diff options
Diffstat (limited to '42373-8.txt')
| -rw-r--r-- | 42373-8.txt | 5620 |
1 files changed, 0 insertions, 5620 deletions
diff --git a/42373-8.txt b/42373-8.txt deleted file mode 100644 index 336cdd2..0000000 --- a/42373-8.txt +++ /dev/null @@ -1,5620 +0,0 @@ -The Project Gutenberg eBook, Gli ingenui, by Alfredo Panzini - - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org - - - - - -Title: Gli ingenui - - -Author: Alfredo Panzini - - - -Release Date: March 19, 2013 [eBook #42373] - -Language: Italian - -Character set encoding: ISO-8859-1 - - -***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI INGENUI*** - - -E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and -the Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page -images generously made available by Internet Archive (https://archive.org) - - - -Note: Images of the original pages are available through - Internet Archive. See - https://archive.org/details/gliingenuilacagn00panzuoft - - - - - -ALFREDO PANZINI - -GLI INGENUI - - -LA CAGNA NERA -- NORA - -DA NOVI A PAVIA -- PER UN RIBELLE - - - - - - - -MILANO -CASA EDITRICE GALLI DI C. CHIESA & F. GUINDANI -Galleria Vittorio Emanuele, 17-80 - -1896 - - -PROPRIETÀ LETTERARIA - -Tip. Luigi di Giacomo Pirola. -- Milano, piazza Scala, 6. - - -------- - - - - -TE ELPIDI [Greek transliteration] - - - - -_La cagna nera_ - - -Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel -cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli -occhi si ricolmano di lagrime. - -Ecco: era lassù, da tutte le strade del piano, anche da lontano lo si -distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con -i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia -al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra -portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più -niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa -portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto _crescet in aevum_. -Dietro v'era il roseto, ma grande, grande da farne un podere. - --- Ma dissodatelo, signor conte -- dicevano al babbo i buoni borghesi del -villaggio -- dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano. - -Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e: - --- Avete ragione, miei buoni amici -- rispondeva -- ci penserò su, ci -penserò. - -Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle -poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo -fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla) il roseto non fu -toccato. - --- Vecchie ubbìe di aristocratica -- diceva la gente --, ci ha le ipoteche -anche sui tetti e vuol conservare le rose! - -Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre; -signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate; ed io lo -ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive -del colle. Era una meraviglia! Venivano anche da lontano a visitarlo, il -roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose: -e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la -loro parte. - -O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d'intorno, ben ne aveste -adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle -bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste? - -Mi ricordo di maggio (allora c'era il maggio per me e c'era la -primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il -roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse; -si posava sui mobili sbiaditi di raso, sui quadri dalle cornici di legno -tarsiato appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di -quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano -silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro -sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere -come vinte dalla voluttà del loro profumo. - -Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto -che essendo dalla parte opposta della via, le permetteva di non essere -veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si -faceva vedere a pena due o tre volte all'anno; e pure la messa la udiva -in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a -celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la -reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una -riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nè meno -volendo. - -Io mi sforzo di rievocarne l'imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i -contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna -senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta -e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell'allegra vitalità -di mio padre e delle feste degli amici. - -Perchè mio padre era tutt'il contrario. Alto, con una superba barba -rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un'esuberanza di -vita piena di allegrezza e di ingenuità, avea sbagliato il secolo della -sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni -speronati al seguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo -delle guerre e dei tornei. - -Garibaldino in sua gioventù, repubblicano e liberale a suo modo, avea -portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo -sangue patrizio. - -Per mala sorte ne gli ozi forzati della sua virilità gli venne o -piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere -deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di -favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il -palazzo era corte bandita. Ma il signor conte dovea riuscire deputato! - -Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto -grande che forse non gli passò ne meno per la mente la frode. - -Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di -maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo -o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza, -diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno ne le vivande, lo -avrebbe fatto. - -Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato. - --- Si direbbe che consumi del tuo -- diceva. - --- Peggio! io non ce n'ho; ma lei ha le mani bucate. - -Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era -protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il -cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva: - --- E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel -piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah, -tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro -seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano! - --- Va là, va là, Beppo, che non è vero -- rispondeva mio babbo col suo -solito sorriso che non smentiva mai --, hai capito male. - --- Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti -alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le -corna alla madonna!? - --- Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica. - -Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a -persuaderlo. - --- Ah, povero il mio grigio! -- diceva poi, e gli metteva la palma della -mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a -farlo sorridere. - -Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di -padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a -fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità -spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni -audaci, ella si appartava con qualche pretesto. - -Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era -debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di -lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo -errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era -un po' di tutto questo. - -La baraonda politica cessò per esaurimento un po' per volta, cioè quando -gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco -restava da cogliere ancora. - -Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era -allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai -discorsi del babbo, specie dopo pranzo. - -V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che -salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una -parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della -campagna. - -La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era -per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di -attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita -volubilità lieta e rumorosa. - -Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio -d'anni. -- Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè -- diceva; -- -bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla -Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in -affitto una ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e -vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci -sono potuto riuscire, ci penserai tu -- e si rivolgeva a me. -- Ma bisogna -studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi -come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere -istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu -studierai, non è vero? -- E mi posava la mano, una mano larga, ardente su -la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con -l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea -molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze -della povera mamma. - -Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici -scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, -tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico: -due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro -bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e -la rigida correttezza del costume inglese, di prammatica in simile -genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia -mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un -bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e -mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline -salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal -terrazzo più alto della villa. - -Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue -speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il -patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua -attività e della sua industria. - -I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi; -le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, -ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero -portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le -crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua. - -All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia -nuova, meno numerosa, ma non meno dissanguatrice di agenti, -commissionari, sensali e simile genìa. - -Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di -luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i -lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia -abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno, -le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo -d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista -fragrante. - -Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò -freddo, stecchito. - -Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un -grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per -sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e -la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo -ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza -muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, -signor conte, che lo faccia star buono lei!» E mio babbo si avvicinò -solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, -quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto -il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che -era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile -sigaretta stretta ancora fra le labbra. - - * - * * - -Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal -recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di -senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i -patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e -dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco -l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti -bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il -palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, e finirono per -cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite, -perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la -casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche -dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose. - -Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti -che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per -mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di -questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa -che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella, -suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si -attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con -me, entro di me. - -Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da -un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di -norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva -risorgere; io doveva essere il salvatore ed il redentore della casa. -Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo -che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori -verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo, -sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latino -_crescet in aevum_. - -Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa -chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi -sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei -clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai -fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli -son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi -chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo -trionfo in questo giorno felice!» - -Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse -perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua -fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era -questo pensiero che la teneva in vita. Quando le scrivevo: -- Mamma mia, -ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo -- -lei rispondeva: -- No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; -devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino. - -Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di -cosa fatale. - --- Ma gli affari, mamma -- io le riscrivevo -- tu sei donna, hai bisogno di -qualcuno che ti assista, che ti consigli.... -- Ella rispondeva: -- Tutto -va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa -solo a te e a farti una posizione. - -Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di -casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove -ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a -pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde -per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la -possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere -relazioni nel gran mondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve -spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna -mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le -chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di -spenderli. - -Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e -mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. -Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte -tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse -vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente -condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva -il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un -podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che -dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, -mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano -dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di -energia, pur lasciandomi la coscienza tranquilla di aver adempito al mio -dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una -possibile ruina. Quanto ad approfondire _de visu_ la cosa, non ci -pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che -un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di -intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, -e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua -stabilità. - -Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto -degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora -non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi -era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come -nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi -balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una -spiegazione concreta. - -Chi sa? -- pensava -- forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, -come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gli affari, -che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si -comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze -dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così -difficile meta. - -Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano -collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran -melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse -sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto, -non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere -togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri -di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente. - - * - * * - -Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati -per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione. - -Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste -con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di -rivederla. - -Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a -grandi falde. - -Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave! -Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti -invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti, -amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel -giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla -deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei -buoni costumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la -nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la -cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi -scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a -tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da -lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una -carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi -che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva -allora. Giorni soavi! - -La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai -che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e -l'ora. - -Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava -giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie -sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto -in una superba pelliccia. - -Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva -visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la -piccola stazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce -n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però -riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un -senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più -curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che -non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in -una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la -carrozza, dico, non era più la nostra; era un _fiacre_ da nolo di forme -preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e -macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, -faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: -pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse -parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra -il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quel -_fiacre_ da zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia -offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democratico -ne avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per -buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si -incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano -meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si -interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio. - -La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo -di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia -madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e -scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi -piansi a lungo. - -Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle, -saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano -sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza -e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I -quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come -sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a -vetri si aprì: mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e -lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano -pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo -era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la -tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il -ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più. - -Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica -e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei -compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini -tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna. - -Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva -che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. -Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, -e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi -si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano -accartocciati in sè stessi accidiosamente. Mia madre non si accorgeva o -fingeva di non avvedersi di nulla. - -Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul -collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa -n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo. - --- Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava -se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste -così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. -- -Quanto avrei caro di vederla! - -Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva -sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se -n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella -sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di -morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su -l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano -materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la -presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano -dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente. - --- Via, via -- disse poi -- accostati alla finestra. Voglio vederti bene -come sei -- e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. -- -Oh, così! -- disse scostandosi e vagheggiandomi. -- Come sei bello, e che -aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere -forte, forte come tuo padre...! -- e questa parola non ebbe altre che la -seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza. - -Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo -aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in -giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la -ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con -quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido -olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e -ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare. - --- Tuo babbo -- disse con voce oramai pacata e come seguendo un pensiero -dominante -- era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu -sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere -forte. - -Beppo venne poco dopo a mettere in tavola. - --- Sai -- mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta -d'improvviso -- non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la -Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate -andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare -la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia -di tua mamma. Non è vero Beppo che è così? - --- Sì, signora contessa -- rispose Beppo. - -Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per -intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi -paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e -ripigliai sorridendo: - --- Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno! - -A questa mia interruzione respirò come sollevata dal timore che io -insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue -rose. - --- Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione -della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io -cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è -sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. -Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita -non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così -fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse -allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi -troverai, la troverai la tua povera mamma! - -E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei -progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, -quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle. - -Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva; -le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulai -con la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce. - -Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la -guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti -che si sfacevano in cenere sul focolare. - --- Racconta, racconta, dimmi sempre di te -- interrompeva ogni tanto. - -Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune -improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e -lei approvava sempre con molta serietà. - --- Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna -essere forte. D'altronde io -- concludeva con convinzione triste e pacata --- non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu -riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. -Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico -sempre questo io, Beppo? - --- Sì, signora contessa -- rispose il servo che passava per caso, ma con -un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente essere -quello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al -vaniloquio di mia madre. - -Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie -fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva -mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e -bianco. - -Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella -casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e -tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di -inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo -curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con -lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo -che non feci alcuna opposizione. - -La solita berlina mi ricondusse alla stazione. - -Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta -sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via -come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti! - -Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e -disse con voce di chi però ha preso una risoluzione: - --- Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di -coscienza bisogna che le dica una cosa. - -Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il -coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di -esporre sicuramente, ed egli allora parlò così: - --- Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè -proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene, -non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di -curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol -fare, così bisognerà chiamare anche i medici.... - -E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con -cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano -forte per vincere il pianto. - -Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi -confusi, che arrossii, e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma -non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire. - -Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni -costo. Borbottava con gran devozione: - --- Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore -gli dia fortuna! - -Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e -sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il -treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso -in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva -l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato. - -Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: -l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece -lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo -quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo: -inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona -energica che sa quello che vuole, e ciò, non so perchè, mi faceva -piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E -come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***, -così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e -desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa -mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che -profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si -accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva -e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. -Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli -svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza -vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono -inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali. - -Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i -palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si -erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi -attanagliavano come artigli di avvoltoio, producendomi un senso di -strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la -realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva -dare un crollo per liberarmene. - -Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa -rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che -io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e -parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E -insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per -me. - -Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi -sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e -vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere -aver la volontà e la forza di quella macchina! - -Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a -meditare sul da farsi. - -Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi -impaurivano, quanto il pensiero di dovere contendere e combattere di -accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il -contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo -pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la -vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a -grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo -l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un -vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di -montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e -dice: - --- Signore, qui dovete scendere. - -Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando -su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo -ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa. - -Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per -aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, -timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio, mi chiuse -questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era -dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio -patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura -di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse -l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, -creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera, -fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si -divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani -dentro. - -Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, -esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse -da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che -aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di -povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più -forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle -affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; e fu certo -per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad -altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista. - -Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di -fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero -della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove -c'era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e -anche questo che sembra un'inverosimiglianza quando si ha il fuoco della -giovinezza, più tardi può diventare un'idealità; lo sfamarsi bene, dico. - -Mi rispose con l'affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi. - --- Ma chi sa -- egli concludeva -- che il dover lasciare quella tua -esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti -troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri -ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per -soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere -un posto ne l'insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono -riuscito a procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***. -È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di -questo di educare la gioventù non saprei nè potrei offrirti. Ritemprati -dunque in questo lavoro, riconfortati ne lo studio degli antichi, e la -loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come lo fu per altre -nobili anime, per tutte le avversità della vita. - -Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una -scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la -guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città. -Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l'idea di -rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì -punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era -ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da -pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso -di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un -po' a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!... Mi -sovvenivo anche di uomini di grido e famosi, ne l'antichità come nei -tempi moderni, che tennero fronte all'avversità facendo il maestro di -scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l'idea di -sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me -non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature -deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l'avvenire, io -riempivo il non sperimentato e l'ignoto con felici vicende, e ne la -facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravvedevo un mistico -contrassegno di fortuna avvenire. - -Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia -decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene -insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana. -Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso; solo dissi di avere -ottenuto un onorevole ufficio dal governo; e perchè vi prestasse maggior -fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la -cittaduzza destinata per mia nuova residenza. E partii. - - * - * * - -_Incipit vita nova._ Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è -svanita, e solo intravvedo un'oppressione di cose e gente nuove e -confuse. - -Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente, -senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei -visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a -ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato -qualche gradevole sorpresa. - -Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro -dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete -seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con -tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da -presso. - -Qualche cosa come un'insegna e una scritta pendevano da una porta un po' -più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, nè mi era -sbagliato. - -Un uomo che stava in uno stambugio, intento a legare dei libri (era il -custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza, -mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero, -levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un -po' meraviglia e un po' rimprovero perchè, come mi disse poi, mi -attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio. - -Un'altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che -al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì. - -Quando fummo soli, quel signore cominciò senz'altro a darmi moltissime -informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui -non percepivo che il suono; però mi scossi dolorosamente quando disse: - ---.... io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e -che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto anche -conto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone -l'obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi -nel più breve tempo possibile l'abilitazione che si richiede.... - -Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito. - --- Ma come si fa a viverci? -- domandai con dolorosa sorpresa perchè -quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un -cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, non dissi nulla. - --- Eh, signor mio -- rispose lui sorridendo e posando con indiscreta -curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito -- certo è che -bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella -è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a -quindici lire al mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a -cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio -per ciò che è vestiario e minuti piaceri.... - -Io non risposi; so che mi sentiva come un freddo di avvilimento a quelle -parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo; -mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto. -Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non ne avea la -più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea -ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri? - ---.... E che dovrebbero poi dire -- proseguiva lui -- quelli che sono -carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui -mentre ella è entrato, ha cinque figli.... - --- È un professore quello lì? -- domandai meravigliato. - --- Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un -po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a -sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua -scuola.... - -Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far -complimenti ed io lo seguii. - -Un corridoio girava tutto attorno ad un porticato e in mezzo vi era un -cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di -cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e: - --- Ecco la sua scuola -- disse --, piccola ma una delle migliori. - -Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di -banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma -di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con -un: - --- A domani, dunque; alle ore otto. - -Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la -mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per -l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore -che fosse. - --- Suvvia, finiamola! -- dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne -la valigia i pochi arnesi di _toilette_ che avevo tirato fuori, -riprendere il treno, ritornare a F***. -- Ma e poi, che cosa faccio? -- -Questa fu la dolorosa domanda. - -Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere -per forza a mia madre e con quale animo, sapendo che ella non poteva più -mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova -occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di -Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, -in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa -dirle, come spiegarle il ritorno improvviso? - -E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo; -così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul -da farsi. - -Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si -guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare -che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello -lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo -stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso -giocattolo. - --- Oh mio Dio! -- esclamai fra me -- dove mi sono andato a cacciare! Se mi -vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese.... Carlo B*** -ne farebbe la caricatura per tutti i salotti. - -A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano -dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si -consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: -«Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, -chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava -pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di -grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e -non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire! - -V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, -tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti -davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione. - --- Come si chiama lei? -- domandai. - --- Weiss! -- e scattò in piedi come un fantoccino a molla. - --- È tedesco? - --- Io no, mio babbo sì.... - --- È quello che ha l'_Hôtel des Etrangers_ ai Cappuccini.... -- saltò su a -dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca -senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette -vergognoso e confuso. - --- Bene, mio caro Weiss -- ripigliai -- sentiamo un po' lei.... - -Si fece un silenzio assoluto; e l'interpellato arcuò la mente per -richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta -fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi. - --- Bene -- ripetei posandogli la mano su la spalla -- bene, lei ama sua -mamma e suo babbo? - --- Oh sì, tanto!.... -- rispose arrossendo e traendo un sospiro di -sollievo. - -Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile. - --- Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è? - --- Del re! -- rispose più d'uno a gara. - --- E il re che cosa rappresenta? - -La domanda era difficile. Anche l'alunno Weiss si mordeva le labbra -inutilmente. - --- Il re -- dissi io allora -- rappresenta la nostra patria, l'Italia; e, -sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre -grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la -religione.... -- e su questo tema conversando, finii per distrarmi -dall'oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu -terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che -dicevano: - --- Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie -ci ha raccontato? - -Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l'impressione di brava -gente; solo il tratto mi parve un po' rozzo; ma forse erano anche -impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacchè dal modo con cui mi -guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è -capitato? non ha mica l'aria d'essere dei nostri!» - - * - * * - -Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa -una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l'occhio e -l'abitudine. Tutte le cose mi facevano l'effetto di essere fantasmagorie -di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e -allora finii con l'abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna -ero obbligato a studiare per far lezione e un po' i libri e sopra tutto -la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a -quei scolaretti. Ve n'erano alcuni così graziosi, così vivaci, così -buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica, -correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di -civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano -quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al -direttore di fermarmi una qualche mezz'oretta di più. - --- Ella possiede il vero senso del dovere -- mi disse una volta costui con -molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene. - -Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo. -Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la -scuola. «Veda -- mi diceva confidenzialmente -- quando gravi pensieri o -forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole; -e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile -gioventù che noi abbiamo l'alto ufficio di educare ed istruire, mi -consola subito». - -E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene -nell'adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la -mano, ma un po' per volta e superando non lievi difficoltà, perchè -avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a -cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi -vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano -gente tutto scuola e tutto casa: niente spassi, niente teatri, niente -svaghi. Ve n'erano di quelli che da sei e più anni erano lì a C***, e -non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare -qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del -miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano -capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni. - -Brava gente, insomma, modesta e senza pretese. - --- Adesso anche voi vi accasate -- mi dicevano --; trovate una che vi porti -dei buoni ducati e vivete come un principe. - -Altre volte dicevano al direttore ponendomi la mano su la spalla: -- -Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto! - --- Così io spero -- rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro ---, così io spero, se l'avvenire non mente e se in alto sapranno, come -non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito. - -V'era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la -chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che -era lei che faceva fare al marito tutto quello che voleva, e metteva il -naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per -dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione. - -Era una donnetta rossiccia sui quarant'anni, ma che pretendeva ancora a -certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il -marito era duro e tutto d'un pezzo. Ne le sue molte peregrinazioni su e -giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte -dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le -città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le -grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti -ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare un _ragù_ squisito -per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanta fare una polentina -bergamasca con contorno di uccelletti; pregi non comuni, coi quali -consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito -indiscutibile e assai raro ne le mogli degli impiegati girovaghi, cioè -teneva la sua casa come uno specchio. - -Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia -voglia se ne faceva un gran ragionare ne le frequenti passeggiate dopo -scuola. - --- Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così --- diceva. - --- Ma a un professore -- correggeva il marito con lieve sorriso e con -grave intenzione -- non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non -son questi i paesi dove si possa... o si trovi..... - --- Ah, no? -- rispondeva lei vivacemente -- Provi un po' -- mi diceva -tirandomi il bottone del soprabito -- provi un po' a far la corte alla -moglie del professore di prima e vedrà se si trova..... - --- Geltrude! -- esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero -piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all'arco -frontale. --... Ma Geltrude! - --- Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto -- -proseguiva rivolta a me -- lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar -forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest'estate un abito -di _surah_ che io non mi sognerei nè meno e di andare ai veglioni a -Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!... - -Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed -alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare col -marito di grammatica. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a -tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva -delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della -passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva -allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel -ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. -- Quanto siete noiosi col -vostro latino! -- diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi -accomiatava. -- Non vi basta la scuola? - -Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per -acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera; e di fatto io mi era -messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera -andava in casa sua a lavorare. - - * - * * - -Così trascorse l'anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che -cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una -tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non -era più quello di una volta. Mia madre invece era un po' meglio in -salute e più riposata di spirito. - -Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e -fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un -compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural -durante l'usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella -però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario. - --- La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! -- mi diceva con -profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si -appartava per non recarmi disturbo, quasi che in quelle pagine fossero -stampati i segreti della fortuna. - -Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più -veniva a tirare il campanello del portone e il procaccio non avea più -lettera da consegnare. Anche nel parco le rose non più curate dal -giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne -si distendevano. - --- Curiosa! -- diceva spesso mia madre -- da che tu hai lasciato F***, -nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! nè meno un biglietto -da visita. Mi credono forse morta? -- domandava sorridendo -- e non sanno -che finchè vivi tu e finchè ti so felice io non morirò? Quando le -rivedrai dillo che si ricordino di me!... - -Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il -braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio -dell'estiva campagna. - -Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi -perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che -le rondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le -solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai -laggiù, fra quei scolaretti. - -Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con -piacere. - -Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo -coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche. - --- Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio -- ripeteva ogni -tanto. - --- Eh -- interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si -trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto -- bisognerebbe -mettere sul libro anche il nome di lui.... - -Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della -latinità in cui era immerso: -- Invero tu hai ragione, e certo il -prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il -nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega. - -Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e -due ricadevamo ne la più profonda latinità lasciando la signora lavorare -all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si -oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una -piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un -suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che -bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede. - --- In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così -- diceva -la signora mescendoci --; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero -che è fatto bene? È una mia specialità. - -Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e -nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una -consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro. - -Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi -nè pure. - -Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena -la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo: -il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, le scarpe messe in -fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis -allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui -attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene -se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. -Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni -mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria -dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava -gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il -desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa -a studiare. - -La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a -poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate. - -Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il -timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura -che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei -stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non -domandava altro. - -La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di -fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del -mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è -profumata. - -Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano -avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano -da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per -i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano. - -Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già -fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente. - -Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse -sorridendo: - --- Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! -- -e additava i giovani -- questa l'opera nostra più meritevole e veramente -eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e -l'avvenire ci guardano. - -Egli pronunciò queste parole con voce piana; eppure esse fecero su di me -una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo -forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità -di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci -profumavano all'intorno. - -Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì -con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come -una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne -l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto. - --- È proprio così -- io concludeva. -- Che cosa c'è ne la vita di vero, di -serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le -pratiche del bene sta il segreto della vita. - -E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche -nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su -e ci costruivo di gran cose. - -Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello -troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo, -solo con quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir -la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta -su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al -paese della pazzia. - -A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in -me stesso nutrendomi di questi miei pensieri. - -E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il -fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo -mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile -scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi -degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva -popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose -non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste -sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare -un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: -«Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la -Banca d'Italia», e si immagina che quei fogli si mutino in tanti bei -scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come -falde di neve. - -E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la -fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col -diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere -le passioni, purificarsi e purificare. - -Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a -casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, -quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere -l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco -fa del suo bozzolo. - -Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e -la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione -consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava -piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di -darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel -piatto. - -La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era -stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un -titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito -e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a -me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva -visione di verità. - -Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era -riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a -fine più vero e maggiore. - -Plutarco, Platone, S. Paolo, Tolstoi, Renan, Schelling, Carlyle -formavano le mie letture preferite. - -Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di -dogma io non ne faceva, e d'altronde la mia mente poco educata agli -studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne; ma di questa mia -insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia -malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così -lontani nel tempo, assorbiva solo una idea semplice e smisurata: il -bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere, -diventare buoni, essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non -avevano più confine, gli uomini non avevano più patria nè differenza di -lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi -più tosto che un'altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni -progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa; col bene tutto era -possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così -impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne. - -Era una specie di eroismo stoico che mi difendeva come un'armatura -medioevale; e così chiuso in me stesso, mi pareva di essere invincibile. -Finalmente io era forte! - -Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè -svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro -rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante -che mi fluttuava d'intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di -essere se non rinnovata e purificata. - -O essere così o non essere. - -La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a -Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un -azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il vesuvio di viola, -e il sole ne lo splendentissimo cielo parevano assentire alla mia -pazzia! - -A queste molte malinconie un'altra se ne aggiunse: mi venne cioè in -mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe -dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò -poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie -opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando -gli uomini saranno buoni -- pensava -- si svolgeranno di per sè in una -forma di governo o di non governo, con leggi o senza leggi, come verrà -loro fatto naturalmente. - -Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha -scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad -assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderanno i fiori il loro -profumo, il frutto le sue sostanze benefiche? - -Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la -formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure -anch'io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa -missione era la scuola. - -In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e -ritornai alla mia residenza e alla mia scuola. - - * - * * - -Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde -alla maniera di un castello di carta? - -È la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi -guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma -io l'ho ben punita! - -Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera, -ed io lo posso dire perchè la mia ragione vacillò al colpo, e per molti -anni fui poi ricoverato in luogo di salute. - -Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passaggi del pensiero mi -sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero -tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria, -solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita -materiale aveva la regolarità di un orario di collegio. - -Così passò l'autunno e parte dell'inverno. - -Una sera all'osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere -perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e -bevvi. - -Dopo avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto -cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni di _zita_ e si -era bevuto ancora...; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi -che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non -ricordo. - -L'oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le -imposte. Allora io sentii qualche cosa di molle che mi fuggì tra le -gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro, -dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò a -strofinare il muso contro di me. - --- È vostra questa bestia? -- domandai all'oste. - --- No...; non l'ho vista mai; io non tengo cani. - --- Sarà di qualcuno degli avventori -- replicai io. - --- Sarà...; ma io non l'ho mai vista: è una bestia smarrita. - --- Tenetela voi -- dissi -- qui ci avrà da mangiare. - --- Se fosse maschio -- rispose dopo essersi accostato e averla osservata -- -se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto -fuori su la strada. - --- Allora la porto via io; e se si presenta il padrone sapete dove sto di -casa. - -Fu così che uscii dall'osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai -polpacci come avesse capito. - -Quando fui a casa al lume di una candela la vidi in attitudine di un -ospite che è stato invitato e attende che gli si facciano i convenevoli -dovuti. - --- Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo -- dissi forte -e la chiusi nell'anticamera. - -Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e -cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava -alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò -a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed -apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di -voler entrare e non l'osava. - --- La tua cuccia è là -- dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la -misi in un angolo. -- Giù e buona! -- conclusi minacciandola. - -La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con -l'allungare il collo di lambirmi le mani. - -Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente -tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donna così -meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela -dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da -mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia -esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa -per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la -conclusione e allora potei dormire. - -Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. -Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era -presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra -si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero -i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me -n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano -davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di -paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in -soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al -naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore -doveva ridere di celeste beatitudine e invece piangeva come un -marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue -anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a -domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto -intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io non _saccio_! pareva -rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne -l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S. -Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. -Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della -città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda -di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e -dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi -avrebbe scacciato a colpi di pastorale. - -Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, -che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere -in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo -stupido e feroce. «Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» -dicevano in coro. - -Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta. - --- Che cosa è? -- domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e -provai un rincrescimento disgustoso. -- Avanti! -- dissi a voce forte; e -allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina -entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito -benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli -occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual -cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua -fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo -e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e -come liberarmene. - --- Ma via! ma buona! ma giù! - -E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente, -gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse -dalla commozione. - --- Adesso come si fa a sbarazzarsene? -- rimuginavo con gran -rincrescimento. - -Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il -mezzo migliore era di levarsi e vestirsi. Ma allora cominciò un nuovo -genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e -insudiciandomi gli abiti; e quando io l'allontanava a forza, e lei -allora a balzar da una sedia all'altra, addentare le scarpe lucide, -strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo -scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar -carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire -dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro -come fosse stato un lamento o un compianto. - -Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide, -libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un -pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si -sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l'ordinare tutte -le mie cosuccie era per me divenuta un'abitudine; e le abitudini anche -più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di -soddisfazione perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del -vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando. - -Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più -certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava -così felice, povera bestiola, di trovarsi con me! Anzi mi faceva -compassione e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva -anche su di me e diventava tristezza. - -In quella entrò la padrona di casa col caffè. - --- To' -- disse fermandosi su la soglia -- voi avete un cane? - --- L'ho trovato per la strada. - --- L'avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta -nera! Andatevene via! -- disse poi mentre quella le si accostava -cautamente annusando -- è tutta nera. Se l'avete trovata e sta una -femmina, certo tiene il demonio. - --- Voi mi fate il piacere, non è vero, donna Carmela, di darle un po' di -zuppa nel latte? -- domandai. - --- Per riguardo a voi -- rispose dopo averci pensato un poco -- lo farò; ma -quell'animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per -le stanze lo mando fuori. - -Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa. - -La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. -Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli -scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia -finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, -ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: -- No -- -dissi con un'affettuosità che mi sorprese --, non ti abbandonerò, non ti -scaccerò. - -E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto, -continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era -la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva -riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava -che cadesse giù; ma mi pareva di venir meno alla mia dignità di maestro -voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci -presso di me: - --- La cagna del professore. - -Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel -giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe. - -Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia -della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non -la finiva mai. - -Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia -più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si -sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di -strabismo. - -Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea -flautata e pastosa: - --- Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in -un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha -vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte? - -La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi -credetti in dovere di sorridere. - -Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi -a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era -priva di grazia, domandò. - --- Voi, professore, m'avete a cavare una curiosità che tutti mi -domandano. - --- Dite pure -- risposi. - --- Voi siete barone, siete marchese, nevvero? - --- Sì -- dissi arrossendo mio malgrado -- io sono conte. - --- Oh! -- fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio. - --- E allora perchè fate il mastro di scuola? -- domandò -- Al vostro paese -i baroni fanno i mastri di scuola? - -Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c'erano molti sentimenti -fra cui non poca pietà e molto disgusto, e se n'andò crollando il capo -in modo che pareva dire: - --- Si capisce che voi siete un miserabile come noi! - - * - * * - -Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto -perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai -panni. - -Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea -sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti -le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina, -che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle -dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. -Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono -canzonatorio: - --- Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! --- oppure: -- Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. -Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si -fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato. - -Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era -ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere. - -Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi -rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi -parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?» -e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io -che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita -savia e per l'adempimento de' miei doveri! - -Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un -calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di -me. - -Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di -prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto -villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia -che non so come sbarazzarmene». - -Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e -timorosa. Questo pensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non -lo potevo staccare dalla mente. - -Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po' -di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e -volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: -- -Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è -vero? - -Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano -male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a -pensarci su. - -Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera -bestiola! - -Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran -cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi. - -Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno -l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. -Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in -due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei -polpacci; piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda -penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano -tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le -costole. - -Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di -misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi -pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la -barba incolta e come senza colore. - -Ma dove era fuggita la mia giovinezza? - -La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa -debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo -punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal -letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto -dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne -udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso. - -Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole; -uno di quei soli folgoranti come sono laggiù nel meridionale, specie -quando sta per tornare il buon tempo. - -Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di -giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i -passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran -luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. -Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto -precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti. - -Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente -insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a -pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che -fui passato mi colpì come una voce di scherno: -- il professore e la sua -cagna! -- detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè -stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava in _ai_, che -non capii; ma tutti si misero a ridere. - -Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai -feroce contro coloro ma più contro di me e contro quella mia bestia; -feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa -intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: -- contro -di me? va contro quegl'altri! - -Era vero: contro quegl'altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in -dietro e domandare ragione dell'oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto: -la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo? e allora? e -allora che riparazione chiedere? A quell'ira momentanea successe una -prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero tagliati. -Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi -proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c'era -gente, dove non c'era nessuno ne le vie polverose battute dal sole. - -Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi -da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli; e -tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi -che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange. - -Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè -non mi raggiungessero. V'era qualche cosa che mi correva dietro. - -Era un _char-a-banc_, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano -sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di -sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore mi rimase ne gli -orecchi. - -Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri -schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano dei cavalli apocalittici, maceri -come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il -trotto, e coi zoccoli battevano su la strada sonora e polverosa con -cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me -e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi -scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che camminavo -lungo una bella riviera, dove l'acqua, fra le verdi sponde, correva lene -e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così -andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, perchè era -domenica, giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra -le agave smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero -stato appunto lo scorso anno, e mi stava ne la memoria l'impressione -lieta e riposata d'allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei -dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a fare alcune -spiegazioni e girando per quei fori, in mezzo a quei ruderi giganteschi, -aveva suscitato alla loro fantasia molte e belle immagini di uomini -virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo -asciolvere in un'osteriuccia di campagna, sotto una pergola; e fra quei -visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non -avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un -desiderio di far bene, di far sempre di più. - -Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La -mente correva per un'altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni -quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il foro -grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si -dava buon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e -come te dolorose, ma ombre liete fummo!» e vidi isnelle bellezze di -_etère_ greche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le -eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle -terme, per gli splendenti mosaici, vedeva gente intenta a godersi la -vita. - - * - * * - -La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva -udita e che terminava in _ai_. - -C'era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in -mattoni, uomo sui cinquant'anni, ma esuberante di rozza e spavalda -vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e -rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia -compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne -la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivo bene e spesso. Ma -lui se mi incontrava col carrettino voleva che salissi; se era al caffè -mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita che non c'era verso di -pagare. - --- Voi altri professori -- diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo -cadere dall'alto i soldi sul vassoio -- sarete fior di letterati, ma -avete una bolletta santissima! - -Io sino allora non ci aveva fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi -parevano segno di animo un po' rozzo ma affettuoso; e ne la mia -equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto. - -Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo -zigaro in bocca e posandomi la mano su la spalla: - --- Be', come sta _Patirai_? - --- Chi è _Patirai_? -- chiesi sorpreso. - --- Bella! -- fece lui -- se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia? -_Patirai_ è il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così. - --- E perchè? -- domandai arrossendo. - --- Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con -te. - --- E perchè? - --- Cosa vuoi; scusa, non te ne avere a male, ma ti vedono andare in -pensione in un'osteria di secondo ordine a quarantacinque lire al mese, -dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste.... - --- Sì, ma ci va anche il vice pretore -- obbiettai io perchè non mi -sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera. - --- Bravo! -- replicò -- Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un -ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in -testa; ma non capisci le cose. - -Aveva preso un tono serio e seguitò: - --- Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati bisogna dare -molto fumo ne gli occhi. Se no...., se no, ti montano sui piedi. - --- Ma io faccio il mio dovere -- dissi con un tono di voce che non era -privo di dignità. - -Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E -- queste sono parole, caro il -mio ragazzo -- disse con dispregio -- e se ci credi, peggio per te. -Bisogna darla a bere, non la capisci? Fai il professore, fai il -pizzicagnolo, fai il medico, l'oste, ma bisogna sempre darla a bere. - -Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente; e butta a mare -quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti -regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna? -E poi -- aggiunse sorridendo -- tienti un po' su, vestiti meglio e -comincia a far la corte alle donne. Non vorrai mica aspettare quando -sarai vecchio? - -Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato dei buoni consigli; io -rimasi confuso con quella mia bestia da presso, e peggio fu poi, chè -meditando su le sue parole, m'avvidi che esse contenevano molto di vero. - -Fu una ben triste sorpresa! - --- Ma e allora? -- esclamai esterrefatto -- allora che era di me? Quella -virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui -andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che -una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un -tempo. - -Pensai a lungo così quel giorno, andando sempre dove non c'era gente, -lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l'onda sonante e frangentesi -a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è -monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false -opinioni, di idealità sconfinate, perchè l'hai nel sangue la maledetta -eredità della gentilezza e del bene, come io seguito a percuotere questo -lido, come il sole s'annoia nel suo giro, e me lo dice ne' misteriosi -colloqui sopra il deserto dell'oceano, come la tua cagna vien dietro ai -tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono -quello che sono. - -Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul -mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda. - -Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare col suo bagliore di -cobalto ardente. - -Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto, verdi, erte, -trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, -spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e -rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi. - --- Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu, sorella bianca? -- dicevano -l'una all'altra movendomi in contro. -- Quegli è un matto! Egli era nato -in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, -come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società -- mi -domandavano -- non ce n'erano più di marchese vecchie con la prurigine -della lussuria; non c'erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano -sul tappeto verde del tuo _club_ buoni da mille da guadagnare? No! Egli -si è voluto attentare inerme e nudo contro l'immane battaglia della -vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo -al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è -trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni? -Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha -viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l'isola della Utopia -l'accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte, -lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo -un bacile da barbiere. - -Così parevano schernirmi le onde. - -Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera, -perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero -trovare la via del ritorno. - -Quando fui a casa, m'accorsi che la cagna non c'era più: evidentemente -si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n'era -andato. - -Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito -tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto -cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. -Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza -risentirmi. - -Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a -quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di -udirla raspare alla porta. Nulla! - -Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora -che _Patirai_ non c'era più. Perchè v'era quel brutto nome di _Patirai_, -quello schernevole nome di _Patirai_ che non mi si voleva staccare dal -cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome di -_Patirai_: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto -era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione -della mente. - -Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi -sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni -parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci -riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere -e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un -dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, -e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza. - -Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare -quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un -volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti -hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne -farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli -uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad -ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un -moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una -cosa di cui non si può dubitare. - -Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più -alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la -parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. -Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere -quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la -fede. - -Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e -civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, -Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una -volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro -proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma -essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con -gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la -forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come -li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o -correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la -barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un _kolback_ borbonico; -ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a -percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda -dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si -mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono -ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo -stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi -terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La -fame ha pur le sue leggi. - -E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino -disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor -patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di -testo, sotto l'azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri -compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione! - -O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre -l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi! - -E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o -Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti -aggiungono tuba e _stiphelius_, non avevate altro rifugio che queste -scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere -sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove -godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la -decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo -carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte? - -E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di -verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di -scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello -che io avessi ordinato! - -Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio -come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, -riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! -fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola -come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano -e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano -dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, -così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le -manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi -passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani -in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi -maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e -non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate -allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che -egli pure come voi aveva. - -O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando -si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di -anno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete -accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte -generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il -ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e -sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa -china in atto di grande abbandono. - - * - * * - -Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più. - -Un giorno -- era un cheto meriggio -- mentre spiegavo agli scolari alcune -regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse -fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò -su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un -istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, -argentino, irrefrenabile. - --- _Patirai!_ _Patirai!_ -- gridavano l'uno e l'altro -- la cagna del -professore! - -Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, -singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò -verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare -contro con un urlo angoscioso e feroce. - -Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di -polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli -scolari e il vocìo di _Patirai!_ _Patirai!_ - -Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le -tempie mi martellavano. - -Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del -tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e -disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece -un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a -forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta. - -Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve -dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva. - -Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò -riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: -- Che cosa -ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa? - --- No -- dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo -ronzare attorno -- no a casa...: portatela via, liberatemene! - --- Allora lasci fare a me -- disse colui con un tono di voce come si fosse -aspettato questa risposta --, e vedrà -- aggiunse con triste sorriso -- che -non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io. - -Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi -distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma -non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare -in sonno. - -Mi stava poi alla mente quella poverina di _Patirai!