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MONDADORI - ROMA -- MILANO - - PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA - - _I diritti di riproduzione e traduzione sono_ - _riservati per tutti i paesi, compresi_ - _la Svezia, la Norvegia e_ - _l'Olanda_ - - _Copyright by Casa Ed. A. Mondadori_ - _1922_ - - 1º MIGLIAIO - - ---- - - - - - INDICE - - - IL CANE DELLO ZIO PROSPERO - LE PENNE DEL PAVONE - LA FIUMANA - A SANT'ELPIDIO - L'OMBRELLO - CI VUOL PAZIENZA! - FRANCESCO MIO... - SIMPATIA - NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA - VALENTINO E LUCILIO - LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO - COMPASSIONE E INVIDIA - UN MARTIRE DELLA VERITÀ - IL VITELLO - ZVANÒN - LA CASTA SUSANNA - BUONA GENTE - IL TESTAMENTO - CHE COSA E' IL MONDO? - NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU - - ---- - - - - - TOP - - NOVELLE - - ---- - - - - - IL CANE DELLO ZIO PROSPERO - - - - I. - - --- Top! - -Il cane seguitò per la sua strada, proprio opposta a quella da cui -veniva il padrone -- Prospero Marzioli -- nel tornar a casa. - --- Top! - -Al secondo più forte richiamo il bracco dovè ricordarsi del castigo -meritato altra volta facendo il sordo: una schioppettata della quale, -più che pallini, gli restava addosso una gran paura. Piegò il capo; si -fermò un istante, quasi a riflettere; poi accorse. E dimandava grazia -con la coda e con gli sguardi. Se non aveva da temer lo schioppo -- -perchè si trovavano in paese --, c'era il bastone non meno spaventevole -a rammentarne i colpi; e a vederlo già alzato -- misericordia! -- si -comportò come soleva in tale pericolo. Una tattica tutta sua: -s'abbatteva in terra supino, le gambe piegate e rattratte. Così salvava -almeno il cocuzzolo e il dorso ed esponeva solo la parte del corpo più -tenerella e più acconcia, secondo lui, a commuovere la pietà padronale. - -Ma quel giorno nel rivolgere la testa e il collo espose al padrone anche -una cosa più commovente: di sotto al collare uscì una carta, un -bigliettino che, ben arrotolato, vi era tenuto stretto da un filo. Oh! - -Oh! oh! Mentre il signor Prospero se ne stava tranquillo dal barbiere o -dalla tabaccaia, Top serviva dunque da portalettere, da messaggero, -da... A chi? Uno strappo; e, senza neppur leggere intera una parola, gli -fu manifesto, al signor Prospero, chi commetteva il contrabbando. Non -gliel'aveva insegnata lui, all'Elena, la calligrafia? - -Elena -- innamorata! - -Ebbe la tentazione di leggere tutto: ma si trattenne, vinto da un senso -di profanazione e disgusto, dall'amarezza che gli salì alla gola e quasi -dal dubbio che il suo tradimento fosse più riprovevole dello stesso -inganno in cui gli pareva d'esser caduto. - -Ricompose il biglietto; tornò a legarlo; poi comandò iroso: -- Su! Via! ---; e accennava al cane la strada della missione incompiuta. - -E Top, contentissimo, scappò a compierla. - - - - II. - - -Innamorata -- Elena! Di chi? Non gl'importava saperlo; particolare -secondario nel fatto enorme. Questo: che la bambina di ieri, la -fanciulletta in cui egli aveva raccolta tutta la sua affezione e una -gioia superiore forse a quella di padre, Elena già palpitava per un bene -segreto, celato a lui, lo zio, come a qualsiasi altro che potesse -contaminarlo! Peggio che un inganno, quella condotta non dimostrava -oltraggiosa diffidenza? ingratitudine? E perchè non avvertire il -fratello o la cognata? Non ne aveva l'obbligo, Prospero Marzioli? - -Egli rincasò fermando questo proposito nella mente confusa. Ma non entrò -per la porta grande: entrò per la porta del camerone che da secoli era -usato, dai Marzioli -- razza di cacciatori -- a uccelliera, museo di -vecchie armi, magazzino e officina d'ogni arnese da caccia. E con un -calcio spedì la civetta a soffiare in disparte, e avanzando ad aprir la -finestra rovesciò la panca con su le pentole del vischio e le ciotole -dei chiodi. Quella mattina si sbagliò fin nel distribuire il pasto ai -richiami: mise vermi e cuor trito nel beccatoio dei fringuelli; i merli -ebbero miglio e canepa. Anche, un beveratoio gli sfuggì di mano e andò -in pezzi. E ruppe del tutto, e quindi gettò sotto la tavola, la gabbia -di vimini da accomodare. E passato nella camera da pranzo appena fu -certo di non essere visto, salì nella sua camera; e adocchiò dalla -finestra scostando un po' la tenda. - -Elena se ne stava là, nel cortile, all'ombra. Cuciva. -- Innamorata! - -Ebbene: c'era da meravigliarsene tanto? Diciott'anni; ormai diciannove; -e una bella ragazza. Molto bella! Due occhi di una dolcezza ineffabile; -un sorriso di anima pura; i capelli biondi... - -«Ah quando tu, zio, le dicevi: -- perchè ti pettini così? -- e lei -diceva: -- perchè è di moda --, e tu ribattevi: -- non mi piaci --, tu -mentivi: avresti voluto che nessuno la vedesse pettinata alla moda, i -biondi capelli spartiti su la fronte bianca e serena. E quando, vestita -di nuovo, la mortificavi: -- questa tinta non ti si confà; stai male --, -tu ingelosivi dell'ammirazione che susciterebbe. E quando la sorprendevi -nell'atto di specchiarsi e l'accusavi di vanità, e lei, timida, -arrossiva quasi colta in fallo, tu dubitavi fin d'allora che verrebbe il -giorno in cui, specchiandosi, essa non penserebbe solo a sè, penserebbe -a chi non sarebbe certo suo zio». - -Dalla voce che gli parlava dentro in tal modo il signor Prospero derivò -argomento a darsi, per minor rimprovero, dell'imbecille. - -«Timida? Imbecille! È timidezza l'amoreggiare e ricorrere a sotterfugi? -valersi di strattagemmi piuttosto che confidare nel senno dello zio, se -non della madre o del padre?». - -Ma l'intima voce opponeva: «Che sai tu, vissuto fuori del mondo, delle -audacie a cui una ragazza, appunto perchè timida, appunto perchè ha -soggezione dei suoi e dello zio, può essere indotta dall'amore? Che sai, -tu, di quel senso di pudore verginale per cui un'anima ingenua -affronterebbe ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede d'aver -acquistato il senno dall'esperienza della vita? Che sai, tu, degli -ostacoli che Elena veda per la realtà del suo sogno e della fede che -abbia solo in sè stessa per superarli? E perchè mai la rimproveri nel -tuo pensiero, appiattato dietro una tenda, e non le manifesti -apertamente il tuo pensiero, il tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti -timido anche tu? innamorato... anche tu, di lei?». - -Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena di laggiù e il mondo -intero gli leggessero in faccia quest'ultima dimanda, il signor Prospero -si tolse dalla finestra, e si accasciò su la poltrona ad ascoltarsi e a -consultarsi. - -Innamorato, no, non gli pareva di essere (non gli pareva: a quarantatrè -anni! di sua nipote!), ma geloso, sì: non poteva negarlo; non poteva -ammettere che quella creatura bella, a cui aveva dato tanto del suo -cuore e del suo animo, divenisse preda d'un altro, d'un indegno, forse; -non poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore dei sommessi -colloqui di lei, felice. Un martirio insopportabile! - --- Top! Vieni qua, Top! il mio Top! -- gridava Elena. - -E il povero zio scattò in piedi; tornò ad osservare di soppiatto. Il -cane, di ritorno a casa, era venuto a lei; lei lo accarezzava; lo -premiava con lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare di -sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta. - -«L'ammazzo!». Ohibò! Ammazzato Top, perduta Elena, che gli resterebbe al -mondo? Con la visione rapida e precisa di un morente, il signor Prospero -scorse tutto il suo passato, la sua esistenza inutile. Non un amore -serio; non una salda amicizia; nessun altro svago, altro diletto che la -caccia; nessun altro scopo. Eppure durante diciotto anni gli era -sembrato di vivere pienamente, nell'affetto della nipote. Elena! Elena! -Quando, piccolina, gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe! -quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando -- e lui fingeva di -non accorgersene -- apriva gli sportelli delle gabbie, e i cardellini e -i verdoni, via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei dovrebbe -soffrire? E quando la piccolina si ostinava a non capir le lezioni, e -piangeva, e lui s'inquietava e la giudicava poco intelligente, chi gli -avrebbe detto: un giorno la conoscerai più furba di te? - -«Come avrà fatto a istruir Top? -- L'ammazzo!». - -Ohibò, signor Prospero! Non bastava levargli, a Top, il collare? Elena -comprenderebbe che lo zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto. - -E il signor Prospero deliberò di levar il collare a Top. E, per la -speranza di soffrir meno, prese anche una deliberazione più grave. - - - - III. - - -Se, poco oltre mezzodì, lo zio Prospero non sedeva a tavola ad aspettar -il fratello, la cognata avvertiva la domestica o l'Elena: -- chiamate il -cane! --; e se il cane non arrivava, eran certe che lo zio desinerebbe -in campagna e rincaserebbe solo la sera. Quel giorno dunque si -meravigliarono a veder il cane e a non veder lui. In ritardo? Non -tardava mai. Invitato da qualche amico? Non aveva amici che lo -invitassero a pranzo, e quando ne avesse avuti, non ci sarebbe andato. -Cos'era successo? L'Elena stentava a dissimulare l'angustia. Ma per -fortuna nessuno, all'infuori di lei, si accorse che a Top mancava il -collare; e, per fortuna maggiore, suo padre -- nonostante il fiero -aspetto -- era l'uomo più pacifico di questo mondo. Egli si limitò a -dire: - --- Chi non mangia, ha mangiato. - -Non sospettava di nulla. E non si meravigliava di nulla, Adelmo -Marzioli! La spiegazione della strana assenza l'avrebbero, prima o poi: -inutile preoccuparsene. - -Egli, infatti, l'ebbe prima di averci ripensato: due ore dopo -mezzogiorno, alla Congregazione di carità ov'era segretario. - -Prospero gli comparve dinanzi con gli occhi semichiusi sotto le ciglia -folte e lunghe, in un'attitudine quasi violenta per lo sforzo della -volontà. E al fratello, che attendeva zitto e cheto, parlò con un lieve -tremito nella voce. - --- Ho pensato che è meglio ci dividiamo. Io mi tengo la Valletta; a te -l'altro podere, la vigna e la casa. Nella casa mi riservo il camerone. -Ci mettiamo il letto; il camino c'è: mi basta. - --- Come vuoi -- disse Adelmo Marzioli. - --- Incarichiamo del rogito il notaio di qui o di Faenza? - --- Come vuoi. - --- Siamo d'accordo? - --- D'accordo. - -E Adelmo Marzioli riprese a scrivere. - -Se non che mentre Prospero stava per uscire successe quasi un miracolo: -il fratello aveva qualchecosa da aggiungere. - --- Ehi! Senti! - -Prospero si voltò. - --- Cosa ne dirà il paese? - -Prospero rispose: -- Dirà quel che dico io: che io sono un uomo -all'antica e le tue donne vanno alla moderna; che, secondo me, voi -spendete troppo in proporzione al tuo stipendio e alle entrate, e io -voglio assicurarmi della mia parte per quando sarò vecchio e per -lasciarla, quando morirò, a mia nipote se non si mariterà, o se sposerà -uno della sua condizione. È chiaro? - --- È chiaro. - --- C'è altro? - --- Nient'altro. - - *** - -La separazione non dispiacque neanche alla cognata. Non che Prospero le -avesse mai dato soverchio disturbo; sempre però l'avevan tenuta in un -certo disagio quel suo carattere scontroso e quelle sue abitudini di -misantropo, e da un pezzo in qua egli la seccava con le osservazioni a -ogni spesa che si faceva per l'Elena. -- Ah ah! vestito nuovo; scarpine -nuove! oro! gioielli! Durerà? -- Dispiacere, e più che dispiacere, provò -invece l'Elena. Come ad accorgersi di Top senza collare pensò che lo zio -aveva scoperto la marachella, all'avvenimento che seguì pensò che lo zio -era impermalito con lei; e dubitò d'averlo contrario nelle sue speranze. -Avrebbe voluto impietosirlo dicendogli: -- Io le sono tanto affezionata! -sia buono! --, o magari provocarne lo sdegno dicendogli: -- Che cosa le -ho fatto, io? --; purchè parlasse! Il silenzio di lui l'atterriva. Ma -non osava andar a trovarlo nel camerone; affrontarlo. Finchè ebbe -un'idea. Dall'uscio che dal camerone metteva nella stanza da desinare la -madre aveva tolta la grossa chiave. Elena s'avvide che per il buco della -toppa passava una spera di luce. Allora si chinò, guardò, scorse le -gambe dello zio andare e venire. Benissimo! E colto il momento che -nessuno poteva udirla, fece, a voce bassa: - --- Zio! zio! - -Lo zio palpitò; volse lo sguardo intorno; e non fiatò. - --- Sono qui dall'uscio! M'ascolti! Una parola, zio! - -Egli non fiatò; non si mosse. - --- Io le sono tanto affezionata, e lei non mi risponde nemmeno! Cosa le -ho fatto, io? - -Ma a questo punto Top, il quale giaceva nel cantuccio vicino alla -civetta, tese gli orecchi, si alzò, precipitò all'uscio; e drizzato su -due piedi contro di esso, si mise ad abbaiare e a guaire -affettuosamente. - --- Ah Top! il mio Top! Tu sei buono! Diglielo tu allo zio che è cattivo, -che mi fa soffrire! - -Cattivo? Soffrire? Era un'ingiustizia! un'infamia! Lo zio non ci resse -più. Esclamò, ironico: - --- Soffri, eh, perchè ho levato il collare a Top? - -Poi, con sarcasmo per lei e per sè medesimo: - --- A far all'amore non potrebbe servirti, in cambio, il buco di una -serratura? - -Nessuna risposta. Non s'udì più che il vario vocìo dei richiami. E Top -tornò ad accucciarsi vicino alla civetta. - - - - IV. - - -Non molti giorni dopo, mentre stava aggiustando gli staggi a una rete, -il signor Prospero udì battere alla porticella di strada e chiedere -forte: - --- È permesso? - -Nè aveva ancora risposto -- avanti! -- che un signore entrò; giovine. - --- Disturbo, signor Marzioli? Mio padre mi ha consigliato di venir da -lei per... - --- Chi è vostro padre? -- interruppe il Marzioli senza muoversi da -sedere e senza far complimenti. - --- Tarelli! Io sono Diego Tarelli. - -Ah! aveva dinanzi il figlio del conte; il più ricco del paese: bisognava -riceverlo con garbo. - --- S'accomodi! Mi dispiace... -- affrettò cerimonioso e imbarazzato --; -in questa stamberga..., in questo disordine... - --- Amabile disordine! -- esclamò, disinvolto, il giovine. -- Sapesse -come l'invidio, signor Prospero! Lei è il più famoso cacciatore di -Romagna! Quante volte a Roma ho pensato a lei! - --- A Roma? - --- Ci ho compiuti gli studi; e adesso sono, vorrei diventar cacciatore -anch'io. Ecco -- aggiunse contemplando le gabbie in terra o appese al -muro --: ecco i richiami, i cantaiuoli! Quaglie. Un merlo. Cardellini. -Fringuelli. Un fanello... - --- Un frisone -- corresse il signor Prospero. - --- Sbagliavo: un frisone; un... - ---... bigione. - --- E quante reti! Di quante sorta! Piccole, grandi, a maglie larghe e a -maglie strette. E han tutte il loro nome, eh? - --- Sì. Quella lassù, distesa, si chiama aiuolo; quella accanto, -paretella; quell'altra, è una ragna. Queste qui giù sono erpicatoi, -diluvi. Questa che sto aggiustando è una lungagnola. - -Intanto Diego Tarelli cercava accostarsi all'uscio (l'uscio dal buco -della serratura aperto); e come ci fu, volse il dorso e alzando gli -occhi alla parete di contro: - --- Anche armi antiche -- disse --. Curiose! - -Il signor Prospero accennava: - --- Uno schioppetto del seicento. Una cerbottana; una balestra. - --- E gli ordigni, più in basso? - -(Com'era difficile...). - --- Corni da polvere. - --- No: intendo dir gli altri, là, a terra. - -(Com'era difficile infilare un bigliettino nel buco della serratura -voltandole le spalle!). - --- Sono trappole; pignuole; bertovelli. - --- E il modo d'usarli? - --- Semplicissimo. - -Il signor Prospero andò a prendere una gabbia col ritroso per -dimostrarla da vicino al visitatore; e questi intanto riuscì a spingere -nel buco il biglietto che la mano dell'Elena da un pezzo era pronta a -ricevere. - -Ma la faccenda non doveva finir bene. Colpa di Top. - -Il quale, spalancata d'un salto la porta, entrò, e a veder Diego Tarelli -gli fece la festa dovuta a un caro amico. - --- Top! Top! -- Il giovine non potè fingere di non conoscerlo. - -Allora un sospetto balenò alla mente del signor Prospero. Strinse gli -occhi sotto le ciglia folte e lunghe. Dimandò, cupo: - --- Vi conoscete? - --- Chi non conosce Top? Tutto il paese! Io poi ne sono un ammiratore; e -appunto perciò sono venuto a disturbarla, signor Prospero. Me lo vende? -a qualunque prezzo... - -«Me lo vende?» Ahi ahi! Cotesta dimanda, cotesta proposta, urtando nel -sospetto che tornò a insistergli in mente, strappò, a un tratto, fuor di -sè lo zio. Parve investir il visitatore, minacciarlo con la gabbia in -mano. -- Vendere, io, Top? - -Vendere Top, la sola creatura affezionata che, perduta Elena, gli -resterebbe al mondo, almeno per qualche anno? - --- Vendere il mio cane? -- ripetè più forte. -- Io? Top? - -E prima che l'altro potesse articolar parola, tanto era rimasto sorpreso -da quella veemenza, seguitò: - --- E voi dite di essere, di voler essere cacciatore? No! -- gridava e -gli agitava, avanti e indietro, sotto il naso, la mano sinistra con -l'indice teso --. No! Cacciatore tu, giovinotto, non sarai mai! mai! Non -sei, tu, che un signorino, un ricco! -- E aveva nella voce il disprezzo -di chi accusa una brutta azione. -- Già! perchè avete dei soldi, molti -soldi, voi signori, voi ricconi, vi credete lecito tutto: ogni -indelicatezza, ogni sopruso, ogni usurpazione di affetti, di cose care! -Ma ci sono delle cose che non si vendono, che non si comprano! Tientelo -a mente, giovinotto mio! - -Diego Tarelli aveva lui pure sangue romagnolo nelle vene; nondimeno si -contenne. Riflettè che aveva a fare non solo con un mezzo matto o un -matto intero, ma con lo zio di Elena. E borbottava delle scuse. - --- Non credevo d'offenderla... Mi scusi... Mi perdoni... - --- Che scusare e perdonare! Vattene e buon giorno! - --- Sì! Buon giorno! - -Il giovinotto se ne andò chiudendo di colpo la porta. - -E il signor Prospero si accasciò su la seggiola. - --- È lui! -- mormorava --. È lui l'innamorato di Elena! - -Bella lezione, però, gli aveva data! - -Tale lezione, infatti, tale innamorato che appena fu fuori Diego Tarelli -temè il crollo della sua felicità in causa di quel matto zio e di quel -benedetto e maledetto cane; e corse alla Congregazione dal signor Adelmo -Marzioli a chiedergli la mano della figlia. - - - - V. - - -Confermandosi nell'ipotesi per cui si era arrabbiato, il signor Prospero -ebbe un rigurgito di amarezza in gola; poi si sentì pieno di male il -cuore. E si sfogò a inveire, entro di sè, contro la nipote. Stupida! -Infatuarsi d'un Tarelli! Credere avesse buone intenzioni e si proponesse -davvero di sposar lei! Non dubitare che egli amoreggiasse per -divertimento! Stupida! -- Poi inveì di nuovo contro quel gaglioffo che -lusingava, per divertimento, una ragazza onesta, la nipote di Prospero -Marzioli! canaglia! briccone! - -Se non che, a pensarci, comprendeva ora come la richiesta di comprar Top -fosse stata un pretesto e come la visita, con i salamelecchi e le -adulazioni, dovesse avere avuto uno scopo anche più ignobile: stringere -amicizia con lo zio; ingraziarselo, servirsi di lui meglio che del cane. --- Ragazzaccio! Tu sei furbo, ma... - -Più furbo lui, lo zio!, quantunque non arrivasse a immaginar tutta la -verità. Questa: mancato il sussidio del collare, giudicando troppo -rischioso il gettito dei biglietti e delle letterine dal muro del -cortile, oh che restava all'Elena se non suggerire a Diego il mezzo -suggerito dallo zio a lei: il buco della serratura? - -Nè lo sfogo sollevò il signor Prospero; egli non ebbe riposo nel cuore e -nella testa. Adesso voleva e non voleva parlar alla nipote, esortarla a -metter giudizio o, no, tacere. Finchè l'ira di nuovo prevalse. - -No; l'Elena non meritava i suoi consigli! Non aveva avuto fiducia in -lui; non ne aveva: corresse dunque al castigo; alla delusione! E, dopo -tutto, per lei sarebbe meglio. Non s'innamorerebbe più così facilmente; -forse non si mariterebbe mai; vivrebbe nel bene dei suoi e dello zio. -Questo, questo egli, ora, sperava! - -«Egoista!» gli gridò la coscienza; e mentre si ascoltava sorpreso, -«egoista» gli sembrò ripetessero dalle gabbie, piangendo e cantando, le -creature schiave della sua vita inutile; «egoista!» sembrò affermar -anche Top, che era stanco di dormire e desiderava andar fuori, in -campagna, a caccia. - -Onde Prospero Marzioli, più afflitto che mai, si alzò, prese lo -schioppo, passò il braccio nella cinghia; si diresse alla porta da cui -il bracco l'aveva preceduto. Ma sulla soglia ristette. - -E tornò indietro; e venne all'uscio a figger lo sguardo nel buco della -serratura. Non vide nessuno. Elena! Elena! Chiamarla? Non ne ebbe la -forza. - -Oh! fuggire di là, in campagna, a caccia, con Top, a guarire del male -che aveva nel cuore! - - - - VI. - - -Rimase alla Valletta una settimana: tempo sufficiente perchè il vecchio -contadino, il quale dianzi l'aiutava a tender le reti, a invischiare, o -a batter le macchie, si convincesse che il padrone era ammattito del -tutto. Aveva mandato a prendere i richiami, la civetta e gli arnesi; ma -non si recarono nemmeno una volta al paretaio o nelle larghe a tirar -alle allodole. Camminavano su e giù per i campi aspettando che il cane -scovasse la