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Brockhaus -- Berlino, A. Asher e C. - Parigi, Veuve Boyveau -- Napoli, Ernesto Anfossi. - Londra, David Nutt, Strand 270. - - 1890 - - Proprietà letteraria. - - MILANO -- TIP. LOMBARDI VIA FIORI OSCURI 7 - - - - - INDICE - - - A UN POETA ..................................................... 009 - UNA FIORAIA .................................................... 017 - GIUOCHI ........................................................ 033 - CANITUCCIA ..................................................... 051 - PROFILI ........................................................ 073 - ALLA SCUOLA .................................................... 083 - NEBULOSE ....................................................... 101 - MODA ........................................................... 111 - PERDIZIONE ..................................................... 123 - GLI SPOSTATI ................................................... 137 - SALVAZIONE ..................................................... 151 - - - - - - A UN POETA - - - - . . . . . . . . . . - - a un poeta. - -_Una volta, io scrissi di un bambino biondo e reale. Mi faceva pensare -la stranezza della vita precoce, in cui le care ingenue puerilità erano -sacrificate ai doveri inflessibili di un'alta educazione, in cui i soavi -sensi infantili erano in urto con la rigidezza del cerimoniale: piccola -anima gaia e noncurante che doveva informarsi, troppo presto, a grandi e -severi sentimenti._ - -_Tale l'intenzione d'arte, vivificata da un sentimento tutto femminile -di simpatia. Da coloro cui l'astrazione dell'ideale politico intorbida -la serenità del giudizio, fu intesa male o non fu voluta intendere: fu -detta adulazione, cortigianeria, servilismo, e furono usate altre parole -consimili, a cui la volgarità del corso ha tolto ogni valore. Invano io -volli chiarire la mia intenzione, invano io volli stabilire una -divisione fra la politica e l'arte, fra le teorie umanitarie e l'arte. -Come in tutte le polemiche d'idee, senza fatti, ognuno rimase del -proprio parere_. - -_Allora scrissi: sempre un bimbo mi sorprende e mi fa pensare. Questa -impressione è viva ancora oggi, agita anche adesso la mia coscienza. I -bimbi sono naturalmente buoni e misteriosamente cattivi: singolari, -interessanti, attraenti piccoli tipi, in cui l'umanità assume le sue -forme più leggiadre e più bizzarre. Pei loro sorrisi che sono tutta una -luce e per i morsi che dànno a una sorellina più grande; per la strana -scienza che appare nelle loro profonde risposte e per l'istinto di -distruzione che li domina; per la carezza dei loro occhi sereni e per la -convulsione paurosa delle loro collere infantili; per l'elemosina che -fanno e per l'uccellino che spennacchiano; per il bacio che ci dànno, -spontaneo, affettuoso, e per lo sgarbo con cui ci ringraziano del dono -di un giocattolo; per le loro simpatie istintive e per i loro odii -irragionevoli: per tutta questa contraddizione i bimbi valgono -- per -l'arte -- quanto l'uomo nel pieno rigoglio della sua virilità, quanto la -donna nel pieno fiore della sua bellezza._ - -_E poi questo bimbo moderno, nato da gente inquieta e convulsa, -cresciuto spesso in un ambiente di nervosità irritante o di languida -malinconia, che vede troppe cose, che assiste troppo alle piccole -catastrofi familiari, che impara troppe cose, questo bimbo ha ora -acquistato una sensibilità precoce, una intuizione troppo rapida. -Talvolta -- e sempre senz'averne coscienza -- un bimbo è così -sottilmente scettico che ci sgomenta, noi che avemmo un'infanzia molto -più grossolana, molto più animalesca, ma molto più allegra. Il bimbo -moderno legge troppi libri illustrati ed ha per mano troppi giornali. -Quando suo padre parla tranquillamente di suicidio, quando suo zio si -burla della religione, egli tende l'orecchio. Così il bimbo è più -facilmente infelice. Infelice pel sangue povero che le razze deboli -mettono nelle vene delle loro creature; per la tisi, per il rachitismo, -per la follia che si ereditano; infelice per l'abbandono e la povertà, -uniti insieme; infelice per l'abbandono e la ricchezza, uniti insieme; -infelice per l'ambiente di disonestà plebea in cui deve vivere; infelice -per l'ambiente di disonestà aristocratica in cui deve crescere; infelice -pel padre artista ed egoista; per la madre gran dama e disamorata: per -molte colpe nostre, infelice. Il bimbo impara a soffrire, ad amare, a -fingere come noi. Ed è talmente unito alla nostra vita, parte di noi più -sorridente e più sensitiva, che spesso egli ci salva -- e spesso egli ci -perde._ - -_Questo piccolo libro, scritto pei grandi, parla sempre di bimbi, nelle -sue storielle. Sono bimbi veri: non li ho sognati, mi apparvero nella -loro realtà. Vissero meco un anno, un minuto, un giorno, un'ora, faccine -smunte o guance colorite, corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di -raso o straccetti per cui si vedeva la pelle -- ed erano creature volta -a volta ingenue e pensierose, fantastiche e brutali, dolci e acri._ - -_Voi, o poeta, che foste il più mite fra i miei avversari, avete un -figlioletto gentile e pallido, dai grandi occhioni bruni, pieni di -visioni malinconiche, un bambino che avete chiamato Tristano, per cui -avete scritto versi tristi e audaci, a cui forse avrete letto questi -versi, turbandone la piccola anima, dandole la nostalgia della nobile e -pericolosa regione della poesia. Ebbene, a questo bambino che non mi -conosce, io voglio dedicare questo piccolo libro._ - - Matilde Serao. - - - - - - UNA FIORAIA - - - - Date lilia....... - -La bimba camminava lentamente, rasentando il muro, per la via stretta e -tortuosa dei Mercanti. Ella non guardava nelle botteghe, non alzava gli -occhi a quella lunga striscia di cielo che appariva fra le alte case, -non guardava neppure dinnanzi a sè. Guardava le pietre, come se le -contasse. Camminava, senza curarsi del fango del selciato, degli urtoni -che le davano, di qualche rara carrozza che passava. Quando arrivò alla -chiesetta del Cerriglio, dirimpetto alla statua dell'_Eccehomo_ vestito -di rosso, coronato di spine, con gli occhi pieni di lagrime immobili, la -fronte e il petto macchiati di sangue coagulato, la bimba gli dette uno -sguardo indifferente e tornò indietro, con la stessa andatura rigida. - -Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo, aveva sete. Aveva le gambe -nude, i piedini scalzi che si deformavano nella mota. In quel gelido -giorno di febbraio, ella non portava che una camicia e un sottanino -lacero e sfrangiato, mantenuto su, alla cinta, da uno spago. -Aggrovigliato al collo, un brandello di ciarpa all'uncinetto. Niente -altro. La bimba era molto magra, quasi stecchita: dagli strappi della -camicia e del sottanino si vedeva una carnagione esangue, cinerea; sotto -la ciarpa si vedevano le due ossa clavicolari sporgenti, come se -volessero bucare la pelle; s'indovinava la meschinità malaticcia di quei -busto legnoso di bambina. Le spalle erano aguzze, curve, come quelle di -chi si raggricchia sempre per freddo o per chetare lo spasimo dello -stomaco. Un volto serio e grave, con la medesima tinta plumbea del -corpo; rugata la fronte breve; corrugate le sottili sopracciglia, troppo -grandi gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di bistro, -incavernati, profondi; duro, rigido il profilo, già formato come quello -di una donna; la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza -fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva sette anni. - -Un giorno aveva avuto una madre scarna, mendica anche lei. Vagavano -ambedue per le vie di Porto, cercando l'elemosina. Mangiavano spesso del -pane e dormivano in un sottoscala, sulla paglia, la figlia col capo in -grembo alla madre. Poi la madre era morta, di tifo: la bambina era -rimasta sola, sul lastrico. Non pianse, non gridò, usci per cercare -l'elemosina, non ebbe nulla: quel giorno non mangiò e dormì all'aria -aperta, sullo scalino della chiesa di Portanova, arrotondata come un -cane. - -Per tre anni la vita della bambina non aveva avuto varianti. Ella non -sapeva nulla, non ricordava nulla, altro che un lunghissimo giorno in -cui aveva avuto sempre fame. Dalla mattina cominciava le sue -peregrinazioni. La strada dei Mercanti, lungo budello contorto, era la -sua casa, ed ella ne conosceva tutte le viuzze, i vicoli ciechi, gli -angiporti paurosi, le botteghe nere, i ruscelli fetidi, i portoncini -angusti e bruni, illuminati di una luce fioca e grigia, le scalette -smussate. Andava e veniva, senza posa, dalla piazzetta di Portanova, -donde era il suo punto di partenza, sino alla cappella del Cerriglio, -dove era il suo punto di arrivo. Si fermava a piazzetta di Porto, faceva -un mezzo giro e riesciva all'antico Sedile, dava uno sguardo al -simulacro del dio Orione attaccato alla muraglia che il popolo chiama -Pesce Niccolò, poi saliva per Mezzocannone, bagnandosi i piedi nelle -acque azzurre, rosse, violette dei tintori che lavoravano in certi antri -lugubri, intorno a caldaie nere, agitandovi un miscuglio misterioso. -Arrivata su, non osava andare più oltre e ridiscendeva ai Mercanti; non -dava neppure un'occhiata alla taverna aperta sotto un porticato dove si -friggevano pesci e _pastelle_, dove si espandevano le vivezze rosse del -_soffritto_ e gli acuti odori delle _pastinache_ in aceto. Voltava a -destra per la scaletta lurida di santa Barbara, s'inerpicava fino al -famoso biscottaio, ma i biscotti le facevano troppo gola e scappava via: -al ridiscendere, si fermava innanzi alla porta dello stabilimento di -bagni, guardando una vasca di macigno artificiale, dove non ci era -acqua, ma dove si ergeva una _musa_ dalle larghe foglie verdi: -continuava la sua via sino al Cerriglio e tornava indietro, sempre col -suo passo guardingo, sfiorando i muri, scivolando tra le gambe dei -viandanti. - -Quelle viuzze nere, quella strettezza, quella miseria, quelle case -stillanti umidità, quei cattivi odori, quei portoni sospetti, quelle -tinte cupe, quell'assenza di sole, quelle facce usuraie dei -commercianti, quelle facce losche dei loro mediatori, quelle facce ebeti -di male femmine, quella merce gretta, impolverata, avariata, erano tutto -il suo mondo. Sentiva vagamente che di sopra santa Barbara, di sopra -Mezzocannone, di sopra il Cerriglio, alla fine di via Principessa -Margherita, vi era un altro mondo, ma ella temeva di arrischiarvisi, ne -aveva una paura selvaggia. Anche giù nei Mercanti, ella aveva paura -delle altre mendicanti che la picchiavano, dei cani che volevano -morderla, delle guardie che potevano arrestarla: ma ella era furba a -schermirsi da questi pericoli. _Lassù_, il pericolo era ignoto. Quando -arrivava a quei limiti, dava uno sguardo sospettoso in su, poi fuggiva, -nascondendosi il capo ricciuto nel braccio, come se la perseguitassero. - -Chiedeva l'elemosina, ma non gliela davano spesso. Tutta quella gente -affaccendata a guadagnare una dura giornata, bottegai accaniti a -imbrogliare i compratori contadini, facchini curvi sotto le balle, serve -luride e straccione, non badavano a lei. Qualche _galantuomo_ la -prendeva per una piccola ladra e si tastava le tasche, dicendole una -parolaccia; qualcuno, anche vestito decentemente, era povero, la -guardava e si stringeva nelle spalle. A qualcuno faceva disgusto, e la -scacciava con un gesto di noia. Ella chiedeva prima a voce alta, quasi -imperiosa, un soldo per mangiare, non avendo mangiato il giorno prima, -nella tortura dello stomaco che si ribellava: poi la voce si abbassava, -diventava supplichevole, ansante, lamentosa, poche e gelide lagrime le -scendevano per le guance. Essa continuava ad andare e venire, come per -istinto, balbettando parole indistinte, sino a che la voce le si seccava -nella gola riarsa: allora chiedeva l'elemosina con la intensità dello -sguardo. Verso la fine della giornata, quando non le avevano dato nulla, -era presa da una grande stanchezza, il capogiro la faceva vacillare, -ella si trascinava sino ai gradini della chiesa di Portanova e vi -rimaneva, immobile, accoccolata, come un batuffolo di stracci, donde -sfuggiva un sordo lamento. Si rialzava, per girare ancora, fra i lumi -che si accendevano, gli operai che ritornavano dal lavoro e l'odore di -mangiare che usciva dalle botteghe socchiuse. Allora arrivava a -raccogliere due centesimi o una fetta di pane o un osso di costoletta o -uno scampoletto di trippa, e scappava a divorarlo, provando un bruciore -insopportabile allo stomaco. Ma venivano spesso i giorni in cui non -aveva nulla e si addormiva in un torpore malaticcio, senza aver mangiato -altro che le bucce di aranci fradici, o masticato i baccelli dei -piselli. Il sabato era il migliore suo giorno: al sabato una femmina -giovane, col fazzoletto di seta rosso attorno al collo, la gonna corta e -legata sullo stomaco, la pianella col tacco alto e il fiocco verde, la -pettinessa d'argento nell'alto cocuzzolo dei capelli impomatati, le -guance cariche di carminio, le dava un soldo. La giovane femmina stava -per lo più accantonata a un portoncino, le mani nelle taschette del -grembiule, lo sguardo vagante, la fisonomia stupida, canticchiando dalla -mattina alla sera una canzoncina lenta: - - Spina de pesce, - - Sta vita desperata quanno fenesce? - -Ogni giorno, molte volte, la bimba le passava daccanto. Ma solo il -sabato l'altra le dava un soldo: questo per cinque o sei mesi. Poi la -donna scomparve. L'avevano buttata o s'era buttata nel pozzo. - -In quella giornata di domenica, la bimba si sentiva morire. Ogni tanto -le mancavano le forze e si sedeva per terra. Le botteghe erano chiuse, i -viandanti frettolosi non le davano retta, dirigendosi tutti alle strade -superiori, scomparendo _lassù_: ella li seguiva macchinalmente, con lo -sguardo. Entrò nella chiesa di Portanova. La chiesa era vuota, le parve -immensa e paurosa; ebbe una sensazione di freddo, co' suoi piedini nudi -sul marmo; il sagrestano l'acchiappò e la mise fuori. Ella riprese la -sua corsa nelle strade spopolate: si vide sola, disperata. Tutti erano -andati _lassù_. - -Allora, dimenticando la sua paura, spinta dalla fame, dall'istinto, -superò la frontiera, e oltrepassato il larghetto di Rua Catalana, salì -gli scalini di san Giuseppe. Fu stupefatta: vedeva quello che non aveva -mai