_ (già la chiamavo -così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi -stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo -paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei un -debole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi -allontanava il sonno. - -Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava -per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre -che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto -ed uscii. - -Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti. - -Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si -apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito. - -Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche -cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria -e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui -miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa -addormentata. - -Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico, -lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato -alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e -squilli di risa infantili. - -Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano -intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. -Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di -conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri -svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per -i campi. - -Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù -classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare -de visu la perfetta inutilità del suo metodo. - -Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi -davano fuoco a _Patirai_; all'imbelle, alla lamentevole _Patirai_. - -La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e -fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi -accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; -la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: -seguitò poi a lambirmi per tutta la strada. - -Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandava un fetore insopportabile; -pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di -pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era -offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva. - -Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era -fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, -con la zampina rattrappita. - -Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la -stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. -Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli -occhi. - --- Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa -- -dissi come se avesse dovuto intendere -- e tu starai buona, è vero? e -farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo -bel cuscino. - -Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la -accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me -all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma era troppo sfigurata e -deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto -tempo e chi l'avesse conciata a quel modo. - -Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura di -_Patirai_; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un -avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella -insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco. - -Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma -non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea. - -Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti -avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e -gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito -al solito posto. - --- La minestra è stracotta -- disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera -e levando il piatto che ne conservava il calore. -- Colpa vostra; siete -venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia. - -Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù -il cibo; allora bevvi in due bicchieri tutto il mezzo litro di vino -perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un -tremito di convulso che mi scoteva tutto. - -Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne -che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla -questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e -mi chiese inarcando le ciglia: - --- Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi! - -Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il -sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide -perchè mi domandò con premura: - --- Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva -notizia? - -Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse -d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro; -finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma -della mano, domandai con voce che cercavo sonasse tranquilla e come -indifferente: - --- Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci -mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo -meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di -Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè -se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se -urla, tutti si mettono a ridere.... - -Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per -iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a -significare: «Spiegatevi più chiaramente.» - -Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle -proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza: - --- Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia -un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; -dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una -cagnolina.... - -A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice -pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi -raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la -padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai -a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una -sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma -non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi -sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un -silenzio completo. - -Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con -meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre -coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della -cucina e con un tondo in mano. - -Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui. - --- Eh, per Dio -- ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio --, per -una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda? - --- No, che non è per la cagnaccia rognosa! -- ribattei io, prendendo -coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a -quell'idea che mi ribolliva dentro. -- Legatele un sasso al collo, -buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio -nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto -grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo -naturale di _homo sapiens_! È questo che io voglio dire! Voi -risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che -furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è -vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno -credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo: -dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su -cui si regge la storia. O povera _Patirai_! Se tu fossi stata un feroce -mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti -avrebbero dato il pane e ceduta la destra! - -Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria; -illuminare la notte come il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima -e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più -nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, -i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di -una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso. -E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho -dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede -sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei -coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli -uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e -serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano -uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può -illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. -Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono -per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; -si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi -ricordo un esempio che ho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci -penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era -esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: -qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era -deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene -da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla -scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» -perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e -tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di -osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non -si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule -insanguinato, li scacciò.... - -A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e -meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai -parlare così di seguito e con tanta violenza. - -Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di -commiserazione per me. La solita timidezza mi vinse, mi sedetti, che mi -era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo. - -Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà: - --- In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, -molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro -modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile.... - --- Sì, va bene -- interruppe un altro --, ma è tanto che si sanno queste -cose: _homo homini lupus_ lo dicevano anche gli antichi; voi però notate -che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e -rischia di diventar matto.... - --- Questo può esser vero -- risposi io, -- ma si deve andare avanti così? - --- C'è un rimedio -- sentenziò il vice pretore ridendo. - --- Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! -- disse più d'uno. - --- Ecco -- e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice -sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di -uno che fa lezione, disse: -- Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza -un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè -altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici. - -Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo -consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale -v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela. - --- Voi stassera -- mi disse il cuoco -- avete voglia di scherzare, eh? -- e -ritornò lentamente in cucina. - -A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; -poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i -caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di -pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così -martoriata. - -La barbara scena non mi si staccava dalla vista: - -«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa! -Cercava di me e non aveva nessuno che la difendesse.... e loro la -flagellavano, la lapidavano.» - -Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa -nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!» -Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai -in fretta e mossi fuori dell'osteria. - -Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come -un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando -verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e -non aver nessuno che la difendesse!» - -Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una -nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si -rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi. - --- Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto -- dissi riponendovela. - -Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi. -Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A -poco a poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e -nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: -pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno -nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi -straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del -lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella -lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi -si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza. - --- O, perdonami! perdonami! -- mormorai supplicando quasi ella mi avesse -potuto rispondere e consolare con le sue carezze. - -Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline -pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: -e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di -giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi -segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta -e il giglio rifiorirà sul quartiere. - - * - * * - -Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io -fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, -giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri -diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta -allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo -modo. - -Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per -stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro -all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una -goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta. - -Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un -animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si -impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la -via opposta, non mai su la via diritta. - -Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa -del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla -maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con -tal nome. - -Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno -un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, -immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una -malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani -nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta -eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni -azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a -morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, -ma cercar di estirpare appena appaiono. - -Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più -selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte -decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, -che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale, -un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose. - -Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. -Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; -manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo -confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori -sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e -materia da letame. - -Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di -gentilezza e di bontà. - -Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di -qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima -esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa -rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più -miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne -le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente -non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli -altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della -demenza. - - * - * * - -Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio -cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e -l'avvenire della vita. - -E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella -mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai -fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed -io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita -meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a -raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene; -l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai -inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella, -poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà. - - * - * * - -Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po' -timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto -quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci -leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere -- -a me pareva di rispondere -- io vi darò voti assoluti e con lode, perchè -il triplice ignorante sono io.» - -«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe -per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno, -all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per -essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della -perversità per poter vivere fra i suoi simili. - -«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza -d'insensibilità e di ferocia che vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, -a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola. -Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale -disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. -Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola -semplice; ma più ci si pensa più sembra vera. - -«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi -e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei -entusiasmi e le mie sentenze di virtù. - -«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre -articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, -ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile -e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi -abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la -cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di -rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non -importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è -obbligatoria come il _frak_ per i camerieri. - -«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva -Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso -armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi -un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile -e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, -simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato -le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e -soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione -tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè -sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: -guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come -ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e -fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello -che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando -smemorato quegli scolari. - - * - * * - -Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro -eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che -mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non -sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per -ragione della solitudine in cui ero ridotto. - -Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le -sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni -causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina. - -Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al -collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. -Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano -indecentemente. - -Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo -sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che -ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i -polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio -nell'intenzione: - --- Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di -tutti i cani della città. Però -- aggiunse sorridendo -- essa sembra -verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo -- concluse -mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il -sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce -- ad ogni modo io -giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per -evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole. - --- La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente -- risposi asciutto -asciutto. - --- Sarà per lo meglio -- e raddrizzatosi e compostosi della figura, -sciorinò il _Popolo Romano_ e cominciò con molti: veda! capisce! -eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui -lo distoglievano i saluti ricevuti e resi dai maggiorenti della città e -il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare. - -Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel -garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando -qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, -voltava la faccia inorridita ed esclamava: - --- _Schoking! for shame! for shame!_ -- perchè era stata istruita in un -pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara, -correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci -teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia. - -Anzi mi disse spiccio: - --- Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia -pure a meno di venir fuori con noi. - -Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche -quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare. - -La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa -idea: mutar vita! Vivere cioè in modo positivo, come vivono tutti quelli -che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie -pel capo. - -Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la -virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia -stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia -borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena -d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui -il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli -sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque. - -Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare -davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè -elezioni nè processioni. - -Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca -Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al -foglio filigranato della cambiale. - -Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome. - -Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle -tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la -bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da -Platone allo Spencer! - -Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi -pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti! - -Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia -passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo. - - * - * * - -Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di -me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di -dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; -forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre, -avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le -inutili prove tentate. - -Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che -avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve -esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita -dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le, -confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano -più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida -memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più -riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante -frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che -sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società. - -E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno -in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo. - -Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi -una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della -vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione -qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile, questo non importava, ma -tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don -Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe -slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; -che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare. - -Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato. - -E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e -cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse -allo sfacelo della mia ragione. - - * - * * - -La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si -possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si -vedono passare grossi _landau_ a due e anche a tre cavalli con -sonagliere e postiglioni. - -Sono per lo più ricchi stranieri che percorrono quella via così -celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere. - -Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un -lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di -aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade, -io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi -di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e -innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie -di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in -qualche cosa di pratico. - -La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e -lasciavano vuoto il cervello. - -E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare -la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da -seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di -pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, -intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti -che ebbero un'idea felice, la misero in atto e in poco tempo riuscirono -ad aggiogare la fortuna al loro carro? - -Ma era una vana impresa! - -La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile -ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno, -dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo -di piacere quasi infantile. - -Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle -sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano -grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come -fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto -su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed -era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie. - -Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più -facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi -stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li -sentivo più. Ero libero perchè ero lontano dalle cose vere: ma dove? -Fuor di dubbio nel paese dei sogni. - -Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e -che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una -volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne -sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe -potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero -compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure -è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine -timida e dispettosa. - -Perchè _Patirai_ mi fissava con quelle pupille immobili, con -quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle -pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè -quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, -dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la -mia coscienza. - -Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano -segnata l'espressione di una gran pietà per me. Era proprio così: quelle -pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè -anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi -ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne -facevano ricordare. - -V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola. -Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile -essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma -corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla -luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi -passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche -quell'affetto! - - * - * * - -Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio. - -Io camminavo per quella via e _Patirai_, l'indivisibile amica, veniva -dietro di me. La campagna era silenziosa e poche vele segnavano -l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore -di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva -schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando un _landau_ -fra un nugolo di polvere. - -Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica -di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista. - -Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in -quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda -compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per -accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro -braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle -cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva -beata in quell'abbandono. - -La carrozza si allontanò e _Patirai_ la rincorse furiosamente che parve -una palla nera fra quella polvere della strada. - -La carrozza passò portando con sè una visione di felicità. Felicità? -Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti -ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. -Avrei potuto anch'io essere felice così! - -Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la -bianca strada stava _Patirai_, piantata su le quattro zampe, ansante, e -la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato -per lasciar posto al veicolo. _Patirai_ scodinzolava e cominciò ad -abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: -«hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna -fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge -ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi -ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!» - -Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso -di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più -dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me. - -Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva -verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della -strada sarebbe stata pure una diversione delle idee. - -Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che -quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che -vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle -battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la -buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un -capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato -senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi -ha prodotto altro che dolore. - -Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il -mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il -padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne -ride e non ha torto. - -E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, -ha le sue felicità; e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li -coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane -utopie. - -Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e -trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è -corruzione di vizio che maceri più terribilmente. - -Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe -mature, e i mietitori le falciavano. - -Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro -una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei -lavoratori. - -Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo -in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, -movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano -quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, -oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana. - -La schiera dei mietitori mi passò davanti ed ora la scorgevo da tergo, -curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo -brullo ed irto degli steli recisi. - -Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, -sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo. -Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le -falci caddero. - -In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono -raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei -lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e -del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per -placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida. - -Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta -pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci -ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o -della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul -terreno, fatto è che mi addormentai. - -Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole -battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la -metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo. - -La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di -vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane. - -Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si -desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un -pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e -vivace. - -Erano risa di donne. - -Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi -e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della -febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. -Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al -cervello. - -Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco -distanti dal luogo ove io stava. - -L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capelli neri arruffati come un -cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come -una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e -con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto -le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi -madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le -mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami -del busto. - -Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un -fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o -schernevole che mi paresse, e squillava come argento. - -Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa -le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella -tornava a cadere. - -La piccola bionda diceva ridendo sempre -- Mala femmina! -- La bruna -risospingendola quando si levava, diceva -- Quanto sei bella! -- e la voce -aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava -lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per -quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a -scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un -altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una -lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe. - -Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano -tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, -così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci -sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano -dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. -Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed -orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un -vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi. - -E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse -al mio soccorso, io che le invocavo! - -Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei -filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' -templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un -passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente -abbacinata. - -Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne -le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato -così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico -re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: -«Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella -sentenza. - -Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di -virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso -baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne -che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore -come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente. - -E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del -giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un -sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se -i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le -palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui -trasvolava, come una benedizione. - -Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e -quella voce usciva dalle labbra di quella fata. - - * - * * - -Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io -sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. -Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e -sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più -pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di -lagrime di quante io ne sparga. - -Io sono proteiforme, e pure sono una. - -Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, -sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella -forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e -delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori -del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido -come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io -trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, -e vergine sono. - -Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono -dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e -le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il -mare. Chi fu? Io. - -Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio -fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo -tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e -traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel -mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero. - -V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea -Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo -dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi -seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo -gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma -questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non -cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia -divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria. - -E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la -selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.» - - * - * * - -E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, -l'imagine e la voce svanì. - -Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra -e _Patirai_ era di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della -strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi -fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente -leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava. - -«È inutile -- meditai --, il problema della vita non l'ho capito: un -compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, -senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!» - -«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente. - -In quel punto _Patirai_ aveva mandato un lieve guaito che lacerò -l'incombente silenzio delle cose. - -«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi -guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva. - -Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si -mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmi e -di annientare tutto. Ricordo che io presi _Patirai_ che mi amava e che -io amava, e la scagliai giù nel mare. - -La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo. - -Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento, -ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase -nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era -squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve -rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò. - -Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con -l'occhio fisso in giù. - -Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero -usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa -di pauroso e di infausto. - -Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi -era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella -vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle -laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o -pensiero si andava affievolendo in una stupidità generale, come le -ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere -emesso il primo suono. - -Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che -l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva -nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che -non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le -zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la -baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo -sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il -brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue -perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea -minacciava di rovesciarla. - -La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano -rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non -aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà. - -Non un lampo di ferocia o di odio vi passò; le labbra non si sollevarono -a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà -per me. - -Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei -muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con -terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la -strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta -la notte. - -Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue -ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue -tenebre. - - - - -Nora - - -Ne la stanza di Nora entrava il sole. - -Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e -quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della -stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il -ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva la _toilette_. - -E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più -vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano -nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi. - -Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana -sapienza e l'eleganza di Nora; ma gli uni e gli altri stavano in buona -armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole, -pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro -di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di -smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il -pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni -della _Gran via_, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto -con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate -come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano -ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano, -e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del -sole. - -E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che -hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle -cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi; -l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si -parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale, metteva -la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore. - -Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal -giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che -il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come -risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a -canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte. - -Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque -platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in -rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le -radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive, -palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia. - -Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto -impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo..., -poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra, -allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come -un'ambasciata, e poi volava via. Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si -accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole. - -Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro. - -Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul -foglio. - -I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate -scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella -si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva -saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a -scrivere. - --- Auf! è finita, finalmente! -- esclamò buttando via la penna come un -arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra. - -A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo: - --- È lunga? - --- To', guarda, due e due quattro facciate.... - --- Questa volta sarà contento il signorino. - --- Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no -scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere. Si levò e -apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi -si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio, -e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e -immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi. - --- Un lavoro da copista! -- seguitava. -- Ah! ora che ci penso, nascondi il -libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza. - --- Se è capace!... -- rinforzò la servetta. - --- Perchè l'hai visto qualche volta? - --- Altro che visto! Un giorno che lei era fuori, l'ho sorpreso qui che -baciava il guanciale, un'altra volta che avea messo in tasca un suo -fazzoletto. - --- Oh che sciocco! -- sclamò Nora senza voltarsi. - --- Se s'accorge poi che le lettere lei le copia dal Segretario galante è -capace di morir dalla disperazione...! - -Nora fece spallucce. - -Lisetta, la cameriera, proseguì: -- Ha poi risposto, signorina, a tutte -le sue domande? - --- Ce ne sono tante delle belle espressioni ne la lettera d'oggi... -- -rispose Nora con indifferenza. - --- Per quell'altro però -- ribattè la servetta -- le lettere le fa di sua -testa! Quelle sì che sono belle! - --- Quell'altro è quell'altro.... E l'hai visto? -- domandò con premura -volgendosi. - --- Lo vedrò oggi, quando vado fuori. Che risposta poi gli devo dare? - --- No! - --- Proprio no? - --- No; digli che abbia un po' di pazienza. - --- Però -- insiste la cameriera dopo qualche minuto di silenzio e -ritornando all'argomento di prima -- il signorino finirà con l'accorgersi -che quelle lettere non sono roba di lei: bisognerebbe almeno aggiungerci -qualche cosa di più preciso!... - --- Allora aspetta... -- rispose Nora, e con un moto rapido si accostò di -nuovo al tavolo, prese un altro foglietto e scrisse a larghi caratteri -dettando forte: «Poscritto: lei è un gran curioso; vuol sapere troppe -cose; oggi non ho voglia di rispondere a tutto. Faccia la penitenza di -aspettare sino alla lettera di domani l'altro; così vedrò anche se ha -pazienza. Un uomo prima di sposarlo, bisogna conoscerlo bene, ha -capito?» Ecco fatto. - --- Sì, così va bene -- approvò Lisetta --, ma c'è poi quella cosa che -domanda sempre in tutte le lettere, come la grazia ai santi. - --- Ah, il famoso bacio! Aspetta: «Secondo poscritto: quella cosa è -impossibile per ora. Ne parleremo meglio a voce.» Va bene così? - --- Io però glielo darei un bacio -- aggiunse l'altra in tono -compassionevole --; è tanto buono, poverino, e le vuole tanto bene! - --- Ma ti pare?... Dopo non si accontenta più: e poi mi fa senso a -baciarlo! - --- Gli metta almeno una buona parola; con le parole si può andare avanti -un pezzo -- consigliò Lisetta. - --- Be'... facciamo a tuo modo: «Terzo poscritto: tuttavia sperate.» E -adesso prendi la lettera e nascondila sotto il suo capezzale... E per -oggi è finita! Si sedette al piano e ne fece zampillare fuori un -gorgoglio di note allegre e andanti come di galoppo: il preludio della -_Carmen_. Si fermò, poi giù altro scoppio di suoni, ma baccanti e -lascivi che durarono un pezzo: un'aria della _Gran via_. - -Si fermò ancora, e stava per riprendere un terzo motivo, quando qualche -cosa di lugubre si udì in quell'intervallo. Nora si scosse e rimase con -la mano sollevata su la tastiera. - -Era uno scoppio di tosse, ma così cavernosa e secca che pareva che le -viscere si dovessero staccare e lacerare. Gli scoppi di tosse si -susseguirono con spasimo decrescente poi tacquero in una specie di -rantolo. - --- Povero ragazzo! -- sospirò Nora. - -Ma allora si udì un passo che strascicava in fretta sul corridoio. - --- Dio! la signora! -- mormorò la cameriera, e si curvò tutta nell'atto di -spolverare. - -Anche Nora fece per istinto la mossa di alzarsi dallo sgabello, ma non -ne ebbe il tempo, che la signora sollevò il velluto della portiera. - -Una figura scarna e patita s'inquadrò su la soglia. - -Disse con voce sibilante: - --- Voi, nipote mia, mi volete obbligare di dire ad Antonio che venga a -portarvi via il piano: è una misura severa, ma voi mi costringete. - -Fu una breve pausa; Nora non rispose. La voce della signora si -ammorbidì, come di un tremito e continuò: - --- Tu lo sai, Nora, nessuna emozione, sopra tutto nessuna emozione; i -medici dicono tutti così; e la musica è una emozione. - --- Ma scusate, zia -- rispose questa volta la giovane con mal celata -impazienza -- io non ho mica suonato la marcia funebre dell'_Aida_! -Guardate: tutta la musica seria l'ho messa via. Questa che mi rimane, -eccola qui: _Madama Angot_, la _Carmen_, la _Gran via_...; tutta musica -allegra.... - --- E sconveniente -- ribattè la signora. - --- Adesso la musica sarà diventata un romanzo dello Zola da essere -sconveniente! -- rispose Nora con lieve accento di scherno. - --- Si vede dunque che li leggete -- ribattè la signora con ironia. - -Nora tacque. - --- O sconveniente o no -- riprese colei -- non si suona. Anzi -permettete. -- Si mosse verso il piano, lo chiuse e si mise la chiave -in tasca. - --- Così è levata anche la tentazione. E poi -- aggiunse osservandola -meglio -- siete ancora in accappatoio, a quest'ora! Sono le undici -oramai. Che cosa avete fatto tutta la mattina? Tutta nuda -- e aperse con -dispetto l'uno e l'altro lembo dell'accappatoio denudando le spalle e il -seno --, tutta nuda e tutta spettinata ancora! e la finestra aperta! -Volete dunque ammalarvi anche voi?... Le stanze devono essere a dodici -gradi; qui si gela! chiudete quella finestra. - -Lisetta si affrettò a chiudere. - --- E voi siete ancora qui? -- riprese notando la cameriera --. A quest'ora -avreste dovuto finire di mettere la stanza in assetto. Ma si capisce, -fra voi due!.... Però non è dignitosa, Nora, questa confidenza con una -persona di servizio; si vede proprio che avete nelle vene il sangue di -vostra madre buon'anima, che Dio l'abbia in paradiso. Provvederò anche a -questo; due ragazze come voi non stanno bene insieme. - -Nora non si era mossa, nè aveva aperto bocca; solo teneva gli occhi -rivolti al cielo in atto di rassegnazione forzata e si mordeva le -labbra. - --- E oggi a pranzo -- aggiunse con voce sommessa -- mi raccomando, tenete -un contegno più serio; meno gesti, meno sorrisi, meno smorfiette. Ed ora -pettinatevi, ma senza tanti riccioli; e mi farete anche il piacere di -mettervi l'abito marrone scuro.... Eh! avete sì un bel far l'offesa: me -l'avete stregato per dovere, povero figlio -- conchiuse con accento di -rabbia e di dolore insieme. - --- Ma vi giuro, zia -- supplicò Nora -- che non sono io; è lui che vuole -che gli scriva, che vuole che lo ami.... - --- Eh, non dico adesso, io! dico prima quando lui era ancora un bambino -che me l'avete stregato. Adesso le cose sono quello che sono. Ma, se Dio -vuole, non dureranno molto così. A pena si apre la stagione, lui a Nizza -e per voi in un modo o nell'altro si provvederà -- e voltatele le spalle -se ne andò. - --- Ha sentito la signora -- domandò con impertinenza Lisetta dopo che il -passo di colei si fu allontanato, e rifacendole il gesto -- ha sentito? È -stata lei a fare innamorare il signorino! Se ne possono dir di peggio? -Ma sicuro lei è stata, lei! Non basta la vita che lei fa da più di un -anno, niente feste, niente conversazioni, come in un convento, non -basta; ma la signorina non si deve fare i riccioli, come se non fossero -i capelli che sono ondati per natura! Ha un bel vitino, e se lo deve far -brutto! L'abito _marron_: vi metterete l'abito _marron_ scuro: e che -tono! Lei vorrebbe così far andar via l'amore al suo figliuolo....: e -dovrebbe invece ringraziarla che lei gli dà retta....; ringraziarla come -si fa coi santi, perchè se lei fosse una giovane come ve ne sono tante e -gli dicesse chiaro e tondo il suo sentimento, li vorrei vedere tutti e -due... madre e figlio! Proprio vero che a far del bene è tempo perso con -certa gente! - -Nora non diceva nulla, ma piangeva di rabbia. - --- Oh io poi -- continuava Lisetta -- se fossi in lei, questa pazienza da -santa non ce l'avrei mica. Dopo tutto lei è libera, dispotica di sè, e -io me ne sarei andata da un pezzo.... - --- Sì! e dove vado? e con cosa vivo? -- domandò Nora con voce alterata -levando il fazzoletto dagli occhi. - --- Bella! va dove vuole: non ci ha la sua dote? - --- Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per -i loro begl'occhi!.... - --- Ma dunque non ci ha la sua dote? -- ridomandò con gran sorpresa -Lisetta. - --- Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei -ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia -- seguitò -consolandosi ne le memorie del passato --, quella fu una disgrazia, una -disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi -provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero -libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo la _bonne_; ma quella -badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha -raccolta qui per carità, orfana e senza niente.... - --- Sicuro che allora -- sentenziò Lisetta -- lei ha la sua buona ragione di -tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il -signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è -lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il -palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale -viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce -bene.... -- Così seguitava ad almanaccare Lisetta. - -Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi. - - * - * * - -Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era -servito. - -La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor -Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si -stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e -stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito. - --- Adesso madama viene -- disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole -di sibilanti --; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera -signora, una vera martire! - -Nora non disse nulla. - -Febo entrò dando il braccio alla madre. - -Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto -nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi -che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e -smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e -ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra -del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si -imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e -sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri -scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità -che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte. - -I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva, -chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi -ondate la fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile -che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio. - -Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance -gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un -fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso -d'avorio. - -Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane: - --- Come va, cugina? -- chiese con lieve turbamento; -- e come siete bella! --- esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di -giovane donna. - -Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita, -se più riposato il sonno durante la notte. - -Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione -si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera -avrebbero compita la guarigione. - -Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con -piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia. - -La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo, -e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle -labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno -vorace. - -Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava: - --- Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male.... - --- No, mammina, sta buona -- e seguitava a conversare con Nora. - -Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma, -ripeteva sempre la stessa raccomandazione. - -La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le -mani e disse con voce stridente e convulsa: - --- Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico, -lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non -volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare -finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme! - -La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso -delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si -alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse. - -Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in -riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei -progetti per l'avvenire. - --- Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno -di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio -male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto? -Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor -Angela? - -Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere. - --- Ma vedete! -- diceva sorridendo a Nora -- la buona suora è così -religiosa ed ha paura del socialismo! E la mamma dov'è, dov'è la -mammina? - -Suor Angela si levò per andare a chiamarla. - -Allora, come furono soli, Febo prese con le sue mani umidicce la mano di -Nora e se la pose alle labbra. - --- No, Febo -- ella diceva, cercando lievemente di liberarsi -- no, mi fai -male, mi fai!... - --- Giurami che mi sposerai, Nora!... - --- Sì, te lo giuro, ma lasciami.... - -Si udì il passo della signora e della suora pel corridoio. Febo si -ricompose e domandò: - --- Hai scritto, mi hai risposto? - --- Sì. - --- È una lettera lunga? - --- Otto pagine. - --- Anima cara e santa! -- sospirò Febo. - -In quella entrò la signora e dietro suor Angela: avea gli occhi un po' -rossi, ma era serena. - --- Tu, mamma -- le osservò Febo scherzosamente -- sei proprio egoista e -cattiva. Oggi mi sento così bene, mi sento così allegro che mi vien da -ridere, e tu mi sgridi e vai via.... - --- Io lo dico per tuo bene, figliuolo -- ella rispose con pacata mestizia. - -Un filo di sole sbiadito avea intanto trovato strada fra i cortinaggi e -si stendeva su la tovaglia. Il cameriere avea recato il vassoio col -caffè. Febo volle porgere lui la tazza a Nora e la guardava a sorbire; -poichè ci metteva tanta grazia con quelle labbra che si stringevano così -rosee sull'orlo della tazza, e la pelle della gola che le risaliva in su -ad ogni sorso. - --- Voi, Febo, non prendete il caffè? -- domandò voltandosi e chinandosi -verso di lui; e in quell'atto il raggio di sole la investì nel volto e -balenavano le gote e le pupille; e i riccioli neri e ribelli parevano -tutti vaneggiare largamente su la fronte. - --- La mamma non vuole -- rispose il giovane scotendosi dalla sua -contemplazione estatica. -- Vero che non vuoi, mamma? - --- No, figliuolo, se no perdi il sonno questa notte.... -- rispose la -signora e si rivolse ancora distrattamente ad udir suor Angela che avea -ripigliato a raccontare di una mirabile guarigione della Madonna di -Lourdes. - --- Allora niente caffè, signorino! -- disse Nora scherzosamente. - -Febo intanto era riuscito a posare la mano su la palma di lei e -mormorava piano che la mamma non intendesse: - --- Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima -mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò.... - -Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita: -l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e -timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto. - --- Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per -vostro bene -- disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano -intendere le due donne. - -Febo allora si levò, e salutatala con un: - --- A domani, dunque! -- si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da -suor Angela. - -Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la -illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come -rabbrividire la pelle. - -Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra. -Avrebbe voluto far qualche cosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo -non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza. - -Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole. -No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in -una bara stretta e nera. - -Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo -faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva. -Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche -cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara, -qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che -confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano -posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se -sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva -seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la -divorava con gli occhi, ma lei non voleva. - -Da cinque anni, da che la zia l'avea accolta orfana e povera, era legata -a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno -in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era -entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena -vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto, -si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato. - --- Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai -come una sorella -- disse la signora. - --- Oh, questa è mia cugina!... -- avea esclamato e da quel giorno se ne -era innamorato morto. - -Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto -a stuzzicarlo; a vederlo così. - -Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i -fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti, -quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era -l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le -piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni, -più