lepre, e non sparavano un colpo; e sedevano stanchi alle -prode dei fossi. Ivi il padrone o contemplava, vattelapesca chi e che -cosa, oppure discorreva in modo che non l'avrebbe capito l'arciprete. - --- La verginità volontaria avvicina l'umanità a Dio. Lo credi? - --- Sissignore -- il vecchio rispondeva, fedele al principio che conviene -dar sempre ragione ai matti. - --- Da che mondo è mondo la vita fu considerata come una prova dell'uomo -e della donna per elevarsi, perfezionarsi l'anima; e l'amore, come -s'intende dai più, fu considerato un abbassamento, un prolungamento di -quella prova superata soltanto dalla verginità. Lo credi? - --- Dice bene lei! - -E un'altra volta, quel poveretto, tenne al contadino questo bel -discorso: - --- Tu negli alberi non vedi che frasche da sfogliare, legna da tagliare -e da bruciare; nei fiori non vedi che un ghiribizzo della madre terra; -negli uccelli non vedi che materia da umido o da arrosto. Sfòrzati -invece a pensare che tutte queste creature sono animate dello spirito -che ci dà vita a noi, e starai meglio con loro che con gli uomini e con -le donne. Lo credi? - -Il vecchio rispose: - --- Credo sia già suonato mezzogiorno. Andiamo a mangiare, signor -padrone? - -Rincasando non si accorgevano, l'uno per la filosofia e l'altro per -l'appetito, che Top era scomparso. - -Top, con mirabile puntualità, all'ora di desinare giungeva ogni giorno a -casa Marzioli, dove l'Elena gli preparava la zuppa. Mangiava; dormiva; -quindi tornava in campagna desideroso di novità. - -Ma ne era più desideroso, di novità, il signor Prospero. E l'ottavo -giorno, per interrompere in qualche modo la pena protratta, riprese la -via del paese e del camerone. - - *** - -Il trambusto di lui, là dentro, trasse l'Elena all'uscio, come egli -aveva immaginato. - --- Ehi, zio! sono qui: ascolti una parola! - --- Elena! - -Mai chiamandola lo zio aveva avuto una voce così tenera; la voce di chi -ha pianto. Aggiunse: - --- Che vuoi? - --- Ho una cosa da dirle; accosti l'orecchio. - --- Son qui. - -Un lungo attimo di silenzio. E l'Elena sussurrò: - --- Non mi attento. - --- Ah -- egli fece, pentito a un tratto d'essersi abbassato alla -serratura --: ti attentavi però ad attaccar i bigliettini al collare del -cane! - --- Bene, zio! -- mormorò pronta la ragazza --: lei adesso può star -tranquillo; può rimettere il collare a Top. - -Se dal buco della serratura Prospero Marzioli avesse scorto l'universo -quale possessione sua, tutta sua, non avrebbe provata tanta gioia! - -Rimettere il collare a Top, star tranquillo, non significava forse che -l'amoreggiamento era finito? Senza dubbio il Tarelli, dopo la lezione -ricevuta dallo zio, aveva rinunciato all'Elena. Quant'era bello adesso -il mondo, sebbene dal buco della serratura non si scorgesse più nessuno -e non si udisse più nulla! - -E ora Prospero Marzioli poteva incontrare Adelmo Marzioli senza timori e -senza rimorsi. - -L'incontrò poco dopo, che veniva dalla Congregazione. Ma -- miracolo! -- -questa volta parlava prima lui, Adelmo; al solito, però, pacato e -conciso. - --- Il figlio di Tarelli ha dimandato l'Elena. A San Martino si sposano. - -Elena -- sposa! - -Lo zio Prospero impallidì; diventò rosso; tacque finchè fu certo di -poter dissimulare la passione con lo sdegno. Un lungo attimo; e -aggrottate le ciglia, esclamò: - --- Non aspettatevi regali, non aspettatemi alle nozze. Sono uno da star -a pari dei Tarelli, io? - -Bene. Non si commosse Adelmo; chiese soltanto: - --- C'è altro? - --- Nient'altro -- rispose Prospero allontanandosi e premendosi con la -mano il cuore. - - - - VII. - - -E rimise il collare a Top. Ma chiuse per sempre il camerone delle -memorie e delle glorie sue e familiari. - -Alla Valletta -- ove dimorava in una piccola stanza simile a una cella --- consumava molta parte del giorno leggendo o tentando di leggere. -Aveva dato la libertà ai richiami e alla civetta; e a caccia non andava -più che con Top, senza sparare un colpo. Nel dissidio che era in lui fra -l'energia della razza e l'affievolimento dell'amore -- l'amore per tanti -anni respinto -- l'amore troppo tardi conosciuto -- ora si meraviglierà -di aver potuto incrudelir con le creature innocenti e liete eppur -godere, nel tempo stesso, della comunione di sè con la vita naturale; ed -ora si rammaricava d'esser così mutato, d'esser così fiaccato nel suo -soffrire. - -Elena! Avrebbe voluto udir parlare sempre di lei, solo di lei. - -Spesso gliene discorreva il vecchio; ogni volta che tornava dal paese. -Quante chiacchiere intorno al matrimonio Marzioli Tarelli! Che cotta -s'era buscata quel giovine! Che fortuna, quella ragazza! Ma la meritava. -La più bella ragazza del paese! Una bella romagnola! - -Già si sapeva che, il dì di San Martino, le nozze sarebbero celebrate -con gran pompa; e dopo, gli sposi partirebbero per Roma. - --- Col diretto delle undici -- notò, per dire qualche cosa, per -nascondere sè a sè stesso quasi con una prova d'indifferenza, il signor -Prospero. Poi dimandò aggrottando le ciglia: - --- E di me cosa si pensa? - --- Qualcuno pensa che lei ha giudizio. - --- Perchè? - --- Perchè lei non approva questo matrimonio. I Tarelli han troppi soldi, -e i troppi soldi non han mai fatto contento nessuno. - - - - VIII. - - -Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero Marzioli sedeva -tenendo lo schioppo appoggiato al ginocchio sinistro e poggiando sul -destro il gomito si reggeva col braccio e con la mano il capo. Aspettava -passasse il treno che portava gli sposi al viaggio di nozze. Finalmente --- ecco -- sobbalzò. Laggiù tra gli alberi, sotto il fumo che livido -stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria umida, egli osservava -scorrere il convoglio, rotear via rombando. - -Elena! Elena! Senza voce la chiamò con tutta l'anima; invisibile agli -occhi, la vide; la perdè: con tale angoscia che non si morse più le -labbra per trattenere i singhiozzi. Nè allora ebbe vergogna di sè -stesso. Gli parve allora che la derisione, lo scherno di tutti gli -uomini non l'avrebbe offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le -guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi solo in quella -campagna deserta e squallida capì che di contro il dolore umano c'è -qualche cosa di peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo scherno: -c'è l'indifferenza di tutta la vita estranea alla nostra vita, c'è la -separazione da noi delle infinite esistenze inconsapevoli di noi. - -A lui che cosa restava? chi gli restava? Un cane! L'ira lo scosse; gli -diè l'impeto di chi cerca divincolarsi. E gridò, fremente: - --- Top! - -Top impazzava a levar passeri dal seminato, a inseguirli abbaiando; e -non attese alla voce del padrone. - -Ma questa volta il padrone non ripetè l'ordine prima di punir la -disubbidienza. - -Sparò. - -Un guaito; e il bracco cadde. - -Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli occhi spaventosamente -affettuosi, ebbe da quegli occhi che si spegnevano una tremenda -invocazione di pietà. E quasi per trovar ristoro al male atroce o fine -all'agonia, la povera bestia piegò il collo. - -Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un filo, un bigliettino. - -E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore, lo prese. Lesse: - -_Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorrò sempre bene; tanto, tanto -bene_! - -Ma Top era morto. - - - - - LE PENNE DEL PAVONE - - -Andar a bruscolare anche allora significava in pratica, più che la -parola non dica, raccogliere, per bruciaglia, stipa grossa e bacchetti -lunghi, e se nel luogo della ricerca si trovavan begli alberi frondosi -la coscienza non escludeva qualche strappo o taglio di materia non -secca. La massima antica che «la roba dei campi è di Dio e dei Santi» -pareva dar diritto, allora, a portar via qualche cosa appartenente ad -altri; e poichè oggi il diritto nuovo pare conceda di portarla via -tutta, o quasi tutta, evidentemente la roba dei campi sarà oggi passata -in padronanza superiore a quella dei Santi e di Domineddio: il mondo non -cammina per nulla. - --- Non date danno -- raccomandava la donna del casellante ferroviario ai -suoi ragazzi; e aggiungeva come argomento positivo alla moralità ideale: --- Potreste buscarvi delle bòtte --. Quando però i figliuoli rincasavano -carichi di legna o, magari, stringendo al seno un mellone o un cocomero, -e dicevano: -- Ce l'han donato --, lei fingeva di crederlo: li vedeva -incolumi, e «la roba dei campi...». - -Ma la buona donna raccomandava con maggior premura: -- State lontani dai -borroni! - -Perchè a bruscolare andavan di solito lungo il Rio Rosso dove scorre più -fondo tra più folto e più pioppi, verso monte; e non vi mancavano le -tentazioni e i pericoli. - -Il divertimento alla chiusa!: togliere i travi che servivan da paratoia -per veder la piena precipitare riscintillante, e mandar con essa -- a -rischio di tenergli dietro -- il primo trave per sollevare dal baratro -una fragorosa colonna di spume e di faville! E i pesci? Non si godeva a -sorprenderli e quasi afferrarli mentre galleggiavano nell'acqua limpida -e tremula? - - *** - -Quel giorno, dunque, i figliuoli del casellante, Mario e Aldo Sartori... -Bei ragazzi tutt'e due, ma più il piccolo -- Aldo --, che esprimeva -dagli occhi la letizia del sangue sano e la bontà dell'indole... Quel -giorno, a fin di luglio, appena furono discesi dal ponte s'avviarono di -corsa alla chiusa. Ahimè, non aveva raccolta. E il caldo era così grande -che i pesci non comparivano, e fin i ranocchi, all'approssimar dei -passi, tardavano a balzar giù con un tonfo e a penetrar nella melma -dimenando le gambe e intorbidando, come d'un fumo, il breve specchio. -Soltanto le idrometre mostravano d'esser contente a sfiorar l'acqua coi -fili delle loro zampine, insensibili a tutto fuorchè al correre -miracolosamente così su l'acqua, nel sole; emanazione di vita -indifferente a tutto fuorchè al molle contatto e al moto alacre e -incessante. - --- Raduna tu i bacchetti -- comandò Mario al fratello, e si adagiò a -un'ombra. -- Io farò il fascio. - -Sapeva già compor le fascine a modo degli uomini. Con un vinco. Ne -attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la -calcava col piede, e introducendo nel cappio l'altra estremità del vinco -la tirava e torceva in groppo sì che tenesse la presa. Poi si addossava -il fastelletto e portandolo a dorso curvato si credeva che chi lo -guardava lo stimasse un uomo. Perciò comandava al fratello e gli -lasciava il vanto della fatica più umile. - --- Cogli tu! Presto! - -No e no. Aldo ne aveva meno voglia di lui. E liticarono. E si -acciuffarono. Dei due, Mario, che percuoteva più sodo, era più facile a -lamentarsi. Aldo resisteva finchè poteva, indi scappava con rivincita di -boccacce e sberleffi che ne rideva lui stesso. E ridendo tornavano in -pace. - - *** - -Da quanti secoli si ripete nei fanciulli la smaniosa gioia che dovevan -provare gli uomini primitivi allorchè riuscivano a impossessarsi di -qualcuna delle più liete creature del mondo? Era una vittoria su la -natura, la quale ai volatili volle dar mezzo di sfuggire alla cupidigia -umana, ed è tuttavia la soddisfazione di un'istintiva, atavica invidia -per quelle creature così liete a credersi inafferrabili: tanta -soddisfazione, tal gioia da rendere ingenua e inconsapevole la crudeltà. - --- Con un archetto -- diceva Mario -- si prendon le buferle. - -Ora i fratelli sedevano all'ombra insieme, pacificati e invogliati di -caccia da un branco di cardellini che calando dalle fronde di sopra a -loro eran venuti a bere e a bagnarsi. - --- Sono men furbe dei cardellini le buferle -- diceva Aldo. - --- E se ci restan, nella corda, non scappan più. Vedrai! - -Ma costruire un archetto non era agevole come legare un fascio di stipa. - -Mario piegò ad arco un ramoscello e lo tese per bene con uno spago -doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei -nodi, nè trattener l'uno col piòlo, che, quando la vittima capiterebbe -su la corda, cadrebbe, e l'arco scatterebbe serrando e stringendo le -povere gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo atroce. - --- Fa presto! -- Aldo sollecitava, ansioso del giuoco. -- Dove ce n'è, -delle buferle, adesso? - --- Nell'acaciaia del Palazzaccio. - -E prova e riprova, finalmente la macchina sembrò in ordine. - -Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie il piccolo si accorse -che il giorno mutava luce. - --- Vien tempo da piovere. - --- Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero nella capanna del -vignarolo, lassù. Io non ho paura di niente. - - *** - -Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato l'archetto fra una rama e -l'altra, non c'era più che da attendere con pazienza, zitti e queti. -Passeri ne giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a vicenda -dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo non poteva star fermo e tacere. -Deluso, cominciò a insistere per tornar a casa. - --- Non senti che tuona? - -Il temporale rombava da lungi e già ne pesava, nell'afa bassa, la -minaccia. Quando uno strano grido, come d'una voce troppo alta emessa da -una gola troppo stretta, come d'un richiamo doloroso e selvaggio, sorse -lì, da loro. - --- Un pavone! - --- Un pavone di quelli del Palazzaccio. Cercherà la pavona e i -pavoncini, per ammazzarli -- disse Mario. - -E lo videro. Nonostante l'impedimento della coda oltrepassava svelto fra -tronchi e sterpi. Addosso! Forandosi le mani e le guance -nell'inseguirlo, lo spinsero contro un cespuglio. - --- Càvagli le penne! -- incitava il piccolo. -- Ne voglio una! - -Infatti come la bestia ebbe nascosto il capo nel cespuglio e pensandosi -non più vista non si mosse più, Mario potè strapparle una, due, tre -penne delle più belle. - -E nel cielo ottenebrato proruppero i lampi. - -Allora i ragazzi fuggirono a ricoverarsi nella capanna. - - *** - -Il capannotto del vignarolo era a sommo della riva, appoggiato a una -quercia e contesto di frasche. - -Vi entrarono felici. Essere al coperto, al sicuro, là sotto, come -fossero sol lor due al mondo, mentre la bufera si scatenava! Il tuono -ora scuoteva cielo e terra. - --- È il diavolo che va in carrozza con sua moglie. -- Mario rideva; non -aveva paura. - -Ma Aldo non rideva più. In fondo, dove il riparo era più saldo, sedè -accosto al pedale della quercia e si coperse il viso con le braccia. E a -un tratto, dal cielo squarciato piombò la grandine col fracasso della -ghiaia scaricata dalle birocce; con un guizzo di luce abbacinante una -folgore cadde da presso. I chicchi grossi quanto le nocciole fendevano -il fogliame e il frascame dell'albero; alcuni penetravano di colpo nel -rifugio. - --- Mamma! -- invocò il piccolo. - --- Non aver paura! -- ammonì il fratello. -- Ci son io; e ti copro con -la paglia. Tieni tu le penne. - -Gli porse, gli mise nella mano le penne del pavone, e tornò verso -l'entrata dov'era un po' di paglia, in mucchio. E si chinava per -raccoglierla, per difendere con essa, dalla tempesta, il fratellino che -chiamava la madre e piangeva; e in quell'istante si sentì investir -tutto, rapire da una fiammata. E non capì più nulla. - - *** - -Quando rinvenne, Mario vide che il sole splendeva. Ma aveva -l'impressione di non poter più muoversi. Con un terrore folle si sforzò -ad alzarsi in piedi, e alzatosi gli parve di sentir il sangue rifluire -per ogni vena e d'essere leggero leggero. - --- Andiamo via! corriamo a casa! -- gridò volto ad Aldo. - -Aldo non si mosse. Teneva il capo a terra, contro il braccio sinistro; -tendeva l'altro braccio stringendo in mano le penne del pavone. - -E Mario gli si avvicinò, lo chiamò più forte. - -Non rispose. - -Tendeva il braccio destro, irrigidito, quasi volesse rendere al fratello -le penne del pavone che il fulmine gli aveva lasciate intatte nella -mano. - - - - - LA FIUMANA - - -Che gli asini camminando più o meno piano per la strada maestra si -provino a prendere ogni viottola che scorgono di qua e di là, si -capisce. La strada larga e bianca, precorrente senza limite visibile, -suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito; e poichè sanno per -esperienza come da colui che trasportano e che li guida e bastona ci sia -da aspettarsele tutte -- e non sarebbe da meravigliare neppur il -proposito, in lui, d'andare all'infinito -- essi dalle viottole laterali -han l'illusione o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo, e -tentano rivolgersi a quello. - -Più difficile è spiegare perchè anche l'asino bennato oppugni a voltar -indietro pur nella più larga e più piana strada. Ecco. Il prudente -auriga tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso, indi tira -a sinistra con tanta energia che la bestia è costretta a piegar contro -la stanga il collo, la testa, la bocca aperta dallo spostamento del -morso, e, per esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza e -riabbassa in fretta il randello, sì che la battuta groppa si addossa, -rintronando e dolorando all'altra stanga -- e, nossignori, non cede; -piuttosto che cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra -col biroccino e chi c'è sopra. Perchè? Forse per amor proprio? punto di -onore? dignità personale? In tal caso bisognerebbe supporre a questa -ostinazione, a cocciutaggine così pericolosa, un ragionamento degno d'un -uomo di carattere quale ce n'è pochi, specie al giorno d'oggi. -- Ah tu -che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino non per bisogno, ma --- poichè vuoi tornar indietro -- solo con l'intenzione di farmi -faticare e di bussarmi? Ebbene, no! neanche se io debba tornare alla -dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi alla siepe, rompermi una -gamba, fiaccarmi l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e no! - -E che tale o simile ragionamento non fosse da escludere lo dimostrerebbe -un fatto: che laggiù, quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si -mette subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione cieca non gli -permetterebbe di vederla, l'erba: la stizza invece, che nelle persone -intelligenti non toglie il lume degli occhi e passa presto -- appena -hanno avuto sodisfazione --, gli lascia dire tra sè: -- Adesso che l'ho -vinta io, sono contento. Mangiamo! - -Ma quand'anche questa presunzione intellettiva nei ciuchi fosse -esagerata, l'ostinazione loro sarebbe sempre più agevole da intendere, -psicologicamente, che l'ostinazione dei cavalli. - - *** - -Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o -- -nella reazione ad ogni ammirazione del passato -- per contrasto al -Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande -- allora -- e nuovo -Mirbeau, o per incredulità delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano -che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali -oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi della prosodia. E si -chiamava stupido il «più nobile compagno dell'uomo» perchè è ombroso e -perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il -prevalere della facoltà fantastica su la fredda ragione, che è indizio -di genialità, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o -poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto. - -Un fenomeno però della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i -detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria? -Fermarsi a un tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo, a -ogni esortazione più carezzevole, a ogni più duro castigo: lì, immoto -con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il -di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni -su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione -e di padronanza, elargisce all'animale, indarno. - -Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con -essa, a udirne, tra le bestemmie e gli _oh!_ e gli _uh!_ e i _va là!