma artista e grande lo proclamavano tutti; con sincerità evidente, +perchè essendo morto, nessun interesse lo legava a quei giornalisti; +e perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria. E questa era la +ragione del buonsenso. + +Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la necessità della logica! +Doveva lamentare d'aver deposto il _paletot_ con in tasca la lettera, +sul ponte. Ma se non avesse deposto il _paletot_, non si sarebbe +convinto della sua postuma gloria. Doveva lamentare di non essersi +annegato subito. Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso +che annegarsi per debiti è una corbelleria. E, d'altra parte, non +impunemente si scrive a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo +è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più muova a disprezzo e a +riso del venir meno per viltà a una faccenda seria come il suicidio. +Ah! che errore non essersi buttato nell'acqua la sera innanzi mentre +passava il birocciaio! Buttarcisi ora, in vista a qualcuno il quale lo +salvasse, sarebbe peggio che peggio! A quest'ora nell'opinione pubblica +egli era morto; cadavere era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto +intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che alla fine il diavolo +non è brutto come si dipinge e i creditori non sono crudeli quanto +s'imagina; che agli artisti meritevoli della stima universale non mancò +mai, alla fine, un insperato soccorso; che se egli, da quell'uomo +coraggioso che era, avesse vinta l'ultima battaglia, l'avvenire +l'avrebbe consolato di gloria e di quattrini. Morire, misero Bonarca, +quando a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano così belle, +pur nel grigio mattino autunnale, tra i miasmi del padule e nella +desolazione dell'abituro ov'egli era tornato a gemere! Oh la natura! +Udiva il cinguettare dei passeri; un lontano abbaiare; un lontano +scampanare a festa e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh +ammirare ancora una volta il sole, il verde! + +Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si ritrasse d'urto, +atterrito: due carabinieri, preceduti da un signore nero, in abito +nero.... (Forse l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno delle +partite a biliardo?...) si avvicinavano al mulino. Ad arrestar chi? +lui? per i debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche? Rosta! +Confuso, spaventato quasi, il maestro s'avvolse nella paglia, si +ritrasse in sè.... + +Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono proprio sotto la +finestra, chiarendosi benissimo la voce dell'amico Rosta. Ma non +entrarono. + +.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro modo. Cinque ore di +perlustrazione, signor delegato: siamo proprio stanchi! + +— Certo, poteva impiccarsi! + +— O farsi saltare il cervello. + +E la voce del delegato amico gridò, forse a quelli delle pertiche: + +— Spicciatevi, ragazzi! + +Poscia: + +— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere, l'avrebbe venduto +in piazza.... + +A chi si riferivano tali parole? Per fortuna l'amico s'interruppe di +nuovo a chiedere con voce più alta: + +— Si sente? C'è? + +Da lungi uno rispose: + +— Niente! + +Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la misteriosa ricerca. + +— Dicono che avesse da dare anche duecento lire al trattore.... + +— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece la seconda voce ignota, +del carabiniere. Allora Bonarca fu certo di chi discorrevano. + +Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno da pagare i debiti +di gioco. A me, mi doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a +biliardo. + +Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli addosso con un paio di +schiaffi da rovesciarlo e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite, +questurino mentitore! — Invece, no, non poteva muoversi; doveva restar +lì rannicchiato nella paglia! «Mentitore infame!» Una delle partite, +ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei io a calunniare i +morti!» + +Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere: + +— Niente? + +Silenzio. Quando risposero, ripeterono: + +— Niente! + +Il delegato ripigliava: + +— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe il torto di dar retta ai +giornalisti, che per quattro pezzi rubati qua e là e cuciti insieme +alla meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe un Mascagni! + +Gridarono: — Non c'è! + +Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato che al mulino +del canal Torbo si pescavano i cadaveri degli annegati. Coloro che +gridavano _non c'è_ erano senza dubbio i suoi becchini. + +— Cercate ancora! Cercate! + +Il brigadiere frattanto preferiva la _Cavalleria Rusticana_ al +_Nabucco_ e stancava vieppiù il delegato; il quale propose: + +— Se andassimo a sedere qui dentro? + +Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo si oscurasse +all'interporsi d'una faccia e si sentì, con un brivido, perduto. Ma il +brigadiere sconsigliava: + +— Non sente che tanfo? + +E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando il misero in una +disperazione così grave e violenta che fu per fracassarsi la testa +su la macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse sovvenuto della +cinghia con cui usava reggersi i calzoni. + +Ma in verità era un dilemma atroce: egli avrebbe dovuto vivere per +dimostrare che tutti i calunniatori, come quell'amico infame, avevan +torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere non poteva senza +meritarsi il disprezzo universale! + +Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro. + +.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi è scappato anche lui? + +— Non credo. Non era uno da farcela così da furbo. Dite piuttosto che +si sarà buttato giù, con una pietra al collo, in altro sito, per non +essere pescato. Del coraggio ne aveva.... + +Meno male! + +— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero anch'essi. +Uno sbadigliò: + +— M'è venuto appetito. + +.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di soppiatto; si diresse +non alla parte del borro pieno e profondo, perchè i manigoldi avrebbero +forse udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino o per lo +scolare di poc'acqua, imputridiva una gora. Ivi non era possibile +annegarsi. Se non che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto, +deciso com'era, vi balzò. + +Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno, alla +superficie; e sotto, adagio adagio, i piedi, e poi i polpacci, e poi i +ginocchi, e poi le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette +dalla tenace poltiglia. Giù.... giù.... + +Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se n'andavano per l'argine +opposto. Nè poteva fermarsi: se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo +o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano sasso o fondo sodo. +Che morte! + +Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva il ventre quel brago +in cui forse pascevano i più schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco; +gli saliva al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto! aveva la pegola +al petto! Gli toglieva oramai il respiro; e se gli arrivava alla gola, +alla bocca.... + +Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio.... Maledetta la _Sposa +selvaggia_!... Addio, Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)! +addio, Lilì, per sempre! + +Non si fermava ancora.... Ancora? + +Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse gli occhi per non +vedere la sua morte, così. Ma a voce alta emise il grido degli estremi +spiriti: + +— Oh Dio! + +Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti, non voleva morire? + +Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò oh! E fu un urlo che +finì in modo straziante; atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più +nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con l'aiuto di Dio, dopo un +secolo.... + +— È lui! Corriamo! + +— È Bonarca! + +— Là! presto! affoga! — Correvano. + +— È lui! Chi sa da quante ore! + +— È già spacciato! — Arrivavano. + +— No; non vedete? Muove la testa come una galana.... + +— Una corda.... Le pertiche! + +— Maestro! maestro! + +Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri il delegato, i +carabinieri, i becchini; e udiva battere il suo cuore, _ton, ton, ton_, +a grande velocità. + +— S'attacchi! + +— S'attacchi alla pertica! + +— Attáccati, amico! + +— Forza! + +— Coraggio, caro maestro! + +Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe bastato afferrarsi alle +pertiche. Ma non voleva morire? + +— Coraggio! — Forza! — Bravo! + +— Tira! + +— Viene! + +Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa n'ebbe lui? + +Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle pertiche. Alle +pertiche, prima; poscia a quelle braccia. Egli si lasciò trascinare e +afferrare.... + +E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia dell'amico, balbettò: + +— Lasciatemi morire.... + + + + +La giocatrice. + + +I. + +Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, Gianni Limosa avrebbe +dovuto convincersi che il suo affetto non escluderebbe mai dal cuore di +Claudia Verbani l'affetto delle carte; che Claudia giocatrice — eppure +così bella, così giovane, così vedova! — non aveva, nè avrebbe mai più, +tempo, voglia, affanni d'amore. + +Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo sarebbe dovuto esser +questo: L'uomo può dedicarsi con le sue energie a più vizi in una +volta; dove la donna, con le energie sue, non si dà quasi sempre che +a uno solo, e con l'anima sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta +sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, da che mondo è mondo, +la donna ebbe taccia d'incostante in amore, l'amore per la donna o non +è una passione, e quindi non è un vizio, o tutt'al più è passione non +intensa e profonda quanto un vizio: per esempio, il gioco. + +Se non che Limosa invece d'essere un filosofo era uno _sportman_ +innamorato; perciò non è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse +così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, io l'amo alla +follia e con buone intenzioni: per forza; perchè è onesta; e la +sposerei anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè ha un vizio. +Un vizio? Sì: come Luisella la mia puledra.... Luisella adombrava al +passaggio del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava o voltava +indietro; sudava tutta; tremava; e guai se gliel'avessi data vinta! +Io, traendola alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, dietro +o di fianco, con una bicicletta, e intanto frenandola e frustandola +a mio modo, l'ho domata che è diventata un'agnellina. Ma Luisella è +una cavalla, e Claudia una signora. Per questa dunque mi atterrò a un +metodo affatto contrario.» + +Ora, la fallacia del ragionamento apparisce manifesta nel credere che +per essere Luisella una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole +e l'altra no, patissero o peccassero in modo affatto contrario e +bisognassero di opposti rimedi. + +Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno rassomigliavano: che eran +femmine ambedue. + + +II. + +Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli neri a spazzola; barba corta +all'inglese; abiti che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri +giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di stoffa costosa e di +bella fattura; muscoli temprati agli esercizi del corpo; un naturale +buon umore e bastevole intelligenza e cultura perchè egli non si +confondesse in conversazione alcuna. Dei contadini, fra cui viveva +otto o nove mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi troppo, +o degli amici e delle amiche che trovava ai campi di corse, chi mai se +lo sarebbe imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo tirare ai +piccioni! saltar le _siepi_! guidare Luisella! + +Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa e sagace quella +signora Claudia; con certi modi ingenui e volontari da far girar la +testa a ben altri che a uno _sportman_ non filosofo! Nè Claudia stentò +molto a introdurre il povero Gianni in un dialogo per cui egli credè +meglio finirla e confessarsi innamorato cotto. + +— Sissignora! Io sono un uomo alla buona, franco, robusto, sano. Non +leggo romanzi, io! E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a questo +punto. + +— Di chi? + +— Oh bella! Di lei! + +Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè il cuore gli picchiava +il petto; e con la sinistra accomodava la barba, mentre Claudia, +niente affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata al divano +mostrandogli, senza volere, la bianca gola e sorridendo d'un'ironia +lieve, non priva d'indulgenza. + +— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non conosce neppur tutta la +gravità del suo malanno! Perchè, scusi, se non è sano chi legge +romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato come nei romanzi e come +dice di essere lei. + +Egli mormorò: + +— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... Tanto più che io amo +non da eroe, ma da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio. + +— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più grande? + +— .... Rinunciare alla mia libertà! + +Il modo con cui fece l'offerta e il tono che aveva imposto alle parole +un peso maggiore a quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla +signora una risata schietta. + +— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà è il più piccolo, il +più semplice, il più naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! È +necessario; se no, il matrimonio non sarebbe un legame! + +— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —, io farò di più: rinuncerò +ai cavalli, alla caccia, alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò +dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; ascolterò concerti +wagneriani; ballerò la season.... + +— Inutile, povero Limosa! + +— Perchè lei non mi amerà mai? mai? + +Che impeto nella dimanda! che passione, che disperazione nel secondo +«mai!» + +Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la faccia con le mani, +ascoltandosi e riflettendo; indi scosse il capo a viso scoperto. + +— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai cavalli, al mondo, ai +romanzi, ai concerti, alla _season_....; a tutto, fuorchè alla mia +libertà! + +— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa, dopo aver riflettuto anche +lui. — Voi, dunque?... Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe +alla sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se poteste non +rinunciare alla vostra libertà, voi forse...? + +Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe capito nulla; o avrebbe +capito che il cervello a quell'infelice gli aveva dato la volta. + +Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse d'un'offesa e +attendesse un opportuno schiarimento. + +— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei odia; non è l'amore che lei +odia: è il matrimonio! + +E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo stesse qui, non ci vedrei +tante difficoltà a superarlo.» + +Ma la signora con voce e attitudine convenevoli alle parole, eppure +quasi benigna: + +— Io non odio nulla e nessuno, amico mio; solo, non ho voglia d'amare, +perchè più mi piace viver libera; nè una donna come me intenderebbe +l'amore senza il sacrificio assoluto e.... legale della propria +libertà. Chiaro? + +A ogni parola la faccia di Limosa era andata acquistando una linea di +mestizia; sicchè all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma in +barba corta all'inglese. + +— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente ella cedette al +_voi_).... lasciate questo discorso; e piuttosto facciamo una partita +a scopa. + +Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, quando rispose, disse +con un sospiro che venne fuori dal broncio: + +— Non conosco le carte! + +— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella domandò tra +compassionevole e ironica, secondo la sua usanza. + +Allora egli proruppe: + +— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; oggi, signora, vi dico: +nemmeno conosco le carte! e me ne vanto! + +— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo alle nostre partite? a che +pensate? + +La passione lo rese eloquente e furente. + +— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi esamino; vi giudico; entro +in voi; scappo disperato; mi perdo.... Oh che martirio amarvi e vedervi +con le carte in mano! Un supplizio! Diventate cattiva e debole; perfida +con chi vince; lusinghiera con chi vi fa vincere.... + +— Limosa! + +— Quante volte soffro io più di voi a vedervi palpitante, tremante, +pallida in attesa d'un colpo di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa +con occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare un +compagno più brutto del demonio! Quante volte ho dovuto augurarmi +d'essere io il _re bello_, che vi rallegrava, o l'_asso di bastoni_ o +_il bagattino_! + +— O l'_angelo_, o il _diavolo_, bugiardo che siete! — esclamò giuliva +la signora. — Conoscete fino i tarocchi! + +Ma l'altro seguitava a infuriarsi: + +— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a vedervi consumare in tal +modo gioventù, bellezza, salute, intelligenza, anima! Ma io che vi +amo tanto, io giudico che anche questa è una colpa, perchè è questo +esecrabile vizio, questa obbrobriosa catena che v'impedisce di amare e +di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna! + +A questo punto Gianni s'aspettava che ella rispondesse un «grazie» per +canzonatura, o che inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli +aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e severa, Claudia parlò: + +— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi offende: mi affligge; e non +vi perdonerei se non vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto +nell'amore onesto. + +Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere. + +— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava. + +Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche perchè si fosse +innamorato così? + +— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna è turpe; perchè se sono +religiosa, non sono bigotta, non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la +bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito m'ebbe abbandonata +sola al mondo, io, che l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e +mi sarei lasciata struggere dal dolore se non avessi trovato scampo +e consolazione in una passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi? +Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il _faraone_, il _macao_, +il _tresette_, i _tarocchi_, la _scopa_!... — E sgorgarono le lagrime; +piovvero lagrime sul fazzoletto. + +— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa, pari a un eroe da romanzo, +afferrandole una mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: «Debbo +mettermi in ginocchio?» + +— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa è proprio della mia +inesperienza! Se io fossi avvezzo a innamorarmi, non invidierei le +carte e non desidererei per me quel che date a loro; mi negherei il +diritto di ingelosire; riconoscerei il mio torto di amarvi tanto; mi +persuaderei ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... che.... Mi +fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco! + +In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, al suo solito modo, +Claudia un po' s'affliggeva e un po' godeva. + +— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona buona. — Guarirete. + +— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia villa alla vostra non ho +cavallo che corra abbastanza! Se fin Luisella mi sembra una tartaruga! + +— Distraetevi. + +— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi e sospirando. — Mi +distrarrà o il vino, o la religione, o.... una rivoltella! + +— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora trattenendolo. — Che +discorsi sono questi? Fermatevi, Gianni, per carità! + +Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato che ci fosse da +spaventarsi in quella maniera. Finchè lasciò trarsi per il braccio, +dolcemente.... Dove?... A un tavolino. + +— Sedete! Ubbidite! + +Ubbidì. + +— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò io, signorino, +come si gioca a scopa! + + +III. + +Ma studiando indefessamente, sin quasi ad ammalare di neurastenia, otto +giorni dopo Gianni aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno e +d'azzardo che appassionavano la signora Verbani, e s'era deliberato a +questi termini: «O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno che, +per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, Claudia maledirà le +carte e un prete benedirà il nostro amore.» + +Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non sarebbe venuto mai a un tal +patto: + +«io accopperò te; o tu, me.» + +Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle ville intorno si +recavano dalla Verbani per le partite diurne e notturne, cedettero ogni +primato al nuovo competitore e, invidiando, assistettero ai singolari +certami per cui boni da cento lire sostituirono nelle poste quelli +da dieci. Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio (_fortunato +in amor...._) la fortuna assisteva Gianni Limosa, a cui sarebbe parso +meglio rovinarsi; poichè vincendo temeva guadagnarsi anche l'antipatia +della signora. E alle occhiate di sfida e di corruccio sempre +rispondeva con occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, come +a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta sorrisi di scherno e lampi +d'odio. Ma poscia la fortuna si stancò di favorire chi non la curava, +anzi l'incolpava di danni; e Claudia vinse; vinse tanto, in poche +settimane, che la somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò la +compagnia e il mondo intorno. + +Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe la gravità vendendo, +quasi per bisogno, due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno, +chiese quattrini in prestito a uno di quegli amici ostili. Repugnanza +e rimorso non tardarono quindi ad abbattere la gentile colpevole, e le +partite a scopa moderate a poche lire tornavano alla memoria di lei +come, dopo il fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! Ah +limitarsi alle pure briscole! + +Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, procedeva nelle scope, e +peggio. + +— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse un giorno. + +— Non voglio! — ella esclamò. — La _roulette_ è stupida. + +Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con gli occhi: + +«La _roulette_ è stupida? E la _briscola_ no? e il _macao_? e la +_scopa_? e la _bestia_? e io? e voi? Non comprendete dunque il vostro +lungo delitto? il mio lento suicidio? Non potremmo fare qualche altra +cosa di meglio?» + +Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente e indifferente, in +quella tinta grigia, di latta, onde par greve sino la luce; e solo, a +quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; minuta, silente, inutile +pioggia. Mortificate, le piante del giardino non muovevan foglia; senza +tremito eran le frange degli abeti; senza voci gli alberi e il tetto; +senza volo gli uccelli; senz'anima la vita; senza vita l'universo; +senza l'universo.... Una giornata insomma o da briscola o da suicidio. +Ebbene, chi lo crederebbe?... + +Claudia mormorò: + +— Non ho voglia di giocare, oggi! + +E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino, non parve vero +d'esclamare: + +— Facciamo qualche altra cosa! + +— Chiacchieriamo. + +Egli tacque. + +— Non andate a Erba, quest'anno? + +— No: _Gringoire_ s'è azzoppato. + +— E Luisella? + +— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata al trotto; e non la sciuperò +mai in un ippodromo. + +— È buona..., lei? + +— Oh sì! + +— Senza vizi? + +— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso, più. + +— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a malincuore Claudia. Indi +chiese: — Siete venuto qua con lei? con la _charrette_? + +— Sì. + +Che capriccio le veniva? Andò alla finestra; disse: + +— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io le virtù di Luisella. + +— Facciamo una trottata! — gridò Gianni. + +Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava; non sgocciolava più. + +— Posso fidarmi? + +— Di Luisella? Garantisco! + +— E di voi? + +Da uomo leale Gianni tacque prima di portare una mano al petto; ma poi +rispose: — Sì. + +.... Andarono per la diritta via, che la puledra, con trotto uguale, +ampio e sonante, sorpassava recando nella _charrette_ il signore e la +signora. + +Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco e quegli d'un +rapimento giocondo; e l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose +apostrofi: — Biondina...; birichina...; capricciosa...; cattiva, etc.; +— mentre l'aria, risentita dell'autunno e rinfrescata dalla recente +pioggia, al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi di +delizia. + +— Yop! Via, Luisella! + +Luisella volava. + +— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a un punto, con nuova dolcezza. + +E Claudia: + +— Comprendo il piacere d'aver domato così bene questa bella bestia. + +— Oh c'è una gioia più grande: domare un angelo! + +— Difficile impresa per un uomo! + +— No: per un asino come me, che ha soggezione di voi anche oggi! + +Gianni s'adirava. + +— Un altro non si sarebbe messo una mano al petto.... + +— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque, buono! e.... sperate. Da +bravo! Dicono che Amore faccia miracoli. + +Divina creatura! Quando parlava sul serio, non si poteva crederle; ma +quando scherzava, persuadeva. + +Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava negli occhi di lei, +ove gli pareva vedersi più vivo e più bello, o attendeva a vedere come +l'aria lusingava que' fini capelli biondi. Intanto Amore preparava il +miracolo. + +Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze, e arditamente +Luisella, guardavano innanzi per la strada diritta e libera, mentre +Gianni guardava da un lato; e non si sa quale delle due prima, +Claudia.... — oh Dio!...: una bici.... — vide; e Luisella, a tal +vista — una bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò. Un +indefinibile, duplice grido: l'urto della ruota a un paracarri: la +fredda, rigida sensazione d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio, +d'una botta tremenda a terra per cui l'anima s'insaccasse e profondasse +nel corpo e il corpo si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La +catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un salto mortale! + +Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro! In terra, fermi, inerti, +tutti e due; anzi, tre, con la _charrette_ senza stanghe. + +.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi rotto nulla, che si +vide appresso, morta, Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a +loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!, Luisella; poi +non vide più che la signora, morta! + +— Claudia! Claudia! — invocava disperato, anelante, bianco di terrore +in faccia, e tutto inzaccherato. Ma il ciclista giungeva avvertendo: — +Io medico! medico, io! —; e affannoso anche lui, colui s'inginocchiò +a slacciare il busto della poverina e a richiamarla in vita; mentre +Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta, si strappava i +capelli e ripeteva: — Morta! + +Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise un gemito lungo.... + +— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con cura. + +Gianni lamentava: — Claudia! Claudia! Ah sì! la poverina s'era rotto +un braccio! Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa, in cui +combattevano e si confondevano la voglia di ammazzare il ciclista +a pugni, e dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe +rappresentarlo nell'angosciosa attesa della carrozza mandata a prendere +alla villa per un contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno che +rintracciar le parole italiane, francesi, tedesche con cui quel medico +straniero pregava la pericolata che facesse il piacere di ricuperare i +sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo. Tre volte ella tornò in +sè a gemere, da sul cuscino, ch'era caduto con loro dalla _charrette_; +finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente, in vita. + +Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè il forestiero +raccomandava di portarla al luogo più vicino — la trasferirono senza +scrupolo a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista la credeva +moglie del signore. E con gran premura accertò Gianni che, fuori del +braccio, _votre femme_ non aveva patito danno notevole; e si compiacque +a fare lui, benissimo, la fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel +collega italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò, a solo compenso, +la firma nell'_album_ dei ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile, +saltò in bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo! + +Era a quel che aveva detto e a quel che si seppe poi, un medico di gran +nome; il quale per provare i benefizi della ginnastica e per convincere +della sentenza _mens sana in corpore sano_ faceva il giro del mondo in +bicicletta. + + +IV. + +Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli disse: + +— Iddio mi ha castigata, amico mio! + +A che, triste, l'amico: + +— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo! + +— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci il braccio che offendere +il mio buon nome. Pensate: sono in casa vostra! + +Ribattè Limosa: + +— E io? tocca a me rimediare! + +— Io — soggiunse la signora — sperava di non rimaritarmi se non di mia +spontanea volontà. + +— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi prima di esser certo di +tutto il vostro amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno un poco? + +Ella tacque; poscia rispose: + +— Sono così dolente della percossa che non ho più forza di sentir +altro. Lasciate che mi ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi +ricordi. + +Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse come se dicesse una cosa +buffa: + +— Mi ricordo che quando mi parve d'andar per aria e invece andavamo in +terra, sentii che con voi morivo volentieri. + +Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo amava! lo amava sul serio! +Così, finalmente, un purissimo bacio fu suggello alla promessa fede di +quelle due anime oneste. + +Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a veder Luisella; e, a +vederlo, Luisella, ch'egli aveva bastonata a furia, nitrì senza rancore +e senza rimorso. + +Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia si sarebbe mai accorta +di amarlo fino a sentire di morir volentieri con lui? + +No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da cui il giorno prima egli era +stato infiammato contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia ma +per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico fallo (e se non fosse +stata una bestia, certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida +e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa abbracciò al collo la sua +cavalla. + + +V. + +Appena in grado di levarsi la signora partì per la città ad affrettarvi +i preparativi delle nozze e la riparazione dello scandalo: questo +tanto più ingiusto in quanto che era seguito a una disgrazia grave. Ma +incrudelivano nelle chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e quindi +una nuova ragione per Limosa a detestare le carte. Egli, in quel +mentre, rimeditava la purissima luna di miele anticipata; le ore di +felicità trascorse al letto dell'inferma quando, parlassero o stessero +cheti, sì dolci cose s'erano dette. + +Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni che Claudia si adattasse a +lui con le parole, gli sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero +e dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a lei, s'ingentiliva, +poetizzava sè medesimo; e parlava a voce sommessa; e camminava in punta +di piedi.... + +Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità avvenire e scelti +i luoghi da stare durante le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e +i metodi da tenere nell'educazione dei figlioli maschi e femmine, e +contenuti i trasporti d'amore, per divagarsi si eran dati alle Letture. +Limosa leggeva _I tre Moschettieri_, ritrovandosi non in Porthos, a +cui rassomigliava un poco, ma in D'Artagnan; ed ella trovando lui in +Aramis, al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine di quelle +ore!; la gioia di comprendersi a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio! + +Inutile dire che le carte non eran state desiderate dalla signora, la +quale avrebbe dovuto giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul letto; +e che il buon Limosa alle carte quasi non ci pensava più. Pensandoci +diceva tra sè: «Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella, che +è una bestia, non sbagliavo certo per Claudia, che è un angelo. Nessun +dubbio che dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e che dalla +pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella però — che sia benedetta in +eterno! — l'ha fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo solo. +Adesso posso star sicuro che di gioco non se ne parlerà mai più.» +Infatti chiodo scaccia chiodo, o un diavolo scaccia l'altro. + +Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia telegrafò: _Sono pronta_; +e Gianni, che era pronto da un pezzo, accorse.... + + * + +.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno accompagnati gli +sposi alla ferrovia, ammirando la disinvolta esperienza nella sposa, +la semplicità d'uomo un po' inesperto in certe cose di circostanza, ma +sicuro di sè, nello sposo. E senza lagrime si affrettan gli addii; sono +giocondi gli auguri di buon viaggio. + +_Tatà_.... Un fischio.... Partenza! + +Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già lo sposo tira le +tende della carrozza, forse perchè il sole a loro festa dardeggia i +cristalli, o perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta esterna. +Or come la sposa lascia cadere il mazzo di fiori, che effondono una +fragranza soverchia, lo sposo mormora: + +— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia! Legàti per sempre! Oh +Claudia! + +Ella sorride in un modo, in un modo.... + +Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col braccio risanato trattiene +lui e l'impedisce, dalla tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e +mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile: + +— Facciamo una partita? + + + + +Doni nuziali. + + +I. + +.... — Gioielli, no; che a te come a me non piace il lusso; e neanche +alla sposa, speriamo. Dunque? + +— Ma niente, zio.... Non si disturbi! + +— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio sfigurare in faccia a +nessuno. Cosa daranno i parenti della sposa, quelli così signori? E i +testimoni? + +— Ma.... + +— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le boccole, chi il monile.... +Vedrai...: sciocchezze, grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io avessi +preso moglie (non l'ho presa perchè le donne costano), primo patto: +fuori di casa i parenti della sposa, i parenti alla moda! + +— Già!, chi potesse.... + +— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! Perchè, si sa, i parenti +che non hanno più cuore che quattrini, presto o tardi ti fan scontare +le carezze e i regali. Ma io.... + +— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto bene.... — interruppe +Terpalli. + +— Mio dovere. Dunque? + +— Non so.... + +— Al corredo ci avrà pensato la mamma della sposa; alla mobilia ci hai +pensato tu. Scommetto anzi che hai provveduto a tutto, da bravo omino; +che non vi manca proprio nulla! + +— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a tutto.... capirà.... + +— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno aperto un bel negozio in via +Garibaldi.... + +— No: grazie; ne abbiamo. + +— Seggiole?... Tende?... + +— Grazie.... + +— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! spiegati! + +— Faccia lei!... Quel che vuole.... + +— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! L'orologio? l'hai. +Vestito, sei vestito.... A meno che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un +bel lume? + +— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se crede...; se non le par +troppo...; anche la Gigia gradirebbe «un servizio da caffè». + +Pareva avesse invocata una cosa dell'altro mondo! + +— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio. + +— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai nervi? + +— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico che capiti, alle volte.... + +— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, però, alle mie povere +forze; se vi contenterete.... + +Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio alla colazione nuziale; +lo scongiurò che non mancasse. + +Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, ed ebbe detto a +lei e alla madre del casuale incontro con lo zio Tarabusi, tutti e +tre scoppiarono in una risata gioconda. Infatti, da che aveva avuta +notizia del prossimo matrimonio, lo zio sfuggiva il nipote — al quale, +scontroso e timido, rincresceva andare a cercarlo — e per risparmiarsi +il dono di nozze si sarebbe nascosto sotterra; quantunque fosse +pieghevole ai rispetti umani e sempre dubitasse di apparire avaro come +era. + +— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne rallegro!»; con che inchini +ha risposto all'invito della colazione, e con che bocca mi ha detto (e +Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., potendo.» + +La fidanzata rideva sino alle lagrime e le sembrava vedere quella +faccia nuda e tonda simile a quella d'un comico, e il lungo soprabito, +e gl'inchini.... + +— E figuratevi come è diventato rosso a udire chi sono i vostri +parenti. Ah ah! signori!... signoroni! + +— E il regalo? — domandò la mamma. + +— L'ha proposto lui! + +— Lui? + +— Lui? Che cosa? + +— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare in cose di troppo +costo..., ha offerto.... un lume! + +La Gigia battè le mani. + +— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho domandato un «servizio da +caffè». + +— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! molto meglio! + +Ma la madre scosse il capo. + +— No. Era meglio il lume. + +— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non diceva anche lei che +il «servizio da caffè» ci sarebbe necessario? Chi deve pensare a +regalarcelo? + +— Una bella lampada nel salottino ci vuole: l'ho detto sempre — +insisteva la vecchia. — Adesso è fatta.... + +— La compreremo. + +No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. Sì e no. Ma l'orologio +avvertì Gustavo che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto tempo con +lo zio. + +— Addio, Gigia; addio, mamma.... + +E via. + +.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, la nativa tendenza ai +protocolli e ai libri mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli +consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno e di un'ora ogni sera +agli amorosi colloqui con la sposa e con la suocera. Oggidì quanti +giovani potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove alle quindici in un +ufficio comunale; poi dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti +alle ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, tranquillamente, +sommare rendite e spese d'un conte milionario? A un uomo che si +sottoponga a così disumano lavoro e che non scorga al suo termine +una oasi o un giardino fiorito, non la gloria, non la ricchezza, ma +sempre cammini con passo uguale per una pianura uguale sempre, per un +deserto lungo una vita intera, a un tal uomo non basta il conforto di +fumare qualche sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo Terpalli +si ammogliasse. E, per economia, egli smise anche il vizio di fumare; +e guai per lui se non fosse incappato in una donnina savia: Ma in fatto +di mogli la fortuna, che in altri generi talvolta sembra parziale per i +birbanti, è imparziale e davvero cieca con tutti. Terpalli aveva potuto +chiamarsi fortunato e restare un onesto ragazzo quand'era venuto ad +alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui soave figliola sentiva +volare il tempo senza speranze di nozze e di vita. + +Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino e timido d'animo +come di baffi, che radi radi sotto il naso acquistavano un po' più +di vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia era piccolotta e +grassoccia, molto timida fuori di casa, e con un po' di peluria anche +lei agli angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla dimanda della +vedova: — Perchè non prende moglie, signor Terpalli? —, egli aveva +risposto guardando alla figliola: + +— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non osava dire «signorina».) + +La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo commossa, eccitata dal +suo stesso pensiero che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane, +nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; e, poverina, per trarsi +d'impaccio e giustificare quel riso disse una stupidaggine: + +— Se ci penso.... all'ufficio? + +Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un po' permaloso, aveva +scosse le spalle e tenuto il broncio quasi una settimana. Dopo, +si pacificarono con nuove occhiate; e poi la dimanda alla madre, e +l'assenso. + +Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; così di rado la +fortuna aiuta con indulgenza e prontezza due cuori a intendersi +e ad appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se l'amore buono +è interpretazione, chiaroveggenza reciproca, presentimento e +consentimento, è telepatia, l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli +era un perfetto amore. Pensava l'uno durante le ore d'ufficio: + +«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei panni; aiuta la mamma +a spolverare». Oppure: «Cuce per il corredo; discorre con la sarta». +Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... Ohi ohi!: +affacciatasi per caso, un momento, alla finestra, un giovanotto la +guarda...; e lei, via!; scappa. È un angelo!» + +E l'altra pensava: + +«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra un _atto_; +_esaurisce una pratica_; sbriga un importuno.... Oh Dio! Scrive per il +conte, di nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... Ma se lo +sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: lo sorprende, lo sgrida!...» +— E accadde che un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira a cui +l'aveva acceso il capufficio, perchè la Gigia lo quetasse e l'esortasse +a non infrangere mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde che +con la mite cattiveria delle ragazze ingenue e buone la Gigia un giorno +raccontasse a Gustavo: + +— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento alla finestra, e passava un +bel giovinotto.... — Per gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli: +e la mamma li lasciava fare guatandoli felice. + +Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le spese per allestire +la nuova casa. A provvederla di solo quanto era necessario, e non +superfluo, non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi di due anni, +se la mamma non gli fosse venuta in soccorso con tutto il suo avere; +e per le cose superflue — di assoluta necessità, una volta provviste +le altre — lasciarono l'incarico al caso nella consuetudine dei doni +nuziali. Uno specchio per il salotto; una lampada da appendere, o due +candelabri; uno o due vasi giapponesi, di quelli in cui si gettano, +sparsi, fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e un cofano, alla +moda, per i biglietti, eran tutte cose che premevano. Seguivano, +soltanto desiderabili, sei posate in luogo di quelle comuni ereditate +dalla mamma; e forse d'un «servizio da caffè» non avrebbero potuto +fare a meno neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in quell'ipocrita +dello zio Tarabusi. + + +II. + +Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi un peso d'addosso, mandò +un «servizio» di sei tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda +qualità. + +— Di terza, di terza! — mormorò la mamma, meno paga e sempre astiosa +con l'ipocrita e avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva +per suo stesso conforto. + +Quanto agli altri regali desiderati e attesi: nessuno; e quale rabbia +allorchè una prozia e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto +assegnamento, inviarono la prima un ombrello di raso paonazzo e +la seconda un astuccio per guanti! Stupide! La Gigia era forse una +donna più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe ora il cofano, i +candelabri o il lume, lo specchio e l'album? Forse la zia paterna, +ch'era ricca assai, manderebbe alla sposa le posate? Forse lo zio +paterno manderebbe i vasi giapponesi? + +.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni volta che rincasava, +facendo quattro gradini alla volta. + +Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato al viaggio di nozze +— regalò.... una borsa da viaggio! + +.... — La zia? + +Un monile bello, assai bello, regalò la zia; ma la Gigia avrebbe +preferita qualche cosa di più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe +preferito restar disadorna lei a lasciar il salotto disadorno, nudo. + +Nè le amiche poterono far molto: un libro da messa; una scatola di +profumi; cinque metri di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli +ricamato all'antica.... + +Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la mamma su la scala +venne incontro a Terpalli più che desolata, irosa e sbuffante. Una +combinazione incredibile! La signora Tecla, antica loro conoscente, +memore d'aver visto nascere la Gigia, aveva pensato a un regaluccio: +e aveva pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A guardare la +faccia della mamma mentre diceva: — Eh! che ne dite? —, Gustavo credè +leggervi come un'accusa di complicità sua col caso; e provò tal pena +a veder lagrimosa la Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più +disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo di spirito. + +— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo per romperlo; e +quello della signora Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo. + +— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e, sotto, la borsa, il +libro da messa, la scatola di profumi e il cuscino! Che bel salotto! — +esclamò la Gigia. + +Propose Gustavo: + +— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe ottenere qualche cosa +in cambio, dal negoziante. + +— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma. + +E la figliola: + +— Nemmeno io! + +— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si ringrazia! — disse +Terpalli, al quale rincrebbero il broncio della vecchia e l'ironia +della sposa. + +— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la Gigia, alla quale per contro +rincresceva l'indifferenza ostentata dallo sposo. + +— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma, che il riso del genero +aveva inviperita. + +— Che colpa? + +La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò: + +— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro gesuita! + +— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa mia? — ripeteva. + +Presentendo il litigio, la ragazza pregò: + +— Zitti! basta! + +— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì lo sposo. — Ho i colleghi! + +Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei. + +— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti! Un _bouquet_, come +daranno i vostri testimoni; e ciao! + +— E il conte? Perchè è in viaggio credete si dimentichi?... Mi vuol +bene, lui! + +Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale. + +Il signor conte non solo non si dimenticherebbe, ma spedirebbe o le +posate o lo specchio. + +— Vedrete! + +Questa la sua fede. + +— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi del tutto suocera. — Neanche +un biglietto vi manda! Ci scommetto! + +— Forse sì e forse no. + +— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare a un impiegato +così.... modesto come voi? + +— Il lume! — rispose in modo di canzonatura Gustavo. + +Frattanto la Gigia pregava: + +— Smettetela; finitela.... + +— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero; e adesso non avreste due +servizi da caffè! + +— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli. + +— Profeta, no; timido, sì. + +.... — Mamma! Gustavo! + +— Timido? + +— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi troppo con vostro zio, e +gli avete domandato quel che costa meno! + +— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare anche così poco! + +— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta..., mio marito lo diceva +sempre, muore senza aver goduta una zuppa calda! + +— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere alla Gigia che lo +tirava per la giacca. — Sempre «mio marito»! Lui, lui sapeva stare al +mondo! + +— Ah, meglio di voi, signorino! + +— Infatti.... + +.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo afferrò il cappello, e +scappò via. + +— Gustavo! Gustavo! + +— Mio marito era un uomo! — la suocera gli gridava dietro. — Si può dir +forte: era un uomo lui! Se fu disgraziato.... + +Insomma, la buona donna aveva bisogno di sfogare un gran malumore; e la +buona figliola ebbe ragione di gemere: + +— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo felici! + + +III. + + ALLA CITTÀ DI PARIGI. + GRANDE ASSORTIMENTO DI OROLOGI E SVEGLIE. + NOVITÀ IN OGNI GENERE. + BIJOUTERIA — CHINCAGLIERIA — ARGENTO CHRISTOFLE. + REVOLVERS E FUCILI. + EMPORIUM PER REGALI — GIOCATTOLI. + +Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando l'uno dopo l'altro +gettarono uno sguardo intorno, come per sorprendere un oggetto e +riposarvi il pensiero incerto; quindi, dopo i tre inchini, chiese: + +— Desiderano? + +— Un regalo per nozze. + +— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta. + +Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro. + +Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque d'accordo a spendere +poco in cosa che desse apparenza di molta spesa, erano discordi nel +dono da scegliere. + +— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro, per la sposa? — suggerì +primo Bonariva; quantunque poco lieto lui stesso della proposta. + +— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli ai parenti cotesti regali da +buona famiglia! Tocca alle amiche della sposa. + +— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi. + +— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca.... Da trecento lire a +quindici. Vedano.... — Così dicendo il commesso accennava a quelli da +trecento lire. + +— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi, intanto che Bonariva +disapprovava col capo. + +— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche a Sandri, e costavano poco. + +— Osservo — disse Bonariva — che i vasi sono pericolosi.... + +— Già, se vanno in terra.... + +— No, non per questo! Chi non sa che cosa regalare, regala due vasi, +sempre: c'è il pericolo d'una combinazione. + +Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora mutò consiglio. + +— Prendiamo uno specchio. + +— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio? + +— Ma bello; per il salotto. + +— Che! Non son gente da salotto! + +— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello con l'utile — mormorava +Sandri. + +E a lui il commesso: + +— Un _nécessaire_ da viaggio?... Un _lavabo_? + +— No, no. — Bonariva insisteva per qualche cosa di più utile e di meno +comune. + +— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono di moda; servono a tanti +usi! Guardino questo: dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni. + +— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva scoteva il capo. + +— Costa? — domandò Sandri. + +— Ottanta lire! + +— Ahi! + +— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte? un portabiglietti? + +— Io torno alla mia prima idea — Sandri disse —: un bell'album con i +nostri ritratti.... + +— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in tentazione — fece Bonariva, +mentre Guizzi, per gusto suo, maneggiava e considerava un bastone dal +pomo cesellato, e diceva: + +— Vuoi che non l'abbiano un album? + +— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse Bonariva. +Quand'ecco, a sollevare o a distrarre la pazienza del commesso, entrò +una signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso, con un'aria di +tacito e vicendevole rimprovero; finchè uno chiese a un secondo giovane +del negozio: + +— Cos'è quell'affare là, di vetro? + +— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo! Se vuole.... + +— No, no! È troppo bello! + +Guizzi adesso mormorava: + +— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi a sì bella idea fosse +possibile il consenso degli amici! + +— Ohibò!... + +— Si regalano alle signore che non si maritano, i ventagli! + +— Dunque? + +Parlava il giovine: + +— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo? + +— Cioè? + +Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona! + +— Dodici posate d'argento Christofle...? + +— Troppo, troppo! + +— Sei, allora.... + +— Poco: troppo poco! + +— Poi le avranno già le posate! — Sandri ripeteva. + +Proseguiva il commesso: + +— Oggetti di _toilette_? Candelabri?... + +— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine, contento. Se non che Guizzi si +mise a ridere. + +— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E al commesso che +proponeva: — Un orologio? una _sveglia_? —, rispose: — Da _sveglia_ +farà la sposa: non dubiti! + +Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che quando cominciava non +la smetteva più. Disse Bonariva: + +— Prendiamo un organetto, o un'armonica per calmare la signora dopo la +luna di miele! + +A che Guizzi: + +— Sarebbe meglio un revolver! + +Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata i colleghi ad essere +seri. Anche, li rimproverò: + +— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto allo sposo che cosa +gradirebbe.... + +Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere. + + +IV. + +Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole sventure; non le grandi, +le quali abbattono quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico +accordo. + +— Che volete farci? — mormorava la signora Clotilde dinanzi al terzo +«servizio da caffè» e alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso +a cattiva fortuna, figlioli! + +Disse finalmente Gustavo: + +— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; fingere che niente sia; +se no, ci metteranno su le ventole! + +— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè si meraviglino meno +— disse la Gigia, finalmente. + +Non era possibile, infatti, nascondere i due primi servizi, il donatore +e la donatrice essendo invitati alla colazione; e non volendosi +sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, al confronto, +magnifico. Per suprema ironia era magnifico! + +Nè il domani mattina alla funzione nuziale, in chiesa prima e dopo +al municipio, fu alcuno che al vedere la sposa un po' turbata, un po' +troppo smorta, non ne ammirasse la commozione del solenne ufficio che +si compieva, il verginale panico per il solenne sacrificio a cui era +condotta, il trepido cuore per l'amore che la beava: nessuno ci fu che +pensasse a un estraneo disturbo di tanta felicità. La poverina aveva, +insistente, la visione d'un collegio di chicchere vigilate da matrone, +che erano le caffettiere e le zuccheriere. Quanto allo sposo, avanti +di arrivare a casa, rivelò a un testimonio una sola causa di cruccio: +l'ingratitudine del conte. + +— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni che lavoro per lui senza +aumento di stipendio! + +— Pensate — aggiungeva — che ogni volta che capitava in ufficio era +sempre lì a dirmi: «Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo la +corbelleria?» + +— Dov'è adesso? — chiese uno. + +— A Firenze col maestro di casa, che mi promise di rinfrescargli la +memoria.... Ma sì!... + +Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti uguali i nobili! +— L'altro, moderato, tacque. + +Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo: + +— Ora vedrete i tre «servizi»! + +Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a ridere: anche la +sposa e la mamma; anche gli invitati che attendevano, e quelli che +sopraggiunsero; toltane, s'intende, la vecchia amica signora Tecla, a +cui il suo servizio sembrava il più brutto dei tre, e s'arrovellava a +valutare gli altri due. + +— Che caso! — Oh che caso! + +— Sono casi però che fanno rabbia — disse lo zio materno. + +— Son brutti scherzi del destino! — esclamò un secondo. — Una cosa +che non si crederebbe! — borbottava un terzo; di guisa che l'ilarità +diveniva compianto sincero nell'attesa della colazione. + +— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma. + +— Chi manca? + +Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido, sorridente, senza peli, +con una impressione di maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo +zio Tarabusi. + +— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva alle +presentazioni, dopo aver baciata su la fronte la sposa, la «cara +figliola» — Oh caro: oh! carissimo! — diceva a quelli che conosceva. — +Tanto, tanto piacere! — ripeteva alle nuove conoscenze.... Finchè diede +una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'! quante chicchere! Pare +un reggimento di fanteria.... + +— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la storia. + +— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto prevedere.... Oh +senti — aggiunse con quella sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo. +Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...: alle dieci e trenta per +Modena.... + +— Come? + +Più piano: + +— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!... + +— Ma..., zio.... + +— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti sono odiosi. + +— Creda.... + +— Dovevi avvertirmi! + +Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra gli altri. + +— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi.... Mi scusino.... +Debbo partire.... per Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti +questi signori.... + +— Rimanga, zio! + +— Resti, signor Tarabusi! + +— Diavolo!..., signor Tarabusi! + +.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei auguri! + +— Due confetti, zio.... + +— Grazie.... + +— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...? Offrire il caffè a lui +(in quale delle chicchere?) sarebbe stato un grave insulto, se lo zio +non avesse compatito il nipote come uno che avendo preso moglie aveva +perduta la testa, e se Gustavo non si fosse corretto subito: + +— Un _cognac_, almeno...? + +— Bevo di rado _cognac_... Grazie.... Un'altra volta, caro. Addio! +riverisco! addio! Stiano bene.... tutti! — E con un nuovo inchino e un: +— Evviva gli sposi! — quel Tarabusi se ne andò. + +.... La colazione nondimeno procedè benissimo. Vini e liquori +dissiparono ogni ombra dall'anima della sposa, rapirono allo sposo il +ricordo dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron giocondità e malizia +nelle giovani donne; suggerirono motti agli uomini, e bei racconti. +Quando, d'improvviso, squillò il campanello. Chi mai? + +Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo correva alla porta +gridando: + +— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il regalo?... — Il conte!... +— Il conte.... senza dubbio! + +— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino dell'agenzia che veniva a +deporre una cassetta. + +— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto _fragile_; la sposa vi +teneva lo sguardo smorto. + +— Presto! un martello, un coltello! — Con una lama da interporre alle +assicelle del coperchio Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone +socialista gridava: + +— Il primo aristocratico galantuomo che conosco! + +— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone moderato. — E di cuore! + +— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita: ecco tutto! — osservava +un altro. + +— Non dico; ma.... + +— Viva il conte! Viva il conte! + +_Crac_ fece l'assicella allo sforzo di Gustavo. Allora tutti tacquero, +ansiosi, nell'attesa che la cassa fosse aperta interamente. Ma perchè +la cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza col socialista, +quasi a un vicendevole ridevole dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava +adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè il testimonio moderato +fumava in fretta guatando alle donne; e la mamma e l'amica Tecla +tenevan gli occhi su la sposa come temessero d'uno svenimento? Quale +idea uscita di mente alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente +a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso di chi più avrebbe +dovuto esser felice il terrore d'un malefizio, e accendeva negli occhi +degli altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava un destino +assurdo o tremendo su quella cassa, su quelle anime?... + +Lo sposo — _crac_ — con l'angustia di quando, ancora in preda a un +sogno funesto, si ricorre, nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto +il coperchio.... + + + + +Dall'Eldorado. + + +I. + +Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la scarsa barba, dalla +tavola a cui sedeva Polla guardava a quanto poteva scorgere del +temporale. Passavano di furia i nuvoloni neri: uno ne dilacerò un +fulmine. E cominciava a piovere; nè ancora cessava il vento che faceva +sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere. + +«Oh portasse via la bufera anche la casa! Una tempesta enorme +rovesciasse Roma e tutte le città d'Europa! Un ciclone rovinasse, +magari, il mondo!» + +Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini come fratelli e pel +quale i borghesi sfruttatori e capitalisti erano non uomini ma belve +— si arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, per malanimo +o per teoria socialista o per lotta di classe: no, no; solo risentiva +lui stesso di quel turbamento elettrico e meteorico e, per di più, gli +sommoveva pensieri neri come le nuvole, che si aggrappavano nel cielo +di contro, un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora infatti in +cui i borghesi andavano a desinare, egli restava alla tavola deserta, +perchè già pioveva e non aveva ombrello e perchè non aveva un soldo in +tasca e non sapeva qual trattore potesse più accoglierlo a credito. +Fino a quando?... Ah che appetito! In verità, quel giorno sarebbero +appena bastate al suo desiderio una porzione di spaghetti, una di +lesso, una di vitello, una di fragole e una bottiglia di barolo, il +vino che prediligeva. + +Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava nella camera con +tal impeto e abbondanza che il buon Polla finalmente si alzò per +chiudere i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più densa, opaca, +precipitasse, abbattuta da una ventata, giù, alla volta della sua +finestra.... Una nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da +cannone e non era una nuvola: un corpo strano, solido, straordinario: +un enorme animale!... Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a +scampare alla parete, che già piombava nella camera: vi cadde con un +tonfo profondo su l'impiantito.... Che cosa? Chi?... + +Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? Era un misterioso +involto, che, come cosa morta, non si moveva più affatto. Riavendosi +però dal primo spavento, invece d'invocare soccorso, il socialista +tacque, avanzò; retrocedette. Non era un condor, non era un'aquila, +non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali che s'erano raccolte al +cessare del volo, l'insolita bestia non dava a conoscersi che per +le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò di nuovo e ruppe +in un'esclamazione di meraviglia alla vista di sì fatti piedi e di +cosifatte gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, una donna +volante! Una creatura umana, immota, svenuta o morta al suolo della sua +stanza! + +Con che cuore egli la volse supina e ne udì battere il cuore (era un +uomo)! Con che cuore si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso +viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo spogliato delle fine e +seriche ali e della giubba cui stavano connesse! Un uomo non calvo! +I capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte e la lunga e +gentile barba non scemavano giovinezza all'aspetto venerabile; e tutta +la persona incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo paragonarlo +a un angelo, in cui non credeva, il positivista Polla lo paragonò +a Adone, se pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto il +sangue al cuore con massaggio; ne spruzzava d'acqua il volto; finchè +sospirarono entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, e l'uomo +che aveva salvato un fratello, quantunque volante. + +Polla disse subito: + +— _Good day!_ + +No. Era biondo, ma non inglese. + +— _Guten abend!_ — Non tedesco. + +— _Bonjour, monsieur!_ — Non francese. + +— _Buenas dies, caballero!_ — Non spagnolo. + +Ricordandosi infine di essere italiano, Polla fece, cortesemente: + +— Ben arrivato! + +D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da prima incerti quali d'uno +che davvero sia cascato dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche +melodiosa incomprensibile parola; poi contorse la bocca a pronunciare +una parola di lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale. + +— Volapuk?... + +— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi aveva presa l'abitudine di +parlare a voce alta. — Oh, oh! Al vostro paese si studia il volapuk? +Non ha attecchito da noi! Non importa. A poco a poco, fratello, +c'intenderemo lo stesso! E, ditemi.... + +Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, o per il dolore +della caduta, o per lo sfinimento di cui era prova il pallido viso, +l'infelice forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con uno sforzo +supremo non avesse rialzato il capo, e stringendo all'estremità le dita +della destra, non avesse portata due volte la mano alla bocca mentre lo +sguardo aiutava l'espressione del gesto. + +— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! Anch'io ho fame! +Ma io non posso offrirvi che un bicchier d'acqua! + +Quasi indovinasse le condizioni economiche dell'ospite, l'altro +affrettava un segno della mano verso l'involucro rimasto sul pavimento. +E Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi dell'arnese (fosse +corpetto o giubba) eran fisse le ali, egli avvertì subito due bisacce; +nè esitò a introdurvi la mano, quantunque il forestiero già accennasse +di tastar più in basso. Ma..., e là cosa c'era? Sentiva un peso non +lieve, come di ciottoli, e per accertarsi se era o no la zavorra, +introdusse la destra. Questa volta Polla, che non credeva in Dio, che +credeva solo nel «fattore economico», esclamò: + +— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono sassi! — Che cosa erano? Che +cosa erano? + +Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! Ma realtà! Un miracolo! +Diamanti! smeraldo! rubini! oro! Fu tale la meraviglia di Polla che +attese a lungo prima d'accorgersi come l'infelice girasse e chiudesse +gli occhi, e sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il misero +aveva volto il cenno, l'ospite trovò un grazioso vasetto piccolo +piccolo, che quasi si aperse da sè effondendo un cordiale profumo.... +Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico a ristorare d'un +tratto dal profondo del cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia +offerse il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce e luminoso sorriso; +e per riposare reclinò il capo e chiuse gli occhi, non più alla morte, +ma al sonno. + +Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto il naso, presente alla +gola l'«estratto» ch'effondeva quel profumo saporito, ineffabile; +eppure non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, per tornare +all'involucro volatile. Nè riusciva a persuadersi che non sognava; +la zavorra era tutta quanta di gemme preziose! E se poteva ingannarsi +intorno alla qualità e al prezzo d'alcune delle pietre, su altre non +s'ingannava certo. Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, in +un mucchio, e stette a contemplarle. C'era proprio da impazzire; tanto +più che la fatica della contemplazione accresceva la debolezza del +digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar dell'«estratto»! +Solo quando si sentì venir meno, allora prese un pizzico di polvere dal +vasetto, e parendogli néttare o ambrosia ne prese un secondo, eppoi +un terzo, eppoi un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe nausea; +che quella roba era troppo sostanziosa e focosa. Ma sublime! ma +incomparabilmente migliore d'ogni nostro più squisito cibo! Inoltre, +a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, come per un eccitante +liquore, e una gran fretta e lucidità di idee e una gran letizia +nell'animo. + +— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando alle gemme per raccoglierle +e metterne nella sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non le +teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? Ebbene, in tal caso, +éccogli restituita la sua zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno +smeraldo per far moneta, per esercitare secondo conveniva gli uffici +dell'ospitalità e provvedere da pranzo non a sè, che non aveva più +fame e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, che tra poco +si sveglierebbe e avrebbe fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo +dalla strana visita contraeva obbligo di gratitudine, di amicizia, di +compenso al disturbo.... Lui, Polla, si prendeva dunque uno smeraldo. +Una cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino da non +ringraziarne nemmeno la Provvidenza, quand'anche un socialista marxista +e inscritto al partito avesse potuto ammettere la Provvidenza. + +Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro come mai in vita +sua, se al limitare non l'avessero trattenuto queste domande: Lo +smeraldo non era troppo grosso e non susciterebbe ingiusti sospetti nel +gioielliere? Qualcuno non aveva forse visto entrar là l'uomo volante? +Aveva questi un foglio di via? Non ne sapevan nulla le guardie di +pubblica sicurezza? + +Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba e ali; osservò +meglio il piccolo e semplice congegno di molle riposte tra seta e +fodera e provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili tentativi +s'avvide che il congegno era guasto; forse irreparabilmente guasto! +Gli bisognava restare a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, Polla +sostituì al grosso smeraldo un men grosso rubino, e dimenticandosi, +non di mettere questo in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo +pieno di gratitudine stette a considerare il forestiero che dormiva +dolcemente, senza russare; ad ammirare quell'uomo la cui bellezza +assumeva a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra mai. + +Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, lor due, quantunque Polla +avesse il naso un po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente +fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura e rossiccia, e l'altro una +barba aurea, fine e copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto; +Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e l'altro indossasse +sandali, calzoni e maglia di un'ignota materia che aderiva alle membra +e le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla sembrava di vedere se +stesso elevato a una razza superiore, o sè stesso trasferito in un +secolo di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, uscì e +discese. Si era già accertato che aveva ben chiuso l'uscio a chiave. + + +II. + +Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno a casa con una sporta +gravida di vettovaglie e con una bottiglia di barolo vecchio, fu +costretto a sedersi sul primo gradino della scala per riacquistar lena +e rimettersi in equilibrio. Alla testa gli si era diffuso lo spirito di +quello squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi, stentava e +soffriva a digerirne la parte soverchia, e l'intestino già cominciava +a dolersi di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa. Però, +consapevole dell'ebbrezza, Polla non dubitava di non ragionare; anzi +credeva di ragionare benissimo, e ora guardando alla bottiglia, ora +premendo col braccio il petto e il portafogli, vedeva naturale quella +sua avventura quasi inverosimile; gli pareva la cosa più semplice del +mondo che un uomo volante fosse stato portato da una corrente aerea +fino a Roma e spinto proprio dentro la sua finestra; giudicava agevole +ottenere in dono dall'ospite metà almeno delle pietre; pensava che +dopo ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista e che se non +gli riuscisse d'arrivare, per una via o per l'altra, al paese di quel +signore, potrebbe vivere allegramente, conservatore o borghese, anche +in Europa. E i compagni? e la promessa fede? e l'aiuto al partito? e la +teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica? e tutti i problemi economici +e sociali? Sciocchezze! Adesso un problema solo aveva da risolvere: in +che modo salirebbe fin lassù alla sua stanza, al quarto piano, ahi, con +la testa in giro e le viscere commosse. + +Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero sane e salve la sporta e +la bottiglia; e lui, senz'altro male che dolori forti come morsi. Ma +allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere dentro la camera. Aperto +che ebbe, lo straniero gli venne incontro con viso di giocondità +cordiale e con graziosi inchini. + +— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi su d'una seggiola. — Io +invece sono rovinato! Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni! +— Quindi premendosi con le mani: — Oh che male allo stomaco! — +aggiungeva. — Oh che male alla pancia! + +— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro, che non essendo tanto +afflitto dalle doglie dell'amico quanto studioso d'apprenderne e +ritenerne il linguaggio, indovinava dagli atti il significato di quelle +parole. + +— Se provassi — continuava Polla — se provassi a mandar giù un po' +d'acqua, o un sorso di barolo?... + +— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo alla forma della +bottiglia la sollevava e la sturava lui stesso. + +Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista disse: + +— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro. Sorseggiando un mezzo +bicchiere lo straniero ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro, +portò una mano al cuore per troppa dolcezza, quale un uomo che non +avesse mai gustato vino. + +— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava, meglio che a parole, +a cenni. — Tanto, io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi +compagnia. + +Da qual paese veniva quel signore così intelligente che subito coglieva +il significato dei cenni e delle parole e con meravigliosa facilità +fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo così straniero che +al veder le fragole e le ciliege fuori della sporta, rimase come +resterebbe uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse più che +cocomeri! + +Non si descrivono neppure le espressioni delle labbra, degli occhi e +dell'armonico eloquio con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato di +trovar sì buone quelle fragole così piccole. Anche, non gli spiacque +il _roastbeef_; benchè da prima quasi gli repugnasse e benchè non ne +mangiasse più di mezza fetta. Ma le ciliege a dirittura lo deliziarono, +lo fecero ingordo al punto da ingoiarne il nocciolo. + +Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava di mangiare senza +complimenti, di mangiar tutto e mormorava: + +— Si direbbe che costui non è avvezzo che agli estratti e ai peptoni +chimici. + +Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè l'altro diede a +conoscere che non solo era sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre +cortese, dopo, dimandò: + +— Stomaco?... Pancia?... + +— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto era cessata, non il +male. + +Per passare il tempo e arricchire la sua cultura l'uomo volante +cominciò allora a toccare questa o quella cosa, rallegrato o stupito +dalla forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di richiesta gli diceva +Polla. + +— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì, la brocchetta +dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!... Il letto, appunto, da +dormire! Questo?... Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse! + +A che l'altro, con prontezza di lingua e di memoria, riepilogando: + +— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua; sedia; letto da dormire; +comò da tenervi i vestiti chi ne avesse. + +Era proprio un brav'uomo, oltre che bello; e da qualunque parte fosse +giunto, per l'ingegno che aveva non poteva essere che un socialista. +Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite declinò il suo nome. + +— Io ho nome Polla, e voi? + +— Nome.... Polla? — Non aveva compreso. + +— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio, finse che uno lo +chiamasse «Polla!», e finse di rispondere: «Eh?» + +— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo compreso bene. + +— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la mia ospitalità e i miei +servigi! — Polla disse, mentre gli prendeva e gli stringeva la mano; +senza prevedere che dopo questo atto l'altro correrebbe al catino a +lavarsi. Certamente in quel paese non usavano salutarsi in tal modo +contrario all'igiene. + +.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di lingua vi +s'intrattenevano da quasi un'ora, quando Edon, non avendo peranche +finito di ridere a veder Polla che accendeva una candela, s'abbandonò +sul letto e in puro italiano lamentò: + +— Oh che male allo stomaco! Oh che male alla pancia! + +Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli non era uso che ai cibi +chimicamente ridotti, e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco +cibo nostrano. + +Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati, eppur lieti di +cominciare a intendersi e di poter chiacchierare? con le interruzioni +di gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima d'addormentarsi +Polla ebbe appreso come Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti +volavano, e come era stato rapito dal vento. E poichè i giornali +avevano preannunciato un ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente +il socialista pensò che l'amico proveniva da una qualche terra +d'America; la quale, abbondando di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini, +diamanti e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado. + + +III. + +.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado? + +— Ero infelice — mestamente rispose Edon, e rilevò gli occhi dal +vocabolario italiano-volapuk che Polla, la mattina, gli aveva portato +a casa e da cui egli in due ore aveva imparato quanto linguaggio +basterebbe a certi eruditi professori per uso domestico se non +universitario. + +Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non potendo credere che in +un paese dove per le vie e per i campi tutti potevano raccogliere di +quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi, nè che dove gli +uomini volavano ci fossero tiranni e mancasse la libertà, pensò che +qualche terribile sventura, fuori dell'ordine economico e politico, +avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai, più che un fratello; e si +propose di tenerlo allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto, +nascondergli i guai della nostra vita civile. «Edon ha cuore — +diceva fra sè —; ha l'intelligenza di un uomo perfetto; dunque per +non affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le carneficine +internazionali e i resoconti dei Parlamenti, abolisco i giornali +quotidiani!» Gli premeva insomma che, essendo irreparabile l'ordigno +per volare, l'amico non scappasse per ferrovia appena fosse deluso e +stanco del vecchio mondo e dopo che si fosse accorto del pregio che vi +hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini e anche i pezzi d'oro. + +Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che Edon non apprendesse mai +il potere delle gemme e dei quattrini in cui Polla le convertiva; e da +bravo amico Polla ci si provò, recandosi lui solo dai gioiellieri con +una o due pietre alla volta e piccine, e pagando di nascosto i conti +all'albergo nel quale s'erano trasferiti. Ma presto l'altro volle +andare in tram, dove curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti. + +— Non usano questi da voi? — chiese l'amico con faccia tosta, +mostrandogli le monete. + +Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre l'ordinamento economico +della sua patria. Ivi i quattrini non usavano più da secoli, perchè +vi abbondavano i frutti della terra da cui la scienza chimica traeva +e riduceva gli alimenti; vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo +necessari alle arti e alle industrie, sì che ciascuno viveva secondo il +proprio bisogno e secondo il proprio desiderio. + +Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere un colpo di mazza sulla +testa. + +— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete la realtà dell'ideale +socialista, ma anche dell'ideale anarchico! + +— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo il vocabolario, — +Ideale anarchico? —; e intanto Polla ricorreva alla difficoltà più +grande che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua fede. + +— Dite, dite — domandò: — in che modo vi regolate, voialtri, per la +misura del lavoro? + +Edon non comprendeva e stava per chiedere più ampia spiegazione, +quand'ecco uscì lui pure in un oh! di meraviglia, perchè scorse +scintillare la mano di una _cocotte_ che avevano di fronte. + +Il socialista era divenuto di bragia in volto, non per pudore. Susurrò +in fretta all'orecchio dell'amico: + +— È un brillante falso!... È una _cocotte_. + +Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso in altre mani senza guanti, +oro e smeraldi, e fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano +per ornamento, avevano un pregio, e se avevano pregio gli anelli, +ne avevano anche le pietre; e se per andare in tram erano necessari +i soldi, più soldi dovevano essere necessari per adornarsi mani e +orecchie.... In conclusione, Polla dovette chiedere l'ordinamento +finanziario ed economico del nostro sciagurato paese, e, quasi fosse +una bella cosa, permettere all'ingenuo fratello di tornare a casa +perchè voleva pietre da cambiare subito in valute! + +Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo da parte per sè alcuno dei +brillanti più grossi! Che colpa essere troppo onesti! + +Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di un bambino, nè avvertì +altri guai dopo quello della moneta. Anzi per le strade e per le +piazze manifestava una giocondità, una meraviglia, una beatitudine +a cui era difficile trovare confronto. Si meravigliava e godeva come +noi quando fossimo trasportati d'improvviso in una illustre città al +periodo splendido del Rinascimento e vivendo di quella vita, per noi +oggi storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione per cui +il passato ci sembra più bello del tempo presente, e di quella età +conoscessimo i beni senza conoscerne male alcuno. Ora attonito, ora +ilare, ora meditabondo a cercare la ragione di una cosa e, trovatala, +giulivo ed entusiasta, Edon non si stancava di correr qua e là sebbene +non fosse avvezzo a girar molto e quantunque tanto frastuono di ruote e +di carri lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la vista delle +signore, così eleganti negli abili diversi; così agili e provocanti +nelle forme; così facili al sorriso nel salutare; così flessuose +nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel sogguardare, nel +porgersi allo sguardo altrui. Commentando l'ammirazione sua propria, +che le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte parole +riferiva all'amico che nel suo paese ragioni di pubblica salute avevano +privata di grazia la donna abolendo busti e cinture, e che l'igiene +v'imponeva una sola e pallida tinta nelle stoffe, e, che, per di più, +il perfezionamento della specie aveva condotto il genere femminile +a quasi un sol tipo; onde qua da noi gli piacevano fin le brutte. Ma +quasi non minore diletto gli dava la vista dei cavalli, il nobile e +mite animale espulso d'Eldorado dal progresso meccanico. + +— Non ci avete nemmeno asini? — domandò Polla. + +— Asini? — Edon consultò il vocabolario. + +Più resistenti, di asini ne restava qualcuno anche là. E i tram? + +I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto nuovi, ricordandosi +d'averne visti, sebbene costruiti meglio, nella sua fanciullezza. + +Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le impressioni ch'egli +riceveva dalla vita multiforme e molteplice della grande città; dai +monumenti storici per noi e quasi preistorici per lui; dalle case e +dai palazzi moderni per noi e per lui antichi: basti affermare che un +ragazzo venuto di campagna o un barbaro si sarebbe divertito meno. + +Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare quella che per Edon +medesimo ebbe Polla. Il quale, non potendo accontentare l'amico +desideroso di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri o di un +ufficiale di cavalleria, il giorno dopo fu costretto a istruirlo +intorno agli eserciti permanenti e a rivelargliene i danni con non +poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni europee. + +Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio (oh che disposizione alle +lingue!) ribattè che quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione +saggia. Aggiunse press'a poco: + +— La guerra è nella natura delle cose, degli animali e degli uomini; +ma noi d'Eldorado, che abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la +natura. Miseri noi! + +Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse nelle spalle e si limitò +a ripetere che gli eserciti costavano troppo. + +Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso che nel costo delle cose, +cioè nel comprare e nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più +attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava che il lavoro a +salario fosse proficuo alla «produzione» e alla vita d'un popolo; e +ragionava press'a poco così: + +— Chi spende di più, è più forte! Chi è più forte, è più potente! Chi +è più potente, è più temuto! Chi è più temuto è più glorioso! Chi è più +glorioso, è più contento! Beati gli europei! beati voi, o italiani! + +Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, tacque; finchè disse: + +— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate da voi per lo scambio +dei prodotti? Mi spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., o +lassù? + +— Il giardiniere. + +— Bella professione! Ma che regola avevate nel dare i fiori in cambio o +dei cibi o dei vestiti o degli ordigni per volare? Che regola vi hanno +tra loro i commercianti, i professori, gli operai? + +Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose Edon: + +— L'educazione. + +— L'educazione? — urlò Polla. + +Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione non richiedevano +più del ragionevole negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva +il floricultore, non avrebbe mai voluto da un meccanico più d'un paio +d'ali, o più d'una poesia da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime +rose azzurre. + +«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado sono a tal punto?» In che +modo avrebbe dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle belle +apparenze della nostra società un uomo disgraziato senza dubbio in +famiglia, ma allevato in una società così perfetta? + +— A parte le disgrazie domestiche — mormorò il socialista, prima uso a +sbraitare, — quali cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici. + +Non l'avesse mai detto! + +— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso in viso quale non era stato +mai. — Felici in un paese dove il valore delle cose è determinato +dall'educazione? dove la ricchezza non è premio alla fatica? dove non +si lavora per guadagnarsi il pane col sudore della fronte? — Si arrestò +mormorando a sua volta qualche parola del suo armonioso linguaggio: +forse bestemmie, forse insolenze; poi, data un'occhiata al vocabolario +per rimettersi, riprese: — In Eldorado è sconosciuto il piacere +d'adempiere i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto +battagliero dell'uomo vi si è perduto! Mentre voi avete fino i re, +i presidenti di repubblica, i pontefici, noi non abbiamo nemmeno i +_policemen_! Oh sì.... la felicità degli uomini è nella disuguaglianza +economica, civile, morale! + +«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva le labbra; e taceva. Egli, +che amava le polemiche, era costretto a non discutere, per paura di +disgustar l'amico; era costretto a non svelare i mali segreti della +nostra misera civiltà. «È matto da legare!» + +La sorpresa e la paura del bravo socialista scemavano solo al pensiero +che un ignoto dramma domestico avesse turbate le facoltà mentali +dell'amico. + +Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma alla sua sentenza. +E allora Polla, non ostante il suo prudente proposito, non potè non +sorridere e non dire: + +— Io però credo che in Eldorado non si stia male come voi dite. Vorrei +andarci! + +L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che non scherzava, rimase +triste e silenzioso. Non parlò più sino a che non rientrarono +all'albergo; dove, abbandonando il vocabolario, parlò per chiedere: + +— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece con la mano un gesto che +significava il cervello andato a rovescio. + +Polla comprese. + + +IV. + +«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il pazzo sono io che non voglio +affliggerlo; che ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non lo +condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!» + +Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi che l'amico doveva +avere avuta una terribile sventura e che ora sapeva quante pietre +componevano il gruzzolo, non lo conduceva nemmeno ai teatri ove si +rappresentavano o i drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da far +ammattire i savi. + +— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva. + +E Polla: + +— Io non sono robusto come voi. Giriamo troppo il giorno, e mi vien +sonno presto. + +Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure egli promise che se dessero +l'_Albergo del libero scambio_, ve lo accompagnerebbe. + +Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna vagavano per le +strade udirono avanzare una sinfonia lemme lemme e videro crescere, in +distanza, la folla. Polla subito cercò trar via seco l'eldoradese. Ma +questi, al contrario, desiderava sapere che cosa ci fosse da vedere. + +— No....; andiamo! Non è uno spettacolo per voi. + +— Che è? che è? + +Rispose un signore molto gentile: + +— Un trasporto.... + +— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico che lo tirava per la +giacca. + +— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. Andiamo! + +Ma fu peggio di prima. + +— All'ultima dimora?... + +Arrabbiandosi, Polla esclamò: + +— Al cimitero: non capite? + +E il signore: + +— È un patriotta che una polmonite ha ucciso in tre giorni. + +E Polla, con ira già sarcastica: + +— Non usano le polmoniti da voi? + +Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. Anzi, alla richiesta +se in Eldorado si godesse buona salute, rispose: + +— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua pura come l'aria. Poi ai +piedi del nostro monte il clima è caldo; a mezza costa, è primavera +continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire le nostre piccole e rare +indisposizioni e a trovar la stagione conveniente per ogni organismo, +ci basta mutare residenza e volare di qua o di là. + +— Se crederete che da noi le malattie sono molte e gravi — amaramente +osservò allora Polla —, se crederete che da noi si muore anche a venti +anni, ammetterete che per questo almeno si sta meglio in Eldorado che +in Europa. + +Ma Edon non si diè vinto. + +Disse: + +— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando all'estero una volta +s'ammalò, e soleva dire che il maggior piacere della vita si prova +nella convalescenza. Ecco un piacere che noi non gustiamo mai. E poi +non pensate all'afflizione della scienza che in Eldorado troppo di rado +può vantarsi di salvare un uomo? + +Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: quattro cavalli bardati +in nero e coi pennacchi; il cocchiere nero e rigido; fiori su la +carrozza e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni con il viso +impresso dell'onore meritato; e la turba dietro, fra cui ogni persona +pareva compiacersi d'essere vista. Poichè la musica sonava così adagio +e tutti camminavano così piano. Edon aveva ragione di credere che tutti +amassero di essere visti e di vedere; in particolar modo le signore e +le ragazze, delle quali più d'una rispondeva con un sorriso a più d'un +sorriso. + +Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel corteo, dicendo a Polla +che pur troppo al suo paese la morte non meritava alcuna pompa: vi +appariva un fenomeno molto semplice: una materiale trasformazione. +Da tempo immemorabile gli scienziati vi avevano scoperto il modo di +decomporre elettricamente i corpi morti e di restituire le cellule alla +natura affinchè le usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica +non era rimasta in loro alcuna traccia di una esistenza spirituale al +di là di quella decomposizione; nè temevano la morte come trapasso a +castighi, nè la desideravano come viaggio a miglior vita. Per essi non +c'era «ultima dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero state la +musica e le lagrime. Imaginarsi poi i discorsi! + +E quando la carrozza finalmente fece sosta e un oratore prese a parlare +con tutte le forze, Edon si mise in ascolto: approvava anche lui, +contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il desiderio che l'integro, +intemerato cittadino lascia di sè»; il «cavaliere senza macchia e +senza paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; il «patriotta +ardente».... «Addio, amico! Che la terra ti sia leggera!» + +Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di assenso unanime, un secondo +oratore prendeva la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di Polla +accennando l'oratore già vuoto che consegnava un foglietto a un giovane +salutante a destra e a sinistra. + +— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva. + +Polla rispose: + +— È un giornalista; gli ha dato il sunto del discorso. + +— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei morti giova da voi anche +alla gloria dei vivi? — E sospirava; pareva dire: «Proverò io mai +il conforto di rammentare al pubblico la virtù d'un amico estinto? +Morirete prima voi, Polla?» + +Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo elogio era noioso; +mentre Polla, sempre più a disagio, cercava togliere all'amico +illusioni inutili: che a lodare un morto non era necessario averlo ben +conosciuto in vita; che, in sostanza, le virtù domestiche e civili +essendo sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre quelle; che non +essendo opportuno nell'ora del compianto rammentare vizi e difetti, +ma essendo invece di consuetudine i discorsi funebri, si attribuivano +molte virtù anche a chi non ne aveva mai avute. + +Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione. + +— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e morire tranquilli; chè i +giornali diran bene di voi: voi potete viver bene con la speranza in un +futuro premio, o viver male con la speranza del perdono.... + +Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe. + +— L'_Albergo del libero scambio_! — fece, accennando a un uomo che +tra la folla del trasporto recava al disopra di un'asta quell'annuncio +_réclame_. + +— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon fregandosi le mani. + +Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, un uomo che si era +divertito tanto a una funzione funebre, logicamente poteva rattristarsi +a una _pochade_; e, d'altra parte, se Edon non era rimasto commosso a +uno spettacolo di morte, non doveva esser stata la morte di qualche +persona cara che l'aveva indotto a fuggire d'Eldorado. Forse il +tradimento d'una donna amata?... Ma v'ha _pochade_ senza inganni di +donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... Invece che ridere, Edon, +forse, s'appassionerebbe.... + +E Polla balbettò: + +— Penso ora che all'_Albergo del libero scambio_ vi scandalizzerete. È +una commedia immorale. + +A che Edon: + +— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte morale! + +Quella sera dunque bisognò andare a teatro. + +Povero socialista! Non solo il compagno fu rapito sin dalle prime scene +all'azione comica; non solo dopo il primo atto battè le palme sin quasi +a scorticarle (nel suo paese non usava) e mostrò d'agitarsi nel vortice +del secondo atto, come s'egli medesimo si trovasse a quei casi allegri +e a quegli equivoci ameni: al calar della tela, dopo il secondo atto, +proclamò: + +— Questa è arte! + +— A me sembra roba inverosimile — osservava Polla. + +— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente in Eldorado si ostinano a +credere che il bello consista nella rappresentazione del vero! Io credo +invece che la vita rappresentata in teatro possa essere piacevole per +i ragazzi, che non la conoscono; non per gli uomini e per le donne che +non hanno più nulla da imparare. + +Polla ascoltava a bocca aperta. + +— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, che la perfezione è noiosa +per sè stessa e che la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta. +Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri teatri! + +Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, cominciò a stonare +in tal modo il valzer della _Madame Angot_ che Polla fu costretto +a turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò le dita, udì Edon +mormorare in estasi: + +— Questa è musica! — L'amico cantarellava, accompagnando le stonature +e stonando allegramente per conto suo. + +Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi! + +— La nostra musica suscita desideri incerti, desideri e sensazioni +dell'infinito; fa piangere...; fa male. La vostra al contrario, che +delizia! + +Per non arrabbiarsi, il socialista chiese: + +— E in letteratura voi come state? + +Risposta: + +— La nostra poesia è di una nobile semplicità, non nego; ma così +semplice che tutti la capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, +pretendendosi dipingere con l'armonia e con la precisione dei vocaboli. +Ora io domando a voi se la poesia, che di sua natura è sublime, +dev'essere semplice e compresa da tutti e se si può dipingere, fuori +della fotografia, senza colore! + +— E la pittura? e la scultura? + +Questa volta Edon sospirò: + +— Non v'ha artista da noi che goda a imitare con l'opera del suo +pennello e del suo cervello la divina natura. + +— Oh! perchè? + +— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque abbia un po' di +genio artistico può introdurre l'arte nella natura stessa e fare +che questa si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, infine, +è inutile parlare. Non ne facciamo uso come fate voi. Nelle nostre +scuole s'insegna che non i monumenti ma le opere debbono consacrare +l'immortalità, e i grandi morti s'imparano a conoscere nelle scuole, +non per le vie e per le piazze. + +Interruppe, gridò Polla: + +— Voi dunque non avete monumenti? + +— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade non ci sono che case e +alberi: perciò non sono amene come le vostre. + +A questo punto l'altro si mise a ridere con apparenza insolente. + +— Perchè ridete? + +— Pensavo al dottor Panglos. + +— A chi? + +— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava tutto bello, tutto a +meraviglia.... + +— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse Edon — e non oso +dir tanto. Dico solo che qui da voi si sta meglio che in Eldorado; +perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di grandissimi mali e qui, +al contrario, molti mali sono cagione di grandissimi beni. + +— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico non sapendo più quello che si +dicesse. — Non siete fuggito di là anche per una sventura domestica?... +Quale fu? + +I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo atto. + +E, dolente, Edon mormorò: + +— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere. + + +V. + +Sospirando come chi è tratto a ricordare la sua maggiore sventura, Edon +cominciò: + +— La compagna che io m'ero scelta nella vita, la donna che io amava, +la donna che mi amava, era un angelo. Dal giorno del nostro connubio, +quasi un anno vivemmo felici; d'una incredibile, divina felicità; +quindi, a poco a poco, vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza +divenne insopportabile. + +Disse Polla, già dolente della sua richiesta inopportuna e dolorosa: + +— Non andavate d'accordo...? + +Edon gli volse lo sguardo di uno che tema d'essere canzonato. + +— Andavamo troppo d'accordo! + +E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con sospetto, aggiunse: + +— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; ci amavamo tanto +che l'amore aveva soffocato in noi ogni egoismo; aveva distrutta in +noi ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, e lei per me; io non +potevo vivere senza di lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere +senza di me: così giunse presto il giorno che non potemmo più vivere +nessuno dei due. + +Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come a una rivelazione +improvvisa; e rosso, prima, di rabbia; poi giallo di bile, con lo +sguardo velato e la voce tremante gridò: + +— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... Ma con me tutt'al più si +discute: non si scherza! + +— No, amico: non scherzo. + +— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete entrato perciò dalla mia +finestra! + +— No, in verità. + +— Voi mentite! Siete un «emissario» della borghesia! + +Allora, con severità tranquilla, disse Edon: + +— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della menzogna. Non dovendo +mentire per necessità, cioè per politica, per industria, per commercio, +per patriottismo, per la storia, per la gloria, per l'arte e per +l'amore (l'amore pur troppo è libero da noi), noi non diciamo bugie +neanche per divertimento. Appunto per questo, perchè non seppi +ingannare e fingere, la mia vita coniugale doveva essere tanto +infelice! + +«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna voleva; quello +che lei voleva, io volevo; e a poco a poco io non volli più nulla, +aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva lei con me. Imaginatevi +un amore senza volontà; una funzione senza affanni, senza virtù, senza +conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo nell'anima in modo che ogni +tentativo di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e se io accusavo +qualche malanno imaginario per farla soffrire, essa non mi credeva; +e s'essa accennava a qualche suo particolare godimento, a qualche suo +proprio capriccio per ingelosirmi, io vedeva in lei un inutile sforzo. + +Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi direte che io avrei potuto +dividermi dalla mia compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da noi le +donne, perchè l'amore è libero, sono fedeli; e la mia, per quanto si +annoiasse, non credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi. +Io poi vedendo che le nostre donne si rassomigliano tutte, come già +vi dissi, non sperai di trovarne una che mi risparmiasse la noia e la +sazietà, e con un supremo sforzo fuggii su le mie ali abbandonandomi ai +venti di oltre mare.» + +Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, più d'una volta Polla +aveva dato di piglio a una seggiola e aveva dimostrata con quella la +filantropia della sua fede; ma ora stava cheto, a testa bassa. L'altro +lo credette in meditazione su gl'inconvenienti dell'amore libero, e +proseguì: + +— In Europa, per quello che m'imagino, la vita matrimoniale dev'essere +deliziosa. Essendo un vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso +la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà ogni via per sedurre e +avvincere sempre più l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca +all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, ingannarsi a vicenda, +senza che l'uno sappia o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non +prendete moglie? + +— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, quasi in tono di chi +invoca pietà: — Io.... sono socialista. Predico il libero amore! + +Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna e dolorosa: + +— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, amico, se dopo la vostra +confessione, sono obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi vedrete +fare l'onesto borghese. In Eldorado non mi ci vedono più! Ma voi non +mi abbandonerete, è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni contrarie, +noi staremo allegri; discuteremo; ci godremo i frutti delle mie +pietre; e quando io avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile +e religioso), noi vivremo felici tutti e tre. + +Povero Polla! «I frutti delle _mie_ pietre» aveva detto Edon: non delle +_nostre_! + + +VI. + +In questo mondaccio europeo sono rare le amicizie che non sussistano +o per concordia di opinioni, o più tosto per concordia di affari e di +vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai troppo discordi in idee, +smarrissero le pietre preziose, chi non giudicherebbe naturale la fine +della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire le pietre non potevano, +perchè le custodivano dentro una piccola cassaforte che aprivano ogni +sera, traendone a seconda del bisogno più o meno grossi zaffiri, o +rubini, o smeraldi, o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in +moneta. + +Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli e carrozze. Polla di +malavoglia brontolò: + +— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e con il consenso +dell'amico avanzò verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; +retrocedette; si rivolse pallido come un moribondo; die' un grido.... + +La cassa non c'era più! + +Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che già Polla scendeva a +precipizio le scale dell'albergo urlando: + +— Al ladro! al ladro! + +Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano il proprietario +dell'albergo, e camerieri, cittadini e forestieri; interrogavano tutti +in una volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, nelle spalle; +interrogavano Polla che rispondeva con rotte parole: + +— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... Pigliatelo! +Pigliatelo! Poveretto me! + +Fin le guardie vennero. + +Queste, non essendo presente il ladro, esortarono Polla d'accompagnarle +in questura; a che egli accondiscese volentieri per timore che non +arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato più di prima. + +— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio pietre! +addio ladri! + +A tanta disperazione, rispose Edon: + +— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per vivere dovremo lavorare! +dovremo combattere! Coraggio!... Ora noi vivremo davvero! + +In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza di Polla. Certo +che la cassaforte non sarebbe stata ricuperata mai più, egli parlò con +sfogo veemente, con sollievo come da un peso; parlò da fiero nemico e +vendicatore solenne; da oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, +per superare Edon che ormai parlava meglio d'un accademico. + +— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo mondo civile che tu +vedi così bello, qui dove si deruba un ottimista ingenuo come te e si +rovina un socialista convinto come me, qui, ai nostri giorni, c'è chi +patisce la fame mentre il borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è +il ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista presta a +usura; c'è la madre senza pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna +dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine che si prostituisce; +e c'è il vizioso che per bruciarsi le viscere con l'acquavite commette +lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono i deboli; e c'è la +legge intessuta di cabale e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie +e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori si comprano! Qui lo +sciagurato uccide! Qui l'infelice si uccide! + +Dopo di che, non sapeva più che cosa dire. + +Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente: + +— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio sono grandissimi +mali. Però non così grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: vi +pare una gran prova di amore e di fratellanza scambiare senza fatica +quattro rose azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la consolazione +di un affamato che riceva il pane dal fratello; io non so imaginare il +piacere di chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete che sia molto +meritevole la virtù in chi non ne conosce il rigore e vi s'abitua da +ragazzo come a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare il potente +a pro del debole! di redimere la donna! di soccorrere il ragazzo! di +evitare il delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere del vizioso +che torna alla virtù, del potente mitigato, della prostituta redenta, +dell'omicida perdonato, del suicida.... + +— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli contro il braccio +minaccioso. — Domani ti condurrò in Parlamento! A Montecitorio! — +urlava. — A Montecitorio! — quasi volesse condurlo all'inferno, o alla +fonte di tutti i mali. + +Ma Edon non tacque. Disse: + +— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, le pecore pascono senza +fretta, senza angustie, senza litigi; quasi senza far nulla. Sono +proprio curioso di conoscere come si governa un popolo che si agita e +opera. Domani, finalmente, vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla +l'ingegno, scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva il +progresso! + + +VII. + +Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, fu degna di storica memoria +e di lagrimevole ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse +deliberare e si deliberasse una legge intorno all'incremento delle +industrie e dei commerci, o alla cultura intellettuale o agricola. +Non si doveva trattare che di certe riforme al regolamento; per cui, +secondo una parte dell'assemblea, sarebbe possibile discutere senza +pericolo di vita, e per cui, secondo l'altra parte, non sarebbe più +possibile discutere senza pericolo della libertà. E se perciò tutti o +quasi tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del giorno dopo +riferirono come le tribune erano affollate e come la tribuna delle +signore, fresche, a tutte le età, negli abiti estivi e a varie tinte, +dava l'imagine d'una smaltata aiuola; neanche per questo rimase una +memorabile seduta. + +Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che vi si tennero. Si ebbero +appena due oratori: primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione, +quantunque la bella frase «violazione delle garanzie statutarie», vi +ricorresse dodici volte, e nove volte l'altra di «sacro diritto della +parola», fu interrotta da _basta!_ da _uh_ di protesta e da _bravo!_ in +tono ironico; e non potè durare più di mezz'ora. + +Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto anche a maggior +brevità da un suon di tamburi che gli teneva troppo grave bordone e +che ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece di piangere, si +rideva. E se le sue ultime parole: «.... la maggioranza saprà vincere +senza violenza, con la ragione, con l'educazione, con la virtù....» +suscitarono esse la tempesta, neppure per ciò si dice che quella fu una +seduta degna di storia e di compianto. + +E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò all'autorità del +Presidente. Il quale dopo aver rotti due campanelli, al cominciare +delle sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!» e «Sanfedisti!» +etc), comprese difficile sorreggere la dignità dell'Assemblea e allungò +la mano a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra.... Invano: +il cappello, che cercava per coprirsi, era sparito! Un ministeriale +credendo certa la vittoria per il Governo quando fosse possibile venire +a un voto, s'era tranquillamente seduto al suo scanno con due cappelli +su le ginocchia. + +Nè, infine, importano alla storia e alla pietà umana i conflitti +frequenti e comuni a tutti i parlamenti europei; così piacevoli, del +resto, a vedere dall'alto. + +A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si ammirava una confusa +agitazione di teste e di braccia alzate a colpire: una mischia qua +e là feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro uno. «Vigliacchi! +Imbecilli! Addosso! Avanti! Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh +Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono dell'omerica pugna: +occhiali spezzati in terra o sui nasi; strappate catene d'orologio; +perdute medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto; chi colpisce a +tergo; chi si duole; chi fugge; chi ride atrocemente. E dalle tribune, +delle quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero, le donne +gridano piangendo la sorte dei mariti o dei congiunti come un dì +le donne corintie, quando nell'anfiteatro della loro città vedevano +l'ultima lotta dei loro padri, dei loro mariti, dei loro figli, con i +Romani vittoriosi. + +Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo e lagrime fu invece la +morte di un innocente; furono il modo della morte e il nobile e gentile +aspetto della vittima. + +Edon, da prima, stava benissimo e aveva detto a Polla che molto lo +divertiva quella fiera lotta, pur non sapendo se parteggiare per i +ministeriali o per gli oppositori; gli parevano tutti uguali. + +E si era messo a ridere alle prime contumelie; e a ridere forse troppo, +con le mani sul ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta +dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade a un ragazzo che +veda una tenzone di marionette, e si era abbandonato a un parossismo +di riso. Così non aveva avuto più lena all'ultimo colpo: allorchè +Polla, travolto nella demenza che da basso s'era diffusa alle tribune, +acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia contro di lui e i pugni +stretti: + +— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila! asino! farabutto! mascalzone! +miserabile!, o ti butto là giù. Smetti di ridere e di godertela, o.... +ti strozzo! + +A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere tali ingiurie da Polla; +dal socialista che amava tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo +amico suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco, Edon era +rimasto a bocca aperta, quasi per attingere fiato a una risata anche +più clamorosa. Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte le fibre; +un intoppo del sangue al cuore o un afflusso di sangue al cervello: +sbarrati gli occhi, era caduto di fianco.... + +Morto per eccesso d'ilarità! + + + + +Il cappello del marito. + + +I. + +Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, quello che, agiato di +casa sua, apparentemente non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e +l'altro, direttore di una grossa azienda, commerciante, consigliere +comunale e membro di commissioni e istituzioni e opere pie, l'altro, il +quale aveva tanto da fare, s'ammogliò. + +Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto anche lui, da quando con un +grosso patrimonio aveva ereditato da un parente materno il titolo di +nobiluomo e si era introdotto nella società che suol dirsi migliore, +sebbene non buona. Per le sue belle doti egli era stato ricevuto a +porte aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena si seppe che +in certo palazzo era ricevuto anche a braccia aperte, diventò amabile +e considerevole; ebbe il soprannome di _Sìsì_ e fu perdonato di tutti +i suoi difetti, i quali non erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava +un palmo di statura ad essere un bel giovane; era, in viso, troppo +roseo e sollevando il baffo superiore ostentava un po' troppo i nitidi +denti; affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario; vestiva +con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna di quelle anticipazioni o +di quei ritardi o di quelle sprezzature che rivelano l'artista nel +_lion_; esasperava camminando il peso del corpo su le gambe, di guisa +che, a differenza degli altri, che parevano quasi montanari, pareva un +montanaro del tutto; e affermando diceva sempre: + +— Sì sì. + +— È simpatico _Sìsì_ — ammettevano concordi le signore; nè mancò +qualche lettrice di Bourget la quale osservasse com'egli, ne' suoi +discorsi e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito, d'ignoto, per +cui a volte acquistava una caratteristica spirituale quasi esotica. + +Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova Giulio _Sìsì_ non +l'avrebbe saputa indovinare; forse era un fondo della rettitudine +paterna, che gli restava dalla prima educazione. O forse era l'abilità +con cui diceva le bugie. Essendosi accorto che la bugia è l'arma +delle donne d'ogni ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con +invenzioni più verosimili e opportune di quelle che usavano gli altri +per vincerle od esse per resistere, e in tal modo divenne presto un +corteggiatore fortunato. Ma se per lui una donna tirava l'altra come +le ciliege, anche per lui una bugia tirava l'altra; onde la fatica di +arrestarne il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente con +la verità. + +E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, a quando a quando +Giulio visitava l'amico Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno con +i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue avventure e l'altro con le +relazioni de' suoi affari sempre più gravi, sempre più intricosi. + +— Che c'è di nuovo lassù? — domandava Alfonso. + +— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava Giulio. Distinguevano così il +mondo in cui vivevano, compatendosi reciprocamente. + +— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva Varchi. + +— È di moda. + +E Varchi chinava la testa e pensava: «Bisogna proprio essere ingenui a +impiccarsi per la moda!» + +— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni comunali? — chiedeva +Giulio. + +— Dovere di cittadino! + +E Galardi chinava la testa e pensava: + +«Che ingenuo!» + +Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata, antica e fedele potè +essere interrotta allorchè Alfonso Varchi prese moglie. + + +II. + +Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse caduto a temer dell'amico +per la sua tranquillità domestica e fosse stato preso da gelosia, +si sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra le donne accostate +da Giulio nell'alta società e sua moglie: questa non era una donna +per Giulio. Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, non +nevrotica: Giovanna era sana e savia. E Giulio Galardi, per parte sua, +non si curava punto di quella signora Giovanna, che agli aneddoti +e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente e coscienziosamente, +porgeva orecchi e occhi incerti, come a storie inverosimili, e quasi +per opporre la serietà sua alla fatuità di quelle eroine, domandava al +marito notizie politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto +della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva spesso: + +— Che stupida! Alfonso non poteva essere più fortunato! + +Passarono così tre anni; durante i quali nella famiglia Varchi e +nello scapolo Galardi nulla avvenne, a loro credere, che adombrasse la +reciproca e triplice confidenza. Frattanto Giovanna procreò l'un dopo +l'altro due mirabili maschiotti; Alfonso s'ingolfò sempre più nelle +faccende, non restandogli tempo oramai che d'accarezzare i bimbi dopo +pranzo; e Giulio mutò quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni, +trovando le une e le altre sempre identiche. La migliore società +infatti è sempre tale e quale: in tutti gli uomini, in tutte le donne +— gentiluomini e gentildonne — che la compongono; in tutte le cose; in +tutte le passioni; in tutti i capricci. + +_Sì sì!_ Che noia! + +L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! I cavalli? noia! Uf! + +Appunto da questo terribile male, la noia, che è la figlia di tutti +i vizi, dovevano cominciare i guai di Galardi; e cominciarono appunto +dal dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di tornare in porto, +non quale nocchiero dopo lunga tempesta, ma quale pescatore che non ha +pescato niente. I guai cominciarono quando egli, stufo e ristufo di +troppe donne «per lui», contò i suoi anni e si chiese: «Se prendessi +moglie anch'io? una donna come...?»; quando sentì una fitta al cuore, +mentre abbassava il capo alla dura riflessione che gli venne fatta: «Di +Giovanne ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella sì, ma tutt'affetto +per i figli, per il marito, per la casa; onesta, pacifica, tenera, +economa. + +A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza volere (e fu veramente +il suo primo amore) della signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no, +poco importa, chè di certe cose se ne accorgono anche le stupide — se +n'accorse; e Alfonso Varchi non se ne accorse. + + +III. + +«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini «tradire un +amico» e per le gentildonne «tradire con un amico»; ma per quel fondo +di rettitudine che gli rimaneva, al traditore Galardi fino allora era +parso di essere un riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere +donne contro mariti o infedeli o depravati o sciocchi o gelosi e senza +ragione diffidenti di lui e della moglie. Invece Alfonso era leale, +morigerato, intelligente, galantuomo, modello di padre di famiglia e di +marito; e Giulio non aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo. + +«_Sì sì!_ Finchè Alfonso restasse quel che era, era impossibile +tradirlo!» + +Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato il meglio; e da uomo +dabbene Giulio se lo propose. Impossibile! Divenne una passione +irresistibile al punto ch'egli per essa avrebbe dato tutto il sangue, o +metà del sangue avrebbe dato per trovar ragione a dolersi dell'amico, +per accertarne qualche colpa, per scoprire difetti che spiacessero +anche a Giovanna. + +Ora si comprende che arrivato a meditare l'opportunità, anzi +la necessità di accusare e incolpare un amico come Varchi, +inconsapevolmente, si può dire, e presto, l'animo e il pensiero di +Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni e a giudizi erronei. + +Cominciò a credere che con tutte quelle faccende e fatiche e affannosi +guadagni Alfonso presumesse di rinfacciare il quieto e dolce far nulla +a chi aveva il diritto di godersi il frutto di fatiche e di guadagni +aviti e paterni. + +«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva tra sè. Oh! forse suo padre +non aveva lavorato tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato erede +col titolo di nobiluomo per fargli godere il mondo? «Dovrei forse +lavorare anch'io come una bestia?» + +Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore quanto Alfonso, +che si arrabbiava anche per la politica; nondimeno il primo aveva già +per il secondo un rancore quasi di partito. + +«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma starei forse +allegro in Consiglio comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, +Alfonso era ambizioso e intristito nelle misere gare di campanile e di +municipio. + +«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace anche a lui Giovanna?» +Alfonso la teneva, quella povera donna, in un assoluto dominio; con +tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva nell'avidità della +ricchezza; e il sentimento di lei restava confinato al domicilio. +Giovanna infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva la musica +tedesca; non leggeva un poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche +lui, Galardi!). + +Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe egoisti gli stessi figlioli; +senza entusiasmi per idealità superiori alla vita comune; senza +intendimenti dei maggiori problemi che turbano la società moderna. + +Da che si comprende come Giulio era già innamorato in modo da leggere, +per distrarsi, i giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia +non lo condusse a inscriversi al partito. + +E come non si vive solo per sè e per i quattrini, così non si dovrebbe +abusare nemmeno in conversazione dell'economia politica e privata. +Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava dai Varchi, riflettendo +sul fritto abbruciato e l'arrosto mal cotto chè dove regna la +felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso s'abbandonò a un +interminabile sproloquio intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa, +di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli e dàlli, avvenne +che la signora, alle frutta, non potè rattenere uno sbadiglio e non +volgersi a Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: «Gran +brav'omo mio marito! ma che seccatura!» + +Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, interessata e +preoccupata, intorno alle imprese commerciali dello sposo, non erano +dunque trascorsi indarno? + +Giulio Galardi prese animo. + +— Lascia parlare a me — interruppe. E si diede a raccontare un fatto, +a suo dire, della cronaca mondana: una storia la quale egli rese +pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità a un marito e +tanta bontà e gentilezza a una moglie, che in questa pareva scusabile +qualunque pazzia. + +— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò vedendo commossa la +signora Giovanna. — La marchesa, la vittima, sul punto di cedere a +un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e che essa ama, si pente, +respinge l'amante, si rinchiude in casa e confessa tutto al marito! + +Alfonso fece: + +— Meno male! + +— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E lei, signora Giovanna? + +Giovanna chiese: + +— Il marito ha poi mutato carattere? + +— Che! Peggio di prima! + +— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi a un prete. + +— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi incalzò. + +— Oh! Prima. + +Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se non ci fosse +Alfonso, direi _dopo_.» + +.... Finalmente — e senza spendere una goccia di sangue, ma solo con +un po' di fantasia — Giulio potè convincersi che Alfonso assomigliava +al marito di sua invenzione e che Giovanna teneva per sciocca, in certi +casi, la virtù coniugale. + + +IV. + +Che due lunghi mesi appresso la signora Varchi consigliasse Giulio +Galardi ad ammogliarsi, non è meraviglia. Quando una donna savia +s'approssima al pericolo, sempre esorta l'uomo pericoloso a prender +moglie; onde, a scelta, una prova della bontà o della malignità +dell'indole femminile. Perchè, una delle due; o Giovanna desiderava +legittimo in un'altra l'amore di Giulio che era proibito a lei, o +voleva togliere a donne più fragili di quanto lei si credeva il piacere +d'essere conquistate da Galardi e, anche, togliere a questo il piacere +di conquistarle. + +Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per convincerlo Giovanna dovè +dichiarare: + +— Lei ha tutte le qualità che rendono felice una donna. — E queste +parole, purtroppo, logicamente traevano in perdizione chi le +pronunciava. + +Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio scongiurava Giovanna +di recarsi il domani a vedere il suo elegante appartamento di scapolo e +gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti, ed ella ricusava sorridendo, +eppoi, fidandosi alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva sì, +con le lagrime agli occhi; mentre ciò avveniva, a un tratto, Giulio e +Giovanna impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza attigua! + +Lei e lui mormorarono: + +— Sì sì: nulla di male.... + +— Questa non è che una visita di dovere... + +— Come mai è venuto a casa prima del solito?... + +— Se la cameriera gli ha detto che ci siete vi vorrà a desinare. + +— Ah no! Non ci resto, oggi! + +Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe discorsi di rendita +«in rialzo» e «in ribasso»; di «esportazioni» e «importazioni». + +E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che già odiava; infilò +rapido, all'ingresso, il soprabito, prese il cappello, e via. + +Via per la strada con l'intensa, confusa gioia che precede una gioia +attesa imminente. Non gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!» +«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga Giovanna! + +Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi magnificava a sè stesso +l'impresa compiuta; e come altri, un tempo, rientrando in patria, +avrebbe enumerati i tesori d'una terra di conquista, egli, sempre più +uscendo di sè, enumerava a sè stesso i tesori della donna così diversa +dalle altre. + +Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna si contenesse, secondo i +patti, in una semplice visita di amicizia? se, pur non intendendosene +punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici del salotto?... + +— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo il piede sul lastrico, +certo, senza timore, l'eroe. + +E allora non vide più nulla; perchè il cappello, al movimento +imperioso, gli calò fin sugli occhi. + +Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò in un attimo davanti, +dietro, dentro quel cappello.... Più scuro; più largo.... Il cappello +di Alfonso! Che errore! che orrore! + +E che fare? Correre subilo a casa Varchi!... Già vi s'incamminava. Ma +gli toccherebbe affrontare l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner là a +desinare. Quel giorno? No! Impossibile ch'egli mangiasse, quel giorno, +il pane a tradimento! + +Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione che avrebbe provata +girando con iscarpe non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò +l'orologio.... + +Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso e intento a +leggere una carta (con in testa, sulle quarantatrè, il cappello non +suo) passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A te, dammi il mio +—, sarebbe stato il modo più semplice per restituire il mal tolto +e riavere il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure Giulio +Galardi non si mosse; guatò; nè potè muoversi fino a che l'amico non +disparve. + +Perchè Alfonso non gli era venuto incontro lui? Leggeva. Un documento, +forse, che portava prima del desinare a qualche avvocato o in qualche +ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato e il documento che il +cappello del suo migliore amico! più il documento o l'avvocato, forse, +che la moglie! Oh! non v'ha castigo che non meriti un _affarista_! + +E Galardi, con un malessere invano respinto, che dal capo gli +discendeva a tutto il corpo e pareva condensarsi al cuore, venne a casa +sua per trar dall'armadio un cappello vecchio e uscire a desinare. A +casa però si sentì stanco morto; di mala voglia; malconcio. + +Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto quel maledetto.... + + +V. + +Era, anche a prima vista, un cappello onesto. Esternamente patito +solo nell'orlatura e nel nastro, al margine inferiore; ma per il +colore resistente e per il denso feltro meritava lode alla manifattura +nazionale. + +Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla cupola un critico +esteta avrebbe potuto rintracciare indizi di gocce asciugate prima +dalla polvere che dal sole; ma alla carezza di una mano o di una +spazzola ogni ombra sarebbe tosto dileguata. Elegante non era: nè alto, +nè basso; nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè lieve; d'una +forma, di un'indole quasi, non troppo avversa e non troppo data alla +moda; non perturbabile in vicende di stagioni e di gusti; non asservita +a umani giudizi. L'età senza infingimenti appariva dall'interno; +e forse per conoscerla, con un moto dispettoso, con l'amarezza e +la bieca avidità con cui il colpevole indaga l'altrui coscienza, +Giulio lo rovesciò, vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino +che annoverava tre mesi di sudori anche invernali; nemmeno sorrise +all'aquila, la marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul nome del +cappellaio italiano: ebbe, al contrario, istantaneo, uno sbigottimento; +provò il turbamento e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa +occhiata entro un cratere. + +Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, in una comprensione +caotica! Quante prorompevan fuori; ricadevano nel vortice; superavano +la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; vaporavan vane, +o risplendevan fatue! Quante faccende, propositi e illusioni +e disinganni; quanti conti, e missive e risposte di lettere, e +trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a cui sfuggire, +e colpi di fortuna avversa o buona, e contrattempi, e questioni e +contratti, e crediti e debiti! Tutte le commozioni e le vicende d'un +uomo d'affari che si consuma la vita per lucro; tutti gli affanni di +un uomo in balìa ora della propria testa ora della sorte, e involto +nelle complicazioni del commercio e delle industrie; tutti i gaudi +che generano l'operosità e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi +là dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di Giulio Galardi, +quantunque non vi guardasse più. + +E d'improvviso nel turbine imaginario la sua fantasia gettò un grido +il quale disperse ogni cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, là +dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento di disperazione, una +quiete di morte. + +«Tua moglie ti tradisce!» + +E tutto era finito! + +Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? tante angustie? tanti +sforzi? Per la famiglia; per i figlioli. + +Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto non vecchio, ma avrebbe +lasciato in buona condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti +onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero un giorno la memoria +dell'avo che loro tramandava una cospicua eredità di quattrini e di +virtù. + +«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!» + +Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; perduto ogni +affetto, ogni bene! Una tempra d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita +rigogliosa, fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi! + +Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che gli si sia rotta qualche +cosa dentro: un rovescio: un disastro. E non è nulla; non è altro che +il risveglio della coscienza. + +E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno di Alfonso, quando +Alfonso, generoso fin d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti; +e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni sospetto, gli annuncia il +suo matrimonio, gli presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato! +disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati tutti e tre, anche +Giovanna! + +— Porta questo cappello al signor Varchi: se non c'è, aspetta; e +prendi il mio! — Galardi comandò fieramente al servo accorso allo +scampanellare spaventevole. + +Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi imbattuto nella +cameriera che veniva proprio per il cambio. + +Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello suo! + +Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; lo depose: lo giudicò in un +confronto spregiativo. Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; la +cui ala, in una linea esageratamente ondulata, accusava l'affettatura +della moda; la cui sagoma significava volubilità e leggerezza; e +quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè il cappello non +manifesterebbe qualche cosa del capo che lo porta? + +Tornandogli perciò la nausea di prima e non volendo confessare agli +amici che un cappello gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare +quel giorno al solito luogo. Andò altrove; rincasò presto. E subito si +mise a letto. + +Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente a Giovanna; +e costretto a ragionare, indarno cercava di sragionare. Impedire in +qualche modo la caduta d'una donna era fortezza o viltà? Viltà forse +per lei, la donna amata, e forse per tutte le donne, e certo, per tutti +gli amici e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti i mariti, +per le anime timorate, i moralisti. Oh i moralisti! Cos'è la morale +se non il vantaggio dell'individuo in rapporto alla società? se non +un egoismo collettivo? se non una menzogna della civiltà? Maledetti i +pregiudizi che avvelenano il piacere! + +Felice la barbarie! I barbari accordano la morale al loro vestire — +per lo più van nudi —; hanno il capo libero o tutt'al più portano una +semplice penna che non riscalda il microbio della calvizie, e hanno +libero l'arbitrio. Invece l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono, +l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre il capo con un coso o +una cosa convessa, che è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee +false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù e di assenso al +patto sociale; simbolo, in certi casi, di virtù e di vizio; emblema +dell'uomo operoso o dell'uomo vano, del sapiente o dello stolto, del +buon amico o del cattivo amico! + +Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò che verso l'alba. +Nè dormiva da molte ore quando il servo venne a svegliarlo con una +lettera _urgentissima_. + +Egli la lesse, d'urgenza: + +«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito voi. Alfonso è corso da +me col vostro cappello in mano. + +«Era così triste! Mi ha domandato: — Come mai Giulio ha potuto +confondere il mio col suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva +dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio marito è fiducioso, è un +modello di marito e di padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire +col vostro cappello, che non gli stava in testa, per comprendere tutta +la mia colpa. Sarebbe un'infamia! + +«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi nè mai più. Però vi prometto +che non mi confesserò a mio marito come quella vostra marchesa; perchè +nella vostra storia, scusatemi, non ci ho creduto....» + + * + +Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici fedeli. + +Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro i cappelli sodi +e ne adottò uno floscio, quale Alfonso non avrebbe portato mai. Ma +con questo gli pareva di star così male che, dubitando di poter più +innamorare le donne degli altri, prese moglie anche lui. + + + + +Efficacia d'una giarrettiera. + + +L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, quando abitudine +o gravezza o vigile coscienza delle divine funzioni assunte per +rappresentanza mortifica ogni senso. Nemmeno è l'ora del riposo, +quando in letto molle e caldo tornano alla memoria le dure veglie +degli anacoreti e dei Padri e le dibattute vittorie con i demoni nel +deserto: il pericolo è all'ora della siesta; quando mentre fermenta il +cibo nello stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, una +dolcezza sale o scende, non si sa di dove, a cullare il pensiero che +si quieta, e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga nella rossa +calura dell'agosto), l'anima risponde all'anima in cui avrebbe dovuto +integrarsi e che, ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro petto +che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; e sono forse i fumi del vino. +Ma allora basta — e grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. Se no: +— Chiamatemi il sagrestano per la partita (a carte o a bocce)! Presto! +— + +«Gli propongo una partita a briscola?» si chiese, quella sera, don +Giuseppe guardando padre Ignazio e riprendendo la bottiglia. + +— Padre Ignazio, un altro gocciolo? + +— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale avanzò il bicchiere +con la mano aperta; senza badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò +meditabondo. A che pensasse, non diceva; certo, non a cose per +distrarsi dalle quali fosse opportuna una partita a carte. + +Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. Ma un predicatore, +ve', di prima forza; da metter terrore dell'inferno nel più accanito +liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per essere un buon prete, +gaio, grasso tecchio, abbonito e domesticato da vent'anni di cura, +non riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, l'invitava a +predicare lassù e a metter cervelli e coscienze a posto. + +— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era bisogno! Perchè è proprio +_quel peccato_ il peccato in cui i miei fedeli pericolano di più. + +— Non si assolvono. — Appena questo disse padre Ignazio, sempre con +l'occhio alle sue idee e col mento alla palma sinistra, il gomito su la +tavola. + +Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui non era un amico +meritevole di confidenza nè utile in ogni circostanza, e che gli +sarebbe stato meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita lo +spinse più a dentro in quei pensieri da cui altra volta avrebbe trovato +scampo in una partita col sagrestano. + +Proprio vero! Si può essere un po' goloso, un po' avaro o di non troppa +carità, o invidiare il vescovo, invidiar magari un padre gesuita, +o lasciarsi prendere dall'ira come padre Ignazio quando predica, e +rimanere un prete quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal peccato, +che pure non è il primo nè il secondo nell'ordine dei peccati capitali, +e ti saluto! Cattivo prete! Addosso! Che se per questo il parroco non +assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani s'arrogherebbero loro il +diritto di lapidare il parroco! + +.... Quand'ecco: + +— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe. + +_Deo gratias!_ Era accaduto un prodigio! Perchè, vuotato il bicchiere, +padre Ignazio aveva rivolto il viso all'ospite; e il viso non più +bieco, ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato anch'esso dal +raggio di sole che colpiva i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto; +sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere il corso alle idee +di prima, si rammentò dell'aneddoto che già gli era tornato in mente la +mattina, alla predica, e che ora gli parve piacevole nel tempo stesso +che giovevole per sè quanto un tresette. + +— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che potrebbe servirvi di +esempio, di prova a quel che dicevate stamattina così bene: che il +Signore, nella sua divina misericordia, spesso ci soccorre nel fatto +medesimo della colpa. + +— Sentiamo. + +— Un esempio però non da predica — sfuggì detto al buon prete —; il +fine non giustifica il mezzo. + +— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, come affermano i +machiavellici; e.... Ma sentiamo il racconto, prima. + +Uso a procedere francamente, senz'ambagi, ne' suoi racconti, il curato +ebbe uno sguardo di preghiera all'amico che non interrompesse; e +cominciò: + +— Fu del '70 dopo _il fatto_.... + +L'altro scosse il capo, d'intesa. + +— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; e abitavo in una +cameretta a un terzo piano. Di contro a me ci stava una signora +vedova.... + +— _Vidua, periculosa_ — mormorò don Ignazio, riprendendo il mento nelle +mani. + +— .... giovane e belloccia. + +Ma padre Ignazio chiese malignamente: + +— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia? + +Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, don Giuseppe s'imbrogliò +un poco. + +— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca d'una cappellania. + +E parendogli che l'amico desse soverchia importanza all'aneddoto, che +altrimenti egli avrebbe narrato in due parole, e già a disagio per +quelle interruzioni inopportune, il buon curato procedè meno sicuro. + +— Quella vedova era mia penitente. + +— Uhm!... + +Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! Pareva. Mi chiedeva +anche dei consigli.... + +— Di che genere? + +— .... aveva una questione con i parenti del marito e voleva mettermi +in mezzo per riconciliarsi. + +— Al solito; un pretesto. + +Spento il sole, la faccia che non riceveva più riverbero, rincupiva. +Si pentiva don Giuseppe d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un +inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla fantasia e attenuare +o accomodare il racconto; giacchè a un certo punto, al punto capitale +del fatto, era inevitabile arrivarci. + +— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova mi chiamò in casa sua. +Aveva proposte di conciliazione; ed era allegra. + +— _Lætitia, periculosa_.... + +— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... Ma in quel mentre +la punta d'un suo piede, di lei, faceva _toc toc_ per terra. + +Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio sorrise; rianimando +così il povero amico. + +Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita che sorrideva in quel +modo, in quel certo modo, indugiare nelle particolarità da cui +l'aneddoto acquistasse più sapore? Chi li capisce i gesuiti?... + +— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, d'una donna; e la scarpa +non era una scarpa. + +— Pantofola? + +— Aperta come una pantofola, per lasciare scorgere la noce, il.... + +— Malleolo. + +— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di femmine! La calza era nera; +la prima che vedevo, in una donna. Avrei sempre creduto che anche le +vedove portassero le calze d'altro colore! + +Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre Ignazio. + +— La calza non si vedeva solo sul collo del piede. Anche un po' più su, +si vedeva; e.... Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era nera. + +— Non importa. + +— Importa! importa! Una scarpa di colore, come dire?, caffè e latte. +Che pelle è? + +— Non so...; di capra. + +— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; _toc toc_; la gamba tremava +tutta ogni volta, da mettermi il convulso, mentre discorrevamo della +conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre patito un po' di +convulso. E voi, padre Ignazio? + +— No; grazie a Dio. + +Don Giuseppe sospirò. Poi riprese: + +— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati e di cose legali, ma non +sapevo più dove guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! In +terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, voi? + +— Al muro. + +— Bravo! Ma io non potevo guardare al muro, per colpa di quel +piede.... Non sapevo più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così +(il narratore con la mano destra divise la sinistra), quel piede +indiavolato, che non poteva star fermo, e la calza, e la scarpa, e il +_toc toc_, mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè il diavolo +se n'accorse, e smise di battere in terra. + +Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, lasciando perplesso il +padre. + +— È finita? + +— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo mise una gamba a cavallo +dell'altra, e quella di sopra cominciò a dondolare così, come se niente +fosse! Voi che siete un sant'uomo, padre Ignazio, sareste scappato +via.... + +— E voi? + +— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. Mi chino...: il polpaccio! + +— Cosa? + +— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. E.... Un altro +gocciolo, padre Ignazio; un altro gocciolo.... + +— No, no; non ne voglio più. Avanti! + +Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; cercò, trovò l'idea +di sostegno a proseguire con tono più dimesso, lentamente. + +— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un giorno una melagrana +matura, tanto piena che era crepata e per la crepa facevan gola una +fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! L'altro dì, quando +mi portarono i quattrini dell'uva, li contai due volte; prima mi +sembrarono abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan pochi. A udirvi +predicare, padre Ignazio, vorrei che predicaste in eterno; ma quasi +quasi vi invidio.... + +— Oh che vi confondete adesso in una confessione generale? — esclamò +padre Ignazio, con un gesto d'impazienza. + +— Fo per mostrarvi che non credo di essere un perfetto prete. Allora +però io stavo per diventare un prete del tutto cattivo, e solo perchè +quella gamba mi tentava più che una melagrana, o una sommetta di +quattrini, o le vostre prediche, padre Ignazio. + +Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più duro dicendo: + +— Dunque.... la gamba? + +— La gamba? Non ho detto bene. La calza, fu. Perchè io sono certo, +certissimo che quella gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio +e la coscienza se noi sacerdoti invece di nere portassimo le calze +bianche o di un'altra tinta, dopo che le donne le hanno messe su nere. +Quel nero.... + +L'amico affrettava: + +— Concludiamo. + +— Quel nero che, come dire?, per noi è il colore della mortificazione, +là faceva pensare a tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma con +l'aiuto di Dio, la stessa causa del male giovò poi al buon effetto. + +— Quale effetto? + +— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe togliendosi il peso +d'addosso —; voglio dire che se per la tentazione della calza arrivai +a.... vedere il legaccio, per quel nero il legaccio mi fece più colpo: +mi tirai indietro, tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, padre +Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io ero salvo! — E +pareva uscito allora allora dal pericolo. + +Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò che non intendeva, il +gesuita dimandò: + +— Come? il legaccio? che cosa? + +— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo il settembre? + +— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il legaccio della calza? + +— Sì! La gerr.... + +— La giarrettiera! Ebbene? + +— .... bianca, rossa e verde! + + + + +La fortuna di un uomo. + + +I. + +Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale curioso tipo di +patriotta, di filantropo, di pensatore profondo e di parlatore +arguto. Se fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero forse +assomigliato a qualche filosofo umorista moderno e accusato di plagio, +quantunque egli non leggesse che i classici latini e i giornali +quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte cose, intorno alle donne, +viveva d'amore e d'accordo con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare. +Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere che lo zio non +avesse mai amato alcuna donna. + +Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla sua camera Gaspare aveva +udito una voce angosciosa esclamare sommessamente: + +— Figlia mia!... + +Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti i ragazzi e che di lui +era il difetto più grave, aveva spiccato un salto dal letto ed era +corso a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. Oh! Di là, +nella sala attigua, al fioco lume della lampada, una signora vecchia in +vesti nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, a contatto, su +di un tavolino, e il tavolino sembrava che ballasse! + +A tal vista e alla vista dello zio coi capelli irti, gli occhi accesi +e fuori delle orbite, la faccia pallida e contraffatta, Gaspare era +ritornato subito sotto le lenzuola, giurando di non scrutare mai più +che diavolo si facesse in casa a certe ore notturne; già guarito, e +per sempre, del suo difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse +quella paura, perchè nell'avanzare degli anni e nel meditare su +quel ricordo fanciullesco si convinse che se lo zio aveva avuto tale +orrore dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar in pace i +morti e non confondersi nel mistero della morte; e anche si convinse +che se lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla in quel modo, +con l'aiuto della madre di lei, certo era bene non innamorarsi così +appassionatamente. + +Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi amico dello zio Giorgio. +Commilitoni nelle schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno +a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva prestato quattrini +al primo; e come questi, da ignorante qual era, non dimenticava +i benefizî, quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai suoi +debitori, dimentico dei crediti. + +In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva sospettato che il +compagno cercasse la morte, e il signor Bicci che il compagno volesse +salvargli la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul ponte, erano stati +divisi nella mischia; ma il domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume +aveva rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e a una gamba +in modo che si credeva impossibile rattopparlo. Ne rincresceva allo zio +Giorgio; e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante di giovinezza e +di energia, dovesse spiacer molto il morire; e, con cuore di filantropo +e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo al passo dubbioso +affinchè lo varcasse meno malvolentieri. + +— Morire per la patria, in campo di battaglia o dopo la battaglia, è +sempre glorioso e dolce. + +Fra gli spasimi Luigi rispondeva: + +— Una delizia. Ma io non muoio! + +— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non credere, del resto, +che la morte sia brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva +tradotto la sentenza dello stoico. + +E Luigi: + +— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma io non muoio! + +— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse il signor Bicci. +Poscia tentò una nuova via: — _Morte, che sei tu mai?_ Ciro Menotti, +caro Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare alla forca. + +— Ma io non recito niente, perchè io non vado alla forca: sto qui: non +muoio! + +— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, non dubitare che +io, di ritorno a Bologna, porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime +volontà ai tuoi fratelli. + +A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del letto. + +— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! non muoio! non muoio! Se non +lo so io, chi l'ha da sapere? + +— E tu vivi! — gridò non meno forte lo zio Giorgio, perdendo la +pazienza. — Ma la tua vita, bada, sarà legata per sempre alla mia, +che non importava t'incomodassi a difendere! Chi sta bene al mondo ha +l'obbligo sacrosanto di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito? + + +II. + +Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei genitori è il più gran +dolore umano, sarebbe disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè +nacque postumo e perdè la madre non ancor giunto agli anni della +discrezione. Egli però riconosceva che per lui, orfano, era stata una +fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre e da madre, con alterna +vicenda, a seconda dei casi, lo zio Giorgio e Luigi. + +Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, Gaspare non +vedeva che rose senza spine. Fin delle scuole e degli studi, che +angustiano e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata memoria; così per +tempo aveva saputo adattarsi alle necessità del mondo; tanto affetto +gli era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole gli era parso ciò che +appariva disagevole agli altri. A superar gli esami tranquillamente +lo zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio precettore, il quale +valeva una mediocre enciclopedia; e a guida negli svaghi e nei sollazzi +gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo il guinzaglio. + +Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età cioè, in cui tutti +pericolano — lo zio lo sorresse donandogli trattati d'igiene e +trattati intorno le cause e le forme di morbi insanabili: per di più, +le precauzioni non essendo mai troppe, gli regalò il codice penale. +Così Gaspare crebbe sano di mente e di corpo; non di molto ingegno, +ma abbastanza da comprendere che il grande ingegno rende infelici; +abbastanza di cuore da commiserare il prossimo suo, ma non tanto tenero +da patir danni, a mo' dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di +buon senso da persuadersi che i desideri superiori ai mezzi tolgono +quiete e pace, e da scorgere in sè e fuori di sè prove indubbie della +sua buona fortuna. + +Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi non gli avrebbe +invidiata la nativa arrendevolezza ai bisogni, alle convenienze, alle +contingenze, ai consigli della ragione? + +Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno delle due sole pretese in cui +lo zio Giorgio insisteva. L'una: che suo nipote dimostrasse come i +ricchi debbano servire la patria ugualmente ai poveri e come l'anno di +volontariato sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che suo nipote +conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che troppe volte è meglio +un asino morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini vivi superano i +dottori vivi, e quelli credono aver necessità di questi, è lecito trar +partito dal comune pregiudizio.» + +Ora, a proposito della laurea, Gaspare non dubitava che presto o tardi, +scampato agli scogli della licenza liceale, appagherebbe lo zio e se +stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto alla milizia, sapeva bene +che i volontari d'un anno soffrono, invisi come «signori», le angherie +dei caporali e dei sergenti, e che, essendo egli un giovane istruito, +diventerebbe presto un bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari. +Niente, dunque, volontariato! + +La qual preparazione ad ambedue gli impegni dell'avvenire gli era +così tranquilla, e quasi così grata, che la fortuna avrebbe potuto +risparmiarsi la fatica di soccorrerlo. + +Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste dubbio gli penetrò per la +prima volta nell'animo: che la fortuna sua portasse jettatura agli +altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò nella traduzione +del greco; s'ingarbugliò in un maledetto periodo ipotetico, lungo +lungo, da cui tutto il resto dipendeva in connessione logica e da cui +egli, per quanto tirasse, non riusciva a strappare un senso razionale. +E le ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione in buona +copia; già i professori guardavano biechi, passando, ai fogli pieni di +cancellature e di triboli, che non davan speranza di prossima fine. + +E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il cómpit; quindi, in breve, +molti; dei quali chi tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà +quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche questa è fatta!»; e tutti +con la colazione davanti agli occhi e l'anima alleggerita. + +Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; si curvavano +sempre più sulle sudate carte e sui vocabolari copiosi e indifferenti; +inghiottivano, sentendosi mancare le idee, la speranza e la lena, un +pezzetto di cioccolata o s'attaccavano alla bottiglietta del cognac; +si compromettevano con segni di richiamo e gettiti di pallottoline che +recavano in seno una domanda o una risposta, un'invocazione d'aiuto o +l'aiuto d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna e la materna +angoscia. + +Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi. + +A un tratto il compagno di destra mise un profondo sospiro; guardò con, +negli occhi, la gioia della vittoria e insieme una luce di carità; poi +chiese a Dicci, piano piano: + +— E tu? + +— Se non ci fosse quest'ottativo.... + +— A te! copia...; ma cambia le frasi. + +.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, si salvò anche dal +greco; e il compagno che l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco! + +L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero di leva. + +In un gran camerone, pieno di fallaci speranze e d'un'allegria +fittizia, egli attendeva rassegnato e tranquillo. + +— Bicci Gaspare! + +.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale. + +— 824! + +— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che aveva più vicini; un operaio. + +Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento che non +toccherebbe a lui ventura simile; a quel povero giovane, che col padre +o la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava un numero alto +e n'aveva necessità, per rimanere in terza categoria. + +Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne la sorte; e con un +cordiale augurio ne accompagnò la mano entro l'urna. + +— 12! + +«Jettatore! jettatore!» + +Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un pudore arcano, Gaspare non +osava confidarlo nemmeno allo zio; non prevedeva che questi l'avrebbe +consolato subito in quattro parole: La jettatura è un pregiudizio così +stupido che fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e alla bontà +degli uomini poco intelligenti. Quanto alla fortuna, sia o non sia +sottoposta alla divinità, essa è una potenza innegabile. Bada però che +è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è quasi sempre la disgrazia +dell'altro; e che ciò che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia +domani. + +Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo zio. Ma Gaspare si consolò +da sè per una diversa riflessione: dal non avere egli mai un forte mal +di capo; dal non prendersi neppure un grosso raffreddore, non dovevan +conseguire le pleuriti e le polmoniti altrui. + +Per fortuna non conosceva dei medici i quali gli dicessero che, +secondo la scienza moderna, anche il raffreddore è un'infezione, la +benefica natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e per le bestie, +moltitudini di microbi frigoriferi; onde se la fortuna risparmia +qualche suo prediletto dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, di +microbi, a danno degli altri uomini e delle altre bestie. + +Gaspare tuttavia non credeva d'essere un uomo fuori del genere o +sottratto alle conseguenze del peccato originale, ed era appena uscito +dal dubbio della jettatura che cadde in un timore più forte. Ricordava +che suo padre e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue e della +fibra, eran morti giovani entrambi per malattie casuali e violente. +Non avrebbe egli la medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto d'un +colpo; come una giustizia sommaria che lo rimetterebbe nella regola +dell'infelice destino umano! + +E per evitare un tal colpo egli era condotto a desiderare qualche +piccola disgrazia: una piccola malattia, un fiasco alla Scuola di +applicazione. + +Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se non con lode, +senz'infamia. Non ebbe subito impiego; ma non lo cercò, avendo modo +di vivere modestamente, di leggere romanzi, disegnare, dipingere alla +meglio, suonare alla peggio il pianoforte e andare a spasso: di vivere, +insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui. + +Una sera lo zio Giorgio venne a casa male in gambe, e con un gran +freddo addosso. + + +III. + +La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse perchè non ne aveva avute +altre mai in vita sua. + +Sentendo irreparabile il danno del morbo e prossima l'ora, parlò al +nipote con la serenità d'un savio antico. E disse: + +— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo il suo esempio; io, al +contrario, non so proprio che consigli darti. + +Disse Gaspare: + +— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso sta tranquillo. + +Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui languiva il sorriso +abituale: + +— Credi che io abbia paura della morte? No no. Muoio volentieri: +_rerum novarum cupiditate_. E poi, son convinto di aver già sofferto +abbastanza. + +Nella faccia serena gli si vedeva ora che aveva sofferto molto, povero +zio Giorgio! Seguitava: + +— Tu, per soffrir meno, provati a fare in molte cose il rovescio di +quel che ho fatto io. Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non +dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e per crederci fermamente, +non dimandarti mai se ci credi fermamente. Non confidar troppo nella +scienza, perchè in fondo a ogni vero che essa scopre, rimane un +mistero. Prendi moglie.... + +Gaspare, a cui sino a questo punto pareva non aver udito nulla di +nuovo, spalancò gli occhi. + +— Prendi moglie. Una buona moglie è una vincita al lotto, lo so; +ma, non ostante il calcolo delle probabilità, al lotto qualcuno +vince. Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti gli scapoli +sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... In politica, sii +conservatore: è il solo partito che progredisca senza che nessuno +se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar bandiera o di +retrocedere.... Ama l'arte, ma sta lontano dagli artisti. Ama la +poesia, ma temi la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo Dio.... + +E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. Non giovando a +risollevarlo dimanda alcuna, nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito +per il medico. + +Questi, che di grande appetito faceva colazione, credette lo +disturbassero per un vano timore; cosicchè, quando arrivò, trovò +l'infermo avviato a migliorare. + +— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando al letto. — Il medico +assicura che sei fuori di pericolo. + +— Allora..., son bell'e spacciato. + +Infatti non parlò più che verso sera, allorchè mormorò: + +— Vado. + +E aggiunse: + +— Buona permanenza. + +Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per emulazione quasi, +cordialmente, Gaspare avrebbe forse risposto: — Buon viaggio — se +Luigi, dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato in singhiozzi +costringendo a singhiozzare anche lui. + +Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma il corpo, con le fibre che +gli avanzavano salde, la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia +penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava lo strappo finale. Per +fortuna i minuti furono pochi. + +— Zio!... zio! + +Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero gli occhi, uno per uno, e +lo baciarono: prima Gaspare, poi Luigi. + +Quindi il servo accese una candela e attese, silenzioso, tutto in +lagrime. Attese a lungo; ma come Gaspare, col capo fra le mani, non +dava segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse ancora o meditasse, +Luigi gli si accostò. + +— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! Vada a prendere un po' +d'aria. Adesso qui.... + +Alla mente di Gaspare corse la visione delle tristi cose alle quali la +morte obbliga i superstiti; nè tardò a pensare, con gratitudine, che +l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando nel servo non avesse +avuto allora e sempre il migliore amico. + +Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; e lasciatolo +nell'altra, poco dopo vi rientrava con una tazza. + +— A lei! Una goccia di brodo.... + +Gaspare consentì senza voglia. E domandò: + +— Ti par proprio che sia morto volentieri? + +— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo più.... + +Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva alla parete. + +— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: c'è il ritratto. Ma non +sentir più la sua voce.... Quella voce, mai più!... + +Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro a lui. + +Così:... morto. E l'anima? + + +Era, quel brutto giorno, una bella domenica alla metà di marzo, al +tempo che già ferve per tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare +Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada affollata, solo, +raccolto in sè; quasi sotto un peso opprimente; e dopo aver pensato +agli uffici di pietà che gli restavano da compiere e alle forme di +lutto da osservare, ripensava al mistero della morte. + +Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, per morir +volentieri, aver sofferto molto, ecco che anche il soffrire diventa un +benefizio. Ma si è sempre a tempo.» + +Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco anche nelle gambe. +Ah zio, zio! perchè morire? così buono!... Quand'ecco, a scorgere una +carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al fiaccheraio e salì. + +— Dove vuoi; per un'ora. + +Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo zio Giorgio aveva patito +assai? Oltre che la passione d'amore, a cui serviva di richiamo il +tavolino delle esperienze spiritiche, quali altri guai aveva avuto quel +nobile cuore? + +A queste dimande risponderebbe forse qualche carta lasciata, per +memoria, nello scrittoio; insieme col testamento. + +Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva provveduto in bel modo e in +perfetta regola alle sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote +l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di una giusta donazione a +Luigi e all'infuori d'alcuni lasciti per beneficenza. + +Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di nulla, nè il patrimonio +dello zio, il quale troppo per l'addietro aveva speso a pro' della +patria e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. Di più: agenti e +fattori ladri; disgrazie di grandinate e carestie, etc. + +A conti fatti.... + +Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: tanto, la possidenza di +Poggiogrande; tanto, la risaia di San Piero; tanto, la villa: una villa +malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, laggiù, in una pianura +malinconica.... Un ristauro sarebbe stato necessario. + +In questo mentre il fiaccheraio, libero per quell'ora del suo arbitrio, +credè che il più bel luogo ove condurre un signore svogliato e senza +meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, a mo' di chi si +ridesta d'improvviso, si vide fra la gente che andava al passeggio o ne +tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in fretta: + +— No di qua! Torna indietro! + +Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar gli occhi.... + +Dio! che bellezza! + +Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; con due occhi tra +celesti e verdi, meravigliosi, portentosi! Che occhi! + +In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, quegli occhi +gli scoprirono in viso una sciagura; indovinarono che egli non aveva +nessuno, non madre, non sorella, non moglie a consolarlo; affermarono: +io, per consolarvi almeno come moglie, verrei in carrozza, a casa +con voi, piuttosto che andare al giardino, alla musica, con la mamma; +promisero, quegli occhi, pur mostrando di promettere invano, conforto, +pietà, fede, amore! E tutto in un istante! + +Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, avrebbe lì per lì +composto un inno alla donna in genere; alla donna, del cui sublime +ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, e per la prima volta, +gli occhi di quella giovinetta. + +La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. Vaso di consolazione. +Incitamento alla vita perchè essa si rinnovi in altre vite. Tesoro.... + +«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio che lo zio Giorgio gli +aveva dato affinchè stesse di buon animo, con Luigi. + +E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace e profonda +acquistavano la significazione d'una volontà che così, per divina +grazia, si manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra. + +«Ammógliati». + +Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione quale di carezza +lunga, continua; e il suo sguardo a poco a poco avvertiva come un +fervore di luce che s'andava definendo in un miraggio di felicità. + + +IV. + +Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non lasciò nulla; perchè — era +detto nel testamento — beneficando in vita aveva voluto vedere il buono +o cattivo uso del suo denaro; e per carità cristiana non aveva voluto, +beneficando in morte, che nessuno si compiacesse della sua morte. Erede +di tutto lasciò il nipote Gaspare; con solo l'obbligo di una donazione +al servo fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare un nipote +come lui, Gaspare, era impossibile trovare un servo come Luigi. Le +quali parole e la massima: «Ama te stesso un po' più del prossimo tuo», +contennero Gaspare in così equa misura nel far la donazione che a lui +non parve compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere più di +quanto meritava. + +— Signorino, è troppo! è troppo! + +Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva la letizia di poter +vivere agiatamente, insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia +si ricordava del morto e mormorava spesso con gli occhi pieni di +lagrime: — Dove sarà mai, povero padrone? + +Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli vecchi, dello zio, avevano +manifestato, più che il dolore della perdita, il presentimento doloroso +del comune destino: _hodie tibi, cras mihi._ + +E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo o che incontrava +per via, dicevano, tra mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, +addirittura con la bocca: + +— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco che ti ha tolto ogni incomodo +e lasciata l'eredità! + +Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo il tuo dispiacere +d'aver perduto una persona che amavi, e, nello stesso tempo, il +piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo all'umano egoismo +avrebbero meritato scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: +— Congratulazioni —, e invidiavano. Onde Gaspare doveva sfuggirli: a +mostrarsi afflitto, non gli credevano; e mostrarsi lieto nè voleva nè +poteva, essendo men tristo di loro. + +Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva sempre più il bisogno +di un'anima che lo comprendesse. + +.... Or come una sera rincasava, appena dentro la porta Gaspare udì +chiedere dall'alto: + +— Sei tu? + +Rispose: + +— Nossignora, sono io. + +Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco venuto ad abitare al primo +piano. + +— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, mentre accendeva un cerino. + +Ma la signora continuava a fargli lume; ed egli, per non bruciarsi, +gettò il resto del cerino e salì più in fretta. + +Ella disse: — Credevo fosse mio marito. + +— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva Bicci, che era +corso a suonare il campanello. + +Se non che Luigi o dormiva o era fuori. + +— Colgo l'occasione — disse la signora — per farle, benchè in ritardo, +le mie condoglianze. + +— Grazie. + +Ed ella, nell'attesa, proseguiva: + +— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo per soffrire! + +— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con lo sguardo in alto quasi +intravvedesse lassù, nella vòlta, la ragione suprema della vita. E +Luigi non veniva! Tornò a suonare. + +La signora Tredòzi sorrise. + +— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo Luigi.... + +Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse morto anche Luigi? + +Ma no, eccolo. + +— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. Grazie! Scusi! + +— Buona notte, signor Bicci. + +Perchè mai una donna così gentile e così bella (non per la prima volta +quella sera Gaspare l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani di un +ingegnere così brutto e così villano come quel Tredòzi? + +Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, sembrano anormali +ed enormi anche quando sono le più naturali del mondo; e questa +interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi ragionevolmente, +ricorse al pensiero di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva +la signora Silvia. Perchè mai una donnina tanto graziosa apparteneva a +un ingegner Tredòzi? + +E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, Gaspare volle +rivedere la signora; e si vedevano spesso. Ella dal balcone, a cui +si affacciava, e lui dalla finestra della sua camera, potevano anche +parlarsi. + +Cominciarono infatti con i «buon giorno» e i «come sta?» e con quelle +parole che non giovano se non a confermare simpatia tra persone che +hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: considerazioni del tempo; +accenni a qualcuno o a qualche cosa nella strada. Finchè essa ebbe un +favore da chiedere al signor Bicci: un libro, perchè si annoiava. + +Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone già cinque, lei ne ritenne +uno solo; grata, nondimeno, e ancor più gentile e amabile. E nel breve +incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, Gaspare apprese molte +cose. Prima di tutto, che la signora Silvia diveniva più bella più le +si andava vicino. Poi, che era infelice per colpa di quel tanghero: mai +a un teatro; mai a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! Infine, +che era una signora molto colta e che perciò egli, il quale desiderava +essere cortese, avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: e +uno alla volta, per godere più spesso della sua gradevole compagnia. + +Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare ne portò +uno nuovo di stampa; e via via. Discorrevano di romanzi. Ma come +discorrere di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano d'amore. Che +se non sempre si trovavano d'accordo intorno al carattere delle +eroine e degli eroi, sempre però convenivano in un punto: non essere +possibile innamorarsi davvero senza commettere qualche sproposito. +Orbene, Gaspare un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito, +sbigottito: non di sentirsi innamorato della signora Silvia, che non +c'era da meravigliarsene (per la solitudine del suo cuore dopo la +perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: di primavera), ma +stupito dell'aver scoperta innamorata di lui la signora Silvia! + +Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; e subito, +coll'intelligenza di un innamorato, egli scorse che all'articolo del +matrimonio lo zio aveva avuto a un tempo ragione e torto. + +«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano». Certo: ma +non eran quelle donne lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano +gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per regola ingannare +sembra peggior cosa che essere ingannati, ingannare un Tredòzi non era +ingannare un amico o un marito che non meritasse di essere ingannato. +Un'eccezione, insomma; della quale lo zio moribondo non aveva avuto +tempo di avvertire la possibilità, e per la quale il nipote compirebbe +un'opera quasi pietosa confortando una povera donna. + +— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere di commettere uno +sproposito, e tuttavia abbastanza sicuro che un tale amore non +trasgredirebbe al buonsenso fino a divenire una passione. + +E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, con un tremito alle +palpebre, prolungava un discorso vano, egli, col tono di un peccatore +che si confessa o di un infermo che palesa il suo male al medico: + +— Signora — disse d'improvviso, — io.... l'amo! + +La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; s'alzò, ricadde; si +nascose il viso fra le mani, e — oh gioia! — si mise a piangere. + + +V. + +Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso mestiere del +conquistatore: nè mai si sarebbe imaginato di navigare per il mare +della colpa a vele così gonfie, con tanto vento in poppa e a sì grande +velocità. Troppa grazia! Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia +al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo liberi! + +C'era da spaventarsi. Liberi?... come? + +— Sì. _Lui_ va in montagna per un ponte che s'è rotto, non so dove. +Resterà fuori un mese e mezzo! + +La libertà inattesa, per la quale si sottraeva all'usato giogo, la +inebbriava, l'ammattiva. + +— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella esclamò. Pensò Gaspare che +quand'anche proseguissero a farne di una sorta sola, bastava. + +E Silvia, ridendo, soggiungeva: + +— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! Dormirà male, mangerà +male, etc.: astinenza in tutto. Che castigo! + +Ancora una volta la fortuna, per favorire un uomo, ne costringeva un +altro — povero diavolo! — a disagi e a danni, e un po' ripugnava a +Gaspare la soverchia letizia della bella. Tradire il marito poteva +essere, sì e no, una perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi +del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. E se dopo appena +un mese che aveva il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare +Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero diavolo» e l'ingannarlo +giudicava una colpa, per quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva +dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano i primi ardori. +Anzi, al sentimento della cattiva azione che commetteva, a un senso +di profanazione che per quella tresca faceva al recente lutto, e +all'amarezza del possesso diviso, gli si aggiungeva il timore d'un +vincolo indissolubile. Silvia non dubitava neppure d'un lontano +abbandono. «Ci ameremo anche quando saremo vecchi, per l'amore +d'adesso» — ripeteva. Vecchi? + +Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni di lei: ventotto o +ventinove o trenta; e della differenza misurava l'entità nell'avvenire; +e in proposito all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, non fosse +predisposto da natura ad amar eternamente una bionda piuttosto che una +bruna, quale la signora Silvia. + +Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza dell'ingegnere. +Silvia, da amante saggia che era, diventava pericolosa. + +Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; temeva l'onta; raccomandava +cautele. + +— È geloso? — domandava Gaspare. + +— Non so; non gliene ho mai data occasione. Ma so che non mi stima e io +voglio che mi stimi a suo dispetto. + +Onesta per dispetto! + +— E tu — chiedeva lei — mi stimi? + +Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di rispondere: — Sì. + +— Io tradisco un uomo — mormorava lei. + +E lui: + +— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò che significava chiaramente: +«dimandami se io stimo me stesso, e ti dirò la verità anche per te». + +Ora, questa donna che pretendeva stima fin dall'amante, lontano che fu +il marito volle a ogni costo informare il mondo che aveva un amante +lei pure. Non solo lo traeva a gite in campagna, all'uso (secondo i +romanzi) di Parigi: l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi cittadini +più frequenti; ivi gli dava del _tu_ non a bassa voce o a voce troppo +bassa; ivi pareva cercare le amiche perchè la vedessero. Inutilmente +Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! Qualcuno ne parlerà a tuo marito; +qualche voce gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava le spalle: — +Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, o io fuggirò con te. — Due cose da +mettere i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè l'altra sembrava la +peggiore di tutte: la peggiore, la più probabile, era per Gaspare una +terza: una revolverata a lui, Gaspare! + +Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel fortunato amore; già +desiderava, invocava il ritorno di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse +nei limiti della discretezza. + + * + +Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio che, pur senza sua grande +intenzione, non gli fosse esaudito? + +Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era uscita per le spese), +stavano discorrendo del più e del meno e non attendevano al mal tempo e +alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa tremenda scampanellata li +interruppe. + +— Lui! + +Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il cappello in testa. + +— Che sia proprio lui? Una seconda scampanellata. + +— Dio!... Nasconditi; subito! + +— Dove? + +— Sotto il letto; + +Già egli era ginocchioni, col cappello in testa. + +— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo spingeva e ve lo rinchiudeva, +Gaspare sentì di odiare quella donna.... E una terza scampanellata, +lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si udirono avanzare le voci; +bestiale l'una; fioca l'altra. + +— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, e tu mi lasci fuori al +fresco! + +— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi! + +— Si vede: sei gialla. Cos'hai? + +— Vertigini. + +— E io? Almeno almeno mi sarò presa una polmonite, causa tua! — +Tossiva. — Maledetto il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo! +Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un paio di mutande.... Alle +dieci debbo essere in prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande! + +E quindi la voce fioca: + +— Ecco la camicia; ecco le mutande. + +Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito. + +— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il cappello sodo! + +E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per Bicci, là dentro: + +— Ecco le scarpe; ecco il cappello. + +— L'abito! + +— Lo cerco. + +— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio! + +— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro ieri. + +— Spicciati! + +Ma: + +— Non c'è. + +Allora il marito cadenzando la parola con ira: + +— È nell'armadiooo! + +— No, ti dico! + +— Sì, ti dico! + +Due passi di lui a quella volta..., alla volta dell'armadio. La +vita di Gaspare Bicci s'atteneva a un ultimo filo di speranza: Se il +marito tradito era in mutande, non poteva avere indosso il revolver; +a prenderlo occorrerebbe un certo tempo.... Ma uno strido modificò la +catastrofe. + +— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... Dell'aceto! Muoio! + +Il marito esclamò, più forte della moglie: + +— Sei matta? + +— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!... + +— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... Dov'è ora l'aceto? + +— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah.... + + . . . . . . . + +Gaspare spingeva. Ella aperse. + +— Scappa — disse — e chiudi l'uscio! + + +VI. + +Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si chiudeva, a chiuderlo +con istrepito Gaspare preferì trarlo accosto. Ma uscendo, il marito +al quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò e collegò un primo +sospetto alla storia dell'abito che la moglie aveva voluto non fosse +nell'armadio e allo svenimento improvviso; sicchè i sospetti crebbero. + +— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho dovuto svenire +altre due volte, dopo desinare. + +Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le scampanellate; +il rifugio nell'armadio; gli svenimenti sapevano di _pochade_; e +assistendo alle _pochades_ Gaspare aveva riso sempre, di gran gusto, +ma non gli era mai parso bello imitarne gli eroi. S'aggiunga che nella +vita diviene non di rado tragedia quel che in teatro equivale alla +_pochade_; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo da lasciarsi prendere +pazientemente in giro. + +Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere di ridar la pace a +un uomo e di salvare la vita anche a una donna; e perciò bisognava, +anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che eccitava a pazzie +l'innamorata. Bisognava, magari, mutar casa. + +Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare un secondo motivo, che +non avrebbe confessato neppure a un amico intimo, neppure a Luigi. + +Ed era questo: due notti addietro egli aveva preso sonno prima d'aver +spento il lume e facendo per spegnerlo in un intervallo di risveglio, +gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o meglio, un'imagine, +una larva che lo guardava con occhi stupiti e dolenti quasi di non +riconoscerlo. Balzato a sedere sul letto, la fantasma si era dileguata +súbito. Un'allucinazione senza dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. +Ma la sera per precauzione non si era dato il disturbo di spegnere +la candela. Ed ecco, a trarlo con freddo orrore del dormiveglia, ecco +lo spirito entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo doloroso e +incerto; più vicino, più vicino.... + +Questa volta egli aveva messo un grido. E lo spirito, via. + +Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare un raziocinio: +forse quell'anima, non sentendosi da tempo più chiamare per mezzo del +tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; onde arguivasi che +l'anima dello zio era andata da un'altra parte. + +Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli? + +.