visto, la strada larga, i magazzini puliti, i palazzi bianchi, i -giardini, il cielo. Dimenticava la sua fame davanti a così mirabile -spettacolo: non vi pensò più dinnanzi a un negozio di giocattoli. -_Lassù_ tutto era bello: ed ella seguì la folla che si avviava per -Fontana Medina, fermandosi ogni momento, eccitata, curiosa, scordandosi -di chiedere l'elemosina. Solo le carrozze la spaventavano col continuo -loro incrociarsi; ma seguiva il marciapiede. A piazza Municipio, vinta -di nuovo dalla stanchezza, sedette sopra un banco, presso il giardino; -ma dopo un poco saltò giù e corse anche lei verso san Carlo: là si -perdette, piccina come era, nella folla che la trascinò verso san -Ferdinando. Non vedeva niente, annullata fra la gente; aveva caldo, -stava bene. Ogni tanto vedeva passare nell'aria un mazzetto di fiori, -poi un altro, poi una pioggia di fiori: ogni tanto la folla si gettava -da parte, per lasciar passare un equipaggio, dentro una signora -bellissima, seduta in mezzo alle stoffe e ai fiori: visioni rapide, -fuggevoli, fulgide, che quasi sgomentavano la bambina. Passò il tempo, -così. Imbruniva: i fiori cadevano più lenti, il clamore era più basso, -la folla si diradava. Accanto alla bimba passò una leggiadra apparizione -di donna, dall'abito nero, succinto e ricco, dal volto bianco e -sorridente, dagli enormi brillanti alle orecchie delicate: portava in -mano un cestino di fiori, a mazzetti e disciolti. Era una fioraia -meravigliosa, che accumulava denari nel fondo del cestino. - --- Signora, signora -- mormorò una voce infantile -- dammi un fiore. - -E la fioraia, con un moto gentile e svelto, lasciò cadere nelle mani -della bimba un manipoletto di garofani. La bimba sorrise, ficcò un -garofano in un bucherello della sua camicia e volle anch'essa vendere i -fiori, poiché ne aveva tanti. Ma da lei la gente non ne comprava. Uno -studente le disse: quando sarai più grande, potrai vender fiori. Un -grasso signore si pose a declamare contro l'accattonaggio e contro -l'inerzia della questura. La bimba non comprese il senso, ma inteso che -la maltrattavano. Neppure _lassù_ erano buoni con lei. Ella era lacera, -scalza, brutta: i suoi grandi occhi spalancati mettevano paura, la sua -testolina arruffata e selvaggia faceva paura. Ora la fame riappariva -feroce, mettendole un fuoco nel petto, straziandola. Si trovava presso -la _Boulangerie française_, donde usciva un odore di pane e di -pasticcini che la faceva svenire. Offriva i suoi fiori macchinalmente, -senza poter più parlare, con un singhiozzo lento che le sollevava il -petto. Un soldato passò e comprò un garofano: dette un soldo. La bimba -entrò nella panetteria e comprò un panino da un soldo. Le bastava. -Voleva andar via. Ricominciava ad aver paura. Quelle carrozze la -stordivano, lei che voleva passare dall'altra parte. Prese la rincorsa, -abbassando il capo... Nella carrozza una signora gittò un grido e -svenne. - -Ma sulla via, presso il marciapiede, agonizzava una innocente creatura, -con la gambina sfracellata. Agonizzava, giacente fra i garofani che le -si erano sparsi d'attorno, stringendone uno sul petto, tenendo il panino -nell'altra mano, con la faccia bianca e seria, la bocca socchiusa, coi -grandi occhi meravigliati e dolorosi che guardavano il cielo. - - - - - - GIUOCHI - - - -Era una grande casa di provincia, con un portone sempre chiuso, quello -nobile, pei signori, che vi davano un forte picchio col battente -- e un -portone sempre spalancato, quello dove passavano i carri di grano, di -vino, di carbone, di pasta. Sopra, gli stanzoni vasti, alti di soffitto, -con le travi foderate di carta fiorata, coi muri dipinti di giallo -chiaro o di lilla pallido. Alle finestre grandi e profonde, invece delle -portiere di merletto, quelle strette tendine di mussola bianca, -attaccate ai vetri. Mobili antichi e anneriti: scrivanie larghe, coperte -di incerata nera, dai cassetti profondi; divani lunghi, angolosi, -foderati di lana verde e come imbottiti di spini; armadii larghi quanto -una parete, che si serravano con un piccolo catenaccio. Nelle cornici -nere e tarlate certi quadri sanguinolenti: la battaglia di Solferino, -Mazeppa, Marco Botzari -- e certe incisioni sbiadite che rappresentavano -il Tempio di Serapide a Pozzuoli, la Via dei Sepolcri a Pompei. Per -ornamento, sui cassettoni, sotto le campane di cristallo, certi santi -vecchi, vestiti da frati cappuccini. Il salone aveva le imposte -sbarrate, immerso nella oscurità, proibito ai bambini; del resto, chiuso -a chiave, aperto solo quando veniva una visita ufficiale. - -Dalle otto del mattino alle due del pomeriggio, la casa era tranquilla e -silenziosa, perchè i bimbi erano a scuola. A tavola il pispiglio era -dominato da un appetito formidabile, appetito di bambini sani, grassi, -forti: dopo, a dormire sino alle quattro, siesta obbligatoria di -provincia. Dalle quattro alle cinque studiavamo quelle poche lezioni per -il domani: alle cinque.... - -Alle cinque era la rottura delle file, la libertà, lo scoppio, la -rivoluzione, i diavoli scatenati per la casa. Erano inutili le -ammonizioni, le minacce, gli schiaffi: l'uno piangeva e gli altri -ridevano, dopo un momento rideva anche lo schiaffeggiato. Le mamme, le -nonne, le zie si disperavano, si chiudevano in cucina, si rifugiavano -nella cappella. Agli otto bambini di casa -- da sei a dodici -- se ne -univano altri sette od otto, piccoli parenti e piccoli amici, che -arrivavano condotti dalle serve. Diventavamo un piccolo popolo di -creature bionde o brune, insolenti di salute, dalle gambe grassotte, e -nude, dalle guance dure e colorite, dai polmoni fortissimi. Piccolo -popolo turbolento, sfrenato, che si allargava attraverso la casa e ne -prendeva possesso in tutti gli angoli, in tutti i recessi. Avevamo -allora per noi i cameroni vuoti dove si stendeva il bucato nei giorni di -pioggia; le larghe terrazze sotto il sole, a cui arrivavamo, -arrampicandoci per le ripide scalette di legno; la grande loggia del -primo piano, piena di maggiorana e di basilico; avevamo la dispensa del -cortile dove si conservavano i salami e i formaggi; avevamo i granai, -festa della nostra infanzia, dove rotolavamo giù dalle montagne di -grano, dove affondavamo nelle montagne di granone, dove mangiavamo l'uva -secca e le mele acerbe. Era una corsa attraverso le stanze, un -precipizio per le scale e le scalette, un galoppo di puledri -sull'asfalto, una tromba rumoreggiante, squillante, ridente, attraverso -la malinconia della casa. - -Il preferito fra i giuochi, come dappertutto, eri a _capinnascondere_. -Con molta gravità ci mettevamo in cerchio nella stanza da pranzo e -tiravamo a sorte, quello che doveva _star sotto_. Se capitava a una -bambina, faceva il muso e se ne andava borbottando a mettersi in un -angolo, col viso rivolto al muro, con gli occhi chiusi per non vedere; -se era un maschio, faceva il disinvolto e il sicuro di sè. Dopo esserci -assicurati che quello _sotto_ non poteva vederci, partivamo in punta di -piedi, in gruppi di due, di tre, per nasconderci: ed era una ricerca -muta e nervosa, inquieta e taciturna, di un nascondiglio impossibile. -Bisognava trovare presto e bene: avere astuzia e audacia; avere fantasia -e attività. Vi era il giuocatore egoista, che trovato un nascondiglio -per sè, ne cacciava gli altri, col pretesto che facevano rumore e che lo -_scoprivano_; vi era il giuocatore immaginoso, che si ficcava negli -armadi, fra le materasse, senza respirare, sorridendo in quella -soffocazione; vi era il giuocatore incerto, che girava tutta la casa, -senza trovare un cantuccio soddisfacente; vi era quello audace che si -metteva semplicemente dietro una porta, dietro una poltrona, a due passi -da quello _celato_, con la magnifica certezza di non essere _scoperto_, -per le troppe probabilità di essere preso; e vi era finalmente quello -sciocco, che si ficcava stupidamente sotto un letto. Quando tutti erano -nascosti, si sentiva un griduccio lontano, stridulo, prolungato: - --- Vieni.....i! - -Allora quello _sotto_ si moveva con precauzione, non allontanandosi -molto dal suo _posto_, guardando a dritta, a sinistra, camminando a -piccoli passi. Palpitavano i piccoli cuori nei nascondigli; dove erano -nascosti due l'uno diceva all'altro: - --- Non ci trova, no; è troppo scemo. - -Finalmente quello _sotto_ si risolveva a lasciare il _posto_ e la stanza -da pranzo: allora si schiudevano le porte, gli armadi, si scostavano le -sedie, le scrivanie, e i _nascosti_ fuggivano, al _posto_, strillando la -loro vittoria. Mentre quello _sotto_ ne perseguitava uno, invano, gli -altri sbucavano da tutte le parti, gridando, felici di non essere stati -presi, correndo al _posto_. Allora quello _sotto_ se ne andava -tranquillamente a guardare sotto i letti e trovava il bimbo sciocco, -accovacciato, che non aveva osato fuggire e che si faceva prendere come -un sorcio in trappola, chinando il capo e allungando il muso; noi gli -dicevamo, ridendo: - --- Stupido, perchè ti sei messo sotto il letto? E non potevi scappare, -quando _lui_ è passato? - --- Sapevo questo, io, che _lui_ mi trovava -- borbottava lo scemo, -andandosi a metter _sotto_. - -Ma le partite più interessanti erano quando colui che stava _sotto_ era -molto furbo -- Michele, per esempio, che poi è diventato medico. Allora -noi ci riscaldavamo, facevamo un complotto nell'anticamera, per trovare -un nascondiglio assurdo. Michele, dalla sala da pranzo, diceva con voce -canzonatoria: - --- Posso venire? - -E noi, in coro, impazientiti: - --- Non ancora, non ancora! - -Infine decidevamo di ficcarci due o tre nel gallinaio, spaventando le -galline; un altro paio dentro l'_arca_, dove s'impastava il pane, -tenendone un po' sollevato il coperchio per respirare; e qualcun altro -saliva sopra gli armadii, a rischio di rompersi il collo: la più -piccola, Adelina, si andava maliziosamente a ficcare dietro Mariagrazia, -la serva che filava e non si moveva più per non _scoprire_ Adelina. -Allora quel furbo di Michele stava un poco a pensare, poi direttamente, -come se qualcuno glielo avesse detto, andava al gallinaio e ne prendeva -due pel collo, apriva l'_arca_ e ne prendeva un altro paio, diceva a -quelli sull'armadio di scendere: e noi restavamo mortificati, -chiedendogli: - --- Come ci hai trovati? chi te lo ha detto? Quella birbona di Concetta, -la cameriera? - --- Ho capito -- diceva lui, modestamente glorioso. - --- Ma me, non m'hai chiappato -- gridava Adelina, spuntando di dietro a -Mariagrazia. - --- T'avevo vista, ma non t'ho voluta prendere -- diceva lui, sdegnoso e -trionfante. - -Sino a che un giorno, a questo malizioso e dispettoso Michele, pensammo -di giocargli un tiro. In un granaio pieno di quadri vecchi e di mensole -del primo Impero, vi era un canestrone rotondo, alto tre metri, come due -botti di vimini, una sovrapposta all'altra. Ci si metteva la biancheria -sporca. Per entrarvi dentro lo facemmo traboccare per terra, e vi -entrammo, in sei, come nella bocca di un forno: poi premendo sul fondo, -lo facemmo rialzare e restammo immobili, in fondo a questo pozzo -rotondo. Ridevamo fra noi, perchè certo Michele non ci avrebbe mai -trovati. Stavamo allo stretto, uno addosso all'altro, ma felici di aver -burlato Michele. Appena Adelina si lamentava che le doleva un piede, -qualcuno le mormorava: - --- Zitto, bestia! ci farai scoprire. - -Passava il tempo. Michele non veniva. - --- Non ci trova, non ci trova -- dicevamo sottovoce, ridendo. - -Poi, cominciammo a seccarci. Poichè Michele non ci trovava, era meglio -uscire di là e andargli a dire che era uno scemo, uno scemone, che -gliel'avevamo fatta. Ma che! Noi premevamo sul fondo e il canestrone -rimaneva ritto, con le sue pareti alte come quelle di una torre: non -sapevamo rovesciarlo più, per uscirne. Le pareti contro cui battevamo -per farlo voltare, scricchiolavano, ma noi pesavamo troppo sulla base. -Prima ci guardammo tutti spaventati: poi Adelina pianse e strillò: poi -piangemmo e strillammo tutti. Dopo un quarto d'ora di questa desolazione -in fondo al canestro, vennero a liberarci Mariagrazia e Concetta, le -serve, che rovesciarono il canestro e ci trassero fuori, esse ridendo, -noi piangendo. Ma il più terribile dell'avventura fu questo: che -quell'infame di Michele era venuto piano piano nel granaio, aveva capito -che noi eravamo nel canestro e se n'era andato placidamente, prevedendo -la nostra impossibilità di uscirne, a far merenda con un pezzo di pane e -una fetta di prosciutto. Egli pel primo e poi tutti i parenti si -burlavano di noi, anche lo zio cancelliere che era così serio, anche zio -Gabriele che era paralitico. Fu una sconfitta famosa. - -La _mosca cieca_ veniva dopo. Tutto lo studio era di stringere bene il -fazzoletto sugli occhi a quello che stava _sotto_ e poi domandargli: - --- Ci vedi? - --- No. - --- Di': quanto voglio bene a mammà, non ci vedo. - -Ed egli giurava, e cominciava a brancolare, mentre noi scappavamo, -facendo scambietti, capriole, accovacciandoci, sfuggendo come anguille: -fra le risa convulse scoppiava il grido: - --- Ci vede, ci vede! il giuoco non vale! - -Poi, egli ne acchiappava una che si dibatteva, tenendola stretta: - --- Chi è? Chi è? - --- È Clelia. - --- Bravo, Peppino, bravo! è Clelia! - -Clelia andava _sotto_. Ma alla semplice _mosca cieca_ noi ne preferivamo -una più complicata, quella con la spazzola. I bimbi e le bimbe si -prendevano per la mano e facevano un circolo attorno a Clelia, ritta in -mezzo, bendata, con la spazzola in mano. Dopo aver fatto due o tre giri -in modo da confondere le idee di Clelia, ci fermavamo, tenendoci sempre -per mano. Allora ella si accostava a una e cominciava a passarle -delicatamente la spazzola sul viso, sul collo, sui vestiti. La -spazzolata si inchinava avanti, si piegava indietro, si inginocchiava -per non farsi riconoscere e fremeva di non poter ridere, per non fare -sentire la sua voce, e si contorceva tutta, mentre gli altri erano -convulsi di risate taciturne. Dopo avere molto spazzolato, Clelia -pensava un poco e diceva: - --- Ha il nastro nei capelli: è Cristina. E tutti scoppiando: - --- Ma che Cristina, che Cristina! Giro, giro, giro! - -La ronda ricominciava, si arrestava di nuovo, Clelia faceva passeggiare -la sua spazzola sopra un altro viso, lungamente, producendogli il -solletico. Si