_ -gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo -(carogna! -- vigliacco! o vigliacca! -- ignorante! etc), non sarebbe da -giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo -parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno -non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò la causa -fisiologica e patologica. - -Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso -potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del -correre. E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così, quale passione, -mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per -l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli -manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla -natura l'esser generoso. Quanto può, dà. Ora, l'accesso del male a che -drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!... -L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli -basti il respiro, e il misero non può più muoversi!; la natura l'ha -creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al -dolore delle frustate, e deve star lì immoto, inchiodato, a udir il -padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a -tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza -maniera di svelar il suo martirio, di chiedere pietà -- non posso più -correre! non posso più andare! --; veder davanti a sè aperta, libera, la -strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli o seguirli, e aver -addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter più dar un balzo e -avviarsi: mai più! Un cavallo! Non sarebbe -- dite -- una pena atroce -quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero! -Soffrirebbe meno. - -Invece.... - - *** - -Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo -Baio. - -Se capitate alla bottega -- tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra -del Sillaro -- ove con _Sali tabacchi maiale e altri generi_ egli vende, -fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi -ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto -aggiunte sentimentali per renderlo più vero. - --- Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia -- -narra Cenzo Dimondi. -- Sano, fido e di tanto sentimento che non -sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo -comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di -settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser -piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro, -al ponte, e allungare il viaggio per non attraversare il fiume a guado, -al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, nè io potevo -immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza -sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la -carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo, -taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella -corrente più larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e... si -ferma. - -Lei dice: -- un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si -eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un -poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse. - -Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso le redini, lo tentai -con la frusta. Niente. Nessun dubbio più: era restio! Io sapevo anche -allora che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti, un -quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di -qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e -cominciò a gridare: -- Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! -- E i -ragazzi: -- La fiumana, babbo! -- Mi diedi a frustare, prima senz'ira, -poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella -testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che -non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti. --- Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! -- La fiumana, -babbo! la fiumana! - -Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli, -chè la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e -si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato -anch'io. Se il restio è un male -- pensavo --, un male più grande lo -scaccerà. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta -tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente! - -Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me là in mezzo -e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. -- -Aiuto! aiuto! -- Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a -quel tempo. Aiutarmi in che modo? - -Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan -i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue -nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le -onde... - -Stavo per diventar matto davvero; per saltar giù dal biroccino. Se salto -giù, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico! - -Gridai: -- I miei figliuoli! -- E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in -due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa -attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella -strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della -mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più voce; E qui, -davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto. - -A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni -nel fazzoletto. Indi seguita: - --- Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva -più nè parole, nè frustate, nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo: -non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di -tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla -romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il -male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crepò il cuore. - -Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda: - --- È così o non è così? - - - - - A SANT'ELPIDIO - - --- Ed Elena Baschi, così intelligente, così bella? - --- Sempre lassù, tra i monti, a Sant'Elpidio, dove andò maestra la prima -volta. - --- Maritata? - --- Nemmeno. - - *** - -La prima volta che Elena Baschi andò a Sant'Elpidio fu in un nuvoloso -pomeriggio, al finire di settembre. - -Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva a salite e discese -tra siepi alte, al di là delle quali non si scorgevano, a quando a -quando, che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per le frequenti -svolte anche la vista, dinanzi, veniva spesso impedita. - -Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari -degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza -cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso -di una solitudine lunga. - -Finchè, dopo una calata, la strada svoltò ancora, improvvisamente... Oh! -Meraviglioso! Allo sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso -scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta a quell'inatteso -spettacolo fu così repentino che ad Elena sfuggì un'esclamazione di -gioia. - -La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco, -profonda; e il fiume, svelato di un tratto, spaziava bianco nel greto, -brillava a raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta declinava -verde, folta, sparsa di case; e laggiù, dove le rive si distendevano a -valle era, da una parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile -e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una tenera frescura di erba, e -tra gli alberi festonati di viti, in gruppi, le case del villaggio. -Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano nello sfondo -le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi -svanivano in una luce cinerea. - --- Sant'Elpidio -- disse il vetturale. - -E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra di quelle chiare e -ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno, -una vita possente di suoni e di voci. - -Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi che si chiamavano e -rispondevano; muggiti di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di -passeri. Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima che raccoglieva -mille anime e interrompeva mille echi, più forte e vibrante si diffuse -il suono delle campane. - -Elena Baschi, commossa, pensava. - -Con l'orgoglio di bastare finalmente a sè stessa, con la superiorità che -le prometteva la cultura della Scuola Normale, con la fiducia di aver a -compiere una nobile missione non l'attendevano forse lieti giorni in -così mirabile luogo? Non potrebbe sperare anche là d'esser degnamente -amata? Gli otto mesi da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno, -per lei, come la vigilia di una festa avvenire, la prova meritoria della -felicità avvenire? - - *** - -Prese a dozzina la nuova maestra una vedova, vecchia di forse -sessant'anni, piccola e grassa; col viso grinzoso, cotto dal sole. Gli -occhi vivi; non brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perchè il -vitto, abbondante e buono ai primi giorni, andò scemando in quantità e -qualità; e nei modi la vecchia dava a vedere una rozzezza inasprita dai -pregiudizi e dalle costumanze incivili. Così, faceva che l'ospite -desinasse e cenasse sempre sola, sebbene la tavola fosse apparecchiata -per due; per l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno. - -Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi e alle fiere del monte e -della pianura. Era bell'uomo e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai -primi giorni, si toccava appena la falda del cappello, senza dir nulla; -di poi, disse, senz'altro complimento: - --- La saluto, maestrina. - -D'una volgarità stupida nei brevi discorsi, i suoi motti tendevano -sempre ad allusioni sensuali. E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e -fredde, da mercante speculatore e da buongustaio mutevole. - -Non li temeva essa, quegli occhi; l'assicurava la superiorità -dell'intelletto e dell'animo. - -La turbavano, al contrario, le occhiate della madre. Quella vecchia -espansiva e gioconda con tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei; -non dissimulava nello sguardo come una preoccupazione continua, una -segreta diffidenza, un'antipatia a stento repressa. Perchè? Elena -sdegnava interrogarla. - -Il disgusto però le crebbe quando s'avvide che quella osservazione -ostile la seguiva anche fuori di casa, da altri; fuori, divenne anzi -sgarberia manifesta, dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia -l'aspettava su la soglia della bottega per voltarle, vicina, le spalle; -la moglie del medico condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al -saluto chinando appena il capo e fuggendo; la sorella del sarto -sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa... Che avevano, insomma, -coloro? Che aveva fatto, lei, a quelle donne? - -Quando potè saperlo, rise. Ingenuamente la madre di una scolaretta le -disse un giorno: - --- Per quassù lei è una maestra troppo giovine e troppo bella! - -Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia; timori d'oscuri -pericoli. - -Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava, no, a rapire l'amante a -nessuna, il marito a nessuna, il figliuolo a nessuna! Nè si curò più -della guerra esterna. - -Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello -strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui -udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera. - -E la signora Filomena, la vecchia, non tardò ad accorgersi del proposito -e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice -la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena -fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perchè -scendesse a prendere un po' di sole con lei. - --- Venite giù, poverina! Vi farà bene. E tanto insisteva che bisognava -accontentarla. Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo -e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al -fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse -all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del -bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci, -o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la -piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni -volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva -un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di -volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra -intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve. -Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il -becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e -lisciava, beato. - -Ma già il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante -accendeva d'una luce d'oro la montagna di là dal fiume, stupenda, la -vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, -dopo, la cena dell'ospite. - - *** - -Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti -studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed -Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del -futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo -ingegno consunto in opera meschina. - -Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della -desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandonò, nè le fatiche -della scuola, nè il disagio domestico, nè la stessa mancanza di affetti -(orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior -male le rodeva l'anima: come un più segreto affanno; come un'aspirazione -dell'anima spossata, e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh -fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire! - -Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile -prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno -circonfondeva di una soavità luminosa e di una luminosa pace. E non -comprendeva che il maggior male le veniva appunto di là, dal contrasto -fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione -di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola -anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle. - -La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva -l'inconsapevole consiglio che a viver bene le dava, nella persona della -vecchia, l'umiltà. Al contrario, della consuetudine con la vecchia -risentiva un'irritazione, un fastidio sempre più grave e ormai pari -all'odio. - -Già esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era -in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e -cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere -l'usato grido -- Oh... là! --, che i ragazzi le mandavano dalla pendice -opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, così! - --- Pazza! -- mormorava Elena, tormentata. - -Pazza? O piuttosto in quella donna sopravviveva qualche cosa dell'anima -primitiva, quando l'umanità non si era fatta estranea e insensibile alla -natura? Naturalmente -- senza riflessione, senza contemplazione, senza -ammirazione -- la vecchia cedeva alle stesse energie di vita, che, -indistinte, traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi dalle -piante, e risplendevano nel fiume, contro i monti, nel cielo. E cantava, -così, priva di pensiero, per un ignaro irresistibile consenso del suo -spirito alla vita universa. - -Se non che, al cader del giorno anche lei si raccoglieva; pensava anche -lei. E allora soffriva. - -Era un presentimento, conoscendo lei pure il carattere aspro, violento, -pericoloso, del figliuolo? o era un'oscura temenza che aveva nel sangue, -ereditaria? o un panico per qualche recente ricordo di sanguinoso -assalto? - -Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva in mezzo alla strada e vi -restava immobile, attendendo, in ascolto. Se percepiva da lungi il noto -trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello d'ogni altro cavallo, -gridava forte: -- È qui! è qui! --; come annunciasse al mondo intero una -miracolosa salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande, mentre -Elena si ritraeva, saliva alla sua camera. Ma se l'arrivo di Agostino -tardava o mancava, allora la madre cominciava a dolersi: -- Oh poveretta -me! oh Madonna santa! --; e dalle parole mormorate appena acuiva la voce -a esclamazioni angosciose: - --- Gli assassini! Oh Madonna santa, se me l'hanno ammazzato, il mio -figliolo? Dio! Dio! me l'hanno ammazzato! - -Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita in tale ambascia, aveva -cercato di quetarla, aveva richiesto il perchè di così atroce spavento. - -Con sdegno la vecchia le aveva risposto: - --- Non sapete nulla, voi! - -Ed Elena ripetendo -- è pazza! -- se ne andava a letto, tormentata -perchè la vecchia sino a notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in -sogno. E il mercante di buoi, quando tornava a notte tarda, sbatteva la -porta, parlava forte tra sè; bestemmiava salendo la scala. Forse -ubbriaco? - -Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio era ben chiuso. - - *** - -Passò novembre. Venne l'inverno. - -Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera che nevicava, la folgore, -lo schianto tragico. - -Elena era già in letto, desta; e udì battere più colpi alla porta. - -Chi, a quell'ora? Perchè? Non poteva essere che _lui_! Non chiamava; -mandava, _lui_ -- sì, era _lui_ --, un lamento fioco, faticoso, quasi a -prova d'ultima vitalità. - -Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida che proruppero, della -madre: -- Il mio Agostino! il mio figliolo! Madonna santa! il mio -figliolo! - -Elena balzò; e intanto che si gettava indosso la veste, distingueva fra -quelle strida atroci, incessanti, lo scalpiccio dei passi per le scale, -il sussurro delle voci -- di coloro che lo portavano su... - -E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al lume rossigno della -candela...; vide; comprese. - -Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan le strida; strazio, -spasimo delle viscere materne; odio, esecrazione dell'anima materna -davanti l'assassinio del figlio. - -Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando riguardava la -tragica notte, questa sola visione della madre era rimasta evidente; ma -del resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini d'allora, tra -l'ombre agitate dal lume rosso della candela. - -E la vecchia che non voleva staccarsi di là, e i due uomini che parevano -forzarla senza potere...; due uomini! - -Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava dicendo: -- laparotomia...; -tentare. - -E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale fosse stata sempre là -spettatrice, smarrita, tremante, convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei -sola aveva fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva tratta a -sè la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera, l'aveva minacciata -- -con che parole non rammentava -- perchè tacesse. - -E la madre, che aveva urlato così il suo dolore, con uno strazio di -maternità selvaggia, era caduta a sedere affranta, in un pianto dirotto -e cheto; povera vecchia sublime. - - *** - -Morì. E la maestra udì dire che le due coltellate se le era meritate in -un litigio all'osteria. Quasi potesse esser giusto tanto dolore; il -dolore della madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva ogni -giorno, pensava commiserando! - -La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma sembrava impietrita -dentro. Taceva sempre, ora; e quel silenzio, in essa di natura così -clamorosa, commoveva più che lagrime e lagni. Non solo. O perdeva la -coscienza della sventura cadendo per la stessa fissità del pensiero in -uno smarrimento mentale, o con volontà ferma, con energia chiusa e -voluttuosa la povera donna cercava d'esasperare il suo soffrire nulla -omettendo delle antiche abitudini. - -E ogni sera apparecchiava la tavola, come un tempo, anche per _lui_! -Sparecchiava, dopo, e sospirava; come soleva le sere che il suo Agostino -non tornava a casa. - -Nè Elena, per quanto si provasse, riusciva a confortarla. Alle parole -che venivan dal cuore e che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto -bene a una donna educata, la Filomena scuoteva le spalle, sfogava lo -sdegno brontolando: -- Siete una signorina, voi! -- Nella fiera vecchia -il dolore pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi mandavano -lampi d'ira: per un orgoglio barbaro. Nessuno doveva tentar di scemare -il suo disumano dolore. Nessuno! - -Trascorso più d'un mese, mutò; s'intenerì alquanto; schiarì gli occhi e -il viso attendendo alle pratiche religiose. Prima d'andare a letto -recitava il rosario e il _Deprofundis_; ma Elena, che a seguirla nelle -preci si era sentita costretta come da necessità, doveva non dar segno -di compianto. Guai se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava -bieca: non la riteneva degna di soffrire per lei! - -E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata dalla compassione, tornò a -ribellarsi. Si sottrasse a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla -fine, aveva lei di patir tanto per una persona alla quale non era stata -congiunta che dalla sua propria sfortuna? Che compenso aveva avuto del -suo soffrire? Che speranza poteva riporre nella convivenza con una donna -tale; tanto diversa da lei; a lei contraria del tutto, in tutto? E si -confermò nel proposito di partir di lassù. E cambiava discorsi e -maniere. Non cercava più affatto le buone parole; non si rammaricava più -che non fossero comprese e gradite le attenzioni del suo pensiero -gentile e vigile. Divenne ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si -meravigliava essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver forza bastevole -per non rispondere alle richieste che la vecchia era pur costretta a -rivolgerle; e quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso; senza -guardare. - -Alla metà di giugno: via! Se n'andrebbe! La liberazione! - -Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse che la Filomena posava su -di lei sguardi di nuovo indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi -indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominciò a starle attorno -con nuove premure, con attitudini timide, incerta tra la soggezione e la -confidenza. Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi torti e aver -bisogno di perdono e dimandare con gli occhi la pietà che per l'addietro -aveva disdegnata, l'affetto che aveva respinto. - -Finchè, un giorno, a voce bassa, con le labbra tremule, uscì a dire: - --- Voi, Elena, gli volevate bene: è vero? - -E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle lagrime. - -Elena perdè d'un tratto la sua energia. Stupita, non ebbe coraggio di -negare. Non rispose; sviò lo sguardo. E la vecchia: - --- Me n'ero accorta, io! E avevo paura che vi sposasse! Ma sarebbe stato -meglio... - -Bel complimento! Meno male che il suo Agostino sposasse lei, anzi che -morire ammazzato! Ma Elena non rise. Non potè riderne neppur dopo; -perchè dopo, la vecchia si rivolse a confortar lei per confortarsi con -lei. - --- Rassegnatevi, poverina! -- le diceva --. Pugni al Cielo non se ne -posson dare. Ma il Signore è giusto; e voi sapete se era buono, il mio -figliolo! Ah se era buono! - -O le diceva: - --- Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo rivedremo in Paradiso, il mio -Agostino. - -Elena non aveva questa speranza, nondimeno taceva; non commetteva la -crudeltà di contrariare col minimo atto l'illusione della povera -vecchia. -- Che ignorante! -- pensava. -- Stolida! Credere che io ne -fossi innamorata!; che desideri, io di rivederlo in Paradiso! Io! - -E contava quanti giorni mancavano alla chiusura della scuola, e -sospirava l'ora che se n'andrebbe. Ma sentiva che il distacco non -sarebbe agevole; sentiva che il dolore vincola più dell'amore e che, no, -non invano aveva sofferto per quella povera vecchia ignorante e stolida. -Bisognava dirle: -- Me ne vado. Vi abbandono, per sempre --. Era un -pensiero penoso. - -Quando un giorno, uno degli ultimi giorni avanti le vacanze, credè -giunto il momento opportuno a dar l'avviso. E rincasando, udì... Oh una -cosa insana! incredibile! Al solito luogo d'un tempo, sotto al fico, -mentre rigirava l'arcolaio, la Filomena cantava a squarciagola! Appena -otto mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo, cantava; ripresa dal -fervore che nel giugno pieno di vita la natura le effondeva d'intorno, -dal cielo caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e verdi di messi, -dai monti azzurri e solatii, dal fiume bianco e lucente. Cantava! Nè -volgendosi sorpresa, arrossì; non si vergognò. Interruppe il canto; -attese che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un modo... - -Elena s'avvicinò per dirle (tanto, non era pazza quella vecchia?), per -dirle: -- Alla fine della settimana, parto. -- Ma prima che parlasse la -vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a piegarsi verso di lei, -sul suo petto, le accostò al viso le guance grinzose, la baciò su la -fronte. - -Poi si scostò d'un tratto per guardarla -- oh con tutto il cuore negli -occhi, con un affetto immenso! --, e mentre i lagrimoni le calavano su -le grinze e sorrideva: -- Il Signore è buono -- mormorò --. Mi ha tolto -il figliolo, ma mi ha dato una figliola. Tu, sei tu, non è vero?, la mia -figliola! - - - - - L'OMBRELLO - - - - I. - - -Si accompagnarono, per caso, un pomeriggio del giugno, ai Giardini -pubblici, e godettero a trovarsi coetanei o quasi. Ottantatrè, ne aveva -l'uno -- Ceccuti --; ottantaquattro, l'altro -- Boldrighi. - -Bell'età!, e portata così bene da entrambi, con aspetto così vegeto, -che, quantunque fossero molto diversi nella faccia e nella persona, ai -loro occhi parvero assomigliarsi come fratelli. Ma risentirono -un'impressione anche più forte a ripetersi, a vicenda, il nome. - --- Io debbo averlo conosciuto, un Boldrighi. - --- E io, un Ceccuti. - -Dove? quando? Poichè Ceccuti, partito non ancora trentenne da Bologna, -vi era tornato da soli due anni col figlio pensionato delle Ferrovie, e -poichè Boldrighi non aveva mai perduto di vista le due torri, il loro -incontro, se era avvenuto mai, bisognava rintracciarlo qui, a Bologna, -più di mezzo secolo addietro. Vattelapesca! - -Riandarono fin i tempi della puerizia, rievocarono maestri e -condiscepoli, cercarono relazioni famigliari, investigarono nella storia -contemporanea della città, si raffigurarono in mezzo alle maggiori -solennità e alle più famose vicende: e niente!, lo sprazzo di luce -rivelatrice non veniva. - -Eppure conservavano freschissima la memoria delle cose lontane. - -Pensa e pensa... A un tratto Ceccuti esclamò: - --- Si ricorda, lei, di una certa Rosa detta la...? - ---... la Garibaldina! -- esclamò Boldrighi, arrossendo nelle gote -grassottelle. - -Non fu un lampo: fu la folgore a squarciare le tenebre. - -Ah! ah! Guarda dove, come si erano conosciuti! - --- La Garibaldina! -- Ceccuti ripetè con le palpebre socchiuse. - --- Sicuro! Eravamo due dei Mille! - -E risero forte. Ma tosto si ritrassero da quel ricordo, che potendo -avrebbero cancellato volentieri dalla loro biografia. - --- Quando si è giovani... -- fece l'uno, in tono di chi si scusa. - -E l'altro: - --- Consoliamoci che, a differenza di tanti, noi siamo ancora qua a -raccontarci le nostre pazzie. - --- Ah sì! Io sto benone; sano di spirito e di corpo. - --- E io? Chi lo crederebbe? Io non ho mai avuta una malattia grave. - -Ne aveva avute, invece, Boldrighi; ma gli eran giovate a depurargli il -sangue. - -Poi: moderarsi in tutto; rinunciare quasi a tutto; questo era da un -pezzo la norma di Boldrighi, per mantenersi vegeto. - -Ceccuti scosse il capo. - -Moderazione in tutto; ma non rinunciare quasi a nulla: questa invece la -norma sua. - -Così, egli beveva anche adesso vino buono a colazione e a desinare; -faceva una deliziosa pipatina dopo colazione e dopo desinare. E si -manteneva in gamba! - -Di fuori Porta Saragozza, ove abitava, il giorno andava in centro, e la -sera veniva ai Giardini e rincasava sempre a piedi. - --- Il moto è la vita. - -Boldrighi scosse ora lui il capo, disapprovando. - --- La macchina quando è vecchia bisogna risparmiarla. - -Niente Bacco e niente tabacco! Egli campava di latte e ova; e per andar -a casa, in via Mascarella, prendeva il tram a Porta Santo Stefano e il -tram di Piazza. Una passeggiatina e boccate d'aria libera bastavano a -impedir che la macchina arrugginisse. - -Discordavano, insomma, nel regime igienico; ma li allietava a un modo la -convinzione di aver trovata la via per campare il più possibile e bene. - --- Il mondo non mi è mai parso bello come adesso -- affermò Ceccuti. - -E Boldrighi canticchiò: - --- Sempre allegri e mai passiòn! - - - - II. - - -Quella tarda amicizia fu per i due buoni vecchi una nuova fiducia a -vivere. Sin dal principio avevano compreso che la presenza dell'uno -testimonierebbe agli occhi dell'altro il suo proprio benessere, e che il -rimanente viaggio sembrerebbe loro anche più agevole e grato a compierlo -insieme. Perciò vedersi ogni sera divenne, più che consuetudine, -necessità. - -Giocondamente, seduti al solito luogo ai Giardini, si riferivano le -liete memorie, escludendo le tristi o solo accennandole; si -meravigliavano di casi consimili; scoprivano conformità di carattere, di -azioni, d'idee. E non discorrevano di politica. - --- Non vogliamo guastarci il sangue. - --- Vogliamo andar d'amore e d'accordo. - --- Si sta così bene al mondo in pace e quiete! - --- Sempre allegri e mai passiòn! - -Forse la decrepitezza comporta il più intenso desiderio di esistere e -concede ogni giorno, ogni ora, ogni minuto il piacere di quel desiderio -esaudito, come per miracolo, per singolare grazia di Dio, o per giusta -predilezione della sorte? - -Una quasi sola apparenza vitale nasconde il disfacimento del corpo, e -appunto allora l'istinto della conservazione esulta in un placido -egoismo; la morte è dietro le spalle, e non si vede; non si vede il -limite estremo perchè già un piede v'è sopra: e prevale sensibile di -continuo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la sodisfazione di chi si -scorge superstite in una strage e di chi dall'aspra realtà -dell'esistenza attinge una illusione non interrotta di vago sogno. - -Ma guai se contrasti e sospetti sottentrino a risvegliare e tener -sveglia l'apprensione della fine imminente! - -Quei buoni Ceccuti e Boldrighi non avevano presentito l'amaro che in -fondo a tanta dolcezza amichevole condenserebbe l'emulazione istintiva, -la gara, tra ingenua e insana, a chi dei due campasse di più, fosse -anche, il di più, un anno solo. E il dissidio che doveva corrucciarli -era appunto nel regime adottato per campar un pezzo. Cominciarono a -guardarsi chiedendosi dentro: -- Sta meglio lui di me? Sarebbe meglio mi -mettessi anch'io a latte e ova? -- Oppure: -- E se bevessi anch'io -qualche bicchiere di vino? se dessi anch'io qualche fumatina per aiutar -lo stomaco a digerire? - -Nel dubbio, tentavano dissimulare sempre più i disturbi e gli acciacchi, -e lo sforzo si manifestava nell'aspetto. Allora riprendevano fede e -pensavano guatandosi l'un l'altro: -- Mio caro, come siete brutto, oggi! -Se non mutate usanza, tocca a me cantarvi una _requiem_! - -Ma la consolazione non durava; tornava presto il dubbio, il sospetto, -l'apprensione. E a poco a poco provarono il bisogno di sfogarsi, -convinti, come erano, che ogni tentativo dell'uno per condur l'altro al -suo metodo riuscirebbe vano. - -Presero a contraddirsi, a polemizzare; insistenti, caparbi. Le dispute -diventarono presto diatribe; e per non mostrarsi deboli cedendo, quando -uno era messo alle strette, insolentiva; e l'altro ribatteva. - --- Sissignore! - --- Nossignore! - --- E io vi dico di sì! - --- E io vi dico di no! - --- Con voi non si ragiona. Ostinato più d'un mulo! - --- E voi? È inutile consumare con voi il ranno e il sapone! - -Non tacevano finchè non dicevano a un tempo: - --- Basta! -- Basta! - -E Ceccuti prendeva e leggeva (senza occhiali) il giornale o il libretto -delle spese quotidiane, e Boldrighi con la punta del bastone imprimeva -su la sabbia la fisionomia di un asino (senza occhiali) e ci faceva -sotto un bel C affrettandosi però a cancellare il disegno prima che -l'amico se ne avvedesse. - -Quando l'orologio alla chiesa di San Giuliano suonava le otto sorgevano -in piedi; s'accompagnavano, sempre zitti. E alla barriera si separavano -con un freddo «buona notte». - -Boldrighi andava adagio alla Porta di Santo Stefano ad attendere il -tram, e Ceccuti marciava lungo la circonvallazione, alla volta di Porta -Saragozza. - -Il dimani passavano ore di pena a rimeditar i dibattiti, le -provocazioni, le accuse, le offese, le difese. Borbottavano: -- Stasera -non ci vado. Già, se ha un po' di amor proprio, non ci andrà nemmen lui, -ai Giardini: gli ho dato del mulo -- gli ho dato dell'asino! -- -Bisognava finirla! Rottura! - -Ma un'intima voce rimproverava: «Anche tu però...»; e il rammarico -cresceva a disgusto, mutava in pentimento. - -Giunta l'ora solita, non resistevano più; sentivano che il loro ultimo -legame era indissolubile; cedevano quasi a un destino. E andavano. - -Quello che arrivava primo, e aspettava, pareva seder su le brace; -guardava fisso alla nota parte o sbirciava di tratto in tratto. Che -ritardo! L'amico non veniva. Impermalito davvero? Ammalato? morto? Non -avrebbero mai creduto di volersi tanto bene! - -Ah eccolo, finalmente! E si sorridevano da lungi. Ceccuti ilare, a -qualche passo dal sedile, chiedeva in dialetto adottivo: -- Cossa -gavemo, de novo? - -E Boldrighi, se l'atteso era lui: - --- Siam qui, vecchio amico! --; e incolpava il tram, del ritardo. - -Come era bello non serbar rancore, andar d'amore e d'accordo! - -Se non che... L'asserzione più innocente, fermata e contraddetta -d'improvviso, dava l'appiglio al nuovo litigio. - --- Alta di statura la Malibran? -- No, press'a poco come la Galletti. -- -Cesare Rossi superava Salvini nell'_Otello_? -- Bestemmia! -- Ugo Bassi -parlando al popolo si cavava gli occhiali? -- Non li portò mai gli -occhiali! -- Pietramellara conte? -- Non era nemmeno nobile! - -E non si pensi che questi e simili intoppi fossero cosucce da -strigarsene tosto, perchè la Malibran, ad esempio, conduceva a questione -di musica; i grandi attori tiravano in ballo le grandi attrici, dalla -Ristori alla Duse, giudicate anch'esse con giudizio opposto; e Ugo Bassi -e Pietramellara trascinavano i contendenti nel campo della politica da -cui avevan giurato star fuori. - -Così una volta Boldrighi si lasciò trasportar a tal segno che si mise a -gridare: -- Gente, correte! Costui qua diventa matto! - -E Ceccuti una volta osò agitar la destra in faccia all'amico dicendo: -- -Se non aveste un anno di più... - - - - III. - - -Finchè, al principio di settembre, un ombrello intervenne a risolvere -tutte le questioni. - -Era stata una giornata calda come d'agosto; non un fiato d'aria nemmeno -all'approssimare del tramonto; non una nuvoletta in quella chiarità -biancastra. - -E Boldrighi apparve all'amico, che l'aveva preceduto ai Giardini, -recando un ombrellone nero invece del bastone dal manico di corno. - --- Nevica! -- gli urlò contro, dal sedile, Ceccuti, e rise. - -L'altro sedè soffiando. - --- Prima di notte, pioverà. - --- Chi ve l'ha detto? - --- I miei piedi. - --- Oh! guarda dove voi tenete la scienza! - --- Più sicura della vostra, che l'avete in testa. - --- Io so che il barometro è alto. - --- E io so che il barometro sbaglia. - -Si capisce dall'esordio come il colloquio procedesse quella sera; ad -argomento scientifico, con urti e cozzi di opinioni intorno -all'influenza atmosferica sui calli, i budelli, i nervi ecc., intorno -alla pressione e alla densità, dell'aria ecc.; intorno al gracidar delle -rane e al pizzicar delle mosche ecc. - -In cognizioni di tal sorta Ceccuti superava e discorreva con più lena; -ma, pur interrompendo di quando in quando, Boldrighi se la spassava a -considerar il cielo verso sud-ovest. A un tratto indicò là e disse: - --- Vedete? - -Si offuscava la montagna sotto un cielo divenuto plumbeo. - --- Calura; nient'altro che calura! -- l'amico oppose. - --- Non sentite? Lassù tuona! -- insistè Boldrighi. - -Ebbene, non ci poteva essere elettricità nell'aria anche senza vapore -acqueo? - -Ah i segreti della natura! ah i misteri della fisica! Tuonare anche a -ciel sereno, o quasi! - -Boldrighi lasciava dire. Aspettava con un sorrisetto ironico sotto i -baffi; poichè vedeva grosse nuvole avanzare in fretta, aderendo; sempre -più nere nel mezzo e livide ai lembi. E il tuono rombò forte ad ammonire -Ceccuti che smettesse di far lezione. - -Ceccuti tacque. Poi, per non confessarsi vinto riattaccò. Disse, acido: - --- Voi non siete di buona razza; portate l'ombrello e andate in tram. I -Romani conquistarono il mondo a piedi, e ombrelli non se ne sognavan -nemmeno. Quando pioveva, e si bagnavano, facevano come faccio io: -andavano a casa ad asciugarsi, bevevano un bicchiere di vino, e a letto -a sudare! Capite? - --- Voi fate proprio così? -- Ora Boldrighi, nell'ironia della dimanda, -nascose il suo pensiero. Aveva deliberato di cedere l'ombrello a lui, -credendo gli spiacesse rinunciare, per il temporale, alla passeggiata -igienica; ma giacchè l'amico non aveva paura di bagnarsi, anzi ci -avrebbe gusto a far il Romano, l'ombrello, egli, lo terrebbe per sè. E -avendo l'ombrello egli non aveva bisogno di scappare come quelli che da -ogni parte dei Giardini trottavano a rifugiarsi in città. - -I goccioloni cominciavano a mordere la polvere; eppure nessuno dei due -voleva esser primo ad alzarsi in piedi. Finchè una saetta guizzò, -scoppiò poco lontano. Allora scattarono, si avviarono. - -Alla barriera Ceccuti ristette a guardar in alto. - --- Non piove più; spruzzola, dicono i toscani. - -Dunque: -- buona notte! -- E s'incamminò impavido per la sua strada, a -passo da bersagliere. - -Ma Boldrighi ebbe un senso di rimorso e attese. - -Pochi istanti dopo si aprì la cateratta; l'acqua precipitò con furia. - --- Ceccuti! Aspettate, Ceccuti! -- Boldrighi si diè a gridargli dietro, -e si mise a inseguirlo con l'impeto di una smania riparatrice. - -Correva, il vecchietto, stupito lui stesso di aver le gambe ancora così -svelte. - --- Fermatevi! Aspettate, Ceccuti! L'ombrello servirà a tutti e due! - -Ma l'altro tirava innanzi senza badargli. - -Pensava: -- Si stancherà, tornerà indietro; e io mi riparerò sotto la -Porta Castiglione. - -Se non che d'improvviso ebbe un dubbio; un senso di rimorso anche lui. E -si voltò. - --- Siete matto a correre così, voi? Suderete! vi prenderete un malanno! --- urlava. - -La compassione lo inchiodava, il buon Ceccuti, ad aspettar sotto lo -squasso. - -E nell'atto che Boldrighi, il quale non ne poteva più, porgeva -l'ombrello all'amico, una raffica rovesciò l'arnese, e nel frangente -rimasero a inzupparsi, stretti insieme, come pulcini. - -Quasi non bastasse, il tram su cui pure il camminatore impavido si era -rassegnato a salire, tardò parecchi minuti, che parvero secoli, e sotto -la Porta Castiglione spirava un vento freddo e violento. - -Poveri vecchi! Si sentirono gelar il sudore addosso. - - *** - -... Nè la polmonite, che si buscaron tutti e due, doveva lasciar tempo -all'uno di cantare una _requiem_ all'altro. - - - - - CI VUOL PAZIENZA! - - - - I. - - -Dopo i saluti, così affettuosi che tolsero subito d'imbarazzo il suocero -e la suocera, il colonnello avrebbe voluto salire alla sua camera. Ma -prima dovè far la conoscenza della cagnetta, che si era precipitata -dalla cuccia per abbaiargli contro, e del gatto che la signora in gran -fretta aveva salvato da un prevedibile assalto della nemica -raccogliendolo maternamente nelle sue braccia. Ah i fasti della Lillín e -di Rossello! Che peccato, però, non andassero d'accordo e i loro litigi -sconcordassero talvolta anche la coniugale armonia del signor Astolfo, -protettore dell'una, e della signora Amalia, protettrice dell'altro! - -Poi ci furon da ammirare i vasi di limoni, l'orto, il giardino. Sette o -otto limoni pendevano gialli dai ramoscelli di nuovo in fiore; più in -là, una dozzina di riquadri, uguali e grandi poco più di un metro, -contenevano i fagiuoli e i pomodori, le cipolle e le patate, l'indivia e -la lattuga, le carote e le pistinache: di qua dalla siepe, peri nani e -susini promettevano -- se non sopravvenisse una nebbia o un'aria fredda --- quindici o sedici susine e pere. - --- Ma niente ciliege quest'anno! -- lamentò il signor Astolfo. E -sospirando avvertì che le fatiche, le cure, le pene del coltivare -gravavano tutte su di lui. I contadini avevano ben altro da fare, ora -che le braccia mancavano! - --- Tutto io! - -La natura maligna insidia essa stessa ogni suo bene, col malume, con la -peronospora, con la ruggine, coi bigatti, con i gorgoglioni, i pidocchi, -le formiche, le forfecchie, le lumache, le arvicole, le talpe. Ma lui -combatteva senza paura: pompa e soffietto, solfato di rame e tabacco, -fosforo e trappole. Guerra in veste da camera e berretto da ciclista! - -E venne la volta del giardino: vari i gerani; belle le rose; odorosi -anche troppo i nasturzi. - --- Brava! Bravo! -- ripeteva il genero sorridendo. Pensava:«Non sono -forse felici questi due vecchietti, che hanno saputo impiccolire così la -loro esistenza, mitigare in tal modo il loro egoismo?». E quasi gli -doleva d'esser venuto a turbarne la pace e a rinnovar in loro, con la -sua presenza, il ricordo dell'unica figlia perduta dieci anni addietro. - --- Bravo te! -- mormorò la suocera tirando fuori a stento il _te_ e -accompagnandolo da un sospirone. - --- Bravo voi! -- esclamò il suocero alzando e battendo la mano su la -spalla del genero --. Colonnello a quarant'anni! - -L'ufficiale allora chiarì il perchè aveva chiesto la loro ospitalità -durante la breve licenza. Aveva un certo lavoro da finire, in quiete. Ma -non si dessero pensiero di lui (e se ne eran dato tanto, con tanta -soggezione, avanti che arrivasse!); non si distogliessero dalle loro -abitudini: proprio come se lui non ci fosse. A servirlo e ad aiutare la -domestica c'era l'ordinanza: un ragazzo che sapeva far di tutto, anche -il cuoco. - --- Sentirete che dolci! -- E dire che al suo paese, in Romagna, faceva -il fabbro! Divenuto attendente, si era comperato manuali e ricettari, e -tra le cannonate aveva imparato a comporre pietanze. «Ci vuol pazienza!» -era il suo motto. - -«Ci vuol pazienza!» -- il soldato raccomandava a sè stesso e agli altri -quando le bombe e la mitraglia gli rovesciavano le casseruole e -mandavano all'aria i disgraziati còlti in pieno. - - - - II. - - -Ed ecco, mentre il colonnello parlava voltandogli le spalle, avanzar -l'attendente, per il prato. - -Dopo due o tre passi si fermava e s'inchinava. Sorridendo fino alle -orecchie nella faccia tonda, guardava i padroni di casa e pareva dire: --- Riverisco! Ossequi! Ci vediamo, eh, finalmente? Staremo allegri! - --- Buon giorno! Buon giorno! -- salutavano, in risposta, il signor -Astolfo e la signora Amalia, sorridendo anche loro. - -Ma con un dietro-front il colonnello chiamò: -- Monterúmici! --; e seguì -una trasformazione istantanea. - -Su l'attenti, con la faccia seria e irrigidita, gli occhi fermi e fieri, -il soldato si pose, corpo e anima, agli ordini del superiore. - --- Porta la valigia su, nella mia camera, e aspettami! - -Un cenno del capo, e via!; il soldato partì, sempre senza parlare. - --- Non la troverà, la camera; non sa quale sia -- osservò la signora -Amalia, avviandosi per seguirlo. Il genero la