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva deride?... +Insomma, fosse pazzia o no, per tutta la notte non gli era stato +possibile richiuder occhio; e conveniva evitare una malattia +d'insonnia, e paure, angustie. + +A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. Confermandolo nella +determinazione della notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e di +ridere de' suoi terrori notturni. + +Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe ad abbandonar la casa +ove era invecchiato e dove il padrone era morto? + +Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti con aria meditabonda. + +— Signorino, questa casa non è più per noi. + +Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? O forse il buon uomo, +consapevole della tresca, ne temeva lui pure le conseguenze? + +Gaspare non interrogò; rispose: + +— Hai ragione. Cercheremo un appartamento ammobigliato. + +Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in una delle vie principali; +a buon prezzo: in casa del cavalier Squiti. + +Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, che Bicci le gettò nel +balcone: In casa e nel vicinato tutti sapevano, spettegolavano, +malignavano, mormoravano, spiavano. Era inevitabile una tragedia +se qualche voce perveniva all'orecchio di Tredòzi. Diveniva obbligo +d'un gentiluomo, in tal caso, salvar la fama e la vita d'una signora, +allontanandosi. Oltre a ciò, per faccende d'interessi, Gaspare chiedeva +a Silvia una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali e chetati +sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro colloqui nella casa in cui +egli andava ad abitare, o altrove. + +Piacesse o no alla signora, questo era buon senso, questa era prudenza! + + +VII. + +Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato della Provincia +e persona molto grave, non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune +volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi tra celesti e verdi; +capelli biondi; portamento modesto e gentile.... Assomigliava alla +signorina che si recava al giardino pubblico il dì mortale dello zio +Giorgio. Lei? + +Forse non era; ma le assomigliava in modo che a vederla una dolcezza +grande veniva, per gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico +quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, con la rapidità +del destino, egli, che dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti +all'amore buono e al consiglio dello zio, ne rimase conquiso. Tale, +infatti, tale gli appariva la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni +che non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! Tale era +la donna amata e da amare: fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai +più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner Tredòzi! E a Gaspare, +certo che stavolta era la buona, gli bisognava accertarsi anche se il +cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica giovinetta in +moglie. + +Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver visto quell'angelo per la +quinta volta, Gaspare uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che +usciva; e s'accompagnassero per istrada. + +Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! Che galantuomo! — esclamò +l'uno. + +E l'altro: — Lo conosceva? + +— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la verità; un filosofo; ma +che cuore, che cuore! E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro +Bicci! + +— Ah sì! + +— E che bene le voleva, a lei! A discorrere di suo nipote, ci godeva; +proprio come un padre. + +— È strano — disse Gaspare: — di me non ne parlava mai con me. + +Ma il cavaliere si fermò di botto. + +— A proposito: lei, senza dubbio, suona?... + +Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente incongruenza di +quell'_a proposito_, Bicci chiese: + +— Suono?... + +— Il piano? + +— Sì, alla peggio. + +— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti levandosi gli occhiali, +pulendone le lenti e rinforcandoli: — non il pianoforte, però; uno +strumento più geniale — come dire? — più canoro, più.... cordiale. + +— Il violoncello? + +— No, il clarinetto. + +Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere col clarinetto in +bocca; e tacque. + +— Creda a me: la musica è il miglior conforto nelle disgrazie — seguitò +l'altro. + +— Lo credo. + +— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo. + +Gaspare allora esclamò entusiasta: + +— Volentierissimo! + +— Stasera?... Potrebbe? + +E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le lenti. + +— Sissignore, posso. + +Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a dire, senza più +sorridere, con tutta gravità: + +— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso non ha tempo. + +— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale battè forte il cuore. + +— Non ho figliole: la mia pupilla. + +«La sua pupilla? La signorina era sotto la sua tutela?» E Bicci pensò +con nuova tenerezza: «Orfana come me!» + +— La signorina Roccaforte è per me quel che era lei per suo zio. L'ebbi +in casa bambina. Il padre.... + +Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, intanto che benediceva +suo zio e il clarinetto. + +Poi, essendo già innamorato e con la testa nel cuore, si dimenticò di +chiedere allo Squiti perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo di +sonare. + +Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto della signora Silvia. Ah +la virtù di ogni amor buono su ogni amore disonesto! + +Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano Bicci si studiò di +rendersi elegante; ed entrò dagli Squiti con grandi palpiti e insieme +con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. Ma il cavaliere, che +scartabellava della musica, l'accolse solenne; in tono ufficiale lo +presentò alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad alla voce: + +— Erminia! + +Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si fece innanzi, +lentamente.... + +— La signorina Erminia Roccaforte — .... e voltosi a un giovane, che +la seguiva (oh Cielo!), il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico +Griboldi, suo promesso sposo. + +— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, la signorina Erminia +sorrise a pena a pena. + +— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea mutazione di gioia. — +Badi che io odio la musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro +Bicci, di odiare una cosa bella? + +— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava la signorina Erminia. + +Il primo pezzo — del _Faust_ — procedè a meraviglia, quantunque le +mani di Bicci qua e là affrettassero come un cavallo che abbia amor +proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. Finito il pezzo, +la signora Squiti depose la calza e battè le mani; la signorina avvertì +che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; il cavaliere, +deposto il clarinetto, abbracciò il compagno dimenticandosi d'esser +grave. + +— Oh che orecchio! che orecchio! + +Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per colpa di Gaspare che +cadeva in pensieri estranei. Pensava: «Io non sono forse meglio di +colui? Si può dire un bel giovane? robusto come me? — Avvocato! — +E non sono ingegnere, io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! Quest'è +fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; e orfana...; nemmeno +la suocera!» + +— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva il cavaliere. + +Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: con il freddo nel cuore. + +Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato sempre; di dover +essere infelice sempre, per tutta la vita; e pativa della più grande +sventura che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi d'una +ragazza innamorata e fidanzata d'un altro. + + +VIII. + +Assente da lei credeva che il solo contemplarla quale un'imagine di +pura bellezza o una cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia +dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, che pena la +vista dei fidanzati in abboccamenti, in sorrisi, in bisbigli! Era +una sconvenienza sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser lecito dirsi +delle sciocchezze o, magari, parlar male del prossimo a bassa voce, +in cospetto del prossimo? Non avevano riguardo quei due nemmeno a una +persona giovane, che, in fin dei conti, veniva lì per far servizio al +padrone di casa! + +Così il povero Gaspare, invece di contemplare, doveva torcere gli occhi +altrove; doveva dubitare che gl'innamorati ridessero di lui; doveva +resistere alla tentazione di fracassar la tastiera del pianoforte. + +Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento d'invidia e d'ira cedeva +al desiderio del mirabile viso. + +«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. «Il meglio sarebbe +che io mi distraessi.» Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni che +gli capitavano, gli accrescevano il desiderio d'Erminia. Gliene capitò +una, un giorno.... La signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di +lui, vi penetrò. + +— Lei.... tu!...: qua? + +— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar meglio due occhi rabidi. + +— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì lui, trovando il tono +giusto. + +— Vile! + +Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore agl'insulti; freddo, +quasi sprezzante. + +— Non vi avevo chiesto quindici giorni di libertà? Ho i miei affari +anch'io; avevo, ho bisogno di tranquillità, di riposo. + +— Ah Gaspare, Gaspare! + +Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; a un tempo, +lagrime di duolo e fiamma di tentazione e di colpa. + +— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! Non l'hai dunque l'anima? +Dodici giorni senza passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi +nemmeno una riga! + +Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. Deliberato tuttavia a +finirla, Bicci, che voleva finirla da gentiluomo, esclamò: + +— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo leale, rincresce offendere +un uomo leale com'è l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto! + +A quest'affermazione Silvia avvampò più che a uno schiaffo. + +— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli prima, quando.... Tu menti! +Adesso capisco che non mi ami più! + +Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza con l'amore? + +— .... Adesso voglio saper il resto; proprio tutto! Perchè +abbandonarmi?... Dimmene la causa vera, subito! — L'investiva, +inviperita. — Subito! + +Che dirle? Rispose: + +— Che volete che vi dica? Incompatibilità di carattere: voi siete piena +di fuoco; e io.... + +— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non può esserci che tra marito +e moglie! La ragione vera le la dirò io! Tu hai una nuova amante! + +— No; ve lo giuro. + +— Spergiuro! Infame spergiuro! + +Era inutile discutere quando non valeva giurare. Gaspare non aveva +ancor scosse le spalle che già Silvia gridava: + +— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? T'inganni! Io ti detesto, +ma io ho dei diritti su di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo +morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu mi hai sedotta!... +C'è il vincolo del rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante, +ti caverò gli occhi; a te o a lei; così imparerai a conoscere le +gentildonne! + +Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io sono una +gentildonna! — E partì, finalmente. + +.... Se non che Bicci non gioì neppure della liberazione da quel giogo. +Soggiaceva perduto, affannato, disperato a un maggior peso, all'amore +fatale e contrastato dal destino. E non un amico col quale confidarsi! +Avrebbero riso gli amici: un innamorato muove sempre a riso come chi +cada goffamente in terra. Lui dove mai era caduto? + +Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza del suicidio, si +abbandonò e parlò al solo che lo compiangerebbe. + +— Sono innamorato, Luigi. + +Luigi si mise a ridere. + +— Eh, lo so da un pezzo! + +— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò Gaspare, +abbattuto. — Credi di quella? + +— Di tutt'e due: di quella e di questa. + +— No no: solo di questa qui, della signorina — egli protestò —; ed è +già impegnata! + +Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse ch'essere innamorato di +una sola fosse un malanno assai più serio. Poi disse: + +— Perchè non andiamo in campagna? A mutar aria.... + +Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, gli svaghi +campestri, la caccia, il ristauro della villa potrebbero davvero +guarirlo. Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir d'amore? + + +IX. + +Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che passava il tempo, la +cotta permaneva. La passione del nipote diveniva una passione più +grave, più affannosa forse che quella del povero zio! Perchè se Erminia +fosse morta dopo avere amato lui, com'era accaduto allo zio, meno +male! Erminia invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe sempre +quell'altro! E Gaspare era innamorato in modo che quando, in certi +momenti, credeva d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un +tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e con essa quella pena al +cuore come di un male che, dopo un breve assopimento, rincrudisce; +un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio patito; una +intollerabile smania di rivedere in realtà l'amata donna; una rodente +gelosia. Oramai egli non si diceva neppur più uno stupido, convinto +sempre più che Erminia era per lui la donna unica; che lei, proprio +lei aveva incontrato al passeggio nel giorno funesto; che altre bionde +così belle o più belle ne potevano esistere, ma che egli non avrebbe +potuto amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte del buonsenso. +Essendo perciò impossibile la guarigione e assurda ogni speranza, Bicci +aspettava il compimento del suo destino, qualunque si fosse. E compieva +frattanto il ristauro della villa; il quale era proceduto a meraviglia. + +Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 luglio — egli se +ne stava tra gli operai allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi +giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre triste — parve di +veder l'annuncio della sua morte; ma, aperto il foglio e letto il nome +— oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e non di dolore. Oh gioia! A +precipizio, come pazzo, discese e corse dietro a Luigi. + +Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; eppure un'onda +di gaudio gli travolgeva ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento +umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con lagrime ferme su gli +zigomi — lagrime di felicità — gridò: + +— È morto! + +— Chi? + +— L'avvocato Enrico Griboldi! + + * + +Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare, +con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al +buonsenso. + +Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in +colpa sua, sì della morte, giova di _réclame_: e che egli, se non +fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra +parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta +che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli +bisognerebbe aspettare. + +— Quanti mesi? + +Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più +breve che fosse possibile il cordoglio. + + +E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il +cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse: + +— _Morte fura i migliori e lascia stare i rei._ + +Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso +singolare a un genere di sventura. + +— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire +nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!... + +— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo, +d'una meningite acuta! + +— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E la signorina? + +L'altro scosse il capo. + +— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol più veder nessuno; non esce +di casa: un martirio! Le è venuto a noia anche il clarinetto. anche la +musica, che è il miglior conforto nelle disgrazie. + +«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non tornò ad abitare a Bologna +che al termine dell'ottobre. + +Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi condolgo — oppure: — +Signorina, le mie condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli salutò +e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, volgendo gli occhi a terra; +la signora Squiti sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio si +prolungava un po' troppo — Bicci ebbe una espressione felice: — Povero +giovane! + +Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la signora intraprese +l'elogio del morto. Annuiva Gaspare ad ogni lode, e gli costava così +poco!; ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar la dolente; e +pensava: «O il dolore è per le donne, o le donne sono per il dolore: +diventano più belle!» + +Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; di guisa che la +Squiti, accompagnandolo sino alla porta, gli susurrò: + +— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di casa, e la sua compagnia +ci sarà di sollievo. Se ne ricordi. + +— Non dubiti, signora. + +Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado però nelle seguenti visite +quotidiane, non volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire la +bussola. Poco giovava che la signora Squiti s'appigliasse a tutti gli +argomenti, se tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia. + +Come Dio volle, egli ebbe un'idea. + +— Perchè non si prova a leggere, signorina? + +— Non posso; no; è impossibile! + +— E se leggessi io? + +— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà anche me. Bravo, signor +Bicci! + +E Gaspare andò a leggere ogni giorno. + +Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si avvicinarono le feste +natalizie. «Quanto saranno tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la +conforterebbe sapere che io l'amo, anche se lei, per adesso, non abbia +voglia di far all'amore?» + +Còlto quindi un momento che la signora Squiti non v'era, egli +interruppe una lettura per guardare Erminia negli occhi. I quali si +abbassarono; subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione, +oramai? Un po' troppo, via!... + +— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo la bussola. + +— No — Erminia rispose in modo semplice e in tono tranquillo. + +Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole. + +E lei: + +— Io gli volevo molto bene. + +E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò: + +— A me sembra che _amare_ significhi più e meno di _voler bene_. A +Enrico io gli volevo bene, perchè egli mi amava; ma sono certa che +divenuto mio marito mi avrebbe anche voluto bene. Capisce? + +Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto perplesso a +chiedersi: «E io che cosa dovrei dirle? Che l'_amo_, o che le _voglio +bene_?» Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo cervello. +Evidentemente, pur volendo bene assai al Griboldi, Erminia non ne era +molto innamorata. Perbacco!... Quasi spinto da una molla allora balzò +in piedi: + +— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi è odioso! + +Ella interrogava con lo sguardo, stupita. + +— L'amo! Io l'amava due giorni prima di sapere che lei era fidanzata; +forse l'amavo avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, un giorno +che lei andava al giardino; e adesso che la vedo soffrire, l'amo e le +voglio bene! + +La signorina, fredda, rispose: + +— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, perchè adesso il mio cuore +è di pietra; la seconda, perchè, dopo quello che lei mi ha detto, io +debbo pregarla di cessare le sue visite. + +— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente Gaspare. — Io non vivo +senza vederla! Muoio anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda ogni +giorno.... + +Ella taceva. + +— Signorina.... + +Gli occhi a terra; e zitta. + +— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a mani giunte, attendendo. + +Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti s'arrestò, trattenuta da +un improvviso sospetto; così Erminia dovè concedere due grazie in una +volta. + +— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella disse — può +riprendere il clarinetto. + + +X. + +Quando alla signorina Erminia non mancava che un mese per compiere +l'anno di lutto, Gaspare Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier +Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse nella risposta +un'apparenza anche più solenne della solita. + +— Il padre della signorina affidata alle mie cure mi lasciò l'obbligo +di non concederla in moglie a chi non esercitasse una professione; +fosse anche milionario. Lei.... + +— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con l'impeto di un naufrago che si +salva. + +— Dunque eserciti! + +Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo di nuovo ricordando e +avvertendo che erano brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri. + +Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al Genio Civile. Perchè non +concorre? La raccomanderò io a due deputati miei amici e otterremo ciò +che vorremo. + +Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e attese confidando. Un mese +passò; ne passaron due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente, +fuor che un po' nell'amore, non era stato mai, e che giudicava non +perduto il tempo del fare all'amore. + +Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; scopriva in sè una +naturale disposizione a valutar terre, a costruire case e ponti, a +tracciar strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo soli tre mesi e +mezzo, cioè abbastanza presto, venir la notizia del concorso. Per +i suoi giusti meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende +dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni non gli doveva riuscir +difficile nemmeno l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna. + + * + +E non con altro sentimento che una trepidazione di gioia, al giorno +e all'ora prefissi, Gaspare Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo +Comunale. Ma ahi! con una trepidazione diversa guardò all'ingegner +capo. Misericordia! + +Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate le ciglia, immoto +il viso ferino, senza guardare, chiese: + +— Lei è il signor Bizzi? + +— Nossignore: Bicci. + +— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. Aggiunse: — Il decreto dice +Bizzi. — Però, nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un errore +nel decreto; giacchè fece una smorfia di meraviglia. + +— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio! + +Misericordia! L'ingegner capo era.... + +Balbettò Gaspare: + +— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir vero, fosse divenuto +irriconoscibile a riconoscere colui: Tredòzi! + +— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo. + +— Cercherò.... + +— Benone! Venga di qua. + +Lo condusse nella camera attigua, in cui altri due giovani scrivevano +o disegnavano; e prese alcune carte. + +— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... Alle quattro vedremo che +cosa avrà saputo farmi. + +— Non son cose difficili. — disse Bicci. + +— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi lo battè con la mano su la +spalla: + +— Gran bravomo suo zio! + +Dopo un poco uno dei giovani colleghi si volse a Gaspare: + +— Fortunato lei! + +E il compagno: + +— È il primo che quel cane non tratta da cane. + +Se non che anche di così innocente fortuna, dovuta in gran parte a +una virtù o memoria famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle +quattro; allorchè tornò l'ingegner capo. + +Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; disapprovò +l'opera degli altri due; poi, appena costoro furono usciti, ordinò a +Gaspare: + +— Lei oggi verrà a desinare da me. + +— Impossibile! + +A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi ogni impronta di +umanità. + +— Tenga a mente che per me non c'è nulla d'impossibile, mai! + +— Ma...; ecco.... + +— Che cosa.... ecco? + +— Io sono fidanzato.... + +— Benone! No! malissimo! + +— .... e per stasera ho promesso.... + +— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; l'avvezzi per tempo, la +sposa. Crede che sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse che le +fa ora? + +Fu inutile resistere. + +Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e compianto troppo tardi, +fingeva, lo traeva in un'insidia? + +— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè io sono alla +buona: leale, sincero, schietto come suo zio e come sarà lei. + +Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere. Nondimeno non era +una disgrazia anche questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto +d'amore o d'odio, si compromettesse e lo compromettesse? E in tal caso +che accadrebbe, buon Dio? + +Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta a conoscere di +persona il nipote del signor Giorgio, che (già!) conosceva solo +di vista.... Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o che +imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta disinvoltura e sicurezza di +spirito, si convinse d'essere un giovane spiritoso e disinvolto. + +Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì a dire — e aveva uno +sguardo torvo: + +— Sai che questo disgraziato prende moglie? + +Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il quale Gaspare rabbrividì. + +Invece ella, dopo, sorrideva. + +— Davvero? Me ne congratulo! + +— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io lo compiango! Una +corbelleria! uno sproposito! un delitto che, se suo zio fosse al mondo, +non commetterebbe! + +Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò lui, quand'era +moribondo.... + +— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi si ha perduta la testa! + +Intanto Silvia esortava Gaspare: + +— Non gli badi. Scherza. + +— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse per annegare e io gli +allungassi una mano, ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di +annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta pur sicura che darà +retta a te! + +— Tredòzi! + +Imperterrito il marito proseguì: + +— Pensare che io cederei fino mia moglie! + +— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora Silvia rossa in viso, in +atto d'alzarsi. Ma Tredòzi non si scompose. + +— Non offendo nessuno. Confronto il bene della libertà individuale al +vincolo del matrimonio e dico che se debbo augurare a Bicci la minor +sventura possibile, gli auguro la fortuna che ho avuta io. + +— Grazie! — scappò detto a Gaspare. + +Per fortuna la signora Silvia introdusse un altro discorso, e +l'ingegnere, il quale perdeva l'argomento preferito, si quietò e +riparlò solo tardi, ad annunciare che usciva per i sigari. + +L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» riflettè Gaspare. + +— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la signora. + +— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... Oh! Ella non si turbava. + +— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; e io non ne sono gelosa. + +Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe baciata. Ma non c'era da +fidarsi ch'essa interpretasse giustamente la ragione di quel bacio. + +— Ed è bionda, o bruna? + +— Bionda. + +— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni ha? + +— Diciannove. + +— Una bambina! Tanto, tanto piacere! + +Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una bionda si stancherebbe, +presto? E volle le narrasse la vera storia dell'innamoramento; a che +egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti bugie, nella maniera +di tutti gli autobiografi. Infine la signora chiese: + +— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito amarci, non possiamo +volerci bene? + +La distinzione d'Erminia! + +— .... e non restiamo amici? + +— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto, salvo. S'imaginava +d'esser salvo da ogni castigo. + +....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio e parlò +pacatamente: + +— Se il far la corte a mia moglie bastasse, caro Bicci, per mandare a +monte il suo matrimonio, la pregherei di restar qui sino a mezzanotte; +ma non avendo questa speranza, l'avverto che sono le dieci, e andiamo +a letto. + + +XI. + +Come certe cose procedono sempre a un modo per tutti, non è da far +meraviglia che anche per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio di +nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma per Erminia e Gaspare la +luna di miele sarebbe durata Dio sa quanto, se Dio non avesse permesso +a una cattiva donna d'intorbidarne il dolce chiarore; di provare quel +che possa l'odio di una donna e a che perfidia la sospinga la vendetta. + +Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò all'ufficio, riebbe ore +di umor buono; durante una delle quali disse a lui, il solo benvisto +subalterno: — Silvia desidera fare la conoscenza della sua signora. +Contentiamola. Tanto, da mia moglie sua moglie non imparerà nulla che +già non abbia imparato. + +Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche cosa sapeva la quale +Erminia non avrebbe dovuto saper mai. E a parte anche ogni sospetto, +a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza tra sua moglie e +l'antica amante. + +Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina di dovere, e basta.... + +Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in questo mentre aveva +conchiusa amicizia con la Squiti; cosicchè la relazione temuta e +sconvenevole diventò naturale, necessaria. + +Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle conversazioni in casa +Tredòzi venivano, oltre che gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e +sonava (solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto); nè rimanevan +tempo e agio per confidenze tra Silvia e Erminia. + +Ma a poco a poco la perfida donna, abile a non farsi scorgere da +alcuno fuorchè dalla sposina, cominciò a tormentar Gaspare con +occhiate patetiche. E non bastava: gli susurrava, fugacemente, parole +all'orecchio; parole di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto. + +«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è un angelo». + +Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli dovè pensare: + +«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto infelice, tra +breve — non imaginava in che belva l'angelo si trasformerebbe, in che +demonio scatenato! + +Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia gli disse: + +— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi a casa. + +Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia. + +— Allora accompagnerò io voi. + +— Non importa.... + +Ella sorrise. + +— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è una stupida, lei! + +Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro infernale. + +— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente! Quella sfacciata +t'accompagna anche a casa, dopo i convegni! + +— Non è vero! + +— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi era quella che veniva a +trovarti quando io era fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo +tardi! Assassino!... + +— Erminia, t'inganni.... + +— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A questo modo! Io! da te! + +La bile si disciolse in pianto; ed ella prese a invocare il morto, in +guisa che straziava l'anima: + +— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi saresti rimasto fedele +eternamente!... Non mi avresti tradita, tu, con la moglie del tuo +capoufficio! Oh il mio Enrico!... È un'infamia! un'infamia! + +Proteste, giuramenti non valsero; la confessione sincera e piena non fu +creduta; la felicità di due che s'adoravano, distrutta per sempre; il +letto coniugale diviso per sempre.... + + * + +No: il letto restò diviso solo due notti; chè Erminia volle togliere al +marito ogni ragione di tradirla. + +Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono Gaspare un mattino +ch'egli li consultò, sentendosi alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo +quei libri, un rimedio. + +«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia moglie non abbia più +ragione d'amarmi tanto». + +Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio _chi sta bene non si +muova_; e chiedere un trasferimento da Bologna valeva come sfidare +la pazienza dei superiori. Ah quanto fu brutto quel mese d'incertezza +affannosa nell'attesa del trasloco!... Lo manderebbero in Sicilia? in +Sardegna? in Calabria? Dove? Dove, buon Dio? + +.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche questo bel colpo +di fortuna non fu sufficiente alla pace di tutti, alla contentezza +assoluta di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne cupo; scosse +il capo mestamente. + +— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due torri io non le lascio! +Eppoi, se con la signora, andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini +a Milano! Insomma, io non ci vengo. + +— Luigi, ti prego.... + +Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, Luigi scoteva il +capo, e ripeteva nel suo linguaggio: + +— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che «zuccata» abbiamo avuta! + + +XII. + +A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva. +Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare +e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne +l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da _parvenus_. La Galleria? +Un ridotto per i cantanti a spasso e le _cocottes_. Il Duomo?... Oh il +Duomo d'Orvieto! + +Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica solitudine d'Orvieto al +pandemonio di Milano! Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare un +poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, si sentiva non più che un +borghese pacifico nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere al +Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, che si chiamava Bicci, e +a cui Milano sembrava la più bella città del mondo. + +Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la dimora a Milano fu +causa e pretesto ai dissidi, dei quali per l'addietro la gelosia era +parsa la sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si acuirono. Che +giovava a Gaspare l'arrendersi? + +Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. Se egli dava +torto alla moglie, erano raffacci, lagrime, svenimenti, convulsioni: +un inferno; e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva perchè non +voleva la considerasse malata o matta. + +Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta e non temuta! Addio +sereni giorni del celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di +miele! + +E come per l'addietro si era compiaciuto di non aver figlioli, +risparmiandosi tutte le pene dell'allevamento e dell'educazione, così +adesso il povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei figli la sua +disgrazia coniugale. E almeno avesse avuta la suocera, che per lui +sarebbe stata, adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera! + +Ma finalmente Erminia si ammalò davvero. + +— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E al marito —: La +distragga. + +Ahi! come distrarre una creatura che preferiva Orvieto a Milano? che +non voleva uscire di casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer +nessuno? che non parlava quasi più? E venne il dì che a Gaspare parvero +invidiabili i giorni in cui almeno si litigava. + +Durante quel silenzio ostinato e irragionevole della sua signora i più +neri pensieri, i più foschi sospetti trovavano luogo pur nella testa di +Bicci; tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a casa, abbreviò +la consueta passeggiata e la sosta al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora, +il ritorno a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: al buio, +nell'ingresso; poi, in punta di piedi, venne alla cucina. Buio anche +là. Avanzò allora fino all'uscio della camera da pranzo, ascoltando...; +e udì, lieve come un sospiro: + +— Enrico! + +Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! Infami! + +Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che non s'è adirato mai +in vita sua, Gaspare spalancò l'uscio.... E la signora e la serva, +senza far motto, lasciarono andare il tavolino su cui avevano tenute a +contatto le mani. + +— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... A te! A te! — e con +voce strozzata, dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, gettò, +venti, trenta lire alla serva che lo contemplava stupita. + +— Vattene! Vattene! + +— Ma cosa ho fatto? + +— Tener mano!... Via! fuori! + +— Ma che male c'è? — cominciarono a dire insieme le due donne. + +— Via! Via! + +Sempre più minaccioso, con la destra in alto, lui, Bicci, Gaspare!, +spinse con la sinistra la serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia +sorrideva sarcastica. + +— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai insegnato tu? non mi dicevi +tu che faceva così tuo zio? + +A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva +fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di +miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a +sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva +a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo, +tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale. + +«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già +stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo +un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha +esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo.... +Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio +zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme; +tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento +mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo! +Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva +niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o +non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni +tranquilli?...» + +Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa: + +— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una +colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile; +bisognerà venire alla separazione. + +Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì: + +— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti.... + +Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi +scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare: + +— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai +più! + +Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del +cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto, +il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder +pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera. + + +XIII. + +Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio che tutto il male +non viene per nuocere, se Erminia avesse seguitato a lungo nel buon +mutamento. Riprese a uscire di giorno e di sera; riprese a discorrere +e, grazie a Dio, senza litigare. Ma tanta felicità poteva durare un +pezzo? + +E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo dell'isterica donna, con +la intollerabile intolleranza d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al +mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. Non poteva soffrire neanche +le persone che avessero avuta qualche somiglianza di gusti con lei. + +Infatti una volta all'_Eden_, ove egli si divagava ma si annoiava +Erminia, Gaspare scorse, non più rivisto da anni, il più caro compagno +e più allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, un pittore +già in fama a Parigi; e benchè ricordasse il consiglio dello zio +«Sta lontano agli artisti» (il povero zio l'aveva anche esortato ad +ammogliarsi!), egli lo chiamò: + +— Ehi, Monarchi! + +— Oh! Chi vedo!... Bicci! + +— Tu, qua? + +— Tu, qui? + +A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne dietro la presentazione +della signora. + +Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo elegante, con la caramella +all'occhio destro e copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore +delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, di Parigi, fino +d'Orvieto. «Erminia ne resterà contenta» pensava Gaspare. Invece, chi +lo crederebbe?, quando se ne fu andato Erminia disse: + +— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se verrà a trovarmi prima di +partire, farò dirgli che non sono in casa. + +Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più lo rividero, tranne, da +lungi, due o tre sere a teatro.... A teatro? + +Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova smania, una nuova pazzia! +Convinta che per essere notati a Milano bisognava spendere, si mise +a spendere e a spandere rovinosamente in gioielli e abiti; e dal suo +palco pretendeva insegnar «il buon gusto nella moda» alle milanesi! +«Non basta seguire la moda!» diceva. + +Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza ricchi da impartire +cotesto insegnamento, ella gli si scagliò contro: + +— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? Dov'è la mia dote? +Quando, con chi l'hai consumata? — E così via, fino a giungere allo +svenimento e alle convulsioni. + +C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni di «Enrico! +Enrico!» e le pratiche spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò +dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche santo — pensava — mi +aiuterà». + +E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; desiderosa di quiete +e di solitudine. Un santo era intervenuto. + +Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche a meditare il suicidio; +e lo diceva. Che giorni per un marito di cuore e di coscienza! Mentre +a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, all'ufficio, +lui, il povero marito, dubitava di trovarla, al ritorno, impazzita del +tutto, oppure asfissiata. + +Un Calvario! E non era più possibile tirare avanti un pezzo così. E +solo un colpo di fortuna poteva ridar la pace a Gaspare Bicci. + + * + +Verso le cinque pomeridiane egli saliva le scale di casa sua, superando +ogni gradino con lo sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco, +era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò alla disperazione +della cuoca. + +— La signora.... non c'è più! + +Morta? + +— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante. + +— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, la donna. + +Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: «Ad annegarsi. È finita! +Ma che guaio!» + +— Di', parla! A che ora?... + +— Dopo colazione, è uscita con la valigetta. + +Ad annegarsi con la valigetta? + +— E non ti ha detto nulla? + +— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su lo scrittoio. + +— Ah! Meno male! + +Si precipitò nello studio. Lesse: + + «_Gaspare_, + +«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco lealmente, e ti giuro +che mi annegherei se non fossi persuasa di saper rendere felice +Gino Monarchi. Vado con lui a Parigi. Tu vieni in Francia: vi faremo +divorzio; così sarai libero di trovarti una donna degna di te. Addio. + + «_Erminia._» + +— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero al traditore. + +Per altro, gli sembrava che una mano benefica gli levasse, o dalle +spalle, o dal petto, o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo +d'addosso — un enorme peso; e tant'era il sollievo, che gliene conseguì +una mitigazione all'ira, un senso di dolcezza; e tant'era buono, Bicci, +che a poco a poco il sollievo e la dolcezza gli si convertirono in un +senso di pietà. + +«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà presto di qual +natura è quella donna!» «Dopo tutto — aggiunse in un risveglio +d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a me!» + +E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato interamente a +se medesimo, da morte a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che +arriverebbe prima lui della lettera —: + + «_Caro Luigi_, + +«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono salvo, libero, felice; +l'uomo più fortunato del mondo! E corro a Bologna da te. + + «_Il tuo Gaspare._» + + + + +Una “scampanata„. + + + In Romagna. + +Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, frotte loquaci di donne, +uomini e fanciulli e coppie amorose, sorridenti o serie nel loro +bisbiglio; i dami col garofano all'occhiello. + +Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, ove serenamente moriva +il lume crepuscolare e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla +terra ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco e oscurarsi e, +lontano, sparire. Come due ragazzi s'arrestarono per tirar sassate in +un ricovero di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno di +loro ammonì a voce aspra: + +— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; lanciarono i sassi +nel fiume; e nel ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami, +proteste, confidenze, querele, saluti. + +A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, che venivano fra gli +ultimi, l'uno dal lato destro, l'altra a sinistra, si videro. + +— Buona sera, Fulgenzio. + +— Buona sera, Faziòla. + +— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo anche domani. + +— Ce n'è bisogno. + +— Dove siete a lavorare, adesso? + +— Vanghiamo le vigne. + +— Sarete in molti. + +— Quindici o sedici. + +— E han fatto «caporale» Giulio, eh? + +— Giulio. + +— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di farvi torto. + +— Chi comanda ha sempre ragione. + +Dopo una pausa lei chiese: + +— Ma è vero quel che dicono? + +— Dicono. + +La loro malignità non andava più oltre dell'accennare alla ciarla che +Giulio dovesse ai meriti della moglie la nomina a capo degli operai +braccianti. + +— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, voi. + +— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la salute. Ma.... — E l'infelice +guardò la Faziòla sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua per +cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma se mi viene una febbre, +io non ho un cane che mi porti una goccia d'acqua. + +Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla sospirò per sè. + +— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, per modo di dire, che vi +porterebbero via il boccone di bocca, se potessero. + +— Non vi trattan bene in casa? + +Essa volle attenuare. + +— Capirete anche voi: le annate vanno scarse e uno di più in famiglia, +aggreva. + +— Ma voi lavorate. + +— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a me. C'è da rappezzare la +roba? Tocca a me; la sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o +all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. In ozio non ci sto; +quest'è vero. + +Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera Faziòla! + +Quindi Fulgenzio riprese: + +— Avete fatto male a non maritarvi un'altra volta, quando eravate a +tempo. + +— Le vedove che non han quattrini si lascian dove sono; lo sapete pure. +Piuttosto voi, Fulgenzio, perchè non avete preso moglie? + +Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto un vantaggio in +lui il non aver famiglia da mantenere; e lui tornò a sorridere. + +— Chi volete che mi prendesse? + +Infatti da giovane era anche più brutto e più magro, sembrava più +zoppo; sembrava tirasse l'anima coi denti. + +— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le ragazze han delle +pretese; ma una donna quieta.... + +— Trovarla una donna quieta! + +Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e a occhi bassi, nel +silenzio: «Oh non c'ero io?» Almeno così egli credette, perchè sorrise +ed esclamò commosso: + +— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto sposarvi voi, Faziòla! +Voi eravate proprio la donna per me. + +— E io vi avrei preso, Fulgenzio! + +Mormorò l'uno: + +— Adesso è fatta. + +— Adesso è fatta — mormorò l'altra. + +Nè parlaron più finchè furono vicini a casa. + +Ma quando la Faziòla stava per augurar la buona notte, lasciar la +strada e passare la siepe, Fulgenzio, fermo, si guardò attorno, +raccolse il fiato e con voce tremula disse: + +— Sentite: la gente può dir quel che vuole; ma io, di una donna ne ho +proprio bisogno. + +— Lo dico anch'io. + +— Se voi mi voleste.... + +Alla proposta lei si mise a ridere forte. + +— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono vecchia.... + +— Mi volete? + +Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; tanto egli temeva un no +e tal voglia aveva lei di rispondere sì. + +Ma vinse la ragione. + +— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo. + +— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo. + +— Va bene. Buona notte, Faziòla. + +— Buona notte, Fulgenzio. + + * + +Avevano una settimana per pensarci; ed era troppo; e la settimana fu +lunga. Finchè aveva sperato di migliorare un po' la sua condizione +risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva sperato anche di +trovar donna non molto innanzi con gli anni la quale lo compensasse +della giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli ogni speranza e +presunzione, doveva ringraziar Dio se la Faziòla lo voleva! Era una +brava donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe tanto da +non tornargli di peso; una buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse +per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. Davvero?... Non seduceva +la Faziòla il solo interesse? Non si era sparsa voce ch'egli aveva da +parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; ma, insomma, la +donna era buona o no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero maligno! + +Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa in cui i parenti la +trattavano da serva e le invidiavano il pane che mangiava; e faticar +meno, e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna che a rifiutarla le +sarebbe parso d'offendere la Provvidenza. Pure un ritegno le restava. +Perchè? si sentiva il coraggio di sfidare la gente, o no.... + +Finalmente venne la domenica a chiuder la settimana dell'attesa e +dell'incertezza. + +— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno dai vesperi, Fulgenzio. E +sorrideva in quel suo modo faticoso. + +— Ho paura del mondo. + +— Io no; non ci bado io! + +— Ci faranno la «scampanata». + +— E che la facciano! + +Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei accondiscese. Pur mentre +incoraggiava, quella giusta apprensione degli scherni che turberebbero +forse per anni la loro pace; quel timore dell'avversione o della +condanna pubblica, toglieva ardimento a lui stesso e l'induceva, il dì +dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di spender qualche cosa, non +si potevano evitare le pubblicazioni matrimoniali? — + +— Impossibile! + +L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non badassero a rispetti +umani! — + +— Un po' di meraviglia in principio, eppoi smetteranno. + +— È quel che dico anch'io. + +Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità mal repressa per tutta la +chiesa quando l'arciprete disse dall'altare: + +— Si pubblica per la prima volta la domanda di matrimonio di Fulgenzio +Landi con la Violante Stradelli vedova Faziòli. + +E, dopo, la fidanzata non osava più uscir dalla porta di casa, +avvelenata in casa dalle canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il +fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che modo resisteva lui alla +tempesta. E Fulgenzio sorrideva e taceva. + +«Presto o tardi smetteranno!» + +Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano per il dì delle +nozze! + +Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; e allorchè, nel +gran giorno, la gente accorse alla prima messa per assistere allo +sposalizio, apprese che da due ore gli sposi eran già fatti e che già +erano a casa loro. + +— Stamattina ce la siam cavata — sospirava la Faziòla. — Il peggio sarà +stasera. + +Ripeteva Fulgenzio: + +— Non ci pensate. + +Intanto si vedeva che lui ci pensava. + +Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh senza alcuna smania di +sposi novizi!: irritati, al contrario, che a loro due, così quieti e +consapevoli degli anni e dei malanni che portavano addosso, il mondo +attribuisse simili sciocchezze. + +Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, primo talamo della +Faziòla, da riconnettere; e i pagliericci da riempir di foglie, e +i cuscini da rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare e +spartire la biancheria e i panni che meritavano rattoppi; e nettar la +cucina in modo che non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero +l'arciprete e il fattore. + +— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio strofinando, dentro, il +paiolo. + +Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con le tagliatelle in +brodo e il lesso. + +— Sono dieci anni che non ho sentito un poco di manzo; da quando si +maritò mia sorella — confessò Fulgenzio. + +Similmente la Faziòla gustava il vino. + +— Buono! Buono! Non me ne davano mai, in casa, a me! + +E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea mirabile, che schiarì +del tutto il malumore in entrambi. Se dessero da bere agli offensori? + +— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se dessimo da bere?... + +Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando, + +— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E rideva. + +— Il vino dove lo mettiamo? + +— In un bigoncio. + +E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; e andò alla fattoria +a riempirlo di quello buono. + +Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita d'averlo indotto alla +grave spesa. + +— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti mancavano di questo; +mancavan di quest'altro.... + +Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; di rivelarle il +segreto contenuto nell'animo a fatica. Trasse dalla tasca della giacca +il libercolo. + +— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati come vi credete. + +— Cos'è? + +— Il libretto della cassa di risparmio. + +Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; ma non sapeva leggere. + +— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento franchi, senza i +frutti. + +— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di altri? + +— Eh! alla cassa.... + +— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete vedere dove li tengo, io? + +Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato che ebbe in +fondo alla cassapanca, elevò la calza trionfale, sonante e gravida del +gruzzolo; e disse, sgroppandola e riversandola sul letto: + +— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne abbia. + +Il marito aveva le lagrime agli occhi men per la gioia che per +il rimorso di quel suo dubbio, che la donna l'avesse sposato per +interesse. In un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva più lei! + +Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso velavan gli occhi della +moglie. + +— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero dopo la morte di Faziòli, +e quelli che misi insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo. + +Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non avrebbe pensato a +rimaritarsi, a cinquant'anni! + +— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, Fulgenzio. + +Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla dolorosa memoria, lei +ripetè: + +— Contiamoli. + +Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva mentre +distinguevano le monete e le ammucchiavano sorte per sorte, ed +enumeravano i biglietti di banca; mentre il vino, a cui non erano +avvezzi, ferveva loro nel sangue. Così, a poco a poco, i diversi +sentimenti si confusero in una gioia comune. + +E il marito non potendo terminare il conto, distese le magre braccia a +un timido abbraccio. + +— Povera la mia donna! + +Lei sorrise. + +Fu un momento. In quel momento avrebbero dato fors'anche il libretto +della cassa e tutte quelle monete per tornare indietro di dieci anni; +ma la sposa subito tornò in sè: + +— Sono vecchia, Fulgenzio! + +Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza della sua propria +insania; e ripresero il conto. + + * + +.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era una gara a chi +strepitasse più forte: un fracasso di secchi battuti a furia; di +cassette di latta bastonate senza tregua; di coperchi picchiati +l'un contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli che +s'appendono al collo de' buoi per la fiera — scossi da instancabili +mani; e corna di bue roboanti, e voci umane fatte bestiali: grugniti, +gallicini, ragli, fischi. Un ex soldato, trombettiere, si sfiatava +nel suo strumento; un cacciatore, con meno fatica, sparava a quando +a quando colpi di schioppo all'aria, e due cani abbaiando e latrando +s'introdussero nella compagnia. + +La dimostrazione veniva solenne, memorabile. All'infernale sollazzo +dava motivo e impeto l'oscura coscienza rusticana, avversa a che +la vecchiaia presuma cosa da giovani, e offesa da una vedovanza +interrotta. Nessuno di coloro pensava certo che invece di schernire un +connubio ridevole e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere anime e +di due timorosi egoisti condotti dalla fortuna a reciproco soccorso. + +Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano. + +— Sono qui! — disse la donna. — Vado a smorzare il lume. + +A posta, per far credere che erano a letto e per accrescersi il piacere +dell'improvvisata, l'avevano acceso nella camera nuziale. + +Quindi, al mancar di quella luce, le oscene grida e le risa superarono +tutti i suoni. + +— Adesso accendiamo il lanternino. + +Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero. + +— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva Fulgenzio. + +— Sentite la voce di Mauro? + +— E quel della tromba chi sarà? + +— È Martino dell'Argine. + +— Che matti! + +— Vogliamo ridere! + +Ma in quel punto il cacciatore sparò due colpi. + +— Anche delle schioppettate! + +E la moglie: + +— Non ci faran del male, eh? Quando si è matti!... + +— Lasciatemi andare innanzi. + +Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; dietro, andò la donna +col bicchiere e il lanternino. + +A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un istante, chi sonò o +soffiò con più lena; e in massa tutti s'appressarono alla porta. + +_Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; buum buum buum...; +taratatà taratatà, taratatà...; cococodè!...;_ e, prevalenti, +strazianti, i _cian cian_ dei metalli e il _dan dan_ dei campanacci. + +— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... Ohe!... gente! Chi vuol bere? + +— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E di cuore, ragazzi! + +Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe di fronte. Quegli +lasciò cadere la secchia disarmonica per bere d'un fiato, e gridar +dopo: + +— Viva gli sposi! + +— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua volta il bicchiere per un +altro. + +Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa c'è? — Cosa fanno?... Dan +da bere! — Un bigoncio! — Ohe! ci siamo anche noi! — Vino! + +Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un senso quasi di gratitudine +avevan còlti gli animi; di súbito, secondo avviene nella gente rude, i +cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, opposto. + +Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla e Fulgenzio avevano +gettato dalla finestra, per vendicarsi, immonde cose o inani minacce; +o non avevan taciuto, essi, in una vile rassegnazione; ma passavan da +bere, e vino buono! Succedevano alle grida folli e ai motti sconci, +voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; e tutti in una volta. + +— La fanno da signori, gli sposi! + +— Viva gli sposi! + +— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio tenervelo io al battesimo! + +— Guardatevi dai compari, Fulgenzio! + +— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà caporale anche lui! + +— No, no! la Faziòla non gli farà torto! + +— Fulgenzio è geloso! + +— Fulgenzio è pacifico! + +— Viva gli sposi! + +— Viva l'allegria! + +Il trombettiere impose silenzio. + +— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni ai ragazzi più ostinati +nel frastuono. — Adesso gli sposi ballano la monferina! — La proposta +fu accolta da applausi; la monferina fu intonata dalla tromba, cantata +e zufolata; mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, il quale si +schermiva con ambedue le braccia. + +— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva dimenandosi fra le +mani e le braccia che l'urtavano, lo spingevano. + +— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio! + +— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare! + +Ma la Faziòla diede al marito la prima prova di abnegazione; una gran +prova, anzi, di virtù. Comprendendo che per acquetarli era necessario +che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò al ballo con l'agilità +e la disinvoltura de' suoi vent'anni e del ballerino che combinò a +saltarle di contro. + +Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato tranquillo; e, per +emulazione più che per burla, i giovani gettarono i recipienti sonori, +i campanacci e i corni; e in mancanza di donne, si misero a ballare +tra loro, intanto che Fulgenzio attingeva e offriva il vino attorno con +viso lieto. + +— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... Finchè ce n'è!... +Di cuore! + +Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere perduto il +fiato, tutti ripresero gli strumenti del baccano. + +Adesso però ciascuno dava dentro nel suo con l'anima d'un inno glorioso. + +.... — Felice notte! + +— Viva gli sposi! + +— Viva l'amore! + +— Viva l'allegria! + + * + +.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici per il sollievo +del peso che aveva preoccupato a lungo il loro animo; per il piacere +d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, con l'astuzia; per +la gioia d'essersi sottratti, anche in avvenire, a beffe o biasimi, +meritando invece indulgenza e benevolo ricordo. + +E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, di reciproca gratitudine, +e la certezza di giorni meno tristi, forse ebbero allora la +persuasione! che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, che +a torto prima presupposta in essi, aveva indotta la terribile turba a +tanto sbattere, gridare e scampanare. + + + + +Il polso. + + + Nel settecento: + + per i mariti d'oggidì. + +Difficile dire se il conte La Fratta amasse più sè stesso o la marchesa +Arnisio; ma poichè per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la lode +di cavaliere perfetto e per secondare gli stimoli del cuore insisteva +da un anno a servire con cura paziente e con indulgente costanza una +dama così mutabile di pensiero e di animo, egli certo amava troppo +sè stesso e oltre il necessario a un cavalier servente egli amava +l'Arnisio. + +A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia su di lui +l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; la virtù quasi d'un fascino +arcano; quantunque, a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute +molte singolarità e usanze e malizie. Già sapeva La Fratta quando fosse +bene contrapporsi e quando fosse meglio accondiscendere a quello che +alla dama piacesse affermare; già aveva appreso a distinguere su le +sue labbra rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia sottile +che vi segnasse il sorriso; già comprendeva tutto quanto comandasse +o esprimesse dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: anche, tra +lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed era spesso — l'esperienza +e la consuetudine avevano sancita una specie di prammatica ai modi +e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava parlare di mille cose per +divagarne il pensiero doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere, +a diritto o a rovescio, no, sempre no, o sì, sempre sì. + +Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; ma una cosa non +sapeva: se ella avesse il cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?» +egli si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni giorno più nella +ricerca dell'ignoto n'era più avvinto dal fascino; cosicchè ogni giorno +più s'innamorava della dama e di sè, che con sua gloria resisteva a +servirla. + +Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle bizze nel brio e +alle arie annoiate alternando gli accordi e i riposi e gli assensi, +cominciò ad accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e sentimentali +ch'egli credette di giungere a proda: il sentimento deriva dal cuore; +dunque il cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva battere per +altri che per lui, che da un anno la serviva con cura paziente e con +indulgente costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta a studiare di +quale e quanto e quanto duraturo amore fosse capace il cuore piccoletto +della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva con lui quelle espansioni +compiute, quei confidenti abbandoni e neppure quei moti meditati o +spontanei di gelosia che tutte le donne amando, o fingendo d'amare, +sogliono avere. E nello studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e +il suo pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della dama che, +ahimè!, troppo credette d'apprendervi. + +Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche e le remissioni +di donna usata alla vita; i capricci, le allegrezze, le noie traevan +forse cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da un intimo, segreto +travaglio che le eccitava e tribolava lo spirito: lo sguardo di lei, +spesso stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, dicevan forse +che il suo spirito vagava dietro un inafferrabile bene, finchè, con +uno sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse di riaversi o +mentire; e allora abbondava di cachinni e di frizzi, cattiva a un +tempo e vezzosa. Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece che +la simulazione d'un malanno alla moda, poteva essere la dissimulazione +di un urgente rovello; gli sdegni di lei contro lui non erano forse, +come egli aveva sempre creduto, modi di civetteria sagace, ma più tosto +non rattenuti impeti di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, +quelle occhiate lunghe e sentimentali, potevano non essere tardi e +magri compensi alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, segni +di compassione per lui in una confessione oramai manifesta: «Il cuore +l'ho, oh se l'ho!; ma non per voi, povero conte!» Or bene, il conte +La Fratta non disse alla marchesa Arnisio come Publio a Barce nel +melodramma del Metastasio: + + Se più felice oggetto + Occupa il tuo pensiero, + Taci, non dirmi il vero. + Lasciami nell'error! + + È pena che avvelena + Un barbaro sospetto; + Ma una certezza è pena + Che opprime affatto un cor; + +no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di sè, che premevano +l'animo del conte e vi si rafforzavano senza confondersi, lo +sospingevano ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato +talora dubita a torto; l'altro, perchè, se non dubitasse a torto, egli +ritraendosi a tempo non compromettesse la sua dignità e la sua fama di +_cavaliere di spirito_. + +Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira il caso d'un patito +che con zelante servitù e con dabbenaggine inconscia facesse riparo +all'amore ignoto della sua dama!; e La Fratta aveva in odio le satire. +O, dunque, la marchesa amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano +intorno, il quale, come minore del conte, ella non potesse assumere +a servirla senza scapito agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, +incurante o ignaro di lei, ad altra dama della quale ella fosse gelosa. +E come ella avrebbe lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva +restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, investigava. Ma +invano: tal donna era l'Arnisio che davanti a niuna persona e in niuna +circostanza perdeva il predominio di sè; nè mai, appuntando i suoi +sospetti su questo o su quello che a lei fosse d'intorno, il conte +riusciva a sorprenderle in volto ombra alcuna di rossore o di pallore, +di smarrimento o di vergogna. Il mistero per La Fratta permaneva fitto, +fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva pietoso e tendeva a +diventare ridicolo. + +Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate Fantelli: un abate di +umore giocondo e di mente arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva +le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni e de' suoi frizzi, +nè men caro agli amici, cui giovava d'esperienza e di senno. + +L'abate consigliò: — Tastale il polso. + +Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse: + +— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso si possono frenare. +Allorchè ricorderai alla marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo +cuore batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma il suo polso batterà +più in fretta e tu potrai sentirlo. + +Al conte questa parve un'invenzione mirabile. L'abate continuò: + +— Non si falla; ma ricordati che io confido la ricetta alla tua +segretezza. + +— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse dalla marchesa Arnisio. + + * + +Essa, all'entrare del conte, era abbandonata sul canapè con la testa +reclinata mollemente e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi +dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al bacio di lui su la sua +destra, rispose con un sorriso ambiguo, meno soave che doloroso. + +— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta. + +— Sì — rispose ella in tono flebile. + +La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania almeno quel giorno +opportuna a' suoi fini. + +— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, non per rammentare il +tempo felice nella miseria ma per avviarsi súbito alla meta. Prima però +chiese: — Desiderate un po' di melissa? + +— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica quel giorno era il sì; +e trasse un breve sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle +labbra. + +— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima ch'ella riabbassasse +le pálpebre; e sedutosi a lato di lei e recatosi il cedevole braccio +di lei su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò il polso +attentamente. + +Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano d'una trama +azzurrina la bella carne bianca, il sangue perveniva dal cuore pulsando +all'avambraccio in misura placida ed uguale. + +— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva il cammino). +Corgnani giurava di perdere a tarocchi perchè lo costringevate a +guardarvi, tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne d'avervi ravvisata +a Versailles in una procace figurina di Boucher o di Fragonard; +Terenzi proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe ballar meglio di +voi il _paspié_. — E ristando, per prudenza: — No — disse — non avete +febbre. — Pure, come più d'una volta aveva profittato dell'emicrania +per tenere a lungo nelle sue una mano della dama, ritenne invece +il polso, e riandando le vicende della sera innanzi, passata con +lei alla conversazione di una dama illustre, e riferendone vanità e +pettegolezzi, con abile arte potè nominare coloro di cui aveva maggior +sospetto. Ma il polso batteva sempre uguale e placido. + +«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» domandava intanto La +Fratta a sè stesso. «Quello non può essere: proviamo quest'altro.» + +Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel polso ritmico e muto +sinchè ebbe percorsa invano la via che si era proposta. Oramai +retrocedeva; s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava in nuovi +dubbi. Infine, s'appigliò a chi gli capitò dinanzi al pensiero: + +— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per l'Arboldi; +sdilinquiscono tutt'e due, il duchino e vostro marito. + +Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; gli era parso; ma non +era possibile che il sangue di una dama come la marchesa Arnisio si +commovesse al ricordo di un vagheggino quasi adolescente! Per altro, la +marchesa era così strana.... + +— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi non preferirà quel bamboccio +a un cavaliere qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! La +marchesa amava il duchino; amava — strana donna! — il frutto acerbo!; +il polso che aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione. +Il duchino! Per prima vendetta il conte volle discorrere e burlarsi +di lui affinchè, magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari, +piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria rifluì placido ed +uguale.... E solo allora, trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un +lampo, quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del marito. + +E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi il polso +precipitava, martellava, scottava! Come scottato, il conte abbandonò il +braccio della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, non sapeva più +che si dicesse. Diceva: + +— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è possibile! — Ed era +possibile!... Appena si fu ricomposto, senza esitare, rapido, asserì: +— Voi siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; ditemi, non è +vero? + +— Sì — rispose la dama; ma poteva essere il sì di prammatica. + +— Siete innamorata di.... vostro marito! + +La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. Invece la dama, la quale, +meravigliata anch'essa, era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama +ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, e scoperta dal +conte, e sentì tant'odio per il conte, che frenò la curiosità e tacque. + +— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro marito? + +— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un sì aspro, secco, +trafiggente. L'altro continuò: + +— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia servitù solo per la moda? + +— Sì! + +— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, senza accorgermene? + +— Sì! + +La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e si contenne. + +— Dunque — conchiuse solennemente — non vi annoierò più, signora +marchesa! Solo permettetemi l'ultimo consiglio: se non volete far +ridere il mondo, non riferite questo nostro colloquio all'abate +Fantelli. — E per un supremo sforzo di galanteria cercò di baciare la +destra dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa ritrasse la destra; +ond'egli, senza guardarla, di corsa uscì dalla camera. + +La tenda era appena ricaduta dietro di lui quando la dama, alzatasi +vispa e gaia come quella che da un mese non aveva avuta emicrania, con +un lungo sospiro di soddisfazione esclamò: — Finalmente! + +Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate Fantelli?» + +Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da che mai il conte avesse +ricevuto la rivelazione improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che +egli rida e il mondo rida! Anzi!» + +Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione del mondo, +ella dava al marito una prova d'amore sublime fino al sacrificio, e, +sollecitato e disposto da quella al suo amore, il marito non avrebbe +più resistito — n'era certa — alle altre prove e più seducenti prove +del suo amore. + + * + +Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, contemplava la +gravità della propria sconfitta e cercava rimedio a quello de' suoi +affetti che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro pareva +rimasto estinto di colpo. Rifletteva il conte che raccomandando alla +dama di tacere, aveva obliato la natura di lei, e che s'ella parlasse +— e parlerebbe — il mondo riderebbe di lui e non di lei, della +quale, tanto era stramba, nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli +considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva di non essersene +accorto prima; e si rassegnava a giudicar quel capriccio meno enorme di +quanto l'aveva giudicato prima. + +Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, pallido per sangue nobile +da secoli, con modi di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie, +gelosa della dama la quale egli serviva, se n'era accesa a dispetto del +mondo e del cavalier servente? + +E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, quello della dama, +che ancora non era spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo. +Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, sarebbe la derisione +della marchesa quand'ella innamorasse e seducesse il marito! + +Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta concepì il disegno di +salvare il suo decoro e la sua dignità nella stima del mondo e nella +stima della marchesa. + +Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo trovò per istrada; e al +saluto di lui non fece nè parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la +causa, e della risposta fu così poco contento da ammonire La Fratta +che non salutare chi merita rispetto e onore è villania. Ma poichè la +taccia di villania a chi merita rispetto e onore è grave ingiuria, il +conte trasse la spada: trasse la spada il marchese; e al terzo colpo la +lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario. + +Pronto il marchese strinse con la pezzuola di batista il taglio che non +era profondo; poi domandò, senz'ira: + +— Ora mi direte perchè un cavaliere come siete voi ha voluto attaccar +briga con un cavaliere come sono io. + +— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda che s'aspettava —; per +provarvi che se da oggi in avanti non servirò più vostra moglie e non +entrerò mai più nella vostra casa, la colpa è vostra. + +Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne capì meno di prima. +Ribattè: + +— Spiegatevi! + +E il conte: + +— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita della mia servitù +perchè io, e non voi, ho scoperto ch'essa è innamorata di voi. + +Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto La Fratta alla +rivelazione del polso; fors'anche con uguale timore volse il pensiero +al riso del mondo, e chiese, con tono e impeto d'incredulità e di +sorpresa: + +— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro? + +— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è un segreto dell'abate +Fantelli; ma di ciò sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere +come sono io ha potuto attaccar briga con un cavaliere come siete voi! + +A tali parole il marchese sorrise, e porgendo la mano ferita all'amico: + +— Conte La Fratta — esclamò contento —, io vi ringrazio! + + + + +Come finì la Modestia. + + +_Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum bum! — Bum! Barnùm! — Cium! +papaciùm! cium cium!_ + + . . . . . . . + +_La donna umile:_ — Che cos'è questo fragore? questo squillar di +trombe, strepitar di piatti e tuonar di gran cassa? Chi arriva?... +Oh! una carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; su +cui troneggia la più bella donna che io vedessi mai! Ha gli abiti +mirabilmente variopinti e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono +gentiluomini in tuba e cravatta bianca. Qualcuno invece della tuba +porta una corona d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche +altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... Io arrossisco a +lasciarmi vedere. Mi nasconderò dietro la siepe. + +_La donna sovrana:_ — Voi dite, postiglioni, che bisogna dar riposo +ai cavalli? A cavalli di razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta. +Ma giuro che nemmeno per svago non viaggerò mai più per le campagne +d'Italia! Io son usa al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani; +non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere a pena un centinaio di +aratri a vapore, affollare d'infermi tre stabilimenti idroterapici, +aprire due esposizioni agricole, me la son presa comoda; ma ho +consumato un giorno e sciupati quattro puledri che vinsero le corse +a Longchamp, e che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra, +quando per caso mi ci trovassi in domenica. Però io ringrazio voi, miei +seguaci, d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo viaggio e vi porgo +un marengo perchè andiate all'osteria laggiù, a bere un litro alla +mia salute. Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. Spicciatevi! +Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, andrete qui intorno cercando il Gran +Pan. + +Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, io penserò un milione +di telegrammi da spedire domattina ai miei segretari sparsi nel mondo +per il progresso delle industrie, delle arti e dei commerci e mediterò +un nuovo modo d'annunziare il _Tot_ e le _Pink_. + +.... Che frescura! Che quiete! + +Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi quasi mi vien sonno.... + +_La donna umile:_ — Ahi! + +_La donna sovrana:_ — Chi va là, dietro la siepe? + +_La donna umile:_ — Scusi, signora, se l'ho disturbata.... Uno spino mi +ha punto un piede.... + +_La donna sovrana:_ — Perchè cammini scalza? Vieni qui. Chi sei? + +_La donna umile:_ — Un'infelice; una povera creatura. + +_La donna sovrana:_ — Vedo. Le tue vesti non le comprasti certo nei +magazzini del Louvre; e la tua faccia par quella del mio amico Succi. +Che naso! Oh che naso! + +_La donna umile:_ — Me l'han tirato in tanti, signora; ho provate tante +delusioni; ho patiti tanti disinganni! + +_La donna sovrana:_ — Accostati; senza ritirarti in te stessa, +vergognosa! Come ti chiami? + +_La donna umile:_ — Modestia. + +_La donna sovrana:_ — Modestia? La nipote di madama Virtù, che presa +per un'aristocratica fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia +della Semplicità e del Buoncostume? la sorella dell'Onestà? + +_Modestia:_ — Sì, signora.... + +_La donna sovrana:_ — Bel caso! bell'incontro! Da un pezzo non ho riso +così di gusto! + +_Modestia:_ — Scusi, signora: la conosce lei mia sorella Onestà? Per +amor di Dio, mi dica se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava più +altri della mia famiglia. I miei parenti mi hanno abbandonata!... + +_La donna sovrana:_ — Eh! Poco posso dirti. Molti e molti anni sono +essa mi chiese aiuto; ma era povera e non potemmo conchiudere nessun +affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista. + +_Modestia:_ — Sapesse quant'è che la cerco! Un giorno, in una grande +città, ci perdemmo in mezzo alla folla.... + +_La donna sovrana:_ — Non piangere. La troverai. + +_Modestia:_ — Dove? dove? + +_La donna sovrana:_ — In un paese dove non si distribuiscano commende. + +_Modestia:_ — Oh Dio!... Dunque mia sorella è morta anche lei! + +_La donna sovrana:_ — Non piangere, ti dico! Io non piango nemmeno ai +drammi di Ibsen. Raccontami piuttosto la tua storia. + +_Modestia:_ — Uh! la mia storia!... Disperata, mi ero ridotta a vivere +qui nei dintorni, e ci campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci +fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro giorno, che diventasse +sindaco il salumaio del villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità +giudiziaria quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza e forse +anarchica; e i carabinieri hanno già avuto l'ordine di arrestarmi se +entro otto giorni non mi trovo occupazione e domicilio. + +_La donna sovrana:_ — Bene! Imparerai a stare al mondo! + +_Modestia:_ — Per grazia di San Francesco mio protettore, ier sera +tardi, passando sotto le finestre d'una villa, udii leggere un +giornale: uno leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie invidia +i letterati e gli artisti italiani; perchè, egli dice, in Italia chi ha +dei meriti si fa strada da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come +in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza della _Réclame_.... + +_La donna sovrana:_ — Bada a come parli! + +_Modestia:_ — Scusi.... Ripetevo le parole del Claretie. + +_La donna sovrana:_ — Tira avanti! + +_Modestia:_ — .... Non sapendo più dove andare, se anche in campagna +adesso mi odiano, avrei pensato di mettermi per cameriera presso +qualche scrittore o artista d'Italia.... + +_La donna sovrana:_ — Bella idea! Ti credevo ingenua; ma non sino a +questo punto. Ah ah!... E non mi conosci? + +_Modestia:_ — Non ho questo onore. + +_La donna sovrana:_ — Io discendo da quell'imperatrice che un amico +della tua famiglia, Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per +sarcasmo. In America ebbi a padre putativo un certo Barnum; ma, +oriunda di Francia, io, come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita; +tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse senza scrupolo nel suo +vocabolario. Mio dominio, il mondo; tutti gli uomini si raccomandano a +me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. Io sono la _Réclame_! +La _Réclame_ sono io! + +_Modestia:_ — Oh San Francesco! + +_Réclame:_ — Tu non mi fuggirai.... + +_Modestia:_ — Mi lasci andare! Per carità, mi lasci andare! + +_Réclame:_ — Non mi fuggirai.... Non hai forza, povera diavola! Guarda: +invece che odiarti mi fai compassione! + +_Modestia:_ — Dunque mi lasci.... La prego! La scongiuro!... Che cosa +vuole da me, Maestà?... + +_Réclame:_ — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano proposito. Hai visto +coloro che viaggiano meco? + +_Modestia:_ — Maestà, sì. + +_Réclame:_ — Bene: tra i miei musici cantano critici e giornalisti; i +miei fedeli, che hai veduti, sono letterati e artisti che all'annuncio +del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, ove attendevano a opere +luminose in una superba meditazione di conquista. + +_Modestia:_ — E se tornano qua ora? se mi vedono?... Mi lasci andare!... + +_Réclame:_ — No: non ti ravviseranno. Del resto, io li conosco per +bravi ragazzi che non farebbero male a una mosca, sebbene talvolta +nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. _In altri tempi +avrebbero forse conquistato un arcipelago_: adesso, non sono che +scrittori, i quali, come uomini d'intelligenza, vanno verso la Vita. + +_Modestia:_ — Ah sì?... A far che cosa? + +_Réclame:_ — Tante belle cose; fra cui l'_atto di Vita coronante il +rito misterioso come l'Orgia_.... Non arrossire.... Via! Dammi quel +libro ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'_Emulsione +Scott_, dell'_Iperbiotina_ e del _Depilatorio Clauser_; e saprai altre +cose di gioia. Quello!... Brava!... + + . . . . . . . + +Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è _bruciato dall'ambizione_. + +«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace lavoro; la sua +ambizione senza freno e senza limiti constretta in un campo troppo +angusto, la sua insofferenza acerrima della vita mediocre, la sua +pretesa ai privilegi dei principi, il gusto dissimulato dell'azione +onde era spinto verso la folla come verso la preda preferibile, il +sogno d'un'arte più grande e più imperiosa che fosse a un tempo segnale +di luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni insaziabili di +predominio, di gloria e di piacere insorsero e tumultuarono in confuso +abbagliandolo....» + +_Modestia:_ — Cieco! Quanto doveva essere infelice, questo peccatore! + +_Réclame:_ — Al contrario, felicissimo: perchè la felicità _è tal cosa +che l'uomo deve foggiare con le sue proprie mani su la sua incudine_; +ed egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene che _il mondo era +suo_! + +_Modestia:_ — Con tutto il rispetto, io non lo credo! In letteratura i +fabbri potranno bearsi a batter le frasi perchè diano faville; ma nella +realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire in niente, proprio +come questi sogni letterari! + +_Réclame:_ — E che importa se ti paion sogni? Purchè tu ne sia esclusa. + +_Modestia:_ — Ma anche lei, signora...; mi permetta dirle che anche lei +ne è esclusa. Non è mica la Gloria lei! + +_Réclame:_ — La Gloria è un'illusione, di cui io sono la realtà! Vedi? +Tu stessa non ragioni più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è +morta, non solo in arte, da un pezzo! + +_Modestia:_ — Però io spero che non tutti i letterati d'Italia +vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi o invocheranno il dio Terremoto. + +_Réclame:_ — Se non tutti, molti! molti! Perchè al Verbo dei maestri, +i discepoli divengono armento. E se è vero che i discepoli sempre +esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma anche tutti i tuoi +parenti prossimi e lontani sono spacciati! La Morale e l'Onore si +_suicideranno_ a vicenda, come due amanti infelici; le Virtù Teologali +e Cardinali emigreranno nel centro dell'Affrica, dove non siano ancor +giunti superuomini. Tu dove andrai?... _Quo vadis?_ + +_Modestia:_ — .... Quanto soffrire, o mio Dio, che insegnasti «Chi si +esalta sarà umiliato»! Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato +vecchio o non più giovane che mi protegga? + +_Réclame:_ — Non dubitare, cara mia, che pur cotesti vecchietti amano +me con animo pronto, sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco che +seguono l'esempio di Vittore Hugo! + +_Modestia:_ — Cioè? + +_Réclame_: — Il buon Vittore diffondeva lui le lodi di sè per i +giornali della Francia. + +_Modestia:_ — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali vengono dalla Francia. + +_Réclame:_ — Non credo. Già secondo quel tuo miserello Leopardi ogni +uomo celebre sempre diventò celebre dando fiato per primo alla sua +tromba. + +_Modestia:_ — Oh il mio Giacomo!... Poverello! Ma io lo consolavo +augurandogli la giustizia del Tempo.... + +_Réclame:_ — Invano! Ai miei cenni egli dubitava che pur questa fosse +un'illusione; egli prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato +all'universo l'ultimo e supremo trionfo della scienza e la mia gran +vittoria su tutti i letterati della terra. + +Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta nella fredda +considerazione scientifica de' vizi e de' malanni che alla sua poesia +furono come l'_humus_ ai funghi; e il giorno della mia vendetta e della +mia vittoria universale è venuto. + +Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, mi chiede vita, e +tutti gli dei d'Olimpo rivivono per me, e la Natura che io denudai +alla libidine del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle lussurie +dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso oggi, per questi campi, +quest'ora del mio desto riposo. + +Odi tu la sua voce che mi saluta? + +_Modestia:_ — Non sento niente. + +_Réclame:_ — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi non sono usi a +_incontrare il mistero e a rabbrividirne_. Il fatto è che la Natura, +essendo poesia, ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno dei +poeti suoi interpreti, che sono miei schiavi. + +_Modestia:_ — E i prosatori? + +_Réclame:_ — La poesia si fa anche in prosa, scioccherella!, quando la +prosa si mette in versi e nelle porcherie i sensi diventano _strumenti +d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più reconditi, a +scoprire i segreti più reconditi_. Ma tu non puoi comprendere.... +Piuttosto, dimmi: Perchè gli scrittori scrivono? + +_Modestia:_ — Per conforto all'amore e alla sventura. + +_Réclame:_ — Rispondi bene, o torno a leggere!... «Colui il quale molto +ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha goduto....» + +_Modestia:_ — Basta, basta.... Dirò che scrivono per guadagnare. + +_Réclame:_ — In Italia? Nemmeno gli agenti delle tasse dan valore ai +libri! + +_Modestia:_ — Non so, allora.... + +_Réclame:_ — Non mentire! + +_Modestia:_ — Dirò che scrivono per la gloria.... + +_Réclame:_ — Bene!... Ma oggi chi crede più che l'anima sopravviva +al corpo? Dunque gli scrittori, nel dubbio di non poter visitare le +biblioteche in ispirito, fra secoli, a conoscere quali opere vi si +leggeranno, fan bene a rincorrere la gloria, per ogni via, finchè +sono in vita. Aggiungi che oggi la chimica insegna come l'inchiostro +e la carta dei libri moderni, a differenza dei cinquecentisti e +delle pergamene, sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro +secoli non saranno intelligibili che i libri in carta a mano: proprio +quelli degli scrittori ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà +enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera dei giurati; e così ai +romanzieri e ai poeti val meglio provvedere alla loro fama presente, +finchè sono in vita. + +_Modestia:_ — Che disperazione! Non capisco più nulla.... Ma San +Francesco.... Oh! Ora che mi ricordo.... I letterati non sono i soli +artisti italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano i pittori! + +_Réclame:_ — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto nel costume di +quelle donne che stanno in chiesa, presso una bara, nell'_Ultimo +Convegno_; e ti farai credere, con cotesto naso, una modella. Poh! con +qualche moina riuscirai forse a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi, +ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione del prerafaelismo +le modelle digiunano. Io poi ho elevato le imagini prerafaelite agli +annunzi d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; sicchè i +pittori riconoscono anch'essi da me la loro insolita fortuna. + +_Modestia:_ — Gli scultori, dunque...? + +_Réclame:_ — Gli scultori ti odiano. È per colpa tua che essi han da +fare pochi monumenti! + +_Modestia:_ — I musici.... Andrò da un musico.... + +_Réclame:_ — Perchè egli dedichi a te, invece che a sè stesso, le sue +opere? Spera, spera! Per amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che +insegnò: «Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno un conforto alle +passioni antiche della politica e della corruttela: nei loro giornali +possono leggere fra i telegrammi della cronaca artistica «.... Al +duetto di Gesù con la Maddalena, tutto il tempio scoppiò in frenetici +applausi....» + +_Modestia:_ — È finita!... Dove andrò, o Signore?... + +_Réclame:_ — _Quo vadis?_... Ahi!... Non ti resta che venire al mio +servizio. Metterò qualche volta i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia, +e metterò a te gli abiti e la maschera di lei.... + +_Modestia:_ — Piuttosto morire! + +_Réclame:_ — Via! via! Aspetta almeno a quando avrai marito, per fare +come Lucrezia romana, che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per te, +o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, all'immortalità. + +_Modestia:_ — No! subito, o morire o fuggire dal consorzio civile! +Andrò al polo nord!... + +_Réclame:_ — Come il dottor Cok! E tu cammini a piedi, a piedi scalzi +e senza un soldo in tasca; così quando arrivassi alla terra degli +Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati ai loro blocchi +di ghiaccio, duri più del marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di +casa Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, troveresti +i cannibali già intenti a leggere i romanzi italiani tradotti in +francese. + +Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! Sono tutti ubbriachi +fradici. Anche i poeti, che, poverini, han preferito Lieo al Grande +Pan.... + +Postiglioni, mi raccomando a voi.... + + . . . . . . . + +Addio, Modestia, fatti coraggio! + + . . . . . . . + +Un urlo straziante, una scossa della vettura.... Che cosa è stato? Ah +niente! S'è gettata la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto le +ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio che Maupassant trovò per +uno de' suoi personaggi: un plagio; e neanche i plagi commuovono più le +fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi in una campagna solitaria ove non +c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè stessa in vita, neppure +morendo la Modestia ha saputo provvedere alla propria fama. Doveva +finire così! + + + + +L'entusiasta punito. + + +Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi +delle stelle? Ma l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un +fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati oggidì s'intendono nella bramosia +dell'argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; ma Carlo +Dònnola beveva il latte della luna con tal gioia che le pupille gli +s'inumidivano come a uno spirituale liquore s'inumidiscono le pupille +d'un ebro. E se in noi fu esausta dall'artificio l'ammirazione per i +fiori, tanto che d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di cera», +a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava tuttavia di «carne»; e +contemplata e annusata a lungo una bella rosa pallida, egli elevava +il naso elevando gli occhi, come a una visione, e «Dolce signora — +esclamava mestamente — io v'amo!» + +Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora vergine alle impressioni +della natura; bensì che era in lui una nativa, particolare attitudine +a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta la vita; ad avvertire +quel che gli altri spesso, mortificati dal brutto, non avvertono e che +egli con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale rivelava per mezzo +degli aggettivi, spiccioli o a coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! +squisito! — supremo! sovrumano! — straordinario! sublime!» + +Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un poeta; giacchè si sa, e +Teofilo Gautier lo dice, che i poeti vedono il bello dove non è: +«_Les poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes pour +maîtresses_»: Carlo Dònnola invece vedeva il bello dov'era. Così mentre +altri alle esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, egli +s'arrestava d'improvviso dinanzi a qualche grazioso ninnolo statuario, +il quale all'occhio comune era impercettibile fra tanti orrori; o +ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano gli altri, egli solo, +súbito, indicava o la minima parte o la linea lodevole. + +Quante volte nelle tele sciagurate di colore e di disegno non vantava +giustamente l'intenzione del pittore? E, non a torto, quando in +cospetto a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura moderna, +egli notava: — Che bel camino! — Beato lui! A una sinfonia d'imitazione +wagneriana cadeva ogni possa anche nel più classicista ascoltatore e +critico; ma Dònnola riteneva, per zufolarle dopo, quelle poche note che +erano state come una fugace spera di sole tra una nebbia folta o in una +roboante tempesta. + +Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche magnifico scrittore +moderno molti si smarrivano a cercare pensiero e sentimento; ma egli, +pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui meraviglia. + +— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E l'idea? + +E lui: + +— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. Simbolismo! + +Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, sebbene in fama di stupido. +L'uomo d'ingegno, veramente, è infelice, perchè non meno ammira il +bello di quel che s'offenda del brutto; invece Carlo viveva felice +pascendosi soltanto di bellezza. Quando però venne il dì che lo vidi +soffrire, allora io non dubitai più oltre che la sua fama di stupido +era ingiusta. + + * + +Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore della bellezza femminile +che vedendo oggi una più bella donna, non dispregia per essa la +donna lodata o amata ieri. Carlo non procedeva nemmeno a confronti: +progrediva nell'entusiasmo, perchè la sua fortuna ogni giorno gli +recava innanzi creature in tutto o in parte più mirabili. Gli amici se +ne affliggevano, invidiosi. — _Excelsior!_ — dicevano ironicamente. — +Ma trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo precipitare! — + +Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa Gurli; la sposò +e continuò a salire. Infatti la conoscenza della perfezione non si +acquista che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle indagini e +alla percezione del bello. D'altra parte, il bello e il bene, secondo +i filosofi, sono una cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi +nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo non aveva mai conosciuto +se non i saggi che delle loro grazie la legge morale (cioè il bene +entro certi limiti) concede alle donne di porgere al mondo, a tutti: +il resto è o dovrebbe essere per il solo eletto, per il marito. E +divenuto per la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute rivelazioni, +innumerevoli meraviglie, estetiche scoperte, portentose gioie, +straordinarie squisite stupende supreme sublimi esclamazioni. + +Io strinsi amicizia con lui appunto in quei giorni che il matrimonio +lo traeva all'estasi. Oramai, come insufficienti, dimenticava gli +aggettivi dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, come esigua, +l'esclamazione «divina» riserbata fino allora per lode sintetica a +qualche esemplare del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, senza +dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia sovrumana. Tale, quale un +uomo antico a cui una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava +in me le confidenze che gli alleviavano la felicità soverchia. + +— Teresa — mi disse una volta — è sterile. Pensa: nessuna deformazione, +nessun danno per la sua bellezza! + +— La corporale bellezza di Teresa — un'altra volta mi accertava — è +nulla a paragone dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua! + +E io, da amico sincero, da amico che eccitava l'imaginativa a +comprendere così prezioso tesoro, per poco non gli dicevo: + +— Deh! fammela sentire! + + * + +Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita e degno, degnissimo della +felicità; quest'uomo.... + +Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: che è la bellezza +dell'animo non caduca, non fragile alle offese dei malanni, non +deperibile alla diuturna ingiuria del tempo; che è il balsamo +conservatore dell'amore coniugale, la maglia di salute per le anime +sensibili a quelle intemperie le quali conturbano lo spirito moderno, +e penetrano e soffiano tra le domestiche pareti, e raffreddano il +sentimento in guisa che la ragione scusi poi l'«incompatibilità di +carattere», la «separazione», il divorzio, il vizio, l'a....dulterio! +Ah quando le malattie non isciupassero troppo presto in Teresa il +formoso corpo per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, a poco +a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe all'opera distruggitrice, +lenta e assidua, degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati i +sensi; sfiorita la giovinezza, più libera risplenderebbe l'intima virtù +che agli occhi almeno del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente +amabile sino alla vecchiaia. + +Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno dopo il matrimonio e non lo +riconobbi subito. + +— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo? + +Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono di un _lion_ che ritorni +verde da una bisca; avrei potuto scommettere che quel giorno non +s'era mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta ad arco, gli +spiovevano simili ai baffi di un cinese. + +Rispose: + +— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa dal peso enorme che +l'abbatteva. + +— Tua moglie.... è ammalata? + +— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, negando insieme e non +negando. Sembrava più confermare che negare. + +— Forse — io insistetti per pietà, mentre già sorridevo per conforto — +forse è incinta? + +— No no. — Negava e non negava. E m'attristai anch'io credendo +d'indovinare, finalmente. + +— Un.... aborto? + +— No no —; come dianzi. + +Allora con rapida memoria io, che avevo il dovere di confortarlo, +riandai quanti malanni possono colpire una donna; con rapido esame +li paragonavo a quella disperazione abbandonata e quasi muta; nè a +tanta afflizione trovai convenir altra sventura che una che non era da +esprimere se non con una perifrasi misericorde. + +— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico come me.... Di' dunque: +l'isterismo.... fa certi scherzi..., passeggeri però; di cui si +guarisce.... + +No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli non negava del tutto neppur +questo! + +— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi la mano. + +Oh!... + +Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi la mano, gli dissi: — +Coraggio —; gli dissi con uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua +moglie lo tradiva. + +Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti romanzi francesi e +italo-francesi, quantunque frequentassi il teatro drammatico, non +sapevo persuadermi che quella donna avesse tradito l'amico mio prima +d'un anno dalle nozze. A poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia +interpretazione e ricordai che nel lasciarmi Carlo mi aveva quasi detto +con gli occhi: «Tradimento, sì; ma che tradimento intendi?» + +Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi riflettei su quel suo +negare e non negare a ogni mia precedente dimanda.... + +Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio adagio, d'una colpa e +d'una sciagura mostruosa a cui fossero parti integrali il morbo, la +figliazione, l'aborto, la demenza, il tradimento, la turpitudine; +sebbene non potessi chiaramente definire qual cosa mai l'indegna moglie +avesse fatta. Quando.... + +.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo più! Che colpa! che +sciagura! che orrore! quando ricevetti: + + _Petali e corolle + versi + di + Teresa Gurli Dònnola_. + + + + +L'agnello. + + +_Bèee...._ + +Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in mazzetto; raccolto, +dentro il canestro, nel giaciglio di erba ancor fresca, a quando a +quando l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva come in +un abbandono o in un esaurimento di disperazione. Allora sui miti +occhi cristiani cadevano le palpebre; indi, ecco: languido languido lo +sguardo sembrava cercar di nuovo la landa troppo presto perduta e di +nuovo spegnersi a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa e dal +petto ansioso tornava l'invocazione della perduta madre: + +_Bèee_. + +Prorompeva il frastuono della musica; rombava, negli intervalli, il +susurrio delle voci e lo scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti, +richiami, risa, sorrisi. Allegria. + +Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia entrò nella sala. E +allorchè, nell'avvicinarsi là dove suscitavano ammirazione i doni in +mostra per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce di duolo, egli +tese il capo. + +Oh come soavi quei due occhi cilestri che sembravano cercare due occhi +fraterni! + +Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come sembrò palpitante il petto +chiuso nella veste bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola +che soffriva! Non era un inganno di civetteria; non un pretesto a farsi +notare; spontaneamente, inconsciamente quasi, ella alzava una mano +quasi a indicare ed accusare la tortura delle quattro zampe strette +nel vincolo di seta, mentre al doloroso _bèee_ rispondeva, vòlta alla +madre: — Poverino! + + * + +E poverino anche lui, il professor Biscaglia; il quale era un +uomo molto triste; sempre triste; prima di tutto perchè essendosi +arrotondata ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle occasioni +solenni era andato restringendosi così che il _gilet_ gli comprimeva +lo stomaco e i calzoni stentavano ad acquistare in larghezza quel dito +di misura che perdevano in lunghezza; e i piedi, non coperti sino al +collo e al calcagno, apparivano più grandi di quanto erano. Erano così +grandi! + +Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava Riccardo Biscaglia +il dolore universale, e l'aveva recato seco pur alla festa di +beneficenza. E a tanto pessimismo il professore non aveva motivi +dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non dagli studi; bensì dall'antico +contrasto dell'istinto poetico con la realtà della vita. Se il +Governo rinsavisse e comprendesse che, dopo o avanti la cultura della +terra, ciò che più importa è la cultura delle menti e degli animi, i +professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, si distrarrebbero +anch'essi in modi leciti e onesti e si avrebbero quindi meno poeti di +dolore e meno scapoli. Senza dubbio un aumento di stipendio avrebbe +attenuata in Biscaglia l'antitesi tra il Sancio Panza e il Don +Chisciotte che discordavano entro di lui, quando il primo gli diceva: +— Non prendere moglie, per carità! Tu sei troppo povero per una ricca +e troppo più povero per una povera —; e il secondo l'incitava: — Cerca +e trova la tua Dulcinea ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella, +sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza! + +Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità senza quattrini in tasca? +Ma sconsolato Tartarin, perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere +e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, nè più gloriosa +conquista poteva vantare in un mese che quella delle cento e tante +lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia se la prendeva, +più che col Governo, con la mala educazione che corrompe le ragazze. +— È l'educazione del cuore che manca! — diceva lui. — Se l'adulterio +apparisse non una desiderabile offesa alle leggi, ma una cattiva +azione, una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto fino il +sacrificio di sposare una ricca, e non si sarebbe adirato nemmeno col +Governo, nè rattristato alla fatalità del dolore umano. Questo, è vero, +l'induceva a frequenti sfoghi di versi. Ma a che pro'? Gli editori +non credono più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, alla +malinconia preferiscono stare allegre. + + * + +Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla festa, solo, con un +solo biglietto per la lotteria, non aspettandosi uno spettacolo che +lo commovesse così dolcemente: la creatura nel cesto e la creatura che +stava a guardarla. Nessuna, nessun'altra di tante signore e signorine +che vi erano, si era fermata compassionando dinanzi all'agnello. Tutte +agognavano i premi di gran prezzo; tutte, tranne quella madre e quella +figlia, civettavano intorno, stupide di mente e di cuore. + +— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è bellino? — E poichè anche +la madre disse: — Povera bestiola! —, fu manifesta una affinità di +sentire tra l'animo materno e il figliale e fu certo per Biscaglia che +chi meritasse la pietà della madre meriterebbe anche la pietà della +figlia o viceversa. + +.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione! + +Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le signore s'affollavano +intorno al palco donde era venuto stentoreo l'annuncio e dove un +signore in _frac_ scampanellava per avviso ai più lontani. + +— Estrazione! + +Già si cominciava. + +— Numero!... + +— Attenti!... + +— Cinquantotto! + +Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, senza meravigliarsi di +non aver lui il 58 e di udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato +vinto un magnifico vaso d'argento. + +— Numero...!: quattordici! + +Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E intanto il nuovo vincitore +si portava via un'altra bella cosa. + +— Numero...!: due! + +Il professore scosse le spalle; mise il biglietto in tasca e si mosse. +Già era disgraziato in tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella +consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe mutato d'infelice in +felice, nè avrebbe diminuito a' suoi occhi il dolore universale. + +— Numero...!: ventisei! + +Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora ciarlava appunto +con quella mamma e quella bionda figliola così pietose. Gli sarebbe +piaciuto di tentare un po' l'anima della ragazza in qualche poetico +discorso e avrebbe voluto esserle presentato dal collega; ma, +disgraziato sempre, non osava nemmeno accostarsi al gruppo. + +— Numero...!: quattrocentododici! + +Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? Sì sì: l'aveva lui, il +professore Riccardo Biscaglia, il 412! + +— L'ho io! — E lo mostrava. — Io! + +— Bravo! — gridò dal gruppo il collega. + +Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. Ma diè indietro alla +vista del premio. + +L'agnello! + +— Un agnello! — esclamarono i prossimi al banco. — Un agnello! — +l'agnello! — Si rideva; si applaudiva. + +E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; pallido come chi ascende +al patibolo senza speranza di discendere. + +— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, a vederlo col cesto +nelle mani. + +Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di spirito, che assumendo +quasi il valore di una lode meritata per un'ardua prova rianimò il +professore. E di animo ne aveva bisogno: _ella_ era lì dinanzi e +sorrideva un po' triste; diceva con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei +e non io?»; e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre la mano +senza guanto, bella, ripassava sul capo dell'agnellino; e gli occhi e +la bocca del professore, che pareva una balia col fantolino in braccio, +non dicevan nulla. + +— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; aggiungendo la +presentazione: + +— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi. + +— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse la mamma. + +— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa bestiola! — disse la figlia. + +_Bèee...._ + +Allora cesto e agnello per poco non caddero di mano a Biscaglia, tale +fu l'urto che l'amico gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che, +del resto, era venuta anche a lui. + +— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro. + +Onde Biscaglia parlò, rosso rosso: + +— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe averne maggior cura +di me.... Io non ho moglie.... + +— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse l'altro. + +All'offerta, la figlia guardò la mamma; la mamma annuì; ringraziarono; +e il candore e l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono dal +professor Riccardo Biscaglia al soave dominio della signorina Irma +Crocchi. + + * + +Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia s'innamorò +assennatamente; perchè era un amore nato da un affetto non cieco: +dall'ammirazione della bontà; perchè più che la bellezza aveva potuto +sul suo cuore quella prima vista della signorina Irma nell'attitudine +compassionevole. La bellezza è caduca; non la bontà, se spontanea; non +la gentilezza, se sincera e nativa. Essere amato da tale donna forse +non sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, ad ogni dolore, ad +ogni fatica, a tutti i danni della vita? A tutti, forse no; per la +fatalità del dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo Biscaglia, +per quell'eterno conflitto che alimentava in sè stesso, vivrebbe e +morirebbe scapolo. Infatti quell'angelo che era la signorina Irma +non poteva essere che troppo povera. Ma egli l'amava. Ma egli aveva +l'obbligo di una visita alle signore che avevano accolto il suo dono. + +Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo per accertarsi e +mantenere con maggior forza il cervello a posto, chiese a quel tale +collega: — Le Crocchi non han mezzi, eh? + +— Han qualche cosa. + +Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella realtà! + + Ma ci fu dunque il sole + Su questa terra un dì? + +Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro nelle tenebre +tempestose. Diveniva possibile la conciliazione dell'idea col +sentimento; dell'amore col senno, della poesia con la prosa! Irma +possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva qualche cosa più di +quanto costi una capanna a comperarla in due, o a prenderla in affitto +in due! Egli dunque poteva domandar la mano della signorina che +amava! La felicità non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino! +Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo amore, il compagno +de' suoi sogni, l'argomento delle sue rime, il simbolo del suo cuore. +_Bèee...._ + +Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano d'accordo mentre Tartarin +saliva il Righi, così erano d'accordo adesso nell'animo del professore +Biscaglia mentre egli saliva _quelle_ scale. + +Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, le signore. Salendo +crescevano i palpiti, calava il sangue. Smorto, anelante, il professore +si arrestò all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, lesse il nome: +_Crocchi_. + +Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro. + +Ma lui si sentiva così smorto che non ardì toccar súbito il bottone +del campanello; e prima si fregò le guance con le mani. L'atto però gli +parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a guardarlo o a spiarlo per la +finestra della scala; si volse.... + +Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, spaccato, l'agnello. + + Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in + _Feuilleton Zeitung_, _Zürcher Post_, _Düsseldorfer Zeitung_, + _Frankfurter Nachrichten_, _Neueste Nachrichten für Elberfeld_, + _Dortmunder Zeitung_, _Unterhaltungs-Beilage_, _Die Selbsthilfe_, + _Hansa-Theater_, _Neue Saarbrücker Zeitung_. + + + + +Il falcone. + + + Nel medio evo: + + per le signore d'oggidì. + +Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di +nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, +attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Nè di quel bene +del signore per il valletto ingelosiva madonna Ginevra, poichè la +giovinezza di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi in conto +di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito. + +Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le cacce e il conversare +con le sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e +solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe, cui +essa accudiva umilmente. Come rideva a osservar le galline, che al +solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro e si +disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che gettava, così +rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato, +o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il +rattoppo; e mentre cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva +l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giù +nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella +voce. + +Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi, +quantunque fosse anche temuta perchè gli occhi del padrone vedevano +tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio di lei diventava la +volontà del sire. Solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro, +e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato +e mesto; sicchè lei finiva con immergergli le dita tra i capelli +folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava tutta in +un'occhiata. + +Veramente molte cose erano permesse a Ugo. Poteva arrampicarsi su +per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più +strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero +che gli minacciava un pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella +che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, la padrona rideva, +e accusato al padrone, il padrone taceva. + +Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare +costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinchè +nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse più un ragazzo. +Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; sentiva una smania di cose nuove, +d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la vita e la +natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute +e gli suscitavano sensazioni nuove. E intanto che la forza sensuale +si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza +egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio +peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e +tenerezza. Amava, già amava, senza sapere chi amasse e senza sapere che +amava. + +Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e +sotto la forza del sole il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un +tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a un'allodola, madonna +Ginevra; e d'un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi +sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna +Ginevra! + +La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al +valletto tremavano le mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse lo +sguardo; amava da uomo; senza paura amava, e senza vergogna. + +Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora +da fantasticare! Secondando i ricordi delle storie, che gli avevano +raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro +dame, e invidiando a sè stesso i pochi anni che gli mancavano alla +piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna +Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna in +un notturno assalto di nemici. + +Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono +presto il freddo dell'ignara noncuranza della dama, la quale aveva +due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poichè egli non +fallava più, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva +neppur più ragione d'immergergli le dita tra i capelli. + +Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate le sue pene? + +E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò come condensando in modo +più virile; onde la sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti +dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della giovinezza, +l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le +gioie della colpa. A poco a poco egli perdette, così, la baldanza, il +coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne +scoprisse il segreto e l'intenzione. + +Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto più gli diminuiva la speranza, +tanto più cresceva in lui la bramosia di essere soddisfatto. + +Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua +bella fioritura. Come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto +certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva +negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! Il +desiderio sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e tempestoso, +affaticava l'animo del valletto non più riposato nei primi propositi; +e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno +insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore; +avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione +sconsolata. + +Avvenne che una mattina, montando il suo cavallo migliore e seguito +da scudieri in vesti nuove, il sire di Ripalta partì per una festa. +Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal valletto con penoso +e lungo desiderio, tuttavia appena il signore fu scomparso al basso +del colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della felicità se +l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non +volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto, +provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò +tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?» + +E il sole cadeva che non aveva ancora trovato il modo acconcio per +incominciare. Quando però, la sera, si fu accorto che la padrona +era entrata nelle sue stanze, non più dubitando salì, s'introdusse +guardingo, spinse francamente quella porta. + +Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la +cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo +e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: — +Vieni, vieni. Cosa vuoi? + +A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda che s'era proposto +di far dopo, e raccolto il fiato bastevole per non restare a mezzo, +chiese: + +— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa +chi amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa +o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe +savio? + +La domanda piacque a madonna, lieta non ostante l'assenza del marito; +e per burlarsi del ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un +valletto, purchè fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi +ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno +almeno compassione. + +Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole e quasi ebbro di gioia +esclamò: — Madonna Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per voi! +Aiutatemi, madonna! + +La dama non rise: non credè che il ragazzo volesse burlarsi lui di lei, +perchè gli scorse la passione in faccia; anzi indispettita d'essersi +lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò severa: — Ah, ma +tu sei matto! Che mi vai cicalando con le tue fole? Che so io dei +tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho risposto? Vattene, +vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene! + +Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse. Nel +tumulto dei pensieri, ebbe forza di cercare la suprema invocazione alla +pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia +quasi di vendetta all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate +così, e la colpa è vostra. Perchè non mi ammazzate piuttosto? Meglio +morire!... In fe' di Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete +accontentato! — E con un'angoscia che pareva lo strozzasse, uscì di là. + +Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che gli è venuto in mente a +quel ragazzo?»; poi, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè: +«Cosa gli è venuta in mente?»; infine, si distese sotto le lenzuola e, +come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, col riso +su le labbra. + +Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello, +per non piangere si dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere +occhio prima d'essersi convinto che la prova che si era imposta era +degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che davvero gli metteva +in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica, quasi +pena a riandare il fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa +un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un grosso errore, fino +un'azione da ragazzo; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che +modo comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli diè ragione; gli +rinfocolò la fantasia; gli fece parer eroica la deliberazione presa. +Quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — segnava lo +stomaco —; non potrò più mangiare. — E non si alzò. + +Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingoia nulla — +risposero. Nè egli cedè ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo +dì una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che +faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli occhi +e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse, +dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini neri +e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina tra altri ancora rossi ed +in agresto: egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo +respinse. + +Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non +cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose per la +stanza, quasi fra se, il vecchio disse: + +— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri. + +— Perchè? — chiese con simulata indifferenza la padrona. + +Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù neanche un granello d'uva. + +Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò alla cameruccia del valletto. + +Stava il valletto con le palpebre abbassate perchè nel languore +dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il +viso stanco e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della dama, +riconoscendola. + +— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente. + +Egli disse: + +— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione di me! + +Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai +mai grazia nella bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa +al bene che il padrone ti vuole? È questa l'affezione che gli porti? +Tornerà.... + +— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato più che ardito. + +— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa! + +— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo. + +La dama uscì col proposito di dire ogni cosa al marito appena fosse +giunto. Però, intanto che cuciva, ebbe timore che il marito la +rimproverasse d'aver tentata per capriccio e accarezzata in qualche +modo la folle passione del valletto; e a nascondergli la verità, non la +rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e +con premure? Che imbroglio! Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi. + +Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno scudiero venne ad +annunziare che il castellano arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi +sa — riflettè madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la +vergogna?» + +Così quando nel tinello, in cui su la tavola imbandita col più ricco +vasellame fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli +disse: — È a letto da tre giorni, e non tocca cibo, per un capriccio. +Provatevi voi a rimettergli il giudizio. + +Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo seguì. + +— Cos'hai? — domandò il sire entrando. + +Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco, che non mi va giù +niente. + +— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non è vero! Per il male che +ha, potrebbe mangiare, — Poi rivolta a Ugo disse: — Adesso io gli dirò +perchè digiuni da tre giorni. Mangerai? + +— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. Raccoglieva gli +spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque +quella risposta così franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della +moglie, già incolpava la moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra +soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia +camera mentre mi spogliavo.... —; onde il sire capì che il torto era +proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò impaziente. + +La dama invece tornò a chiedere al valletto: + +— Mangerai? + +Egli, che era risoluto di morire, negò ancora col capo, sospirando. + +— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e lui venne da me, tutto +strano, a domandarmi.... Imaginate! + +— Insomma! — fece il sire. + +— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima volta. E per l'ultima +volta: — No! — ripetè forte Ugo, che teneva fissi gli occhi negli +occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento, +riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza più badarle, come +nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera afferrò il +braccio del valletto e gridò bieco: — Cosa le chiedesti? + +Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore +rendeva ineluttabile; disperato amore, più forte della morte; tale, +che madonna Ginevra ammirandone la fermezza minacciosa insieme e +supplichevole e temendo a un punto stesso per sè e per lui l'ira del +marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà, +dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel +giovine) concepì un'idea provvida e sagace. + +— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone pellegrino, che non +dareste a nessuno, nè a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per +averlo, s'è impuntato a digiunare. + +Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise +e disse: — Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia! +Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, uscì. + +Ma la dama prima d'andarsene si fece più presso a Ugo, che la speranza +aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva: + +— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — Meglio +che con le parole ella prometteva sorridendo con uno sguardo lungo e +tenero come una carezza. + +Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone. + + + + +In Arcadia. + + +Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta miglia da Bologna +e dieci dal men grosso paese, Castello. La strada che vi menava una +volta era per lungo tratto il greto del fiume Idice, e poi una carraia, +stretta fra balzi e rotta spesso da lavine, della quale non avrebbe +potuto rendersi comparativa idea neppure chi avesse vista una via di +Milano scomposta per prova di un nuovo pavimento. Ma, or è qualche +anno, fu condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale che +passando di lassù doveva contribuire anch'essa ai fatti di questo +racconto. E lassù, dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso: +aperto davanti e al di sopra di colline o più basse montagne, di cui +una ha nome dall'antica Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su +cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, di San Giorgio +e di Cignano. Fra i castagneti appaiono le case bianche; tra balze, +fratte e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai dì sereni si +distende in nitido e obliquo letto per la plaga occidentale, alla +pianura. + +Di forestieri a Rioronco non capitano che i carabinieri, a quando a +quando, o, pur troppo, il cursore del comune. La scuola è distante e +fuori della strada nuova. Un giornale vecchio d'un anno, se pervenga a +chi sa leggere, è un foglio pieno di meravigliose novità. + +Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria serve da spaccio +d'ogni genere; fin di sigari toscani, i quali, stagionati come sono, +mitigherebbero il più fiero nemico della «Regia Privativa.» + +Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti che, se non ci si +metta la malattia della foglia, producono assai, e le belle vigne, +che, se non le guastano malanni delle foglie e del grappolo, producono +assai; oltre la terra fertile di formentone e di meliga, il rio Rosso +ha per i più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche anguilla e +tanti ranocchi! + +I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; ciò e un pugno di +canne le quali, accese, bruciano adagio e alla cui fiamma quelle +curiose bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e di fra le +alighe il capo stupefatto, e restano immote, fisse, incredule ai loro +stessi occhi, non si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella luce +con l'aurora, o credono a qualche scientifica scoperta degli uomini; il +fatto sta, che nell'estasi sono raccolti e gettati in un sacco, dove, +al ruvido contatto della tela con le loro membra tenerelle, imparano +giù prima d'esser fritte che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi +delle illusioni. + +Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto Rosso per le sue +sabbie bionde, ma senza traccia d'oro —, si prendono trattenendo +con una chiusa la corrente e con le pale gettando l'acqua fuori +del borrone finchè questo rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli +uomini afferrano anguille che si appiattano nella melma e pesci che si +raccomandano a bocca aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi, +e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo su le bracie come eroi +che tentino uno scampo senza voltarsi indietro. + +Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano oggigiorno neanche +i boschi di Rioronco; tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che +in pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci e trappole e in +primavera fan posta ai nidi con la poetica speranza d'allevarsi in +gabbia o un cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale di solito +— ingozza che t'ingozzo — basisce per il troppo pane biascicato che gli +s'impartisce con troppo buon cuore. + +Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a Rioronco un solo +omicidio: una baruffa vi è un avvenimento come un furto di pollaio; +intorno al quale di casa in casa si discorre per un mese, e del quale +non si fa denuncia poichè quasi sempre si sa da tutti in che pentole +quelle due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi vi sono +corrotti come nei paesi dove le mamme fan la guardia alle figliole +fidanzate. Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente manìa +per cui dopo sette, o otto, o talvolta nove mesi di matrimonio, i +padri cercano nel lunario e propongono alla moglie puerpera i nomi +più strambi e difficili, da storpiare barbaramente sul neonato o sulla +neonata che vanno a battezzare. + + +I. + +Nella felice terra di Rioronco viveva ancora, pochi anni sono, un +patriarca: un alto e forte vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia +tutta sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza far ridere +alcuno portava le brache corte, con le calze al ginocchio d'estate e +con le ghette d'inverno; e in famiglia poteva contare con la moglie, +vecchia meno di lui ma già imbecillita, tre figli, tre nuore, un +genero, una quindicina di nipoti, il più grande dei quali, per riparare +in qualche modo all'assenza di due cugini soldati, aveva preso moglie +anche lui, rendendo bisnonno il vecchio Carlone. + +Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi avi, governava +tranquillamente e assolutamente come quello nella cui volontà e nelle +cui tasche trovavano regola ed equilibrio le spese della casa e le +rendite della terra coltivata da tutta la famiglia. Egli vigilava +ai lavori; parlava poco con i figlioli; era aspro con le donne, +complimentoso col curato, loquace con gli amici, terribile con i +ragazzi e buono con i bambini che, seduto nella panca sotto il moro, +elevava qualche volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare _trotta +trotta, cavallon_, e farli ridere. + +Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre usava sedere a capo di +tavola con gli uomini attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla +prima comunione: i minori mangiavano dopo con le donne. E per la rigida +osservanza al vivere antico, e per la sua religione e per l'esperienza +dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia d'una supremazia che +gli aveva meritata rinomanza pure nei dintorni. + +Quand'egli si assentava — ma di rado e solo per la fiera al paese o +per qualche grossa vendita in città — la Cà scura si commoveva in +un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini, chi scappava +all'osteria, chi dall'amorosa; mentre i ragazzi correvano a vuotar +borri nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le nuore sfogavano +le ire e le gelosie per lungo tempo contenute; sicchè il tiranno, che +partendo era stato salutato da sospiri di sollievo, tornava non solo +temuto come giudice, ma desiderato spesso come salvatore. All'annunzio: +— c'è il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura cadeva di subito in una +quiete conventuale. + +Tornava Carlone dalla città tutt'intronato, stanco, con l'oscura +e quasi atterrita coscienza della sua prossima morte, perchè in +quelle ore laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo; e col +pensiero avvinto alle cose vedute pativa un fastidio da cui stentava +a liberarsi. Se gli affari gli erano andati a modo, si consolava alla +vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù, hanno il vapore che +ha avvelenata l'aria, ed hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo +meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano andati male, allora +lamentava: — Noi diciamo che si stava meglio una volta; e a Bologna +dicono lo stesso: che si stava meglio una volta. Dunque la gente a +questo mondo non la trovo mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un +povero ignorante; e per più giorni faceva il cattivo in casa, quasi +temesse d'aver perduta o temesse di perdere l'autorità famigliare. + +Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli la fatica di +viaggi alla città, ecco che ad amareggiare gli ultimi giorni del +patriarca venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un conte pontificio, +ch'era morto a Roma e a Rioronco non si era visto quasi mai. La strada +nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso dell'erede: alla +massiccia Cà scura s'opponeva, nell'estimazione pubblica, il nobile +Palazzetto, di recente restaurato; alla supremazia del vecchione +minacciava di succedere la supremazia di quel signore patito e +guardingo, che i contadini dicevano cattivo come il loglio. + +Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso che gli si era dato +a conoscere per uno dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava +i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha preso Rioronco per un covo di +ladri? + +Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle carraie; tese reti +metalliche lungo la strada; piantati pali con su la scritta «bandita». +E il curato: — La moglie del signor ingegnere veste cinque bambine +per la cresima.... Il signor ingegnere ha mandata la panca per la +chiesa.... Il signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. — +Dopo il ristauro della villa, ristauravano anche il piccolo oratorio di +Sant'Anna, di fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che brava +signora!... + +Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa, mal fa; chi non guarda in +faccia, non è sincero; non mi fido io di colui! + +Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto, il cursore del Comune +venne alla Cà scura con tanto di carta stampata e scritta, e firmata +dal sindaco. + +_A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo num. 12 del +Regolamento...._ etc..., _s'intima al signor Carlo Carli il taglio, +nel suo predio denominato la Zucca, di tutti i rami di quella quercia +che impediscono la viabilità della strada comunale in Ronco..._, con +minaccia di _dar corso immediato agli atti di contravvenzione...._ +etc.... + +Parve a Carlone di ricevere un pugno su la testa. Rosso d'ira fe' +portare da bere all'uomo; poi chiese: + +— Oh perchè non han mai detto niente prima d'oggi? + +— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose. + +E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui, indifferentemente, si +difendeva dalle lagnanze, dalle minacce e dalle proteste: + +— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire! + +Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non ne passano, e la quercia non +arriva alle birocce. + +— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà ombra a qualcuno. — +Poscia, con la stima d'ogni servo per chi lo paga, il cursore aggiunse: +— Le leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma in Comune non se ne +ricorderebbero se un qualche furbo di tanto in tanto non ci avesse +tornaconto a metterle in memoria al Sindaco e alla Giunta. + +— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava il vecchio. + +Il quale, appena se ne fu andato il messo, chiamò i figlioli e il cane, +li mandò a provvedere in fretta un «arrostino», quantunque fosse ancora +tempo di caccia vietata, ed egli recò la biada alla sua mula. + +A cavallo, discendendo poco dopo, preparava il discorso per convincere +che la quercia non faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una +prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando brontolando e rammentando +che al tempo del Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie +folte, che era una delizia, giunse la sera al paese. Naturalmente, in +vista dell'arrosto, il segretario promise di interporre la sua autorità +perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso due o tre giorni +dopo. + +E naturalmente quando Carlone de' Carli venne per la risposta, apprese +che l'arrosto era stato squisito e il sindaco irremovibile. + + +II. + +Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare la bella quercia, che +rivedeva uguale nei ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia, +alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare il frusto di pane, +riposavano nei caldi meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano +i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto, perchè un intruso +lassù non ne aveva una simile, bisognava lacerarla, squarciarla, +mutilarla nelle braccia la feconda, la buona quercia che dava tante +staia di ghiande ogni anno! + +Col dispiacere d'imaginare le membra recise, Carlone pensava le parole +di coloro che nel transitare per la strada osserverebbero quello +strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così bella quercia! —; e i +cattivi: — Ah, ah! gliel'han fatta a Carlone della Ca' scura! — E in +lui era il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come d'un'offesa +atroce, d'uno sfregio ignominioso contro non solo a lui ma a tutta la +sua famiglia, ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi pronipoti. + +L'albero resistente e poderoso, per cento e cento anni ancora dopo la +sua morte attesterebbe, così deturpato ad ogni primavera, l'antica +sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione, di tanto in +tanto rinnovata, a una lontana ingiustizia e a una remota provocazione +dell'invidia e dell'orgoglio. + +Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse buttata giù, troncata di +colpo, il fulmine! + +Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando allo sguardo altrui, +andava alla quercia a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio il +fulmine! meglio una saetta! + +E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava l'intimazione del +sindaco e diceva: — Bisogna rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva +il capo quasi minaccioso rispondendo: + +— No! + +— Andremo incontro a dei guai.... + +— No! + +Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse ai tre figli e al +nipote maggiore: + +— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E quelli compresero che +a tagliarla preferiva abbatterla, e tacquero. + +Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno, che precedeva per il +sentiero, si rivolse: + +— Via! voi altri!... Non voglio nessuno! + +Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad aprire la buca, ampia, +intorno al pedale che tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio +assisteva immobile con le mani in tasca. Apparvero lombrichi; apparvero +fra la terra gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo scavar +delle vanghe restavano recise con netto taglio, o, tócche, si spelavano +bianche come serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima radice +di un rosso terrigno, grossa quanto un braccio. Scalzata che fu con +i picconi, Carlone recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni +passeri che s'inseguivano dalla siepe, non impauriti da quel battere +della scure, volarono su la cima e garrirono tra le frondi più alte e +lontane. + +Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca: scoprirono a destra, +più giù, un'altra radice più grossa, che il primogenito tagliò. E +poi un'altra. E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano di +quelle radichette bianche, lisce, umide come serpi, con qualcuna delle +vecchie nera e marcita.... E poi un'altra, rubesta. + +Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in piedi, immobile, +all'apparenza impassibile, ordinò al nipote di poggiare la scala e di +salire a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto. La faccenda +fu lunga. Dopo di che, tornarono all'opera. + +Uno chiese se venderebbero anche il ceppo; ma il padre non rispose. E +di quelli che frattanto passarono per la strada, fu uno che attese e, +ricambiato un saluto, disse: + +— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un bosco! + +Esclamò un altro: + +— È campata abbastanza, eh, Carlone? + +— Abbastanza! — rispose. + +Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere, il vecchio disse: + +— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo a disturbarvi nei vostri +interessi! + +Quegli rispose: + +— Avete ragione, avete; — e proseguì. + +Dopo un'altra ora la buca era già così profonda che a ogni nuova radice +recisa, tre degli uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva +forza contro il fusto per tentare se non rimaneva che il fittone. +Indarno: non ancora il fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso +mezzodì — ebbero certezza che sola la radice maestra rimaneva. + +E il vecchio disse: + +— La mannaia a me! + +Discese lui nella fossa: cominciò a colpire; mentre i figli ai capi +della corda, lontano, tiravano, squassavano. + +Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice di quella vita +gigantesca cadevano i colpi del fiero vecchio. Quando il taglio fu +innanzi, Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma l'albero non +voleva cedere; invano s'incitavano l'un l'altro. + +— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando un grido per avviso allo +sforzo concorde.... + +Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia troncato: poi, subito +dopo, uno schianto molteplice, diverso, confuso e pieno di tutte le +vette, di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono la terra +madre; e parve che l'immensa pianta si sfasciasse tutta quanta, +cadendo. + +Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto rosso s'asciugò, +tra il sudore, due lagrime. + + +III. + +Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il curato. Era questi un +buon prete, superstizioso e religioso a un tempo; un po' asprigno e +cocciuto anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, un po' sporco, +perchè tabaccando non spazzava il tabacco rimasto dalla presa sul +panciotto più rosso che nero; ma abbastanza affezionato al suo gregge +e al suo ovile e amico a Carlone de' Carli, col quale da anni e in +ogni stagione faceva la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra +del moro o sotto il portico del forno o nella stalla. Veramente nei +primi anni di cura la prevalenza del vecchio aveva urtato il parroco +e quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto però egli si era +convinto che disgustarsi Carlone sarebbe stato come disgustarsi tutta +la parrocchia e che non potendo contrastare a un avversario, conveniva +preferirne l'amicizia. Carlone inoltre era liberale verso la chiesa; +e il figlio maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia +di San Vincenzo», che s'era estesa per le parrocchie vicine; e tra le +donne della Ca' scura si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la +«rettora». + +Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, súbito il curato +dubitò d'una rivalità fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che +da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende ecclesiastiche pur +in campagna, nè dubitò che tra i due litiganti resterebbe lui con la +testa rotta quando non riuscisse a barcamenare. A ciò non era molto +abile, e piuttosto che giovare, nuoceva alla sua intenzione onesta +con far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo troppi elogi +di Carlone: nondimeno volse il mese da che le radici della quercia +eran state messe al sole senza che il conflitto avvenisse. Per poco il +curato non imbaldanziva; non gli pareva più tanto difficile navigare in +buone acque fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere e la sua +ottima signora se n'andrebbero, grazie a Dio, di villa in città. + +Ma egli non pensava a San Michele, che viene ai 29 di settembre; o +meglio, non prevedeva che dovesse recargli noie proprio la maggior +festa della parrocchia. Quell'anno non era stata scelta alla Ca' scura +che la priora; e rettora sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora +Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia. + +Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo ma così petulante, venne in +canonica, ed entrato nel discorso della prossima festa, espose chiaro +e tondo il desiderio che la processione si recasse all'oratorio da +lui fatto restaurare; come a dire che San Michele facesse una visita a +Sant'Anna. + +A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi quale un cavallo che +adombri, esclamò in quella sua maniera un po' rude: + +— Impossibile! Questo, signore, è impossibile! + +Di consuetudine, la processione calando dalla chiesa prendeva una +viottola a bivio con la strada comunale (con la strada appunto che +conduceva al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, le cui fronde +composte in cupola facevan da tempio a una Madonnina in voce di +miracolosa. E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. Imaginarsi +dunque se si poteva mutare itinerario! + +Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del curato, invece di +arrendersi, insistette. Il desiderio pietoso era della sua signora: a +lui pareva che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò comprendere +quanto gli dispiacerebbe dover abbandonare con malanimo quei luoghi +dove si era proposto far del bene; e alle giuste osservazioni che la +gente di lassù era ostinata; che la novità troverebbe oppositori; che +la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, disse: + +— Le imagini davvero miracolose non si tengono sotto un albero! Io +sarei ben lieto, ben fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per +una nuova cappella, se lei mi accertasse che questi miracoli sono di +grande importanza.... Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se +non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua Eminenza o, magari, alle +autorità civili. + +«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. «Piuttosto tentare....» +Forse Carlone si persuaderebbe.... + +Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile quello che prima +gli era parso e aveva detto impossibile. + +Per una settimana il poveromo anticipò la visita al vecchio; lo +prevenne più volte nell'offrirgli il tabacco; perdè più d'una partita +senza prendersela con le carte; ma quelle benedette parole: — Dite su, +Carlone: vi dispiacerebbe a voi se invece d'andare alla Madonnina....; +— quelle parole non riusciva a pronunciarle: gli si annodavano in gola +per la certezza di non riuscire a bene; per il timore di far peggio, +e per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato vecchio e +riconoscerne senza profitto l'autorità. + +Finalmente il lunedì precedente alla festa il prete andò alla Ca' scura +zoppicando; disse per un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene +addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone un giovinotto! + +— Basta — concluse con un sospiro mentre raccoglieva le carte dal desco +—; domenica, se Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei sassi +come gli altri anni.... + +Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò in faccia a mo' di +chi stando su l'avvertita discopra il tiro. + +Pallido, il curato seguitò senza guardarlo: + +— Andremo all'oratorio.... + +Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone lasciò cader forte il +pugno sul deschetto, gridando: + +— Ah questa volta il suo ingegnere non se la cava! Finchè campo io, +glielo dica a mio nome, non se la cava! + +— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il curato, rosso d'ira. + +Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte e giocarono. + +.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava il prete fino +alla siepe; quel dì l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. +Intanto che andavano, l'uno aspettava che l'altro parlasse; e pensavano +entrambi: «Tocca a lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone si +fermò. + +— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce pareva di pentimento. + +— Addio — rispose duro il prete. + +— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si ricordi di quel +che ho detto. + +Ma il prete si rivolse: + +— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro curato; si sa.... + +Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo per un braccio, eppoi +ponendosi la mano al petto: + +— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! Nelle cose giuste +io a lei mi caverò sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se lei si +mette a gloriare i birboni, signor curato, mi creda, non c'intenderemo +più! + +— I birboni? — il curato esclamò. — Già: chi non fa a vostro modo è +un birbone! Ma, in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare di +sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di sopra a tutti? fare sempre +a vostro modo? e chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi siete, voi? + +Ribattè, umile, il vecchio: + +— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! Ma la processione non è +solo lei che la fa! e la processione andrà dov'è sempre andata; glielo +garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre terra, Carlone +della Ca' scura! + +Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, una tal fermezza +quasi solenne, che il curato ebbe nell'animo un consiglio di prudenza; +e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se già prima non avesse +meditate e predisposte le minacce che dovevan servirgli a mezzo +estremo. Come contro sua voglia, queste gli scapparon fuori in fretta. + +— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; voi non siete più +un ragazzo. La morte non guarda in faccia neanche ai giovani; da un +momento all'altro.... Ricordatevi che mettere la disunione in una +parrocchia è come metterla in una famiglia; ricordatevi che al curato +si deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi che le +prepotenze si scontano, presto o tardi, e che un'offesa fatta alla +madre della Santissima Vergine, a Sant'Anna.... + +— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe Carlone, di subito +arrossato in volto, preso da un oscuro timore che quei _ricordatevi_ +gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, dai gangheri. + +Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese coraggio. + +— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! All'anima vostra ci +penserete voi.... + +— Io penso che ho la Madonna per me! che è lei che offende la Madonna! +che nostro Signore castigherà lei, perchè è lei che porta le novità +e la disunione in parrocchia! Ci fu mai niente da dire, tra noi due, +prima d'ora? Prima che lei, per il suo interesse.... + +— Interesse, voi dite? — interruppe il prete in cui l'altro aveva +toccato il tasto debole e la cui coscienza non era abbastanza +tranquilla. — Vi sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei +parrocchiani; è il timore di far nascere una guerra; è la voglia che +ho di sopire un odio nato da una sciocchezza...: per una quercia!... +Negate che la questione è tutta qui? Negate che se non ci fosse +la quercia di mezzo, non vi parrebbe vero anche a voi di andare +all'oratorio e di fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone! +Ci conosciamo da un pezzo noi due! + +Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non la nego io la verità! Ma +torno a dirle che se il signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non +vincerà la seconda.... E schiavo suo! + +Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo trattenne senza sforzo, per +un braccio; gli disse umilmente in tono di preghiera: + +— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava con l'occhio di un +cagnotto che non si fidi a chi gli mostra il pane dopo avergli mostrato +il bastone, proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! Io vi prometto che +otterrò dal signor ingegnere che si vada prima alla Madonnina e dopo +all'oratorio.... Siete contento? + +Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna novità! nessuna novità! + +— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La vedremo, signor +prepotente! oh, se la vedremo! + + +IV. + +Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace affretta i preparativi +a combattere e occupa con mosse rapide il campo di battaglia. Invece il +curato di Rioronco se ne stette fino a sera colle mani in mano, irato e +incerto sul da fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, il pretino +ch'era in pratica da cappellano e che essendo tutto dolcezza, tutto +tenerezza, egli giudicava un uomo nato fatto per andare in Paradiso in +carrozza: ossia un buono a nulla. + +Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, andando e mandando +subito i suoi in giro per la parrocchia, riuscisse meglio al suo +intento e prontamente componesse quel partito che nella storia del +luogo fu poi detto il «partito della Madonnina». Si sa che Carlone +aveva molti amici ligi per interesse e per soccorsi o consigli +ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i quali alla lor volta +contavano fratelli e sorelle ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; +e aveva nipoti già ambiti per amore e per nozze in altre case; così +una metà forse dei parrocchiani, costretti dalla consanguineità o +dall'utile o da vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero, +alcuni anche giurarono quella stessa sera che la processione di San +Michele non muterebbe cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito +di Carlone, dirigeva come si è detto, la «Compagnia di San Vincenzo»; +onde bastò che Procolo facesse passare da compagno a compagno la voce +di resistenza al prete, perchè in poche ore il drappello più vistoso e +più solenne della processione fosse tutto avverso al nuovo itinerario. + +E quando, la mattina dopo, il cappellano, la Perpetua, il campanaro, +la moglie del campanaro che con la Perpetua aveva faccende commerciali +d'uova e di polli, il becchino, il falegname che costruiva le casse da +morto e che aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero +che serviva da sagrestano e da chierico, quando insomma tutti coloro +che avevano buone ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla +missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, resterebbero +al «partito di Sant'Anna» una dozzina di «figlie di Maria», il +vessillifero, lo «scalco» che porta il mazzuolo del comando, uno +dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini dell'ingegner +Stoia e pochi più altri! Imaginarsi la rabbia del curato, il quale +era tornato tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando di +ottener dal prete quattrini a frutto per il marito fittavolo — gli +aveva detto francamente che aveva ragione lui; e che la priora, nuora +di Carlone de' Carli, era stata invano a tentarla; e che lei andrebbe +all'oratorio, o non andrebbe in processione. + +Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva che contrastare +a Carlon de' Carli gli pareva tempo perso ed esortava a cedere, +inasprendo sempre più il curato. + +— Perchè non avvisa le autorità? — chiese il falegname. + +— Bravo! — risposero a una voce il curato e il campanaro. — Le autorità +proibirebbero la processione per sempre! + +— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: proposta che fece +ridere amaramente. Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo. + +Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle minacce spirituali: + +— Una bella predica!... + +Ma il campanaro, più pratico, oppose: + +— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che noi facessimo per amore +quel che gli altri faranno per forza.... + +Alla parola d'amore il cappellano chiese: + +— Cioè? + +— Che la processione andasse tutta insieme fino alle due strade; e +dopo, una parte alla Madonnina e l'altra all'Oratorio; e dopo.... + +— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando la voce. — Credete voi +che si rassegnino, loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo +noi senza il Santo? + +Ma come il campanaro si grattava la testa perchè non sapeva ribattere, +il cappellano raccolse lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido; +si alzò in piedi. + +— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! Accomoderò tutto io! — +E si accomodava il nicchio in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e +torno! + +— A far che cosa? a far che cosa? — domandava il parroco. + +— Lasci fare a me! + +La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla finestra di cucina al +pretucolo che usciva, e mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a +lui, povero don Sigismondo! + +Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, fu lui che piegò +Carlon de' Carli. Gli piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio +Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia o viva la Spagna, è lo +stesso! — E parlò senza ambagi diplomatiche, senza apparenza politica. +Sapeva che se la domenica prossima accadessero dei guai, il signor +curato, che aveva il solo torto di essere un po' cocciuto, avrebbe +disgusti gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; eran da prevedere +fin processi penali in cui Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più +addolorava don Sigismondo il pensiero dello scandalo. La parrocchia +di Rioronco era stata sempre una famiglia sola, a cui Carlone aveva +dato sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, perchè gli +animi erano riscaldati molto in quella divisione; se, Dio liberi!, si +ammazzassero, che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi non avrebbero +il curato e lui, Carlone?... Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le +lagrime agli occhi. + +Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io nè i miei, con tutti i +nostri, non andiamo all'oratorio, io per me son disposto a tutto! — +Quindi temendo d'aver detto troppo e di parer debole, aggiunse con +foga: — Anch'io avrei rimorso se succedesse qualche lite; anch'io sarò +sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma piuttosto che andare +all'oratorio, don Sigismondo, andrei in galera; andrei (si fa per dire) +all'inferno! + +Dio liberi! parlare così quando c'era il modo di accontentare tutti! +Bastava andar tutti insieme fino alle due vie; di dove il partito +di Sant'Anna discenderebbe all'oratorio e il partito della Madonnina +salirebbe per la carraia, all'olmo; e dopo, riunendosi per l'ultimo +tratto, ritornerebbero insieme come prima. + +— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo l'osservazione +del vecchio. — Resterete per un poco senza il Santo. Ma gli altri +non resteranno senza la «Compagnia»? E voi non potreste onorare la +Madonnina con una bella «fioriera»? + +In un contorno e sotto una corona di fiori di tela, che sembrerebbero +veri e freschi, la Madonnina dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi +parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese che quello era +il mezzo per far onore a sè stesso; vide subito che la sua autorità +ne riuscirebbe non diminuita, ma accresciuta; pensò che per tal modo +castigherebbe il curato e umilierebbe l'avversario. + +— Faremo così! — disse. + +E tosto la voce della pacificazione si sparse; e tutti ne furono +lieti. Gli ardimentosi convertirono l'ardore pugnace in un ardore di +emulazione e in una speranza di maggior festa; gl'incerti, che non +eran pochi, parteggiarono a viso fermo senza paura di danni; le mogli +e le madri che già avevano esortati i mariti o i figli a restare a +casa, o li avevano imaginati feriti o morti, ringraziarono il Cielo +e benedissero San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono contenti: +fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza della vendetta e della +ribellione; il superstizioso panico di un'offesa religiosa; il peso +della violenza meditata e preparata; il dubbio della sconfitta e della +vergogna. + +Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono che +l'ingegnere darebbe spettacolo di fuochi artificiali, di cuccagna e +di palloni; che Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori +e musici; e che per la «fioriera» Procolo era andato a Bologna; e che +dalle parrocchie vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi con +i compagni di San Vincenzo. Insomma: un'aspettazione grande e gioiosa +quale non c'era stata mai. + +Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono più di tre e per +cagioni intime. Primi: Samuele soprannominato il Moretto e Canuto il +sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano entrambi una +ragazza meritevole in modestia di star fra le «figlie di Maria» e nello +stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati in una volta. + +Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della festa. + +— Tu per chi sei? — domandò con aria di noncuranza il Sartoretto. + +Il Moretto, che già conosceva l'opinione della bella, rispose: + +— Per Sant'Anna. E tu? + +— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, aggiunse: — Tu però +faresti meglio a star con quelli della Madonnina. + +— Io sto con chi mi pare! + +E il rivale proseguendo per la sua strada: + +— Oh oh, che aria tira, stasera! + +Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; perchè in fatto di +donne e gelosie, tutto il mondo è paese. + +Malcontento anche era rimasto quel contadino dell'ingegner Stoia a +cui Carlone, quando abbattevano la quercia, aveva ingiunto di tirare +innanzi senza pensiero degli affari altrui. Quegli aveva sperato di +venire a dirittura alle mani e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi +il padrone disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar soldi chi +schernisse, la domenica, Carlon de' Carli. Uno scherno per cui gli +calasse la boria: non già da fargli del male. + +E il bottegaio, che aveva tanto professata e vantata la sua neutralità, +per far quattrini strinse in segreto patto i suoi tre avventori più a +corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva indole non del tutto +buona; Anacleto dell'Orto (attenti ai nomi!), un millantatore; e +Silverio detto, per scempiaggine, il Chiù. + +È vero che questi avevano promessa fede a quelli della Madonnina, ma di +ciò non è a far gran caso; giacchè anche per simile genia di fedifraghi +o traditori, tutto il mondo è paese. + + +V. + +Mai con più lena il campanaro di Rioronco s'attaccò alla corda delle +sue campane festaiole; mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i sessi +godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, nell'attesa dei +vesperi solenni al dì di San Michele; mai più di quel giorno il Santo +nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di stucco anch'esso) +sembrò sorridere dall'altar maggiore e dire a' suoi protetti: +All'inferno il demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne di +buona volontà! + +Fino il curato era allegro; perchè lo scisma ridotto a quell'innocente +bipartirsi della processione, accresceva magnificenza alla festa; +significava come due prove di fervor religioso in una volta o due modi +di onorare pomposamente il Santo. + +Ma pienamente felice era Carlone: libero di timori, libero di rimorsi; +orgoglioso del suo panciotto damascato e della giacca di velluto e più +orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita di nero col velo +bianco, quando la rettora non aveva che un abito di lana verde. Suo +giudicava il trionfo: tale che aveva permesso a quelle delle «figlie +di Maria» ch'erano rimaste al suo partito di andar con le altre, +bastandogli al fasto della sua parte le tre «compagnie»: quella di +San Vincenzo, con le mantelline rosse, quella di San Martino, con le +mantelline gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline celesti. +Poi, gli parve che i suoi sonatori e i suoi cantori avessero più fiato +degli altri quando la processione s'incamminò e lui e la priora si +mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» da portare alla +Madonna. Così cantando inni e sonando, fra i doppi delle campane e +lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione degli spettatori, la +processione partiva dalla chiesa. + +In questo mentre i due soli carabinieri venuti dalla stazione della +Pieve erano corsi innanzi, all'angolo del bivio; e si eran messi là, +immobili, di malavoglia. Ciò che stava per succedere e di cui tardi +avevan avuta notizia e, più che interrogando, ascoltando le voci della +folla, li teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi d'un +disastro. Ma quando la processione giunse al bivio e sostò, non accadde +che un po' di subbuglio nel separarsi delle due parti e nel comporsi di +ciascuna processione in capo alla propria strada. Alla prima, ubbidendo +a Carlone, precedette uno dei lampadari per far le veci del crocifero +o del portastendardo: súbito dopo si mise la prima «compagnia di San +Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la numerosa «compagnia +di San Vincenzo», a cui seguirono, come preceduti da quella «guardia +del corpo», il priore e Carlone con la corona dei fiori finti, e dietro +la terza «compagnia» e il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni +di questi s'abbandonavano a una commozione di riso; altri avevan le +lagrime agli occhi. Un po' a stento, eppur bene, si formò la seconda +schiera: le figlie di Maria presero il posto delle «compagnie» dopo +ai cantori e ai suonatori, e nonostante che il cappellano dicesse: — +aspettate! aspettate! — le vergini ripresero l'inno con voci acute e +alte, quasi per sfida, appena udirono dall'altra parte l'intonare della +musica. E si avviarono anche i preti col Santo. + +Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi ai carabinieri, passavano +lentamente le due file rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che +furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi del da fare, come +per un accordo che non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra e +l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, dissero a una voce: +— Di qua! —; ciascuno non trovando ragionevole l'errore del compagno. + +L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra quei due bravi giovani +c'era mai stata parola a dire da quando si trovavano nella stessa +stazione e da quando infrangevano insieme il regolamento per far +all'amore a certa cascina dove avevano due belle ragazze, una per uno. + +— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi dovuma stè a j ourdin! I +ourdin a soun d'andé à prés à la processioun, e la processioun bouna a +l'è coula! + +Ribattè il toscano: + +— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di attende all'ordine +pubblio; e chi lo minaccia 'un son mia i preti: sono i rivoluzionari! +Dunque s'ha ire 'on esti! + +Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la testa brontolando: + +— Noi en doi, miraco i podouma nen fene! + +Se sempre l'unione fa la forza, tanto più l'unione è necessaria quando +la forza è rappresentata da due persone sole: chè due carabinieri +possono impaurire, ma un solo, tra la folla, muoverebbe a riso. E loro +non eran che due, e non potevano dividersi; non potevan fare miracoli. + +— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, à la processioun +_ufficiale_! — Evidentemente il piemontese sperò di piegare il compagno +con questa grave parola. Invece l'altro: + +— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! Bada: do'è che stanno i più +scontenti? i più curiosi? là! Dunque si dee ire là! + +Che! I _bugianen_ son _bugianen_! Il buon piemontese non cercava +ragioni da opporre; voleva essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle +grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente e s'aspettava da un +giorno all'altro la promozione ad appuntato; e, oltre a ciò, era più +vecchio d'anni e di servizio. Egli dunque severamente chiamò l'amico +per il cognome: + +— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma! + +— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far il mi doere! 'Un vo' +mia gastighi per motio tuo! 'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno +appuntao! + +— Cribio!... Rappaini, andouma! + +— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E il toscano si mise a +sedere sul paracarri; si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia; +su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia alle mani guardava +l'amico. + +Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, con tali occhi da +spaventare. Ma Rappaini ch'era più furbo riprese: + +— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun n'aete! Dimmi un po'.... + +S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni. + +— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe dee succedere? Io dio, +che succederà qui, quando torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, se +le daranno qui! e no quando i du' partiti sian fuor di tiro! + +L'argomento era giusto solo in parte: perchè essi a quel punto +dell'incontro avrebbero potuto trovarcisi anche accompagnando una delle +processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine. + +— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà ch'un si diffida nè di +esti nè di elli! + +E fu tale argomento che il piemontese, vinto e tutto contento d'essere +stato vinto, alla fine esclamò ridendo: + +— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i stuparie la buca a' na +foumna! Ma par sta volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche +lui sul paracarri di fronte; deponendo il moschetto da lato e su le +ginocchia la borsa della corrispondenza. + +Amici dunque più di prima tornarono a discorrere di ciò che più +loro premeva, mentre guardavan le processioni che dilungavano, già +scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran venute alla festa di +Rioronco.... + +— .... Quando la pigli tu, la Balbira? + +— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo dal parroco. — Prendeva +la «ferma», faceva la carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva +vivere di rendita, disse: + +— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; che n'ho auto abbastanza +della patria! Vo a lavorà il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu +sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi ragazza.... + + * + +.... Eppure, strada facendo, nell'una processione e nell'altra s'estese +un nuovo malcontento; sia perchè la realtà riesce sempre inferiore +all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva avuto il torto di +non lasciare almeno una «compagnia» al curato e questi aveva avuto il +torto di non concedere almeno un prete in cambio di tante «figlie di +Maria». In entrambe le schiere serpeva quel malessere che dan le cose +imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni pacifiche talvolta +rinasce anche ne' più docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta +alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono di mortai che pareva +il finimondo, la processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio +dove per la porta spalancata era esposta agli sguardi di fuori l'altare +tutto adorno e luminoso. Ivi, dopo il _Jube Domine_, San Michele +s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla genuflessa, tra cui +erano molti signori e signore; e cantori e preti ripresero il canto; e +il cappellano diede l'ordine del ritorno. + +Per ritornare come nella venuta, si comprende che gli uomini, i quali +prima erano in coda, avrebbero dovuto far ala sì che passassero +lo «scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero e quindi +le «figlie di Maria». Ma non tutti così fecero. Quasi la funzione +fosse compiuta, alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, per +alloccaggine e storditezza; e quando giunsero le vergini, non si +ritrassero; ne interruppero, confusi e confondendo, la prima fila. +Era tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani che, già si +disse, amavano con incerta fortuna la stessa «figlia di Maria»; +mentre l'altro, il Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa +della strada. E il restare del primo là in mezzo fu sospettosamente +interpretato dal secondo, il quale appena la bella gli fu dinanzi con +le compagne, senza tante cerimonie le si mise a fianco. + +Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè il Moretto, +d'improvviso, affrontava il rivale e diceva: + +— Cosa pretendi tu? + +— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei comodi! e tira via, +milordo, che è ora! + +Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: il colpito l'afferrò, e, +accapigliati, caddero. Tutto ciò in minor tempo di quanto bisogna +a raccontarlo; così presto che, quantunque costrette anch'esse ad +arrestarsi, le ultime ragazze e i preti non avrebbero pensato a +una lite se non avessero visto accorrere di qua e di là coloro che +speravano dividere i contendenti. + +— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti! + +Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga il collo: arriva +don Sigismondo. Ma d'innanzi, le prime ragazze si son voltate; il +crocifero chiama lo «scalco»; questi, che giungendo un momento prima +avrebbe subito fatto largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui +litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; e lui, perduto il +mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo intanto con le mani nei capelli +e gridando misericordia torna indietro, verso i colleghi e il curato; +e i suonatori e i cantori corrono innanzi ad aiutare il crocifero e il +vessillifero, che son corsi ad aiutare lo scalco. + +Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla in un pagliaio; forse +perchè, alle esortazioni e alle preghiere di don Sigismondo, i +sacerdoti furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare il +Santo all'Oratorio; e tutta quella gente rimase come senza ritegno, +senza rispetto a nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa +voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni parte alla mischia; +addosso ai cantori e ai suonatori o a chi capitava, capitava. Addosso! +addosso con i ceri, con giannette e randelli e pugni; e bòtte da +orbi. Ci furono fratelli che diedero pugni ai fratelli; padri ai +figli, e figli ai padri; ci furono anche molti che nei giorni di poi +confessarono d'aver creduto di combattere con quelli della Madonnina; +e molti che confessarono d'essersela goduta un mondo a battere con le +mani e coi piedi non sapevano chi, ignari affatto della causa che aveva +generata la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli delle +donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano d'intorno, urlando.... + + * + +.... Con grande impeto di tromboni e voci il partito della Madonnina +era per giungere all'olmo. La viottola essendo diruta e stretta, +Anacleto Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto il Chiù (i +traditori) avevano tentato troppo tardi di mettersi innanzi, di +precedere a tutti, perchè penetrati fra i «compagni di San Giorgio» +avevan dovuto cedere al comando di: — Indietro voi altri! — che Carlone +aveva dato loro con faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si +credessero scoperti, i tre scambiarono parole sommesse tra i seguaci, +in coda. + +— Come si fa? — domandava quello scemo di Silverio. E Anacleto: + +— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima! + +E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che ci venissero in tanti! +Saranno quaranta solo quelli di San Martino! + +— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo Silverio il Chiù —, si +direbbe che Carlone ha imparato qualche cosa.... + +— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio lo zoppo. + +— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione! + +Allora Anacleto, lo spaccamonti: + +— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura! + +— Paura io? + +— Paura io? + +— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio. + +— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo il Chiù, che n'aveva avuti +meno degli altri; mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto: + +— Perchè non vai innanzi tu, dunque? + +Queste rampogne furono udite da un Tizio che sarebbe stato meglio non +udisse nulla; un muratore fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse +informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio e avesse incarico +da Carlone stesso di invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno +di quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le storie e senza cui i +critici della storia non avrebbero più niente da fare. + +Quel Tizio domandò: + +— Cosa avete, ragazzi? + +— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù. + +— Avete bisogno d'aiuto? + +— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con insolenza. Il muratore, +sempre più insospettito, tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il +gomito l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; finchè voci e +musica cessarono. Ma allora la siepe non contenne più i curiosi: alcuni +la saltarono; altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; e la gente +affrettò e si strinse di qua e di là dal fosso, intorno all'albero; +al quale il figlioccio di Carlone aveva già poggiata la scala, già +ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», per attaccarla ai +rami e fermarvi, nel mezzo, l'imagine. + +Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero far cadere la «fioriera» +come per disgrazia, e che a forza di gomiti e di urti si son fatti +innanzi quasi per veder meglio, non dovrebbero che dare una spinta +alla scala, e la darebbero se il muratore non la tenesse ferma e non +vigilasse. + +Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore con aria di sfida, +ma non si muove; lo Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra anche, +ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal disposto dallo sguardo del +muratore, che ha dinanzi, e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, si +rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi altri la spinta! Io ho da +tener a posto questo qui. + +— Me? — il muratore grida con un braccio a difesa della scala e l'altro +in aria. Il segreto è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto +risponde: — Dicevo così per ridere.... + +Tutti vorrebbero sapere: + +— Cosa c'è? Cosa c'è? + +Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia il coro ultimo dei +fedeli: + + _Maria, mater gratiae...._ + +Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo gradino. Quando, +oh! — che è? che non è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto; +il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, che è all'ultimo +gradino, precipitano insieme nel fosso. S'odon grida. Cogliendo +l'opportunità di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano a difesa +del compagno, che il muratore martella di pugni, intanto che s'invoca +soccorso.... + + _Mater misericordiae...._ + +Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; s'avanza Carlone per +metter pace. + +— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State buoni, ragazzi! — Ma +come pacificarli a parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno dei +cantori, che è un Ercole e che dove batte, abbatte. — Son qua io, +Carlone! + +Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; e che c'entra lui? +Infatti una voce, non si sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — +Son quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento! +aiuto! Son quelli di San Martino che portano le liti!... Son pagati +dall'ingegnere! Traditori! Addosso! + +E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono insieme, si guardano +in faccia; spengono le torcie per usarle come armi. + +— Dalli a quelli di San Martino! + +— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso e felice d'essere +scampato dalle mani del muratore. + +— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia par diventato dritto. + +— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando via senza più ridere. + +E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai «compagni di San Giorgio» +si gettan sui «compagni di San Martino», e gli spettatori forestieri +sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, grida pietosamente con le +mani nei capelli.... + + * + +.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo finalmente +l'altro, cominciava a raccontare una sua avventura molto seria con una +_tota_ di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo: + +— Hai udito? + +Eran grida confuse e lontane, verso il monte: all'Olmo. Già dalla +viottola comparivano donne affannate, disperate, che a vederli alzavano +grida e braccia chiamando, terribili: + +— Correte! correte! + +I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti appena pochi passi (e +il toscano aveva appena mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di +giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre donne ansiose +invocavano.... + +— _Cuntacc!_ + +— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano all'Oratorio! + + * + +Oh no! Non gravi ferimenti; non morti. + +Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia fervida; s'attenuava +in una gioia di colori digradanti dalle fiamme della fede al biancore +della carità; si spegneva in vista alle prime stelle ch'esprimevano +raggi di meraviglia. Ombre di pace velavano i culmini e i dorsi dei +monti più alti; calavano; e il fremito della notte penetrava tra le +fronde e le foglie come voci d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi +per udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al mondo con che +soave fluire le ore della quiete e le sue acque scorrerebbero tra gli +steli cullati dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le piante +dormienti anch'esse (se Darwin non errò). E quante anime avevano veste +di penne, si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro ripari, col +capo sotto l'ala tepida e parecchi con una zampina in alto; e i buoi +russavano senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra pareva uscire +un respiro immenso di tregua e di riposo. + +A domani! A domani le cure e le battaglie degli uomini di cattiva +volontà! Ma quei montanari semplici e buoni come animali, pur non +udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei preti, sentirono, quando +se ne furon ben date, che anche per le bastonate e le querele era tempo +di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi o a gruppi, e senza lo +spettacolo dei fuochi e del resto, se ne tornarono alle loro case. Non +più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli innamorati che non avevan +ricuperato il tempo perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai +men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. Tutti, fuorchè +Carlone e il curato; i quali meditavano la loro colpa e la colpa del +diavolo vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San Michele. E +quando fu stanco di dar volta per il letto, e sempre più rimorso, il +buon vecchio si levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in cerca di +sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna. + +Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. Questi in segretezza gli +raccontò che un birocciaio la notte aveva visto il diavolo vestito da +prete correre, leggero e veloce come una piuma, verso l'olmo. Forse il +diavolo non aveva più orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi +nascosta in quella «fioriera»? + +Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. Senza dubbio il curato, +non resistendo ai rimorsi, si era alzato, la notte, ed era andato alla +Madonnina per domandar perdono anche lui! + + + + +INDICE. + + + Il suicidio del maestro Bonarca Pag. 1 + La giocatrice 20 + Doni nuziali 41 + Dall'Eldorado 63 + Il cappello del marito 105 + Efficacia d'una giarrettiera 124 + La fortuna di un uomo 133 + Una “scampanata„ 201 + Il polso 217 + Come finì la Modestia 230 + L'entusiasta punito 243 + L'agnello 251 + Il falcone 260 + In Arcadia 272 + + + + + +Nota del Trascrittore + +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo +senza annotazione minimi errori tipografici. + + + + + +End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 *** diff --git a/48779/48779-h/48779-h.htm b/48779-h/48779-h.htm index 450ee63..9525cd3 100644 --- a/48779/48779-h/48779-h.htm +++ b/48779-h/48779-h.htm @@ -1,17115 +1,16697 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN"
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- Novelle umoristiche, di Adolfo Albertazzi
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-<body>
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-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-
-
-Title: Novelle umoristiche
-
-Author: Adolfo Albertazzi
-
-Release Date: April 24, 2015 [EBook #48779]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
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-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-NOVELLE UMORISTICHE
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-Novelle umoristiche
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-DI
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-Adolfo Albertazzi
-</p>
-
-<div class="poem-container">
-<div class="poem inl">
-<p><i>Humour</i>: il bell'umore e il buon umore</p>
-<p>e il malumore insieme contemperati.</p>
-<p class="i6"><span class="smcap">Tommaseo.</span></p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI
-NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO
-DEL MARITO. — EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA
-FORTUNA DI UN UOMO. — UNA «SCAMPANATA». — IL
-POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. — L'ENTUSIASTA
-PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. — IN ARCADIA.