moriva dal ridere, allogandosi per non farsi udire. -Finalmente Clelia, trionfante, esclamava: - --- Ha il grembiule di mussola: è Matilde. Ma stanchi di questi giuochi, -ne inventavamo una quantità, parodiando i _grandi_. Giocando alle -_visite_ si udivano questi dialoghi: - --- Come sta il vostro bambino? - --- Benissimo, ma ha sette anni e vuole succhiare ancora. E vostro -marito, Carluccio, come sta? - --- È troppo impertinente: lo metterò in collegio. - -Si giocava all'_ammalato_. Adelina si stendeva sopra due sedie, -Manuelita faceva la mamma disperata, Cesarino, con un paio d'occhiali -fatti di buccia d'arancio e con voce burbera, diceva: - --- Questa bambina sta male, ha mangiato troppe ciliege e troppa crema. -Le darete due once di olio di ricino... - --- Io non lo voglio! -- strillava Adelina. - --- E allora tu muori. Poi un poco di brodo, poi un pollo arrosto, poi un -merluzzo allesso, poi un biscottino.... - --- Ne voglio cinque! -- strillava Adelina. - --- Figlia mia, figlia mia, mi fai disperare -- diceva Manuelita. - -Si giocava alla _chiesa_, facendo l'altare con un tovagliolo sopra una -panca, il ciborio con un organino ritto sulle pieghe. Ferdinando si -metteva un berretto di carta e una pianeta tagliata da un giornale: poi -usciva, con Carluccio dietro, per dire la messa. Noi eravamo le divote, -inginocchiate, leggendo in certi libretti nostri, battendoci il petto. -Spesso due divote chiacchieravano fra loro: - --- Io ho piacere della messa di don Ferdinando, perchè è breve. - --- E si capisce tutto. Sta dicendo il rosario? - --- No, mi racomando alla Madonna Addolorata. - --- Pregate per me! - --- Indegnamente. - -Dopo, seduto dentro un quadrato formato da quattro sedie, Ferdinando -faceva il confessore nel confessionale: la penitente veniva tutta -compunta: - --- Padre, ho detto molte bugie. - --- Hai fatto male, figlia: quante ne avrai dette? ventimila? - --- Più assai. - --- Un milione? - --- Oh padre! Ho anche rubato certi pezzettini di zucchero, dalla -zuccheriera. - --- Ora lo dico a mammà -- esclamava Ferdinando, levandosi in piedi. - -All'imbrunire, quando ci era venuta la stanchezza e la malinconia, ci -riunivamo intorno a Mariagrazia. - --- Mariagrazia, dicci un _conto_! Un _conto_. Mariagrazia, vogliamo il -_conto_! - -E Mariagrazia, prendendosi Adelina e Peppino sulle ginocchia, -lentamente, senza guardarci, con noi che la guardavamo negli occhi, ci -raccontava la fiaba del _Re serpe_ o quella del _Re porco_ o quella -della _Schiava Saracina_ o il _vero fatto accaduto_ di Fra Giovanni. - - - - - - CANITUCCIA - - - -Nella penombra, seduta sulla panca di legno, sotto la cappa nera ed -ampia del focolare, Pasqualina, con le mani sotto il grembiule, recitava -il rosario. Non si udiva che il _pissi pissi_ delle labbra sibilanti le -preghiere. La cucina tutta affumicata, con la larga tavola di legno -verde -- bruno, con la madia oscura, con le sedie a spalliera dipinta, -senza un punto luminoso, s'immergeva nella notte. Il fuoco, semispento, -covava sotto la cenere. - -Un zoccolo di legno urtò contro la portella chiusa. Pasqualina si alzò -ed aprì. Teresa, detta la _capa de pezza_ perchè aveva servito le -monache in un monastero di Sessa, entrò con la secchia dell'acqua sulla -testa: si curvò un poco, perchè era alta, magra ed ossuta. Pasqualina -l'aiutò a deporre la secchia per terra, e Teresa rimase un momento -immobile, ma senza ansare, malgrado il peso enorme che aveva portato sul -capo. Poi disciolse io strofinaccio che le era servito da cercine e lo -stese sopra una sedia, perchè era bagnato fradicio. Ed era bagnato il -fazzoletto di cotone che portava annodato sul capo e bagnati i cernecchi -arruffati dei capelli grigi. - -Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle lucerne di ottone a tre -becchi, col lucignolo di bambagia che bagna nell'olio, tenendo in alto, -sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio, le forbici da smoccolare -e l'attizzatoio. Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo e grosso -pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva aggiunto un pezzetto di cacio -forte e aveva dato a Teresa la cena. - --- E Canituccia? -- chiese. - --- Non l'ho vista. - --- È tardi e quella malandrina non torna. - --- Mo' verrà. - --- Terè, ricòrdati che domani, a tredici ore, devi andare a Carinola a -portare quel sacco di granone. - --- Gnorsì. - -Senza mangiare, Teresa mise il pane e il cacio nella tasca profonda del -grembiule. Rimase ancora un poco, con la bocca semi -- aperta, tutto il -volto inebetito, senza nessuna espressione, neppure quella della -stanchezza. - --- Me ne vado. Felice notte a signorìa. - --- Felice notte. - -E se ne andò lentamente verso la via della Croce, dove in una stanzuccia -l'aspettavano quattro marmocchi con cui dovea pranzare. - -Pasqualina restò sulla soglia e chiamò: - --- Canituccia! - -Nessuno rispose. La sera di una giornata di febbraio era discesa. -Pasqualina si arrovellava a guardare nella oscurità. Chiamò di nuovo a -distesa: - --- Canituccia, Canituccia! - -Allora, borbottando improperi, scese per la viottola che dalla porta di -casa, tagliando in due parti l'orto, conduceva al portone. Lì guardò -verso la via di Carinola, verso la traversa della Madonna della Libera, -verso la unica via che taglia in due parti il piccolo villaggio di -Ventaroli. Canituccia non si distingueva. - --- Sarà morta ammazzata, quella tignosa -- mormorò. - -Un gemitìo sommesso le rispose. Canituccia era seduta sullo scalino del -portone; accovacciata, col capo quasi tra le ginocchia e le mani nei -capelli, lamentandosi. - --- Ah, stai qua? E non rispondi, che tu possa essere impiccata? Dì? -perchè piangi? T'hanno bastonata? E Ciccotto dove sta? - -Canituccia, una bambina di sette anni, non rispose e si lamentò più -forte. - --- Perchè sei venuta così tardi? E Ciccotto? - -Dì la verità, hai perduto Ciccotto? -- e la voce rabbiosa di quella -vecchia zitella contadina divenne tremenda. - -Canituccia si gettò per terra bocconi, con le braccia aperte, -singhiozzando. Aveva perduto Ciccotto. - --- Ah, scellerata, assassina della casa mia, figlia di mala femmina, che -non sei altro! Hai perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto? E -piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra. - -La caricava di pugni, di calci e di schiaffi. Canituccia si dibatteva, -si avvoltolava, strillava, ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu -stancata, le dette uno spintone e disse con voce arrantolata: - --- Senti, malandrina, io ti tengo in casa per carità: se mo' non ti -parti e non vai cercando Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a -casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla via, come una figlia -di cagna che sei. - -E Canituccia, strillando ancora per le busse avute, coi piedi scalzi, -rialzando il suo cencio di panno rosso, si avviò verso la strada della -Libera. Camminava guardando a destra ed a sinistra, nelle siepi, nei -campi coltivati, chiamando Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto, -tornando a casa: non si era accorta che Ciccotto non la seguiva più. Ma -nella notte non distingueva nulla. Camminava macchinalmente: fermandosi -ogni tanto a guardare, senza vedere. I suoi piedi nudi, diventati color -di polmone pel freddo di una intiera invernata, non sentivano più il -terreno che si faceva glaciale, nè le pietre dove inciampava. Non aveva -paura della notte, della campagna solitaria: non voleva che ritrovare -Ciccotto. Udiva solo le parole di Pasqualina, che le dicevano non -avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto. Aveva una fame acerba e -intensa che le torceva lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe -mangiato. Questo solo pensava, questo solo. E chiamava, chiamava, -camminando rapidamente fra le alte siepi, punto minuscolo che si agitava -in quella calma notturna: - --- Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di Canituccia tua, dove stai? -Ciccotto, Ciccotto, Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto a -casa, mamma Pasqualina non mi dà da mangiare. O Ciccotto, o Ciccotto! - -Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano, a Sessa, a Sparanisi. -Nella oscurità la via biancheggiava, e la piccola ombra di quella -bambina desolata prendeva contorcimenti strani sulla terra. La voce le -si affannava. Correva all'impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte -le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette per terra: due volte -riprese la corsa. Finalmente, nel campo di Antonio Jannotta, udì come un -piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo, e Ciccotto venne a lambirle i -piedi col grugno. - -Ciccotto era un porcellino bianco -- roseo, con una macchia grigia sulla -schiena, grassottello e rotondetto. Canituccia gridò dalla gioia, prese -nelle braccia Ciccotto e se ne tornò indietro, con l'ultimo sforzo delle -sue gambe di bambina Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto per -non farlo scappare, e Ciccotto, con le corte gambe pendenti, grugniva -tranquillamente. Canituccia correva di nuovo, pensando che avrebbe -mangiato. Di lontano vide la figura di Pasqualina sul portone e a tiro -di voce le gridò: - --- Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto bello! - -Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegnò trionfalmente il -porcellino. Pasqualina, all'oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e -Ciccotto fu portato nel suo stabbiolo, dove mangiò e si addormì -immediatamente. Canituccia, ansante, aveva seguito tutte quelle -operazioni. Aveva fame anche lei come Ciccotto. Seguì Pasqualina in -cucina, guardandola coi suoi grandi occhi selvaggi che non sapevano -chiedere. Poi sedette sullo scalino del focolare, senza dir nulla. La -contadina si era seduta sulla panca ed aveva ricominciato il suo -rosario. Pregava monotonamente[1] e senza fervore. La bambina, curva per -non sentire lo spasimo dello stomaco, seguiva con gli occhi quella -preghiera. Non pensava neppure più: aveva semplicemente e unicamente -fame. Solo dopo mezz'ora, quando la _Salve Regina_ fu recitata, -Pasqualina si alzò, aprì la madia, tagliò un pezzo di pane, raccolse in -un piattello certi fagiuoli freddi e dette il pranzo a Canituccia. -Costei, seduta sempre sullo scalino del focolare, mangiò avidamente. -Aveva una testa piccola, con una faccia minuta e bianca, tutta macchiata -di lentiggini, con certi capelli ispidi, un po' rossi, un po' -giallastri, un po' castagno sporco: una testa troppo piccola sopra un -corpo molto magro. Portava una camicia di cotone bianco tutta toppe, un -corpetto di teletta marrone e per gonnella un panno rosso, tenuto su -alla cinta da una cordicella. Si vedevano le gambe stecchite: si vedeva -il collo nudo e magro, dove i tendini parevano corde tese. Mangiava con -un cucchiaio di legno nero. Dopo andò a bere alla secchia. - --- Vattene a dormire -- disse Pasqualina, che aveva preso la conocchia e -filava. - -Canituccia aprì la porticina della dispensola, dove si conservavano le -mele, buttò via il panno rosso, si sdraiò sopra un paglioncino gramo, si -tirò un cencio di coperta gialla sui piedi e si addormentò. Pasqualina -filava e pensava con una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta -era la figlia bastarda di Maria la _rossa_: Maria, dai capelli ardenti e -dalle labbra di garofano, aveva peccato prima con Giambattista, il -calzolaio; Giambattista era andato a fare il soldato e Maria era -divenuta l'amante di Gasparre Rossi, un signore. Poi anche Gasparre -aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse che Candida, detta per -diminutivo Canituccia, fosse figlia di lui. È certo che quella Maria, -dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato Canituccia e se n'era -andata, chi diceva a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta. -Gasparre non si era voluto curare della bambina abbandonata, la quale -venne su in casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa, fratello e -sorella. Ma il volto bianco macchiato di lentiggini ricordava sempre la -sua mamma, la _rossa_, e Pasqualina, zitella, casta, magra, dalle mani -nodose e rosse, dai denti gialli, dagli occhi neri di carbone, che non -si era maritata perchè Crescenzo le aveva negato la dote, fremeva di -terrore isterico, pensando alle follie amorose di Maria la _rossa_, e -diffidava della piccola bastarda[2]. - -Così, il giorno seguente, temendo che Canituccia non perdesse di nuovo -Ciccotto, con una funicella legò da un capo il piede di Ciccotto, -dall'altro legò la vita di Canituccia, perchè non avessero a separarsi. -Il porcellino sgambettava dietro la bambina per andare al pascolo. -Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando le prime erbe. Molte -volte Canituccia attirava Ciccotto verso un posto dove aveva visto -l'erba che poteva piacergli: qualche volta Ciccotto trascinava -Canituccia verso un campo verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un -pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio di primavera, sino -all'imbrunire. Non si lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava a -dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato una minestra di cicoria -fredda, o pochi ceci, o un po' di cotenna col pane, andava anch'essa a -dormire. Certo Pasqualina non era più avara e più feroce di altre -contadine, ma ella stessa non era agiata e non mangiava un pezzetto di -carne che la domenica. Batteva qualche volta Canituccia, ma non più che -le altre contadine battessero le proprie creature. - -Più tardi, nell'estate, Canituccia e Ciccotto stavano più lungamente -insieme. Se ne andavano all'alba a cercare granone, fichi e mele -primaticce cadute dagli alberi, poichè Ciccotto era diventato forte, -grande e grosso, mentre Canituccia rimaneva magra e debole. Talvolta -Ciccotto correva troppo per la bambina e questa si sentiva trascinare, -spossata sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e screpolata. - --- Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio -- diceva, sfinita. - -Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina si stendeva per terra, -lungo i solchi del grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo sotto -le palpebre la vampa bruciante del sole. Si