lui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione. -Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto -quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col -piede. - -Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da -ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così, -pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era -stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che -non avea mai provato per Febo. - -Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè -altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe -accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al -corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un -brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!». - -Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva -più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi con -lui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando -usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui -si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore, -che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso -di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto. - -E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava -mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto -sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle -lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le -lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le -pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne -le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo -malgrado. - -Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non -ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi -possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me! - -No ella, Nora, non gli voleva dare la sua giovanezza. Ella avea bisogno -di amare, ma non a quel modo nè lui: e più cresceva il desiderio d'amore -come più chiusa e melanconica si faceva la vita in quella casa sotto -l'approssimarsi della morte. - -Il sole intanto si era offuscato e senza alcun raggiare di sua luce, -come un globo d'oro pallido, piegava giù dietro i platani ne la -malinconia del cielo. Anche il terreno non si vedeva che ombrato e -fondo, perchè la nebbia cominciava a salire. - -E intanto lei, seguitava pensando, aveva oramai ventun'anni! Cominciava -a percorrere il decennio della trentina: inutile illudersi. Camminava -verso i trent'anni! E ancora quel carnevale, ultimo dei suoi vent'anni, -finiva! - -Ieri notte, che ora fosse stata non sapeva, la destò un coro di -mandolini e di chitarre che suonarono tutta la notte: mandavano i -mandolini note acute d'argento che parevano risa, e le chitarre -ripigliavano un dolce ed appassionato motivo. Lei aveva pianto e non -aveva più potuto chiudere occhio. - -E quella notte sarebbe stato lo stesso ripetersi di canti e suoni; anzi -di più perchè era l'ultima notte di carnevale. - -Dopo ci volevano ancora altri dodici mesi perchè tornasse il carnevale! - -Il sole finì con lo scomparire sotto la nebbia che montava più densa -insieme alla notte. La nebbia maligna si sviluppava come globi di fumo -dalla terra e aveva ravvolto tutta la foresta dei platani, di cui a -stento si distinguevano i grandi tronchi. - -Le cupole, i tetti della città smarrivano i loro contorni e si -confondevano in un grigio uniforme. - -Nessun rumore giungeva; solo qualche grido avvinazzato, e il rotolare di -qualche carro: echi indistinti dell'ultimo giorno di carnevale che -riprendeva la sua pazzia per le strade. - -Molto rimase Nora con la fronte sul cristallo. Quando fu buio, venne il -cameriere e disse che la signorina avrebbe cenato da sola perchè la -signora zia avea dovuto uscire per un affare improvviso. Nora era così -assorta che non pensò nè meno a domandare del perchè di quell'insolita -assenza: le portasse qualcosa; avrebbe cenato in camera. - -E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si -distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la -tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di -bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola del -_festival_, dove vanno a ballare le sartine. - -Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere -di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il -giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le -aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare. - -In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci -moriva! - -Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante; -bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere! - -Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere -in ordine le loro _toilettes_. Si ballava in casa C***, in casa B***. -Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine -con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne -sapeva bene qualcosa! - -Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le -schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un -assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe -innamorato di qualche altra e per lei era finita. - -Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè, -passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra -passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia. - -In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora. - --- Sono io, signorina! -- disse Lisetta con voce sommessa. - --- Sei tu? -- domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio -della stanza. - --- Sì, io -- e accese la lampada. -- Ma lei ha pianto! -- sclamò poi -accostandosi e fissandola in volto. - --- Io?... -- e si guardò in uno specchietto che avea sul tavolo: di fatto -gli occhi erano rossi. -- Non ho pianto, ma mi sento poco bene. È una -sera così noiosa, così melanconica.... - --- Allora ho una bella nuova da darle.... -- disse maliziosamente Lisetta. - --- L'hai veduto? -- domandò Nora con premura. - --- L'ho veduto. - --- Di' su. - --- Ha detto che le vuole parlare assolutamente.... - -Nora si strinse ne le spalle. - --- Gli ho fatto bene osservare anch'io che era impossibile.... - --- E lui? - --- Oh, lui niente. La aspetta questa sera alla porta del teatro dove c'è -il veglione.... - --- Ma è diventato matto? - --- A sentir lui ragiona sul serio. Mi ha detto di farle sapere che da -mezzanotte sino alle tre ci sarà davanti alla porticina di servizio qui -del palazzo una vettura chiusa, e poi mi ha consegnato un domino e una -maschera.... - -Nora non rispose. Lisetta seguitò ancora: - --- Dice che ha una notizia importante e che non la può comunicare che a -voce.... - --- E che faccia aveva? -- chiese Nora. - --- Oh, una faccia scura, signorina. Si vede che è proprio innamorato, ma -che è stanco di andare avanti così.... Qualche progetto lo deve avere -certo per la testa.... - -Nora stette ancora un poco in silenzio poi domandò: - --- Fammi vedere il domino. - -Lisetta ruppe svelta i legami di un grosso pacco e sciorinò qualche cosa -di lungo e di lucente che si svolse con un fruscìo di seta e di nastri. - --- È molto ricco, molto elegante! -- mormorò palpandolo. - --- Uno splendore, signorina! - --- Sì, ma è una pazzia la sua! -- concluse posando il domino su di una -sedia. -- Non ti pare che sia una pazzia? - --- Pare anche a me.... - --- È vero? - --- Sì..., ma io se fossi in lei ci andrei, perchè è sicuro che nessuno se -ne accorgerà. - --- Ma la zia che gira tutte le notti? -- obbiettò vivacemente Nora. - --- Ma la signora è andata via...! Ha ricevuto un dispaccio. Da prima non -voleva lasciare la casa, poi si è decisa ed è partita alle cinque per -Torino.... Non sarà di ritorno che domani. - --- Sei sicura? - --- Eh, lo domandi ad Antonio che l'ha accompagnata alla stazione.... - --- Di fatti me ne ha detto qualcosa -- mormorò la giovane. -- Ma e suor -Angela.... e Antonio?.... - --- Quelli dormono della quarta -- rispose Lisetta sprezzantemente. -- -Infine faccia una cosa: vada in fondo al corridoio, giri la chiavetta -della porticina a vetri, e chi vuole che venga a cercare di lei?... E -poi la sua stanza si può dire come separata dal resto dell'appartamento; -può fare anche del rumore che nessuno sente niente.... - -Lisetta seguitava a parlare, Nora rispondeva e interrogava a -monosillabi. - -Fuori, in lontananza, luceva la luce bianca sopra il _festival_ in -quell'ultima notte di carnevale. - - -II. - -Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa -giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora? - -Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le -stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano -all'orizzonte. - -La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male -vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano -il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno. - -Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che -avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel -silenzio e ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria -della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia. - -Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un -senso di orripilazione e di caldo febbrile. - -Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e -riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta -dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così -illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi -che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e -si prestavano a paurose visioni. - -La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e -muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco -e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria -si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto -entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa. - -Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo -teneva sospeso. - -Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a -dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la -faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di -alcun servizio. - -Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto -come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto. - -Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere -contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e -chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai -paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non -rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la -mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e -si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro -i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro; -tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda -con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere -«vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti -portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa -supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per -ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa. - -Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così -avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve -rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era -desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei -calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio -destarsi girò il bottone della lampada elettrica. - -La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca -con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue -proporzioni. - -Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno -seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era -sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Doveva ben essere, sotto -la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai -bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte? - -Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora. - -Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli -raccolti e le mani in croce sul petto. - -Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità? -Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi -con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo. - -Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la -tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione. - -Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera, -in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto -il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il -mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano, -perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che ci entrasse tanta -aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre -chiuse e l'aria non c'entrava. - -Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far -entrare molta aria nel petto. - -Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare! -E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità -sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile? -Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto -molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli -studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi -v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare -Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera, -ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza -il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si -abbandona su la spalla.... - -Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a -confondere e a dilagare in molti sogni dove discendeva come in un gorgo -cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro. -Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava -dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come -l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una -fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei -sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....» - -No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si -impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto -e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito. - --- E dell'oppio non ne voglio più! -- diceva legandosi i cordoni del lungo -e denso camice da notte. - -E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per -liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni -passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma -ebbe fatti a pena pochi passi che urtò contro l'usciolo a vetri. Non -pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era -stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con -uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i -battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura, -si apersero con una lieve spinta. - -Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del -corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come -ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano -lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul -pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece -sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh -che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè -Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la -melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso -dei sogni? - -Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse -un carattere più languido, ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e -un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo. - -Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato -il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le -fauci riarse poterono emettere un grido. - -Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e -dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il -giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani -gli accarezzava languida i capelli e le tempie. - -Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi -delle membra, rimasero fissi. - -A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della -portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di -aggrapparvisi. - -Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la -persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il -tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche -parola. - --- A me.... a me.... Nora!... -- riuscì a pronunciare con un accento che -non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo -le braccia. - -Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia -dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o -tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e -lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei, -l'amabile Nora. - - - - -Da Novi a Pavia - -(MEMORIA DI VIAGGIO) - - -Quando mi scossi dal torpore che mi aveva vinto per tutta la notte che -si attraversò la maremma e la Toscana, si era alla Spezia ove il diretto -avea fatto sosta quasi di botto; e quel rude serrarsi ed arrestarsi -delle ruote mi aveva desto. - -Fuori della tettoia, dietro le lunghe file dei convogli fermi su le -rotaie morte, un'alba livida di cenere si disegnava a pena. La pioggia -flagellava sui vetri e dal mal chiuso telaio entrava il gelo ed il -brivido di quell'alba autunnale. Poi il diretto riprese la sua corsa -internandosi ogni momento fra gran turbini di fumo ne le interminabili -gallerie che si susseguono sino oltre Genova: e nei brevi tratti che ne -usciva, si scorgeva di sotto il mare che spumava in grandi onde cerule e -si arrampicava urlando su per le pareti granitiche della scogliera. - -Brutta cosa -- pensava -- trovarsi in mare; e dolce cosa invece svegliarsi -a casina sua nel suo letto. -- Chi ha fatto questo rumore? Sono le -sorelle che ridono? o è la mamma che porta il caffè al figliuolo? - - * - * * - -Si passò Genova, Sampierdarena; e benchè il giorno fosse fatto più -chiaro (la pioggia non era ancora cessata) pure ne gli occhi mi -perdurava la visione grigia ed uggiosa dell'alba, quale mi era prima -apparsa lungo la riviera di levante. - -A Novi il diretto proseguiva per Torino e convenne scendere e salire -dopo un'attesa di un buon quarto d'ora sul treno omnibus che conduceva a -Milano. - -Era un vecchio scompartimento di seconda classe, coi sedili senza molle, -le pareti giallastre con la vernice scrostata; freddo, basso, dove -l'aria ci frizzava da ogni parte; e la reticella era solo da un lato. - -Salii per il primo senza nè meno guardare chi venisse dopo di me; cercai -un angolo, e tiratomi sul capo la coperta da viaggio, provai di -conciliarmi un po' di sonno che mi sentiva sfinito dalla stanchezza. -Così in confuso capii che altri viaggiatori erano saliti e parlavano fra -loro; ma il rumore della pioggia era più forte delle loro parole e il -torpore che mi aveva ripreso era più forte della pioggia e delle voci. - -Il vecchio carrozzone si mosse alfine ballonzolando su le rotaie troppo -larghe per le sue ruote consunte; e pure il sonno cominciava a stendersi -sopra di me in una benefica dimenticanza di molti e non lieti pensieri, -quando insensibilmente una voce di donna cominciò a farmisi intendere su -quel brusìo di voci, e cresceva sempre più forte e più uggiosa e più -continua che lo scotimento stesso del treno. - -E come avviene, io stavo in attesa che quel racconto di cui afferrava -solo il suono e non il senso, finisse una buona volta per riprendere il -sonno. - -Ma che! - -Quella era una macchina montata: bisognava aspettare che la carica fosse -finita: Dio sa quando! Ma che non vi debba essere -- pensavo fra me -- uno -scompartimento a parte per le vecchie chiacchierone, come c'è quello pei -cani e per le donne brutte!? Perchè quella era evidentemente la voce di -una donna vecchia e brutta per giunta; e in quel perpetuo cicaleccio -queste parole ricorrevano con una nauseante insistenza: -- mio figlio -- -Bonosaire -- la Merica -- la fortuna. E quello che più mi disgustava era -che la donna non parlava in dialetto, ma in italiano e con quell'accento -mezzo emiliano e mezzo lombardo, pieno di improprietà e di -sgrammaticature che su le mie orecchie usate alla fluente e sicura -ricchezza del parlare toscano, produceva un effetto di esasperazione e -di tedio. - -Alla prima stazione muto scompartimento. Ma il treno andava lento e la -prima stazione era molto lontana. E per maggior disgusto le voci che a -rari intervalli rispondevano alle interrogazioni di colei, avevano -un'inflessione anche più disgustosa. Una voce d'uomo con accento -meridionale, ma corrotto da cadenze e frasi straniere, rispondeva ogni -tanto con un monotono ed invariabile: «Così è» ovvero «Col tempo todo se -passa». Ma anche costui appariva seccato a giudicar dalla voce. Talvolta -era un altro l'interpellato, perchè allora rispondeva una piena e -gagliarda voce giovanile dall'accento tedesco e avea come dei baleni di -riso: «Io, signora, non capir taliano!»; e la voce della donna di -rimando con accento da straziare anche le orecchie di un maestro di -francese: «_Vous êtez français?_» «Oh, no, no; io studente germanico di -Heidelberg». E quella ancora a raccontare lo stesso le cose sue. - -Era un affare disperato il mio di voler dormire: buttai via la coperta, -mi ricomposi nell'angolo, e subito cercai con lo sguardo la terribile -chiacchierona che sedeva nell'angolo diametralmente opposto al mio. - -Era una figura volgare (così mi parve al primo esame) di una massaia o -borghese cinquantenne. Vestiva dimessa con un abito di lanetta color -avana e un cappellino nero di velo. Ella appena mi vide mi sorrise -benignamente con gli occhi, come ne la speranza di aver trovato un nuovo -interlocutore da supplire agli altri. «Hai proprio indovinato, la mia -donna!» -- pensai --, e rimasi impassibile. - -Quegli che parlava napoletano, ed era di fronte a me, avea una faccia -butterata dal vaiolo, faccia brutta e rude da mercante di carne porcina -o di carne umana ne le emigrazioni dei miserabili dall'Italia in -America. Gli sedeva vicina la moglie, una donna matura, alta, piena, -dalle linee del volto regolari, ma fredde ed inerti. Per tutto il -viaggio ella non si mosse dalla sua posizione, non sorrise nè diede -alcun segno di ciò che le passasse per l'animo. Portava un cappellino -inelegante ornato di molti fiori vivaci: braccialetti d'oro e catena -grossa al collo, anelli alle dita la gravavano come emblemi di una -ricchezza male acquistata ed inutile. Da quel grosso corpo uscirono due -o tre volte delle frasi che si capivano a pena, con una voce sottile e -disgustosa. - -Il marito mi disse poi che la sua signora era di nascita tedesca ma sin -da bambina vissuta a S. Paolo, però sapeva anche l'italiano. - -Lo studente germanico che sedeva di fronte alla vecchia donna lombarda, -era un gagliardo e sanguigno discendente di Arminio sui trent'anni, con -un beato sorriso su le labbra e quattro o cinque cicatrici di _rappier_ -che gli deturpavano il volto largo ed imberbe. Egli pareva come -incantato a quel fiume di parole di cui non dovea capir niente; ma -evidentemente ci prendeva gusto. Si era chiuso nel suo scialle e, -accomodato alla bell'e meglio nell'angolo, guardava la donna gesticolare -e parlare con l'espressione di chi assista ad una rappresentazione. -Quella colse a pena il mio sguardo rivolto su di lei, che mi domandò: - --- Lei è italiano? - -Io feci cenno di sì. - --- Bene -- riprese --, lo dica lei a questo signore qui che viene dalla -Merica e non ci crede; è vero o non è vero che noi italiani siamo tutti -in miseria? -- V'era in queste parole una certa mite rassegnazione e non -so quale doloroso convincimento che pareva dire: -- ma vi pare possibile -che possa essere diversamente; e come si fa a non crederlo? - --- Sicuro che della miseria ce n'è -- risposi io. - --- Oh, bravo! manco male! E adesso mi dica lei (si rivolgeva proprio a -me) che cosa doveva fare io? A Mantova un posto che sia un posto per un -giovane come si deve non c'è a pagarlo un occhio; e il mio Carletto, non -sta a me a dirlo, ma è proprio un bravo giovane. - -Stia a sentire: lui ha fatto le tecniche, che è una bella istruzione; -dopo ha fatto il soldato da volontario, perchè il proprio dovere verso -la patria o prima o dopo bisogna farlo, non è vero lei che è giovanotto? -Era nel 70º di fanteria e il suo capitano gli voleva un bene... un bene, -che se viene a trovarmi a Mantova gli faccio vedere le lettere che gli -scriveva. Basta, è venuto via col grado di sergente. Dopo cosa doveva -fare, povero figliuolo? Io raccomandarmi, io cercare, io far le scale, -andar da questo, da quello, fargli far le istanze, far accendere due -candele alla Beata Vergine se riusciva a trovare un posto. Ma che! -Niente, quando si dice niente....! Le ferrovie sono tutte chiuse; -concorsi non ne fanno più; al municipio peggio che in altri siti; e noi, -veda, si era contenti anche di un posticino da prendere cinquanta lire -al mese. Anche lui era avvilito, perchè a dirla tutta, il mio Carletto è -buono, ma, se vogliamo, non ha molto spirito. Tira più a suo padre che a -me. Oh, se avesse lo spirito che ho io, sarebbe un'altra cosa. Ma già -tutti non possono essere uguali! Oh, io non ho paura di niente; faccia -franca e avanti! Sanno loro quando è partito il vapore di mare chi -piangeva? Loro diranno che piangevo io. Nè pur per sogno. Io rideva.... -Piangeva lui che è un giovanotto. Ecco, un po' di dispiacere l'ho -provato piuttosto quando lasciò la casa a Mantova. Ma cosa vuole: suo -padre, mio marito, non lo voleva lasciar andar via: gli si era attaccato -ai panni e piangeva, piangeva che era una vergogna per un uomo di quella -età: ma io niente; è tutto per il suo bene; ed io sarei stata una -cattiva madre se avessi detto al mio Carletto; no, rimani, sta con noi! -Non è vero, signori? - -Il discorso diretto a me si era poi esteso a tutti i viaggiatori. Ma il -napoletano accendeva uno zigaro, la signora pareva assopita, il tedesco -non capiva niente. - --- Dico bene o dico male? -- ripetè, e ci guardò tutti in volto senza -avvedersi della comune indifferenza. - -Ma pigliando il nostro silenzio per esitazione a rispondere in modo -affermativo, impallidì e si commosse. Si capiva che avea bisogno di -essere rassicurata. - --- Lei ha fatto bene, signora -- diss'io. - --- Ah, ecco -- rispose trionfalmente come la pensa la gente istruita, la -gente che ha esperienza di mondo. Ma lo venga mo' a dire a quelle -zoticone laggiù di Mantova? Tu tradisci tuo figlio, laggiù ci sono i -mali cattivi, bisogna stare tanto tempo in viaggio, dicevano. Stupide, -dico io, e... e..., è che sono stupide. - -Tacque un momento, e la sua faccia si scompose in una specie di -abbattimento che mi commosse. Poi dopo un mezzo minuto, si eccitò ancora -e ripigliò. -- Veda, sono stata io, proprio io a farlo decidere di andare -in America. Qui non trovi posto? Bene...., aria! Vattene a guadagnar -fuori. E gli ho fatto io tutto; due sacchi di biancheria, due mute di -panno, che laggiù costano un occhio, e poi me lo sono preso su e l'ho -accompagnato a Genova. Lei dirà che lui poteva restare a Mantova. Ma a -far cosa, domando io? A mangiare alle spalle dei genitori? Mio marito è -scrivano da un notaio e guadagna poco; chi manda avanti la famiglia sono -io che faccio di tutto. Abbiamo anche una casa del nostro: ma cosa -conta? Il Governo mette delle tasse che portano via i tetti come un -uragano. Non le dicevo poi che ci ho anche due figliuole che oramai -saranno da marito; e poi anche che avessimo potuto, non va bene che i -giovani stiano con le mani in mano. - -Dunque lui non deve pensare soltanto per sè, ma anche per le sorelle e -vedere se può fare la dote a quelle poverine. Dico bene? - -Stette sopra pensiero poi melanconicamente aggiunse: -- Certo che è un -gran piacere avere un figliuolo in casa! La sera ci faceva compagnia a -tavola, ci teneva in allegria e ci raccontava sui giornali tutto quello -che c'era di nuovo al mondo e anche a Mantova. E adesso? È meglio non -pensarci. Si domanderà sempre: dove sarà in questo momento che parliamo? -cosa farà? Non è mica una cosa allegra! E vorrei esser con lui e nel -tempo stesso mi pare un'eternità di essere a casa mia, perchè già lo -imagino cosa faranno tutti e tre: piangere, piangere, andare alla -stazione ad ogni treno a vedere se vengo; perchè loro non capiscono mica -niente della ferrovia! Bisogna che faccia tutto io. Io non ho paura di -niente. Ecco.... devo dire la verità: un po' di paura l'ho avuta -stamattina a vedere quel mare che urlava come una belva feroce che -pareva volesse mangiare mio figlio e il bastimento. Ma loro, quelli del -bastimento, non ci badavano nè meno. Del resto lo dicono tutti che non -c'è niente pericolo, ed è come essere in casa propria, e deve essere -proprio così perchè se si dovesse morire, tutta quella gente non -viaggerebbe mica; e ce n'erano tanti di signoroni che montavano su. È -vero che non c'è pericolo? -- domandò rivolgendosi al signore butterato. - --- _Oh, està nada._ - --- Non capisco mica. - --- Io parlo _brazileno_, voi non capite il _brazileno_? Dico che il -viaggio è niente. Ho fatto venti volte la traversata, e da qui un mese -torniamo al nostro paese, a S. Paolo, sul Nord America che è il più bel -bastimento della Veloce; seconda classe distinta, cento patacconi per -uno: e il vostro figliuolo è andato in seconda classe? - --- Ma si figuri! -- rispose -- Noi si voleva fare anche questo sacrifizio, -ma quando siamo stati dove si monta su.... - --- All'imbarcadero...., -- suggerì il brasiliano di Napoli. - --- Proprio così: bene, quando siamo stati lì, ci incontriamo in un uomo -che ci guardava con curiosità: ed io subito, franca, ho fatto -conoscenza. Quando si dice la fortuna! Delle volte quelli che sembrano -povera gente sanno dare dei consigli più da amico che certi signori -qualificati. Bene, questo qui vestiva come un poveretto e, a dir tutta -la verità, ci avea anche una faccia poco pulita; ma quando ha saputo che -il mio Carletto andava in America, subito si è fatto tutto gentile e ci -ha detto: perchè volete regalare alla società di Navigazione più di -cinquecento lire? Teneteli in saccoccia che faranno bene quando sarà -laggiù. Anch'io manco dall'Italia da più di vent'anni e adesso torno a -Bonosaire dove ci ho fatto fortuna, e si può dire la mia seconda patria: -e mi mostrava la catena d'oro e la borsa che dovea essere piena di -marenghi. Bene, lui va in terza classe ed ha fatto amicizia col mio -figliuolo, perchè non sta bene a me il dirlo, ma il mio Carletto è un -giovane simpatico; basta vederlo per volergli bene; così che va anche -lui in terza dove si respira l'aria fina che fa bene per chi è un po' -gracile, e si arriva lo stesso e ci si guadagnano quasi quattrocento -franchi di differenza. Poi gli ho detto in segretezza: -- Attaccati a -quello lì che deve essere un signorone, fatti voler bene, confidati in -lui, e quando arriverete in America, ti troverà un buon posto. Ho fatto -male a dir così? -- domandò con improvvisa agitazione vedendo che il -volto dello straniero si era oscurato a quel racconto. - --- Oh, niente; avete fatto bene.... rispose dopo un istante con -indifferenza e spianando la fronte. - -Anch'io aveva capito il sospetto che era passato per la mente di colui; -ma non ebbi il coraggio di parlare. Sarebbe stato un colpo crudele ed -inutile per quella povera madre dirle che quell'uomo non era forse altri -che un truffatore volgare. - --- Ma non ci ha il posto pronto? -- domandò questa volta il signore che -parlava _brazileno_. - --- Oh sì, ha tanti