trattenne. - --- La troverà; non dubitate! - -E infatti poco dopo Monterúmici si affacciò alla finestra, a sorridere e -a strizzar l'occhio. - --- Ci piglia in giro tutti quanti? -- la signora sospettò e disse, -rimasta sola col marito. - --- Non credo, è un tipo ameno: nient'altro. - -Del tipo ameno se ne udirono tosto i passi, a precipizio giù per le -scale; e comparve su la porta con un paio di scarpe. Sollevandole con la -sinistra per mostrare com'erano infangate, e agitando la destra in atto -di spazzolare, parlò: - --- Cinque minuti! -- E aggiungendo: -- Ci vuol pazienza! -- scappò verso -la cucina. - -Ma non v'era ancor giunto che la cagna, entrata per la porta opposta, -gli si avventò contro, ad abbaiamenti furiosi. Egli non si spaventò, da -uomo avvezzo a peggiori assalti ed attacchi. La paventò invece il gatto, -che stava facendo colazione, e balzò su la credenza. Su la credenza -(tutto ciò avveniva in pochi secondi) era un castelletto di piatti, e -all'urto... Misericordia! Fu come se la casa intera andasse in frantumi! -Urlava la serva, le mani nei capelli; urlava la signora Amalia -arrivando, a braccia levate e aperte; urlava il signor Astolfo -chiamando: -- Lillín, Lillín! -- E la Lillín seguitava a tempestare, -sorda anche alla voce del padrone, sempre più arrabbiata contro -l'intruso. - -Solo lui, Monterúmici, non fiatava; quasi non fosse nemmeno spettatore -del disastro. Seguitava nella faccenda per cui aveva i minuti contati. E -compiuta che l'ebbe, passò davanti alla signora in disordine, le diede -un'occhiata al capo, s'accorse o si accertò che portava la parrucca, -guardò serio ai cocci, disse: -- Ci vuol pazienza! -- e volò su per le -scale. - - - - III. - - --- Pazienza un corno! -- brontolava il signor Astolfo, cui finalmente -riuscì di portar la cagna nella camera da desinare, -- Un danno grande! -per colpa di quel gatto senza cervello! Stupido! Cretino! Imbecille! - -La moglie lo udì, e apriti cielo! Maledetta la cagna! Così stupida che -non conosceva neppure le persone amiche di casa, così imbecille che non -sapeva nemmeno d'esser bianca e andava a fregarsi contro le calderine e -anneriva e insudiciava da per tutto; così cretina e ignorante da -compiacersi dello spavento che incuteva in una povera bestiola. -Animalaccio -- la cagna -- ostinato come un mulo, ineducato come un -asino. Intollerabile! - --- L'ammazzo! la voglio ammazzare! -- la signora gridava, ormai fuori di -sè. - -Quando, nella scena che volgeva al tragico, sopravvenne, discretamente, -Monterúmici. A inchini e a sorrisi entrò, domandò la parola, disse: - --- Ci penso io, signori! Fra due o tre giorni la Lillín e Rossello -saranno amici per sempre. Prometto, garantisco: sissignori! Vedranno! - - - - IV. - - -Due o tre giorni? Sarebbero stati pochi al compimento di una difficile -impresa; troppi al compimento di un miracolo. E questo avvenne il giorno -stesso, nel pomeriggio. - -Col dito contro il naso, per raccomandar silenzio, il soldato condusse -la signora alla cuccia, ove, l'uno accanto all'altra, placidamente -dormivano la cagna e il gatto. - -Oh stupore! Oh commozione! - --- Astolfo! Corri a vedere! Corri! - -E il marito venne adagio adagio, dall'orto, con la zappettina in mano, e -rimase a bocca aperta. - --- Come avete fatto? -- chiedevano a Monterúmici. - -Egli scosse le spalle. Sorridendo significava: se tutte le difficoltà, -le questioni a questo mondo fossero di tal fatta! Ma: - --- Ci vuol pazienza! - -E -- a udirne la relazione -- il miracolo incuriosì anche il colonnello, -quando discese, lieto del suo lavoro. E su l'uscio della stalla chiamò: - --- Monterúmici! - --- Pronto! -- (con la striglia in mano). - --- Come hai fatto a domesticare quelle due bestie feroci? - -Rispose senza esitare: - --- Io con la quiete non posso dormire. Ho bisogno, per dormire, delle -cannonate. Il farmacista invece mi ha dato delle polverine; e io ne ho -data una... - -Il colonnello scoppiò a ridere. E si avviava. Se non che l'attendente -balzandogli davanti e mettendosi in posizione, seguitò: - --- A svegliarsi e a vedersi vicini si meraviglieranno anche loro, di -essersi così amicati, e saran sempre buoni amici: vedrà!. - --- Ho capito! ho capito! - -Non era un bel matto? - -Quante volte però, non molto tempo di poi, all'orecchio dell'ufficiale -dovevan tornare quelle parole: «Io con la quiete non posso dormire». - - - - V. - - -Nè i due vecchietti erano felici, perchè il dolore del mondo varcava il -breve confine della loro solitudine. - -La lettura del giornale, di cui avrebbero potuto fare a meno e non -potevano, lasciava in loro un turbamento, un senso indefinibile -- più -che di sgomento -- di pena e di pietà, e dicevano, senza saperlo, delle -cose profonde. - --- Con tanta miseria d'intorno, fra tanto soffrire, si ha quasi rimorso -di vivere tranquilli; pare che Dio ce ne debba tener conto per -castigarci anche noi, presto o tardi. - --- A star qui, lontano dagli orrori della guerra, si comprende che non -ne possono aver tutta la colpa gli uomini che si dice potessero -evitarli; ci deve essere una causa più remota; un destino che di quando -in quando, di tempo in tempo, si inasprisce, diventa più crudele, si -accumula come una forza perversa e prorompe. - -Il colonnello a udirlo dir ciò, guardava stupito il suocero, in veste da -camera e berretto da ciclista; guardava stupito la suocera nella cui -fronte, sotto alla parrucca, balenava una luce di intelligenza ancor -viva e per le cui guance grinzute cadevano, a parlar della guerra, le -lagrime. Essa diceva, volta al marito: - --- Ogni sacrificio, piccolo o grande, ha il suo compenso; ogni dolore, -il suo conforto. Se Iddio ci concedesse di vivere fino a quando il mondo -avrà bene, dopo tanto soffrire! - -Rincresceva al genero di averli giudicati egoisti; già comprendeva il -dispiacere che avrebbero il dì che li lascerebbe, e vedeva come si erano -affezionati all'attendente. - -Monterúmici, del resto, meritava quella benevolenza. Nell'orto, in -giardino, in cucina: prestava mano da per tutto; tutti lo desideravano; -e dalla stalla il cavallo lo chiamava nitrendo; e lui, la cagna e il -gatto ora sembravano tre creature nate per campar d'amore e d'accordo e -ruzzare insieme. Ma ahi! Rossello una mattina disparve. Forse lo sviava -una pratica fuor di stagione? O piuttosto si era accorto ed era stanco -del bromuro che l'amico seguitava a propinargli? - -Due giorni stette assente. Poi, di ritorno, ne fece una delle sue. - -Sedevano a desinare; la signora volgeva le spalle alla finestra aperta. -D'un balzo quell'animale, e senza il minimo segno di avviso e prima che -anche gli altri se ne avvedessero, le saltò su le spalle. Come percossa -in ogni nervo, lei die' un grido; ed allo scossone, per mantenersi -saldo, Rossello si afferrò dove potè: un'unghia si impigliò nella -parrucca, la tirò, e un mezzo cranio nudo fu scoperto agli occhi -dell'attendente, che serviva a tavola. - -Egli non rise, ma non potè contenersi, e la bieca occhiata del -colonnello valse solo a fermarlo a mezza strada: - --- Ci vuol... - - - - VI. - - -... pazienza. Sissignori! la virtù degli uomini savi, non degli asini. - -Monterúmici non chiariva a parole questa sua opinione; la manifestava -con gli occhi. Nel dubbio però di non spiegarsi abbastanza, volle darne -anche una prova, un giorno, a suo modo. Con fare guardingo si accostò -alla signora Amalia, che stava a cucire nel giardino, e le porse una -fotografia. Era di una donna giovine, belloccia. - --- Bella! La vostra fidanzata? chiese la signora. - --- Mia moglie! - --- Oh! Voi avete moglie? - --- E come! -- Aggiunse serio: -- Tutta fuoco! - -L'altra fu costretta a ridere; e lui: - --- Può credere che non me le abbia fatte, non me le faccia? - -E a significar la cosa portò la destra alla fronte, col pollice, il -medio e l'anulare riversi. Indi riprese il ritratto, scosse il capo e -conchiuse, andandosene: - --- Ci vuol pazienza! - -Non solo, Monterúmici, piaceva ed esilarava per quel contrasto manifesto -fra la sua natura gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi -l'angelo custode fosse sempre lì a dirgli: -- Abbi giudizio --, ma -piaceva anche per un contrasto meno appariscente, d'ingenuità e -furberia. Se era furbo! Conoscendo il punto debole in tutti -- goloso il -colonnello; parsimoniosa la signora Amalia; il signor Astolfo, -delicatuccio, e invidiosa la domestica -- traeva argomento da queste -disparità di carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia di -psicologo nel mentre che accontentava tutti con la sua valentia di -cuoco. - -Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano, sempre uguali, le -lodi. - --- Appetitoso! -- il colonnello giudicava. E la suocera: -- Fatto, si -può dire, con nulla! -- E il signor Astolfo: -- Proprio adatto al mio -stomaco! - --- Merito vostro che l'avete cotto -- il soldato protestava rivolto alla -cuciniera, tutta contenta. - -E una mattina Monterúmici si presentò alla signora con l'attitudine un -po' impacciata di quando aveva da chiederle le uova e lo zucchero. - --- Signora: domenica al mio paese, si mangiano i ravioli. Siamo di -festa! - --- Ho capito. Volete che li facciamo anche noi. - -Egli scosse il capo. - --- Vorrei una grazia più grande. - --- Cioè? - --- Che lei dimandasse al signor colonnello di lasciarmi andar a casa -sabato. Tornerò lunedì, coi ravioli. Sentirà! - -La licenza fu data. Il sabato Monterúmici partì, tranquillo e giocondo -al solito. - -Ma il cavallo, la cagna e il gatto, se avessero potuto parlare, -avrebbero forse detto che l'amico li aveva salutati di nascosto, in un -certo modo... - - - - VII. - - -Il lunedì mattina i giornali recavano da Fontanelice questa notizia: - -«Il soldato Pietro Monterúmici, essendo tornato a casa improvvisamente e -avendo còlta la moglie in intimo colloquio con un compaesano, ha ucciso -a colpi di pugnale il drudo. Poi si è costituito ai carabinieri». - -... Ci vuol pazienza! - - - - - FRANCESCO MIO... - - -Aveva tanta sensibilità e fantasia così primitiva, tanta cedevolezza -alle impressioni e ingenuità di commozioni che gli bisognava umanare -tutte le cose; e se queste doti bastassero da sole a fare un poeta, -sarebbe stato un poeta ammirato fors'anche dai critici e dagli editori, -ricco e felice. Mancandogli quel che gli mancava era invece -soprannominato Mattucco, e campava di piccole mance e di carità. - -Di solito, badava ai birocci e alle birocce che si fermavano davanti -alle osterie e alle botteghe del paese, e, deriso dagli uomini, si -intratteneva in seri colloqui con i buoi, i cavalli e gli asini. - -Delle bestie interpretava a meraviglia i moti del cuore e del cervello, -per non dire l'animo e le idee; e nelle bestie trasferiva l'animo suo e -il suo pensiero con semplicità adeguata: poteva così indovinarne e -riferirne a sè stesso, a voce alta e chiara, domande e risposte. E chi -si doleva con lui del padrone manesco, e chi dei tafani tormentosi, e -chi del carico soverchio. Capitavano mamme che avevano il vitellino o il -cavallino o l'asinino a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli -ne ammirava l'affezione; le consolava. Capitavano manzoli o puledri -irrequieti, ed egli ne rimproverava i capricci; li esortava ad esser -bravi. Capitavano vecchie rozze, e il dialogo assumeva una simpatia -fraterna. - -Se per improvviso miracolo uno di quei buoi o di quei cavalli o di -quegli asini avesse acquistata davvero la favella, a discorrere con lui -non avrebbe potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli gli -attribuiva. - -Nè avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno mostruoso: gli sarebbe anzi -parsa la cosa più naturale del mondo, appunto per quell'intima -cordialità di rapporti fra lui e gli animali. - -Rari i malintesi; e dopo, più amici di prima! Per poco non gli toccava -la cornata, o il calcio, o il morso che era rivolto a una mosca proterva -o a un'ombra fugace o a un'avversione istantanea? Chiarito l'equivoco, -subito la pace era fatta; sancita, magari, da un bacio. - -Gli uomini, invece! - -Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni, proteste, minacce, -offese, violenze. Senza tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle -strade, dalle case giungevano all'orecchio dello scemo voci d'irosi -dissidi, di contratti stentati, di promesse strappate a forza, di -inganni scoperti a caso; di frodi; di tradimenti; d'infamie; e nel suo -cervello, sì tenero alle apparenze e alle sensazioni della vita -estranea, la turbolenta umanità si confondeva tutta in un litigio unico, -tremendo, continuo, enorme, insopportabile. Che cattiveria! Ne soffriva -sebbene non ci avesse nè arte nè parte, e con i nervi eccitati e il -batticuore si rifugiava al convento, là, fuori di porta. - -A mezzogiorno i frati gli davano un mestolo di zuppa, e l'ingollava -seduto sul gradino, alla cella di San Francesco. Dormendo, dopo, sul -gradino, chetava in sè il tumulto della vita sociale; e risvegliandosi e -rialzandosi restava a conversare un po' col santo, che lo rincorava, da -buon amico anche lui, nei dialoghi immaginari. - -_Pater, Ave e Gloria._ Poi Mattucco tornava in paese, a intrattener le -bestie -- che bontà! --, e a paventar gli uomini -- che cattiveria! - - - - II. - - -Sotto il portico, a un lato della chiesa francescana, era la cella del -Santo e della Pietà. - -La Madonna, assisa su di un masso, reggeva il capo al divin figliuolo e -piangeva: giaceva, morto, il Signore; livido e sanguinante. E, separato, -di contro, San Francesco con la faccia benigna volta a coloro che -sopravvenivano, tendeva la destra accennando al sacrificio e con un -mesto sorriso significava ai visitatori giudiziosi: - --- Guardate e pregate, fratelli! - -I visitatori guardavano e talvolta pregavano. E poichè le statue erano -colorate al vivo, alte come persone vere e umane nel sacro aspetto, e -l'ombra inclusa nel portico e l'interna penombra della stanza -accrescevano il senso del dramma arcano, qualche cuore rimaneva preso e -compunto. Alle preghiere seguivano le offerte. - -Raccogliendo queste a intervalli, fra' Pasquale, portinaio e sagrestano, -lasciava tuttavia alcuni soldi in terra a esempio e invito ad altra -elemosina; e così la carità del Signor morto e di San Francesco rendeva -abbastanza bene. - -Or avvenne che lo scemo si destò un giorno dal solito riposo mentre due -monellacci osservavano dentro la cella, e dicevano tra loro: - --- A un'asta impegolata in cima, i soldi s'attaccherebbero. - --- E i frati? E fra' Pasquale? - --- Hai ragione. Meglio starne alla larga, da quell'accidente! - -Temevano il bastone dei frati, non il sacrilegio, i gaglioffi! E se -n'andarono. Lo scemo, però, aveva capito. Canaglie, che idea! Rubare a -San Francesco! i soldini di San Francesco! -- E stette là, immoto, come -immersa l'anima in un pensiero profondo. Pensava con faticosa -connessione d'idee: - --- Elemosine. -- A chi vanno? Chi se le gode? - --- Soldini e... bicchierini: soldini e pane. - -Poi Mattucco guardò alla statua del santo quasi si aspettasse di vederla -turbata. Ma no: non aveva perduta l'abituale bonomia: anzi sembrava che -il dolce sorriso s'effondesse vieppiù dagli occhi per le guancie. - -San Francesco parve dire -- e Mattucco disse infatti per lui: - --- Son da compatire anche i bricconi, se i frati non fan le cose giuste! -Fra' Pasquale non aiuta chi n'ha più bisogno. - --- È vero -- aggiunse Mattucco da parte sua. -- A me non mi dà mai un -soldo. - --- Prendine -- gli disse San Francesco. -- Adesso hai imparato come si -fa. - --- Prenderne? E l'inferno? - -San Francesco sorrideva sempre. -- Non ci son io a farti perdonare; io, -San Franceschino? - -Ma lo scemo non era ancora persuaso. Dimandò: - --- E fra' Pasquale? Se mi arriva addosso quell'accidente? - --- Non c'è qui il Signore con la Madonna a proteggerti, a difenderti -dalle bastonate?... _Pater Ave e Gloria._ - -Allora Mattucco recitò le orazioni. E si avviava, persuaso, per andar a -cercare l'asta e la pece. - -Ricordandosi però di quanto avveniva tra gli uomini, in paese, tornò -indietro a stringere il patto, a prender garanzia. - --- D'accordo? Siam d'accordo, San Franceschino mio? Sì? proprio davvero? - --- D'accordo! - --- Parola? - --- Parola di galantuomo! - - - - III. - - -Fra' Pasquale non tardò ad accorgersi del furto, sebbene avvenisse a -intervalli lunghi; e di quando in quando, nel tempo che aveva libero, -stette in agguato dietro la porticina della cella. - -Ed ecco, un pomeriggio, vide entrar l'asta per l'inferriata e -contemporaneamente udì una voce che diceva: - --- San Franceschino mio, son qui! Ho voglia d'un bicchier di vin buono. -Voi badate a fra' Pasquale. - -Chi era il ladro! Lui, Mattucco, rubava! Povero mendico! E chi gli aveva -insegnato il tiro? O forse la sete del vino gli aveva aguzzato -l'ingegno? A ogni modo la scoperta fe' sbollir subito l'ira al -francescano; gli mise la voglia di seguitare il gioco per divertirsi. E -pronto, in tono soave, senza mostrarsi, fece: - --- Ah Mattucco! Mattucco! Io sonò il tuo protettore, il tuo San -Franceschino, e tu mi rubi le elemosine? Credi proprio che all'inferno -ci si stia bene? - -A queste parole lo scemo rimase stupito. Stupito, non spaventato. Non -sbigottisce al portento: San Francesco ha parlato? La cosa più naturale -del mondo! Ma gli è incredibile quel che ha udito, da lui. - -Come? Il Santo adesso lo rimprovera? lo minaccia? E il patto conchiuso -fra loro? La parola data: parola di galantuomo? - --- All'inferno! -- séguita con tono cupo il frate. -- Povero te! - -L'altro non si muove. Cerca chiarirsi in testa questo misterioso -mutamento. Mancar di parola, adesso. Perchè mai? - -Ah che pur troppo la trova la spiegazione! Sì: i santi furono uomini; e -mutano di parola come gli uomini litigiosi e falsi! - -E lo scemo s'arrabbia; e tutte le contumelie che ha appreso per le -strade, per le osterie e nel mercato a mortificazione di chi manca ai -patti, le scaglia contro San Francesco. E si spiega: - --- Vergogna! Rimangiarsi la parola data! E pretender fede dai -galantuomini, dai poveretti! E tradire! E chiamar in aiuto il diavolo, -un santo! - -Ma nella sua ira c'è, più profondo, il dolore; c'è l'amarezza di una -delusione crudele; c'è una disperata angoscia. Gli pare, a Mattucco, -d'impazzire! Un santo! Traditore! Oh! - -Che mondo! Che onore! Che infamia! Oh scappar via! via! Scappare -lontano, per sempre! fuggire dove non s'inganni e si tradisca! Non -vedere nè un uomo, nè un santo, mai più! Via! ... Dove? - - - - IV. - - -Si diede alla campagna. Bello vagare qua e là lungo i sentieri ombrosi o -per le strade solitarie; bello mansuefare con le buone maniere i cani -infuriati e chiamar con voci infantili i vitellini e i puledri; bello -intendersi con le stelle o ridere con la luna. - -Alle case le donne che lo riconoscevano gli chiedevano qual disgrazia lo -avesse colpito; quali dispiaceri avesse. Una volta la sua faccia era -così allegra! Adesso invece era così magro! - -Si schermiva; ricevuto il tozzo di pane, scappava rapido. E finchè -poteva resistere, preferiva la fame a mendicar dalla gente. - -Ma ahimè! Mentre egli sfuggiva alla vita degli uomini, altra vita -sfuggiva a lui. Quella sua sensibilità, quella sua intimità con gli -animali e con le cose, comportabile nei limiti del paese, nel mondo -sconfinato diventava faticosa troppo; un continuo sforzo; un esaurimento -lungo e mortale. - -Ed era tanto debole!; pativa la fame. E più che per la fame, pativa -perchè in quel lento mancare di sè a sè stesso pareva venirgli meno il -mondo, che già viveva con lui e di lui. A poco a poco gli si estingueva -l'energia animatrice, povero Mattucco! - -Un giorno giacque sotto un olmo in un campo deserto. Guardava con gli -occhi languidi davanti e d'intorno, e non ci si trovava più. Tutte le -cose ora vivevano per sè sole, in un egoismo mostruoso, in una -indifferenza spaventevole, con una incuranza spietata. - -Il grano alto e giallo aspettava l'ora di compiere il suo destino E si -godeva il suo ultimo sole; il trifoglio si beava di essere tutto in -fiore; le viti, distese fra gli alberi, bevevano i raggi ardenti e si -mostravano intente solo a produrre; gli olmi o avevano molli dedizioni -delle fronde più alte alle carezze dell'aria, o restavano immobili, -alcuni in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in una gravità -solenne, come se muovendosi temessero -- egoisti anch'essi -- di nuocere -a ciò che loro solo premeva: il nido che nascondevano nel folto. Nel -cielo, a volo rotto i cardellini passavano rapidi e giulivi non -conoscendo che la loro esistenza; non altro vedendo dell'universo che la -loro letizia. A due a due, le farfalle apparivano e sparivano in una -felicità lieve lieve, bianca e silenziosa; e le formiche, lì, in oscura -fila... Che da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero uomo? Peggio -per lui se era nato uomo! - -Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non aveva da mangiare. E fin la -terra gli pareva incresciosa di sostenerlo, perchè s'assopisse, -quietasse nel sonno l'inedia, lo struggimento del totale