rialzava stordita, con le -guance rosse e la lingua gonfia. Ora non ci era più bisogno della -funicella, perchè Ciccotto si era fatto ubbidiente: solo che Canituccia -si era provveduta di un lungo ramoscello per regolare il cammino di -Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei carri che passavano per -la via maestra. Ritornavano alle ventiquattro. Ciccotto lentamente, -Canituccia un po' più innanzi spinta dalla insaziabile fame che le -mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe -nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola -l'aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva detto a -Pasqualina Zampa, che aveva anch'essa battuta Canituccia. La bambina se -n'era andata pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli: - --- Pasqualina m'ha battuto perchè sono una ladra. - -Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era messo a pascolare. Pure, ogni -tanto, quando nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una idea, lei ne -parlava a Ciccotto. Quando se ne tornavano a casa, gli teneva questo -discorso: - --- Mo', andiamo alla casa e Ciccotto se ne va alla stalla e mamma -Pasqualina gli dà la cena e poi mamma Pasqualina dà la minestra a -Canituccia, che se la mangia tutta tutta. - -E la mattina: - --- Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre vicino a Canituccia, -Canituccia lo porta alla Montagna Spaccata, all'_arbusto_ di don -Ottaviano il parroco e gli fa mangiare tante tante mele, mentre -Canituccia si mangia il pane. - -Quando venne l'autunno, Ciccotto si era fatto molto grasso e un po' -pesante. Una volta, con un colpo di testa, buttò a terra la bambina che -si rialzò, si allontanò e gli scagliò una sassata. Ma fu l'unica loro -lite. Canituccia mangiava sempre meno e Pasqualina era sempre più aspra -con la figlia della _rossa_, poichè la raccolta era stata cattiva e la -casta zitella aveva un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo -avesse preso una relazione amorosa con Rosella di Nocelleto: erano -spariti dalla dispensa due caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo -aveva comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un anello d'oro. -Nella casa, Pasqualina diventava sempre più rabbiosa e avara. Se la -prendeva con Teresa la serva, con Giacomo l'ortolano, con Canituccia, -con tutti. L'ultima domenica, don Ottaviano non aveva voluto darle la -comunione per i tanti peccati di pensiero. - -Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a -casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma -rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze -d'acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto: - -Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, corriamo, perchè piove e ho -tutto il corpetto bagnato, Corriamo, perchè a casa ci sta il fuoco e ci -scalderemo. - -Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora -inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli -che Maria la _rossa_ era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco, -dopo la messa, aveva portato l'esempio nella predica, facendo arrossire -Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano -qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era -morta, ma lei non capì nulla e stette ad ascoltare come una stupida. - -In quel mese, però, Ciccotto era diventato così grasso e grosso, che non -si poteva più menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente. -Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva più forza. La prima volta -che lo lasciò per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco -gli raccolse una quantità di ghiande e gliele portò in uno strofinaccio. -Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a -Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un'occhiata -a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a -salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo così grosso, tanto più di -lei, che era sottile come un manico di scopa. - -Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovò don Ottaviano il -parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi -tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non -comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il -macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi -era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una -grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt'i grandi piatti, tutte le -catinelle, tutt'i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola -coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne -succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e veniva con un'aria -d'importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese -sottovoce a Teresa: - --- Che facciamo stanotte? - --- È venuto Natale, Canitù. Ammazziamo Ciccotto. - -Allora, traballando un poco, Canituccia andò ad accovacciarsi in un -angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume -che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo -tenevano. Udì i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire, -vide il coltello di Sabatino che lo ferì nella gola. Vide che gli -tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano -sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il -corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udì le esclamazioni di gioia -al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all'oscuro, nel -cortile, nell'angolo. Passò il tempo, in quella notte di dicembre -gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, coi piccoli imbuti, -ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo -badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava -nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto -e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere -del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi -dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperità, -infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia, -guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non -mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane -nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia: - --- Mangia questo. - -Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo. - - - - - - PROFILI - - - -Ella porta quel poetico e soave nome che Leopardi ha amato: Nerina. E in -tutta la persona di questa fanciulletta alta e sottile è diffuso un mite -riflesso di poesia. La mollezza dei capelli castagni, abbandonata in -lunghe anella sulle spalle, lascia libera una fronte larga, bianca e -spirituale: fronte pensierosa, come i grandi occhi bruni, egiziani; -occhi limpidi e profondi, pieni di calma, a cui un principio di miopia -dà, talvolta, una incertezza come di sogno, o una finezza elegante di -sguardo. Il profilo è corretto, delicato, già femminile: mentre la -boccuccia rimane ancora infantile, labbrucce fresche e rosate, tutte -ingenue, senza sapienza di sorriso, che si gonfiano ancora per una -stizza, per fare il broncio, per piangere. La voce fiorisce lenta ed -espressiva con qualche intonazione bassa di malinconia: una voce che -pensa, parlando. Più volentieri ella ascolta, con la testolina -reclinata, gli occhi intenti e ombreggiati dalle ricche ciglia castane, -la bocca schiusa. Si lascia andare, stancamente affettuosa, con la testa -appoggiata sul petto della madre o del padre, le mani pendenti lungo lo -strano abito tonaca dell'adolescenza che ha qualche cosa di misticamente -bizantino, nelle sue linee diritte. Ella ama tutte le cose di pensiero e -d'immaginazione: le lunghe letture in un cantuccio di salotto -l'attraggono irresistibilmente, una conversazione letteraria -l'assorbisce, la contemplazione di un quadro se la prende tutta. Una -sera la fantasmagoria del ballo _Excelsior_ la inebriò; un giorno, a -Venezia, sulla piazzetta di S. Marco, ella si mise a supplicare suo -padre, con le lagrime agli occhi, perchè non la portasse mai più via da -quel paese così bello. Ella ha una intelligenza squisita e gentile, che -impara presto le cose dove l'intuizione vale più del ragionamento e dove -il gusto predomina sulla dimostrazione: e spesso questa gentilezza è -attraversata da una corrente d'ingenuità, quell'impensato meraviglioso -dell'infanzia. Infine ella è una creatura semplice, un po' timida, -raccolta in sè, serena, tutta spirituale. - - * - * * - -La malìa di quel piccolo Ruggero sta negli occhi. Sono occhi di un nero -carico, intenso, vellutato, dall'iride larga e carezzevole, dalla cornea -azzurrina, dalle ciglia lunghe e quasi femminili; bizzarri occhi che -scintillano di malizia; fieri occhi pensierosi, il cui sguardo che si -solleva lento lento, pare che arrivi da lunghe contemplazioni -misteriose; languidi occhi seduttori che si socchiudono, come in una -stanchezza. Questo piccoletto ha la pelle bruna, di un bruno caldo e -fiorente, i capelli piantati rudemente sulla fronte, le sopracciglia -nere e sottili, la bocca rossa e viva come un garofano: bruno il collo -libero nel colletto alla marinara, brune le gambe nude e nervose. Ma il -viso delicatamente ovale è divorato da quegli occhioni singolari che vi -turbano, tanto sono dotati di fascino. E dietro la singolarità di questi -occhi, che a volte sembrano quelli di una andalusa vivace, a volte -quelli di un arabo ravvolto nel _burnous_, vi è un bizzarro temperamento -di fanciullo. Egli non vuole essere baciato: non bacia mai. Se gli -parlate come a un bambino, egli vi guarda serio serio, volta le spalle e -se ne va. Di giocattoli non ne vuole. Bisogna fargli un bel -ragionamento, logico, tranquillo, parlandogli come a un grande: allora -vi risponde, quetamente, certe cose profonde che egli pensa. Non provate -a raccontargli delle storie, delle fiabe: è lui che ve ne racconta, che -le inventa, forse. Si pianta ritto innanzi a voi, concentrato, -guardandosi la punta delle scarpe, coll'indice appuntato all'angolo -delle labbra, e vi dice sottovoce, come se parlasse a se stesso, la -fiaba, la leggenda. Ogni tanto si degna benignamente di spiegarvi -qualche particolare--perchè l'orco, _alle volte_, è buono--perchè quella -era _proprio_ una buona ragazza--e continua, allargando i confini del -racconto, inventando, fantasticando, come se creasse. Se lo -interrompete, si turba, vi dà un'occhiata fra il diffidente e il severo: -ricomincia, senza badare a quello che gli avete chiesto. Quello che -abbonda in lui è una immaginazione quasi orientale, piena di sogni: è -una virilità di volontà inflessibile. Egli vi dice: imparerò a nuotare -l'anno venturo, quando sarò _proprio_ un uomo. È il più piccolo fra i -due fratellini: ma il più grande, Paolo, è un bambinone biondo e -grassoccio, bianco, roseo e liscio come una mela, dagli occhi azzurri e -timidi, che parla poco, sorride spesso e se ne sta, placido, placido, -lasciandosi proteggere da Ruggero che è il più piccolo. Ruggero dà la -mano a Paolo per condurlo a scuola, lo scansa dalle carrozze, lo difende -contro il maestro che vuol metterlo in castigo e se lo abbraccia stretto -stretto, dicendogli di non piangere. - - * - * * - -Sono due cuginette, non si rassomigliano, ma sembrano una persona sola. -Laura ha i capelli di un biondo dorato, in due trecce giù per le spalle: -Beatrice li ha d'un biondo cenere, molto dolci alla vista, molto fini al -tatto, riuniti in un nodo sulla nuca. Laura ha gli occhi di un azzurrino -vivo, un po' severi, un po' socchiusi: Beatrice li ha d'un azzurro -latteo, soave, molto aperti e molto sorpresi. Laura ha il viso ovale, -una bocca di donna, dalle sinuosità di sfinge che tace e non sorride: -Beatrice ha le guancie rotonde e come la bocca ride o sorride sempre, -tutta gaiezza, le si formano due fossette. Laura ha un piede piccolo, -una gamba elegante, la scarpetta con la fibbia e la calza di seta. -Beatrice ha il piede lungo e arcuato nello stivalino alto da bambina. -Non si rassomigliano: ma l'una non può andare senza l'altra, e chi vede -Beatrice desidera di vedere Laura. Vestono di rosa -- pallido, di -azzurro smorto, sempre eguali: Laura ha un cerchiolino d'argento al -braccio, Beatrice un anelluccio, un rubino al dito. Laura è più seria, -più malinconica, risponde brevemente, con prontezza, con acutezza di -donna: Beatrice è più allegra, più fanciullona, più improvvisamente -infantile nelle domande. Laura ama la musica e l'ascolta quetamente: -Beatrice si entusiasma della poesia. Laura ha più gusto: Beatrice ha più -calore. Quando stanno insieme, si tengono per mano, o vanno a braccetto, -le spalle che si sfiorano, le testoline bionde che si avvicinano. E -hanno fra loro motti speciali, intonazioni di voce, sorrisi arguti, -sguardi fuggevoli, parolette sussurrate, per cui s'intendono a volo. -S'intendono e si completano: e sembrano una fanciulla sola, bella, -buona, intelligente, una sola anima poetica che abbia preso due forme: -Laura -- Beatrice. - - - - - ALLA SCUOLA - - - -Aspettavamo i giorni di tirocinio con una ansietà segreta. I giorni di -lezione erano monotoni, spesso tristi. Noi studiavamo senza voglia, -malamente, con programmi incerti, con professori troppo severi o -assolutamente inetti. Eravamo già maestre e l'essere trattate da -scolarette ci umiliava, ci stizziva. A casa, qualcuna di noi aveva la -povertà, quasi tutte una miseria decente--e chi un fratello ebete, chi -un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice, qualche piaga -celata con cura, qualche vergogna nascosta con una nobile pietà, qualche -infelicità, qualche ingiustizia del destino, a cui la rassegnazione era -completa. Non erano allegri i nostri diciotto anni, e le aride lezioni -di aritmetica, di pedagogia, di geografia, finivano col ravvolgerci in -un ambiente di malinconia. - -Ma il tirocinio ci salvava dalla tetraggine, rompendo la monotonia, -dandoci un giorno di pausa. Eravamo trenta e ne scendevano tre al giorno -al pianterreno, nelle scuole elementari: così il turno capitava ogni -dieci giorni. In questo benedetto decimo giorno, le tirocinanti -indossavano l'abito nuovo se lo avevano, e se non lo avevano, mettevano -un colletto pulito, un fiocco di nastro per cravatta: si pettinavano -meglio, qualcuna si faceva i ricciolini. Entravano in classe alle otto, -dicevano la preghiera, segnavano la _presenza_ sul registro, e stavano -lì, distratte, con gli occhi trasognati, aspettando le nove per andar -giù, mentre le amiche mormoravano: - --- Beate voi che andate al tirocinio! - -Risalivano alle due, molto riscaldate in volto, coi capelli un po' -arruffati, con gli occhi lucenti, stanche, ma felici, felici di quelle -ore passate fra le bimbe, felici di quel primo contatto, di quelle prime -lezioni date timidamente, contente di quella nuova dignità conquistata. -E narravano alle altre quello che avevano spiegato alle piccine, -l'addizione sul pallottoliere, i dittonghi e la maglia di calza: -dicevano che le piccine erano tanto carine, tanto intelligenti, alcune -tranquille, alcune insolenti, che la maestra titolare lasciava fare -tutto alla tirocinante, che insegnare era un po' duro, ma che infine -diventava un piacere. Poi venivano i caratteri delle piccole descritti -minutamente: Orefice è buona, ma è stupida e si succhia il mignolo: -bisogna tenerla sempre d'occhio -- Abbamonte è bellina, ma è zoppa, -poveretta, non può fare la ginnastica -- Chiarizia è insolente, risponde -male e brontola, ma è figlia di un segretario municipale, non si può -sgridarla molto. -- Tutte quelle che avevano fatto il tirocinio prima di -me, mi avevano detto: - --- Quando andrai giù, Aloe ti farà dannare. - --- Aloe ha un diavolo per capello. - --- Se non ci fosse Aloe, la classe sarebbe tranquilla. - --- Dovrebbero cacciarla, Aloe: è un demonio di malignità. - --- Aloe è terribile. - - * - * * - -Finalmente andai io: traversai il giardinetto della ginnastica e mi -fermai innanzi alla porta vetrata della classe, con una certa -trepidazione. Sullo scalino una bimba era accoccolata, col capo chinato; -ma non piangeva. - --- Che fai qui? -- le chiesi, dandomi un tono d'autorità. - --- Sono arrivata tardi -- rispose a bassa voce, senza guardarmi in -volto -- e la maestra non ha voluto farmi entrare. - --- Perchè non te ne vai a casa? - --- Perchè mamma non ci sta, a casa, adesso. - --- E dove sta mamma? - --- Alla fabbrica del tabacco. - --- Come si chiama mamma? - --- Si chiama mamma -- disse lei, semplicemente, un po' meravigliata. - --- Entra con me in classe; ti farò perdonare dalla maestra il ritardo. - -Appena entrai vi fu un movimento precipitoso: tutte quelle -piccine -- sessanta forse -- si alzarono, strillando su tutti i toni: - --- Buon giorno, maestra! Buon giorno, maestra! - -Credo di essere diventata rossa dall'orgoglio; mi tremava la voce, -dicendo alla maestra titolare: - --- Buon giorno, signorina. Fate sedere le piccole: vi prego, lasciate -che questa qui rientri in classe. - -La maestra fece una smorfietta: - --- Questa qui è Aloe. Vi divertirete bene -- disse. - -E volte le spalle, se ne andò a far colazione. Aloe le cavò la lingua, -tanto per cominciare. Era una bambina di dieci anni, molto brutta, molto -magra, coi pomelli sporgenti, una bocca larga e avvizzita di donna, due -occhi grigi e vivi, maliziosi, una criniera nera di ricciolini ruvidi, -troppo folti, che pareva le lasciassero il volto esangue. Portava un -vestitino di lanetta stinto, le calze di cotone azzurro tutte rattoppate -col filo bianco e aveva le scarpe rotte. - --- Andate al posto -- le dissi -- e state quieta. - -Ella andò lentamente al banco e stette cinque minuti tranquilla. Ma -mentre si diceva l'_Avemaria_, diede un pizzicotto nel braccio a -Cavalieri, che si mise a piangere. Cavalieri era una grassottella, -bianca e pienotta, coi capelli castagni, la boccuccia rotonda e schiusa; -le fossette nelle guance, al mento, nelle manine; una piega nel grasso -del collo, una piega nel grasso dei polsi. Era vestita di flanella -rossa, calda calda, con un grembiule bianco ricamato, con le calzette di -lana rossa: aveva un panierino elegante per la colazione. Passava il -tempo a guardarsi le braccia, a guardarsi le mani, a guardarsi i piedi, -a guardarsi le pieghe del grembiule, sorridente e rotondetta, gonfiando -il bocchino, non capendo nulla, attirando i baci per quell'aspetto di -pallottolina bianca, rossa e pulituccia. - --- Aloe, perchè avete dato il pizzicotto a Cavalieri? - --- Signora maestra, perchè è troppo grassa -- mi rispose, levandomi in -volto i suoi occhi di donnina malata e cattiva. - --- Cercatele scusa, subito. - --- No -- rispose, duramente, battendo un piede sul tavolato. - --- Andiamo, Aloe, siate buona: le avete fatto male a Cavalieri, -Cavalieri piange, chiedetele scusa. - -Allora, senza guardare nè me, nè la piccola vicina, mormorò a bassa -voce: - --- Chiedo scusa. - -Cavalieri, rabbonita, lo buttò al collo le braccia grassocce e la baciò -sulla guancia. E Aloe si diede a piangere, tremando tutta, -singhiozzando, inconsolabile. - - * - * * - -Per quanto cercassi d'essere imperiosa, non ci riescivo. Quelle creature -non ci credevano alla mia durezza, alle mie occhiate burbere, alla voce -secca e breve, alle minacce di castighi. Mi sogguardavano, sorridendo; -oppure mi chiedevano perdono con certi sguardi supplici -- io mi voltava -verso la lavagna, per non perdere la gravità. Non era possibile di farle -stare tranquille: ogni momento nasceva un nuovo incidente. In quanto a -Parascandolo, una bimba sottile, con certi occhi lionati e un nasino -dalle nari dilatate, ella mangiava sempre. Prima aveva mangiato il pane -della sua colazione, poi aveva cavato di sotto al banco una arancia e -l'aveva mangiata; poi si era messa a rosicchiare certe nocciuole che -aveva in tasca. - --- Parascandolo, voi mangiate ancora? - --- Maestra, è un confetto che aveva nel panierino. - -Più tardi: - --- Parascandolo, finitela di mangiare. - --- Maestra, è una noce, me l'ha data Amarante. - -E dopo: - --- Parascandolo, dite la lezione. - -Ella inghiottiva di traverso, diventava rossa, le venivano le lagrime -agli occhi, non si raccapezzava, si tastava le tasche del grembiule, a -sentire se vi erano certe sementi infornate che aveva comperate. Invece -Edwige Santelia sapeva tutte le lezioni, addizionava a tre cifre, faceva -le aste bene inclinate, teneva la penna leggermente, senza sporcarsi le -dita d'inchiostro. Stava zitta zitta, senza voltarsi alle piccole -compagne, guardandomi fissamente in volto con certi occhi timidi, come -se volesse interpretare la mia volontà. Feci una quantità di tentativi -per confonderla, per coglierla in fallo, leggermente irritata di quella -bonomia monotona. Mi rispondeva sempre bene, con una lentezza e una -umiltà, senza turbarsi mai. Così fu che mi vinse: e in un momento in cui -Aloe aveva cavata fuori la spugna del calamaio, impiastricciandosi -orribilmente d'inchiostro, le gridai: - --- Aloe, ma non potete star ferma un minuto? Vedete Santelia! - --- Ah! quella è Santelia -- mi rispose, con un accento profondo. - -Lei Aloe non sapeva nulla, non aveva il sillabario, non aveva la penna, -non aveva l'abbaco, non aveva il quaderno per le aste. Stava ritta -innanzi al cartellone delle sillabe, guardandolo con le mani penzoloni, -senza aprire bocca. Una viva espressione di sofferenza le si traduceva -sulla faccia smorta. - --- Leggete dunque. - --- Non so -- mormorava -- non so. - --- Andate a sedere all'ultimo banco e fatevi prestare il sillabario da -Tecchia: essa leggerà in quello di Buongarzone. - -Perchè Tecchia e Buongarzone, una brunettina pallida e una biondina -dagli occhi azzurri, stavano sempre accanto, leggevano nello stesso -libro, intingevano la penna nello stesso calamaio, avevano una sola -cartella. Capitavano alla scuola, tenendosi per mano, serie serie. -Quando Tecchia non sapeva la lezione, neppure Buongarzone la sapeva: -quando Buongarzone andava in castigo, Tecchia piangeva sommessamente, -sino a che non si mandasse in castigo anche lei. Alla ricreazione -passeggiavano a braccetto, senza parlarsi. Facevano colazione insieme, -senza far rumore, in un angolo di banco, rosicchiando come due sorcetti. -Quando Tecchia andava al pallottoliere, Buongarzone restava fremente al -banco, cercando di suggerire, di aiutare l'amica: - --- Tecchia -- settantatre e otto? - -E Buongarzone soffiava, chinando gli occhi, per non farsi scorgere: - --- Ottantuno.... ottantuno. - -Si capivano fra loro, senza dirsi nulla. Ogni tanto scoppiavano a -ridere, di accordo, non si sa perchè, pigliandosi per mano. Poi, si -scambiavano le loro riflessioni: - --- L'abbaco è scucito. - --- Ci vuole il filo bianco. - --- Bisogna domandarlo alla bidella. - --- Non ci sta. - -E si guardavano, l'una nell'ammirazione dell'altra, come se le altre -bimbe non esistessero, aspettando l'ora dell'uscita, per andarsene pian -piano, tenendosi per mano, dicendo di queste cose: - --- Oggi ci _stanno_ i maccheroni. - --- Mammella ha fatto la cicoria. - - * - * * - -Ma l'ora lunga e difficile fu quella dei lavori donneschi. Poche -sapevano fare la calza, qualcuna sapeva far l'orlo: e di queste, poche -avevano il filo e i ferri e l'ago e il ditale e qualche cosa da orlare. -Santelia cuciva già una camicia. Cavalieri si bucò un ditino, ne sprizzò -il sangue, lo succhiò e non volle più cucire. Tecchia e Buongarzone -avevano la calza e lavoravano, urtandosi coi gomiti, dure dure, come se -contassero le maglie. Le altre che non cucivano e non facevano la calza, -non potevano star ferme, non potevano tacere. Dovetti andare molto in -collera per ottenere un po' di silenzio. Dopo cinque minuti, una vocina -timida mi chiese: - --- Maestra, fateci un favore. - --- Che favore? - --- Dite prima, che ce lo fate. - --- Se non so che cosa è.... - --- Maestra, ce lo potete fare. - --- Dite dunque. - --- Maestra, vogliamo sapere come vi chiamate. - -Dissi in fretta il mio nome e subito un coro di esclamazioni: - --- Oh che bel nome che avete, maestra! Beata voi che avete questo nome. - -Ma in questa ora, quella scarna di Aloe, dagli occhi febbrili, fece -quante impertinenze possono frullare in una testolina stravagante: -stracciò un quaderno, tolse una scarpa a Parascandolo, si ficcò uno -spillo tra due denti che non si poteva più cavare, sventrò il cuscinetto -di un banco, ruppe un vetro e si ferì una mano. Niente ci poteva: si -rideva delle sgridate, si rideva del castigo, andava in un angolo, -ballava la tarantella e faceva le castagnette con le dita, si buttava -per terra, faceva le capriole. Frenarla non era possibile. In certi -momenti mi veniva da schiaffeggiarla: in certi altri mi salivano le -lagrime agi occhi. Ella era indomabile. - --- Aloe, se non state un po' tranquilla, chiamo la direttrice e me ne -vado su -- le dissi placidamente. - -Ella mi guardò, di sottecchi. - --- Se vi fate dare un bacio, mi sto quieta -- mi disse. - --- Che! siete troppo impertinente. - --- Voglio darvi un bacio -- ripetè, ostinata. - -Infine dovetti farmi baciare. Allora lei si sedette, stette immobile, -con le mani in croce, presa da una tristezza grande. Quando me ne andai, -quelle piccine mi circondarono, strillando: - --- Maestra, tornate presto! Maestra, non lo dite _sopra_ che siamo -cattive! - -Aloe se ne andò senza parlarmi. - - * - * * - -Nelle vacanze, vicino alla bottega di uno stagnino, vidi Santelia -seduta, che cuciva. Mi riconobbe e si alzò, guardandomi con lo stesso -sguardo timido: - --- È papà vostro, lo stagnino? - --- Sì, signora maestra. - --- Voi siete passata all'altra classe? - --- Sì, signora maestra: ho avuto la medaglia. - --- E le altre? - --- Ce ne sono restate venti, signora maestra. - --- Anche Aloe, nevvero? - --- No, signora maestra: Aloe è morta. - --- Quando è morta? - --- Nel mese di agosto. - --- E di che male? - --- Aveva la febbre e aveva pure la tosse e le faceva male il petto. Poi, -è morta. - --- Voi l'avete vista? - --- Sì, signora maestra: ci è andata la direttrice e io ci sono andata -con Cavalieri. Ha detto alla direttrice: _dite a tutte le maestre che -cerco perdono delle impertinenze_. E le scarpe nuove che la mamma le -aveva fatte, che non poteva più mettere, perchè se ne moriva, le ha -mandate a regalare a Casanova, quella poveretta che veniva a scuola con -gli zoccoli. - - - - - NEBULOSE - - - -Sulla via che si allunga, diritta, quasi interminabile, sotto i pioppi, -camminavano lentamente i due amanti che non si amavano. Lasciavano alle -spalle un tramonto di viola: andavano verso un tramonto di un grigio -tenue delicatissimo. Ella si trascinava stanca e svogliata, facendo -strisciare nella polvere la punta del suo ombrellino, trattenuto -mollemente dalle dita: lo sguardo aveva la sola espressione di una -grande lassezza. Egli si era calcato il cappello sugli occhi, portava il -bastoncino sotto l'ascella e fumava attentamente una sigaretta. Non si -parlavano nè si guardavano: andavano freddi e noncuranti, immersi -ciascuno nell'egoismo delle proprie riflessioni. Erano due cuori -inariditi, secchi, morti, che avevano assaggiata l'amarezza di un'ultima -delusione, credendo di amarsi. Attori consumati nel mestiere della -rappresentazione, avevano insieme recitata la commedia ignobile della -passione, esaltandosi sino al punto da crederla vera: ma l'impotenza -delle loro anime li aveva prima condotti all'ingiuria feroce, poi -all'indifferenza. Perchè odiarsi? Erano due miserabili esistenze, due -tronchi colpiti dal fulmine. Ogni tanto, in lei, un senso di nausea, un -sussulto nervoso per quest'ultimo convegno, in quella mitezza autunnale, -nella campagna malinconica, dinnanzi al triste mare. Un carro carico di -botti passò fra loro e li divise: ella fece un moto di disgusto, per -quel puzzo di vino, egli si strinse nelle spalle. D'un tratto, lungo la -siepe che separa i campi dalla via, in quella luce dubbia del -crepuscolo, una piccola ombra scivolò. Era un bambina scalza e cenciosa, -che portava sul capo un piccolo fascio di legna. - --- Oh, la piccina! -- esclamò la donna. - -I due amanti si posero a seguire la bimba, che camminava senza far -rumore, presto presto. - --- Chiamala -- disse la donna. - -L'uomo chiamò la bambina con due o tre nomi carezzevoli, ma quella parve -non avesse inteso. Allora i due amanti affrettarono il passo, la -raggiunsero: la bambina camminò accanto a loro, senza guardarli. -Finalmente la donna si piantò innanzi alla bambina, impedendole il -passo. - --- Come ti chiami? - -Nulla: alzò un paio di occhi selvaggi, li riabbassò e fece per -andarsene. - --- Lo vuoi, un soldo? -- domandò l'uomo. - -E gli mise un soldo nella manina. Il soldo cadde dalle dita aperte, a -terra: e la bambina scomparve