-</p>
-</div>
-
-<p class="pad4">
-<span class="g">MILANO<br />
-<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span></span><br />
-<span class="small">1914</span><br />
-—<br />
-<span class="small">Nuova edizione riveduta e corretta.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA.
-</p>
-
-<p>
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
-tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
-</p>
-
-<p>
-Milano. — Tip. Treves.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="suicidio"></a>
-Il suicidio del maestro Bonarca.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Felicità è una vana parola? — Persona alta e
-forte; baffi neri e fieri; voce baritonale e, se
-bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio
-bianco al kepì; spada al fianco e assisa quasi
-militare; saluto alla militare dai subalterni; dominio
-sul palco in piazza a dirigere la banda
-nei giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni
-e nei trasporti funebri; direzione dell'orchestra
-in teatro; autorità di maestro sui
-cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino
-notevole; stipendio sufficiente per una vita tranquilla;
-tranquillità di scapolo: tutto ciò dovrebbe
-pur bastare a rendere felice un uomo!
-</p>
-
-<p>
-Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-dell'essere caduto in miseria da tanta sua
-felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni
-creditore, benefattore con o senza usura, corre
-il pericolo che il beneficato ponga fine al debito
-ponendo fine alla vita.
-</p>
-
-<p>
-Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione
-l'ambizione; e debolezza la confidenza nel
-nostro ingegno, non meno che fallaci, insani sono
-i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia
-e la melodia di cui risuoni l'anima nostra. Infatti
-quando il maestro Bonarca non avesse dato
-ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non
-si sarebbe incamminato mai verso il canal Torbo
-con il proposito d'affogarvi.
-</p>
-
-<p>
-Fu così: In poco tempo aveva composta la
-<i>Sposa selvaggia</i> (centocinquanta lire al poeta del
-libretto: prima spesa), e i giornali cittadini avevano
-preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai
-cronisti: seconda spesa); poi (altre spese) il
-maestro era andato a Milano, a Torino, a Bologna
-in cerca di un editore, di un mecenate,
-di un impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata
-idea di assumere per sè l'impresa al
-teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno
-prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse
-la dote teatrale, uno stimato commerciante
-accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali
-di lui, che sacrificava alla gloria tutte le
-economie del passato e molte economie dell'avvenire.
-E la <i>Sposa selvaggia</i> aveva ottenuta fortuna
-quasi uguale a quella desiderata. Se non
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-che i cittadini d'una città piccola non vanno a
-teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze,
-ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir
-la <i>Traviata</i> o il <i>Trovatore</i>, si lasciaron persuadere
-da una costosissima <i>réclame</i> e dalla fama
-dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima
-donna, l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla,
-aveva messo voce e opera a caro prezzo. E infine,
-dopo tante angustie che solo un uomo di
-coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante
-contese, vinte a fatica di polmoni strepitosi e
-di occhi biechi, con i cantanti, i suonatori, i pittori,
-i macchinisti, i coristi che non rimettevano
-a dopo il sabato il pagamento della mercede,
-era avvenuta la catastrofe: il commerciante
-dell'avallo contro ogni previsione era fallito e
-fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda
-notizia: fuggito con i quattrini! Canaglia! ladro!
-assassino! Socio al maestro Bonarca. Sul
-quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei
-creditori; le cambiali protestate; il disprezzo
-della cittadinanza; la diffidenza della patria tutta.
-L'infelice, per colpa della sua <i>Sposa</i>, si vide
-perduto; si credè abbandonato; si sentì solo
-al mondo, solo con la <i>Sposa selvaggia</i> e col
-disonore....
-</p>
-
-<p>
-Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua
-che trascorreva lenta e cheta, e della luna,
-attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce
-bastevole per rifletterne a specchio l'imagine.
-Similmente la sua vita poteva forse trascorrere
-placida ed uguale, non accogliendo dall'arte
-maggior lume che quello sufficiente a una capacità
-mediocre. Ah sì! Gli parve ora d'essere
-rinsavito; di saper con giustezza misurare il
-proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era
-illuso e che l'avevano illuso; e, a convincersene,
-riandava ancora una volta, l'ultima volta,
-coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua.
-L'adagio della sinfonia era soltanto una povera
-nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro.
-</p>
-
-<p>
-Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità,
-qualche lucida frase; v'appariva un pensiero
-melodico, che cadeva subito come un volo cui
-mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto
-sarebbe stato bello se non avesse ricordato
-troppo l'<i>Ernani</i>. Dunque: a giudizio di critica
-giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva
-poco, o nulla. Per fortuna era breve!
-</p>
-
-<p>
-Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto!
-vuoto! L'introduzione?... Quale le promesse di
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-certi amici. Dopo, la preghiera; che non commoveva
-neppure la platea e che appunto per ciò
-i critici avevano definita un canto di sirena nordica,
-senza rammentarsi che la <i>Sposa selvaggia</i>
-era affricana. Poi, il coro; elaborato senza dubbio
-per quella rispondenza degli ottoni al richiamo
-degli archi, ma privo di originalità;
-lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?... Il
-terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no!
-Questo era bello; c'era tant'anima! c'era il cuore
-del pubblico che sobbalzava rapito quasi una
-volta a quello dei <i>Lombardi</i>! Bellissimo! Un
-pezzo simile sfidava la critica, sfidava la malignità
-degl'invidi, sfidava il tempo; nè chi l'aveva
-scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe
-quantunque s'annegasse, umilmente, nel
-canal Torbo!
-</p>
-
-<p>
-Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di
-vanità al secondo atto; come la romanza del
-tenore, nel terzo, bastava a render celebre un
-nome!
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Sposa selvaggia, addio!</p>
-<p>Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p>
-Così soave e così semplice, questa soave e
-semplice e limpida sorella della «Casta Diva»
-attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini,
-non ostante le diavolerie dei wagneriani e
-i disaccordi che mortificano ingegni, anime e
-gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno,
-mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore
-dell'armonia, lo spirito dell'amore meridionale,
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai!
-Viva l'Italia!
-</p>
-
-<p>
-E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella
-divina romanza, che tutti avevano imparata la
-prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà
-alla memoria di tutti, anche dei nemici; e
-si piangerebbe il giovane maestro, che una sorte
-diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica
-e pura arte della patria....
-</p>
-
-<p>
-Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca
-anteponeva l'onore alla gloria; perchè il mondo
-non dicesse che del commerciante fuggito con
-i quattrini il maestro Bonarca era stato complice;
-perchè egli riconosceva i suoi debiti e
-prevedeva che non avrebbe potuto pagarli mai
-più; perchè insomma lo superava un destino
-crudele e non voleva si credesse da alcuno della
-cittadinanza onorata e dal sindaco che egli
-avesse paura di morire!
-</p>
-
-<p>
-Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca,
-la lettera al questore: «Mi uccido per ragioni
-che è inutile rivelare....» (Infatti chi non se
-le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini
-per la loro benevolenza alla mia <i>Sposa selvaggia</i>....»
-</p>
-
-<p>
-Erano due righe, ma animose; di un uomo
-senza paura. Qual rammarico tuttavia nel pensare
-che la sua tragica fine servirebbe di <i>réclame</i>,
-e l'opera presto data alla Scala o al Regio
-o al San Carlo solleverebbe il pubblico, entusiasta
-del terzetto e della romanza, a chiamare
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-il maestro, che, essendo morto annegato,
-non potrebbe assistere alla rappresentazione!
-</p>
-
-<p>
-D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...»
-Un'idea gli balenò nella tempesta dell'anima
-come suscitata da sentimenti opposti:
-un po' di pietà, che finalmente aveva di sè stesso,
-e il coraggio ch'egli era convinto di poter
-spingere fino all'audacia. «Se aspettassi.... a vedere
-cosa i giornali diranno, domattina, della
-mia morte?» Certo, dopo morirebbe più volentieri;
-sia che i giudizi postumi gli confermassero
-meriti e compianto, sia che la pubblica
-giustizia, fatta libera dalla morte, lo condannasse
-senza pietà. Ma non era un'idea da matto?
-Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E
-un birocciaio che transitava, lo vide; e una
-vecchia, la quale passava con un cesto al braccio,
-si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse
-tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non
-sarebbe da matto quando riuscisse a sfuggire
-a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e
-a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo
-tutto, ai condannati a morte è lecito soddisfare,
-qual si sia, l'ultima voglia!
-</p>
-
-<p>
-Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse
-di là, non vedesse il <i>paletot</i>, non leggesse
-la lettera e non la portasse in questura prima
-della notte, egli si tolse il <i>paletot</i> e lo pose sul
-parapetto del ponte; gettò il cappello alla corrente
-livida, e quasi a scorgere, così travolta,
-la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-subito gli occhi per non commuoversi;
-quindi scese lungo la riva in cerca d'un nascondiglio.
-Ricordava che alla distanza di forse un
-chilometro, fra le canne e i giunchi, era la casupola
-d'un piccolo mulino abbandonato; oltre
-il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto
-l'argine a sinistra, impaludava il piano. Si
-avviò per il sentiero all'abitacolo; v'entrò da
-una porticella, e al lume d'un fiammifero vide
-ove mettersi: su poco strame, dietro un pezzo
-di macina; nè egli chiedeva più tenero letto a
-riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe
-il giorno: per i giornali manderebbe il primo
-ragazzo o galantuomo che transitasse per la via
-e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto
-il cappello dal ponte. Freddo gli sembrava
-assai, ma sopportabile a chi non temeva il freddo
-della morte.... Così, nell'attesa, si mise a
-pensare a cose che lo distraessero. Le altre
-sere a quell'ora, se non aveva teatro, giocava
-a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!»
-(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi)....
-Ma quel marito, via!, non giocava mica
-male; anzi, da competitore formidabile.... E il
-delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero,
-sebbene questurino; giocatore mediocre a
-suo confronto, eppure vincitore in una classica
-partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo
-delle prove.... Oh le sudate prove della <i>Sposa</i>!...;
-con quei violini che non andavano; con quella
-cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato;
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-temuto. Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche
-cosa che fa perdonare ogni scatto. Per esempio,
-egli qualche volta era stato feroce; e mai
-un lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva
-detto a un compagno, dopo la seconda prova: — Se
-torna a darmi della bestia in orchestra,
-lo fracasso con lo strumento. — Ma lui,
-alla terza prova: — Camandri: è un <i>la</i>! un <i>la</i>!
-un <i>la</i>!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi
-e il bombardone a posto; frenato e impaurito da
-quello sguardo....
-</p>
-
-<p>
-Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i
-discepoli, quanti non direbbero, con certo orgoglio: — Bravo
-maestro! Gli uomini di fegato
-e di carattere fanno così; non scappano come
-quel mercante traditore.... — A proposito! (fe'
-Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva;
-aveva il resto dell'ultima lira, che si era
-tratta di saccoccia per l'ultimo <i>cognac</i>...
-</p>
-
-<p>
-Dunque?
-</p>
-
-<p>
-Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia
-addosso ed ebbe appoggiato il capo alla pietra....,
-a poco a poco, senza perdere il coraggio,
-s'addormentò.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro,
-il fortunato autore della <i>Sposa selvaggia</i>,
-nel quale tante speranze riponevano gli ammiratori
-concittadini, l'arte e la patria, ierisera
-si è miseramente ucciso gettandosi nel canal
-Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la
-causa che ti condusse al triste passo nel fiore
-della balda giovinezza destinata a uno splendido
-avvenire? Noi, a cui la commozione e
-l'ora d'andare in macchina impediscono d'enumerare
-adesso tutti i meriti del perduto amico,
-noi non solleveremo il velo della sua tomba.
-Noi rispettiamo il segreto e il desiderio del
-maestro Bonarca. Solo per debito di cronaca
-accenneremo che, appena sparsasi l'infausta
-notizia, si è vociferato in città di un amore
-infelice....»
-</p>
-
-<p>
-— Un amore infelice? — esclamò Bonarca,
-stupito, non comprendendo, da prima il perchè
-di quella invenzione. — Infelice in amore lui,
-che delle amanti ne aveva avute tre in una
-volta: una nubile, una maritata e una nè maritata
-nè nubile? Infelice in amore un uomo della
-sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione
-della <i>Sposa</i>, quando si voltava indietro
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-a ringraziare il pubblico, non vedeva che,
-volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide
-<i>toilettes</i>, sarebbero state sue? Ma di fra
-le righe della necrologia gli venne la luce; afferrò
-la ragione della pietosa menzogna; si commosse
-fino alle lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Per la ragione stessa gli parve anche più nobile
-e felice la trovata del <i>Radicale</i>, che gli dedicava
-un articolo di due colonne.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<div class="poem">
-<p>«Sposa selvaggia, addio!</p>
-<p>«Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p>
-«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per
-la sua sposa; e la sua sposa — noi lo sappiamo — era
-l'arte. Un artista tanto più è grande
-quanto più è grande il concetto che ha dell'arte
-sua. Povero Bonarca! Aveva appena colti
-i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva
-anzi, perchè gli sembrava di non aver fatto
-nulla in confronto a ciò che fecero Rossini e
-Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva
-di non poter fare! E la bell'anima seguendo
-la mente alata che volava alla gloria,
-su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita,
-è caduta, è precipitata nel canal Torbo.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>«Io morirò per te!</p>
-</div>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi,
-il <i>Vero cattolico</i> concludeva:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè
-nemmeno per il maestro Bonarca possiamo
-trovare un'eccezione alla regola della religione
-e della coscienza. Ripetiamolo a norma dei
-nostri lettori dilettissimi: Ogni suicida è un
-peccatore che o mancando di fede ha patito
-l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una
-improvvisa demenza.»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè
-nell'opinione pubblica, egli poteva, doveva essersi
-annegato o per il diavolo, o per il cervello
-voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte;
-non per la causa vera, nota a tutti. Come
-dire: che un artista il quale s'ammazza per i
-debiti non è artista. E questa era la ragione
-di quelle menzogne.
-</p>
-
-<p>
-Ma artista e grande lo proclamavano tutti;
-con sincerità evidente, perchè essendo morto,
-nessun interesse lo legava a quei giornalisti; e
-perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria.
-E questa era la ragione del buonsenso.
-</p>
-
-<p>
-Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la
-necessità della logica! Doveva lamentare d'aver
-deposto il <i>paletot</i> con in tasca la lettera, sul
-ponte. Ma se non avesse deposto il <i>paletot</i>, non
-si sarebbe convinto della sua postuma gloria.
-Doveva lamentare di non essersi annegato subito.
-Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso
-che annegarsi per debiti è una corbelleria.
-E, d'altra parte, non impunemente si scrive
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo
-è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più
-muova a disprezzo e a riso del venir meno per
-viltà a una faccenda seria come il suicidio. Ah!
-che errore non essersi buttato nell'acqua la sera
-innanzi mentre passava il birocciaio! Buttarcisi
-ora, in vista a qualcuno il quale lo salvasse,
-sarebbe peggio che peggio! A quest'ora
-nell'opinione pubblica egli era morto; cadavere
-era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto
-intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che
-alla fine il diavolo non è brutto come si dipinge
-e i creditori non sono crudeli quanto s'imagina;
-che agli artisti meritevoli della stima
-universale non mancò mai, alla fine, un insperato
-soccorso; che se egli, da quell'uomo coraggioso
-che era, avesse vinta l'ultima battaglia,
-l'avvenire l'avrebbe consolato di gloria e
-di quattrini. Morire, misero Bonarca, quando
-a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano
-così belle, pur nel grigio mattino autunnale,
-tra i miasmi del padule e nella desolazione dell'abituro
-ov'egli era tornato a gemere! Oh la
-natura! Udiva il cinguettare dei passeri; un
-lontano abbaiare; un lontano scampanare a festa
-e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh
-ammirare ancora una volta il sole, il verde!
-</p>
-
-<p>
-Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si
-ritrasse d'urto, atterrito: due carabinieri, preceduti
-da un signore nero, in abito nero.... (Forse
-l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-delle partite a biliardo?...) si avvicinavano
-al mulino. Ad arrestar chi? lui? per i
-debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche?
-Rosta! Confuso, spaventato quasi, il maestro
-s'avvolse nella paglia, si ritrasse in sè....
-</p>
-
-<p>
-Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono
-proprio sotto la finestra, chiarendosi benissimo
-la voce dell'amico Rosta. Ma non entrarono.
-</p>
-
-<p>
-.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro
-modo. Cinque ore di perlustrazione, signor
-delegato: siamo proprio stanchi!
-</p>
-
-<p>
-— Certo, poteva impiccarsi!
-</p>
-
-<p>
-— O farsi saltare il cervello.
-</p>
-
-<p>
-E la voce del delegato amico gridò, forse a
-quelli delle pertiche:
-</p>
-
-<p>
-— Spicciatevi, ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-Poscia:
-</p>
-
-<p>
-— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere,
-l'avrebbe venduto in piazza....
-</p>
-
-<p>
-A chi si riferivano tali parole? Per fortuna
-l'amico s'interruppe di nuovo a chiedere con
-voce più alta:
-</p>
-
-<p>
-— Si sente? C'è?
-</p>
-
-<p>
-Da lungi uno rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Niente!
-</p>
-
-<p>
-Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la
-misteriosa ricerca.
-</p>
-
-<p>
-— Dicono che avesse da dare anche duecento
-lire al trattore....
-</p>
-
-<p>
-— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-la seconda voce ignota, del carabiniere. Allora
-Bonarca fu certo di chi discorrevano.
-</p>
-
-<p>
-Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno
-da pagare i debiti di gioco. A me, mi
-doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a
-biliardo.
-</p>
-
-<p>
-Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli
-addosso con un paio di schiaffi da rovesciarlo
-e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite, questurino
-mentitore! — Invece, no, non poteva
-muoversi; doveva restar lì rannicchiato nella paglia!
-«Mentitore infame!» Una delle partite,
-ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei
-io a calunniare i morti!»
-</p>
-
-<p>
-Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere:
-</p>
-
-<p>
-— Niente?
-</p>
-
-<p>
-Silenzio. Quando risposero, ripeterono:
-</p>
-
-<p>
-— Niente!
-</p>
-
-<p>
-Il delegato ripigliava:
-</p>
-
-<p>
-— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe
-il torto di dar retta ai giornalisti, che per quattro
-pezzi rubati qua e là e cuciti insieme alla
-meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe
-un Mascagni!
-</p>
-
-<p>
-Gridarono: — Non c'è!
-</p>
-
-<p>
-Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato
-che al mulino del canal Torbo si pescavano
-i cadaveri degli annegati. Coloro che
-gridavano <i>non c'è</i> erano senza dubbio i suoi
-becchini.
-</p>
-
-<p>
-— Cercate ancora! Cercate!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il brigadiere frattanto preferiva la <i>Cavalleria
-Rusticana</i> al <i>Nabucco</i> e stancava vieppiù il delegato;
-il quale propose:
-</p>
-
-<p>
-— Se andassimo a sedere qui dentro?
-</p>
-
-<p>
-Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo
-si oscurasse all'interporsi d'una faccia e si sentì,
-con un brivido, perduto. Ma il brigadiere sconsigliava:
-</p>
-
-<p>
-— Non sente che tanfo?
-</p>
-
-<p>
-E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando
-il misero in una disperazione così grave
-e violenta che fu per fracassarsi la testa su la
-macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse
-sovvenuto della cinghia con cui usava reggersi
-i calzoni.
-</p>
-
-<p>
-Ma in verità era un dilemma atroce: egli
-avrebbe dovuto vivere per dimostrare che tutti
-i calunniatori, come quell'amico infame, avevan
-torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere
-non poteva senza meritarsi il disprezzo
-universale!
-</p>
-
-<p>
-Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro.
-</p>
-
-<p>
-.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi
-è scappato anche lui?
-</p>
-
-<p>
-— Non credo. Non era uno da farcela così da
-furbo. Dite piuttosto che si sarà buttato giù, con
-una pietra al collo, in altro sito, per non essere
-pescato. Del coraggio ne aveva....
-</p>
-
-<p>
-Meno male!
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero
-anch'essi. Uno sbadigliò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-</p>
-
-<p>
-— M'è venuto appetito.
-</p>
-
-<p>
-.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di
-soppiatto; si diresse non alla parte del borro pieno
-e profondo, perchè i manigoldi avrebbero forse
-udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino
-o per lo scolare di poc'acqua, imputridiva
-una gora. Ivi non era possibile annegarsi. Se non
-che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto,
-deciso com'era, vi balzò.
-</p>
-
-<p>
-Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno,
-alla superficie; e sotto, adagio adagio,
-i piedi, e poi i polpacci, e poi i ginocchi, e poi
-le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette
-dalla tenace poltiglia. Giù.... giù....
-</p>
-
-<p>
-Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se
-n'andavano per l'argine opposto. Nè poteva fermarsi:
-se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo
-o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano
-sasso o fondo sodo. Che morte!
-</p>
-
-<p>
-Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva
-il ventre quel brago in cui forse pascevano i più
-schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco; gli saliva
-al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto!
-aveva la pegola al petto! Gli toglieva oramai
-il respiro; e se gli arrivava alla gola, alla
-bocca....
-</p>
-
-<p>
-Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio....
-Maledetta la <i>Sposa selvaggia</i>!... Addio,
-Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)!
-addio, Lilì, per sempre!
-</p>
-
-<p>
-Non si fermava ancora.... Ancora?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse
-gli occhi per non vedere la sua morte, così. Ma
-a voce alta emise il grido degli estremi spiriti:
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio!
-</p>
-
-<p>
-Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti,
-non voleva morire?
-</p>
-
-<p>
-Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò
-oh! E fu un urlo che finì in modo straziante;
-atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più
-nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con
-l'aiuto di Dio, dopo un secolo....
-</p>
-
-<p>
-— È lui! Corriamo!
-</p>
-
-<p>
-— È Bonarca!
-</p>
-
-<p>
-— Là! presto! affoga! — Correvano.
-</p>
-
-<p>
-— È lui! Chi sa da quante ore!
-</p>
-
-<p>
-— È già spacciato! — Arrivavano.
-</p>
-
-<p>
-— No; non vedete? Muove la testa come una
-galana....
-</p>
-
-<p>
-— Una corda.... Le pertiche!
-</p>
-
-<p>
-— Maestro! maestro!
-</p>
-
-<p>
-Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri
-il delegato, i carabinieri, i becchini; e udiva
-battere il suo cuore, <i>ton, ton, ton</i>, a grande
-velocità.
-</p>
-
-<p>
-— S'attacchi!
-</p>
-
-<p>
-— S'attacchi alla pertica!
-</p>
-
-<p>
-— Attáccati, amico!
-</p>
-
-<p>
-— Forza!
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, caro maestro!
-</p>
-
-<p>
-Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-bastato afferrarsi alle pertiche. Ma non voleva
-morire?
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio! — Forza! — Bravo!
-</p>
-
-<p>
-— Tira!
-</p>
-
-<p>
-— Viene!
-</p>
-
-<p>
-Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa
-n'ebbe lui?
-</p>
-
-<p>
-Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle
-pertiche. Alle pertiche, prima; poscia a quelle
-braccia. Egli si lasciò trascinare e afferrare....
-</p>
-
-<p>
-E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia
-dell'amico, balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi morire....
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="giocatrice"></a>
-La giocatrice.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo,
-Gianni Limosa avrebbe dovuto convincersi
-che il suo affetto non escluderebbe mai
-dal cuore di Claudia Verbani l'affetto delle carte;
-che Claudia giocatrice — eppure così bella,
-così giovane, così vedova! — non aveva, nè
-avrebbe mai più, tempo, voglia, affanni d'amore.
-</p>
-
-<p>
-Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo
-sarebbe dovuto esser questo: L'uomo può dedicarsi
-con le sue energie a più vizi in una
-volta; dove la donna, con le energie sue, non
-si dà quasi sempre che a uno solo, e con l'anima
-sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta
-sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come,
-da che mondo è mondo, la donna ebbe taccia
-d'incostante in amore, l'amore per la donna
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-o non è una passione, e quindi non è un vizio,
-o tutt'al più è passione non intensa e profonda
-quanto un vizio: per esempio, il gioco.
-</p>
-
-<p>
-Se non che Limosa invece d'essere un filosofo
-era uno <i>sportman</i> innamorato; perciò non
-è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse
-così: «Questa donna, che è una signora eccezionale,
-io l'amo alla follia e con buone intenzioni:
-per forza; perchè è onesta; e la sposerei
-anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè
-ha un vizio. Un vizio? Sì: come Luisella la
-mia puledra.... Luisella adombrava al passaggio
-del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava
-o voltava indietro; sudava tutta; tremava;
-e guai se gliel'avessi data vinta! Io, traendola
-alla ferrovia e facendola sorprendere incontro,
-dietro o di fianco, con una bicicletta, e intanto
-frenandola e frustandola a mio modo, l'ho domata
-che è diventata un'agnellina. Ma Luisella
-è una cavalla, e Claudia una signora. Per questa
-dunque mi atterrò a un metodo affatto contrario.»
-</p>
-
-<p>
-Ora, la fallacia del ragionamento apparisce
-manifesta nel credere che per essere Luisella
-una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole
-e l'altra no, patissero o peccassero in modo
-affatto contrario e bisognassero di opposti rimedi.
-</p>
-
-<p>
-Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno
-rassomigliavano: che eran femmine ambedue.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli
-neri a spazzola; barba corta all'inglese; abiti
-che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri
-giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di
-stoffa costosa e di bella fattura; muscoli temprati
-agli esercizi del corpo; un naturale buon
-umore e bastevole intelligenza e cultura perchè
-egli non si confondesse in conversazione alcuna.
-Dei contadini, fra cui viveva otto o nove
-mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi
-troppo, o degli amici e delle amiche che
-trovava ai campi di corse, chi mai se lo sarebbe
-imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo
-tirare ai piccioni! saltar le <i>siepi</i>! guidare
-Luisella!
-</p>
-
-<p>
-Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa
-e sagace quella signora Claudia; con certi
-modi ingenui e volontari da far girar la testa
-a ben altri che a uno <i>sportman</i> non filosofo!
-Nè Claudia stentò molto a introdurre il povero
-Gianni in un dialogo per cui egli credè meglio
-finirla e confessarsi innamorato cotto.
-</p>
-
-<p>
-— Sissignora! Io sono un uomo alla buona,
-franco, robusto, sano. Non leggo romanzi, io!
-E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a
-questo punto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Di chi?
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Di lei!
-</p>
-
-<p>
-Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè
-il cuore gli picchiava il petto; e con la sinistra
-accomodava la barba, mentre Claudia, niente
-affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata
-al divano mostrandogli, senza volere, la
-bianca gola e sorridendo d'un'ironia lieve, non
-priva d'indulgenza.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non
-conosce neppur tutta la gravità del suo malanno!
-Perchè, scusi, se non è sano chi legge
-romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato
-come nei romanzi e come dice di essere
-lei.
-</p>
-
-<p>
-Egli mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!...
-Tanto più che io amo non da eroe, ma
-da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più
-grande?
-</p>
-
-<p>
-— .... Rinunciare alla mia libertà!
-</p>
-
-<p>
-Il modo con cui fece l'offerta e il tono che
-aveva imposto alle parole un peso maggiore a
-quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla
-signora una risata schietta.
-</p>
-
-<p>
-— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà
-è il più piccolo, il più semplice, il più
-naturale per l'amore, cioè per il matrimonio!
-È necessario; se no, il matrimonio non sarebbe
-un legame!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —,
-io farò di più: rinuncerò ai cavalli, alla caccia,
-alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò
-dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica;
-ascolterò concerti wagneriani; ballerò la
-season....
-</p>
-
-<p>
-— Inutile, povero Limosa!
-</p>
-
-<p>
-— Perchè lei non mi amerà mai? mai?
-</p>
-
-<p>
-Che impeto nella dimanda! che passione, che
-disperazione nel secondo «mai!»
-</p>
-
-<p>
-Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la
-faccia con le mani, ascoltandosi e riflettendo;
-indi scosse il capo a viso scoperto.
-</p>
-
-<p>
-— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai
-cavalli, al mondo, ai romanzi, ai concerti, alla
-<i>season</i>....; a tutto, fuorchè alla mia libertà!
-</p>
-
-<p>
-— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa,
-dopo aver riflettuto anche lui. — Voi, dunque?...
-Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe alla
-sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se
-poteste non rinunciare alla vostra libertà, voi
-forse...?
-</p>
-
-<p>
-Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe
-capito nulla; o avrebbe capito che il cervello a
-quell'infelice gli aveva dato la volta.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse
-d'un'offesa e attendesse un opportuno
-schiarimento.
-</p>
-
-<p>
-— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei
-odia; non è l'amore che lei odia: è il matrimonio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<p>
-E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo
-stesse qui, non ci vedrei tante difficoltà a
-superarlo.»
-</p>
-
-<p>
-Ma la signora con voce e attitudine convenevoli
-alle parole, eppure quasi benigna:
-</p>
-
-<p>
-— Io non odio nulla e nessuno, amico mio;
-solo, non ho voglia d'amare, perchè più mi piace
-viver libera; nè una donna come me intenderebbe
-l'amore senza il sacrificio assoluto e....
-legale della propria libertà. Chiaro?
-</p>
-
-<p>
-A ogni parola la faccia di Limosa era andata
-acquistando una linea di mestizia; sicchè
-all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma
-in barba corta all'inglese.
-</p>
-
-<p>
-— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente
-ella cedette al <i>voi</i>).... lasciate questo discorso;
-e piuttosto facciamo una partita a scopa.
-</p>
-
-<p>
-Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni,
-quando rispose, disse con un sospiro che venne
-fuori dal broncio:
-</p>
-
-<p>
-— Non conosco le carte!
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella
-domandò tra compassionevole e ironica, secondo
-la sua usanza.
-</p>
-
-<p>
-Allora egli proruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare;
-oggi, signora, vi dico: nemmeno conosco le carte!
-e me ne vanto!
-</p>
-
-<p>
-— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo
-alle nostre partite? a che pensate?
-</p>
-
-<p>
-La passione lo rese eloquente e furente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi
-esamino; vi giudico; entro in voi; scappo disperato;
-mi perdo.... Oh che martirio amarvi
-e vedervi con le carte in mano! Un supplizio!
-Diventate cattiva e debole; perfida con chi vince;
-lusinghiera con chi vi fa vincere....
-</p>
-
-<p>
-— Limosa!
-</p>
-
-<p>
-— Quante volte soffro io più di voi a vedervi
-palpitante, tremante, pallida in attesa d'un colpo
-di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa con
-occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare
-un compagno più brutto del demonio!
-Quante volte ho dovuto augurarmi d'essere io
-il <i>re bello</i>, che vi rallegrava, o l'<i>asso di bastoni</i>
-o <i>il bagattino</i>!
-</p>
-
-<p>
-— O l'<i>angelo</i>, o il <i>diavolo</i>, bugiardo che siete! — esclamò
-giuliva la signora. — Conoscete fino
-i tarocchi!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a
-vedervi consumare in tal modo gioventù, bellezza,
-salute, intelligenza, anima! Ma io che vi
-amo tanto, io giudico che anche questa è una
-colpa, perchè è questo esecrabile vizio, questa
-obbrobriosa catena che v'impedisce di amare
-e di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Gianni s'aspettava che ella
-rispondesse un «grazie» per canzonatura, o che
-inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli
-aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e
-severa, Claudia parlò:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi
-offende: mi affligge; e non vi perdonerei se non
-vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto
-nell'amore onesto.
-</p>
-
-<p>
-Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
-</p>
-
-<p>
-— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava.
-</p>
-
-<p>
-Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche
-perchè si fosse innamorato così?
-</p>
-
-<p>
-— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna
-è turpe; perchè se sono religiosa, non sono bigotta,
-non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la
-bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito
-m'ebbe abbandonata sola al mondo, io, che
-l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e
-mi sarei lasciata struggere dal dolore se non
-avessi trovato scampo e consolazione in una
-passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi?
-Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il
-<i>faraone</i>, il <i>macao</i>, il <i>tresette</i>, i <i>tarocchi</i>, la <i>scopa</i>!... — E
-sgorgarono le lagrime; piovvero lagrime
-sul fazzoletto.
-</p>
-
-<p>
-— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa,
-pari a un eroe da romanzo, afferrandole una
-mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva:
-«Debbo mettermi in ginocchio?»
-</p>
-
-<p>
-— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa
-è proprio della mia inesperienza! Se io fossi
-avvezzo a innamorarmi, non invidierei le carte
-e non desidererei per me quel che date a loro;
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-mi negherei il diritto di ingelosire; riconoscerei
-il mio torto di amarvi tanto; mi persuaderei
-ch'è pazzia voler persuadere una donna che....
-che.... Mi fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
-</p>
-
-<p>
-In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde,
-al suo solito modo, Claudia un po' s'affliggeva e
-un po' godeva.
-</p>
-
-<p>
-— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona
-buona. — Guarirete.
-</p>
-
-<p>
-— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia
-villa alla vostra non ho cavallo che corra abbastanza!
-Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
-</p>
-
-<p>
-— Distraetevi.
-</p>
-
-<p>
-— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi
-e sospirando. — Mi distrarrà o il vino, o la religione,
-o.... una rivoltella!
-</p>
-
-<p>
-— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora
-trattenendolo. — Che discorsi sono questi?
-Fermatevi, Gianni, per carità!
-</p>
-
-<p>
-Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato
-che ci fosse da spaventarsi in quella maniera.
-Finchè lasciò trarsi per il braccio, dolcemente....
-Dove?... A un tavolino.
-</p>
-
-<p>
-— Sedete! Ubbidite!
-</p>
-
-<p>
-Ubbidì.
-</p>
-
-<p>
-— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò
-io, signorino, come si gioca a
-scopa!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-Ma studiando indefessamente, sin quasi ad
-ammalare di neurastenia, otto giorni dopo Gianni
-aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno
-e d'azzardo che appassionavano la signora
-Verbani, e s'era deliberato a questi termini:
-«O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno
-che, per rimorso, o per gratitudine, o per necessità,
-Claudia maledirà le carte e un prete benedirà
-il nostro amore.»
-</p>
-
-<p>
-Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non
-sarebbe venuto mai a un tal patto:
-</p>
-
-<p>
-«io accopperò te; o tu, me.»
-</p>
-
-<p>
-Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle
-ville intorno si recavano dalla Verbani per
-le partite diurne e notturne, cedettero ogni primato
-al nuovo competitore e, invidiando, assistettero
-ai singolari certami per cui boni da
-cento lire sostituirono nelle poste quelli da dieci.
-Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio
-(<i>fortunato in amor....</i>) la fortuna assisteva
-Gianni Limosa, a cui sarebbe parso meglio rovinarsi;
-poichè vincendo temeva guadagnarsi
-anche l'antipatia della signora. E alle occhiate
-di sfida e di corruccio sempre rispondeva con
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza,
-come a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta
-sorrisi di scherno e lampi d'odio. Ma poscia
-la fortuna si stancò di favorire chi non
-la curava, anzi l'incolpava di danni; e Claudia
-vinse; vinse tanto, in poche settimane, che la
-somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò
-la compagnia e il mondo intorno.
-</p>
-
-<p>
-Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe
-la gravità vendendo, quasi per bisogno,
-due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno,
-chiese quattrini in prestito a uno di quegli
-amici ostili. Repugnanza e rimorso non tardarono
-quindi ad abbattere la gentile colpevole,
-e le partite a scopa moderate a poche lire
-tornavano alla memoria di lei come, dopo il
-fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere!
-Ah limitarsi alle pure briscole!
-</p>
-
-<p>
-Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio,
-procedeva nelle scope, e peggio.
-</p>
-
-<p>
-— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse
-un giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio! — ella esclamò. — La <i>roulette</i>
-è stupida.
-</p>
-
-<p>
-Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con
-gli occhi:
-</p>
-
-<p>
-«La <i>roulette</i> è stupida? E la <i>briscola</i> no? e
-il <i>macao</i>? e la <i>scopa</i>? e la <i>bestia</i>? e io? e voi?
-Non comprendete dunque il vostro lungo delitto?
-il mio lento suicidio? Non potremmo fare
-qualche altra cosa di meglio?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<p>
-Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente
-e indifferente, in quella tinta grigia, di
-latta, onde par greve sino la luce; e solo, a
-quando a quando, snebbiava un po' di pioggia;
-minuta, silente, inutile pioggia. Mortificate, le
-piante del giardino non muovevan foglia; senza
-tremito eran le frange degli abeti; senza voci
-gli alberi e il tetto; senza volo gli uccelli; senz'anima
-la vita; senza vita l'universo; senza
-l'universo.... Una giornata insomma o da briscola
-o da suicidio. Ebbene, chi lo crederebbe?...
-</p>
-
-<p>
-Claudia mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Non ho voglia di giocare, oggi!
-</p>
-
-<p>
-E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino,
-non parve vero d'esclamare:
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo qualche altra cosa!
-</p>
-
-<p>
-— Chiacchieriamo.
-</p>
-
-<p>
-Egli tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Non andate a Erba, quest'anno?
-</p>
-
-<p>
-— No: <i>Gringoire</i> s'è azzoppato.
-</p>
-
-<p>
-— E Luisella?
-</p>
-
-<p>
-— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata
-al trotto; e non la sciuperò mai in un ippodromo.
-</p>
-
-<p>
-— È buona..., lei?
-</p>
-
-<p>
-— Oh sì!
-</p>
-
-<p>
-— Senza vizi?
-</p>
-
-<p>
-— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso,
-più.
-</p>
-
-<p>
-— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-malincuore Claudia. Indi chiese: — Siete venuto
-qua con lei? con la <i>charrette</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Che capriccio le veniva? Andò alla finestra;
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io
-le virtù di Luisella.
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo una trottata! — gridò Gianni.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava;
-non sgocciolava più.
-</p>
-
-<p>
-— Posso fidarmi?
-</p>
-
-<p>
-— Di Luisella? Garantisco!
-</p>
-
-<p>
-— E di voi?
-</p>
-
-<p>
-Da uomo leale Gianni tacque prima di portare
-una mano al petto; ma poi rispose: — Sì.
-</p>
-
-<p>
-.... Andarono per la diritta via, che la puledra,
-con trotto uguale, ampio e sonante, sorpassava
-recando nella <i>charrette</i> il signore e la signora.
-</p>
-
-<p>
-Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco
-e quegli d'un rapimento giocondo; e
-l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose apostrofi: — Biondina...;
-birichina...; capricciosa...;
-cattiva, etc.; — mentre l'aria, risentita
-dell'autunno e rinfrescata dalla recente pioggia,
-al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi
-di delizia.
-</p>
-
-<p>
-— Yop! Via, Luisella!
-</p>
-
-<p>
-Luisella volava.
-</p>
-
-<p>
-— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a
-un punto, con nuova dolcezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p>
-E Claudia:
-</p>
-
-<p>
-— Comprendo il piacere d'aver domato così
-bene questa bella bestia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh c'è una gioia più grande: domare un
-angelo!
-</p>
-
-<p>
-— Difficile impresa per un uomo!
-</p>
-
-<p>
-— No: per un asino come me, che ha soggezione
-di voi anche oggi!
-</p>
-
-<p>
-Gianni s'adirava.
-</p>
-
-<p>
-— Un altro non si sarebbe messo una mano
-al petto....
-</p>
-
-<p>
-— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque,
-buono! e.... sperate. Da bravo! Dicono che Amore
-faccia miracoli.
-</p>
-
-<p>
-Divina creatura! Quando parlava sul serio,
-non si poteva crederle; ma quando scherzava,
-persuadeva.
-</p>
-
-<p>
-Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava
-negli occhi di lei, ove gli pareva vedersi più
-vivo e più bello, o attendeva a vedere come l'aria
-lusingava que' fini capelli biondi. Intanto
-Amore preparava il miracolo.
-</p>
-
-<p>
-Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze,
-e arditamente Luisella, guardavano innanzi
-per la strada diritta e libera, mentre
-Gianni guardava da un lato; e non si sa quale
-delle due prima, Claudia.... — oh Dio!...: una
-bici.... — vide; e Luisella, a tal vista — una
-bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò.
-Un indefinibile, duplice grido: l'urto della
-ruota a un paracarri: la fredda, rigida sensazione
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio,
-d'una botta tremenda a terra per cui l'anima
-s'insaccasse e profondasse nel corpo e il corpo
-si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La
-catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un
-salto mortale!
-</p>
-
-<p>
-Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro!
-In terra, fermi, inerti, tutti e due; anzi,
-tre, con la <i>charrette</i> senza stanghe.
-</p>
-
-<p>
-.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi
-rotto nulla, che si vide appresso, morta,
-Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a
-loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!,
-Luisella; poi non vide più che la signora,
-morta!
-</p>
-
-<p>
-— Claudia! Claudia! — invocava disperato,
-anelante, bianco di terrore in faccia, e tutto inzaccherato.
-Ma il ciclista giungeva avvertendo: — Io
-medico! medico, io! —; e affannoso anche
-lui, colui s'inginocchiò a slacciare il busto
-della poverina e a richiamarla in vita; mentre
-Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta,
-si strappava i capelli e ripeteva: — Morta!
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise
-un gemito lungo....
-</p>
-
-<p>
-— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con
-cura.
-</p>
-
-<p>
-Gianni lamentava: — Claudia! Claudia!
-Ah sì! la poverina s'era rotto un braccio!
-Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa,
-in cui combattevano e si confondevano
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-la voglia di ammazzare il ciclista a pugni, e
-dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe
-rappresentarlo nell'angosciosa attesa della
-carrozza mandata a prendere alla villa per un
-contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno
-che rintracciar le parole italiane, francesi,
-tedesche con cui quel medico straniero pregava
-la pericolata che facesse il piacere di ricuperare
-i sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo.
-Tre volte ella tornò in sè a gemere, da sul
-cuscino, ch'era caduto con loro dalla <i>charrette</i>;
-finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente,
-in vita.
-</p>
-
-<p>
-Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè
-il forestiero raccomandava di portarla
-al luogo più vicino — la trasferirono senza scrupolo
-a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista
-la credeva moglie del signore. E con gran
-premura accertò Gianni che, fuori del braccio,
-<i>votre femme</i> non aveva patito danno notevole;
-e si compiacque a fare lui, benissimo, la
-fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel collega
-italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò,
-a solo compenso, la firma nell'<i>album</i> dei
-ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile, saltò in
-bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo!
-</p>
-
-<p>
-Era a quel che aveva detto e a quel che si
-seppe poi, un medico di gran nome; il quale per
-provare i benefizi della ginnastica e per convincere
-della sentenza <i>mens sana in corpore sano</i>
-faceva il giro del mondo in bicicletta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Iddio mi ha castigata, amico mio!
-</p>
-
-<p>
-A che, triste, l'amico:
-</p>
-
-<p>
-— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo!
-</p>
-
-<p>
-— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci
-il braccio che offendere il mio buon nome.
-Pensate: sono in casa vostra!
-</p>
-
-<p>
-Ribattè Limosa:
-</p>
-
-<p>
-— E io? tocca a me rimediare!
-</p>
-
-<p>
-— Io — soggiunse la signora — sperava di
-non rimaritarmi se non di mia spontanea volontà.
-</p>
-
-<p>
-— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi
-prima di esser certo di tutto il vostro
-amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno
-un poco?
-</p>
-
-<p>
-Ella tacque; poscia rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sono così dolente della percossa che non
-ho più forza di sentir altro. Lasciate che mi
-ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi ricordi.
-</p>
-
-<p>
-Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse
-come se dicesse una cosa buffa:
-</p>
-
-<p>
-— Mi ricordo che quando mi parve d'andar
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-per aria e invece andavamo in terra, sentii che
-con voi morivo volentieri.
-</p>
-
-<p>
-Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo
-amava! lo amava sul serio! Così, finalmente,
-un purissimo bacio fu suggello alla promessa
-fede di quelle due anime oneste.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a
-veder Luisella; e, a vederlo, Luisella, ch'egli aveva
-bastonata a furia, nitrì senza rancore e senza
-rimorso.
-</p>
-
-<p>
-Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia
-si sarebbe mai accorta di amarlo fino a sentire
-di morir volentieri con lui?
-</p>
-
-<p>
-No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da
-cui il giorno prima egli era stato infiammato
-contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia
-ma per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico
-fallo (e se non fosse stata una bestia,
-certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida
-e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa
-abbracciò al collo la sua cavalla.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Appena in grado di levarsi la signora partì
-per la città ad affrettarvi i preparativi delle
-nozze e la riparazione dello scandalo: questo
-tanto più ingiusto in quanto che era seguito a
-una disgrazia grave. Ma incrudelivano nelle
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e
-quindi una nuova ragione per Limosa a detestare
-le carte. Egli, in quel mentre, rimeditava
-la purissima luna di miele anticipata; le ore
-di felicità trascorse al letto dell'inferma quando,
-parlassero o stessero cheti, sì dolci cose
-s'erano dette.
-</p>
-
-<p>
-Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni
-che Claudia si adattasse a lui con le parole, gli
-sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero e
-dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a
-lei, s'ingentiliva, poetizzava sè medesimo; e parlava
-a voce sommessa; e camminava in punta
-di piedi....
-</p>
-
-<p>
-Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità
-avvenire e scelti i luoghi da stare durante
-le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e i metodi
-da tenere nell'educazione dei figlioli maschi
-e femmine, e contenuti i trasporti d'amore,
-per divagarsi si eran dati alle Letture. Limosa
-leggeva <i>I tre Moschettieri</i>, ritrovandosi non in
-Porthos, a cui rassomigliava un poco, ma in
-D'Artagnan; ed ella trovando lui in Aramis,
-al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine
-di quelle ore!; la gioia di comprendersi
-a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio!
-</p>
-
-<p>
-Inutile dire che le carte non eran state desiderate
-dalla signora, la quale avrebbe dovuto
-giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul
-letto; e che il buon Limosa alle carte quasi
-non ci pensava più. Pensandoci diceva tra sè:
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-«Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella,
-che è una bestia, non sbagliavo certo per
-Claudia, che è un angelo. Nessun dubbio che
-dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e
-che dalla pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella
-però — che sia benedetta in eterno! — l'ha
-fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo
-solo. Adesso posso star sicuro che di gioco
-non se ne parlerà mai più.» Infatti chiodo scaccia
-chiodo, o un diavolo scaccia l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia
-telegrafò: <i>Sono pronta</i>; e Gianni, che era pronto
-da un pezzo, accorse....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno
-accompagnati gli sposi alla ferrovia, ammirando
-la disinvolta esperienza nella sposa, la semplicità
-d'uomo un po' inesperto in certe cose di
-circostanza, ma sicuro di sè, nello sposo. E senza
-lagrime si affrettan gli addii; sono giocondi gli
-auguri di buon viaggio.
-</p>
-
-<p>
-<i>Tatà</i>.... Un fischio.... Partenza!
-</p>
-
-<p>
-Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già
-lo sposo tira le tende della carrozza, forse perchè
-il sole a loro festa dardeggia i cristalli, o
-perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta
-esterna. Or come la sposa lascia cadere il mazzo
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-di fiori, che effondono una fragranza soverchia,
-lo sposo mormora:
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia!
-Legàti per sempre! Oh Claudia!
-</p>
-
-<p>
-Ella sorride in un modo, in un modo....
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col
-braccio risanato trattiene lui e l'impedisce, dalla
-tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e
-mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile:
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo una partita?
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="doni"></a>
-Doni nuziali.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-.... — Gioielli, no; che a te come a me non
-piace il lusso; e neanche alla sposa, speriamo.
-Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Ma niente, zio.... Non si disturbi!
-</p>
-
-<p>
-— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio
-sfigurare in faccia a nessuno. Cosa daranno i
-parenti della sposa, quelli così signori? E i testimoni?
-</p>
-
-<p>
-— Ma....
-</p>
-
-<p>
-— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le
-boccole, chi il monile.... Vedrai...: sciocchezze,
-grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io
-avessi preso moglie (non l'ho presa perchè le
-donne costano), primo patto: fuori di casa i
-parenti della sposa, i parenti alla moda!
-</p>
-
-<p>
-— Già!, chi potesse....
-</p>
-
-<p>
-— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno!
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-Perchè, si sa, i parenti che non hanno più cuore
-che quattrini, presto o tardi ti fan scontare le
-carezze e i regali. Ma io....
-</p>
-
-<p>
-— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto
-bene.... — interruppe Terpalli.
-</p>
-
-<p>
-— Mio dovere. Dunque?
-</p>
-
-<p>
-— Non so....
-</p>
-
-<p>
-— Al corredo ci avrà pensato la mamma della
-sposa; alla mobilia ci hai pensato tu. Scommetto
-anzi che hai provveduto a tutto, da bravo
-omino; che non vi manca proprio nulla!
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a
-tutto.... capirà....
-</p>
-
-<p>
-— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno
-aperto un bel negozio in via Garibaldi....
-</p>
-
-<p>
-— No: grazie; ne abbiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Seggiole?... Tende?...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie....
-</p>
-
-<p>
-— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su!
-spiegati!
-</p>
-
-<p>
-— Faccia lei!... Quel che vuole....
-</p>
-
-<p>
-— Quel che voglio? Io non voglio niente, io!
-L'orologio? l'hai. Vestito, sei vestito.... A meno
-che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un bel
-lume?
-</p>
-
-<p>
-— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se
-crede...; se non le par troppo...; anche la Gigia
-gradirebbe «un servizio da caffè».
-</p>
-
-<p>
-Pareva avesse invocata una cosa dell'altro
-mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai
-nervi?
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico
-che capiti, alle volte....
-</p>
-
-<p>
-— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme,
-però, alle mie povere forze; se vi contenterete....
-</p>
-
-<p>
-Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio
-alla colazione nuziale; lo scongiurò che non
-mancasse.
-</p>
-
-<p>
-Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata,
-ed ebbe detto a lei e alla madre del casuale
-incontro con lo zio Tarabusi, tutti e tre scoppiarono
-in una risata gioconda. Infatti, da che
-aveva avuta notizia del prossimo matrimonio,
-lo zio sfuggiva il nipote — al quale, scontroso e
-timido, rincresceva andare a cercarlo — e per
-risparmiarsi il dono di nozze si sarebbe nascosto
-sotterra; quantunque fosse pieghevole ai rispetti
-umani e sempre dubitasse di apparire
-avaro come era.
-</p>
-
-<p>
-— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne
-rallegro!»; con che inchini ha risposto all'invito
-della colazione, e con che bocca mi ha
-detto (e Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò...,
-potendo.»
-</p>
-
-<p>
-La fidanzata rideva sino alle lagrime e le
-sembrava vedere quella faccia nuda e tonda simile
-a quella d'un comico, e il lungo soprabito,
-e gl'inchini....
-</p>
-
-<p>
-— E figuratevi come è diventato rosso a udire
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-chi sono i vostri parenti. Ah ah! signori!...
-signoroni!
-</p>
-
-<p>
-— E il regalo? — domandò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— L'ha proposto lui!
-</p>
-
-<p>
-— Lui?
-</p>
-
-<p>
-— Lui? Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare
-in cose di troppo costo..., ha offerto.... un
-lume!
-</p>
-
-<p>
-La Gigia battè le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho
-domandato un «servizio da caffè».
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio!
-molto meglio!
-</p>
-
-<p>
-Ma la madre scosse il capo.
-</p>
-
-<p>
-— No. Era meglio il lume.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non
-diceva anche lei che il «servizio da caffè» ci
-sarebbe necessario? Chi deve pensare a regalarcelo?
-</p>
-
-<p>
-— Una bella lampada nel salottino ci vuole:
-l'ho detto sempre — insisteva la vecchia. — Adesso
-è fatta....
-</p>
-
-<p>
-— La compreremo.
-</p>
-
-<p>
-No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri.
-Sì e no. Ma l'orologio avvertì Gustavo
-che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto
-tempo con lo zio.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, Gigia; addio, mamma....
-</p>
-
-<p>
-E via.
-</p>
-
-<p>
-.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà,
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-la nativa tendenza ai protocolli e ai libri
-mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli
-consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno
-e di un'ora ogni sera agli amorosi colloqui con
-la sposa e con la suocera. Oggidì quanti giovani
-potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove
-alle quindici in un ufficio comunale; poi
-dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti alle
-ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio,
-tranquillamente, sommare rendite e spese d'un
-conte milionario? A un uomo che si sottoponga
-a così disumano lavoro e che non scorga al
-suo termine una oasi o un giardino fiorito, non
-la gloria, non la ricchezza, ma sempre cammini
-con passo uguale per una pianura uguale sempre,
-per un deserto lungo una vita intera, a un
-tal uomo non basta il conforto di fumare qualche
-sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo
-Terpalli si ammogliasse. E, per economia,
-egli smise anche il vizio di fumare; e guai
-per lui se non fosse incappato in una donnina
-savia: Ma in fatto di mogli la fortuna, che in
-altri generi talvolta sembra parziale per i birbanti,
-è imparziale e davvero cieca con tutti.
-Terpalli aveva potuto chiamarsi fortunato e restare
-un onesto ragazzo quand'era venuto ad
-alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui
-soave figliola sentiva volare il tempo senza speranze
-di nozze e di vita.
-</p>
-
-<p>
-Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino
-e timido d'animo come di baffi, che radi
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-radi sotto il naso acquistavano un po' più di
-vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia
-era piccolotta e grassoccia, molto timida fuori
-di casa, e con un po' di peluria anche lei agli
-angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla
-dimanda della vedova: — Perchè non prende
-moglie, signor Terpalli? —, egli aveva risposto
-guardando alla figliola:
-</p>
-
-<p>
-— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non
-osava dire «signorina».)
-</p>
-
-<p>
-La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo
-commossa, eccitata dal suo stesso pensiero
-che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane,
-nei dì addietro, non dissimulassero un inganno;
-e, poverina, per trarsi d'impaccio e giustificare
-quel riso disse una stupidaggine:
-</p>
-
-<p>
-— Se ci penso.... all'ufficio?
-</p>
-
-<p>
-Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un
-po' permaloso, aveva scosse le spalle e tenuto
-il broncio quasi una settimana. Dopo, si pacificarono
-con nuove occhiate; e poi la dimanda
-alla madre, e l'assenso.
-</p>
-
-<p>
-Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi;
-così di rado la fortuna aiuta con indulgenza
-e prontezza due cuori a intendersi e ad
-appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se
-l'amore buono è interpretazione, chiaroveggenza
-reciproca, presentimento e consentimento, è telepatia,
-l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli
-era un perfetto amore. Pensava l'uno durante
-le ore d'ufficio:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei
-panni; aiuta la mamma a spolverare». Oppure:
-«Cuce per il corredo; discorre con la sarta».
-Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo....
-Ohi ohi!: affacciatasi per caso, un
-momento, alla finestra, un giovanotto la guarda...;
-e lei, via!; scappa. È un angelo!»
-</p>
-
-<p>
-E l'altra pensava:
-</p>
-
-<p>
-«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra
-un <i>atto</i>; <i>esaurisce una pratica</i>; sbriga un
-importuno.... Oh Dio! Scrive per il conte, di
-nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera....
-Ma se lo sorprende il capufficio?... Ecco, ecco:
-lo sorprende, lo sgrida!...» — E accadde che
-un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira
-a cui l'aveva acceso il capufficio, perchè la
-Gigia lo quetasse e l'esortasse a non infrangere
-mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde
-che con la mite cattiveria delle ragazze
-ingenue e buone la Gigia un giorno raccontasse
-a Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento
-alla finestra, e passava un bel giovinotto.... — Per
-gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli:
-e la mamma li lasciava fare guatandoli felice.
-</p>
-
-<p>
-Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le
-spese per allestire la nuova casa. A provvederla
-di solo quanto era necessario, e non superfluo,
-non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi
-di due anni, se la mamma non gli fosse
-venuta in soccorso con tutto il suo avere; e
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-per le cose superflue — di assoluta necessità,
-una volta provviste le altre — lasciarono l'incarico
-al caso nella consuetudine dei doni nuziali.
-Uno specchio per il salotto; una lampada
-da appendere, o due candelabri; uno o due vasi
-giapponesi, di quelli in cui si gettano, sparsi,
-fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e
-un cofano, alla moda, per i biglietti, eran tutte
-cose che premevano. Seguivano, soltanto desiderabili,
-sei posate in luogo di quelle comuni
-ereditate dalla mamma; e forse d'un «servizio
-da caffè» non avrebbero potuto fare a meno
-neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in
-quell'ipocrita dello zio Tarabusi.
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi
-un peso d'addosso, mandò un «servizio» di sei
-tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda
-qualità.
-</p>
-
-<p>
-— Di terza, di terza! — mormorò la mamma,
-meno paga e sempre astiosa con l'ipocrita e
-avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva
-per suo stesso conforto.
-</p>
-
-<p>
-Quanto agli altri regali desiderati e attesi:
-nessuno; e quale rabbia allorchè una prozia
-e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-assegnamento, inviarono la prima un ombrello
-di raso paonazzo e la seconda un astuccio per
-guanti! Stupide! La Gigia era forse una donna
-più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe
-ora il cofano, i candelabri o il lume, lo specchio
-e l'album? Forse la zia paterna, ch'era
-ricca assai, manderebbe alla sposa le posate?
-Forse lo zio paterno manderebbe i vasi giapponesi?
-</p>
-
-<p>
-.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni
-volta che rincasava, facendo quattro gradini alla
-volta.
-</p>
-
-<p>
-Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato
-al viaggio di nozze — regalò.... una
-borsa da viaggio!
-</p>
-
-<p>
-.... — La zia?
-</p>
-
-<p>
-Un monile bello, assai bello, regalò la zia;
-ma la Gigia avrebbe preferita qualche cosa di
-più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe preferito
-restar disadorna lei a lasciar il salotto
-disadorno, nudo.
-</p>
-
-<p>
-Nè le amiche poterono far molto: un libro
-da messa; una scatola di profumi; cinque metri
-di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli
-ricamato all'antica....
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la
-mamma su la scala venne incontro a Terpalli
-più che desolata, irosa e sbuffante. Una combinazione
-incredibile! La signora Tecla, antica
-loro conoscente, memore d'aver visto nascere la
-Gigia, aveva pensato a un regaluccio: e aveva
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A
-guardare la faccia della mamma mentre diceva: — Eh!
-che ne dite? —, Gustavo credè
-leggervi come un'accusa di complicità sua col
-caso; e provò tal pena a veder lagrimosa la
-Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più
-disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo
-di spirito.
-</p>
-
-<p>
-— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo
-per romperlo; e quello della signora
-Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e,
-sotto, la borsa, il libro da messa, la scatola di
-profumi e il cuscino! Che bel salotto! — esclamò
-la Gigia.
-</p>
-
-<p>
-Propose Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe
-ottenere qualche cosa in cambio, dal negoziante.
-</p>
-
-<p>
-— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-E la figliola:
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno io!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si
-ringrazia! — disse Terpalli, al quale rincrebbero
-il broncio della vecchia e l'ironia della sposa.
-</p>
-
-<p>
-— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la
-Gigia, alla quale per contro rincresceva l'indifferenza
-ostentata dallo sposo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma,
-che il riso del genero aveva inviperita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che colpa?
-</p>
-
-<p>
-La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò:
-</p>
-
-<p>
-— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro
-gesuita!
-</p>
-
-<p>
-— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa
-mia? — ripeteva.
-</p>
-
-<p>
-Presentendo il litigio, la ragazza pregò:
-</p>
-
-<p>
-— Zitti! basta!
-</p>
-
-<p>
-— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì
-lo sposo. — Ho i colleghi!
-</p>
-
-<p>
-Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei.
-</p>
-
-<p>
-— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti!
-Un <i>bouquet</i>, come daranno i vostri testimoni;
-e ciao!
-</p>
-
-<p>
-— E il conte? Perchè è in viaggio credete si
-dimentichi?... Mi vuol bene, lui!
-</p>
-
-<p>
-Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale.
-</p>
-
-<p>
-Il signor conte non solo non si dimenticherebbe,
-ma spedirebbe o le posate o lo specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Vedrete!
-</p>
-
-<p>
-Questa la sua fede.
-</p>
-
-<p>
-— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi
-del tutto suocera. — Neanche un biglietto vi
-manda! Ci scommetto!
-</p>
-
-<p>
-— Forse sì e forse no.
-</p>
-
-<p>
-— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare
-a un impiegato così.... modesto come voi?
-</p>
-
-<p>
-— Il lume! — rispose in modo di canzonatura
-Gustavo.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto la Gigia pregava:
-</p>
-
-<p>
-— Smettetela; finitela....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero;
-e adesso non avreste due servizi da caffè!
-</p>
-
-<p>
-— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli.
-</p>
-
-<p>
-— Profeta, no; timido, sì.
-</p>
-
-<p>
-.... — Mamma! Gustavo!
-</p>
-
-<p>
-— Timido?
-</p>
-
-<p>
-— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi
-troppo con vostro zio, e gli avete domandato
-quel che costa meno!
-</p>
-
-<p>
-— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare
-anche così poco!
-</p>
-
-<p>
-— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta...,
-mio marito lo diceva sempre, muore senza
-aver goduta una zuppa calda!
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere
-alla Gigia che lo tirava per la giacca. — Sempre
-«mio marito»! Lui, lui sapeva stare
-al mondo!
-</p>
-
-<p>
-— Ah, meglio di voi, signorino!
-</p>
-
-<p>
-— Infatti....
-</p>
-
-<p>
-.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo
-afferrò il cappello, e scappò via.
-</p>
-
-<p>
-— Gustavo! Gustavo!
-</p>
-
-<p>
-— Mio marito era un uomo! — la suocera gli
-gridava dietro. — Si può dir forte: era un uomo
-lui! Se fu disgraziato....
-</p>
-
-<p>
-Insomma, la buona donna aveva bisogno di
-sfogare un gran malumore; e la buona figliola
-ebbe ragione di gemere:
-</p>
-
-<p>
-— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo
-felici!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p class="center">
-ALLA CITTÀ DI PARIGI.<br />
-<span class="smcap">Grande assortimento di orologi e sveglie.<br />
-Novità in ogni genere.<br />
-Bijouteria — Chincaglieria — Argento christofle.<br />
-Revolvers e fucili.<br />
-Emporium per regali — giocattoli.</span>
-</p>
-
-<p class="pad1">
-Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando
-l'uno dopo l'altro gettarono uno sguardo
-intorno, come per sorprendere un oggetto e riposarvi
-il pensiero incerto; quindi, dopo i tre
-inchini, chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Desiderano?
-</p>
-
-<p>
-— Un regalo per nozze.
-</p>
-
-<p>
-— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta.
-</p>
-
-<p>
-Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro.
-</p>
-
-<p>
-Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque
-d'accordo a spendere poco in cosa che desse
-apparenza di molta spesa, erano discordi nel dono
-da scegliere.
-</p>
-
-<p>
-— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro,
-per la sposa? — suggerì primo Bonariva; quantunque
-poco lieto lui stesso della proposta.
-</p>
-
-<p>
-— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-ai parenti cotesti regali da buona famiglia! Tocca
-alle amiche della sposa.
-</p>
-
-<p>
-— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi.
-</p>
-
-<p>
-— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca....
-Da trecento lire a quindici. Vedano.... — Così
-dicendo il commesso accennava a quelli
-da trecento lire.
-</p>
-
-<p>
-— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi,
-intanto che Bonariva disapprovava col capo.
-</p>
-
-<p>
-— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche
-a Sandri, e costavano poco.
-</p>
-
-<p>
-— Osservo — disse Bonariva — che i vasi
-sono pericolosi....
-</p>
-
-<p>
-— Già, se vanno in terra....
-</p>
-
-<p>
-— No, non per questo! Chi non sa che cosa
-regalare, regala due vasi, sempre: c'è il pericolo
-d'una combinazione.
-</p>
-
-<p>
-Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora
-mutò consiglio.
-</p>
-
-<p>
-— Prendiamo uno specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio?
-</p>
-
-<p>
-— Ma bello; per il salotto.
-</p>
-
-<p>
-— Che! Non son gente da salotto!
-</p>
-
-<p>
-— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello
-con l'utile — mormorava Sandri.
-</p>
-
-<p>
-E a lui il commesso:
-</p>
-
-<p>
-— Un <i>nécessaire</i> da viaggio?... Un <i>lavabo</i>?
-</p>
-
-<p>
-— No, no. — Bonariva insisteva per qualche
-cosa di più utile e di meno comune.
-</p>
-
-<p>
-— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-di moda; servono a tanti usi! Guardino questo:
-dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva
-scoteva il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Costa? — domandò Sandri.
-</p>
-
-<p>
-— Ottanta lire!
-</p>
-
-<p>
-— Ahi!
-</p>
-
-<p>
-— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte?
-un portabiglietti?
-</p>
-
-<p>
-— Io torno alla mia prima idea — Sandri
-disse —: un bell'album con i nostri ritratti....
-</p>
-
-<p>
-— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in
-tentazione — fece Bonariva, mentre Guizzi, per
-gusto suo, maneggiava e considerava un bastone
-dal pomo cesellato, e diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi che non l'abbiano un album?
-</p>
-
-<p>
-— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse
-Bonariva. Quand'ecco, a sollevare o a
-distrarre la pazienza del commesso, entrò una
-signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso,
-con un'aria di tacito e vicendevole rimprovero;
-finchè uno chiese a un secondo giovane
-del negozio:
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è quell'affare là, di vetro?
-</p>
-
-<p>
-— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo!
-Se vuole....
-</p>
-
-<p>
-— No, no! È troppo bello!
-</p>
-
-<p>
-Guizzi adesso mormorava:
-</p>
-
-<p>
-— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi
-a sì bella idea fosse possibile il consenso
-degli amici!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ohibò!...
-</p>
-
-<p>
-— Si regalano alle signore che non si maritano,
-i ventagli!
-</p>
-
-<p>
-— Dunque?
-</p>
-
-<p>
-Parlava il giovine:
-</p>
-
-<p>
-— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo?
-</p>
-
-<p>
-— Cioè?
-</p>
-
-<p>
-Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona!
-</p>
-
-<p>
-— Dodici posate d'argento Christofle...?
-</p>
-
-<p>
-— Troppo, troppo!
-</p>
-
-<p>
-— Sei, allora....
-</p>
-
-<p>
-— Poco: troppo poco!
-</p>
-
-<p>
-— Poi le avranno già le posate! — Sandri
-ripeteva.
-</p>
-
-<p>
-Proseguiva il commesso:
-</p>
-
-<p>
-— Oggetti di <i>toilette</i>? Candelabri?...
-</p>
-
-<p>
-— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine,
-contento. Se non che Guizzi si mise a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E
-al commesso che proponeva: — Un orologio?
-una <i>sveglia</i>? —, rispose: — Da <i>sveglia</i>
-farà la sposa: non dubiti!
-</p>
-
-<p>
-Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che
-quando cominciava non la smetteva più. Disse
-Bonariva:
-</p>
-
-<p>
-— Prendiamo un organetto, o un'armonica per
-calmare la signora dopo la luna di miele!
-</p>
-
-<p>
-A che Guizzi:
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe meglio un revolver!
-</p>
-
-<p>
-Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-i colleghi ad essere seri. Anche, li rimproverò:
-</p>
-
-<p>
-— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto
-allo sposo che cosa gradirebbe....
-</p>
-
-<p>
-Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole
-sventure; non le grandi, le quali abbattono
-quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico
-accordo.
-</p>
-
-<p>
-— Che volete farci? — mormorava la signora
-Clotilde dinanzi al terzo «servizio da caffè» e
-alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso
-a cattiva fortuna, figlioli!
-</p>
-
-<p>
-Disse finalmente Gustavo:
-</p>
-
-<p>
-— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia;
-fingere che niente sia; se no, ci metteranno
-su le ventole!
-</p>
-
-<p>
-— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè
-si meraviglino meno — disse la Gigia, finalmente.
-</p>
-
-<p>
-Non era possibile, infatti, nascondere i due
-primi servizi, il donatore e la donatrice essendo
-invitati alla colazione; e non volendosi
-sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva,
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-al confronto, magnifico. Per suprema ironia
-era magnifico!
-</p>
-
-<p>
-Nè il domani mattina alla funzione nuziale,
-in chiesa prima e dopo al municipio, fu alcuno
-che al vedere la sposa un po' turbata, un po'
-troppo smorta, non ne ammirasse la commozione
-del solenne ufficio che si compieva, il
-verginale panico per il solenne sacrificio a cui
-era condotta, il trepido cuore per l'amore che
-la beava: nessuno ci fu che pensasse a un estraneo
-disturbo di tanta felicità. La poverina aveva,
-insistente, la visione d'un collegio di chicchere
-vigilate da matrone, che erano le caffettiere
-e le zuccheriere. Quanto allo sposo,
-avanti di arrivare a casa, rivelò a un testimonio
-una sola causa di cruccio: l'ingratitudine del
-conte.
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni
-che lavoro per lui senza aumento di stipendio!
-</p>
-
-<p>
-— Pensate — aggiungeva — che ogni volta
-che capitava in ufficio era sempre lì a dirmi:
-«Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo
-la corbelleria?»
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è adesso? — chiese uno.
-</p>
-
-<p>
-— A Firenze col maestro di casa, che mi promise
-di rinfrescargli la memoria.... Ma sì!...
-</p>
-
-<p>
-Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti
-uguali i nobili! — L'altro, moderato,
-tacque.
-</p>
-
-<p>
-Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ora vedrete i tre «servizi»!
-</p>
-
-<p>
-Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a
-ridere: anche la sposa e la mamma; anche gli
-invitati che attendevano, e quelli che sopraggiunsero;
-toltane, s'intende, la vecchia amica signora
-Tecla, a cui il suo servizio sembrava
-il più brutto dei tre, e s'arrovellava a valutare
-gli altri due.
-</p>
-
-<p>
-— Che caso! — Oh che caso!
-</p>
-
-<p>
-— Sono casi però che fanno rabbia — disse
-lo zio materno.
-</p>
-
-<p>
-— Son brutti scherzi del destino! — esclamò
-un secondo. — Una cosa che non si crederebbe! — borbottava
-un terzo; di guisa che l'ilarità
-diveniva compianto sincero nell'attesa della
-colazione.
-</p>
-
-<p>
-— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Chi manca?
-</p>
-
-<p>
-Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido,
-sorridente, senza peli, con una impressione di
-maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo
-zio Tarabusi.
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva
-alle presentazioni, dopo aver baciata
-su la fronte la sposa, la «cara figliola» — Oh
-caro: oh! carissimo! — diceva a quelli
-che conosceva. — Tanto, tanto piacere! — ripeteva
-alle nuove conoscenze.... Finchè diede
-una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'!
-quante chicchere! Pare un reggimento di fanteria....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la
-storia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto
-prevedere.... Oh senti — aggiunse con quella
-sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo.
-Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...:
-alle dieci e trenta per Modena....
-</p>
-
-<p>
-— Come?
-</p>
-
-<p>
-Più piano:
-</p>
-
-<p>
-— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!...
-</p>
-
-<p>
-— Ma..., zio....
-</p>
-
-<p>
-— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti
-sono odiosi.
-</p>
-
-<p>
-— Creda....
-</p>
-
-<p>
-— Dovevi avvertirmi!
-</p>
-
-<p>
-Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra
-gli altri.
-</p>
-
-<p>
-— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi....
-Mi scusino.... Debbo partire.... per
-Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti
-questi signori....
-</p>
-
-<p>
-— Rimanga, zio!
-</p>
-
-<p>
-— Resti, signor Tarabusi!
-</p>
-
-<p>
-— Diavolo!..., signor Tarabusi!
-</p>
-
-<p>
-.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei
-auguri!
-</p>
-
-<p>
-— Due confetti, zio....
-</p>
-
-<p>
-— Grazie....
-</p>
-
-<p>
-— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...?
-Offrire il caffè a lui (in quale delle chicchere?)
-sarebbe stato un grave insulto, se lo zio
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-non avesse compatito il nipote come uno che
-avendo preso moglie aveva perduta la testa, e
-se Gustavo non si fosse corretto subito:
-</p>
-
-<p>
-— Un <i>cognac</i>, almeno...?
-</p>
-
-<p>
-— Bevo di rado <i>cognac</i>... Grazie.... Un'altra
-volta, caro. Addio! riverisco! addio! Stiano bene....
-tutti! — E con un nuovo inchino e un: — Evviva
-gli sposi! — quel Tarabusi se ne
-andò.
-</p>
-
-<p>
-.... La colazione nondimeno procedè benissimo.
-Vini e liquori dissiparono ogni ombra dall'anima
-della sposa, rapirono allo sposo il ricordo
-dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron
-giocondità e malizia nelle giovani donne;
-suggerirono motti agli uomini, e bei racconti.
-Quando, d'improvviso, squillò il campanello.
-Chi mai?
-</p>
-
-<p>
-Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo
-correva alla porta gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il
-regalo?... — Il conte!... — Il conte.... senza
-dubbio!
-</p>
-
-<p>
-— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino
-dell'agenzia che veniva a deporre una cassetta.
-</p>
-
-<p>
-— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto
-<i>fragile</i>; la sposa vi teneva lo sguardo smorto.
-</p>
-
-<p>
-— Presto! un martello, un coltello! — Con una
-lama da interporre alle assicelle del coperchio
-Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone
-socialista gridava:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il primo aristocratico galantuomo che conosco!
-</p>
-
-<p>
-— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone
-moderato. — E di cuore!
-</p>
-
-<p>
-— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita:
-ecco tutto! — osservava un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Non dico; ma....
-</p>
-
-<p>
-— Viva il conte! Viva il conte!
-</p>
-
-<p>
-<i>Crac</i> fece l'assicella allo sforzo di Gustavo.
-Allora tutti tacquero, ansiosi, nell'attesa che la
-cassa fosse aperta interamente. Ma perchè la
-cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza
-col socialista, quasi a un vicendevole ridevole
-dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava
-adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè
-il testimonio moderato fumava in fretta guatando
-alle donne; e la mamma e l'amica Tecla
-tenevan gli occhi su la sposa come temessero
-d'uno svenimento? Quale idea uscita di mente
-alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente
-a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso
-di chi più avrebbe dovuto esser felice il terrore
-d'un malefizio, e accendeva negli occhi degli
-altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava
-un destino assurdo o tremendo su quella
-cassa, su quelle anime?...
-</p>
-
-<p>
-Lo sposo — <i>crac</i> — con l'angustia di quando,
-ancora in preda a un sogno funesto, si ricorre,
-nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto il coperchio....
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="eldorado"></a>
-Dall'Eldorado.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la
-scarsa barba, dalla tavola a cui sedeva Polla
-guardava a quanto poteva scorgere del temporale.
-Passavano di furia i nuvoloni neri: uno
-ne dilacerò un fulmine. E cominciava a piovere;
-nè ancora cessava il vento che faceva
-sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere.
-</p>
-
-<p>
-«Oh portasse via la bufera anche la casa!
-Una tempesta enorme rovesciasse Roma e tutte
-le città d'Europa! Un ciclone rovinasse, magari,
-il mondo!»
-</p>
-
-<p>
-Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini
-come fratelli e pel quale i borghesi sfruttatori
-e capitalisti erano non uomini ma belve — si
-arrovellasse così, in un desiderio di distruzione,
-per malanimo o per teoria socialista o
-per lotta di classe: no, no; solo risentiva lui
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-stesso di quel turbamento elettrico e meteorico
-e, per di più, gli sommoveva pensieri neri come
-le nuvole, che si aggrappavano nel cielo di contro,
-un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora
-infatti in cui i borghesi andavano a desinare,
-egli restava alla tavola deserta, perchè già pioveva
-e non aveva ombrello e perchè non aveva
-un soldo in tasca e non sapeva qual trattore
-potesse più accoglierlo a credito. Fino a quando?...
-Ah che appetito! In verità, quel giorno
-sarebbero appena bastate al suo desiderio una
-porzione di spaghetti, una di lesso, una di vitello,
-una di fragole e una bottiglia di barolo, il
-vino che prediligeva.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava
-nella camera con tal impeto e abbondanza che
-il buon Polla finalmente si alzò per chiudere
-i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più
-densa, opaca, precipitasse, abbattuta da una ventata,
-giù, alla volta della sua finestra.... Una
-nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da
-cannone e non era una nuvola: un corpo strano,
-solido, straordinario: un enorme animale!...
-Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a
-scampare alla parete, che già piombava nella
-camera: vi cadde con un tonfo profondo su
-l'impiantito.... Che cosa? Chi?...
-</p>
-
-<p>
-Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso?
-Era un misterioso involto, che, come cosa
-morta, non si moveva più affatto. Riavendosi
-però dal primo spavento, invece d'invocare
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-soccorso, il socialista tacque, avanzò; retrocedette.
-Non era un condor, non era un'aquila,
-non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali
-che s'erano raccolte al cessare del volo,
-l'insolita bestia non dava a conoscersi che per
-le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò
-di nuovo e ruppe in un'esclamazione di meraviglia
-alla vista di sì fatti piedi e di cosifatte
-gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio,
-una donna volante! Una creatura umana,
-immota, svenuta o morta al suolo della sua
-stanza!
-</p>
-
-<p>
-Con che cuore egli la volse supina e ne udì
-battere il cuore (era un uomo)! Con che cuore
-si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso
-viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo
-spogliato delle fine e seriche ali e della giubba
-cui stavano connesse! Un uomo non calvo! I
-capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte
-e la lunga e gentile barba non scemavano giovinezza
-all'aspetto venerabile; e tutta la persona
-incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo
-paragonarlo a un angelo, in cui non credeva,
-il positivista Polla lo paragonò a Adone, se
-pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto
-il sangue al cuore con massaggio; ne
-spruzzava d'acqua il volto; finchè sospirarono
-entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza,
-e l'uomo che aveva salvato un fratello,
-quantunque volante.
-</p>
-
-<p>
-Polla disse subito:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Good day!</i>
-</p>
-
-<p>
-No. Era biondo, ma non inglese.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Guten abend!</i> — Non tedesco.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Bonjour, monsieur!</i> — Non francese.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Buenas dies, caballero!</i> — Non spagnolo.
-</p>
-
-<p>
-Ricordandosi infine di essere italiano, Polla
-fece, cortesemente:
-</p>
-
-<p>
-— Ben arrivato!
-</p>
-
-<p>
-D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da
-prima incerti quali d'uno che davvero sia cascato
-dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche
-melodiosa incomprensibile parola; poi contorse
-la bocca a pronunciare una parola di
-lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale.
-</p>
-
-<p>
-— Volapuk?...
-</p>
-
-<p>
-— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi
-aveva presa l'abitudine di parlare a voce alta. — Oh,
-oh! Al vostro paese si studia il volapuk?
-Non ha attecchito da noi! Non importa.
-A poco a poco, fratello, c'intenderemo lo stesso!
-E, ditemi....
-</p>
-
-<p>
-Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista,
-o per il dolore della caduta, o per lo sfinimento
-di cui era prova il pallido viso, l'infelice
-forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con
-uno sforzo supremo non avesse rialzato il capo,
-e stringendo all'estremità le dita della destra,
-non avesse portata due volte la mano alla bocca
-mentre lo sguardo aiutava l'espressione del
-gesto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto!
-Anch'io ho fame! Ma io non posso
-offrirvi che un bicchier d'acqua!
-</p>
-
-<p>
-Quasi indovinasse le condizioni economiche
-dell'ospite, l'altro affrettava un segno della mano
-verso l'involucro rimasto sul pavimento. E
-Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi
-dell'arnese (fosse corpetto o giubba) eran fisse
-le ali, egli avvertì subito due bisacce; nè esitò
-a introdurvi la mano, quantunque il forestiero
-già accennasse di tastar più in basso. Ma...,
-e là cosa c'era? Sentiva un peso non lieve, come
-di ciottoli, e per accertarsi se era o no la
-zavorra, introdusse la destra. Questa volta Polla,
-che non credeva in Dio, che credeva solo nel
-«fattore economico», esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono
-sassi! — Che cosa erano? Che cosa erano?
-</p>
-
-<p>
-Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno!
-Ma realtà! Un miracolo! Diamanti! smeraldo!
-rubini! oro! Fu tale la meraviglia di
-Polla che attese a lungo prima d'accorgersi come
-l'infelice girasse e chiudesse gli occhi, e
-sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il
-misero aveva volto il cenno, l'ospite trovò un
-grazioso vasetto piccolo piccolo, che quasi si
-aperse da sè effondendo un cordiale profumo....
-Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico
-a ristorare d'un tratto dal profondo del
-cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia offerse
-il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-e luminoso sorriso; e per riposare reclinò il capo
-e chiuse gli occhi, non più alla morte, ma
-al sonno.
-</p>
-
-<p>
-Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto
-il naso, presente alla gola l'«estratto» ch'effondeva
-quel profumo saporito, ineffabile; eppure
-non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui,
-per tornare all'involucro volatile. Nè riusciva a
-persuadersi che non sognava; la zavorra era
-tutta quanta di gemme preziose! E se poteva
-ingannarsi intorno alla qualità e al prezzo d'alcune
-delle pietre, su altre non s'ingannava certo.
-Convinto, alla fine, le depose tutte in terra,
-in un mucchio, e stette a contemplarle. C'era
-proprio da impazzire; tanto più che la fatica
-della contemplazione accresceva la debolezza del
-digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar
-dell'«estratto»! Solo quando si sentì
-venir meno, allora prese un pizzico di polvere
-dal vasetto, e parendogli néttare o ambrosia
-ne prese un secondo, eppoi un terzo, eppoi
-un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe
-nausea; che quella roba era troppo sostanziosa
-e focosa. Ma sublime! ma incomparabilmente
-migliore d'ogni nostro più squisito cibo!
-Inoltre, a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue,
-come per un eccitante liquore, e una gran
-fretta e lucidità di idee e una gran letizia nell'animo.
-</p>
-
-<p>
-— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando
-alle gemme per raccoglierle e metterne nella
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non
-le teneva in conto di ciottoli ed era un borghese?
-Ebbene, in tal caso, éccogli restituita la sua
-zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno smeraldo
-per far moneta, per esercitare secondo
-conveniva gli uffici dell'ospitalità e provvedere
-da pranzo non a sè, che non aveva più fame
-e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite,
-che tra poco si sveglierebbe e avrebbe
-fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo dalla
-strana visita contraeva obbligo di gratitudine,
-di amicizia, di compenso al disturbo.... Lui,
-Polla, si prendeva dunque uno smeraldo. Una
-cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino
-da non ringraziarne nemmeno la Provvidenza,
-quand'anche un socialista marxista e inscritto
-al partito avesse potuto ammettere la
-Provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro
-come mai in vita sua, se al limitare non
-l'avessero trattenuto queste domande: Lo smeraldo
-non era troppo grosso e non susciterebbe
-ingiusti sospetti nel gioielliere? Qualcuno non
-aveva forse visto entrar là l'uomo volante? Aveva
-questi un foglio di via? Non ne sapevan
-nulla le guardie di pubblica sicurezza?
-</p>
-
-<p>
-Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba
-e ali; osservò meglio il piccolo e semplice
-congegno di molle riposte tra seta e fodera e
-provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili
-tentativi s'avvide che il congegno era guasto;
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-forse irreparabilmente guasto! Gli bisognava restare
-a terra, restar a Roma. Rassegnandosi,
-Polla sostituì al grosso smeraldo un men grosso
-rubino, e dimenticandosi, non di mettere questo
-in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo
-pieno di gratitudine stette a considerare il
-forestiero che dormiva dolcemente, senza russare;
-ad ammirare quell'uomo la cui bellezza assumeva
-a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra
-mai.
-</p>
-
-<p>
-Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio,
-lor due, quantunque Polla avesse il naso un
-po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente
-fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura
-e rossiccia, e l'altro una barba aurea, fine e
-copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto;
-Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e
-l'altro indossasse sandali, calzoni e maglia di
-un'ignota materia che aderiva alle membra e
-le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla
-sembrava di vedere se stesso elevato a una razza
-superiore, o sè stesso trasferito in un secolo
-di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo,
-uscì e discese. Si era già accertato che
-aveva ben chiuso l'uscio a chiave.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno
-a casa con una sporta gravida di vettovaglie
-e con una bottiglia di barolo vecchio, fu
-costretto a sedersi sul primo gradino della scala
-per riacquistar lena e rimettersi in equilibrio.
-Alla testa gli si era diffuso lo spirito di quello
-squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi,
-stentava e soffriva a digerirne la parte
-soverchia, e l'intestino già cominciava a dolersi
-di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa.
-Però, consapevole dell'ebbrezza, Polla non
-dubitava di non ragionare; anzi credeva di ragionare
-benissimo, e ora guardando alla bottiglia,
-ora premendo col braccio il petto e il portafogli,
-vedeva naturale quella sua avventura
-quasi inverosimile; gli pareva la cosa più
-semplice del mondo che un uomo volante fosse
-stato portato da una corrente aerea fino a Roma
-e spinto proprio dentro la sua finestra;
-giudicava agevole ottenere in dono dall'ospite
-metà almeno delle pietre; pensava che dopo
-ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista
-e che se non gli riuscisse d'arrivare,
-per una via o per l'altra, al paese di quel signore,
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-potrebbe vivere allegramente, conservatore
-o borghese, anche in Europa. E i compagni?
-e la promessa fede? e l'aiuto al partito?
-e la teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica?
-e tutti i problemi economici e sociali? Sciocchezze!
-Adesso un problema solo aveva da risolvere:
-in che modo salirebbe fin lassù alla sua
-stanza, al quarto piano, ahi, con la testa in giro
-e le viscere commosse.
-</p>
-
-<p>
-Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero
-sane e salve la sporta e la bottiglia; e lui, senz'altro
-male che dolori forti come morsi. Ma
-allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere
-dentro la camera. Aperto che ebbe, lo straniero
-gli venne incontro con viso di giocondità cordiale
-e con graziosi inchini.
-</p>
-
-<p>
-— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi
-su d'una seggiola. — Io invece sono rovinato!
-Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni! — Quindi
-premendosi con le mani: — Oh che
-male allo stomaco! — aggiungeva. — Oh che
-male alla pancia!
-</p>
-
-<p>
-— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro,
-che non essendo tanto afflitto dalle doglie dell'amico
-quanto studioso d'apprenderne e ritenerne
-il linguaggio, indovinava dagli atti il significato
-di quelle parole.
-</p>
-
-<p>
-— Se provassi — continuava Polla — se provassi
-a mandar giù un po' d'acqua, o un sorso
-di barolo?...
-</p>
-
-<p>
-— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-alla forma della bottiglia la sollevava e la
-sturava lui stesso.
-</p>
-
-<p>
-Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro.
-Sorseggiando un mezzo bicchiere lo straniero
-ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro,
-portò una mano al cuore per troppa dolcezza,
-quale un uomo che non avesse mai gustato
-vino.
-</p>
-
-<p>
-— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava,
-meglio che a parole, a cenni. — Tanto,
-io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi
-compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Da qual paese veniva quel signore così intelligente
-che subito coglieva il significato dei cenni
-e delle parole e con meravigliosa facilità
-fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo
-così straniero che al veder le fragole e le ciliege
-fuori della sporta, rimase come resterebbe
-uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse
-più che cocomeri!
-</p>
-
-<p>
-Non si descrivono neppure le espressioni delle
-labbra, degli occhi e dell'armonico eloquio
-con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato
-di trovar sì buone quelle fragole così piccole.
-Anche, non gli spiacque il <i>roastbeef</i>; benchè
-da prima quasi gli repugnasse e benchè
-non ne mangiasse più di mezza fetta. Ma le
-ciliege a dirittura lo deliziarono, lo fecero ingordo
-al punto da ingoiarne il nocciolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-</p>
-
-<p>
-Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava
-di mangiare senza complimenti, di mangiar tutto
-e mormorava:
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe che costui non è avvezzo che
-agli estratti e ai peptoni chimici.
-</p>
-
-<p>
-Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè
-l'altro diede a conoscere che non solo era
-sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre
-cortese, dopo, dimandò:
-</p>
-
-<p>
-— Stomaco?... Pancia?...
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto
-era cessata, non il male.
-</p>
-
-<p>
-Per passare il tempo e arricchire la sua cultura
-l'uomo volante cominciò allora a toccare
-questa o quella cosa, rallegrato o stupito dalla
-forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di
-richiesta gli diceva Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì,
-la brocchetta dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!...
-Il letto, appunto, da dormire! Questo?...
-Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse!
-</p>
-
-<p>
-A che l'altro, con prontezza di lingua e di
-memoria, riepilogando:
-</p>
-
-<p>
-— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua;
-sedia; letto da dormire; comò da tenervi i vestiti
-chi ne avesse.
-</p>
-
-<p>
-Era proprio un brav'uomo, oltre che bello;
-e da qualunque parte fosse giunto, per l'ingegno
-che aveva non poteva essere che un socialista.
-Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite
-declinò il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io ho nome Polla, e voi?
-</p>
-
-<p>
-— Nome.... Polla? — Non aveva compreso.
-</p>
-
-<p>
-— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio,
-finse che uno lo chiamasse «Polla!», e
-finse di rispondere: «Eh?»
-</p>
-
-<p>
-— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo
-compreso bene.
-</p>
-
-<p>
-— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la
-mia ospitalità e i miei servigi! — Polla disse,
-mentre gli prendeva e gli stringeva la mano;
-senza prevedere che dopo questo atto l'altro
-correrebbe al catino a lavarsi. Certamente in
-quel paese non usavano salutarsi in tal modo
-contrario all'igiene.
-</p>
-
-<p>
-.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di
-lingua vi s'intrattenevano da quasi un'ora,
-quando Edon, non avendo peranche finito di ridere
-a veder Polla che accendeva una candela,
-s'abbandonò sul letto e in puro italiano lamentò:
-</p>
-
-<p>
-— Oh che male allo stomaco! Oh che male
-alla pancia!
-</p>
-
-<p>
-Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli
-non era uso che ai cibi chimicamente ridotti,
-e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco
-cibo nostrano.
-</p>
-
-<p>
-Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati,
-eppur lieti di cominciare a intendersi
-e di poter chiacchierare? con le interruzioni di
-gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima
-d'addormentarsi Polla ebbe appreso come
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti
-volavano, e come era stato rapito dal vento.
-E poichè i giornali avevano preannunciato un
-ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente il
-socialista pensò che l'amico proveniva da una
-qualche terra d'America; la quale, abbondando
-di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini, diamanti
-e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado?
-</p>
-
-<p>
-— Ero infelice — mestamente rispose Edon,
-e rilevò gli occhi dal vocabolario italiano-volapuk
-che Polla, la mattina, gli aveva portato
-a casa e da cui egli in due ore aveva imparato
-quanto linguaggio basterebbe a certi eruditi
-professori per uso domestico se non universitario.
-</p>
-
-<p>
-Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non
-potendo credere che in un paese dove per le
-vie e per i campi tutti potevano raccogliere di
-quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi,
-nè che dove gli uomini volavano ci fossero tiranni
-e mancasse la libertà, pensò che qualche
-terribile sventura, fuori dell'ordine economico e
-politico, avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-più che un fratello; e si propose di tenerlo
-allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto,
-nascondergli i guai della nostra vita civile.
-«Edon ha cuore — diceva fra sè —; ha l'intelligenza
-di un uomo perfetto; dunque per non
-affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le
-carneficine internazionali e i resoconti dei Parlamenti,
-abolisco i giornali quotidiani!» Gli premeva
-insomma che, essendo irreparabile l'ordigno
-per volare, l'amico non scappasse per
-ferrovia appena fosse deluso e stanco del vecchio
-mondo e dopo che si fosse accorto del pregio
-che vi hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini
-e anche i pezzi d'oro.
-</p>
-
-<p>
-Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che
-Edon non apprendesse mai il potere delle gemme
-e dei quattrini in cui Polla le convertiva;
-e da bravo amico Polla ci si provò, recandosi
-lui solo dai gioiellieri con una o due pietre
-alla volta e piccine, e pagando di nascosto i
-conti all'albergo nel quale s'erano trasferiti.
-Ma presto l'altro volle andare in tram, dove
-curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti.
-</p>
-
-<p>
-— Non usano questi da voi? — chiese l'amico
-con faccia tosta, mostrandogli le monete.
-</p>
-
-<p>
-Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre
-l'ordinamento economico della sua patria. Ivi
-i quattrini non usavano più da secoli, perchè
-vi abbondavano i frutti della terra da cui la
-scienza chimica traeva e riduceva gli alimenti;
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo necessari
-alle arti e alle industrie, sì che ciascuno
-viveva secondo il proprio bisogno e secondo il
-proprio desiderio.
-</p>
-
-<p>
-Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere
-un colpo di mazza sulla testa.
-</p>
-
-<p>
-— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete
-la realtà dell'ideale socialista, ma anche dell'ideale
-anarchico!
-</p>
-
-<p>
-— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo
-il vocabolario, — Ideale anarchico? —; e
-intanto Polla ricorreva alla difficoltà più grande
-che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua
-fede.
-</p>
-
-<p>
-— Dite, dite — domandò: — in che modo vi
-regolate, voialtri, per la misura del lavoro?
-</p>
-
-<p>
-Edon non comprendeva e stava per chiedere
-più ampia spiegazione, quand'ecco uscì lui pure
-in un oh! di meraviglia, perchè scorse scintillare
-la mano di una <i>cocotte</i> che avevano di
-fronte.
-</p>
-
-<p>
-Il socialista era divenuto di bragia in volto,
-non per pudore. Susurrò in fretta all'orecchio
-dell'amico:
-</p>
-
-<p>
-— È un brillante falso!... È una <i>cocotte</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso
-in altre mani senza guanti, oro e smeraldi, e
-fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano
-per ornamento, avevano un pregio, e se avevano
-pregio gli anelli, ne avevano anche le
-pietre; e se per andare in tram erano necessari
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-i soldi, più soldi dovevano essere necessari
-per adornarsi mani e orecchie.... In conclusione,
-Polla dovette chiedere l'ordinamento
-finanziario ed economico del nostro sciagurato
-paese, e, quasi fosse una bella cosa, permettere
-all'ingenuo fratello di tornare a casa perchè
-voleva pietre da cambiare subito in valute!
-</p>
-
-<p>
-Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo
-da parte per sè alcuno dei brillanti più grossi!
-Che colpa essere troppo onesti!
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di
-un bambino, nè avvertì altri guai dopo quello
-della moneta. Anzi per le strade e per le piazze
-manifestava una giocondità, una meraviglia,
-una beatitudine a cui era difficile trovare confronto.
-Si meravigliava e godeva come noi
-quando fossimo trasportati d'improvviso in una
-illustre città al periodo splendido del Rinascimento
-e vivendo di quella vita, per noi oggi
-storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione
-per cui il passato ci sembra più bello
-del tempo presente, e di quella età conoscessimo
-i beni senza conoscerne male alcuno. Ora
-attonito, ora ilare, ora meditabondo a cercare
-la ragione di una cosa e, trovatala, giulivo ed
-entusiasta, Edon non si stancava di correr qua
-e là sebbene non fosse avvezzo a girar molto
-e quantunque tanto frastuono di ruote e di carri
-lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la
-vista delle signore, così eleganti negli abili diversi;
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-così agili e provocanti nelle forme; così
-facili al sorriso nel salutare; così flessuose
-nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel
-sogguardare, nel porgersi allo sguardo altrui.
-Commentando l'ammirazione sua propria, che
-le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte
-parole riferiva all'amico che nel suo paese
-ragioni di pubblica salute avevano privata
-di grazia la donna abolendo busti e cinture, e
-che l'igiene v'imponeva una sola e pallida tinta
-nelle stoffe, e, che, per di più, il perfezionamento
-della specie aveva condotto il genere femminile
-a quasi un sol tipo; onde qua da noi
-gli piacevano fin le brutte. Ma quasi non minore
-diletto gli dava la vista dei cavalli, il
-nobile e mite animale espulso d'Eldorado dal
-progresso meccanico.
-</p>
-
-<p>
-— Non ci avete nemmeno asini? — domandò
-Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Asini? — Edon consultò il vocabolario.
-</p>
-
-<p>
-Più resistenti, di asini ne restava qualcuno
-anche là. E i tram?
-</p>
-
-<p>
-I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto
-nuovi, ricordandosi d'averne visti, sebbene costruiti
-meglio, nella sua fanciullezza.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le
-impressioni ch'egli riceveva dalla vita multiforme
-e molteplice della grande città; dai monumenti
-storici per noi e quasi preistorici per
-lui; dalle case e dai palazzi moderni per noi e
-per lui antichi: basti affermare che un ragazzo
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-venuto di campagna o un barbaro si sarebbe
-divertito meno.
-</p>
-
-<p>
-Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare
-quella che per Edon medesimo ebbe Polla.
-Il quale, non potendo accontentare l'amico desideroso
-di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri
-o di un ufficiale di cavalleria, il giorno
-dopo fu costretto a istruirlo intorno agli eserciti
-permanenti e a rivelargliene i danni con
-non poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni
-europee.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio
-(oh che disposizione alle lingue!) ribattè che
-quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione
-saggia. Aggiunse press'a poco:
-</p>
-
-<p>
-— La guerra è nella natura delle cose, degli
-animali e degli uomini; ma noi d'Eldorado, che
-abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la
-natura. Miseri noi!
-</p>
-
-<p>
-Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse
-nelle spalle e si limitò a ripetere che gli eserciti
-costavano troppo.
-</p>
-
-<p>
-Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso
-che nel costo delle cose, cioè nel comprare e
-nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più
-attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava
-che il lavoro a salario fosse proficuo alla
-«produzione» e alla vita d'un popolo; e ragionava
-press'a poco così:
-</p>
-
-<p>
-— Chi spende di più, è più forte! Chi è più
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-forte, è più potente! Chi è più potente, è più temuto!
-Chi è più temuto è più glorioso! Chi è
-più glorioso, è più contento! Beati gli europei!
-beati voi, o italiani!
-</p>
-
-<p>
-Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi,
-tacque; finchè disse:
-</p>
-
-<p>
-— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate
-da voi per lo scambio dei prodotti? Mi
-spiego: voi che professione esercitavate laggiù...,
-o lassù?
-</p>
-
-<p>
-— Il giardiniere.
-</p>
-
-<p>
-— Bella professione! Ma che regola avevate
-nel dare i fiori in cambio o dei cibi o dei vestiti
-o degli ordigni per volare? Che regola vi
-hanno tra loro i commercianti, i professori, gli
-operai?
-</p>
-
-<p>
-Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose
-Edon:
-</p>
-
-<p>
-— L'educazione.
-</p>
-
-<p>
-— L'educazione? — urlò Polla.
-</p>
-
-<p>
-Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione
-non richiedevano più del ragionevole
-negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva
-il floricultore, non avrebbe mai voluto da un
-meccanico più d'un paio d'ali, o più d'una poesia
-da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime
-rose azzurre.
-</p>
-
-<p>
-«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado
-sono a tal punto?» In che modo avrebbe
-dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle
-belle apparenze della nostra società un uomo
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-disgraziato senza dubbio in famiglia, ma allevato
-in una società così perfetta?
-</p>
-
-<p>
-— A parte le disgrazie domestiche — mormorò
-il socialista, prima uso a sbraitare, — quali
-cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici.
-</p>
-
-<p>
-Non l'avesse mai detto!
-</p>
-
-<p>
-— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso
-in viso quale non era stato mai. — Felici in
-un paese dove il valore delle cose è determinato
-dall'educazione? dove la ricchezza non è
-premio alla fatica? dove non si lavora per guadagnarsi
-il pane col sudore della fronte? — Si
-arrestò mormorando a sua volta qualche parola
-del suo armonioso linguaggio: forse bestemmie,
-forse insolenze; poi, data un'occhiata
-al vocabolario per rimettersi, riprese: — In
-Eldorado è sconosciuto il piacere d'adempiere
-i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto
-battagliero dell'uomo vi si è perduto!
-Mentre voi avete fino i re, i presidenti di repubblica,
-i pontefici, noi non abbiamo nemmeno
-i <i>policemen</i>! Oh sì.... la felicità degli uomini
-è nella disuguaglianza economica, civile,
-morale!
-</p>
-
-<p>
-«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva
-le labbra; e taceva. Egli, che amava le polemiche,
-era costretto a non discutere, per paura
-di disgustar l'amico; era costretto a non svelare
-i mali segreti della nostra misera civiltà. «È
-matto da legare!»
-</p>
-
-<p>
-La sorpresa e la paura del bravo socialista
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-scemavano solo al pensiero che un ignoto dramma
-domestico avesse turbate le facoltà mentali
-dell'amico.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma
-alla sua sentenza. E allora Polla, non
-ostante il suo prudente proposito, non potè non
-sorridere e non dire:
-</p>
-
-<p>
-— Io però credo che in Eldorado non si stia
-male come voi dite. Vorrei andarci!
-</p>
-
-<p>
-L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che
-non scherzava, rimase triste e silenzioso. Non
-parlò più sino a che non rientrarono all'albergo;
-dove, abbandonando il vocabolario, parlò
-per chiedere:
-</p>
-
-<p>
-— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece
-con la mano un gesto che significava il cervello
-andato a rovescio.
-</p>
-
-<p>
-Polla comprese.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il
-pazzo sono io che non voglio affliggerlo; che
-ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non
-lo condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!»
-</p>
-
-<p>
-Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-che l'amico doveva avere avuta una terribile
-sventura e che ora sapeva quante pietre
-componevano il gruzzolo, non lo conduceva
-nemmeno ai teatri ove si rappresentavano o i
-drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da
-far ammattire i savi.
-</p>
-
-<p>
-— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva.
-</p>
-
-<p>
-E Polla:
-</p>
-
-<p>
-— Io non sono robusto come voi. Giriamo
-troppo il giorno, e mi vien sonno presto.
-</p>
-
-<p>
-Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure
-egli promise che se dessero l'<i>Albergo del libero
-scambio</i>, ve lo accompagnerebbe.
-</p>
-
-<p>
-Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna
-vagavano per le strade udirono avanzare
-una sinfonia lemme lemme e videro crescere,
-in distanza, la folla. Polla subito cercò
-trar via seco l'eldoradese. Ma questi, al contrario,
-desiderava sapere che cosa ci fosse da
-vedere.
-</p>
-
-<p>
-— No....; andiamo! Non è uno spettacolo
-per voi.
-</p>
-
-<p>
-— Che è? che è?
-</p>
-
-<p>
-Rispose un signore molto gentile:
-</p>
-
-<p>
-— Un trasporto....
-</p>
-
-<p>
-— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico
-che lo tirava per la giacca.
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora.
-Andiamo!
-</p>
-
-<p>
-Ma fu peggio di prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-</p>
-
-<p>
-— All'ultima dimora?...
-</p>
-
-<p>
-Arrabbiandosi, Polla esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Al cimitero: non capite?
-</p>
-
-<p>
-E il signore:
-</p>
-
-<p>
-— È un patriotta che una polmonite ha ucciso
-in tre giorni.
-</p>
-
-<p>
-E Polla, con ira già sarcastica:
-</p>
-
-<p>
-— Non usano le polmoniti da voi?
-</p>
-
-<p>
-Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni.
-Anzi, alla richiesta se in Eldorado si godesse
-buona salute, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua
-pura come l'aria. Poi ai piedi del nostro monte
-il clima è caldo; a mezza costa, è primavera
-continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire
-le nostre piccole e rare indisposizioni e a
-trovar la stagione conveniente per ogni organismo,
-ci basta mutare residenza e volare di qua
-o di là.
-</p>
-
-<p>
-— Se crederete che da noi le malattie sono
-molte e gravi — amaramente osservò allora
-Polla —, se crederete che da noi si muore
-anche a venti anni, ammetterete che per questo
-almeno si sta meglio in Eldorado che in
-Europa.
-</p>
-
-<p>
-Ma Edon non si diè vinto.
-</p>
-
-<p>
-Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando
-all'estero una volta s'ammalò, e soleva dire che
-il maggior piacere della vita si prova nella convalescenza.
-Ecco un piacere che noi non gustiamo
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-mai. E poi non pensate all'afflizione della
-scienza che in Eldorado troppo di rado può
-vantarsi di salvare un uomo?
-</p>
-
-<p>
-Il funebre convoglio frattanto si avvicinava:
-quattro cavalli bardati in nero e coi pennacchi;
-il cocchiere nero e rigido; fiori su la carrozza
-e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni
-con il viso impresso dell'onore meritato;
-e la turba dietro, fra cui ogni persona pareva
-compiacersi d'essere vista. Poichè la musica
-sonava così adagio e tutti camminavano
-così piano. Edon aveva ragione di credere che
-tutti amassero di essere visti e di vedere; in
-particolar modo le signore e le ragazze, delle
-quali più d'una rispondeva con un sorriso a
-più d'un sorriso.
-</p>
-
-<p>
-Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel
-corteo, dicendo a Polla che pur troppo al suo
-paese la morte non meritava alcuna pompa:
-vi appariva un fenomeno molto semplice: una
-materiale trasformazione. Da tempo immemorabile
-gli scienziati vi avevano scoperto il modo
-di decomporre elettricamente i corpi morti
-e di restituire le cellule alla natura affinchè le
-usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica
-non era rimasta in loro alcuna traccia di
-una esistenza spirituale al di là di quella decomposizione;
-nè temevano la morte come trapasso
-a castighi, nè la desideravano come viaggio
-a miglior vita. Per essi non c'era «ultima
-dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-state la musica e le lagrime. Imaginarsi poi i
-discorsi!
-</p>
-
-<p>
-E quando la carrozza finalmente fece sosta
-e un oratore prese a parlare con tutte le forze,
-Edon si mise in ascolto: approvava anche lui,
-contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il
-desiderio che l'integro, intemerato cittadino lascia
-di sè»; il «cavaliere senza macchia e senza
-paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»;
-il «patriotta ardente».... «Addio, amico!
-Che la terra ti sia leggera!»
-</p>
-
-<p>
-Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di
-assenso unanime, un secondo oratore prendeva
-la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di
-Polla accennando l'oratore già vuoto che consegnava
-un foglietto a un giovane salutante a
-destra e a sinistra.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva.
-</p>
-
-<p>
-Polla rispose:
-</p>
-
-<p>
-— È un giornalista; gli ha dato il sunto del
-discorso.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei
-morti giova da voi anche alla gloria dei vivi? — E
-sospirava; pareva dire: «Proverò io mai
-il conforto di rammentare al pubblico la virtù
-d'un amico estinto? Morirete prima voi,
-Polla?»
-</p>
-
-<p>
-Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo
-elogio era noioso; mentre Polla, sempre
-più a disagio, cercava togliere all'amico illusioni
-inutili: che a lodare un morto non era necessario
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-averlo ben conosciuto in vita; che, in
-sostanza, le virtù domestiche e civili essendo
-sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre
-quelle; che non essendo opportuno nell'ora del
-compianto rammentare vizi e difetti, ma essendo
-invece di consuetudine i discorsi funebri, si
-attribuivano molte virtù anche a chi non ne
-aveva mai avute.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione.
-</p>
-
-<p>
-— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e
-morire tranquilli; chè i giornali diran bene di
-voi: voi potete viver bene con la speranza in
-un futuro premio, o viver male con la speranza
-del perdono....
-</p>
-
-<p>
-Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe.
-</p>
-
-<p>
-— L'<i>Albergo del libero scambio</i>! — fece, accennando
-a un uomo che tra la folla del trasporto
-recava al disopra di un'asta quell'annuncio
-<i>réclame</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon
-fregandosi le mani.
-</p>
-
-<p>
-Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero,
-un uomo che si era divertito tanto a una funzione
-funebre, logicamente poteva rattristarsi
-a una <i>pochade</i>; e, d'altra parte, se Edon non
-era rimasto commosso a uno spettacolo di
-morte, non doveva esser stata la morte di qualche
-persona cara che l'aveva indotto a fuggire
-d'Eldorado. Forse il tradimento d'una donna
-amata?... Ma v'ha <i>pochade</i> senza inganni di
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?...
-Invece che ridere, Edon, forse, s'appassionerebbe....
-</p>
-
-<p>
-E Polla balbettò:
-</p>
-
-<p>
-— Penso ora che all'<i>Albergo del libero scambio</i>
-vi scandalizzerete. È una commedia immorale.
-</p>
-
-<p>
-A che Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte
-morale!
-</p>
-
-<p>
-Quella sera dunque bisognò andare a teatro.
-</p>
-
-<p>
-Povero socialista! Non solo il compagno fu
-rapito sin dalle prime scene all'azione comica;
-non solo dopo il primo atto battè le palme sin
-quasi a scorticarle (nel suo paese non usava)
-e mostrò d'agitarsi nel vortice del secondo atto,
-come s'egli medesimo si trovasse a quei casi
-allegri e a quegli equivoci ameni: al calar della
-tela, dopo il secondo atto, proclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è arte!
-</p>
-
-<p>
-— A me sembra roba inverosimile — osservava
-Polla.
-</p>
-
-<p>
-— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente
-in Eldorado si ostinano a credere che il
-bello consista nella rappresentazione del vero!
-Io credo invece che la vita rappresentata in teatro
-possa essere piacevole per i ragazzi, che non
-la conoscono; non per gli uomini e per le donne
-che non hanno più nulla da imparare.
-</p>
-
-<p>
-Polla ascoltava a bocca aperta.
-</p>
-
-<p>
-— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —,
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-che la perfezione è noiosa per sè stessa e che
-la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta.
-Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri
-teatri!
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo,
-cominciò a stonare in tal modo il valzer
-della <i>Madame Angot</i> che Polla fu costretto a
-turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò
-le dita, udì Edon mormorare in estasi:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è musica! — L'amico cantarellava,
-accompagnando le stonature e stonando allegramente
-per conto suo.
-</p>
-
-<p>
-Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi!
-</p>
-
-<p>
-— La nostra musica suscita desideri incerti,
-desideri e sensazioni dell'infinito; fa piangere...;
-fa male. La vostra al contrario, che delizia!
-</p>
-
-<p>
-Per non arrabbiarsi, il socialista chiese:
-</p>
-
-<p>
-— E in letteratura voi come state?
-</p>
-
-<p>
-Risposta:
-</p>
-
-<p>
-— La nostra poesia è di una nobile semplicità,
-non nego; ma così semplice che tutti la
-capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, pretendendosi
-dipingere con l'armonia e con la
-precisione dei vocaboli. Ora io domando a voi
-se la poesia, che di sua natura è sublime, dev'essere
-semplice e compresa da tutti e se si
-può dipingere, fuori della fotografia, senza colore!
-</p>
-
-<p>
-— E la pittura? e la scultura?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questa volta Edon sospirò:
-</p>
-
-<p>
-— Non v'ha artista da noi che goda a imitare
-con l'opera del suo pennello e del suo cervello
-la divina natura.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque
-abbia un po' di genio artistico può introdurre
-l'arte nella natura stessa e fare che questa
-si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura,
-infine, è inutile parlare. Non ne facciamo uso
-come fate voi. Nelle nostre scuole s'insegna che
-non i monumenti ma le opere debbono consacrare
-l'immortalità, e i grandi morti s'imparano
-a conoscere nelle scuole, non per le vie e
-per le piazze.
-</p>
-
-<p>
-Interruppe, gridò Polla:
-</p>
-
-<p>
-— Voi dunque non avete monumenti?
-</p>
-
-<p>
-— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade
-non ci sono che case e alberi: perciò non sono
-amene come le vostre.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto l'altro si mise a ridere con
-apparenza insolente.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ridete?
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo al dottor Panglos.
-</p>
-
-<p>
-— A chi?
-</p>
-
-<p>
-— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava
-tutto bello, tutto a meraviglia....
-</p>
-
-<p>
-— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse
-Edon — e non oso dir tanto. Dico solo
-che qui da voi si sta meglio che in Eldorado;
-perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-grandissimi mali e qui, al contrario, molti mali
-sono cagione di grandissimi beni.
-</p>
-
-<p>
-— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico
-non sapendo più quello che si dicesse. — Non
-siete fuggito di là anche per una sventura domestica?...
-Quale fu?
-</p>
-
-<p>
-I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo
-atto.
-</p>
-
-<p>
-E, dolente, Edon mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Sospirando come chi è tratto a ricordare la
-sua maggiore sventura, Edon cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— La compagna che io m'ero scelta nella
-vita, la donna che io amava, la donna che mi
-amava, era un angelo. Dal giorno del nostro
-connubio, quasi un anno vivemmo felici; d'una
-incredibile, divina felicità; quindi, a poco a poco,
-vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza
-divenne insopportabile.
-</p>
-
-<p>
-Disse Polla, già dolente della sua richiesta
-inopportuna e dolorosa:
-</p>
-
-<p>
-— Non andavate d'accordo...?
-</p>
-
-<p>
-Edon gli volse lo sguardo di uno che tema
-d'essere canzonato.
-</p>
-
-<p>
-— Andavamo troppo d'accordo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con
-sospetto, aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici;
-ci amavamo tanto che l'amore aveva soffocato
-in noi ogni egoismo; aveva distrutta in noi
-ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei,
-e lei per me; io non potevo vivere senza di
-lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere
-senza di me: così giunse presto il giorno
-che non potemmo più vivere nessuno dei due.
-</p>
-
-<p>
-Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come
-a una rivelazione improvvisa; e rosso, prima,
-di rabbia; poi giallo di bile, con lo sguardo velato
-e la voce tremante gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate....
-Ma con me tutt'al più si discute: non si
-scherza!
-</p>
-
-<p>
-— No, amico: non scherzo.
-</p>
-
-<p>
-— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete
-entrato perciò dalla mia finestra!
-</p>
-
-<p>
-— No, in verità.
-</p>
-
-<p>
-— Voi mentite! Siete un «emissario» della
-borghesia!
-</p>
-
-<p>
-Allora, con severità tranquilla, disse Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della
-menzogna. Non dovendo mentire per necessità,
-cioè per politica, per industria, per commercio,
-per patriottismo, per la storia, per la gloria, per
-l'arte e per l'amore (l'amore pur troppo è libero
-da noi), noi non diciamo bugie neanche per
-divertimento. Appunto per questo, perchè non
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-seppi ingannare e fingere, la mia vita coniugale
-doveva essere tanto infelice!
-</p>
-
-<p>
-«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna
-voleva; quello che lei voleva, io volevo;
-e a poco a poco io non volli più nulla,
-aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva
-lei con me. Imaginatevi un amore senza volontà;
-una funzione senza affanni, senza virtù,
-senza conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo
-nell'anima in modo che ogni tentativo
-di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e
-se io accusavo qualche malanno imaginario per
-farla soffrire, essa non mi credeva; e s'essa
-accennava a qualche suo particolare godimento,
-a qualche suo proprio capriccio per ingelosirmi,
-io vedeva in lei un inutile sforzo.
-</p>
-
-<p>
-Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi
-direte che io avrei potuto dividermi dalla mia
-compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da
-noi le donne, perchè l'amore è libero, sono
-fedeli; e la mia, per quanto si annoiasse, non
-credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi.
-Io poi vedendo che le nostre donne
-si rassomigliano tutte, come già vi dissi, non
-sperai di trovarne una che mi risparmiasse la
-noia e la sazietà, e con un supremo sforzo
-fuggii su le mie ali abbandonandomi ai venti
-di oltre mare.»
-</p>
-
-<p>
-Sopraffatto dagli argomenti di un avversario,
-più d'una volta Polla aveva dato di piglio a una
-seggiola e aveva dimostrata con quella la filantropia
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-della sua fede; ma ora stava cheto,
-a testa bassa. L'altro lo credette in meditazione
-su gl'inconvenienti dell'amore libero, e proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— In Europa, per quello che m'imagino, la vita
-matrimoniale dev'essere deliziosa. Essendo un
-vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso
-la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà
-ogni via per sedurre e avvincere sempre più
-l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca
-all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi,
-ingannarsi a vicenda, senza che l'uno sappia
-o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non prendete
-moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato,
-quasi in tono di chi invoca pietà: — Io....
-sono socialista. Predico il libero amore!
-</p>
-
-<p>
-Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna
-e dolorosa:
-</p>
-
-<p>
-— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi,
-amico, se dopo la vostra confessione, sono
-obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi
-vedrete fare l'onesto borghese. In Eldorado non
-mi ci vedono più! Ma voi non mi abbandonerete,
-è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni
-contrarie, noi staremo allegri; discuteremo; ci
-godremo i frutti delle mie pietre; e quando io
-avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile
-e religioso), noi vivremo felici tutti e tre.
-</p>
-
-<p>
-Povero Polla! «I frutti delle <i>mie</i> pietre» aveva
-detto Edon: non delle <i>nostre</i>!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VI.
-</h3>
-
-<p>
-In questo mondaccio europeo sono rare le
-amicizie che non sussistano o per concordia di
-opinioni, o più tosto per concordia di affari e
-di vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai
-troppo discordi in idee, smarrissero le pietre
-preziose, chi non giudicherebbe naturale la
-fine della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire
-le pietre non potevano, perchè le custodivano
-dentro una piccola cassaforte che aprivano
-ogni sera, traendone a seconda del bisogno
-più o meno grossi zaffiri, o rubini, o smeraldi,
-o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in
-moneta.
-</p>
-
-<p>
-Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli
-e carrozze. Polla di malavoglia brontolò:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e
-con il consenso dell'amico avanzò
-verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; retrocedette;
-si rivolse pallido come un moribondo;
-die' un grido....
-</p>
-
-<p>
-La cassa non c'era più!
-</p>
-
-<p>
-Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che
-già Polla scendeva a precipizio le scale dell'albergo
-urlando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Al ladro! al ladro!
-</p>
-
-<p>
-Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano
-il proprietario dell'albergo, e camerieri, cittadini
-e forestieri; interrogavano tutti in una
-volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo,
-nelle spalle; interrogavano Polla che rispondeva
-con rotte parole:
-</p>
-
-<p>
-— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era....
-Pigliatelo! Pigliatelo! Poveretto me!
-</p>
-
-<p>
-Fin le guardie vennero.
-</p>
-
-<p>
-Queste, non essendo presente il ladro, esortarono
-Polla d'accompagnarle in questura; a che
-egli accondiscese volentieri per timore che non
-arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato
-più di prima.
-</p>
-
-<p>
-— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio
-pietre! addio ladri!
-</p>
-
-<p>
-A tanta disperazione, rispose Edon:
-</p>
-
-<p>
-— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per
-vivere dovremo lavorare! dovremo combattere!
-Coraggio!... Ora noi vivremo davvero!
-</p>
-
-<p>
-In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza
-di Polla. Certo che la cassaforte non sarebbe
-stata ricuperata mai più, egli parlò con
-sfogo veemente, con sollievo come da un peso;
-parlò da fiero nemico e vendicatore solenne; da
-oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, per
-superare Edon che ormai parlava meglio d'un
-accademico.
-</p>
-
-<p>
-— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo
-mondo civile che tu vedi così bello, qui dove
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-si deruba un ottimista ingenuo come te e si
-rovina un socialista convinto come me, qui, ai
-nostri giorni, c'è chi patisce la fame mentre il
-borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è il
-ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista
-presta a usura; c'è la madre senza
-pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna
-dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine
-che si prostituisce; e c'è il vizioso che per
-bruciarsi le viscere con l'acquavite commette
-lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono
-i deboli; e c'è la legge intessuta di cabale
-e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie
-e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori
-si comprano! Qui lo sciagurato uccide! Qui l'infelice
-si uccide!
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che, non sapeva più che cosa dire.
-</p>
-
-<p>
-Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente:
-</p>
-
-<p>
-— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio
-sono grandissimi mali. Però non così
-grandi che non permettano qualche bene. Ditemi:
-vi pare una gran prova di amore e di
-fratellanza scambiare senza fatica quattro rose
-azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la
-consolazione di un affamato che riceva il pane
-dal fratello; io non so imaginare il piacere di
-chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete
-che sia molto meritevole la virtù in chi non ne
-conosce il rigore e vi s'abitua da ragazzo come
-a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-il potente a pro del debole! di redimere la
-donna! di soccorrere il ragazzo! di evitare il
-delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere
-del vizioso che torna alla virtù, del potente mitigato,
-della prostituta redenta, dell'omicida perdonato,
-del suicida....
-</p>
-
-<p>
-— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli
-contro il braccio minaccioso. — Domani ti condurrò
-in Parlamento! A Montecitorio! — urlava. — A
-Montecitorio! — quasi volesse condurlo
-all'inferno, o alla fonte di tutti i mali.
-</p>
-
-<p>
-Ma Edon non tacque. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda,
-le pecore pascono senza fretta, senza angustie,
-senza litigi; quasi senza far nulla. Sono proprio
-curioso di conoscere come si governa un popolo
-che si agita e opera. Domani, finalmente,
-vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla l'ingegno,
-scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva
-il progresso!
-</p>
-
-<h3>
-VII.
-</h3>
-
-<p>
-Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento,
-fu degna di storica memoria e di lagrimevole
-ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse
-deliberare e si deliberasse una legge intorno
-all'incremento delle industrie e dei commerci,
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-o alla cultura intellettuale o agricola.
-Non si doveva trattare che di certe riforme
-al regolamento; per cui, secondo una parte dell'assemblea,
-sarebbe possibile discutere senza pericolo
-di vita, e per cui, secondo l'altra parte,
-non sarebbe più possibile discutere senza pericolo
-della libertà. E se perciò tutti o quasi
-tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del
-giorno dopo riferirono come le tribune erano
-affollate e come la tribuna delle signore, fresche,
-a tutte le età, negli abiti estivi e a varie
-tinte, dava l'imagine d'una smaltata aiuola;
-neanche per questo rimase una memorabile
-seduta.
-</p>
-
-<p>
-Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che
-vi si tennero. Si ebbero appena due oratori:
-primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione,
-quantunque la bella frase «violazione delle
-garanzie statutarie», vi ricorresse dodici volte,
-e nove volte l'altra di «sacro diritto della parola»,
-fu interrotta da <i>basta!</i> da <i>uh</i> di protesta
-e da <i>bravo!</i> in tono ironico; e non potè durare
-più di mezz'ora.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto
-anche a maggior brevità da un suon di tamburi
-che gli teneva troppo grave bordone e che
-ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece
-di piangere, si rideva. E se le sue ultime
-parole: «.... la maggioranza saprà vincere senza
-violenza, con la ragione, con l'educazione, con la
-virtù....» suscitarono esse la tempesta, neppure
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-per ciò si dice che quella fu una seduta degna
-di storia e di compianto.
-</p>
-
-<p>
-E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò
-all'autorità del Presidente. Il quale dopo
-aver rotti due campanelli, al cominciare delle
-sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!»
-e «Sanfedisti!» etc), comprese difficile sorreggere
-la dignità dell'Assemblea e allungò la mano
-a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra....
-Invano: il cappello, che cercava per coprirsi,
-era sparito! Un ministeriale credendo
-certa la vittoria per il Governo quando fosse
-possibile venire a un voto, s'era tranquillamente
-seduto al suo scanno con due cappelli su le
-ginocchia.
-</p>
-
-<p>
-Nè, infine, importano alla storia e alla pietà
-umana i conflitti frequenti e comuni a tutti i
-parlamenti europei; così piacevoli, del resto, a
-vedere dall'alto.
-</p>
-
-<p>
-A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si
-ammirava una confusa agitazione di teste e di
-braccia alzate a colpire: una mischia qua e là
-feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro
-uno. «Vigliacchi! Imbecilli! Addosso! Avanti!
-Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh
-Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono
-dell'omerica pugna: occhiali spezzati in terra
-o sui nasi; strappate catene d'orologio; perdute
-medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto;
-chi colpisce a tergo; chi si duole; chi fugge;
-chi ride atrocemente. E dalle tribune, delle
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero,
-le donne gridano piangendo la sorte dei
-mariti o dei congiunti come un dì le donne
-corintie, quando nell'anfiteatro della loro città
-vedevano l'ultima lotta dei loro padri, dei loro
-mariti, dei loro figli, con i Romani vittoriosi.
-</p>
-
-<p>
-Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo
-e lagrime fu invece la morte di un innocente;
-furono il modo della morte e il nobile e gentile
-aspetto della vittima.
-</p>
-
-<p>
-Edon, da prima, stava benissimo e aveva
-detto a Polla che molto lo divertiva quella fiera
-lotta, pur non sapendo se parteggiare per i ministeriali
-o per gli oppositori; gli parevano tutti
-uguali.
-</p>
-
-<p>
-E si era messo a ridere alle prime contumelie;
-e a ridere forse troppo, con le mani sul
-ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta
-dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade
-a un ragazzo che veda una tenzone di
-marionette, e si era abbandonato a un parossismo
-di riso. Così non aveva avuto più lena
-all'ultimo colpo: allorchè Polla, travolto nella
-demenza che da basso s'era diffusa alle tribune,
-acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia
-contro di lui e i pugni stretti:
-</p>
-
-<p>
-— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila!
-asino! farabutto! mascalzone! miserabile!, o ti
-butto là giù. Smetti di ridere e di godertela,
-o.... ti strozzo!
-</p>
-
-<p>
-A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-tali ingiurie da Polla; dal socialista che amava
-tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo amico
-suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco,
-Edon era rimasto a bocca aperta, quasi per attingere
-fiato a una risata anche più clamorosa.
-Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte
-le fibre; un intoppo del sangue al cuore o un
-afflusso di sangue al cervello: sbarrati gli occhi,
-era caduto di fianco....
-</p>
-
-<p>
-Morto per eccesso d'ilarità!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="cappello"></a>
-Il cappello del marito.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi,
-quello che, agiato di casa sua, apparentemente
-non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e l'altro,
-direttore di una grossa azienda, commerciante,
-consigliere comunale e membro di commissioni
-e istituzioni e opere pie, l'altro, il quale
-aveva tanto da fare, s'ammogliò.
-</p>
-
-<p>
-Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto
-anche lui, da quando con un grosso patrimonio
-aveva ereditato da un parente materno il titolo
-di nobiluomo e si era introdotto nella società
-che suol dirsi migliore, sebbene non buona. Per
-le sue belle doti egli era stato ricevuto a porte
-aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena
-si seppe che in certo palazzo era ricevuto
-anche a braccia aperte, diventò amabile e considerevole;
-ebbe il soprannome di <i>Sìsì</i> e fu
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-perdonato di tutti i suoi difetti, i quali non
-erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava un palmo
-di statura ad essere un bel giovane; era,
-in viso, troppo roseo e sollevando il baffo superiore
-ostentava un po' troppo i nitidi denti;
-affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario;
-vestiva con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna
-di quelle anticipazioni o di quei ritardi
-o di quelle sprezzature che rivelano l'artista
-nel <i>lion</i>; esasperava camminando il peso del corpo
-su le gambe, di guisa che, a differenza degli
-altri, che parevano quasi montanari, pareva
-un montanaro del tutto; e affermando diceva
-sempre:
-</p>
-
-<p>
-— Sì sì.