abbandono, -l'affanno dell'intero esilio in cui s'era perduto. - -Quand'ecco fra i rami, proprio sopra al suo capo, vivacemente: - --- _Francesco mio!..._ - -Come ferito al cuore, nella rimanente vitalità, Mattucco s'alzò in -piedi. Come il vinto che raccoglie le forze estreme per ributtare -l'ultima viltà prepotente, l'ultimo scherno, si chinò ad afferrare un -pezzo di zolla; e l'avventò con un grido osceno in alto. E al crepitìo -della polvere tra il fogliame, il fringuello volò ad un altro albero. E -di là: - --- _Sì sì sì: Francesco mio..._ - -Allora lo scemo ricadde e si mise a piangere. - -Ma Colei che soffriva per il più atroce dolore umano, china nella -penombra sul figlio livido e sanguinante, gli apparve; egli la scorse -che piangeva tra le sue stesse lagrime. E parlava: - --- Si sì sì, Francesco mio... Questo poverino muore, per te. Chiamalo! -Fa che torni a prender la zuppa al convento: se no, muore, il poverino! - -Ah Madonna santa! ah Madonna buona! Comprendeva lei, aveva compreso lei -il torto di San Francesco, il male che aveva fatto! - -Diceva soave: - --- Vieni, Mattucco. Ritorna. Francesco mio ti dirà: «Sei qui?». -Francesco mio! Francesco mio!...; e fra' Pasquale t'accoglierà, buono, -tra le sue braccia, e ti darà un mestolo di zuppa. - - - - V. - - -Arrivò estenuato al convento. - --- Son qui -- disse con voce fioca, con un sospiro, affacciandosi alla -cella del Signor morto; e guardò. - -Ma San Francesco... - -Ah! troppo a lungo il misero poeta scemo era rimasto fuori dalle -illusioni antiche, troppo evidentemente la realtà si era sottratta alle -sue fittizie animazioni! - -Guardò; e vide sol quello che tutti vedevano, quel che vedevano i savi: -San Francesco, muto, accennava al Signor morto, solo per dire: -- -Pregate, fratelli. -- Null'altro. E la Madonna era anch'essa una statua -muta. E il Signore, una statua. Null'altro! Null'altro! E tutte le cose, -tutte le creature che egli aveva creduto vivessero come egli viveva, con -i suoi pensieri, con il suo sentire, gli si presentarono, di subito, -agli occhi e alla memoria, mute, senz'anima. Era finita! Finito -l'incanto, si spegneva l'universo. Finito l'incanto, Mattucco diventava -savio, e moriva davvero. - -Si trascinò alla porta; tirò la corda del campanello; si abbandonò -esanime nelle braccia di fra' Pasquale. - - - - - SIMPATIA - - -Bontà e forza: con questo temperamento e carattere ce n'è ancora della -gente nelle nostre campagne; temperamento e carattere dell'italiano -pretto nel pensiero e nelle vene. Esempi? Eccone uno, assunto dalla più -umile verità. - - ---- - -La guerra aveva fruttato insoliti guadagni anche a Leonardo Morini, -l'«ovarolo», ma aveva privato anche lui della sua pace. Fino a -settantadue anni era vissuto senza grossi guai; senza invidiare chi -aveva famiglia; contento della salute che gli permetteva d'andar in giro -a piedi per le campagne e ai mercati a guadagnar commerciando -onestamente; contento d'aver messo da parte qualche risparmio; contento -d'abitare solo e libero in una soffitta. Ma al mondo ci sono dei -misteri. Perchè fra tante case e cascine, che visitava da anni e anni, -non trovava differenza, e andando all'Olmello si sentiva un che nel -sangue, come se andasse da gente del sangue suo? Perchè fra tanti -ragazzi, che in quelle case e cascine s'era visti attorno in tanti anni, -non aveva fatto nessuna differenza e a Celso, il figlio della non bella -e piagnucolosa Assunta e d'un contadino tanghero quale Stefano -dell'Olmello, aveva preso a voler così bene? E perchè Celso fin da -bambino gli correva incontro con un lume negli occhi e con un sorriso -che per lui nessun altro bambino aveva mai avuto; un sorriso di -riconoscenza, quasi d'intimo riconoscimento? Perchè quando gli altri -ragazzi erano cresciuti ai suoi occhi nella giusta misura dell'età, -Celso gli era parso diventar così presto un bel giovine robusto, e più -bello e più robusto e sano di tutti gli altri? - -E perchè al dispiacere e al compiacimento insieme di quando Celso era -andato soldato, gli era seguito in cuore un contrasto di tanta passione -quando la gran guerra scoppiò? Forse perchè era stato soldato lui pure e -aveva combattuto nel '59? O forse era una legge: la legge del mondo e -degli affetti umani imponeva che egli, che era figlio di nessuno e non -aveva voluto esser padre, cercasse nella creatura d'altri l'affezione -filiale che non aveva potuto provare, sentisse per la creatura d'altri -l'affezione paterna che non aveva potuto provare. O era piuttosto una -condanna, un castigo. L'egoismo d'una esistenza quasi intera doveva alla -fine essere scontato da affanni per amore di estranei, doveva risolversi -in una espansione di affetto che comprendesse tutti i sentimenti -ignorati. - -In verità, allorchè il vecchio Leonardo, reggendo con un braccio il -cesto da riempire di uova e poggiandosi al bastone, curvo come se avesse -sulle spalle il peso della strada percorsa e volesse conquistare anche -col petto la strada da percorrere, a passi piccoli e frettolosi arrivava -all'Olmello, recava in cuore la tenerezza di un padre buono, la bontà di -una madre tenera, un'ansia fraterna, un desiderio di amico unico, una -cristiana voglia di confortare, un bisogno di consolarsi consolando. - --- Che nuove avete? -- chiedeva, rialzato il capo, fermo a mezzo -dell'aia. - -Talvolta gli davan da leggere una lettera, gli mostravano una cartolina. -Non perciò egli s'allietava del tutto. Troppo l'infastidivano le -lamentele della madre e l'impenetrabile aspetto del padre. L'Assunta, -che donna! Non intendeva che la guerra era la guerra. - -E Stefano taceva. Che uomo! Due parole in un'ora; e da ignorante. Pareva -avesse il figlio in un'impresa tenebrosa e le tenebre fossero entrate -nel petto a lui, dove gli altri ci hanno il cuore, o nella testa, dove -gli altri ci hanno il cervello. - --- No! -- pensava Leonardo. -- Un padre non dovrebbe essere di ghiaccio -o di macigno. No! Una madre non dovrebbe essere di ricotta. Che gente! - -E si proponeva di non ricomparir all'Olmello prima che fossero passate -due o tre settimane e le galline avessero fatto assai ova. Vi tornava -invece dopo due o tre giorni. Ma se ne pentiva sempre; ripartiva sempre -con quell'uggia, quell'amarezza di un bene deluso, quel disgusto di non -essere compreso e di non poter ridurre pari al suo l'animo del padre -rude e della madre dolente. - - *** - -Un brutto giorno, un giorno che la nebbia bagnava i panni addosso e -stillava dai rami, e i passeri, negli alberi, rabbrividavano sotto le -penne arruffate, Leonardo entrò nel campo da fuori della carraia. Co' -suoi passettini rapidi e il suo bastone, discese lungo il ciglio erboso -alla volta di Stefano che stava affondando il fosso. A vederlo, il -contadino attese, il piede sul vangile e le mani a sommo della vanga. -Perchè il vecchio non era andato in casa, prima, dalla donna? Ma il -contadino non mosse voce. Guardava senza anima manifesta, e aspettava. E -il vecchio col freddo nell'anima sorrise appena appena e disse: - --- In paese si discorre d'una gran battaglia. - -Stefano aspettava immobile. - --- Si parla di molti feriti; di molti morti. Ma speriamo... - -Poi Leonardo tacque. - -Allora il padre chiese come non avesse udita l'ultima parola: - --- E lui? - --- Eh! Innanzi che si sappia che ne è stato, di Celso, se l'ha scappata, -come io spero, correrà un po' di tempo. - -L'altro ebbe negli occhi un'accensione d'ira; ebbe uno sguardo bieco, -quasi di odio; ed esclamò forte: - --- Cosa siete dunque venuto a fare? - -Cos'era venuto a fare? Leonardo non dubitò che il silenzio, lo sguardo, -la violenza mal repressa e la dimanda di colui significassero una -tremenda angoscia costretta in sè da una timidezza o da una energia -quasi selvaggia, esprimessero la pena di dover aspettare troppo a lungo -una notizia atroce. Pensò: - --- Che bestia! - -Cosa era venuto a fare? Non lo sapeva chiaramente nemmeno lui, povero -vecchio, il perchè era accorso subito dal paese: era accorso perchè il -cuore l'aveva portato: ecco. Bisogna dirle, domandarle certe cose? Per -dare una parola di speranza, se non per riceverla, era venuto; per -prepararsi il cuore con loro, se mai... - -E impermalito, Leonardo stava per rispondere: -- Non verrò più a -disturbarvi -- quando dall'alto del poggio (Stefano si era rimesso a -vangare) l'Assunta chiamò, invocò: - --- Leonardo! Leonardo! - -Egli le andò incontro; sorridendo, al solito, disse: - --- Sì. C'è stata una battaglia. Ma -- aggiunse -- niente paura! Avete -avuto cattive nuove? No. Dunque... - -La donna lo fissò prima di piangere; per l'apprensione improvvisa ebbe -negli occhi un insolito acume, e chiese: - --- Ne siete sicuro, ch'è salvo? - --- Sicuro del tutto..., oggi com'oggi... - -E lei rompendo in singhiozzi, disperata, con la voce di chi impreca: - --- Ma allora, cosa siete venuto a fare? - - *** - -Poichè dunque non s'intendevano; poichè lo rimproveravano invece di -ringraziarlo, Leonardo giurò, sul serio questa volta, che all'Olmello -non lo rivedrebbero più, se Celso non tornasse a casa. - -E soffriva, il vecchio, a pensarci; e ci pensava sempre. Sperava. E -quando sperava, si immaginava Celso così lieto d'esser scampato alla -morte, così felice di riabbracciare i suoi, che non ne restava più, del -suo bene, per il vecchio amico. Nè il rancore e l'uggia gli cessarono -come si diffuse la voce che con parecchi morti del paese era rimasto -ferito Celso dell'Olmello. - -E passò quasi un mese; e Celso gli scrisse lui, a Leonardo, che ormai -guarito del tutto veniva in licenza. - - *** - -Il giorno che gli aveva scritto di tornare il vecchio andò alla stazione -per tempo, al mattino; e sì che il diretto che credeva porterebbe il -reduce arrivava a un'ora del pomeriggio! Essendo freddo, camminava su e -giù per il marciapiedi, fin che la mano gli si gelava sul bastone e -l'aria gli aveva tagliato abbastanza le orecchie. - -Entrava allora nella sala d'aspetto a scaldarsi alla stufa. Ma non -potendo resistere al tanfo di chiuso, usciva di nuovo. - -Passò un treno merci. S'arrestò, più tardi, un treno omnibus. E, dopo, -una tradotta. Da questa Leonardo vide scendere un soldato; poi non vide -più nulla perchè aveva visto che era lui. Nella sua mente confusa, nel -suo animo sbalordito fu come l'imminenza d'un destino che si compieva... - -E a sentirsi dire: -- Voi qui, Leonardo? --, a sentirsi abbracciare, a -sentirsi chiedere: -- E i miei? --, tornò in sè ma non per rispondere: -per ridere, ridere di contentezza. Pareva ebbro. - -Intanto alcuni conoscenti attorniavano il giovine, e mentre questi -scambiava qualche parola il vecchio si fe' largo, lo tirò per una -manica; e sollecitava: - --- Andiamo, Celso! A casa! Via! - -Nè volle attraversare il paese. - --- Tua madre ha pianto tanto...; tuo padre... Bisogna andar subito a -casa! A casa! Via! Presto! - -Per i campi, volle che andassero, soli, liberi. Felice! - -E quando fu sicuro che nessuno glielo rapirebbe, Leonardo si fermò un -istante; alzò lo sguardo incontro allo sguardo del giovine; chiese: - --- E lassù? - -Celso si mise a parlare della guerra; senza esagerazioni. - -Ai Casetti, s'interruppe. Disse: -- Due salti, e vado a salutar la mia -bionda. - --- T'aspetto -- fece l'altro. E l'aspettò lì, al freddo, tossendo. - - *** - -Ma a casa, quando arrivarono finalmente a casa, Leonardo ebbe la -rivelazione. Dal modo con cui il ragazzo si comportò con i suoi, capì -che non s'era sbagliato ad affezionarglisi tanto, e dal modo che i suoi, -del ragazzo, si comportarono, capì che li aveva mal giudicati. - -Celso si stringeva la madre al petto con la forza d'un bambino e la -chiamava: -- la mia mamma! la mia vecchia --; e la baciava non sazio. -Indi rivolto al padre, che gli disse -- gli disse solo: -- Sei qui, -Celso? --, contenne con un visibile sforzo la commozione e disse, disse -solo: - --- Come state, pa'? - -Finalmente era chiarito il mistero! - -Sì: il difetto della madre era la troppa tenerezza, e durezza il difetto -del padre; ma il vecchio comprese che si comportavan così anche per una -reazione vicendevole e involontaria, e comprese che il difetto dell'uno -e dell'altra si eran temperati nell'animo di Celso a una virtù che lui, -povero vecchio, aveva sentita senza rendersene ragione. Era la stessa -sua virtù istintiva: bontà e forza. - - *** - -E quel giorno Leonardo si ammalò. La notte la casigliana che abitava una -stanzaccia attigua alla sua l'udì tossire e vaneggiare. Faticosamente, -nei giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale: sedeva sui -gradini e, sorpreso, fingeva di star là a perdere il tempo; per non -parer mal ridotto, cantarellava piano piano. La tosse lo riassaliva -secca, soffocante. - -Celso che non dubitava fosse ammalato, non veniva in paese; preferiva -far all'amore ai Casetti con la bionda. Rincasando, però, dimandava ogni -volta: -- E Leonardo non s'è visto? - -Arrivò all'Olmello un pomeriggio. Con la tosse, sudato, affannoso, -affranto. - --- Il ragazzo dimanda di voi -- l'Assunta gli disse. -- Lui sorrideva. -Chiese delle uova. - -Di ritorno col cesto, l'Assunta gli disse anche, senza piangere, che il -ragazzo presto ripartirebbe. Senza piangere! E Stefano quel giorno parlò -di molte cose. Stefano parlò! - -Ma il vecchio non aveva nemmen più la forza di meravigliarsi. E se -avviandosi si fosse voltato indietro, avrebbe scorto il contadino -scuotere il capo, mentre la donna mormorava: -- Quello è un uomo che se -ne va. - -Leonardo se ne andava infatti, zampicando, col suo bastone, come verso -un destino che si compieva. Quando la sera fu, per grazia di Dio, in -paese, si fermò dal notaio; offerse le uova che l'Assunta gli aveva date -e sorridendo pregò: - --- Vorrei fare, signor dottore, testamento... adesso. - -La mattina dopo Celso venne a cercarlo per salutarlo. Partiva. - -Sulla porta la casigliana gli disse: - --- Stanotte non l'ho sentito tossire. - -E aggiunse: -- È un uomo che se ne va. - -Salirono insieme. Batterono. Silenzio. - -Tirata la cordicella e aperto l'uscio, lo videro, nel letto; videro che -se n'era già andato. - -E il soldato, l'erede, gli chiuse gli occhi. - - - - - NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA - - -A ricevere la seconda lettera con cui, goffamente, Nino Galastri le -chiedeva di sposarla, Livia perdè la pazienza e rispose un semplice -_no_. Inesperta, com'era, del mondo, non riflettè ai diversi gradi di -tono e di significato che, sino alla ripulsa oltraggiosa, può assumere -un _no_ scritto; castigando una indiscreta vanità, non ebbe il dubbio di -offendere l'orgoglio paesano, il quale, ferito, ferisce col morso e il -veleno della vipera; e conoscendo la fierezza del nonno, non domo dagli -anni, dubitò invece di far male a rivelar la cosa a lui. Nè la vendetta -tardò a giungerle: terribile perchè l'armava la pubblica malignità, -perchè la sosteneva un'accusa copertamente diffusa e inoppugnabile, -perchè disonorava il suo nome. - -Già delusa nella felicità quale aveva immaginato trovar fuori del -collegio e predisposta alla solitudine, più che dalla sensibilità -materna e dalla sventurata condizione di orfana, dal rude costume della -razza da cui scendeva, Livia Antoni ricorse col pensiero e con l'anima -al luogo dove era cresciuta, in una clausura quasi monacale, e presentì -che in nessun altro luogo e in nessun altro modo avrebbe potuto vivere -senza il peso addosso dell'onta o del sospetto dell'onta. E segnò essa -stessa il suo destino in un dilemma: o l'accusa che si faceva al nonno -non era vera, e valeva meglio scampare da un mondo così tristo; o era -vera, e la rinuncia di lei apparirebbe come un sacrificio riparatore, -una rinuncia sublime in lei, giovine, bella, ricchissima. - -«Se un'idea entra nella testa di un Antoni non c'è più santo che gliela -cavi», pensò la più vecchia delle domestiche, quando Livia le disse che -aveva intenzione di farsi suora. - -Ma quando quella donna, incerta come chi teme di dare un avviso che -addolori troppo, ne parlò al padrone, egli la fissò, poi scosse le -spalle quasi a udir cosa di nessuna importanza. Solo, die' ordine di -cominciar subito i lavori di sterro sul poggio, ove sorgerebbe la nuova -villa. E lo stesso giorno vi condusse la nipote. - --- Guarda! -- le disse accennando alla vallata stupenda. - -La vita brillava nell'aria, serenava nei lontani monti, palpitava nei -colli rinverditi, fluiva e rabbrividiva placida fra il greto del fiume. - --- Io sarò morto allora -- soggiunse il vecchio --. Ma tu vivrai qui -sposa e madre felice. - -La ragazza tacque. E sentì che il momento di manifestare il suo -proposito era quello, e raccolse tutta la forza per dissimulare -l'affanno e dire dolcemente: - --- La ringrazio, nonno. Io però non ho intenzione di maritarmi. - -Seguì ancora un attimo di silenzio: insopportabile nell'incerta -aspettazione della loro anima. Il vecchio non parlò; dovè parlar di -nuovo Livia, per dire, bianca in viso, con le labbra esangui: - --- Ho la vocazione di farmi monaca. - -Allora il vecchio, che a ottant'anni teneva in soggezione tutti anche -quando non usava i modi della sua ferrea volontà e la mitigava con -l'espansiva energia del suo gran cuore, tremò a nervo a nervo. - -Paventava d'essere debole davanti a una giovinetta esile come un giunco, -o d'esser travolto dall'ira come avrebbe fatto davanti a un minacciato -assassinio? - -Le afferrò un braccio, la costrinse a guardarlo negli occhi, e disse -soltanto: - --- Bada, bambina! - -Quegli occhi, quelle due parole avrebbero piegato chiunque altra, -d'altro sangue. La giovinetta che aveva nelle vene il sangue degli -Antoni fu invece inanimata alla resistenza e alla difesa. - --- Se lei vuol sapermi contenta, deve consentire alla mia volontà. - --- Non dire la tua volontà! -- gridò il vecchio prorompendo --. Di' -l'idea stupida che ti han messa in testa là dentro, dove io non ti avrei -mai rinchiusa! - -Il rimprovero, che toccava la memoria di sua madre, accrebbe ardire in -Livia. - -Esclamò: - --- Le giuro, nonno, che questa idea mi è venuta dopo che sono uscita di -collegio. - -E soggiunse subito: - --- Mi sono convinta che il mondo è brutto e cattivo. - --- No! -- il vecchio ribattè forte --: il mondo è buono, è bello per chi -ci sappia vivere. Che esperienza puoi averne tu? - -A fatica Livia compresse in cuore il suo segreto; frenò l'angoscia; -trattenne le lagrime. E rispose: - --- Basta guardarsi attorno e ascoltare. - -Il sospetto si affacciò ora alla mente dell'Antoni. E chiese: - --- Ascoltar che cosa? - --- Il dolore degli altri -- disse lei. -- Chi non ha da lamentarsi del -male che riceve? - --- E fra quattro mura tu credi di evitar il male e goder il bene della -vita? - -Nè attese risposta. Quasi per strapparsi a una enormezza egli si -allontanò. E Livia gli tenne dietro singhiozzando sommessamente. - -Otto giorni dopo era costretta ad accompagnar il nonno in un lungo -viaggio. - - *** - -Meraviglie di ogni sorta, spettacoli indimenticabili; ma non una notte -la giovinetta si addormentò prima d'aver pensato: «Non mi divertirei -come il nonno crede che io mi diverta se non fossi ricca; e non sarei -ricca se lui...». - -Dal viaggio tornò così stordita e stanca da parere intimamente mutata, -queta e remissiva, e il vecchio sperò di guarirla del tutto continuando -il rimedio. - -Anche l'antica casa parve mutar anima: risonò di feste; risplendè di -signorile ospitalità. - -E alla giovine non mancarono corteggiatori. Li respingeva con ferma -freddezza. - -Intanto si compivano i lavori della villa, che un giorno avrebbe dovuto -vederla sposa e madre felice. Ma lei non andava una volta a Belpoggio -che non pensasse: «Ancora due anni, poi sarò padrona della mia volontà». - -E quante volte si ripeteva: «Oh, vivere di solo pane, senza dubitare che -sia di origine impura!». - -Questo pensiero diventò un'ossessione nella sua mente, tanto più -ostinata quanto più caparbio essa giudicava il nonno a non volerla -comprendere. - -Così non doveva tardar molto il giorno che di quelle due volontà in -conflitto l'una si convincerebbe o illuderebbe di aver vinta l'altra. - - *** - -Cesare Antoni, come soleva, una mattina uscì di casa con lo schioppo a -tracolla. Scorgendolo dalla finestra Livia patì, violento, quale non -mai, il riscontro delle due imagini. Pensò: «Il Passatore!». - -E per non piangere si morse le labbra, e non pianse. - -Ma più tardi, senza un appiglio, senza un pretesto, osò chiedere al -vecchio: - --- Mia madre cosa ebbe in dote? - -Egli la guardò negli occhi; essa ne sostenne lo sguardo. - --- Niente ebbe. Perchè? - -Niente! Dunque non avrebbe potuto dir suo, non impuro, neanche un tozzo -del pane che sino allora aveva ingoiato e che per due anni dovrebbe -ingoiare! E al colpo inatteso, Livia abbassò gli occhi, affranta. - --- Perchè? -- insistette l'altro, ancora forzandola a risollevar gli -occhi e a rispondere. - --- Son decisa a disubbidirle; e avrei desiderato evitare che lei, fra -due anni, m'incolpasse d'ingratitudine. - -A ricevere uno schiaffo l'Antoni avrebbe reagito con minor impeto. -Infiammato in faccia e nelle pupille, diritto, alto, imponente -vegliardo, avanzò come per arrestare nella sciagurata il pensiero -colpevole prima che cadesse nel pentimento. E l'investì: - --- Ti sei svelata, una buona volta! L'ho avuta la prova manifesta del -tuo cuore, della tua religione, della tua pietà! Tu non vuoi obblighi di -gratitudine e di affetto; tu mi odii! Peggio: l'odio vincola, e tu non -vuoi vincoli! Hai capito che io ho una volontà di ferro; hai temuto che -la mia volontà sia più forte della morte e io possa dominarti sempre, -finchè vivrai, e per ribellarti, per essere libera, minacci di farti -suora! Ma non t'accorgi, sciagurata, della contraddizione mostruosa; non -t'accorgi che sei pazza d'egoismo? Pazza! -- le gridò contro. - -Ella tacque; tremante; reggendosi a stento in piedi: ma con lo sguardo -immoto. - -E il nonno, men violento oramai che disperato, aggiunse: - --- Già si dice! Nino Galastri a chi dimandava, al caffè, perchè tu non -trovi chi ti sposi, ha detto: -- «Non sapete che l'Antoni è matta?». - -Lui? Nino Galastri? - --- Lui? -- fe' la ragazza, il volto improntato di un sarcasmo che la -svisava come una smorfia atroce. - --- Sì. Presto o tardi se ne pentirà; ma l'ha detto! - -E allora ella corse nella camera attigua, trasse da uno stipo la lettera -dell'innamorato respinto, e tornò porgendola. - -Il vecchio l'afferrò. Mentre la leggeva lei si aspettava che cadesse -morto di colpo: leggeva: «... sposandola, signorina, io avrei offesa -l'opinione pubblica; si sarebbe detto che la sposavo per godere i -marenghi del Passatore». - -Invece il nonno gettò il foglio e rise. - --- Ah, ah! E tu la conosci tutta, la storia? Non la conosci bene? No? -- -Essa non rispondeva. -- Te la racconterò io! A Belpoggio, proprio dove -ho fabbricato la villa per te, per la tua felicità, c'era una casupola -mezza in rovina; e io l'avevo affittata a un manutengolo o a un collega -del Passatore. Dopo che questo fu ammazzato, colui fu preso e condannato -non so a quanti anni di galera. E di là scriveva alla moglie, che non -sapeva leggere e veniva da me a farsi leggere le scritture del marito. -Ma io, furbo, le leggevo prima per conto mio. E una volta vidi che il -ladro raccomandava alla moglie di non abbandonar mai la casa ove stava. -Io, zitto!; e diedi subito commiato alla donna. E mi misi a scavare. -Scavai una, dieci, cento pentole piene di marenghi rubati dal Passatore, -e così... Hai inteso? - --- Gl'invidiosi, gli oziosi, gli ignoranti, i maligni, i vigliacchi -- -seguitò l'Antoni, di nuovo sopraffatto, nell'ironia, dall'ira -- non -comprendevano, non comprendono la origine di una ricchezza acquistata -con le fatiche, con gli studi, l'ingegno, la forza della volontà e dei -nervi, e m'han dato, a me, per collega il demonio, e hanno inventata -l'infamia e ci credono! E tu vuoi farti suora per questo! - -Per questo. La storia non era vera? E come negare che era bene uscire da -un mondo ove si commettevano coteste infamie, deturpando il nome di una -famiglia, affliggendo la vita intera di un uomo, senza castigo? - --- Sì, nonno: per questo! -- Livia fu sul punto di rispondere. Ma a -veder il vecchio divenuto livido, in una attesa di passione mortale, gli -si gettò d'impeto nelle braccia piangendo: - --- Lo credo! Lo credo, nonno, che lei sia innocente! - - *** - -Cominciò da allora l'equivoco che doveva durar due anni. - -Ritennero l'una e l'altra di aver vinto. «Si rassegna alla volontà di -Dio», pensava la ragazza. «Si rassegna alla mia volontà», pensava il -vecchio. Ed ella non urtata più, cedeva nei modi; s'inteneriva; diceva -tra sè: «povero vecchio!». - -Nemmeno, nel suo segreto, lo rimproverava d'essere ostinatamente rimasto -in mezzo a gente sì perfida, perchè allontanarsi con l'onta addosso -sarebbe stata, per uomo di tal fatta, viltà; sarebbe stata la maggiore -ignominia. - -Alla proposta di passar l'inverno altrove, ella si rifiutò: e il nonno -ne fu lieto. - -E come Dio volle, rifiorì la primavera. Il nonno con vigile cuore vedeva -rifulgere quegli occhi, splendere quel sorriso di gioventù. Si celava -dietro le macchie del giardino a spiar la nipote allorchè andava per il -prato a raccogliere fiori umili, e non più dubitando l'udiva -cantarellare. - -Gli pareva salva. Non comprendeva che ella gioiva quale chi aspetti una -prossima gioia, più grande; non capiva perchè l'anima di lei esultava in -tal modo. - -Passò, similmente, l'estate; passò un altro inverno. Poi andarono ad -abitare nella villa nuova. - - *** - -E giunse finalmente quel giorno. Livia era maggiorenne. - -Il nonno l'attendeva nella loggia, per dirle: - --- Adesso sei arbitra di te, di me, di quanto possiedo. Non mi -abbandonare, Livia! - -Ma quando ella uscì, anzi che morire di colpo a vederla, il vecchio ebbe -uno strano senso di sollievo: gli parve cessare la sua agonia. Livia (e -una carrozza da nolo avanzò nella corte), Livia era vestita da viaggio. - -Risoluta; padrona di sè, disse: - --- Addio, nonno! - -Maledetta? - -A mani in croce, a scorgere la maledizione nei terribili occhi, ella -scongiurò: - --- Mi perdoni! - -Egli non parlò. Si volse a guardare i bei luoghi che Livia non -rivedrebbe mai più, quasi egli non dovesse rivederli mai più; i monti -sereni, i colli verdi e il bianco fiume. - -Poi disse: - --- Ti perdono. - -E le porse il braccio, e tra le serve e i servi e gli operai attoniti, -diritto, alto, imponente vecchio, venne con lei nella corte, la condusse -fino alla carrozza. - -Livia si chinò ad abbracciarlo, a baciarlo. Egli l'abbracciò; la baciò. -Sorrise. Disse: - --- Addio! - - *** - -Indi, partita, Cesare Antoni tornò in casa; imbracciò, secondo soleva, -lo schioppo; diede ordini, al solito; e prese la via del paese: ove, -ogni giorno verso le nove, Nino Galastri usciva di casa, traversava la -strada, ed entrava nel caffè. - -Quando fu alla bottega del tabaccaio, poco distante dal caffè, il -vecchione entrò a comperar sigari; e scegliendoli, e di tratto in tratto -sogguardando fuori, motteggiava con la tabaccaia. - --- Sempre allegro, lei! - -Uscì. E si fermò ad accendere un sigaro. Alcuni paesani, che -conversavano in gruppo, salutarono. Non buono il primo sigaro, lo gettò -via; ne tolse un altro. Gettò via anche quello: e... (Nino Galastri!): -d'un lampo, afferrato lo schioppo, gridando che tutti udissero: -- Il -Passatore avrebbe fatto così! -- Cesare Antoni, puntò, sparò. - -Il Passatore mirava dritto. - - - - - VALENTINO E LUCILIO - - -L'auriga Libanio in carcere! Forse condannato a morire per la rivalità -del padrone. Ne amava una bella schiava, giovinetta. Questa la sua -colpa! E Boterico, il barbaro divenuto governatore a Tessalonica, aveva -dunque ricevuto il battesimo per essere più crudele? cristiano, trattava -così i suoi servi? ascoltava così gli ammonimenti dell'imperatore: che -governasse con prudente consiglio e cuor buono? - -Gelosia d'amore e di gloria. Perchè maggior gloria aveva acquistato -Libanio auriga nel circo che in guerra Boterico luogotenente di Teodosio -il Grande: ecco quel che gravava la colpa del povero giovine. Dal -servizio del governatore assunto a condur nelle corse i cavalli della -fazione «prasina», aveva meritato tal favore dal popolo che neppure le -altre fazioni gli volevan male; lo vantavano anch'esse vittorioso o -vinto. E per lui le corse di Tessalonica levavan grido, oltre la -Macedonia, a Costantinopoli, a Roma, a Milano. - -Nessuno infatti, da quando s'eran visti cavalli e carri nel circo, -nessuno vi aveva mai dimostrata arte pari alla sua. - -Guidava i poledri più focosi e indocili quasi fossero attempati -nell'evitar gl'impedimenti e girar le mete; pareva che il più lieve -tocco delle sue dita alle redini rilassate avesse una prodigiosa virtù -di moderazione o, se bisognava, d'incitamento; ogni studio di agitatori -e ogni audacia di giocolieri, compri dagli emuli perchè interrompesse il -galoppo, perdesse terreno, si rovesciasse, tornava inutile. E agitava la -frusta, ma non percuoteva. - -Bello era a vederlo, il ginocchio sinistro fermo all'appoggio del carro, -la gamba destra tesa col piede puntato nell'estremo limite a tenersi -inconcusso, il petto chino all'innanzi quasi a empirsi dell'ebbrezza de' -suoi corsieri, e il capo drizzato a scorgere, con sguardo imperioso e -sereno, certa la gara, libera la vittoria. - --- Libanio! Libanio! -- acclamava il popolo. Non gridava: -- Prasina! -- -quasi non vedesse più in lui la fazione, ma vedesse lui solo; e -l'ansietà delle scommesse era superata dall'ammirazione; e il sole -riflettuto dall'elmo, dalla tunica di seta verde e dalle cinghie che la -stringevano e increspavano sembrava irradiargli il viso. - -Agli occhi di quel pubblico oramai tutto cristiano rifulgeva una -apollinea imagine. - -Ma adesso Libanio sospirava in una carcere stretta ed oscura; eran -spente le feste che dovevan celebrare Teodosio vincitore di Massimo, -Teodosio trionfante a Roma. - --- A morte Boterico! A morte l'ingiusto! l'indegno! - -Imprecazioni e minacce passavano di bocca in bocca; e si diceva che come -l'imperatore aveva perdonata la sedizione di Antiochia, ove era stata -abbattuta fin la statua dell'imperatrice, perdonerebbe a Tessalonica se -osasse castigare il governatore malvagio. - -Prima però di osare tanto, i cittadini più saggi e cospicui speravano -d'indur lui stesso, Boterico, al perdono. Che lode gli verrebbe, di uomo -generoso, a trar dalla carcere il giovine caro al popolo, e per -intercessione della città intera concedergli ciò che era inumano -proibire: la felicità dell'amore e delle nozze! - -No. L'empio rispose no. - -A morte! E nulla più può trattenere la folla: irrompe al palazzo: le -guardie cadono trucidate. Boterico si fa innanzi; alza la mano per -dire... Troppo tardi dire: perdóno. È trucidato. - -E sono aperte le porte della carcere. - - - - II. - - -Quando ebbe notizia della sedizione di Tessalonica Teodosio stava per -entrare in Milano, di dove muoveva a incontrarlo Ambrogio, il santo -Vescovo. L'ira dell'imperatore cedè alla parola di lui, che era la -parola d'un santo. Ma dopo, nel consiglio, parlò il Gran maestro di -Palazzo: -- Se anche Tessalonica restava impunita, tutto l'impero -rovinerebbe, e la storia ne chiederebbe conto all'ultimo imperatore, che -aveva vinti i nemici e non aveva saputo vincere i ribelli; che si era -addolcito della pietà dei vescovi e non si era inasprito per la licenza -del popolo. - -Nè gli altri consiglieri furono da meno a rimproverare e a esortare. -Teodosio, alla fine, diè l'ordine. Soldati fossero subito mandati a -Tessalonica; di là il mondo avesse nuovo, terribile esempio che non -s'offendeva senza pena l'autorità imperiale, sebbene l'erede di Roma si -facesse ora il segno della Croce. - -E non sarebbe l'ultimo imperatore di Roma Teodosio il Grande! Gli -ufficiali che ebbero tale missione dal Sovrano e dalla Storia ne -godettero, e pensarono di adempierla con neroniana letizia: nel circo, -tra la folla festosa, ignara della strage imminente, plaudente -all'auriga per il quale Boterico era morto. - - - - III. - - -Affrancata dal novello Governatore, la giovinetta schiava che Libanio -amava diventò sposa a Libanio. Dunque nessun dubbio che Tessalonica -fosse perdonata come già Antiochia. I mercenari testè venuti -aumenterebbero le milizie di Boterico solo per resistere ai barbari. - -Nessun sospetto. C'era anzi nell'animo popolare quell'aperto consenso di -fiducia e di gioia a cui sopra tutto pareva attendere Teodosio -trionfatore, Teodosio il Grande. - -Furono riprese le feste. E mai corse annunciate nel circo suscitarono -tanta aspettazione. Appena i «russati» o rossi e i «veneti» o azzurri -avevan saputo che la fazione «albata» o bianca lancerebbe quattro -cavalli degli allevamenti di Cappadocia, avevano affrettate richieste a -Costantinopoli. Giunsero, per loro, fin poledri di razza araba, -dall'Asia Minore. Ma la fazione verde o «prasina» non cercò mutamenti di -corridori e di auriga: le bastavano i suoi cavalli armeni, le bastava -Libanio. - - *** - -Quanta gente, il gran giorno, per la strada che conduceva al circo! Che -frequenza di vetture, fossero rede tirate da cavalli o carruche tirate -da mule, con sopra ricchi e patrizi e matrone! In carrozza andò anche -Cesario Prisco, il ricco mercante di gioielli, con i suoi figliuoli. - -Pienamente felici, quei due. Il minore, che non era mai stato al circo, -volgeva le più curiose domande, alle quali l'altro rispondeva con ciò -che sapeva di propria scienza e esperienza e con ciò che aveva imparato -dai compagni a scuola, o s'inventava lui. Fin sapeva, Lucilio, perchè -dalla «spina» del circo, la quale vi era la parte mediana ove sorgeva -l'obelisco, erano state tolte le statue della dea Tutelina e di Cibele -assisa sul leone. - --- Perchè? -- Valentino chiedeva riflettendo dai begli occhi chiari -meraviglie sempre più improvvise e strane al suo pensiero. - --- Perchè -- rispondeva Lucilio -- l'imperatore ha voluto il battesimo; -è cristiano anche lui, come noi. - --- E perchè Tutelina e Cibele non erano cristiane come noi? - -E perchè questo? perchè quest'altro? - -Il padre godeva a udirli cinguettare così. Ma quando Lucilio, il più -grande, fu stanco di rispondere ciò che non sapeva e ciò che sapeva, -tornò a insistere col padre che gli dicesse per chi parteggiava, per chi -scommetterebbe. - --- Io sto per i «rossi» -- preveniva Valentino. -- Me l'ha detto la -mamma che vincerà Libanio. - --- Libanio, è prasino, non rossato! -- esclamò con sufficienza Lucilio. -E soggiunse: - --- Io credo che vinceranno gli azzurri. E tu, padre? Scommetti per loro! -Se sapessi che cavalli hanno! Venuti d'Asia! - --- No -- ribatteva Valentino --, scommetti per il rosso, che è il colore -più bello! - -E il padre, il quale era della fazione albata e aveva seco tante monete -d'oro da giocare per i poledri di Cappadocia, fingeva una grande -perplessità nella scelta. Dopo un lungo silenzio disse interrogando sè -stesso: - --- Per vincere starò dunque con Valentino o con Lucilio? - --- Con me! -- Con me! -- pregavano ambedue i fanciulli, a gara. - --- Vincerà quello che mi vuol più bene! - --- Io! - --- Io, padre! - --- Vincerà quello a cui voglio più bene. - --- Io! io! - --- No, io! -- e a Valentino si riempirono gli occhi di lacrime. Allora -il padre trasse quattro monetine -- quadranti -- e le diede ai -fanciulli, due per ciascuno. -- Faremo così: quello che perderà darà un -quadrante al fratello, e uno a me. -- Accettarono felici di scommettere -come gli uomini. - --- Ma -- ripigliò dopo un poco il padre quasi preso da un nuovo dubbio ---: se perderete tutti e due? Se vincerà, invece della rossa o -dell'azzurra, la prasina o l'albata? - --- Allora -- esclamò Lucilio ridendo --: allora ci teniamo noi i -quadrantini, e a te niente! - --- A te un bacio -- concluse Valentino allungando le braccia. - -E volevano dargli un bacio tutti e due in una volta. - - - - IV. - - -Quando entrarono e salirono al terzo ordine, già i primi gradi, dei -patrizi, e i secondi, dei cavalieri, erano pieni; lassù trovarono liberi -appena due posti attigui. Cesario Prisco li lasciò ai figliuoli, e -rimase in piedi a capo della scalinata, di dove poteva meglio -scommettere cogli amici. Lucilio, timido, a bassa voce indicava intanto -al fratellino la tribuna imperiale, vuota, il seggio dei giudici, le tre -mete dalla parte delle scuderie e le tre mete opposte con la porta -trionfale, nella spina, i segnacoli con i delfini e le uova che -servivano a numerare i giri della corsa. - -Nè l'attesa fu lunga. Un silenzio immenso, improvviso. - -Ecco: aperte le scuderie: ecco i carri. Avanzano sino al principio della -spina; si allineano; ristanno davanti a una corda... Un istante. E a -Valentino tremò il piccolo cuore; ebbe paura, non sapendo di che; cercò -cogli occhi il padre. Ma Lucilio lo tirò per la veste e gli sussurrò: -- -Guarda! - -Una mano agita una benda purpurea, la corda cade: via! - -Nel galoppo molteplice si vedevan di pari le teste dei cavalli, le -fruste alzate e i colori delle tuniche. E cominciarono le scommesse e il -richiamo a tutti noto: -- Libanio! Libanio! -- Libanio non sferzava. -Giunse ultimo alle mete, nel primo giro. Prima le oltrepassò la russata. - -Allora Lucilio disse, dimentico del suo entusiasmo per la quadriga -veneta o azzurra: -- Io scommetto per la russata. E tu Valentino? -- -Valentino non ricordò più che appunto la rossa era la sua fazione; -ricordò che la madre gli aveva detto: -- Vincerà Libanio -- e rispose: --- Io sto per Libanio, il verde! - --- Sta attento! Non vedi che è ultimo, il verde? Guarda! Guarda! - -Gli agitatori e giocolieri cominciavano a operare inganni in pro delle -loro parti. Balzavano improvvisi, correvano qua e là, e facevan gesti da -impaurire, e recavan cose da gettare nell'arena. Uno, a cavallo, tagliò -d'un tratto la via, e la quadriga russata, che ancora precedeva, -s'impennò; passò innanzi la veneta o azzurra, e giungeva l'albata. - -Ma di subito, imprevedibile, un giocoliere si gettò a terra con -meravigliosa arte, con pazzo ardire, cogliendo l'istante e l'intervallo -fra le gambe posteriori dei cavalli e le ruote della veneta, ora -precedente a tutte; e rialzandosi incolume, quasi sorgesse di sotto -terra, spaventava i poledri dell'albata sopravveniente. - -Così la russata riguadagnò terreno, ma per poco non arrotò la veneta e -(fu da tutti i petti una voce di terrore) non la rovesciò. Approfittò -dell'istantaneo indugio Libanio, senza che i suoi quattro cavalli, d'un -splendido mantello baio dorato, sembrassero mutar norma al galoppo: -superava secondo, subito dopo la veneta, il compimento del secondo giro. -Quand'ecco un giocoliere gli gettò incontro un cesto: le ruote non lo -toccarono. Un altro gettò un'anfora: evitata. L'auriga ancor primo si -rivolse per colpire con la sferza agli occhi i cavalli che già aveva al -fianco, ma Libanio evitò il tradimento facendo di nuovo scartare i suoi -cavalli. E questa volta oltrepassava primo le mete. - --- Libanio! Libanio! -- Tutti gli spettatori, in piedi, plaudivano; più -alte, deliranti, si levavano le acclamazioni dalla fazione prasina. - -Se non che al quarto giro questa ebbe assai da temere. L'albata -l'accostava; le era alle ruote. E le scommesse raddoppiavano di foga. - -Cesario Prisco, sicuro di vincere, guardò sorridendo ai suoi figliuoli, -ed essi parvero sentirne lo sguardo. - --- Padre! -- gli gridò Lucilio. -- Io sto con te; per l'albata! -- Ma -Valentino pieno di ardire, adesso, felice, battè le mani e avvertì tutto -il circo: - --- Io sto per Libanio! - - - - V. - - -Repentinamente, enorme, un clamore di barbari all'assalto entrò dalle -porte, sorse per le scale, proruppe. I mercenari! Con le spade, le -lance, i pugnali, là dentro, a colpire urlando. Urlando alzavano le lame -sanguinanti; sul tumulto, sulle strida delle donne, sui gemiti dei -ragazzi, sul terrore tacito degli uomini proclamavano la vendetta di -Boterico. - -Strage! Al macello andavano quanti con la frenesia dello scampo -invadevan l'arena, tra le quadrighe già ferme, per di là raggiungere le -scuderie o la porta trionfale: i macellatori vi aspettavano il branco. E -a morire in massa andavano quanti si addossavano per le scalette; -cadevano. I caduti facevano intoppo: monti di corpi da trafiggere -inerti. - -E dal terzo ordine molti si gettavano giù nella strada; e nei primi -ordini cavalieri e patrizi invocavano e si davan la morte tra loro, per -non essere sgozzati. A mani giunte, a voce chi alta e chi sommessa, le -matrone chiamavano Gesù Nazareno. Le lame in alcune tentavano adagio il -petto accompagnate da oscene esclamazioni e risate; in altre il colpo -alla gola, accompagnato da un ruggito, era così violento da quasi mozzar -il capo. - -La strage! Il macello per vendicar Boterico. Per ordine di Teodosio il -Grande mille carnefici su diecimila cristiani! Settemila vittime -opposero invano il lamento dell'umanità sacrificata alla bestialità più -feroce, truculenta, sitibonda di sangue umano. - -Per vendicar Boterico! E sulla punta dell'obelisco, nella spina, fu -infissa la testa di Libanio. - - *** - -Cesario Prisco aveva afferrato e preso in braccio il figlio più piccolo, -e tratto per mano l'altro, era stato dei primi a scendere. Ma allo -sbocco del secondo ordine dovè arrestarsi, ritrarsi nel ripiano, -appoggiarsi al balteo per non precipitare; per non perire, lui e i -figli, sotto i fuggitivi che l'addossavano. E quelli che scendevano -incontravano altri manigoldi che salivano. Cadevano morti. Egli, di là, -quasi appartato per un miracoloso consiglio, col bambino che piangeva in -braccio, con l'altro che gli stringeva un ginocchio e piangeva, vide i -morti ostruir la scala, gli uccisori travalicarli. Poi vide che due, con -la rabbia della belva che scopre la preda nascosta, gli muovevano -contro: non mercenari: un decurione, erano, e un vecchio legionario. - -Fece in tempo a deporre il bambino, a trar le monete d'oro, a tendere le -pugna piene, a scongiurare: - --- Salvateli! Ammazzate solo me, Cesario Prisco! Quel che possiedo per -la vita dei miei figliuoli! Salvateli! - -Il legionario carpì la manciata d'oro. Il decurione parve