nella notte. - --- Oh povera! -- mormorò la donna. - --- Poveretta -- mormorò l'uomo. - -E si lasciarono, per sempre, senz'ira, in un comune sentimento di pietà. - - * - * * - -Il bimbo stava fermo innanzi alla vetrina di Natali, guardando le -bambole vestite da ciociarine, i fantocci vestiti da arlecchino e le -scatole dove annidavano le casettine dipinte e gli alberetti di trucioli -verdi. Diceva alla serva: - --- Se avessi quattrini, comprerei quel _fratello Girard_ che fa le -capriole con le mani e coi piedi: forse costa cinque lire e mamma non -vuole mai spendere più di venticinque soldi. Comprerei anche quel -sorcetto che si dà la corda e corre per la casa: la palla elastica non -la voglio, perchè è brutta, perchè ne ho avute tante.... - -Allora, accanto a questo bimbo snello e pallido, di una bellezza -pensierosa e sentimentale, si fermò una bambina. Era una ragazzina di -sarta: portava uno scatolone ovale, coperto di pelle nera, con una larga -correggia passata al braccio. Lo scatolone poggiava sul fianco e la -faceva piegare tutta da una parte. Vestiva di nero, un nero stinto, dove -diventato rossastro, dove verdastro: portava un cappellino di paglia -nero, vecchio, circondato da un brutto nastro. Ella stessa era -bruttissima, capelli rossi, viso macchiato di lentiggini, occhi senza -ciglia, naso rincagnato. Essa, invece di guardare i giocattoli, - -guardava il bambino, ascoltando i suoi discorsi. D'un tratto il bambino -si accorse di lei e le disse: - --- Quanto sei brutta! - -Quella trasalì, ma non rispose, e restò lì, incantata, a contemplare -quel bel bambino, dal labbro orgoglioso. - --- Sei brutta, vattene! -- disse il bimbo, facendole dei versacci. - -Ella se ne andò pian piano, sbilenca sotto il peso dello scatolone, e si -perdette nella folla di quella serata estiva. Anche il bimbo si avviò, -dando la mano alla serva che lo rimproverava delle cattive parole, dette -a una povera creatura. Egli s'indispettiva e rispondeva soltanto: - --- È brutta, è brutta, è brutta. - -Si ritrovarono di nuovo, sul marciapiede. Sembrava che la bambina avesse -aspettato: e seguiva passo passo il bambino, fingendo di guardare in -aria o nelle botteghe, quando egli si voltava. Ogni tanto con uno sforzo -e con un sospiro si rialzava lo scatolone sul fianco e correva dietro al -bambino, senza mai perderlo d'occhio. Fino a che egli si accorse di -questa persecuzione e battè i piedi in terra, per la rabbia: si piantò -sul marciapiede e quando la ragazzina fu obbligata a passargli innanzi, -le dette un pugno in un fianco. Ella se ne fuggì, con le lagrime negli -occhi, sorridente e beata. - - * - * * - -Batte il sole di settembre sulla piazza di San Marco: è il pomeriggio -silenzioso e chiaro. La piazza è deserta. Sotto le Procuratie passeggia -qualche ozioso, con le lenti azzurre: intorno ai tavolinucci del caffè -Florian, due o tre veneziani sonnolenti guardano nel fondo delle loro -tazze, con gli occhi socchiusi. L'ombra del campanile si allunga, -bizzarra, sulla piazza. I colombi dormono sul cornicione del palazzo -reale, sulle braccia delle statue; ogni tanto se ne stacca uno, fa un -volo rotondo, per aria, senza toccare terra, e ritorna al suo posto. A -un tratto si ode un largo fruscìo, un batter d'ali sordo e precipitoso, -e tutto lo stormo dei colombi vien giù. In mezzo ad essi una bimba, con -una gonnelluccia corta e uno scialletto che le avvolge il busto, cava -dalla tasca manate di granturco e ne lascia filtrare i grani fra le -dita. I colombi formano intorno a lei un circolo fitto, fitto, -pizzicandosi, beccandosi, per arrivare al granturco: lei sta nel centro, -piccola, con una testolina minuta, con una grossa treccia fulva, mezzo -discinta sul collo. Mentre cadono i grani ella guarda i colombi, -fissamente, con certi occhi verdini, glauchi. Quando non trova più nulla -nella tasca, un'espressione di malinconia le si diffonde sulla faccia. I -colombi restano ancora un poco, cercando gli ultimi granelli, pigolando, -beccandole le scarpette: poi, a gruppetti di tre, di quattro volano via, -se ne vanno sul campanile. Pochi ostinati restano, cercando ancora: e -questi qui se ne vanno ad uno ad uno. Ella li vede partire tutti sino -all'ultimo, seguendoli con l'occhio, nel volo largo. - - - - - MODA - - - -È utile qui dire, che nessun bimbo può essere assolutamente brutto; che -nessun bimbo ispira una completa ripugnanza. Se sono malaticci, hanno la -dolcezza di una malattia; se sono rachitici, hanno la malinconia -attraente di un corpo condannato; se sono precoci, hanno quel sapore -strano e acre delle piccole anime, già troppo grandi. Infine potranno -avere il naso camuso o gli occhi piccoli o la bocca grande -- ma avranno -sempre qualche cosa bella: o la guancia rotonda o la delicatezza della -pelle o la morbidezza dei capelli, o avranno, nello insieme, tanta -grazia soave, tanta freschezza, tanta gioventù che vale come bellezza. -Vi sono uomini brutti e vi sono uomini ripugnanti: ma Dio volle che non -vi fosse infanzia senza sorriso e senza fascino di amore. - -Così, io credo la più facile, la più deliziosa cosa per una madre, -vestire il proprio bimbo. Vi deve essere una gioia minuta, ma molto -acuta, nel preparare le leggiadre ed eleganti cose che renderanno più -bella la propria creatura; credo che debba essere una delle contentezze -più intense della maternità, questa cura assidua e immaginosa, di -adornare graziosamente questo essere piccoletto e bello. - -Quando, per la via, s'incontra una mammina col bimbo, se ella è più -elegante del suo bimbo, bisogna diffidare un poco di quella madre. -Quando il bimbo è addirittura goffo, trascurato, non riparato contro il -freddo, allora il senso della maternità è molto debole in quella madre. -Quando il bimbo ha un abituccio gramo, simile a quello ricco della -madre, vale a dire _combinato_ coi ritagli--allora questa madre ha il -cuore deplorabilmente inaridito dalla vanità e guastato da una feroce -avarizia. Invece ho conosciuto una madre, ancora giovane, ancora bella, -che vestiva sempre la lana, mandando fuori la sua creatura vestita di -seta; che non aveva più vanità per sè; che rientrava da ogni -passeggiata, riportando un nastro, un cappellino, una mantellina per la -sua creatura, che passava le ore a fantasticare qualche cosa di nuovo e -di bello, sempre per la sua creatura; che si tormentava, se ne vedeva -un'altra meglio vestita; che quando le dicevano: _come è graziosa oggi -la vostra creatura!_ impallidiva di gioia, sorrideva e soggiungeva -subito: - --- Ora, ora, le sto facendo un altro vestitino, più bello ancora, con -cui vedrete come sarà carina. - -E non dite che questa sia vanità riflessa. O ditelo che sia e -rallegratevene. Perchè molti vestitini fatti in casa, molti sottanini di -maglia, molte camiciuole ricamate, molti colletti smerlati, sono il -pericolo evitato, sono il peccato sfuggito, sono il dramma scongiurato. - - * - * * - -La moda è sempre semplice per i bimbi e per le bimbe. Quei corpi piccini -sono così puri di linee o così graziosamente grassotti, che non hanno -bisogno di tutte le balze, di tutte le pieghe, di tutte le arricciature -di cui abbiamo bisogno -- o fingiamo di avere -- noi altre donne. Una -bimba di sette anni, che porta la gonna sgheronata, i _pouffs_ sui -fianchi e il grosso ciuffo dietro, è sicuramente una stonatura. Intanto -se ne vedono spesso, di queste bambole troppo bene vestite: è il modo di -renderle ridicole e molto infelici. Se per noi altre persone grandi è -una serie di problemi difficoltosi, entrare nelle vesti, poi -affibbiarle, poi respirarci, poi camminarci, poi sedersi, poi salire in -carrozza -- caso gravissimo, quasi sempre con risultato di stringhe -rotte e di nastri scuciti -- figuratevi quanto possa essere misera una -bambina, dentro una di queste armature medievali, che scricchiolano a -ogni movimento. La tunica liscia, lievemente assettata, abbottonata sul -dorso, che cade sopra un gonnellino rotondo, a pieghe larghe e profonde, -è sempre l'abito più bello per le fanciullette. Così mentre rimangono -libere nei loro movimenti, quella linea semplice, allungata, le veste -benissimo. - -Per i bimbi nulla di meglio di questa tunica che cade sui calzoncini -assettati e abbottonati al ginocchio: è per loro un orgoglio, la cintura -di cuoio giallo, con la fibbia di acciaio, messa molto giù. Vi sono -certe maglie di lana nera o azzurro molto cupo, come una tonacella, sul -gonnellino di lana bianca, che sono una cosa incantevole a vedersi. E -per confessioni infantili che io raccolgo, comodissime, perchè si -prestano a qualunque corsa e a qualunque capriola. - -Anche per confessioni, i bimbi maschi preferiscono i calzoncini corti, -al ginocchio, a quelli lunghi: quelli lunghi impacciano, seccano, si -sporcano facilmente. Poi nascondono le calze che sono una vanità -infantile, poi nascondono a metà gli stivalini, che sono la più forte -vanità infantile. Certo il bimbo tiene assai ai calzoncini, umiliato -sempre profondamente dalle gonnelle femminili: ma vuole le calze -colorate, stirate sulla gamba, e gli stivalini alti, coi lacci o coi -bottoni. Tanto più che questo insieme dà loro una grande sveltezza e li -fa apparire più alti. Un vestitino di velluto marrone, con bottoni -dorati -- o di raso nero coi bottoni di madreperla, a pallottoline, le -calze dello stesso colore dell'abito, gli stivalini neri: ecco una -figurina seducente. - -Le bimbe possono essere vestite di bianco più facilmente e con minori -pericoli, perchè sono più pulite. Se ne incontrano per il Corso, tutte -in bianco, con le mantelline in felpa bianca, e un berretto di pelliccia -bianco: sembrano gattine freddolose, rosee, cogli occhioni bigi. -Maschietti e femminucce non possono soffrire quei colletti di tela -insaldati, duri come il cartone, che fanno una riga rossa sulla pelle -del collo. È una moda inglese: ma serve per quei bimbi inglesi, serii, -riflessivi e stecchiti che sono già _gentlemen_ a sette anni. Il -colletto deve essere morbido, largo -- o deve essere una folta -arricciatura di trina, che lasci ogni libertà di azione al collo. Così -la cravatta non deve avere un nodo corretto che abbisogni di spilli per -reggere, ma deve essere a nodo facile e artistico, a cappi svolazzanti: -del resto, un bimbo, col nodo della cravatta che gli è arrivato sulla -spalla o sulla nuca, è anche grazioso -- come è grazioso vedere le agili -ed inquiete dita della madre che glielo rimette al posto, ogni cinque -minuti. - -Per i bimbi da dieci a dodici anni, una consolazione sono le ghette, -specie quelle caffè e latte, con una fila di bottoncini: se le sognano -la notte, come mi narrava il mio amico Ninì, in tutta confidenza. Mentre -per le bimbe di dieci anni, i guanti sono un desiderio segreto, ma non -quelli di pelle, difficili a mettersi, e di cui saltano via così presto -i bottoni: sibbene quelli di filo o di seta, che s'infilano presto e -sono senza bottoni. In questo modo, quello che essi preferiscono, è -quello che va loro meglio. Essi non si curano dei gioielli, ed è -certamente un'abitudine barocca quella di metter loro al collo catenine -d'oro con medaglioni, di dar loro degli anellini, degli orecchini di -brillanti. Quella carne fresca e tenera non ha bisogno di questi -ornamenti. Essi non amano i profumi, e basta unicamente che quella pelle -sottile sia cosparsa di polvere di riso, senza odore: basta che la -biancheria odori di ireos o di lavanda. Tutti gli _Champacca_, gli -_Ylang -- Ylang_, i _White -- rose_ che eccitano e deprimono i nervi -squisiti di noi altri grandi ammalati, non arriveranno a superare quella -bontà di odore giovane, che ha la faccia e il collo dei bimbi. - -Quello che essi più odiano è il parrucchiere, che taglia loro i capelli -sino alla cute, col pretesto che debbano crescere loro più forti; e -infatti, un bimbo con la testa pelata, è brutto quanto infelice. Quello -che essi odiano, è la pomata, che impiastriccia e insudicia i capelli. -Bisogna che la madre o la sorella grande o la zia zitellona abbiano il -senso artistico di quelle onde brune che cadono sulle spalle, di quelle -ciocche pioventi sulla fronte, di quelle forti trecce battenti sugli -omeri, di quei riccioli che sfuggono a un berretto messo alla sgherra. -Un bimbo che esce pettinato dalla sua casa, può essere bello; ma quando -ritorna dal Pincio, la sua spettinatura è bellissima. Come semplice -riflessione, ho da aggiungere che è odioso tagliare la frangetta sulla -fronte delle bambine e far arricciare dal parrucchiere i capelli dei -bimbi. - -In quanto ai cappelli dei bimbi, possono essere grandissimi o -piccolissimi, messi di traverso, buttati indietro, purchè non vi siano -sopra nè piume, nè fiori, nè veli -- basta un semplice nastro, un fiocco -di seta. Purchè siano di feltro, molle, o di panno o di paglia -flessibile in modo da resistere ai colpi; purchè abbiano l'elastico che -si passa sotto il mento; purchè non imitino le forme pretensiose dei -cappelli materni o paterni: saranno sempre belli. - -Per le bambine delicate e infermicce si fa una eccezione, dando loro -quelle cappottine chiuse che riparano dal freddo e mettono il visino -gracile come in una bomboniera. In quanto ai piccoli marinari, alle -piccole scozzesi, ai piccoli bersaglieri, è inutile dire che è una prova -la più completa di goffaggine che possa andare per le vie. Per un minuto -i bimbi se ne contentano, dopo sono impacciati, annoiati, nervosi: è un -grande torto sovraccaricarli, essi che sono la semplicità -- dare una -tesi ai loro abiti, mentre chi li porta è la chiarezza -- renderli -pensierosi, essi che sono la gioia. - - - - - PERDIZIONE - - - -Mentre la bionda mammina placidamente ricamava un orlo di camiciuola e -Mario, seduto sul tappeto, intagliava certi soldatini dipinti di rosso e -di azzurro sulla carta, entrò improvvisamente il giovane padre, tutto -allegro: - --- Su, Mario, su fantoccetto mio, fatti vestire da mammina ed usciamo: -ti conduco a spasso. - -La mammina aveva lievemente aggrottate le sopracciglia e non si era -mossa: Mario era balzato in piedi, abbracciando le gambe di papà, -strofinandosi contro i calzoni: - --- O papuccio mio bello, o piccolo papà caro -- ripeteva, ridendo, -avvinghiandosi come un serpentello. - --- Andiamo, Tecla, vesti Mario: si fa tardi. - --- Veramente vuoi condurlo a