-</p>
-
-<p>
-— È simpatico <i>Sìsì</i> — ammettevano concordi
-le signore; nè mancò qualche lettrice di Bourget
-la quale osservasse com'egli, ne' suoi discorsi
-e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito,
-d'ignoto, per cui a volte acquistava una
-caratteristica spirituale quasi esotica.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova
-Giulio <i>Sìsì</i> non l'avrebbe saputa indovinare;
-forse era un fondo della rettitudine paterna, che
-gli restava dalla prima educazione. O forse era
-l'abilità con cui diceva le bugie. Essendosi accorto
-che la bugia è l'arma delle donne d'ogni
-ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con
-invenzioni più verosimili e opportune di quelle
-che usavano gli altri per vincerle od esse per
-resistere, e in tal modo divenne presto un corteggiatore
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-fortunato. Ma se per lui una donna
-tirava l'altra come le ciliege, anche per lui una
-bugia tirava l'altra; onde la fatica di arrestarne
-il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente
-con la verità.
-</p>
-
-<p>
-E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità,
-a quando a quando Giulio visitava l'amico
-Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno
-con i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue
-avventure e l'altro con le relazioni de' suoi
-affari sempre più gravi, sempre più intricosi.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo lassù? — domandava
-Alfonso.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava
-Giulio. Distinguevano così il mondo in cui vivevano,
-compatendosi reciprocamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva
-Varchi.
-</p>
-
-<p>
-— È di moda.
-</p>
-
-<p>
-E Varchi chinava la testa e pensava:
-«Bisogna proprio essere ingenui a impiccarsi
-per la moda!»
-</p>
-
-<p>
-— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni
-comunali? — chiedeva Giulio.
-</p>
-
-<p>
-— Dovere di cittadino!
-</p>
-
-<p>
-E Galardi chinava la testa e pensava:
-</p>
-
-<p>
-«Che ingenuo!»
-</p>
-
-<p>
-Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata,
-antica e fedele potè essere interrotta allorchè
-Alfonso Varchi prese moglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse
-caduto a temer dell'amico per la sua tranquillità
-domestica e fosse stato preso da gelosia, si
-sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra
-le donne accostate da Giulio nell'alta società e
-sua moglie: questa non era una donna per Giulio.
-Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale,
-non nevrotica: Giovanna era sana e savia.
-E Giulio Galardi, per parte sua, non si
-curava punto di quella signora Giovanna, che
-agli aneddoti e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente
-e coscienziosamente, porgeva orecchi
-e occhi incerti, come a storie inverosimili, e
-quasi per opporre la serietà sua alla fatuità
-di quelle eroine, domandava al marito notizie
-politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto
-della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva
-spesso:
-</p>
-
-<p>
-— Che stupida! Alfonso non poteva essere più
-fortunato!
-</p>
-
-<p>
-Passarono così tre anni; durante i quali nella
-famiglia Varchi e nello scapolo Galardi nulla
-avvenne, a loro credere, che adombrasse la reciproca
-e triplice confidenza. Frattanto Giovanna
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-procreò l'un dopo l'altro due mirabili maschiotti;
-Alfonso s'ingolfò sempre più nelle faccende,
-non restandogli tempo oramai che d'accarezzare
-i bimbi dopo pranzo; e Giulio mutò
-quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni,
-trovando le une e le altre sempre identiche. La
-migliore società infatti è sempre tale e quale:
-in tutti gli uomini, in tutte le donne — gentiluomini
-e gentildonne — che la compongono;
-in tutte le cose; in tutte le passioni; in tutti i
-capricci.
-</p>
-
-<p>
-<i>Sì sì!</i> Che noia!
-</p>
-
-<p>
-L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia!
-I cavalli? noia! Uf!
-</p>
-
-<p>
-Appunto da questo terribile male, la noia, che
-è la figlia di tutti i vizi, dovevano cominciare i
-guai di Galardi; e cominciarono appunto dal
-dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di
-tornare in porto, non quale nocchiero dopo lunga
-tempesta, ma quale pescatore che non ha
-pescato niente. I guai cominciarono quando egli,
-stufo e ristufo di troppe donne «per lui», contò
-i suoi anni e si chiese: «Se prendessi moglie anch'io?
-una donna come...?»; quando sentì una
-fitta al cuore, mentre abbassava il capo alla dura
-riflessione che gli venne fatta: «Di Giovanne
-ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella
-sì, ma tutt'affetto per i figli, per il marito, per
-la casa; onesta, pacifica, tenera, economa.
-</p>
-
-<p>
-A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza
-volere (e fu veramente il suo primo amore) della
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no,
-poco importa, chè di certe cose se ne accorgono
-anche le stupide — se n'accorse; e Alfonso Varchi
-non se ne accorse.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini
-«tradire un amico» e per le gentildonne
-«tradire con un amico»; ma per quel
-fondo di rettitudine che gli rimaneva, al traditore
-Galardi fino allora era parso di essere un
-riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere
-donne contro mariti o infedeli o depravati
-o sciocchi o gelosi e senza ragione diffidenti di
-lui e della moglie. Invece Alfonso era leale,
-morigerato, intelligente, galantuomo, modello di
-padre di famiglia e di marito; e Giulio non
-aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Sì sì!</i> Finchè Alfonso restasse quel che era,
-era impossibile tradirlo!»
-</p>
-
-<p>
-Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato
-il meglio; e da uomo dabbene Giulio se lo propose.
-Impossibile! Divenne una passione irresistibile
-al punto ch'egli per essa avrebbe dato
-tutto il sangue, o metà del sangue avrebbe dato
-per trovar ragione a dolersi dell'amico, per accertarne
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-qualche colpa, per scoprire difetti che
-spiacessero anche a Giovanna.
-</p>
-
-<p>
-Ora si comprende che arrivato a meditare
-l'opportunità, anzi la necessità di accusare e
-incolpare un amico come Varchi, inconsapevolmente,
-si può dire, e presto, l'animo e il pensiero
-di Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni
-e a giudizi erronei.
-</p>
-
-<p>
-Cominciò a credere che con tutte quelle faccende
-e fatiche e affannosi guadagni Alfonso presumesse
-di rinfacciare il quieto e dolce far
-nulla a chi aveva il diritto di godersi il frutto
-di fatiche e di guadagni aviti e paterni.
-</p>
-
-<p>
-«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva
-tra sè. Oh! forse suo padre non aveva lavorato
-tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato
-erede col titolo di nobiluomo per fargli godere
-il mondo? «Dovrei forse lavorare anch'io come
-una bestia?»
-</p>
-
-<p>
-Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore
-quanto Alfonso, che si arrabbiava anche
-per la politica; nondimeno il primo aveva già
-per il secondo un rancore quasi di partito.
-</p>
-
-<p>
-«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma
-starei forse allegro in Consiglio
-comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, Alfonso
-era ambizioso e intristito nelle misere gare
-di campanile e di municipio.
-</p>
-
-<p>
-«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace
-anche a lui Giovanna?» Alfonso la teneva,
-quella povera donna, in un assoluto dominio;
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-con tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva
-nell'avidità della ricchezza; e il sentimento
-di lei restava confinato al domicilio. Giovanna
-infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva
-la musica tedesca; non leggeva un
-poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche
-lui, Galardi!).
-</p>
-
-<p>
-Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe
-egoisti gli stessi figlioli; senza entusiasmi per
-idealità superiori alla vita comune; senza intendimenti
-dei maggiori problemi che turbano
-la società moderna.
-</p>
-
-<p>
-Da che si comprende come Giulio era già
-innamorato in modo da leggere, per distrarsi, i
-giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia
-non lo condusse a inscriversi al partito.
-</p>
-
-<p>
-E come non si vive solo per sè e per i quattrini,
-così non si dovrebbe abusare nemmeno
-in conversazione dell'economia politica e privata.
-Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava
-dai Varchi, riflettendo sul fritto abbruciato
-e l'arrosto mal cotto chè dove regna la
-felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso
-s'abbandonò a un interminabile sproloquio
-intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa,
-di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli
-e dàlli, avvenne che la signora, alle frutta, non
-potè rattenere uno sbadiglio e non volgersi a
-Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano:
-«Gran brav'omo mio marito! ma che
-seccatura!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quattro anni, da quando lei stessa interrogava,
-interessata e preoccupata, intorno alle imprese
-commerciali dello sposo, non erano dunque
-trascorsi indarno?
-</p>
-
-<p>
-Giulio Galardi prese animo.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia parlare a me — interruppe. E si
-diede a raccontare un fatto, a suo dire, della
-cronaca mondana: una storia la quale egli rese
-pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità
-a un marito e tanta bontà e gentilezza a
-una moglie, che in questa pareva scusabile qualunque
-pazzia.
-</p>
-
-<p>
-— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò
-vedendo commossa la signora Giovanna. — La
-marchesa, la vittima, sul punto di cedere a
-un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e
-che essa ama, si pente, respinge l'amante, si
-rinchiude in casa e confessa tutto al marito!
-</p>
-
-<p>
-Alfonso fece:
-</p>
-
-<p>
-— Meno male!
-</p>
-
-<p>
-— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E
-lei, signora Giovanna?
-</p>
-
-<p>
-Giovanna chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Il marito ha poi mutato carattere?
-</p>
-
-<p>
-— Che! Peggio di prima!
-</p>
-
-<p>
-— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi
-a un prete.
-</p>
-
-<p>
-— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi
-incalzò.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se
-non ci fosse Alfonso, direi
-<i>dopo</i>.»
-</p>
-
-<p>
-.... Finalmente — e senza spendere una goccia
-di sangue, ma solo con un po' di fantasia — Giulio
-potè convincersi che Alfonso assomigliava
-al marito di sua invenzione e che Giovanna
-teneva per sciocca, in certi casi, la virtù
-coniugale.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Che due lunghi mesi appresso la signora
-Varchi consigliasse Giulio Galardi ad ammogliarsi,
-non è meraviglia. Quando una donna
-savia s'approssima al pericolo, sempre esorta
-l'uomo pericoloso a prender moglie; onde, a
-scelta, una prova della bontà o della malignità
-dell'indole femminile. Perchè, una delle due;
-o Giovanna desiderava legittimo in un'altra l'amore
-di Giulio che era proibito a lei, o voleva
-togliere a donne più fragili di quanto lei si
-credeva il piacere d'essere conquistate da Galardi
-e, anche, togliere a questo il piacere di
-conquistarle.
-</p>
-
-<p>
-Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per
-convincerlo Giovanna dovè dichiarare:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei ha tutte le qualità che rendono felice
-una donna. — E queste parole, purtroppo, logicamente
-traevano in perdizione chi le pronunciava.
-</p>
-
-<p>
-Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio
-scongiurava Giovanna di recarsi il domani
-a vedere il suo elegante appartamento di scapolo
-e gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti,
-ed ella ricusava sorridendo, eppoi, fidandosi
-alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva
-sì, con le lagrime agli occhi; mentre
-ciò avveniva, a un tratto, Giulio e Giovanna
-impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza
-attigua!
-</p>
-
-<p>
-Lei e lui mormorarono:
-</p>
-
-<p>
-— Sì sì: nulla di male....
-</p>
-
-<p>
-— Questa non è che una visita di dovere...
-</p>
-
-<p>
-— Come mai è venuto a casa prima del solito?...
-</p>
-
-<p>
-— Se la cameriera gli ha detto che ci siete
-vi vorrà a desinare.
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! Non ci resto, oggi!
-</p>
-
-<p>
-Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe
-discorsi di rendita «in rialzo» e «in ribasso»;
-di «esportazioni» e «importazioni».
-</p>
-
-<p>
-E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che
-già odiava; infilò rapido, all'ingresso, il soprabito,
-prese il cappello, e via.
-</p>
-
-<p>
-Via per la strada con l'intensa, confusa gioia
-che precede una gioia attesa imminente. Non
-gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!»
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga
-Giovanna!
-</p>
-
-<p>
-Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi
-magnificava a sè stesso l'impresa compiuta; e
-come altri, un tempo, rientrando in patria, avrebbe
-enumerati i tesori d'una terra di conquista,
-egli, sempre più uscendo di sè, enumerava a
-sè stesso i tesori della donna così diversa dalle
-altre.
-</p>
-
-<p>
-Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna
-si contenesse, secondo i patti, in una semplice
-visita di amicizia? se, pur non intendendosene
-punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici
-del salotto?...
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo
-il piede sul lastrico, certo, senza timore,
-l'eroe.
-</p>
-
-<p>
-E allora non vide più nulla; perchè il cappello,
-al movimento imperioso, gli calò fin sugli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò
-in un attimo davanti, dietro, dentro quel cappello....
-Più scuro; più largo.... Il cappello di
-Alfonso! Che errore! che orrore!
-</p>
-
-<p>
-E che fare? Correre subilo a casa Varchi!...
-Già vi s'incamminava. Ma gli toccherebbe affrontare
-l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner
-là a desinare. Quel giorno? No! Impossibile
-ch'egli mangiasse, quel giorno, il pane a tradimento!
-</p>
-
-<p>
-Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-che avrebbe provata girando con iscarpe
-non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò l'orologio....
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso
-e intento a leggere una carta (con in
-testa, sulle quarantatrè, il cappello non suo)
-passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A
-te, dammi il mio —, sarebbe stato il modo più
-semplice per restituire il mal tolto e riavere
-il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure
-Giulio Galardi non si mosse; guatò; nè
-potè muoversi fino a che l'amico non disparve.
-</p>
-
-<p>
-Perchè Alfonso non gli era venuto incontro
-lui? Leggeva. Un documento, forse, che portava
-prima del desinare a qualche avvocato o
-in qualche ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato
-e il documento che il cappello del suo
-migliore amico! più il documento o l'avvocato,
-forse, che la moglie! Oh! non v'ha castigo che
-non meriti un <i>affarista</i>!
-</p>
-
-<p>
-E Galardi, con un malessere invano respinto,
-che dal capo gli discendeva a tutto il corpo e
-pareva condensarsi al cuore, venne a casa sua
-per trar dall'armadio un cappello vecchio e
-uscire a desinare. A casa però si sentì stanco
-morto; di mala voglia; malconcio.
-</p>
-
-<p>
-Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto
-quel maledetto....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Era, anche a prima vista, un cappello onesto.
-Esternamente patito solo nell'orlatura e nel nastro,
-al margine inferiore; ma per il colore
-resistente e per il denso feltro meritava lode
-alla manifattura nazionale.
-</p>
-
-<p>
-Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla
-cupola un critico esteta avrebbe potuto rintracciare
-indizi di gocce asciugate prima dalla polvere
-che dal sole; ma alla carezza di una mano
-o di una spazzola ogni ombra sarebbe tosto
-dileguata. Elegante non era: nè alto, nè basso;
-nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè
-lieve; d'una forma, di un'indole quasi, non
-troppo avversa e non troppo data alla moda;
-non perturbabile in vicende di stagioni e di
-gusti; non asservita a umani giudizi. L'età
-senza infingimenti appariva dall'interno; e forse
-per conoscerla, con un moto dispettoso, con
-l'amarezza e la bieca avidità con cui il colpevole
-indaga l'altrui coscienza, Giulio lo rovesciò,
-vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino
-che annoverava tre mesi di sudori anche
-invernali; nemmeno sorrise all'aquila, la
-marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-nome del cappellaio italiano: ebbe, al contrario,
-istantaneo, uno sbigottimento; provò il turbamento
-e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa
-occhiata entro un cratere.
-</p>
-
-<p>
-Quante idee là dentro, agitate e agitabonde,
-in una comprensione caotica! Quante prorompevan
-fuori; ricadevano nel vortice; superavano
-la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete;
-vaporavan vane, o risplendevan fatue! Quante
-faccende, propositi e illusioni e disinganni;
-quanti conti, e missive e risposte di lettere, e
-trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a
-cui sfuggire, e colpi di fortuna avversa o buona,
-e contrattempi, e questioni e contratti, e crediti
-e debiti! Tutte le commozioni e le vicende
-d'un uomo d'affari che si consuma la vita per
-lucro; tutti gli affanni di un uomo in balìa ora
-della propria testa ora della sorte, e involto
-nelle complicazioni del commercio e delle industrie;
-tutti i gaudi che generano l'operosità
-e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi là
-dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di
-Giulio Galardi, quantunque non vi guardasse più.
-</p>
-
-<p>
-E d'improvviso nel turbine imaginario la sua
-fantasia gettò un grido il quale disperse ogni
-cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe,
-là dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento
-di disperazione, una quiete di morte.
-</p>
-
-<p>
-«Tua moglie ti tradisce!»
-</p>
-
-<p>
-E tutto era finito!
-</p>
-
-<p>
-Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli?
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-tante angustie? tanti sforzi? Per la famiglia;
-per i figlioli.
-</p>
-
-<p>
-Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto
-non vecchio, ma avrebbe lasciato in buona
-condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti
-onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero
-un giorno la memoria dell'avo che
-loro tramandava una cospicua eredità di quattrini
-e di virtù.
-</p>
-
-<p>
-«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!»
-</p>
-
-<p>
-Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta;
-perduto ogni affetto, ogni bene! Una tempra
-d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita rigogliosa,
-fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi!
-</p>
-
-<p>
-Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che
-gli si sia rotta qualche cosa dentro: un rovescio:
-un disastro. E non è nulla; non è altro
-che il risveglio della coscienza.
-</p>
-
-<p>
-E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno
-di Alfonso, quando Alfonso, generoso fin
-d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti;
-e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni
-sospetto, gli annuncia il suo matrimonio, gli
-presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato!
-disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati
-tutti e tre, anche Giovanna!
-</p>
-
-<p>
-— Porta questo cappello al signor Varchi: se
-non c'è, aspetta; e prendi il mio! — Galardi
-comandò fieramente al servo accorso allo scampanellare
-spaventevole.
-</p>
-
-<p>
-Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-imbattuto nella cameriera che veniva
-proprio per il cambio.
-</p>
-
-<p>
-Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello
-suo!
-</p>
-
-<p>
-Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne;
-lo depose: lo giudicò in un confronto spregiativo.
-Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio;
-la cui ala, in una linea esageratamente
-ondulata, accusava l'affettatura della moda; la
-cui sagoma significava volubilità e leggerezza;
-e quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè
-il cappello non manifesterebbe qualche cosa
-del capo che lo porta?
-</p>
-
-<p>
-Tornandogli perciò la nausea di prima e non
-volendo confessare agli amici che un cappello
-gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare
-quel giorno al solito luogo. Andò altrove;
-rincasò presto. E subito si mise a letto.
-</p>
-
-<p>
-Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente
-a Giovanna; e costretto a ragionare,
-indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche
-modo la caduta d'una donna era fortezza o
-viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse
-per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici
-e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti
-i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh
-i moralisti! Cos'è la morale se non il vantaggio
-dell'individuo in rapporto alla società?
-se non un egoismo collettivo? se non una menzogna
-della civiltà? Maledetti i pregiudizi che
-avvelenano il piacere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<p>
-Felice la barbarie! I barbari accordano la morale
-al loro vestire — per lo più van nudi —;
-hanno il capo libero o tutt'al più portano una
-semplice penna che non riscalda il microbio
-della calvizie, e hanno libero l'arbitrio. Invece
-l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono,
-l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre
-il capo con un coso o una cosa convessa, che
-è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee
-false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù
-e di assenso al patto sociale; simbolo, in
-certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell'uomo
-operoso o dell'uomo vano, del sapiente
-o dello stolto, del buon amico o del cattivo
-amico!
-</p>
-
-<p>
-Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò
-che verso l'alba. Nè dormiva da molte
-ore quando il servo venne a svegliarlo con una
-lettera <i>urgentissima</i>.
-</p>
-
-<p>
-Egli la lesse, d'urgenza:
-</p>
-
-<p>
-«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito
-voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello
-in mano.
-</p>
-
-<p>
-«Era così triste! Mi ha domandato: — Come
-mai Giulio ha potuto confondere il mio col
-suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva
-dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio
-marito è fiducioso, è un modello di marito e di
-padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire
-col vostro cappello, che non gli stava in testa,
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe
-un'infamia!
-</p>
-
-<p>
-«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi
-nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò
-a mio marito come quella vostra marchesa;
-perchè nella vostra storia, scusatemi, non
-ci ho creduto....»
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici
-fedeli.
-</p>
-
-<p>
-Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro
-i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale
-Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo
-gli pareva di star così male che, dubitando
-di poter più innamorare le donne degli altri,
-prese moglie anche lui.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="giarrettiera"></a>
-Efficacia d'una giarrettiera.
-</h2>
-
-<p>
-L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale,
-quando abitudine o gravezza o vigile coscienza
-delle divine funzioni assunte per rappresentanza
-mortifica ogni senso. Nemmeno è
-l'ora del riposo, quando in letto molle e caldo
-tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti
-e dei Padri e le dibattute vittorie con i
-demoni nel deserto: il pericolo è all'ora della
-siesta; quando mentre fermenta il cibo nello
-stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole,
-una dolcezza sale o scende, non si
-sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta,
-e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga
-nella rossa calura dell'agosto), l'anima risponde
-all'anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che,
-ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro
-petto che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore;
-e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e
-grazie se si abbia! — il cuore d'un amico.
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita
-(a carte o a bocce)! Presto! —
-</p>
-
-<p>
-«Gli propongo una partita a briscola?» si
-chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre
-Ignazio e riprendendo la bottiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Padre Ignazio, un altro gocciolo?
-</p>
-
-<p>
-— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale
-avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza
-badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo.
-A che pensasse, non diceva; certo, non
-a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna
-una partita a carte.
-</p>
-
-<p>
-Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna.
-Ma un predicatore, ve', di prima forza;
-da metter terrore dell'inferno nel più accanito
-liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per
-essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito
-e domesticato da vent'anni di cura, non
-riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane,
-l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli
-e coscienze a posto.
-</p>
-
-<p>
-— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era
-bisogno! Perchè è proprio <i>quel peccato</i> il peccato
-in cui i miei fedeli pericolano di più.
-</p>
-
-<p>
-— Non si assolvono. — Appena questo disse
-padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee
-e col mento alla palma sinistra, il gomito su la
-tavola.
-</p>
-
-<p>
-Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui
-non era un amico meritevole di confidenza nè
-utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita
-lo spinse più a dentro in quei pensieri da
-cui altra volta avrebbe trovato scampo in una
-partita col sagrestano.
-</p>
-
-<p>
-Proprio vero! Si può essere un po' goloso,
-un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare
-il vescovo, invidiar magari un padre gesuita,
-o lasciarsi prendere dall'ira come padre
-Ignazio quando predica, e rimanere un prete
-quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal
-peccato, che pure non è il primo nè il secondo
-nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo
-prete! Addosso! Che se per questo il parroco
-non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani
-s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare
-il parroco!
-</p>
-
-<p>
-.... Quand'ecco:
-</p>
-
-<p>
-— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe.
-</p>
-
-<p>
-<i>Deo gratias!</i> Era accaduto un prodigio! Perchè,
-vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva
-rivolto il viso all'ospite; e il viso non più bieco,
-ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato
-anch'esso dal raggio di sole che colpiva
-i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto;
-sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere
-il corso alle idee di prima, si rammentò
-dell'aneddoto che già gli era tornato in mente
-la mattina, alla predica, e che ora gli parve
-piacevole nel tempo stesso che giovevole per
-sè quanto un tresette.
-</p>
-
-<p>
-— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-potrebbe servirvi di esempio, di prova
-a quel che dicevate stamattina così bene:
-che il Signore, nella sua divina misericordia,
-spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Un esempio però non da predica — sfuggì
-detto al buon prete —; il fine non giustifica il
-mezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo giustifica qualche volta, se non sempre,
-come affermano i machiavellici; e.... Ma sentiamo
-il racconto, prima.
-</p>
-
-<p>
-Uso a procedere francamente, senz'ambagi,
-ne' suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo
-di preghiera all'amico che non interrompesse;
-e cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Fu del '70 dopo <i>il fatto</i>....
-</p>
-
-<p>
-L'altro scosse il capo, d'intesa.
-</p>
-
-<p>
-— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania;
-e abitavo in una cameretta a un terzo
-piano. Di contro a me ci stava una signora
-vedova....
-</p>
-
-<p>
-— <i>Vidua, periculosa</i> — mormorò don Ignazio,
-riprendendo il mento nelle mani.
-</p>
-
-<p>
-— .... giovane e belloccia.
-</p>
-
-<p>
-Ma padre Ignazio chiese malignamente:
-</p>
-
-<p>
-— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia?
-</p>
-
-<p>
-Divenuto più rosso sui pomelli delle guance,
-don Giuseppe s'imbrogliò un poco.
-</p>
-
-<p>
-— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca
-d'una cappellania.
-</p>
-
-<p>
-E parendogli che l'amico desse soverchia importanza
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-all'aneddoto, che altrimenti egli avrebbe
-narrato in due parole, e già a disagio per
-quelle interruzioni inopportune, il buon curato
-procedè meno sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Quella vedova era mia penitente.
-</p>
-
-<p>
-— Uhm!...
-</p>
-
-<p>
-Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida!
-Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli....
-</p>
-
-<p>
-— Di che genere?
-</p>
-
-<p>
-— .... aveva una questione con i parenti del
-marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Al solito; un pretesto.
-</p>
-
-<p>
-Spento il sole, la faccia che non riceveva più
-riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe
-d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un
-inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla
-fantasia e attenuare o accomodare il racconto;
-giacchè a un certo punto, al punto capitale del
-fatto, era inevitabile arrivarci.
-</p>
-
-<p>
-— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova
-mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione;
-ed era allegra.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Lætitia, periculosa</i>....
-</p>
-
-<p>
-— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati....
-Ma in quel mentre la punta d'un suo
-piede, di lei, faceva <i>toc toc</i> per terra.
-</p>
-
-<p>
-Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio
-sorrise; rianimando così il povero amico.
-</p>
-
-<p>
-Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita
-che sorrideva in quel modo, in quel certo modo,
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-indugiare nelle particolarità da cui l'aneddoto
-acquistasse più sapore? Chi li capisce i
-gesuiti?...
-</p>
-
-<p>
-— Era, si può dire, il primo piede che vedevo,
-d'una donna; e la scarpa non era una
-scarpa.
-</p>
-
-<p>
-— Pantofola?
-</p>
-
-<p>
-— Aperta come una pantofola, per lasciare
-scorgere la noce, il....
-</p>
-
-<p>
-— Malleolo.
-</p>
-
-<p>
-— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di
-femmine! La calza era nera; la prima che vedevo,
-in una donna. Avrei sempre creduto che anche
-le vedove portassero le calze d'altro colore!
-</p>
-
-<p>
-Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre
-Ignazio.
-</p>
-
-<p>
-— La calza non si vedeva solo sul collo del
-piede. Anche un po' più su, si vedeva; e....
-Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era
-nera.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa.
-</p>
-
-<p>
-— Importa! importa! Una scarpa di colore,
-come dire?, caffè e latte. Che pelle è?
-</p>
-
-<p>
-— Non so...; di capra.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede;
-<i>toc toc</i>; la gamba tremava tutta ogni volta, da
-mettermi il convulso, mentre discorrevamo della
-conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre
-patito un po' di convulso. E voi, padre
-Ignazio?
-</p>
-
-<p>
-— No; grazie a Dio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p>
-Don Giuseppe sospirò. Poi riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati
-e di cose legali, ma non sapevo più dove
-guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi!
-In terra? C'era il piede. Dove avreste guardato,
-voi?
-</p>
-
-<p>
-— Al muro.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! Ma io non potevo guardare al
-muro, per colpa di quel piede.... Non sapevo
-più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così
-(il narratore con la mano destra divise la sinistra),
-quel piede indiavolato, che non poteva
-star fermo, e la calza, e la scarpa, e il <i>toc toc</i>,
-mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè
-il diavolo se n'accorse, e smise di battere
-in terra.
-</p>
-
-<p>
-Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque,
-lasciando perplesso il padre.
-</p>
-
-<p>
-— È finita?
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo
-mise una gamba a cavallo dell'altra, e
-quella di sopra cominciò a dondolare così, come
-se niente fosse! Voi che siete un sant'uomo,
-padre Ignazio, sareste scappato via....
-</p>
-
-<p>
-— E voi?
-</p>
-
-<p>
-— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello.
-Mi chino...: il polpaccio!
-</p>
-
-<p>
-— Cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio.
-E.... Un altro gocciolo, padre Ignazio;
-un altro gocciolo....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, no; non ne voglio più. Avanti!
-</p>
-
-<p>
-Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe;
-cercò, trovò l'idea di sostegno a proseguire
-con tono più dimesso, lentamente.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un
-giorno una melagrana matura, tanto piena che
-era crepata e per la crepa facevan gola una
-fila di grane rosse: la colsi; non potei stare!
-L'altro dì, quando mi portarono i quattrini dell'uva,
-li contai due volte; prima mi sembrarono
-abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan
-pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio,
-vorrei che predicaste in eterno; ma quasi
-quasi vi invidio....
-</p>
-
-<p>
-— Oh che vi confondete adesso in una confessione
-generale? — esclamò padre Ignazio, con
-un gesto d'impazienza.
-</p>
-
-<p>
-— Fo per mostrarvi che non credo di essere
-un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare
-un prete del tutto cattivo, e solo perchè
-quella gamba mi tentava più che una melagrana,
-o una sommetta di quattrini, o le vostre
-prediche, padre Ignazio.
-</p>
-
-<p>
-Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più
-duro dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque.... la gamba?
-</p>
-
-<p>
-— La gamba? Non ho detto bene. La calza,
-fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella
-gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio
-e la coscienza se noi sacerdoti invece di
-nere portassimo le calze bianche o di un'altra
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-tinta, dopo che le donne le hanno messe su
-nere. Quel nero....
-</p>
-
-<p>
-L'amico affrettava:
-</p>
-
-<p>
-— Concludiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Quel nero che, come dire?, per noi è il
-colore della mortificazione, là faceva pensare a
-tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma
-con l'aiuto di Dio, la stessa causa del male
-giovò poi al buon effetto.
-</p>
-
-<p>
-— Quale effetto?
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe
-togliendosi il peso d'addosso —; voglio
-dire che se per la tentazione della calza arrivai
-a.... vedere il legaccio, per quel nero il
-legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro,
-tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo,
-padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io
-ero salvo! — E pareva uscito allora
-allora dal pericolo.
-</p>
-
-<p>
-Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò
-che non intendeva, il gesuita dimandò:
-</p>
-
-<p>
-— Come? il legaccio? che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo
-il settembre?
-</p>
-
-<p>
-— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il
-legaccio della calza?
-</p>
-
-<p>
-— Sì! La gerr....
-</p>
-
-<p>
-— La giarrettiera! Ebbene?
-</p>
-
-<p>
-— .... bianca, rossa e verde!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="fortuna"></a>
-La fortuna di un uomo.
-</h2>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale
-curioso tipo di patriotta, di filantropo, di
-pensatore profondo e di parlatore arguto. Se
-fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero
-forse assomigliato a qualche filosofo umorista
-moderno e accusato di plagio, quantunque egli
-non leggesse che i classici latini e i giornali
-quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte
-cose, intorno alle donne, viveva d'amore e d'accordo
-con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare.
-Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere
-che lo zio non avesse mai amato alcuna
-donna.
-</p>
-
-<p>
-Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla
-sua camera Gaspare aveva udito una voce angosciosa
-esclamare sommessamente:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Figlia mia!...
-</p>
-
-<p>
-Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti
-i ragazzi e che di lui era il difetto più grave,
-aveva spiccato un salto dal letto ed era corso
-a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio.
-Oh! Di là, nella sala attigua, al fioco lume
-della lampada, una signora vecchia in vesti
-nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani,
-a contatto, su di un tavolino, e il tavolino
-sembrava che ballasse!
-</p>
-
-<p>
-A tal vista e alla vista dello zio coi capelli
-irti, gli occhi accesi e fuori delle orbite, la faccia
-pallida e contraffatta, Gaspare era ritornato subito
-sotto le lenzuola, giurando di non scrutare
-mai più che diavolo si facesse in casa a certe
-ore notturne; già guarito, e per sempre, del suo
-difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse
-quella paura, perchè nell'avanzare degli anni
-e nel meditare su quel ricordo fanciullesco si
-convinse che se lo zio aveva avuto tale orrore
-dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar
-in pace i morti e non confondersi nel mistero
-della morte; e anche si convinse che se
-lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla
-in quel modo, con l'aiuto della madre di lei,
-certo era bene non innamorarsi così appassionatamente.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi
-amico dello zio Giorgio. Commilitoni nelle
-schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno
-a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-prestato quattrini al primo; e come questi, da
-ignorante qual era, non dimenticava i benefizî,
-quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai
-suoi debitori, dimentico dei crediti.
-</p>
-
-<p>
-In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva
-sospettato che il compagno cercasse la morte,
-e il signor Bicci che il compagno volesse salvargli
-la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul
-ponte, erano stati divisi nella mischia; ma il
-domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume aveva
-rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e
-a una gamba in modo che si credeva impossibile
-rattopparlo. Ne rincresceva allo zio Giorgio;
-e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante
-di giovinezza e di energia, dovesse spiacer
-molto il morire; e, con cuore di filantropo
-e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo
-al passo dubbioso affinchè lo varcasse meno
-malvolentieri.
-</p>
-
-<p>
-— Morire per la patria, in campo di battaglia
-o dopo la battaglia, è sempre glorioso e
-dolce.
-</p>
-
-<p>
-Fra gli spasimi Luigi rispondeva:
-</p>
-
-<p>
-— Una delizia. Ma io non muoio!
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non
-credere, del resto, che la morte sia
-brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva
-tradotto la sentenza dello stoico.
-</p>
-
-<p>
-E Luigi:
-</p>
-
-<p>
-— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma
-io non muoio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse
-il signor Bicci. Poscia tentò una nuova
-via: — <i>Morte, che sei tu mai?</i> Ciro Menotti, caro
-Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare
-alla forca.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non recito niente, perchè io non
-vado alla forca: sto qui: non muoio!
-</p>
-
-<p>
-— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti,
-non dubitare che io, di ritorno a Bologna,
-porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime volontà
-ai tuoi fratelli.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del
-letto.
-</p>
-
-<p>
-— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio!
-non muoio! non muoio! Se non lo so io, chi
-l'ha da sapere?
-</p>
-
-<p>
-— E tu vivi! — gridò non meno forte lo
-zio Giorgio, perdendo la pazienza. — Ma la tua
-vita, bada, sarà legata per sempre alla mia,
-che non importava t'incomodassi a difendere!
-Chi sta bene al mondo ha l'obbligo sacrosanto
-di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei
-genitori è il più gran dolore umano, sarebbe
-disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè
-nacque postumo e perdè la madre non ancor
-giunto agli anni della discrezione. Egli però riconosceva
-che per lui, orfano, era stata una
-fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre
-e da madre, con alterna vicenda, a seconda
-dei casi, lo zio Giorgio e Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza,
-Gaspare non vedeva che rose senza
-spine. Fin delle scuole e degli studi, che angustiano
-e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata
-memoria; così per tempo aveva saputo adattarsi
-alle necessità del mondo; tanto affetto gli
-era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole
-gli era parso ciò che appariva disagevole agli
-altri. A superar gli esami tranquillamente lo
-zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio
-precettore, il quale valeva una mediocre enciclopedia;
-e a guida negli svaghi e nei sollazzi
-gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo
-il guinzaglio.
-</p>
-
-<p>
-Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-cioè, in cui tutti pericolano — lo zio lo
-sorresse donandogli trattati d'igiene e trattati
-intorno le cause e le forme di morbi insanabili:
-per di più, le precauzioni non essendo
-mai troppe, gli regalò il codice penale. Così Gaspare
-crebbe sano di mente e di corpo; non di
-molto ingegno, ma abbastanza da comprendere
-che il grande ingegno rende infelici; abbastanza
-di cuore da commiserare il prossimo suo,
-ma non tanto tenero da patir danni, a mo'
-dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di
-buon senso da persuadersi che i desideri superiori
-ai mezzi tolgono quiete e pace, e da scorgere
-in sè e fuori di sè prove indubbie della
-sua buona fortuna.
-</p>
-
-<p>
-Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi
-non gli avrebbe invidiata la nativa arrendevolezza
-ai bisogni, alle convenienze, alle contingenze,
-ai consigli della ragione?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno
-delle due sole pretese in cui lo zio Giorgio insisteva.
-L'una: che suo nipote dimostrasse come
-i ricchi debbano servire la patria ugualmente
-ai poveri e come l'anno di volontariato
-sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che
-suo nipote conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che
-troppe volte è meglio un asino
-morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini
-vivi superano i dottori vivi, e quelli credono aver
-necessità di questi, è lecito trar partito dal comune
-pregiudizio.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora, a proposito della laurea, Gaspare non
-dubitava che presto o tardi, scampato agli scogli
-della licenza liceale, appagherebbe lo zio e
-se stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto
-alla milizia, sapeva bene che i volontari d'un
-anno soffrono, invisi come «signori», le angherie
-dei caporali e dei sergenti, e che, essendo
-egli un giovane istruito, diventerebbe presto un
-bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari.
-Niente, dunque, volontariato!
-</p>
-
-<p>
-La qual preparazione ad ambedue gli impegni
-dell'avvenire gli era così tranquilla, e quasi
-così grata, che la fortuna avrebbe potuto risparmiarsi
-la fatica di soccorrerlo.
-</p>
-
-<p>
-Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste
-dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo:
-che la fortuna sua portasse jettatura agli
-altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò
-nella traduzione del greco; s'ingarbugliò
-in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo,
-da cui tutto il resto dipendeva in connessione
-logica e da cui egli, per quanto tirasse, non
-riusciva a strappare un senso razionale. E le
-ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione
-in buona copia; già i professori guardavano
-biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature
-e di triboli, che non davan speranza di
-prossima fine.
-</p>
-
-<p>
-E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il
-cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi
-tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche
-questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti
-agli occhi e l'anima alleggerita.
-</p>
-
-<p>
-Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte;
-si curvavano sempre più sulle sudate carte
-e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano,
-sentendosi mancare le idee, la speranza
-e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano
-alla bottiglietta del cognac; si compromettevano
-con segni di richiamo e gettiti di
-pallottoline che recavano in seno una domanda
-o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto
-d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna
-e la materna angoscia.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto il compagno di destra mise un
-profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la
-gioia della vittoria e insieme una luce di carità;
-poi chiese a Dicci, piano piano:
-</p>
-
-<p>
-— E tu?
-</p>
-
-<p>
-— Se non ci fosse quest'ottativo....
-</p>
-
-<p>
-— A te! copia...; ma cambia le frasi.
-</p>
-
-<p>
-.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale,
-si salvò anche dal greco; e il compagno che
-l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco!
-</p>
-
-<p>
-L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero
-di leva.
-</p>
-
-<p>
-In un gran camerone, pieno di fallaci speranze
-e d'un'allegria fittizia, egli attendeva rassegnato
-e tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-— Bicci Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale.
-</p>
-
-<p>
-— 824!
-</p>
-
-<p>
-— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che
-aveva più vicini; un operaio.
-</p>
-
-<p>
-Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento
-che non toccherebbe a lui ventura
-simile; a quel povero giovane, che col padre o
-la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava
-un numero alto e n'aveva necessità, per
-rimanere in terza categoria.
-</p>
-
-<p>
-Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne
-la sorte; e con un cordiale augurio ne accompagnò
-la mano entro l'urna.
-</p>
-
-<p>
-— 12!
-</p>
-
-<p>
-«Jettatore! jettatore!»
-</p>
-
-<p>
-Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un
-pudore arcano, Gaspare non osava confidarlo
-nemmeno allo zio; non prevedeva che questi
-l'avrebbe consolato subito in quattro parole:
-La jettatura è un pregiudizio così stupido che
-fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e
-alla bontà degli uomini poco intelligenti. Quanto
-alla fortuna, sia o non sia sottoposta alla divinità,
-essa è una potenza innegabile. Bada però
-che è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è
-quasi sempre la disgrazia dell'altro; e che ciò
-che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia
-domani.
-</p>
-
-<p>
-Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo
-zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-riflessione: dal non avere egli mai un
-forte mal di capo; dal non prendersi neppure
-un grosso raffreddore, non dovevan conseguire
-le pleuriti e le polmoniti altrui.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna non conosceva dei medici i quali
-gli dicessero che, secondo la scienza moderna,
-anche il raffreddore è un'infezione, la benefica
-natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e
-per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi;
-onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto
-dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono,
-di microbi, a danno degli altri uomini e delle
-altre bestie.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare tuttavia non credeva d'essere un
-uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze
-del peccato originale, ed era appena
-uscito dal dubbio della jettatura che cadde in
-un timore più forte. Ricordava che suo padre
-e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue
-e della fibra, eran morti giovani entrambi per
-malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la
-medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto
-d'un colpo; come una giustizia sommaria che
-lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino
-umano!
-</p>
-
-<p>
-E per evitare un tal colpo egli era condotto
-a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola
-malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione.
-</p>
-
-<p>
-Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se
-non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere
-modestamente, di leggere romanzi, disegnare,
-dipingere alla meglio, suonare alla peggio
-il pianoforte e andare a spasso: di vivere,
-insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui.
-</p>
-
-<p>
-Una sera lo zio Giorgio venne a casa male
-in gambe, e con un gran freddo addosso.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse
-perchè non ne aveva avute altre mai in
-vita sua.
-</p>
-
-<p>
-Sentendo irreparabile il danno del morbo e
-prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità
-d'un savio antico. E disse:
-</p>
-
-<p>
-— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo
-il suo esempio; io, al contrario, non so proprio
-che consigli darti.
-</p>
-
-<p>
-Disse Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso
-sta tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui
-languiva il sorriso abituale:
-</p>
-
-<p>
-— Credi che io abbia paura della morte? No
-no. Muoio volentieri: <i>rerum novarum cupiditate</i>.
-E poi, son convinto di aver già sofferto abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nella faccia serena gli si vedeva ora che
-aveva sofferto molto, povero zio Giorgio! Seguitava:
-</p>
-
-<p>
-— Tu, per soffrir meno, provati a fare in
-molte cose il rovescio di quel che ho fatto io.
-Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non
-dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e
-per crederci fermamente, non dimandarti mai
-se ci credi fermamente. Non confidar troppo
-nella scienza, perchè in fondo a ogni vero
-che essa scopre, rimane un mistero. Prendi
-moglie....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare, a cui sino a questo punto pareva
-non aver udito nulla di nuovo, spalancò gli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Prendi moglie. Una buona moglie è una
-vincita al lotto, lo so; ma, non ostante il calcolo
-delle probabilità, al lotto qualcuno vince.
-Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti
-gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano....
-In politica, sii conservatore: è il
-solo partito che progredisca senza che nessuno
-se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar
-bandiera o di retrocedere.... Ama l'arte, ma
-sta lontano dagli artisti. Ama la poesia, ma temi
-la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo
-Dio....
-</p>
-
-<p>
-E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto.
-Non giovando a risollevarlo dimanda alcuna,
-nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito per
-il medico.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questi, che di grande appetito faceva colazione,
-credette lo disturbassero per un vano timore;
-cosicchè, quando arrivò, trovò l'infermo
-avviato a migliorare.
-</p>
-
-<p>
-— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando
-al letto. — Il medico assicura che sei fuori di
-pericolo.
-</p>
-
-<p>
-— Allora..., son bell'e spacciato.
-</p>
-
-<p>
-Infatti non parlò più che verso sera, allorchè
-mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Vado.
-</p>
-
-<p>
-E aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Buona permanenza.
-</p>
-
-<p>
-Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per
-emulazione quasi, cordialmente, Gaspare avrebbe
-forse risposto: — Buon viaggio — se Luigi,
-dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato
-in singhiozzi costringendo a singhiozzare anche
-lui.
-</p>
-
-<p>
-Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma
-il corpo, con le fibre che gli avanzavano salde,
-la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia
-penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava
-lo strappo finale. Per fortuna i minuti furono
-pochi.
-</p>
-
-<p>
-— Zio!... zio!
-</p>
-
-<p>
-Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero
-gli occhi, uno per uno, e lo baciarono: prima
-Gaspare, poi Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Quindi il servo accese una candela e attese,
-silenzioso, tutto in lagrime. Attese a lungo; ma
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-come Gaspare, col capo fra le mani, non dava
-segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse
-ancora o meditasse, Luigi gli si accostò.
-</p>
-
-<p>
-— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio!
-Vada a prendere un po' d'aria. Adesso
-qui....
-</p>
-
-<p>
-Alla mente di Gaspare corse la visione delle
-tristi cose alle quali la morte obbliga i superstiti;
-nè tardò a pensare, con gratitudine, che
-l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando
-nel servo non avesse avuto allora e sempre
-il migliore amico.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera;
-e lasciatolo nell'altra, poco dopo vi rientrava
-con una tazza.
-</p>
-
-<p>
-— A lei! Una goccia di brodo....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare consentì senza voglia. E domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Ti par proprio che sia morto volentieri?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo
-più....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva
-alla parete.
-</p>
-
-<p>
-— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza:
-c'è il ritratto. Ma non sentir più la sua
-voce.... Quella voce, mai più!...
-</p>
-
-<p>
-Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro
-a lui.
-</p>
-
-<p>
-Così:... morto. E l'anima?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Era, quel brutto giorno, una bella domenica
-alla metà di marzo, al tempo che già ferve per
-tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare
-Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada
-affollata, solo, raccolto in sè; quasi sotto un
-peso opprimente; e dopo aver pensato agli uffici
-di pietà che gli restavano da compiere e
-alle forme di lutto da osservare, ripensava al
-mistero della morte.
-</p>
-
-<p>
-Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario,
-per morir volentieri, aver sofferto molto,
-ecco che anche il soffrire diventa un benefizio.
-Ma si è sempre a tempo.»
-</p>
-
-<p>
-Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco
-anche nelle gambe. Ah zio, zio! perchè morire?
-così buono!... Quand'ecco, a scorgere una
-carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al
-fiaccheraio e salì.
-</p>
-
-<p>
-— Dove vuoi; per un'ora.
-</p>
-
-<p>
-Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo
-zio Giorgio aveva patito assai? Oltre che la passione
-d'amore, a cui serviva di richiamo il tavolino
-delle esperienze spiritiche, quali altri guai
-aveva avuto quel nobile cuore?
-</p>
-
-<p>
-A queste dimande risponderebbe forse qualche
-carta lasciata, per memoria, nello scrittoio;
-insieme col testamento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva
-provveduto in bel modo e in perfetta regola alle
-sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote
-l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di
-una giusta donazione a Luigi e all'infuori d'alcuni
-lasciti per beneficenza.
-</p>
-
-<p>
-Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di
-nulla, nè il patrimonio dello zio, il quale troppo
-per l'addietro aveva speso a pro' della patria
-e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo.
-Di più: agenti e fattori ladri; disgrazie di grandinate
-e carestie, etc.
-</p>
-
-<p>
-A conti fatti....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene:
-tanto, la possidenza di Poggiogrande; tanto,
-la risaia di San Piero; tanto, la villa: una
-villa malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria,
-laggiù, in una pianura malinconica.... Un ristauro
-sarebbe stato necessario.
-</p>
-
-<p>
-In questo mentre il fiaccheraio, libero per
-quell'ora del suo arbitrio, credè che il più bel
-luogo ove condurre un signore svogliato e senza
-meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare,
-a mo' di chi si ridesta d'improvviso, si
-vide fra la gente che andava al passeggio o ne
-tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in
-fretta:
-</p>
-
-<p>
-— No di qua! Torna indietro!
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar
-gli occhi....
-</p>
-
-<p>
-Dio! che bellezza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice;
-con due occhi tra celesti e verdi, meravigliosi,
-portentosi! Che occhi!
-</p>
-
-<p>
-In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava,
-quegli occhi gli scoprirono in viso una
-sciagura; indovinarono che egli non aveva nessuno,
-non madre, non sorella, non moglie a
-consolarlo; affermarono: io, per consolarvi almeno
-come moglie, verrei in carrozza, a casa
-con voi, piuttosto che andare al giardino, alla
-musica, con la mamma; promisero, quegli
-occhi, pur mostrando di promettere invano,
-conforto, pietà, fede, amore! E tutto in un
-istante!
-</p>
-
-<p>
-Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta,
-avrebbe lì per lì composto un inno alla
-donna in genere; alla donna, del cui sublime
-ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì,
-e per la prima volta, gli occhi di quella giovinetta.
-</p>
-
-<p>
-La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci.
-Vaso di consolazione. Incitamento alla vita perchè
-essa si rinnovi in altre vite. Tesoro....
-</p>
-
-<p>
-«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio
-che lo zio Giorgio gli aveva dato affinchè stesse
-di buon animo, con Luigi.
-</p>
-
-<p>
-E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace
-e profonda acquistavano la significazione
-d'una volontà che così, per divina grazia, si
-manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra.
-</p>
-
-<p>
-«Ammógliati».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione
-quale di carezza lunga, continua; e
-il suo sguardo a poco a poco avvertiva come
-un fervore di luce che s'andava definendo in
-un miraggio di felicità.
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non
-lasciò nulla; perchè — era detto nel testamento — beneficando
-in vita aveva voluto vedere
-il buono o cattivo uso del suo denaro; e per carità
-cristiana non aveva voluto, beneficando in
-morte, che nessuno si compiacesse della sua
-morte. Erede di tutto lasciò il nipote Gaspare;
-con solo l'obbligo di una donazione al servo
-fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare
-un nipote come lui, Gaspare, era impossibile
-trovare un servo come Luigi. Le quali parole
-e la massima: «Ama te stesso un po' più del
-prossimo tuo», contennero Gaspare in così equa
-misura nel far la donazione che a lui non parve
-compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere
-più di quanto meritava.
-</p>
-
-<p>
-— Signorino, è troppo! è troppo!
-</p>
-
-<p>
-Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva
-la letizia di poter vivere agiatamente,
-insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-si ricordava del morto e mormorava spesso
-con gli occhi pieni di lagrime: — Dove sarà
-mai, povero padrone?
-</p>
-
-<p>
-Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli
-vecchi, dello zio, avevano manifestato, più che
-il dolore della perdita, il presentimento doloroso
-del comune destino: <i>hodie tibi, cras mihi.</i>
-</p>
-
-<p>
-E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo
-o che incontrava per via, dicevano, tra
-mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura
-con la bocca:
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco
-che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità!
-</p>
-
-<p>
-Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo
-il tuo dispiacere d'aver perduto una
-persona che amavi, e, nello stesso tempo, il
-piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo
-all'umano egoismo avrebbero meritato
-scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —,
-e invidiavano. Onde
-Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto,
-non gli credevano; e mostrarsi lieto nè
-voleva nè poteva, essendo men tristo di loro.
-</p>
-
-<p>
-Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva
-sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse.
-</p>
-
-<p>
-.... Or come una sera rincasava, appena dentro
-la porta Gaspare udì chiedere dall'alto:
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu?
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nossignora, sono io.
-</p>
-
-<p>
-Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco
-venuto ad abitare al primo piano.
-</p>
-
-<p>
-— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare,
-mentre accendeva un cerino.
-</p>
-
-<p>
-Ma la signora continuava a fargli lume; ed
-egli, per non bruciarsi, gettò il resto del cerino
-e salì più in fretta.
-</p>
-
-<p>
-Ella disse: — Credevo fosse mio marito.
-</p>
-
-<p>
-— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva
-Bicci, che era corso a suonare il
-campanello.
-</p>
-
-<p>
-Se non che Luigi o dormiva o era fuori.
-</p>
-
-<p>
-— Colgo l'occasione — disse la signora — per
-farle, benchè in ritardo, le mie condoglianze.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie.
-</p>
-
-<p>
-Ed ella, nell'attesa, proseguiva:
-</p>
-
-<p>
-— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo
-per soffrire!
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con
-lo sguardo in alto quasi intravvedesse lassù, nella
-vòlta, la ragione suprema della vita. E Luigi
-non veniva! Tornò a suonare.
-</p>
-
-<p>
-La signora Tredòzi sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo
-Luigi....
-</p>
-
-<p>
-Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse
-morto anche Luigi?
-</p>
-
-<p>
-Ma no, eccolo.
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora.
-Grazie! Scusi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, signor Bicci.
-</p>
-
-<p>
-Perchè mai una donna così gentile e così bella
-(non per la prima volta quella sera Gaspare
-l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani
-di un ingegnere così brutto e così villano come
-quel Tredòzi?
-</p>
-
-<p>
-Le cose che non piacciono, o che dispiacciono,
-sembrano anormali ed enormi anche
-quando sono le più naturali del mondo; e questa
-interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi
-ragionevolmente, ricorse al pensiero
-di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva
-la signora Silvia. Perchè mai una donnina
-tanto graziosa apparteneva a un ingegner
-Tredòzi?
-</p>
-
-<p>
-E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale,
-Gaspare volle rivedere la signora; e si vedevano
-spesso. Ella dal balcone, a cui si affacciava,
-e lui dalla finestra della sua camera,
-potevano anche parlarsi.
-</p>
-
-<p>
-Cominciarono infatti con i «buon giorno» e
-i «come sta?» e con quelle parole che non giovano
-se non a confermare simpatia tra persone
-che hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme:
-considerazioni del tempo; accenni a qualcuno
-o a qualche cosa nella strada. Finchè essa
-ebbe un favore da chiedere al signor Bicci: un
-libro, perchè si annoiava.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone
-già cinque, lei ne ritenne uno solo; grata, nondimeno,
-e ancor più gentile e amabile. E nel
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-breve incontro, a cui il prestito aveva dato occasione,
-Gaspare apprese molte cose. Prima di
-tutto, che la signora Silvia diveniva più bella
-più le si andava vicino. Poi, che era infelice per
-colpa di quel tanghero: mai a un teatro; mai
-a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi!
-Infine, che era una signora molto colta e che
-perciò egli, il quale desiderava essere cortese,
-avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni:
-e uno alla volta, per godere più spesso
-della sua gradevole compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare
-ne portò uno nuovo di stampa; e via via.
-Discorrevano di romanzi. Ma come discorrere
-di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano
-d'amore. Che se non sempre si trovavano d'accordo
-intorno al carattere delle eroine e degli
-eroi, sempre però convenivano in un punto:
-non essere possibile innamorarsi davvero senza
-commettere qualche sproposito. Orbene, Gaspare
-un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito,
-sbigottito: non di sentirsi innamorato della
-signora Silvia, che non c'era da meravigliarsene
-(per la solitudine del suo cuore dopo la
-perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano:
-di primavera), ma stupito dell'aver scoperta innamorata
-di lui la signora Silvia!
-</p>
-
-<p>
-Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio;
-e subito, coll'intelligenza di un innamorato, egli
-scorse che all'articolo del matrimonio lo zio aveva
-avuto a un tempo ragione e torto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio,
-ingannano». Certo: ma non eran quelle donne
-lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano
-gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per
-regola ingannare sembra peggior cosa che essere
-ingannati, ingannare un Tredòzi non era
-ingannare un amico o un marito che non meritasse
-di essere ingannato. Un'eccezione, insomma;
-della quale lo zio moribondo non aveva
-avuto tempo di avvertire la possibilità, e per la
-quale il nipote compirebbe un'opera quasi pietosa
-confortando una povera donna.
-</p>
-
-<p>
-— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere
-di commettere uno sproposito, e tuttavia
-abbastanza sicuro che un tale amore non trasgredirebbe
-al buonsenso fino a divenire una passione.
-</p>
-
-<p>
-E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa,
-con un tremito alle palpebre, prolungava
-un discorso vano, egli, col tono di un peccatore
-che si confessa o di un infermo che palesa il
-suo male al medico:
-</p>
-
-<p>
-— Signora — disse d'improvviso, — io....
-l'amo!
-</p>
-
-<p>
-La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita;
-s'alzò, ricadde; si nascose il viso fra le mani,
-e — oh gioia! — si mise a piangere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso
-mestiere del conquistatore: nè mai si
-sarebbe imaginato di navigare per il mare della
-colpa a vele così gonfie, con tanto vento in
-poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia!
-Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia
-al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo
-liberi!
-</p>
-
-<p>
-C'era da spaventarsi. Liberi?... come?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. <i>Lui</i> va in montagna per un ponte che
-s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e
-mezzo!
-</p>
-
-<p>
-La libertà inattesa, per la quale si sottraeva
-all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva.
-</p>
-
-<p>
-— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella
-esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero
-a farne di una sorta sola, bastava.
-</p>
-
-<p>
-E Silvia, ridendo, soggiungeva:
-</p>
-
-<p>
-— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria!
-Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza
-in tutto. Che castigo!
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta la fortuna, per favorire un
-uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a
-disagi e a danni, e un po' ripugnava
-a Gaspare la soverchia letizia della bella.
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-Tradire il marito poteva essere, sì e no, una
-perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi
-del suo malanno, era davvero mancanza di generosità.
-E se dopo appena un mese che aveva
-il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare
-Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero
-diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per
-quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva
-dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano
-i primi ardori. Anzi, al sentimento della
-cattiva azione che commetteva, a un senso di
-profanazione che per quella tresca faceva al
-recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso,
-gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile.
-Silvia non dubitava neppure d'un lontano
-abbandono. «Ci ameremo anche quando
-saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva.
-Vecchi?
-</p>
-
-<p>
-Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni
-di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza
-misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito
-all'amore eterno si chiedeva se, caso mai,
-non fosse predisposto da natura ad amar eternamente
-una bionda piuttosto che una bruna,
-quale la signora Silvia.
-</p>
-
-<p>
-Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza
-dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia
-che era, diventava pericolosa.
-</p>
-
-<p>
-Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo;
-temeva l'onta; raccomandava cautele.
-</p>
-
-<p>
-— È geloso? — domandava Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non so; non gliene ho mai data occasione.
-Ma so che non mi stima e io voglio che mi
-stimi a suo dispetto.
-</p>
-
-<p>
-Onesta per dispetto!
-</p>
-
-<p>
-— E tu — chiedeva lei — mi stimi?
-</p>
-
-<p>
-Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di
-rispondere: — Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Io tradisco un uomo — mormorava lei.
-</p>
-
-<p>
-E lui:
-</p>
-
-<p>
-— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò
-che significava chiaramente: «dimandami se io
-stimo me stesso, e ti dirò la verità anche
-per te».
-</p>
-
-<p>
-Ora, questa donna che pretendeva stima fin
-dall'amante, lontano che fu il marito volle a
-ogni costo informare il mondo che aveva un
-amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in
-campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi:
-l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi
-cittadini più frequenti; ivi gli dava del <i>tu</i> non
-a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva
-cercare le amiche perchè la vedessero.
-Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio!
-Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce
-gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava
-le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà,
-o io fuggirò con te. — Due cose da mettere
-i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè
-l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore,
-la più probabile, era per Gaspare una
-terza: una revolverata a lui, Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel
-fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno
-di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei
-limiti della discretezza.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio
-che, pur senza sua grande intenzione, non gli
-fosse esaudito?
-</p>
-
-<p>
-Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era
-uscita per le spese), stavano discorrendo del
-più e del meno e non attendevano al mal tempo
-e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa
-tremenda scampanellata li interruppe.
-</p>
-
-<p>
-— Lui!
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il
-cappello in testa.
-</p>
-
-<p>
-— Che sia proprio lui?
-Una seconda scampanellata.
-</p>
-
-<p>
-— Dio!... Nasconditi; subito!
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Sotto il letto;
-</p>
-
-<p>
-Già egli era ginocchioni, col cappello in testa.
-</p>
-
-<p>
-— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo
-spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di
-odiare quella donna.... E una terza scampanellata,
-lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si
-udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca
-l'altra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi,
-e tu mi lasci fuori al fresco!
-</p>
-
-<p>
-— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi!
-</p>
-
-<p>
-— Si vede: sei gialla. Cos'hai?
-</p>
-
-<p>
-— Vertigini.
-</p>
-
-<p>
-— E io? Almeno almeno mi sarò presa una
-polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto
-il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo!
-Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un
-paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in
-prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande!
-</p>
-
-<p>
-E quindi la voce fioca:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco la camicia; ecco le mutande.
-</p>
-
-<p>
-Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito.
-</p>
-
-<p>
-— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il
-cappello sodo!
-</p>
-
-<p>
-E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per
-Bicci, là dentro:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco le scarpe; ecco il cappello.
-</p>
-
-<p>
-— L'abito!
-</p>
-
-<p>
-— Lo cerco.
-</p>
-
-<p>
-— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio!
-</p>
-
-<p>
-— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro
-ieri.
-</p>
-
-<p>
-— Spicciati!
-</p>
-
-<p>
-Ma:
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è.
-</p>
-
-<p>
-Allora il marito cadenzando la parola con ira:
-</p>
-
-<p>
-— È nell'armadiooo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, ti dico!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ti dico!
-</p>
-
-<p>
-Due passi di lui a quella volta..., alla volta
-dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva
-a un ultimo filo di speranza: Se il marito
-tradito era in mutande, non poteva avere
-indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un
-certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!...
-Dell'aceto! Muoio!
-</p>
-
-<p>
-Il marito esclamò, più forte della moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Sei matta?
-</p>
-
-<p>
-— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!...
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!...
-Dov'è ora l'aceto?
-</p>
-
-<p>
-— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah....
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Gaspare spingeva. Ella aperse.
-</p>
-
-<p>
-— Scappa — disse — e chiudi l'uscio!
-</p>
-
-<h3>
-VI.
-</h3>
-
-<p>
-Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si
-chiudeva, a chiuderlo con istrepito Gaspare preferì
-trarlo accosto. Ma uscendo, il marito al
-quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò
-e collegò un primo sospetto alla storia dell'abito
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-che la moglie aveva voluto non fosse nell'armadio
-e allo svenimento improvviso; sicchè i
-sospetti crebbero.
-</p>
-
-<p>
-— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho
-dovuto svenire altre due volte, dopo
-desinare.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le
-scampanellate; il rifugio nell'armadio; gli svenimenti
-sapevano di <i>pochade</i>; e assistendo alle
-<i>pochades</i> Gaspare aveva riso sempre, di gran
-gusto, ma non gli era mai parso bello imitarne
-gli eroi. S'aggiunga che nella vita diviene non
-di rado tragedia quel che in teatro equivale
-alla <i>pochade</i>; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo
-da lasciarsi prendere pazientemente in giro.
-</p>
-
-<p>
-Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere
-di ridar la pace a un uomo e di salvare
-la vita anche a una donna; e perciò bisognava,
-anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che
-eccitava a pazzie l'innamorata. Bisognava, magari,
-mutar casa.
-</p>
-
-<p>
-Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare
-un secondo motivo, che non avrebbe confessato
-neppure a un amico intimo, neppure a
-Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Ed era questo: due notti addietro egli aveva
-preso sonno prima d'aver spento il lume e facendo
-per spegnerlo in un intervallo di risveglio,
-gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o
-meglio, un'imagine, una larva che lo guardava
-con occhi stupiti e dolenti quasi di non riconoscerlo.
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-Balzato a sedere sul letto, la fantasma
-si era dileguata súbito. Un'allucinazione senza
-dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. Ma la
-sera per precauzione non si era dato il disturbo
-di spegnere la candela. Ed ecco, a trarlo
-con freddo orrore del dormiveglia, ecco lo spirito
-entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo
-doloroso e incerto; più vicino, più vicino....
-</p>
-
-<p>
-Questa volta egli aveva messo un grido. E
-lo spirito, via.
-</p>
-
-<p>
-Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare
-un raziocinio: forse quell'anima, non sentendosi
-da tempo più chiamare per mezzo del
-tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio;
-onde arguivasi che l'anima dello zio era andata
-da un'altra parte.
-</p>
-
-<p>
-Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli?
-</p>
-
-<p>
-.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva
-deride?... Insomma, fosse pazzia o no,
-per tutta la notte non gli era stato possibile richiuder
-occhio; e conveniva evitare una malattia
-d'insonnia, e paure, angustie.
-</p>
-
-<p>
-A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere.
-Confermandolo nella determinazione della
-notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e
-di ridere de' suoi terrori notturni.
-</p>
-
-<p>
-Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe
-ad abbandonar la casa ove era invecchiato
-e dove il padrone era morto?
-</p>
-
-<p>
-Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti
-con aria meditabonda.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Signorino, questa casa non è più per noi.
-</p>
-
-<p>
-Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa?
-O forse il buon uomo, consapevole della
-tresca, ne temeva lui pure le conseguenze?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non interrogò; rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione. Cercheremo un appartamento
-ammobigliato.
-</p>
-
-<p>
-Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in
-una delle vie principali; a buon prezzo: in casa
-del cavalier Squiti.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla signora, essa ebbe una lettera,
-che Bicci le gettò nel balcone: In casa e nel
-vicinato tutti sapevano, spettegolavano, malignavano,
-mormoravano, spiavano. Era inevitabile
-una tragedia se qualche voce perveniva all'orecchio
-di Tredòzi. Diveniva obbligo d'un gentiluomo,
-in tal caso, salvar la fama e la vita
-d'una signora, allontanandosi. Oltre a ciò, per
-faccende d'interessi, Gaspare chiedeva a Silvia
-una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali
-e chetati sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro
-colloqui nella casa in cui egli andava ad abitare,
-o altrove.
-</p>
-
-<p>
-Piacesse o no alla signora, questo era buon
-senso, questa era prudenza!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VII.
-</h3>
-
-<p>
-Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato
-della Provincia e persona molto grave,
-non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune
-volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi
-tra celesti e verdi; capelli biondi; portamento
-modesto e gentile.... Assomigliava alla signorina
-che si recava al giardino pubblico il dì mortale
-dello zio Giorgio. Lei?
-</p>
-
-<p>
-Forse non era; ma le assomigliava in modo
-che a vederla una dolcezza grande veniva, per
-gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico
-quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente,
-con la rapidità del destino, egli, che
-dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti all'amore
-buono e al consiglio dello zio, ne rimase
-conquiso. Tale, infatti, tale gli appariva
-la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni che
-non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto!
-Tale era la donna amata e da amare:
-fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai
-più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner
-Tredòzi! E a Gaspare, certo che stavolta era
-la buona, gli bisognava accertarsi anche se il
-cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica
-giovinetta in moglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver
-visto quell'angelo per la quinta volta, Gaspare
-uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che
-usciva; e s'accompagnassero per istrada.
-</p>
-
-<p>
-Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio!
-Che galantuomo! — esclamò l'uno.
-</p>
-
-<p>
-E l'altro: — Lo conosceva?
-</p>
-
-<p>
-— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la
-verità; un filosofo; ma che cuore, che cuore!
-E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro
-Bicci!
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì!
-</p>
-
-<p>
-— E che bene le voleva, a lei! A discorrere
-di suo nipote, ci godeva; proprio come un
-padre.
-</p>
-
-<p>
-— È strano — disse Gaspare: — di me non
-ne parlava mai con me.
-</p>
-
-<p>
-Ma il cavaliere si fermò di botto.
-</p>
-
-<p>
-— A proposito: lei, senza dubbio, suona?...
-</p>
-
-<p>
-Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente
-incongruenza di quell'<i>a proposito</i>, Bicci chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Suono?...
-</p>
-
-<p>
-— Il piano?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, alla peggio.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti
-levandosi gli occhiali, pulendone le lenti e rinforcandoli: — non
-il pianoforte, però; uno strumento
-più geniale — come dire? — più canoro,
-più.... cordiale.
-</p>
-
-<p>
-— Il violoncello?
-</p>
-
-<p>
-— No, il clarinetto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere
-col clarinetto in bocca; e tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Creda a me: la musica è il miglior conforto
-nelle disgrazie — seguitò l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo.
-</p>
-
-<p>
-— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare allora esclamò entusiasta:
-</p>
-
-<p>
-— Volentierissimo!
-</p>
-
-<p>
-— Stasera?... Potrebbe?
-</p>
-
-<p>
-E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le
-lenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, posso.
-</p>
-
-<p>
-Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a
-dire, senza più sorridere, con tutta gravità:
-</p>
-
-<p>
-— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso
-non ha tempo.
-</p>
-
-<p>
-— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale
-battè forte il cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Non ho figliole: la mia pupilla.
-</p>
-
-<p>
-«La sua pupilla? La signorina era sotto la
-sua tutela?» E Bicci pensò con nuova tenerezza:
-«Orfana come me!»
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Roccaforte è per me quel che
-era lei per suo zio. L'ebbi in casa bambina. Il
-padre....
-</p>
-
-<p>
-Gaspare ascoltava il racconto religiosamente,
-intanto che benediceva suo zio e il clarinetto.
-</p>
-
-<p>
-Poi, essendo già innamorato e con la testa
-nel cuore, si dimenticò di chiedere allo Squiti
-perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo
-di sonare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto
-della signora Silvia. Ah la virtù di ogni amor
-buono su ogni amore disonesto!
-</p>
-
-<p>
-Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano
-Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò
-dagli Squiti con grandi palpiti e insieme
-con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo.
-Ma il cavaliere, che scartabellava della musica,
-l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò
-alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad
-alla voce:
-</p>
-
-<p>
-— Erminia!
-</p>
-
-<p>
-Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si
-fece innanzi, lentamente....
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Erminia Roccaforte — .... e
-voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!),
-il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi,
-suo promesso sposo.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare,
-la signorina Erminia sorrise a pena a
-pena.
-</p>
-
-<p>
-— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea
-mutazione di gioia. — Badi che io odio la
-musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro
-Bicci, di odiare una cosa bella?
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava
-la signorina Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Il primo pezzo — del <i>Faust</i> — procedè a
-meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e
-là affrettassero come un cavallo che abbia amor
-proprio e cui rincresca restar addietro al compagno.
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-Finito il pezzo, la signora Squiti depose
-la calza e battè le mani; la signorina avvertì
-che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare;
-il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò
-il compagno dimenticandosi d'esser grave.
-</p>
-
-<p>
-— Oh che orecchio! che orecchio!
-</p>
-
-<p>
-Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per
-colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei.
-Pensava: «Io non sono forse meglio di
-colui? Si può dire un bel giovane? robusto
-come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere,
-io? Che meriti avrà? Niente: fortuna!
-Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca;
-e orfana...; nemmeno la suocera!»
-</p>
-
-<p>
-— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva
-il cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava:
-con il freddo nel cuore.
-</p>
-
-<p>
-Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato
-sempre; di dover essere infelice sempre,
-per tutta la vita; e pativa della più grande sventura
-che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi
-d'una ragazza innamorata e fidanzata
-d'un altro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-</p>
-
-<h3>
-VIII.
-</h3>
-
-<p>
-Assente da lei credeva che il solo contemplarla
-quale un'imagine di pura bellezza o una
-cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia
-dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto,
-che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti,
-in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza
-sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser
-lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar
-male del prossimo a bassa voce, in cospetto
-del prossimo? Non avevano riguardo quei due
-nemmeno a una persona giovane, che, in fin
-dei conti, veniva lì per far servizio al padrone
-di casa!
-</p>
-
-<p>
-Così il povero Gaspare, invece di contemplare,
-doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare
-che gl'innamorati ridessero di lui; doveva
-resistere alla tentazione di fracassar la tastiera
-del pianoforte.
-</p>
-
-<p>
-Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento
-d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile
-viso.
-</p>
-
-<p>
-«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno.
-«Il meglio sarebbe che io mi distraessi.»
-Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni
-che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La
-signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui,
-vi penetrò.
-</p>
-
-<p>
-— Lei.... tu!...: qua?
-</p>
-
-<p>
-— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar
-meglio due occhi rabidi.
-</p>
-
-<p>
-— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì
-lui, trovando il tono giusto.
-</p>
-
-<p>
-— Vile!
-</p>
-
-<p>
-Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore
-agl'insulti; freddo, quasi sprezzante.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi avevo chiesto quindici giorni di
-libertà? Ho i miei affari anch'io; avevo, ho
-bisogno di tranquillità, di riposo.
-</p>
-
-<p>
-— Ah Gaspare, Gaspare!
-</p>
-
-<p>
-Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono;
-a un tempo, lagrime di duolo e
-fiamma di tentazione e di colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto!
-Non l'hai dunque l'anima? Dodici giorni senza
-passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi
-nemmeno una riga!
-</p>
-
-<p>
-Il dolce rimprovero lo punse più che le offese.
-Deliberato tuttavia a finirla, Bicci, che voleva
-finirla da gentiluomo, esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo
-leale, rincresce offendere un uomo leale com'è
-l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto!
-</p>
-
-<p>
-A quest'affermazione Silvia avvampò più che
-a uno schiaffo.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-prima, quando.... Tu menti! Adesso capisco
-che non mi ami più!
-</p>
-
-<p>
-Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza
-con l'amore?
-</p>
-
-<p>
-— .... Adesso voglio saper il resto; proprio
-tutto! Perchè abbandonarmi?... Dimmene la
-causa vera, subito! — L'investiva, inviperita. — Subito!
-</p>
-
-<p>
-Che dirle? Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Che volete che vi dica? Incompatibilità di
-carattere: voi siete piena di fuoco; e io....
-</p>
-
-<p>
-— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non
-può esserci che tra marito e moglie! La ragione
-vera le la dirò io! Tu hai una nuova
-amante!
-</p>
-
-<p>
-— No; ve lo giuro.
-</p>
-
-<p>
-— Spergiuro! Infame spergiuro!
-</p>
-
-<p>
-Era inutile discutere quando non valeva giurare.
-Gaspare non aveva ancor scosse le spalle
-che già Silvia gridava:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi?
-T'inganni! Io ti detesto, ma io ho dei diritti su
-di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo
-morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu
-mi hai sedotta!... C'è il vincolo del
-rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante,
-ti caverò gli occhi; a te o a lei; così
-imparerai a conoscere le gentildonne!
-</p>
-
-<p>
-Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io
-sono una gentildonna! — E partì,
-finalmente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... Se non che Bicci non gioì neppure della
-liberazione da quel giogo. Soggiaceva perduto, affannato,
-disperato a un maggior peso, all'amore
-fatale e contrastato dal destino. E non un amico
-col quale confidarsi! Avrebbero riso gli amici:
-un innamorato muove sempre a riso come
-chi cada goffamente in terra. Lui dove mai era
-caduto?
-</p>
-
-<p>
-Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza
-del suicidio, si abbandonò e parlò al solo
-che lo compiangerebbe.
-</p>
-
-<p>
-— Sono innamorato, Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Luigi si mise a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Eh, lo so da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò
-Gaspare, abbattuto. — Credi di quella?
-</p>
-
-<p>
-— Di tutt'e due: di quella e di questa.
-</p>
-
-<p>
-— No no: solo di questa qui, della signorina — egli
-protestò —; ed è già impegnata!
-</p>
-
-<p>
-Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse
-ch'essere innamorato di una sola fosse un malanno
-assai più serio. Poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non andiamo in campagna? A mutar
-aria....
-</p>
-
-<p>
-Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza,
-gli svaghi campestri, la caccia, il ristauro
-della villa potrebbero davvero guarirlo.
-Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir
-d'amore?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<h3>
-IX.
-</h3>
-
-<p>
-Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che
-passava il tempo, la cotta permaneva. La passione
-del nipote diveniva una passione più grave, più
-affannosa forse che quella del povero zio! Perchè
-se Erminia fosse morta dopo avere amato lui,
-com'era accaduto allo zio, meno male! Erminia
-invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe
-sempre quell'altro! E Gaspare era innamorato
-in modo che quando, in certi momenti, credeva
-d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un
-tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e
-con essa quella pena al cuore come di un male
-che, dopo un breve assopimento, rincrudisce;
-un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio
-patito; una intollerabile smania di rivedere
-in realtà l'amata donna; una rodente gelosia.
-Oramai egli non si diceva neppur più uno
-stupido, convinto sempre più che Erminia era
-per lui la donna unica; che lei, proprio lei aveva
-incontrato al passeggio nel giorno funesto;
-che altre bionde così belle o più belle ne potevano
-esistere, ma che egli non avrebbe potuto
-amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte
-del buonsenso. Essendo perciò impossibile la
-guarigione e assurda ogni speranza, Bicci aspettava
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-il compimento del suo destino, qualunque
-si fosse. E compieva frattanto il ristauro della
-villa; il quale era proceduto a meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26
-luglio — egli se ne stava tra gli operai
-allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi
-giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre
-triste — parve di veder l'annuncio della
-sua morte; ma, aperto il foglio e letto il
-nome — oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e
-non di dolore. Oh gioia! A precipizio, come
-pazzo, discese e corse dietro a Luigi.
-</p>
-
-<p>
-Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»;
-eppure un'onda di gaudio gli travolgeva
-ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento
-umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con
-lagrime ferme su gli zigomi — lagrime di felicità — gridò:
-</p>
-
-<p>
-— È morto!
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Enrico Griboldi!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande
-commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio
-dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso.
-</p>
-
-<p>
-Riflettè che per una ragazza il perdere un
-«ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte,
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-giova di <i>réclame</i>: e che egli, se non fosse
-se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra
-volta. «D'altra parte — riflettè — si
-consola più presto una vedova propriamente detta
-che una fanciulla vedovata prima del tempo
-ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti mesi?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non temeva d'offendere la bontà di
-Erminia augurandone più breve che fosse possibile
-il cordoglio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E verso la metà di settembre Gaspare fu a
-trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo,
-gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Morte fura i migliori e lascia stare i rei.</i>
-</p>
-
-<p>
-Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente,
-in un'induzione dal caso singolare a un genere
-di sventura.
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile
-dev'essere morire nella pienezza della gioventù!
-con uno splendido avvenire! amato!...
-</p>
-
-<p>
-— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi
-è morto senza saperlo, d'una meningite
-acuta!
-</p>
-
-<p>
-— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E
-la signorina?
-</p>
-
-<p>
-L'altro scosse il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol
-più veder nessuno; non esce di casa: un martirio!
-Le è venuto a noia anche il clarinetto.
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-anche la musica, che è il miglior conforto nelle
-disgrazie.
-</p>
-
-<p>
-«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non
-tornò ad abitare a Bologna che al termine dell'ottobre.
-</p>
-
-<p>
-Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi
-condolgo — oppure: — Signorina, le mie
-condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli
-salutò e tacque, senza sospirare; Erminia tacque,
-volgendo gli occhi a terra; la signora Squiti
-sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio
-si prolungava un po' troppo — Bicci ebbe
-una espressione felice: — Povero giovane!
-</p>
-
-<p>
-Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la
-signora intraprese l'elogio del morto. Annuiva
-Gaspare ad ogni lode, e gli costava così poco!;
-ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar
-la dolente; e pensava: «O il dolore è per le
-donne, o le donne sono per il dolore: diventano
-più belle!»
-</p>
-
-<p>
-Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre;
-di guisa che la Squiti, accompagnandolo sino
-alla porta, gli susurrò:
-</p>
-
-<p>
-— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di
-casa, e la sua compagnia ci sarà di sollievo. Se
-ne ricordi.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti, signora.
-</p>
-
-<p>
-Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado
-però nelle seguenti visite quotidiane, non
-volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire
-la bussola. Poco giovava che la signora
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-Squiti s'appigliasse a tutti gli argomenti, se
-tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Come Dio volle, egli ebbe un'idea.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non si prova a leggere, signorina?
-</p>
-
-<p>
-— Non posso; no; è impossibile!
-</p>
-
-<p>
-— E se leggessi io?
-</p>
-
-<p>
-— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà
-anche me. Bravo, signor Bicci!
-</p>
-
-<p>
-E Gaspare andò a leggere ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si
-avvicinarono le feste natalizie. «Quanto saranno
-tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la
-conforterebbe sapere che io l'amo, anche se
-lei, per adesso, non abbia voglia di far all'amore?»
-</p>
-
-<p>
-Còlto quindi un momento che la signora Squiti
-non v'era, egli interruppe una lettura per guardare
-Erminia negli occhi. I quali si abbassarono;
-subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione,
-oramai? Un po' troppo, via!...
-</p>
-
-<p>
-— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo
-la bussola.
-</p>
-
-<p>
-— No — Erminia rispose in modo semplice
-e in tono tranquillo.
-</p>
-
-<p>
-Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole.
-</p>
-
-<p>
-E lei:
-</p>
-
-<p>
-— Io gli volevo molto bene.
-</p>
-
-<p>
-E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò:
-</p>
-
-<p>
-— A me sembra che <i>amare</i> significhi più e
-meno di <i>voler bene</i>. A Enrico io gli volevo bene,
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-perchè egli mi amava; ma sono certa che divenuto
-mio marito mi avrebbe anche voluto bene.
-Capisce?
-</p>
-
-<p>
-Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto
-perplesso a chiedersi: «E io che cosa
-dovrei dirle? Che l'<i>amo</i>, o che le <i>voglio bene</i>?»
-Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo
-cervello. Evidentemente, pur volendo bene assai
-al Griboldi, Erminia non ne era molto innamorata.
-Perbacco!... Quasi spinto da una molla
-allora balzò in piedi:
-</p>
-
-<p>
-— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi
-è odioso!
-</p>
-
-<p>
-Ella interrogava con lo sguardo, stupita.
-</p>
-
-<p>
-— L'amo! Io l'amava due giorni prima di
-sapere che lei era fidanzata; forse l'amavo
-avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla,
-un giorno che lei andava al giardino; e adesso
-che la vedo soffrire, l'amo e le voglio bene!
-</p>
-
-<p>
-La signorina, fredda, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Me ne dispiace per due ragioni: la prima,
-perchè adesso il mio cuore è di pietra; la seconda,
-perchè, dopo quello che lei mi ha detto,
-io debbo pregarla di cessare le sue visite.
-</p>
-
-<p>
-— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente
-Gaspare. — Io non vivo senza vederla! Muoio
-anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda
-ogni giorno....
-</p>
-
-<p>
-Ella taceva.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina....
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi a terra; e zitta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a
-mani giunte, attendendo.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti
-s'arrestò, trattenuta da un improvviso sospetto;
-così Erminia dovè concedere due grazie in una
-volta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella
-disse — può riprendere il clarinetto.
-</p>
-
-<h3>
-X.
-</h3>
-
-<p>
-Quando alla signorina Erminia non mancava
-che un mese per compiere l'anno di lutto, Gaspare
-Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier
-Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse
-nella risposta un'apparenza anche più solenne
-della solita.
-</p>
-
-<p>
-— Il padre della signorina affidata alle mie
-cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in
-moglie a chi non esercitasse una professione;
-fosse anche milionario. Lei....
-</p>
-
-<p>
-— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con
-l'impeto di un naufrago che si salva.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque eserciti!
-</p>
-
-<p>
-Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo
-di nuovo ricordando e avvertendo che erano
-brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri.
-</p>
-
-<p>
-Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò
-io a due deputati miei amici e otterremo
-ciò che vorremo.
-</p>
-
-<p>
-Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e
-attese confidando. Un mese passò; ne passaron
-due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente,
-fuor che un po' nell'amore, non era stato
-mai, e che giudicava non perduto il tempo del
-fare all'amore.
-</p>
-
-<p>
-Provava, intanto, una gran voglia di lavorare;
-scopriva in sè una naturale disposizione
-a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar
-strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo
-soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto,
-venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti
-meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende
-dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni
-non gli doveva riuscir difficile nemmeno
-l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E non con altro sentimento che una trepidazione
-di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare
-Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale.
-Ma ahi! con una trepidazione diversa
-guardò all'ingegner capo. Misericordia!
-</p>
-
-<p>
-Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate
-le ciglia, immoto il viso ferino, senza
-guardare, chiese:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei è il signor Bizzi?
-</p>
-
-<p>
-— Nossignore: Bicci.
-</p>
-
-<p>
-— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro.
-Aggiunse: — Il decreto dice Bizzi. — Però,
-nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un
-errore nel decreto; giacchè fece una smorfia di
-meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio!
-</p>
-
-<p>
-Misericordia! L'ingegner capo era....
-</p>
-
-<p>
-Balbettò Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir
-vero, fosse divenuto irriconoscibile a riconoscere
-colui: Tredòzi!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo.
-</p>
-
-<p>
-— Cercherò....
-</p>
-
-<p>
-— Benone! Venga di qua.
-</p>
-
-<p>
-Lo condusse nella camera attigua, in cui altri
-due giovani scrivevano o disegnavano; e prese
-alcune carte.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo....
-Alle quattro vedremo che cosa avrà saputo
-farmi.
-</p>
-
-<p>
-— Non son cose difficili. — disse Bicci.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi
-lo battè con la mano su la spalla:
-</p>
-
-<p>
-— Gran bravomo suo zio!
-</p>
-
-<p>
-Dopo un poco uno dei giovani colleghi si
-volse a Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Fortunato lei!
-</p>
-
-<p>
-E il compagno:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È il primo che quel cane non tratta da cane.
-</p>
-
-<p>
-Se non che anche di così innocente fortuna,
-dovuta in gran parte a una virtù o memoria
-famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle
-quattro; allorchè tornò l'ingegner capo.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —;
-disapprovò l'opera degli altri due;
-poi, appena costoro furono usciti, ordinò a Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Lei oggi verrà a desinare da me.
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi
-ogni impronta di umanità.
-</p>
-
-<p>
-— Tenga a mente che per me non c'è nulla
-d'impossibile, mai!
-</p>
-
-<p>
-— Ma...; ecco....
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa.... ecco?
-</p>
-
-<p>
-— Io sono fidanzato....
-</p>
-
-<p>
-— Benone! No! malissimo!
-</p>
-
-<p>
-— .... e per stasera ho promesso....
-</p>
-
-<p>
-— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse;
-l'avvezzi per tempo, la sposa. Crede che
-sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse
-che le fa ora?
-</p>
-
-<p>
-Fu inutile resistere.
-</p>
-
-<p>
-Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e
-compianto troppo tardi, fingeva, lo traeva in
-un'insidia?
-</p>
-
-<p>
-— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè
-io sono alla buona: leale, sincero,
-schietto come suo zio e come sarà lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-</p>
-
-<p>
-Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere.
-Nondimeno non era una disgrazia anche
-questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto
-d'amore o d'odio, si compromettesse e lo
-compromettesse? E in tal caso che accadrebbe,
-buon Dio?
-</p>
-
-<p>
-Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta
-a conoscere di persona il nipote del signor
-Giorgio, che (già!) conosceva solo di vista....
-Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o
-che imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta
-disinvoltura e sicurezza di spirito, si convinse
-d'essere un giovane spiritoso e disinvolto.
-</p>
-
-<p>
-Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì
-a dire — e aveva uno sguardo torvo:
-</p>
-
-<p>
-— Sai che questo disgraziato prende moglie?
-</p>
-
-<p>
-Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il
-quale Gaspare rabbrividì.
-</p>
-
-<p>
-Invece ella, dopo, sorrideva.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? Me ne congratulo!
-</p>
-
-<p>
-— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io
-lo compiango! Una corbelleria! uno sproposito!
-un delitto che, se suo zio fosse al mondo,
-non commetterebbe!
-</p>
-
-<p>
-Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò
-lui, quand'era moribondo....
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi
-si ha perduta la testa!
-</p>
-
-<p>
-Intanto Silvia esortava Gaspare:
-</p>
-
-<p>
-— Non gli badi. Scherza.
-</p>
-
-<p>
-— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-per annegare e io gli allungassi una mano,
-ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di
-annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta
-pur sicura che darà retta a te!
-</p>
-
-<p>
-— Tredòzi!
-</p>
-
-<p>
-Imperterrito il marito proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Pensare che io cederei fino mia moglie!
-</p>
-
-<p>
-— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora
-Silvia rossa in viso, in atto d'alzarsi. Ma Tredòzi
-non si scompose.
-</p>
-
-<p>
-— Non offendo nessuno. Confronto il bene della
-libertà individuale al vincolo del matrimonio
-e dico che se debbo augurare a Bicci la minor
-sventura possibile, gli auguro la fortuna che
-ho avuta io.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-Per fortuna la signora Silvia introdusse un
-altro discorso, e l'ingegnere, il quale perdeva
-l'argomento preferito, si quietò e riparlò solo
-tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
-</p>
-
-<p>
-L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!»
-riflettè Gaspare.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la
-signora.
-</p>
-
-<p>
-— Capirete.... Ho ventiquattr'anni....
-Oh! Ella non si turbava.
-</p>
-
-<p>
-— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante;
-e io non ne sono gelosa.
-</p>
-
-<p>
-Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe
-baciata. Ma non c'era da fidarsi ch'essa interpretasse
-giustamente la ragione di quel bacio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ed è bionda, o bruna?
-</p>
-
-<p>
-— Bionda.
-</p>
-
-<p>
-— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni
-ha?
-</p>
-
-<p>
-— Diciannove.
-</p>
-
-<p>
-— Una bambina! Tanto, tanto piacere!
-</p>
-
-<p>
-Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una
-bionda si stancherebbe, presto? E volle le narrasse
-la vera storia dell'innamoramento; a che
-egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti
-bugie, nella maniera di tutti gli autobiografi. Infine
-la signora chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito
-amarci, non possiamo volerci bene?
-</p>
-
-<p>
-La distinzione d'Erminia!
-</p>
-
-<p>
-— .... e non restiamo amici?
-</p>
-
-<p>
-— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto,
-salvo. S'imaginava d'esser salvo da ogni castigo.
-</p>
-
-<p>
-....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio
-e parlò pacatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Se il far la corte a mia moglie bastasse,
-caro Bicci, per mandare a monte il suo matrimonio,
-la pregherei di restar qui sino a mezzanotte;
-ma non avendo questa speranza, l'avverto
-che sono le dieci, e andiamo a letto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<h3>
-XI.
-</h3>
-
-<p>
-Come certe cose procedono sempre a un modo
-per tutti, non è da far meraviglia che anche
-per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio
-di nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma
-per Erminia e Gaspare la luna di miele sarebbe
-durata Dio sa quanto, se Dio non avesse
-permesso a una cattiva donna d'intorbidarne il
-dolce chiarore; di provare quel che possa l'odio
-di una donna e a che perfidia la sospinga
-la vendetta.
-</p>
-
-<p>
-Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò
-all'ufficio, riebbe ore di umor buono; durante
-una delle quali disse a lui, il solo benvisto subalterno: — Silvia
-desidera fare la conoscenza
-della sua signora. Contentiamola. Tanto, da mia
-moglie sua moglie non imparerà nulla che già
-non abbia imparato.
-</p>
-
-<p>
-Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche
-cosa sapeva la quale Erminia non avrebbe dovuto
-saper mai. E a parte anche ogni sospetto,
-a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza
-tra sua moglie e l'antica amante.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina
-di dovere, e basta....
-</p>
-
-<p>
-Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-questo mentre aveva conchiusa amicizia con la
-Squiti; cosicchè la relazione temuta e sconvenevole
-diventò naturale, necessaria.
-</p>
-
-<p>
-Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle
-conversazioni in casa Tredòzi venivano, oltre che
-gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e sonava
-(solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto);
-nè rimanevan tempo e agio per confidenze
-tra Silvia e Erminia.
-</p>
-
-<p>
-Ma a poco a poco la perfida donna, abile a
-non farsi scorgere da alcuno fuorchè dalla sposina,
-cominciò a tormentar Gaspare con occhiate
-patetiche. E non bastava: gli susurrava,
-fugacemente, parole all'orecchio; parole
-di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto.
-</p>
-
-<p>
-«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è
-un angelo».
-</p>
-
-<p>
-Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli
-dovè pensare:
-</p>
-
-<p>
-«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto
-infelice, tra breve — non imaginava
-in che belva l'angelo si trasformerebbe,
-in che demonio scatenato!
-</p>
-
-<p>
-Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia
-gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi
-a casa.
-</p>
-
-<p>
-Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia.
-</p>
-
-<p>
-— Allora accompagnerò io voi.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ella sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è
-una stupida, lei!
-</p>
-
-<p>
-Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro
-infernale.
-</p>
-
-<p>
-— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente!
-Quella sfacciata t'accompagna anche a
-casa, dopo i convegni!
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi
-era quella che veniva a trovarti quando io era
-fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo
-tardi! Assassino!...
-</p>
-
-<p>
-— Erminia, t'inganni....
-</p>
-
-<p>
-— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A
-questo modo! Io! da te!
-</p>
-
-<p>
-La bile si disciolse in pianto; ed ella prese
-a invocare il morto, in guisa che straziava l'anima:
-</p>
-
-<p>
-— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi
-saresti rimasto fedele eternamente!... Non mi
-avresti tradita, tu, con la moglie del tuo capoufficio!
-Oh il mio Enrico!... È un'infamia!
-un'infamia!
-</p>
-
-<p>
-Proteste, giuramenti non valsero; la confessione
-sincera e piena non fu creduta; la felicità
-di due che s'adoravano, distrutta per sempre;
-il letto coniugale diviso per sempre....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-No: il letto restò diviso solo due notti; chè
-Erminia volle togliere al marito ogni ragione di
-tradirla.
-</p>
-
-<p>
-Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono
-Gaspare un mattino ch'egli li consultò, sentendosi
-alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo
-quei libri, un rimedio.
-</p>
-
-<p>
-«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia
-moglie non abbia più ragione d'amarmi tanto».
-</p>
-
-<p>
-Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio
-<i>chi sta bene non si muova</i>; e chiedere un trasferimento
-da Bologna valeva come sfidare la pazienza
-dei superiori. Ah quanto fu brutto quel
-mese d'incertezza affannosa nell'attesa del trasloco!...
-Lo manderebbero in Sicilia? in Sardegna?
-in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
-</p>
-
-<p>
-.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche
-questo bel colpo di fortuna non fu sufficiente
-alla pace di tutti, alla contentezza assoluta
-di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne
-cupo; scosse il capo mestamente.
-</p>
-
-<p>
-— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due
-torri io non le lascio! Eppoi, se con la signora,
-andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini
-a Milano! Insomma, io non ci vengo.
-</p>
-
-<p>
-— Luigi, ti prego....
-</p>
-
-<p>
-Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi,
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-Luigi scoteva il capo, e ripeteva nel suo
-linguaggio:
-</p>
-
-<p>
-— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che
-«zuccata» abbiamo avuta!
-</p>
-
-<h3>
-XII.
-</h3>
-
-<p>
-A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla
-signora Bicci non piaceva. Una città, a parer
-suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare
-e in tutto sprovveduta del senso d'arte:
-bastava a convincerne l'architettura plebea e goffa,
-d'un fasto da <i>parvenus</i>. La Galleria? Un
-ridotto per i cantanti a spasso e le <i>cocottes</i>. Il
-Duomo?... Oh il Duomo d'Orvieto!
-</p>
-
-<p>
-Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica
-solitudine d'Orvieto al pandemonio di Milano!
-Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare
-un poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario,
-si sentiva non più che un borghese pacifico
-nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere
-al Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare,
-che si chiamava Bicci, e a cui Milano
-sembrava la più bella città del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la
-dimora a Milano fu causa e pretesto ai dissidi,
-dei quali per l'addietro la gelosia era parsa la
-sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si
-acuirono. Che giovava a Gaspare l'arrendersi?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo.
-Se egli dava torto alla moglie, erano raffacci,
-lagrime, svenimenti, convulsioni: un inferno;
-e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva
-perchè non voleva la considerasse malata
-o matta.
-</p>
-
-<p>
-Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta
-e non temuta! Addio sereni giorni del
-celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di
-miele!
-</p>
-
-<p>
-E come per l'addietro si era compiaciuto di
-non aver figlioli, risparmiandosi tutte le pene
-dell'allevamento e dell'educazione, così adesso il
-povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei
-figli la sua disgrazia coniugale. E almeno avesse
-avuta la suocera, che per lui sarebbe stata,
-adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera!
-</p>
-
-<p>
-Ma finalmente Erminia si ammalò davvero.
-</p>
-
-<p>
-— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E
-al marito —: La distragga.
-</p>
-
-<p>
-Ahi! come distrarre una creatura che preferiva
-Orvieto a Milano? che non voleva uscire di
-casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer
-nessuno? che non parlava quasi più? E
-venne il dì che a Gaspare parvero invidiabili
-i giorni in cui almeno si litigava.
-</p>
-
-<p>
-Durante quel silenzio ostinato e irragionevole
-della sua signora i più neri pensieri, i più foschi
-sospetti trovavano luogo pur nella testa di Bicci;
-tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-casa, abbreviò la consueta passeggiata e la sosta
-al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora, il ritorno
-a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò:
-al buio, nell'ingresso; poi, in punta di piedi,
-venne alla cucina. Buio anche là. Avanzò
-allora fino all'uscio della camera da pranzo,
-ascoltando...; e udì, lieve come un sospiro:
-</p>
-
-<p>
-— Enrico!
-</p>
-
-<p>
-Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare!
-Infami!
-</p>
-
-<p>
-Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che
-non s'è adirato mai in vita sua, Gaspare spalancò
-l'uscio.... E la signora e la serva, senza
-far motto, lasciarono andare il tavolino su cui
-avevano tenute a contatto le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina....
-A te! A te! — e con voce strozzata,
-dopo avere indicata la porta, il padrone trasse,
-gettò, venti, trenta lire alla serva che lo contemplava
-stupita.
-</p>
-
-<p>
-— Vattene! Vattene!
-</p>
-
-<p>
-— Ma cosa ho fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Tener mano!... Via! fuori!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che male c'è? — cominciarono a dire
-insieme le due donne.
-</p>
-
-<p>
-— Via! Via!
-</p>
-
-<p>
-Sempre più minaccioso, con la destra in alto,
-lui, Bicci, Gaspare!, spinse con la sinistra la
-serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia sorrideva
-sarcastica.
-</p>
-
-<p>
-— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-insegnato tu? non mi dicevi tu che faceva così
-tuo zio?
-</p>
-
-<p>
-A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che
-la sciagurata aveva fatto e faceva d'una confidenza
-ricevuta al tempo della luna di miele,
-Gaspare non trovò più parola: perdè forza o
-fiato: cadde a sedere su di una seggiola e si
-strinse il capo tra le mani. Muoveva a pietà;
-quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo
-il capo, tranquillamente, ella si mise a
-leggere il giornale.
-</p>
-
-<p>
-«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre
-Gaspare diceva tra sè, già stupito lui stesso
-d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo
-un poco.... Può darsi che sia da considerare,
-questo fatto che mi ha esasperato, come
-uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo....
-Ma no: è una cosa tremenda; che faceva
-terrore a un filosofo quale mio zio.... Un'esperienza?
-È in questo caso un delitto! un delitto
-enorme; tant'è vero che non è nemmeno
-contemplato nel codice! Sì, un tradimento mostruoso...:
-intendersi con l'amante morto quando
-il marito è vivo! Orribile!... Eppure, Erminia
-ci ride...; e anche la serva non ci vedeva
-niente di male.... La scienza positiva ne
-ride.... Ma insomma!, io ho o non ho il diritto
-di riposare almeno la notte? di dormire i miei
-sonni tranquilli?...»
-</p>
-
-<p>
-Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula
-e bassa:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Erminia, a te sembra una cosa da nulla
-quella che a me sembra una colpa grandissima.
-Un accordo tra noi due non è dunque più possibile;
-bisognerà venire alla separazione.
-</p>
-
-<p>
-Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida.
-Gaspare proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier
-Squiti....
-</p>
-
-<p>
-Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì,
-si fece seria; e quindi scoppiò in pianto dirotto,
-e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro
-che non lo farò più.... Mai più!
-</p>
-
-<p>
-Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva,
-anche da lontano, del cavalier Squiti, o la paura
-di essere ancora condannata al clarinetto, il fatto
-fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione
-di veder pentita la colpevole come Gaspare
-vide Erminia, quella sera.
-</p>
-
-<h3>
-XIII.
-</h3>
-
-<p>
-Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio
-che tutto il male non viene per nuocere, se Erminia
-avesse seguitato a lungo nel buon mutamento.
-Riprese a uscire di giorno e di sera;
-riprese a discorrere e, grazie a Dio, senza litigare.
-Ma tanta felicità poteva durare un pezzo?
-</p>
-
-<p>
-E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-dell'isterica donna, con la intollerabile intolleranza
-d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al
-mondo avrebbe saputo da che lato prenderla.
-Non poteva soffrire neanche le persone che
-avessero avuta qualche somiglianza di gusti
-con lei.
-</p>
-
-<p>
-Infatti una volta all'<i>Eden</i>, ove egli si divagava
-ma si annoiava Erminia, Gaspare scorse, non
-più rivisto da anni, il più caro compagno e più
-allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi,
-un pittore già in fama a Parigi; e benchè
-ricordasse il consiglio dello zio «Sta lontano
-agli artisti» (il povero zio l'aveva anche
-esortato ad ammogliarsi!), egli lo chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Ehi, Monarchi!
-</p>
-
-<p>
-— Oh! Chi vedo!... Bicci!
-</p>
-
-<p>
-— Tu, qua?
-</p>
-
-<p>
-— Tu, qui?
-</p>
-
-<p>
-A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne
-dietro la presentazione della signora.
-</p>
-
-<p>
-Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo
-elegante, con la caramella all'occhio destro e
-copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore
-delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte,
-di Parigi, fino d'Orvieto. «Erminia ne resterà
-contenta» pensava Gaspare. Invece, chi lo crederebbe?,
-quando se ne fu andato Erminia
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se
-verrà a trovarmi prima di partire, farò dirgli
-che non sono in casa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più
-lo rividero, tranne, da lungi, due o tre sere a
-teatro.... A teatro?
-</p>
-
-<p>
-Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova
-smania, una nuova pazzia! Convinta che per
-essere notati a Milano bisognava spendere, si
-mise a spendere e a spandere rovinosamente
-in gioielli e abiti; e dal suo palco pretendeva
-insegnar «il buon gusto nella moda» alle
-milanesi! «Non basta seguire la moda!» diceva.
-</p>
-
-<p>
-Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza
-ricchi da impartire cotesto insegnamento,
-ella gli si scagliò contro:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi?
-Dov'è la mia dote? Quando, con chi
-l'hai consumata? — E così via, fino a giungere
-allo svenimento e alle convulsioni.
-</p>
-
-<p>
-C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni
-di «Enrico! Enrico!» e le pratiche
-spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò
-dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche
-santo — pensava — mi aiuterà».
-</p>
-
-<p>
-E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca;
-desiderosa di quiete e di solitudine. Un
-santo era intervenuto.
-</p>
-
-<p>
-Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche
-a meditare il suicidio; e lo diceva. Che giorni
-per un marito di cuore e di coscienza! Mentre
-a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio,
-all'ufficio, lui, il povero marito, dubitava
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-di trovarla, al ritorno, impazzita del tutto,
-oppure asfissiata.
-</p>
-
-<p>
-Un Calvario! E non era più possibile tirare
-avanti un pezzo così. E solo un colpo di fortuna
-poteva ridar la pace a Gaspare Bicci.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Verso le cinque pomeridiane egli saliva le
-scale di casa sua, superando ogni gradino con lo
-sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco,
-era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò
-alla disperazione della cuoca.
-</p>
-
-<p>
-— La signora.... non c'è più!
-</p>
-
-<p>
-Morta?
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante.
-</p>
-
-<p>
-— Dove sarà andata? — chiese, per risposta,
-la donna.
-</p>
-
-<p>
-Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso:
-«Ad annegarsi. È finita! Ma che guaio!»
-</p>
-
-<p>
-— Di', parla! A che ora?...
-</p>
-
-<p>
-— Dopo colazione, è uscita con la valigetta.
-</p>
-
-<p>
-Ad annegarsi con la valigetta?
-</p>
-
-<p>
-— E non ti ha detto nulla?
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su
-lo scrittoio.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Meno male!
-</p>
-
-<p>
-Si precipitò nello studio. Lesse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p class="indl">
-«<i>Gaspare</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco
-lealmente, e ti giuro che mi annegherei se non
-fossi persuasa di saper rendere felice Gino Monarchi.
-Vado con lui a Parigi. Tu vieni in
-Francia: vi faremo divorzio; così sarai libero
-di trovarti una donna degna di te. Addio.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Erminia.</i>»
-</p>
-
-<p>
-— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero
-al traditore.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, gli sembrava che una mano benefica
-gli levasse, o dalle spalle, o dal petto,
-o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo
-d'addosso — un enorme peso; e tant'era il
-sollievo, che gliene conseguì una mitigazione all'ira,
-un senso di dolcezza; e tant'era buono,
-Bicci, che a poco a poco il sollievo e la dolcezza
-gli si convertirono in un senso di pietà.
-</p>
-
-<p>
-«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà
-presto di qual natura è quella donna!»
-«Dopo tutto — aggiunse in un risveglio
-d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a
-me!»
-</p>
-
-<p>
-E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato
-interamente a se medesimo, da morte
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che
-arriverebbe prima lui della lettera —:
-</p>
-
-<p class="indl">
-«<i>Caro Luigi</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono
-salvo, libero, felice; l'uomo più fortunato del
-mondo! E corro a Bologna da te.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Il tuo Gaspare.</i>»
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="scampanata"></a>
-Una “scampanata„.
-</h2>
-
-<p class="indr small">
-In Romagna.
-</p>
-
-<p>
-Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi,
-frotte loquaci di donne, uomini e fanciulli e
-coppie amorose, sorridenti o serie nel loro bisbiglio;
-i dami col garofano all'occhiello.
-</p>
-
-<p>
-Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo,
-ove serenamente moriva il lume crepuscolare
-e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla terra
-ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco
-e oscurarsi e, lontano, sparire. Come due ragazzi
-s'arrestarono per tirar sassate in un ricovero
-di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno
-di loro ammonì a voce aspra:
-</p>
-
-<p>
-— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono;
-lanciarono i sassi nel fiume; e nel
-ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami,
-proteste, confidenze, querele, saluti.
-</p>
-
-<p>
-A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio,
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-che venivano fra gli ultimi, l'uno dal
-lato destro, l'altra a sinistra, si videro.
-</p>
-
-<p>
-— Buona sera, Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Buona sera, Faziòla.
-</p>
-
-<p>
-— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo
-anche domani.
-</p>
-
-<p>
-— Ce n'è bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— Dove siete a lavorare, adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Vanghiamo le vigne.
-</p>
-
-<p>
-— Sarete in molti.
-</p>
-
-<p>
-— Quindici o sedici.
-</p>
-
-<p>
-— E han fatto «caporale» Giulio, eh?
-</p>
-
-<p>
-— Giulio.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di
-farvi torto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi comanda ha sempre ragione.
-</p>
-
-<p>
-Dopo una pausa lei chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Ma è vero quel che dicono?
-</p>
-
-<p>
-— Dicono.
-</p>
-
-<p>
-La loro malignità non andava più oltre dell'accennare
-alla ciarla che Giulio dovesse ai
-meriti della moglie la nomina a capo degli operai
-braccianti.
-</p>
-
-<p>
-— Per fortuna non avete famiglia da mantenere,
-voi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la
-salute. Ma.... — E l'infelice guardò la Faziòla
-sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua
-per cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma
-se mi viene una febbre, io non ho un
-cane che mi porti una goccia d'acqua.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla
-sospirò per sè.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani,
-per modo di dire, che vi porterebbero via il
-boccone di bocca, se potessero.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi trattan bene in casa?
-</p>
-
-<p>
-Essa volle attenuare.
-</p>
-
-<p>
-— Capirete anche voi: le annate vanno scarse
-e uno di più in famiglia, aggreva.
-</p>
-
-<p>
-— Ma voi lavorate.
-</p>
-
-<p>
-— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a
-me. C'è da rappezzare la roba? Tocca a me; la
-sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o
-all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora.
-In ozio non ci sto; quest'è vero.
-</p>
-
-<p>
-Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera
-Faziòla!
-</p>
-
-<p>
-Quindi Fulgenzio riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Avete fatto male a non maritarvi un'altra
-volta, quando eravate a tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Le vedove che non han quattrini si lascian
-dove sono; lo sapete pure. Piuttosto voi, Fulgenzio,
-perchè non avete preso moglie?
-</p>
-
-<p>
-Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto
-un vantaggio in lui il non aver famiglia
-da mantenere; e lui tornò a sorridere.
-</p>
-
-<p>
-— Chi volete che mi prendesse?
-</p>
-
-<p>
-Infatti da giovane era anche più brutto e più
-magro, sembrava più zoppo; sembrava tirasse
-l'anima coi denti.
-</p>
-
-<p>
-— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-ragazze han delle pretese; ma una
-donna quieta....
-</p>
-
-<p>
-— Trovarla una donna quieta!
-</p>
-
-<p>
-Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e
-a occhi bassi, nel silenzio: «Oh non c'ero io?»
-Almeno così egli credette, perchè sorrise ed
-esclamò commosso:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto
-sposarvi voi, Faziòla! Voi eravate proprio
-la donna per me.
-</p>
-
-<p>
-— E io vi avrei preso, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-Mormorò l'uno:
-</p>
-
-<p>
-— Adesso è fatta.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso è fatta — mormorò l'altra.
-</p>
-
-<p>
-Nè parlaron più finchè furono vicini a casa.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando la Faziòla stava per augurar la
-buona notte, lasciar la strada e passare la siepe,
-Fulgenzio, fermo, si guardò attorno, raccolse il
-fiato e con voce tremula disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite: la gente può dir quel che vuole;
-ma io, di una donna ne ho proprio bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— Lo dico anch'io.
-</p>
-
-<p>
-— Se voi mi voleste....
-</p>
-
-<p>
-Alla proposta lei si mise a ridere forte.
-</p>
-
-<p>
-— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono
-vecchia....
-</p>
-
-<p>
-— Mi volete?
-</p>
-
-<p>
-Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria;
-tanto egli temeva un no e tal voglia aveva lei
-di rispondere sì.
-</p>
-
-<p>
-Ma vinse la ragione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo.
-</p>
-
-<p>
-— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene. Buona notte, Faziòla.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, Fulgenzio.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Avevano una settimana per pensarci; ed era
-troppo; e la settimana fu lunga. Finchè aveva
-sperato di migliorare un po' la sua condizione
-risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva
-sperato anche di trovar donna non molto innanzi
-con gli anni la quale lo compensasse della
-giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli
-ogni speranza e presunzione, doveva ringraziar
-Dio se la Faziòla lo voleva! Era una brava
-donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe
-tanto da non tornargli di peso; una
-buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse
-per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza.
-Davvero?... Non seduceva la Faziòla il solo interesse?
-Non si era sparsa voce ch'egli aveva da
-parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva;
-ma, insomma, la donna era buona o
-no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero
-maligno!
-</p>
-
-<p>
-Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa
-in cui i parenti la trattavano da serva e le invidiavano
-il pane che mangiava; e faticar meno,
-e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-che a rifiutarla le sarebbe parso d'offendere la
-Provvidenza. Pure un ritegno le restava. Perchè?
-si sentiva il coraggio di sfidare la gente,
-o no....
-</p>
-
-<p>
-Finalmente venne la domenica a chiuder la
-settimana dell'attesa e dell'incertezza.
-</p>
-
-<p>
-— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno
-dai vesperi, Fulgenzio. E sorrideva in quel suo
-modo faticoso.
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura del mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Io no; non ci bado io!
-</p>
-
-<p>
-— Ci faranno la «scampanata».
-</p>
-
-<p>
-— E che la facciano!
-</p>
-
-<p>
-Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei
-accondiscese. Pur mentre incoraggiava, quella
-giusta apprensione degli scherni che turberebbero
-forse per anni la loro pace; quel timore
-dell'avversione o della condanna pubblica, toglieva
-ardimento a lui stesso e l'induceva, il
-dì dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di
-spender qualche cosa, non si potevano evitare le
-pubblicazioni matrimoniali? —
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile!
-</p>
-
-<p>
-L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non
-badassero a rispetti umani! —
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di meraviglia in principio, eppoi
-smetteranno.
-</p>
-
-<p>
-— È quel che dico anch'io.
-</p>
-
-<p>
-Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità
-mal repressa per tutta la chiesa quando l'arciprete
-disse dall'altare:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Si pubblica per la prima volta la domanda
-di matrimonio di Fulgenzio Landi con la Violante
-Stradelli vedova Faziòli.
-</p>
-
-<p>
-E, dopo, la fidanzata non osava più uscir
-dalla porta di casa, avvelenata in casa dalle
-canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il
-fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che
-modo resisteva lui alla tempesta. E Fulgenzio
-sorrideva e taceva.
-</p>
-
-<p>
-«Presto o tardi smetteranno!»
-</p>
-
-<p>
-Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano
-per il dì delle nozze!
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio;
-e allorchè, nel gran giorno, la gente accorse
-alla prima messa per assistere allo sposalizio,
-apprese che da due ore gli sposi eran
-già fatti e che già erano a casa loro.
-</p>
-
-<p>
-— Stamattina ce la siam cavata — sospirava
-la Faziòla. — Il peggio sarà stasera.
-</p>
-
-<p>
-Ripeteva Fulgenzio:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci pensate.
-</p>
-
-<p>
-Intanto si vedeva che lui ci pensava.
-</p>
-
-<p>
-Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh
-senza alcuna smania di sposi novizi!: irritati,
-al contrario, che a loro due, così quieti e consapevoli
-degli anni e dei malanni che portavano
-addosso, il mondo attribuisse simili sciocchezze.
-</p>
-
-<p>
-Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto,
-primo talamo della Faziòla, da riconnettere; e
-i pagliericci da riempir di foglie, e i cuscini da
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare
-e spartire la biancheria e i panni che meritavano
-rattoppi; e nettar la cucina in modo che
-non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero
-l'arciprete e il fattore.
-</p>
-
-<p>
-— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio
-strofinando, dentro, il paiolo.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con
-le tagliatelle in brodo e il lesso.
-</p>
-
-<p>
-— Sono dieci anni che non ho sentito un poco
-di manzo; da quando si maritò mia sorella — confessò
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Similmente la Faziòla gustava il vino.
-</p>
-
-<p>
-— Buono! Buono! Non me ne davano mai,
-in casa, a me!
-</p>
-
-<p>
-E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea
-mirabile, che schiarì del tutto il malumore
-in entrambi. Se dessero da bere agli offensori?
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se
-dessimo da bere?...
-</p>
-
-<p>
-Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando,
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E
-rideva.
-</p>
-
-<p>
-— Il vino dove lo mettiamo?
-</p>
-
-<p>
-— In un bigoncio.
-</p>
-
-<p>
-E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola;
-e andò alla fattoria a riempirlo di quello
-buono.
-</p>
-
-<p>
-Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita
-d'averlo indotto alla grave spesa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti
-mancavano di questo; mancavan di quest'altro....
-</p>
-
-<p>
-Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla;
-di rivelarle il segreto contenuto nell'animo
-a fatica. Trasse dalla tasca della giacca
-il libercolo.
-</p>
-
-<p>
-— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati
-come vi credete.
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è?
-</p>
-
-<p>
-— Il libretto della cassa di risparmio.
-</p>
-
-<p>
-Essa aveva spalancati gli occhi; guardava;
-ma non sapeva leggere.
-</p>
-
-<p>
-— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento
-franchi, senza i frutti.
-</p>
-
-<p>
-— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di
-altri?
-</p>
-
-<p>
-— Eh! alla cassa....
-</p>
-
-<p>
-— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete
-vedere dove li tengo, io?
-</p>
-
-<p>
-Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato
-che ebbe in fondo alla cassapanca, elevò
-la calza trionfale, sonante e gravida del gruzzolo;
-e disse, sgroppandola e riversandola sul
-letto:
-</p>
-
-<p>
-— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne
-abbia.
-</p>
-
-<p>
-Il marito aveva le lagrime agli occhi men per
-la gioia che per il rimorso di quel suo dubbio,
-che la donna l'avesse sposato per interesse. In
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva
-più lei!
-</p>
-
-<p>
-Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso
-velavan gli occhi della moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero
-dopo la morte di Faziòli, e quelli che misi
-insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo.
-</p>
-
-<p>
-Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non
-avrebbe pensato a rimaritarsi, a cinquant'anni!
-</p>
-
-<p>
-— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito,
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla
-dolorosa memoria, lei ripetè:
-</p>
-
-<p>
-— Contiamoli.
-</p>
-
-<p>
-Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva
-mentre distinguevano le monete e le
-ammucchiavano sorte per sorte, ed enumeravano
-i biglietti di banca; mentre il vino, a cui
-non erano avvezzi, ferveva loro nel sangue.
-Così, a poco a poco, i diversi sentimenti si confusero
-in una gioia comune.
-</p>
-
-<p>
-E il marito non potendo terminare il conto,
-distese le magre braccia a un timido abbraccio.
-</p>
-
-<p>
-— Povera la mia donna!
-</p>
-
-<p>
-Lei sorrise.
-</p>
-
-<p>
-Fu un momento. In quel momento avrebbero
-dato fors'anche il libretto della cassa e tutte
-quelle monete per tornare indietro di dieci anni;
-ma la sposa subito tornò in sè:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono vecchia, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza
-della sua propria insania; e ripresero il
-conto.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era
-una gara a chi strepitasse più forte: un fracasso
-di secchi battuti a furia; di cassette di latta bastonate
-senza tregua; di coperchi picchiati l'un
-contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli
-che s'appendono al collo de'
-buoi per la fiera — scossi da instancabili mani;
-e corna di bue roboanti, e voci umane fatte
-bestiali: grugniti, gallicini, ragli, fischi. Un
-ex soldato, trombettiere, si sfiatava nel suo strumento;
-un cacciatore, con meno fatica, sparava
-a quando a quando colpi di schioppo all'aria, e
-due cani abbaiando e latrando s'introdussero
-nella compagnia.
-</p>
-
-<p>
-La dimostrazione veniva solenne, memorabile.
-All'infernale sollazzo dava motivo e impeto l'oscura
-coscienza rusticana, avversa a che la vecchiaia
-presuma cosa da giovani, e offesa da una
-vedovanza interrotta. Nessuno di coloro pensava
-certo che invece di schernire un connubio ridevole
-e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere
-anime e di due timorosi egoisti condotti
-dalla fortuna a reciproco soccorso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano.
-</p>
-
-<p>
-— Sono qui! — disse la donna. — Vado a
-smorzare il lume.
-</p>
-
-<p>
-A posta, per far credere che erano a letto e
-per accrescersi il piacere dell'improvvisata, l'avevano
-acceso nella camera nuziale.
-</p>
-
-<p>
-Quindi, al mancar di quella luce, le oscene
-grida e le risa superarono tutti i suoni.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso accendiamo il lanternino.
-</p>
-
-<p>
-Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite la voce di Mauro?
-</p>
-
-<p>
-— E quel della tromba chi sarà?
-</p>
-
-<p>
-— È Martino dell'Argine.
-</p>
-
-<p>
-— Che matti!
-</p>
-
-<p>
-— Vogliamo ridere!
-</p>
-
-<p>
-Ma in quel punto il cacciatore sparò due
-colpi.
-</p>
-
-<p>
-— Anche delle schioppettate!
-</p>
-
-<p>
-E la moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci faran del male, eh? Quando si è
-matti!...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi andare innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio;
-dietro, andò la donna col bicchiere e il
-lanternino.
-</p>
-
-<p>
-A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un
-istante, chi sonò o soffiò con più lena; e in
-massa tutti s'appressarono alla porta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...;
-buum buum buum...; taratatà taratatà, taratatà...;
-cococodè!...;</i> e, prevalenti, strazianti, i <i>cian
-cian</i> dei metalli e il <i>dan dan</i> dei campanacci.
-</p>
-
-<p>
-— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!...
-Ohe!... gente! Chi vuol bere?
-</p>
-
-<p>
-— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E
-di cuore, ragazzi!
-</p>
-
-<p>
-Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe
-di fronte. Quegli lasciò cadere la secchia disarmonica
-per bere d'un fiato, e gridar dopo:
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua
-volta il bicchiere per un altro.
-</p>
-
-<p>
-Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa
-c'è? — Cosa fanno?... Dan da bere! — Un bigoncio! — Ohe!
-ci siamo anche noi! — Vino!
-</p>
-
-<p>
-Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un
-senso quasi di gratitudine avevan còlti gli animi;
-di súbito, secondo avviene nella gente rude,
-i cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo,
-opposto.
-</p>
-
-<p>
-Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla
-e Fulgenzio avevano gettato dalla finestra,
-per vendicarsi, immonde cose o inani minacce;
-o non avevan taciuto, essi, in una vile
-rassegnazione; ma passavan da bere, e vino
-buono! Succedevano alle grida folli e ai motti
-sconci, voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza;
-e tutti in una volta.
-</p>
-
-<p>
-— La fanno da signori, gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio
-tenervelo io al battesimo!
-</p>
-
-<p>
-— Guardatevi dai compari, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà
-caporale anche lui!
-</p>
-
-<p>
-— No, no! la Faziòla non gli farà torto!
-</p>
-
-<p>
-— Fulgenzio è geloso!
-</p>
-
-<p>
-— Fulgenzio è pacifico!
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'allegria!
-</p>
-
-<p>
-Il trombettiere impose silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni
-ai ragazzi più ostinati nel frastuono. — Adesso
-gli sposi ballano la monferina! — La
-proposta fu accolta da applausi; la monferina
-fu intonata dalla tromba, cantata e zufolata;
-mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio,
-il quale si schermiva con ambedue le braccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva
-dimenandosi fra le mani e le braccia
-che l'urtavano, lo spingevano.
-</p>
-
-<p>
-— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare!
-</p>
-
-<p>
-Ma la Faziòla diede al marito la prima prova
-di abnegazione; una gran prova, anzi, di virtù.
-Comprendendo che per acquetarli era necessario
-che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò
-al ballo con l'agilità e la disinvoltura de' suoi
-vent'anni e del ballerino che combinò a saltarle
-di contro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato
-tranquillo; e, per emulazione più che per
-burla, i giovani gettarono i recipienti sonori, i
-campanacci e i corni; e in mancanza di donne,
-si misero a ballare tra loro, intanto che Fulgenzio
-attingeva e offriva il vino attorno con
-viso lieto.
-</p>
-
-<p>
-— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri....
-Finchè ce n'è!... Di cuore!
-</p>
-
-<p>
-Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere
-perduto il fiato, tutti ripresero gli strumenti
-del baccano.
-</p>
-
-<p>
-Adesso però ciascuno dava dentro nel suo
-con l'anima d'un inno glorioso.
-</p>
-
-<p>
-.... — Felice notte!
-</p>
-
-<p>
-— Viva gli sposi!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'amore!
-</p>
-
-<p>
-— Viva l'allegria!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici
-per il sollievo del peso che aveva preoccupato
-a lungo il loro animo; per il piacere
-d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia,
-con l'astuzia; per la gioia d'essersi sottratti, anche
-in avvenire, a beffe o biasimi, meritando
-invece indulgenza e benevolo ricordo.
-</p>
-
-<p>
-E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo,
-di reciproca gratitudine, e la certezza di giorni
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-meno tristi, forse ebbero allora la persuasione!
-che avevano saputa togliere agli altri l'illusione,
-che a torto prima presupposta in essi, aveva
-indotta la terribile turba a tanto sbattere, gridare
-e scampanare.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="polso"></a>
-Il polso.
-</h2>
-
-<p class="indl small">
-Nel settecento:
-</p>
-
-<p class="indr small">
-per i mariti d'oggidì.
-</p>
-
-<p>
-Difficile dire se il conte La Fratta amasse più
-sè stesso o la marchesa Arnisio; ma poichè
-per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la
-lode di cavaliere perfetto e per secondare gli
-stimoli del cuore insisteva da un anno a servire
-con cura paziente e con indulgente costanza
-una dama così mutabile di pensiero e di animo,
-egli certo amava troppo sè stesso e oltre il
-necessario a un cavalier servente egli amava
-l'Arnisio.
-</p>
-
-<p>
-A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia
-su di lui l'attraenza dell'ignoto e del nuovo;
-la virtù quasi d'un fascino arcano; quantunque,
-a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute
-molte singolarità e usanze e malizie. Già
-sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi
-e quando fosse meglio accondiscendere a
-quello che alla dama piacesse affermare; già
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-aveva appreso a distinguere su le sue labbra
-rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia
-sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva
-tutto quanto comandasse o esprimesse
-dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto:
-anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed
-era spesso — l'esperienza e la consuetudine
-avevano sancita una specie di prammatica
-ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava
-parlare di mille cose per divagarne il pensiero
-doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere,
-a diritto o a rovescio, no, sempre no, o
-sì, sempre sì.
-</p>
-
-<p>
-Questo ed altro il conte sapeva della marchesa;
-ma una cosa non sapeva: se ella avesse il
-cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?» egli
-si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni
-giorno più nella ricerca dell'ignoto n'era più avvinto
-dal fascino; cosicchè ogni giorno più s'innamorava
-della dama e di sè, che con sua gloria
-resisteva a servirla.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle
-bizze nel brio e alle arie annoiate alternando
-gli accordi e i riposi e gli assensi, cominciò ad
-accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e
-sentimentali ch'egli credette di giungere a proda:
-il sentimento deriva dal cuore; dunque il
-cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva
-battere per altri che per lui, che da un
-anno la serviva con cura paziente e con indulgente
-costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-a studiare di quale e quanto e quanto duraturo
-amore fosse capace il cuore piccoletto
-della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva
-con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti
-abbandoni e neppure quei moti meditati
-o spontanei di gelosia che tutte le donne amando,
-o fingendo d'amare, sogliono avere. E nello
-studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e il suo
-pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della
-dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi.
-</p>
-
-<p>
-Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche
-e le remissioni di donna usata alla vita;
-i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse
-cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da
-un intimo, segreto travaglio che le eccitava e
-tribolava lo spirito: lo sguardo di lei, spesso
-stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta,
-dicevan forse che il suo spirito vagava
-dietro un inafferrabile bene, finchè, con uno
-sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse
-di riaversi o mentire; e allora abbondava di cachinni
-e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa.
-Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece
-che la simulazione d'un malanno alla moda, poteva
-essere la dissimulazione di un urgente rovello;
-gli sdegni di lei contro lui non erano
-forse, come egli aveva sempre creduto, modi di
-civetteria sagace, ma più tosto non rattenuti impeti
-di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate,
-quelle occhiate lunghe e sentimentali,
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-potevano non essere tardi e magri compensi
-alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più,
-segni di compassione per lui in una confessione
-oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!;
-ma non per voi, povero conte!» Or bene, il
-conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio
-come Publio a Barce nel melodramma del
-Metastasio:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Se più felice oggetto</p>
-<p class="i2">Occupa il tuo pensiero,</p>
-<p class="i2">Taci, non dirmi il vero.</p>
-<p class="i2">Lasciami nell'error!</p>
-<div class="stanza"></div>
-<p>È pena che avvelena</p>
-<p class="i2">Un barbaro sospetto;</p>
-<p class="i2">Ma una certezza è pena</p>
-<p class="i2">Che opprime affatto un cor;</p>
-</div>
-
-<p>
-no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di
-sè, che premevano l'animo del conte e vi si
-rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano
-ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato
-talora dubita a torto; l'altro, perchè,
-se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a
-tempo non compromettesse la sua dignità e la
-sua fama di <i>cavaliere di spirito</i>.
-</p>
-
-<p>
-Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira
-il caso d'un patito che con zelante servitù
-e con dabbenaggine inconscia facesse riparo all'amore
-ignoto della sua dama!; e La Fratta
-aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa
-amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano
-intorno, il quale, come minore del conte, ella
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-non potesse assumere a servirla senza scapito
-agli occhi del mondo; o amava chi attendeva,
-incurante o ignaro di lei, ad altra dama della
-quale ella fosse gelosa. E come ella avrebbe
-lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva
-restarci, egli interrogava il mistero, scrutava,
-investigava. Ma invano: tal donna era l'Arnisio
-che davanti a niuna persona e in niuna
-circostanza perdeva il predominio di sè; nè
-mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su
-quello che a lei fosse d'intorno, il conte riusciva
-a sorprenderle in volto ombra alcuna di
-rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna.
-Il mistero per La Fratta permaneva fitto,
-fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva
-pietoso e tendeva a diventare ridicolo.
-</p>
-
-<p>
-Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate
-Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente
-arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva
-le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni
-e de' suoi frizzi, nè men caro agli amici, cui
-giovava d'esperienza e di senno.
-</p>
-
-<p>
-L'abate consigliò: — Tastale il polso.
-</p>
-
-<p>
-Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso
-si possono frenare. Allorchè ricorderai alla
-marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore
-batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma
-il suo polso batterà più in fretta e tu potrai
-sentirlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-</p>
-
-<p>
-Al conte questa parve un'invenzione mirabile.
-L'abate continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Non si falla; ma ricordati che io confido
-la ricetta alla tua segretezza.
-</p>
-
-<p>
-— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse
-dalla marchesa Arnisio.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Essa, all'entrare del conte, era abbandonata
-sul canapè con la testa reclinata mollemente
-e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi
-dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al
-bacio di lui su la sua destra, rispose con un
-sorriso ambiguo, meno soave che doloroso.
-</p>
-
-<p>
-— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose ella in tono flebile.
-</p>
-
-<p>
-La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania
-almeno quel giorno opportuna a' suoi
-fini.
-</p>
-
-<p>
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli,
-non per rammentare il tempo felice nella miseria
-ma per avviarsi súbito alla meta. Prima
-però chiese: — Desiderate un po' di melissa?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica
-quel giorno era il sì; e trasse un breve
-sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle
-labbra.
-</p>
-
-<p>
-— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima
-ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei
-su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò
-il polso attentamente.
-</p>
-
-<p>
-Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano
-d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il
-sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio
-in misura placida ed uguale.
-</p>
-
-<p>
-— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva
-il cammino). Corgnani giurava di perdere
-a tarocchi perchè lo costringevate a guardarvi,
-tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne
-d'avervi ravvisata a Versailles in una procace
-figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi
-proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe
-ballar meglio di voi il <i>paspié</i>. — E ristando,
-per prudenza: — No — disse — non avete febbre. — Pure,
-come più d'una volta aveva profittato
-dell'emicrania per tenere a lungo nelle
-sue una mano della dama, ritenne invece il polso,
-e riandando le vicende della sera innanzi,
-passata con lei alla conversazione di una dama
-illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con
-abile arte potè nominare coloro di cui aveva
-maggior sospetto. Ma il polso batteva sempre
-uguale e placido.
-</p>
-
-<p>
-«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?»
-domandava intanto La Fratta a sè stesso. «Quello
-non può essere: proviamo quest'altro.»
-</p>
-
-<p>
-Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel
-polso ritmico e muto sinchè ebbe percorsa invano
-la via che si era proposta. Oramai retrocedeva;
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava
-in nuovi dubbi. Infine, s'appigliò a
-chi gli capitò dinanzi al pensiero:
-</p>
-
-<p>
-— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per
-l'Arboldi; sdilinquiscono tutt'e due, il duchino
-e vostro marito.
-</p>
-
-<p>
-Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse;
-gli era parso; ma non era possibile che il sangue
-di una dama come la marchesa Arnisio
-si commovesse al ricordo di un vagheggino
-quasi adolescente! Per altro, la marchesa era
-così strana....
-</p>
-
-<p>
-— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi
-non preferirà quel bamboccio a un cavaliere
-qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio!
-La marchesa amava il duchino; amava — strana
-donna! — il frutto acerbo!; il polso che
-aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione.
-Il duchino! Per prima vendetta il conte
-volle discorrere e burlarsi di lui affinchè,
-magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari,
-piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria
-rifluì placido ed uguale.... E solo allora,
-trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un lampo,
-quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi
-il polso precipitava, martellava, scottava!
-Come scottato, il conte abbandonò il braccio
-della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito,
-non sapeva più che si dicesse. Diceva:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è
-possibile! — Ed era possibile!... Appena si fu
-ricomposto, senza esitare, rapido, asserì: — Voi
-siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata;
-ditemi, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose la dama; ma poteva essere
-il sì di prammatica.
-</p>
-
-<p>
-— Siete innamorata di.... vostro marito!
-</p>
-
-<p>
-La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice.
-Invece la dama, la quale, meravigliata anch'essa,
-era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama
-ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto,
-e scoperta dal conte, e sentì tant'odio per
-il conte, che frenò la curiosità e tacque.
-</p>
-
-<p>
-— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro
-marito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un
-sì aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò:
-</p>
-
-<p>
-— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia
-servitù solo per la moda?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi,
-senza accorgermene?
-</p>
-
-<p>
-— Sì!
-</p>
-
-<p>
-La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e
-si contenne.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — conchiuse solennemente — non
-vi annoierò più, signora marchesa! Solo permettetemi
-l'ultimo consiglio: se non volete far ridere
-il mondo, non riferite questo nostro colloquio
-all'abate Fantelli. — E per un supremo
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-sforzo di galanteria cercò di baciare la destra
-dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa
-ritrasse la destra; ond'egli, senza guardarla, di
-corsa uscì dalla camera.
-</p>
-
-<p>
-La tenda era appena ricaduta dietro di lui
-quando la dama, alzatasi vispa e gaia come
-quella che da un mese non aveva avuta emicrania,
-con un lungo sospiro di soddisfazione
-esclamò: — Finalmente!
-</p>
-
-<p>
-Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate
-Fantelli?»
-</p>
-
-<p>
-Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da
-che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione
-improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che
-egli rida e il mondo rida! Anzi!»
-</p>
-
-<p>
-Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione
-del mondo, ella dava al marito una prova
-d'amore sublime fino al sacrificio, e, sollecitato
-e disposto da quella al suo amore, il marito
-non avrebbe più resistito — n'era certa — alle
-altre prove e più seducenti prove del suo
-amore.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia,
-contemplava la gravità della propria sconfitta
-e cercava rimedio a quello de' suoi affetti
-che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro
-pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva
-il conte che raccomandando alla dama di tacere,
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-aveva obliato la natura di lei, e che s'ella
-parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe
-di lui e non di lei, della quale, tanto era stramba,
-nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli
-considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva
-di non essersene accorto prima; e si rassegnava
-a giudicar quel capriccio meno enorme di
-quanto l'aveva giudicato prima.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto,
-pallido per sangue nobile da secoli, con modi
-di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie,
-gelosa della dama la quale egli serviva,
-se n'era accesa a dispetto del mondo e del cavalier
-servente?
-</p>
-
-<p>
-E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto,
-quello della dama, che ancora non era
-spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo.
-Peggio, assai peggio che la derisione del mondo,
-sarebbe la derisione della marchesa quand'ella
-innamorasse e seducesse il marito!
-</p>
-
-<p>
-Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta
-concepì il disegno di salvare il suo decoro e la
-sua dignità nella stima del mondo e nella stima
-della marchesa.
-</p>
-
-<p>
-Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo
-trovò per istrada; e al saluto di lui non fece nè
-parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la causa,
-e della risposta fu così poco contento da
-ammonire La Fratta che non salutare chi merita
-rispetto e onore è villania. Ma poichè la
-taccia di villania a chi merita rispetto e onore
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse
-la spada il marchese; e al terzo colpo la
-lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario.
-</p>
-
-<p>
-Pronto il marchese strinse con la pezzuola di
-batista il taglio che non era profondo; poi domandò,
-senz'ira:
-</p>
-
-<p>
-— Ora mi direte perchè un cavaliere come
-siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere
-come sono io.
-</p>
-
-<p>
-— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda
-che s'aspettava —; per provarvi che se
-da oggi in avanti non servirò più vostra moglie
-e non entrerò mai più nella vostra casa,
-la colpa è vostra.
-</p>
-
-<p>
-Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne
-capì meno di prima. Ribattè:
-</p>
-
-<p>
-— Spiegatevi!
-</p>
-
-<p>
-E il conte:
-</p>
-
-<p>
-— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita
-della mia servitù perchè io, e non voi, ho
-scoperto ch'essa è innamorata di voi.
-</p>
-
-<p>
-Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto
-La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche
-con uguale timore volse il pensiero al
-riso del mondo, e chiese, con tono e impeto
-d'incredulità e di sorpresa:
-</p>
-
-<p>
-— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è
-un segreto dell'abate Fantelli; ma di ciò
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere
-come sono io ha potuto attaccar briga con un
-cavaliere come siete voi!
-</p>
-
-<p>
-A tali parole il marchese sorrise, e porgendo
-la mano ferita all'amico:
-</p>
-
-<p>
-— Conte La Fratta — esclamò contento —, io
-vi ringrazio!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="modestia"></a>
-Come finì la Modestia.
-</h2>
-
-<p>
-<i>Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum
-bum! — Bum! Barnùm! — Cium! papaciùm!
-cium cium!</i>
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Che cos'è questo fragore?
-questo squillar di trombe, strepitar di piatti e
-tuonar di gran cassa? Chi arriva?... Oh! una
-carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale;
-su cui troneggia la più bella donna che
-io vedessi mai! Ha gli abiti mirabilmente variopinti
-e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono
-gentiluomini in tuba e cravatta bianca.
-Qualcuno invece della tuba porta una corona
-d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche
-altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia....
-Io arrossisco a lasciarmi vedere. Mi nasconderò
-dietro la siepe.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Voi dite, postiglioni,
-che bisogna dar riposo ai cavalli? A cavalli di
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta. Ma
-giuro che nemmeno per svago non viaggerò
-mai più per le campagne d'Italia! Io son usa
-al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani;
-non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere
-a pena un centinaio di aratri a vapore, affollare
-d'infermi tre stabilimenti idroterapici, aprire due
-esposizioni agricole, me la son presa comoda;
-ma ho consumato un giorno e sciupati quattro
-puledri che vinsero le corse a Longchamp, e
-che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra,
-quando per caso mi ci trovassi in
-domenica. Però io ringrazio voi, miei seguaci,
-d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo
-viaggio e vi porgo un marengo perchè andiate
-all'osteria laggiù, a bere un litro alla mia salute.
-Un marengo anche a voi, postiglioni e musici.
-Spicciatevi! Quanto a voi, poeti, se v'aggrada,
-andrete qui intorno cercando il Gran Pan.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca,
-io penserò un milione di telegrammi da spedire
-domattina ai miei segretari sparsi nel mondo
-per il progresso delle industrie, delle arti e dei
-commerci e mediterò un nuovo modo d'annunziare
-il <i>Tot</i> e le <i>Pink</i>.
-</p>
-
-<p>
-.... Che frescura! Che quiete!
-</p>
-
-<p>
-Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi
-quasi mi vien sonno....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Ahi!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Chi va là, dietro la
-siepe?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Scusi, signora, se l'ho
-disturbata.... Uno spino mi ha punto un piede....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Perchè cammini scalza?
-Vieni qui. Chi sei?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Un'infelice; una povera
-creatura.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Vedo. Le tue vesti non
-le comprasti certo nei magazzini del Louvre; e
-la tua faccia par quella del mio amico Succi.
-Che naso! Oh che naso!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Me l'han tirato in tanti,
-signora; ho provate tante delusioni; ho patiti
-tanti disinganni!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Accostati; senza ritirarti
-in te stessa, vergognosa! Come ti chiami?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna umile:</i> — Modestia.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Modestia? La nipote di
-madama Virtù, che presa per un'aristocratica
-fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia
-della Semplicità e del Buoncostume? la sorella
-dell'Onestà?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Sì, signora....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bel caso! bell'incontro!
-Da un pezzo non ho riso così di gusto!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Scusi, signora: la conosce lei
-mia sorella Onestà? Per amor di Dio, mi dica
-se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava
-più altri della mia famiglia. I miei parenti mi
-hanno abbandonata!...
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Eh! Poco posso dirti.
-Molti e molti anni sono essa mi chiese aiuto;
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-ma era povera e non potemmo conchiudere nessun
-affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Sapesse quant'è che la cerco!
-Un giorno, in una grande città, ci perdemmo
-in mezzo alla folla....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere. La troverai.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dove? dove?
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — In un paese dove non
-si distribuiscano commende.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh Dio!... Dunque mia sorella
-è morta anche lei!
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere, ti dico!
-Io non piango nemmeno ai drammi di Ibsen.