posti, ha tante promesse -- rispose lei con gran -premura -- e poi ha anche delle lettere di signori di laggiù che lo -vogliono al loro servizio; ma delle volte, sa bene, la fortuna si prende -di passaggio che è meglio di tutto. Scommetto che anche lei avrà fatto -così. E quando poi avrà fatto dei soldi, quando avrà da parte un bel -gruzzolo, non voglio mica che venga a Mantova a mangiarseli. Perchè -questi ragazzi che non hanno esperienza di niente, se si trovano a pena -di avere un po' di risparmio, eccoli lì che si credono gran signori. No, -no, deve stare laggiù a farsela la fortuna per davvero. A Mantova neppur -per sogno! Si figurino che vi sono tanti giovani oziosi che stanno tutto -il giorno nei caffè e in altri siti più brutti. Se trovano uno che abbia -due soldi, eccoli tutti attorno. Supponiamo che venga lui; allora -Carletto qua, Carletto là, in baldoria ed in baracca finchè i soldi sono -spariti. - -Piuttosto sanno loro cosa faccio? prendo quel vecchio di mio marito, le -mie figliuole e via tutti in America. - -In Italia ci devono stare i ricchi e i birbaccioni; ma per la povera -gente o morir di fame o andar via.... -- Si arrestò come meditando, poi -con un sorriso che non era privo di dolcezza come per farsi perdonare la -domanda indiscreta, chiese al _brazileno_: - --- E lei ci ha messo molto a far fortuna? - -Colui sorrise in modo canzonatorio e non rispose. - --- Due o tre anni, scommetto, eh!...? - --- Io non ho fatto fortuna -- rispose colui conservando lo stesso sorriso. - --- Me la vuol contare a me? Tutti quei braccialetti, quella bella -catena.... -- e indicava l'oro della signora. -- Si capisce bene che loro -sono signori. Ma il mio Carletto ci metterà un po' di più, m'imagino, -perchè molto svelto non è.... - -Tacque allora, e forse stava per riprendere il discorso quando la -signora del _brazileno_ domandò al marito: - --- Quanto manca a Milano? -- ma l'intonazione era diversa e pareva dire: -- -Che seccatura è mai costei! - -La madre dell'emigrato o intese il senso riposto di quella domanda o non -seppe che altro dire per allora, perchè non aprì bocca. Il volto, non -più animato dalla foga nervosa delle parole, si era ricomposto di nuovo -in una pallida e triste quiete. Il signore avea riacceso lo zigaro e -buttava fuori gran boccate di fumo; lo studente di Heidelberg avea -mandato in dentro il suo sorriso e tratto fuori il _Baedeker_. - -Il carrozzone un po' sbatteva, un po' scivolava su le rotaie lubriche -dalla pioggia mentre attraverso i vetri bagnati passava, passava il -triste paesaggio lombardo. - -Alberi e pioppi in lunghe file, cascine, praterie verdi come smeraldo, -vacche e cavallacci pascenti ne la marcitura putre dell'acque, fuggivano -indietro, come attonite cose, sotto il bigio velame delle nebbie che -montavano già nell'ora meridiana autunnale. - -Avea quella povera donna tolto furtivamente dal seno una corona del -rosario e in fretta in fretta faceva passare le avemarie e premeva le -labbra nel fervore della preghiera, e chiudeva ogni tanto gli occhi. Il -treno fuggiva verso Mantova, ma il suo cuore se ne portava un gran -bastimento, e le onde immani portavano il bastimento su le loro creste -come una paglia; le onde senza fine dell'abisso del mare. - -Frattanto il treno rallentava in prossimità di una stazione e la -macchina fischiò a più riprese. - --- Dove siamo? che stazione è questa, signori? -- domandò scotendosi tutta -e levandosi in piedi. - --- Io non sapere -- disse lo studente tedesco. - --- Volete l'orario? -- chiese il _brazileno_. - -Il treno si fermò e si udiva la voce del conduttore che gridava: - --- Voghera.... a Voghera; chi scende a Voghera? - --- Voghera? -- disse la donna -- ma io devo scendere qui per andare a -Mantova.... - -Lo sportello fu aperto e l'aria gelida del di fuori entrando di colpo ci -scosse penosamente. L'aiutammo a scendere e poi le porgemmo una -valigetta e un fagotto che avea. -- Stiano bene, si conservino, facciano -buon viaggio tutti -- disse come fu scesa, affettuosamente. - -La seguii con lo sguardo e vidi che si era accostata al capo stazione il -quale stava dritto sotto la tettoia, sotto l'aureola del suo berretto -rosso. Che cosa gli dicesse non capii lì per lì. Lui stava impassibile; -lei gesticolava umilmente mostrando il biglietto. Infine il capo chiamò -il conduttore, il quale prese la tessera e poi staccò dal suo libretto -un supplemento e lo consegnò alla donna accennando di far presto. Ella -rifece il binario barcollando, e andava su e giù per il treno -evidentemente in cerca del nostro scompartimento. Allora io battei sui -vetri ed ella comprese; si fece aprire e salì. La guardia chiuse con -dispetto il battente borbottando non so che cosa. - --- Oh bella -- disse colei sorridendo, -- volevo tornare qui dai miei -compagni e lui, invece, mi voleva far montare dove voleva lui, io no! - --- E bene, non scende a Voghera, signora? -- domandai mentre il treno si -metteva in moto. - --- Ma che! -- rispose con rassegnazione -- Il biglietto che mi hanno fatto -a Genova non andava bene perchè avrei dovuto fare un giro lungo sino a -Piacenza: invece loro mi hanno fatto un altro biglietto per Pavia e così -arrivo prima, quasi all'ora del pranzo.... - -Perchè bisogna sapere come è quella gente! Saranno ad aspettarmi a tutti -i treni, e se non mi vedono arrivare, penseranno Dio sa quali disgrazie. -Cosa vuole che loro sappiano di ferrovie, di orari, di viaggi? Anzi, io -ci penso fin da ora e mi vien da ridere: veda, quando mio figliuolo ci -scriverà che ha fatto fortuna ed andremo tutti laggiù in America, io -scommetto che lui, mio marito, per fare il viaggio, si metterà l'abito -nero che tiene nell'armadio per le grandi occasioni e il cappello a -cilindro. Pover'uomo, di queste cose non se ne intende mica, ma è così -buono! - - * - * * - -Io avevo aperto l'orario mentre la buona donna parlava e ad una prima -occhiata avea capito che il capo stazione di Voghera avea preso un -grosso errore facendola proseguire per la linea di Pavia, giacchè v'era -una lunga fermata a Pavia ed un'altra a Cremona, per modo che non -sarebbe giunta a Mantova che alla mezzanotte circa. - -Però non le dissi nulla e forse me ne sarebbe mancato l'animo. Lei -s'accorse che io consultavo l'orario e mi domandò con premura: - --- Non va forse bene...? - --- Sì, va bene; soltanto dovrà aspettare a Pavia più di una mezz'ora.... - --- Questo poi mi dispiace -- disse con rassegnazione -- perchè non ho -portato nè meno uno sciallettino, e non si può proprio dire che faccia -caldo.... - -Io non insistetti e lei riprese: -- A me basta di arrivare a casa per -l'ora del pranzo; perchè a mangiare all'albergo non si sa mai!... Vedono -una donna sola, danno quel che avanza in cucina e poi mettono su il -conto che vogliono loro....; lo lasci dire a me che ci ho pratica del -mondo. E poi veda: ho anche voglia di andare a pranzo coi miei, perchè -ho preparato una bella sorpresa. Già staranno tutti come tante mummie; -lui poi piangerà, povero vecchio! Allora sa lei che cosa faccio? Tiro -fuori della roba che ci ho qui dentro -- e indicava un sacchettino bianco -ben legato al collo. -- Sa lei che cosa ci ho qui dentro? Sono dei frutti -che nascono in America e sono dolci come il miele. Si chiamano banani, è -vero? -- domandò al _brazileno_. - -Quegli fece cenno di sì. - --- E ve ne sono tanti laggiù, è vero? -- tornò a domandare. - -Il _brazileno_ levò il capo e piegò le labbra come a dire: -- A -volerne!... - -E lei tutta consolata riprese: -- Io dirò: cari miei, questi frutti li ho -comprati nel bastimento dove viaggia Carletto. Laggiù poi ve ne sono -tanti che non costano niente. Quella sì è la terra promessa!... - -La macchina fischiò; il treno a poco si fermò sotto la pioggia. - --- Siamo a Pavia, signora! -- le dissi. - --- Finalmente! -- e prese tutta la sua roba e discese. - --- Adesso vado a sentire dal capo stazione quanto tempo devo fermarmi a -Pavia -- disse --, e loro signori stiano bene e facciano buon viaggio, e -lei -- aggiunse rivolgendosi al _brazileno_ -- chi sa che un giorno o -l'altro non ci vediamo in America e allora si vuol stare tutti allegri -in compagnia. - -Si scostò, attraversò i binari equilibrandosi alla meglio fra la -borsetta e il sacco dei banani; e dopo aver chiesto a due o tre -impiegati, si rivolse ad un altro di quei mandarini che vivono sotto le -tettoie delle stazioni e sotto la mitra rossa dei loro berretti. La vidi -parlargli umilmente e.... poi fece un atto di disperazione; ripassò per -i binari in furia e venne al nostro sportello. - --- Ma sanno, sanno, signori, a che ora giungo a Mantova? Alle undici.... -capiscono..., alle undici e quaranta! - -Non potè dire altro: una guardia la scostò bruscamente e il treno si -avviò. La rividi riattraversare i binari.... poi ferma col capo chino -sotto la tettoia già deserta, con la borsetta in una mano, nell'altra il -fagotto dei banani, i frutti dolci come il miele che mangerebbe suo -figlio; e non potei staccare gli occhi da lei sinchè il treno, fuggente -sotto la pioggia, non me l'ebbe tolta dallo sguardo. - - - - -Per un ribelle - - _. . . . . . . Pictoribus atque poetis - quidlibet audendi semper fuit aequa potestas._ - - -Al tempo delle recenti sommosse in Sicilia, ne la piccola quanto -illustre città di R*** in Romagna (illustre perchè ha di molti e bei -monumenti antichi) furono sequestrate circa tre mila copie di un -opuscoletto di versi e di prose intitolato _Scaglie roventi_. Il -provvedimento del sequestro -- inutile dirlo -- era giustificato dal fatto -che l'autore non potendo gettare bombe autentiche, si accontentava di -appuntare la prosa e la rima in forma di saette, e te le scagliava con -una irruenza di entusiasmo e di rabbia tale che guai se invece di essere -archilochee fossero state di semplice ferro. - -Dunque il provvedimento era giusto; specie oggi che, grazie a Dio, non -si è più ai tempi di Renzo Tramaglino, ne' quali un facinoroso, un -barattiere o un soperchiatore di professione poteva ridersene della -legge e di chi ne portava le insegne. - -Ma pure approvando il sequestro, faceva pena il pensare alla persona -colpita e danneggiata; perchè bisogna sapere che l'autore delle _Scaglie -roventi_ non era un sanguinario di razza, ma un povero giovane non -ancora trentenne, pittore per vocazione e non di mestiere per la ragione -che di commissioni non ne avea; ed affetto inoltre da una malattia che -per lui era divenuta cronica: la miseria. - -Costui ne gli ultimi tempi si era buttato tra la compagnia dei peggio -anarchici e rivoluzionari di quella città: i socialisti per costoro non -erano che dei borghesucci annacquati: perchè bisogna anche sapere per -chi non ci ha pratica con quelle regioni, che in Romagna la politica, -oltre a tante cose, è una specie di _steeple-chase_ istintivo a chi -trova le forme più avanzate: giuoco certo non innocente e che abbisogna -di molta sorveglianza, ma non così pericoloso come può sembrare a prima -vista, e come alcuni credono o fanno credere, almeno sintanto che v'è da -mangiare e da bere: ed a questo provvedono a bastanza bene il buon Dio e -le campagne ubertose e felici. Perchè quella è gente che di digiuni non -ne vuol sapere. Solamente la sera che dovessero andare a letto a stomaco -vuoto o scemo, sarebbe una scarsa garanzia per il domani. Ma sino a quel -giorno si può esser tranquilli: o fan di gran chiacchiere o si -accoltellano fraternamente fra di loro. Hanno inoltre un disprezzo per -la legge che è divenuto proverbiale; così invece che dire: «io non -voglio prepotenze», dicono nel loro rude dialetto: «io non voglio -leggi». - -Or dunque i compagnoni conducevano a torno il nostro pittore per tutte -le osterie; e alle ore piccole, quando rincasava, era forse più la -gravezza del vino che avea in corpo di quello che potessero pesare -quelle sue ossa e la poca carne che vi era attorno. Gli amici e i -compagnoni gli pagavano da bere e questo era il prezzo delle sue -conferenze, perchè quando era brillo avea delle sortite bizzarre e degli -sproloqui paradossali; insomma faceva ridere o faceva piangere; il che è -tutt'uno. Ma da mangiare non ne avrebbe accettato: non era dignitoso per -un artista. - -Il luogo di ritrovo era ne le tipiche e indimenticabili osterie o, -meglio, cantine di Romagna. Altrove non si costumano e val la pena di -descriverle. Sono delle grotte a volta nei sotterranei stessi dei -palazzi e vi si scende per molti scalini sotto il livello della strada. - -Due file di botti adornano le pareti; lampade caliginose pendono dalla -volta. Il muro più stretto è occupato da un camino medioevale dove -ardono fascine di sarmenti e, su la brace, in graticole enormi cuociono -pesce e sardella e carne porcina. Uno degli avventori fa vento, un altro -vi versa l'olio a stille, e l'odore nauseabondo si spande dal focolare. -I boccali di coccio bianco a fiorami circolano ricolmi e spumosi di ben -fermentato mosto, e il cantiniere che siede presso la botte, con la mano -su la spina, a fatica soddisfa alle richieste dei molti che gli si -accalcano con i boccali sporti. - -Su le panche, attorno ad un tavolo lungo e stretto, stavano dunque i -compagnoni, ravvolti dentro le capparelle tradizionali, gettate a due -colpi attorno al collo e alle spalle; il cappello a cencio con l'ala -schiacciata su la fronte; fisonomie o incoscienti o feroci: tutti -intenti all'oratore, appoggiati alle palme; e su di essi le lampade -improntavano colpi di luce e di buio alla Rembrandt. - -Lui era a capo tavola, ritto, esile, macilento, con l'occhio smarrito. A -gran gesti, con certe mani bianche ed affilate, parlava con voce -stridente e con certo digrignare di denti contro la tirannide dei -borghesi e dei preti: propositi immani, applausi feroci. Uno dei seduti -interrompeva con un pugno sul tavolo da sfondarlo in segno di -approvazione, e con una formidabile bestemmia si alzava; abbrancava un -bicchiere colmo, si accostava all'oratore e lo obbligava a bere, per la -Madonna! Entusiasmo bestiale a cui non era possibile sottrarsi. Il vino -talora sgocciolava sul soprabito nero del nostro pittore, miserabile -segno di un'aristocrazia invincibile: e poi seguitava a parlare. - -Delle volte, tanto era il vino ingurgitato, che la madre di lui aprendo -la porta ai replicati bussi, vedeva i compagnoni che gli riportavano il -figlio su le spalle mezzo morto dal vino. Questo avviene talora in segno -di buona amicizia ne la dolce terra di Romagna. Ma prima che si fosse -dato a così mala compagnia, ed anche allora, quando il fumo del vino non -lo rendeva aggressivo, egli era la più mite e schietta creatura che si -possa imaginare e si accompagnava anche agli odiati borghesi e li -conduceva su, ne la sua stanza a vedere i suoi abbozzi e i suoi quadri. - -Era tanto che voleva andarsene via di quella città, all'estero, lontano, -in Australia, come diceva lui. Ma ogni anno era sempre lì: ci volevano i -soldi del viaggio, e le speranze rifiorivano con la buona stagione e poi -cadevano giù all'autunno, quando le cantine si aprono per il vino nuovo, -e quelle diventavano per lui il rifugio e il solo ritrovo possibile. -Intanto scriveva le sue _Scaglie roventi_ contro i borghesi; anzi avea -un progetto: se ne sarebbe messe le copie in una bisaccia e sarebbe -andato su per il Montefeltro, per le Marche e per altre terre e castella -di Romagna: le avrebbe declamate in piazza, per le fiere, e le avrebbe -vendute. Per mangiare e per dormire avrebbe accettato l'ospitalità degli -amici: in viaggio era permesso. - --- Già ho bisogno di aria libera di montagna! -- e aggiungeva: -- Vuoi che -non le venda le mie _Scaglie roventi_? sono tre mila copie: a cinque -soldi l'una fanno settecento cinquanta franchi, e poi vuoi dire che -lassù in montagna non trovi qualche prete che abbia da rifare la testa -alla Madonna e le ali agli angeli? Dopo faccio fagotto e vado via e non -ci torno più da queste parti. - -Ma le tre mila copie furono sequestrate tutte in tipografia, fresche -fresche, a pena venute fuori dalla macchina: una burla lepidissima su -cui la plebea arguzia romagnola trovò modo di sbizzarrirsi in motti e -facezie in gran copia. - --- Mi hanno voluto far fare un debito come fate voialtri borghesi! -- -esclamava lui arrotando i denti; ed alludeva al fatto di non potere -soddisfare il tipografo, che avea promesso di pagare col ricavato della -vendita. - -Ma per quanto si inferocisse o celiasse, si capiva che il colpo del -sequestro gli era andato diritto al cuore: ultima speranza volata via -per terre lontane più che l'Australia e senza pagare il biglietto di -viaggio ai borghesi! Poi v'era anche la vanità del poeta ferita -crudamente in quelle sventuratissime _Scaglie_, legate e portate via -come una balla di carta straccia; perchè quei versi non erano brutti, -anzi come arte aveano un certo pregio; e l'indignazione e l'odio acuiti -dai patimenti e congiunti ad una naturale esaltazione, aveano valicato -di un balzo tutte quelle difficoltà che si frappongono a chi voglia -scrivere in rima. - -V'erano delle strofe davvero potenti e scintillanti di furore e ne -citerò alcuna delle più miti per ossequio al sequestro e alla legge. - -Ecco ad esempio come comincia il «Canto di un ribelle affamato»: - - Quando cadon le folgori - e i venti fanno urlare le foreste, - quando passeggia libero - il genio che conduce le tempeste; - ed i torrenti fuggono - per le chine e le valli spumeggiando, - coll'onda fiera e torbida - case, roveri e abeti trascinando; - - sento in me dentro crescere - l'odio ai potenti ed il desio di guerra, - sento la furia indomita - del ribelle che tutto arde ed atterra. - - Poichè pezzente e misero - mi veggo, e come fossi un vil carcame - i felici mi fuggono - ed è compagna mia solo la fame - . . . . . . . . . . . . . . [1] - - [1] Per evitare equivoci e per aver libera la coscienza da - peccati che sarebbero due, i versi e le idee rivoluzionarie, - l'autore del presente volume ci tiene a dichiarare che queste - rime sono proprio tolte dalle «Scaglie roventi» del sig. - Francesco A***, edite pei tipi di Emilio R*** ne la illustre - (sempre a cagione dei monumenti antichi) città di R***. E chi - non ci crede si rivolga al Sig. Carlo Chiesa, editore, che ne - darà prove. A.P. - -Oh, ma mi faranno il processo, mi faranno -- diceva a questo e a quello -il nostro pittore e poeta --, e mi voglio difendere io e allora ne -sentiranno!.... - -Per ventura ci fu un'anima pietosa che lo dissuase e con buone ragioni -perchè gli disse: -- Se tu parli come ne hai l'intenzione, ti legano e ti -mandano a far compagnia alle tue _Scaglie roventi_. Ti difenderò io se -tu lo vuoi. - --- Ma tu sei un borghese e un brigante... rispose il giovane pittore; e -se per avventura alcuno non lo sapesse, dirò che la voce di «brigante» -costumasi dare abitualmente a coloro che sono di opinioni moderate e -conservatrici. È una figura retorica che è in uso laggiù! - -Ma tanto disse e fece che quegli promise di farsi difendere. La cosa si -riseppe e se ne fece un gran parlare, perchè il sig. C***, difensore -improvvisato, era noto per le sue idee regressive, anzi per le continue -intransigenze contro ogni novità. Avea in sua gioventù viaggiato e -studiato ed anche avea nome di uomo di talento, qualità punto pregiata -in quella città per la semplice cagione del soverchio numero di talenti -che quivi attecchiscono. - -Il sig. C*** faceva da molto tempo il gentiluomo di campagna e ci teneva -tanto alla sua proprietà che quando gli parlavano di collettivismo -rispondeva semplicemente che per suo conto li avrebbe difesi a fucilate -i suoi poderi. Queste affermazioni sanguinarie, comuni del resto in -Romagna, non è a credere che gli togliessero dimestichezza e facilità -pur con gli stessi avversari: e la ragione è che in quei paesi un po' -selvaggi e primitivi, vi fiorisce per buona ventura un certo senso di -bonarietà e di umana semplicità e gentilezza che vale ad attutire le -fierezze e gli odi di parte, ed accomuna gli uomini di varia fortuna e -natura. - -Non parrà dunque cosa strana se in quel dì la sala dell'udienza in -pretura fosse gremita di gente delle più disparate opinioni politiche e -di sfaccendati ed oziosi, di cui in quel paese è gran numero: e costoro -farebbero la fortuna degli impresari e delle compagnie comiche e liriche -se in teatro ci si potesse andar gratis; ed anche gli autori ed i librai -molto se ne avvantaggerebbero se i libri si potessero dar per niente e -il leggerli e l'intenderli non costasse una certa fatica. - -Ecco il discorso di difesa che tenne il sig. C***; e a me spiace che il -mio stile non sia del tutto adatto a rendere la tinta di festevole -serenità e di sarcastica piacevolezza con cui l'oratore seppe rendere -facile quella sua bizzarra e paradossale orazione. - - * - * * - -«L'imputato che vi è qui dinanzi, illustrissimo sig. Pretore, sotto la -grave e terribile accusa di anarchico, di Tirteo della dinamite, è tanto -per noi, rappresentati e vindici del presente ordine costituito, quanto -per gli innovatori o socialisti che qui vedo largamente rappresentati -fra il pubblico, come anche per i suoi compagni di fede, un individuo -eterogeneo ed eteroclito, cioè è il campione di una specie che va -scomparendo. - -Egli è un accusato, senza dubbio. Ma guardate il fremito che lo agita, -la macerie che lo divora, il fuoco che gli si versa dagli occhi, e voi -capirete che egli, ne la sua mente, è un accusatore. Condanniamolo a -venti anni di reclusione; alla ghigliottina, allo squartamento coi -cavalli ed egli non ci domanderà grazie e molto meno si riconoscerà -colpevole. - -Condannarlo è facile, ucciderlo pure sarebbe facile. - -Il difficile, o signori, sarebbe di provare che tutti i torti stanno -dalla parte sua e tutte le ragioni dalla parte nostra. - -Ma pretendere nel mondo questa giustizia ideale sarebbe un pretendere -l'assurdo. Fino dall'età dell'oro, e lo attesta Esiodo, Temi se ne volò -al cielo coprendosi gli occhi con le ali per orrore di noi, e da allora -non è più tornata. - -Voi poi avete purificato i cieli dagli angeli e dai fantasmi biblici, e -va bene; pure dai vostri più potenti telescopi non si annuncia ancora -che Temi accenni al ritorno. Stiamo dunque nel reale e nel possibile: la -giustizia con la sua spada vigili in difesa dell'ordine sociale -stabilito dalla volontà dei più e dalla forza delle cose; tuttavia -voglia per pietà rendere meno selvaggio il diritto di quelli che -trionfano e regnano, e pur meno amaro il pianto di chi in ogni età deve -formare le fatali schiere dei vinti. - -Questa è la melanconica e pur vera parola di Cristo. - - * - * * - -Ed ora cominciamo: Chi è costui? Vi potrei rispondere con una frase -d'effetto: È un uomo che ha fame. E sarei nel vero, perchè a casa sua è -una inverosimiglianza che a mezzogiorno bolla la pentola. È anche la -fame che lo fa cantare quelle atroci cose. - -Ma io vi dirò di più: Egli è un'anima che ha fame! - -I suoi compagni lo hanno spesso costretto ad assidersi a delle -imbandigioni da disgradarne Panurgio e Pantagruel, e gli hanno posto -innanzi una serie interminabile di bottiglie; poi lo hanno accompagnato -a casa cantando. - -Ma la sua è una bulimia che non si placa per cibo, è un'arsura che non -si smorza col vino, è un dolore che non si conforta coi canti. - -Andiamo innanzi: Voi lo accusate anche dello abbominevole vizio -dell'ubbriachezza. Di fatto egli si è dato a questo smodato uso del -succo settembrino. Ma, in sostanza, egli è sobrio. Assicurategli ogni -giorno una ciotola di minestra, sia pure di fagiuoli, una stanza al -quinto piano senza che il locatario lo venga a infastidire con la -pigione, un abito nero per uscire decente, e voi lo troverete tutto il -giorno occupato a dipingere le sue teste di angeli e di Madonne; e barbe -di profeti e vergini supplicanti. - -Se poi lo accoglierete con onore ne le vostre case, se lo farete -partecipe della vostra intimità, gli comprerete o almeno gli loderete il -quadro, lo andrete a visitare nel suo studio, egli sarà un uomo felice e -troverà che il mondo gira così bene col sole e con la luna che lo -vagheggiano a volta a volta, con tutto quel bel mare azzurro e quei -boschi e quei campi, e non gli verrà nè pure in mente di invocare - - il rabido - coro degli Austri fremebondi e urlanti - -e di dire: - - Amerò sempre i pallidi - morbi spavento e morte seminanti - -come scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo. - - * - * * - -È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia -portava in terza pagina, prima del sonetto di _réclame_ al Ferro China, -un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre -patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco -A***....» Ebbene, io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro -suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul -volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi -domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli -ne avea le tasche piene. - --- Hai comperato molto salame da cena? -- gli chiesi vedendolo in quello -strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. -- Dice -Murger ne la sua _Vie de Bohème_, che per diventare artisti, bisogna -mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto. - --- No, è la giustizia che si fa strada -- rispose, -- forse è la via della -gloria che mi si apre!! -- e mi sciorinò fremendo il giornale. - -Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo! - -V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la -sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era -un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di -libri ne la biblioteca municipale. - -Percepiva cinquanta lire mensili, più qualche incerto commerciando in -libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio -testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una -figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e -dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle -scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino -alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il -vespero. - -Il giovanetto era un cosino smilzo e macilento, e in quella solitudine -della biblioteca, in mezzo a que' quadri e a quelle vecchie stampe si -innamorò pazzamente dei colori e dei pennelli. - -Le sue letture preferite erano il Trattato della Pittura del Vinci, le -Vite del Vasari e quella del Cellini, e ne sapeva molti passi a memoria; -e voi avrete osservato che egli, senza avere mai messo piede in una -delle così dette scuole classiche, scrive con una robustezza sintetica e -con periodi vibranti e densi di pensiero che fanno contrasto con le -abbominevoli massime di distruzione che vi professa. - -Ma la sua passione era il contemplare le vecchie stampe che -riproducevano i quadri e le tavole dei pittori antichi. Il Lippi, il -Masaccio, Sandro Botticelli, in genere i pittori del quattrocento, -esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Parlava del -Ghirlandaio, di Luca Signorelli come di amici presenti, e in mirare -quelle energiche e forti espressioni umane della nostra rinascente arte -italiana la quale con tanta coscienza si era emancipata dalle mistiche e -ingenue forme medioevali e avea così divinamente, così audacemente -affermata la natura e la vita, egli, il giovanetto, perdè la ragione e -il senso delle cose reali; ma vivea sempre in mezzo a quelle figure e le -sognava, io credo, rinnovate in un'altra e grande arte contemporanea. - -Per lui tutta la storia dei secoli XV e XVI si riempiva della vita e -delle opere di questi grandi pittori. Pontefici, re, guerrieri, gran -signori non esistevano che come seguito e corteo di quelli. - -Tutto quel magnifico e meraviglioso cinquecento gli passava davanti agli -occhi come una visione di fate e gli tenevano le veci quasi del mangiare -e del bere. Erano i suoi amici che passavano! - -Allora cominciò a sporcarsi le dita coi carboncini e poi co' colori, -tutto da per sè, senza aiuto o consiglio e così durava da non breve -tempo. - -Qualche vecchio gentiluomo, qualche canonico, qualche stravagante -erudito, i soli che (voi lo sapete) in questa nostra città frequentino -la libreria, vedendo il giovanetto tutto curvo sul telaio, là in una -delle aule, nel punto dove batteva un raggio di sole giù dagli alti -finestroni, si fermavano a guardare. - --- Questo garzonetto o giovincello ha inclinazione per l'arte della -pittura, eh? -- si domandavano con voce chioccia e nasale -- Bene, bene! -Bravo, figliuolo mio, lavora, carino...! E che dipingi mai? Ah, una -Madonna! Bene, figliuolo caro, sempre con la santissima religione e -farai buona fine! Iddio ti assisterà. - --- Fa tutto da per sè! -- avvertiva pianamente il padre che si era -accostato al visitatore. - --- Ah sì? Allora -- dicevano coloro -- è proprio la benedizione del -Signore! Coraggio! - -Al vecchio gli occhi che avea sempre rossi e lagrimosi, si colmavano di -maggior pianto e il giovanetto movea la matita con alacrità convulsa -come avesse voluto far venir fuori la sua figura dalla tela, in un -colpo, e farla rizzar gigante e ridente su per quel raggio di sole. - -Ma dopo alcun tempo pensò che pur bisognava uscir fuori da quella -solitudine della biblioteca e farsi conoscere; ed allora avvenne che -esponesse un quadro. Il babbo con la sua barba bianca poteva servire da -modello, e così fu. - -Le domeniche e tutti i giorni che la libreria stava chiusa, il vecchio -posava davanti al figliuolo con in dosso la cappa rossa di un sagrestano -e gli occhi rivolti al cielo: dovea figurare un profeta o un veggente al -naturale. Quando il quadro fu finito, si lavorò per la cornice, e con -certi regoli di legno e loro arnesi l'ebbero condotta a termine. Un -libraio che avea una bella vetrina sul corso si acconciò ad esporre il -quadro; e il giovanetto trepidante, una sera in su l'imbrunire, lo -trasportò in quella bottega e lo dispose in modo che fosse in buona -luce. Se ne fece un gran parlare, ma le critiche non furono benevoli e -la cosa poi finì ne la solita indifferenza. I primi giorni tutti -andavano a vedere; e i contadini che venivano al mercato, davano di -grandi urtoni perchè volevano vedere anche loro. -- Chi è? cos'è? È un -beccamorto con la tonaca rossa! È un matto che muore! To' to'! è il -vecchio della libreria. Proprio lui, vivo sputato! È il figliuolo che ha -fatto il ritratto al padre: si vede che gli vuol bene; e perchè l'ha -vestito di rosso? che bisogno c'era di metter fuori i ritratti di -famiglia? Vada, vada ad imparare il disegno geometrico, l'ornato e la -prospettiva ne le scuole -- sentenziava fra gli altri con amaro spregio -il maestro di disegno delle scuole tecniche -- e poi farà l'imbrattatele. - --- Tutte le pulci han la tosse -- diceva uno degli intelligenti -- Tutti -dottori, tutti avvocati, tutti artisti! Vecchio matto, all'officina lo -mandi! - -Poi la gente non si fermava più e il veggente rimase per qualche giorno -ne la vetrina con la sua tonaca rossa, gli occhi inspirati e l'indice -alzato ad indicare il cielo tutto il giorno fra quella gente che non ci -badava più che tanto. - -In questo tempo il vecchio venne a morte e per il giovanetto -cominciarono i giorni tragici della fame. - -Uscì dalla biblioteca, si rivolse ai signori, ai preti se avessero avuto -da fare qualche ritratto, da ripulire o accomodare qualche quadro in -chiesa. -- Mi