spasso? -- chiese ella, sorpresa, senza -alzarsi. - --- Figùrati, ho due ore di libertà, un vero miracolo! Questa creatura -non esce mai con me. - --- Se lo conduci al Pincio, avrà freddo. - --- Non lo conduco al Pincio. È vero, burattinello mio, che non te ne -importa niente del Pincio? - --- Non me ne importa, papino, purché tu mi conduca e la mammina mi metta -l'abito di raso. - --- Ai Prati di Castello ci farà umido -- osservò la madre. - --- Non lo conduco ai Prati -- non lo vuoi far uscire, il bimbo? Sei -gelosa eh? - --- Ma che! -- fece lei, dando una spallata. - -E alzandosi lentamente, con una grande svogliatezza andando e venendo -senza fretta, aprendo tutti i cassetti e tutti gli armadi, senza trovare -nulla, la mammina bionda vestì Mario. Il quale ritto, in camicia, sul -letto, agitava le gambe aspettando le calze e gli stivalini, scherzando -con suo padre, buttandosi giù sul letto, facendosi solleticare, ridendo -sempre, baciucchiando il suo papà bello che si abbandonava, ridendo, sul -letto, anche lui. Più d'una volta, mentre gli tirava su le calze, gli -allacciava gli stivaletti e gli abbottonava il vestitino, la bionda -mammina si era chinata sul collo di Mario, come se avesse voluto dire -qualche cosa in segreto al bimbo. Ma il papà era sempre lì, fermo ad -aspettare, sorridente. La mammina sbagliò tutta la fila di bottoni e -dovette ricominciarla. Mario fremeva d'impazienza, dimenandosi: il papà -aveva già il cappello in testa e mammina cercava ancora un fazzolettino -da dare a Mario. - --- Gli dò il mio, Tecla, se gli serve. - --- Non mi serve, andiamo, papà piccino. - --- Non gli comprare giocattoli -- disse sottovoce la mammina al papà. - --- Non dubitare, non glieli compro. - -E allora la mamma diede un lungo bacio sulla fronte del figlioletto, -come se volesse far parlare alle labbra una lingua sconosciuta. Essa -uscì sul pianerottolo e guardò il padre ed il figlio che scendevano le -scale, saltellando e chiacchierando: - --- Mario? -- chiamò ella. - --- Che c'è, mamma? - --- Senti una cosa. - --- Dilla di lassù, mammuccia. - --- Se hai freddo, ti dò il cappottino. - --- Non ho freddo. Addio, mamma. - - * - * * - -Sulla porta del baraccone, dove si entrava a vedere la vasca dei -coccodrilli e il gabbione delle tigri, a Mario era venuta meno la -curiosità ed il coraggio. Guardava il suo papà con una faccia fra la -paura e il desiderio, ma stava fermo, in mezzo all'esedra di Termini, -non osando entrare. - --- Sono grossi i coccodrilli, papà? - --- Sì, pauroso mio. - --- Grossi come Nanna, la cuoca? - --- Più lunghi e più schiacciati. - --- Andiamo via, papà. Raccontami tu i coccodrilli e le trigi. Mi -comprerai un giocattolo a via Nazionale, coi quattrini che dovevi -spendere nella baracca. - --- No, gioia mia, ne hai troppi di giocattoli. - --- O papà, che dici! Alessandro, alla scuola, se sapessi quanti ne ha, -di belli, di complicati, con le macchinette dentro, per far camminare! -Ci ha la ferrovia, con tre vagoncini, e dentro vi sono i viaggiatori e -sulla caldaia vi è un macchinista, tutto nero, poveretto! Poi ci ha un -_giuoco di cavallo_, coi saltatori, coi cavalerizzi che girano, girano. -Capisci, si dà la corda, papà. Avevi tu giocattoli, quando eri piccolo -piccolo, come me? - --- Pochi, Mario. - --- E le impertinenze le facevi? - --- Meno di te, biricchino. - --- Gli scappellotti te li davano, papà? - --- Sì, caro. - --- E ti facevano male? - --- Qualche volta, Mario. - --- Vedi, papuccio, quando mamma mi dà uno schiaffetto, non mi fa mai -male. Io piango forte e strillo, ma non è vero niente. Ora non me ne dà -più mamma. - --- Le vuoi bene a mamma? - --- Si, papà piccolo: ma voglio più bene a te. - --- Non lo devi dire, questo. Perchè vuoi più bene a me? - --- Non ti vedo che a pranzo, papà mio! E la mamma, la vedo sempre. Se mi -compri un giocattolo, dico che voglio bene lo stesso a tutti due. - --- Brutto bugiardone! Non preferisci prendere una granita da Singer? - --- Sì, papà; la granita di amarena che è rossa. - -Poi quando ebbe lentamente presa la sua granita per farla durare di più, -Mario volle comprare le paste per portarle alla mammina che, poveretta, -era rimasta in casa e non aveva avuto granita. Volle portare il -pacchetto, infilando il dito nel nodo dello spago. - --- Papà, quando sarò grande, potrò mangiare una granita ogni giorno? - --- Ti faranno male allo stomaco. - --- No, no, non mi faranno niente. Papà, io voglio essere corazziere. - --- E se rimani piccolo? Tu sei ancora il mio pupazzetto! - --- Oh dammi da mangiare, fammi diventare alto e grosso, papà. Se resto -piccolo, non mi vogliono per corazziere, papà. - -Ma la grande vetrina di Natali lo sedusse. Tacendo, con gli occhi -intenti, con la bocca socchiusa, guardava quei giocattoli meravigliosi. -La manina stringeva quella del padre, come se volesse comunicargli i -tuoi fremiti. E il visino era così pallido di desiderio, gli occhi buoni -supplicavano tanto, che il padre non seppe resistere ed entrò con Mario -nella bottega per compargli un giocherello. - --- Sono contento che tu mi abbia comprato questo _paese_ -- mormorava -Mario, salendo in carrozza, per tornare a casa. -- Quante saranno le -case? - --- Venti, forse. - --- Ed io ti darò venti baci piccoli, e se vi è un lungo campanile, te ne -darò uno grosso grosso. Sono più contento, perchè questo è un giocattolo -con cui posso giuocare a casa. Venerdì mamma m'ha comprato un cerchio di -legno e una palla elastica. Che n'ho da fare, in casa, del cerchio e -della palla? Guastano i mobili e possono rompere gli specchi. - --- Ti servono al Pincio, mummietta mia ragionevole. - --- No, no, mi servono a villa Pamphily. Venerdì ci siamo stati, con -mamma. Io ero annoiato di stare in carrozza chiusa, con mamma, ma essa -m'ha detto: quando siamo lì, scenderemo. - --- Non eri mai andato in carrozza chiusa, Mario? - --- Mai, papà. - --- E lassù hai giuocato col cerchio e con la palla? - --- Sì, mentre mamma discorreva con Riccardo. - --- Con Riccardo? - --- Sì, papà. - --- Che faceva Riccardo? - --- Passeggiava, papà. Per un pezzo sono stato con loro, ma non mi davano -retta e sono corso innanzi, con la palla: poi la palla è andata in un -viale di contro e, per cercarla, non ho più trovata la mamma. Se mi -perdevo, papà, mi avrebbero mangiato i lupi, in quella foresta. - --- Sì... forse. E... la mamma? - --- L'ho riacchiappata vicino alla carrozza, che mi aspettava. - --- Dopo quanto tempo, Mario? - --- Dopo cinque minuti, papà. - --- È troppo poco. - --- Allora dopo cinque giorni, papà. M'ha sgridato ed io ho pianto. La -colpa era del cerchio e della palla e li ho bastonati. Riccardo è salito -in carrozza con noi. Allora hanno abbassate le tendine e non vedevamo -più la strada. Siamo scesi a Ripetta, papà, ma prima Riccardo ha baciato -mamma sul collo. Perchè lo ha fatto, papà? - --- . . . . . . . . - --- Noi siamo andati via e lui è rimasto in carrozza. Ma perchè lui bacia -la mamma sul collo? Lui non è il mio papuccio bello; lui non è Mario, la -mummietta bella, per baciare la mamma. Digli che non lo faccia più, -papà. - --- Glielo dirò, figlio mio. - - * - * * - -La madre aspettava il bimbo sul pianerottolo, tendendo l'orecchio al -rumore dei passi. - --- Sei solo, Mario? - --- Solo. Papà m'ha comprato il _paese_, mamma, e le paste per te. - -Ella tremò tutta, impallidendo. Il bimbo, ritto innanzi a lei, la -guardava, con gli occhi lucenti. - --- Dove è tuo padre, Mario? - --- È andato a dire a Riccardo che non ti baci più, mamma. - --- Figlio mio! -- gridò lei, piombando a terra, con le braccia aperte. - - - - - - GLI SPOSTATI - - - -Suo padre è un giornalista, sua madre una maestra di lingue straniere. -Il bimbo ha otto anni, ma pare che ne abbia dodici per le strane cose -che sa, per le singolari risposte che dà. Egli è già stato a Venezia, a -Firenze, a Napoli, non gli resta più nessuna impressione di paesaggio -per la sua gioventù: egli si stringe nelle spalle quando gli nominano il -Vesuvio o la gondola. Ha dormito in tutti gli alberghi, da quello di -primo ordine, servito come un piccolo principe ereditario, divertendosi -a suonare ogni momento il campanello elettrico, a quelli di -quart'ordine, stanze fredde ed incomode, senza tappeti, col letto -stretto e duro. Questo bimbo ha già pranzato in tutte le trattorie, ha -preso il gusto delle pietanze complicate e degli intingoli piccanti: -egli sa chiamare il cameriere e ordinargli del vitello alla salsa di -tonno e una maionese di arigusta. Prima di entrare egli dice al papà: -Papà, se abbiamo quattrini, voglio la pernice coi tartufi. E il papà -gliela fa portare: mentre il giorno seguente si pranza a casa in fretta, -con un semplice arrosto di capretto, circondato da molte patate. Il -bimbo è già stato in tutti i teatri e ha inteso l'_Aida_, il -_Lohengrin_, il _Faust_ e il _Poliuto_: egli ama l'_Aida_ per i -morettini, il _Faust_ perchè vi è un bel diavolo, ma tollera appena il -_Lohengrin_ perchè vi è il cigno, e non può soffrire il _Poliuto_ perchè -non vi è nulla di tutto questo. Ama molto la Durand e la Singer: delle -altre non si cura. La prosa lo interessa meno della musica, ma ci va per -le attrici. Negli intermezzi il padre lo mena sul palcoscenico: questo -bambino è amico della Marini, la Tessero lo ha baciato, la Campi gli ha -donato dei confetti ed egli ha fatto una passione per la Pietriboni. È -un bimbo che non ha mai sonno, a mezzanotte; e quando rimane in casa, -invano la serva cerca di narrargli le favole: egli è nervoso, non può -dormire. Ha imparato a leggere sopra un giornale e sa gli pseudonimi di -suo padre. Non sa scrivere ancora bene e già compone brani di cronaca. È -un bimbo che ha sempre male allo stomaco, perchè in casa sua ora si -pranza all'una, ora alle otto, ora si beve il Bordeaux, ora il vinello -acido. Egli conosce già il modo di licenziare un amico importuno e -impara quello di burlare i creditori; ha assistito a un sequestro, -mentre sua madre, pallida, piangeva, e suo padre era scomparso. Sono già -due o tre volte che suo padre se lo abbraccia strettamente, e -baciandolo, gli dice sottovoce di essere buono, di non dare dispiaceri -alla mamma: e una di queste volte il papà è tornato a casa, disteso in -una carrozza, svenuto, insanguinato, col braccio trapassato da una -palla. Durante la malattia, niente pranzetti, niente scarrozzate, niente -teatri: ma una miseria crescente, i creditori feroci, la madre sfinita, -il padre torbido e rabbioso. Questo bambino, in fine, sa che suo padre è -scettico e ha udito una quantità di discorsi ironici sull'amore, sulla -patria e sulla virtù--e mi ha detto, un giorno, seriamente: Tutto sta in -un buon colpo di rivoltella. - - * - * * - -L'unica figliuola di un albergatore ricco: non ha la mamma. Il padre, -che l'adora, l'ha affidata alla cameriera maggiore che se la porta -dapertutto, in cucina, in cantina, nelle soffitte, negli appartamenti, -al salone di ricevimento, sempre con lei. La bambina -- dieci anni -- -vive in questo grande andirivieni, tra una folla che si rinnova sempre. -Ha una stanzetta che è un amore e uno studiolo col pianoforte, ma se la -gente è molta, bisogna finire per cedere anche il suo quartierino, e la -bimba con la cameriera passano, di stanza in stanza, dormendo ora qua -ora là, accampate, salendo dal primo al quinto piano. La bimba finisce -con istudiare un quarto d'ora la sua lezione di pianoforte, nel salone, -tra il chiacchiericcio inglese, tedesco, francese. I viaggiatori le -sorridono, le parlano, la baciano, ed ella ha imparato a non -infastidirsi, a sorridere macchinalmente, a fare la riverenza, a dire: -«J'aime beaucoup la France, monsieur.» Tutti questi visi estranei, -indifferenti, sempre in arrivo, sempre in partenza, le passano innanzi -come una fantasmagoria, e lei ha già imparato a ricondurre un -viaggiatore fino alla porta, a mandargli un bacio di addio e a -stringersi nelle spalle, quando è partito. Ella sa pranzare a tavola -rotonda, rifiutare una pietanza, piegare il tovagliolo: ella sa tutte le -magagne del cuoco, le costolette dall'osso appiccicato, il burro che -serve tre volte, gli avanzi di carne che formano l'infarcitura del -timballo, il lesso di quattro giorni che diventa polpetta in umido, il -bianco mangiare fatto con l'amido, i pasticci economici di crema di -castagne, e sorride della buona fede dei viaggiatori. Ella vede le -gradazioni di rispetto dei camerieri per la vecchia principessa col -seguito, per la coppia felice di sposini ricchi, pel banchiere tronfio e -pel deputato chiacchierone: ha imparato a disprezzare i miserabili che -vogliono una stanza al quarto piano, con finestra sul cortile, che non -pranzano a tavola rotonda, che non pigliano caffè nell'albergo e portano -nella valigia una quantità di steariche, per non consumare quella -dell'albergo, che costa una lira. Ella vede e sente una quantità di -cose, dagli usci socchiusi, passando pei corridoi, entrando -improvvisamente nel salone, alla fine del pranzo o di notte: disordini -equivoci di camere, signore in camiciuola che si pettinano, signori in -maniche di camicia che si tingono i mustacchi, camerieri che baciano -furtivamente le cameriere, signori arzilli, scricchiolii di porte, -sbagli di numero, ombre che attraversano i corridoi di notte, dialoghi -sommessi. Lei china gli occhi, impallidisce e sorride. Quando si sta in -famiglia, col padre, con lo zio, coi cugini, ella sente i discorsi -brutali d'interesse, i progetti avidi di guadagno, le _combinazioni_ -migliori per scorticare la gente, e tutto l'odio, il disprezzo che ha -l'albergatore pel viaggiatore. E due cose l'hanno maggiormente colpita, -a dieci anni: la figura di quella grande signora biondissima, che stette -tre mesi, spendendo e spandendo, ricevendo tutta Roma, buttando il -denaro dalla finestra, facendo accorrere i camerieri tutti quanti, che -non saldava mai il conto e contro la quale suo padre era furioso, che -poi lo saldò in un modo strano, mandando a chiamare l'albergatore, -trattenendolo mezza giornata e rimandandolo tutto sorridente -- e quel -signore magro e pallido, che stette mezza giornata, bevette due -bicchieri d'acqua, non parlò con nessuno e a mezzogiorno si ammazzò -aprendosi le vene. - - * - * * - -Marito e moglie abitano la stessa casa, per convenienza, ma sono divisi. -La moglie abita