-Raccontami piuttosto la tua storia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Uh! la mia storia!... Disperata,
-mi ero ridotta a vivere qui nei dintorni, e ci
-campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci
-fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro
-giorno, che diventasse sindaco il salumaio del
-villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità giudiziaria
-quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza
-e forse anarchica; e i carabinieri hanno
-già avuto l'ordine di arrestarmi se entro otto
-giorni non mi trovo occupazione e domicilio.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bene! Imparerai a stare
-al mondo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Per grazia di San Francesco mio
-protettore, ier sera tardi, passando sotto le finestre
-d'una villa, udii leggere un giornale: uno
-leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-invidia i letterati e gli artisti italiani; perchè,
-egli dice, in Italia chi ha dei meriti si fa strada
-da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come
-in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza
-della <i>Réclame</i>....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bada a come parli!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Scusi.... Ripetevo le parole del
-Claretie.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Tira avanti!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — .... Non sapendo più dove andare,
-se anche in campagna adesso mi odiano,
-avrei pensato di mettermi per cameriera presso
-qualche scrittore o artista d'Italia....
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Bella idea! Ti credevo
-ingenua; ma non sino a questo punto. Ah ah!...
-E non mi conosci?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non ho questo onore.
-</p>
-
-<p>
-<i>La donna sovrana:</i> — Io discendo da quell'imperatrice
-che un amico della tua famiglia,
-Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per
-sarcasmo. In America ebbi a padre putativo
-un certo Barnum; ma, oriunda di Francia, io,
-come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita;
-tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse
-senza scrupolo nel suo vocabolario. Mio dominio,
-il mondo; tutti gli uomini si raccomandano
-a me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi.
-Io sono la <i>Réclame</i>! La <i>Réclame</i>
-sono io!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh San Francesco!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tu non mi fuggirai....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Mi lasci andare! Per carità, mi
-lasci andare!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non mi fuggirai.... Non hai forza,
-povera diavola! Guarda: invece che odiarti
-mi fai compassione!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dunque mi lasci.... La prego!
-La scongiuro!... Che cosa vuole da me, Maestà?...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano
-proposito. Hai visto coloro che viaggiano
-meco?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Maestà, sì.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Bene: tra i miei musici cantano
-critici e giornalisti; i miei fedeli, che hai veduti,
-sono letterati e artisti che all'annuncio
-del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi,
-ove attendevano a opere luminose in una superba
-meditazione di conquista.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — E se tornano qua ora? se mi
-vedono?... Mi lasci andare!...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — No: non ti ravviseranno. Del
-resto, io li conosco per bravi ragazzi che non
-farebbero male a una mosca, sebbene talvolta
-nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto.
-<i>In altri tempi avrebbero forse conquistato
-un arcipelago</i>: adesso, non sono che scrittori,
-i quali, come uomini d'intelligenza, vanno
-verso la Vita.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ah sì?... A far che cosa?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tante belle cose; fra cui l'<i>atto
-di Vita coronante il rito misterioso come l'Orgia</i>....
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-Non arrossire.... Via! Dammi quel libro
-ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'<i>Emulsione
-Scott</i>, dell'<i>Iperbiotina</i> e del <i>Depilatorio
-Clauser</i>; e saprai altre cose di gioia. Quello!...
-Brava!...
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è
-<i>bruciato dall'ambizione</i>.
-</p>
-
-<p>
-«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace
-lavoro; la sua ambizione senza freno e
-senza limiti constretta in un campo troppo
-angusto, la sua insofferenza acerrima della vita
-mediocre, la sua pretesa ai privilegi dei
-principi, il gusto dissimulato dell'azione onde
-era spinto verso la folla come verso la preda
-preferibile, il sogno d'un'arte più grande e più
-imperiosa che fosse a un tempo segnale di
-luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni
-insaziabili di predominio, di gloria e di
-piacere insorsero e tumultuarono in confuso
-abbagliandolo....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Cieco! Quanto doveva essere infelice,
-questo peccatore!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Al contrario, felicissimo: perchè
-la felicità <i>è tal cosa che l'uomo deve foggiare
-con le sue proprie mani su la sua incudine</i>; ed
-egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene
-che <i>il mondo era suo</i>!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Con tutto il rispetto, io non lo
-credo! In letteratura i fabbri potranno bearsi a
-batter le frasi perchè diano faville; ma nella
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire
-in niente, proprio come questi sogni letterari!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — E che importa se ti paion sogni?
-Purchè tu ne sia esclusa.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ma anche lei, signora...; mi permetta
-dirle che anche lei ne è esclusa. Non è
-mica la Gloria lei!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — La Gloria è un'illusione, di cui
-io sono la realtà! Vedi? Tu stessa non ragioni
-più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è
-morta, non solo in arte, da un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Però io spero che non tutti i letterati
-d'Italia vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi
-o invocheranno il dio Terremoto.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Se non tutti, molti! molti! Perchè
-al Verbo dei maestri, i discepoli divengono
-armento. E se è vero che i discepoli sempre
-esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma
-anche tutti i tuoi parenti prossimi e lontani
-sono spacciati! La Morale e l'Onore si <i>suicideranno</i>
-a vicenda, come due amanti infelici; le
-Virtù Teologali e Cardinali emigreranno nel centro
-dell'Affrica, dove non siano ancor giunti
-superuomini. Tu dove andrai?... <i>Quo vadis?</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — .... Quanto soffrire, o mio Dio,
-che insegnasti «Chi si esalta sarà umiliato»!
-Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato
-vecchio o non più giovane che mi protegga?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non dubitare, cara mia, che pur
-cotesti vecchietti amano me con animo pronto,
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco
-che seguono l'esempio di Vittore Hugo!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Cioè?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame</i>: — Il buon Vittore diffondeva lui le
-lodi di sè per i giornali della Francia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali
-vengono dalla Francia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non credo. Già secondo quel tuo
-miserello Leopardi ogni uomo celebre sempre
-diventò celebre dando fiato per primo alla sua
-tromba.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Oh il mio Giacomo!... Poverello!
-Ma io lo consolavo augurandogli la giustizia del
-Tempo....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Invano! Ai miei cenni egli dubitava
-che pur questa fosse un'illusione; egli
-prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato
-all'universo l'ultimo e supremo trionfo della
-scienza e la mia gran vittoria su tutti i letterati
-della terra.
-</p>
-
-<p>
-Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta
-nella fredda considerazione scientifica de' vizi
-e de' malanni che alla sua poesia furono come
-l'<i>humus</i> ai funghi; e il giorno della mia
-vendetta e della mia vittoria universale è venuto.
-</p>
-
-<p>
-Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno,
-mi chiede vita, e tutti gli dei d'Olimpo rivivono
-per me, e la Natura che io denudai alla libidine
-del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle
-lussurie dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-oggi, per questi campi, quest'ora del mio
-desto riposo.
-</p>
-
-<p>
-Odi tu la sua voce che mi saluta?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non sento niente.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi
-non sono usi a <i>incontrare il mistero e a rabbrividirne</i>.
-Il fatto è che la Natura, essendo poesia,
-ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno
-dei poeti suoi interpreti, che sono miei
-schiavi.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — E i prosatori?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — La poesia si fa anche in prosa,
-scioccherella!, quando la prosa si mette in versi
-e nelle porcherie i sensi diventano <i>strumenti
-d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più
-reconditi, a scoprire i segreti più reconditi</i>. Ma
-tu non puoi comprendere.... Piuttosto, dimmi:
-Perchè gli scrittori scrivono?
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Per conforto all'amore e alla
-sventura.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Rispondi bene, o torno a leggere!...
-«Colui il quale molto ha sofferto è men
-sapiente di colui il quale molto ha goduto....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Basta, basta.... Dirò che scrivono
-per guadagnare.
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — In Italia? Nemmeno gli agenti
-delle tasse dan valore ai libri!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Non so, allora....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Non mentire!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Dirò che scrivono per la gloria....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Bene!... Ma oggi chi crede più
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-che l'anima sopravviva al corpo? Dunque gli
-scrittori, nel dubbio di non poter visitare le biblioteche
-in ispirito, fra secoli, a conoscere quali
-opere vi si leggeranno, fan bene a rincorrere
-la gloria, per ogni via, finchè sono in vita.
-Aggiungi che oggi la chimica insegna come
-l'inchiostro e la carta dei libri moderni, a differenza
-dei cinquecentisti e delle pergamene,
-sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro
-secoli non saranno intelligibili che i libri
-in carta a mano: proprio quelli degli scrittori
-ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà
-enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera
-dei giurati; e così ai romanzieri e ai poeti
-val meglio provvedere alla loro fama presente,
-finchè sono in vita.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Che disperazione! Non capisco
-più nulla.... Ma San Francesco.... Oh! Ora che
-mi ricordo.... I letterati non sono i soli artisti
-italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano
-i pittori!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto
-nel costume di quelle donne che stanno
-in chiesa, presso una bara, nell'<i>Ultimo Convegno</i>;
-e ti farai credere, con cotesto naso, una
-modella. Poh! con qualche moina riuscirai forse
-a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi,
-ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione
-del prerafaelismo le modelle digiunano. Io poi
-ho elevato le imagini prerafaelite agli annunzi
-d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate;
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-sicchè i pittori riconoscono anch'essi da
-me la loro insolita fortuna.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Gli scultori, dunque...?
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Gli scultori ti odiano. È per colpa
-tua che essi han da fare pochi monumenti!
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — I musici.... Andrò da un musico....
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Perchè egli dedichi a te, invece
-che a sè stesso, le sue opere? Spera, spera! Per
-amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che insegnò:
-«Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno
-un conforto alle passioni antiche della politica
-e della corruttela: nei loro giornali possono leggere
-fra i telegrammi della cronaca artistica
-«.... Al duetto di Gesù con la Maddalena, tutto
-il tempio scoppiò in frenetici applausi....»
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — È finita!... Dove andrò, o Signore?...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — <i>Quo vadis?</i>... Ahi!... Non ti resta
-che venire al mio servizio. Metterò qualche volta
-i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia, e metterò
-a te gli abiti e la maschera di lei....
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — Piuttosto morire!
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Via! via! Aspetta almeno a quando
-avrai marito, per fare come Lucrezia romana,
-che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per
-te, o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme,
-all'immortalità.
-</p>
-
-<p>
-<i>Modestia:</i> — No! subito, o morire o fuggire
-dal consorzio civile! Andrò al polo nord!...
-</p>
-
-<p>
-<i>Réclame:</i> — Come il dottor Cok! E tu cammini
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-a piedi, a piedi scalzi e senza un soldo
-in tasca; così quando arrivassi alla terra degli
-Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati
-ai loro blocchi di ghiaccio, duri più del
-marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di casa
-Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica,
-troveresti i cannibali già intenti a leggere
-i romanzi italiani tradotti in francese.
-</p>
-
-<p>
-Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo!
-Sono tutti ubbriachi fradici. Anche i poeti, che,
-poverini, han preferito Lieo al Grande Pan....
-</p>
-
-<p>
-Postiglioni, mi raccomando a voi....
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Addio, Modestia, fatti coraggio!
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Un urlo straziante, una scossa della vettura....
-Che cosa è stato? Ah niente! S'è gettata
-la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto
-le ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio
-che Maupassant trovò per uno de' suoi personaggi:
-un plagio; e neanche i plagi commuovono
-più le fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi
-in una campagna solitaria ove non
-c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè
-stessa in vita, neppure morendo la Modestia ha
-saputo provvedere alla propria fama. Doveva
-finire così!
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="entusiasta"></a>
-L'entusiasta punito.
-</h2>
-
-<p>
-Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira
-più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma
-l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti
-a un fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati
-oggidì s'intendono nella bramosia dell'argento
-lunare e preferiscono la povertà delle tenebre;
-ma Carlo Dònnola beveva il latte della
-luna con tal gioia che le pupille gli s'inumidivano
-come a uno spirituale liquore s'inumidiscono
-le pupille d'un ebro. E se in noi fu esausta
-dall'artificio l'ammirazione per i fiori, tanto che
-d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di
-cera», a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava
-tuttavia di «carne»; e contemplata e annusata
-a lungo una bella rosa pallida, egli elevava
-il naso elevando gli occhi, come a una visione,
-e «Dolce signora — esclamava mestamente — io
-v'amo!»
-</p>
-
-<p>
-Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-vergine alle impressioni della natura; bensì
-che era in lui una nativa, particolare attitudine
-a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta
-la vita; ad avvertire quel che gli altri spesso,
-mortificati dal brutto, non avvertono e che egli
-con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale
-rivelava per mezzo degli aggettivi, spiccioli o a
-coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! squisito! — supremo!
-sovrumano! — straordinario!
-sublime!»
-</p>
-
-<p>
-Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un
-poeta; giacchè si sa, e Teofilo Gautier lo dice,
-che i poeti vedono il bello dove non è: «<i>Les
-poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes
-pour maîtresses</i>»: Carlo Dònnola invece
-vedeva il bello dov'era. Così mentre altri alle
-esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura,
-egli s'arrestava d'improvviso dinanzi a
-qualche grazioso ninnolo statuario, il quale all'occhio
-comune era impercettibile fra tanti orrori;
-o ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano
-gli altri, egli solo, súbito, indicava o la
-minima parte o la linea lodevole.
-</p>
-
-<p>
-Quante volte nelle tele sciagurate di colore e
-di disegno non vantava giustamente l'intenzione
-del pittore? E, non a torto, quando in cospetto
-a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura
-moderna, egli notava: — Che bel camino! — Beato
-lui! A una sinfonia d'imitazione
-wagneriana cadeva ogni possa anche nel più
-classicista ascoltatore e critico; ma Dònnola riteneva,
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-per zufolarle dopo, quelle poche note
-che erano state come una fugace spera di sole
-tra una nebbia folta o in una roboante tempesta.
-</p>
-
-<p>
-Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche
-magnifico scrittore moderno molti si smarrivano
-a cercare pensiero e sentimento; ma egli,
-pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui
-meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E
-l'idea?
-</p>
-
-<p>
-E lui:
-</p>
-
-<p>
-— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea.
-Simbolismo!
-</p>
-
-<p>
-Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno,
-sebbene in fama di stupido. L'uomo d'ingegno,
-veramente, è infelice, perchè non meno
-ammira il bello di quel che s'offenda del brutto;
-invece Carlo viveva felice pascendosi soltanto
-di bellezza. Quando però venne il dì che
-lo vidi soffrire, allora io non dubitai più oltre
-che la sua fama di stupido era ingiusta.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore
-della bellezza femminile che vedendo oggi una
-più bella donna, non dispregia per essa la donna
-lodata o amata ieri. Carlo non procedeva
-nemmeno a confronti: progrediva nell'entusiasmo,
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-perchè la sua fortuna ogni giorno gli recava
-innanzi creature in tutto o in parte più
-mirabili. Gli amici se ne affliggevano, invidiosi. — <i>Excelsior!</i> — dicevano
-ironicamente. — Ma
-trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo
-precipitare! —
-</p>
-
-<p>
-Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa
-Gurli; la sposò e continuò a salire. Infatti
-la conoscenza della perfezione non si acquista
-che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle
-indagini e alla percezione del bello. D'altra parte,
-il bello e il bene, secondo i filosofi, sono una
-cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi
-nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo
-non aveva mai conosciuto se non i saggi che
-delle loro grazie la legge morale (cioè il bene
-entro certi limiti) concede alle donne di porgere
-al mondo, a tutti: il resto è o dovrebbe essere
-per il solo eletto, per il marito. E divenuto per
-la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute
-rivelazioni, innumerevoli meraviglie, estetiche
-scoperte, portentose gioie, straordinarie squisite
-stupende supreme sublimi esclamazioni.
-</p>
-
-<p>
-Io strinsi amicizia con lui appunto in quei
-giorni che il matrimonio lo traeva all'estasi.
-Oramai, come insufficienti, dimenticava gli aggettivi
-dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più,
-come esigua, l'esclamazione «divina» riserbata
-fino allora per lode sintetica a qualche esemplare
-del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo,
-senza dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-sovrumana. Tale, quale un uomo antico a cui
-una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava
-in me le confidenze che gli alleviavano
-la felicità soverchia.
-</p>
-
-<p>
-— Teresa — mi disse una volta — è sterile.
-Pensa: nessuna deformazione, nessun danno per
-la sua bellezza!
-</p>
-
-<p>
-— La corporale bellezza di Teresa — un'altra
-volta mi accertava — è nulla a paragone
-dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua!
-</p>
-
-<p>
-E io, da amico sincero, da amico che eccitava
-l'imaginativa a comprendere così prezioso
-tesoro, per poco non gli dicevo:
-</p>
-
-<p>
-— Deh! fammela sentire!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita
-e degno, degnissimo della felicità; quest'uomo....
-</p>
-
-<p>
-Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù:
-che è la bellezza dell'animo non caduca,
-non fragile alle offese dei malanni, non deperibile
-alla diuturna ingiuria del tempo; che è il
-balsamo conservatore dell'amore coniugale, la
-maglia di salute per le anime sensibili a quelle
-intemperie le quali conturbano lo spirito moderno,
-e penetrano e soffiano tra le domestiche
-pareti, e raffreddano il sentimento in guisa che
-la ragione scusi poi l'«incompatibilità di carattere»,
-la «separazione», il divorzio, il vizio,
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-l'a....dulterio! Ah quando le malattie non isciupassero
-troppo presto in Teresa il formoso corpo
-per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima,
-a poco a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe
-all'opera distruggitrice, lenta e assidua,
-degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati
-i sensi; sfiorita la giovinezza, più libera
-risplenderebbe l'intima virtù che agli occhi almeno
-del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente
-amabile sino alla vecchiaia.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno
-dopo il matrimonio e non lo riconobbi subito.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo?
-</p>
-
-<p>
-Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono
-di un <i>lion</i> che ritorni verde da una bisca; avrei
-potuto scommettere che quel giorno non s'era
-mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta
-ad arco, gli spiovevano simili ai baffi di un
-cinese.
-</p>
-
-<p>
-Rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa
-dal peso enorme che l'abbatteva.
-</p>
-
-<p>
-— Tua moglie.... è ammalata?
-</p>
-
-<p>
-— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste,
-negando insieme e non negando. Sembrava
-più confermare che negare.
-</p>
-
-<p>
-— Forse — io insistetti per pietà, mentre già
-sorridevo per conforto — forse è incinta?
-</p>
-
-<p>
-— No no. — Negava e non negava. E m'attristai
-anch'io credendo d'indovinare, finalmente.
-</p>
-
-<p>
-— Un.... aborto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No no —; come dianzi.
-</p>
-
-<p>
-Allora con rapida memoria io, che avevo il
-dovere di confortarlo, riandai quanti malanni
-possono colpire una donna; con rapido esame
-li paragonavo a quella disperazione abbandonata
-e quasi muta; nè a tanta afflizione trovai
-convenir altra sventura che una che non era
-da esprimere se non con una perifrasi misericorde.
-</p>
-
-<p>
-— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico
-come me.... Di' dunque: l'isterismo.... fa
-certi scherzi..., passeggeri però; di cui si guarisce....
-</p>
-
-<p>
-No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli
-non negava del tutto neppur questo!
-</p>
-
-<p>
-— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi
-la mano.
-</p>
-
-<p>
-Oh!...
-</p>
-
-<p>
-Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi
-la mano, gli dissi: — Coraggio —; gli dissi con
-uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua
-moglie lo tradiva.
-</p>
-
-<p>
-Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti
-romanzi francesi e italo-francesi, quantunque
-frequentassi il teatro drammatico, non sapevo
-persuadermi che quella donna avesse tradito
-l'amico mio prima d'un anno dalle nozze. A
-poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia interpretazione
-e ricordai che nel lasciarmi Carlo
-mi aveva quasi detto con gli occhi: «Tradimento,
-sì; ma che tradimento intendi?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-</p>
-
-<p>
-Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi
-riflettei su quel suo negare e non negare a
-ogni mia precedente dimanda....
-</p>
-
-<p>
-Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio
-adagio, d'una colpa e d'una sciagura mostruosa
-a cui fossero parti integrali il morbo, la figliazione,
-l'aborto, la demenza, il tradimento, la
-turpitudine; sebbene non potessi chiaramente
-definire qual cosa mai l'indegna moglie avesse
-fatta. Quando....
-</p>
-
-<p>
-.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo
-più! Che colpa! che sciagura! che orrore! quando
-ricevetti:
-</p>
-
-<p class="center pad1">
-<i>Petali e corolle<br />
-versi<br />
-di<br />
-Teresa Gurli Dònnola</i>.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="agnello"></a>
-L'agnello.
-</h2>
-
-<p>
-<i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in
-mazzetto; raccolto, dentro il canestro, nel giaciglio
-di erba ancor fresca, a quando a quando
-l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva
-come in un abbandono o in un esaurimento di
-disperazione. Allora sui miti occhi cristiani cadevano
-le palpebre; indi, ecco: languido languido
-lo sguardo sembrava cercar di nuovo la landa
-troppo presto perduta e di nuovo spegnersi
-a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa
-e dal petto ansioso tornava l'invocazione della
-perduta madre:
-</p>
-
-<p>
-<i>Bèee</i>.
-</p>
-
-<p>
-Prorompeva il frastuono della musica; rombava,
-negli intervalli, il susurrio delle voci e lo
-scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti, richiami,
-risa, sorrisi. Allegria.
-</p>
-
-<p>
-Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia
-entrò nella sala. E allorchè, nell'avvicinarsi là
-dove suscitavano ammirazione i doni in mostra
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce
-di duolo, egli tese il capo.
-</p>
-
-<p>
-Oh come soavi quei due occhi cilestri che
-sembravano cercare due occhi fraterni!
-</p>
-
-<p>
-Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come
-sembrò palpitante il petto chiuso nella veste
-bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola
-che soffriva! Non era un inganno di civetteria;
-non un pretesto a farsi notare; spontaneamente,
-inconsciamente quasi, ella alzava
-una mano quasi a indicare ed accusare la tortura
-delle quattro zampe strette nel vincolo di
-seta, mentre al doloroso <i>bèee</i> rispondeva, vòlta
-alla madre: — Poverino!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-E poverino anche lui, il professor Biscaglia;
-il quale era un uomo molto triste; sempre triste;
-prima di tutto perchè essendosi arrotondata
-ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle
-occasioni solenni era andato restringendosi così
-che il <i>gilet</i> gli comprimeva lo stomaco e i calzoni
-stentavano ad acquistare in larghezza quel
-dito di misura che perdevano in lunghezza;
-e i piedi, non coperti sino al collo e al calcagno,
-apparivano più grandi di quanto erano.
-Erano così grandi!
-</p>
-
-<p>
-Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava
-Riccardo Biscaglia il dolore universale, e
-l'aveva recato seco pur alla festa di beneficenza.
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-E a tanto pessimismo il professore non aveva
-motivi dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non
-dagli studi; bensì dall'antico contrasto dell'istinto
-poetico con la realtà della vita. Se il Governo
-rinsavisse e comprendesse che, dopo o
-avanti la cultura della terra, ciò che più importa
-è la cultura delle menti e degli animi,
-i professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio,
-si distrarrebbero anch'essi in modi leciti e
-onesti e si avrebbero quindi meno poeti di dolore
-e meno scapoli. Senza dubbio un aumento
-di stipendio avrebbe attenuata in Biscaglia l'antitesi
-tra il Sancio Panza e il Don Chisciotte
-che discordavano entro di lui, quando il primo
-gli diceva: — Non prendere moglie, per carità!
-Tu sei troppo povero per una ricca e troppo
-più povero per una povera —; e il secondo
-l'incitava: — Cerca e trova la tua Dulcinea
-ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella,
-sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza!
-</p>
-
-<p>
-Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità
-senza quattrini in tasca? Ma sconsolato Tartarin,
-perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere
-e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli,
-nè più gloriosa conquista poteva vantare
-in un mese che quella delle cento e tante
-lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia
-se la prendeva, più che col Governo, con la
-mala educazione che corrompe le ragazze. — È
-l'educazione del cuore che manca! — diceva
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-lui. — Se l'adulterio apparisse non una desiderabile
-offesa alle leggi, ma una cattiva azione,
-una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto
-fino il sacrificio di sposare una ricca, e
-non si sarebbe adirato nemmeno col Governo,
-nè rattristato alla fatalità del dolore umano.
-Questo, è vero, l'induceva a frequenti sfoghi di
-versi. Ma a che pro'? Gli editori non credono
-più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore,
-alla malinconia preferiscono stare allegre.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla
-festa, solo, con un solo biglietto per la lotteria,
-non aspettandosi uno spettacolo che lo commovesse
-così dolcemente: la creatura nel cesto
-e la creatura che stava a guardarla. Nessuna,
-nessun'altra di tante signore e signorine che
-vi erano, si era fermata compassionando dinanzi
-all'agnello. Tutte agognavano i premi di gran
-prezzo; tutte, tranne quella madre e quella figlia,
-civettavano intorno, stupide di mente e di
-cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è
-bellino? — E poichè anche la madre disse: — Povera
-bestiola! —, fu manifesta una affinità
-di sentire tra l'animo materno e il figliale e
-fu certo per Biscaglia che chi meritasse la pietà
-della madre meriterebbe anche la pietà della
-figlia o viceversa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-</p>
-
-<p>
-.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione!
-</p>
-
-<p>
-Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le
-signore s'affollavano intorno al palco donde era
-venuto stentoreo l'annuncio e dove un signore in
-<i>frac</i> scampanellava per avviso ai più lontani.
-</p>
-
-<p>
-— Estrazione!
-</p>
-
-<p>
-Già si cominciava.
-</p>
-
-<p>
-— Numero!...
-</p>
-
-<p>
-— Attenti!...
-</p>
-
-<p>
-— Cinquantotto!
-</p>
-
-<p>
-Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto,
-senza meravigliarsi di non aver lui il 58 e di
-udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato
-vinto un magnifico vaso d'argento.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: quattordici!
-</p>
-
-<p>
-Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E
-intanto il nuovo vincitore si portava via un'altra
-bella cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: due!
-</p>
-
-<p>
-Il professore scosse le spalle; mise il biglietto
-in tasca e si mosse. Già era disgraziato in
-tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella
-consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe
-mutato d'infelice in felice, nè avrebbe
-diminuito a' suoi occhi il dolore universale.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: ventisei!
-</p>
-
-<p>
-Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora
-ciarlava appunto con quella mamma e quella
-bionda figliola così pietose. Gli sarebbe piaciuto
-di tentare un po' l'anima della ragazza in
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-qualche poetico discorso e avrebbe voluto esserle
-presentato dal collega; ma, disgraziato sempre,
-non osava nemmeno accostarsi al gruppo.
-</p>
-
-<p>
-— Numero...!: quattrocentododici!
-</p>
-
-<p>
-Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo?
-Sì sì: l'aveva lui, il professore Riccardo Biscaglia,
-il 412!
-</p>
-
-<p>
-— L'ho io! — E lo mostrava. — Io!
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — gridò dal gruppo il collega.
-</p>
-
-<p>
-Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente.
-Ma diè indietro alla vista del premio.
-</p>
-
-<p>
-L'agnello!
-</p>
-
-<p>
-— Un agnello! — esclamarono i prossimi al
-banco. — Un agnello! — l'agnello! — Si rideva;
-si applaudiva.
-</p>
-
-<p>
-E Biscaglia salì e quindi discese dal palco;
-pallido come chi ascende al patibolo senza speranza
-di discendere.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega,
-a vederlo col cesto nelle mani.
-</p>
-
-<p>
-Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di
-spirito, che assumendo quasi il valore di una
-lode meritata per un'ardua prova rianimò il
-professore. E di animo ne aveva bisogno: <i>ella</i>
-era lì dinanzi e sorrideva un po' triste; diceva
-con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei e non io?»;
-e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre
-la mano senza guanto, bella, ripassava sul
-capo dell'agnellino; e gli occhi e la bocca del
-professore, che pareva una balia col fantolino
-in braccio, non dicevan nulla.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega;
-aggiungendo la presentazione:
-</p>
-
-<p>
-— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi.
-</p>
-
-<p>
-— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse
-la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa
-bestiola! — disse la figlia.
-</p>
-
-<p>
-<i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Allora cesto e agnello per poco non caddero
-di mano a Biscaglia, tale fu l'urto che l'amico
-gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che,
-del resto, era venuta anche a lui.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Onde Biscaglia parlò, rosso rosso:
-</p>
-
-<p>
-— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe
-averne maggior cura di me.... Io non ho
-moglie....
-</p>
-
-<p>
-— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse
-l'altro.
-</p>
-
-<p>
-All'offerta, la figlia guardò la mamma; la
-mamma annuì; ringraziarono; e il candore e
-l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono
-dal professor Riccardo Biscaglia al soave dominio
-della signorina Irma Crocchi.
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia
-s'innamorò assennatamente; perchè era un
-amore nato da un affetto non cieco: dall'ammirazione
-della bontà; perchè più che la bellezza
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-aveva potuto sul suo cuore quella prima vista
-della signorina Irma nell'attitudine compassionevole.
-La bellezza è caduca; non la bontà, se
-spontanea; non la gentilezza, se sincera e nativa.
-Essere amato da tale donna forse non
-sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio,
-ad ogni dolore, ad ogni fatica, a tutti i danni
-della vita? A tutti, forse no; per la fatalità del
-dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo
-Biscaglia, per quell'eterno conflitto che alimentava
-in sè stesso, vivrebbe e morirebbe scapolo.
-Infatti quell'angelo che era la signorina Irma
-non poteva essere che troppo povera. Ma egli
-l'amava. Ma egli aveva l'obbligo di una visita
-alle signore che avevano accolto il suo dono.
-</p>
-
-<p>
-Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo
-per accertarsi e mantenere con maggior forza
-il cervello a posto, chiese a quel tale collega: — Le
-Crocchi non han mezzi, eh?
-</p>
-
-<p>
-— Han qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella
-realtà!
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Ma ci fu dunque il sole</p>
-<p>Su questa terra un dì?</p>
-</div>
-
-<p>
-Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro
-nelle tenebre tempestose. Diveniva possibile la
-conciliazione dell'idea col sentimento; dell'amore
-col senno, della poesia con la prosa! Irma
-possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva
-qualche cosa più di quanto costi una capanna
-a comperarla in due, o a prenderla in
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-affitto in due! Egli dunque poteva domandar
-la mano della signorina che amava! La felicità
-non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino!
-Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo
-amore, il compagno de' suoi sogni, l'argomento
-delle sue rime, il simbolo del suo cuore. <i>Bèee....</i>
-</p>
-
-<p>
-Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano
-d'accordo mentre Tartarin saliva il Righi, così
-erano d'accordo adesso nell'animo del professore
-Biscaglia mentre egli saliva <i>quelle</i> scale.
-</p>
-
-<p>
-Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto,
-le signore. Salendo crescevano i palpiti, calava
-il sangue. Smorto, anelante, il professore si arrestò
-all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta,
-lesse il nome: <i>Crocchi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro.
-</p>
-
-<p>
-Ma lui si sentiva così smorto che non ardì
-toccar súbito il bottone del campanello; e prima
-si fregò le guance con le mani. L'atto però
-gli parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a
-guardarlo o a spiarlo per la finestra della scala;
-si volse....
-</p>
-
-<p>
-Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva,
-spaccato, l'agnello.
-</p>
-
-<p class="pad2 small">
-Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in
-<i>Feuilleton Zeitung</i>, <i>Zürcher Post</i>, <i>Düsseldorfer Zeitung</i>,
-<i>Frankfurter Nachrichten</i>, <i>Neueste Nachrichten für Elberfeld</i>,
-<i>Dortmunder Zeitung</i>, <i>Unterhaltungs-Beilage</i>, <i>Die Selbsthilfe</i>,
-<i>Hansa-Theater</i>, <i>Neue Saarbrücker Zeitung</i>.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="falcone"></a>
-Il falcone.
-</h2>
-
-<p class="indl small">
-Nel medio evo:
-</p>
-
-<p class="indr small">
-per le signore d'oggidì.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-Il castellano di Ripalta s'era allevato con
-amore un valletto di nome Ugo e con desiderio,
-esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva
-il giorno che lo armerebbe cavaliere.
-Nè di quel bene del signore per il valletto ingelosiva
-madonna Ginevra, poichè la giovinezza
-di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi
-in conto di figlio, le risparmiava i rimbrotti del
-marito.
-</p>
-
-<p>
-Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le
-cacce e il conversare con le sue donne e cogli
-ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria
-del castello non meno che le faccende casalinghe,
-cui essa accudiva umilmente. Come rideva
-a osservar le galline, che al solo vederla
-chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro
-e si disputavano in frotta avida e litigiosa
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-il becchime che gettava, così rideva se a diporto
-il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato,
-o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse
-peggio che lo strappo il rattoppo; e mentre
-cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva
-l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella
-cantava e i villani, giù nella valle, udivano limpide
-e schiette le cadenze della sua bella voce.
-</p>
-
-<p>
-Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra
-era amata dai servi, quantunque fosse anche
-temuta perchè gli occhi del padrone vedevano
-tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio
-di lei diventava la volontà del sire. Solo
-Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro,
-e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno
-fingendosi egli sdegnato e mesto; sicchè lei finiva
-con immergergli le dita tra i capelli folti,
-per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava
-tutta in un'occhiata.
-</p>
-
-<p>
-Veramente molte cose erano permesse a Ugo.
-Poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto
-a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più
-strane burle al vecchio maggiordomo o assestare
-un pugno allo scudiero che gli minacciava un
-pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella
-che si stava spogliando; che, accusato alla padrona,
-la padrona rideva, e accusato al padrone,
-il padrone taceva.
-</p>
-
-<p>
-Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il
-valletto parve mutare costume, e il signore notò
-lo studio di lui a imitarlo affinchè nessuno,
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-neppure madonna Ginevra, lo considerasse più
-un ragazzo. Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi;
-sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi,
-d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la
-vita e la natura che fervevano attorno a lui
-gli rivelavano cose sconosciute e gli suscitavano
-sensazioni nuove. E intanto che la forza
-sensuale si sviluppava in lui e per l'istintiva
-penetrazione della pubescenza egli imparava da
-tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio
-peranche indefinito gli avvolgeva il cuore
-di una insolita tristezza e tenerezza. Amava, già
-amava, senza sapere chi amasse e senza sapere
-che amava.
-</p>
-
-<p>
-Ma risalendo un giorno dalla valle al castello
-(era di fitto meriggio e sotto la forza del sole
-il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un
-tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a
-un'allodola, madonna Ginevra; e d'un tratto
-l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
-sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma
-di persona viva: madonna Ginevra!
-</p>
-
-<p>
-La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle
-mani della padrona, al valletto tremavano le
-mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse
-lo sguardo; amava da uomo; senza paura amava,
-e senza vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente
-innamorata ebbe allora da fantasticare! Secondando
-i ricordi delle storie, che gli avevano
-raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-gloria delle loro dame, e invidiando a sè stesso
-i pochi anni che gli mancavano alla piena giovinezza,
-s'imaginava vincitore di tornei in cui
-madonna Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore
-e salvatore di madonna in un notturno
-assalto di nemici.
-</p>
-
-<p>
-Per altro, quell'ardore e il compiacimento di
-quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara
-noncuranza della dama, la quale aveva due grand'occhi
-solo per vedere, non per osservare; e
-poichè egli non fallava più, tal cura e tal forza
-metteva nel servirla, essa non aveva neppur
-più ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
-</p>
-
-<p>
-Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate
-le sue pene?
-</p>
-
-<p>
-E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò
-come condensando in modo più virile; onde la
-sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti
-dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore
-della giovinezza, l'abituava a desiderare nella
-bella donna le delizie corporali e le gioie della
-colpa. A poco a poco egli perdette, così, la
-baldanza, il coraggio, la fede del suo amore; e
-il timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto
-e l'intenzione.
-</p>
-
-<p>
-Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto
-più gli diminuiva la speranza, tanto più cresceva
-in lui la bramosia di essere soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra era sempre bella e fresca:
-rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. Come
-spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-certe occhiate desiose del marito a lei! Con che
-travaglio percepiva negli occhi e nel riso di madonna
-gli assensi e le promesse! Il desiderio
-sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e
-tempestoso, affaticava l'animo del valletto non
-più riposato nei primi propositi; e il pensiero
-di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
-insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva
-morire d'amore; avrebbe alla prima buona
-circostanza rivelata alla dama la sua passione
-sconsolata.
-</p>
-
-<p>
-Avvenne che una mattina, montando il suo
-cavallo migliore e seguito da scudieri in vesti
-nuove, il sire di Ripalta partì per una festa.
-Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal
-valletto con penoso e lungo desiderio, tuttavia
-appena il signore fu scomparso al basso del
-colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della
-felicità se l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo
-malanno se madonna non volesse ascoltarlo
-o mancasse a lui il coraggio d'ottenere
-ascolto, provò un turbamento grande di paura.
-Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò
-il bene che le voglio. Ma come comincerò?»
-</p>
-
-<p>
-E il sole cadeva che non aveva ancora trovato
-il modo acconcio per incominciare. Quando
-però, la sera, si fu accorto che la padrona
-era entrata nelle sue stanze, non più dubitando
-salì, s'introdusse guardingo, spinse francamente
-quella porta.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati,
-al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe
-Ugo e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa
-e sorridente disse: — Vieni, vieni. Cosa
-vuoi?
-</p>
-
-<p>
-A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda
-che s'era proposto di far dopo, e raccolto
-il fiato bastevole per non restare a mezzo,
-chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese
-o valletto, non importa chi amasse da gran
-tempo una bella donna, damigella o dama, contessa
-o regina, non importa chi, e non avesse
-cuore di dirglielo, sarebbe savio?
-</p>
-
-<p>
-La domanda piacque a madonna, lieta non
-ostante l'assenza del marito; e per burlarsi del
-ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche
-un valletto, purchè fosse bello e valente come
-te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e
-ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
-almeno compassione.
-</p>
-
-<p>
-Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole
-e quasi ebbro di gioia esclamò: — Madonna
-Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per
-voi! Aiutatemi, madonna!
-</p>
-
-<p>
-La dama non rise: non credè che il ragazzo
-volesse burlarsi lui di lei, perchè gli scorse la
-passione in faccia; anzi indispettita d'essersi
-lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò
-severa: — Ah, ma tu sei matto! Che mi vai
-cicalando con le tue fole? Che so io dei tuoi
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho
-risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il
-sire quando glielo dirò! Vattene!
-</p>
-
-<p>
-Stordito, con gli occhi spalancati e disperati,
-Ugo non si mosse. Nel tumulto dei pensieri,
-ebbe forza di cercare la suprema invocazione
-alla pietà della dama, l'affermazione estrema
-del suo amore e una minaccia quasi di vendetta
-all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate
-così, e la colpa è vostra. Perchè non mi
-ammazzate piuttosto? Meglio morire!... In fe' di
-Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete
-accontentato! — E con un'angoscia che pareva
-lo strozzasse, uscì di là.
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che
-gli è venuto in mente a quel ragazzo?»; poi,
-nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè: «Cosa
-gli è venuta in mente?»; infine, si distese
-sotto le lenzuola e, come il marito era lontano,
-s'addormentò senz'altro pensiero, col riso su le
-labbra.
-</p>
-
-<p>
-Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato
-tosto il suo rovello, per non piangere si
-dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere
-occhio prima d'essersi convinto che la prova
-che si era imposta era degna d'un cavaliere
-innamorato, se era prova che davvero gli metteva
-in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la
-mattina, ebbe fatica, quasi pena a riandare il
-fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa
-un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-grosso errore, fino un'azione da ragazzo; e si
-provò a dimenticare. Non poteva: in che modo
-comparire al cospetto di madonna? E l'amore
-gli diè ragione; gli rinfocolò la fantasia; gli
-fece parer eroica la deliberazione presa. Quando
-furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso
-qua — segnava lo stomaco —; non potrò più
-mangiare. — E non si alzò.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non
-ingoia nulla — risposero. Nè egli cedè
-ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
-dì una serva gli portò una tazza di latte
-appena munto, spumante, che faceva voglia, e
-un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli
-occhi e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo
-fu a trovarlo e gli porse, dondolandolo per il
-gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini
-neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina
-tra altri ancora rossi ed in agresto: egli lo divorò
-un momento con gli occhi, resistette e lo
-respinse.
-</p>
-
-<p>
-Allora il maggiordomo venne dove madonna
-Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva
-un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose
-per la stanza, quasi fra se, il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — chiese con simulata indifferenza
-la padrona.
-</p>
-
-<p>
-Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù
-neanche un granello d'uva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-</p>
-
-<p>
-Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò
-alla cameruccia del valletto.
-</p>
-
-<p>
-Stava il valletto con le palpebre abbassate
-perchè nel languore dell'inedia tutto ondeggiava
-dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco
-e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della
-dama, riconoscendola.
-</p>
-
-<p>
-— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente.
-</p>
-
-<p>
-Egli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione
-di me!
-</p>
-
-<p>
-Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da
-me non avrai mai grazia nella
-bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa
-al bene che il padrone ti vuole? È
-questa l'affezione che gli porti? Tornerà....
-</p>
-
-<p>
-— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato
-più che ardito.
-</p>
-
-<p>
-— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le
-ossa!
-</p>
-
-<p>
-— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo.
-</p>
-
-<p>
-La dama uscì col proposito di dire ogni cosa
-al marito appena fosse giunto. Però, intanto che
-cuciva, ebbe timore che il marito la rimproverasse
-d'aver tentata per capriccio e accarezzata
-in qualche modo la folle passione del valletto;
-e a nascondergli la verità, non la rimprovererebbe
-di non averlo sovvenuto con un medico e
-con medicine e con premure? Che imbroglio!
-Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno
-scudiero venne ad annunziare che il castellano
-arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi sa — riflettè
-madonna Ginevra — che a vedere il
-padrone non lo domi la vergogna?»
-</p>
-
-<p>
-Così quando nel tinello, in cui su la tavola
-imbandita col più ricco vasellame fumavano le
-vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli disse: — È
-a letto da tre giorni, e non tocca cibo,
-per un capriccio. Provatevi voi a rimettergli
-il giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo
-seguì.
-</p>
-
-<p>
-— Cos'hai? — domandò il sire entrando.
-</p>
-
-<p>
-Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello
-stomaco, che non mi va giù niente.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non
-è vero! Per il male che ha, potrebbe mangiare, — Poi
-rivolta a Ugo disse: — Adesso io
-gli dirò perchè digiuni da tre giorni. Mangerai?
-</p>
-
-<p>
-— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose.
-Raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo,
-la battaglia; e il signore, cui piacque
-quella risposta così franca e cui dava sospetto
-l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la
-moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra
-soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò
-entrare nella mia camera mentre mi spogliavo.... —;
-onde il sire capì che il torto era
-proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò
-impaziente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-La dama invece tornò a chiedere al valletto:
-</p>
-
-<p>
-— Mangerai?
-</p>
-
-<p>
-Egli, che era risoluto di morire, negò ancora
-col capo, sospirando.
-</p>
-
-<p>
-— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e
-lui venne da me, tutto strano, a domandarmi....
-Imaginate!
-</p>
-
-<p>
-— Insomma! — fece il sire.
-</p>
-
-<p>
-— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima
-volta. E per l'ultima volta: — No! — ripetè forte
-Ugo, che teneva fissi gli occhi negli occhi di
-madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia
-a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma
-il marito senza più badarle, come nella
-reticenza comprendesse quanto imaginava, con
-collera afferrò il braccio del valletto e gridò
-bieco: — Cosa le chiedesti?
-</p>
-
-<p>
-Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà
-virile che l'amore rendeva ineluttabile;
-disperato amore, più forte della morte; tale, che
-madonna Ginevra ammirandone la fermezza
-minacciosa insieme e supplichevole e temendo
-a un punto stesso per sè e per lui l'ira del
-marito che minacciava con quasi brutale veemenza,
-vinta dalla pietà, dall'ammirazione e
-forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel
-giovine) concepì un'idea provvida e sagace.
-</p>
-
-<p>
-— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone
-pellegrino, che non dareste a nessuno, nè
-a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per
-averlo, s'è impuntato a digiunare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alle parole della donna il credulo marito contenne
-l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo
-male è questo, non voglio che tu ne muoia!
-Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo,
-uscì.
-</p>
-
-<p>
-Ma la dama prima d'andarsene si fece più
-presso a Ugo, che la speranza aveva ravvivato
-e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
-</p>
-
-<p>
-— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti
-vorrò contento. — Meglio che con le parole ella
-prometteva sorridendo con uno sguardo lungo
-e tenero come una carezza.
-</p>
-
-<p>
-Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.
-</p>
-
-<div class="chapter"></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="arcadia"></a>
-In Arcadia.
-</h2>
-
-<p>
-Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta
-miglia da Bologna e dieci dal men grosso paese,
-Castello. La strada che vi menava una volta
-era per lungo tratto il greto del fiume Idice,
-e poi una carraia, stretta fra balzi e rotta spesso
-da lavine, della quale non avrebbe potuto rendersi
-comparativa idea neppure chi avesse vista
-una via di Milano scomposta per prova di
-un nuovo pavimento. Ma, or è qualche anno, fu
-condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale
-che passando di lassù doveva contribuire
-anch'essa ai fatti di questo racconto. E lassù,
-dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso:
-aperto davanti e al di sopra di colline o più
-basse montagne, di cui una ha nome dall'antica
-Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su
-cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino,
-di San Giorgio e di Cignano. Fra i castagneti
-appaiono le case bianche; tra balze, fratte
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai
-dì sereni si distende in nitido e obliquo letto per
-la plaga occidentale, alla pianura.
-</p>
-
-<p>
-Di forestieri a Rioronco non capitano che i
-carabinieri, a quando a quando, o, pur troppo,
-il cursore del comune. La scuola è distante e
-fuori della strada nuova. Un giornale vecchio
-d'un anno, se pervenga a chi sa leggere, è un
-foglio pieno di meravigliose novità.
-</p>
-
-<p>
-Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria
-serve da spaccio d'ogni genere; fin di sigari toscani,
-i quali, stagionati come sono, mitigherebbero
-il più fiero nemico della «Regia Privativa.»
-</p>
-
-<p>
-Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti
-che, se non ci si metta la malattia della
-foglia, producono assai, e le belle vigne, che,
-se non le guastano malanni delle foglie e del
-grappolo, producono assai; oltre la terra fertile
-di formentone e di meliga, il rio Rosso ha per i
-più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche
-anguilla e tanti ranocchi!
-</p>
-
-<p>
-I ranocchi si prendono la notte con la «facella»;
-ciò e un pugno di canne le quali, accese,
-bruciano adagio e alla cui fiamma quelle curiose
-bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e
-di fra le alighe il capo stupefatto, e restano immote,
-fisse, incredule ai loro stessi occhi, non
-si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella
-luce con l'aurora, o credono a qualche scientifica
-scoperta degli uomini; il fatto sta, che nell'estasi
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-sono raccolti e gettati in un sacco, dove,
-al ruvido contatto della tela con le loro membra
-tenerelle, imparano giù prima d'esser fritte
-che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi
-delle illusioni.
-</p>
-
-<p>
-Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto
-Rosso per le sue sabbie bionde, ma senza
-traccia d'oro —, si prendono trattenendo
-con una chiusa la corrente e con le pale gettando
-l'acqua fuori del borrone finchè questo
-rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli uomini
-afferrano anguille che si appiattano nella
-melma e pesci che si raccomandano a bocca
-aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi,
-e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo
-su le bracie come eroi che tentino uno
-scampo senza voltarsi indietro.
-</p>
-
-<p>
-Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano
-oggigiorno neanche i boschi di Rioronco;
-tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che in
-pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci
-e trappole e in primavera fan posta ai nidi con
-la poetica speranza d'allevarsi in gabbia o un
-cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale
-di solito — ingozza che t'ingozzo — basisce per
-il troppo pane biascicato che gli s'impartisce con
-troppo buon cuore.
-</p>
-
-<p>
-Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a
-Rioronco un solo omicidio: una baruffa vi è un
-avvenimento come un furto di pollaio; intorno
-al quale di casa in casa si discorre per un
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-mese, e del quale non si fa denuncia poichè
-quasi sempre si sa da tutti in che pentole quelle
-due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi
-vi sono corrotti come nei paesi dove le
-mamme fan la guardia alle figliole fidanzate.
-Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente
-manìa per cui dopo sette, o otto, o talvolta
-nove mesi di matrimonio, i padri cercano
-nel lunario e propongono alla moglie puerpera
-i nomi più strambi e difficili, da storpiare barbaramente
-sul neonato o sulla neonata che vanno
-a battezzare.
-</p>
-
-<h3>
-I.
-</h3>
-
-<p>
-Nella felice terra di Rioronco viveva ancora,
-pochi anni sono, un patriarca: un alto e forte
-vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia tutta
-sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza
-far ridere alcuno portava le brache corte,
-con le calze al ginocchio d'estate e con le ghette
-d'inverno; e in famiglia poteva contare con la
-moglie, vecchia meno di lui ma già imbecillita,
-tre figli, tre nuore, un genero, una quindicina
-di nipoti, il più grande dei quali, per riparare
-in qualche modo all'assenza di due cugini soldati,
-aveva preso moglie anche lui, rendendo
-bisnonno il vecchio Carlone.
-</p>
-
-<p>
-Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-avi, governava tranquillamente e assolutamente
-come quello nella cui volontà e nelle cui tasche
-trovavano regola ed equilibrio le spese della casa
-e le rendite della terra coltivata da tutta la famiglia.
-Egli vigilava ai lavori; parlava poco con
-i figlioli; era aspro con le donne, complimentoso
-col curato, loquace con gli amici, terribile
-con i ragazzi e buono con i bambini che, seduto
-nella panca sotto il moro, elevava qualche
-volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare
-<i>trotta trotta, cavallon</i>, e farli ridere.
-</p>
-
-<p>
-Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre
-usava sedere a capo di tavola con gli uomini
-attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla
-prima comunione: i minori mangiavano dopo
-con le donne. E per la rigida osservanza al vivere
-antico, e per la sua religione e per l'esperienza
-dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia
-d'una supremazia che gli aveva meritata
-rinomanza pure nei dintorni.
-</p>
-
-<p>
-Quand'egli si assentava — ma di rado e solo
-per la fiera al paese o per qualche grossa vendita
-in città — la Cà scura si commoveva in
-un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini,
-chi scappava all'osteria, chi dall'amorosa;
-mentre i ragazzi correvano a vuotar borri
-nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le
-nuore sfogavano le ire e le gelosie per lungo
-tempo contenute; sicchè il tiranno, che partendo
-era stato salutato da sospiri di sollievo,
-tornava non solo temuto come giudice, ma desiderato
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-spesso come salvatore. All'annunzio: — c'è
-il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura
-cadeva di subito in una quiete conventuale.
-</p>
-
-<p>
-Tornava Carlone dalla città tutt'intronato,
-stanco, con l'oscura e quasi atterrita coscienza
-della sua prossima morte, perchè in quelle ore
-laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo;
-e col pensiero avvinto alle cose vedute pativa
-un fastidio da cui stentava a liberarsi. Se gli affari
-gli erano andati a modo, si consolava alla
-vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù,
-hanno il vapore che ha avvelenata l'aria, ed
-hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo
-meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano
-andati male, allora lamentava: — Noi diciamo
-che si stava meglio una volta; e a Bologna dicono
-lo stesso: che si stava meglio una volta.
-Dunque la gente a questo mondo non la trovo
-mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un povero
-ignorante; e per più giorni faceva il cattivo
-in casa, quasi temesse d'aver perduta o
-temesse di perdere l'autorità famigliare.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli
-la fatica di viaggi alla città, ecco
-che ad amareggiare gli ultimi giorni del patriarca
-venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un
-conte pontificio, ch'era morto a Roma e a Rioronco
-non si era visto quasi mai. La strada
-nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso
-dell'erede: alla massiccia Cà scura s'opponeva,
-nell'estimazione pubblica, il nobile Palazzetto,
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-di recente restaurato; alla supremazia
-del vecchione minacciava di succedere la supremazia
-di quel signore patito e guardingo, che
-i contadini dicevano cattivo come il loglio.
-</p>
-
-<p>
-Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso
-che gli si era dato a conoscere per uno
-dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava
-i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha
-preso Rioronco per un covo di ladri?
-</p>
-
-<p>
-Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle
-carraie; tese reti metalliche lungo la strada;
-piantati pali con su la scritta «bandita». E il
-curato: — La moglie del signor ingegnere veste
-cinque bambine per la cresima.... Il signor ingegnere
-ha mandata la panca per la chiesa.... Il
-signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. — Dopo
-il ristauro della villa, ristauravano
-anche il piccolo oratorio di Sant'Anna, di
-fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che
-brava signora!...
-</p>
-
-<p>
-Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa,
-mal fa; chi non guarda in faccia, non è sincero;
-non mi fido io di colui!
-</p>
-
-<p>
-Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto,
-il cursore del Comune venne alla Cà scura
-con tanto di carta stampata e scritta, e firmata
-dal sindaco.
-</p>
-
-<p>
-<i>A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo
-num. 12 del Regolamento....</i> etc..., <i>s'intima
-al signor Carlo Carli il taglio, nel suo predio
-denominato la Zucca, di tutti i rami di quella
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-quercia che impediscono la viabilità della strada
-comunale in Ronco...</i>, con minaccia di <i>dar corso
-immediato agli atti di contravvenzione....</i> etc....
-</p>
-
-<p>
-Parve a Carlone di ricevere un pugno su la
-testa. Rosso d'ira fe' portare da bere all'uomo;
-poi chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Oh perchè non han mai detto niente prima
-d'oggi?
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose.
-</p>
-
-<p>
-E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui,
-indifferentemente, si difendeva dalle lagnanze,
-dalle minacce e dalle proteste:
-</p>
-
-<p>
-— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire!
-</p>
-
-<p>
-Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non
-ne passano, e la quercia non arriva alle birocce.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà
-ombra a qualcuno. — Poscia, con la stima d'ogni
-servo per chi lo paga, il cursore aggiunse: — Le
-leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma
-in Comune non se ne ricorderebbero se un qualche
-furbo di tanto in tanto non ci avesse tornaconto
-a metterle in memoria al Sindaco e alla
-Giunta.
-</p>
-
-<p>
-— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava
-il vecchio.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, appena se ne fu andato il messo,
-chiamò i figlioli e il cane, li mandò a provvedere
-in fretta un «arrostino», quantunque fosse
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-ancora tempo di caccia vietata, ed egli recò
-la biada alla sua mula.
-</p>
-
-<p>
-A cavallo, discendendo poco dopo, preparava
-il discorso per convincere che la quercia non
-faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una
-prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando
-brontolando e rammentando che al tempo del
-Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie
-folte, che era una delizia, giunse la sera al
-paese. Naturalmente, in vista dell'arrosto, il segretario
-promise di interporre la sua autorità
-perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso
-due o tre giorni dopo.
-</p>
-
-<p>
-E naturalmente quando Carlone de' Carli venne
-per la risposta, apprese che l'arrosto era stato
-squisito e il sindaco irremovibile.
-</p>
-
-<h3>
-II.
-</h3>
-
-<p>
-Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare
-la bella quercia, che rivedeva uguale nei
-ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia,
-alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare
-il frusto di pane, riposavano nei caldi
-meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano
-i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto,
-perchè un intruso lassù non ne aveva
-una simile, bisognava lacerarla, squarciarla,
-mutilarla nelle braccia la feconda, la buona
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-quercia che dava tante staia di ghiande ogni
-anno!
-</p>
-
-<p>
-Col dispiacere d'imaginare le membra recise,
-Carlone pensava le parole di coloro che nel
-transitare per la strada osserverebbero quello
-strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così
-bella quercia! —; e i cattivi: — Ah, ah! gliel'han
-fatta a Carlone della Ca' scura! — E in lui era
-il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come
-d'un'offesa atroce, d'uno sfregio ignominioso
-contro non solo a lui ma a tutta la sua famiglia,
-ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi
-pronipoti.
-</p>
-
-<p>
-L'albero resistente e poderoso, per cento e
-cento anni ancora dopo la sua morte attesterebbe,
-così deturpato ad ogni primavera, l'antica
-sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione,
-di tanto in tanto rinnovata, a una
-lontana ingiustizia e a una remota provocazione
-dell'invidia e dell'orgoglio.
-</p>
-
-<p>
-Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse
-buttata giù, troncata di colpo, il fulmine!
-</p>
-
-<p>
-Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando
-allo sguardo altrui, andava alla quercia
-a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio
-il fulmine! meglio una saetta!
-</p>
-
-<p>
-E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava
-l'intimazione del sindaco e diceva: — Bisogna
-rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva il
-capo quasi minaccioso rispondendo:
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Andremo incontro a dei guai....
-</p>
-
-<p>
-— No!
-</p>
-
-<p>
-Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse
-ai tre figli e al nipote maggiore:
-</p>
-
-<p>
-— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E
-quelli compresero che a tagliarla preferiva
-abbatterla, e tacquero.
-</p>
-
-<p>
-Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno,
-che precedeva per il sentiero, si rivolse:
-</p>
-
-<p>
-— Via! voi altri!... Non voglio nessuno!
-</p>
-
-<p>
-Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad
-aprire la buca, ampia, intorno al pedale che
-tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio
-assisteva immobile con le mani in tasca.
-Apparvero lombrichi; apparvero fra la terra
-gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo
-scavar delle vanghe restavano recise con netto
-taglio, o, tócche, si spelavano bianche come
-serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima
-radice di un rosso terrigno, grossa quanto un
-braccio. Scalzata che fu con i picconi, Carlone
-recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni
-passeri che s'inseguivano dalla siepe, non
-impauriti da quel battere della scure, volarono
-su la cima e garrirono tra le frondi più alte e
-lontane.
-</p>
-
-<p>
-Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca:
-scoprirono a destra, più giù, un'altra radice più
-grossa, che il primogenito tagliò. E poi un'altra.
-E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano
-di quelle radichette bianche, lisce, umide
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-come serpi, con qualcuna delle vecchie nera e
-marcita.... E poi un'altra, rubesta.
-</p>
-
-<p>
-Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in
-piedi, immobile, all'apparenza impassibile, ordinò
-al nipote di poggiare la scala e di salire
-a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto.
-La faccenda fu lunga. Dopo di che, tornarono
-all'opera.
-</p>
-
-<p>
-Uno chiese se venderebbero anche il ceppo;
-ma il padre non rispose. E di quelli che frattanto
-passarono per la strada, fu uno che attese e,
-ricambiato un saluto, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un
-bosco!
-</p>
-
-<p>
-Esclamò un altro:
-</p>
-
-<p>
-— È campata abbastanza, eh, Carlone?
-</p>
-
-<p>
-— Abbastanza! — rispose.
-</p>
-
-<p>
-Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere,
-il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo
-a disturbarvi nei vostri interessi!
-</p>
-
-<p>
-Quegli rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Avete ragione, avete; — e proseguì.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un'altra ora la buca era già così profonda
-che a ogni nuova radice recisa, tre degli
-uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva
-forza contro il fusto per tentare se non
-rimaneva che il fittone. Indarno: non ancora il
-fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso
-mezzodì — ebbero certezza che sola la radice
-maestra rimaneva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il vecchio disse:
-</p>
-
-<p>
-— La mannaia a me!
-</p>
-
-<p>
-Discese lui nella fossa: cominciò a colpire;
-mentre i figli ai capi della corda, lontano, tiravano,
-squassavano.
-</p>
-
-<p>
-Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice
-di quella vita gigantesca cadevano i colpi
-del fiero vecchio. Quando il taglio fu innanzi,
-Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma
-l'albero non voleva cedere; invano s'incitavano
-l'un l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando
-un grido per avviso allo sforzo concorde....
-</p>
-
-<p>
-Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia
-troncato: poi, subito dopo, uno schianto molteplice,
-diverso, confuso e pieno di tutte le vette,
-di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono
-la terra madre; e parve che l'immensa pianta
-si sfasciasse tutta quanta, cadendo.
-</p>
-
-<p>
-Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto
-rosso s'asciugò, tra il sudore, due lagrime.
-</p>
-
-<h3>
-III.
-</h3>
-
-<p>
-Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il
-curato. Era questi un buon prete, superstizioso
-e religioso a un tempo; un po' asprigno e cocciuto
-anche lui, un po' interessato, un po' gobbo,
-un po' sporco, perchè tabaccando non spazzava
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-il tabacco rimasto dalla presa sul panciotto più
-rosso che nero; ma abbastanza affezionato al
-suo gregge e al suo ovile e amico a Carlone
-de' Carli, col quale da anni e in ogni stagione faceva
-la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra
-del moro o sotto il portico del forno o nella
-stalla. Veramente nei primi anni di cura la prevalenza
-del vecchio aveva urtato il parroco e
-quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto
-però egli si era convinto che disgustarsi Carlone
-sarebbe stato come disgustarsi tutta la parrocchia
-e che non potendo contrastare a un avversario,
-conveniva preferirne l'amicizia. Carlone
-inoltre era liberale verso la chiesa; e il figlio
-maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia
-di San Vincenzo», che s'era estesa per le
-parrocchie vicine; e tra le donne della Ca' scura
-si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la
-«rettora».
-</p>
-
-<p>
-Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario,
-súbito il curato dubitò d'una rivalità
-fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che
-da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende
-ecclesiastiche pur in campagna, nè dubitò
-che tra i due litiganti resterebbe lui con la testa
-rotta quando non riuscisse a barcamenare.
-A ciò non era molto abile, e piuttosto che giovare,
-nuoceva alla sua intenzione onesta con
-far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo
-troppi elogi di Carlone: nondimeno volse il
-mese da che le radici della quercia eran state
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-messe al sole senza che il conflitto avvenisse.
-Per poco il curato non imbaldanziva; non gli
-pareva più tanto difficile navigare in buone acque
-fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere
-e la sua ottima signora se n'andrebbero,
-grazie a Dio, di villa in città.
-</p>
-
-<p>
-Ma egli non pensava a San Michele, che viene
-ai 29 di settembre; o meglio, non prevedeva
-che dovesse recargli noie proprio la maggior
-festa della parrocchia. Quell'anno non era stata
-scelta alla Ca' scura che la priora; e rettora
-sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora
-Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia.
-</p>
-
-<p>
-Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo
-ma così petulante, venne in canonica, ed entrato
-nel discorso della prossima festa, espose chiaro
-e tondo il desiderio che la processione si recasse
-all'oratorio da lui fatto restaurare; come
-a dire che San Michele facesse una visita a
-Sant'Anna.
-</p>
-
-<p>
-A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi
-quale un cavallo che adombri, esclamò in quella
-sua maniera un po' rude:
-</p>
-
-<p>
-— Impossibile! Questo, signore, è impossibile!
-</p>
-
-<p>
-Di consuetudine, la processione calando dalla
-chiesa prendeva una viottola a bivio con la
-strada comunale (con la strada appunto che conduceva
-al Palazzetto) e saliva fino a un olmo,
-le cui fronde composte in cupola facevan da
-tempio a una Madonnina in voce di miracolosa.
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone.
-Imaginarsi dunque se si poteva mutare
-itinerario!
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del
-curato, invece di arrendersi, insistette. Il desiderio
-pietoso era della sua signora: a lui pareva
-che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò
-comprendere quanto gli dispiacerebbe dover
-abbandonare con malanimo quei luoghi dove
-si era proposto far del bene; e alle giuste
-osservazioni che la gente di lassù era ostinata;
-che la novità troverebbe oppositori; che
-la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa,
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Le imagini davvero miracolose non si tengono
-sotto un albero! Io sarei ben lieto, ben
-fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per
-una nuova cappella, se lei mi accertasse che
-questi miracoli sono di grande importanza....
-Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se
-non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua
-Eminenza o, magari, alle autorità civili.
-</p>
-
-<p>
-«Misericordia!» pensò atterrito il parroco.
-«Piuttosto tentare....» Forse Carlone si persuaderebbe....
-</p>
-
-<p>
-Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile
-quello che prima gli era parso e aveva
-detto impossibile.
-</p>
-
-<p>
-Per una settimana il poveromo anticipò la visita
-al vecchio; lo prevenne più volte nell'offrirgli
-il tabacco; perdè più d'una partita senza
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-prendersela con le carte; ma quelle benedette
-parole: — Dite su, Carlone: vi dispiacerebbe a
-voi se invece d'andare alla Madonnina....; — quelle
-parole non riusciva a pronunciarle: gli
-si annodavano in gola per la certezza di non
-riuscire a bene; per il timore di far peggio, e
-per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato
-vecchio e riconoscerne senza profitto
-l'autorità.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il lunedì precedente alla festa il
-prete andò alla Ca' scura zoppicando; disse per
-un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene
-addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone
-un giovinotto!
-</p>
-
-<p>
-— Basta — concluse con un sospiro mentre
-raccoglieva le carte dal desco —; domenica, se
-Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei
-sassi come gli altri anni....
-</p>
-
-<p>
-Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò
-in faccia a mo' di chi stando su l'avvertita
-discopra il tiro.
-</p>
-
-<p>
-Pallido, il curato seguitò senza guardarlo:
-</p>
-
-<p>
-— Andremo all'oratorio....
-</p>
-
-<p>
-Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone
-lasciò cader forte il pugno sul deschetto,
-gridando:
-</p>
-
-<p>
-— Ah questa volta il suo ingegnere non se
-la cava! Finchè campo io, glielo dica a mio nome,
-non se la cava!
-</p>
-
-<p>
-— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il
-curato, rosso d'ira.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte
-e giocarono.
-</p>
-
-<p>
-.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava
-il prete fino alla siepe; quel dì
-l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. Intanto
-che andavano, l'uno aspettava che l'altro
-parlasse; e pensavano entrambi: «Tocca a
-lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone
-si fermò.
-</p>
-
-<p>
-— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce
-pareva di pentimento.
-</p>
-
-<p>
-— Addio — rispose duro il prete.
-</p>
-
-<p>
-— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si
-ricordi di quel che ho detto.
-</p>
-
-<p>
-Ma il prete si rivolse:
-</p>
-
-<p>
-— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro
-curato; si sa....
-</p>
-
-<p>
-Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo
-per un braccio, eppoi ponendosi la mano al
-petto:
-</p>
-
-<p>
-— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo!
-Nelle cose giuste io a lei mi caverò
-sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se
-lei si mette a gloriare i birboni, signor curato,
-mi creda, non c'intenderemo più!
-</p>
-
-<p>
-— I birboni? — il curato esclamò. — Già:
-chi non fa a vostro modo è un birbone! Ma,
-in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare
-di sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di
-sopra a tutti? fare sempre a vostro modo? e
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi
-siete, voi?
-</p>
-
-<p>
-Ribattè, umile, il vecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Io? niente! Sissignore, io non sono niente!
-Ma la processione non è solo lei che la fa! e la
-processione andrà dov'è sempre andata; glielo
-garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre
-terra, Carlone della Ca' scura!
-</p>
-
-<p>
-Fu in queste parole una semplicità così dignitosa,
-una tal fermezza quasi solenne, che il curato
-ebbe nell'animo un consiglio di prudenza;
-e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se
-già prima non avesse meditate e predisposte le
-minacce che dovevan servirgli a mezzo estremo.
-Come contro sua voglia, queste gli scapparon
-fuori in fretta.
-</p>
-
-<p>
-— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...;
-voi non siete più un ragazzo. La morte
-non guarda in faccia neanche ai giovani; da
-un momento all'altro.... Ricordatevi che mettere
-la disunione in una parrocchia è come metterla
-in una famiglia; ricordatevi che al curato si
-deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi
-che le prepotenze si scontano, presto
-o tardi, e che un'offesa fatta alla madre della
-Santissima Vergine, a Sant'Anna....
-</p>
-
-<p>
-— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe
-Carlone, di subito arrossato in volto,
-preso da un oscuro timore che quei <i>ricordatevi</i>
-gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia,
-dai gangheri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese
-coraggio.
-</p>
-
-<p>
-— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta!
-All'anima vostra ci penserete voi....
-</p>
-
-<p>
-— Io penso che ho la Madonna per me! che
-è lei che offende la Madonna! che nostro Signore
-castigherà lei, perchè è lei che porta le
-novità e la disunione in parrocchia! Ci fu mai
-niente da dire, tra noi due, prima d'ora? Prima
-che lei, per il suo interesse....
-</p>
-
-<p>
-— Interesse, voi dite? — interruppe il prete
-in cui l'altro aveva toccato il tasto debole e la
-cui coscienza non era abbastanza tranquilla. — Vi
-sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei
-parrocchiani; è il timore di far nascere una
-guerra; è la voglia che ho di sopire un odio nato
-da una sciocchezza...: per una quercia!... Negate
-che la questione è tutta qui? Negate che se non
-ci fosse la quercia di mezzo, non vi parrebbe
-vero anche a voi di andare all'oratorio e di
-fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone!
-Ci conosciamo da un pezzo noi due!
-</p>
-
-<p>
-Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non
-la nego io la verità! Ma torno a dirle che se il
-signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non
-vincerà la seconda.... E schiavo suo!
-</p>
-
-<p>
-Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo
-trattenne senza sforzo, per un braccio; gli disse
-umilmente in tono di preghiera:
-</p>
-
-<p>
-— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava
-con l'occhio di un cagnotto che non si fidi a chi
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-gli mostra il pane dopo avergli mostrato il bastone,
-proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi!
-Io vi prometto che otterrò dal signor ingegnere
-che si vada prima alla Madonnina e dopo all'oratorio....
-Siete contento?
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna
-novità! nessuna novità!
-</p>
-
-<p>
-— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La
-vedremo, signor prepotente! oh, se la vedremo!
-</p>
-
-<h3>
-IV.
-</h3>
-
-<p>
-Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace
-affretta i preparativi a combattere e occupa
-con mosse rapide il campo di battaglia.
-Invece il curato di Rioronco se ne stette fino a
-sera colle mani in mano, irato e incerto sul da
-fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo,
-il pretino ch'era in pratica da cappellano e che
-essendo tutto dolcezza, tutto tenerezza, egli giudicava
-un uomo nato fatto per andare in Paradiso
-in carrozza: ossia un buono a nulla.
-</p>
-
-<p>
-Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli,
-andando e mandando subito i suoi in giro per
-la parrocchia, riuscisse meglio al suo intento
-e prontamente componesse quel partito che nella
-storia del luogo fu poi detto il «partito della
-Madonnina». Si sa che Carlone aveva molti amici
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-ligi per interesse e per soccorsi o consigli
-ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i
-quali alla lor volta contavano fratelli e sorelle
-ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; e aveva
-nipoti già ambiti per amore e per nozze in
-altre case; così una metà forse dei parrocchiani,
-costretti dalla consanguineità o dall'utile o da
-vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero,
-alcuni anche giurarono quella stessa sera
-che la processione di San Michele non muterebbe
-cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito
-di Carlone, dirigeva come si è detto,
-la «Compagnia di San Vincenzo»; onde bastò
-che Procolo facesse passare da compagno a compagno
-la voce di resistenza al prete, perchè
-in poche ore il drappello più vistoso e più solenne
-della processione fosse tutto avverso al
-nuovo itinerario.
-</p>
-
-<p>
-E quando, la mattina dopo, il cappellano, la
-Perpetua, il campanaro, la moglie del campanaro
-che con la Perpetua aveva faccende commerciali
-d'uova e di polli, il becchino, il falegname
-che costruiva le casse da morto e che
-aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero
-che serviva da sagrestano e da chierico,
-quando insomma tutti coloro che avevano buone
-ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla
-missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti,
-resterebbero al «partito di Sant'Anna» una dozzina
-di «figlie di Maria», il vessillifero, lo «scalco»
-che porta il mazzuolo del comando, uno
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini
-dell'ingegner Stoia e pochi più altri! Imaginarsi
-la rabbia del curato, il quale era tornato
-tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando
-di ottener dal prete quattrini a frutto
-per il marito fittavolo — gli aveva detto francamente
-che aveva ragione lui; e che la priora,
-nuora di Carlone de' Carli, era stata invano a
-tentarla; e che lei andrebbe all'oratorio, o non
-andrebbe in processione.
-</p>
-
-<p>
-Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva
-che contrastare a Carlon de' Carli gli
-pareva tempo perso ed esortava a cedere, inasprendo
-sempre più il curato.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non avvisa le autorità? — chiese
-il falegname.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — risposero a una voce il curato e
-il campanaro. — Le autorità proibirebbero la
-processione per sempre!
-</p>
-
-<p>
-— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano:
-proposta che fece ridere amaramente.
-Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo.
-</p>
-
-<p>
-Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle
-minacce spirituali:
-</p>
-
-<p>
-— Una bella predica!...
-</p>
-
-<p>
-Ma il campanaro, più pratico, oppose:
-</p>
-
-<p>
-— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che
-noi facessimo per amore quel che gli altri faranno
-per forza....
-</p>
-
-<p>
-Alla parola d'amore il cappellano chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Cioè?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che la processione andasse tutta insieme
-fino alle due strade; e dopo, una parte alla Madonnina
-e l'altra all'Oratorio; e dopo....
-</p>
-
-<p>
-— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando
-la voce. — Credete voi che si rassegnino,
-loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo
-noi senza il Santo?
-</p>
-
-<p>
-Ma come il campanaro si grattava la testa
-perchè non sapeva ribattere, il cappellano raccolse
-lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido;
-si alzò in piedi.
-</p>
-
-<p>
-— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea!
-Accomoderò tutto io! — E si accomodava il nicchio
-in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e
-torno!
-</p>
-
-<p>
-— A far che cosa? a far che cosa? — domandava
-il parroco.
-</p>
-
-<p>
-— Lasci fare a me!
-</p>
-
-<p>
-La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla
-finestra di cucina al pretucolo che usciva, e
-mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a
-lui, povero don Sigismondo!
-</p>
-
-<p>
-Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso,
-fu lui che piegò Carlon de' Carli. Gli
-piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio
-Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia
-o viva la Spagna, è lo stesso! — E parlò senza
-ambagi diplomatiche, senza apparenza politica.
-Sapeva che se la domenica prossima accadessero
-dei guai, il signor curato, che aveva il solo
-torto di essere un po' cocciuto, avrebbe disgusti
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura;
-eran da prevedere fin processi penali in cui
-Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più addolorava
-don Sigismondo il pensiero dello scandalo.
-La parrocchia di Rioronco era stata sempre
-una famiglia sola, a cui Carlone aveva dato
-sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero,
-perchè gli animi erano riscaldati molto
-in quella divisione; se, Dio liberi!, si ammazzassero,
-che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi
-non avrebbero il curato e lui, Carlone?...
-Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le lagrime
-agli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io
-nè i miei, con tutti i nostri, non andiamo all'oratorio,
-io per me son disposto a tutto! — Quindi
-temendo d'aver detto troppo e di parer
-debole, aggiunse con foga: — Anch'io avrei rimorso
-se succedesse qualche lite; anch'io sarò
-sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma
-piuttosto che andare all'oratorio, don Sigismondo,
-andrei in galera; andrei (si fa per dire) all'inferno!
-</p>
-
-<p>
-Dio liberi! parlare così quando c'era il modo
-di accontentare tutti! Bastava andar tutti insieme
-fino alle due vie; di dove il partito di Sant'Anna
-discenderebbe all'oratorio e il partito della
-Madonnina salirebbe per la carraia, all'olmo; e
-dopo, riunendosi per l'ultimo tratto, ritornerebbero
-insieme come prima.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-l'osservazione del vecchio. — Resterete
-per un poco senza il Santo. Ma gli altri non
-resteranno senza la «Compagnia»? E voi non
-potreste onorare la Madonnina con una bella
-«fioriera»?
-</p>
-
-<p>
-In un contorno e sotto una corona di fiori di
-tela, che sembrerebbero veri e freschi, la Madonnina
-dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi
-parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese
-che quello era il mezzo per far onore a
-sè stesso; vide subito che la sua autorità ne riuscirebbe
-non diminuita, ma accresciuta; pensò
-che per tal modo castigherebbe il curato e umilierebbe
-l'avversario.
-</p>
-
-<p>
-— Faremo così! — disse.
-</p>
-
-<p>
-E tosto la voce della pacificazione si sparse;
-e tutti ne furono lieti. Gli ardimentosi convertirono
-l'ardore pugnace in un ardore di emulazione
-e in una speranza di maggior festa;
-gl'incerti, che non eran pochi, parteggiarono a
-viso fermo senza paura di danni; le mogli e
-le madri che già avevano esortati i mariti o i
-figli a restare a casa, o li avevano imaginati
-feriti o morti, ringraziarono il Cielo e benedissero
-San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono
-contenti: fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza
-della vendetta e della ribellione; il superstizioso
-panico di un'offesa religiosa; il peso
-della violenza meditata e preparata; il dubbio
-della sconfitta e della vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-che l'ingegnere darebbe spettacolo di
-fuochi artificiali, di cuccagna e di palloni; che
-Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori
-e musici; e che per la «fioriera» Procolo
-era andato a Bologna; e che dalle parrocchie
-vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi
-con i compagni di San Vincenzo. Insomma:
-un'aspettazione grande e gioiosa quale non c'era
-stata mai.
-</p>
-
-<p>
-Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono
-più di tre e per cagioni intime. Primi: Samuele
-soprannominato il Moretto e Canuto il
-sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano
-entrambi una ragazza meritevole in modestia
-di star fra le «figlie di Maria» e nello
-stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati
-in una volta.
-</p>
-
-<p>
-Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della
-festa.
-</p>
-
-<p>
-— Tu per chi sei? — domandò con aria di
-noncuranza il Sartoretto.
-</p>
-
-<p>
-Il Moretto, che già conosceva l'opinione della
-bella, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Per Sant'Anna. E tu?
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo,
-aggiunse: — Tu però faresti meglio a
-star con quelli della Madonnina.
-</p>
-
-<p>
-— Io sto con chi mi pare!
-</p>
-
-<p>
-E il rivale proseguendo per la sua strada:
-</p>
-
-<p>
-— Oh oh, che aria tira, stasera!
-</p>
-
-<p>
-Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto;
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-perchè in fatto di donne e gelosie, tutto il mondo
-è paese.
-</p>
-
-<p>
-Malcontento anche era rimasto quel contadino
-dell'ingegner Stoia a cui Carlone, quando abbattevano
-la quercia, aveva ingiunto di tirare innanzi
-senza pensiero degli affari altrui. Quegli
-aveva sperato di venire a dirittura alle mani
-e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi il padrone
-disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar
-soldi chi schernisse, la domenica, Carlon
-de' Carli. Uno scherno per cui gli calasse la
-boria: non già da fargli del male.
-</p>
-
-<p>
-E il bottegaio, che aveva tanto professata e
-vantata la sua neutralità, per far quattrini strinse
-in segreto patto i suoi tre avventori più a
-corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva
-indole non del tutto buona; Anacleto dell'Orto
-(attenti ai nomi!), un millantatore; e Silverio
-detto, per scempiaggine, il Chiù.
-</p>
-
-<p>
-È vero che questi avevano promessa fede a
-quelli della Madonnina, ma di ciò non è a far
-gran caso; giacchè anche per simile genia di
-fedifraghi o traditori, tutto il mondo è paese.
-</p>
-
-<h3>
-V.
-</h3>
-
-<p>
-Mai con più lena il campanaro di Rioronco
-s'attaccò alla corda delle sue campane festaiole;
-mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i
-sessi godettero più di allora in un consenso d'allegrezza,
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-nell'attesa dei vesperi solenni al dì di
-San Michele; mai più di quel giorno il Santo
-nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di
-stucco anch'esso) sembrò sorridere dall'altar
-maggiore e dire a' suoi protetti: All'inferno il
-demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne
-di buona volontà!
-</p>
-
-<p>
-Fino il curato era allegro; perchè lo scisma
-ridotto a quell'innocente bipartirsi della processione,
-accresceva magnificenza alla festa; significava
-come due prove di fervor religioso in
-una volta o due modi di onorare pomposamente
-il Santo.
-</p>
-
-<p>
-Ma pienamente felice era Carlone: libero di
-timori, libero di rimorsi; orgoglioso del suo panciotto
-damascato e della giacca di velluto e più
-orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita
-di nero col velo bianco, quando la rettora
-non aveva che un abito di lana verde. Suo giudicava
-il trionfo: tale che aveva permesso a
-quelle delle «figlie di Maria» ch'erano rimaste
-al suo partito di andar con le altre, bastandogli
-al fasto della sua parte le tre «compagnie»:
-quella di San Vincenzo, con le mantelline rosse,
-quella di San Martino, con le mantelline
-gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline
-celesti. Poi, gli parve che i suoi sonatori e i
-suoi cantori avessero più fiato degli altri quando
-la processione s'incamminò e lui e la priora
-si mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera»
-da portare alla Madonna. Così cantando
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-inni e sonando, fra i doppi delle campane e
-lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione
-degli spettatori, la processione partiva dalla
-chiesa.
-</p>
-
-<p>
-In questo mentre i due soli carabinieri venuti
-dalla stazione della Pieve erano corsi innanzi,
-all'angolo del bivio; e si eran messi là, immobili,
-di malavoglia. Ciò che stava per succedere
-e di cui tardi avevan avuta notizia e, più che
-interrogando, ascoltando le voci della folla, li
-teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi
-d'un disastro. Ma quando la processione
-giunse al bivio e sostò, non accadde che un
-po' di subbuglio nel separarsi delle due parti
-e nel comporsi di ciascuna processione in capo
-alla propria strada. Alla prima, ubbidendo a
-Carlone, precedette uno dei lampadari per far
-le veci del crocifero o del portastendardo: súbito
-dopo si mise la prima «compagnia di San
-Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la
-numerosa «compagnia di San Vincenzo», a cui
-seguirono, come preceduti da quella «guardia
-del corpo», il priore e Carlone con la corona
-dei fiori finti, e dietro la terza «compagnia» e
-il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni
-di questi s'abbandonavano a una commozione
-di riso; altri avevan le lagrime agli occhi. Un
-po' a stento, eppur bene, si formò la seconda
-schiera: le figlie di Maria presero il posto delle
-«compagnie» dopo ai cantori e ai suonatori, e
-nonostante che il cappellano dicesse: — aspettate!
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-aspettate! — le vergini ripresero l'inno
-con voci acute e alte, quasi per sfida, appena
-udirono dall'altra parte l'intonare della musica.
-E si avviarono anche i preti col Santo.
-</p>
-
-<p>
-Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi
-ai carabinieri, passavano lentamente le due file
-rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che
-furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi
-del da fare, come per un accordo che
-non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra
-e l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda,
-dissero a una voce: — Di qua! —; ciascuno
-non trovando ragionevole l'errore del
-compagno.
-</p>
-
-<p>
-L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra
-quei due bravi giovani c'era mai stata parola a
-dire da quando si trovavano nella stessa stazione
-e da quando infrangevano insieme il regolamento
-per far all'amore a certa cascina dove
-avevano due belle ragazze, una per uno.
-</p>
-
-<p>
-— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi
-dovuma stè a j ourdin! I ourdin a soun d'andé
-à prés à la processioun, e la processioun bouna
-a l'è coula!
-</p>
-
-<p>
-Ribattè il toscano:
-</p>
-
-<p>
-— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di
-attende all'ordine pubblio; e chi lo minaccia 'un
-son mia i preti: sono i rivoluzionari! Dunque
-s'ha ire 'on esti!
-</p>
-
-<p>
-Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la
-testa brontolando:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Noi en doi, miraco i podouma nen fene!
-</p>
-
-<p>
-Se sempre l'unione fa la forza, tanto più
-l'unione è necessaria quando la forza è rappresentata
-da due persone sole: chè due carabinieri
-possono impaurire, ma un solo, tra la folla,
-muoverebbe a riso. E loro non eran che due, e
-non potevano dividersi; non potevan fare miracoli.
-</p>
-
-<p>
-— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun,
-à la processioun <i>ufficiale</i>! — Evidentemente
-il piemontese sperò di piegare il compagno
-con questa grave parola. Invece l'altro:
-</p>
-
-<p>
-— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza!
-Bada: do'è che stanno i più scontenti? i più curiosi?
-là! Dunque si dee ire là!
-</p>
-
-<p>
-Che! I <i>bugianen</i> son <i>bugianen</i>! Il buon piemontese
-non cercava ragioni da opporre; voleva
-essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle
-grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente
-e s'aspettava da un giorno all'altro la promozione
-ad appuntato; e, oltre a ciò, era più vecchio
-d'anni e di servizio. Egli dunque severamente
-chiamò l'amico per il cognome:
-</p>
-
-<p>
-— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma!
-</p>
-
-<p>
-— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far
-il mi doere! 'Un vo' mia gastighi per motio tuo!
-'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno appuntao!
-</p>
-
-<p>
-— Cribio!... Rappaini, andouma!
-</p>
-
-<p>
-— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E
-il toscano si mise a sedere sul paracarri;
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia;
-su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia
-alle mani guardava l'amico.
-</p>
-
-<p>
-Il quale, a tal vista, si era acceso in volto,
-con tali occhi da spaventare. Ma Rappaini ch'era
-più furbo riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun
-n'aete! Dimmi un po'....
-</p>
-
-<p>
-S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni.
-</p>
-
-<p>
-— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe
-dee succedere? Io dio, che succederà qui, quando
-torneranno indreo! No? Qui. Se se danno,
-se le daranno qui! e no quando i du' partiti
-sian fuor di tiro!
-</p>
-
-<p>
-L'argomento era giusto solo in parte: perchè
-essi a quel punto dell'incontro avrebbero potuto
-trovarcisi anche accompagnando una delle
-processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine.
-</p>
-
-<p>
-— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà
-ch'un si diffida nè di esti nè di elli!
-</p>
-
-<p>
-E fu tale argomento che il piemontese, vinto
-e tutto contento d'essere stato vinto, alla fine
-esclamò ridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i
-stuparie la buca a' na foumna! Ma par sta
-volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche
-lui sul paracarri di fronte; deponendo il
-moschetto da lato e su le ginocchia la borsa
-della corrispondenza.
-</p>
-
-<p>
-Amici dunque più di prima tornarono a discorrere
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-di ciò che più loro premeva, mentre
-guardavan le processioni che dilungavano, già
-scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran
-venute alla festa di Rioronco....
-</p>
-
-<p>
-— .... Quando la pigli tu, la Balbira?
-</p>
-
-<p>
-— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo
-dal parroco. — Prendeva la «ferma», faceva la
-carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva
-vivere di rendita, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Se possono passà esti du anni, io me ne vo;
-che n'ho auto abbastanza della patria! Vo a lavorà
-il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu
-sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi
-ragazza....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Eppure, strada facendo, nell'una processione
-e nell'altra s'estese un nuovo malcontento;
-sia perchè la realtà riesce sempre inferiore
-all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva
-avuto il torto di non lasciare almeno una
-«compagnia» al curato e questi aveva avuto il
-torto di non concedere almeno un prete in cambio
-di tante «figlie di Maria». In entrambe le
-schiere serpeva quel malessere che dan le cose
-imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni
-pacifiche talvolta rinasce anche ne' più
-docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta
-alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono
-di mortai che pareva il finimondo, la
-processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-dove per la porta spalancata era esposta
-agli sguardi di fuori l'altare tutto adorno e luminoso.
-Ivi, dopo il <i>Jube Domine</i>, San Michele
-s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla
-genuflessa, tra cui erano molti signori e signore;
-e cantori e preti ripresero il canto; e il cappellano
-diede l'ordine del ritorno.
-</p>
-
-<p>
-Per ritornare come nella venuta, si comprende
-che gli uomini, i quali prima erano in coda,
-avrebbero dovuto far ala sì che passassero lo
-«scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero
-e quindi le «figlie di Maria». Ma non tutti
-così fecero. Quasi la funzione fosse compiuta,
-alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada,
-per alloccaggine e storditezza; e quando giunsero
-le vergini, non si ritrassero; ne interruppero,
-confusi e confondendo, la prima fila. Era
-tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani
-che, già si disse, amavano con incerta fortuna
-la stessa «figlia di Maria»; mentre l'altro, il
-Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa
-della strada. E il restare del primo là in mezzo
-fu sospettosamente interpretato dal secondo,
-il quale appena la bella gli fu dinanzi con le
-compagne, senza tante cerimonie le si mise a
-fianco.
-</p>
-
-<p>
-Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè
-il Moretto, d'improvviso, affrontava il
-rivale e diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa pretendi tu?
-</p>
-
-<p>
-— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei
-comodi! e tira via, milordo, che è ora!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone:
-il colpito l'afferrò, e, accapigliati, caddero. Tutto
-ciò in minor tempo di quanto bisogna a raccontarlo;
-così presto che, quantunque costrette
-anch'esse ad arrestarsi, le ultime ragazze e i
-preti non avrebbero pensato a una lite se non
-avessero visto accorrere di qua e di là coloro
-che speravano dividere i contendenti.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti!
-</p>
-
-<p>
-Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga
-il collo: arriva don Sigismondo. Ma d'innanzi,
-le prime ragazze si son voltate; il crocifero
-chiama lo «scalco»; questi, che giungendo
-un momento prima avrebbe subito fatto
-largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui
-litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui;
-e lui, perduto il mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo
-intanto con le mani nei capelli e gridando
-misericordia torna indietro, verso i colleghi
-e il curato; e i suonatori e i cantori corrono
-innanzi ad aiutare il crocifero e il vessillifero,
-che son corsi ad aiutare lo scalco.
-</p>
-
-<p>
-Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla
-in un pagliaio; forse perchè, alle esortazioni e
-alle preghiere di don Sigismondo, i sacerdoti
-furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare
-il Santo all'Oratorio; e tutta quella gente
-rimase come senza ritegno, senza rispetto a
-nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa
-voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni
-parte alla mischia; addosso ai cantori e ai suonatori
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-o a chi capitava, capitava. Addosso! addosso
-con i ceri, con giannette e randelli e pugni;
-e bòtte da orbi. Ci furono fratelli che diedero
-pugni ai fratelli; padri ai figli, e figli ai
-padri; ci furono anche molti che nei giorni di
-poi confessarono d'aver creduto di combattere
-con quelli della Madonnina; e molti che confessarono
-d'essersela goduta un mondo a battere
-con le mani e coi piedi non sapevano chi,
-ignari affatto della causa che aveva generata
-la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli
-delle donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano
-d'intorno, urlando....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Con grande impeto di tromboni e voci il
-partito della Madonnina era per giungere all'olmo.
-La viottola essendo diruta e stretta, Anacleto
-Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto
-il Chiù (i traditori) avevano tentato troppo tardi
-di mettersi innanzi, di precedere a tutti, perchè
-penetrati fra i «compagni di San Giorgio» avevan
-dovuto cedere al comando di: — Indietro
-voi altri! — che Carlone aveva dato loro con
-faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si credessero
-scoperti, i tre scambiarono parole sommesse
-tra i seguaci, in coda.
-</p>
-
-<p>
-— Come si fa? — domandava quello scemo
-di Silverio. E Anacleto:
-</p>
-
-<p>
-— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima!
-</p>
-
-<p>
-E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-ci venissero in tanti! Saranno quaranta solo
-quelli di San Martino!
-</p>
-
-<p>
-— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo
-Silverio il Chiù —, si direbbe che Carlone ha
-imparato qualche cosa....
-</p>
-
-<p>
-— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio
-lo zoppo.
-</p>
-
-<p>
-— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione!
-</p>
-
-<p>
-Allora Anacleto, lo spaccamonti:
-</p>
-
-<p>
-— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura!
-</p>
-
-<p>
-— Paura io?
-</p>
-
-<p>
-— Paura io?
-</p>
-
-<p>
-— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo
-il Chiù, che n'aveva avuti meno degli altri;
-mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non vai innanzi tu, dunque?
-</p>
-
-<p>
-Queste rampogne furono udite da un Tizio che
-sarebbe stato meglio non udisse nulla; un muratore
-fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse
-informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio
-e avesse incarico da Carlone stesso di
-invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno di
-quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le
-storie e senza cui i critici della storia non avrebbero
-più niente da fare.
-</p>
-
-<p>
-Quel Tizio domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa avete, ragazzi?
-</p>
-
-<p>
-— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù.
-</p>
-
-<p>
-— Avete bisogno d'aiuto?
-</p>
-
-<p>
-— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-insolenza. Il muratore, sempre più insospettito,
-tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il gomito
-l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano;
-finchè voci e musica cessarono. Ma allora la
-siepe non contenne più i curiosi: alcuni la saltarono;
-altri vi fecero un varco; altri l'allargarono;
-e la gente affrettò e si strinse di qua e di
-là dal fosso, intorno all'albero; al quale il figlioccio
-di Carlone aveva già poggiata la scala,
-già ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera»,
-per attaccarla ai rami e fermarvi, nel
-mezzo, l'imagine.
-</p>
-
-<p>
-Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero
-far cadere la «fioriera» come per disgrazia, e
-che a forza di gomiti e di urti si son fatti innanzi
-quasi per veder meglio, non dovrebbero
-che dare una spinta alla scala, e la darebbero
-se il muratore non la tenesse ferma e non vigilasse.
-</p>
-
-<p>
-Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore
-con aria di sfida, ma non si muove; lo
-Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra
-anche, ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal
-disposto dallo sguardo del muratore, che ha dinanzi,
-e dalle sollecitazioni, che ha di dietro,
-si rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi
-altri la spinta! Io ho da tener a posto questo
-qui.
-</p>
-
-<p>
-— Me? — il muratore grida con un braccio
-a difesa della scala e l'altro in aria. Il segreto
-è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto
-risponde: — Dicevo così per ridere....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutti vorrebbero sapere:
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? Cosa c'è?
-</p>
-
-<p>
-Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia
-il coro ultimo dei fedeli:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Maria, mater gratiae....</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo
-gradino. Quando, oh! — che è? che non
-è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto;
-il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo,
-che è all'ultimo gradino, precipitano insieme
-nel fosso. S'odon grida. Cogliendo l'opportunità
-di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano
-a difesa del compagno, che il muratore
-martella di pugni, intanto che s'invoca soccorso....
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Mater misericordiae....</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali;
-s'avanza Carlone per metter pace.
-</p>
-
-<p>
-— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State
-buoni, ragazzi! — Ma come pacificarli a
-parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno
-dei cantori, che è un Ercole e che dove batte,
-abbatte. — Son qua io, Carlone!
-</p>
-
-<p>
-Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia;
-e che c'entra lui? Infatti una voce, non si
-sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — Son
-quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento!
-aiuto! Son quelli di San
-Martino che portano le liti!... Son pagati dall'ingegnere!
-Traditori! Addosso!
-</p>
-
-<p>
-E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-insieme, si guardano in faccia; spengono
-le torcie per usarle come armi.
-</p>
-
-<p>
-— Dalli a quelli di San Martino!
-</p>
-
-<p>
-— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso
-e felice d'essere scampato dalle mani del muratore.
-</p>
-
-<p>
-— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia
-par diventato dritto.
-</p>
-
-<p>
-— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando
-via senza più ridere.
-</p>
-
-<p>
-E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai
-«compagni di San Giorgio» si gettan sui «compagni
-di San Martino», e gli spettatori forestieri
-sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange,
-grida pietosamente con le mani nei capelli....
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo
-finalmente l'altro, cominciava a raccontare
-una sua avventura molto seria con una
-<i>tota</i> di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Hai udito?
-</p>
-
-<p>
-Eran grida confuse e lontane, verso il monte:
-all'Olmo. Già dalla viottola comparivano donne
-affannate, disperate, che a vederli alzavano grida
-e braccia chiamando, terribili:
-</p>
-
-<p>
-— Correte! correte!
-</p>
-
-<p>
-I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti
-appena pochi passi (e il toscano aveva appena
-mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di
-giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre
-donne ansiose invocavano....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cuntacc!</i>
-</p>
-
-<p>
-— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano
-all'Oratorio!
-</p>
-
-<p class="ast">*</p>
-
-<p>
-Oh no! Non gravi ferimenti; non morti.
-</p>
-
-<p>
-Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia
-fervida; s'attenuava in una gioia di colori digradanti
-dalle fiamme della fede al biancore
-della carità; si spegneva in vista alle prime
-stelle ch'esprimevano raggi di meraviglia. Ombre
-di pace velavano i culmini e i dorsi dei
-monti più alti; calavano; e il fremito della notte
-penetrava tra le fronde e le foglie come voci
-d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi per
-udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al
-mondo con che soave fluire le ore della quiete
-e le sue acque scorrerebbero tra gli steli cullati
-dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le
-piante dormienti anch'esse (se Darwin non errò).
-E quante anime avevano veste di penne,
-si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro
-ripari, col capo sotto l'ala tepida e parecchi
-con una zampina in alto; e i buoi russavano
-senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra
-pareva uscire un respiro immenso di tregua e
-di riposo.
-</p>
-
-<p>
-A domani! A domani le cure e le battaglie
-degli uomini di cattiva volontà! Ma quei montanari
-semplici e buoni come animali, pur non
-udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei
-preti, sentirono, quando se ne furon ben date,
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-che anche per le bastonate e le querele era
-tempo di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi
-o a gruppi, e senza lo spettacolo dei fuochi
-e del resto, se ne tornarono alle loro case.
-Non più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli
-innamorati che non avevan ricuperato il tempo
-perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai
-men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente.
-Tutti, fuorchè Carlone e il curato; i quali
-meditavano la loro colpa e la colpa del diavolo
-vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San
-Michele. E quando fu stanco di dar volta per il
-letto, e sempre più rimorso, il buon vecchio si
-levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in
-cerca di sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna.
-</p>
-
-<p>
-Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio.
-Questi in segretezza gli raccontò che un birocciaio
-la notte aveva visto il diavolo vestito da
-prete correre, leggero e veloce come una piuma,
-verso l'olmo. Forse il diavolo non aveva più
-orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi
-nascosta in quella «fioriera»?
-</p>
-
-<p>
-Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento.
-Senza dubbio il curato, non resistendo ai rimorsi,
-si era alzato, la notte, ed era andato alla Madonnina
-per domandar perdono anche lui!