dispiace, figliuolo, ma proprio non ne ho di commissioni! -- -rispondevano tutti. E pure per le nozze della contessina B*** avevano -fatto venire un pittore da Firenze a farle il ritratto e lo aveano -pagato fior di quattrini. Perchè non affidare a lui l'incarico? Egli -piangeva di dolore e di rabbia e pure seguitava a dipingere, a -dipingere, a dipingere nel suo stambugio sotto i tetti. - -Un giorno il bibliotecario che era un uomo da bene e aiutava la vedova -di nascosto del figliuolo, gli disse: -- Carino mio, tu bisogna che -cominci da capo e vada a studiar fuori. Breve: lo indusse a fare una -domanda al municipio per avere un piccolo sussidio, e poi si diè attorno -a raccomandarlo ai consiglieri. -- Ma chi è costui? -- dicevano -- È figlio -di un clericale. Deve essere uno stravagante come il padre. Se il -municipio dovesse aiutare tutti quelli che si credono di avere una -vocazione, addio finanze. -- E il dabben uomo ribatteva: -- E avete pure i -fondi stanziati per i sussidi agli studi. -- Ma gli altri -- rispondeano -- -presentano dei buoni documenti e in regola: questo qui che studi -regolari ha fatto? Dove è andato a scuola? Le scuole allora a che fine -ci sono? - --- Ti devi raccomandare un po' anche tu, figliuolo -- diceva poi al -giovane il suo protettore. - --- Io? io no. Io ho la mia arte. -- Basta: tanto disse e fece quell'uomo -per bene che gli fu assegnato un sussidio di trecento lire. E allora -andò a Roma a studiare e vi rimase sei mesi. Avea ne la valigetta due -paia di scarpe con la suola ferrata come costumano i montanari, ma le -riportò a casa sfondate, tanto avea fatto un gran girare pei musei, per -i fori, per le strade. E l'accademia? L'accademia niente. - -E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il -sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la -scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il -sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di -prima, qui fra noi. - -Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame. - -Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando -da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli -offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna -servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota, -il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che -egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della -sua arte e non di elemosina. - -A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete -un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi -della sua pazzia è di una semplicità assoluta: - -«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta: -pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere -dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un -assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere; -e per il passato gli ho detto molte cose. - -Vedi, amico -- io gli ho detto -- oggi la grande arte è finita e quella -poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e -già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e -di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi -se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a -raccoglierlo. - -Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società -può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere: -ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai -fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i -quadretti per i salottini delle _cocottes_. Esse qualche soldo lo -spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze. - -Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi, -ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la -verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se -tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza -accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu -faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa -più caso di nulla. - -Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte, -e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì -gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni, -rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con -l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno -quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori, -è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure -a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto -e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi che una volta ho -veduto soffiare, soffiare sotto un pallone. - -Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra: -ma in alto non voleva salire. - -I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato; -ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che -manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè -la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose -esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e -meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è -grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata -e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta -nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da -venire. - -Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui -l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per -la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno, si è convinti -di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro -mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi -di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a -proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti -ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città, -le vie le campagne si vanno assomigliando. - -L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini -geometrici! - -Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri, -il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del -troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa -pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che -è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai, -ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto -su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di -mettere su la testa di quel terribile tiranno. - -Questo poeta si chiamava Arrigo Heine. - -Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la -sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere -e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il -mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino al -_Louvre_. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore -gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime. - -Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte -e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a -noi; tu lo senti! - -Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea -fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la -colpa alla borghesia. - -No, ragazzo -- io gli ho detto anche -- la borghesia non ci ha maggior -colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote -perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò -detto che le cose hanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le -cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in -particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono -così. - -La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della -grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia -inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una -funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne -ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile -fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira. - -Che se vedi qualche pittore vendere il quadro, ciò non ti deve illudere -nè fuorviare dal retto giudizio. Non lo comprano, credi, per amor -dell'arte, ma perchè l'uso, le esigenze hanno ancora una certa forza; e -il pubblico, questa gran bestia che oggi veste più o meno all'inglese, -ci si spassa, specie ne le esposizioni, a vedere tutte le pareti coperte -di quadri posti l'uno sopra l'altro, e fa confronti e ci si appassiona -quasi come ad una corsa di cavalli. Allora butta il suo soldo e tutti -pari. Ma la grande arte non se ne avvantaggia per questo, e il pittore -che per compiacere al pubblico ha deturpato in quadretti di genere e -civettuoli le austere idealità che avea forse in mente, ci muore lo -stesso. E allora: «_all right_; vettura, all'ospedale!» La nostra è -un'età umanitaria e previdente che melanconia di cadaveri e di moribondi -non ne vuol veder per le vie. Tientelo a mente, amico pittore! - -Ma sempre furono vane parole le mie: lui è rimasto fisso nell'idea della -grande arte. Avea troppo ingegno e troppo amore a quelle sue figure che -gli splendeano ne la mente per adattarsi ad un qualche mestiere; ed è -così che prima ha perduto la fede in Dio, ed è divenuto ateo; poi ha -perduto la fede ne gli uomini ed è divenuto anarchico, che è un ateismo -anche questo! Oh, le orribili parole! E pure oramai egli vive pazzo per -questa pazzia, e quanti ve ne sono con lui! - -Egli ha finito poi col buttarsi in braccio delle cattive compagnie, -l'infelice, e quivi trascina la sua ruinata giovinezza, fin che dura. -Viene da piangere a pensarci! - -Egli la sera, fra i boccali e le sanguinarie proposte, la bestemmia -atrocemente la Madonna che da giovanetto pregava fra gli incensi, presso -suo padre; quasi che la Madonna dopo la borghesia fosse lei la colpa di -tutto e avesse le orecchie per intendere! - -Ma la mattina riprende stanco i pennelli e la dipinge ancora, per -istinto, la soave figura della Vergine, come l'uccello fa il nido che la -sera i fanciulli distruggeranno. - -Oh, quando un raggio di sole entra ne la tua stanza, allora su per il -raggio di sole, su fino al cielo tu vedi un ondeggiare e muoversi di -figure che la mente comprende, e di cui il pennello sa a pena rendere -un'imagine fuggitiva! Ed anche il mondo ne le notti stellate, ai dolci -tramonti, e pur ne le tempeste, quale splendore di quadro è desso mai! - -Ebbene, no! Egli a questo bellissimo mondo vorrebbe dar fuoco come si fa -ad un malvagio topolino che i monelli cospargono di acceso petrolio! - -Ma non è questa una cosa orribile che vi debba essere una classe di -uomini anelanti alla distruzione? - -Le _Scaglie roventi_ sono state sequestrate, e va bene: ed a più forte -ragione anche da coloro che lanciano ben altro che dardi poetici, noi -abbiamo il diritto di premunirci, e di opporre arma ad arma. - -Ma io mi sono domandato: e dopo questo? Forse che distruggendo con ferro -e fuoco le manifestazioni del male ne avremo anche estirpate le cause? E -poi il male è solamente limitato a questi pazzi furiosi e sanguinari, o -non ha più tosto un'estensione maggiore che non si creda e che sfugge -alle ricerche? - -Perchè da quello che si legge e che si ode pare che non scarso sia il -numero di coloro (e questa non è gente nè malvagia nè volgare) che -vivono malcontenti e che hanno perduta ogni fede in ogni buon -ordinamento e in ogni legge: ma si sentono gravati come da un'immensa -oppressione che non si sa in che cosa propriamente consista, ed hanno -bisogno di muoversi più liberamente e più lietamente per questo mondo. - -Allora ho voluto consultare quei savi che si dicono antropologi e -filosofi positivi per sapere quale sia la diagnosi di questo male che -affligge la nostra età, ed ecco quale ne fu il responso: «Anarchia: cioè -adempimento di ogni istinto indomabile ed irrefrenabile; -antisociabilità, ritorno atavico all'animalità primitiva, degenerazione -ampiamente diffusa che si manifesta tanto con una opera dell'Ibsen e del -Tolstoi, degenerazione superiore; come una pentola di nitroglicerina, -degenerazione inferiore -- forme varie di una malattia unica». - -Il linguaggio di questi signori è categorico e proviene dalla gran -sicurezza che sentono della loro scienza. Essi, in certo modo, sono come -dei medici che hanno in cura l'umanità e col termometro sotto l'ascella -ne sanno compulsare ogni menomo moto ed ogni più lieve squilibrio. Da -tale superiorità proviene anche il fatto che essi ragionano con -un'olimpica indifferenza come se questa infermità crescesse non sul -nostro corpo sociale ma su quello degli abitanti della Luna. - -O come avviene -- ho chiesto loro umilmente -- che la nostra società la -quale corre a tutto vapore su le rotaie positive della scienza, verso la -stazione di un avvenire sociale perfetto, debba avere il sangue così -guasto da produrre tali degenerazioni? - -La risposta che si degnarono di darmi fu enigmatica, e da quel che ho -capito, pare che dicessero che le cause del male si debbono trovare nel -fatto che noi attraversiamo ora un periodo di passaggio: ma che il -giorno in cui le democrazie sociali avranno raggiunto il loro completo -sviluppo, l'umanità si muoverà liscia senza stridere e senza urti, come -una macchina motrice dei più perfetti sistemi. - -Essi ne hanno la piena convinzione, ed io mi sono ben guardato dal -dubitarne. - -Uno anzi dei maggiori sacerdoti dell'avvenire e del positivismo in un -suo libro recente non esita a dichiarare che la fede in Dio, gli -entusiasmi, gli eccitamenti affettivi sono un errore soggettivo -dell'uomo. Anche l'arte non è altro che una deviazione iniziale dalla -salute perfetta. - -E dal punto di vista di questi signori le cose sono propriamente così. -Se l'ideale della società deve essere come il funzionamento di una gran -macchina di cui ogni individuo rappresenta un ordigno condannato alla -schiavitù di movimenti prestabiliti, certo in tale caso ogni forma -autonoma dell'individuo diventa una deviazione dalla verità. Così -poniamo che io parta dal concetto che solamente le forme geometriche -siano normali e buone: e ognuno può vedere quale immenso lavoro -rimarrebbe a fare per disporre le cose naturali secondo questa supposta -perfetta struttura. Del resto è innegabile che se noi potessimo, -ridurremmo tutto a forme simmetriche e geometriche, come quelle che ci -si presentano più belle e conformi al nostro gusto. La meravigliosa -assimetria, la sapiente irregolarità della natura ci spiace. Quale -felicità se noi potessimo dare ai monti, ai mari, ai fiumi una forma -uguale, con i cucuzzoli, i bacini, i corsi già stabiliti in qualche -studio tecnico, ne lo stesso modo che nei giardini si potano le piante, -le si contorcono, si cimano le erbe come la barba di una persona per -bene. - -Ma ritornando a quei signori sapienti, io sarei anche disposto a credere -che essi come gente di molto ingegno e di grande studio, non ragionino -così perchè ne abbiano una convinzione vera e profonda, ma perchè esiste -per così dire nell'aria, questa specie di diffusa tirannide contro le -manifestazioni individuali e geniali, ed essi di questa opinione sentono -l'influsso o la suggestione, come ora si dice, e sono portati -involontariamente a darvi la sanzione scientifica. - -Si aggiunge poi un altro fatto: e questo è che, per la ragione del forte -contrasto e del confronto che ne segue, tutte quelle che sono davvero -forme individuali e geniali, assumono indubbiamente uno strano aspetto -di pazzesco e di ridicolo. Uno che abbia una grande idealità ci fa -l'effetto come di un torrione diroccato che debba caderci a dosso e -farci del male. Lo si guarda un po' ridendo, un po' con sospetto: ma lo -si lascia solo. Ed è in questo caso che si svolgono nell'individuo -quelle forme davvero generative ed anarchiche di cui il nostro pittore è -un modesto ma ben eloquente saggio. - -Io penso anche che se i più famosi e savi personaggi delle età -trascorse, come guerrieri, filosofi, artisti, dovessero rivivere nel -nostro tempo, si troverebbero in gran disagio e le loro virtù geniali -che tuttora ammiriamo ne le storie e ne le opere che rimangono, -finirebbero con lo scomporsi in forme stravaganti e ridicole. - -E un altro fatto pure è notevole: mentre i più belli esemplari della -famiglia umana si vanno perseguitando e finiscono per iscomparire, è un -fatto innegabile che con molto amore e con infiniti mezzi si allevano e -si migliorano quelli che sono tipi inferiori, tanto dal lato fisico come -dal lato intellettuale, i quali la natura tenderebbe a rendere sterili o -ad uccidere in breve tempo. - -E questo fatto lo si considera come una delle più grandi conquiste della -civiltà e del progresso, una delle glorie indiscutibili del nostro -secolo. Ed è vero, e come negarlo? - -Bisogna però anche concedere che le democrazie sociali verso cui -camminiamo sono per avere una ragione fisiologica oltre quelle che hanno -di natura economica e storica. - -Oggi, ad esempio, la scienza medica e l'igiene hanno trovato il modo di -vincere tante infermità che prima conducevano a pronta morte. Etici, -rachitici, scrofolosi, epilettici, che so io, si curano o per lo meno si -portano ben avanti nel tempo; anche i deformi, i muti, i cretini, i -piccoli delinquenti si allevano in massa, si raddrizzano e si adattano -alla vita sociale. - -Anche lo stupefacente estendersi degli asili, delle scuole di vario -grado non è senza una ben potente ragione di volontà universale; perchè -è fuor di dubbio che le scuole, oltre a molti nobili fini che si -propongono, sono diventate nel fatto una specie di lungo e raffinato -stabilimento di incubazione dove i meno forniti di intelligenza giungono -al grado voluto di maturità per entrare poi nel torrente vivo della -vita. Solo per questa ragione voi vi spiegate tutte le minuzie dei -metodi pedagogici, la moltiplicità delle materie, il frazionamento in -piccolissime dosi di quelle discipline che sono a pena un po' astruse: e -questo metodo che sembra assurdo anzi dannoso per uno scolaro di -intelligenza vera e forte, diventa invece razionale e proficuo per -l'allevamento dei piccoli idioti o semi idioti delle presenti e future -democrazie. - -Questo esercito di deformi, mantenuto a spesa dei più adatti alla vita, -finisce un po' per volta col diventare suscettibile di miglioramento, di -energie e di riproduzione, ed acquistando forza dal grandissimo numero, -si sovrappone con una concorrenza disastrosa e con un'energia feroce in -proporzione della conoscenza della loro originaria inferiorità. Eccone -un piccolo saggio: Ad un tavolino da caffè, in una grande città -industriale, ho udito questo dialogo autentico. Un signore con moglie e -quattro figli si siede presso un giovane, e battendogli su la spalla, -gli dice famigliarmente: - --- Caro amico, ho letto il vostro libro di poesie: ma, scusate, non mi -accordo col giudizio del giornale tale, della rivista tal'altra che ne -fanno un mucchio di elogi. - --- Mi dispiace: vi trovate de' difetti? è scritto male? i caratteri non -vi paiono veri? vi scarseggia il sentimento, il senso del bello, le -considerazioni? -- domandò l'altro timidamente. - --- Questo non so, anzi, vi sarà tutto ciò che voi dite; anche troppo! Il -difetto è -- aggiunse in tono reciso e di rimprovero come quel tal bravo -a don Abbondio -- che voi artisti non scrivete per le masse. Dovete -lavorare per le masse, avete capito? A questo solo patto, vi concediamo -di essere artisti. Altrimenti non avete ragione di esistere. - -Così tu, mio stravagante pittore, che hai ne la mente la tua grande arte -e le tue fantasiose figure, devi dipingere per le masse. Che cosa? io -non saprei dirtelo. So che devi dipingere per le masse; se no, crepa di -fame. - -È innegabile che noi ci troviamo di fronte ad una nuova specie di -tirannide e delle più crudeli; e fin qui nulla di nuovo giacchè la -tirannide vi fu e vi sarà sempre fra gli uomini; ma la cosa notevole è -che non ce ne avvediamo o non abbiamo il coraggio di confessarla. E pure -in nessun tempo si è tanto imprecato contro la cieca e feroce ignoranza -teocratica che ardeva Giordano Bruno e impediva a Galileo di affermare -una verità di natura! Ma che cosa si dovrebbe dire della odierna -tirannide di tanto più paurosa in quanto essa non risiede in un -individuo nè in un ceto di persone ma nell'universale? - -Con tutto ciò è un fatto notevole e da un certo punto di vista -meraviglioso questo miglioramento fisico ed intellettuale delle masse -per quanto sia a discapito degli individui migliori, e certo è una -grande vittoria contro questa terribile e muta Sfinge che è la natura. - -Ma a me pare che essa intenda, e seguendo certe sue leggi di fatale -equilibrio, prepari la tarda vendetta contro il piccolo uomo che l'ha -voluta correggere del suo divino errore e strappare ha osato le bende -entro cui si avvolgea. - -I degenerati superiori, come li chiamano gli scienziati, di cui è tipo -il nostro pittore, finiranno per iscomparire; e sia pur pace con loro, -se pace almeno fosse per essere con quelli che rimarranno. - -Ma così verosimilmente non sarà. Perchè io temo che questo allevamento -delle moltitudini e delle masse quanto più crescerà di raffinatezza e di -estensione, tanto più metterà allo scoperto una infinità di germi gretti -e malefici, di cattivi e bassi istinti che senza quell'allevamento -sarebbero rimasti sterili o occulti o oppressi dagli uomini, veramente -migliori. Già se ne vedono i segni. - -Chi avrà un da fare enorme saranno gli scienziati nel registrare tutti i -nuovi fenomeni di criminologia e di degenerazioni devianti dalla salute -perfetta dell'uomo modello. Gran sventura che gli organismi debbano -nascere nell'utero delle donne con fatali leggi e non si possano invece -formare secondo le dosi di una ricetta razionale entro un laboratorio di -chimica! - -Queste cose ho voluto dire al nostro giovane pittore affinchè si -persuada a non scrivere più altre rime sul modello delle _Scaglie -roventi_ e si convinca a non prendersela contro nessuno: non contro Dio -che è troppo lontano, non contro la borghesia che non ce n'ha colpa e -pensa a ben altro, non contro i socialisti i quali non hanno altro torto -se non di dire: questa è pasta da far gnocchi! - -Il meglio è che tu rompa il pennello e ti butti a qualche mestiere.» - - * - * * - -Con questa persuasiva conclusione finì la difesa di quello spirito -bizzarro; ma la disputa non ebbe termine ne la sala d'udienza chè fu -proseguita calorosamente per le vie e non sarebbe cessata così presto se -quell'oratore non avesse proposto di pagar da bere ai più intimi ed -arrabbiati avversari. - -E bevvero allegramente, perchè quando non finiscono male, possono anche -finire con un buon desinare le questioni ne la dolce terra di Romagna -solatia, come la chiama un caro nostro poeta. - - - -***END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI INGENUI*** - - -******* This file should be named 42373-8.txt or 42373-8.zip ******* - - -This and all associated files of various formats will be found in: -http://www.gutenberg.org/dirs/4/2/3/7/42373 - - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. Special rules, -set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to -copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to -protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project -Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you -charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you -do not charge anything for copies of this eBook, complying with the -rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose -such as creation of derivative works, reports, performances and -research. They may be modified and printed and given away--you may do -practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License available with this file or online at - www.gutenberg.org/license. - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy -all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession. -If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project -Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the -terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or -entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement -and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic -works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation" -or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project -Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the -collection are in the public domain in the United States. If an -individual work is in the public domain in the United States and you are -located in the United States, we do not claim a right to prevent you from -copying, distributing, performing, displaying or creating derivative -works based on the work as long as all references to Project Gutenberg -are removed. Of course, we hope that you will support the Project -Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by -freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of -this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with -the work. You can easily comply with the terms of this agreement by -keeping this work in the same format with its attached full Project -Gutenberg-tm License when you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in -a constant state of change. If you are outside the United States, check -the laws of your country in addition to the terms of this agreement -before downloading, copying, displaying, performing, distributing or -creating derivative works based on this work or any other Project -Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning -the copyright status of any work in any country outside the United -States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate -access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently -whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the -phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project -Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed, -copied or distributed: - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived -from the public domain (does not contain a notice indicating that it is -posted with permission of the copyright holder), the work can be copied -and distributed to anyone in the United States without paying any fees -or charges. If you are redistributing or providing access to a work -with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the -work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1 -through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the -Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or -1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional -terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked -to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the -permission of the copyright holder found at the beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any -word processing or hypertext form. However, if you provide access to or -distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than -"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version -posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org), -you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a -copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon -request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other -form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm -License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided -that - -- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is - owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he - has agreed to donate royalties under this paragraph to the - Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments - must be paid within 60 days following each date on which you - prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax - returns. Royalty payments should be clearly marked as such and - sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the - address specified in Section 4, "Information about donations to - the Project Gutenberg Literary Archive Foundation." - -- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or - destroy all copies of the works possessed in a physical medium - and discontinue all use of and all access to other copies of - Project Gutenberg-tm works. - -- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any - money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days - of receipt of the work. - -- You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm -electronic work or group of works on different terms than are set -forth in this agreement, you must obtain permission in writing from -both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael -Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the -Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -public domain works in creating the Project Gutenberg-tm -collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic -works, and the medium on which they may be stored, may contain -"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or -corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual -property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a -computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by -your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium with -your written explanation. The person or entity that provided you with -the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a -refund. If you received the work electronically, the person or entity -providing it to you may choose to give you a second opportunity to -receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy -is also defective, you may demand a refund in writing without further -opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO OTHER -WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO -WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. -If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the -law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be -interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by -the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any -provision of this agreement shall not void the remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance -with this agreement, and any volunteers associated with the production, -promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works, -harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, -that arise directly or indirectly from any of the following which you do -or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm -work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any -Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause. - - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation information page at www.gutenberg.org - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at 809 -North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email -contact links and up to date contact information can be found at the -Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To -SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any -particular state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. -To donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic -works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm -concept of a library of electronic works that could be freely shared -with anyone. For forty years, he produced and distributed Project -Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. -unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily -keep eBooks in compliance with any particular paper edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search facility: - - www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