a terreno, il marito il primo piano, il bambino al -secondo. Pranzano tutti tre insieme, ma la signora legge un libro e il -signore legge un giornale: il bimbo sta in mezzo, guarda ora la mamma, -ora il papà, coi grandi occhi meravigliati, e pranza silenziosamente. Il -bimbo ha una _gouvernante_ e un precettore giovane: ogni tanto la madre -si degna di assistere alla lezione, in vestaglia di pizzi, con le -pianelle ricamate d'oro, e trova che il figliuolo studia troppo, -spiegando al precettore, sottovoce, le ragioni per cui non si deve -studiar molto. Il bimbo guarda di sottecchi. Quando, ogni tanto, le -prendono questi impeti di maternità, ella vuole con sè suo figlio, dalla -mattina alla sera: il bimbo vede la madre che si dipinge gli occhi, che -si sparge di polvere le braccia e il collo, che si distende -delicatamente il rossetto sulle guance. Talvolta, per ischerzo, la mamma -_fa il viso_ al bimbo, che ride, solleticato, turbato da quei profumi. -La madre, per condurlo fuori, lo trova goffo, mal vestito, e presa dalla -furia materna, gli annoda alla vita una larga sciarpa femminile, gli -mette al collo una cravatta meravigliosa, di trina, e se lo porta, così -vestito, in carrozza, su e giù per molte ore, col freddo, senza -paltoncino, mentre a lui si fa il naso rosso e vengono le lagrime agli -occhi per la noia. Lei saluta tutti, mostra il suo bimbo, lo bacia -spesso, gli domanda se vuole un dolce, se vuole un giocattolo, fa la -commedia della madre amorosa. A Villa Borghese, nel viale della fontana, -fa fermare la vettura e apre conversazione coi giovanotti, che le dicono -certe cose piccanti che la fanno ridere brevemente, mentre il bimbo -ascolta, cercando di comprendere. Spesso, ella sale un momento da una -amica, lascia il bimbo in carrozza e si trattiene un'ora; la povera -creatura aspetta, con gli occhi imbambolati, annoiandosi, e il cocchiere -che sa tutto, borbotta certe frasi brutali. Poi, per quindici giorni la -madre dimentica il bimbo, dandogli un bacio distratto al mattino, -facendogli uno sgarbo nelle ore di nervosità, gridando alla cameriera di -portarlo via, se piange. In certe ore, al bimbo è assolutamente proibito -di entrare nel salotto della madre. Non ci si va: dice la _gouvernante_, -sorridendo. Per favore la madre si fa vedere dal figliuoletto, in abito -da ballo, scollacciata, ma invano il bimbo tende le braccia a quella -bella figura: essa ha paura di guastarsi l'acconciatura e parte, senza -abbracciarlo, dicendogli di star quieto. In certe epoche un terremoto di -feste scuote la casa: sarte, sarti, camerieri, balli, fiori, porte -sbattute; non si pranza più, non si dorme più: poi la signora si -abbandona a un riposo assoluto, non vede nessuno, è nervosa, pare mezzo -pazza. Il padre è fuor di casa tutto il giorno, talvolta tutta la notte. -Ogni tre o quattro mesi padre e madre hanno una lite tremenda, -spaventosa, innanzi al bimbo, con ingiurie plateali, mobili rotti, -svenimenti e minacce di separazione completa. E il bimbo sente in -anticamera, in cucina, tutto quello che i servi dicono del padre e della -madre. - - - - - - SALVAZIONE - - - -Dopo il forte momento della passione -- nelle placide ore di -conversazione, quando le confidenze sgorgano, in una espansione -spontanea, quando l'intimità sa essere amichevole e amorosa, Flavia -parlava volentieri dell'infanzia propria, di quel giocondo tempo, tutto -sole, tutto baci, tutto confetti. Questi ricordi la esaltavano, e come -se sognasse, guardando lontano, con la voce tremante di emozione, -narrava ancora di quante dolcezze l'aveva circondata l'amore materno. -Poi, una improvvisa malinconia spegneva quell'eccitamento, la voce si -faceva fioca, ella mormorava, vagamente: - --- La mamma... la mamma... - -Quasi volesse sottrarsi a questa mestizia, prendeva le mani di Cesare, -lo guardava negli occhi, dicendogli: - --- Dimmi di te, amore, dimmi di te. - -Cesare sorrideva, fumando ancora la sua sigaretta, nella beatitudine -dello spirito appagato e tranquillo. - --- Io sono stato un bimbo molto robusto, molto chiassoso e molto -violento, amore. Ecco tutto. - --- E niente altro? - --- No, cara, niente altro. - --- Allora... -- diceva lei, crollando il capo -- dimmi del tuo bambino. - -Cesare si faceva serio per un istante e la fissava, come diffidente. Ma -vedeva negli occhi di Flavia tanta umile curiosità, tanto interesse -affettuoso, che il suo sospetto si dileguava. Allora, col suo sorriso -orgoglioso di padre felice, egli le parlava del suo bimbo, che si -chiamava Paolo come il nonno, che non voleva essere più chiamato _bebè_, -perchè era grande, perchè aveva dieci anni. - --- Ed ha i capelli molto biondi, come te? -- chiedeva Flavia, -profondamente attenta. - --- Molto biondi e ricciuti. Va in collera quando gli dico che ha il -parrucchino: è molto sensibile al ridicolo, non può sopportare che si -scherzi con lui. Impallidisce, non piange. Va in un angolo e pensa: se -gli parliamo, non risponde. Le sue malinconie sono quelle di un uomo. - --- Forse è gracile -- mormorava lei, impietosita. - --- No, è sentimentale; troppo, forse. Bisogna che io gli faccia perdere -questa sensibilità squisita: se no, sarà molto infelice. Se si abitua ad -amar troppo, a desiderare troppo, a soffrire troppo per la mancanza di -quello che ama e di quello che desidera, povera la mia creatura! - -Un silenzio regnava, angoscioso. La conversazione, arrivata di nuovo -alla passione, aveva perduto la placidezza e la soavità. Cesare tentava -di ricominciare il discorso del bambino, ma anche questo si faceva -scabroso: poichè a ogni momento, parlando di Paolo, appariva accanto la -figura della madre, della giovane moglie tradita. E per rispetto alla -donna che non amava più, per delicatezza verso quella che amava, non -poteva pronunziare il nome della moglie innanzi all'amante. Taceva. -D'improvviso, Flavia si rizzava in piedi, gli veniva accanto, e con -quella sua dolcezza femminile piena di lusinghe, che ottiene tutto, gli -diceva: - --- Perchè non mi conduci il bambino? - -La prima volta che Flavia gli fece questa strana richiesta, Cesare ebbe -un moto di ripugnanza e le rispose vivamente: - --- È una follia. - -Ma Flavia non si scoraggiò. Ogni tanto, quando la tenerezza di Cesare -per lei fluiva più larga, ella si faceva tutta buona, tutta pia, per -chiedergli di condurle il bambino. Invano egli taceva o cercava di mutar -discorso: Flavia vi ritornava, ostinata nel suo desiderio. Fino a che -Cesare, infastidito che ella non comprendesse l'indelicatezza di questo -capriccio, le rispose: - --- Del bimbo dispone la madre e non vorrà mandarlo da te; dovresti -intenderlo. - -Una scena spaventosa ne seguì, in cui, volta a volta, Flavia si accusò -per questo amore colpevole e ne accusò Cesare, pianse, si disperò, si -contorse le mani, maledisse la sua esistenza sbagliata e il minuto -odioso in cui aveva incontrato Cesare. Egli dovette consolarla; ma ella -non si chetava, sfogando tutto il dolore lungamente compresso di una -posizione falsa, avvilendosi sino a confessare i propri rimorsi, -rimpiangendo tutto un ideale di famiglia, di pace casalinga, di onestà, -a cui aveva rinunziato per Cesare. Egli dovette abbracciarla, mormorarle -vaghe parole di conforto incerte e puerili -- poichè quanto ella diceva, -era vero -- carezzarla sui capelli come una bimba malata, cullare questo -dolore per addormentarlo, e infine prometterle che le avrebbe condotto, -un giorno, presto, il bambino. - --- Me lo lascerai qui, solo, con me, amore? - --- Te lo lascerò, cara, purchè tu non pianga. - --- Me lo lascerai, per un'ora? - --- Sì, cara. - --- O amore mio bello, o gioia mia! -- fece lei calma, estatica. - - * - * * - --- Paolo -- disse il padre, spingendo avanti il bimbo -- ecco qui la -bella signora che voleva vederti. - -Il bimbo levò gli occhi neri in faccia a Flavia e sorrise lievemente. -Ella congiunse le mani, in un gesto di meraviglia: - --- Quanto è bello, quanto è bello! -- disse sottovoce. - -E all'orecchio del padre: - --- Cesare, digli se vuol darmi un bacio. - --- Paolo, vuoi dare un bacio alla signora? - --- Sì -- disse il bambino. - -E con un atto gentile e delicato, le prese la bella mano gemmata e -gliela baciò. - --- Come un cavaliere cortese: bravo, Paolo! -- disse il padre, -insuperbito, mentre Flavia seguitava a contemplare il bambino. -- Carino -mio, vuoi restare con la signora mentre io vado qui vicino? - --- Ritorni presto, papà? - --- Ritorno presto, nino mio. - -E poichè il bimbo era presente, quei due non osarono toccarsi la mano; -scambiarono solo una rapida occhiata. Flavia si chinò, prese per mano -Paolo e se lo portò in salotto, presso un balcone aperto, come per -guardarlo meglio. Egli se ne stava ritto, nel suo costumino di velluto -oliva, tenendo stretto fra le mani il berrettino di velluto. - --- Hai tal quale gli occhi di papà tuo -- mormorò Flavia, pigliandogli -una mano e carezzandola lievemente. - --- Sì, ma la bocca è come quella della mamma -- disse il bimbo, con un -tono di orgoglio. - --- Non ti piace di rassomigliare a tuo papà? -- e la voce non era -sicura. - --- Papà è bello: ma la mamma è più bella ancora; ha i capelli lunghi -lunghi e le mani piccole piccole. Non la conoscete, voi, la mamma? - --- . . . . . . . no. - --- E perchè non la conoscete? - --- Non so -- fece lei, chinando il capo, mentre gli occhi le si -gonfiavano di lagrime. - -Paolo la guardò curiosamente e tacque. Ella si levò e gli andò a -prendere dei confetti. Egli rifiutò gentilmente, ma guardando i confetti -come un bimbo educato, che non osa accettare quello che desidera. - --- Perchè non li prendi? - --- Non sta bene; grazie. - --- Ma se ti piacciono, prendili, Paolo. Te l'hanno insegnato a scuola? - --- No, me l'ha insegnato mamma. Io non vado a scuola - --- E chi ti fa lezione? - --- Mamma. Essa non potrebbe stare sola, dalla mattina sino alle tre. -Così la lezione me la dà lei, sino a mezzogiorno. - --- E a mezzogiorno? - --- Facciamo colazione, mamma ed io. - --- Soli soli? - --- Il papà non ci è mai, a colazione. Ha troppo da fare, ha molti -affari, molti affari. - -Un breve silenzio. - --- Prendi i confetti, Paolino. - --- Sono troppi -- disse Paolo, come ultima svogliata difesa. - --- Li dividerai con qualche amichetto tuo. - --- Io non ne ho. - --- Con chi giuochi tu, dunque? - --- Con mamma, quando essa ne ha voglia. - --- Non ne ha voglia sempre? - --- No. - --- E perchè? - -Il bambino la guardò e tacque. Un'indicibile, rapidissima espressione di -terrore attraversò il volto di Flavia. Ma il bimbo non sapeva nulla, non -doveva aver compreso quella domanda. - --- Così non ti diverti molto? -- riprese ella sospirando, come per -sollevarsi da una grande oppressione. - --- Sì, mi diverto. Mamma ricama, suona il pianoforte, e io guardo le -immagini dei libri, giuoco con quei pezzetti di legno da far case, o -guardo la gente che passa nella via. - --- Sempre soli? - --- Già: dovrebbe esserci papà, ma egli ha molti affari, molti affari. - --- Chi te lo ha detto, di questi affari? - --- Mamma. - --- Ah! - --- Essa mi racconta anche le favole, quando io mi annoio. Ma sono troppo -tristi, le sue favole, e mi fanno piangere. Ne sapete voi, di quelle -favole che fanno ridere? - --- No, caro. Te le racconterà di sera, le favole? - --- Sì, di sera. Io vorrei andare in teatro dove papà una volta mi ha -condotto, con mamma. Ma ora papà non può accompagnarci più e andiamo a -letto presto. Egli viene a casa molto tardi, di notte, molto di notte, e -cammina pian piano, nell'altra stanza, per non farci risvegliare. Ma la -mamma è sempre sveglia e sente: qualche volta sono sveglio -anch'io -- Ecco papà -- mi dice lei, sottovoce. Poi, quando papà entra, -a darmi un bacio, noi chiudiamo gli occhi e fingiamo di dormire. - --- E ti bacia, papà? - --- Sì: e se ne va via in punta di piedi, come è venuto. - --- Non dà un bacio alla mamma? - --- No -- disse il bimbo, facendosi pensieroso. - --- Tu, dunque, dormi nella camera della mamma? - --- Sì: prima non ci dormivo. Ma papà andò a fare un viaggio di un mese, -e mamma, che aveva paura di dormir sola, fece portare il mio lettuccio -in camera sua. Dopo, ci sono restato. - -Flavia si arrovesciò nella poltroncina, come se svenisse. Il bimbo la -guardava co' suoi occhi buoni e meravigliati. Ella non parlava, non -trasaliva, non si moveva, e Paolo cominciava ad aver paura di questa -bella signora tutta pallida. Egli stringeva macchinalmente il berretto e -desiderava che suo padre tornasse, per andarsene. Poi, Flavia si scosse, -levò la testa, e tanto dolore le si dipinse nella faccia, che il bimbo -le tese le braccia come a sua madre, dicendole: - --- Che hai? - -Uno scoppio di pianto la vinse, mentre baciava quel bel bambino -affettuoso, tutto sorpreso da quest'impeto. Le lagrime bagnavano le -guance, il collo di Paolo. - --- Non piangere, signora, non piangere così. Non sarà niente. - --- Non piango, no, non piango più. Dammi un bacio, come alla tua mamma. - -Egli le buttò le braccia al collo e la baciò. - --- Addio, caro, resta un minuto qui. Ora papà tuo verrà e ti porterà -via. Io debbo uscire. - --- Debbo dire alla mamma che sono venuto qui? - --- Perchè? - --- Perchè papà mi ha detto di non dirglielo. - -Ella pensò: poi, come se gittasse via l'ultimo dubbio: - --- Diglielo alla mamma, che sei stato da Flavia. - -Per un minuto la bella mano si posò sui riccioli del bimbo, come per -benedirlo. - - * - * * - -E mai più Cesare e Flavia si sono incontrati. - - - *_FINE._* - - - - - NOTE DI TRASCRIZIONE - - -I seguenti refusi nell'originale sono stati corretti: - - [1] _Monotamente_ è stato corretto con _monotonamente_; - - [2] L'espressione _dello piccola bastarda_ (nell'originale), è - stata corretta in _della piccola bastarda_. - - - - - *** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PICCOLE ANIME *** - - - - - A Word from Project Gutenberg - - - We will update this book if we find any errors. - - This book can be found under: - http://www.gutenberg.org/ebooks/42416 - - Creating the works from public domain print editions means that - no one owns a United States copyright in these works, so the - Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United - States without permission and without paying copyright - royalties. 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