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE.</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#suicidio">Il suicidio del maestro Bonarca</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giocatrice">La giocatrice</a></td> <td class="pag">20</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#doni">Doni nuziali</a></td> <td class="pag">41</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#eldorado">Dall'Eldorado</a></td> <td class="pag">63</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#cappello">Il cappello del marito</a></td> <td class="pag">105</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#giarrettiera">Efficacia d'una giarrettiera</a></td> <td class="pag">124</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#fortuna">La fortuna di un uomo</a></td> <td class="pag">133</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#scampanata">Una “scampanata„</a></td> <td class="pag">201</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#polso">Il polso</a></td> <td class="pag">217</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#modestia">Come finì la Modestia</a></td> <td class="pag">230</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#entusiasta">L'entusiasta punito</a></td> <td class="pag">243</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#agnello">L'agnello</a></td> <td class="pag">251</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#falcone">Il falcone</a></td> <td class="pag">260</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#arcadia">In Arcadia</a></td> <td class="pag">272</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Novelle umoristiche, by Adolfo Albertazzi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE UMORISTICHE ***
-
-***** This file should be named 48779-h.htm or 48779-h.zip *****
-This and all associated files of various formats will be found in:
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-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
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-
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+<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" +"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> + +<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> +<head> + <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=UTF-8" /> + <title> + Novelle umoristiche, di Adolfo Albertazzi + </title> + <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> + <style type="text/css"> +body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} + +p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} +.blockquote {margin: 2em 15%; font-size: 80%; text-align: justify;} +p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} +p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} +.center {text-align: center; text-indent: 0;} + +div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} +div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} +div.titlepage p {text-align: inherit;} +div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 15%;} +div.verso p {text-align: inherit;} +div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} +div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} + +h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal; +font-weight: normal; line-height: 1.5;} +h1 {font-size: 150%;} +h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} +h3 {font-size: 120%;} + +hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} +hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} +hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;} +hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} +@media handheld { +hr.silver {display: none;} +} + +.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} + +.pad4 {margin-top: 4em;} +.pad2 {margin-top: 2em;} +.pad1 {margin-top: 1em;} + +.ast {text-align: center; font-size: 120%; margin: 1em auto;} +.dots {text-align: center; letter-spacing: .5em; margin-top: 1.5em; margin-bottom: 1.5em;} + +.small {font-size: 85%;} +.x-large {font-size: 130%;} +.main-t {font-size: 200%;} +.g {letter-spacing: .2em;} +.smcap {font-variant: small-caps;} + +table {margin: auto; border-collapse: collapse;} +.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} +.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1em; text-indent: -1em;} +.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap; padding-left: 1em;} + +.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; + margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} +.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} +.tnote p {padding: 0 1em;} +.covernote {visibility: hidden; display: none;} +@media handheld { + .covernote {visibility: visible; display: block;} +} + +.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} +.inl {display: inline-block;} +.stanza {margin: 1em auto;} +.poem p {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} +.poem p.i2 {text-indent: -1.5em;} +.poem p.i6 {text-indent: 6em;} +.poem-container {text-align: right; padding-top: 1.5em;} + + </style> + </head> +<body> +<div>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***</div> + +<div class="booktitle"> +<h1> +NOVELLE UMORISTICHE +</h1> +</div> + +<hr class="silver" /> + +<div class="titlepage"> +<p class="main-t"> +Novelle umoristiche +</p> + +<p class="pad2 small"> +DI +</p> + +<p class="pad1 x-large"> +Adolfo Albertazzi +</p> + +<div class="poem-container"> +<div class="poem inl"> +<p><i>Humour</i>: il bell'umore e il buon umore</p> +<p>e il malumore insieme contemperati.</p> +<p class="i6"><span class="smcap">Tommaseo.</span></p> +</div> +</div> + +<div class="blockquote"> +<p> +IL SUICIDIO DEL MAESTRO BONARCA. — LA GIOCATRICE. — DONI +NUZIALI. — DALL'ELDORADO. — IL CAPPELLO +DEL MARITO. — EFFICACIA D'UNA GIARRETTIERA. — LA +FORTUNA DI UN UOMO. — UNA «SCAMPANATA». — IL +POLSO. — COME FINÌ LA MODESTIA. — L'ENTUSIASTA +PUNITO. — L'AGNELLO. — IL FALCONE. — IN ARCADIA. +</p> +</div> + +<p class="pad4"> +<span class="g">MILANO<br /> +<span class="smcap">Fratelli Treves, Editori</span></span><br /> +<span class="small">1914</span><br /> +—<br /> +<span class="small">Nuova edizione riveduta e corretta.</span> +</p> +</div> + +<div class="verso"> +<hr class="mid" /> +<p> +PROPRIETÀ LETTERARIA. +</p> + +<p> +I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per +tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. +</p> + +<p> +Milano. — Tip. Treves. +</p> +<hr class="mid" /> +</div> + +<div class="somm"> +<hr /> +<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> +<hr /> +</div> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> +</p> + +<h2><a id="suicidio"></a> +Il suicidio del maestro Bonarca. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Felicità è una vana parola? — Persona alta e +forte; baffi neri e fieri; voce baritonale e, se +bisognava, imperiosa; eppoi: un pennacchio +bianco al kepì; spada al fianco e assisa quasi +militare; saluto alla militare dai subalterni; dominio +sul palco in piazza a dirigere la banda +nei giorni di festa; precedenza a tutti nelle processioni +e nei trasporti funebri; direzione dell'orchestra +in teatro; autorità di maestro sui +cittadini idonei alla musica; autorità di cittadino +notevole; stipendio sufficiente per una vita tranquilla; +tranquillità di scapolo: tutto ciò dovrebbe +pur bastare a rendere felice un uomo! +</p> + +<p> +Che se il maestro Bonarca incolpava i creditori +<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> +dell'essere caduto in miseria da tanta sua +felicità, egli era ingiusto appunto perchè ogni +creditore, benefattore con o senza usura, corre +il pericolo che il beneficato ponga fine al debito +ponendo fine alla vita. +</p> + +<p> +Ah! vana parola è la gloria; e rovinosa passione +l'ambizione; e debolezza la confidenza nel +nostro ingegno, non meno che fallaci, insani sono +i sogni dell'anima nostra; e morbo la poesia +e la melodia di cui risuoni l'anima nostra. Infatti +quando il maestro Bonarca non avesse dato +ascolto ai cattivi amici e a sè medesimo, non +si sarebbe incamminato mai verso il canal Torbo +con il proposito d'affogarvi. +</p> + +<p> +Fu così: In poco tempo aveva composta la +<i>Sposa selvaggia</i> (centocinquanta lire al poeta del +libretto: prima spesa), e i giornali cittadini avevano +preannunciato il capolavoro (sovvenzioni ai +cronisti: seconda spesa); poi (altre spese) il +maestro era andato a Milano, a Torino, a Bologna +in cerca di un editore, di un mecenate, +di un impresario. Quindi aveva avuta la sciagurata +idea di assumere per sè l'impresa al +teatro della sua città. Gli amici incitavano; qualcuno +prometteva aiuto e, sebbene il Comune ricusasse +la dote teatrale, uno stimato commerciante +accondiscese a firmare l'avallo nelle cambiali +di lui, che sacrificava alla gloria tutte le +economie del passato e molte economie dell'avvenire. +E la <i>Sposa selvaggia</i> aveva ottenuta fortuna +quasi uguale a quella desiderata. Se non +<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> +che i cittadini d'una città piccola non vanno a +teatro tutte le sere; nè i paesani delle vicinanze, +ignoranti che sarebbero accorsi in folla a udir +la <i>Traviata</i> o il <i>Trovatore</i>, si lasciaron persuadere +da una costosissima <i>réclame</i> e dalla fama +dell'opera nuova. Inoltre, ammalatasi la prima +donna, l'altra, chiamata d'urgenza a sostituirla, +aveva messo voce e opera a caro prezzo. E infine, +dopo tante angustie che solo un uomo di +coraggio eroico poteva dissimulare; dopo tante +contese, vinte a fatica di polmoni strepitosi e +di occhi biechi, con i cantanti, i suonatori, i pittori, +i macchinisti, i coristi che non rimettevano +a dopo il sabato il pagamento della mercede, +era avvenuta la catastrofe: il commerciante +dell'avallo contro ogni previsione era fallito e +fuggito. Avevano sparsa nel giorno la tremenda +notizia: fuggito con i quattrini! Canaglia! ladro! +assassino! Socio al maestro Bonarca. Sul +quale si riverserebbero l'odio e le calunnie dei +creditori; le cambiali protestate; il disprezzo +della cittadinanza; la diffidenza della patria tutta. +L'infelice, per colpa della sua <i>Sposa</i>, si vide +perduto; si credè abbandonato; si sentì solo +al mondo, solo con la <i>Sposa selvaggia</i> e col +disonore.... +</p> + +<p> +Ond'ecco, a pochi passi, il canale e la morte. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Dal ponte il maestro Bonarca guardava l'acqua +che trascorreva lenta e cheta, e della luna, +attraverso la tenue nebbia, non riceveva luce +bastevole per rifletterne a specchio l'imagine. +Similmente la sua vita poteva forse trascorrere +placida ed uguale, non accogliendo dall'arte +maggior lume che quello sufficiente a una capacità +mediocre. Ah sì! Gli parve ora d'essere +rinsavito; di saper con giustezza misurare il +proprio ingegno; di comprendere ch'egli s'era +illuso e che l'avevano illuso; e, a convincersene, +riandava ancora una volta, l'ultima volta, +coraggiosamente e disperatamente, l'opera sua. +L'adagio della sinfonia era soltanto una povera +nenia; piacevole per il volgo. Nient'altro. +</p> + +<p> +Atto primo. Vi balenava, nell'iniziale oscurità, +qualche lucida frase; v'appariva un pensiero +melodico, che cadeva subito come un volo cui +mancò la possa dell'ali; e il duetto...; il duetto +sarebbe stato bello se non avesse ricordato +troppo l'<i>Ernani</i>. Dunque: a giudizio di critica +giusta, serena, coraggiosa, il primo atto valeva +poco, o nulla. Per fortuna era breve! +</p> + +<p> +Atto secondo. Stringi e stringi.... Vuoto! vuoto! +vuoto! L'introduzione?... Quale le promesse di +<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> +certi amici. Dopo, la preghiera; che non commoveva +neppure la platea e che appunto per ciò +i critici avevano definita un canto di sirena nordica, +senza rammentarsi che la <i>Sposa selvaggia</i> +era affricana. Poi, il coro; elaborato senza dubbio +per quella rispondenza degli ottoni al richiamo +degli archi, ma privo di originalità; +lento; fiacco; lungo; eterno. E il terzetto?... Il +terzetto.... Ah il terzetto, vivaddio, no e poi no! +Questo era bello; c'era tant'anima! c'era il cuore +del pubblico che sobbalzava rapito quasi una +volta a quello dei <i>Lombardi</i>! Bellissimo! Un +pezzo simile sfidava la critica, sfidava la malignità +degl'invidi, sfidava il tempo; nè chi l'aveva +scritto moriva! No e poi no! Non morirebbe +quantunque s'annegasse, umilmente, nel +canal Torbo! +</p> + +<p> +Un tal pezzo bastava a ribattere l'accusa di +vanità al secondo atto; come la romanza del +tenore, nel terzo, bastava a render celebre un +nome! +</p> + +<div class="poem"> +<p>Sposa selvaggia, addio!</p> +<p>Io morirò per te!</p> +</div> + +<p> +Così soave e così semplice, questa soave e +semplice e limpida sorella della «Casta Diva» +attesterebbe al mondo che nella terra di Bellini, +non ostante le diavolerie dei wagneriani e +i disaccordi che mortificano ingegni, anime e +gusto; nella terra di Bellini nulla, mai, nessuno, +mai, spegnerà il senso della melodia, l'amore +dell'armonia, lo spirito dell'amore meridionale, +<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> +il fuoco della nostra passione. Mai e poi mai! +Viva l'Italia! +</p> + +<p> +E morire! Ma il dì dopo, alla notizia, quella +divina romanza, che tutti avevano imparata la +prima sera, tornerebbe come invocazione di pietà +alla memoria di tutti, anche dei nemici; e +si piangerebbe il giovane maestro, che una sorte +diversa avrebbe condotto a rinnovare l'antica +e pura arte della patria.... +</p> + +<p> +Morire!... Morire, perchè il maestro Bonarca +anteponeva l'onore alla gloria; perchè il mondo +non dicesse che del commerciante fuggito con +i quattrini il maestro Bonarca era stato complice; +perchè egli riconosceva i suoi debiti e +prevedeva che non avrebbe potuto pagarli mai +più; perchè insomma lo superava un destino +crudele e non voleva si credesse da alcuno della +cittadinanza onorata e dal sindaco che egli +avesse paura di morire! +</p> + +<p> +Perciò era pronto; tutto era pronto! In tasca, +la lettera al questore: «Mi uccido per ragioni +che è inutile rivelare....» (Infatti chi non se +le imaginerebbe?) «Ringrazio i miei concittadini +per la loro benevolenza alla mia <i>Sposa selvaggia</i>....» +</p> + +<p> +Erano due righe, ma animose; di un uomo +senza paura. Qual rammarico tuttavia nel pensare +che la sua tragica fine servirebbe di <i>réclame</i>, +e l'opera presto data alla Scala o al Regio +o al San Carlo solleverebbe il pubblico, entusiasta +del terzetto e della romanza, a chiamare +<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> +il maestro, che, essendo morto annegato, +non potrebbe assistere alla rappresentazione! +</p> + +<p> +D'improvviso Bonarca si chiese: «Se aspettassi?...» +Un'idea gli balenò nella tempesta dell'anima +come suscitata da sentimenti opposti: +un po' di pietà, che finalmente aveva di sè stesso, +e il coraggio ch'egli era convinto di poter +spingere fino all'audacia. «Se aspettassi.... a vedere +cosa i giornali diranno, domattina, della +mia morte?» Certo, dopo morirebbe più volentieri; +sia che i giudizi postumi gli confermassero +meriti e compianto, sia che la pubblica +giustizia, fatta libera dalla morte, lo condannasse +senza pietà. Ma non era un'idea da matto? +Per riflettere si strinse il capo tra le palme. E +un birocciaio che transitava, lo vide; e una +vecchia, la quale passava con un cesto al braccio, +si volse indietro a riguardarlo. Egli si rivolse +tranquillo e fiero; giacchè la sua idea non +sarebbe da matto quando riuscisse a sfuggire +a ogni altro sguardo fino all'ora dei giornali, e +a provvedersi dei giornali. Non esitò più. Dopo +tutto, ai condannati a morte è lecito soddisfare, +qual si sia, l'ultima voglia! +</p> + +<p> +Ed essendo impossibile che qualcuno non passasse +di là, non vedesse il <i>paletot</i>, non leggesse +la lettera e non la portasse in questura prima +della notte, egli si tolse il <i>paletot</i> e lo pose sul +parapetto del ponte; gettò il cappello alla corrente +livida, e quasi a scorgere, così travolta, +la sua testa o quella d'un fedele amico, ne distolse +<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> +subito gli occhi per non commuoversi; +quindi scese lungo la riva in cerca d'un nascondiglio. +Ricordava che alla distanza di forse un +chilometro, fra le canne e i giunchi, era la casupola +d'un piccolo mulino abbandonato; oltre +il quale il canale tornava fosso e, per esser diruto +l'argine a sinistra, impaludava il piano. Si +avviò per il sentiero all'abitacolo; v'entrò da +una porticella, e al lume d'un fiammifero vide +ove mettersi: su poco strame, dietro un pezzo +di macina; nè egli chiedeva più tenero letto a +riposare dalla dura battaglia. Ivi attenderebbe +il giorno: per i giornali manderebbe il primo +ragazzo o galantuomo che transitasse per la via +e a cui farebbe credere, ridendo, che gli era caduto +il cappello dal ponte. Freddo gli sembrava +assai, ma sopportabile a chi non temeva il freddo +della morte.... Così, nell'attesa, si mise a +pensare a cose che lo distraessero. Le altre +sere a quell'ora, se non aveva teatro, giocava +a biliardo col marito di.... «Non pensiamoci!» +(Non voleva pensare a donne, per non intenerirsi).... +Ma quel marito, via!, non giocava mica +male; anzi, da competitore formidabile.... E il +delegato Rosta?... Un bravo amico, questo; sincero, +sebbene questurino; giocatore mediocre a +suo confronto, eppure vincitore in una classica +partita.... Che meraviglia! Era stato al tempo +delle prove.... Oh le sudate prove della <i>Sposa</i>!...; +con quei violini che non andavano; con quella +cornetta.... Benvoluto da tutti, però; rispettato; +<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> +temuto. Gli artisti di vaglia hanno in sè qualche +cosa che fa perdonare ogni scatto. Per esempio, +egli qualche volta era stato feroce; e mai +un lamento. Solo Camandri, il bombardone, aveva +detto a un compagno, dopo la seconda prova: — Se +torna a darmi della bestia in orchestra, +lo fracasso con lo strumento. — Ma lui, +alla terza prova: — Camandri: è un <i>la</i>! un <i>la</i>! +un <i>la</i>!, corpo di!...; e Camandri, giù gli occhi +e il bombardone a posto; frenato e impaurito da +quello sguardo.... +</p> + +<p> +Sparsasi la triste notizia fra i suonatori e i +discepoli, quanti non direbbero, con certo orgoglio: — Bravo +maestro! Gli uomini di fegato +e di carattere fanno così; non scappano come +quel mercante traditore.... — A proposito! (fe' +Bonarca) I tre soldi per i giornali? — Li aveva; +aveva il resto dell'ultima lira, che si era +tratta di saccoccia per l'ultimo <i>cognac</i>... +</p> + +<p> +Dunque? +</p> + +<p> +Dunque, poichè si fu riacconciata la paglia +addosso ed ebbe appoggiato il capo alla pietra...., +a poco a poco, senza perdere il coraggio, +s'addormentò. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +«Il nostro valente capobanda, l'esimio maestro, +il fortunato autore della <i>Sposa selvaggia</i>, +nel quale tante speranze riponevano gli ammiratori +concittadini, l'arte e la patria, ierisera +si è miseramente ucciso gettandosi nel canal +Torbo. Povero, illustre amico! Quale fu la +causa che ti condusse al triste passo nel fiore +della balda giovinezza destinata a uno splendido +avvenire? Noi, a cui la commozione e +l'ora d'andare in macchina impediscono d'enumerare +adesso tutti i meriti del perduto amico, +noi non solleveremo il velo della sua tomba. +Noi rispettiamo il segreto e il desiderio del +maestro Bonarca. Solo per debito di cronaca +accenneremo che, appena sparsasi l'infausta +notizia, si è vociferato in città di un amore +infelice....» +</p> + +<p> +— Un amore infelice? — esclamò Bonarca, +stupito, non comprendendo, da prima il perchè +di quella invenzione. — Infelice in amore lui, +che delle amanti ne aveva avute tre in una +volta: una nubile, una maritata e una nè maritata +nè nubile? Infelice in amore un uomo della +sua forza (con quei baffi)? Alla prima rappresentazione +della <i>Sposa</i>, quando si voltava indietro +<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> +a ringraziare il pubblico, non vedeva che, +volendo, tutte le signore dei palchetti, in isplendide +<i>toilettes</i>, sarebbero state sue? Ma di fra +le righe della necrologia gli venne la luce; afferrò +la ragione della pietosa menzogna; si commosse +fino alle lagrime. +</p> + +<p> +Per la ragione stessa gli parve anche più nobile +e felice la trovata del <i>Radicale</i>, che gli dedicava +un articolo di due colonne. +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<div class="poem"> +<p>«Sposa selvaggia, addio!</p> +<p>«Io morirò per te!</p> +</div> + +<p> +«Lui! lui!, il povero compositore, è morto per +la sua sposa; e la sua sposa — noi lo sappiamo — era +l'arte. Un artista tanto più è grande +quanto più è grande il concetto che ha dell'arte +sua. Povero Bonarca! Aveva appena colti +i recenti allori e non ne godeva; ne soffriva +anzi, perchè gli sembrava di non aver fatto +nulla in confronto a ciò che fecero Rossini e +Verdi, Beethoven e Wagner: a ciò ch'egli temeva +di non poter fare! E la bell'anima seguendo +la mente alata che volava alla gloria, +su in alto, nell'armonia dei cieli, si è sbigottita, +è caduta, è precipitata nel canal Torbo. +</p> + +<div class="poem"> +<p>«Io morirò per te!</p> +</div> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Più breve, sebbene prodigo anch'esso di lodi, +il <i>Vero cattolico</i> concludeva: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> +</p> + +<p> +«Il nostro cordoglio è grande, avvegnachè +nemmeno per il maestro Bonarca possiamo +trovare un'eccezione alla regola della religione +e della coscienza. Ripetiamolo a norma dei +nostri lettori dilettissimi: Ogni suicida è un +peccatore che o mancando di fede ha patito +l'influenza del demonio, o è soggiaciuto a una +improvvisa demenza.» +</p> + +<hr class="tbs" /> + +<p> +Proprio così: nell'opinione dei giornali, cioè +nell'opinione pubblica, egli poteva, doveva essersi +annegato o per il diavolo, o per il cervello +voltosi sossopra, o per la donna, o per l'arte; +non per la causa vera, nota a tutti. Come +dire: che un artista il quale s'ammazza per i +debiti non è artista. E questa era la ragione +di quelle menzogne. +</p> + +<p> +Ma artista e grande lo proclamavano tutti; +con sincerità evidente, perchè essendo morto, +nessun interesse lo legava a quei giornalisti; e +perciò annegandosi egli compirebbe una corbelleria. +E questa era la ragione del buonsenso. +</p> + +<p> +Ecco l'efficacia d'un giusto conforto! ecco la +necessità della logica! Doveva lamentare d'aver +deposto il <i>paletot</i> con in tasca la lettera, sul +ponte. Ma se non avesse deposto il <i>paletot</i>, non +si sarebbe convinto della sua postuma gloria. +Doveva lamentare di non essersi annegato subito. +Ma se si fosse annegato subito non avrebbe appreso +che annegarsi per debiti è una corbelleria. +E, d'altra parte, non impunemente si scrive +<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> +a un questore «mi uccido»; giacchè il ridicolo +è anche peggio dell'onta, nè v'è cosa che più +muova a disprezzo e a riso del venir meno per +viltà a una faccenda seria come il suicidio. Ah! +che errore non essersi buttato nell'acqua la sera +innanzi mentre passava il birocciaio! Buttarcisi +ora, in vista a qualcuno il quale lo salvasse, +sarebbe peggio che peggio! A quest'ora +nell'opinione pubblica egli era morto; cadavere +era, quando a mente fredda (e si sentiva tutto +intirizzito dal freddo della notte) rifletteva che +alla fine il diavolo non è brutto come si dipinge +e i creditori non sono crudeli quanto s'imagina; +che agli artisti meritevoli della stima +universale non mancò mai, alla fine, un insperato +soccorso; che se egli, da quell'uomo coraggioso +che era, avesse vinta l'ultima battaglia, +l'avvenire l'avrebbe consolato di gloria e +di quattrini. Morire, misero Bonarca, quando +a' suoi occhi d'artista natura e vita apparivano +così belle, pur nel grigio mattino autunnale, +tra i miasmi del padule e nella desolazione dell'abituro +ov'egli era tornato a gemere! Oh la +natura! Udiva il cinguettare dei passeri; un +lontano abbaiare; un lontano scampanare a festa +e, giocondo, lo squasso dello sciacquatoio. Oh +ammirare ancora una volta il sole, il verde! +</p> + +<p> +Per vedere, si affacciò alla finestra.... Ma si +ritrasse d'urto, atterrito: due carabinieri, preceduti +da un signore nero, in abito nero.... (Forse +l'amico Rosta? Il delegato Rosta? il compagno +<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> +delle partite a biliardo?...) si avvicinavano +al mulino. Ad arrestar chi? lui? per i +debiti? per simulato suicidio?... con le pertiche? +Rosta! Confuso, spaventato quasi, il maestro +s'avvolse nella paglia, si ritrasse in sè.... +</p> + +<p> +Le voci s'avvicinavano sempre più; si fermarono +proprio sotto la finestra, chiarendosi benissimo +la voce dell'amico Rosta. Ma non entrarono. +</p> + +<p> +.... — Che imbecille! poteva ammazzarsi in altro +modo. Cinque ore di perlustrazione, signor +delegato: siamo proprio stanchi! +</p> + +<p> +— Certo, poteva impiccarsi! +</p> + +<p> +— O farsi saltare il cervello. +</p> + +<p> +E la voce del delegato amico gridò, forse a +quelli delle pertiche: +</p> + +<p> +— Spicciatevi, ragazzi! +</p> + +<p> +Poscia: +</p> + +<p> +— Se avesse posseduto un revolver, caro brigadiere, +l'avrebbe venduto in piazza.... +</p> + +<p> +A chi si riferivano tali parole? Per fortuna +l'amico s'interruppe di nuovo a chiedere con +voce più alta: +</p> + +<p> +— Si sente? C'è? +</p> + +<p> +Da lungi uno rispose: +</p> + +<p> +— Niente! +</p> + +<p> +Proseguiva il dialogo, mentre proseguiva la +misteriosa ricerca. +</p> + +<p> +— Dicono che avesse da dare anche duecento +lire al trattore.... +</p> + +<p> +— .... E cinquanta alla padrona di casa — fece +<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> +la seconda voce ignota, del carabiniere. Allora +Bonarca fu certo di chi discorrevano. +</p> + +<p> +Rosta aggiunse: — Sfido! Non ne aveva nemmeno +da pagare i debiti di gioco. A me, mi +doveva le ultime tre partite che gli ho vinte a +biliardo. +</p> + +<p> +Ah cane! ah vigliacco! Che voluttà arrivargli +addosso con un paio di schiaffi da rovesciarlo +e dirgli: — Eccoti la paga delle tre partite, questurino +mentitore! — Invece, no, non poteva +muoversi; doveva restar lì rannicchiato nella paglia! +«Mentitore infame!» Una delle partite, +ne aveva vinta: una sola! per caso! «T'insegnerei +io a calunniare i morti!» +</p> + +<p> +Di nuovo l'amico s'interruppe a chiedere: +</p> + +<p> +— Niente? +</p> + +<p> +Silenzio. Quando risposero, ripeterono: +</p> + +<p> +— Niente! +</p> + +<p> +Il delegato ripigliava: +</p> + +<p> +— In fondo, però, era un buon diavolo. Ebbe +il torto di dar retta ai giornalisti, che per quattro +pezzi rubati qua e là e cuciti insieme alla +meglio, gli avevano fatto credere che diventerebbe +un Mascagni! +</p> + +<p> +Gridarono: — Non c'è! +</p> + +<p> +Non ci poteva essere: Bonarca già si era ricordato +che al mulino del canal Torbo si pescavano +i cadaveri degli annegati. Coloro che +gridavano <i>non c'è</i> erano senza dubbio i suoi +becchini. +</p> + +<p> +— Cercate ancora! Cercate! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> +</p> + +<p> +Il brigadiere frattanto preferiva la <i>Cavalleria +Rusticana</i> al <i>Nabucco</i> e stancava vieppiù il delegato; +il quale propose: +</p> + +<p> +— Se andassimo a sedere qui dentro? +</p> + +<p> +Parve a Bonarca che il pertugio dell'abitacolo +si oscurasse all'interporsi d'una faccia e si sentì, +con un brivido, perduto. Ma il brigadiere sconsigliava: +</p> + +<p> +— Non sente che tanfo? +</p> + +<p> +E i tre si mossero verso i ricercatori; lasciando +il misero in una disperazione così grave +e violenta che fu per fracassarsi la testa su la +macina. Certo si sarebbe impiccato se si fosse +sovvenuto della cinghia con cui usava reggersi +i calzoni. +</p> + +<p> +Ma in verità era un dilemma atroce: egli +avrebbe dovuto vivere per dimostrare che tutti +i calunniatori, come quell'amico infame, avevan +torto e che avevano ragione i giornalisti; e vivere +non poteva senza meritarsi il disprezzo +universale! +</p> + +<p> +Quando, poco dopo, coloro tornarono indietro. +</p> + +<p> +.... — Vuol scommettere che invece d'annegarsi +è scappato anche lui? +</p> + +<p> +— Non credo. Non era uno da farcela così da +furbo. Dite piuttosto che si sarà buttato giù, con +una pietra al collo, in altro sito, per non essere +pescato. Del coraggio ne aveva.... +</p> + +<p> +Meno male! +</p> + +<p> +— Andiamo, ragazzi! — E i ragazzi — i becchini — trascorsero +anch'essi. Uno sbadigliò: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> +</p> + +<p> +— M'è venuto appetito. +</p> + +<p> +.... Indi a poco, per finirla, Bonarca uscì di +soppiatto; si diresse non alla parte del borro pieno +e profondo, perchè i manigoldi avrebbero forse +udito il tonfo, ma alla parte dove per l'acquitrino +o per lo scolare di poc'acqua, imputridiva +una gora. Ivi non era possibile annegarsi. Se non +che ci si affoga anche nel pantano. E d'un salto, +deciso com'era, vi balzò. +</p> + +<p> +Giù.... giù.... Nera e fetida l'acqua gli affluì intorno, +alla superficie; e sotto, adagio adagio, +i piedi, e poi i polpacci, e poi i ginocchi, e poi +le coscie erano invischiate, impeciate, prese, strette +dalla tenace poltiglia. Giù.... giù.... +</p> + +<p> +Egli tendeva gli occhi ai manigoldi che se +n'andavano per l'argine opposto. Nè poteva fermarsi: +se avesse voluto, non avrebbe avuto ramo +o tronco a cui aggrapparsi; nè i piedi incontravano +sasso o fondo sodo. Che morte! +</p> + +<p> +Giù..., sebbene più piano; giù.... Gli premeva +il ventre quel brago in cui forse pascevano i più +schifosi vermi; gli fasciava lo stomaco; gli saliva +al petto. Oh Dio!; nè si fermava. Al petto! +aveva la pegola al petto! Gli toglieva oramai +il respiro; e se gli arrivava alla gola, alla +bocca.... +</p> + +<p> +Che orribile morte! E ancora giù, adagio adagio.... +Maledetta la <i>Sposa selvaggia</i>!... Addio, +Elena (la maritata)! Addio, Teresa (la nubile)! +addio, Lilì, per sempre! +</p> + +<p> +Non si fermava ancora.... Ancora? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> +</p> + +<p> +Quando gli parve d'aver toccato fondo, chiuse +gli occhi per non vedere la sua morte, così. Ma +a voce alta emise il grido degli estremi spiriti: +</p> + +<p> +— Oh Dio! +</p> + +<p> +Non chiedeva aiuto, lui! Nè fu udito. Infatti, +non voleva morire? +</p> + +<p> +Più forte gemettero gli spiriti vitali: — Diooò +oh! E fu un urlo che finì in modo straziante; +atroce, acuto, lungo. Egli però non capiva più +nulla. Non volle capire più nulla. Finchè con +l'aiuto di Dio, dopo un secolo.... +</p> + +<p> +— È lui! Corriamo! +</p> + +<p> +— È Bonarca! +</p> + +<p> +— Là! presto! affoga! — Correvano. +</p> + +<p> +— È lui! Chi sa da quante ore! +</p> + +<p> +— È già spacciato! — Arrivavano. +</p> + +<p> +— No; non vedete? Muove la testa come una +galana.... +</p> + +<p> +— Una corda.... Le pertiche! +</p> + +<p> +— Maestro! maestro! +</p> + +<p> +Senza dir nulla egli intravvedeva a pochi metri +il delegato, i carabinieri, i becchini; e udiva +battere il suo cuore, <i>ton, ton, ton</i>, a grande +velocità. +</p> + +<p> +— S'attacchi! +</p> + +<p> +— S'attacchi alla pertica! +</p> + +<p> +— Attáccati, amico! +</p> + +<p> +— Forza! +</p> + +<p> +— Coraggio, caro maestro! +</p> + +<p> +Niun dubbio che per essere salvo gli sarebbe +<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> +bastato afferrarsi alle pertiche. Ma non voleva +morire? +</p> + +<p> +— Coraggio! — Forza! — Bravo! +</p> + +<p> +— Tira! +</p> + +<p> +— Viene! +</p> + +<p> +Salvo? Non doveva morire? Sì, ma che colpa +n'ebbe lui? +</p> + +<p> +Gli spiriti vitali si aggrapparono essi a quelle +pertiche. Alle pertiche, prima; poscia a quelle +braccia. Egli si lasciò trascinare e afferrare.... +</p> + +<p> +E salvo, ma svenendo davvero nelle braccia +dell'amico, balbettò: +</p> + +<p> +— Lasciatemi morire.... +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> +</p> + +<h2><a id="giocatrice"></a> +La giocatrice. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, +Gianni Limosa avrebbe dovuto convincersi +che il suo affetto non escluderebbe mai +dal cuore di Claudia Verbani l'affetto delle carte; +che Claudia giocatrice — eppure così bella, +così giovane, così vedova! — non aveva, nè +avrebbe mai più, tempo, voglia, affanni d'amore. +</p> + +<p> +Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo +sarebbe dovuto esser questo: L'uomo può dedicarsi +con le sue energie a più vizi in una +volta; dove la donna, con le energie sue, non +si dà quasi sempre che a uno solo, e con l'anima +sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta +sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, +da che mondo è mondo, la donna ebbe taccia +d'incostante in amore, l'amore per la donna +<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> +o non è una passione, e quindi non è un vizio, +o tutt'al più è passione non intensa e profonda +quanto un vizio: per esempio, il gioco. +</p> + +<p> +Se non che Limosa invece d'essere un filosofo +era uno <i>sportman</i> innamorato; perciò non +è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse +così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, +io l'amo alla follia e con buone intenzioni: +per forza; perchè è onesta; e la sposerei +anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè +ha un vizio. Un vizio? Sì: come Luisella la +mia puledra.... Luisella adombrava al passaggio +del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava +o voltava indietro; sudava tutta; tremava; +e guai se gliel'avessi data vinta! Io, traendola +alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, +dietro o di fianco, con una bicicletta, e intanto +frenandola e frustandola a mio modo, l'ho domata +che è diventata un'agnellina. Ma Luisella +è una cavalla, e Claudia una signora. Per questa +dunque mi atterrò a un metodo affatto contrario.» +</p> + +<p> +Ora, la fallacia del ragionamento apparisce +manifesta nel credere che per essere Luisella +una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole +e l'altra no, patissero o peccassero in modo +affatto contrario e bisognassero di opposti rimedi. +</p> + +<p> +Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno +rassomigliavano: che eran femmine ambedue. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli +neri a spazzola; barba corta all'inglese; abiti +che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri +giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di +stoffa costosa e di bella fattura; muscoli temprati +agli esercizi del corpo; un naturale buon +umore e bastevole intelligenza e cultura perchè +egli non si confondesse in conversazione alcuna. +Dei contadini, fra cui viveva otto o nove +mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi +troppo, o degli amici e delle amiche che +trovava ai campi di corse, chi mai se lo sarebbe +imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo +tirare ai piccioni! saltar le <i>siepi</i>! guidare +Luisella! +</p> + +<p> +Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa +e sagace quella signora Claudia; con certi +modi ingenui e volontari da far girar la testa +a ben altri che a uno <i>sportman</i> non filosofo! +Nè Claudia stentò molto a introdurre il povero +Gianni in un dialogo per cui egli credè meglio +finirla e confessarsi innamorato cotto. +</p> + +<p> +— Sissignora! Io sono un uomo alla buona, +franco, robusto, sano. Non leggo romanzi, io! +E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a +questo punto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> +</p> + +<p> +— Di chi? +</p> + +<p> +— Oh bella! Di lei! +</p> + +<p> +Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè +il cuore gli picchiava il petto; e con la sinistra +accomodava la barba, mentre Claudia, niente +affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata +al divano mostrandogli, senza volere, la +bianca gola e sorridendo d'un'ironia lieve, non +priva d'indulgenza. +</p> + +<p> +— Povero Limosa! — ella disse poi. — Non +conosce neppur tutta la gravità del suo malanno! +Perchè, scusi, se non è sano chi legge +romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato +come nei romanzi e come dice di essere +lei. +</p> + +<p> +Egli mormorò: +</p> + +<p> +— Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... +Tanto più che io amo non da eroe, ma +da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio. +</p> + +<p> +— Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più +grande? +</p> + +<p> +— .... Rinunciare alla mia libertà! +</p> + +<p> +Il modo con cui fece l'offerta e il tono che +aveva imposto alle parole un peso maggiore a +quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla +signora una risata schietta. +</p> + +<p> +— Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà +è il più piccolo, il più semplice, il più +naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! +È necessario; se no, il matrimonio non sarebbe +un legame! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> +</p> + +<p> +— Ebbene — disse rosso in volto Limosa —, +io farò di più: rinuncerò ai cavalli, alla caccia, +alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò +dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; +ascolterò concerti wagneriani; ballerò la +season.... +</p> + +<p> +— Inutile, povero Limosa! +</p> + +<p> +— Perchè lei non mi amerà mai? mai? +</p> + +<p> +Che impeto nella dimanda! che passione, che +disperazione nel secondo «mai!» +</p> + +<p> +Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la +faccia con le mani, ascoltandosi e riflettendo; +indi scosse il capo a viso scoperto. +</p> + +<p> +— Io — disse — potrei rinunciare a tutto: ai +cavalli, al mondo, ai romanzi, ai concerti, alla +<i>season</i>....; a tutto, fuorchè alla mia libertà! +</p> + +<p> +— Come? — esclamò pieno di gioia Limosa, +dopo aver riflettuto anche lui. — Voi, dunque?... +Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe alla +sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se +poteste non rinunciare alla vostra libertà, voi +forse...? +</p> + +<p> +Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe +capito nulla; o avrebbe capito che il cervello a +quell'infelice gli aveva dato la volta. +</p> + +<p> +Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse +d'un'offesa e attendesse un opportuno +schiarimento. +</p> + +<p> +— Sì! — egli dichiarò. — Non son io che lei +odia; non è l'amore che lei odia: è il matrimonio! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> +</p> + +<p> +E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo +stesse qui, non ci vedrei tante difficoltà a +superarlo.» +</p> + +<p> +Ma la signora con voce e attitudine convenevoli +alle parole, eppure quasi benigna: +</p> + +<p> +— Io non odio nulla e nessuno, amico mio; +solo, non ho voglia d'amare, perchè più mi piace +viver libera; nè una donna come me intenderebbe +l'amore senza il sacrificio assoluto e.... +legale della propria libertà. Chiaro? +</p> + +<p> +A ogni parola la faccia di Limosa era andata +acquistando una linea di mestizia; sicchè +all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma +in barba corta all'inglese. +</p> + +<p> +— .... Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente +ella cedette al <i>voi</i>).... lasciate questo discorso; +e piuttosto facciamo una partita a scopa. +</p> + +<p> +Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, +quando rispose, disse con un sospiro che venne +fuori dal broncio: +</p> + +<p> +— Non conosco le carte! +</p> + +<p> +— Nemmeno avete imparato a conoscerle? — ella +domandò tra compassionevole e ironica, secondo +la sua usanza. +</p> + +<p> +Allora egli proruppe: +</p> + +<p> +— Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; +oggi, signora, vi dico: nemmeno conosco le carte! +e me ne vanto! +</p> + +<p> +— Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo +alle nostre partite? a che pensate? +</p> + +<p> +La passione lo rese eloquente e furente. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> +</p> + +<p> +— A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi +esamino; vi giudico; entro in voi; scappo disperato; +mi perdo.... Oh che martirio amarvi +e vedervi con le carte in mano! Un supplizio! +Diventate cattiva e debole; perfida con chi vince; +lusinghiera con chi vi fa vincere.... +</p> + +<p> +— Limosa! +</p> + +<p> +— Quante volte soffro io più di voi a vedervi +palpitante, tremante, pallida in attesa d'un colpo +di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa con +occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare +un compagno più brutto del demonio! +Quante volte ho dovuto augurarmi d'essere io +il <i>re bello</i>, che vi rallegrava, o l'<i>asso di bastoni</i> +o <i>il bagattino</i>! +</p> + +<p> +— O l'<i>angelo</i>, o il <i>diavolo</i>, bugiardo che siete! — esclamò +giuliva la signora. — Conoscete fino +i tarocchi! +</p> + +<p> +Ma l'altro seguitava a infuriarsi: +</p> + +<p> +— Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a +vedervi consumare in tal modo gioventù, bellezza, +salute, intelligenza, anima! Ma io che vi +amo tanto, io giudico che anche questa è una +colpa, perchè è questo esecrabile vizio, questa +obbrobriosa catena che v'impedisce di amare +e di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna! +</p> + +<p> +A questo punto Gianni s'aspettava che ella +rispondesse un «grazie» per canzonatura, o che +inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli +aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e +severa, Claudia parlò: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> +</p> + +<p> +— Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi +offende: mi affligge; e non vi perdonerei se non +vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto +nell'amore onesto. +</p> + +<p> +Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere. +</p> + +<p> +— Sapete voi perchè gioco? — ella continuava. +</p> + +<p> +Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche +perchè si fosse innamorato così? +</p> + +<p> +— .... Gioco perchè l'alcoolismo in una donna +è turpe; perchè se sono religiosa, non sono bigotta, +non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la +bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito +m'ebbe abbandonata sola al mondo, io, che +l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e +mi sarei lasciata struggere dal dolore se non +avessi trovato scampo e consolazione in una +passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi? +Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il +<i>faraone</i>, il <i>macao</i>, il <i>tresette</i>, i <i>tarocchi</i>, la <i>scopa</i>!... — E +sgorgarono le lagrime; piovvero lagrime +sul fazzoletto. +</p> + +<p> +— Perdono, perdono! — scongiurava Limosa, +pari a un eroe da romanzo, afferrandole una +mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: +«Debbo mettermi in ginocchio?» +</p> + +<p> +— .... Perdonatemi! — riprese. — La colpa +è proprio della mia inesperienza! Se io fossi +avvezzo a innamorarmi, non invidierei le carte +e non desidererei per me quel che date a loro; +<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> +mi negherei il diritto di ingelosire; riconoscerei +il mio torto di amarvi tanto; mi persuaderei +ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... +che.... Mi fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco! +</p> + +<p> +In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, +al suo solito modo, Claudia un po' s'affliggeva e +un po' godeva. +</p> + +<p> +— Allontanatevi, amico — ella consigliò buona +buona. — Guarirete. +</p> + +<p> +— Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia +villa alla vostra non ho cavallo che corra abbastanza! +Se fin Luisella mi sembra una tartaruga! +</p> + +<p> +— Distraetevi. +</p> + +<p> +— Già, mi distrarrò! — egli disse alzandosi +e sospirando. — Mi distrarrà o il vino, o la religione, +o.... una rivoltella! +</p> + +<p> +— Limosa! Gianni! — gridò impaurita la signora +trattenendolo. — Che discorsi sono questi? +Fermatevi, Gianni, per carità! +</p> + +<p> +Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato +che ci fosse da spaventarsi in quella maniera. +Finchè lasciò trarsi per il braccio, dolcemente.... +Dove?... A un tavolino. +</p> + +<p> +— Sedete! Ubbidite! +</p> + +<p> +Ubbidì. +</p> + +<p> +— Ora — ella conchiuse ridente, bellissima — v'insegnerò +io, signorino, come si gioca a +scopa! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +Ma studiando indefessamente, sin quasi ad +ammalare di neurastenia, otto giorni dopo Gianni +aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno +e d'azzardo che appassionavano la signora +Verbani, e s'era deliberato a questi termini: +«O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno +che, per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, +Claudia maledirà le carte e un prete benedirà +il nostro amore.» +</p> + +<p> +Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non +sarebbe venuto mai a un tal patto: +</p> + +<p> +«io accopperò te; o tu, me.» +</p> + +<p> +Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle +ville intorno si recavano dalla Verbani per +le partite diurne e notturne, cedettero ogni primato +al nuovo competitore e, invidiando, assistettero +ai singolari certami per cui boni da +cento lire sostituirono nelle poste quelli da dieci. +Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio +(<i>fortunato in amor....</i>) la fortuna assisteva +Gianni Limosa, a cui sarebbe parso meglio rovinarsi; +poichè vincendo temeva guadagnarsi +anche l'antipatia della signora. E alle occhiate +di sfida e di corruccio sempre rispondeva con +<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> +occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, +come a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta +sorrisi di scherno e lampi d'odio. Ma poscia +la fortuna si stancò di favorire chi non +la curava, anzi l'incolpava di danni; e Claudia +vinse; vinse tanto, in poche settimane, che la +somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò +la compagnia e il mondo intorno. +</p> + +<p> +Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe +la gravità vendendo, quasi per bisogno, +due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno, +chiese quattrini in prestito a uno di quegli +amici ostili. Repugnanza e rimorso non tardarono +quindi ad abbattere la gentile colpevole, +e le partite a scopa moderate a poche lire +tornavano alla memoria di lei come, dopo il +fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! +Ah limitarsi alle pure briscole! +</p> + +<p> +Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, +procedeva nelle scope, e peggio. +</p> + +<p> +— Quest'inverno vado a Montecarlo — le disse +un giorno. +</p> + +<p> +— Non voglio! — ella esclamò. — La <i>roulette</i> +è stupida. +</p> + +<p> +Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con +gli occhi: +</p> + +<p> +«La <i>roulette</i> è stupida? E la <i>briscola</i> no? e +il <i>macao</i>? e la <i>scopa</i>? e la <i>bestia</i>? e io? e voi? +Non comprendete dunque il vostro lungo delitto? +il mio lento suicidio? Non potremmo fare +qualche altra cosa di meglio?» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> +</p> + +<p> +Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente +e indifferente, in quella tinta grigia, di +latta, onde par greve sino la luce; e solo, a +quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; +minuta, silente, inutile pioggia. Mortificate, le +piante del giardino non muovevan foglia; senza +tremito eran le frange degli abeti; senza voci +gli alberi e il tetto; senza volo gli uccelli; senz'anima +la vita; senza vita l'universo; senza +l'universo.... Una giornata insomma o da briscola +o da suicidio. Ebbene, chi lo crederebbe?... +</p> + +<p> +Claudia mormorò: +</p> + +<p> +— Non ho voglia di giocare, oggi! +</p> + +<p> +E a Gianni, riavutosi dallo stordimento repentino, +non parve vero d'esclamare: +</p> + +<p> +— Facciamo qualche altra cosa! +</p> + +<p> +— Chiacchieriamo. +</p> + +<p> +Egli tacque. +</p> + +<p> +— Non andate a Erba, quest'anno? +</p> + +<p> +— No: <i>Gringoire</i> s'è azzoppato. +</p> + +<p> +— E Luisella? +</p> + +<p> +— Non è da corsa a galoppo: l'ho allevata +al trotto; e non la sciuperò mai in un ippodromo. +</p> + +<p> +— È buona..., lei? +</p> + +<p> +— Oh sì! +</p> + +<p> +— Senza vizi? +</p> + +<p> +— Un tempo adombrava delle biciclette: adesso, +più. +</p> + +<p> +— Bella, è bella — dovè ammettere un po' a +<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> +malincuore Claudia. Indi chiese: — Siete venuto +qua con lei? con la <i>charrette</i>? +</p> + +<p> +— Sì. +</p> + +<p> +Che capriccio le veniva? Andò alla finestra; +disse: +</p> + +<p> +— Se non piovesse..., vorrei conoscere anch'io +le virtù di Luisella. +</p> + +<p> +— Facciamo una trottata! — gridò Gianni. +</p> + +<p> +Il cielo, a sua consolazione, si rischiarava; +non sgocciolava più. +</p> + +<p> +— Posso fidarmi? +</p> + +<p> +— Di Luisella? Garantisco! +</p> + +<p> +— E di voi? +</p> + +<p> +Da uomo leale Gianni tacque prima di portare +una mano al petto; ma poi rispose: — Sì. +</p> + +<p> +.... Andarono per la diritta via, che la puledra, +con trotto uguale, ampio e sonante, sorpassava +recando nella <i>charrette</i> il signore e la signora. +</p> + +<p> +Provava questa il piacere d'un sollazzo fanciullesco +e quegli d'un rapimento giocondo; e +l'uno sussurrava e l'altra ascoltava vezzose apostrofi: — Biondina...; +birichina...; capricciosa...; +cattiva, etc.; — mentre l'aria, risentita +dell'autunno e rinfrescata dalla recente pioggia, +al veloce incontro suscitava nel loro sangue brividi +di delizia. +</p> + +<p> +— Yop! Via, Luisella! +</p> + +<p> +Luisella volava. +</p> + +<p> +— Mi comprendete, oggi? — chiese Gianni, a +un punto, con nuova dolcezza. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> +</p> + +<p> +E Claudia: +</p> + +<p> +— Comprendo il piacere d'aver domato così +bene questa bella bestia. +</p> + +<p> +— Oh c'è una gioia più grande: domare un +angelo! +</p> + +<p> +— Difficile impresa per un uomo! +</p> + +<p> +— No: per un asino come me, che ha soggezione +di voi anche oggi! +</p> + +<p> +Gianni s'adirava. +</p> + +<p> +— Un altro non si sarebbe messo una mano +al petto.... +</p> + +<p> +— E io, allora, non mi sarei fidata. Dunque, +buono! e.... sperate. Da bravo! Dicono che Amore +faccia miracoli. +</p> + +<p> +Divina creatura! Quando parlava sul serio, +non si poteva crederle; ma quando scherzava, +persuadeva. +</p> + +<p> +Rassegnato, tratto tratto Gianni si specchiava +negli occhi di lei, ove gli pareva vedersi più +vivo e più bello, o attendeva a vedere come l'aria +lusingava que' fini capelli biondi. Intanto +Amore preparava il miracolo. +</p> + +<p> +Ecco: modestamente la signora, fra quelle carezze, +e arditamente Luisella, guardavano innanzi +per la strada diritta e libera, mentre +Gianni guardava da un lato; e non si sa quale +delle due prima, Claudia.... — oh Dio!...: una +bici.... — vide; e Luisella, a tal vista — una +bicicletta! — sbalzò, per voltare indietro...; voltò. +Un indefinibile, duplice grido: l'urto della +ruota a un paracarri: la fredda, rigida sensazione +<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> +d'un istantaneo volo, d'un rapido rovescio, +d'una botta tremenda a terra per cui l'anima +s'insaccasse e profondasse nel corpo e il corpo +si schiacciasse.... Tutto ciò in due secondi! La +catastrofe d'un sogno mortale; la realtà d'un +salto mortale! +</p> + +<p> +Dal cielo in terra! Gesummaria, che disastro! +In terra, fermi, inerti, tutti e due; anzi, +tre, con la <i>charrette</i> senza stanghe. +</p> + +<p> +.... Nè prima Gianni ebbe certezza di non essersi +rotto nulla, che si vide appresso, morta, +Claudia; vide quel della bicicletta accorrere a +loro; vide già lontana lontana correr via, maledetta!, +Luisella; poi non vide più che la signora, +morta! +</p> + +<p> +— Claudia! Claudia! — invocava disperato, +anelante, bianco di terrore in faccia, e tutto inzaccherato. +Ma il ciclista giungeva avvertendo: — Io +medico! medico, io! —; e affannoso anche +lui, colui s'inginocchiò a slacciare il busto +della poverina e a richiamarla in vita; mentre +Gianni, che non aveva mai vista una donna svenuta, +si strappava i capelli e ripeteva: — Morta! +</p> + +<p> +Ma ecco il miracolo: rinvenne: sospirò: emise +un gemito lungo.... +</p> + +<p> +— Rotta! — fece lo straniero nel deporla con +cura. +</p> + +<p> +Gianni lamentava: — Claudia! Claudia! +Ah sì! la poverina s'era rotto un braccio! +Ora bisognerebbe descrivere l'animo di Limosa, +in cui combattevano e si confondevano +<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> +la voglia di ammazzare il ciclista a pugni, e +dolore, amore, disperazione, speranza; bisognerebbe +rappresentarlo nell'angosciosa attesa della +carrozza mandata a prendere alla villa per un +contadino; ma sarebbe cómpito arduo non meno +che rintracciar le parole italiane, francesi, +tedesche con cui quel medico straniero pregava +la pericolata che facesse il piacere di ricuperare +i sensi per non ismarrirli di nuovo, subito dopo. +Tre volte ella tornò in sè a gemere, da sul +cuscino, ch'era caduto con loro dalla <i>charrette</i>; +finchè alla quarta rimase, più dolente e piangente, +in vita. +</p> + +<p> +Adagiatala, quando Dio volle, su la carrozza — poichè +il forestiero raccomandava di portarla +al luogo più vicino — la trasferirono senza scrupolo +a Villa Limosa. Del resto, il medico ciclista +la credeva moglie del signore. E con gran +premura accertò Gianni che, fuori del braccio, +<i>votre femme</i> non aveva patito danno notevole; +e si compiacque a fare lui, benissimo, la +fasciatura; e lasciò qualche consiglio pel collega +italiano che arriverebbe dal paese; e dimandò, +a solo compenso, la firma nell'<i>album</i> dei +ricordi. Infine, lieto d'essere stato utile, saltò in +bicicletta e buon viaggio! — Al diavolo! +</p> + +<p> +Era a quel che aveva detto e a quel che si +seppe poi, un medico di gran nome; il quale per +provare i benefizi della ginnastica e per convincere +della sentenza <i>mens sana in corpore sano</i> +faceva il giro del mondo in bicicletta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +Il giorno dopo Claudia chiamò Gianni e gli +disse: +</p> + +<p> +— Iddio mi ha castigata, amico mio! +</p> + +<p> +A che, triste, l'amico: +</p> + +<p> +— Ci ha castigati tutti e due; purtroppo! +</p> + +<p> +— Avrei preferito — essa aggiunse — rimetterci +il braccio che offendere il mio buon nome. +Pensate: sono in casa vostra! +</p> + +<p> +Ribattè Limosa: +</p> + +<p> +— E io? tocca a me rimediare! +</p> + +<p> +— Io — soggiunse la signora — sperava di +non rimaritarmi se non di mia spontanea volontà. +</p> + +<p> +— E io — ribattè Gianni — non voleva sposarvi +prima di esser certo di tutto il vostro +amore.... Claudia — pregò —, me ne date almeno +un poco? +</p> + +<p> +Ella tacque; poscia rispose: +</p> + +<p> +— Sono così dolente della percossa che non +ho più forza di sentir altro. Lasciate che mi +ricuperi l'anima, che possa riflettere, che mi ricordi. +</p> + +<p> +Più tardi lui tornò da lei; ed ella gli disse +come se dicesse una cosa buffa: +</p> + +<p> +— Mi ricordo che quando mi parve d'andar +<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> +per aria e invece andavamo in terra, sentii che +con voi morivo volentieri. +</p> + +<p> +Ah! quale allora il cuore di Gianni! Ella lo +amava! lo amava sul serio! Così, finalmente, +un purissimo bacio fu suggello alla promessa +fede di quelle due anime oneste. +</p> + +<p> +Dopo il quale, Gianni corse nella scuderia a +veder Luisella; e, a vederlo, Luisella, ch'egli aveva +bastonata a furia, nitrì senza rancore e senza +rimorso. +</p> + +<p> +Se la puledra avesse perduto il vizio, Claudia +si sarebbe mai accorta di amarlo fino a sentire +di morir volentieri con lui? +</p> + +<p> +No. Dunque il grave odio, l'ardente ira da +cui il giorno prima egli era stato infiammato +contro Luisella, non solo per la caduta di Claudia +ma per la ricaduta d'essa, la puledra, nell'antico +fallo (e se non fosse stata una bestia, +certamente l'avrebbe uccisa), ora divenne fervida +e carezzevole riconoscenza. Gianni Limosa +abbracciò al collo la sua cavalla. +</p> + +<h3> +V. +</h3> + +<p> +Appena in grado di levarsi la signora partì +per la città ad affrettarvi i preparativi delle +nozze e la riparazione dello scandalo: questo +tanto più ingiusto in quanto che era seguito a +una disgrazia grave. Ma incrudelivano nelle +<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> +chiacchiere i vecchi compagni di gioco; e +quindi una nuova ragione per Limosa a detestare +le carte. Egli, in quel mentre, rimeditava +la purissima luna di miele anticipata; le ore +di felicità trascorse al letto dell'inferma quando, +parlassero o stessero cheti, sì dolci cose +s'erano dette. +</p> + +<p> +Era un fenomeno stranissimo: pareva a Gianni +che Claudia si adattasse a lui con le parole, gli +sguardi, i sorrisi, le intenzioni del pensiero e +dell'animo; nè avvertiva che lui s'adattava a +lei, s'ingentiliva, poetizzava sè medesimo; e parlava +a voce sommessa; e camminava in punta +di piedi.... +</p> + +<p> +Come ebbero risoluti tutti i problemi della felicità +avvenire e scelti i luoghi da stare durante +le quattro stagioni, e i viaggi da fare, e i metodi +da tenere nell'educazione dei figlioli maschi +e femmine, e contenuti i trasporti d'amore, +per divagarsi si eran dati alle Letture. Limosa +leggeva <i>I tre Moschettieri</i>, ritrovandosi non in +Porthos, a cui rassomigliava un poco, ma in +D'Artagnan; ed ella trovando lui in Aramis, +al quale non rassomigliava affatto. Oh la beatitudine +di quelle ore!; la gioia di comprendersi +a vicenda, di conoscersi ogni dì meglio! +</p> + +<p> +Inutile dire che le carte non eran state desiderate +dalla signora, la quale avrebbe dovuto +giocare (ohibò!) con un braccio solo e sul +letto; e che il buon Limosa alle carte quasi +non ci pensava più. Pensandoci diceva tra sè: +<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> +«Se mi sbagliai nel metodo di correggere Luisella, +che è una bestia, non sbagliavo certo per +Claudia, che è un angelo. Nessun dubbio che +dalla mia abnegazione era già nata la pietà, e +che dalla pietà sarebbe venuto l'amore. Luisella +però — che sia benedetta in eterno! — l'ha +fatta innamorare e guarire del vizio in un colpo +solo. Adesso posso star sicuro che di gioco +non se ne parlerà mai più.» Infatti chiodo scaccia +chiodo, o un diavolo scaccia l'altro. +</p> + +<p> +Compiuti dunque i preparativi, subito Claudia +telegrafò: <i>Sono pronta</i>; e Gianni, che era pronto +da un pezzo, accorse.... +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... I testimoni e i congiunti più stretti hanno +accompagnati gli sposi alla ferrovia, ammirando +la disinvolta esperienza nella sposa, la semplicità +d'uomo un po' inesperto in certe cose di +circostanza, ma sicuro di sè, nello sposo. E senza +lagrime si affrettan gli addii; sono giocondi gli +auguri di buon viaggio. +</p> + +<p> +<i>Tatà</i>.... Un fischio.... Partenza! +</p> + +<p> +Nè il treno è ancor fuori della tettoia che già +lo sposo tira le tende della carrozza, forse perchè +il sole a loro festa dardeggia i cristalli, o +perchè non gl'importa, a Gianni, della veduta +esterna. Or come la sposa lascia cadere il mazzo +<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> +di fiori, che effondono una fragranza soverchia, +lo sposo mormora: +</p> + +<p> +— Finalmente soli! liberi! Sei mia, Claudia! +Legàti per sempre! Oh Claudia! +</p> + +<p> +Ella sorride in un modo, in un modo.... +</p> + +<p> +Ma ecco: si alza, si svincola; e mentre col +braccio risanato trattiene lui e l'impedisce, dalla +tasca del mantello trae fuori un pacchetto, e +mostrandolo vittoriosa, gloriosa, irresistibile: +</p> + +<p> +— Facciamo una partita? +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> +</p> + +<h2><a id="doni"></a> +Doni nuziali. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +.... — Gioielli, no; che a te come a me non +piace il lusso; e neanche alla sposa, speriamo. +Dunque? +</p> + +<p> +— Ma niente, zio.... Non si disturbi! +</p> + +<p> +— E tu dàlli! Torno a dirti che non voglio +sfigurare in faccia a nessuno. Cosa daranno i +parenti della sposa, quelli così signori? E i testimoni? +</p> + +<p> +— Ma.... +</p> + +<p> +— Eh eh! Me l'imagino: chi la spilla, chi le +boccole, chi il monile.... Vedrai...: sciocchezze, +grandezze! moda! fumo, insomma! Ma se io +avessi preso moglie (non l'ho presa perchè le +donne costano), primo patto: fuori di casa i +parenti della sposa, i parenti alla moda! +</p> + +<p> +— Già!, chi potesse.... +</p> + +<p> +— Niente regali! nessun obbligo, con nessuno! +<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> +Perchè, si sa, i parenti che non hanno più cuore +che quattrini, presto o tardi ti fan scontare le +carezze e i regali. Ma io.... +</p> + +<p> +— Oh sì! lei è buono; mi ha sempre voluto +bene.... — interruppe Terpalli. +</p> + +<p> +— Mio dovere. Dunque? +</p> + +<p> +— Non so.... +</p> + +<p> +— Al corredo ci avrà pensato la mamma della +sposa; alla mobilia ci hai pensato tu. Scommetto +anzi che hai provveduto a tutto, da bravo +omino; che non vi manca proprio nulla! +</p> + +<p> +— Ho fatto il possibile...; ma provvedere a +tutto.... capirà.... +</p> + +<p> +— Ti bisognano tovaglie e salviette? Hanno +aperto un bel negozio in via Garibaldi.... +</p> + +<p> +— No: grazie; ne abbiamo. +</p> + +<p> +— Seggiole?... Tende?... +</p> + +<p> +— Grazie.... +</p> + +<p> +— Che imbroglio, Signore Iddio! Parla! Di' su! +spiegati! +</p> + +<p> +— Faccia lei!... Quel che vuole.... +</p> + +<p> +— Quel che voglio? Io non voglio niente, io! +L'orologio? l'hai. Vestito, sei vestito.... A meno +che non ti bisognasse.... Oh! Vuoi un bel +lume? +</p> + +<p> +— Piuttosto...; giacchè lei è così buono, se +crede...; se non le par troppo...; anche la Gigia +gradirebbe «un servizio da caffè». +</p> + +<p> +Pareva avesse invocata una cosa dell'altro +mondo! +</p> + +<p> +— Un servizio da caffè? — esclamò lo zio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> +</p> + +<p> +— Prendete il caffè voi altri?... Non vi dà ai +nervi? +</p> + +<p> +— Ma.... per gl'invitati; per qualche amico +che capiti, alle volte.... +</p> + +<p> +— Bene bene! Vada per il «servizio »; conforme, +però, alle mie povere forze; se vi contenterete.... +</p> + +<p> +Contentissimo, Gustavo Terpalli invitò lo zio +alla colazione nuziale; lo scongiurò che non +mancasse. +</p> + +<p> +Poi quando egli fu giunto di corsa dalla fidanzata, +ed ebbe detto a lei e alla madre del casuale +incontro con lo zio Tarabusi, tutti e tre scoppiarono +in una risata gioconda. Infatti, da che +aveva avuta notizia del prossimo matrimonio, +lo zio sfuggiva il nipote — al quale, scontroso e +timido, rincresceva andare a cercarlo — e per +risparmiarsi il dono di nozze si sarebbe nascosto +sotterra; quantunque fosse pieghevole ai rispetti +umani e sempre dubitasse di apparire +avaro come era. +</p> + +<p> +— Figuratevi con che aria mi diceva «me ne +rallegro!»; con che inchini ha risposto all'invito +della colazione, e con che bocca mi ha +detto (e Terpalli boffonchiava): «Grazie! Vedrò..., +potendo.» +</p> + +<p> +La fidanzata rideva sino alle lagrime e le +sembrava vedere quella faccia nuda e tonda simile +a quella d'un comico, e il lungo soprabito, +e gl'inchini.... +</p> + +<p> +— E figuratevi come è diventato rosso a udire +<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> +chi sono i vostri parenti. Ah ah! signori!... +signoroni! +</p> + +<p> +— E il regalo? — domandò la mamma. +</p> + +<p> +— L'ha proposto lui! +</p> + +<p> +— Lui? +</p> + +<p> +— Lui? Che cosa? +</p> + +<p> +— Eh! dopo mia lunga tiritera..., per non cascare +in cose di troppo costo..., ha offerto.... un +lume! +</p> + +<p> +La Gigia battè le mani. +</p> + +<p> +— Io invece mi son fatto coraggio e gli ho +domandato un «servizio da caffè». +</p> + +<p> +— Bravo! — esclamò la Gigia. — È meglio! +molto meglio! +</p> + +<p> +Ma la madre scosse il capo. +</p> + +<p> +— No. Era meglio il lume. +</p> + +<p> +— Scusi — ribattè Gustavo —; ieri sera non +diceva anche lei che il «servizio da caffè» ci +sarebbe necessario? Chi deve pensare a regalarcelo? +</p> + +<p> +— Una bella lampada nel salottino ci vuole: +l'ho detto sempre — insisteva la vecchia. — Adesso +è fatta.... +</p> + +<p> +— La compreremo. +</p> + +<p> +No e sì. Comprerebbero piuttosto due candelabri. +Sì e no. Ma l'orologio avvertì Gustavo +che era trascorsa l'ora, perchè aveva perduto +tempo con lo zio. +</p> + +<p> +— Addio, Gigia; addio, mamma.... +</p> + +<p> +E via. +</p> + +<p> +.... Povero e bravo Terpalli! La buona volontà, +<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> +la nativa tendenza ai protocolli e ai libri +mastri, la mano calligrafica e il bisogno gli +consentivano poco più di mezz'ora ogni giorno +e di un'ora ogni sera agli amorosi colloqui con +la sposa e con la suocera. Oggidì quanti giovani +potrebbero enumerarsi che stiano dalle nove +alle quindici in un ufficio comunale; poi +dalle sedici alle diciotto e quindi dalle venti alle +ventidue in un ufficio privato, ove senz'astio, +tranquillamente, sommare rendite e spese d'un +conte milionario? A un uomo che si sottoponga +a così disumano lavoro e che non scorga al +suo termine una oasi o un giardino fiorito, non +la gloria, non la ricchezza, ma sempre cammini +con passo uguale per una pianura uguale sempre, +per un deserto lungo una vita intera, a un +tal uomo non basta il conforto di fumare qualche +sigaro. Troppo poco! Era destino che Gustavo +Terpalli si ammogliasse. E, per economia, +egli smise anche il vizio di fumare; e guai +per lui se non fosse incappato in una donnina +savia: Ma in fatto di mogli la fortuna, che in +altri generi talvolta sembra parziale per i birbanti, +è imparziale e davvero cieca con tutti. +Terpalli aveva potuto chiamarsi fortunato e restare +un onesto ragazzo quand'era venuto ad +alloggiare in casa d'una umile vedova, la cui +soave figliola sentiva volare il tempo senza speranze +di nozze e di vita. +</p> + +<p> +Proprio la ragazza adatta a lui! Egli era magrolino +e timido d'animo come di baffi, che radi +<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> +radi sotto il naso acquistavano un po' più di +vigore solo agli angoli della bocca; e la Gigia +era piccolotta e grassoccia, molto timida fuori +di casa, e con un po' di peluria anche lei agli +angoli delle labbra. Finchè, un bel giorno, alla +dimanda della vedova: — Perchè non prende +moglie, signor Terpalli? —, egli aveva risposto +guardando alla figliola: +</p> + +<p> +— Ci penso spesso, all'ufficio. E lei? (Non +osava dire «signorina».) +</p> + +<p> +La ragazza era arrossita sino alla gola ridendo +commossa, eccitata dal suo stesso pensiero +che le occhiate patetiche e fuggevoli del giovane, +nei dì addietro, non dissimulassero un inganno; +e, poverina, per trarsi d'impaccio e giustificare +quel riso disse una stupidaggine: +</p> + +<p> +— Se ci penso.... all'ufficio? +</p> + +<p> +Parve una canzonatura; per cui Terpalli, un +po' permaloso, aveva scosse le spalle e tenuto +il broncio quasi una settimana. Dopo, si pacificarono +con nuove occhiate; e poi la dimanda +alla madre, e l'assenso. +</p> + +<p> +Ed era una consolazione a vederli, quei ragazzi; +così di rado la fortuna aiuta con indulgenza +e prontezza due cuori a intendersi e ad +appagarsi pienamente l'uno dell'altro. Che se +l'amore buono è interpretazione, chiaroveggenza +reciproca, presentimento e consentimento, è telepatia, +l'amore della Gigia e di Gustavo Terpalli +era un perfetto amore. Pensava l'uno durante +le ore d'ufficio: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> +</p> + +<p> +«Cosa farà adesso?... Adesso ripulisce i miei +panni; aiuta la mamma a spolverare». Oppure: +«Cuce per il corredo; discorre con la sarta». +Oppure: «Attende al desinare.... Batte il prezzemolo.... +Ohi ohi!: affacciatasi per caso, un +momento, alla finestra, un giovanotto la guarda...; +e lei, via!; scappa. È un angelo!» +</p> + +<p> +E l'altra pensava: +</p> + +<p> +«Cosa farà?... Mette lettere a protocollo; registra +un <i>atto</i>; <i>esaurisce una pratica</i>; sbriga un +importuno.... Oh Dio! Scrive per il conte, di +nascosto, tanta ha voglia di spicciarsi stasera.... +Ma se lo sorprende il capufficio?... Ecco, ecco: +lo sorprende, lo sgrida!...» — E accadde che +un giorno Gustavo si sforzasse a contener l'ira +a cui l'aveva acceso il capufficio, perchè la +Gigia lo quetasse e l'esortasse a non infrangere +mai più, per amor suo, alcuna regola; ed accadde +che con la mite cattiveria delle ragazze +ingenue e buone la Gigia un giorno raccontasse +a Gustavo: +</p> + +<p> +— Oggi, sai, mi sono affacciata un momento +alla finestra, e passava un bel giovinotto.... — Per +gioco si bisticciavano, talora, quei figlioli: +e la mamma li lasciava fare guatandoli felice. +</p> + +<p> +Non mancavano tuttavia i gravi pensieri; le +spese per allestire la nuova casa. A provvederla +di solo quanto era necessario, e non superfluo, +non sarebbero bastati a Terpalli i risparmi +di due anni, se la mamma non gli fosse +venuta in soccorso con tutto il suo avere; e +<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> +per le cose superflue — di assoluta necessità, +una volta provviste le altre — lasciarono l'incarico +al caso nella consuetudine dei doni nuziali. +Uno specchio per il salotto; una lampada +da appendere, o due candelabri; uno o due vasi +giapponesi, di quelli in cui si gettano, sparsi, +fiori e penne; un bell'«album» da ritratti e +un cofano, alla moda, per i biglietti, eran tutte +cose che premevano. Seguivano, soltanto desiderabili, +sei posate in luogo di quelle comuni +ereditate dalla mamma; e forse d'un «servizio +da caffè» non avrebbero potuto fare a meno +neppure se Gustavo non si fosse imbattuto in +quell'ipocrita dello zio Tarabusi. +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Questi, subito, quasi avesse fretta di levarsi +un peso d'addosso, mandò un «servizio» di sei +tazze, poh! abbastanza fine: Ginori di seconda +qualità. +</p> + +<p> +— Di terza, di terza! — mormorò la mamma, +meno paga e sempre astiosa con l'ipocrita e +avaro donatore. Ma — A caval donato.... — aggiungeva +per suo stesso conforto. +</p> + +<p> +Quanto agli altri regali desiderati e attesi: +nessuno; e quale rabbia allorchè una prozia +e una cugina, su la cui intelligenza s'era fatto +<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> +assegnamento, inviarono la prima un ombrello +di raso paonazzo e la seconda un astuccio per +guanti! Stupide! La Gigia era forse una donna +più da passeggio che da casa? Chi regalerebbe +ora il cofano, i candelabri o il lume, lo specchio +e l'album? Forse la zia paterna, ch'era +ricca assai, manderebbe alla sposa le posate? +Forse lo zio paterno manderebbe i vasi giapponesi? +</p> + +<p> +.... — Vostro zio? — domandava Terpalli ogni +volta che rincasava, facendo quattro gradini alla +volta. +</p> + +<p> +Sì! Lo zio materno — a loro che avevano rinunciato +al viaggio di nozze — regalò.... una +borsa da viaggio! +</p> + +<p> +.... — La zia? +</p> + +<p> +Un monile bello, assai bello, regalò la zia; +ma la Gigia avrebbe preferita qualche cosa di +più utile sebbene di minor prezzo; avrebbe preferito +restar disadorna lei a lasciar il salotto +disadorno, nudo. +</p> + +<p> +Nè le amiche poterono far molto: un libro +da messa; una scatola di profumi; cinque metri +di pizzo; un cuscino da sofà; un portafogli +ricamato all'antica.... +</p> + +<p> +Quand'ecco, alla vigilia del gran giorno, la +mamma su la scala venne incontro a Terpalli +più che desolata, irosa e sbuffante. Una combinazione +incredibile! La signora Tecla, antica +loro conoscente, memore d'aver visto nascere la +Gigia, aveva pensato a un regaluccio: e aveva +<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> +pensato proprio a.... un «servizio da caffè»! A +guardare la faccia della mamma mentre diceva: — Eh! +che ne dite? —, Gustavo credè +leggervi come un'accusa di complicità sua col +caso; e provò tal pena a veder lagrimosa la +Gigia mentre essa diceva: — Si può essere più +disgraziati? — che si sforzò a ridere, da uomo +di spirito. +</p> + +<p> +— Faremo così: quello di mio zio — disse — l'useremo +per romperlo; e quello della signora +Tecla lo metteremo nel salotto per conservarlo. +</p> + +<p> +— Già: sulla tavola, con l'ombrello aperto! e, +sotto, la borsa, il libro da messa, la scatola di +profumi e il cuscino! Che bel salotto! — esclamò +la Gigia. +</p> + +<p> +Propose Gustavo: +</p> + +<p> +— Perchè non avvertire la signora Tecla? Potrebbe +ottenere qualche cosa in cambio, dal negoziante. +</p> + +<p> +— Oh io non m'attento! — borbottò la mamma. +</p> + +<p> +E la figliola: +</p> + +<p> +— Nemmeno io! +</p> + +<p> +— Dunque si tiene il secondo «servizio» e si +ringrazia! — disse Terpalli, al quale rincrebbero +il broncio della vecchia e l'ironia della sposa. +</p> + +<p> +— Lo butterei dalla finestra! — esclamò la +Gigia, alla quale per contro rincresceva l'indifferenza +ostentata dallo sposo. +</p> + +<p> +— Ma la colpa è vostra! — esclamò la mamma, +che il riso del genero aveva inviperita. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> +</p> + +<p> +— Che colpa? +</p> + +<p> +La vecchia tacque; poi sospirò e borbottò: +</p> + +<p> +— E siete senza parenti; non avete che quell'avaro +gesuita! +</p> + +<p> +— Colpa mia? — Gustavo dimandava. — Colpa +mia? — ripeteva. +</p> + +<p> +Presentendo il litigio, la ragazza pregò: +</p> + +<p> +— Zitti! basta! +</p> + +<p> +— Se non ho parenti, ho degli amici — asserì +lo sposo. — Ho i colleghi! +</p> + +<p> +Allora la signora Clotilde si mise a ridere lei. +</p> + +<p> +— I colleghi? Un mazzo di fiori e tanti saluti! +Un <i>bouquet</i>, come daranno i vostri testimoni; +e ciao! +</p> + +<p> +— E il conte? Perchè è in viaggio credete si +dimentichi?... Mi vuol bene, lui! +</p> + +<p> +Terpalli l'aveva ricordato per il colpo finale. +</p> + +<p> +Il signor conte non solo non si dimenticherebbe, +ma spedirebbe o le posate o lo specchio. +</p> + +<p> +— Vedrete! +</p> + +<p> +Questa la sua fede. +</p> + +<p> +— Il conte? — ribattè la mamma rivelandosi +del tutto suocera. — Neanche un biglietto vi +manda! Ci scommetto! +</p> + +<p> +— Forse sì e forse no. +</p> + +<p> +— Oh che pretendereste da lui? Cosa può regalare +a un impiegato così.... modesto come voi? +</p> + +<p> +— Il lume! — rispose in modo di canzonatura +Gustavo. +</p> + +<p> +Frattanto la Gigia pregava: +</p> + +<p> +— Smettetela; finitela.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> +</p> + +<p> +— Il lume dovevate chiederlo a quel tanghero; +e adesso non avreste due servizi da caffè! +</p> + +<p> +— Ma sono un profeta, io? — urlò Terpalli. +</p> + +<p> +— Profeta, no; timido, sì. +</p> + +<p> +.... — Mamma! Gustavo! +</p> + +<p> +— Timido? +</p> + +<p> +— Timidissimo! Avete avuto paura d'obbligarvi +troppo con vostro zio, e gli avete domandato +quel che costa meno! +</p> + +<p> +— Sissignora! E ho fatto uno sforzo a domandare +anche così poco! +</p> + +<p> +— Ma Dio vi ha castigato! Chi non si aiuta..., +mio marito lo diceva sempre, muore senza +aver goduta una zuppa calda! +</p> + +<p> +— Mio marito; — grugniva Gustavo senza attendere +alla Gigia che lo tirava per la giacca. — Sempre +«mio marito»! Lui, lui sapeva stare +al mondo! +</p> + +<p> +— Ah, meglio di voi, signorino! +</p> + +<p> +— Infatti.... +</p> + +<p> +.... E la Gigia scoppiò in pianto. E lo sposo +afferrò il cappello, e scappò via. +</p> + +<p> +— Gustavo! Gustavo! +</p> + +<p> +— Mio marito era un uomo! — la suocera gli +gridava dietro. — Si può dir forte: era un uomo +lui! Se fu disgraziato.... +</p> + +<p> +Insomma, la buona donna aveva bisogno di +sfogare un gran malumore; e la buona figliola +ebbe ragione di gemere: +</p> + +<p> +— Il cuore me lo diceva che eravamo troppo +felici! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p class="center"> +ALLA CITTÀ DI PARIGI.<br /> +<span class="smcap">Grande assortimento di orologi e sveglie.<br /> +Novità in ogni genere.<br /> +Bijouteria — Chincaglieria — Argento christofle.<br /> +Revolvers e fucili.<br /> +Emporium per regali — giocattoli.</span> +</p> + +<p class="pad1"> +Il commesso s'inchinò ai tre signori, che entrando +l'uno dopo l'altro gettarono uno sguardo +intorno, come per sorprendere un oggetto e riposarvi +il pensiero incerto; quindi, dopo i tre +inchini, chiese: +</p> + +<p> +— Desiderano? +</p> + +<p> +— Un regalo per nozze. +</p> + +<p> +— S'accomodino. Ne abbiamo di tutte le sorta. +</p> + +<p> +Infatti troppe cose attiravan l'occhio là dentro. +</p> + +<p> +Per di più, Bonariva, Sandri e Guizzi, quantunque +d'accordo a spendere poco in cosa che desse +apparenza di molta spesa, erano discordi nel dono +da scegliere. +</p> + +<p> +— Se prendessimo.... un tavolino da lavoro, +per la sposa? — suggerì primo Bonariva; quantunque +poco lieto lui stesso della proposta. +</p> + +<p> +— Ti pare? — esclamò Sandri. — Tocca farli +<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> +ai parenti cotesti regali da buona famiglia! Tocca +alle amiche della sposa. +</p> + +<p> +— Piuttosto due vasi — proponeva Guizzi. +</p> + +<p> +— Vasi di vero Giappone, o d'imitazione tedesca.... +Da trecento lire a quindici. Vedano.... — Così +dicendo il commesso accennava a quelli +da trecento lire. +</p> + +<p> +— Ce ne mostri da venti — rispose Guizzi, +intanto che Bonariva disapprovava col capo. +</p> + +<p> +— Belli, eh? Mi piacciono. — Piacevano anche +a Sandri, e costavano poco. +</p> + +<p> +— Osservo — disse Bonariva — che i vasi +sono pericolosi.... +</p> + +<p> +— Già, se vanno in terra.... +</p> + +<p> +— No, non per questo! Chi non sa che cosa +regalare, regala due vasi, sempre: c'è il pericolo +d'una combinazione. +</p> + +<p> +Nè Sandri poteva dargli torto. Guizzi allora +mutò consiglio. +</p> + +<p> +— Prendiamo uno specchio. +</p> + +<p> +— Peggio! Credi che non l'abbiano uno specchio? +</p> + +<p> +— Ma bello; per il salotto. +</p> + +<p> +— Che! Non son gente da salotto! +</p> + +<p> +— Veramente sarebbe meglio conciliare il bello +con l'utile — mormorava Sandri. +</p> + +<p> +E a lui il commesso: +</p> + +<p> +— Un <i>nécessaire</i> da viaggio?... Un <i>lavabo</i>? +</p> + +<p> +— No, no. — Bonariva insisteva per qualche +cosa di più utile e di meno comune. +</p> + +<p> +— Un astuccio per guanti? un cofanetto? Sono +<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> +di moda; servono a tanti usi! Guardino questo: +dorato a fuoco. Resterà tale e quale cent'anni. +</p> + +<p> +— Perchè no? — Guizzi quasi quasi.... Ma Bonariva +scoteva il capo. +</p> + +<p> +— Costa? — domandò Sandri. +</p> + +<p> +— Ottanta lire! +</p> + +<p> +— Ahi! +</p> + +<p> +— Un calamaio?... un portafogli?... un fermacarte? +un portabiglietti? +</p> + +<p> +— Io torno alla mia prima idea — Sandri +disse —: un bell'album con i nostri ritratti.... +</p> + +<p> +— È pericoloso! Potrebbe indur la sposa in +tentazione — fece Bonariva, mentre Guizzi, per +gusto suo, maneggiava e considerava un bastone +dal pomo cesellato, e diceva: +</p> + +<p> +— Vuoi che non l'abbiano un album? +</p> + +<p> +— Eppoi, io non l'ho neanche il ritratto! — aggiunse +Bonariva. Quand'ecco, a sollevare o a +distrarre la pazienza del commesso, entrò una +signora. I tre rimasero così a guardarsi in viso, +con un'aria di tacito e vicendevole rimprovero; +finchè uno chiese a un secondo giovane +del negozio: +</p> + +<p> +— Cos'è quell'affare là, di vetro? +</p> + +<p> +— Un portafiori in cristallo di Boemia: stupendo! +Se vuole.... +</p> + +<p> +— No, no! È troppo bello! +</p> + +<p> +Guizzi adesso mormorava: +</p> + +<p> +— Non abbiamo pensato a un ventaglio.... — Quasi +a sì bella idea fosse possibile il consenso +degli amici! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> +</p> + +<p> +— Ohibò!... +</p> + +<p> +— Si regalano alle signore che non si maritano, +i ventagli! +</p> + +<p> +— Dunque? +</p> + +<p> +Parlava il giovine: +</p> + +<p> +— Scusino.... Vogliono fare un dono cumulativo? +</p> + +<p> +— Cioè? +</p> + +<p> +Ah, l'aveva avuta lui l'idea buona! +</p> + +<p> +— Dodici posate d'argento Christofle...? +</p> + +<p> +— Troppo, troppo! +</p> + +<p> +— Sei, allora.... +</p> + +<p> +— Poco: troppo poco! +</p> + +<p> +— Poi le avranno già le posate! — Sandri +ripeteva. +</p> + +<p> +Proseguiva il commesso: +</p> + +<p> +— Oggetti di <i>toilette</i>? Candelabri?... +</p> + +<p> +— Un lume! — esclamò Bonariva alla fine, +contento. Se non che Guizzi si mise a ridere. +</p> + +<p> +— Un lume! Gli amici che mandano il lume! — E +al commesso che proponeva: — Un orologio? +una <i>sveglia</i>? —, rispose: — Da <i>sveglia</i> +farà la sposa: non dubiti! +</p> + +<p> +Così fu eccitato il riso anche in Bonariva, che +quando cominciava non la smetteva più. Disse +Bonariva: +</p> + +<p> +— Prendiamo un organetto, o un'armonica per +calmare la signora dopo la luna di miele! +</p> + +<p> +A che Guizzi: +</p> + +<p> +— Sarebbe meglio un revolver! +</p> + +<p> +Ma Sandri, avendo moglie, ammonì con un'occhiata +<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> +i colleghi ad essere seri. Anche, li rimproverò: +</p> + +<p> +— Se aveste dato retta a me e avessimo chiesto +allo sposo che cosa gradirebbe.... +</p> + +<p> +Perchè non sapevano proprio che cosa scegliere. +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +Impazienza, ira e litigi promuovono le piccole +sventure; non le grandi, le quali abbattono +quanti ne sono colpiti in un pietoso filantropico +accordo. +</p> + +<p> +— Che volete farci? — mormorava la signora +Clotilde dinanzi al terzo «servizio da caffè» e +alla muta desolazione dei fidanzati. — Buon viso +a cattiva fortuna, figlioli! +</p> + +<p> +Disse finalmente Gustavo: +</p> + +<p> +— Dimani bisognerà ridere; ingoiare la rabbia; +fingere che niente sia; se no, ci metteranno +su le ventole! +</p> + +<p> +— Sarà bene avvertirli prima, gl'invitati, perchè +si meraviglino meno — disse la Gigia, finalmente. +</p> + +<p> +Non era possibile, infatti, nascondere i due +primi servizi, il donatore e la donatrice essendo +invitati alla colazione; e non volendosi +sottrarre il terzo, quello dei colleghi, che appariva, +<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> +al confronto, magnifico. Per suprema ironia +era magnifico! +</p> + +<p> +Nè il domani mattina alla funzione nuziale, +in chiesa prima e dopo al municipio, fu alcuno +che al vedere la sposa un po' turbata, un po' +troppo smorta, non ne ammirasse la commozione +del solenne ufficio che si compieva, il +verginale panico per il solenne sacrificio a cui +era condotta, il trepido cuore per l'amore che +la beava: nessuno ci fu che pensasse a un estraneo +disturbo di tanta felicità. La poverina aveva, +insistente, la visione d'un collegio di chicchere +vigilate da matrone, che erano le caffettiere +e le zuccheriere. Quanto allo sposo, +avanti di arrivare a casa, rivelò a un testimonio +una sola causa di cruccio: l'ingratitudine del +conte. +</p> + +<p> +— Nemmeno un biglietto! E son dieci anni +che lavoro per lui senza aumento di stipendio! +</p> + +<p> +— Pensate — aggiungeva — che ogni volta +che capitava in ufficio era sempre lì a dirmi: +«Terpallino.... Gustavino....: quando la facciamo +la corbelleria?» +</p> + +<p> +— Dov'è adesso? — chiese uno. +</p> + +<p> +— A Firenze col maestro di casa, che mi promise +di rinfrescargli la memoria.... Ma sì!... +</p> + +<p> +Esclamò uno dei testimoni, che era socialista: — Tutti +uguali i nobili! — L'altro, moderato, +tacque. +</p> + +<p> +Avanti d'entrare in casa, Terpalli s'arrestò dicendo: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> +</p> + +<p> +— Ora vedrete i tre «servizi»! +</p> + +<p> +Tanta serenità e disinvoltura indussero tutti a +ridere: anche la sposa e la mamma; anche gli +invitati che attendevano, e quelli che sopraggiunsero; +toltane, s'intende, la vecchia amica signora +Tecla, a cui il suo servizio sembrava +il più brutto dei tre, e s'arrovellava a valutare +gli altri due. +</p> + +<p> +— Che caso! — Oh che caso! +</p> + +<p> +— Sono casi però che fanno rabbia — disse +lo zio materno. +</p> + +<p> +— Son brutti scherzi del destino! — esclamò +un secondo. — Una cosa che non si crederebbe! — borbottava +un terzo; di guisa che l'ilarità +diveniva compianto sincero nell'attesa della +colazione. +</p> + +<p> +— A tavola! a tavola! — chiamò la mamma. +</p> + +<p> +— Chi manca? +</p> + +<p> +Mancava lo zio di Gustavo. Ma lindo, nitido, +sorridente, senza peli, con una impressione di +maschera benevola su la faccia tonda, eccolo, lo +zio Tarabusi. +</p> + +<p> +— Fortunato!... felice!... Stieno comodi — rispondeva +alle presentazioni, dopo aver baciata +su la fronte la sposa, la «cara figliola» — Oh +caro: oh! carissimo! — diceva a quelli +che conosceva. — Tanto, tanto piacere! — ripeteva +alle nuove conoscenze.... Finchè diede +una sbirciatina alla tavola dei regali. — To'! +quante chicchere! Pare un reggimento di fanteria.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> +</p> + +<p> +— Eh, zio: che ne dice? — Raccontavano la +storia. +</p> + +<p> +— Oh bella! bellissima!... Ma se io avessi potuto +prevedere.... Oh senti — aggiunse con quella +sua bocca melliflua, traendo a sè lo sposo. +Quindi a bassa voce: — Sai? debbo partire...: +alle dieci e trenta per Modena.... +</p> + +<p> +— Come? +</p> + +<p> +Più piano: +</p> + +<p> +— Eh!... Bella figura m'hai fatta fare!... +</p> + +<p> +— Ma..., zio.... +</p> + +<p> +— Dovevi avvertirmi...; tuo dovere.... I confronti +sono odiosi. +</p> + +<p> +— Creda.... +</p> + +<p> +— Dovevi avvertirmi! +</p> + +<p> +Ogni preghiera fu inutile. Tornò mellifluo tra +gli altri. +</p> + +<p> +— Dicevo qui, a Gustavo, che non posso trattenermi.... +Mi scusino.... Debbo partire.... per +Modena: alle dieci e trenta. Mi scuseranno tutti +questi signori.... +</p> + +<p> +— Rimanga, zio! +</p> + +<p> +— Resti, signor Tarabusi! +</p> + +<p> +— Diavolo!..., signor Tarabusi! +</p> + +<p> +.... — Non posso, davvero.... Sposina, i miei +auguri! +</p> + +<p> +— Due confetti, zio.... +</p> + +<p> +— Grazie.... +</p> + +<p> +— Il caffè, zio? Un goccio di caffè, almeno...? +Offrire il caffè a lui (in quale delle chicchere?) +sarebbe stato un grave insulto, se lo zio +<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> +non avesse compatito il nipote come uno che +avendo preso moglie aveva perduta la testa, e +se Gustavo non si fosse corretto subito: +</p> + +<p> +— Un <i>cognac</i>, almeno...? +</p> + +<p> +— Bevo di rado <i>cognac</i>... Grazie.... Un'altra +volta, caro. Addio! riverisco! addio! Stiano bene.... +tutti! — E con un nuovo inchino e un: — Evviva +gli sposi! — quel Tarabusi se ne +andò. +</p> + +<p> +.... La colazione nondimeno procedè benissimo. +Vini e liquori dissiparono ogni ombra dall'anima +della sposa, rapirono allo sposo il ricordo +dello zio e dell'ingrato conte; avvivaron +giocondità e malizia nelle giovani donne; +suggerirono motti agli uomini, e bei racconti. +Quando, d'improvviso, squillò il campanello. +Chi mai? +</p> + +<p> +Alla Gigia era sobbalzato il cuore. E Gustavo +correva alla porta gridando: +</p> + +<p> +— Il conte! — Un telegramma forse?..., o il +regalo?... — Il conte!... — Il conte.... senza +dubbio! +</p> + +<p> +— Oooh!... — fecero tutti, vòlti al facchino +dell'agenzia che veniva a deporre una cassetta. +</p> + +<p> +— Viva il conte! — Su la cassetta era scritto +<i>fragile</i>; la sposa vi teneva lo sguardo smorto. +</p> + +<p> +— Presto! un martello, un coltello! — Con una +lama da interporre alle assicelle del coperchio +Gustavo tornò dalla cucina; mentre il testimone +socialista gridava: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> +</p> + +<p> +— Il primo aristocratico galantuomo che conosco! +</p> + +<p> +— Oh ce ne sono! — ribatteva il testimone +moderato. — E di cuore! +</p> + +<p> +— Se vuol bene a Gustavo, Gustavo se lo merita: +ecco tutto! — osservava un altro. +</p> + +<p> +— Non dico; ma.... +</p> + +<p> +— Viva il conte! Viva il conte! +</p> + +<p> +<i>Crac</i> fece l'assicella allo sforzo di Gustavo. +Allora tutti tacquero, ansiosi, nell'attesa che la +cassa fosse aperta interamente. Ma perchè la +cugina aveva scambiato uno sguardo d'intelligenza +col socialista, quasi a un vicendevole ridevole +dubbio? Perchè lo zio paterno tabaccava +adagio, quasi a togliersi d'imbarazzo? Perchè +il testimonio moderato fumava in fretta guatando +alle donne; e la mamma e l'amica Tecla +tenevan gli occhi su la sposa come temessero +d'uno svenimento? Quale idea uscita di mente +alla sposa o dalla cassetta, e venuta in mente +a tutti, accresceva l'ansia e dipingeva nel viso +di chi più avrebbe dovuto esser felice il terrore +d'un malefizio, e accendeva negli occhi degli +altri una perfida speranza di lunghe risa? Gravava +un destino assurdo o tremendo su quella +cassa, su quelle anime?... +</p> + +<p> +Lo sposo — <i>crac</i> — con l'angustia di quando, +ancora in preda a un sogno funesto, si ricorre, +nel destarsi, alla vita, sollevò del tutto il coperchio.... +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> +</p> + +<h2><a id="eldorado"></a> +Dall'Eldorado. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Raccogliendo e riprendendo con la sinistra la +scarsa barba, dalla tavola a cui sedeva Polla +guardava a quanto poteva scorgere del temporale. +Passavano di furia i nuvoloni neri: uno +ne dilacerò un fulmine. E cominciava a piovere; +nè ancora cessava il vento che faceva +sbattere le imposte, da Polla lasciate sbattere. +</p> + +<p> +«Oh portasse via la bufera anche la casa! +Una tempesta enorme rovesciasse Roma e tutte +le città d'Europa! Un ciclone rovinasse, magari, +il mondo!» +</p> + +<p> +Non che Polla — il quale amava tutti gli uomini +come fratelli e pel quale i borghesi sfruttatori +e capitalisti erano non uomini ma belve — si +arrovellasse così, in un desiderio di distruzione, +per malanimo o per teoria socialista o +per lotta di classe: no, no; solo risentiva lui +<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> +stesso di quel turbamento elettrico e meteorico +e, per di più, gli sommoveva pensieri neri come +le nuvole, che si aggrappavano nel cielo di contro, +un appetito ahi quel dì insaziabile! All'ora +infatti in cui i borghesi andavano a desinare, +egli restava alla tavola deserta, perchè già pioveva +e non aveva ombrello e perchè non aveva +un soldo in tasca e non sapeva qual trattore +potesse più accoglierlo a credito. Fino a quando?... +Ah che appetito! In verità, quel giorno +sarebbero appena bastate al suo desiderio una +porzione di spaghetti, una di lesso, una di vitello, +una di fragole e una bottiglia di barolo, il +vino che prediligeva. +</p> + +<p> +Frattanto, di sottovento, la pioggia entrava +nella camera con tal impeto e abbondanza che +il buon Polla finalmente si alzò per chiudere +i vetri. Ed ecco sembrargli che una nuvola più +densa, opaca, precipitasse, abbattuta da una ventata, +giù, alla volta della sua finestra.... Una +nuvola? Arrivava con la velocità d'una palla da +cannone e non era una nuvola: un corpo strano, +solido, straordinario: un enorme animale!... +Oh! Nell'attimo, Polla fece appena in tempo a +scampare alla parete, che già piombava nella +camera: vi cadde con un tonfo profondo su +l'impiantito.... Che cosa? Chi?... +</p> + +<p> +Un condor spaventevole, un pipistrello pauroso? +Era un misterioso involto, che, come cosa +morta, non si moveva più affatto. Riavendosi +però dal primo spavento, invece d'invocare +<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> +soccorso, il socialista tacque, avanzò; retrocedette. +Non era un condor, non era un'aquila, +non era un pipistrello! Avviluppata nell'ali +che s'erano raccolte al cessare del volo, +l'insolita bestia non dava a conoscersi che per +le estremità inferiori. Ebbene, Polla si avanzò +di nuovo e ruppe in un'esclamazione di meraviglia +alla vista di sì fatti piedi e di cosifatte +gambe. Quell'animale era un uomo o, alla peggio, +una donna volante! Una creatura umana, +immota, svenuta o morta al suolo della sua +stanza! +</p> + +<p> +Con che cuore egli la volse supina e ne udì +battere il cuore (era un uomo)! Con che cuore +si sforzò a trascinare e adagiar il miracoloso +viaggiatore nei suo lettuccio, dopo averlo +spogliato delle fine e seriche ali e della giubba +cui stavano connesse! Un uomo non calvo! I +capelli lunghi e aurei diffusi su la bianca fronte +e la lunga e gentile barba non scemavano giovinezza +all'aspetto venerabile; e tutta la persona +incuteva tal rispetto di beltà che, non potendo +paragonarlo a un angelo, in cui non credeva, +il positivista Polla lo paragonò a Adone, se +pure Adone aveva la barba. N'esercitava frattanto +il sangue al cuore con massaggio; ne +spruzzava d'acqua il volto; finchè sospirarono +entrambi: l'uomo che ricuperava vita e coscienza, +e l'uomo che aveva salvato un fratello, +quantunque volante. +</p> + +<p> +Polla disse subito: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> +</p> + +<p> +— <i>Good day!</i> +</p> + +<p> +No. Era biondo, ma non inglese. +</p> + +<p> +— <i>Guten abend!</i> — Non tedesco. +</p> + +<p> +— <i>Bonjour, monsieur!</i> — Non francese. +</p> + +<p> +— <i>Buenas dies, caballero!</i> — Non spagnolo. +</p> + +<p> +Ricordandosi infine di essere italiano, Polla +fece, cortesemente: +</p> + +<p> +— Ben arrivato! +</p> + +<p> +D'un soave sorriso, avvivando gli occhi da +prima incerti quali d'uno che davvero sia cascato +dalle nuvole, lo straniero mormorò qualche +melodiosa incomprensibile parola; poi contorse +la bocca a pronunciare una parola di +lingua evidentemente non sua; di lingua internazionale. +</p> + +<p> +— Volapuk?... +</p> + +<p> +— Volapuk! — gridò Polla, che dai comizi +aveva presa l'abitudine di parlare a voce alta. — Oh, +oh! Al vostro paese si studia il volapuk? +Non ha attecchito da noi! Non importa. +A poco a poco, fratello, c'intenderemo lo stesso! +E, ditemi.... +</p> + +<p> +Ma o per quel chiasso dell'eloquente socialista, +o per il dolore della caduta, o per lo sfinimento +di cui era prova il pallido viso, l'infelice +forestiero sarebbe svenuto ancora, quando con +uno sforzo supremo non avesse rialzato il capo, +e stringendo all'estremità le dita della destra, +non avesse portata due volte la mano alla bocca +mentre lo sguardo aiutava l'espressione del +gesto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> +</p> + +<p> +— Avete fame? — comprese e chiese Polla. — Poveretto! +Anch'io ho fame! Ma io non posso +offrirvi che un bicchier d'acqua! +</p> + +<p> +Quasi indovinasse le condizioni economiche +dell'ospite, l'altro affrettava un segno della mano +verso l'involucro rimasto sul pavimento. E +Polla ubbidì. Presso al punto ove ai fianchi +dell'arnese (fosse corpetto o giubba) eran fisse +le ali, egli avvertì subito due bisacce; nè esitò +a introdurvi la mano, quantunque il forestiero +già accennasse di tastar più in basso. Ma..., +e là cosa c'era? Sentiva un peso non lieve, come +di ciottoli, e per accertarsi se era o no la +zavorra, introdusse la destra. Questa volta Polla, +che non credeva in Dio, che credeva solo nel +«fattore economico», esclamò: +</p> + +<p> +— Dio! Non sono pezzi di vetro! Non sono +sassi! — Che cosa erano? Che cosa erano? +</p> + +<p> +Erano diamanti, smeraldi, oro! E non un sogno! +Ma realtà! Un miracolo! Diamanti! smeraldo! +rubini! oro! Fu tale la meraviglia di +Polla che attese a lungo prima d'accorgersi come +l'infelice girasse e chiudesse gli occhi, e +sveniva. Presto, più giù, ove disperatamente il +misero aveva volto il cenno, l'ospite trovò un +grazioso vasetto piccolo piccolo, che quasi si +aperse da sè effondendo un cordiale profumo.... +Conteneva roba così buona che ne bastò un pizzico +a ristorare d'un tratto dal profondo del +cuore, il forestiero estenuato. Il quale poscia offerse +il vaso all'amico; sorrise d'un suo dolce +<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> +e luminoso sorriso; e per riposare reclinò il capo +e chiuse gli occhi, non più alla morte, ma +al sonno. +</p> + +<p> +Polla aveva fame: aveva sotto gli occhi, sotto +il naso, presente alla gola l'«estratto» ch'effondeva +quel profumo saporito, ineffabile; eppure +non lo toccò, sdegnò ristorarsi anche lui, +per tornare all'involucro volatile. Nè riusciva a +persuadersi che non sognava; la zavorra era +tutta quanta di gemme preziose! E se poteva +ingannarsi intorno alla qualità e al prezzo d'alcune +delle pietre, su altre non s'ingannava certo. +Convinto, alla fine, le depose tutte in terra, +in un mucchio, e stette a contemplarle. C'era +proprio da impazzire; tanto più che la fatica +della contemplazione accresceva la debolezza del +digiuno.... E non si risolveva ancora ad approfittar +dell'«estratto»! Solo quando si sentì +venir meno, allora prese un pizzico di polvere +dal vasetto, e parendogli néttare o ambrosia +ne prese un secondo, eppoi un terzo, eppoi +un quarto, eppoi un quinto; finchè n'ebbe +nausea; che quella roba era troppo sostanziosa +e focosa. Ma sublime! ma incomparabilmente +migliore d'ogni nostro più squisito cibo! +Inoltre, a ingoiarla, seguiva un fervore nel sangue, +come per un eccitante liquore, e una gran +fretta e lucidità di idee e una gran letizia nell'animo. +</p> + +<p> +— «Il tuo è mio!» — cantava Polla tornando +alle gemme per raccoglierle e metterne nella +<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> +sua tasca più d'una. Ma, e se il forestiero non +le teneva in conto di ciottoli ed era un borghese? +Ebbene, in tal caso, éccogli restituita la sua +zavorra! Lui, Polla, non prendeva che uno smeraldo +per far moneta, per esercitare secondo +conveniva gli uffici dell'ospitalità e provvedere +da pranzo non a sè, che non aveva più fame +e solo aveva sete di un po' di barolo ma all'ospite, +che tra poco si sveglierebbe e avrebbe +fame e sete. In ogni caso, lo strano uomo dalla +strana visita contraeva obbligo di gratitudine, +di amicizia, di compenso al disturbo.... Lui, +Polla, si prendeva dunque uno smeraldo. Una +cosa da niente in confronto al resto! Un ciottolino +da non ringraziarne nemmeno la Provvidenza, +quand'anche un socialista marxista e inscritto +al partito avesse potuto ammettere la +Provvidenza. +</p> + +<p> +Dopo di che Polla sarebbe uscito di casa, allegro +come mai in vita sua, se al limitare non +l'avessero trattenuto queste domande: Lo smeraldo +non era troppo grosso e non susciterebbe +ingiusti sospetti nel gioielliere? Qualcuno non +aveva forse visto entrar là l'uomo volante? Aveva +questi un foglio di via? Non ne sapevan +nulla le guardie di pubblica sicurezza? +</p> + +<p> +Per tutta risposta, tornò indietro, sollevò giubba +e ali; osservò meglio il piccolo e semplice +congegno di molle riposte tra seta e fodera e +provò di adattarsi quell'abito. Ma dopo inutili +tentativi s'avvide che il congegno era guasto; +<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> +forse irreparabilmente guasto! Gli bisognava restare +a terra, restar a Roma. Rassegnandosi, +Polla sostituì al grosso smeraldo un men grosso +rubino, e dimenticandosi, non di mettere questo +in tasca, ma quello nel mucchio, con uno sguardo +pieno di gratitudine stette a considerare il +forestiero che dormiva dolcemente, senza russare; +ad ammirare quell'uomo la cui bellezza assumeva +a' suoi occhi un'imagine bella come nessun'altra +mai. +</p> + +<p> +Caro amico! Si rassomigliavano senza dubbio, +lor due, quantunque Polla avesse il naso un +po' troppo aquilino, e l'altro l'avesse perfettamente +fidiaco; Polla avesse barba scarsa, dura +e rossiccia, e l'altro una barba aurea, fine e +copiosa; Polla fosse calvo e l'altro capelluto; +Polla vestisse nè con garbo nè con grazia, e +l'altro indossasse sandali, calzoni e maglia di +un'ignota materia che aderiva alle membra e +le proteggeva senza impacciarle. Ma a Polla +sembrava di vedere se stesso elevato a una razza +superiore, o sè stesso trasferito in un secolo +di perfezionamento futuro; e lieto anche di questo, +uscì e discese. Si era già accertato che +aveva ben chiuso l'uscio a chiave. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Anche l'ambrosia può far male. Polla, di ritorno +a casa con una sporta gravida di vettovaglie +e con una bottiglia di barolo vecchio, fu +costretto a sedersi sul primo gradino della scala +per riacquistar lena e rimettersi in equilibrio. +Alla testa gli si era diffuso lo spirito di quello +squisito estratto, mentre lo stomaco, contraendosi, +stentava e soffriva a digerirne la parte +soverchia, e l'intestino già cominciava a dolersi +di ricevere sostanza sconosciuta e così calorosa. +Però, consapevole dell'ebbrezza, Polla non +dubitava di non ragionare; anzi credeva di ragionare +benissimo, e ora guardando alla bottiglia, +ora premendo col braccio il petto e il portafogli, +vedeva naturale quella sua avventura +quasi inverosimile; gli pareva la cosa più +semplice del mondo che un uomo volante fosse +stato portato da una corrente aerea fino a Roma +e spinto proprio dentro la sua finestra; +giudicava agevole ottenere in dono dall'ospite +metà almeno delle pietre; pensava che dopo +ciò non gli sarebbe più necessario fare il socialista +e che se non gli riuscisse d'arrivare, +per una via o per l'altra, al paese di quel signore, +<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> +potrebbe vivere allegramente, conservatore +o borghese, anche in Europa. E i compagni? +e la promessa fede? e l'aiuto al partito? +e la teoria di Marx? e l'evoluzione pacifica? +e tutti i problemi economici e sociali? Sciocchezze! +Adesso un problema solo aveva da risolvere: +in che modo salirebbe fin lassù alla sua +stanza, al quarto piano, ahi, con la testa in giro +e le viscere commosse. +</p> + +<p> +Nondimeno, e dopo molte pause, vi giunsero +sane e salve la sporta e la bottiglia; e lui, senz'altro +male che dolori forti come morsi. Ma +allorchè intoppava la chiave Polla udì ridere +dentro la camera. Aperto che ebbe, lo straniero +gli venne incontro con viso di giocondità cordiale +e con graziosi inchini. +</p> + +<p> +— Ridete? — gemette Polla abbandonandosi +su d'una seggiola. — Io invece sono rovinato! +Accidenti...! Mai più estratti! mai più peptoni! — Quindi +premendosi con le mani: — Oh che +male allo stomaco! — aggiungeva. — Oh che +male alla pancia! +</p> + +<p> +— Stomaco?... Pancia?... — ripetè l'altro, +che non essendo tanto afflitto dalle doglie dell'amico +quanto studioso d'apprenderne e ritenerne +il linguaggio, indovinava dagli atti il significato +di quelle parole. +</p> + +<p> +— Se provassi — continuava Polla — se provassi +a mandar giù un po' d'acqua, o un sorso +di barolo?... +</p> + +<p> +— Barolo? — ripetè lo straniero. E sorridendo +<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> +alla forma della bottiglia la sollevava e la +sturava lui stesso. +</p> + +<p> +Come ebbe bevuto, a sentirsi meglio, il socialista +disse: +</p> + +<p> +— Bevetene anche voi! Bevete: è mio e vostro. +Sorseggiando un mezzo bicchiere lo straniero +ebbe una grande voluttà; sicchè, con un sospiro, +portò una mano al cuore per troppa dolcezza, +quale un uomo che non avesse mai gustato +vino. +</p> + +<p> +— Mangiate qualche cosa.... — Polla esortava, +meglio che a parole, a cenni. — Tanto, +io..., per ora almeno..., ahi!... non posso farvi +compagnia. +</p> + +<p> +Da qual paese veniva quel signore così intelligente +che subito coglieva il significato dei cenni +e delle parole e con meravigliosa facilità +fonetica ripeteva le parole udite? Era un uomo +così straniero che al veder le fragole e le ciliege +fuori della sporta, rimase come resterebbe +uno di noi a scorgere fragole e ciliege grosse +più che cocomeri! +</p> + +<p> +Non si descrivono neppure le espressioni delle +labbra, degli occhi e dell'armonico eloquio +con cui accertava che mai, mai avrebbe pensato +di trovar sì buone quelle fragole così piccole. +Anche, non gli spiacque il <i>roastbeef</i>; benchè +da prima quasi gli repugnasse e benchè +non ne mangiasse più di mezza fetta. Ma le +ciliege a dirittura lo deliziarono, lo fecero ingordo +al punto da ingoiarne il nocciolo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> +</p> + +<p> +Polla, che ora stava peggio, gli raccomandava +di mangiare senza complimenti, di mangiar tutto +e mormorava: +</p> + +<p> +— Si direbbe che costui non è avvezzo che +agli estratti e ai peptoni chimici. +</p> + +<p> +Infatti ogni incitamento divenne inutile, perchè +l'altro diede a conoscere che non solo era +sazio, ma che aveva mangiato troppo. Sempre +cortese, dopo, dimandò: +</p> + +<p> +— Stomaco?... Pancia?... +</p> + +<p> +— Ahi! — rispose Polla, a cui l'ebbrezza soltanto +era cessata, non il male. +</p> + +<p> +Per passare il tempo e arricchire la sua cultura +l'uomo volante cominciò allora a toccare +questa o quella cosa, rallegrato o stupito dalla +forma di esse e dai nomi che ai suoi atti di +richiesta gli diceva Polla. +</p> + +<p> +— Catino.... Già.... per lavarsi; e quella, sì, +la brocchetta dell'acqua.... Sedia! si chiama sedia!... +Il letto, appunto, da dormire! Questo?... +Comò!; da tenervi i vestiti..., chi ne avesse! +</p> + +<p> +A che l'altro, con prontezza di lingua e di +memoria, riepilogando: +</p> + +<p> +— Catino per lavarsi; brocchetta dell'acqua; +sedia; letto da dormire; comò da tenervi i vestiti +chi ne avesse. +</p> + +<p> +Era proprio un brav'uomo, oltre che bello; +e da qualunque parte fosse giunto, per l'ingegno +che aveva non poteva essere che un socialista. +Pertanto, in un momento di tregua, l'ospite +declinò il suo nome. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> +</p> + +<p> +— Io ho nome Polla, e voi? +</p> + +<p> +— Nome.... Polla? — Non aveva compreso. +</p> + +<p> +— Mi chiamo così! — Poscia, a spiegarsi meglio, +finse che uno lo chiamasse «Polla!», e +finse di rispondere: «Eh?» +</p> + +<p> +— Io ho nome Edon! — esclamò l'altro avendo +compreso bene. +</p> + +<p> +— Fortunatissimo, caro Edon, di offrirvi la +mia ospitalità e i miei servigi! — Polla disse, +mentre gli prendeva e gli stringeva la mano; +senza prevedere che dopo questo atto l'altro +correrebbe al catino a lavarsi. Certamente in +quel paese non usavano salutarsi in tal modo +contrario all'igiene. +</p> + +<p> +.... Ripreso l'esercizio di nomenclatura e di +lingua vi s'intrattenevano da quasi un'ora, +quando Edon, non avendo peranche finito di ridere +a veder Polla che accendeva una candela, +s'abbandonò sul letto e in puro italiano lamentò: +</p> + +<p> +— Oh che male allo stomaco! Oh che male +alla pancia! +</p> + +<p> +Era vero. Come aveva imaginato Polla, egli +non era uso che ai cibi chimicamente ridotti, +e aveva fatta un'indigestione grave di quel poco +cibo nostrano. +</p> + +<p> +Entrambi giacquero perciò fraternamente addolorati, +eppur lieti di cominciare a intendersi +e di poter chiacchierare? con le interruzioni di +gastrici ohi ed ahi! Nè è meraviglia se già prima +d'addormentarsi Polla ebbe appreso come +<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> +Edon veniva da un luogo ove tutti gli abitanti +volavano, e come era stato rapito dal vento. +E poichè i giornali avevano preannunciato un +ciclone in viaggio dall'Atlantico, giustamente il +socialista pensò che l'amico proveniva da una +qualche terra d'America; la quale, abbondando +di ciottoli ch'erano smeraldi, rubini, diamanti +e pezzi d'oro, doveva essere l'Eldorado. +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +.... — E perchè fuggire da un paese come l'Eldorado? +</p> + +<p> +— Ero infelice — mestamente rispose Edon, +e rilevò gli occhi dal vocabolario italiano-volapuk +che Polla, la mattina, gli aveva portato +a casa e da cui egli in due ore aveva imparato +quanto linguaggio basterebbe a certi eruditi +professori per uso domestico se non universitario. +</p> + +<p> +Alla risposta dell'amico, Polla s'intenerì. Non +potendo credere che in un paese dove per le +vie e per i campi tutti potevano raccogliere di +quei tali ciottoli, ci fossero divisioni di classi, +nè che dove gli uomini volavano ci fossero tiranni +e mancasse la libertà, pensò che qualche +terribile sventura, fuori dell'ordine economico e +politico, avesse colpito l'uomo a lui caro, ormai, +<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> +più che un fratello; e si propose di tenerlo +allegro, distrarlo in ogni modo e, sopratutto, +nascondergli i guai della nostra vita civile. +«Edon ha cuore — diceva fra sè —; ha l'intelligenza +di un uomo perfetto; dunque per non +affliggerlo con suicidi, delitti, miserie e con le +carneficine internazionali e i resoconti dei Parlamenti, +abolisco i giornali quotidiani!» Gli premeva +insomma che, essendo irreparabile l'ordigno +per volare, l'amico non scappasse per +ferrovia appena fosse deluso e stanco del vecchio +mondo e dopo che si fosse accorto del pregio +che vi hanno i diamanti, gli smeraldi, i rubini +e anche i pezzi d'oro. +</p> + +<p> +Certo, sarebbe stato meglio per ambedue che +Edon non apprendesse mai il potere delle gemme +e dei quattrini in cui Polla le convertiva; +e da bravo amico Polla ci si provò, recandosi +lui solo dai gioiellieri con una o due pietre +alla volta e piccine, e pagando di nascosto i +conti all'albergo nel quale s'erano trasferiti. +Ma presto l'altro volle andare in tram, dove +curiosamente vide scambiare i soldi coi biglietti. +</p> + +<p> +— Non usano questi da voi? — chiese l'amico +con faccia tosta, mostrandogli le monete. +</p> + +<p> +Edon sorrise; negò col capo; cercò di esporre +l'ordinamento economico della sua patria. Ivi +i quattrini non usavano più da secoli, perchè +vi abbondavano i frutti della terra da cui la +scienza chimica traeva e riduceva gli alimenti; +<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> +vi abbondavano inoltre i prodotti del suolo necessari +alle arti e alle industrie, sì che ciascuno +viveva secondo il proprio bisogno e secondo il +proprio desiderio. +</p> + +<p> +Polla era rimasto intontito, quasi a ricevere +un colpo di mazza sulla testa. +</p> + +<p> +— Come? — gridò poi. — Non solo ci avete +la realtà dell'ideale socialista, ma anche dell'ideale +anarchico! +</p> + +<p> +— Ideale socialista?... — ripeteva Edon traendo +il vocabolario, — Ideale anarchico? —; e +intanto Polla ricorreva alla difficoltà più grande +che aveva incontrata ne' suoi studi e nella sua +fede. +</p> + +<p> +— Dite, dite — domandò: — in che modo vi +regolate, voialtri, per la misura del lavoro? +</p> + +<p> +Edon non comprendeva e stava per chiedere +più ampia spiegazione, quand'ecco uscì lui pure +in un oh! di meraviglia, perchè scorse scintillare +la mano di una <i>cocotte</i> che avevano di +fronte. +</p> + +<p> +Il socialista era divenuto di bragia in volto, +non per pudore. Susurrò in fretta all'orecchio +dell'amico: +</p> + +<p> +— È un brillante falso!... È una <i>cocotte</i>. +</p> + +<p> +Ma già lo sguardo di Edon aveva sorpreso +in altre mani senza guanti, oro e smeraldi, e +fu bell'e fatta; che se gli anelli si portavano +per ornamento, avevano un pregio, e se avevano +pregio gli anelli, ne avevano anche le +pietre; e se per andare in tram erano necessari +<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> +i soldi, più soldi dovevano essere necessari +per adornarsi mani e orecchie.... In conclusione, +Polla dovette chiedere l'ordinamento +finanziario ed economico del nostro sciagurato +paese, e, quasi fosse una bella cosa, permettere +all'ingenuo fratello di tornare a casa perchè +voleva pietre da cambiare subito in valute! +</p> + +<p> +Ah quanto Polla fu pentito di non aver messo +da parte per sè alcuno dei brillanti più grossi! +Che colpa essere troppo onesti! +</p> + +<p> +Per fortuna Edon era buono, ingenuo al pari di +un bambino, nè avvertì altri guai dopo quello +della moneta. Anzi per le strade e per le piazze +manifestava una giocondità, una meraviglia, +una beatitudine a cui era difficile trovare confronto. +Si meravigliava e godeva come noi +quando fossimo trasportati d'improvviso in una +illustre città al periodo splendido del Rinascimento +e vivendo di quella vita, per noi oggi +storica e fantastica insieme, conservassimo l'illusione +per cui il passato ci sembra più bello +del tempo presente, e di quella età conoscessimo +i beni senza conoscerne male alcuno. Ora +attonito, ora ilare, ora meditabondo a cercare +la ragione di una cosa e, trovatala, giulivo ed +entusiasta, Edon non si stancava di correr qua +e là sebbene non fosse avvezzo a girar molto +e quantunque tanto frastuono di ruote e di carri +lo stordisse. In estasi a dirittura lo traeva la +vista delle signore, così eleganti negli abili diversi; +<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> +così agili e provocanti nelle forme; così +facili al sorriso nel salutare; così flessuose +nell'incedere, così graziose nell'arrestarsi, nel +sogguardare, nel porgersi allo sguardo altrui. +Commentando l'ammirazione sua propria, che +le costringeva a dolci soliloqui, egli con interrotte +parole riferiva all'amico che nel suo paese +ragioni di pubblica salute avevano privata +di grazia la donna abolendo busti e cinture, e +che l'igiene v'imponeva una sola e pallida tinta +nelle stoffe, e, che, per di più, il perfezionamento +della specie aveva condotto il genere femminile +a quasi un sol tipo; onde qua da noi +gli piacevano fin le brutte. Ma quasi non minore +diletto gli dava la vista dei cavalli, il +nobile e mite animale espulso d'Eldorado dal +progresso meccanico. +</p> + +<p> +— Non ci avete nemmeno asini? — domandò +Polla. +</p> + +<p> +— Asini? — Edon consultò il vocabolario. +</p> + +<p> +Più resistenti, di asini ne restava qualcuno +anche là. E i tram? +</p> + +<p> +I tram elettrici non gli erano riusciti del tutto +nuovi, ricordandosi d'averne visti, sebbene costruiti +meglio, nella sua fanciullezza. +</p> + +<p> +Del resto, troppo ci sarebbe a dire intorno le +impressioni ch'egli riceveva dalla vita multiforme +e molteplice della grande città; dai monumenti +storici per noi e quasi preistorici per +lui; dalle case e dai palazzi moderni per noi e +per lui antichi: basti affermare che un ragazzo +<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> +venuto di campagna o un barbaro si sarebbe +divertito meno. +</p> + +<p> +Ma nessuna sorpresa di Edon doveva superare +quella che per Edon medesimo ebbe Polla. +Il quale, non potendo accontentare l'amico desideroso +di vestire a mo' d'un ufficiale dei corazzieri +o di un ufficiale di cavalleria, il giorno +dopo fu costretto a istruirlo intorno agli eserciti +permanenti e a rivelargliene i danni con +non poche maledizioni tribunizie a tutte le nazioni +europee. +</p> + +<p> +Ebbene, Edon il quale già parlava spiccio +(oh che disposizione alle lingue!) ribattè che +quella degli eserciti gli sembrava un'istituzione +saggia. Aggiunse press'a poco: +</p> + +<p> +— La guerra è nella natura delle cose, degli +animali e degli uomini; ma noi d'Eldorado, che +abbiamo aboliti gli eserciti, abbiamo violata la +natura. Miseri noi! +</p> + +<p> +Polla, che non voleva disgustarlo, si strinse +nelle spalle e si limitò a ripetere che gli eserciti +costavano troppo. +</p> + +<p> +Invano: l'uomo d'Eldorado era già persuaso +che nel costo delle cose, cioè nel comprare e +nel vendere, e nell'uso del denaro fosse la più +attiva forma di civiltà e di progresso; giudicava +che il lavoro a salario fosse proficuo alla +«produzione» e alla vita d'un popolo; e ragionava +press'a poco così: +</p> + +<p> +— Chi spende di più, è più forte! Chi è più +<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> +forte, è più potente! Chi è più potente, è più temuto! +Chi è più temuto è più glorioso! Chi è +più glorioso, è più contento! Beati gli europei! +beati voi, o italiani! +</p> + +<p> +Allora Polla, invece d'urlare come nei comizi, +tacque; finchè disse: +</p> + +<p> +— Levatemi una curiosità. In che modo vi regolate +da voi per lo scambio dei prodotti? Mi +spiego: voi che professione esercitavate laggiù..., +o lassù? +</p> + +<p> +— Il giardiniere. +</p> + +<p> +— Bella professione! Ma che regola avevate +nel dare i fiori in cambio o dei cibi o dei vestiti +o degli ordigni per volare? Che regola vi +hanno tra loro i commercianti, i professori, gli +operai? +</p> + +<p> +Sorridendo alla domanda strana e inutile, rispose +Edon: +</p> + +<p> +— L'educazione. +</p> + +<p> +— L'educazione? — urlò Polla. +</p> + +<p> +Già: per educazione lavoravano tutti; per educazione +non richiedevano più del ragionevole +negli scambi. Ad esempio lui, Edon, che faceva +il floricultore, non avrebbe mai voluto da un +meccanico più d'un paio d'ali, o più d'una poesia +da un poeta, per un mazzo delle sue rarissime +rose azzurre. +</p> + +<p> +«Oh povero me! — pensava Polla — in Eldorado +sono a tal punto?» In che modo avrebbe +dunque potuto illudere e ingannare a lungo nelle +belle apparenze della nostra società un uomo +<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> +disgraziato senza dubbio in famiglia, ma allevato +in una società così perfetta? +</p> + +<p> +— A parte le disgrazie domestiche — mormorò +il socialista, prima uso a sbraitare, — quali +cittadini, voi d'Eldorado, sarete felici. +</p> + +<p> +Non l'avesse mai detto! +</p> + +<p> +— Felici? — gridò Edon a voce alta, rosso +in viso quale non era stato mai. — Felici in +un paese dove il valore delle cose è determinato +dall'educazione? dove la ricchezza non è +premio alla fatica? dove non si lavora per guadagnarsi +il pane col sudore della fronte? — Si +arrestò mormorando a sua volta qualche parola +del suo armonioso linguaggio: forse bestemmie, +forse insolenze; poi, data un'occhiata +al vocabolario per rimettersi, riprese: — In +Eldorado è sconosciuto il piacere d'adempiere +i propri doveri, la voluttà del sacrificio! L'istinto +battagliero dell'uomo vi si è perduto! +Mentre voi avete fino i re, i presidenti di repubblica, +i pontefici, noi non abbiamo nemmeno +i <i>policemen</i>! Oh sì.... la felicità degli uomini +è nella disuguaglianza economica, civile, +morale! +</p> + +<p> +«È pazzo!» pensò Polla, mentre si mordeva +le labbra; e taceva. Egli, che amava le polemiche, +era costretto a non discutere, per paura +di disgustar l'amico; era costretto a non svelare +i mali segreti della nostra misera civiltà. «È +matto da legare!» +</p> + +<p> +La sorpresa e la paura del bravo socialista +<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> +scemavano solo al pensiero che un ignoto dramma +domestico avesse turbate le facoltà mentali +dell'amico. +</p> + +<p> +Ma l'altro intanto pareva attendere una conferma +alla sua sentenza. E allora Polla, non +ostante il suo prudente proposito, non potè non +sorridere e non dire: +</p> + +<p> +— Io però credo che in Eldorado non si stia +male come voi dite. Vorrei andarci! +</p> + +<p> +L'amico lo guardò negli occhi. A vedere che +non scherzava, rimase triste e silenzioso. Non +parlò più sino a che non rientrarono all'albergo; +dove, abbandonando il vocabolario, parlò +per chiedere: +</p> + +<p> +— Come chiamate voi uno a cui?... — e fece +con la mano un gesto che significava il cervello +andato a rovescio. +</p> + +<p> +Polla comprese. +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +«Benissimo! — pensava il buon Polla. — Il +pazzo sono io che non voglio affliggerlo; che +ho vergogna delle nostre colpe sociali; che non +lo condurrò mai per gli ospedali e per le carceri!» +</p> + +<p> +Pietoso dell'amico e di sè stesso, a ricordarsi +<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> +che l'amico doveva avere avuta una terribile +sventura e che ora sapeva quante pietre +componevano il gruzzolo, non lo conduceva +nemmeno ai teatri ove si rappresentavano o i +drammi di Ibsen o melodrammi così patetici da +far ammattire i savi. +</p> + +<p> +— Al teatro quando ci andiamo? — Edon chiedeva. +</p> + +<p> +E Polla: +</p> + +<p> +— Io non sono robusto come voi. Giriamo +troppo il giorno, e mi vien sonno presto. +</p> + +<p> +Era assonnato e stanco all'avemaria. Pure +egli promise che se dessero l'<i>Albergo del libero +scambio</i>, ve lo accompagnerebbe. +</p> + +<p> +Or mentre il terzo giorno di quella vita fraterna +vagavano per le strade udirono avanzare +una sinfonia lemme lemme e videro crescere, +in distanza, la folla. Polla subito cercò +trar via seco l'eldoradese. Ma questi, al contrario, +desiderava sapere che cosa ci fosse da +vedere. +</p> + +<p> +— No....; andiamo! Non è uno spettacolo +per voi. +</p> + +<p> +— Che è? che è? +</p> + +<p> +Rispose un signore molto gentile: +</p> + +<p> +— Un trasporto.... +</p> + +<p> +— Un trasporto? — fece Edon, resistendo all'amico +che lo tirava per la giacca. +</p> + +<p> +— Sì. Portano un brav'uomo all'ultima dimora. +Andiamo! +</p> + +<p> +Ma fu peggio di prima. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> +</p> + +<p> +— All'ultima dimora?... +</p> + +<p> +Arrabbiandosi, Polla esclamò: +</p> + +<p> +— Al cimitero: non capite? +</p> + +<p> +E il signore: +</p> + +<p> +— È un patriotta che una polmonite ha ucciso +in tre giorni. +</p> + +<p> +E Polla, con ira già sarcastica: +</p> + +<p> +— Non usano le polmoniti da voi? +</p> + +<p> +Veramente Edon non aveva notizia di tali malanni. +Anzi, alla richiesta se in Eldorado si godesse +buona salute, rispose: +</p> + +<p> +— Ottima. Abbiamo, oltre l'igiene, un'acqua +pura come l'aria. Poi ai piedi del nostro monte +il clima è caldo; a mezza costa, è primavera +continua, e freddo in alto; cosicchè a guarire +le nostre piccole e rare indisposizioni e a +trovar la stagione conveniente per ogni organismo, +ci basta mutare residenza e volare di qua +o di là. +</p> + +<p> +— Se crederete che da noi le malattie sono +molte e gravi — amaramente osservò allora +Polla —, se crederete che da noi si muore +anche a venti anni, ammetterete che per questo +almeno si sta meglio in Eldorado che in +Europa. +</p> + +<p> +Ma Edon non si diè vinto. +</p> + +<p> +Disse: +</p> + +<p> +— Mi ricordo che il mio bisnonno viaggiando +all'estero una volta s'ammalò, e soleva dire che +il maggior piacere della vita si prova nella convalescenza. +Ecco un piacere che noi non gustiamo +<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> +mai. E poi non pensate all'afflizione della +scienza che in Eldorado troppo di rado può +vantarsi di salvare un uomo? +</p> + +<p> +Il funebre convoglio frattanto si avvicinava: +quattro cavalli bardati in nero e coi pennacchi; +il cocchiere nero e rigido; fiori su la carrozza +e ai lati; e quei signori che reggevano i cordoni +con il viso impresso dell'onore meritato; +e la turba dietro, fra cui ogni persona pareva +compiacersi d'essere vista. Poichè la musica +sonava così adagio e tutti camminavano +così piano. Edon aveva ragione di credere che +tutti amassero di essere visti e di vedere; in +particolar modo le signore e le ragazze, delle +quali più d'una rispondeva con un sorriso a +più d'un sorriso. +</p> + +<p> +Edon, pertanto, allegro e festoso entrò nel +corteo, dicendo a Polla che pur troppo al suo +paese la morte non meritava alcuna pompa: +vi appariva un fenomeno molto semplice: una +materiale trasformazione. Da tempo immemorabile +gli scienziati vi avevano scoperto il modo +di decomporre elettricamente i corpi morti +e di restituire le cellule alla natura affinchè le +usasse in nuovi uffici. Per la qual fede scientifica +non era rimasta in loro alcuna traccia di +una esistenza spirituale al di là di quella decomposizione; +nè temevano la morte come trapasso +a castighi, nè la desideravano come viaggio +a miglior vita. Per essi non c'era «ultima +dimora». Per essi inutili e ridicole sarebbero +<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> +state la musica e le lagrime. Imaginarsi poi i +discorsi! +</p> + +<p> +E quando la carrozza finalmente fece sosta +e un oratore prese a parlare con tutte le forze, +Edon si mise in ascolto: approvava anche lui, +contentissimo, le più nobili frasi; quali: «il +desiderio che l'integro, intemerato cittadino lascia +di sè»; il «cavaliere senza macchia e senza +paura»; il «benefattore e l'amico dei poveri»; +il «patriotta ardente».... «Addio, amico! +Che la terra ti sia leggera!» +</p> + +<p> +Finito ch'ebbe il primo, fra un mormorio di +assenso unanime, un secondo oratore prendeva +la parola. Ma adesso Edon tirò la manica di +Polla accennando l'oratore già vuoto che consegnava +un foglietto a un giovane salutante a +destra e a sinistra. +</p> + +<p> +— Chi è? Perchè? — Edon chiedeva. +</p> + +<p> +Polla rispose: +</p> + +<p> +— È un giornalista; gli ha dato il sunto del +discorso. +</p> + +<p> +— Dunque — esclamò Edon — la gloria dei +morti giova da voi anche alla gloria dei vivi? — E +sospirava; pareva dire: «Proverò io mai +il conforto di rammentare al pubblico la virtù +d'un amico estinto? Morirete prima voi, +Polla?» +</p> + +<p> +Tutti adesso chiacchieravano, perchè il secondo +elogio era noioso; mentre Polla, sempre +più a disagio, cercava togliere all'amico illusioni +inutili: che a lodare un morto non era necessario +<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> +averlo ben conosciuto in vita; che, in +sostanza, le virtù domestiche e civili essendo +sempre quelle, le lodi ai morti eran sempre +quelle; che non essendo opportuno nell'ora del +compianto rammentare vizi e difetti, ma essendo +invece di consuetudine i discorsi funebri, si +attribuivano molte virtù anche a chi non ne +aveva mai avute. +</p> + +<p> +Ah! Edon era quasi fuori di sè per ammirazione. +</p> + +<p> +— Beati voi! Voi potete vivere da birbanti e +morire tranquilli; chè i giornali diran bene di +voi: voi potete viver bene con la speranza in +un futuro premio, o viver male con la speranza +del perdono.... +</p> + +<p> +Ma d'improvviso l'eldoradese s'interruppe. +</p> + +<p> +— L'<i>Albergo del libero scambio</i>! — fece, accennando +a un uomo che tra la folla del trasporto +recava al disopra di un'asta quell'annuncio +<i>réclame</i>. +</p> + +<p> +— Questa sera a teatro! — aggiungeva Edon +fregandosi le mani. +</p> + +<p> +Il socialista cominciava a smarrirsi. Invero, +un uomo che si era divertito tanto a una funzione +funebre, logicamente poteva rattristarsi +a una <i>pochade</i>; e, d'altra parte, se Edon non +era rimasto commosso a uno spettacolo di +morte, non doveva esser stata la morte di qualche +persona cara che l'aveva indotto a fuggire +d'Eldorado. Forse il tradimento d'una donna +amata?... Ma v'ha <i>pochade</i> senza inganni di +<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> +donne? E che accadrebbe a tale spettacolo?... +Invece che ridere, Edon, forse, s'appassionerebbe.... +</p> + +<p> +E Polla balbettò: +</p> + +<p> +— Penso ora che all'<i>Albergo del libero scambio</i> +vi scandalizzerete. È una commedia immorale. +</p> + +<p> +A che Edon: +</p> + +<p> +— Bene! Ne sono così stanco, io, dell'arte +morale! +</p> + +<p> +Quella sera dunque bisognò andare a teatro. +</p> + +<p> +Povero socialista! Non solo il compagno fu +rapito sin dalle prime scene all'azione comica; +non solo dopo il primo atto battè le palme sin +quasi a scorticarle (nel suo paese non usava) +e mostrò d'agitarsi nel vortice del secondo atto, +come s'egli medesimo si trovasse a quei casi +allegri e a quegli equivoci ameni: al calar della +tela, dopo il secondo atto, proclamò: +</p> + +<p> +— Questa è arte! +</p> + +<p> +— A me sembra roba inverosimile — osservava +Polla. +</p> + +<p> +— Appunto questo è il bello! Disgraziatamente +in Eldorado si ostinano a credere che il +bello consista nella rappresentazione del vero! +Io credo invece che la vita rappresentata in teatro +possa essere piacevole per i ragazzi, che non +la conoscono; non per gli uomini e per le donne +che non hanno più nulla da imparare. +</p> + +<p> +Polla ascoltava a bocca aperta. +</p> + +<p> +— Aggiungete, amico — l'altro proseguiva —, +<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> +che la perfezione è noiosa per sè stessa e che +la vita in Eldorado è pur troppo quasi perfetta. +Imaginate dunque come si sbadiglia nei nostri +teatri! +</p> + +<p> +Per fortuna la piccola orchestra, nell'intervallo, +cominciò a stonare in tal modo il valzer +della <i>Madame Angot</i> che Polla fu costretto a +turarsi gli orecchi. Ed ecco che quando scostò +le dita, udì Edon mormorare in estasi: +</p> + +<p> +— Questa è musica! — L'amico cantarellava, +accompagnando le stonature e stonando allegramente +per conto suo. +</p> + +<p> +Non solo! Non solo! Voleva anche giustificarsi! +</p> + +<p> +— La nostra musica suscita desideri incerti, +desideri e sensazioni dell'infinito; fa piangere...; +fa male. La vostra al contrario, che delizia! +</p> + +<p> +Per non arrabbiarsi, il socialista chiese: +</p> + +<p> +— E in letteratura voi come state? +</p> + +<p> +Risposta: +</p> + +<p> +— La nostra poesia è di una nobile semplicità, +non nego; ma così semplice che tutti la +capiscono. Si scarseggia pure in aggettivi, pretendendosi +dipingere con l'armonia e con la +precisione dei vocaboli. Ora io domando a voi +se la poesia, che di sua natura è sublime, dev'essere +semplice e compresa da tutti e se si +può dipingere, fuori della fotografia, senza colore! +</p> + +<p> +— E la pittura? e la scultura? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> +</p> + +<p> +Questa volta Edon sospirò: +</p> + +<p> +— Non v'ha artista da noi che goda a imitare +con l'opera del suo pennello e del suo cervello +la divina natura. +</p> + +<p> +— Oh! perchè? +</p> + +<p> +— Noi abbiamo la fotografia a colori e chiunque +abbia un po' di genio artistico può introdurre +l'arte nella natura stessa e fare che questa +si ritragga da sè. Bel gusto! Della scultura, +infine, è inutile parlare. Non ne facciamo uso +come fate voi. Nelle nostre scuole s'insegna che +non i monumenti ma le opere debbono consacrare +l'immortalità, e i grandi morti s'imparano +a conoscere nelle scuole, non per le vie e +per le piazze. +</p> + +<p> +Interruppe, gridò Polla: +</p> + +<p> +— Voi dunque non avete monumenti? +</p> + +<p> +— No. Nelle nostre piazze e nelle nostre strade +non ci sono che case e alberi: perciò non sono +amene come le vostre. +</p> + +<p> +A questo punto l'altro si mise a ridere con +apparenza insolente. +</p> + +<p> +— Perchè ridete? +</p> + +<p> +— Pensavo al dottor Panglos. +</p> + +<p> +— A chi? +</p> + +<p> +— Al dottor Panglos: un filosofo che trovava +tutto bello, tutto a meraviglia.... +</p> + +<p> +— Io sono un giardiniere e non un filosofo — disse +Edon — e non oso dir tanto. Dico solo +che qui da voi si sta meglio che in Eldorado; +perchè in Eldorado tanti beni sono cagione di +<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> +grandissimi mali e qui, al contrario, molti mali +sono cagione di grandissimi beni. +</p> + +<p> +— Ma in nome di Dio! — esclamò l'amico +non sapendo più quello che si dicesse. — Non +siete fuggito di là anche per una sventura domestica?... +Quale fu? +</p> + +<p> +I vicini zittirono. La tela si alzava al terzo +atto. +</p> + +<p> +E, dolente, Edon mormorò: +</p> + +<p> +— Ve la dirò dopo.... Ora lasciatemi godere. +</p> + +<h3> +V. +</h3> + +<p> +Sospirando come chi è tratto a ricordare la +sua maggiore sventura, Edon cominciò: +</p> + +<p> +— La compagna che io m'ero scelta nella +vita, la donna che io amava, la donna che mi +amava, era un angelo. Dal giorno del nostro +connubio, quasi un anno vivemmo felici; d'una +incredibile, divina felicità; quindi, a poco a poco, +vivemmo meno bene, finchè la nostra esistenza +divenne insopportabile. +</p> + +<p> +Disse Polla, già dolente della sua richiesta +inopportuna e dolorosa: +</p> + +<p> +— Non andavate d'accordo...? +</p> + +<p> +Edon gli volse lo sguardo di uno che tema +d'essere canzonato. +</p> + +<p> +— Andavamo troppo d'accordo! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> +</p> + +<p> +E poichè l'amico, a sua volta, lo fissava con +sospetto, aggiunse: +</p> + +<p> +— Sì! Eravamo eravamo d'indole e carattere identici; +ci amavamo tanto che l'amore aveva soffocato +in noi ogni egoismo; aveva distrutta in noi +ogni forza d'indipendenza: io viveva per lei, +e lei per me; io non potevo vivere senza di +lei nemmeno un secondo, e lei non poteva vivere +senza di me: così giunse presto il giorno +che non potemmo più vivere nessuno dei due. +</p> + +<p> +Era troppo! Pareva a Polla di destarsi come +a una rivelazione improvvisa; e rosso, prima, +di rabbia; poi giallo di bile, con lo sguardo velato +e la voce tremante gridò: +</p> + +<p> +— Finalmente vi ho compreso! Voi scherzate.... +Ma con me tutt'al più si discute: non si +scherza! +</p> + +<p> +— No, amico: non scherzo. +</p> + +<p> +— Voi mi avete preso in gioco, sempre. Siete +entrato perciò dalla mia finestra! +</p> + +<p> +— No, in verità. +</p> + +<p> +— Voi mentite! Siete un «emissario» della +borghesia! +</p> + +<p> +Allora, con severità tranquilla, disse Edon: +</p> + +<p> +— Noi in Eldorado non conosciamo l'arte della +menzogna. Non dovendo mentire per necessità, +cioè per politica, per industria, per commercio, +per patriottismo, per la storia, per la gloria, per +l'arte e per l'amore (l'amore pur troppo è libero +da noi), noi non diciamo bugie neanche per +divertimento. Appunto per questo, perchè non +<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> +seppi ingannare e fingere, la mia vita coniugale +doveva essere tanto infelice! +</p> + +<p> +«Pensate che quello che io volevo, la mia compagna +voleva; quello che lei voleva, io volevo; +e a poco a poco io non volli più nulla, +aspettando che volesse lei; e ugualmente faceva +lei con me. Imaginatevi un amore senza volontà; +una funzione senza affanni, senza virtù, +senza conforto. D'altra parte, noi ci leggevamo +nell'anima in modo che ogni tentativo +di ridestare la fiamma amorosa era inutile; e +se io accusavo qualche malanno imaginario per +farla soffrire, essa non mi credeva; e s'essa +accennava a qualche suo particolare godimento, +a qualche suo proprio capriccio per ingelosirmi, +io vedeva in lei un inutile sforzo. +</p> + +<p> +Che noia! Che tedio! Che accidia! Ma voi +direte che io avrei potuto dividermi dalla mia +compagna; cercarmene un'altra. Ahimè! Da +noi le donne, perchè l'amore è libero, sono +fedeli; e la mia, per quanto si annoiasse, non +credeva di poter trovare un amico mio da preferirmi. +Io poi vedendo che le nostre donne +si rassomigliano tutte, come già vi dissi, non +sperai di trovarne una che mi risparmiasse la +noia e la sazietà, e con un supremo sforzo +fuggii su le mie ali abbandonandomi ai venti +di oltre mare.» +</p> + +<p> +Sopraffatto dagli argomenti di un avversario, +più d'una volta Polla aveva dato di piglio a una +seggiola e aveva dimostrata con quella la filantropia +<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> +della sua fede; ma ora stava cheto, +a testa bassa. L'altro lo credette in meditazione +su gl'inconvenienti dell'amore libero, e proseguì: +</p> + +<p> +— In Europa, per quello che m'imagino, la vita +matrimoniale dev'essere deliziosa. Essendo un +vincolo il matrimonio, ai coniugi verrà spesso +la voglia d'infrangerlo; cosicchè l'uno cercherà +ogni via per sedurre e avvincere sempre più +l'altro. Il sospetto del tradimento diventerà esca +all'amore; mentre non sarà difficile distrarsi, +ingannarsi a vicenda, senza che l'uno sappia +o mostri sapere dell'altro. Voi, Polla, non prendete +moglie? +</p> + +<p> +— Io.... — mormorò Polla, sconfortato, desolato, +quasi in tono di chi invoca pietà: — Io.... +sono socialista. Predico il libero amore! +</p> + +<p> +Allora Edon, pentito della sua richiesta inopportuna +e dolorosa: +</p> + +<p> +— Perdonatemi se vi ho afflitto; perdonatemi, +amico, se dopo la vostra confessione, sono +obbligato a confessarvi che d'ora innanzi mi +vedrete fare l'onesto borghese. In Eldorado non +mi ci vedono più! Ma voi non mi abbandonerete, +è vero, Polla? Sebbene abbiamo opinioni +contrarie, noi staremo allegri; discuteremo; ci +godremo i frutti delle mie pietre; e quando io +avrò preso moglie (con vincolo, s'intende, civile +e religioso), noi vivremo felici tutti e tre. +</p> + +<p> +Povero Polla! «I frutti delle <i>mie</i> pietre» aveva +detto Edon: non delle <i>nostre</i>! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> +</p> + +<h3> +VI. +</h3> + +<p> +In questo mondaccio europeo sono rare le +amicizie che non sussistano o per concordia di +opinioni, o più tosto per concordia di affari e +di vantaggi. Supponendo che Edon e Polla, oramai +troppo discordi in idee, smarrissero le pietre +preziose, chi non giudicherebbe naturale la +fine della loro consuetudine fraterna? Ma smarrire +le pietre non potevano, perchè le custodivano +dentro una piccola cassaforte che aprivano +ogni sera, traendone a seconda del bisogno +più o meno grossi zaffiri, o rubini, o smeraldi, +o diamanti, o ciottolini d'oro da convertire in +moneta. +</p> + +<p> +Quando, un giorno, dopo aver comperato cavalli +e carrozze. Polla di malavoglia brontolò: +</p> + +<p> +— Bisognerà metter mano a qualche bel diamante — e +con il consenso dell'amico avanzò +verso il ripostiglio della cassaforte. Avanzò; retrocedette; +si rivolse pallido come un moribondo; +die' un grido.... +</p> + +<p> +La cassa non c'era più! +</p> + +<p> +Nè l'altro aveva ancora mosso palpebra, che +già Polla scendeva a precipizio le scale dell'albergo +urlando: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> +</p> + +<p> +— Al ladro! al ladro! +</p> + +<p> +Ma anche il ladro non c'era più. Accorrevano +il proprietario dell'albergo, e camerieri, cittadini +e forestieri; interrogavano tutti in una +volta Edon, il quale si stringeva, sorridendo, +nelle spalle; interrogavano Polla che rispondeva +con rotte parole: +</p> + +<p> +— La nostra cassaforte!... Questa notte c'era.... +Pigliatelo! Pigliatelo! Poveretto me! +</p> + +<p> +Fin le guardie vennero. +</p> + +<p> +Queste, non essendo presente il ladro, esortarono +Polla d'accompagnarle in questura; a che +egli accondiscese volentieri per timore che non +arrestassero lui. E quando tornò, apparve disperato +più di prima. +</p> + +<p> +— Ci s'immischia la Pubblica sicurezza — lamentava. — Addio +pietre! addio ladri! +</p> + +<p> +A tanta disperazione, rispose Edon: +</p> + +<p> +— Poco male, amico! Anzi un bene; ora per +vivere dovremo lavorare! dovremo combattere! +Coraggio!... Ora noi vivremo davvero! +</p> + +<p> +In tal guisa fu dato l'ultimo strappo alla pazienza +di Polla. Certo che la cassaforte non sarebbe +stata ricuperata mai più, egli parlò con +sfogo veemente, con sollievo come da un peso; +parlò da fiero nemico e vendicatore solenne; da +oratore popolare: parlò inoltre con eleganza, per +superare Edon che ormai parlava meglio d'un +accademico. +</p> + +<p> +— Sciagurato! Stolto! Sappi che qui, in questo +mondo civile che tu vedi così bello, qui dove +<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> +si deruba un ottimista ingenuo come te e si +rovina un socialista convinto come me, qui, ai +nostri giorni, c'è chi patisce la fame mentre il +borghese usurpa la mercede all'operaio; c'è il +ragazzo che ammala nell'officina mentre il capitalista +presta a usura; c'è la madre senza +pane per i suoi figli mentre la dama s'adorna +dei diamanti che ci hanno rubati! E c'è la vergine +che si prostituisce; e c'è il vizioso che per +bruciarsi le viscere con l'acquavite commette +lenocini e infamie; e ci sono i forti che deprimono +i deboli; e c'è la legge intessuta di cabale +e la giustizia cieca e sorda alle ingiustizie +e ai soprusi! Qui si vende l'onore! Qui gli onori +si comprano! Qui lo sciagurato uccide! Qui l'infelice +si uccide! +</p> + +<p> +Dopo di che, non sapeva più che cosa dire. +</p> + +<p> +Ma col suo dolce sorriso Edon ribattè dolcemente: +</p> + +<p> +— Certo: la miseria, il vizio, il delitto, il suicidio +sono grandissimi mali. Però non così +grandi che non permettano qualche bene. Ditemi: +vi pare una gran prova di amore e di +fratellanza scambiare senza fatica quattro rose +azzurre con un paio d'ali? Ma io imagino la +consolazione di un affamato che riceva il pane +dal fratello; io non so imaginare il piacere di +chi offre il mantello a chi ha freddo. Credete +che sia molto meritevole la virtù in chi non ne +conosce il rigore e vi s'abitua da ragazzo come +a mangiare? Oh il sublime cómpito di piegare +<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> +il potente a pro del debole! di redimere la +donna! di soccorrere il ragazzo! di evitare il +delitto! di salvare il disperato! Oh il piacere +del vizioso che torna alla virtù, del potente mitigato, +della prostituta redenta, dell'omicida perdonato, +del suicida.... +</p> + +<p> +— Domani...! — interruppe l'altro tendendogli +contro il braccio minaccioso. — Domani ti condurrò +in Parlamento! A Montecitorio! — urlava. — A +Montecitorio! — quasi volesse condurlo +all'inferno, o alla fonte di tutti i mali. +</p> + +<p> +Ma Edon non tacque. Disse: +</p> + +<p> +— Grazie. In Eldorado, ove il prato abbonda, +le pecore pascono senza fretta, senza angustie, +senza litigi; quasi senza far nulla. Sono proprio +curioso di conoscere come si governa un popolo +che si agita e opera. Domani, finalmente, +vedrò e udrò i dibattiti da cui sfavilla l'ingegno, +scaturisce la verità, prorompe la civiltà, s'eleva +il progresso! +</p> + +<h3> +VII. +</h3> + +<p> +Quella seduta del 14 giugno, al Parlamento, +fu degna di storica memoria e di lagrimevole +ricordo. Fu degna di storia, non perchè si dovesse +deliberare e si deliberasse una legge intorno +all'incremento delle industrie e dei commerci, +<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> +o alla cultura intellettuale o agricola. +Non si doveva trattare che di certe riforme +al regolamento; per cui, secondo una parte dell'assemblea, +sarebbe possibile discutere senza pericolo +di vita, e per cui, secondo l'altra parte, +non sarebbe più possibile discutere senza pericolo +della libertà. E se perciò tutti o quasi +tutti i deputati furono presenti, e i cronisti del +giorno dopo riferirono come le tribune erano +affollate e come la tribuna delle signore, fresche, +a tutte le età, negli abiti estivi e a varie +tinte, dava l'imagine d'una smaltata aiuola; +neanche per questo rimase una memorabile +seduta. +</p> + +<p> +Nè si creda fossero lagrimevoli i discorsi che +vi si tennero. Si ebbero appena due oratori: +primo, l'onorevole Malchiori; e la sua orazione, +quantunque la bella frase «violazione delle +garanzie statutarie», vi ricorresse dodici volte, +e nove volte l'altra di «sacro diritto della parola», +fu interrotta da <i>basta!</i> da <i>uh</i> di protesta +e da <i>bravo!</i> in tono ironico; e non potè durare +più di mezz'ora. +</p> + +<p> +Quanto all'onorevole Stigliani, egli fu costretto +anche a maggior brevità da un suon di tamburi +che gli teneva troppo grave bordone e che +ottenevano le mani battute sui banchi; onde, invece +di piangere, si rideva. E se le sue ultime +parole: «.... la maggioranza saprà vincere senza +violenza, con la ragione, con l'educazione, con la +virtù....» suscitarono esse la tempesta, neppure +<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> +per ciò si dice che quella fu una seduta degna +di storia e di compianto. +</p> + +<p> +E nemmeno fu tale per la disgrazia che capitò +all'autorità del Presidente. Il quale dopo +aver rotti due campanelli, al cominciare delle +sfide («Forcaioli!» e «Buffoni!»; «Sanculotti!» +e «Sanfedisti!» etc), comprese difficile sorreggere +la dignità dell'Assemblea e allungò la mano +a destra.... Invano. Volse la mano a sinistra.... +Invano: il cappello, che cercava per coprirsi, +era sparito! Un ministeriale credendo +certa la vittoria per il Governo quando fosse +possibile venire a un voto, s'era tranquillamente +seduto al suo scanno con due cappelli su le +ginocchia. +</p> + +<p> +Nè, infine, importano alla storia e alla pietà +umana i conflitti frequenti e comuni a tutti i +parlamenti europei; così piacevoli, del resto, a +vedere dall'alto. +</p> + +<p> +A Montecitorio quel giorno si scorgeva e si +ammirava una confusa agitazione di teste e di +braccia alzate a colpire: una mischia qua e là +feroce a corpo a corpo, o di più corpi contro +uno. «Vigliacchi! Imbecilli! Addosso! Avanti! +Abbasso! Dagli! Prendi! Aiuto! Forza! Oh +Dio!» erano le voci mal distinte nel frastuono +dell'omerica pugna: occhiali spezzati in terra +o sui nasi; strappate catene d'orologio; perdute +medaglie. Chi sanguina; chi cade travolto; +chi colpisce a tergo; chi si duole; chi fugge; +chi ride atrocemente. E dalle tribune, delle +<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> +quali i campanelli elettrici stentano lo sgombero, +le donne gridano piangendo la sorte dei +mariti o dei congiunti come un dì le donne +corintie, quando nell'anfiteatro della loro città +vedevano l'ultima lotta dei loro padri, dei loro +mariti, dei loro figli, con i Romani vittoriosi. +</p> + +<p> +Ahimè! Ciò che di quel giorno merita ricordo +e lagrime fu invece la morte di un innocente; +furono il modo della morte e il nobile e gentile +aspetto della vittima. +</p> + +<p> +Edon, da prima, stava benissimo e aveva +detto a Polla che molto lo divertiva quella fiera +lotta, pur non sapendo se parteggiare per i ministeriali +o per gli oppositori; gli parevano tutti +uguali. +</p> + +<p> +E si era messo a ridere alle prime contumelie; +e a ridere forse troppo, con le mani sul +ventre, all'inizio dell'attacco. Ma poi, alle gesta +dei pugni e dei calci, gli era accaduto come accade +a un ragazzo che veda una tenzone di +marionette, e si era abbandonato a un parossismo +di riso. Così non aveva avuto più lena +all'ultimo colpo: allorchè Polla, travolto nella +demenza che da basso s'era diffusa alle tribune, +acceso in volto, bieco, feroce, con le braccia +contro di lui e i pugni stretti: +</p> + +<p> +— Smettila! — aveva gridato. — Finiscila! +asino! farabutto! mascalzone! miserabile!, o ti +butto là giù. Smetti di ridere e di godertela, +o.... ti strozzo! +</p> + +<p> +A veder quel ceffo d'assassino, a ricevere +<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> +tali ingiurie da Polla; dal socialista che amava +tutti gli uomini come fratelli; dall'intimo amico +suo; da colui ch'egli aveva beneficato non poco, +Edon era rimasto a bocca aperta, quasi per attingere +fiato a una risata anche più clamorosa. +Ma aveva avuta un'improvvisa scossa di tutte +le fibre; un intoppo del sangue al cuore o un +afflusso di sangue al cervello: sbarrati gli occhi, +era caduto di fianco.... +</p> + +<p> +Morto per eccesso d'ilarità! +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> +</p> + +<h2><a id="cappello"></a> +Il cappello del marito. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Di due amici, Giulio Galardi e Alfonso Varchi, +quello che, agiato di casa sua, apparentemente +non aveva nulla da fare, viveva scapolo; e l'altro, +direttore di una grossa azienda, commerciante, +consigliere comunale e membro di commissioni +e istituzioni e opere pie, l'altro, il quale +aveva tanto da fare, s'ammogliò. +</p> + +<p> +Ma in realtà Giulio Galardi faticava molto +anche lui, da quando con un grosso patrimonio +aveva ereditato da un parente materno il titolo +di nobiluomo e si era introdotto nella società +che suol dirsi migliore, sebbene non buona. Per +le sue belle doti egli era stato ricevuto a porte +aperte pur nelle case più aristocratiche; e appena +si seppe che in certo palazzo era ricevuto +anche a braccia aperte, diventò amabile e considerevole; +ebbe il soprannome di <i>Sìsì</i> e fu +<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> +perdonato di tutti i suoi difetti, i quali non +erano nè piccoli nè pochi. Gli mancava un palmo +di statura ad essere un bel giovane; era, +in viso, troppo roseo e sollevando il baffo superiore +ostentava un po' troppo i nitidi denti; +affrettava gl'inchini d'un attimo più del necessario; +vestiva con eleganza ligia alla moda, senz'alcuna +di quelle anticipazioni o di quei ritardi +o di quelle sprezzature che rivelano l'artista +nel <i>lion</i>; esasperava camminando il peso del corpo +su le gambe, di guisa che, a differenza degli +altri, che parevano quasi montanari, pareva +un montanaro del tutto; e affermando diceva +sempre: +</p> + +<p> +— Sì sì. +</p> + +<p> +— È simpatico <i>Sìsì</i> — ammettevano concordi +le signore; nè mancò qualche lettrice di Bourget +la quale osservasse com'egli, ne' suoi discorsi +e ne' suoi modi, aveva qualche cosa d'insolito, +d'ignoto, per cui a volte acquistava una +caratteristica spirituale quasi esotica. +</p> + +<p> +Che cosa fosse quella cosa sconosciuta e nuova +Giulio <i>Sìsì</i> non l'avrebbe saputa indovinare; +forse era un fondo della rettitudine paterna, che +gli restava dalla prima educazione. O forse era +l'abilità con cui diceva le bugie. Essendosi accorto +che la bugia è l'arma delle donne d'ogni +ceto, egli disarmava le signore aristocratiche con +invenzioni più verosimili e opportune di quelle +che usavano gli altri per vincerle od esse per +resistere, e in tal modo divenne presto un corteggiatore +<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> +fortunato. Ma se per lui una donna +tirava l'altra come le ciliege, anche per lui una +bugia tirava l'altra; onde la fatica di arrestarne +il corso a tempo debito e di mescolarle convenientemente +con la verità. +</p> + +<p> +E però, bisognoso di riposo e voglioso di sincerità, +a quando a quando Giulio visitava l'amico +Varchi e si distraevano a vicenda; l'uno +con i racconti sinceri, nudi e crudi, delle sue +avventure e l'altro con le relazioni de' suoi +affari sempre più gravi, sempre più intricosi. +</p> + +<p> +— Che c'è di nuovo lassù? — domandava +Alfonso. +</p> + +<p> +— Che c'è di nuovo quaggiù? — domandava +Giulio. Distinguevano così il mondo in cui vivevano, +compatendosi reciprocamente. +</p> + +<p> +— Ma perchè porti quel colletto? — chiedeva +Varchi. +</p> + +<p> +— È di moda. +</p> + +<p> +E Varchi chinava la testa e pensava: +«Bisogna proprio essere ingenui a impiccarsi +per la moda!» +</p> + +<p> +— Ma perchè ti preoccupi tanto delle elezioni +comunali? — chiedeva Giulio. +</p> + +<p> +— Dovere di cittadino! +</p> + +<p> +E Galardi chinava la testa e pensava: +</p> + +<p> +«Che ingenuo!» +</p> + +<p> +Nè un'amicizia tanto cordiale, disinteressata, +antica e fedele potè essere interrotta allorchè +Alfonso Varchi prese moglie. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Del resto, quand'anche Alfonso Varchi fosse +caduto a temer dell'amico per la sua tranquillità +domestica e fosse stato preso da gelosia, si +sarebbe dovuto acquietare in un confronto fra +le donne accostate da Giulio nell'alta società e +sua moglie: questa non era una donna per Giulio. +Bella sì, ma non sentimentale, non intellettuale, +non nevrotica: Giovanna era sana e savia. +E Giulio Galardi, per parte sua, non si +curava punto di quella signora Giovanna, che +agli aneddoti e ai pettegolezzi da lui riferiti fedelmente +e coscienziosamente, porgeva orecchi +e occhi incerti, come a storie inverosimili, e +quasi per opporre la serietà sua alla fatuità +di quelle eroine, domandava al marito notizie +politiche, commerciali, industriali e agricole. Lieto +della felicità dell'amico, Giulio si ripeteva +spesso: +</p> + +<p> +— Che stupida! Alfonso non poteva essere più +fortunato! +</p> + +<p> +Passarono così tre anni; durante i quali nella +famiglia Varchi e nello scapolo Galardi nulla +avvenne, a loro credere, che adombrasse la reciproca +e triplice confidenza. Frattanto Giovanna +<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> +procreò l'un dopo l'altro due mirabili maschiotti; +Alfonso s'ingolfò sempre più nelle faccende, +non restandogli tempo oramai che d'accarezzare +i bimbi dopo pranzo; e Giulio mutò +quattro o cinque illusioni d'amore in delusioni, +trovando le une e le altre sempre identiche. La +migliore società infatti è sempre tale e quale: +in tutti gli uomini, in tutte le donne — gentiluomini +e gentildonne — che la compongono; +in tutte le cose; in tutte le passioni; in tutti i +capricci. +</p> + +<p> +<i>Sì sì!</i> Che noia! +</p> + +<p> +L'amore? noia! Il gioco? noia! I teatri? noia! +I cavalli? noia! Uf! +</p> + +<p> +Appunto da questo terribile male, la noia, che +è la figlia di tutti i vizi, dovevano cominciare i +guai di Galardi; e cominciarono appunto dal +dì che all'entrare in casa Varchi gli parve di +tornare in porto, non quale nocchiero dopo lunga +tempesta, ma quale pescatore che non ha +pescato niente. I guai cominciarono quando egli, +stufo e ristufo di troppe donne «per lui», contò +i suoi anni e si chiese: «Se prendessi moglie anch'io? +una donna come...?»; quando sentì una +fitta al cuore, mentre abbassava il capo alla dura +riflessione che gli venne fatta: «Di Giovanne +ce n'è una sola!» Altro che stupida! Bella +sì, ma tutt'affetto per i figli, per il marito, per +la casa; onesta, pacifica, tenera, economa. +</p> + +<p> +A farla corta, Giulio Galardi s'innamorò senza +volere (e fu veramente il suo primo amore) della +<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> +signora Giovanna Varchi; ella — stupida o no, +poco importa, chè di certe cose se ne accorgono +anche le stupide — se n'accorse; e Alfonso Varchi +non se ne accorse. +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +«Tradire» nell'alta società significa per i gentiluomini +«tradire un amico» e per le gentildonne +«tradire con un amico»; ma per quel +fondo di rettitudine che gli rimaneva, al traditore +Galardi fino allora era parso di essere un +riparatore di torti, un giusto vendicatore di povere +donne contro mariti o infedeli o depravati +o sciocchi o gelosi e senza ragione diffidenti di +lui e della moglie. Invece Alfonso era leale, +morigerato, intelligente, galantuomo, modello di +padre di famiglia e di marito; e Giulio non +aveva cuore nemmeno di provarsi ad ingannarlo. +</p> + +<p> +«<i>Sì sì!</i> Finchè Alfonso restasse quel che era, +era impossibile tradirlo!» +</p> + +<p> +Vincere quindi l'insana passione sarebbe stato +il meglio; e da uomo dabbene Giulio se lo propose. +Impossibile! Divenne una passione irresistibile +al punto ch'egli per essa avrebbe dato +tutto il sangue, o metà del sangue avrebbe dato +per trovar ragione a dolersi dell'amico, per accertarne +<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> +qualche colpa, per scoprire difetti che +spiacessero anche a Giovanna. +</p> + +<p> +Ora si comprende che arrivato a meditare +l'opportunità, anzi la necessità di accusare e +incolpare un amico come Varchi, inconsapevolmente, +si può dire, e presto, l'animo e il pensiero +di Galardi dovessero volgersi a fallaci impressioni +e a giudizi erronei. +</p> + +<p> +Cominciò a credere che con tutte quelle faccende +e fatiche e affannosi guadagni Alfonso presumesse +di rinfacciare il quieto e dolce far +nulla a chi aveva il diritto di godersi il frutto +di fatiche e di guadagni aviti e paterni. +</p> + +<p> +«Colpa mia se sono ricco?» Galardi diceva +tra sè. Oh! forse suo padre non aveva lavorato +tanto, e il suo prozio non l'aveva lasciato +erede col titolo di nobiluomo per fargli godere +il mondo? «Dovrei forse lavorare anch'io come +una bestia?» +</p> + +<p> +Senza occuparsi di politica, Giulio era conservatore +quanto Alfonso, che si arrabbiava anche +per la politica; nondimeno il primo aveva già +per il secondo un rancore quasi di partito. +</p> + +<p> +«Tutto mi annoia? — Giulio proseguiva a meditare. — Ma +starei forse allegro in Consiglio +comunale? Non sono ambizioso, io!» Per lui, Alfonso +era ambizioso e intristito nelle misere gare +di campanile e di municipio. +</p> + +<p> +«Mi piacciono le donne? Grazie! Non piace +anche a lui Giovanna?» Alfonso la teneva, +quella povera donna, in un assoluto dominio; +<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> +con tale egoismo che anche l'animo di lei si avviliva +nell'avidità della ricchezza; e il sentimento +di lei restava confinato al domicilio. Giovanna +infatti nulla sapeva di arte; non comprendeva +la musica tedesca; non leggeva un +poeta! (Ah che di poeti ne leggeva pochi anche +lui, Galardi!). +</p> + +<p> +Ma non solo: Alfonso Varchi si alleverebbe +egoisti gli stessi figlioli; senza entusiasmi per +idealità superiori alla vita comune; senza intendimenti +dei maggiori problemi che turbano +la società moderna. +</p> + +<p> +Da che si comprende come Giulio era già +innamorato in modo da leggere, per distrarsi, i +giornali socialisti; e fu miracolo se la malinconia +non lo condusse a inscriversi al partito. +</p> + +<p> +E come non si vive solo per sè e per i quattrini, +così non si dovrebbe abusare nemmeno +in conversazione dell'economia politica e privata. +Dàlli e dàlli, una sera in cui Giulio desinava +dai Varchi, riflettendo sul fritto abbruciato +e l'arrosto mal cotto chè dove regna la +felicità coniugale è infelice sin la cucina, Alfonso +s'abbandonò a un interminabile sproloquio +intorno a giuochi di borsa, di rendita bassa, +di dazi, d'importazioni e d'esportazioni.... Dàlli +e dàlli, avvenne che la signora, alle frutta, non +potè rattenere uno sbadiglio e non volgersi a +Giulio con uno sguardo e un sorriso che significavano: +«Gran brav'omo mio marito! ma che +seccatura!» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> +</p> + +<p> +Quattro anni, da quando lei stessa interrogava, +interessata e preoccupata, intorno alle imprese +commerciali dello sposo, non erano dunque +trascorsi indarno? +</p> + +<p> +Giulio Galardi prese animo. +</p> + +<p> +— Lascia parlare a me — interruppe. E si +diede a raccontare un fatto, a suo dire, della +cronaca mondana: una storia la quale egli rese +pietosissima addossando tanta volgarità e brutalità +a un marito e tanta bontà e gentilezza a +una moglie, che in questa pareva scusabile qualunque +pazzia. +</p> + +<p> +— Bene; chi lo crederebbe? — Giulio esclamò +vedendo commossa la signora Giovanna. — La +marchesa, la vittima, sul punto di cedere a +un gentiluomo perfetto che l'ama da anni e +che essa ama, si pente, respinge l'amante, si +rinchiude in casa e confessa tutto al marito! +</p> + +<p> +Alfonso fece: +</p> + +<p> +— Meno male! +</p> + +<p> +— No; malissimo, dico io — ribattè Galardi. — E +lei, signora Giovanna? +</p> + +<p> +Giovanna chiese: +</p> + +<p> +— Il marito ha poi mutato carattere? +</p> + +<p> +— Che! Peggio di prima! +</p> + +<p> +— Allora la marchesa poteva aspettarsi a confessarsi +a un prete. +</p> + +<p> +— Ma prima del peccato o dopo? — Galardi +incalzò. +</p> + +<p> +— Oh! Prima. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> +</p> + +<p> +Dopo! Dopo! Giulio lesse negli occhi di Giovanna: — «Se +non ci fosse Alfonso, direi +<i>dopo</i>.» +</p> + +<p> +.... Finalmente — e senza spendere una goccia +di sangue, ma solo con un po' di fantasia — Giulio +potè convincersi che Alfonso assomigliava +al marito di sua invenzione e che Giovanna +teneva per sciocca, in certi casi, la virtù +coniugale. +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +Che due lunghi mesi appresso la signora +Varchi consigliasse Giulio Galardi ad ammogliarsi, +non è meraviglia. Quando una donna +savia s'approssima al pericolo, sempre esorta +l'uomo pericoloso a prender moglie; onde, a +scelta, una prova della bontà o della malignità +dell'indole femminile. Perchè, una delle due; +o Giovanna desiderava legittimo in un'altra l'amore +di Giulio che era proibito a lei, o voleva +togliere a donne più fragili di quanto lei si +credeva il piacere d'essere conquistate da Galardi +e, anche, togliere a questo il piacere di +conquistarle. +</p> + +<p> +Ma come Giulio, triste, scuoteva il capo, per +convincerlo Giovanna dovè dichiarare: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> +</p> + +<p> +— Lei ha tutte le qualità che rendono felice +una donna. — E queste parole, purtroppo, logicamente +traevano in perdizione chi le pronunciava. +</p> + +<p> +Alla vigilia della quale perdizione, mentre Giulio +scongiurava Giovanna di recarsi il domani +a vedere il suo elegante appartamento di scapolo +e gli oggetti d'arte che vi aveva raccolti, +ed ella ricusava sorridendo, eppoi, fidandosi +alle promesse e ai giuramenti di lui, rispondeva +sì, con le lagrime agli occhi; mentre +ciò avveniva, a un tratto, Giulio e Giovanna +impallidirono: i passi di Alfonso nella stanza +attigua! +</p> + +<p> +Lei e lui mormorarono: +</p> + +<p> +— Sì sì: nulla di male.... +</p> + +<p> +— Questa non è che una visita di dovere... +</p> + +<p> +— Come mai è venuto a casa prima del solito?... +</p> + +<p> +— Se la cameriera gli ha detto che ci siete +vi vorrà a desinare. +</p> + +<p> +— Ah no! Non ci resto, oggi! +</p> + +<p> +Alla vigilia di quel giorno, egli non tollererebbe +discorsi di rendita «in rialzo» e «in ribasso»; +di «esportazioni» e «importazioni». +</p> + +<p> +E Giulio se n'andò per sfuggire all'amico, che +già odiava; infilò rapido, all'ingresso, il soprabito, +prese il cappello, e via. +</p> + +<p> +Via per la strada con l'intensa, confusa gioia +che precede una gioia attesa imminente. Non +gli sembrava vero: «Giovanna, dimani, da me!» +<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> +«Gio-van-na!» L'onesta, tranquilla, seria, casalinga +Giovanna! +</p> + +<p> +Alla maniera di tutti i conquistatori, Galardi +magnificava a sè stesso l'impresa compiuta; e +come altri, un tempo, rientrando in patria, avrebbe +enumerati i tesori d'una terra di conquista, +egli, sempre più uscendo di sè, enumerava a +sè stesso i tesori della donna così diversa dalle +altre. +</p> + +<p> +Ma se, diversa com'era dalle altre, Giovanna +si contenesse, secondo i patti, in una semplice +visita di amicizia? se, pur non intendendosene +punto, si limitasse a lodare i ninnoli artistici +del salotto?... +</p> + +<p> +— Oh, sì sì: la vedremo! — esclamò, battendo +il piede sul lastrico, certo, senza timore, +l'eroe. +</p> + +<p> +E allora non vide più nulla; perchè il cappello, +al movimento imperioso, gli calò fin sugli +occhi. +</p> + +<p> +Rabbrividì al sospetto; si scoperse; guardò +in un attimo davanti, dietro, dentro quel cappello.... +Più scuro; più largo.... Il cappello di +Alfonso! Che errore! che orrore! +</p> + +<p> +E che fare? Correre subilo a casa Varchi!... +Già vi s'incamminava. Ma gli toccherebbe affrontare +l'amico, ridere dell'equivoco; rimaner +là a desinare. Quel giorno? No! Impossibile +ch'egli mangiasse, quel giorno, il pane a tradimento! +</p> + +<p> +Tornò indietro, sempre con in testa l'impressione +<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> +che avrebbe provata girando con iscarpe +non sue e troppo larghe; s'arrestò, guardò l'orologio.... +</p> + +<p> +Quand'ecco, dall'altro lato della strada, frettoloso +e intento a leggere una carta (con in +testa, sulle quarantatrè, il cappello non suo) +passare.... Alfonso! Incontrarlo e dirgli: — A +te, dammi il mio —, sarebbe stato il modo più +semplice per restituire il mal tolto e riavere +il proprio; era anzi un fortunato incontro. Eppure +Giulio Galardi non si mosse; guatò; nè +potè muoversi fino a che l'amico non disparve. +</p> + +<p> +Perchè Alfonso non gli era venuto incontro +lui? Leggeva. Un documento, forse, che portava +prima del desinare a qualche avvocato o +in qualche ufficio. Dunque gli premeva più l'avvocato +e il documento che il cappello del suo +migliore amico! più il documento o l'avvocato, +forse, che la moglie! Oh! non v'ha castigo che +non meriti un <i>affarista</i>! +</p> + +<p> +E Galardi, con un malessere invano respinto, +che dal capo gli discendeva a tutto il corpo e +pareva condensarsi al cuore, venne a casa sua +per trar dall'armadio un cappello vecchio e +uscire a desinare. A casa però si sentì stanco +morto; di mala voglia; malconcio. +</p> + +<p> +Sedè presso il tavolino, dove aveva deposto +quel maledetto.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> +</p> + +<h3> +V. +</h3> + +<p> +Era, anche a prima vista, un cappello onesto. +Esternamente patito solo nell'orlatura e nel nastro, +al margine inferiore; ma per il colore +resistente e per il denso feltro meritava lode +alla manifattura nazionale. +</p> + +<p> +Qua e là, è vero, nell'ala, al di sopra, e sulla +cupola un critico esteta avrebbe potuto rintracciare +indizi di gocce asciugate prima dalla polvere +che dal sole; ma alla carezza di una mano +o di una spazzola ogni ombra sarebbe tosto +dileguata. Elegante non era: nè alto, nè basso; +nè stretti, nè larghi i risvolti; nè pesante, nè +lieve; d'una forma, di un'indole quasi, non +troppo avversa e non troppo data alla moda; +non perturbabile in vicende di stagioni e di +gusti; non asservita a umani giudizi. L'età +senza infingimenti appariva dall'interno; e forse +per conoscerla, con un moto dispettoso, con +l'amarezza e la bieca avidità con cui il colpevole +indaga l'altrui coscienza, Giulio lo rovesciò, +vi fissò lo sguardo. Ma non attese al marocchino +che annoverava tre mesi di sudori anche +invernali; nemmeno sorrise all'aquila, la +marca di fabbrica esotica, che apriva l'ali sul +<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> +nome del cappellaio italiano: ebbe, al contrario, +istantaneo, uno sbigottimento; provò il turbamento +e il ribrezzo di chi avventa una vertiginosa +occhiata entro un cratere. +</p> + +<p> +Quante idee là dentro, agitate e agitabonde, +in una comprensione caotica! Quante prorompevan +fuori; ricadevano nel vortice; superavano +la cinta; s'arrestavano, o precipitavano concrete; +vaporavan vane, o risplendevan fatue! Quante +faccende, propositi e illusioni e disinganni; +quanti conti, e missive e risposte di lettere, e +trattative, e imbrogli da districare, e tranelli a +cui sfuggire, e colpi di fortuna avversa o buona, +e contrattempi, e questioni e contratti, e crediti +e debiti! Tutte le commozioni e le vicende +d'un uomo d'affari che si consuma la vita per +lucro; tutti gli affanni di un uomo in balìa ora +della propria testa ora della sorte, e involto +nelle complicazioni del commercio e delle industrie; +tutti i gaudi che generano l'operosità +e la fede; tutto ciò, in tumulto, aggiravasi là +dentro, turbinava agli occhi e alla fantasia di +Giulio Galardi, quantunque non vi guardasse più. +</p> + +<p> +E d'improvviso nel turbine imaginario la sua +fantasia gettò un grido il quale disperse ogni +cosa: — Tua moglie ti tradisce! — E successe, +là dentro, un'immobilità di stupore, un abbattimento +di disperazione, una quiete di morte. +</p> + +<p> +«Tua moglie ti tradisce!» +</p> + +<p> +E tutto era finito! +</p> + +<p> +Perchè, per chi, tanti lavori? tanti triboli? +<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> +tante angustie? tanti sforzi? Per la famiglia; +per i figlioli. +</p> + +<p> +Logoratasi l'esistenza, Alfonso sarebbe morto +non vecchio, ma avrebbe lasciato in buona +condizione i suoi cari: i figli sarebbero cresciuti +onesti con poca fatica; i nipoti benedirebbero +un giorno la memoria dell'avo che +loro tramandava una cospicua eredità di quattrini +e di virtù. +</p> + +<p> +«Tua moglie ti tradisce col tuo miglior amico!» +</p> + +<p> +Il disonore! il tradimento! la felicità distrutta; +perduto ogni affetto, ogni bene! Una tempra +d'acciaio spezzata d'un colpo; una vita rigogliosa, +fulminata! Infamia! Infamia!... Ahi! +</p> + +<p> +Giulio palpita; tace; si ascolta: gli pare che +gli si sia rotta qualche cosa dentro: un rovescio: +un disastro. E non è nulla; non è altro +che il risveglio della coscienza. +</p> + +<p> +E tornano i ricordi; e si rivede ragazzo compagno +di Alfonso, quando Alfonso, generoso fin +d'allora, a scuola, gli dava a copiare i compiti; +e si rivede uomo quando Alfonso, fuori d'ogni +sospetto, gli annuncia il suo matrimonio, gli +presenta la moglie, l'invita a pranzo. Disgraziato! +disgraziati entrambi: lui e Alfonso! disgraziati +tutti e tre, anche Giovanna! +</p> + +<p> +— Porta questo cappello al signor Varchi: se +non c'è, aspetta; e prendi il mio! — Galardi +comandò fieramente al servo accorso allo scampanellare +spaventevole. +</p> + +<p> +Ma pochi minuti dopo il servo rientrava, essendosi +<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> +imbattuto nella cameriera che veniva +proprio per il cambio. +</p> + +<p> +Oh con che sollievo Giulio si mise il cappello +suo! +</p> + +<p> +Gli stava ancora bene. Pure, non lo tenne; +lo depose: lo giudicò in un confronto spregiativo. +Sì sì: era un cappello elegante, ma vanesio; +la cui ala, in una linea esageratamente +ondulata, accusava l'affettatura della moda; la +cui sagoma significava volubilità e leggerezza; +e quantunque l'abito non faccia il monaco, perchè +il cappello non manifesterebbe qualche cosa +del capo che lo porta? +</p> + +<p> +Tornandogli perciò la nausea di prima e non +volendo confessare agli amici che un cappello +gli aveva fatto male, Giulio non andò a desinare +quel giorno al solito luogo. Andò altrove; +rincasò presto. E subito si mise a letto. +</p> + +<p> +Cattiva notte. Indarno cercava di pensare amorosamente +a Giovanna; e costretto a ragionare, +indarno cercava di sragionare. Impedire in qualche +modo la caduta d'una donna era fortezza o +viltà? Viltà forse per lei, la donna amata, e forse +per tutte le donne, e certo, per tutti gli amici +e gli uomini di mondo; ma era fortezza per tutti +i mariti, per le anime timorate, i moralisti. Oh +i moralisti! Cos'è la morale se non il vantaggio +dell'individuo in rapporto alla società? +se non un egoismo collettivo? se non una menzogna +della civiltà? Maledetti i pregiudizi che +avvelenano il piacere! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> +</p> + +<p> +Felice la barbarie! I barbari accordano la morale +al loro vestire — per lo più van nudi —; +hanno il capo libero o tutt'al più portano una +semplice penna che non riscalda il microbio +della calvizie, e hanno libero l'arbitrio. Invece +l'uomo che ha inventato telegrafo e telefono, +l'uomo dell'elettricità e del vapore, si copre +il capo con un coso o una cosa convessa, che +è focolare d'infezione; ignobile difesa di idee +false e di pregiudizi atavici; strumento di servitù +e di assenso al patto sociale; simbolo, in +certi casi, di virtù e di vizio; emblema dell'uomo +operoso o dell'uomo vano, del sapiente +o dello stolto, del buon amico o del cattivo +amico! +</p> + +<p> +Da tali pensieri affaticato, Giulio non si addormentò +che verso l'alba. Nè dormiva da molte +ore quando il servo venne a svegliarlo con una +lettera <i>urgentissima</i>. +</p> + +<p> +Egli la lesse, d'urgenza: +</p> + +<p> +«.... Che cosa avete fatto! Appena siete uscito +voi. Alfonso è corso da me col vostro cappello +in mano. +</p> + +<p> +«Era così triste! Mi ha domandato: — Come +mai Giulio ha potuto confondere il mio col +suo? — Ah! che angustia! che paura! Pareva +dubitasse.... Ma io mi sono convinta che mio +marito è fiducioso, è un modello di marito e di +padre di famiglia; e mi è bastato vederlo uscire +col vostro cappello, che non gli stava in testa, +<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> +per comprendere tutta la mia colpa. Sarebbe +un'infamia! +</p> + +<p> +«E vi avverto che non verrò da voi nè oggi +nè mai più. Però vi prometto che non mi confesserò +a mio marito come quella vostra marchesa; +perchè nella vostra storia, scusatemi, non +ci ho creduto....» +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Giulio Galardi e Alfonso Varchi rimasero amici +fedeli. +</p> + +<p> +Solo, Giulio concepì un inestinguibile odio contro +i cappelli sodi e ne adottò uno floscio, quale +Alfonso non avrebbe portato mai. Ma con questo +gli pareva di star così male che, dubitando +di poter più innamorare le donne degli altri, +prese moglie anche lui. +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> +</p> + +<h2><a id="giarrettiera"></a> +Efficacia d'una giarrettiera. +</h2> + +<p> +L'ora pericolosa non è l'ora del confessionale, +quando abitudine o gravezza o vigile coscienza +delle divine funzioni assunte per rappresentanza +mortifica ogni senso. Nemmeno è +l'ora del riposo, quando in letto molle e caldo +tornano alla memoria le dure veglie degli anacoreti +e dei Padri e le dibattute vittorie con i +demoni nel deserto: il pericolo è all'ora della +siesta; quando mentre fermenta il cibo nello +stomaco e nelle vene il sangue fluisce più abbondevole, +una dolcezza sale o scende, non si +sa di dove, a cullare il pensiero che si quieta, +e l'anima (fuori sia freddo o il sole si spenga +nella rossa calura dell'agosto), l'anima risponde +all'anima in cui avrebbe dovuto integrarsi e che, +ahi, le fu tolta, e il cuore domanda un altro +petto che l'ascolti. Sembra l'anima o il cuore; +e sono forse i fumi del vino. Ma allora basta — e +grazie se si abbia! — il cuore d'un amico. +<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> +Se no: — Chiamatemi il sagrestano per la partita +(a carte o a bocce)! Presto! — +</p> + +<p> +«Gli propongo una partita a briscola?» si +chiese, quella sera, don Giuseppe guardando padre +Ignazio e riprendendo la bottiglia. +</p> + +<p> +— Padre Ignazio, un altro gocciolo? +</p> + +<p> +— Solo un gocciolo — disse il gesuita; il quale +avanzò il bicchiere con la mano aperta; senza +badarvi lo ritrasse pieno, e sorseggiò meditabondo. +A che pensasse, non diceva; certo, non +a cose per distrarsi dalle quali fosse opportuna +una partita a carte. +</p> + +<p> +Che amico! che faccia!: smorta, magra, arcigna. +Ma un predicatore, ve', di prima forza; +da metter terrore dell'inferno nel più accanito +liberale. Onde a ragione don Giuseppe, che per +essere un buon prete, gaio, grasso tecchio, abbonito +e domesticato da vent'anni di cura, non +riusciva a impaurire parrocchiani e parrocchiane, +l'invitava a predicare lassù e a metter cervelli +e coscienze a posto. +</p> + +<p> +— Gran bella predica, padre Ignazio! Ce n'era +bisogno! Perchè è proprio <i>quel peccato</i> il peccato +in cui i miei fedeli pericolano di più. +</p> + +<p> +— Non si assolvono. — Appena questo disse +padre Ignazio, sempre con l'occhio alle sue idee +e col mento alla palma sinistra, il gomito su la +tavola. +</p> + +<p> +Allora don Giuseppe sospirò; pensò che colui +non era un amico meritevole di confidenza nè +utile in ogni circostanza, e che gli sarebbe stato +<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> +meglio non dir nulla. Infatti la risposta del gesuita +lo spinse più a dentro in quei pensieri da +cui altra volta avrebbe trovato scampo in una +partita col sagrestano. +</p> + +<p> +Proprio vero! Si può essere un po' goloso, +un po' avaro o di non troppa carità, o invidiare +il vescovo, invidiar magari un padre gesuita, +o lasciarsi prendere dall'ira come padre +Ignazio quando predica, e rimanere un prete +quasi buono. Ma uno scappuccio in quel tal +peccato, che pure non è il primo nè il secondo +nell'ordine dei peccati capitali, e ti saluto! Cattivo +prete! Addosso! Che se per questo il parroco +non assolvesse i parrocchiani, i parrocchiani +s'arrogherebbero loro il diritto di lapidare +il parroco! +</p> + +<p> +.... Quand'ecco: +</p> + +<p> +— Raccontatemi qualche cosa, don Giuseppe. +</p> + +<p> +<i>Deo gratias!</i> Era accaduto un prodigio! Perchè, +vuotato il bicchiere, padre Ignazio aveva +rivolto il viso all'ospite; e il viso non più bieco, +ma sereno, sorrideva, aveva luce come riverberato +anch'esso dal raggio di sole che colpiva +i vetri. Così don Giuseppe si consolò tutto; +sorrise anche lui; poi, súbito, senza interrompere +il corso alle idee di prima, si rammentò +dell'aneddoto che già gli era tornato in mente +la mattina, alla predica, e che ora gli parve +piacevole nel tempo stesso che giovevole per +sè quanto un tresette. +</p> + +<p> +— Vi racconterò un mio caso — disse ilare — che +<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> +potrebbe servirvi di esempio, di prova +a quel che dicevate stamattina così bene: +che il Signore, nella sua divina misericordia, +spesso ci soccorre nel fatto medesimo della colpa. +</p> + +<p> +— Sentiamo. +</p> + +<p> +— Un esempio però non da predica — sfuggì +detto al buon prete —; il fine non giustifica il +mezzo. +</p> + +<p> +— Lo giustifica qualche volta, se non sempre, +come affermano i machiavellici; e.... Ma sentiamo +il racconto, prima. +</p> + +<p> +Uso a procedere francamente, senz'ambagi, +ne' suoi racconti, il curato ebbe uno sguardo +di preghiera all'amico che non interrompesse; +e cominciò: +</p> + +<p> +— Fu del '70 dopo <i>il fatto</i>.... +</p> + +<p> +L'altro scosse il capo, d'intesa. +</p> + +<p> +— .... e io ero in aspettativa d'una cappellania; +e abitavo in una cameretta a un terzo +piano. Di contro a me ci stava una signora +vedova.... +</p> + +<p> +— <i>Vidua, periculosa</i> — mormorò don Ignazio, +riprendendo il mento nelle mani. +</p> + +<p> +— .... giovane e belloccia. +</p> + +<p> +Ma padre Ignazio chiese malignamente: +</p> + +<p> +— Chi ve l'aveva detto ch'era belloccia? +</p> + +<p> +Divenuto più rosso sui pomelli delle guance, +don Giuseppe s'imbrogliò un poco. +</p> + +<p> +— Già; lo dicevano.... Io no...; io ero in cerca +d'una cappellania. +</p> + +<p> +E parendogli che l'amico desse soverchia importanza +<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> +all'aneddoto, che altrimenti egli avrebbe +narrato in due parole, e già a disagio per +quelle interruzioni inopportune, il buon curato +procedè meno sicuro. +</p> + +<p> +— Quella vedova era mia penitente. +</p> + +<p> +— Uhm!... +</p> + +<p> +Uhm! che cosa?... — Penitente sincera, fervida! +Pareva. Mi chiedeva anche dei consigli.... +</p> + +<p> +— Di che genere? +</p> + +<p> +— .... aveva una questione con i parenti del +marito e voleva mettermi in mezzo per riconciliarsi. +</p> + +<p> +— Al solito; un pretesto. +</p> + +<p> +Spento il sole, la faccia che non riceveva più +riverbero, rincupiva. Si pentiva don Giuseppe +d'aver ceduto all'apparente indulgenza di un +inquisitore interruttore. Nè poteva fidarsi alla +fantasia e attenuare o accomodare il racconto; +giacchè a un certo punto, al punto capitale del +fatto, era inevitabile arrivarci. +</p> + +<p> +— Un giorno dunque, tutt'allegra, la vedova +mi chiamò in casa sua. Aveva proposte di conciliazione; +ed era allegra. +</p> + +<p> +— <i>Lætitia, periculosa</i>.... +</p> + +<p> +— Io la consigliava a non fidarsi degli avvocati.... +Ma in quel mentre la punta d'un suo +piede, di lei, faceva <i>toc toc</i> per terra. +</p> + +<p> +Invece d'interrompere, questa volta padre Ignazio +sorrise; rianimando così il povero amico. +</p> + +<p> +Oh forse era meglio, per dilettar un gesuita +che sorrideva in quel modo, in quel certo modo, +<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> +indugiare nelle particolarità da cui l'aneddoto +acquistasse più sapore? Chi li capisce i +gesuiti?... +</p> + +<p> +— Era, si può dire, il primo piede che vedevo, +d'una donna; e la scarpa non era una +scarpa. +</p> + +<p> +— Pantofola? +</p> + +<p> +— Aperta come una pantofola, per lasciare +scorgere la noce, il.... +</p> + +<p> +— Malleolo. +</p> + +<p> +— Il malleolo. E la calza.... Oh malizia di +femmine! La calza era nera; la prima che vedevo, +in una donna. Avrei sempre creduto che anche +le vedove portassero le calze d'altro colore! +</p> + +<p> +Nuovo sorriso, agli angoli della bocca, di padre +Ignazio. +</p> + +<p> +— La calza non si vedeva solo sul collo del +piede. Anche un po' più su, si vedeva; e.... +Ho dimenticato di dirvi che la scarpa non era +nera. +</p> + +<p> +— Non importa. +</p> + +<p> +— Importa! importa! Una scarpa di colore, +come dire?, caffè e latte. Che pelle è? +</p> + +<p> +— Non so...; di capra. +</p> + +<p> +— Dunque.... Il diavolo scoteva quel piede; +<i>toc toc</i>; la gamba tremava tutta ogni volta, da +mettermi il convulso, mentre discorrevamo della +conciliazione.... Io (chi lo direbbe?) ho sempre +patito un po' di convulso. E voi, padre +Ignazio? +</p> + +<p> +— No; grazie a Dio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> +</p> + +<p> +Don Giuseppe sospirò. Poi riprese: +</p> + +<p> +— Come vi dicevo, discorrevamo di avvocati +e di cose legali, ma non sapevo più dove +guardarla. In faccia? Gli occhi!... Che occhi! +In terra? C'era il piede. Dove avreste guardato, +voi? +</p> + +<p> +— Al muro. +</p> + +<p> +— Bravo! Ma io non potevo guardare al +muro, per colpa di quel piede.... Non sapevo +più che cosa mi dicessi. Quel piede grande così +(il narratore con la mano destra divise la sinistra), +quel piede indiavolato, che non poteva +star fermo, e la calza, e la scarpa, e il <i>toc toc</i>, +mi trasportavano verso il diavolo: ecco! Finchè +il diavolo se n'accorse, e smise di battere +in terra. +</p> + +<p> +Giunto a questo punto, don Giuseppe tacque, +lasciando perplesso il padre. +</p> + +<p> +— È finita? +</p> + +<p> +— Ah no! Pur troppo un minuto dopo il diavolo +mise una gamba a cavallo dell'altra, e +quella di sopra cominciò a dondolare così, come +se niente fosse! Voi che siete un sant'uomo, +padre Ignazio, sareste scappato via.... +</p> + +<p> +— E voi? +</p> + +<p> +— A me, per disgrazia, mi cadde il cappello. +Mi chino...: il polpaccio! +</p> + +<p> +— Cosa? +</p> + +<p> +— Vidi.... cioè, vidi la calza nera, sino al polpaccio. +E.... Un altro gocciolo, padre Ignazio; +un altro gocciolo.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> +</p> + +<p> +— No, no; non ne voglio più. Avanti! +</p> + +<p> +Dunque ci pigliava gusto? Bevve lui, don Giuseppe; +cercò, trovò l'idea di sostegno a proseguire +con tono più dimesso, lentamente. +</p> + +<p> +— Sentite. Quest'autunno, nell'orto, vidi un +giorno una melagrana matura, tanto piena che +era crepata e per la crepa facevan gola una +fila di grane rosse: la colsi; non potei stare! +L'altro dì, quando mi portarono i quattrini dell'uva, +li contai due volte; prima mi sembrarono +abbastanza; ma dopo no, dopo mi sembravan +pochi. A udirvi predicare, padre Ignazio, +vorrei che predicaste in eterno; ma quasi +quasi vi invidio.... +</p> + +<p> +— Oh che vi confondete adesso in una confessione +generale? — esclamò padre Ignazio, con +un gesto d'impazienza. +</p> + +<p> +— Fo per mostrarvi che non credo di essere +un perfetto prete. Allora però io stavo per diventare +un prete del tutto cattivo, e solo perchè +quella gamba mi tentava più che una melagrana, +o una sommetta di quattrini, o le vostre +prediche, padre Ignazio. +</p> + +<p> +Che discorsi!... Il gesuita ebbe un gesto più +duro dicendo: +</p> + +<p> +— Dunque.... la gamba? +</p> + +<p> +— La gamba? Non ho detto bene. La calza, +fu. Perchè io sono certo, certissimo che quella +gamba non mi avrebbe messo sottosopra il giudizio +e la coscienza se noi sacerdoti invece di +nere portassimo le calze bianche o di un'altra +<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> +tinta, dopo che le donne le hanno messe su +nere. Quel nero.... +</p> + +<p> +L'amico affrettava: +</p> + +<p> +— Concludiamo. +</p> + +<p> +— Quel nero che, come dire?, per noi è il +colore della mortificazione, là faceva pensare a +tutt'altro. Insomma, mi sconvolse la testa. Ma +con l'aiuto di Dio, la stessa causa del male +giovò poi al buon effetto. +</p> + +<p> +— Quale effetto? +</p> + +<p> +— Voglio dire — proruppe d'un fiato don Giuseppe +togliendosi il peso d'addosso —; voglio +dire che se per la tentazione della calza arrivai +a.... vedere il legaccio, per quel nero il +legaccio mi fece più colpo: mi tirai indietro, +tornando in me; balzai in piedi, salvo! Salvo, +padre Ignazio! — ripetè pieno di gioia don Giuseppe. — Io +ero salvo! — E pareva uscito allora +allora dal pericolo. +</p> + +<p> +Ansioso, chino verso di lui a intendere ciò +che non intendeva, il gesuita dimandò: +</p> + +<p> +— Come? il legaccio? che cosa? +</p> + +<p> +— Sì. Non v'ho detto ch'eravamo del '70, dopo +il settembre? +</p> + +<p> +— Del '70.... Il legaccio?... Non capisco! Il +legaccio della calza? +</p> + +<p> +— Sì! La gerr.... +</p> + +<p> +— La giarrettiera! Ebbene? +</p> + +<p> +— .... bianca, rossa e verde! +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> +</p> + +<h2><a id="fortuna"></a> +La fortuna di un uomo. +</h2> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Lo zio Giorgio Bicci era noto a Bologna quale +curioso tipo di patriotta, di filantropo, di +pensatore profondo e di parlatore arguto. Se +fosse stato uno scrittore, gli eruditi l'avrebbero +forse assomigliato a qualche filosofo umorista +moderno e accusato di plagio, quantunque egli +non leggesse che i classici latini e i giornali +quotidiani. Scapolo e scettico, come in molte +cose, intorno alle donne, viveva d'amore e d'accordo +con soli il servo Luigi e il nipote Gaspare. +Ma questi, al contrario dei più, non poteva credere +che lo zio non avesse mai amato alcuna +donna. +</p> + +<p> +Essendo ancora ragazzo, una sera tardi, dalla +sua camera Gaspare aveva udito una voce angosciosa +esclamare sommessamente: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> +</p> + +<p> +— Figlia mia!... +</p> + +<p> +Ond'egli, per la curiosità che è comune a tutti +i ragazzi e che di lui era il difetto più grave, +aveva spiccato un salto dal letto ed era corso +a spingere lo sguardo per la serratura dell'uscio. +Oh! Di là, nella sala attigua, al fioco lume +della lampada, una signora vecchia in vesti +nere, lo zio Giorgio e un terzo stendevan le mani, +a contatto, su di un tavolino, e il tavolino +sembrava che ballasse! +</p> + +<p> +A tal vista e alla vista dello zio coi capelli +irti, gli occhi accesi e fuori delle orbite, la faccia +pallida e contraffatta, Gaspare era ritornato subito +sotto le lenzuola, giurando di non scrutare +mai più che diavolo si facesse in casa a certe +ore notturne; già guarito, e per sempre, del suo +difetto più grande. Nè soltanto a ciò gli valse +quella paura, perchè nell'avanzare degli anni +e nel meditare su quel ricordo fanciullesco si +convinse che se lo zio aveva avuto tale orrore +dall'esperimento spiritico, certo era meglio lasciar +in pace i morti e non confondersi nel mistero +della morte; e anche si convinse che se +lo zio aveva amato una donna sino a rievocarla +in quel modo, con l'aiuto della madre di lei, +certo era bene non innamorarsi così appassionatamente. +</p> + +<p> +Quanto a Luigi, meglio che servo, poteva dirsi +amico dello zio Giorgio. Commilitoni nelle +schiere di Garibaldi, avevano combattuto l'uno +a fianco dell'altro; inoltre, il secondo aveva +<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> +prestato quattrini al primo; e come questi, da +ignorante qual era, non dimenticava i benefizî, +quegli, da filosofo qual era, si affezionava ai +suoi debitori, dimentico dei crediti. +</p> + +<p> +In più d'una battaglia Luigi, il servo, aveva +sospettato che il compagno cercasse la morte, +e il signor Bicci che il compagno volesse salvargli +la pelle. Solo alla presa di Palermo, sul +ponte, erano stati divisi nella mischia; ma il +domani, dopo lunghe ricerche, l'incolume aveva +rinvenuto il ferito all'ospedale: ferito al ventre e +a una gamba in modo che si credeva impossibile +rattopparlo. Ne rincresceva allo zio Giorgio; +e più gli rincresceva che a Luigi, esuberante +di giovinezza e di energia, dovesse spiacer +molto il morire; e, con cuore di filantropo +e con mente di savio, s'era proposto di prepararlo +al passo dubbioso affinchè lo varcasse meno +malvolentieri. +</p> + +<p> +— Morire per la patria, in campo di battaglia +o dopo la battaglia, è sempre glorioso e +dolce. +</p> + +<p> +Fra gli spasimi Luigi rispondeva: +</p> + +<p> +— Una delizia. Ma io non muoio! +</p> + +<p> +— Speriamo — augurava l'altro. Poi seguitava: — Non +credere, del resto, che la morte sia +brutta come dicono i deboli. Seneca.... — e aveva +tradotto la sentenza dello stoico. +</p> + +<p> +E Luigi: +</p> + +<p> +— Il suo Seneca può dir quel che vuole; ma +io non muoio! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> +</p> + +<p> +— Quasi quasi non te lo augurerei, di vivere — disse +il signor Bicci. Poscia tentò una nuova +via: — <i>Morte, che sei tu mai?</i> Ciro Menotti, caro +Luigi, recitava il sonetto del Monti nell'andare +alla forca. +</p> + +<p> +— Ma io non recito niente, perchè io non +vado alla forca: sto qui: non muoio! +</p> + +<p> +— Forse. Quando però non si riuscisse a salvarti, +non dubitare che io, di ritorno a Bologna, +porterò i tuoi saluti e dirò le tue ultime volontà +ai tuoi fratelli. +</p> + +<p> +A questo punto Luigi si drizzò a mezzo del +letto. +</p> + +<p> +— Perdio, vuol capirla sì o no? Non muoio! +non muoio! non muoio! Se non lo so io, chi +l'ha da sapere? +</p> + +<p> +— E tu vivi! — gridò non meno forte lo +zio Giorgio, perdendo la pazienza. — Ma la tua +vita, bada, sarà legata per sempre alla mia, +che non importava t'incomodassi a difendere! +Chi sta bene al mondo ha l'obbligo sacrosanto +di tener compagnia a chi ci sta male. Hai capito? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Quantunque sappiamo tutti che la perdita dei +genitori è il più gran dolore umano, sarebbe +disumano dir fortunato Gaspare Bicci perchè +nacque postumo e perdè la madre non ancor +giunto agli anni della discrezione. Egli però riconosceva +che per lui, orfano, era stata una +fortuna grande l'aver avuto a fargli da padre +e da madre, con alterna vicenda, a seconda +dei casi, lo zio Giorgio e Luigi. +</p> + +<p> +Riandando gli anni della puerizia e dell'adolescenza, +Gaspare non vedeva che rose senza +spine. Fin delle scuole e degli studi, che angustiano +e deprimono tutti i ragazzi, serbava grata +memoria; così per tempo aveva saputo adattarsi +alle necessità del mondo; tanto affetto gli +era rimasto dei buoni maestri; tanto agevole +gli era parso ciò che appariva disagevole agli +altri. A superar gli esami tranquillamente lo +zio Giorgio gli aveva dato in aiuto un vecchio +precettore, il quale valeva una mediocre enciclopedia; +e a guida negli svaghi e nei sollazzi +gli aveva concesso Luigi, che gli lasciava lungo +il guinzaglio. +</p> + +<p> +Quando di guida non ebbe più bisogno — all'età +<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> +cioè, in cui tutti pericolano — lo zio lo +sorresse donandogli trattati d'igiene e trattati +intorno le cause e le forme di morbi insanabili: +per di più, le precauzioni non essendo +mai troppe, gli regalò il codice penale. Così Gaspare +crebbe sano di mente e di corpo; non di +molto ingegno, ma abbastanza da comprendere +che il grande ingegno rende infelici; abbastanza +di cuore da commiserare il prossimo suo, +ma non tanto tenero da patir danni, a mo' +dello zio Giorgio, per gli altri; abbastanza di +buon senso da persuadersi che i desideri superiori +ai mezzi tolgono quiete e pace, e da scorgere +in sè e fuori di sè prove indubbie della +sua buona fortuna. +</p> + +<p> +Oltre a questo, anzi prima di ogni cosa, chi +non gli avrebbe invidiata la nativa arrendevolezza +ai bisogni, alle convenienze, alle contingenze, +ai consigli della ragione? +</p> + +<p> +Gaspare Bicci non si preoccupò nemmeno +delle due sole pretese in cui lo zio Giorgio insisteva. +L'una: che suo nipote dimostrasse come +i ricchi debbano servire la patria ugualmente +ai poveri e come l'anno di volontariato +sia un'ingiustizia e una vergogna; l'altra: che +suo nipote conseguisse una laurea. «È vero — diceva — che +troppe volte è meglio un asino +morto d'un dottore vivo; ma giacchè gli asini +vivi superano i dottori vivi, e quelli credono aver +necessità di questi, è lecito trar partito dal comune +pregiudizio.» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> +</p> + +<p> +Ora, a proposito della laurea, Gaspare non +dubitava che presto o tardi, scampato agli scogli +della licenza liceale, appagherebbe lo zio e +se stesso con un diploma d'ingegnere; e quanto +alla milizia, sapeva bene che i volontari d'un +anno soffrono, invisi come «signori», le angherie +dei caporali e dei sergenti, e che, essendo +egli un giovane istruito, diventerebbe presto un +bravo sergente, benvisto dagli stessi volontari. +Niente, dunque, volontariato! +</p> + +<p> +La qual preparazione ad ambedue gli impegni +dell'avvenire gli era così tranquilla, e quasi +così grata, che la fortuna avrebbe potuto risparmiarsi +la fatica di soccorrerlo. +</p> + +<p> +Invece fu soccorso. Perchè mai? Un triste +dubbio gli penetrò per la prima volta nell'animo: +che la fortuna sua portasse jettatura agli +altri; ed ecco come. Alle prove di licenza s'incagliò +nella traduzione del greco; s'ingarbugliò +in un maledetto periodo ipotetico, lungo lungo, +da cui tutto il resto dipendeva in connessione +logica e da cui egli, per quanto tirasse, non +riusciva a strappare un senso razionale. E le +ore passavano. Già qualcuno copiava la traduzione +in buona copia; già i professori guardavano +biechi, passando, ai fogli pieni di cancellature +e di triboli, che non davan speranza di +prossima fine. +</p> + +<p> +E passò un'altra ora. Poscia uno consegnò il +cómpit; quindi, in breve, molti; dei quali chi +tornava dalla cattedra con aria dimessa: «sarà +<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> +quel che sarà!»; e chi con viso lieto: «anche +questa è fatta!»; e tutti con la colazione davanti +agli occhi e l'anima alleggerita. +</p> + +<p> +Ma gl'infelici in ritardo s'asciugavano la fronte; +si curvavano sempre più sulle sudate carte +e sui vocabolari copiosi e indifferenti; inghiottivano, +sentendosi mancare le idee, la speranza +e la lena, un pezzetto di cioccolata o s'attaccavano +alla bottiglietta del cognac; si compromettevano +con segni di richiamo e gettiti di +pallottoline che recavano in seno una domanda +o una risposta, un'invocazione d'aiuto o l'aiuto +d'uno sproposito; vedevano, i miseri, la paterna +e la materna angoscia. +</p> + +<p> +Gaspare vedeva lo zio Giorgio e Luigi. +</p> + +<p> +A un tratto il compagno di destra mise un +profondo sospiro; guardò con, negli occhi, la +gioia della vittoria e insieme una luce di carità; +poi chiese a Dicci, piano piano: +</p> + +<p> +— E tu? +</p> + +<p> +— Se non ci fosse quest'ottativo.... +</p> + +<p> +— A te! copia...; ma cambia le frasi. +</p> + +<p> +.... Gaspare Bicci fu ammesso all'esame orale, +si salvò anche dal greco; e il compagno che +l'aveva disimpacciato, fu bocciato in greco! +</p> + +<p> +L'anno dopo Bicci andò a estrarre il numero +di leva. +</p> + +<p> +In un gran camerone, pieno di fallaci speranze +e d'un'allegria fittizia, egli attendeva rassegnato +e tranquillo. +</p> + +<p> +— Bicci Gaspare! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> +</p> + +<p> +.... Alla peggio, diventerebbe e rimarrebbe caporale. +</p> + +<p> +— 824! +</p> + +<p> +— Accidenti!, — fece uno tra i giovani che +aveva più vicini; un operaio. +</p> + +<p> +Parve a Gaspare di leggergli in viso il presentimento +che non toccherebbe a lui ventura +simile; a quel povero giovane, che col padre o +la madre o i fratelli piccoli da mantenere, agognava +un numero alto e n'aveva necessità, per +rimanere in terza categoria. +</p> + +<p> +Bicci, tra impietosito e curioso, volle aspettarne +la sorte; e con un cordiale augurio ne accompagnò +la mano entro l'urna. +</p> + +<p> +— 12! +</p> + +<p> +«Jettatore! jettatore!» +</p> + +<p> +Ah era un dubbio assai triste! Quasi per un +pudore arcano, Gaspare non osava confidarlo +nemmeno allo zio; non prevedeva che questi +l'avrebbe consolato subito in quattro parole: +La jettatura è un pregiudizio così stupido che +fa torto all'intelligenza degli uomini cattivi e +alla bontà degli uomini poco intelligenti. Quanto +alla fortuna, sia o non sia sottoposta alla divinità, +essa è una potenza innegabile. Bada però +che è relativa: che, cioè, la fortuna dell'uno è +quasi sempre la disgrazia dell'altro; e che ciò +che ci sembra fortuna oggi, ci sembrerà disgrazia +domani. +</p> + +<p> +Questo, o press'a poco, gli avrebbe detto lo +zio. Ma Gaspare si consolò da sè per una diversa +<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> +riflessione: dal non avere egli mai un +forte mal di capo; dal non prendersi neppure +un grosso raffreddore, non dovevan conseguire +le pleuriti e le polmoniti altrui. +</p> + +<p> +Per fortuna non conosceva dei medici i quali +gli dicessero che, secondo la scienza moderna, +anche il raffreddore è un'infezione, la benefica +natura distribuendo nell'aria, per gli uomini e +per le bestie, moltitudini di microbi frigoriferi; +onde se la fortuna risparmia qualche suo prediletto +dall'ingoiarne, tanti più ne rimangono, +di microbi, a danno degli altri uomini e delle +altre bestie. +</p> + +<p> +Gaspare tuttavia non credeva d'essere un +uomo fuori del genere o sottratto alle conseguenze +del peccato originale, ed era appena +uscito dal dubbio della jettatura che cadde in +un timore più forte. Ricordava che suo padre +e sua madre, di cui riteneva la sanità del sangue +e della fibra, eran morti giovani entrambi per +malattie casuali e violente. Non avrebbe egli la +medesima fine? Sarebbe come un rovescio tutto +d'un colpo; come una giustizia sommaria che +lo rimetterebbe nella regola dell'infelice destino +umano! +</p> + +<p> +E per evitare un tal colpo egli era condotto +a desiderare qualche piccola disgrazia: una piccola +malattia, un fiasco alla Scuola di applicazione. +</p> + +<p> +Ma che! Il diploma d'ingegnere l'ottenne, se +non con lode, senz'infamia. Non ebbe subito +<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> +impiego; ma non lo cercò, avendo modo di vivere +modestamente, di leggere romanzi, disegnare, +dipingere alla meglio, suonare alla peggio +il pianoforte e andare a spasso: di vivere, +insomma, senza far nulla. Nè si ammalò lui. +</p> + +<p> +Una sera lo zio Giorgio venne a casa male +in gambe, e con un gran freddo addosso. +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +La malattia dello zio Giorgio fu breve, forse +perchè non ne aveva avute altre mai in +vita sua. +</p> + +<p> +Sentendo irreparabile il danno del morbo e +prossima l'ora, parlò al nipote con la serenità +d'un savio antico. E disse: +</p> + +<p> +— Un savio ti esorterebbe a vivere secondo +il suo esempio; io, al contrario, non so proprio +che consigli darti. +</p> + +<p> +Disse Gaspare: +</p> + +<p> +— Ci penserai quando sarai guarito. Adesso +sta tranquillo. +</p> + +<p> +Ma l'infermo, volgendogli uno sguardo in cui +languiva il sorriso abituale: +</p> + +<p> +— Credi che io abbia paura della morte? No +no. Muoio volentieri: <i>rerum novarum cupiditate</i>. +E poi, son convinto di aver già sofferto abbastanza. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> +</p> + +<p> +Nella faccia serena gli si vedeva ora che +aveva sofferto molto, povero zio Giorgio! Seguitava: +</p> + +<p> +— Tu, per soffrir meno, provati a fare in +molte cose il rovescio di quel che ho fatto io. +Ama te stesso un po' più del prossimo tuo. Non +dubitare di un Dio giusto e misericordioso, e +per crederci fermamente, non dimandarti mai +se ci credi fermamente. Non confidar troppo +nella scienza, perchè in fondo a ogni vero +che essa scopre, rimane un mistero. Prendi +moglie.... +</p> + +<p> +Gaspare, a cui sino a questo punto pareva +non aver udito nulla di nuovo, spalancò gli +occhi. +</p> + +<p> +— Prendi moglie. Una buona moglie è una +vincita al lotto, lo so; ma, non ostante il calcolo +delle probabilità, al lotto qualcuno vince. +Del resto, se molti mariti sono ingannati, tutti +gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, ingannano.... +In politica, sii conservatore: è il +solo partito che progredisca senza che nessuno +se n'accorga; e nessuno l'incolperà mai di mutar +bandiera o di retrocedere.... Ama l'arte, ma +sta lontano dagli artisti. Ama la poesia, ma temi +la fantasia tua più d'ogni altra cosa, dopo +Dio.... +</p> + +<p> +E l'affanno gli spense la parola: cadde affranto. +Non giovando a risollevarlo dimanda alcuna, +nè sorsi di marsala, Gaspare mandò súbito per +il medico. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> +</p> + +<p> +Questi, che di grande appetito faceva colazione, +credette lo disturbassero per un vano timore; +cosicchè, quando arrivò, trovò l'infermo +avviato a migliorare. +</p> + +<p> +— Coraggio, zio! — disse Gaspare tornando +al letto. — Il medico assicura che sei fuori di +pericolo. +</p> + +<p> +— Allora..., son bell'e spacciato. +</p> + +<p> +Infatti non parlò più che verso sera, allorchè +mormorò: +</p> + +<p> +— Vado. +</p> + +<p> +E aggiunse: +</p> + +<p> +— Buona permanenza. +</p> + +<p> +Uno stoicismo sublime! Per ammirazione, per +emulazione quasi, cordialmente, Gaspare avrebbe +forse risposto: — Buon viaggio — se Luigi, +dall'altro lato del letto, non fosse scoppiato +in singhiozzi costringendo a singhiozzare anche +lui. +</p> + +<p> +Intanto l'anima onesta voleva andarsene, ma +il corpo, con le fibre che gli avanzavano salde, +la tratteneva in un supremo sforzo e in un'agonia +penosa; sì che, a ogni minuto, Gaspare sperava +lo strappo finale. Per fortuna i minuti furono +pochi. +</p> + +<p> +— Zio!... zio! +</p> + +<p> +Passato che fu, Gaspare e Luigi gli chiusero +gli occhi, uno per uno, e lo baciarono: prima +Gaspare, poi Luigi. +</p> + +<p> +Quindi il servo accese una candela e attese, +silenzioso, tutto in lagrime. Attese a lungo; ma +<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> +come Gaspare, col capo fra le mani, non dava +segno di muoversi, nè poteva credersi pregasse +ancora o meditasse, Luigi gli si accostò. +</p> + +<p> +— Signorino!... Vuol morire anche lei? Coraggio! +Vada a prendere un po' d'aria. Adesso +qui.... +</p> + +<p> +Alla mente di Gaspare corse la visione delle +tristi cose alle quali la morte obbliga i superstiti; +nè tardò a pensare, con gratitudine, che +l'incarico di quelle cose sarebbe stato suo quando +nel servo non avesse avuto allora e sempre +il migliore amico. +</p> + +<p> +Frattanto Luigi lo spingeva fuori della camera; +e lasciatolo nell'altra, poco dopo vi rientrava +con una tazza. +</p> + +<p> +— A lei! Una goccia di brodo.... +</p> + +<p> +Gaspare consentì senza voglia. E domandò: +</p> + +<p> +— Ti par proprio che sia morto volentieri? +</p> + +<p> +— Sì; anzi, se non fosse perchè non lo vedremo +più.... +</p> + +<p> +Gaspare alzò gli occhi al ritratto che pendeva +alla parete. +</p> + +<p> +— Per vederlo — Luigi si corresse, — pazienza: +c'è il ritratto. Ma non sentir più la sua +voce.... Quella voce, mai più!... +</p> + +<p> +Gaspare corse a rivedere il morto; Luigi, dietro +a lui. +</p> + +<p> +Così:... morto. E l'anima? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> +</p> + +<hr class="tbs" /> + +<p> +Era, quel brutto giorno, una bella domenica +alla metà di marzo, al tempo che già ferve per +tutto un senso di vita nuova. Solo Gaspare +Bicci non se n'accorgeva: andava per la strada +affollata, solo, raccolto in sè; quasi sotto un +peso opprimente; e dopo aver pensato agli uffici +di pietà che gli restavano da compiere e +alle forme di lutto da osservare, ripensava al +mistero della morte. +</p> + +<p> +Riflettè: «Dovendo morir tutti, ed essendo necessario, +per morir volentieri, aver sofferto molto, +ecco che anche il soffrire diventa un benefizio. +Ma si è sempre a tempo.» +</p> + +<p> +Eppure, lui soffriva; si sentiva stanco, stanco +anche nelle gambe. Ah zio, zio! perchè morire? +così buono!... Quand'ecco, a scorgere una +carrozza che passava vuota, egli fe' un cenno al +fiaccheraio e salì. +</p> + +<p> +— Dove vuoi; per un'ora. +</p> + +<p> +Indi riprese i tristi pensieri. Ma perchè lo +zio Giorgio aveva patito assai? Oltre che la passione +d'amore, a cui serviva di richiamo il tavolino +delle esperienze spiritiche, quali altri guai +aveva avuto quel nobile cuore? +</p> + +<p> +A queste dimande risponderebbe forse qualche +carta lasciata, per memoria, nello scrittoio; +insieme col testamento. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> +</p> + +<p> +Perchè, senza dubbio, lo zio Giorgio aveva +provveduto in bel modo e in perfetta regola alle +sue ultime volontà; senza dubbio sarebbe il nipote +l'erede di tutte le sostanze, all'infuori di +una giusta donazione a Luigi e all'infuori d'alcuni +lasciti per beneficenza. +</p> + +<p> +Veramente, nè lui, Gaspare, aveva bisogno di +nulla, nè il patrimonio dello zio, il quale troppo +per l'addietro aveva speso a pro' della patria +e molto sempre, nel beneficare, era cospicuo. +Di più: agenti e fattori ladri; disgrazie di grandinate +e carestie, etc. +</p> + +<p> +A conti fatti.... +</p> + +<p> +Gaspare faceva i conti quasi senz'accorgersene: +tanto, la possidenza di Poggiogrande; tanto, +la risaia di San Piero; tanto, la villa: una +villa malconcia dagli anni, desolata, nell'incuria, +laggiù, in una pianura malinconica.... Un ristauro +sarebbe stato necessario. +</p> + +<p> +In questo mentre il fiaccheraio, libero per +quell'ora del suo arbitrio, credè che il più bel +luogo ove condurre un signore svogliato e senza +meta fosse il giardino pubblico. Ma come Gaspare, +a mo' di chi si ridesta d'improvviso, si +vide fra la gente che andava al passeggio o ne +tornava, rimorso dalla sua sventatezza ordinò in +fretta: +</p> + +<p> +— No di qua! Torna indietro! +</p> + +<p> +Ed ecco che, al voltar della carrozza, nel voltar +gli occhi.... +</p> + +<p> +Dio! che bellezza! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> +</p> + +<p> +Una signorina bionda; modesta nell'abito semplice; +con due occhi tra celesti e verdi, meravigliosi, +portentosi! Che occhi! +</p> + +<p> +In un istante, nell'attimo che la carrozza voltava, +quegli occhi gli scoprirono in viso una +sciagura; indovinarono che egli non aveva nessuno, +non madre, non sorella, non moglie a +consolarlo; affermarono: io, per consolarvi almeno +come moglie, verrei in carrozza, a casa +con voi, piuttosto che andare al giardino, alla +musica, con la mamma; promisero, quegli +occhi, pur mostrando di promettere invano, +conforto, pietà, fede, amore! E tutto in un +istante! +</p> + +<p> +Inondata l'anima di poesia. Gaspare, se poeta, +avrebbe lì per lì composto un inno alla +donna in genere; alla donna, del cui sublime +ufficio al mondo l'avevano persuaso lì per lì, +e per la prima volta, gli occhi di quella giovinetta. +</p> + +<p> +La donna! Fiore che inebria. Carezze e baci. +Vaso di consolazione. Incitamento alla vita perchè +essa si rinnovi in altre vite. Tesoro.... +</p> + +<p> +«Ammógliati»; era questo il miglior consiglio +che lo zio Giorgio gli aveva dato affinchè stesse +di buon animo, con Luigi. +</p> + +<p> +E quell'incontro istantaneo, quell'occhiata fugace +e profonda acquistavano la significazione +d'una volontà che così, per divina grazia, si +manifestasse e ripetesse subito, d'oltre la terra. +</p> + +<p> +«Ammógliati». +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> +</p> + +<p> +Gaspare Bicci provava nell'animo una impressione +quale di carezza lunga, continua; e +il suo sguardo a poco a poco avvertiva come +un fervore di luce che s'andava definendo in +un miraggio di felicità. +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +Per beneficenza il signor Giorgio Bicci non +lasciò nulla; perchè — era detto nel testamento — beneficando +in vita aveva voluto vedere +il buono o cattivo uso del suo denaro; e per carità +cristiana non aveva voluto, beneficando in +morte, che nessuno si compiacesse della sua +morte. Erede di tutto lasciò il nipote Gaspare; +con solo l'obbligo di una donazione al servo +fedele e con l'avviso che, se era difficile trovare +un nipote come lui, Gaspare, era impossibile +trovare un servo come Luigi. Le quali parole +e la massima: «Ama te stesso un po' più del +prossimo tuo», contennero Gaspare in così equa +misura nel far la donazione che a lui non parve +compiere alcun sacrificio e a Luigi parve ricevere +più di quanto meritava. +</p> + +<p> +— Signorino, è troppo! è troppo! +</p> + +<p> +Ah sì, era un uomo sincero, Luigi! Non nascondeva +la letizia di poter vivere agiatamente, +insieme col suo Gaspare, gli ultimi anni; tuttavia +<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> +si ricordava del morto e mormorava spesso +con gli occhi pieni di lagrime: — Dove sarà +mai, povero padrone? +</p> + +<p> +Ma gli amici! Nelle loro condoglianze quelli +vecchi, dello zio, avevano manifestato, più che +il dolore della perdita, il presentimento doloroso +del comune destino: <i>hodie tibi, cras mihi.</i> +</p> + +<p> +E gli amici di Gaspare, che venivano a trovarlo +o che incontrava per via, dicevano, tra +mentite frasi, con lo sguardo o, se schietti, addirittura +con la bocca: +</p> + +<p> +— Fortunato te! Avere avuto uno zio ricco +che ti ha tolto ogni incomodo e lasciata l'eredità! +</p> + +<p> +Se, tutt'al più, avessero detto: — Comprendiamo +il tuo dispiacere d'aver perduto una +persona che amavi, e, nello stesso tempo, il +piacere dell'eredità che hai fatta, poh!, in riguardo +all'umano egoismo avrebbero meritato +scusa. Dicevano invece, o parevano dire senz'altro: — Congratulazioni —, +e invidiavano. Onde +Gaspare doveva sfuggirli: a mostrarsi afflitto, +non gli credevano; e mostrarsi lieto nè +voleva nè poteva, essendo men tristo di loro. +</p> + +<p> +Indispettito, così, delle amicizie, egli sentiva +sempre più il bisogno di un'anima che lo comprendesse. +</p> + +<p> +.... Or come una sera rincasava, appena dentro +la porta Gaspare udì chiedere dall'alto: +</p> + +<p> +— Sei tu? +</p> + +<p> +Rispose: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> +</p> + +<p> +— Nossignora, sono io. +</p> + +<p> +Era la moglie dell'ingegner Tredòzi, da poco +venuto ad abitare al primo piano. +</p> + +<p> +— Stia comoda. Ci vedo — aggiunse Gaspare, +mentre accendeva un cerino. +</p> + +<p> +Ma la signora continuava a fargli lume; ed +egli, per non bruciarsi, gettò il resto del cerino +e salì più in fretta. +</p> + +<p> +Ella disse: — Credevo fosse mio marito. +</p> + +<p> +— Troppo gentile; s'accomodi..., s'accomodi — ripeteva +Bicci, che era corso a suonare il +campanello. +</p> + +<p> +Se non che Luigi o dormiva o era fuori. +</p> + +<p> +— Colgo l'occasione — disse la signora — per +farle, benchè in ritardo, le mie condoglianze. +</p> + +<p> +— Grazie. +</p> + +<p> +Ed ella, nell'attesa, proseguiva: +</p> + +<p> +— Sempre sciagure! Siamo proprio al mondo +per soffrire! +</p> + +<p> +— Mah!... — fece Gaspare in tono mesto, con +lo sguardo in alto quasi intravvedesse lassù, nella +vòlta, la ragione suprema della vita. E Luigi +non veniva! Tornò a suonare. +</p> + +<p> +La signora Tredòzi sorrise. +</p> + +<p> +— Una fatalità: la mia donna, malata, e il suo +Luigi.... +</p> + +<p> +Allora il sangue diè un tuffo a Gaspare. Fosse +morto anche Luigi? +</p> + +<p> +Ma no, eccolo. +</p> + +<p> +— Eccolo, eccolo! Grazie... buona notte, signora. +Grazie! Scusi! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> +</p> + +<p> +— Buona notte, signor Bicci. +</p> + +<p> +Perchè mai una donna così gentile e così bella +(non per la prima volta quella sera Gaspare +l'aveva trovata bella) era caduta nelle mani +di un ingegnere così brutto e così villano come +quel Tredòzi? +</p> + +<p> +Le cose che non piacciono, o che dispiacciono, +sembrano anormali ed enormi anche +quando sono le più naturali del mondo; e questa +interrogazione, sebbene egli cercasse di rispondervi +ragionevolmente, ricorse al pensiero +di Gaspare anche nei giorni di poi, quando rivedeva +la signora Silvia. Perchè mai una donnina +tanto graziosa apparteneva a un ingegner +Tredòzi? +</p> + +<p> +E per pietà di lei, dopo il colloquio su le scale, +Gaspare volle rivedere la signora; e si vedevano +spesso. Ella dal balcone, a cui si affacciava, +e lui dalla finestra della sua camera, +potevano anche parlarsi. +</p> + +<p> +Cominciarono infatti con i «buon giorno» e +i «come sta?» e con quelle parole che non giovano +se non a confermare simpatia tra persone +che hanno poca consuetudine, di trovarsi insieme: +considerazioni del tempo; accenni a qualcuno +o a qualche cosa nella strada. Finchè essa +ebbe un favore da chiedere al signor Bicci: un +libro, perchè si annoiava. +</p> + +<p> +Gaspare le portò sei romanzi. Conoscendone +già cinque, lei ne ritenne uno solo; grata, nondimeno, +e ancor più gentile e amabile. E nel +<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> +breve incontro, a cui il prestito aveva dato occasione, +Gaspare apprese molte cose. Prima di +tutto, che la signora Silvia diveniva più bella +più le si andava vicino. Poi, che era infelice per +colpa di quel tanghero: mai a un teatro; mai +a conversazioni; sempre in casa ad annoiarsi! +Infine, che era una signora molto colta e che +perciò egli, il quale desiderava essere cortese, +avrebbe dovuto provvederla di altri romanzi moderni: +e uno alla volta, per godere più spesso +della sua gradevole compagnia. +</p> + +<p> +Così, appena il primo libro gli fu restituito, Gaspare +ne portò uno nuovo di stampa; e via via. +Discorrevano di romanzi. Ma come discorrere +di romanzi senza parlar d'amore? Parlavano +d'amore. Che se non sempre si trovavano d'accordo +intorno al carattere delle eroine e degli +eroi, sempre però convenivano in un punto: +non essere possibile innamorarsi davvero senza +commettere qualche sproposito. Orbene, Gaspare +un pomeriggio si rinchiuse nella sua camera stupito, +sbigottito: non di sentirsi innamorato della +signora Silvia, che non c'era da meravigliarsene +(per la solitudine del suo cuore dopo la +perdita dolorosa, e per la stagione in cui erano: +di primavera), ma stupito dell'aver scoperta innamorata +di lui la signora Silvia! +</p> + +<p> +Subito, di rimbalzo, tornò al ricordo dello zio; +e subito, coll'intelligenza di un innamorato, egli +scorse che all'articolo del matrimonio lo zio aveva +avuto a un tempo ragione e torto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> +</p> + +<p> +«Gli scapoli sono ingannati, o, che è peggio, +ingannano». Certo: ma non eran quelle donne +lì, tanto soavi e infelici, che ingannavano +gli scapoli; eran quelle altre! Del resto, se per +regola ingannare sembra peggior cosa che essere +ingannati, ingannare un Tredòzi non era +ingannare un amico o un marito che non meritasse +di essere ingannato. Un'eccezione, insomma; +della quale lo zio moribondo non aveva +avuto tempo di avvertire la possibilità, e per la +quale il nipote compirebbe un'opera quasi pietosa +confortando una povera donna. +</p> + +<p> +— Io l'amo! — Gaspare esclamò senza più temere +di commettere uno sproposito, e tuttavia +abbastanza sicuro che un tale amore non trasgredirebbe +al buonsenso fino a divenire una passione. +</p> + +<p> +E l'indomani, interrotta la signora che, nervosa, +con un tremito alle palpebre, prolungava +un discorso vano, egli, col tono di un peccatore +che si confessa o di un infermo che palesa il +suo male al medico: +</p> + +<p> +— Signora — disse d'improvviso, — io.... +l'amo! +</p> + +<p> +La signora Silvia impallidì, lo guardò attonita; +s'alzò, ricadde; si nascose il viso fra le mani, +e — oh gioia! — si mise a piangere. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> +</p> + +<h3> +V. +</h3> + +<p> +Gaspare Bicci non si era mai proposto il pericoloso +mestiere del conquistatore: nè mai si +sarebbe imaginato di navigare per il mare della +colpa a vele così gonfie, con tanto vento in +poppa e a sì grande velocità. Troppa grazia! +Perchè una mattina Silvia gli gettò le braccia +al collo in un impeto d'allegrezza annunciando: — Siamo +liberi! +</p> + +<p> +C'era da spaventarsi. Liberi?... come? +</p> + +<p> +— Sì. <i>Lui</i> va in montagna per un ponte che +s'è rotto, non so dove. Resterà fuori un mese e +mezzo! +</p> + +<p> +La libertà inattesa, per la quale si sottraeva +all'usato giogo, la inebbriava, l'ammattiva. +</p> + +<p> +— Ne vogliam fare di tutte le sorta! — ella +esclamò. Pensò Gaspare che quand'anche proseguissero +a farne di una sorta sola, bastava. +</p> + +<p> +E Silvia, ridendo, soggiungeva: +</p> + +<p> +— Figurati che lassù c'è solo una lurida osteria! +Dormirà male, mangerà male, etc.: astinenza +in tutto. Che castigo! +</p> + +<p> +Ancora una volta la fortuna, per favorire un +uomo, ne costringeva un altro — povero diavolo! — a +disagi e a danni, e un po' ripugnava +a Gaspare la soverchia letizia della bella. +<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> +Tradire il marito poteva essere, sì e no, una +perdonabile colpa; ma deriderlo e compiacersi +del suo malanno, era davvero mancanza di generosità. +E se dopo appena un mese che aveva +il merito di confortare la signora Silvia, Gaspare +Bicci teneva l'ingegner Tredòzi per un «povero +diavolo» e l'ingannarlo giudicava una colpa, per +quanto perdonabile, Gaspare Bicci non poteva +dunque più negare a sè stesso che già gli sbollivano +i primi ardori. Anzi, al sentimento della +cattiva azione che commetteva, a un senso di +profanazione che per quella tresca faceva al +recente lutto, e all'amarezza del possesso diviso, +gli si aggiungeva il timore d'un vincolo indissolubile. +Silvia non dubitava neppure d'un lontano +abbandono. «Ci ameremo anche quando +saremo vecchi, per l'amore d'adesso» — ripeteva. +Vecchi? +</p> + +<p> +Egli contava i suoi anni: ventitrè; e gli anni +di lei: ventotto o ventinove o trenta; e della differenza +misurava l'entità nell'avvenire; e in proposito +all'amore eterno si chiedeva se, caso mai, +non fosse predisposto da natura ad amar eternamente +una bionda piuttosto che una bruna, +quale la signora Silvia. +</p> + +<p> +Però a riflessioni più gravi lo condusse l'assenza +dell'ingegnere. Silvia, da amante saggia +che era, diventava pericolosa. +</p> + +<p> +Strana donna! Prima, piangeva il suo fallo; +temeva l'onta; raccomandava cautele. +</p> + +<p> +— È geloso? — domandava Gaspare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> +</p> + +<p> +— Non so; non gliene ho mai data occasione. +Ma so che non mi stima e io voglio che mi +stimi a suo dispetto. +</p> + +<p> +Onesta per dispetto! +</p> + +<p> +— E tu — chiedeva lei — mi stimi? +</p> + +<p> +Meno dell'altro; sebbene sentisse il dovere di +rispondere: — Sì. +</p> + +<p> +— Io tradisco un uomo — mormorava lei. +</p> + +<p> +E lui: +</p> + +<p> +— E io non t'aiuto forse a tradirlo? — Ciò +che significava chiaramente: «dimandami se io +stimo me stesso, e ti dirò la verità anche +per te». +</p> + +<p> +Ora, questa donna che pretendeva stima fin +dall'amante, lontano che fu il marito volle a +ogni costo informare il mondo che aveva un +amante lei pure. Non solo lo traeva a gite in +campagna, all'uso (secondo i romanzi) di Parigi: +l'obbligava ad accompagnarla nei luoghi +cittadini più frequenti; ivi gli dava del <i>tu</i> non +a bassa voce o a voce troppo bassa; ivi pareva +cercare le amiche perchè la vedessero. +Inutilmente Gaspare l'ammoniva: — Giudizio! +Qualcuno ne parlerà a tuo marito; qualche voce +gli arriverà all'orecchio. — Silvia scrollava +le spalle: — Ti amo! Alla peggio, mi ammazzerà, +o io fuggirò con te. — Due cose da mettere +i brividi solo a pensarle; e nè l'una nè +l'altra sembrava la peggiore di tutte: la peggiore, +la più probabile, era per Gaspare una +terza: una revolverata a lui, Gaspare! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> +</p> + +<p> +Bicci pertanto cominciava a stancarsi di quel +fortunato amore; già desiderava, invocava il ritorno +di Tredòzi, affinchè Silvia rientrasse nei +limiti della discretezza. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Quando mai Gaspare Bicci ebbe un desiderio +che, pur senza sua grande intenzione, non gli +fosse esaudito? +</p> + +<p> +Egli e Silvia una mattina, soli (la serva era +uscita per le spese), stavano discorrendo del +più e del meno e non attendevano al mal tempo +e alla pioggia dirotta, allorchè un'improvvisa +tremenda scampanellata li interruppe. +</p> + +<p> +— Lui! +</p> + +<p> +Gaspare non disse nulla: trovò; si mise il +cappello in testa. +</p> + +<p> +— Che sia proprio lui? +Una seconda scampanellata. +</p> + +<p> +— Dio!... Nasconditi; subito! +</p> + +<p> +— Dove? +</p> + +<p> +— Sotto il letto; +</p> + +<p> +Già egli era ginocchioni, col cappello in testa. +</p> + +<p> +— No! Meglio nell'armadio! — Mentre ve lo +spingeva e ve lo rinchiudeva, Gaspare sentì di +odiare quella donna.... E una terza scampanellata, +lunga, atroce.... Poscia, dall'armadio, si +udirono avanzare le voci; bestiale l'una; fioca +l'altra. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> +</p> + +<p> +— Corpo di...! Son bagnato da capo a piedi, +e tu mi lasci fuori al fresco! +</p> + +<p> +— Non avevo sentito; soffro tanto, oggi! +</p> + +<p> +— Si vede: sei gialla. Cos'hai? +</p> + +<p> +— Vertigini. +</p> + +<p> +— E io? Almeno almeno mi sarò presa una +polmonite, causa tua! — Tossiva. — Maledetto +il tempo, il ponte, la Provincia, il Governo! +Auf...! — Sbuffava. — Presto! una camicia; un +paio di mutande.... Alle dieci debbo essere in +prefettura! — Gridava. — Camicia! Mutande! +</p> + +<p> +E quindi la voce fioca: +</p> + +<p> +— Ecco la camicia; ecco le mutande. +</p> + +<p> +Due tonfi: di scarpe che cadevano sull'impiantito. +</p> + +<p> +— Presto: le altre scarpe! l'abito nero! il +cappello sodo! +</p> + +<p> +E Silvia, dopo un poco; dopo un'eternità per +Bicci, là dentro: +</p> + +<p> +— Ecco le scarpe; ecco il cappello. +</p> + +<p> +— L'abito! +</p> + +<p> +— Lo cerco. +</p> + +<p> +— Dove lo cerchi? nel comò? È nell'armadio! +</p> + +<p> +— Credo d'averlo messo io nel comò, l'altro +ieri. +</p> + +<p> +— Spicciati! +</p> + +<p> +Ma: +</p> + +<p> +— Non c'è. +</p> + +<p> +Allora il marito cadenzando la parola con ira: +</p> + +<p> +— È nell'armadiooo! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> +</p> + +<p> +— No, ti dico! +</p> + +<p> +— Sì, ti dico! +</p> + +<p> +Due passi di lui a quella volta..., alla volta +dell'armadio. La vita di Gaspare Bicci s'atteneva +a un ultimo filo di speranza: Se il marito +tradito era in mutande, non poteva avere +indosso il revolver; a prenderlo occorrerebbe un +certo tempo.... Ma uno strido modificò la catastrofe. +</p> + +<p> +— Oh Dio! Muoio! Un po' d'acqua!... Presto!... +Dell'aceto! Muoio! +</p> + +<p> +Il marito esclamò, più forte della moglie: +</p> + +<p> +— Sei matta? +</p> + +<p> +— Per carità!... Aceto!... Muoio, muoio!... +</p> + +<p> +— Io non ho tempo da perdere!... Cristo!... +Dov'è ora l'aceto? +</p> + +<p> +— In cucina; corri!... Oh Dio!... Ah.... +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Gaspare spingeva. Ella aperse. +</p> + +<p> +— Scappa — disse — e chiudi l'uscio! +</p> + +<h3> +VI. +</h3> + +<p> +Tira e tira, poichè l'uscio d'ingresso non si +chiudeva, a chiuderlo con istrepito Gaspare preferì +trarlo accosto. Ma uscendo, il marito al +quale pareva d'averlo chiuso lui, si meravigliò +e collegò un primo sospetto alla storia dell'abito +<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> +che la moglie aveva voluto non fosse nell'armadio +e allo svenimento improvviso; sicchè i +sospetti crebbero. +</p> + +<p> +— Per persuaderlo — disse poi Silvia a Gaspare — ho +dovuto svenire altre due volte, dopo +desinare. +</p> + +<p> +Ebbene, tutto ciò era brutto, era immorale! Le +scampanellate; il rifugio nell'armadio; gli svenimenti +sapevano di <i>pochade</i>; e assistendo alle +<i>pochades</i> Gaspare aveva riso sempre, di gran +gusto, ma non gli era mai parso bello imitarne +gli eroi. S'aggiunga che nella vita diviene non +di rado tragedia quel che in teatro equivale +alla <i>pochade</i>; e Tredòzi non aveva faccia d'uomo +da lasciarsi prendere pazientemente in giro. +</p> + +<p> +Tredòzi sospettava: perciò Bicci aveva il dovere +di ridar la pace a un uomo e di salvare +la vita anche a una donna; e perciò bisognava, +anzitutto, allontanarsi, essendo la vicinanza che +eccitava a pazzie l'innamorata. Bisognava, magari, +mutar casa. +</p> + +<p> +Veramente a cambiar residenza stimolava Gaspare +un secondo motivo, che non avrebbe confessato +neppure a un amico intimo, neppure a +Luigi. +</p> + +<p> +Ed era questo: due notti addietro egli aveva +preso sonno prima d'aver spento il lume e facendo +per spegnerlo in un intervallo di risveglio, +gli era comparsa dinanzi una donna bianca, o +meglio, un'imagine, una larva che lo guardava +con occhi stupiti e dolenti quasi di non riconoscerlo. +<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> +Balzato a sedere sul letto, la fantasma +si era dileguata súbito. Un'allucinazione senza +dubbio. E la mattina dopo ne aveva riso. Ma la +sera per precauzione non si era dato il disturbo +di spegnere la candela. Ed ecco, a trarlo +con freddo orrore del dormiveglia, ecco lo spirito +entrare, avanzare adagio adagio, con lo sguardo +doloroso e incerto; più vicino, più vicino.... +</p> + +<p> +Questa volta egli aveva messo un grido. E +lo spirito, via. +</p> + +<p> +Alla visione era seguito nel pensiero di Gaspare +un raziocinio: forse quell'anima, non sentendosi +da tempo più chiamare per mezzo del +tavolino, veniva lei in cerca dello zio Giorgio; +onde arguivasi che l'anima dello zio era andata +da un'altra parte. +</p> + +<p> +Ma continuerebbero quelle visite spaventevoli? +</p> + +<p> +.... Un'insania? Sciocchezze, che la scienza positiva +deride?... Insomma, fosse pazzia o no, +per tutta la notte non gli era stato possibile richiuder +occhio; e conveniva evitare una malattia +d'insonnia, e paure, angustie. +</p> + +<p> +A tempo dunque venivano i sospetti dell'ingegnere. +Confermandolo nella determinazione della +notte, permettevano a Gaspare d'andarsene e +di ridere de' suoi terrori notturni. +</p> + +<p> +Rimaneva una difficoltà. Luigi si rassegnerebbe +ad abbandonar la casa ove era invecchiato +e dove il padrone era morto? +</p> + +<p> +Mentre Gaspare meditava, Luigi gli venne davanti +con aria meditabonda. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> +</p> + +<p> +— Signorino, questa casa non è più per noi. +</p> + +<p> +Forse anche lui aveva avuta la visione paurosa? +O forse il buon uomo, consapevole della +tresca, ne temeva lui pure le conseguenze? +</p> + +<p> +Gaspare non interrogò; rispose: +</p> + +<p> +— Hai ragione. Cercheremo un appartamento +ammobigliato. +</p> + +<p> +Lo trovarono lo stesso giorno; elegante; in +una delle vie principali; a buon prezzo: in casa +del cavalier Squiti. +</p> + +<p> +Quanto alla signora, essa ebbe una lettera, +che Bicci le gettò nel balcone: In casa e nel +vicinato tutti sapevano, spettegolavano, malignavano, +mormoravano, spiavano. Era inevitabile +una tragedia se qualche voce perveniva all'orecchio +di Tredòzi. Diveniva obbligo d'un gentiluomo, +in tal caso, salvar la fama e la vita +d'una signora, allontanandosi. Oltre a ciò, per +faccende d'interessi, Gaspare chiedeva a Silvia +una licenza di quindici giorni; trascorsi i quali +e chetati sospetti e ciarle, riprenderebbero i loro +colloqui nella casa in cui egli andava ad abitare, +o altrove. +</p> + +<p> +Piacesse o no alla signora, questo era buon +senso, questa era prudenza! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> +</p> + +<h3> +VII. +</h3> + +<p> +Il cavalier Squiti, padrone di casa, alto impiegato +della Provincia e persona molto grave, +non aveva solo la moglie. Gaspare vide, alcune +volte, alla finestra.... Che bellezza! Due occhi +tra celesti e verdi; capelli biondi; portamento +modesto e gentile.... Assomigliava alla signorina +che si recava al giardino pubblico il dì mortale +dello zio Giorgio. Lei? +</p> + +<p> +Forse non era; ma le assomigliava in modo +che a vederla una dolcezza grande veniva, per +gli occhi, al cuore di Bicci e, insieme, un panico +quasi alla presenza di una divinità. Rapidamente, +con la rapidità del destino, egli, che +dalla brutta tresca aveva avuti incitamenti all'amore +buono e al consiglio dello zio, ne rimase +conquiso. Tale, infatti, tale gli appariva +la donna vagheggiata ne' sogni dai giorni che +non conosceva l'amore al dì ch'egli l'aveva conosciuto! +Tale era la donna amata e da amare: +fatalmente. Bando, dunque, al peccato! Mai +più signora Silvia! Pace e salute all'ingegner +Tredòzi! E a Gaspare, certo che stavolta era +la buona, gli bisognava accertarsi anche se il +cavaliere Squiti presto o tardi gli darebbe l'angelica +giovinetta in moglie. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> +</p> + +<p> +Accadde che circa ventiquattr'ore dopo aver +visto quell'angelo per la quinta volta, Gaspare +uscendo s'imbattesse appunto nel cavaliere, che +usciva; e s'accompagnassero per istrada. +</p> + +<p> +Scambiati i soliti complimenti: — Ah suo zio! +Che galantuomo! — esclamò l'uno. +</p> + +<p> +E l'altro: — Lo conosceva? +</p> + +<p> +— Eravamo amici. Un po' originale, a dire la +verità; un filosofo; ma che cuore, che cuore! +E che carattere! Uomini d'antico stampo, caro +Bicci! +</p> + +<p> +— Ah sì! +</p> + +<p> +— E che bene le voleva, a lei! A discorrere +di suo nipote, ci godeva; proprio come un +padre. +</p> + +<p> +— È strano — disse Gaspare: — di me non +ne parlava mai con me. +</p> + +<p> +Ma il cavaliere si fermò di botto. +</p> + +<p> +— A proposito: lei, senza dubbio, suona?... +</p> + +<p> +Distratto dal ricordo dello zio o dall'apparente +incongruenza di quell'<i>a proposito</i>, Bicci chiese: +</p> + +<p> +— Suono?... +</p> + +<p> +— Il piano? +</p> + +<p> +— Sì, alla peggio. +</p> + +<p> +— Anch'io suono — disse il cavalier Squiti +levandosi gli occhiali, pulendone le lenti e rinforcandoli: — non +il pianoforte, però; uno strumento +più geniale — come dire? — più canoro, +più.... cordiale. +</p> + +<p> +— Il violoncello? +</p> + +<p> +— No, il clarinetto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> +</p> + +<p> +Gaspare si figurò la persona grave del cavaliere +col clarinetto in bocca; e tacque. +</p> + +<p> +— Creda a me: la musica è il miglior conforto +nelle disgrazie — seguitò l'altro. +</p> + +<p> +— Lo credo. +</p> + +<p> +— Se mi favorirà qualche volta, suoneremo. +</p> + +<p> +Gaspare allora esclamò entusiasta: +</p> + +<p> +— Volentierissimo! +</p> + +<p> +— Stasera?... Potrebbe? +</p> + +<p> +E gli occhi dello Squiti rifulgevano dietro le +lenti. +</p> + +<p> +— Sissignore, posso. +</p> + +<p> +Ripresero la strada; e il cavaliere riprese a +dire, senza più sorridere, con tutta gravità: +</p> + +<p> +— Io in casa ci avrei una pianista; ma adesso +non ha tempo. +</p> + +<p> +— La sua figliola? — domandò Bicci, al quale +battè forte il cuore. +</p> + +<p> +— Non ho figliole: la mia pupilla. +</p> + +<p> +«La sua pupilla? La signorina era sotto la +sua tutela?» E Bicci pensò con nuova tenerezza: +«Orfana come me!» +</p> + +<p> +— La signorina Roccaforte è per me quel che +era lei per suo zio. L'ebbi in casa bambina. Il +padre.... +</p> + +<p> +Gaspare ascoltava il racconto religiosamente, +intanto che benediceva suo zio e il clarinetto. +</p> + +<p> +Poi, essendo già innamorato e con la testa +nel cuore, si dimenticò di chiedere allo Squiti +perchè la signorina Roccaforte non aveva tempo +di sonare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> +</p> + +<p> +Nè (importa notarlo?) si ricordava più affatto +della signora Silvia. Ah la virtù di ogni amor +buono su ogni amore disonesto! +</p> + +<p> +Mai, mai come la sera di quel giorno il giovano +Bicci si studiò di rendersi elegante; ed entrò +dagli Squiti con grandi palpiti e insieme +con la disinvoltura d'un uomo uso al mondo. +Ma il cavaliere, che scartabellava della musica, +l'accolse solenne; in tono ufficiale lo presentò +alla moglie, che faceva la calza. E chiamò ad +alla voce: +</p> + +<p> +— Erminia! +</p> + +<p> +Ella dalla finestra (aperta: era di maggio) si +fece innanzi, lentamente.... +</p> + +<p> +— La signorina Erminia Roccaforte — .... e +voltosi a un giovane, che la seguiva (oh Cielo!), +il cavaliere presentò: — L'avvocato Enrico Griboldi, +suo promesso sposo. +</p> + +<p> +— Tanto piacere.... — All'imbarazzo di Gaspare, +la signorina Erminia sorrise a pena a +pena. +</p> + +<p> +— A noi! — esclamò lo Squiti in un'istantanea +mutazione di gioia. — Badi che io odio la +musica tedesca. Non è mai accaduto a lei, caro +Bicci, di odiare una cosa bella? +</p> + +<p> +— Ah sì! — rispose Gaspare, che ora odiava +la signorina Erminia. +</p> + +<p> +Il primo pezzo — del <i>Faust</i> — procedè a +meraviglia, quantunque le mani di Bicci qua e +là affrettassero come un cavallo che abbia amor +proprio e cui rincresca restar addietro al compagno. +<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> +Finito il pezzo, la signora Squiti depose +la calza e battè le mani; la signorina avvertì +che la gente si arrestava per la strada ad ascoltare; +il cavaliere, deposto il clarinetto, abbracciò +il compagno dimenticandosi d'esser grave. +</p> + +<p> +— Oh che orecchio! che orecchio! +</p> + +<p> +Ma gli altri pezzi ebbero peggior sorte, per +colpa di Gaspare che cadeva in pensieri estranei. +Pensava: «Io non sono forse meglio di +colui? Si può dire un bel giovane? robusto +come me? — Avvocato! — E non sono ingegnere, +io? Che meriti avrà? Niente: fortuna! +Quest'è fortuna! Una moglie bella — così bella! — ricca; +e orfana...; nemmeno la suocera!» +</p> + +<p> +— Pazienza...: Terza battuta: là! — riprendeva +il cavaliere. +</p> + +<p> +Al diavolo anche il clarinetto! Bicci sudava: +con il freddo nel cuore. +</p> + +<p> +Già infelice, sembravagli d'esser stato sventurato +sempre; di dover essere infelice sempre, +per tutta la vita; e pativa della più grande sventura +che possa capitare a un uomo: quella d'innamorarsi +d'una ragazza innamorata e fidanzata +d'un altro. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> +</p> + +<h3> +VIII. +</h3> + +<p> +Assente da lei credeva che il solo contemplarla +quale un'imagine di pura bellezza o una +cosa intangibile basterebbe a ristorargli l'inedia +dell'anima; e vicino, oltre il martirio del clarinetto, +che pena la vista dei fidanzati in abboccamenti, +in sorrisi, in bisbigli! Era una sconvenienza +sociale! Perchè ai fidanzati dev'esser +lecito dirsi delle sciocchezze o, magari, parlar +male del prossimo a bassa voce, in cospetto +del prossimo? Non avevano riguardo quei due +nemmeno a una persona giovane, che, in fin +dei conti, veniva lì per far servizio al padrone +di casa! +</p> + +<p> +Così il povero Gaspare, invece di contemplare, +doveva torcere gli occhi altrove; doveva dubitare +che gl'innamorati ridessero di lui; doveva +resistere alla tentazione di fracassar la tastiera +del pianoforte. +</p> + +<p> +Se n'andava. E appena fuori, ogni sentimento +d'invidia e d'ira cedeva al desiderio del mirabile +viso. +</p> + +<p> +«Siamo seri! ragioniamo!» egli si ripeteva indarno. +«Il meglio sarebbe che io mi distraessi.» +Ma non trovava il modo; anzi le distrazioni +che gli capitavano, gli accrescevano il desiderio +<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> +d'Erminia. Gliene capitò una, un giorno.... La +signora Silvia, avendo scoperto il rifugio di lui, +vi penetrò. +</p> + +<p> +— Lei.... tu!...: qua? +</p> + +<p> +— Traditore! — Ella alzò il velo per mostrar +meglio due occhi rabidi. +</p> + +<p> +— .... col pericolo di compromettervi? — proseguì +lui, trovando il tono giusto. +</p> + +<p> +— Vile! +</p> + +<p> +Ma Gaspare assunse l'aria d'un uomo superiore +agl'insulti; freddo, quasi sprezzante. +</p> + +<p> +— Non vi avevo chiesto quindici giorni di +libertà? Ho i miei affari anch'io; avevo, ho +bisogno di tranquillità, di riposo. +</p> + +<p> +— Ah Gaspare, Gaspare! +</p> + +<p> +Ora gli occhi si riempirono di lagrime e fiammeggiarono; +a un tempo, lagrime di duolo e +fiamma di tentazione e di colpa. +</p> + +<p> +— Tu, Gaspare! Chi me l'avrebbe mai detto! +Non l'hai dunque l'anima? Dodici giorni senza +passare sotto le mie finestre! Senza scrivermi +nemmeno una riga! +</p> + +<p> +Il dolce rimprovero lo punse più che le offese. +Deliberato tuttavia a finirla, Bicci, che voleva +finirla da gentiluomo, esclamò: +</p> + +<p> +— Silvia! Debbo dirvi la verità. A me, uomo +leale, rincresce offendere un uomo leale com'è +l'ingegner Tredòzi! Ecco tutto! +</p> + +<p> +A quest'affermazione Silvia avvampò più che +a uno schiaffo. +</p> + +<p> +— Ecco tutto? Tu menti! Non avevi scrupoli +<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> +prima, quando.... Tu menti! Adesso capisco +che non mi ami più! +</p> + +<p> +Infatti, che cosa ha mai a che fare la coscienza +con l'amore? +</p> + +<p> +— .... Adesso voglio saper il resto; proprio +tutto! Perchè abbandonarmi?... Dimmene la +causa vera, subito! — L'investiva, inviperita. — Subito! +</p> + +<p> +Che dirle? Rispose: +</p> + +<p> +— Che volete che vi dica? Incompatibilità di +carattere: voi siete piena di fuoco; e io.... +</p> + +<p> +— Bugiardo! Incompatibilità di carattere non +può esserci che tra marito e moglie! La ragione +vera le la dirò io! Tu hai una nuova +amante! +</p> + +<p> +— No; ve lo giuro. +</p> + +<p> +— Spergiuro! Infame spergiuro! +</p> + +<p> +Era inutile discutere quando non valeva giurare. +Gaspare non aveva ancor scosse le spalle +che già Silvia gridava: +</p> + +<p> +— Ah, tu credi che tutto sia finito tra noi? +T'inganni! Io ti detesto, ma io ho dei diritti su +di te; fra noi due c'è un vincolo; un vincolo +morale!... — (Lo chiamava un vincolo morale!) — Tu +mi hai sedotta!... C'è il vincolo del +rimorso fra noi, e se scoprirò che tu hai un'amante, +ti caverò gli occhi; a te o a lei; così +imparerai a conoscere le gentildonne! +</p> + +<p> +Su l'uscio, calato il velo, si rivolse per ripetere: — Io +sono una gentildonna! — E partì, +finalmente. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> +</p> + +<p> +.... Se non che Bicci non gioì neppure della +liberazione da quel giogo. Soggiaceva perduto, affannato, +disperato a un maggior peso, all'amore +fatale e contrastato dal destino. E non un amico +col quale confidarsi! Avrebbero riso gli amici: +un innamorato muove sempre a riso come +chi cada goffamente in terra. Lui dove mai era +caduto? +</p> + +<p> +Con la testa tra le mani, negli occhi l'apparenza +del suicidio, si abbandonò e parlò al solo +che lo compiangerebbe. +</p> + +<p> +— Sono innamorato, Luigi. +</p> + +<p> +Luigi si mise a ridere. +</p> + +<p> +— Eh, lo so da un pezzo! +</p> + +<p> +— Della signora? Di quella dell'altra casa? — esclamò +Gaspare, abbattuto. — Credi di quella? +</p> + +<p> +— Di tutt'e due: di quella e di questa. +</p> + +<p> +— No no: solo di questa qui, della signorina — egli +protestò —; ed è già impegnata! +</p> + +<p> +Allora Luigi chinò lo sguardo, quasi pensasse +ch'essere innamorato di una sola fosse un malanno +assai più serio. Poi disse: +</p> + +<p> +— Perchè non andiamo in campagna? A mutar +aria.... +</p> + +<p> +Il consiglio era semplice e buono; e la lontananza, +gli svaghi campestri, la caccia, il ristauro +della villa potrebbero davvero guarirlo. +Alla fin fine, non sarebbe una corbelleria morir +d'amore? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> +</p> + +<h3> +IX. +</h3> + +<p> +Una corbelleria senza dubbio. Ma intanto che +passava il tempo, la cotta permaneva. La passione +del nipote diveniva una passione più grave, più +affannosa forse che quella del povero zio! Perchè +se Erminia fosse morta dopo avere amato lui, +com'era accaduto allo zio, meno male! Erminia +invece non lo amerebbe mai: Erminia amerebbe +sempre quell'altro! E Gaspare era innamorato +in modo che quando, in certi momenti, credeva +d'esser guarito e si rallegrava tutto, ecco d'un +tratto tornargli la parvenza cara e nemica, e +con essa quella pena al cuore come di un male +che, dopo un breve assopimento, rincrudisce; +un'amarezza quale di torto ricevuto o di oltraggio +patito; una intollerabile smania di rivedere +in realtà l'amata donna; una rodente gelosia. +Oramai egli non si diceva neppur più uno +stupido, convinto sempre più che Erminia era +per lui la donna unica; che lei, proprio lei aveva +incontrato al passeggio nel giorno funesto; +che altre bionde così belle o più belle ne potevano +esistere, ma che egli non avrebbe potuto +amarle; che, quasi quasi, l'amore è più forte +del buonsenso. Essendo perciò impossibile la +guarigione e assurda ogni speranza, Bicci aspettava +<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> +il compimento del suo destino, qualunque +si fosse. E compieva frattanto il ristauro della +villa; il quale era proceduto a meraviglia. +</p> + +<p> +Appunto la mattina di quel memorabile giorno — 26 +luglio — egli se ne stava tra gli operai +allorchè Luigi gli portò la posta. C'era, coi +giornali, un annuncio di morte. A Gaspare — sempre +triste — parve di veder l'annuncio della +sua morte; ma, aperto il foglio e letto il +nome — oh! — rimase lì stordito, sbalordito, e +non di dolore. Oh gioia! A precipizio, come +pazzo, discese e corse dietro a Luigi. +</p> + +<p> +Dentro, una voce gli gridava: «jettatore! jettatore!»; +eppure un'onda di gaudio gli travolgeva +ogni pensiero; gli travolse ogni sentimento +umano; e, in un abbraccio all'amico servo, con +lagrime ferme su gli zigomi — lagrime di felicità — gridò: +</p> + +<p> +— È morto! +</p> + +<p> +— Chi? +</p> + +<p> +— L'avvocato Enrico Griboldi! +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande +commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio +dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso. +</p> + +<p> +Riflettè che per una ragazza il perdere un +«ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte, +<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> +giova di <i>réclame</i>: e che egli, se non fosse +se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra +volta. «D'altra parte — riflettè — si +consola più presto una vedova propriamente detta +che una fanciulla vedovata prima del tempo +ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare. +</p> + +<p> +— Quanti mesi? +</p> + +<p> +Gaspare non temeva d'offendere la bontà di +Erminia augurandone più breve che fosse possibile +il cordoglio. +</p> + +<hr class="tbs" /> + +<p> +E verso la metà di settembre Gaspare fu a +trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo, +gli disse: +</p> + +<p> +— <i>Morte fura i migliori e lascia stare i rei.</i> +</p> + +<p> +Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, +in un'induzione dal caso singolare a un genere +di sventura. +</p> + +<p> +— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile +dev'essere morire nella pienezza della gioventù! +con uno splendido avvenire! amato!... +</p> + +<p> +— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi +è morto senza saperlo, d'una meningite +acuta! +</p> + +<p> +— Meno male! — fece Bicci. Dopo chiese, pallido: — E +la signorina? +</p> + +<p> +L'altro scosse il capo. +</p> + +<p> +— Sempre lagrime; sempre sospiri; non vuol +più veder nessuno; non esce di casa: un martirio! +Le è venuto a noia anche il clarinetto. +<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> +anche la musica, che è il miglior conforto nelle +disgrazie. +</p> + +<p> +«Aspettiamo», si ripetè Gaspare. Infatti non +tornò ad abitare a Bologna che al termine dell'ottobre. +</p> + +<p> +Ah che battaglia, la prima visita! Dirle: — Mi +condolgo — oppure: — Signorina, le mie +condoglianze — gli repugnava; non poteva. Egli +salutò e tacque, senza sospirare; Erminia tacque, +volgendo gli occhi a terra; la signora Squiti +sospirò e taceva. Finalmente — poichè il silenzio +si prolungava un po' troppo — Bicci ebbe +una espressione felice: — Povero giovane! +</p> + +<p> +Allora la signorina scoppiò in singhiozzi e la +signora intraprese l'elogio del morto. Annuiva +Gaspare ad ogni lode, e gli costava così poco!; +ma spesso gli occhi gli sfuggivano a guardar +la dolente; e pensava: «O il dolore è per le +donne, o le donne sono per il dolore: diventano +più belle!» +</p> + +<p> +Quella visita, insomma, fece bene a tutti e tre; +di guisa che la Squiti, accompagnandolo sino +alla porta, gli susurrò: +</p> + +<p> +— Lei abita in casa nostra; lei è un amico di +casa, e la sua compagnia ci sarà di sollievo. Se +ne ricordi. +</p> + +<p> +— Non dubiti, signora. +</p> + +<p> +Gaspare non chiedeva di meglio. Non di rado +però nelle seguenti visite quotidiane, non +volendo mentire o mentir troppo, fu per smarrire +la bussola. Poco giovava che la signora +<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> +Squiti s'appigliasse a tutti gli argomenti, se +tutti i discorsi cadevano nel muto affanno d'Erminia. +</p> + +<p> +Come Dio volle, egli ebbe un'idea. +</p> + +<p> +— Perchè non si prova a leggere, signorina? +</p> + +<p> +— Non posso; no; è impossibile! +</p> + +<p> +— E se leggessi io? +</p> + +<p> +— Anzi! — disse la signora Squiti; — distrarrà +anche me. Bravo, signor Bicci! +</p> + +<p> +E Gaspare andò a leggere ogni giorno. +</p> + +<p> +Dava tempo al tempo. Venne il dicembre; si +avvicinarono le feste natalizie. «Quanto saranno +tristi per lei! — Bicci pensava. — Non la +conforterebbe sapere che io l'amo, anche se +lei, per adesso, non abbia voglia di far all'amore?» +</p> + +<p> +Còlto quindi un momento che la signora Squiti +non v'era, egli interruppe una lettura per guardare +Erminia negli occhi. I quali si abbassarono; +subito il bel volto si afflisse. Non era un'esagerazione, +oramai? Un po' troppo, via!... +</p> + +<p> +— Come lo ha amato! — esclamò Bicci perdendo +la bussola. +</p> + +<p> +— No — Erminia rispose in modo semplice +e in tono tranquillo. +</p> + +<p> +Ora parve a Gaspare di cader dalle nuvole. +</p> + +<p> +E lei: +</p> + +<p> +— Io gli volevo molto bene. +</p> + +<p> +E poichè Gaspare non capiva, ella si spiegò: +</p> + +<p> +— A me sembra che <i>amare</i> significhi più e +meno di <i>voler bene</i>. A Enrico io gli volevo bene, +<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> +perchè egli mi amava; ma sono certa che divenuto +mio marito mi avrebbe anche voluto bene. +Capisce? +</p> + +<p> +Gaspare avrebbe capito subito, se non fosse rimasto +perplesso a chiedersi: «E io che cosa +dovrei dirle? Che l'<i>amo</i>, o che le <i>voglio bene</i>?» +Tuttavia, a poco a poco, la luce si fece nel suo +cervello. Evidentemente, pur volendo bene assai +al Griboldi, Erminia non ne era molto innamorata. +Perbacco!... Quasi spinto da una molla +allora balzò in piedi: +</p> + +<p> +— Signorina! Questo ufficio di consolatore mi +è odioso! +</p> + +<p> +Ella interrogava con lo sguardo, stupita. +</p> + +<p> +— L'amo! Io l'amava due giorni prima di +sapere che lei era fidanzata; forse l'amavo +avanti di conoscerla! Io l'amai solo a vederla, +un giorno che lei andava al giardino; e adesso +che la vedo soffrire, l'amo e le voglio bene! +</p> + +<p> +La signorina, fredda, rispose: +</p> + +<p> +— Me ne dispiace per due ragioni: la prima, +perchè adesso il mio cuore è di pietra; la seconda, +perchè, dopo quello che lei mi ha detto, +io debbo pregarla di cessare le sue visite. +</p> + +<p> +— Oh questo poi no! — esclamò risolutamente +Gaspare. — Io non vivo senza vederla! Muoio +anch'io! Mi conceda la grazia che io la veda +ogni giorno.... +</p> + +<p> +Ella taceva. +</p> + +<p> +— Signorina.... +</p> + +<p> +Gli occhi a terra; e zitta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> +</p> + +<p> +— Me la fa la grazia? — ripetè Gaspare a +mani giunte, attendendo. +</p> + +<p> +Per fortuna, nell'entrare, la signora Squiti +s'arrestò, trattenuta da un improvviso sospetto; +così Erminia dovè concedere due grazie in una +volta. +</p> + +<p> +— Sì. — E alla signora Squiti: — Il cavaliere — ella +disse — può riprendere il clarinetto. +</p> + +<h3> +X. +</h3> + +<p> +Quando alla signorina Erminia non mancava +che un mese per compiere l'anno di lutto, Gaspare +Bicci ne chiese la mano al tutore cavalier +Squiti. Non si meravigliò il tutore, ma assunse +nella risposta un'apparenza anche più solenne +della solita. +</p> + +<p> +— Il padre della signorina affidata alle mie +cure mi lasciò l'obbligo di non concederla in +moglie a chi non esercitasse una professione; +fosse anche milionario. Lei.... +</p> + +<p> +— Io sono ingegnere! — affermò Bicci con +l'impeto di un naufrago che si salva. +</p> + +<p> +— Dunque eserciti! +</p> + +<p> +Ma come? ma dove? Gaspare smarrì l'animo +di nuovo ricordando e avvertendo che erano +brutti tempi, quelli, per gl'ingegneri. +</p> + +<p> +Allora lo Squiti: — È indetto un concorso al +<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> +Genio Civile. Perchè non concorre? La raccomanderò +io a due deputati miei amici e otterremo +ciò che vorremo. +</p> + +<p> +Fu buono il consiglio; e Gaspare concorse; e +attese confidando. Un mese passò; ne passaron +due, tre. Ma non se ne doleva egli, che impaziente, +fuor che un po' nell'amore, non era stato +mai, e che giudicava non perduto il tempo del +fare all'amore. +</p> + +<p> +Provava, intanto, una gran voglia di lavorare; +scopriva in sè una naturale disposizione +a valutar terre, a costruire case e ponti, a tracciar +strade, a riparar fiumi.... Ed ecco, dopo +soli tre mesi e mezzo, cioè abbastanza presto, +venir la notizia del concorso. Per i suoi giusti +meriti Bicci era riuscito fra i primi. Si comprende +dopo ciò che per quelle tali raccomandazioni +non gli doveva riuscir difficile nemmeno +l'ottenere il posto desiderato alla sede di Bologna. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +E non con altro sentimento che una trepidazione +di gioia, al giorno e all'ora prefissi, Gaspare +Bicci entrò all'ufficio, su, in Palazzo Comunale. +Ma ahi! con una trepidazione diversa +guardò all'ingegner capo. Misericordia! +</p> + +<p> +Quegli stava scrivendo; e mentre scriveva, aggrottate +le ciglia, immoto il viso ferino, senza +guardare, chiese: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> +</p> + +<p> +— Lei è il signor Bizzi? +</p> + +<p> +— Nossignore: Bicci. +</p> + +<p> +— Uhm! Cominciamo male! — grugnì l'altro. +Aggiunse: — Il decreto dice Bizzi. — Però, +nell'atto dell'alzar gli occhi, dovè ammettere un +errore nel decreto; giacchè fece una smorfia di +meraviglia. +</p> + +<p> +— Oh bella! Il nipote del signor Giorgio! +</p> + +<p> +Misericordia! L'ingegner capo era.... +</p> + +<p> +Balbettò Gaspare: +</p> + +<p> +— Sissignore, sono io —; quantunque, a dir +vero, fosse divenuto irriconoscibile a riconoscere +colui: Tredòzi! +</p> + +<p> +— Bene! Son contento! Suo zio era un bravomo. +</p> + +<p> +— Cercherò.... +</p> + +<p> +— Benone! Venga di qua. +</p> + +<p> +Lo condusse nella camera attigua, in cui altri +due giovani scrivevano o disegnavano; e prese +alcune carte. +</p> + +<p> +— Oggi mi bisognerebbe questo, e questo.... +Alle quattro vedremo che cosa avrà saputo +farmi. +</p> + +<p> +— Non son cose difficili. — disse Bicci. +</p> + +<p> +— Benissimo! E prima d'andarsene Tredòzi +lo battè con la mano su la spalla: +</p> + +<p> +— Gran bravomo suo zio! +</p> + +<p> +Dopo un poco uno dei giovani colleghi si +volse a Gaspare: +</p> + +<p> +— Fortunato lei! +</p> + +<p> +E il compagno: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> +</p> + +<p> +— È il primo che quel cane non tratta da cane. +</p> + +<p> +Se non che anche di così innocente fortuna, +dovuta in gran parte a una virtù o memoria +famigliare, Gaspare ebbe a dolersi presto: alle +quattro; allorchè tornò l'ingegner capo. +</p> + +<p> +Il quale, esaminata l'opera di lui, disse: — Benone! —; +disapprovò l'opera degli altri due; +poi, appena costoro furono usciti, ordinò a Gaspare: +</p> + +<p> +— Lei oggi verrà a desinare da me. +</p> + +<p> +— Impossibile! +</p> + +<p> +A quella decisa risposta sparì dal viso di Tredòzi +ogni impronta di umanità. +</p> + +<p> +— Tenga a mente che per me non c'è nulla +d'impossibile, mai! +</p> + +<p> +— Ma...; ecco.... +</p> + +<p> +— Che cosa.... ecco? +</p> + +<p> +— Io sono fidanzato.... +</p> + +<p> +— Benone! No! malissimo! +</p> + +<p> +— .... e per stasera ho promesso.... +</p> + +<p> +— Meglio! Cominci dal mancar lei alle promesse; +l'avvezzi per tempo, la sposa. Crede che +sua moglie un giorno manterrà tutte le promesse +che le fa ora? +</p> + +<p> +Fu inutile resistere. +</p> + +<p> +Ma se quell'uomo, ch'egli aveva rispettato e +compianto troppo tardi, fingeva, lo traeva in +un'insidia? +</p> + +<p> +— Senza complimenti, s'intende — disse quell'uomo — perchè +io sono alla buona: leale, sincero, +schietto come suo zio e come sarà lei. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> +</p> + +<p> +Respiro! L'insidia pareva proprio da escludere. +Nondimeno non era una disgrazia anche +questa? correr pericolo che Silvia, in uno scatto +d'amore o d'odio, si compromettesse e lo +compromettesse? E in tal caso che accadrebbe, +buon Dio? +</p> + +<p> +Nulla accadde. Silvia, invece, fu mirabile; lieta +a conoscere di persona il nipote del signor +Giorgio, che (già!) conosceva solo di vista.... +Non un discorso in cui ella s'imbarazzasse, o +che imbarazzasse. Benissimo! E Gaspare, a tanta +disinvoltura e sicurezza di spirito, si convinse +d'essere un giovane spiritoso e disinvolto. +</p> + +<p> +Ma a tavola, al secondo piatto, l'ingegnere uscì +a dire — e aveva uno sguardo torvo: +</p> + +<p> +— Sai che questo disgraziato prende moglie? +</p> + +<p> +Passò, negli occhi di Silvia un lampo; per il +quale Gaspare rabbrividì. +</p> + +<p> +Invece ella, dopo, sorrideva. +</p> + +<p> +— Davvero? Me ne congratulo! +</p> + +<p> +— E io me ne dolgo! — ribattè il marito. — Io +lo compiango! Una corbelleria! uno sproposito! +un delitto che, se suo zio fosse al mondo, +non commetterebbe! +</p> + +<p> +Rispose Gaspare: — Tutt'altro! Me lo consigliò +lui, quand'era moribondo.... +</p> + +<p> +— Ah sì? Ciò prova che quando si è moribondi +si ha perduta la testa! +</p> + +<p> +Intanto Silvia esortava Gaspare: +</p> + +<p> +— Non gli badi. Scherza. +</p> + +<p> +— Eh! — proseguì Tredòzi —; se Bicci stesse +<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> +per annegare e io gli allungassi una mano, +ci si attaccherebbe; ma perchè lo consiglio di +annegarsi piuttosto che dar retta alle donne, sta +pur sicura che darà retta a te! +</p> + +<p> +— Tredòzi! +</p> + +<p> +Imperterrito il marito proseguì: +</p> + +<p> +— Pensare che io cederei fino mia moglie! +</p> + +<p> +— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora +Silvia rossa in viso, in atto d'alzarsi. Ma Tredòzi +non si scompose. +</p> + +<p> +— Non offendo nessuno. Confronto il bene della +libertà individuale al vincolo del matrimonio +e dico che se debbo augurare a Bicci la minor +sventura possibile, gli auguro la fortuna che +ho avuta io. +</p> + +<p> +— Grazie! — scappò detto a Gaspare. +</p> + +<p> +Per fortuna la signora Silvia introdusse un +altro discorso, e l'ingegnere, il quale perdeva +l'argomento preferito, si quietò e riparlò solo +tardi, ad annunciare che usciva per i sigari. +</p> + +<p> +L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» +riflettè Gaspare. +</p> + +<p> +— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la +signora. +</p> + +<p> +— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... +Oh! Ella non si turbava. +</p> + +<p> +— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; +e io non ne sono gelosa. +</p> + +<p> +Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe +baciata. Ma non c'era da fidarsi ch'essa interpretasse +giustamente la ragione di quel bacio. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> +</p> + +<p> +— Ed è bionda, o bruna? +</p> + +<p> +— Bionda. +</p> + +<p> +— Ho piacere; tanto piacere!... Quanti anni +ha? +</p> + +<p> +— Diciannove. +</p> + +<p> +— Una bambina! Tanto, tanto piacere! +</p> + +<p> +Si vedeva che gioiva. Credeva forse che d'una +bionda si stancherebbe, presto? E volle le narrasse +la vera storia dell'innamoramento; a che +egli accondiscese con qualche ripiego d'innocenti +bugie, nella maniera di tutti gli autobiografi. Infine +la signora chiese: +</p> + +<p> +— Perchè, caro Gaspare, se non ci è più lecito +amarci, non possiamo volerci bene? +</p> + +<p> +La distinzione d'Erminia! +</p> + +<p> +— .... e non restiamo amici? +</p> + +<p> +— Anzi amicissimi! — esclamò l'ingenuo, lieto, +salvo. S'imaginava d'esser salvo da ogni castigo. +</p> + +<p> +....Quando fu di ritorno, Tredòzi guardò all'orologio +e parlò pacatamente: +</p> + +<p> +— Se il far la corte a mia moglie bastasse, +caro Bicci, per mandare a monte il suo matrimonio, +la pregherei di restar qui sino a mezzanotte; +ma non avendo questa speranza, l'avverto +che sono le dieci, e andiamo a letto. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> +</p> + +<h3> +XI. +</h3> + +<p> +Come certe cose procedono sempre a un modo +per tutti, non è da far meraviglia che anche +per Gaspare ed Erminia le nozze, il viaggio +di nozze e il resto, tutto procedesse bene. Ma +per Erminia e Gaspare la luna di miele sarebbe +durata Dio sa quanto, se Dio non avesse +permesso a una cattiva donna d'intorbidarne il +dolce chiarore; di provare quel che possa l'odio +di una donna e a che perfidia la sospinga +la vendetta. +</p> + +<p> +Fu così: l'ingegner capo, quando Bicci tornò +all'ufficio, riebbe ore di umor buono; durante +una delle quali disse a lui, il solo benvisto subalterno: — Silvia +desidera fare la conoscenza +della sua signora. Contentiamola. Tanto, da mia +moglie sua moglie non imparerà nulla che già +non abbia imparato. +</p> + +<p> +Tredòzi errava, ignorando che Silvia qualche +cosa sapeva la quale Erminia non avrebbe dovuto +saper mai. E a parte anche ogni sospetto, +a un uomo onesto quale Bicci ripugnava un'alleanza +tra sua moglie e l'antica amante. +</p> + +<p> +Sarebbe un'immoralità! Faremo una visitina +di dovere, e basta.... +</p> + +<p> +Ingenuo! La signora Silvia, ch'era sagace, in +<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> +questo mentre aveva conchiusa amicizia con la +Squiti; cosicchè la relazione temuta e sconvenevole +diventò naturale, necessaria. +</p> + +<p> +Eppure Gaspare s'illudeva ancora; perchè alle +conversazioni in casa Tredòzi venivano, oltre che +gli Squiti, molti altri; e si ciarlava e sonava +(solo Tredòzi fuggiva appena vedeva il clarinetto); +nè rimanevan tempo e agio per confidenze +tra Silvia e Erminia. +</p> + +<p> +Ma a poco a poco la perfida donna, abile a +non farsi scorgere da alcuno fuorchè dalla sposina, +cominciò a tormentar Gaspare con occhiate +patetiche. E non bastava: gli susurrava, +fugacemente, parole all'orecchio; parole +di nessun conto, ma piano piano, quasi in segreto. +</p> + +<p> +«Se Erminia non ingelosisce — pensava Bicci — è +un angelo». +</p> + +<p> +Più! più! La cosa andò tant'oltre che egli +dovè pensare: +</p> + +<p> +«Se non ingelosisce, non mi ama». Ah! l'infelice — molto +infelice, tra breve — non imaginava +in che belva l'angelo si trasformerebbe, +in che demonio scatenato! +</p> + +<p> +Infatti incontratolo un giorno per via, Silvia +gli disse: +</p> + +<p> +— Oh, caro amico! Andiamo! Accompagnatemi +a casa. +</p> + +<p> +Si schermì: non poteva; l'attendeva Erminia. +</p> + +<p> +— Allora accompagnerò io voi. +</p> + +<p> +— Non importa.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> +</p> + +<p> +Ella sorrise. +</p> + +<p> +— Non temete che Erminia sia gelosa. Non è +una stupida, lei! +</p> + +<p> +Altro che gelosa! Lo accolse, dopo, un mostro +infernale. +</p> + +<p> +— Miserabile! Infame! Vi ho sorpresi, finalmente! +Quella sfacciata t'accompagna anche a +casa, dopo i convegni! +</p> + +<p> +— Non è vero! +</p> + +<p> +— Sì: me l'han detto! lo so! lo sapevo! Chi +era quella che veniva a trovarti quando io era +fidanzata a Enrico? E me ne sono accorta troppo +tardi! Assassino!... +</p> + +<p> +— Erminia, t'inganni.... +</p> + +<p> +— Infame! Mi son lasciata ingannare! Io! A +questo modo! Io! da te! +</p> + +<p> +La bile si disciolse in pianto; ed ella prese +a invocare il morto, in guisa che straziava l'anima: +</p> + +<p> +— Ah Enrico, Enrico! Tu mi amavi! Tu mi +saresti rimasto fedele eternamente!... Non mi +avresti tradita, tu, con la moglie del tuo capoufficio! +Oh il mio Enrico!... È un'infamia! +un'infamia! +</p> + +<p> +Proteste, giuramenti non valsero; la confessione +sincera e piena non fu creduta; la felicità +di due che s'adoravano, distrutta per sempre; +il letto coniugale diviso per sempre.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +No: il letto restò diviso solo due notti; chè +Erminia volle togliere al marito ogni ragione di +tradirla. +</p> + +<p> +Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono +Gaspare un mattino ch'egli li consultò, sentendosi +alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo +quei libri, un rimedio. +</p> + +<p> +«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia +moglie non abbia più ragione d'amarmi tanto». +</p> + +<p> +Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio +<i>chi sta bene non si muova</i>; e chiedere un trasferimento +da Bologna valeva come sfidare la pazienza +dei superiori. Ah quanto fu brutto quel +mese d'incertezza affannosa nell'attesa del trasloco!... +Lo manderebbero in Sicilia? in Sardegna? +in Calabria? Dove? Dove, buon Dio? +</p> + +<p> +.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche +questo bel colpo di fortuna non fu sufficiente +alla pace di tutti, alla contentezza assoluta +di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne +cupo; scosse il capo mestamente. +</p> + +<p> +— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due +torri io non le lascio! Eppoi, se con la signora, +andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini +a Milano! Insomma, io non ci vengo. +</p> + +<p> +— Luigi, ti prego.... +</p> + +<p> +Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, +<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> +Luigi scoteva il capo, e ripeteva nel suo +linguaggio: +</p> + +<p> +— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che +«zuccata» abbiamo avuta! +</p> + +<h3> +XII. +</h3> + +<p> +A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla +signora Bicci non piaceva. Una città, a parer +suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare +e in tutto sprovveduta del senso d'arte: +bastava a convincerne l'architettura plebea e goffa, +d'un fasto da <i>parvenus</i>. La Galleria? Un +ridotto per i cantanti a spasso e le <i>cocottes</i>. Il +Duomo?... Oh il Duomo d'Orvieto! +</p> + +<p> +Quanto Erminia avrebbe preferita la mistica +solitudine d'Orvieto al pandemonio di Milano! +Una donna invero, Erminia Roccaforte, da fare +un poeta, o un eroe. Suo marito, al contrario, +si sentiva non più che un borghese pacifico +nell'equilibrio delle sue facoltà; un ingegnere +al Genio Civile; un uomo che aveva nome Gaspare, +che si chiamava Bicci, e a cui Milano +sembrava la più bella città del mondo. +</p> + +<p> +Diversi i gusti, diversi gli animi. In breve la +dimora a Milano fu causa e pretesto ai dissidi, +dei quali per l'addietro la gelosia era parsa la +sola cagione; in breve appicchi e ripicchi si +acuirono. Che giovava a Gaspare l'arrendersi? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> +</p> + +<p> +Fomite alla discordia era anche il trovarsi d'accordo. +Se egli dava torto alla moglie, erano raffacci, +lagrime, svenimenti, convulsioni: un inferno; +e se le dava ragione o taceva, essa inveleniva +perchè non voleva la considerasse malata +o matta. +</p> + +<p> +Addio al tempo in cui la sventura era sconosciuta +e non temuta! Addio sereni giorni del +celibato! Addio voluttuosi giorni della luna di +miele! +</p> + +<p> +E come per l'addietro si era compiaciuto di +non aver figlioli, risparmiandosi tutte le pene +dell'allevamento e dell'educazione, così adesso il +povero Gaspare attribuiva alla mancanza dei +figli la sua disgrazia coniugale. E almeno avesse +avuta la suocera, che per lui sarebbe stata, +adesso, di sollievo. Ridotto a desiderare la suocera! +</p> + +<p> +Ma finalmente Erminia si ammalò davvero. +</p> + +<p> +— Isterismo — disse il medico. — Si distragga! — E +al marito —: La distragga. +</p> + +<p> +Ahi! come distrarre una creatura che preferiva +Orvieto a Milano? che non voleva uscire di +casa? che non voleva veder nessuno e non conoscer +nessuno? che non parlava quasi più? E +venne il dì che a Gaspare parvero invidiabili +i giorni in cui almeno si litigava. +</p> + +<p> +Durante quel silenzio ostinato e irragionevole +della sua signora i più neri pensieri, i più foschi +sospetti trovavano luogo pur nella testa di Bicci; +tali, che una sera anticipò d'un'ora il ritorno a +<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> +casa, abbreviò la consueta passeggiata e la sosta +al caffè. Anticipare, lui, d'un'ora, il ritorno +a casa? Non solo! Non solo! Quatto quatto entrò: +al buio, nell'ingresso; poi, in punta di piedi, +venne alla cucina. Buio anche là. Avanzò +allora fino all'uscio della camera da pranzo, +ascoltando...; e udì, lieve come un sospiro: +</p> + +<p> +— Enrico! +</p> + +<p> +Oh non aveva dunque avuto torto di sospettare! +Infami! +</p> + +<p> +Furibondo, irriconoscibile, quale un uomo che +non s'è adirato mai in vita sua, Gaspare spalancò +l'uscio.... E la signora e la serva, senza +far motto, lasciarono andare il tavolino su cui +avevano tenute a contatto le mani. +</p> + +<p> +— Via! Via di casa mia! Fuori di qua! Domattina.... +A te! A te! — e con voce strozzata, +dopo avere indicata la porta, il padrone trasse, +gettò, venti, trenta lire alla serva che lo contemplava +stupita. +</p> + +<p> +— Vattene! Vattene! +</p> + +<p> +— Ma cosa ho fatto? +</p> + +<p> +— Tener mano!... Via! fuori! +</p> + +<p> +— Ma che male c'è? — cominciarono a dire +insieme le due donne. +</p> + +<p> +— Via! Via! +</p> + +<p> +Sempre più minaccioso, con la destra in alto, +lui, Bicci, Gaspare!, spinse con la sinistra la +serva al di là dell'uscio e si volse. Erminia sorrideva +sarcastica. +</p> + +<p> +— Sei impazzito? — ella chiese. — Non m'hai +<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> +insegnato tu? non mi dicevi tu che faceva così +tuo zio? +</p> + +<p> +A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che +la sciagurata aveva fatto e faceva d'una confidenza +ricevuta al tempo della luna di miele, +Gaspare non trovò più parola: perdè forza o +fiato: cadde a sedere su di una seggiola e si +strinse il capo tra le mani. Muoveva a pietà; +quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo +il capo, tranquillamente, ella si mise a +leggere il giornale. +</p> + +<p> +«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre +Gaspare diceva tra sè, già stupito lui stesso +d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo +un poco.... Può darsi che sia da considerare, +questo fatto che mi ha esasperato, come +uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo.... +Ma no: è una cosa tremenda; che faceva +terrore a un filosofo quale mio zio.... Un'esperienza? +È in questo caso un delitto! un delitto +enorme; tant'è vero che non è nemmeno +contemplato nel codice! Sì, un tradimento mostruoso...: +intendersi con l'amante morto quando +il marito è vivo! Orribile!... Eppure, Erminia +ci ride...; e anche la serva non ci vedeva +niente di male.... La scienza positiva ne +ride.... Ma insomma!, io ho o non ho il diritto +di riposare almeno la notte? di dormire i miei +sonni tranquilli?...» +</p> + +<p> +Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula +e bassa: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> +</p> + +<p> +— Erminia, a te sembra una cosa da nulla +quella che a me sembra una colpa grandissima. +Un accordo tra noi due non è dunque più possibile; +bisognerà venire alla separazione. +</p> + +<p> +Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. +Gaspare proseguì: +</p> + +<p> +— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier +Squiti.... +</p> + +<p> +Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, +si fece seria; e quindi scoppiò in pianto dirotto, +e cominciò a lamentarsi e a scongiurare: +</p> + +<p> +— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro +che non lo farò più.... Mai più! +</p> + +<p> +Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, +anche da lontano, del cavalier Squiti, o la paura +di essere ancora condannata al clarinetto, il fatto +fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione +di veder pentita la colpevole come Gaspare +vide Erminia, quella sera. +</p> + +<h3> +XIII. +</h3> + +<p> +Nè mai sarebbe stato così giusto il proverbio +che tutto il male non viene per nuocere, se Erminia +avesse seguitato a lungo nel buon mutamento. +Riprese a uscire di giorno e di sera; +riprese a discorrere e, grazie a Dio, senza litigare. +Ma tanta felicità poteva durare un pezzo? +</p> + +<p> +E sopravvenne di nuovo la noia nell'animo +<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> +dell'isterica donna, con la intollerabile intolleranza +d'ogni cosa, d'ogni persona; nessuno al +mondo avrebbe saputo da che lato prenderla. +Non poteva soffrire neanche le persone che +avessero avuta qualche somiglianza di gusti +con lei. +</p> + +<p> +Infatti una volta all'<i>Eden</i>, ove egli si divagava +ma si annoiava Erminia, Gaspare scorse, non +più rivisto da anni, il più caro compagno e più +allegro amico della prima giovinezza: Gino Monarchi, +un pittore già in fama a Parigi; e benchè +ricordasse il consiglio dello zio «Sta lontano +agli artisti» (il povero zio l'aveva anche +esortato ad ammogliarsi!), egli lo chiamò: +</p> + +<p> +— Ehi, Monarchi! +</p> + +<p> +— Oh! Chi vedo!... Bicci! +</p> + +<p> +— Tu, qua? +</p> + +<p> +— Tu, qui? +</p> + +<p> +A un abbraccio cordiale e a baci fraterni tenne +dietro la presentazione della signora. +</p> + +<p> +Il Monarchi era un bel giovane; forse troppo +elegante, con la caramella all'occhio destro e +copiosi capelli alla simbolista; ma un parlatore +delizioso, un osservatore arguto. Parlò d'arte, +di Parigi, fino d'Orvieto. «Erminia ne resterà +contenta» pensava Gaspare. Invece, chi lo crederebbe?, +quando se ne fu andato Erminia +disse: +</p> + +<p> +— Mi è molto antipatico, il tuo amico! Se +verrà a trovarmi prima di partire, farò dirgli +che non sono in casa. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> +</p> + +<p> +Nè del Monarchi si discorse mai più; nè più +lo rividero, tranne, da lungi, due o tre sere a +teatro.... A teatro? +</p> + +<p> +Sì, Erminia ebbe all'improvviso questa nuova +smania, una nuova pazzia! Convinta che per +essere notati a Milano bisognava spendere, si +mise a spendere e a spandere rovinosamente +in gioielli e abiti; e dal suo palco pretendeva +insegnar «il buon gusto nella moda» alle +milanesi! «Non basta seguire la moda!» diceva. +</p> + +<p> +Come il marito l'ammonì che non erano abbastanza +ricchi da impartire cotesto insegnamento, +ella gli si scagliò contro: +</p> + +<p> +— Perchè mi hai sposata, se non puoi mantenermi? +Dov'è la mia dote? Quando, con chi +l'hai consumata? — E così via, fino a giungere +allo svenimento e alle convulsioni. +</p> + +<p> +C'era da temere si rinnovassero anche le invocazioni +di «Enrico! Enrico!» e le pratiche +spiritiche. Per evitar tutto ciò Gaspare lasciò +dunque correre, rassegnato alla rovina. «Qualche +santo — pensava — mi aiuterà». +</p> + +<p> +E infatti un bel giorno Erminia si disse stanca; +desiderosa di quiete e di solitudine. Un +santo era intervenuto. +</p> + +<p> +Ma troppa grazia! Perchè essa cominciò anche +a meditare il suicidio; e lo diceva. Che giorni +per un marito di cuore e di coscienza! Mentre +a casa attendeva quali ore di tregua le ore dell'ufficio, +all'ufficio, lui, il povero marito, dubitava +<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> +di trovarla, al ritorno, impazzita del tutto, +oppure asfissiata. +</p> + +<p> +Un Calvario! E non era più possibile tirare +avanti un pezzo così. E solo un colpo di fortuna +poteva ridar la pace a Gaspare Bicci. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Verso le cinque pomeridiane egli saliva le +scale di casa sua, superando ogni gradino con lo +sforzo di chi ascenda al patibolo.... Quand'ecco, +era appena davanti all'uscio, che l'uscio si spalancò +alla disperazione della cuoca. +</p> + +<p> +— La signora.... non c'è più! +</p> + +<p> +Morta? +</p> + +<p> +— Dov'è andata? — chiese lui, livido e anelante. +</p> + +<p> +— Dove sarà andata? — chiese, per risposta, +la donna. +</p> + +<p> +Nell'angoscia Gaspare rispondeva a sè stesso: +«Ad annegarsi. È finita! Ma che guaio!» +</p> + +<p> +— Di', parla! A che ora?... +</p> + +<p> +— Dopo colazione, è uscita con la valigetta. +</p> + +<p> +Ad annegarsi con la valigetta? +</p> + +<p> +— E non ti ha detto nulla? +</p> + +<p> +— Sissignore; che c'è una lettera per lei, su +lo scrittoio. +</p> + +<p> +— Ah! Meno male! +</p> + +<p> +Si precipitò nello studio. Lesse: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> +</p> + +<p class="indl"> +«<i>Gaspare</i>, +</p> + +<p> +«Io ti ho reso molto infelice.... Lo riconosco +lealmente, e ti giuro che mi annegherei se non +fossi persuasa di saper rendere felice Gino Monarchi. +Vado con lui a Parigi. Tu vieni in +Francia: vi faremo divorzio; così sarai libero +di trovarti una donna degna di te. Addio. +</p> + +<p class="indr"> +«<i>Erminia.</i>» +</p> + +<p> +— Sciagurato! — gridò Gaspare volto il pensiero +al traditore. +</p> + +<p> +Per altro, gli sembrava che una mano benefica +gli levasse, o dalle spalle, o dal petto, +o dal cuore — non sapeva da qual parte, certo +d'addosso — un enorme peso; e tant'era il +sollievo, che gliene conseguì una mitigazione all'ira, +un senso di dolcezza; e tant'era buono, +Bicci, che a poco a poco il sollievo e la dolcezza +gli si convertirono in un senso di pietà. +</p> + +<p> +«Sciagurato! — ripetè, a bassa voce. — S'accorgerà +presto di qual natura è quella donna!» +«Dopo tutto — aggiunse in un risveglio +d'irresistibile letizia —, meglio a lui che a +me!» +</p> + +<p> +E quasi fuori di sè medesimo, o piuttosto ritornato +interamente a se medesimo, da morte +<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> +a vita, scrisse — senza nemmeno riflettere che +arriverebbe prima lui della lettera —: +</p> + +<p class="indl"> +«<i>Caro Luigi</i>, +</p> + +<p> +«Un amico mi ha portata via la moglie. Sono +salvo, libero, felice; l'uomo più fortunato del +mondo! E corro a Bologna da te. +</p> + +<p class="indr"> +«<i>Il tuo Gaspare.</i>» +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> +</p> + +<h2><a id="scampanata"></a> +Una “scampanata„. +</h2> + +<p class="indr small"> +In Romagna. +</p> + +<p> +Tornavano dalla parrocchia, dopo i vesperi, +frotte loquaci di donne, uomini e fanciulli e +coppie amorose, sorridenti o serie nel loro bisbiglio; +i dami col garofano all'occhiello. +</p> + +<p> +Una gran dolcezza primaverile calava dal cielo, +ove serenamente moriva il lume crepuscolare +e, sensibile e ineffabile, si effondeva dalla terra +ove il nuovo verde pareva velarsi a poco a poco +e oscurarsi e, lontano, sparire. Come due ragazzi +s'arrestarono per tirar sassate in un ricovero +di passeri, nel fitto del cinguettio, il nonno d'uno +di loro ammonì a voce aspra: +</p> + +<p> +— Lasciateli stare, poveri animalini! — Ubbidirono; +lanciarono i sassi nel fiume; e nel +ricovero di fronde le piccole voci ripresero richiami, +proteste, confidenze, querele, saluti. +</p> + +<p> +A un punto della strada, la Faziòla e Fulgenzio, +<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> +che venivano fra gli ultimi, l'uno dal +lato destro, l'altra a sinistra, si videro. +</p> + +<p> +— Buona sera, Fulgenzio. +</p> + +<p> +— Buona sera, Faziòla. +</p> + +<p> +— Il sole è calalo bene. Avremo bel tempo +anche domani. +</p> + +<p> +— Ce n'è bisogno. +</p> + +<p> +— Dove siete a lavorare, adesso? +</p> + +<p> +— Vanghiamo le vigne. +</p> + +<p> +— Sarete in molti. +</p> + +<p> +— Quindici o sedici. +</p> + +<p> +— E han fatto «caporale» Giulio, eh? +</p> + +<p> +— Giulio. +</p> + +<p> +— Povero Fulgenzio! Non c'era era ragione di +farvi torto. +</p> + +<p> +— Chi comanda ha sempre ragione. +</p> + +<p> +Dopo una pausa lei chiese: +</p> + +<p> +— Ma è vero quel che dicono? +</p> + +<p> +— Dicono. +</p> + +<p> +La loro malignità non andava più oltre dell'accennare +alla ciarla che Giulio dovesse ai +meriti della moglie la nomina a capo degli operai +braccianti. +</p> + +<p> +— Per fortuna non avete famiglia da mantenere, +voi. +</p> + +<p> +— Oh! io mi contento che Dio mi lasci la +salute. Ma.... — E l'infelice guardò la Faziòla +sorridendo in quella sua maniera di bontà ingenua +per cui appariva men brutto e più triste: — .... Ma +se mi viene una febbre, io non ho un +cane che mi porti una goccia d'acqua. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> +</p> + +<p> +Allora, quantunque compiangesse lui, la Faziòla +sospirò per sè. +</p> + +<p> +— Meglio non aver nessuno, che aver dei cani, +per modo di dire, che vi porterebbero via il +boccone di bocca, se potessero. +</p> + +<p> +— Non vi trattan bene in casa? +</p> + +<p> +Essa volle attenuare. +</p> + +<p> +— Capirete anche voi: le annate vanno scarse +e uno di più in famiglia, aggreva. +</p> + +<p> +— Ma voi lavorate. +</p> + +<p> +— Questo è vero. C'è la tela da fare? Tocca a +me. C'è da rappezzare la roba? Tocca a me; la +sera o la mattina. Al dì, o si va alla foglia, o +all'erba con le ragazze; o s'aiuta la reggitora. +In ozio non ci sto; quest'è vero. +</p> + +<p> +Era disgraziata anche lei, la parte sua, povera +Faziòla! +</p> + +<p> +Quindi Fulgenzio riprese: +</p> + +<p> +— Avete fatto male a non maritarvi un'altra +volta, quando eravate a tempo. +</p> + +<p> +— Le vedove che non han quattrini si lascian +dove sono; lo sapete pure. Piuttosto voi, Fulgenzio, +perchè non avete preso moglie? +</p> + +<p> +Entrambi s'erano già dimenticati d'aver riconosciuto +un vantaggio in lui il non aver famiglia +da mantenere; e lui tornò a sorridere. +</p> + +<p> +— Chi volete che mi prendesse? +</p> + +<p> +Infatti da giovane era anche più brutto e più +magro, sembrava più zoppo; sembrava tirasse +l'anima coi denti. +</p> + +<p> +— Una ragazza non dico — la Faziòla rispose. — Le +<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> +ragazze han delle pretese; ma una +donna quieta.... +</p> + +<p> +— Trovarla una donna quieta! +</p> + +<p> +Tacquero, mentre la Faziòla diceva fra sè e +a occhi bassi, nel silenzio: «Oh non c'ero io?» +Almeno così egli credette, perchè sorrise ed +esclamò commosso: +</p> + +<p> +— Ah, lo capisco il mio sbaglio! Avrei dovuto +sposarvi voi, Faziòla! Voi eravate proprio +la donna per me. +</p> + +<p> +— E io vi avrei preso, Fulgenzio! +</p> + +<p> +Mormorò l'uno: +</p> + +<p> +— Adesso è fatta. +</p> + +<p> +— Adesso è fatta — mormorò l'altra. +</p> + +<p> +Nè parlaron più finchè furono vicini a casa. +</p> + +<p> +Ma quando la Faziòla stava per augurar la +buona notte, lasciar la strada e passare la siepe, +Fulgenzio, fermo, si guardò attorno, raccolse il +fiato e con voce tremula disse: +</p> + +<p> +— Sentite: la gente può dir quel che vuole; +ma io, di una donna ne ho proprio bisogno. +</p> + +<p> +— Lo dico anch'io. +</p> + +<p> +— Se voi mi voleste.... +</p> + +<p> +Alla proposta lei si mise a ridere forte. +</p> + +<p> +— Ma siete matto? Ho cinquant'anni; sono +vecchia.... +</p> + +<p> +— Mi volete? +</p> + +<p> +Ridevano tutti e due, tanto la cosa era seria; +tanto egli temeva un no e tal voglia aveva lei +di rispondere sì. +</p> + +<p> +Ma vinse la ragione. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> +</p> + +<p> +— Bisogna pensarci su, per non pentirsi dopo. +</p> + +<p> +— Pensiamoci. Domenica ne discorreremo. +</p> + +<p> +— Va bene. Buona notte, Faziòla. +</p> + +<p> +— Buona notte, Fulgenzio. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Avevano una settimana per pensarci; ed era +troppo; e la settimana fu lunga. Finchè aveva +sperato di migliorare un po' la sua condizione +risparmiando il corpo malconcio, Fulgenzio aveva +sperato anche di trovar donna non molto innanzi +con gli anni la quale lo compensasse della +giovinezza perduta senza amore; ma cadutagli +ogni speranza e presunzione, doveva ringraziar +Dio se la Faziòla lo voleva! Era una brava +donna, che a opera nei campi o a tessere, guadagnerebbe +tanto da non tornargli di peso; una +buona donna da cui, quando Dio lo chiamasse +per primo a sè, avrebbe amorevole assistenza. +Davvero?... Non seduceva la Faziòla il solo interesse? +Non si era sparsa voce ch'egli aveva da +parte qualche soldo? Questo sospetto lo infastidiva; +ma, insomma, la donna era buona o +no? Sì, era buona. E allora, via il pensiero +maligno! +</p> + +<p> +Quanto a lei, la Faziòla, uscir di quella casa +in cui i parenti la trattavano da serva e le invidiavano +il pane che mangiava; e faticar meno, +e vivere in casa sua, giudicava tal fortuna +<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> +che a rifiutarla le sarebbe parso d'offendere la +Provvidenza. Pure un ritegno le restava. Perchè? +si sentiva il coraggio di sfidare la gente, +o no.... +</p> + +<p> +Finalmente venne la domenica a chiuder la +settimana dell'attesa e dell'incertezza. +</p> + +<p> +— Come la mettiamo? — chiese, al ritorno +dai vesperi, Fulgenzio. E sorrideva in quel suo +modo faticoso. +</p> + +<p> +— Ho paura del mondo. +</p> + +<p> +— Io no; non ci bado io! +</p> + +<p> +— Ci faranno la «scampanata». +</p> + +<p> +— E che la facciano! +</p> + +<p> +Egli cercò inanimirla; e tanto disse, che lei +accondiscese. Pur mentre incoraggiava, quella +giusta apprensione degli scherni che turberebbero +forse per anni la loro pace; quel timore +dell'avversione o della condanna pubblica, toglieva +ardimento a lui stesso e l'induceva, il +dì dopo, a interrogare l'arciprete. — A costo di +spender qualche cosa, non si potevano evitare le +pubblicazioni matrimoniali? — +</p> + +<p> +— Impossibile! +</p> + +<p> +L'arciprete però fece coraggio a Fulgenzio: — Non +badassero a rispetti umani! — +</p> + +<p> +— Un po' di meraviglia in principio, eppoi +smetteranno. +</p> + +<p> +— È quel che dico anch'io. +</p> + +<p> +Altro che meraviglia! Fu stupore, fu ilarità +mal repressa per tutta la chiesa quando l'arciprete +disse dall'altare: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> +</p> + +<p> +— Si pubblica per la prima volta la domanda +di matrimonio di Fulgenzio Landi con la Violante +Stradelli vedova Faziòli. +</p> + +<p> +E, dopo, la fidanzata non osava più uscir +dalla porta di casa, avvelenata in casa dalle +canzonature dei nipoti e dei pronipoti; nè il +fidanzato osava cercarla. Essa ignorava in che +modo resisteva lui alla tempesta. E Fulgenzio +sorrideva e taceva. +</p> + +<p> +«Presto o tardi smetteranno!» +</p> + +<p> +Altro che smettere! Dio sapeva quel che preparavano +per il dì delle nozze! +</p> + +<p> +Fortunatamente l'arciprete ebbe un buon consiglio; +e allorchè, nel gran giorno, la gente accorse +alla prima messa per assistere allo sposalizio, +apprese che da due ore gli sposi eran +già fatti e che già erano a casa loro. +</p> + +<p> +— Stamattina ce la siam cavata — sospirava +la Faziòla. — Il peggio sarà stasera. +</p> + +<p> +Ripeteva Fulgenzio: +</p> + +<p> +— Non ci pensate. +</p> + +<p> +Intanto si vedeva che lui ci pensava. +</p> + +<p> +Attendevano, intanto, a riordinar la casa, oh +senza alcuna smania di sposi novizi!: irritati, +al contrario, che a loro due, così quieti e consapevoli +degli anni e dei malanni che portavano +addosso, il mondo attribuisse simili sciocchezze. +</p> + +<p> +Molte erano le faccende. Anzitutto, il letto, +primo talamo della Faziòla, da riconnettere; e +i pagliericci da riempir di foglie, e i cuscini da +<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> +rifare; quindi, ripulire le masserizie, riordinare +e spartire la biancheria e i panni che meritavano +rattoppi; e nettar la cucina in modo che +non ci fosse da vergognarsi nemmeno se v'entrassero +l'arciprete e il fattore. +</p> + +<p> +— Ah le mani d'una donna! — diceva Fulgenzio +strofinando, dentro, il paiolo. +</p> + +<p> +Inoltre, si prepararono il desinare di nozze con +le tagliatelle in brodo e il lesso. +</p> + +<p> +— Sono dieci anni che non ho sentito un poco +di manzo; da quando si maritò mia sorella — confessò +Fulgenzio. +</p> + +<p> +Similmente la Faziòla gustava il vino. +</p> + +<p> +— Buono! Buono! Non me ne davano mai, +in casa, a me! +</p> + +<p> +E, d'improvviso, il vino le fece concepire l'idea +mirabile, che schiarì del tutto il malumore +in entrambi. Se dessero da bere agli offensori? +</p> + +<p> +— Ho fatto un pensiero curioso — lei disse. — Se +dessimo da bere?... +</p> + +<p> +Fulgenzio ascoltava, sorridendo; approvando, +</p> + +<p> +— Sì, sì! Un bel pensiero! Sicuro!... Rideremo! — E +rideva. +</p> + +<p> +— Il vino dove lo mettiamo? +</p> + +<p> +— In un bigoncio. +</p> + +<p> +E poco dopo egli fermò il bigoncio nella carriola; +e andò alla fattoria a riempirlo di quello +buono. +</p> + +<p> +Ma al ritorno vide la moglie desolata, pentita +d'averlo indotto alla grave spesa. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> +</p> + +<p> +— Ne avremmo tante delle spese da fare! — Infatti +mancavano di questo; mancavan di quest'altro.... +</p> + +<p> +Allora Fulgenzio si sentì in obbligo di consolarla; +di rivelarle il segreto contenuto nell'animo +a fatica. Trasse dalla tasca della giacca +il libercolo. +</p> + +<p> +— Guardate qui! Non siamo poi disgraziati +come vi credete. +</p> + +<p> +— Cos'è? +</p> + +<p> +— Il libretto della cassa di risparmio. +</p> + +<p> +Essa aveva spalancati gli occhi; guardava; +ma non sapeva leggere. +</p> + +<p> +— Dice — spiegò Fulgenzio — che ci ho settecento +franchi, senza i frutti. +</p> + +<p> +— Ma vi fidate voi a lasciarli in mano di +altri? +</p> + +<p> +— Eh! alla cassa.... +</p> + +<p> +— Io no: io non mi fido di nessuno! Volete +vedere dove li tengo, io? +</p> + +<p> +Salirono nella camera del talamo. Ivi lei, rimestato +che ebbe in fondo alla cassapanca, elevò +la calza trionfale, sonante e gravida del gruzzolo; +e disse, sgroppandola e riversandola sul +letto: +</p> + +<p> +— Contiamoli. Non so neanche quanti me ne +abbia. +</p> + +<p> +Il marito aveva le lagrime agli occhi men per +la gioia che per il rimorso di quel suo dubbio, +che la donna l'avesse sposato per interesse. In +<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> +un'occhiata si vedeva che dei quattrini n'aveva +più lei! +</p> + +<p> +Altre lagrime, non di gioia, non di rimorso +velavan gli occhi della moglie. +</p> + +<p> +— Sono quei pochi — disse — che mi rimasero +dopo la morte di Faziòli, e quelli che misi +insieme a vendere la roba quando perdei il ragazzo. +</p> + +<p> +Ma se fosse vissuto il suo figliuolo, oh no, non +avrebbe pensato a rimaritarsi, a cinquant'anni! +</p> + +<p> +— Povera la mia Faziòla! — esclamò, intenerito, +Fulgenzio. +</p> + +<p> +Per impedire ogni tenerezza e per sottrarsi alla +dolorosa memoria, lei ripetè: +</p> + +<p> +— Contiamoli. +</p> + +<p> +Cominciarono il conto, il loro sguardo si riaccendeva +mentre distinguevano le monete e le +ammucchiavano sorte per sorte, ed enumeravano +i biglietti di banca; mentre il vino, a cui +non erano avvezzi, ferveva loro nel sangue. +Così, a poco a poco, i diversi sentimenti si confusero +in una gioia comune. +</p> + +<p> +E il marito non potendo terminare il conto, +distese le magre braccia a un timido abbraccio. +</p> + +<p> +— Povera la mia donna! +</p> + +<p> +Lei sorrise. +</p> + +<p> +Fu un momento. In quel momento avrebbero +dato fors'anche il libretto della cassa e tutte +quelle monete per tornare indietro di dieci anni; +ma la sposa subito tornò in sè: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> +</p> + +<p> +— Sono vecchia, Fulgenzio! +</p> + +<p> +Nè lui insistette; ebbe anche lui la coscienza +della sua propria insania; e ripresero il +conto. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... La turba frenetica avanzava avanzava. Era +una gara a chi strepitasse più forte: un fracasso +di secchi battuti a furia; di cassette di latta bastonate +senza tregua; di coperchi picchiati l'un +contro l'altro come piatti striduli; di campanacci — quelli +che s'appendono al collo de' +buoi per la fiera — scossi da instancabili mani; +e corna di bue roboanti, e voci umane fatte +bestiali: grugniti, gallicini, ragli, fischi. Un +ex soldato, trombettiere, si sfiatava nel suo strumento; +un cacciatore, con meno fatica, sparava +a quando a quando colpi di schioppo all'aria, e +due cani abbaiando e latrando s'introdussero +nella compagnia. +</p> + +<p> +La dimostrazione veniva solenne, memorabile. +All'infernale sollazzo dava motivo e impeto l'oscura +coscienza rusticana, avversa a che la vecchiaia +presuma cosa da giovani, e offesa da una +vedovanza interrotta. Nessuno di coloro pensava +certo che invece di schernire un connubio ridevole +e sozzo, scherniva l'alleanza di due povere +anime e di due timorosi egoisti condotti +dalla fortuna a reciproco soccorso. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> +</p> + +<p> +Ma la Faziòla e Fulgenzio ridevano. +</p> + +<p> +— Sono qui! — disse la donna. — Vado a +smorzare il lume. +</p> + +<p> +A posta, per far credere che erano a letto e +per accrescersi il piacere dell'improvvisata, l'avevano +acceso nella camera nuziale. +</p> + +<p> +Quindi, al mancar di quella luce, le oscene +grida e le risa superarono tutti i suoni. +</p> + +<p> +— Adesso accendiamo il lanternino. +</p> + +<p> +Così fecero, nascosti sotto la scala; e attesero. +</p> + +<p> +— Bisogna lasciarli un po' sfogare — ammoniva +Fulgenzio. +</p> + +<p> +— Sentite la voce di Mauro? +</p> + +<p> +— E quel della tromba chi sarà? +</p> + +<p> +— È Martino dell'Argine. +</p> + +<p> +— Che matti! +</p> + +<p> +— Vogliamo ridere! +</p> + +<p> +Ma in quel punto il cacciatore sparò due +colpi. +</p> + +<p> +— Anche delle schioppettate! +</p> + +<p> +E la moglie: +</p> + +<p> +— Non ci faran del male, eh? Quando si è +matti!... +</p> + +<p> +— Lasciatemi andare innanzi. +</p> + +<p> +Innanzi lui, con la carriola su cui il bigoncio; +dietro, andò la donna col bicchiere e il +lanternino. +</p> + +<p> +A quell'apparizione improvvisa, chi tacque un +istante, chi sonò o soffiò con più lena; e in +massa tutti s'appressarono alla porta. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> +</p> + +<p> +<i>Miauu...; chicchiricchì...; ohn: ohn: ohn!...; +buum buum buum...; taratatà taratatà, taratatà...; +cococodè!...;</i> e, prevalenti, strazianti, i <i>cian +cian</i> dei metalli e il <i>dan dan</i> dei campanacci. +</p> + +<p> +— Bravi ragazzi! Bravi! Venite a bere!... +Ohe!... gente! Chi vuol bere? +</p> + +<p> +— Vino buono, vino buono! — ripeteva la Faziòla. — E +di cuore, ragazzi! +</p> + +<p> +Súbito porse il bicchiere pieno a colui che ebbe +di fronte. Quegli lasciò cadere la secchia disarmonica +per bere d'un fiato, e gridar dopo: +</p> + +<p> +— Viva gli sposi! +</p> + +<p> +— A voi! — disse la sposa riempiendo a sua +volta il bicchiere per un altro. +</p> + +<p> +Gli ultimi, di dietro, sospingevano: — Cosa +c'è? — Cosa fanno?... Dan da bere! — Un bigoncio! — Ohe! +ci siamo anche noi! — Vino! +</p> + +<p> +Di súbito la meraviglia, l'ammirazione e un +senso quasi di gratitudine avevan còlti gli animi; +di súbito, secondo avviene nella gente rude, +i cuori s'erano aperti a un sentimento nuovo, +opposto. +</p> + +<p> +Non come altri, nella condizione loro, la Faziòla +e Fulgenzio avevano gettato dalla finestra, +per vendicarsi, immonde cose o inani minacce; +o non avevan taciuto, essi, in una vile +rassegnazione; ma passavan da bere, e vino +buono! Succedevano alle grida folli e ai motti +sconci, voci di gioia e motti che esprimevan benevolenza; +e tutti in una volta. +</p> + +<p> +— La fanno da signori, gli sposi! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> +</p> + +<p> +— Viva gli sposi! +</p> + +<p> +— Ehi! Faziòla! Il primo che nascerà voglio +tenervelo io al battesimo! +</p> + +<p> +— Guardatevi dai compari, Fulgenzio! +</p> + +<p> +— Adesso che ha moglie, Fulgenzio diventerà +caporale anche lui! +</p> + +<p> +— No, no! la Faziòla non gli farà torto! +</p> + +<p> +— Fulgenzio è geloso! +</p> + +<p> +— Fulgenzio è pacifico! +</p> + +<p> +— Viva gli sposi! +</p> + +<p> +— Viva l'allegria! +</p> + +<p> +Il trombettiere impose silenzio. +</p> + +<p> +— Zitti! state zitti! — e avventava scapaccioni +ai ragazzi più ostinati nel frastuono. — Adesso +gli sposi ballano la monferina! — La +proposta fu accolta da applausi; la monferina +fu intonata dalla tromba, cantata e zufolata; +mentre altri tentavano di convincere Fulgenzio, +il quale si schermiva con ambedue le braccia. +</p> + +<p> +— Ho gambe da ballare io, matti che siete? — Rideva +dimenandosi fra le mani e le braccia +che l'urtavano, lo spingevano. +</p> + +<p> +— Avanti! Forza! — Forza, Fulgenzio! +</p> + +<p> +— Lasciatemi stare! Lasciatemi andare! +</p> + +<p> +Ma la Faziòla diede al marito la prima prova +di abnegazione; una gran prova, anzi, di virtù. +Comprendendo che per acquetarli era necessario +che lei almeno accondiscendesse, tosto s'adattò +al ballo con l'agilità e la disinvoltura de' suoi +vent'anni e del ballerino che combinò a saltarle +di contro. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> +</p> + +<p> +Ebbene: la virtù fu premiata; Fulgenzio lasciato +tranquillo; e, per emulazione più che per +burla, i giovani gettarono i recipienti sonori, i +campanacci e i corni; e in mancanza di donne, +si misero a ballare tra loro, intanto che Fulgenzio +attingeva e offriva il vino attorno con +viso lieto. +</p> + +<p> +— Chi ne vuole, ragazzi?... È poco, ma volentieri.... +Finchè ce n'è!... Di cuore! +</p> + +<p> +Quando egli ebbe vuotato il bigoncio e il trombettiere +perduto il fiato, tutti ripresero gli strumenti +del baccano. +</p> + +<p> +Adesso però ciascuno dava dentro nel suo +con l'anima d'un inno glorioso. +</p> + +<p> +.... — Felice notte! +</p> + +<p> +— Viva gli sposi! +</p> + +<p> +— Viva l'amore! +</p> + +<p> +— Viva l'allegria! +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... E finalmente gli sposi andarono a letto, felici +per il sollievo del peso che aveva preoccupato +a lungo il loro animo; per il piacere +d'una vittoria guadagnata, in disuguale battaglia, +con l'astuzia; per la gioia d'essersi sottratti, anche +in avvenire, a beffe o biasimi, meritando +invece indulgenza e benevolo ricordo. +</p> + +<p> +E aggiungendosi a ciò un eccitamento intimo, +di reciproca gratitudine, e la certezza di giorni +<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> +meno tristi, forse ebbero allora la persuasione! +che avevano saputa togliere agli altri l'illusione, +che a torto prima presupposta in essi, aveva +indotta la terribile turba a tanto sbattere, gridare +e scampanare. +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> +</p> + +<h2><a id="polso"></a> +Il polso. +</h2> + +<p class="indl small"> +Nel settecento: +</p> + +<p class="indr small"> +per i mariti d'oggidì. +</p> + +<p> +Difficile dire se il conte La Fratta amasse più +sè stesso o la marchesa Arnisio; ma poichè +per acquistarsi dal mondo e dalla marchesa la +lode di cavaliere perfetto e per secondare gli +stimoli del cuore insisteva da un anno a servire +con cura paziente e con indulgente costanza +una dama così mutabile di pensiero e di animo, +egli certo amava troppo sè stesso e oltre il +necessario a un cavalier servente egli amava +l'Arnisio. +</p> + +<p> +A dire il vero, e a sua scusa, ella esercitava tuttavia +su di lui l'attraenza dell'ignoto e del nuovo; +la virtù quasi d'un fascino arcano; quantunque, +a dire il vero, egli in un anno n'avesse conosciute +molte singolarità e usanze e malizie. Già +sapeva La Fratta quando fosse bene contrapporsi +e quando fosse meglio accondiscendere a +quello che alla dama piacesse affermare; già +<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> +aveva appreso a distinguere su le sue labbra +rosate tutti i gradi di sprezzante pietà e d'ironia +sottile che vi segnasse il sorriso; già comprendeva +tutto quanto comandasse o esprimesse +dalla sua abile mano il ventaglio irrequieto: +anche, tra lui e lei, quand'ella aveva l'emicrania — ed +era spesso — l'esperienza e la consuetudine +avevano sancita una specie di prammatica +ai modi e ai discorsi d'entrambi; e a lui toccava +parlare di mille cose per divagarne il pensiero +doloroso e pesante, e a lei bastava rispondere, +a diritto o a rovescio, no, sempre no, o +sì, sempre sì. +</p> + +<p> +Questo ed altro il conte sapeva della marchesa; +ma una cosa non sapeva: se ella avesse il +cuore o non l'avesse. «L'ha o non l'ha?» egli +si chiedeva ogni giorno, e addentrandosi ogni +giorno più nella ricerca dell'ignoto n'era più avvinto +dal fascino; cosicchè ogni giorno più s'innamorava +della dama e di sè, che con sua gloria +resisteva a servirla. +</p> + +<p> +Finalmente l'Arnisio, agli scatti di stizza e alle +bizze nel brio e alle arie annoiate alternando +gli accordi e i riposi e gli assensi, cominciò ad +accarezzarlo di certe occhiate tanto lunghe e +sentimentali ch'egli credette di giungere a proda: +il sentimento deriva dal cuore; dunque il +cuore l'aveva! Nè il cuore della marchesa doveva +battere per altri che per lui, che da un +anno la serviva con cura paziente e con indulgente +costanza; non per altri. Ond'ecco La Fratta +<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> +a studiare di quale e quanto e quanto duraturo +amore fosse capace il cuore piccoletto +della graziosa Arnisio. Perchè ella non aveva +con lui quelle espansioni compiute, quei confidenti +abbandoni e neppure quei moti meditati +o spontanei di gelosia che tutte le donne amando, +o fingendo d'amare, sogliono avere. E nello +studio La Fratta aguzzò così i suoi occhi e il suo +pensiero a leggere nel pensiero e negli occhi della +dama che, ahimè!, troppo credette d'apprendervi. +</p> + +<p> +Le ire e i languori; le inquietudini fanciullesche +e le remissioni di donna usata alla vita; +i capricci, le allegrezze, le noie traevan forse +cagione non solo dall'indole bizzarra, ma da +un intimo, segreto travaglio che le eccitava e +tribolava lo spirito: lo sguardo di lei, spesso +stanco o vagante e la voce spesso velata e mesta, +dicevan forse che il suo spirito vagava +dietro un inafferrabile bene, finchè, con uno +sforzo mal nascosto di volontà, non le riuscisse +di riaversi o mentire; e allora abbondava di cachinni +e di frizzi, cattiva a un tempo e vezzosa. +Anche, l'assiduo disturbo dell'emicrania, invece +che la simulazione d'un malanno alla moda, poteva +essere la dissimulazione di un urgente rovello; +gli sdegni di lei contro lui non erano +forse, come egli aveva sempre creduto, modi di +civetteria sagace, ma più tosto non rattenuti impeti +di sfogo sincero; e quelle carezzevoli occhiate, +quelle occhiate lunghe e sentimentali, +<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> +potevano non essere tardi e magri compensi +alle fatiche della sua servitù, ma, tutt'al più, +segni di compassione per lui in una confessione +oramai manifesta: «Il cuore l'ho, oh se l'ho!; +ma non per voi, povero conte!» Or bene, il +conte La Fratta non disse alla marchesa Arnisio +come Publio a Barce nel melodramma del +Metastasio: +</p> + +<div class="poem"> +<p>Se più felice oggetto</p> +<p class="i2">Occupa il tuo pensiero,</p> +<p class="i2">Taci, non dirmi il vero.</p> +<p class="i2">Lasciami nell'error!</p> +<div class="stanza"></div> +<p>È pena che avvelena</p> +<p class="i2">Un barbaro sospetto;</p> +<p class="i2">Ma una certezza è pena</p> +<p class="i2">Che opprime affatto un cor;</p> +</div> + +<p> +no: i due amori, l'uno della dama e l'altro di +sè, che premevano l'animo del conte e vi si +rafforzavano senza confondersi, lo sospingevano +ad accertare la verità; l'uno, perchè chi è innamorato +talora dubita a torto; l'altro, perchè, +se non dubitasse a torto, egli ritraendosi a +tempo non compromettesse la sua dignità e la +sua fama di <i>cavaliere di spirito</i>. +</p> + +<p> +Bel tema, è vero?, sarebbe stato per una satira +il caso d'un patito che con zelante servitù +e con dabbenaggine inconscia facesse riparo all'amore +ignoto della sua dama!; e La Fratta +aveva in odio le satire. O, dunque, la marchesa +amava alcuno di quelli che le farfalleggiavano +intorno, il quale, come minore del conte, ella +<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> +non potesse assumere a servirla senza scapito +agli occhi del mondo; o amava chi attendeva, +incurante o ignaro di lei, ad altra dama della +quale ella fosse gelosa. E come ella avrebbe +lasciato La Fratta nel dubbio, ed egli non voleva +restarci, egli interrogava il mistero, scrutava, +investigava. Ma invano: tal donna era l'Arnisio +che davanti a niuna persona e in niuna +circostanza perdeva il predominio di sè; nè +mai, appuntando i suoi sospetti su questo o su +quello che a lei fosse d'intorno, il conte riusciva +a sorprenderle in volto ombra alcuna di +rossore o di pallore, di smarrimento o di vergogna. +Il mistero per La Fratta permaneva fitto, +fosco, quasi spaventevole; e il suo caso diveniva +pietoso e tendeva a diventare ridicolo. +</p> + +<p> +Ond'eccolo a richiedere di consiglio l'abate +Fantelli: un abate di umore giocondo e di mente +arguta, caro a tutte le dame di cui conosceva +le corde più sensibili al tocco delle sue allusioni +e de' suoi frizzi, nè men caro agli amici, cui +giovava d'esperienza e di senno. +</p> + +<p> +L'abate consigliò: — Tastale il polso. +</p> + +<p> +Come La Fratta non comprendeva, quegli aggiunse: +</p> + +<p> +— Nè i palpiti del cuore nè i battiti del polso +si possono frenare. Allorchè ricorderai alla +marchesa il tuo rivale sconosciuto, il suo cuore +batterà più forte, e non potrai sentirlo, ma +il suo polso batterà più in fretta e tu potrai +sentirlo. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> +</p> + +<p> +Al conte questa parve un'invenzione mirabile. +L'abate continuò: +</p> + +<p> +— Non si falla; ma ricordati che io confido +la ricetta alla tua segretezza. +</p> + +<p> +— Son cavaliere! — rispose La Fratta. E corse +dalla marchesa Arnisio. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Essa, all'entrare del conte, era abbandonata +sul canapè con la testa reclinata mollemente +e la mano sinistra su gli occhi. Ai passi lievi +dell'amico non si mosse; e al saluto di lui e al +bacio di lui su la sua destra, rispose con un +sorriso ambiguo, meno soave che doloroso. +</p> + +<p> +— L'emicrania, eh? — domandò La Fratta. +</p> + +<p> +— Sì — rispose ella in tono flebile. +</p> + +<p> +La Fratta sospirò triste pur godendo d'un'emicrania +almeno quel giorno opportuna a' suoi +fini. +</p> + +<p> +— Chi l'avrebbe detto ierisera? — seguitò egli, +non per rammentare il tempo felice nella miseria +ma per avviarsi súbito alla meta. Prima +però chiese: — Desiderate un po' di melissa? +</p> + +<p> +— Sì — ripetè la marchesa, perchè di prammatica +quel giorno era il sì; e trasse un breve +sorso dalla boccettina che l'amico le accostò alle +labbra. +</p> + +<p> +— Che sguardo febbrile! — disse il conte prima +ch'ella riabbassasse le pálpebre; e sedutosi +<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> +a lato di lei e recatosi il cedevole braccio di lei +su le ginocchia, con le due prime dita ne cercò +il polso attentamente. +</p> + +<p> +Toc.... toc.... toc...: nelle arterie, che rigavano +d'una trama azzurrina la bella carne bianca, il +sangue perveniva dal cuore pulsando all'avambraccio +in misura placida ed uguale. +</p> + +<p> +— Chi l'avrebbe detto ierisera? (il conte riprendeva +il cammino). Corgnani giurava di perdere +a tarocchi perchè lo costringevate a guardarvi, +tanto eravate leggiadra; Travasa sostenne +d'avervi ravvisata a Versailles in una procace +figurina di Boucher o di Fragonard; Terenzi +proclamò che nessuna dama di Parigi saprebbe +ballar meglio di voi il <i>paspié</i>. — E ristando, +per prudenza: — No — disse — non avete febbre. — Pure, +come più d'una volta aveva profittato +dell'emicrania per tenere a lungo nelle +sue una mano della dama, ritenne invece il polso, +e riandando le vicende della sera innanzi, +passata con lei alla conversazione di una dama +illustre, e riferendone vanità e pettegolezzi, con +abile arte potè nominare coloro di cui aveva +maggior sospetto. Ma il polso batteva sempre +uguale e placido. +</p> + +<p> +«Se non è questo, se non è quello, chi sarà?» +domandava intanto La Fratta a sè stesso. «Quello +non può essere: proviamo quest'altro.» +</p> + +<p> +Proseguì nell'esame e nella tentazione a quel +polso ritmico e muto sinchè ebbe percorsa invano +la via che si era proposta. Oramai retrocedeva; +<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> +s'ingarbugliava in nuove ipotesi; s'imbrogliava +in nuovi dubbi. Infine, s'appigliò a +chi gli capitò dinanzi al pensiero: +</p> + +<p> +— Il duchino, eh?, il duchino sdilinquisce per +l'Arboldi; sdilinquiscono tutt'e due, il duchino +e vostro marito. +</p> + +<p> +Oh Dio! gli era parso che il polso affrettasse; +gli era parso; ma non era possibile che il sangue +di una dama come la marchesa Arnisio +si commovesse al ricordo di un vagheggino +quasi adolescente! Per altro, la marchesa era +così strana.... +</p> + +<p> +— Io credo — riprese egli — che l'Arboldi +non preferirà quel bamboccio a un cavaliere +qual è vostro marito. — Non c'era più dubbio! +La marchesa amava il duchino; amava — strana +donna! — il frutto acerbo!; il polso che +aveva confessato era lì pronto a ripetere la confessione. +Il duchino! Per prima vendetta il conte +volle discorrere e burlarsi di lui affinchè, +magari, la capricciosa dama arrabbiasse o magari, +piangesse, svenisse. Ma il sangue nell'arteria +rifluì placido ed uguale.... E solo allora, +trasecolando, La Fratta ebbe un'idea, un lampo, +quasi un fulmine: — il marito?... — Parlò del +marito. +</p> + +<p> +E nessun dubbio: a parlare del marito e dell'Arboldi +il polso precipitava, martellava, scottava! +Come scottato, il conte abbandonò il braccio +della dama e balzò in piedi. Stupito, stordito, +non sapeva più che si dicesse. Diceva: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> +</p> + +<p> +— Dunque, se l'abate Fantelli.... No, non è +possibile! — Ed era possibile!... Appena si fu +ricomposto, senza esitare, rapido, asserì: — Voi +siete innamorata, marchesa! Voi siete innamorata; +ditemi, non è vero? +</p> + +<p> +— Sì — rispose la dama; ma poteva essere +il sì di prammatica. +</p> + +<p> +— Siete innamorata di.... vostro marito! +</p> + +<p> +La Fratta s'aspettava una risata dinegatrice. +Invece la dama, la quale, meravigliata anch'essa, +era per gridare — Chi ve l'ha detto? —, la dama +ebbe tant'ira di scorgersi scoperta nel suo segreto, +e scoperta dal conte, e sentì tant'odio per +il conte, che frenò la curiosità e tacque. +</p> + +<p> +— È vero? — incalzava l'altro —: di vostro +marito? +</p> + +<p> +— Sì! — E questo non fu il solito sì; fu un +sì aspro, secco, trafiggente. L'altro continuò: +</p> + +<p> +— E voi fino ad oggi avete sofferta la mia +servitù solo per la moda? +</p> + +<p> +— Sì! +</p> + +<p> +— .... e io vi ho annoiato sempre, sino ad oggi, +senza accorgermene? +</p> + +<p> +— Sì! +</p> + +<p> +La Fratta divenne rosso. Ma era cavaliere, e +si contenne. +</p> + +<p> +— Dunque — conchiuse solennemente — non +vi annoierò più, signora marchesa! Solo permettetemi +l'ultimo consiglio: se non volete far ridere +il mondo, non riferite questo nostro colloquio +all'abate Fantelli. — E per un supremo +<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> +sforzo di galanteria cercò di baciare la destra +dal polso febbrile e loquace. Ma la marchesa +ritrasse la destra; ond'egli, senza guardarla, di +corsa uscì dalla camera. +</p> + +<p> +La tenda era appena ricaduta dietro di lui +quando la dama, alzatasi vispa e gaia come +quella che da un mese non aveva avuta emicrania, +con un lungo sospiro di soddisfazione +esclamò: — Finalmente! +</p> + +<p> +Indi si chiese: «Perchè non dir tutto all'abate +Fantelli?» +</p> + +<p> +Egli solo, infatti, avrebbe saputo spiegarle da +che mai il conte avesse ricevuto la rivelazione +improvvisa. «Gli dirò tutto — fece —; e che +egli rida e il mondo rida! Anzi!» +</p> + +<p> +Infatti porgendosi vittima volontaria alla derisione +del mondo, ella dava al marito una prova +d'amore sublime fino al sacrificio, e, sollecitato +e disposto da quella al suo amore, il marito +non avrebbe più resistito — n'era certa — alle +altre prove e più seducenti prove del suo +amore. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Intanto La Fratta, di ritorno dalla dura battaglia, +contemplava la gravità della propria sconfitta +e cercava rimedio a quello de' suoi affetti +che dolorava ferito: l'affetto di sè; giacchè l'altro +pareva rimasto estinto di colpo. Rifletteva +il conte che raccomandando alla dama di tacere, +<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> +aveva obliato la natura di lei, e che s'ella +parlasse — e parlerebbe — il mondo riderebbe +di lui e non di lei, della quale, tanto era stramba, +nulla poteva sorprendere. Anzi, mentre egli +considerava fra sè il capriccio di lei, si stupiva +di non essersene accorto prima; e si rassegnava +a giudicar quel capriccio meno enorme di +quanto l'aveva giudicato prima. +</p> + +<p> +Il marchese Arnisio era un bel giovane, alto, +pallido per sangue nobile da secoli, con modi +di secolare nobiltà. Che meraviglia se la moglie, +gelosa della dama la quale egli serviva, +se n'era accesa a dispetto del mondo e del cavalier +servente? +</p> + +<p> +E l'orgoglio del conte dolorava; e l'altro affetto, +quello della dama, che ancora non era +spento del tutto, sussultava d'un ultimo spasimo. +Peggio, assai peggio che la derisione del mondo, +sarebbe la derisione della marchesa quand'ella +innamorasse e seducesse il marito! +</p> + +<p> +Perciò il battuto, fugato, disperato La Fratta +concepì il disegno di salvare il suo decoro e la +sua dignità nella stima del mondo e nella stima +della marchesa. +</p> + +<p> +Ond'eccolo in cerca del marchese Arnisio. Lo +trovò per istrada; e al saluto di lui non fece nè +parola nè cenno. L'Arnisio gliene chiese la causa, +e della risposta fu così poco contento da +ammonire La Fratta che non salutare chi merita +rispetto e onore è villania. Ma poichè la +taccia di villania a chi merita rispetto e onore +<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> +è grave ingiuria, il conte trasse la spada: trasse +la spada il marchese; e al terzo colpo la +lama del conte segnò di rosso la destra dell'avversario. +</p> + +<p> +Pronto il marchese strinse con la pezzuola di +batista il taglio che non era profondo; poi domandò, +senz'ira: +</p> + +<p> +— Ora mi direte perchè un cavaliere come +siete voi ha voluto attaccar briga con un cavaliere +come sono io. +</p> + +<p> +— Per provarvi — rispose La Fratta alla dimanda +che s'aspettava —; per provarvi che se +da oggi in avanti non servirò più vostra moglie +e non entrerò mai più nella vostra casa, +la colpa è vostra. +</p> + +<p> +Il marchese, udita tal spiegazione del fatto, ne +capì meno di prima. Ribattè: +</p> + +<p> +— Spiegatevi! +</p> + +<p> +E il conte: +</p> + +<p> +— Vostra moglie è sdegnata con me e infastidita +della mia servitù perchè io, e non voi, ho +scoperto ch'essa è innamorata di voi. +</p> + +<p> +Allora l'Arnisio rimase proprio quale era rimasto +La Fratta alla rivelazione del polso; fors'anche +con uguale timore volse il pensiero al +riso del mondo, e chiese, con tono e impeto +d'incredulità e di sorpresa: +</p> + +<p> +— In che modo l'avete saputo? Ne siete sicuro? +</p> + +<p> +— Il modo — rispose dignitosamente La Fratta — è +un segreto dell'abate Fantelli; ma di ciò +<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> +sono tanto sicuro, che solo per ciò un cavaliere +come sono io ha potuto attaccar briga con un +cavaliere come siete voi! +</p> + +<p> +A tali parole il marchese sorrise, e porgendo +la mano ferita all'amico: +</p> + +<p> +— Conte La Fratta — esclamò contento —, io +vi ringrazio! +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> +</p> + +<h2><a id="modestia"></a> +Come finì la Modestia. +</h2> + +<p> +<i>Bum! bururùm bum bum! — Bururùm bum +bum! — Bum! Barnùm! — Cium! papaciùm! +cium cium!</i> +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Che cos'è questo fragore? +questo squillar di trombe, strepitar di piatti e +tuonar di gran cassa? Chi arriva?... Oh! una +carrozza a quattro cavalli: anzi, un carro trionfale; +su cui troneggia la più bella donna che +io vedessi mai! Ha gli abiti mirabilmente variopinti +e fulgidi di gemme; e sotto di lei siedono +gentiluomini in tuba e cravatta bianca. +Qualcuno invece della tuba porta una corona +d'alloro; qualcuno agita un ramo di mirto; qualche +altro ha il viso da bestia, fors'è una bestia.... +Io arrossisco a lasciarmi vedere. Mi nasconderò +dietro la siepe. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Voi dite, postiglioni, +che bisogna dar riposo ai cavalli? A cavalli di +<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> +razza quali i miei? Vi concedo mezzoretta. Ma +giuro che nemmeno per svago non viaggerò +mai più per le campagne d'Italia! Io son usa +al treno lampo, alle automobili, agli aeroplani; +non ho tempo da perdere! Oggi, per vendere +a pena un centinaio di aratri a vapore, affollare +d'infermi tre stabilimenti idroterapici, aprire due +esposizioni agricole, me la son presa comoda; +ma ho consumato un giorno e sciupati quattro +puledri che vinsero le corse a Longchamp, e +che serbavo da galoppare piano piano in Inghilterra, +quando per caso mi ci trovassi in +domenica. Però io ringrazio voi, miei seguaci, +d'avermi tenuta compagnia nel noiosissimo +viaggio e vi porgo un marengo perchè andiate +all'osteria laggiù, a bere un litro alla mia salute. +Un marengo anche a voi, postiglioni e musici. +Spicciatevi! Quanto a voi, poeti, se v'aggrada, +andrete qui intorno cercando il Gran Pan. +</p> + +<p> +Frattanto, in questa valletta ombrosa e fresca, +io penserò un milione di telegrammi da spedire +domattina ai miei segretari sparsi nel mondo +per il progresso delle industrie, delle arti e dei +commerci e mediterò un nuovo modo d'annunziare +il <i>Tot</i> e le <i>Pink</i>. +</p> + +<p> +.... Che frescura! Che quiete! +</p> + +<p> +Avvezza al fracasso e alle corse sfrenate, quasi +quasi mi vien sonno.... +</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Ahi! +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Chi va là, dietro la +siepe? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> +</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Scusi, signora, se l'ho +disturbata.... Uno spino mi ha punto un piede.... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Perchè cammini scalza? +Vieni qui. Chi sei? +</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Un'infelice; una povera +creatura. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Vedo. Le tue vesti non +le comprasti certo nei magazzini del Louvre; e +la tua faccia par quella del mio amico Succi. +Che naso! Oh che naso! +</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Me l'han tirato in tanti, +signora; ho provate tante delusioni; ho patiti +tanti disinganni! +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Accostati; senza ritirarti +in te stessa, vergognosa! Come ti chiami? +</p> + +<p> +<i>La donna umile:</i> — Modestia. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Modestia? La nipote di +madama Virtù, che presa per un'aristocratica +fu fatta ghigliottinare da Robespierre? La figlia +della Semplicità e del Buoncostume? la sorella +dell'Onestà? +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Sì, signora.... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Bel caso! bell'incontro! +Da un pezzo non ho riso così di gusto! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Scusi, signora: la conosce lei +mia sorella Onestà? Per amor di Dio, mi dica +se la conosce e se sa dov'è!... Non mi restava +più altri della mia famiglia. I miei parenti mi +hanno abbandonata!... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Eh! Poco posso dirti. +Molti e molti anni sono essa mi chiese aiuto; +<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> +ma era povera e non potemmo conchiudere nessun +affare; e d'allora in poi m'è uscita di vista. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Sapesse quant'è che la cerco! +Un giorno, in una grande città, ci perdemmo +in mezzo alla folla.... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere. La troverai. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Dove? dove? +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — In un paese dove non +si distribuiscano commende. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Oh Dio!... Dunque mia sorella +è morta anche lei! +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Non piangere, ti dico! +Io non piango nemmeno ai drammi di Ibsen. +Raccontami piuttosto la tua storia. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Uh! la mia storia!... Disperata, +mi ero ridotta a vivere qui nei dintorni, e ci +campavo, perchè nessuno s'accorgeva che ci +fossi; quando la mia disgrazia volle, l'altro +giorno, che diventasse sindaco il salumaio del +villaggio. Costui m'ha deferita all'autorità giudiziaria +quale vagabonda, priva di mezzi di sussistenza +e forse anarchica; e i carabinieri hanno +già avuto l'ordine di arrestarmi se entro otto +giorni non mi trovo occupazione e domicilio. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Bene! Imparerai a stare +al mondo! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Per grazia di San Francesco mio +protettore, ier sera tardi, passando sotto le finestre +d'una villa, udii leggere un giornale: uno +leggeva che lo scrittore francese Giulio Claretie +<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> +invidia i letterati e gli artisti italiani; perchè, +egli dice, in Italia chi ha dei meriti si fa strada +da sè solo, e chi non ne ha, non riesce, come +in Francia, a spingersi innanzi con l'impudenza +della <i>Réclame</i>.... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Bada a come parli! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Scusi.... Ripetevo le parole del +Claretie. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Tira avanti! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — .... Non sapendo più dove andare, +se anche in campagna adesso mi odiano, +avrei pensato di mettermi per cameriera presso +qualche scrittore o artista d'Italia.... +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Bella idea! Ti credevo +ingenua; ma non sino a questo punto. Ah ah!... +E non mi conosci? +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Non ho questo onore. +</p> + +<p> +<i>La donna sovrana:</i> — Io discendo da quell'imperatrice +che un amico della tua famiglia, +Giuseppe Parini, osò chiamare «venerabile» per +sarcasmo. In America ebbi a padre putativo +un certo Barnum; ma, oriunda di Francia, io, +come un romanzo di Bourget, sono cosmopolita; +tanto che Policarpo Petrocchi m'introdusse +senza scrupolo nel suo vocabolario. Mio dominio, +il mondo; tutti gli uomini si raccomandano +a me, s'arrendono alle mie lusinghe benedicendomi. +Io sono la <i>Réclame</i>! La <i>Réclame</i> +sono io! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Oh San Francesco! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Tu non mi fuggirai.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Mi lasci andare! Per carità, mi +lasci andare! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Non mi fuggirai.... Non hai forza, +povera diavola! Guarda: invece che odiarti +mi fai compassione! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Dunque mi lasci.... La prego! +La scongiuro!... Che cosa vuole da me, Maestà?... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Aiutarti, distoglierti dal tuo insano +proposito. Hai visto coloro che viaggiano +meco? +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Maestà, sì. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Bene: tra i miei musici cantano +critici e giornalisti; i miei fedeli, che hai veduti, +sono letterati e artisti che all'annuncio +del mio arrivo son corsi a me dai loro eremi, +ove attendevano a opere luminose in una superba +meditazione di conquista. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — E se tornano qua ora? se mi +vedono?... Mi lasci andare!... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — No: non ti ravviseranno. Del +resto, io li conosco per bravi ragazzi che non +farebbero male a una mosca, sebbene talvolta +nei loro grandi disdegni invochino il dio Terremoto. +<i>In altri tempi avrebbero forse conquistato +un arcipelago</i>: adesso, non sono che scrittori, +i quali, come uomini d'intelligenza, vanno +verso la Vita. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Ah sì?... A far che cosa? +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Tante belle cose; fra cui l'<i>atto +di Vita coronante il rito misterioso come l'Orgia</i>.... +<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> +Non arrossire.... Via! Dammi quel libro +ch'è là, nella mia carrozza, fra gli annunzi dell'<i>Emulsione +Scott</i>, dell'<i>Iperbiotina</i> e del <i>Depilatorio +Clauser</i>; e saprai altre cose di gioia. Quello!... +Brava!... +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Ora ascolta come parla uno il cui pensiero è +<i>bruciato dall'ambizione</i>. +</p> + +<p> +«L'orgoglio e l'ebrezza del suo duro e pertinace +lavoro; la sua ambizione senza freno e +senza limiti constretta in un campo troppo +angusto, la sua insofferenza acerrima della vita +mediocre, la sua pretesa ai privilegi dei +principi, il gusto dissimulato dell'azione onde +era spinto verso la folla come verso la preda +preferibile, il sogno d'un'arte più grande e più +imperiosa che fosse a un tempo segnale di +luce e strumento di soggezione, tutti i suoi sogni +insaziabili di predominio, di gloria e di +piacere insorsero e tumultuarono in confuso +abbagliandolo....» +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Cieco! Quanto doveva essere infelice, +questo peccatore! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Al contrario, felicissimo: perchè +la felicità <i>è tal cosa che l'uomo deve foggiare +con le sue proprie mani su la sua incudine</i>; ed +egli, il peccatore, in certi momenti, vedeva bene +che <i>il mondo era suo</i>! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Con tutto il rispetto, io non lo +credo! In letteratura i fabbri potranno bearsi a +batter le frasi perchè diano faville; ma nella +<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> +realtà le faville, se non acciecano, vanno a finire +in niente, proprio come questi sogni letterari! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — E che importa se ti paion sogni? +Purchè tu ne sia esclusa. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Ma anche lei, signora...; mi permetta +dirle che anche lei ne è esclusa. Non è +mica la Gloria lei! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — La Gloria è un'illusione, di cui +io sono la realtà! Vedi? Tu stessa non ragioni +più, perchè madama Ragione, tua bisavola, è +morta, non solo in arte, da un pezzo! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Però io spero che non tutti i letterati +d'Italia vagheggeranno conquiste d'arcipelaghi +o invocheranno il dio Terremoto. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Se non tutti, molti! molti! Perchè +al Verbo dei maestri, i discepoli divengono +armento. E se è vero che i discepoli sempre +esagerano i meriti dei maestri, non sola tu, ma +anche tutti i tuoi parenti prossimi e lontani +sono spacciati! La Morale e l'Onore si <i>suicideranno</i> +a vicenda, come due amanti infelici; le +Virtù Teologali e Cardinali emigreranno nel centro +dell'Affrica, dove non siano ancor giunti +superuomini. Tu dove andrai?... <i>Quo vadis?</i> +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — .... Quanto soffrire, o mio Dio, +che insegnasti «Chi si esalta sarà umiliato»! +Dove andrò?... Non troverò nemmeno un letterato +vecchio o non più giovane che mi protegga? +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Non dubitare, cara mia, che pur +cotesti vecchietti amano me con animo pronto, +<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> +sebbene con carne stanca! Quanti ne conosco +che seguono l'esempio di Vittore Hugo! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Cioè? +</p> + +<p> +<i>Réclame</i>: — Il buon Vittore diffondeva lui le +lodi di sè per i giornali della Francia. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Ah! lo so, lo so! Tutti i mali +vengono dalla Francia. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Non credo. Già secondo quel tuo +miserello Leopardi ogni uomo celebre sempre +diventò celebre dando fiato per primo alla sua +tromba. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Oh il mio Giacomo!... Poverello! +Ma io lo consolavo augurandogli la giustizia del +Tempo.... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Invano! Ai miei cenni egli dubitava +che pur questa fosse un'illusione; egli +prevedeva il giorno in cui io avrei proclamato +all'universo l'ultimo e supremo trionfo della +scienza e la mia gran vittoria su tutti i letterati +della terra. +</p> + +<p> +Infatti la gloria del Leopardi s'è già estinta +nella fredda considerazione scientifica de' vizi +e de' malanni che alla sua poesia furono come +l'<i>humus</i> ai funghi; e il giorno della mia +vendetta e della mia vittoria universale è venuto. +</p> + +<p> +Sin la Fortuna, un dì superba al par di Giuno, +mi chiede vita, e tutti gli dei d'Olimpo rivivono +per me, e la Natura che io denudai alla libidine +del Naturalismo, che ho velata di nebbia alle +lussurie dell'Idealismo, mi chiama: le ho concesso +<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> +oggi, per questi campi, quest'ora del mio +desto riposo. +</p> + +<p> +Odi tu la sua voce che mi saluta? +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Non sento niente. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Tu non puoi sentirla. I tuoi sensi +non sono usi a <i>incontrare il mistero e a rabbrividirne</i>. +Il fatto è che la Natura, essendo poesia, +ha bisogno del mio soccorso, perchè ha bisogno +dei poeti suoi interpreti, che sono miei +schiavi. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — E i prosatori? +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — La poesia si fa anche in prosa, +scioccherella!, quando la prosa si mette in versi +e nelle porcherie i sensi diventano <i>strumenti +d'infinita virtù..., atti a penetrare i misteri più +reconditi, a scoprire i segreti più reconditi</i>. Ma +tu non puoi comprendere.... Piuttosto, dimmi: +Perchè gli scrittori scrivono? +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Per conforto all'amore e alla +sventura. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Rispondi bene, o torno a leggere!... +«Colui il quale molto ha sofferto è men +sapiente di colui il quale molto ha goduto....» +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Basta, basta.... Dirò che scrivono +per guadagnare. +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — In Italia? Nemmeno gli agenti +delle tasse dan valore ai libri! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Non so, allora.... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Non mentire! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Dirò che scrivono per la gloria.... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Bene!... Ma oggi chi crede più +<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> +che l'anima sopravviva al corpo? Dunque gli +scrittori, nel dubbio di non poter visitare le biblioteche +in ispirito, fra secoli, a conoscere quali +opere vi si leggeranno, fan bene a rincorrere +la gloria, per ogni via, finchè sono in vita. +Aggiungi che oggi la chimica insegna come +l'inchiostro e la carta dei libri moderni, a differenza +dei cinquecentisti e delle pergamene, +sono facile preda di microbi, e fra tre o quattro +secoli non saranno intelligibili che i libri +in carta a mano: proprio quelli degli scrittori +ricchi, dilettanti. Dunque il tempo commetterà +enormi ingiustizie senza saperlo, alla maniera +dei giurati; e così ai romanzieri e ai poeti +val meglio provvedere alla loro fama presente, +finchè sono in vita. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Che disperazione! Non capisco +più nulla.... Ma San Francesco.... Oh! Ora che +mi ricordo.... I letterati non sono i soli artisti +italiani invidiati da Giulio Claretie. Mi restano +i pittori! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Perchè no? Tu andrai al loro cospetto +nel costume di quelle donne che stanno +in chiesa, presso una bara, nell'<i>Ultimo Convegno</i>; +e ti farai credere, con cotesto naso, una +modella. Poh! con qualche moina riuscirai forse +a ingannarne qualcuno. Tuttavia, credimi, +ti troverai a disagio; perchè, dopo l'invenzione +del prerafaelismo le modelle digiunano. Io poi +ho elevato le imagini prerafaelite agli annunzi +d'ogni cosa; a tutti i muri e a tutte le cantonate; +<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> +sicchè i pittori riconoscono anch'essi da +me la loro insolita fortuna. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Gli scultori, dunque...? +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Gli scultori ti odiano. È per colpa +tua che essi han da fare pochi monumenti! +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — I musici.... Andrò da un musico.... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Perchè egli dedichi a te, invece +che a sè stesso, le sue opere? Spera, spera! Per +amor mio, fino i sacerdoti di quel Dio che insegnò: +«Chi si umilia sarà esaltato», oggi hanno +un conforto alle passioni antiche della politica +e della corruttela: nei loro giornali possono leggere +fra i telegrammi della cronaca artistica +«.... Al duetto di Gesù con la Maddalena, tutto +il tempio scoppiò in frenetici applausi....» +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — È finita!... Dove andrò, o Signore?... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — <i>Quo vadis?</i>... Ahi!... Non ti resta +che venire al mio servizio. Metterò qualche volta +i tuoi abiti a mia cugina l'Ipocrisia, e metterò +a te gli abiti e la maschera di lei.... +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — Piuttosto morire! +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Via! via! Aspetta almeno a quando +avrai marito, per fare come Lucrezia romana, +che dopo l'ultimo piacere si tramandò, o per +te, o per l'Onore o per me o per tutti noi insieme, +all'immortalità. +</p> + +<p> +<i>Modestia:</i> — No! subito, o morire o fuggire +dal consorzio civile! Andrò al polo nord!... +</p> + +<p> +<i>Réclame:</i> — Come il dottor Cok! E tu cammini +<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> +a piedi, a piedi scalzi e senza un soldo +in tasca; così quando arrivassi alla terra degli +Esquimesi troveresti ch'essi avrebbero già attaccati +ai loro blocchi di ghiaccio, duri più del +marmo, gli avvisi di casa Bertelli e di casa +Suchard; e quando arrivassi nel cuore dell'Affrica, +troveresti i cannibali già intenti a leggere +i romanzi italiani tradotti in francese. +</p> + +<p> +Ma ecco i miei fedeli. — To'! Me l'aspettavo! +Sono tutti ubbriachi fradici. Anche i poeti, che, +poverini, han preferito Lieo al Grande Pan.... +</p> + +<p> +Postiglioni, mi raccomando a voi.... +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Addio, Modestia, fatti coraggio! +</p> + +<p class="dots">················</p> + +<p> +Un urlo straziante, una scossa della vettura.... +Che cosa è stato? Ah niente! S'è gettata +la Modestia fra le zampe dei miei puledri, sotto +le ruote del mio cocchio. Una maniera di suicidio +che Maupassant trovò per uno de' suoi personaggi: +un plagio; e neanche i plagi commuovono +più le fantasie! Poi, bel gusto ammazzarsi +in una campagna solitaria ove non +c'è nessuno a provar raccapriccio! Inutile a sè +stessa in vita, neppure morendo la Modestia ha +saputo provvedere alla propria fama. Doveva +finire così! +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> +</p> + +<h2><a id="entusiasta"></a> +L'entusiasta punito. +</h2> + +<p> +Per l'abuso che ne fecero i poeti, chi ammira +più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma +l'anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti +a un fulgido cielo. Nemmeno gl'innamorati +oggidì s'intendono nella bramosia dell'argento +lunare e preferiscono la povertà delle tenebre; +ma Carlo Dònnola beveva il latte della +luna con tal gioia che le pupille gli s'inumidivano +come a uno spirituale liquore s'inumidiscono +le pupille d'un ebro. E se in noi fu esausta +dall'artificio l'ammirazione per i fiori, tanto che +d'una rosa fresca diciamo «sembra di seta o di +cera», a Dònnola una viva rosa carnicina sembrava +tuttavia di «carne»; e contemplata e annusata +a lungo una bella rosa pallida, egli elevava +il naso elevando gli occhi, come a una visione, +e «Dolce signora — esclamava mestamente — io +v'amo!» +</p> + +<p> +Con ciò non si afferma che Carlo fosse ancora +<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> +vergine alle impressioni della natura; bensì +che era in lui una nativa, particolare attitudine +a sorprendere il bello in tutte le cose, in tutta +la vita; ad avvertire quel che gli altri spesso, +mortificati dal brutto, non avvertono e che egli +con sincero entusiasmo e con un sibilo iniziale +rivelava per mezzo degli aggettivi, spiccioli o a +coppie, «stupendo! sovrano! — superbo! squisito! — supremo! +sovrumano! — straordinario! +sublime!» +</p> + +<p> +Neanche perciò si afferma ch'egli fosse un +poeta; giacchè si sa, e Teofilo Gautier lo dice, +che i poeti vedono il bello dove non è: «<i>Les +poètes prennent habituellement d'assez sales guenipes +pour maîtresses</i>»: Carlo Dònnola invece +vedeva il bello dov'era. Così mentre altri alle +esposizioni artistiche fuggiva dalle sale di scultura, +egli s'arrestava d'improvviso dinanzi a +qualche grazioso ninnolo statuario, il quale all'occhio +comune era impercettibile fra tanti orrori; +o ristando dinanzi a ciò per cui inorridivano +gli altri, egli solo, súbito, indicava o la +minima parte o la linea lodevole. +</p> + +<p> +Quante volte nelle tele sciagurate di colore e +di disegno non vantava giustamente l'intenzione +del pittore? E, non a torto, quando in cospetto +a un nuovo edificio tutti biasimavano l'architettura +moderna, egli notava: — Che bel camino! — Beato +lui! A una sinfonia d'imitazione +wagneriana cadeva ogni possa anche nel più +classicista ascoltatore e critico; ma Dònnola riteneva, +<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> +per zufolarle dopo, quelle poche note +che erano state come una fugace spera di sole +tra una nebbia folta o in una roboante tempesta. +</p> + +<p> +Beato lui! Nei versi e nelle prose di qualche +magnifico scrittore moderno molti si smarrivano +a cercare pensiero e sentimento; ma egli, +pronto, afferrava aggettivi e li ripeteva all'altrui +meraviglia. +</p> + +<p> +— Sì; bell'aggettivo — confessavano. — E +l'idea? +</p> + +<p> +E lui: +</p> + +<p> +— Il verso è per l'aggettivo, e non per l'idea. +Simbolismo! +</p> + +<p> +Carlo Dònnola era dunque un uomo d'ingegno, +sebbene in fama di stupido. L'uomo d'ingegno, +veramente, è infelice, perchè non meno +ammira il bello di quel che s'offenda del brutto; +invece Carlo viveva felice pascendosi soltanto +di bellezza. Quando però venne il dì che +lo vidi soffrire, allora io non dubitai più oltre +che la sua fama di stupido era ingiusta. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Si erra pure a dir volubile quell'ammiratore +della bellezza femminile che vedendo oggi una +più bella donna, non dispregia per essa la donna +lodata o amata ieri. Carlo non procedeva +nemmeno a confronti: progrediva nell'entusiasmo, +<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> +perchè la sua fortuna ogni giorno gli recava +innanzi creature in tutto o in parte più +mirabili. Gli amici se ne affliggevano, invidiosi. — <i>Excelsior!</i> — dicevano +ironicamente. — Ma +trovata che abbia l'eccelsa, la perfetta, lo vedremo +precipitare! — +</p> + +<p> +Nossignori. Carlo Dònnola vide l'eccelsa: Teresa +Gurli; la sposò e continuò a salire. Infatti +la conoscenza della perfezione non si acquista +che a gradi; esercizio e pratica bisognano alle +indagini e alla percezione del bello. D'altra parte, +il bello e il bene, secondo i filosofi, sono una +cosa stessa, e chi ama l'uno ama l'altro; quindi +nelle donne ammirate, desiderate e amate Carlo +non aveva mai conosciuto se non i saggi che +delle loro grazie la legge morale (cioè il bene +entro certi limiti) concede alle donne di porgere +al mondo, a tutti: il resto è o dovrebbe essere +per il solo eletto, per il marito. E divenuto per +la prima volta marito, Carlo ebbe imprevedute +rivelazioni, innumerevoli meraviglie, estetiche +scoperte, portentose gioie, straordinarie squisite +stupende supreme sublimi esclamazioni. +</p> + +<p> +Io strinsi amicizia con lui appunto in quei +giorni che il matrimonio lo traeva all'estasi. +Oramai, come insufficienti, dimenticava gli aggettivi +dall'iniziale sibilante; e non ripeteva più, +come esigua, l'esclamazione «divina» riserbata +fino allora per lode sintetica a qualche esemplare +del «femminino eterno»; bensì elevava al cielo, +senza dir nulla, gli occhi sprizzanti una letizia +<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> +sovrumana. Tale, quale un uomo antico a cui +una dea apparisse senza spaventarlo. Tale, rovesciava +in me le confidenze che gli alleviavano +la felicità soverchia. +</p> + +<p> +— Teresa — mi disse una volta — è sterile. +Pensa: nessuna deformazione, nessun danno per +la sua bellezza! +</p> + +<p> +— La corporale bellezza di Teresa — un'altra +volta mi accertava — è nulla a paragone +dell'anima sua. Se tu sentissi l'anima sua! +</p> + +<p> +E io, da amico sincero, da amico che eccitava +l'imaginativa a comprendere così prezioso +tesoro, per poco non gli dicevo: +</p> + +<p> +— Deh! fammela sentire! +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Or bene, quest'uomo nato a bearsi della vita +e degno, degnissimo della felicità; quest'uomo.... +</p> + +<p> +Conviene ripeterlo: Carlo amava anche la virtù: +che è la bellezza dell'animo non caduca, +non fragile alle offese dei malanni, non deperibile +alla diuturna ingiuria del tempo; che è il +balsamo conservatore dell'amore coniugale, la +maglia di salute per le anime sensibili a quelle +intemperie le quali conturbano lo spirito moderno, +e penetrano e soffiano tra le domestiche +pareti, e raffreddano il sentimento in guisa che +la ragione scusi poi l'«incompatibilità di carattere», +la «separazione», il divorzio, il vizio, +<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> +l'a....dulterio! Ah quando le malattie non isciupassero +troppo presto in Teresa il formoso corpo +per cui Dònnola era assorto a gustarne l'anima, +a poco a poco, senz'accorgersene, egli assisterebbe +all'opera distruggitrice, lenta e assidua, +degli anni: scolorate, anzi, le belle forme; pacati +i sensi; sfiorita la giovinezza, più libera +risplenderebbe l'intima virtù che agli occhi almeno +del suo Carlo renderebbe Teresa giovanilmente +amabile sino alla vecchiaia. +</p> + +<p> +Ebbene, quest'uomo io lo rividi non un anno +dopo il matrimonio e non lo riconobbi subito. +</p> + +<p> +— Che hai? Cos'hai fatto, Carlo? +</p> + +<p> +Portava abiti alla moda, ma con l'abbandono +di un <i>lion</i> che ritorni verde da una bisca; avrei +potuto scommettere che quel giorno non s'era +mutato, lui!, di camicia; e i baffi, erti una volta +ad arco, gli spiovevano simili ai baffi di un +cinese. +</p> + +<p> +Rispose: +</p> + +<p> +— Mah!... — E alzò il capo in una vana scossa +dal peso enorme che l'abbatteva. +</p> + +<p> +— Tua moglie.... è ammalata? +</p> + +<p> +— No no. — Disse «no no» a mezza voce, triste, +negando insieme e non negando. Sembrava +più confermare che negare. +</p> + +<p> +— Forse — io insistetti per pietà, mentre già +sorridevo per conforto — forse è incinta? +</p> + +<p> +— No no. — Negava e non negava. E m'attristai +anch'io credendo d'indovinare, finalmente. +</p> + +<p> +— Un.... aborto? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> +</p> + +<p> +— No no —; come dianzi. +</p> + +<p> +Allora con rapida memoria io, che avevo il +dovere di confortarlo, riandai quanti malanni +possono colpire una donna; con rapido esame +li paragonavo a quella disperazione abbandonata +e quasi muta; nè a tanta afflizione trovai +convenir altra sventura che una che non era +da esprimere se non con una perifrasi misericorde. +</p> + +<p> +— Scusami, Carlo, se insisto...; ma a un amico +come me.... Di' dunque: l'isterismo.... fa +certi scherzi..., passeggeri però; di cui si guarisce.... +</p> + +<p> +No, Teresa non era impazzita. Eppure, egli +non negava del tutto neppur questo! +</p> + +<p> +— Ti dirò poi — Dònnola m'interruppe, stendendomi +la mano. +</p> + +<p> +Oh!... +</p> + +<p> +Oh Dio! Senza chiedergli più nulla gli strinsi +la mano, gli dissi: — Coraggio —; gli dissi con +uno sguardo che avevo compreso tutto!... Sua +moglie lo tradiva. +</p> + +<p> +Lo tradiva! Ma quantunque io leggessi molti +romanzi francesi e italo-francesi, quantunque +frequentassi il teatro drammatico, non sapevo +persuadermi che quella donna avesse tradito +l'amico mio prima d'un anno dalle nozze. A +poco a poco, dubitai d'aver errato nella mia interpretazione +e ricordai che nel lasciarmi Carlo +mi aveva quasi detto con gli occhi: «Tradimento, +sì; ma che tradimento intendi?» +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> +</p> + +<p> +Forse era un'infedeltà di nuovo genere. Poi +riflettei su quel suo negare e non negare a +ogni mia precedente dimanda.... +</p> + +<p> +Forse Teresa?... E mi convincevo così, adagio +adagio, d'una colpa e d'una sciagura mostruosa +a cui fossero parti integrali il morbo, la figliazione, +l'aborto, la demenza, il tradimento, la +turpitudine; sebbene non potessi chiaramente +definire qual cosa mai l'indegna moglie avesse +fatta. Quando.... +</p> + +<p> +.... Ah sì, povero Carlo!... Non m'ingannavo +più! Che colpa! che sciagura! che orrore! quando +ricevetti: +</p> + +<p class="center pad1"> +<i>Petali e corolle<br /> +versi<br /> +di<br /> +Teresa Gurli Dònnola</i>. +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> +</p> + +<h2><a id="agnello"></a> +L'agnello. +</h2> + +<p> +<i>Bèee....</i> +</p> + +<p> +Niveo bioccolo, con le quattro zampe legate in +mazzetto; raccolto, dentro il canestro, nel giaciglio +di erba ancor fresca, a quando a quando +l'agnellino alzava il capo, che subito gli ricadeva +come in un abbandono o in un esaurimento di +disperazione. Allora sui miti occhi cristiani cadevano +le palpebre; indi, ecco: languido languido +lo sguardo sembrava cercar di nuovo la landa +troppo presto perduta e di nuovo spegnersi +a quel fervore di luce, mentre dalla gola riarsa +e dal petto ansioso tornava l'invocazione della +perduta madre: +</p> + +<p> +<i>Bèee</i>. +</p> + +<p> +Prorompeva il frastuono della musica; rombava, +negli intervalli, il susurrio delle voci e lo +scalpiccio della folla; e, per tutto, saluti, richiami, +risa, sorrisi. Allegria. +</p> + +<p> +Sempre triste, il professore Riccardo Biscaglia +entrò nella sala. E allorchè, nell'avvicinarsi là +dove suscitavano ammirazione i doni in mostra +<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> +per la lotteria, udì pervenire dal cesto la voce +di duolo, egli tese il capo. +</p> + +<p> +Oh come soavi quei due occhi cilestri che +sembravano cercare due occhi fraterni! +</p> + +<p> +Infatti: una fanciulla si avvicinò. Oh come +sembrò palpitante il petto chiuso nella veste +bianca allorchè la signorina ebbe scorta la bestiola +che soffriva! Non era un inganno di civetteria; +non un pretesto a farsi notare; spontaneamente, +inconsciamente quasi, ella alzava +una mano quasi a indicare ed accusare la tortura +delle quattro zampe strette nel vincolo di +seta, mentre al doloroso <i>bèee</i> rispondeva, vòlta +alla madre: — Poverino! +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +E poverino anche lui, il professor Biscaglia; +il quale era un uomo molto triste; sempre triste; +prima di tutto perchè essendosi arrotondata +ogni anno più la sua pancia, l'annoso abito delle +occasioni solenni era andato restringendosi così +che il <i>gilet</i> gli comprimeva lo stomaco e i calzoni +stentavano ad acquistare in larghezza quel +dito di misura che perdevano in lunghezza; +e i piedi, non coperti sino al collo e al calcagno, +apparivano più grandi di quanto erano. +Erano così grandi! +</p> + +<p> +Ma, oltre questi particolari disturbi, rattristava +Riccardo Biscaglia il dolore universale, e +l'aveva recato seco pur alla festa di beneficenza. +<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> +E a tanto pessimismo il professore non aveva +motivi dallo Schopenhauer o dal Leopardi: non +dagli studi; bensì dall'antico contrasto dell'istinto +poetico con la realtà della vita. Se il Governo +rinsavisse e comprendesse che, dopo o +avanti la cultura della terra, ciò che più importa +è la cultura delle menti e degli animi, +i professori sarebbero pagati meglio: pagati meglio, +si distrarrebbero anch'essi in modi leciti e +onesti e si avrebbero quindi meno poeti di dolore +e meno scapoli. Senza dubbio un aumento +di stipendio avrebbe attenuata in Biscaglia l'antitesi +tra il Sancio Panza e il Don Chisciotte +che discordavano entro di lui, quando il primo +gli diceva: — Non prendere moglie, per carità! +Tu sei troppo povero per una ricca e troppo +più povero per una povera —; e il secondo +l'incitava: — Cerca e trova la tua Dulcinea +ideale: colei che, nè ricca nè povera, e bella, +sana, buona, ti faccia parere men brutta l'esistenza! +</p> + +<p> +Ahimè! Chi può andare in cerca della felicità +senza quattrini in tasca? Ma sconsolato Tartarin, +perchè le sue cacce si limitavano a sorprendere +e colpir spropositi nei cómpiti dei discepoli, +nè più gloriosa conquista poteva vantare +in un mese che quella delle cento e tante +lire puntualmente riscosse al ventisette, Biscaglia +se la prendeva, più che col Governo, con la +mala educazione che corrompe le ragazze. — È +l'educazione del cuore che manca! — diceva +<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> +lui. — Se l'adulterio apparisse non una desiderabile +offesa alle leggi, ma una cattiva azione, +una crudeltà, egli, per star meglio, avrebbe compiuto +fino il sacrificio di sposare una ricca, e +non si sarebbe adirato nemmeno col Governo, +nè rattristato alla fatalità del dolore umano. +Questo, è vero, l'induceva a frequenti sfoghi di +versi. Ma a che pro'? Gli editori non credono +più nei poeti, e le ragazze, corrotte e senza cuore, +alla malinconia preferiscono stare allegre. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Quella sera dunque Biscaglia era entrato alla +festa, solo, con un solo biglietto per la lotteria, +non aspettandosi uno spettacolo che lo commovesse +così dolcemente: la creatura nel cesto +e la creatura che stava a guardarla. Nessuna, +nessun'altra di tante signore e signorine che +vi erano, si era fermata compassionando dinanzi +all'agnello. Tutte agognavano i premi di gran +prezzo; tutte, tranne quella madre e quella figlia, +civettavano intorno, stupide di mente e di +cuore. +</p> + +<p> +— Poverino! Vedi, mamma, com'è carino, com'è +bellino? — E poichè anche la madre disse: — Povera +bestiola! —, fu manifesta una affinità +di sentire tra l'animo materno e il figliale e +fu certo per Biscaglia che chi meritasse la pietà +della madre meriterebbe anche la pietà della +figlia o viceversa. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> +</p> + +<p> +.... — Estrazione — gridarono a un tratto. — Estrazione! +</p> + +<p> +Seguì maggior ressa di gente. Più pronte, le +signore s'affollavano intorno al palco donde era +venuto stentoreo l'annuncio e dove un signore in +<i>frac</i> scampanellava per avviso ai più lontani. +</p> + +<p> +— Estrazione! +</p> + +<p> +Già si cominciava. +</p> + +<p> +— Numero!... +</p> + +<p> +— Attenti!... +</p> + +<p> +— Cinquantotto! +</p> + +<p> +Biscaglia chinò lo sguardo sul suo biglietto, +senza meravigliarsi di non aver lui il 58 e di +udire un altro gridare: — L'ho io! — Era stato +vinto un magnifico vaso d'argento. +</p> + +<p> +— Numero...!: quattordici! +</p> + +<p> +Sì! Biscaglia aveva il quattrocentododici! E +intanto il nuovo vincitore si portava via un'altra +bella cosa. +</p> + +<p> +— Numero...!: due! +</p> + +<p> +Il professore scosse le spalle; mise il biglietto +in tasca e si mosse. Già era disgraziato in +tutto! Del resto, quand'anche vincesse, bella +consolazione! Non un premio di lotteria l'avrebbe +mutato d'infelice in felice, nè avrebbe +diminuito a' suoi occhi il dolore universale. +</p> + +<p> +— Numero...!: ventisei! +</p> + +<p> +Piuttosto invidiava un suo collega, il quale ora +ciarlava appunto con quella mamma e quella +bionda figliola così pietose. Gli sarebbe piaciuto +di tentare un po' l'anima della ragazza in +<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> +qualche poetico discorso e avrebbe voluto esserle +presentato dal collega; ma, disgraziato sempre, +non osava nemmeno accostarsi al gruppo. +</p> + +<p> +— Numero...!: quattrocentododici! +</p> + +<p> +Eh? Che? Quattrocento...? Non era il suo? +Sì sì: l'aveva lui, il professore Riccardo Biscaglia, +il 412! +</p> + +<p> +— L'ho io! — E lo mostrava. — Io! +</p> + +<p> +— Bravo! — gridò dal gruppo il collega. +</p> + +<p> +Biscaglia avanzò, rosso in viso, coraggiosamente. +Ma diè indietro alla vista del premio. +</p> + +<p> +L'agnello! +</p> + +<p> +— Un agnello! — esclamarono i prossimi al +banco. — Un agnello! — l'agnello! — Si rideva; +si applaudiva. +</p> + +<p> +E Biscaglia salì e quindi discese dal palco; +pallido come chi ascende al patibolo senza speranza +di discendere. +</p> + +<p> +— Bravo! — ripetè più forte e contento il collega, +a vederlo col cesto nelle mani. +</p> + +<p> +Fu quel «bravo», venutogli da un uomo di +spirito, che assumendo quasi il valore di una +lode meritata per un'ardua prova rianimò il +professore. E di animo ne aveva bisogno: <i>ella</i> +era lì dinanzi e sorrideva un po' triste; diceva +con gli occhi: «Perchè l'ha vinto lei e non io?»; +e: «Lei gli vorrà molto bene, è vero?»; mentre +la mano senza guanto, bella, ripassava sul +capo dell'agnellino; e gli occhi e la bocca del +professore, che pareva una balia col fantolino +in braccio, non dicevan nulla. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> +</p> + +<p> +— Sei stato fortunato, tu! — fece il collega; +aggiungendo la presentazione: +</p> + +<p> +— Il professore Biscaglia...; le signore Crocchi. +</p> + +<p> +— La sorte le ha favorito l'innocenza, il candore — disse +la mamma. +</p> + +<p> +— Quanto l'invidio! quanto è bellina questa +bestiola! — disse la figlia. +</p> + +<p> +<i>Bèee....</i> +</p> + +<p> +Allora cesto e agnello per poco non caddero +di mano a Biscaglia, tale fu l'urto che l'amico +gli diede col gomito per suggerirgli l'idea che, +del resto, era venuta anche a lui. +</p> + +<p> +— Cosa vuoi fartene tu? — chiese l'altro. +</p> + +<p> +Onde Biscaglia parlò, rosso rosso: +</p> + +<p> +— Se la signorina mi permettesse.... Ella potrebbe +averne maggior cura di me.... Io non ho +moglie.... +</p> + +<p> +— Ma sicuro! E non ha nè erba nè ovile — disse +l'altro. +</p> + +<p> +All'offerta, la figlia guardò la mamma; la +mamma annuì; ringraziarono; e il candore e +l'innocenza, avvolti di nuove carezze, passarono +dal professor Riccardo Biscaglia al soave dominio +della signorina Irma Crocchi. +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Più e meglio che alla follia, Riccardo Biscaglia +s'innamorò assennatamente; perchè era un +amore nato da un affetto non cieco: dall'ammirazione +della bontà; perchè più che la bellezza +<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> +aveva potuto sul suo cuore quella prima vista +della signorina Irma nell'attitudine compassionevole. +La bellezza è caduca; non la bontà, se +spontanea; non la gentilezza, se sincera e nativa. +Essere amato da tale donna forse non +sarebbe stato consolazione ad ogni travaglio, +ad ogni dolore, ad ogni fatica, a tutti i danni +della vita? A tutti, forse no; per la fatalità del +dolore umano; ma a molti sì. E ahi! Riccardo +Biscaglia, per quell'eterno conflitto che alimentava +in sè stesso, vivrebbe e morirebbe scapolo. +Infatti quell'angelo che era la signorina Irma +non poteva essere che troppo povera. Ma egli +l'amava. Ma egli aveva l'obbligo di una visita +alle signore che avevano accolto il suo dono. +</p> + +<p> +Deliberò di adempiere a questo dovere, e solo +per accertarsi e mantenere con maggior forza +il cervello a posto, chiese a quel tale collega: — Le +Crocchi non han mezzi, eh? +</p> + +<p> +— Han qualche cosa. +</p> + +<p> +Oh! Nè povera nè ricca! Era l'ideale nella +realtà! +</p> + +<div class="poem"> +<p>Ma ci fu dunque il sole</p> +<p>Su questa terra un dì?</p> +</div> + +<p> +Fu il raggio che infrange il nuvolo; fu il faro +nelle tenebre tempestose. Diveniva possibile la +conciliazione dell'idea col sentimento; dell'amore +col senno, della poesia con la prosa! Irma +possedeva un cuore — tanto cuore! — e possedeva +qualche cosa più di quanto costi una capanna +a comperarla in due, o a prenderla in +<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> +affitto in due! Egli dunque poteva domandar +la mano della signorina che amava! La felicità +non era dunque illusione! Benedetto l'agnellino! +Dell'agnello Biscaglia fece il paraninfo del suo +amore, il compagno de' suoi sogni, l'argomento +delle sue rime, il simbolo del suo cuore. <i>Bèee....</i> +</p> + +<p> +Or come Don Chisciotte e Sancio Panza erano +d'accordo mentre Tartarin saliva il Righi, così +erano d'accordo adesso nell'animo del professore +Biscaglia mentre egli saliva <i>quelle</i> scale. +</p> + +<p> +Una.... Due.... Tre.... Abitavano molto in alto, +le signore. Salendo crescevano i palpiti, calava +il sangue. Smorto, anelante, il professore si arrestò +all'ultimo pianerottolo; dove, a una porta, +lesse il nome: <i>Crocchi</i>. +</p> + +<p> +Nessun dubbio; quell'angelo stava là dentro. +</p> + +<p> +Ma lui si sentiva così smorto che non ardì +toccar súbito il bottone del campanello; e prima +si fregò le guance con le mani. L'atto però +gli parve ridicolo; temè che qualcuno fosse a +guardarlo o a spiarlo per la finestra della scala; +si volse.... +</p> + +<p> +Dalla finestra della cucina, di contro, pendeva, +spaccato, l'agnello. +</p> + +<p class="pad2 small"> +Tradotta in tedesco da C. Brenning e pubblicata (1902) in +<i>Feuilleton Zeitung</i>, <i>Zürcher Post</i>, <i>Düsseldorfer Zeitung</i>, +<i>Frankfurter Nachrichten</i>, <i>Neueste Nachrichten für Elberfeld</i>, +<i>Dortmunder Zeitung</i>, <i>Unterhaltungs-Beilage</i>, <i>Die Selbsthilfe</i>, +<i>Hansa-Theater</i>, <i>Neue Saarbrücker Zeitung</i>. +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> +</p> + +<h2><a id="falcone"></a> +Il falcone. +</h2> + +<p class="indl small"> +Nel medio evo: +</p> + +<p class="indr small"> +per le signore d'oggidì. +</p> + +<p class="pad1"> +Il castellano di Ripalta s'era allevato con +amore un valletto di nome Ugo e con desiderio, +esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva +il giorno che lo armerebbe cavaliere. +Nè di quel bene del signore per il valletto ingelosiva +madonna Ginevra, poichè la giovinezza +di lei fioriva infeconda e il ragazzo, tenuto quasi +in conto di figlio, le risparmiava i rimbrotti del +marito. +</p> + +<p> +Madonna viveva lieta. L'amore del marito, le +cacce e il conversare con le sue donne e cogli +ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria +del castello non meno che le faccende casalinghe, +cui essa accudiva umilmente. Come rideva +a osservar le galline, che al solo vederla +chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro +e si disputavano in frotta avida e litigiosa +<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> +il becchime che gettava, così rideva se a diporto +il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato, +o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse +peggio che lo strappo il rattoppo; e mentre +cuciva presso la finestra, dalla quale scorgeva +l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella +cantava e i villani, giù nella valle, udivano limpide +e schiette le cadenze della sua bella voce. +</p> + +<p> +Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra +era amata dai servi, quantunque fosse anche +temuta perchè gli occhi del padrone vedevano +tutto con gli occhi di lei e perchè ogni capriccio +di lei diventava la volontà del sire. Solo +Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro, +e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno +fingendosi egli sdegnato e mesto; sicchè lei finiva +con immergergli le dita tra i capelli folti, +per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava +tutta in un'occhiata. +</p> + +<p> +Veramente molte cose erano permesse a Ugo. +Poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto +a inzepparsi di frutta; poteva ordire le più +strane burle al vecchio maggiordomo o assestare +un pugno allo scudiero che gli minacciava un +pugno; poteva spiare dietro una porta l'ancella +che si stava spogliando; che, accusato alla padrona, +la padrona rideva, e accusato al padrone, +il padrone taceva. +</p> + +<p> +Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il +valletto parve mutare costume, e il signore notò +lo studio di lui a imitarlo affinchè nessuno, +<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> +neppure madonna Ginevra, lo considerasse più +un ragazzo. Egli stesso, Ugo, sentiva mutarsi; +sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi, +d'altri luoghi, d'altri pensieri; mentre la +vita e la natura che fervevano attorno a lui +gli rivelavano cose sconosciute e gli suscitavano +sensazioni nuove. E intanto che la forza +sensuale si sviluppava in lui e per l'istintiva +penetrazione della pubescenza egli imparava da +tutta la natura il segreto dell'amore, quel desiderio +peranche indefinito gli avvolgeva il cuore +di una insolita tristezza e tenerezza. Amava, già +amava, senza sapere chi amasse e senza sapere +che amava. +</p> + +<p> +Ma risalendo un giorno dalla valle al castello +(era di fitto meriggio e sotto la forza del sole +il mondo dormiva d'un sonno fervido) Ugo a un +tratto udì cantare lontana, dall'alto, simile a +un'allodola, madonna Ginevra; e d'un tratto +l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi +sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma +di persona viva: madonna Ginevra! +</p> + +<p> +La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle +mani della padrona, al valletto tremavano le +mani. Egli se n'accorse, sebbene non chinasse +lo sguardo; amava da uomo; senza paura amava, +e senza vergogna. +</p> + +<p> +Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente +innamorata ebbe allora da fantasticare! Secondando +i ricordi delle storie, che gli avevano +raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per +<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> +gloria delle loro dame, e invidiando a sè stesso +i pochi anni che gli mancavano alla piena giovinezza, +s'imaginava vincitore di tornei in cui +madonna Ginevra l'assisteva sorridendo, o difensore +e salvatore di madonna in un notturno +assalto di nemici. +</p> + +<p> +Per altro, quell'ardore e il compiacimento di +quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara +noncuranza della dama, la quale aveva due grand'occhi +solo per vedere, non per osservare; e +poichè egli non fallava più, tal cura e tal forza +metteva nel servirla, essa non aveva neppur +più ragione d'immergergli le dita tra i capelli. +</p> + +<p> +Fino a quando essa avrebbe dunque ignorate +le sue pene? +</p> + +<p> +E col volgere dei mesi l'affetto di Ugo s'andò +come condensando in modo più virile; onde la +sua fantasia, cedevole ai richiami e agli impeti +dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore +della giovinezza, l'abituava a desiderare nella +bella donna le delizie corporali e le gioie della +colpa. A poco a poco egli perdette, così, la +baldanza, il coraggio, la fede del suo amore; e +il timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto +e l'intenzione. +</p> + +<p> +Passarono mesi; passò un anno. Ma quanto +più gli diminuiva la speranza, tanto più cresceva +in lui la bramosia di essere soddisfatto. +</p> + +<p> +Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: +rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. Come +spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto +<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> +certe occhiate desiose del marito a lei! Con che +travaglio percepiva negli occhi e nel riso di madonna +gli assensi e le promesse! Il desiderio +sensuale, non più vago e dimesso ma deciso e +tempestoso, affaticava l'animo del valletto non +più riposato nei primi propositi; e il pensiero +di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno +insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva +morire d'amore; avrebbe alla prima buona +circostanza rivelata alla dama la sua passione +sconsolata. +</p> + +<p> +Avvenne che una mattina, montando il suo +cavallo migliore e seguito da scudieri in vesti +nuove, il sire di Ripalta partì per una festa. +Quantunque fosse quello il giorno aspettato dal +valletto con penoso e lungo desiderio, tuttavia +appena il signore fu scomparso al basso del +colle, tra le macchie, egli, nell'imminenza della +felicità se l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo +malanno se madonna non volesse ascoltarlo +o mancasse a lui il coraggio d'ottenere +ascolto, provò un turbamento grande di paura. +Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò +il bene che le voglio. Ma come comincerò?» +</p> + +<p> +E il sole cadeva che non aveva ancora trovato +il modo acconcio per incominciare. Quando +però, la sera, si fu accorto che la padrona +era entrata nelle sue stanze, non più dubitando +salì, s'introdusse guardingo, spinse francamente +quella porta. +</p> + +<p> +Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un +<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> +po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati, +al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe +Ugo e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa +e sorridente disse: — Vieni, vieni. Cosa +vuoi? +</p> + +<p> +A Ugo, rinfrancato, precipitò in mente la dimanda +che s'era proposto di far dopo, e raccolto +il fiato bastevole per non restare a mezzo, +chiese: +</p> + +<p> +— Madonna, se chierico o cavaliere, borghese +o valletto, non importa chi amasse da gran +tempo una bella donna, damigella o dama, contessa +o regina, non importa chi, e non avesse +cuore di dirglielo, sarebbe savio? +</p> + +<p> +La domanda piacque a madonna, lieta non +ostante l'assenza del marito; e per burlarsi del +ragazzo, gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche +un valletto, purchè fosse bello e valente come +te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e +ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno +almeno compassione. +</p> + +<p> +Ugo con tutta l'anima bevve quelle buone parole +e quasi ebbro di gioia esclamò: — Madonna +Ginevra, ecco! sono io! Come ho patito, io, per +voi! Aiutatemi, madonna! +</p> + +<p> +La dama non rise: non credè che il ragazzo +volesse burlarsi lui di lei, perchè gli scorse la +passione in faccia; anzi indispettita d'essersi +lasciata cogliere e offesa da quell'audacia, gridò +severa: — Ah, ma tu sei matto! Che mi vai +cicalando con le tue fole? Che so io dei tuoi +<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> +amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa l'ho +risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il +sire quando glielo dirò! Vattene! +</p> + +<p> +Stordito, con gli occhi spalancati e disperati, +Ugo non si mosse. Nel tumulto dei pensieri, +ebbe forza di cercare la suprema invocazione +alla pietà della dama, l'affermazione estrema +del suo amore e una minaccia quasi di vendetta +all'acerbità di lei; e disse: — Voi mi sgridate +così, e la colpa è vostra. Perchè non mi +ammazzate piuttosto? Meglio morire!... In fe' di +Dio, io non mangerò più finchè non mi avrete +accontentato! — E con un'angoscia che pareva +lo strozzasse, uscì di là. +</p> + +<p> +Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che +gli è venuto in mente a quel ragazzo?»; poi, +nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripetè: «Cosa +gli è venuta in mente?»; infine, si distese +sotto le lenzuola e, come il marito era lontano, +s'addormentò senz'altro pensiero, col riso su le +labbra. +</p> + +<p> +Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato +tosto il suo rovello, per non piangere si +dimenò a lungo nel letto e non riuscì a chiudere +occhio prima d'essersi convinto che la prova +che si era imposta era degna d'un cavaliere +innamorato, se era prova che davvero gli metteva +in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la +mattina, ebbe fatica, quasi pena a riandare il +fatto della sera innanzi; capì d'aver commessa +un'imprudenza; credè fino d'aver commesso un +<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> +grosso errore, fino un'azione da ragazzo; e si +provò a dimenticare. Non poteva: in che modo +comparire al cospetto di madonna? E l'amore +gli diè ragione; gli rinfocolò la fantasia; gli +fece parer eroica la deliberazione presa. Quando +furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso +qua — segnava lo stomaco —; non potrò più +mangiare. — E non si alzò. +</p> + +<p> +Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non +ingoia nulla — risposero. Nè egli cedè +ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo +dì una serva gli portò una tazza di latte +appena munto, spumante, che faceva voglia, e +un'altra un ovo ancora caldo. Ma chiudeva gli +occhi e rifiutava. Anche, tardi, il maggiordomo +fu a trovarlo e gli porse, dondolandolo per il +gambo, un grappolo d'uva primaticcia con acini +neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina +tra altri ancora rossi ed in agresto: egli lo divorò +un momento con gli occhi, resistette e lo +respinse. +</p> + +<p> +Allora il maggiordomo venne dove madonna +Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva +un vecchio saio, e mentre ordinava alcune cose +per la stanza, quasi fra se, il vecchio disse: +</p> + +<p> +— Tornerà il padrone; ma non staremo allegri. +</p> + +<p> +— Perchè? — chiese con simulata indifferenza +la padrona. +</p> + +<p> +Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giù +neanche un granello d'uva. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> +</p> + +<p> +Madonna Ginevra arrossì; si levò; si recò +alla cameruccia del valletto. +</p> + +<p> +Stava il valletto con le palpebre abbassate +perchè nel languore dell'inedia tutto ondeggiava +dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco +e smorto smorto. Trasalì ai passi leggeri della +dama, riconoscendola. +</p> + +<p> +— Valletto Ugo, dormi? — chiese lei dolcemente. +</p> + +<p> +Egli disse: +</p> + +<p> +— Per l'amor di Dio, madonna, abbiate compassione +di me! +</p> + +<p> +Ed essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da +me non avrai mai grazia nella +bella maniera che domandi! È questa la tua ricompensa +al bene che il padrone ti vuole? È +questa l'affezione che gli porti? Tornerà.... +</p> + +<p> +— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato +più che ardito. +</p> + +<p> +— Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le +ossa! +</p> + +<p> +— Ma non mangerò! — conchiuse Ugo. +</p> + +<p> +La dama uscì col proposito di dire ogni cosa +al marito appena fosse giunto. Però, intanto che +cuciva, ebbe timore che il marito la rimproverasse +d'aver tentata per capriccio e accarezzata +in qualche modo la folle passione del valletto; +e a nascondergli la verità, non la rimprovererebbe +di non averlo sovvenuto con un medico e +con medicine e con premure? Che imbroglio! +Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> +</p> + +<p> +Quand'ecco s'udì il corno in lontananza e uno +scudiero venne ad annunziare che il castellano +arrivava in compagnia di più ospiti. «Chi sa — riflettè +madonna Ginevra — che a vedere il +padrone non lo domi la vergogna?» +</p> + +<p> +Così quando nel tinello, in cui su la tavola +imbandita col più ricco vasellame fumavano le +vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie gli disse: — È +a letto da tre giorni, e non tocca cibo, +per un capriccio. Provatevi voi a rimettergli +il giudizio. +</p> + +<p> +Il marito volle andare a vederlo; ed essa lo +seguì. +</p> + +<p> +— Cos'hai? — domandò il sire entrando. +</p> + +<p> +Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello +stomaco, che non mi va giù niente. +</p> + +<p> +— Non è vero! — ribattè subito la dama. — Non +è vero! Per il male che ha, potrebbe mangiare, — Poi +rivolta a Ugo disse: — Adesso io +gli dirò perchè digiuni da tre giorni. Mangerai? +</p> + +<p> +— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose. +Raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo, +la battaglia; e il signore, cui piacque +quella risposta così franca e cui dava sospetto +l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la +moglie di qualche torto verso Ugo. Ma Ginevra +soggiunse: — Il giorno che partiste, a sera, osò +entrare nella mia camera mentre mi spogliavo.... —; +onde il sire capì che il torto era +proprio del ragazzo e: — Perchè? — le domandò +impaziente. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> +</p> + +<p> +La dama invece tornò a chiedere al valletto: +</p> + +<p> +— Mangerai? +</p> + +<p> +Egli, che era risoluto di morire, negò ancora +col capo, sospirando. +</p> + +<p> +— Io mi spogliavo — proseguì la dama —, e +lui venne da me, tutto strano, a domandarmi.... +Imaginate! +</p> + +<p> +— Insomma! — fece il sire. +</p> + +<p> +— Mangerai? — ripetè la dama per l'ultima +volta. E per l'ultima volta: — No! — ripetè forte +Ugo, che teneva fissi gli occhi negli occhi di +madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia +a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma +il marito senza più badarle, come nella +reticenza comprendesse quanto imaginava, con +collera afferrò il braccio del valletto e gridò +bieco: — Cosa le chiedesti? +</p> + +<p> +Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà +virile che l'amore rendeva ineluttabile; +disperato amore, più forte della morte; tale, che +madonna Ginevra ammirandone la fermezza +minacciosa insieme e supplichevole e temendo +a un punto stesso per sè e per lui l'ira del +marito che minacciava con quasi brutale veemenza, +vinta dalla pietà, dall'ammirazione e +forse dall'amore (quel ragazzo ormai era un bel +giovine) concepì un'idea provvida e sagace. +</p> + +<p> +— Mi chiese — rispose lei — il vostro falcone +pellegrino, che non dareste a nessuno, nè +a conte, nè a principe, nè ad amico; e, per +averlo, s'è impuntato a digiunare. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> +</p> + +<p> +Alle parole della donna il credulo marito contenne +l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo +male è questo, non voglio che tu ne muoia! +Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Dopo, +uscì. +</p> + +<p> +Ma la dama prima d'andarsene si fece più +presso a Ugo, che la speranza aveva ravvivato +e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva: +</p> + +<p> +— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti +vorrò contento. — Meglio che con le parole ella +prometteva sorridendo con uno sguardo lungo +e tenero come una carezza. +</p> + +<p> +Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone. +</p> + +<div class="chapter"></div> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> +</p> + +<h2><a id="arcadia"></a> +In Arcadia. +</h2> + +<p> +Rioronco, su l'Appennino, è lontano quasi trenta +miglia da Bologna e dieci dal men grosso paese, +Castello. La strada che vi menava una volta +era per lungo tratto il greto del fiume Idice, +e poi una carraia, stretta fra balzi e rotta spesso +da lavine, della quale non avrebbe potuto rendersi +comparativa idea neppure chi avesse vista +una via di Milano scomposta per prova di +un nuovo pavimento. Ma, or è qualche anno, fu +condotta dalla costa dell'Idice una strada comunale +che passando di lassù doveva contribuire +anch'essa ai fatti di questo racconto. E lassù, +dal sagrato della chiesa, il luogo è delizioso: +aperto davanti e al di sopra di colline o più +basse montagne, di cui una ha nome dall'antica +Pieve, e chiuso, dietro, da monti più alti, su +cui sorgono evidenti i tozzi campanili di San Martino, +di San Giorgio e di Cignano. Fra i castagneti +appaiono le case bianche; tra balze, fratte +<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> +e pioppi il rio va a cadere nell'Idice, che ai +dì sereni si distende in nitido e obliquo letto per +la plaga occidentale, alla pianura. +</p> + +<p> +Di forestieri a Rioronco non capitano che i +carabinieri, a quando a quando, o, pur troppo, +il cursore del comune. La scuola è distante e +fuori della strada nuova. Un giornale vecchio +d'un anno, se pervenga a chi sa leggere, è un +foglio pieno di meravigliose novità. +</p> + +<p> +Anche, a pochi passi dalla chiesa, un'osteria +serve da spaccio d'ogni genere; fin di sigari toscani, +i quali, stagionati come sono, mitigherebbero +il più fiero nemico della «Regia Privativa.» +</p> + +<p> +Ma oltre questi benefizi, e oltre i bei castagneti +che, se non ci si metta la malattia della +foglia, producono assai, e le belle vigne, che, +se non le guastano malanni delle foglie e del +grappolo, producono assai; oltre la terra fertile +di formentone e di meliga, il rio Rosso ha per i +più poveri qualche pesce e molti gamberi; qualche +anguilla e tanti ranocchi! +</p> + +<p> +I ranocchi si prendono la notte con la «facella»; +ciò e un pugno di canne le quali, accese, +bruciano adagio e alla cui fiamma quelle curiose +bestiole si destano, espongono a fior d'acqua e +di fra le alighe il capo stupefatto, e restano immote, +fisse, incredule ai loro stessi occhi, non +si sa bene di che cosa. Forse scambiano quella +luce con l'aurora, o credono a qualche scientifica +scoperta degli uomini; il fatto sta, che nell'estasi +<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> +sono raccolti e gettati in un sacco, dove, +al ruvido contatto della tela con le loro membra +tenerelle, imparano giù prima d'esser fritte +che vantaggio ci sia in questo mondo a farsi +delle illusioni. +</p> + +<p> +Quanto agli altri animali del rio Rosso — detto +Rosso per le sue sabbie bionde, ma senza +traccia d'oro —, si prendono trattenendo +con una chiusa la corrente e con le pale gettando +l'acqua fuori del borrone finchè questo +rimanga asciutto. Che piacere allora! Gli uomini +afferrano anguille che si appiattano nella +melma e pesci che si raccomandano a bocca +aperta e muta; e i ragazzi aggrappano i gamberi, +e poi godono a vederli arrossare, retrocedendo +su le bracie come eroi che tentino uno +scampo senza voltarsi indietro. +</p> + +<p> +Di pernici e starne, a dir vero, non abbondano +oggigiorno neanche i boschi di Rioronco; +tuttavia la cacciagione vi è meno scarsa che in +pianura; e d'inverno i ragazzi dissimulano lacci +e trappole e in primavera fan posta ai nidi con +la poetica speranza d'allevarsi in gabbia o un +cardellino, o un fringuello, o un merlo. Il quale +di solito — ingozza che t'ingozzo — basisce per +il troppo pane biascicato che gli s'impartisce con +troppo buon cuore. +</p> + +<p> +Tutti buoni, o quasi, lassù! Non si ricorda a +Rioronco un solo omicidio: una baruffa vi è un +avvenimento come un furto di pollaio; intorno +al quale di casa in casa si discorre per un +<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> +mese, e del quale non si fa denuncia poichè +quasi sempre si sa da tutti in che pentole quelle +due o tre galline andarono a finire. Nè i costumi +vi sono corrotti come nei paesi dove le +mamme fan la guardia alle figliole fidanzate. +Notevole soltanto, a questo proposito, è l'innocente +manìa per cui dopo sette, o otto, o talvolta +nove mesi di matrimonio, i padri cercano +nel lunario e propongono alla moglie puerpera +i nomi più strambi e difficili, da storpiare barbaramente +sul neonato o sulla neonata che vanno +a battezzare. +</p> + +<h3> +I. +</h3> + +<p> +Nella felice terra di Rioronco viveva ancora, +pochi anni sono, un patriarca: un alto e forte +vecchio dai capelli bianchi, dalla faccia tutta +sbarbata, dall'occhio vivo, dal naso aguzzo. Senza +far ridere alcuno portava le brache corte, +con le calze al ginocchio d'estate e con le ghette +d'inverno; e in famiglia poteva contare con la +moglie, vecchia meno di lui ma già imbecillita, +tre figli, tre nuore, un genero, una quindicina +di nipoti, il più grande dei quali, per riparare +in qualche modo all'assenza di due cugini soldati, +aveva preso moglie anche lui, rendendo +bisnonno il vecchio Carlone. +</p> + +<p> +Carlon dei Carli alla Cà scura, la casa de' suoi +<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> +avi, governava tranquillamente e assolutamente +come quello nella cui volontà e nelle cui tasche +trovavano regola ed equilibrio le spese della casa +e le rendite della terra coltivata da tutta la famiglia. +Egli vigilava ai lavori; parlava poco con +i figlioli; era aspro con le donne, complimentoso +col curato, loquace con gli amici, terribile +con i ragazzi e buono con i bambini che, seduto +nella panca sotto il moro, elevava qualche +volta a cavallo d'un ginocchio per cantarellare +<i>trotta trotta, cavallon</i>, e farli ridere. +</p> + +<p> +Saldo nelle antiche costumanze, fra le altre +usava sedere a capo di tavola con gli uomini +attorno e in fondo i ragazzi già pervenuti alla +prima comunione: i minori mangiavano dopo +con le donne. E per la rigida osservanza al vivere +antico, e per la sua religione e per l'esperienza +dei consigli, il vecchio godeva nella parrocchia +d'una supremazia che gli aveva meritata +rinomanza pure nei dintorni. +</p> + +<p> +Quand'egli si assentava — ma di rado e solo +per la fiera al paese o per qualche grossa vendita +in città — la Cà scura si commoveva in +un avvenimento quasi di liberazione; e degli uomini, +chi scappava all'osteria, chi dall'amorosa; +mentre i ragazzi correvano a vuotar borri +nel rio Rosso, liticavano e si picchiavano; e le +nuore sfogavano le ire e le gelosie per lungo +tempo contenute; sicchè il tiranno, che partendo +era stato salutato da sospiri di sollievo, +tornava non solo temuto come giudice, ma desiderato +<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> +spesso come salvatore. All'annunzio: — c'è +il nonno! c'è il nonno! — la Cà scura +cadeva di subito in una quiete conventuale. +</p> + +<p> +Tornava Carlone dalla città tutt'intronato, +stanco, con l'oscura e quasi atterrita coscienza +della sua prossima morte, perchè in quelle ore +laggiù egli si era sentito fuori del suo tempo; +e col pensiero avvinto alle cose vedute pativa +un fastidio da cui stentava a liberarsi. Se gli affari +gli erano andati a modo, si consolava alla +vista dei nipotini e borbottava: «Loro, laggiù, +hanno il vapore che ha avvelenata l'aria, ed +hanno perduto il timor di Dio: dunque stiamo +meglio noi altri!» Se poi gli affari gli erano +andati male, allora lamentava: — Noi diciamo +che si stava meglio una volta; e a Bologna dicono +lo stesso: che si stava meglio una volta. +Dunque la gente a questo mondo non la trovo +mai piana, in nessun sito. — Ma egli era un povero +ignorante; e per più giorni faceva il cattivo +in casa, quasi temesse d'aver perduta o +temesse di perdere l'autorità famigliare. +</p> + +<p> +Ed ecco che a turbarlo in simile modo risparmiandogli +la fatica di viaggi alla città, ecco +che ad amareggiare gli ultimi giorni del patriarca +venne lassù l'ingegner Stoia, erede d'un +conte pontificio, ch'era morto a Roma e a Rioronco +non si era visto quasi mai. La strada +nuova divideva il possesso di Carlone dal possesso +dell'erede: alla massiccia Cà scura s'opponeva, +nell'estimazione pubblica, il nobile Palazzetto, +<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> +di recente restaurato; alla supremazia +del vecchione minacciava di succedere la supremazia +di quel signore patito e guardingo, che +i contadini dicevano cattivo come il loglio. +</p> + +<p> +Invano il curato studiavasi a difendere l'intruso +che gli si era dato a conoscere per uno +dei capi clericali in Bologna; invano ne esagerava +i meriti. Carlone protestava: — Oh che ha +preso Rioronco per un covo di ladri? +</p> + +<p> +Infatti aveva messo le stanghe all'entrata delle +carraie; tese reti metalliche lungo la strada; +piantati pali con su la scritta «bandita». E il +curato: — La moglie del signor ingegnere veste +cinque bambine per la cresima.... Il signor ingegnere +ha mandata la panca per la chiesa.... Il +signor ingegnere fa questo; la signora fa quest'altro. — Dopo +il ristauro della villa, ristauravano +anche il piccolo oratorio di Sant'Anna, di +fronte alla villa.... — Oh che bravo signore! che +brava signora!... +</p> + +<p> +Carlone scoteva la testa: — Chi mal pensa, +mal fa; chi non guarda in faccia, non è sincero; +non mi fido io di colui! +</p> + +<p> +Nè tardò ad aver ragione. Al principio d'agosto, +il cursore del Comune venne alla Cà scura +con tanto di carta stampata e scritta, e firmata +dal sindaco. +</p> + +<p> +<i>A norma della legge sui lavori pubblici e dell'articolo +num. 12 del Regolamento....</i> etc..., <i>s'intima +al signor Carlo Carli il taglio, nel suo predio +denominato la Zucca, di tutti i rami di quella +<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> +quercia che impediscono la viabilità della strada +comunale in Ronco...</i>, con minaccia di <i>dar corso +immediato agli atti di contravvenzione....</i> etc.... +</p> + +<p> +Parve a Carlone di ricevere un pugno su la +testa. Rosso d'ira fe' portare da bere all'uomo; +poi chiese: +</p> + +<p> +— Oh perchè non han mai detto niente prima +d'oggi? +</p> + +<p> +— Cosa volete sappia io? — il cursore rispose. +</p> + +<p> +E bevuto ch'ebbe ripetè la sentenza con cui, +indifferentemente, si difendeva dalle lagnanze, +dalle minacce e dalle proteste: +</p> + +<p> +— Carta canta e villan dorme. Bisogna ubbidire! +</p> + +<p> +Diceva Carlone: — Ma qui su dei carri non +ne passano, e la quercia non arriva alle birocce. +</p> + +<p> +— Cosa volete che vi dica io? La quercia farà +ombra a qualcuno. — Poscia, con la stima d'ogni +servo per chi lo paga, il cursore aggiunse: — Le +leggi, caro voi, ci sono per tutti; ma +in Comune non se ne ricorderebbero se un qualche +furbo di tanto in tanto non ci avesse tornaconto +a metterle in memoria al Sindaco e alla +Giunta. +</p> + +<p> +— È così! Ho capito.... Vedremo!... — brontolava +il vecchio. +</p> + +<p> +Il quale, appena se ne fu andato il messo, +chiamò i figlioli e il cane, li mandò a provvedere +in fretta un «arrostino», quantunque fosse +<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> +ancora tempo di caccia vietata, ed egli recò +la biada alla sua mula. +</p> + +<p> +A cavallo, discendendo poco dopo, preparava +il discorso per convincere che la quercia non +faceva danno a nessuno; e sperava evitarsi una +prepotenza e un'ingiustizia. Così sospirando +brontolando e rammentando che al tempo del +Papa le strade passavano tutte in mezzo a quercie +folte, che era una delizia, giunse la sera al +paese. Naturalmente, in vista dell'arrosto, il segretario +promise di interporre la sua autorità +perchè l'ordine fosse sospeso; tornasse fiducioso +due o tre giorni dopo. +</p> + +<p> +E naturalmente quando Carlone de' Carli venne +per la risposta, apprese che l'arrosto era stato +squisito e il sindaco irremovibile. +</p> + +<h3> +II. +</h3> + +<p> +Dunque il vecchio doveva sfrondare e diramare +la bella quercia, che rivedeva uguale nei +ricordi della sua puerizia; la maestosa quercia, +alla cui ombra ristava il mendicante a mangiare +il frusto di pane, riposavano nei caldi +meriggi il cacciatore e il viandante, giocavano +i ragazzi a guardia delle pecore. Per un pretesto, +perchè un intruso lassù non ne aveva +una simile, bisognava lacerarla, squarciarla, +mutilarla nelle braccia la feconda, la buona +<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> +quercia che dava tante staia di ghiande ogni +anno! +</p> + +<p> +Col dispiacere d'imaginare le membra recise, +Carlone pensava le parole di coloro che nel +transitare per la strada osserverebbero quello +strazio. Direbbero i buoni: — Che peccato! Così +bella quercia! —; e i cattivi: — Ah, ah! gliel'han +fatta a Carlone della Ca' scura! — E in lui era +il rancore d'un sopruso patito; il cordoglio come +d'un'offesa atroce, d'uno sfregio ignominioso +contro non solo a lui ma a tutta la sua famiglia, +ai suoi figlioli, ai suoi nipoti, ai suoi +pronipoti. +</p> + +<p> +L'albero resistente e poderoso, per cento e +cento anni ancora dopo la sua morte attesterebbe, +così deturpato ad ogni primavera, l'antica +sconfitta del nonno; significherebbe la rassegnazione, +di tanto in tanto rinnovata, a una +lontana ingiustizia e a una remota provocazione +dell'invidia e dell'orgoglio. +</p> + +<p> +Ah come sarebbe stato meglio che l'avesse +buttata giù, troncata di colpo, il fulmine! +</p> + +<p> +Sempre in quei tristi giorni che, solo, scampando +allo sguardo altrui, andava alla quercia +a contemplarla, Carlone si ripeteva: — Meglio +il fulmine! meglio una saetta! +</p> + +<p> +E se l'uno o l'altro dei figlioli gli ricordava +l'intimazione del sindaco e diceva: — Bisogna +rassegnarsi e potarla — il vecchio ergeva il +capo quasi minaccioso rispondendo: +</p> + +<p> +— No! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> +</p> + +<p> +— Andremo incontro a dei guai.... +</p> + +<p> +— No! +</p> + +<p> +Ma alla mattina dell'ottavo giorno Carlone disse +ai tre figli e al nipote maggiore: +</p> + +<p> +— Prendete le zappe, il piccone e la mannaia. — E +quelli compresero che a tagliarla preferiva +abbatterla, e tacquero. +</p> + +<p> +Come i ragazzi volevano seguirli, il nonno, +che precedeva per il sentiero, si rivolse: +</p> + +<p> +— Via! voi altri!... Non voglio nessuno! +</p> + +<p> +Soli loro cinque andarono. Cominciarono ad +aprire la buca, ampia, intorno al pedale che +tre uomini non abbracciavano; mentre il vecchio +assisteva immobile con le mani in tasca. +Apparvero lombrichi; apparvero fra la terra +gialliccia le prime barbe, molli e scure, che allo +scavar delle vanghe restavano recise con netto +taglio, o, tócche, si spelavano bianche come +serpi. Finchè serpeggiando si delineò la prima +radice di un rosso terrigno, grossa quanto un +braccio. Scalzata che fu con i picconi, Carlone +recise lui la prima radice in due colpi. E alcuni +passeri che s'inseguivano dalla siepe, non +impauriti da quel battere della scure, volarono +su la cima e garrirono tra le frondi più alte e +lontane. +</p> + +<p> +Taciti i figli ripresero ad approfondire la buca: +scoprirono a destra, più giù, un'altra radice più +grossa, che il primogenito tagliò. E poi un'altra. +E poi un'altra; e sempre intorno al pedale restavano +di quelle radichette bianche, lisce, umide +<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> +come serpi, con qualcuna delle vecchie nera e +marcita.... E poi un'altra, rubesta. +</p> + +<p> +Quindi il vecchio, che assisteva tuttavia in +piedi, immobile, all'apparenza impassibile, ordinò +al nipote di poggiare la scala e di salire +a legar la corda da ramo a ramo, in giro, nell'alto. +La faccenda fu lunga. Dopo di che, tornarono +all'opera. +</p> + +<p> +Uno chiese se venderebbero anche il ceppo; +ma il padre non rispose. E di quelli che frattanto +passarono per la strada, fu uno che attese e, +ricambiato un saluto, disse: +</p> + +<p> +— Farete di bei quattrini! Chi ne avesse un +bosco! +</p> + +<p> +Esclamò un altro: +</p> + +<p> +— È campata abbastanza, eh, Carlone? +</p> + +<p> +— Abbastanza! — rispose. +</p> + +<p> +Ma a un terzo, ch'era un contadino dell'ingegnere, +il vecchio disse: +</p> + +<p> +— Potete andar di lungo, voi. Io non vengo +a disturbarvi nei vostri interessi! +</p> + +<p> +Quegli rispose: +</p> + +<p> +— Avete ragione, avete; — e proseguì. +</p> + +<p> +Dopo un'altra ora la buca era già così profonda +che a ogni nuova radice recisa, tre degli +uomini s'attaccavano alla corda e il quarto faceva +forza contro il fusto per tentare se non +rimaneva che il fittone. Indarno: non ancora il +fusto sentiva la scossa. Finchè — e fu verso +mezzodì — ebbero certezza che sola la radice +maestra rimaneva. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> +</p> + +<p> +E il vecchio disse: +</p> + +<p> +— La mannaia a me! +</p> + +<p> +Discese lui nella fossa: cominciò a colpire; +mentre i figli ai capi della corda, lontano, tiravano, +squassavano. +</p> + +<p> +Cupi, ritmici, precisi e fondi su l'estrema radice +di quella vita gigantesca cadevano i colpi +del fiero vecchio. Quando il taglio fu innanzi, +Carlone risalì, venne lui pure alla corda. Ma +l'albero non voleva cedere; invano s'incitavano +l'un l'altro. +</p> + +<p> +— D'un colpo! — comandò il vecchio, dando +un grido per avviso allo sforzo concorde.... +</p> + +<p> +Cedeva.... S'udì uno schianto di legno che sia +troncato: poi, subito dopo, uno schianto molteplice, +diverso, confuso e pieno di tutte le vette, +di tutti i rami, di tutte le fronde che toccarono +la terra madre; e parve che l'immensa pianta +si sfasciasse tutta quanta, cadendo. +</p> + +<p> +Allora Carlone senza dir nulla, col grande fazzoletto +rosso s'asciugò, tra il sudore, due lagrime. +</p> + +<h3> +III. +</h3> + +<p> +Il dispiacere di Carlone amareggiò anche il +curato. Era questi un buon prete, superstizioso +e religioso a un tempo; un po' asprigno e cocciuto +anche lui, un po' interessato, un po' gobbo, +un po' sporco, perchè tabaccando non spazzava +<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> +il tabacco rimasto dalla presa sul panciotto più +rosso che nero; ma abbastanza affezionato al +suo gregge e al suo ovile e amico a Carlone +de' Carli, col quale da anni e in ogni stagione faceva +la partita quotidiana a casa di lui, all'ombra +del moro o sotto il portico del forno o nella +stalla. Veramente nei primi anni di cura la prevalenza +del vecchio aveva urtato il parroco e +quasi inanimito a un conflitto di poteri; presto +però egli si era convinto che disgustarsi Carlone +sarebbe stato come disgustarsi tutta la parrocchia +e che non potendo contrastare a un avversario, +conveniva preferirne l'amicizia. Carlone +inoltre era liberale verso la chiesa; e il figlio +maggiore di lui serviva da collettore nella «compagnia +di San Vincenzo», che s'era estesa per le +parrocchie vicine; e tra le donne della Ca' scura +si sceglievano quasi sempre o la «priora» o la +«rettora». +</p> + +<p> +Ma venuto che fu al Palazzetto il nuovo proprietario, +súbito il curato dubitò d'una rivalità +fra il vecchio capoccia e l'ingegner Stoia, che +da paladino clericale s'intrometteva nelle faccende +ecclesiastiche pur in campagna, nè dubitò +che tra i due litiganti resterebbe lui con la testa +rotta quando non riuscisse a barcamenare. +A ciò non era molto abile, e piuttosto che giovare, +nuoceva alla sua intenzione onesta con +far a Carlone troppi elogi del forestiero e a questo +troppi elogi di Carlone: nondimeno volse il +mese da che le radici della quercia eran state +<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> +messe al sole senza che il conflitto avvenisse. +Per poco il curato non imbaldanziva; non gli +pareva più tanto difficile navigare in buone acque +fino ai Santi, il tempo in cui il bravo ingegnere +e la sua ottima signora se n'andrebbero, +grazie a Dio, di villa in città. +</p> + +<p> +Ma egli non pensava a San Michele, che viene +ai 29 di settembre; o meglio, non prevedeva +che dovesse recargli noie proprio la maggior +festa della parrocchia. Quell'anno non era stata +scelta alla Ca' scura che la priora; e rettora +sarebbe la moglie d'un fittavolo. La signora +Stoia non avrebbe perciò ragione di gelosia. +</p> + +<p> +Quando, una mattina, l'ingegnere così bravo +ma così petulante, venne in canonica, ed entrato +nel discorso della prossima festa, espose chiaro +e tondo il desiderio che la processione si recasse +all'oratorio da lui fatto restaurare; come +a dire che San Michele facesse una visita a +Sant'Anna. +</p> + +<p> +A che il parroco, tendendo la testa e gli occhi +quale un cavallo che adombri, esclamò in quella +sua maniera un po' rude: +</p> + +<p> +— Impossibile! Questo, signore, è impossibile! +</p> + +<p> +Di consuetudine, la processione calando dalla +chiesa prendeva una viottola a bivio con la +strada comunale (con la strada appunto che conduceva +al Palazzetto) e saliva fino a un olmo, +le cui fronde composte in cupola facevan da +tempio a una Madonnina in voce di miracolosa. +<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> +E l'olmo apparteneva al figlioccio di Carlone. +Imaginarsi dunque se si poteva mutare +itinerario! +</p> + +<p> +Ma l'ingegnere a scorgere la bocca storta del +curato, invece di arrendersi, insistette. Il desiderio +pietoso era della sua signora: a lui pareva +che l'Oratorio valesse più d'un olmo. Lasciò +comprendere quanto gli dispiacerebbe dover +abbandonare con malanimo quei luoghi dove +si era proposto far del bene; e alle giuste +osservazioni che la gente di lassù era ostinata; +che la novità troverebbe oppositori; che +la Madonnina dell'olmo si credeva miracolosa, +disse: +</p> + +<p> +— Le imagini davvero miracolose non si tengono +sotto un albero! Io sarei ben lieto, ben +fortunato, di sottoscrivere la prima offerta per +una nuova cappella, se lei mi accertasse che +questi miracoli sono di grande importanza.... +Quanto agli ostinati, lei li avverta. In caso, se +non basterà, m'incarico io di ricorrere a Sua +Eminenza o, magari, alle autorità civili. +</p> + +<p> +«Misericordia!» pensò atterrito il parroco. +«Piuttosto tentare....» Forse Carlone si persuaderebbe.... +</p> + +<p> +Insomma, il curato finì con ritenere e dire possibile +quello che prima gli era parso e aveva +detto impossibile. +</p> + +<p> +Per una settimana il poveromo anticipò la visita +al vecchio; lo prevenne più volte nell'offrirgli +il tabacco; perdè più d'una partita senza +<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> +prendersela con le carte; ma quelle benedette +parole: — Dite su, Carlone: vi dispiacerebbe a +voi se invece d'andare alla Madonnina....; — quelle +parole non riusciva a pronunciarle: gli +si annodavano in gola per la certezza di non +riuscire a bene; per il timore di far peggio, e +per il dispetto di dover pregare invano quell'ostinato +vecchio e riconoscerne senza profitto +l'autorità. +</p> + +<p> +Finalmente il lunedì precedente alla festa il +prete andò alla Ca' scura zoppicando; disse per +un gran male ai piedi. Scherzò anche, sebbene +addolorato ai piedi: lui già vecchio e Carlone +un giovinotto! +</p> + +<p> +— Basta — concluse con un sospiro mentre +raccoglieva le carte dal desco —; domenica, se +Dio vuole, non avremo da passare su tutti quei +sassi come gli altri anni.... +</p> + +<p> +Carlone levò gli occhi dalle carte e glieli piantò +in faccia a mo' di chi stando su l'avvertita +discopra il tiro. +</p> + +<p> +Pallido, il curato seguitò senza guardarlo: +</p> + +<p> +— Andremo all'oratorio.... +</p> + +<p> +Ma aveva appena compiuta la parola che Carlone +lasciò cader forte il pugno sul deschetto, +gridando: +</p> + +<p> +— Ah questa volta il suo ingegnere non se +la cava! Finchè campo io, glielo dica a mio nome, +non se la cava! +</p> + +<p> +— E c'è da stizzirsi? — ribattè dolcemente il +curato, rosso d'ira. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> +</p> + +<p> +Tacquero. Poi zitti e cheti ripresero le carte +e giocarono. +</p> + +<p> +.... Ogni giorno, dopo la partita, Carlone accompagnava +il prete fino alla siepe; quel dì +l'accompagnò oltre la siepe, per il sentiero. Intanto +che andavano, l'uno aspettava che l'altro +parlasse; e pensavano entrambi: «Tocca a +lui a tornare nel discorso.» E finalmente Carlone +si fermò. +</p> + +<p> +— Ci rivedremo, signor curato. — La sua voce +pareva di pentimento. +</p> + +<p> +— Addio — rispose duro il prete. +</p> + +<p> +— E si ricordi — il vecchio aggiunse più forte: — si +ricordi di quel che ho detto. +</p> + +<p> +Ma il prete si rivolse: +</p> + +<p> +— Oh quanto a quello, voi ubbidirete al vostro +curato; si sa.... +</p> + +<p> +Allora il vecchio venendo a lui e tenendolo +per un braccio, eppoi ponendosi la mano al +petto: +</p> + +<p> +— Il mio dovere, sissignore, son qui a riconoscerlo! +Nelle cose giuste io a lei mi caverò +sempre il cappello! — e se lo levava. — Ma se +lei si mette a gloriare i birboni, signor curato, +mi creda, non c'intenderemo più! +</p> + +<p> +— I birboni? — il curato esclamò. — Già: +chi non fa a vostro modo è un birbone! Ma, +in fin dei conti, chi siete voi che vorreste stare +di sopra alle leggi? di sopra ai superiori? di +sopra a tutti? fare sempre a vostro modo? e +<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> +chi non fa a vostro modo è un birbone? Chi +siete, voi? +</p> + +<p> +Ribattè, umile, il vecchio: +</p> + +<p> +— Io? niente! Sissignore, io non sono niente! +Ma la processione non è solo lei che la fa! e la +processione andrà dov'è sempre andata; glielo +garantisce a lei e a tutti gli ingegneri della madre +terra, Carlone della Ca' scura! +</p> + +<p> +Fu in queste parole una semplicità così dignitosa, +una tal fermezza quasi solenne, che il curato +ebbe nell'animo un consiglio di prudenza; +e si sarebbe contenuto in modi remissivi, se +già prima non avesse meditate e predisposte le +minacce che dovevan servirgli a mezzo estremo. +Come contro sua voglia, queste gli scapparon +fuori in fretta. +</p> + +<p> +— Ah sì? Bene, bene! Tutti abbiamo da morire...; +voi non siete più un ragazzo. La morte +non guarda in faccia neanche ai giovani; da +un momento all'altro.... Ricordatevi che mettere +la disunione in una parrocchia è come metterla +in una famiglia; ricordatevi che al curato si +deve ubbidire come a un padre di famiglia; ricordatevi +che le prepotenze si scontano, presto +o tardi, e che un'offesa fatta alla madre della +Santissima Vergine, a Sant'Anna.... +</p> + +<p> +— Io non so neanche chi sia Sant'Anna! — proruppe +Carlone, di subito arrossato in volto, +preso da un oscuro timore che quei <i>ricordatevi</i> +gl'incutevano; e tratto anche lui, contro sua voglia, +dai gangheri. +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> +</p> + +<p> +Il prete per contro, a coglierlo in fallo, prese +coraggio. +</p> + +<p> +— Bestemmiate! bestemmiate pure, per giunta! +All'anima vostra ci penserete voi.... +</p> + +<p> +— Io penso che ho la Madonna per me! che +è lei che offende la Madonna! che nostro Signore +castigherà lei, perchè è lei che porta le +novità e la disunione in parrocchia! Ci fu mai +niente da dire, tra noi due, prima d'ora? Prima +che lei, per il suo interesse.... +</p> + +<p> +— Interesse, voi dite? — interruppe il prete +in cui l'altro aveva toccato il tasto debole e la +cui coscienza non era abbastanza tranquilla. — Vi +sbagliate di molto, credetemi! È l'amore dei +parrocchiani; è il timore di far nascere una +guerra; è la voglia che ho di sopire un odio nato +da una sciocchezza...: per una quercia!... Negate +che la questione è tutta qui? Negate che se non +ci fosse la quercia di mezzo, non vi parrebbe +vero anche a voi di andare all'oratorio e di +fare onore alla vostra famiglia?... Ah, ah, Carlone! +Ci conosciamo da un pezzo noi due! +</p> + +<p> +Carlone fece, incrollabile: — Son sincero. Non +la nego io la verità! Ma torno a dirle che se il +signor ingegnere ha avuta vinta la prima, non +vincerà la seconda.... E schiavo suo! +</p> + +<p> +Ora il curato andò lui verso il vecchio; lo +trattenne senza sforzo, per un braccio; gli disse +umilmente in tono di preghiera: +</p> + +<p> +— Sentite.... — E mentre l'altro lo guardava +con l'occhio di un cagnotto che non si fidi a chi +<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> +gli mostra il pane dopo avergli mostrato il bastone, +proseguì: — Vogliamo aggiustarci? A voi! +Io vi prometto che otterrò dal signor ingegnere +che si vada prima alla Madonnina e dopo all'oratorio.... +Siete contento? +</p> + +<p> +Il vecchio scosse il capo ripetendo: — Nessuna +novità! nessuna novità! +</p> + +<p> +— Bene! — allora il curato gli gridò dietro. — La +vedremo, signor prepotente! oh, se la vedremo! +</p> + +<h3> +IV. +</h3> + +<p> +Appena dichiarata la guerra, il capitano sagace +affretta i preparativi a combattere e occupa +con mosse rapide il campo di battaglia. +Invece il curato di Rioronco se ne stette fino a +sera colle mani in mano, irato e incerto sul da +fare. Nemmeno informò subito don Sigismondo, +il pretino ch'era in pratica da cappellano e che +essendo tutto dolcezza, tutto tenerezza, egli giudicava +un uomo nato fatto per andare in Paradiso +in carrozza: ossia un buono a nulla. +</p> + +<p> +Niuna meraviglia perciò che Carlone de' Carli, +andando e mandando subito i suoi in giro per +la parrocchia, riuscisse meglio al suo intento +e prontamente componesse quel partito che nella +storia del luogo fu poi detto il «partito della +Madonnina». Si sa che Carlone aveva molti amici +<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> +ligi per interesse e per soccorsi o consigli +ricevuti, e che aveva tre nuore e un genero, i +quali alla lor volta contavano fratelli e sorelle +ch'eran mariti o mogli in altre famiglie; e aveva +nipoti già ambiti per amore e per nozze in +altre case; così una metà forse dei parrocchiani, +costretti dalla consanguineità o dall'utile o da +vicendevole timore di danni, dichiararono, promisero, +alcuni anche giurarono quella stessa sera +che la processione di San Michele non muterebbe +cammino. Si aggiunga che Procolo, il primogenito +di Carlone, dirigeva come si è detto, +la «Compagnia di San Vincenzo»; onde bastò +che Procolo facesse passare da compagno a compagno +la voce di resistenza al prete, perchè +in poche ore il drappello più vistoso e più solenne +della processione fosse tutto avverso al +nuovo itinerario. +</p> + +<p> +E quando, la mattina dopo, il cappellano, la +Perpetua, il campanaro, la moglie del campanaro +che con la Perpetua aveva faccende commerciali +d'uova e di polli, il becchino, il falegname +che costruiva le casse da morto e che +aveva in moglie la figlia del campanaro, e il crocifero +che serviva da sagrestano e da chierico, +quando insomma tutti coloro che avevano buone +ragioni da sostenere il parroco tornarono dalla +missione loro, eran tristi e dolenti. A conti fatti, +resterebbero al «partito di Sant'Anna» una dozzina +di «figlie di Maria», il vessillifero, lo «scalco» +che porta il mazzuolo del comando, uno +<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> +dei due portatori di lampade e, a seguito, i contadini +dell'ingegner Stoia e pochi più altri! Imaginarsi +la rabbia del curato, il quale era tornato +tutt'allegro in canonica poichè la rettora — sperando +di ottener dal prete quattrini a frutto +per il marito fittavolo — gli aveva detto francamente +che aveva ragione lui; e che la priora, +nuora di Carlone de' Carli, era stata invano a +tentarla; e che lei andrebbe all'oratorio, o non +andrebbe in processione. +</p> + +<p> +Si tenne consiglio di guerra. Il cappellano ripeteva +che contrastare a Carlon de' Carli gli +pareva tempo perso ed esortava a cedere, inasprendo +sempre più il curato. +</p> + +<p> +— Perchè non avvisa le autorità? — chiese +il falegname. +</p> + +<p> +— Bravo! — risposero a una voce il curato e +il campanaro. — Le autorità proibirebbero la +processione per sempre! +</p> + +<p> +— Dia la scomunica a tutti — consigliò il sagrestano: +proposta che fece ridere amaramente. +Dopo la quale il consiglio rimase muto a lungo. +</p> + +<p> +Riprese il sagrestano ancora fiducioso nelle +minacce spirituali: +</p> + +<p> +— Una bella predica!... +</p> + +<p> +Ma il campanaro, più pratico, oppose: +</p> + +<p> +— Ci voglion fatti, non parole! Io direi che +noi facessimo per amore quel che gli altri faranno +per forza.... +</p> + +<p> +Alla parola d'amore il cappellano chiese: +</p> + +<p> +— Cioè? +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> +</p> + +<p> +— Che la processione andasse tutta insieme +fino alle due strade; e dopo, una parte alla Madonnina +e l'altra all'Oratorio; e dopo.... +</p> + +<p> +— Bel consiglio! — interruppe il curato elevando +la voce. — Credete voi che si rassegnino, +loro là, a far senza del Santo? Volete che restiamo +noi senza il Santo? +</p> + +<p> +Ma come il campanaro si grattava la testa +perchè non sapeva ribattere, il cappellano raccolse +lo sguardo di cielo in terra, ispirato, fervido; +si alzò in piedi. +</p> + +<p> +— Signor curato, lasci fare a me! Bella idea! +Accomoderò tutto io! — E si accomodava il nicchio +in testa. — Corro alla Ca' scura.... Vado e +torno! +</p> + +<p> +— A far che cosa? a far che cosa? — domandava +il parroco. +</p> + +<p> +— Lasci fare a me! +</p> + +<p> +La Perpetua, che aveva inteso, guardò dalla +finestra di cucina al pretucolo che usciva, e +mormorò sorridendo: — Sì, sì: lasciate fare a +lui, povero don Sigismondo! +</p> + +<p> +Ebbene: il cappellanino biondino, roseo e zuccheroso, +fu lui che piegò Carlon de' Carli. Gli +piacque nel presentarglisi con l'atto di Ponzio +Pilato e col dire: — Per me, viva la Francia +o viva la Spagna, è lo stesso! — E parlò senza +ambagi diplomatiche, senza apparenza politica. +Sapeva che se la domenica prossima accadessero +dei guai, il signor curato, che aveva il solo +torto di essere un po' cocciuto, avrebbe disgusti +<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> +gravi con Sua Eminenza e con la Prefettura; +eran da prevedere fin processi penali in cui +Carlone stesso sarebbe chiamato; ma più addolorava +don Sigismondo il pensiero dello scandalo. +La parrocchia di Rioronco era stata sempre +una famiglia sola, a cui Carlone aveva dato +sempre bell'esempio di bontà. Se si bastonassero, +perchè gli animi erano riscaldati molto +in quella divisione; se, Dio liberi!, si ammazzassero, +che cosa direbbe il mondo? quali rimorsi +non avrebbero il curato e lui, Carlone?... +Ah! solo a pensarci il cappellano aveva le lagrime +agli occhi. +</p> + +<p> +Commosso, il vecchio fece: — Purchè nè io +nè i miei, con tutti i nostri, non andiamo all'oratorio, +io per me son disposto a tutto! — Quindi +temendo d'aver detto troppo e di parer +debole, aggiunse con foga: — Anch'io avrei rimorso +se succedesse qualche lite; anch'io sarò +sempre per la pace e per il timor di Dio!; ma +piuttosto che andare all'oratorio, don Sigismondo, +andrei in galera; andrei (si fa per dire) all'inferno! +</p> + +<p> +Dio liberi! parlare così quando c'era il modo +di accontentare tutti! Bastava andar tutti insieme +fino alle due vie; di dove il partito di Sant'Anna +discenderebbe all'oratorio e il partito della +Madonnina salirebbe per la carraia, all'olmo; e +dopo, riunendosi per l'ultimo tratto, ritornerebbero +insieme come prima. +</p> + +<p> +— Lo so, lo so! — disse il cappellano prevenendo +<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> +l'osservazione del vecchio. — Resterete +per un poco senza il Santo. Ma gli altri non +resteranno senza la «Compagnia»? E voi non +potreste onorare la Madonnina con una bella +«fioriera»? +</p> + +<p> +In un contorno e sotto una corona di fiori di +tela, che sembrerebbero veri e freschi, la Madonnina +dimostrerebbe al mondo l'amore dei suoi +parrocchiani più fedeli. Non solo! Carlone comprese +che quello era il mezzo per far onore a +sè stesso; vide subito che la sua autorità ne riuscirebbe +non diminuita, ma accresciuta; pensò +che per tal modo castigherebbe il curato e umilierebbe +l'avversario. +</p> + +<p> +— Faremo così! — disse. +</p> + +<p> +E tosto la voce della pacificazione si sparse; +e tutti ne furono lieti. Gli ardimentosi convertirono +l'ardore pugnace in un ardore di emulazione +e in una speranza di maggior festa; +gl'incerti, che non eran pochi, parteggiarono a +viso fermo senza paura di danni; le mogli e +le madri che già avevano esortati i mariti o i +figli a restare a casa, o li avevano imaginati +feriti o morti, ringraziarono il Cielo e benedissero +San Michele. Tutti, o quasi tutti, furono +contenti: fu tolto da quegli animi semplici l'amarezza +della vendetta e della ribellione; il superstizioso +panico di un'offesa religiosa; il peso +della violenza meditata e preparata; il dubbio +della sconfitta e della vergogna. +</p> + +<p> +Inoltre, il giorno di poi, i meglio informati accertarono +<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> +che l'ingegnere darebbe spettacolo di +fuochi artificiali, di cuccagna e di palloni; che +Carlon de' Carli assolderebbe per conto suo cantori +e musici; e che per la «fioriera» Procolo +era andato a Bologna; e che dalle parrocchie +vicine altre «compagnie» verrebbero ad allearsi +con i compagni di San Vincenzo. Insomma: +un'aspettazione grande e gioiosa quale non c'era +stata mai. +</p> + +<p> +Che se ci furono de' malcontenti, essi non furono +più di tre e per cagioni intime. Primi: Samuele +soprannominato il Moretto e Canuto il +sarto, soprannominato il Sartoretto, che vagheggiavano +entrambi una ragazza meritevole in modestia +di star fra le «figlie di Maria» e nello +stesso tempo idonea a far spasimare due innamorati +in una volta. +</p> + +<p> +Quei due s'incontrarono a caso la vigilia della +festa. +</p> + +<p> +— Tu per chi sei? — domandò con aria di +noncuranza il Sartoretto. +</p> + +<p> +Il Moretto, che già conosceva l'opinione della +bella, rispose: +</p> + +<p> +— Per Sant'Anna. E tu? +</p> + +<p> +— Anch'io. — Poi il Sartoretto, divenendo spavaldo, +aggiunse: — Tu però faresti meglio a +star con quelli della Madonnina. +</p> + +<p> +— Io sto con chi mi pare! +</p> + +<p> +E il rivale proseguendo per la sua strada: +</p> + +<p> +— Oh oh, che aria tira, stasera! +</p> + +<p> +Nient'altro. Una rivalità da non tenerne conto; +<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> +perchè in fatto di donne e gelosie, tutto il mondo +è paese. +</p> + +<p> +Malcontento anche era rimasto quel contadino +dell'ingegner Stoia a cui Carlone, quando abbattevano +la quercia, aveva ingiunto di tirare innanzi +senza pensiero degli affari altrui. Quegli +aveva sperato di venire a dirittura alle mani +e, deluso, per vendicarsi e ingraziarsi il padrone +disse al bottegaio che avrebbe da guadagnar +soldi chi schernisse, la domenica, Carlon +de' Carli. Uno scherno per cui gli calasse la +boria: non già da fargli del male. +</p> + +<p> +E il bottegaio, che aveva tanto professata e +vantata la sua neutralità, per far quattrini strinse +in segreto patto i suoi tre avventori più a +corto di quattrini: Remigio lo zoppo, che aveva +indole non del tutto buona; Anacleto dell'Orto +(attenti ai nomi!), un millantatore; e Silverio +detto, per scempiaggine, il Chiù. +</p> + +<p> +È vero che questi avevano promessa fede a +quelli della Madonnina, ma di ciò non è a far +gran caso; giacchè anche per simile genia di +fedifraghi o traditori, tutto il mondo è paese. +</p> + +<h3> +V. +</h3> + +<p> +Mai con più lena il campanaro di Rioronco +s'attaccò alla corda delle sue campane festaiole; +mai i parrocchiani d'ogni età e d'ambo i +sessi godettero più di allora in un consenso d'allegrezza, +<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> +nell'attesa dei vesperi solenni al dì di +San Michele; mai più di quel giorno il Santo +nell'atto di configgere la lancia sul serpente (di +stucco anch'esso) sembrò sorridere dall'altar +maggiore e dire a' suoi protetti: All'inferno il +demonio!; sia pace e gioia a voi, uomini e donne +di buona volontà! +</p> + +<p> +Fino il curato era allegro; perchè lo scisma +ridotto a quell'innocente bipartirsi della processione, +accresceva magnificenza alla festa; significava +come due prove di fervor religioso in +una volta o due modi di onorare pomposamente +il Santo. +</p> + +<p> +Ma pienamente felice era Carlone: libero di +timori, libero di rimorsi; orgoglioso del suo panciotto +damascato e della giacca di velluto e più +orgoglioso che la nuora priora fosse tutta vestita +di nero col velo bianco, quando la rettora +non aveva che un abito di lana verde. Suo giudicava +il trionfo: tale che aveva permesso a +quelle delle «figlie di Maria» ch'erano rimaste +al suo partito di andar con le altre, bastandogli +al fasto della sua parte le tre «compagnie»: +quella di San Vincenzo, con le mantelline rosse, +quella di San Martino, con le mantelline +gialle; e quella di San Giorgio con le mantelline +celesti. Poi, gli parve che i suoi sonatori e i +suoi cantori avessero più fiato degli altri quando +la processione s'incamminò e lui e la priora +si mossero dal loro luogo con la stupenda «fioriera» +da portare alla Madonna. Così cantando +<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> +inni e sonando, fra i doppi delle campane e +lo scoppiar dei mortaretti, e fra l'ammirazione +degli spettatori, la processione partiva dalla +chiesa. +</p> + +<p> +In questo mentre i due soli carabinieri venuti +dalla stazione della Pieve erano corsi innanzi, +all'angolo del bivio; e si eran messi là, immobili, +di malavoglia. Ciò che stava per succedere +e di cui tardi avevan avuta notizia e, più che +interrogando, ascoltando le voci della folla, li +teneva perplessi; maledicevano il Governo timorosi +d'un disastro. Ma quando la processione +giunse al bivio e sostò, non accadde che un +po' di subbuglio nel separarsi delle due parti +e nel comporsi di ciascuna processione in capo +alla propria strada. Alla prima, ubbidendo a +Carlone, precedette uno dei lampadari per far +le veci del crocifero o del portastendardo: súbito +dopo si mise la prima «compagnia di San +Martino»; poi i cantori e i suonatori; quindi la +numerosa «compagnia di San Vincenzo», a cui +seguirono, come preceduti da quella «guardia +del corpo», il priore e Carlone con la corona +dei fiori finti, e dietro la terza «compagnia» e +il seguito delle donne e dei partigiani. Alcuni +di questi s'abbandonavano a una commozione +di riso; altri avevan le lagrime agli occhi. Un +po' a stento, eppur bene, si formò la seconda +schiera: le figlie di Maria presero il posto delle +«compagnie» dopo ai cantori e ai suonatori, e +nonostante che il cappellano dicesse: — aspettate! +<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> +aspettate! — le vergini ripresero l'inno +con voci acute e alte, quasi per sfida, appena +udirono dall'altra parte l'intonare della musica. +E si avviarono anche i preti col Santo. +</p> + +<p> +Per tal modo, in mezzo ai curiosi e dinanzi +ai carabinieri, passavano lentamente le due file +rivolte alle lor mete diverse. Ma passate che +furono, i carabinieri avanzarono, e certi entrambi +del da fare, come per un accordo che +non avevano conchiuso, l'uno si volse a destra +e l'altro a sinistra. Di che, meravigliati a vicenda, +dissero a una voce: — Di qua! —; ciascuno +non trovando ragionevole l'errore del +compagno. +</p> + +<p> +L'uno era piemontese, l'altro toscano, nè tra +quei due bravi giovani c'era mai stata parola a +dire da quando si trovavano nella stessa stazione +e da quando infrangevano insieme il regolamento +per far all'amore a certa cascina dove +avevano due belle ragazze, una per uno. +</p> + +<p> +— Per da sì! — ripetè il piemontese. — Noi +dovuma stè a j ourdin! I ourdin a soun d'andé +à prés à la processioun, e la processioun bouna +a l'è coula! +</p> + +<p> +Ribattè il toscano: +</p> + +<p> +— Bada, amio. Il nostro doere gli è quello di +attende all'ordine pubblio; e chi lo minaccia 'un +son mia i preti: sono i rivoluzionari! Dunque +s'ha ire 'on esti! +</p> + +<p> +Ma il compagno non l'intendeva; scoteva la +testa brontolando: +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> +</p> + +<p> +— Noi en doi, miraco i podouma nen fene! +</p> + +<p> +Se sempre l'unione fa la forza, tanto più +l'unione è necessaria quando la forza è rappresentata +da due persone sole: chè due carabinieri +possono impaurire, ma un solo, tra la folla, +muoverebbe a riso. E loro non eran che due, e +non potevano dividersi; non potevan fare miracoli. +</p> + +<p> +— Ma l'ourdin à l'è d'andé à prés à la processioun, +à la processioun <i>ufficiale</i>! — Evidentemente +il piemontese sperò di piegare il compagno +con questa grave parola. Invece l'altro: +</p> + +<p> +— Giuraddio! Mi faresti scappà la pazienza! +Bada: do'è che stanno i più scontenti? i più curiosi? +là! Dunque si dee ire là! +</p> + +<p> +Che! I <i>bugianen</i> son <i>bugianen</i>! Il buon piemontese +non cercava ragioni da opporre; voleva +essere ubbidito, poichè egli si sapeva nelle +grazie del brigadiere e aveva fede nel tenente +e s'aspettava da un giorno all'altro la promozione +ad appuntato; e, oltre a ciò, era più vecchio +d'anni e di servizio. Egli dunque severamente +chiamò l'amico per il cognome: +</p> + +<p> +— Rappaini! l'ansiano soun mi! Andouma! +</p> + +<p> +— Oh che anziani e che non anziani! Io vo' far +il mi doere! 'Un vo' mia gastighi per motio tuo! +'Un vo' mia perdere il grado se mi fanno appuntao! +</p> + +<p> +— Cribio!... Rappaini, andouma! +</p> + +<p> +— Io? piuttosto, ve', 'un mi movo! Fo così! — E +il toscano si mise a sedere sul paracarri; +<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> +si pose il moschetto a traverso, su le ginocchia; +su queste puntò i gomiti e poggiando la faccia +alle mani guardava l'amico. +</p> + +<p> +Il quale, a tal vista, si era acceso in volto, +con tali occhi da spaventare. Ma Rappaini ch'era +più furbo riprese: +</p> + +<p> +— Tanto; voaltri piemontesi d'idee vu nun +n'aete! Dimmi un po'.... +</p> + +<p> +S'allontanavano i canti e i suoni delle processioni. +</p> + +<p> +— .... Di': se ha a succede qualche 'osa indòe +dee succedere? Io dio, che succederà qui, quando +torneranno indreo! No? Qui. Se se danno, +se le daranno qui! e no quando i du' partiti +sian fuor di tiro! +</p> + +<p> +L'argomento era giusto solo in parte: perchè +essi a quel punto dell'incontro avrebbero potuto +trovarcisi anche accompagnando una delle +processioni. Ma i toscani hanno il cervello fine. +</p> + +<p> +— Ci vol prudenza, ci vol! Noi s'ha a mostrà +ch'un si diffida nè di esti nè di elli! +</p> + +<p> +E fu tale argomento che il piemontese, vinto +e tutto contento d'essere stato vinto, alla fine +esclamò ridendo: +</p> + +<p> +— Voi autri toscani con le vostre ciàciare i +stuparie la buca a' na foumna! Ma par sta +volta, va!, at a rasoun! — E andò a sedere anche +lui sul paracarri di fronte; deponendo il +moschetto da lato e su le ginocchia la borsa +della corrispondenza. +</p> + +<p> +Amici dunque più di prima tornarono a discorrere +<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> +di ciò che più loro premeva, mentre +guardavan le processioni che dilungavano, già +scomparivano. Ah! le loro ragazze non eran +venute alla festa di Rioronco.... +</p> + +<p> +— .... Quando la pigli tu, la Balbira? +</p> + +<p> +— Quanc i' divento vicebrigadie, i' la sposo +dal parroco. — Prendeva la «ferma», faceva la +carriera. Ma il compagno, che a sentir lui poteva +vivere di rendita, disse: +</p> + +<p> +— Se possono passà esti du anni, io me ne vo; +che n'ho auto abbastanza della patria! Vo a lavorà +il mi podere, la mi vigna.... Uh! Se tu +sentissi il mi vino!... Me la porto 'on me, la mi +ragazza.... +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... Eppure, strada facendo, nell'una processione +e nell'altra s'estese un nuovo malcontento; +sia perchè la realtà riesce sempre inferiore +all'aspettazione, sia perchè Carlon de' Carli aveva +avuto il torto di non lasciare almeno una +«compagnia» al curato e questi aveva avuto il +torto di non concedere almeno un prete in cambio +di tante «figlie di Maria». In entrambe le +schiere serpeva quel malessere che dan le cose +imperfette; quel malanimo che dopo le risoluzioni +pacifiche talvolta rinasce anche ne' più +docili e generosi avversari. Or come fu pervenuta +alla villa Stoia e vi fu accolta da tal frastuono +di mortai che pareva il finimondo, la +processione sacerdotale avanzò e ristette all'oratorio +<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> +dove per la porta spalancata era esposta +agli sguardi di fuori l'altare tutto adorno e luminoso. +Ivi, dopo il <i>Jube Domine</i>, San Michele +s'inchinò a destra e a sinistra a benedire la folla +genuflessa, tra cui erano molti signori e signore; +e cantori e preti ripresero il canto; e il cappellano +diede l'ordine del ritorno. +</p> + +<p> +Per ritornare come nella venuta, si comprende +che gli uomini, i quali prima erano in coda, +avrebbero dovuto far ala sì che passassero lo +«scalco», il lampadaro, il crocifero, il vessillifero +e quindi le «figlie di Maria». Ma non tutti +così fecero. Quasi la funzione fosse compiuta, +alcuni rimasero proprio in mezzo alla strada, +per alloccaggine e storditezza; e quando giunsero +le vergini, non si ritrassero; ne interruppero, +confusi e confondendo, la prima fila. Era +tra quelli il Moretto, uno di quei due giovani +che, già si disse, amavano con incerta fortuna +la stessa «figlia di Maria»; mentre l'altro, il +Sartoretto, attendeva e guardava bieco a costa +della strada. E il restare del primo là in mezzo +fu sospettosamente interpretato dal secondo, +il quale appena la bella gli fu dinanzi con le +compagne, senza tante cerimonie le si mise a +fianco. +</p> + +<p> +Arrossì la vergine. E impallidì e si fermò allorchè +il Moretto, d'improvviso, affrontava il +rivale e diceva: +</p> + +<p> +— Cosa pretendi tu? +</p> + +<p> +— Io? — ribattè il Sartoretto. — Fare i miei +comodi! e tira via, milordo, che è ora! +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> +</p> + +<p> +Il milordo gli lasciò andare uno sgrugnone: +il colpito l'afferrò, e, accapigliati, caddero. Tutto +ciò in minor tempo di quanto bisogna a raccontarlo; +così presto che, quantunque costrette +anch'esse ad arrestarsi, le ultime ragazze e i +preti non avrebbero pensato a una lite se non +avessero visto accorrere di qua e di là coloro +che speravano dividere i contendenti. +</p> + +<p> +— Cosa c'è? cosa è stato? Avanti! avanti! +</p> + +<p> +Di dietro, chi spinge; chi interroga; chi allunga +il collo: arriva don Sigismondo. Ma d'innanzi, +le prime ragazze si son voltate; il crocifero +chiama lo «scalco»; questi, che giungendo +un momento prima avrebbe subito fatto +largo, ora lascia andar bastonate alla cieca sui +litiganti e sui pacieri: e un paciere afferra lui; +e lui, perduto il mazzuolo, invoca aiuto. Don Sigismondo +intanto con le mani nei capelli e gridando +misericordia torna indietro, verso i colleghi +e il curato; e i suonatori e i cantori corrono +innanzi ad aiutare il crocifero e il vessillifero, +che son corsi ad aiutare lo scalco. +</p> + +<p> +Chi l'avrebbe mai detto? Parve una scintilla +in un pagliaio; forse perchè, alle esortazioni e +alle preghiere di don Sigismondo, i sacerdoti +furon concordi nel pensiero e nell'errore di riportare +il Santo all'Oratorio; e tutta quella gente +rimase come senza ritegno, senza rispetto a +nulla, senza timor di Dio. Accesa da un'improvvisa +voglia di combattere, la folla precipitò d'ogni +parte alla mischia; addosso ai cantori e ai suonatori +<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> +o a chi capitava, capitava. Addosso! addosso +con i ceri, con giannette e randelli e pugni; +e bòtte da orbi. Ci furono fratelli che diedero +pugni ai fratelli; padri ai figli, e figli ai +padri; ci furono anche molti che nei giorni di +poi confessarono d'aver creduto di combattere +con quelli della Madonnina; e molti che confessarono +d'essersela goduta un mondo a battere +con le mani e coi piedi non sapevano chi, +ignari affatto della causa che aveva generata +la battaglia. I timidi, in quel mentre, fra gli urli +delle donne e dei ragazzi, scampavano e fuggivano +d'intorno, urlando.... +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... Con grande impeto di tromboni e voci il +partito della Madonnina era per giungere all'olmo. +La viottola essendo diruta e stretta, Anacleto +Dell'Orto, Remigio lo zoppo e Silverio detto +il Chiù (i traditori) avevano tentato troppo tardi +di mettersi innanzi, di precedere a tutti, perchè +penetrati fra i «compagni di San Giorgio» avevan +dovuto cedere al comando di: — Indietro +voi altri! — che Carlone aveva dato loro con +faccia minacciosa. A disagio perciò, quasi si credessero +scoperti, i tre scambiarono parole sommesse +tra i seguaci, in coda. +</p> + +<p> +— Come si fa? — domandava quello scemo +di Silverio. E Anacleto: +</p> + +<p> +— Ve l'avevo detto io? Bisognava andar prima! +</p> + +<p> +E Remigio: — Non mi sarei mai creduto che +<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> +ci venissero in tanti! Saranno quaranta solo +quelli di San Martino! +</p> + +<p> +— Si direbbe — aggiungeva tuttavia ridendo +Silverio il Chiù —, si direbbe che Carlone ha +imparato qualche cosa.... +</p> + +<p> +— Tu avrai cantato! — diceva biecamente Remigio +lo zoppo. +</p> + +<p> +— Io? Non ho detto niente io! fossi minchione! +</p> + +<p> +Allora Anacleto, lo spaccamonti: +</p> + +<p> +— Ho bell'e visto! Voi altri avete paura! +</p> + +<p> +— Paura io? +</p> + +<p> +— Paura io? +</p> + +<p> +— .... e ridarete i suoi quattrini al bottegaio. +</p> + +<p> +— Ma se non ne ho più uno! — disse ridendo +il Chiù, che n'aveva avuti meno degli altri; +mentre lo Zoppo, bilioso, mormorava contro Anacleto: +</p> + +<p> +— Perchè non vai innanzi tu, dunque? +</p> + +<p> +Queste rampogne furono udite da un Tizio che +sarebbe stato meglio non udisse nulla; un muratore +fedele alla Cà scura. Se poi costui fosse +informato intorno al tradimento dall'onesto bottegaio +e avesse incarico da Carlone stesso di +invigilare le tre canaglie, non è certo; è uno di +quei punti oscuri che s'incontrano in tutte le +storie e senza cui i critici della storia non avrebbero +più niente da fare. +</p> + +<p> +Quel Tizio domandò: +</p> + +<p> +— Cosa avete, ragazzi? +</p> + +<p> +— Niente abbiamo — rispose ridendo il Chiù. +</p> + +<p> +— Avete bisogno d'aiuto? +</p> + +<p> +— Avete bisogno voi? — ribattè Anacleto con +<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> +insolenza. Il muratore, sempre più insospettito, +tacque. Tacquero i tre, urtandosi con il gomito +l'un l'altro. E il lungo corteo andava più piano; +finchè voci e musica cessarono. Ma allora la +siepe non contenne più i curiosi: alcuni la saltarono; +altri vi fecero un varco; altri l'allargarono; +e la gente affrettò e si strinse di qua e di +là dal fosso, intorno all'albero; al quale il figlioccio +di Carlone aveva già poggiata la scala, +già ricevendo dalla priora e dal vecchio la «fioriera», +per attaccarla ai rami e fermarvi, nel +mezzo, l'imagine. +</p> + +<p> +Ecco il momento. I cospiratori, che vorrebbero +far cadere la «fioriera» come per disgrazia, e +che a forza di gomiti e di urti si son fatti innanzi +quasi per veder meglio, non dovrebbero +che dare una spinta alla scala, e la darebbero +se il muratore non la tenesse ferma e non vigilasse. +</p> + +<p> +Timoroso, il Chiù ride. Anacleto fissa il muratore +con aria di sfida, ma non si muove; lo +Zoppo esorta: — Dagli! — Dagli! — susurra +anche, ridendo, il Chiù; sicchè Anacleto, mal +disposto dallo sguardo del muratore, che ha dinanzi, +e dalle sollecitazioni, che ha di dietro, +si rivolta e dice troppo forte: — Dategliela voi +altri la spinta! Io ho da tener a posto questo +qui. +</p> + +<p> +— Me? — il muratore grida con un braccio +a difesa della scala e l'altro in aria. Il segreto +è svelato, la cospirazione fallita; invano Anacleto +risponde: — Dicevo così per ridere.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> +</p> + +<p> +Tutti vorrebbero sapere: +</p> + +<p> +— Cosa c'è? Cosa c'è? +</p> + +<p> +Ma l'Imagine ha già la gloria dei fiori e comincia +il coro ultimo dei fedeli: +</p> + +<div class="poem"> +<p><i>Maria, mater gratiae....</i></p> +</div> + +<p> +Già discende il figlioccio di Carlone: è al penultimo +gradino. Quando, oh! — che è? che non +è? — il muratore dà una spallata ad Anacleto; +il quale s'afferra alla scala; e la scala e l'uomo, +che è all'ultimo gradino, precipitano insieme +nel fosso. S'odon grida. Cogliendo l'opportunità +di farsi onore lo Zoppo e il Chiù s'avventano +a difesa del compagno, che il muratore +martella di pugni, intanto che s'invoca soccorso.... +</p> + +<div class="poem"> +<p><i>Mater misericordiae....</i></p> +</div> + +<p> +Irrompono a difesa del maestro due o tre manovali; +s'avanza Carlone per metter pace. +</p> + +<p> +— Ohe, ragazzi! — minaccia. Poi prega: — State +buoni, ragazzi! — Ma come pacificarli a +parole? — Di questi ci vogliono! — urla uno +dei cantori, che è un Ercole e che dove batte, +abbatte. — Son qua io, Carlone! +</p> + +<p> +Pur troppo però l'Ercole è d'un'altra parrocchia; +e che c'entra lui? Infatti una voce, non si +sa di chi, ripete immantinente d'intorno: — Son +quelli di San Martino! — Si ripete fra i più lontani: — Tradimento! +aiuto! Son quelli di San +Martino che portano le liti!... Son pagati dall'ingegnere! +Traditori! Addosso! +</p> + +<p> +E i poveri «compagni di San Martino» si raccolgono +<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> +insieme, si guardano in faccia; spengono +le torcie per usarle come armi. +</p> + +<p> +— Dalli a quelli di San Martino! +</p> + +<p> +— Dalli! — grida Anacleto dell'Orto sanguinoso +e felice d'essere scampato dalle mani del muratore. +</p> + +<p> +— Addosso! — grida lo Zoppo che nella battaglia +par diventato dritto. +</p> + +<p> +— Vigliacchi! — grida Silverio il Chiù, scappando +via senza più ridere. +</p> + +<p> +E i «compagni di San Vincenzo» commisti ai +«compagni di San Giorgio» si gettan sui «compagni +di San Martino», e gli spettatori forestieri +sui parrocchiani di Rioronco. Carlone piange, +grida pietosamente con le mani nei capelli.... +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +.... Così, mentre il carabiniere piemontese, tacendo +finalmente l'altro, cominciava a raccontare +una sua avventura molto seria con una +<i>tota</i> di Torino, l'altro balzò in piedi dicendo: +</p> + +<p> +— Hai udito? +</p> + +<p> +Eran grida confuse e lontane, verso il monte: +all'Olmo. Già dalla viottola comparivano donne +affannate, disperate, che a vederli alzavano grida +e braccia chiamando, terribili: +</p> + +<p> +— Correte! correte! +</p> + +<p> +I carabinieri accorrevano. Ma avevan fatti +appena pochi passi (e il toscano aveva appena +mormorato: — Te lo diceo io?) — quando di +giù, dalla strada vennero altre voci pietose, altre +donne ansiose invocavano.... +</p> + +<p> +<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> +</p> + +<p> +— <i>Cuntacc!</i> +</p> + +<p> +— S'ammazzano all'Oratorio! — gridavano — s'ammazzano +all'Oratorio! +</p> + +<p class="ast">*</p> + +<p> +Oh no! Non gravi ferimenti; non morti. +</p> + +<p> +Dal sereno cielo il sole cadeva in una letizia +fervida; s'attenuava in una gioia di colori digradanti +dalle fiamme della fede al biancore +della carità; si spegneva in vista alle prime +stelle ch'esprimevano raggi di meraviglia. Ombre +di pace velavano i culmini e i dorsi dei +monti più alti; calavano; e il fremito della notte +penetrava tra le fronde e le foglie come voci +d'anime ch'esortassero silenzio ai viventi per +udirsi in concordia tra loro; e il rio diceva al +mondo con che soave fluire le ore della quiete +e le sue acque scorrerebbero tra gli steli cullati +dall'aria, tra i sassi arrisi dalle stelle, tra le +piante dormienti anch'esse (se Darwin non errò). +E quante anime avevano veste di penne, +si obliavano sicure d'ogni minaccia, nei loro +ripari, col capo sotto l'ala tepida e parecchi +con una zampina in alto; e i buoi russavano +senza brutti sogni d'amore; e da tutta la terra +pareva uscire un respiro immenso di tregua e +di riposo. +</p> + +<p> +A domani! A domani le cure e le battaglie +degli uomini di cattiva volontà! Ma quei montanari +semplici e buoni come animali, pur non +udendo altre esortazioni che dei vecchi e dei +preti, sentirono, quando se ne furon ben date, +<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> +che anche per le bastonate e le querele era +tempo di finirla; e chiotti chiotti o rumorosi, divisi +o a gruppi, e senza lo spettacolo dei fuochi +e del resto, se ne tornarono alle loro case. +Non più di due o tre ore dopo, tutti, anche gli +innamorati che non avevan ricuperato il tempo +perduto, anche il Moretto e il Sartoretto oramai +men gelosi che indolenziti, dormivano placidamente. +Tutti, fuorchè Carlone e il curato; i quali +meditavano la loro colpa e la colpa del diavolo +vittorioso a Rioronco proprio il giorno di San +Michele. E quando fu stanco di dar volta per il +letto, e sempre più rimorso, il buon vecchio si +levò — avanti giorno —; e andò all'Oratorio in +cerca di sollievo, a chiedere perdono a Sant'Anna. +</p> + +<p> +Poscia rincasando, s'imbattè nel figlioccio. +Questi in segretezza gli raccontò che un birocciaio +la notte aveva visto il diavolo vestito da +prete correre, leggero e veloce come una piuma, +verso l'olmo. Forse il diavolo non aveva più +orrore della Madonna, dopo che l'avevano quasi +nascosta in quella «fioriera»? +</p> + +<p> +Ma Carlone comprese e sorrise tutto contento. +Senza dubbio il curato, non resistendo ai rimorsi, +si era alzato, la notte, ed era andato alla Madonnina +per domandar perdono anche lui! +</p> + +<div class="somm"> +<p> +<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> +</p> + +<h2><a id="indice" href="#indfront"> +INDICE.</a></h2> + +<table class="indice" summary=""> + <tr> + <td><a href="#suicidio">Il suicidio del maestro Bonarca</a></td> <td class="pag">Pag. 1</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#giocatrice">La giocatrice</a></td> <td class="pag">20</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#doni">Doni nuziali</a></td> <td class="pag">41</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#eldorado">Dall'Eldorado</a></td> <td class="pag">63</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#cappello">Il cappello del marito</a></td> <td class="pag">105</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#giarrettiera">Efficacia d'una giarrettiera</a></td> <td class="pag">124</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#fortuna">La fortuna di un uomo</a></td> <td class="pag">133</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#scampanata">Una “scampanata„</a></td> <td class="pag">201</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#polso">Il polso</a></td> <td class="pag">217</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#modestia">Come finì la Modestia</a></td> <td class="pag">230</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#entusiasta">L'entusiasta punito</a></td> <td class="pag">243</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#agnello">L'agnello</a></td> <td class="pag">251</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#falcone">Il falcone</a></td> <td class="pag">260</td> + </tr> + <tr> + <td><a href="#arcadia">In Arcadia</a></td> <td class="pag">272</td> + </tr> +</table> + +<hr /> +</div> + +<div class="tnote"> +<p class="tntitle"> +Nota del Trascrittore +</p> + +<p> +Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione +minimi errori tipografici. +</p> + +<p class="covernote"> +Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. +</p> +</div> + +<div>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 48779 ***</div> +</body> +</html> diff --git a/48779/48779-h/images/cover.jpg b/48779-h/images/cover.jpg Binary files differindex 208f652..208f652 100644 --- a/48779/48779-h/images/cover.jpg +++ b/48779-h/images/cover.jpg diff --git a/48779/48779-0.zip b/48779/48779-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index be74e38..0000000 --- a/48779/48779-0.zip +++ /dev/null diff --git a/48779/48779-h.zip b/48779/48779-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 90f6ba8..0000000 --- a/48779/48779-h.zip +++ /dev/null |