commuoversi. -Un istante. Che istante! Ma scosse il capo e disse: - --- Tutti e due, no! - -E il legionario: - --- Gli agnellini scarseggiano nel pecorame che abbiamo da macellare! - --- Uno sì! -- e il decurione prese la sua parte di monete --. Scegli! -presto! - -Al padre si velarono gli occhi guardando Lucilio e Valentino che si -tenevano abbracciati, stretti, muti. - -Come a un morente cui ricorre sensibile, viva, la più remota -impressione, tornò al padre la sua propria voce che diceva ai figliuoli -lontana lontana: -- Chi dei due mi vuol più bene? A chi dei due voglio -più bene? -- E la voce non rispondeva ora: -- Io! - -Abbracciati, stretti l'uno all'altro, adesso erano muti. Ed egli non -resse alla mostruosa necessità della scelta, alla mostruosa condanna. - --- Ammazzatemi! -- supplicò scoprendosi il petto. - -Ma prime le due lame trafissero a un tempo, sotto i suoi occhi, -Valentino e Lucilio. - - - - - LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO - - -Il «magnifico» gentiluomo Alvise Pasqualigo... - -Non vi aspettate una fastidiosa novella in vecchio stile e vecchia -forma. No, è un racconto di amore che si può dire di ieri e d'oggi. -Perchè, come la passione è eterna nella sua vicenda di colpa e castigo --- il castigo che la colpa ha in sè stessa -- così ne è vera, e viva, e -commossa, e attraente l'espressione, quando è sincera e priva di -letteratura. E se qualche cosa varia, varia nel costume e nell'ambiente: -ciò che giova nell'apparenza della novità. - -Dunque il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga -assenza a Venezia, incominciò a scrivere lettere a madonna Vittoria: per -non darle noia sette anni era stato lontano da lei; tre anni aveva -errato per il mondo in vana ricerca di svaghi; sperando che lei almeno -gli concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, era tornato in patria. - -A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria (che era moglie d'un -giovine conte) rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse anche delle -ambasciate affidandole a servi. «La mia professione è sempre stata ed è -di donna d'onore, nè mai mi sarebbe caduto nell'animo che aveste usato -meco sì fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo di -amarvi quale fratello...». - -Ma Alvise meritava scusa, e le diceva: «Se io non vi facessi, per -qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra -sostengo, in che modo potrei io vivere?». - -E poichè la contessa scongiurava invano messer Alvise ad essere -prudente, a non mostrare il ritratto di lei ad alcuno, a non mandarle -ritratti perchè non voleva essere scoperta; poichè, non crudele come lui -la chiamava, poteva dirgli in coscienza: «Io vi amo; il che mi pare che -non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione», qual fallo mai -avrebbe commesso concedendogli di parlare, dietro la porta di casa, una -sola volta? - -Così, da quel primo onesto colloquio doveva penetrare nell'animo di -madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione per il -nobile giovine innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli -scrisse amorosa che cercasse di venir a Venezia a rimettersi più -facilmente; e poi, più tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore -che senza pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche -accettava e gli mandava piccoli doni. - -Ma Alvise non viveva lieto, nè la promessa di lei, che «se è vero che di -là più che di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in cielo vi -godrà», gli arrecava bastevole conforto; avrebbe voluto tornare a -discorrere con lei. - -Lei temeva nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore -di lor due rimanesse «giusto, fedele e onesto» com'era incominciato, -minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere. «Conosciuta la vostra -disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava...». - -E lui, disperato: «Già che tanto vi piace che dal mondo mi tolga, son -contento di soddisfarvi. E per ciò mi risolvo, colla prima occasione, -d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i -miei giorni». - -Finalmente madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in -casa. Fu quello il giorno della colpa. E da quel dì in avanti le lettere -di madonna Vittoria si seguirono piene di amarezza, di tristezza -profonda. - -Dopo ciascuno dei gioiosi convegni essa piangeva. - -«Come foste partito mi gettai nel letto e con gli occhi del corpo -(benchè col pensiero a voi) mi addormentai: indi a poco svegliatami e -ritrovatami senza di voi, cominciai a piangere sì forte che s'io non mi -fossi nascosta sotto la piega del letto, avrei senza dubbio svegliato -ognuno di casa... La malinconia m'è sì cresciuta che mi sento uscir -fuori l'anima...». - -Di lui era compresa così intimamente che a ripensarne le parole ne -riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava quasi la sensazione intera: -si deliziava a martoriarsi finchè si abbatteva in una mortale angoscia. - -«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me -la confusione, ch'io non so più quello ch'io mi faccio. Le vostre -dolcissime parole mi sono rimaste così vive nella memoria che, se talor -chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che è -cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo -ingannata. Destatami, vergognata di me stessa sento tanta passione che -mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pena...». - -Non conosceva ancora la pena della gelosia; ma quando _lui_, il conte -marito, cominciò a sospettare, e già alcuno dei vicini e dei conoscenti -mormorava della tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado. -Quali altre donne amava Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si -recava? - -Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da lei, -avvertito da segnali di richiamo, sfidava ogni vigilanza. Se non che -lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono -persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo -ebbe minacce di morte entro otto giorni se si ritrovasse ancora una -volta con Vittoria, ed essa pativa d'una gelosia divenuta incomportabile -tormento. - -Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore -ne simulava ora un altro; Vittoria minacciava di uccidersi. - -«Ma ditemi -- le scriveva l'amante per frenarla --: vi piacerebbe ch'io -rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per -torvi di mano a chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe -ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi -lui, e mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi?». - -I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel conte, -il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a -un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio. - -Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in -possesso d'Alvise; più di una volta era stato sul punto di sorprendere -gli amanti; forse o senza forse era stato lui l'autore delle lettere -anonime e quello che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere: -di madonna era innamorato anche lui. Oltre Fortunio spiava Vittoria una -«ribalda» cognata o suocera. - -E il marito «tutto il dì gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala -vita che ti farò anzi ora morire...». Essa pensava ad Alvise «confinata -in casa, sempre». - -«Ieri vi vidi in strada, e credo certo che se lui non era in casa, io -era sforzata, rompendo ogni velo d'onestà, di chiamarvi ad alta voce... -Insomma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile -di poterla vivere lungo tempo... - -«Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal quale -non può o non dovrebbe nascere altro che buoni affetti e pur in me non -provo altro che passioni, tormenti, e morte; e se io potessi finire, -sarei contenta...». - -«Bisogna frenare gli appetiti e scacciare certi pensieri dannosi», -esortava Alvise col tono dell'amante che riflette dopo essere stato -sodisfatto. - -Cercava, nondimeno, di confortarla da vicino. Una volta, per parlarle, -si vestì da donzella, e accompagnato da una donna si pose in chiesa, -alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato uomo, fu -costretto ad uscire. Un'altra volta, mentre stava discorrendo con -Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e minacciata di morte. - -In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di messere Alvise si -raffreddava, e nell'inquietudine e nei pericoli (egli doveva guardarsi -da sicari; e un giorno ferì tre che l'assalirono per via, e non osava -andar fuori che accompagnato da tre gentiluomini: Madonna Vittoria -temeva che il marito l'avvelenasse) le doglianze e i raffacci -diventavano più acerbi e più frequenti. - -Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori della sua repubblica, per -lei aveva messo a rischio l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non -solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile ed alto; l'amò -per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maestà!». E -Vittoria, di riscontro: «Le vostre crudeltà sono tante e tante che -meritano che ciascuno le fugga!». - -Alla fine, lui le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali -volevano s'ammogliasse, partirebbe da Venezia. Essa lo scongiurò che -rimanesse; magari s'ammogliasse; e lo minacciò: «Vi avvertisco bene che -vi potrete ancora chiamare pentito. Tenetevi bene a mente queste parole, -perchè si verificheranno». - -Lui se ne andò. E lei giurò di vendicarsi. - - - - II. - - -La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di -messere Alvise Pasqualigo; ma bastò che ritornasse a Venezia perchè la -vista dell'amante gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che -v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Ahimè! Trovò madonna -Vittoria mutata al bene e molto sicura contro le tentazioni. - -«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere -l'anima insieme col corpo, ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero -che di voi avea... e fui esaudita». - -Non le credette. E lei: - -«Io conosco il vostro amore verso me, fuori di ogni mio merito, -ardentissimo, e confesso di aver ricevuto da voi quantità di cortesie, -che quando anche spendessi mille volte la vita per voi, non pagherei la -minor di quelle. Ma perchè io mi sono deliberata di voler rimettere -tutte queste vanità corporali, rivolgere l'animo a Dio e riconoscerlo -per mio Signore vivendo vita cristiana, vi prego che non vogliate romper -questo mio proponimento col molestarmi ogni ora colle vostre -lettere...». - -No no... non le credeva; Alvise sospettava il tradimento. - -Infatti non pentimento, non rimorsi l'avevano mutata così, ma la colpa -di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure -una lettera. E non s'era mutata così come diceva: aveva davvero un -amante. Un giorno Alvise vide che nell'altana, ove si biondeggiava i -capelli al sole, accoglieva Fortunio. Fortunio, quello delle lettere -anonime! Fortunio il delatore! - -Essa negò. Ma Fortunio, per vanagloria e paura a un tempo, disse al -Pasqualigo: -- È vero --. Lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a -sè. - -E Madonna Vittoria dovè confessare. E confessò senza vergogna, con -audacia, con impudenza: - -«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto -duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata, -veggendo che non vi curavate nè anche di consolarmi con una semplice -carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire, e mi risolsi -vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di malia per -liberarmi di tante angoscie. - -«Attesi l'occasione, la quale non sì tosto mi venne che l'abbracciai nel -modo che avete inteso da quel crudele, che più tosto dovea patir morte -che confessarvi le cose passate tra lui e me... Ma pazienza! La mia -fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e sì m'accenda di -lui che non abbia mai requie...». - -Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava e nell'amore nuovo, -e nell'abiezione, non avrebbe avuto più un pensiero, una parola, uno -sguardo per Alvise! - -Alvise Pasqualigo allora non sopportò l'abbandono deciso ed assoluto -della donna che aveva amata troppo e troppo a lungo; non volle -rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la -gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità d'un uomo. Nessun -innamorato fu mai un mendico più sordido di Alvise Pasqualigo, che -scriveva: - -«Fate almeno per una volta sola che io venga a voi, ch'io venga a baciar -la terra dove voi tenete i piedi...». - -Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni; le lettere, -il ritratto. - -E lui: - --- «O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato -che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocchè foste -stata riconosciuta per quella che siete? Voi meritavate pure ch'io -scoprissi il vostro adulterio a vostro marito; ma io non voglio che la -fragilità di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me». - -Si sarebbe contentato di essere amato da fratello purchè talora gli -fosse concesso di vederla, di ragionarle «con quell'amore che sogliono i -fratelli famigliarmente»! - -No: essa l'odiava, ora. - -«Voi secondo ch'io bramo vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate -sì colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. Se io -vi saluto voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi -mostrate, e io posso dire, in verità, d'essere odiato a morte». - -Peggio: era burlato. - -«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acciò ch'io -vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso, -che voi m'inganniate. Ma che i vostri amanti mi burlino, non patirò mai. -Se gli avete cari, fate che mi lascino stare e che si contentino di -godervi». - -Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante di lei, se -non contro la donna, se non contro se stesso, non avrebbe potuto -scuoterlo e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria alla finestra, con la -faccia ridente, e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor -geloso» e attaccata questione, ferì il drudo... - -Ma dopo scongiurò Vittoria che gli perdonasse! - -Atterrata, essa rispose: «Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni -vostra voglia, nè amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che -l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete -perdono, io ve ne faccio grazia...». - -E, per convincerlo, gli mandò copia della lettera con cui diceva addio a -Fortunio. Gli diceva: - -«M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorgere -in voi». - -Le pareva! Le qualità di quell'uomo le parevan amabili dopo che l'aveva -saputo delatore, sicario, vigliacco! Che menzogna! Che infamia! -Spudorata. Abietta. - -E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo aprì gli occhi. Non comprese -che se lei era giunta a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui -stesso; non ricordò che per amor suo la donna aveva pianto. Con un -pretesto, finalmente, spezzò l'ignobile legame. - -E mutato il nome di lei, ne pubblicò, insieme con le sue, le lettere: -nel 1569. - - - - - COMPASSIONE E INVIDIA - - -C'è chi ha bisogno di essere invidiato e chi ha bisogno di essere -compianto: forme opposte di uno stesso egoismo e di uno stesso -malcontento. - -Dopo vent'anni di separazione Aldo Varni, commerciante venuto da Milano, -e Michele Bragozzi, piccolo possidente che non aveva mai oltrepassati i -confini provinciali in nulla, si erano rivisti un giorno per caso, e -avevano rinnovata l'amicizia di compagni di liceo. - -A ritrovarsi dopo quell'intervallo di vita non esente da delusioni e -inganni, a provare il rimpianto quasi nostalgico dell'età migliore, si -sentirono vicendevolmente attratti alla confidenza e si abbandonarono -alla loro natura. - -Al caffè, dove ristavano ogni giorno alla solita ora, parlava Aldo? Oh -che uomo invidiabile! E via e via per l'argomento preferito: quello -della felicità domestica e coniugale. Sua moglie era un'arca di virtù. -Bella, elegante, valente in tutto: in conservarsi l'amore del marito o -con l'amore fervido, o con manicaretti appetitosi, o col buon gusto -degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia, rimodernati da lei -stessa. - -Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere! E via e via per l'argomento -preferito: l'infelicità domestica e coniugale. Sua moglie era una somma -di difetti. Sempre di malavoglia, sempre sarcastica, nervosa, -dispettosa. Lui, povero martire, faceva di tutto per contentarla, e -senza lamentarsi: cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e, in -compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi, disperazioni. Una vita -impossibile! - -Ma mentre l'uno si sfogava impavido, l'altro ascoltava paziente -secondando solo a monosillabi -- Ah! -- Eh! -- Già! -- Uh! --; a sorrisi -o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere le esagerazioni -dell'amico, nè osava dargli torto per il segreto timore di perdere a sua -volta quella piena accondiscendenza; non dava ragione e non compiangeva -o non invidiava apertamente come per un ritegno di pudore. Tutt'al più -Varni, contemplandosi nella specchiera all'opposta parete e profilando i -magnifici baffi, mormorava per assenso di compianto: -- destino! --; e -Bragozzi, quando toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito -a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso ed invidia: -- fortuna! ---. Eran le parole che tornavano, a vicenda, più grate. - -Se non che a poco a poco cessarono anche di approvarsi così. Michele -Bragozzi già pensava dell'amico tanto fortunato: «Imbecille! o s'illude -o crede d'illudermi»; e Aldo Varni pensava dell'amico sfortunato: -«Poveromo! Non sa stare al mondo, e spera che io non capisca!». - - *** - -Con tale accordo e reciproca conoscenza erano venuti a un tacito patto: -tener a distanza, l'una dall'altra, le mogli. Il pensiero che esse, -figurate tanto dissimili, avessero da trovarsi insieme, metteva in loro -l'apprensione della cosa mostruosa o assurda. E ciascuno dei due -quand'era con la moglie si studiava d'evitar l'amico paventando che -questi potesse scorgere in lei particolari nuovi, o differenze dal -ritratto che ne aveva ricevuto, e accusar di finzione o dissimulazione -il giudizio maritale. Ma l'uno come l'altro appena a casa, ogni giorno, -riferiva alla sua signora le contrarie prodezze della signora -dell'amico; e quelle poverine sottintendevano bene nel riferimento -un'intenzione non ingenua. «Gilda -- pareva voler dire Aldo Varni a sua -moglie --, il mal esempio della Bragozzi valga a renderti sempre più -perfetta» -- «Ah Cloe! -- significava Michele Bragozzi --; se tu -imitassi un po' la moglie di Aldo e provassi anch'io qualcuna delle sue -gioie!». Di qui antipatia e astio fra le due donne, che non s'eran mai -scambiata una parola; e la irresistibile voglia, che esse ebbero, di -conoscersi almeno di vista. - -Ci riuscirono presto. Ed ecco con che effetti. - -Diceva al marito la signora Cloe Bragozzi: - --- Oggi mi sono imbattuta nella Varni. Cara! Sembra proprio una cocotte, -con quel cappello! - --- Se l'è fatto da sè -- mormorava lo smorto Michele. - --- Da sè? -- (una risata tremenda, e apriti cielo!) -- Da sè? Così -massiccio? così enorme? così sconcio? E suo marito lo crede? E tu lo -credi? Ma dove siete nati? Allocchi! Ma non capite che è un cappello -venuto da Parigi? È un cappello da cocotte! Ah che sciocca! Ah che -civetta! - -Indulgente invece cominciava la signora Gilda Varni: - --- Sai che la Bragozzi è bellina davvero? E non deve essere cattiva come -la dipingete voi altri. - -Varni, che sapeva stare al mondo, taceva. Allora la moglie seguitava: - --- Peccato che sia così stupida! Si vede; non ha gusto. Oh quell'abito! -E quegli occhi di bambola? Che stupida! - -Senza essersi mai detta una parola la signora Gilda e la signora Cloe -parevano conoscersi anche loro da più di vent'anni. - - *** - -Un giorno Aldo Varni, elegante e sorridente al solito, giunse con modi -di fretta insolita e non si sedè. Non poteva trattenersi. - --- Ho un forestiero in casa; un parente di mia moglie. - -E sorbendo il caffè troppo caldo proseguì, fra un sorso e l'altro: - --- Un suo cugino... Da sette anni non è stato in Italia. Oh che tipo! -che bel tipo! Simpaticone! Pieno d'ingegno, di spirito! - -Bragozzi, il quale intanto che aspettava il resto della informazione -guardava l'amico, chinò d'improvviso gli occhi e pensò: «Uhm! Cugino?... -In che grado?». - ---... Capitano di lungo corso. Da pochi giorni è arrivato -dall'Australia. E ha avute certe avventure... Oh! oh! - -Varni rideva di gusto, dopo aver posata la chicchera sul tavolino e -mentre si contemplava nello specchio. - --- Figurati che ha tre mogli legittime: una nella Nuova Zelanda, una a -Borneo e una a Cuba; e tutte e tre fedeli, disgraziato! Se tu lo vedessi -a disperarsi! Ah è proprio un'ottima compagnia! deliziosa! Resterà qui -otto giorni, e ce ne racconterà delle belle; che ti dirò poi. - -«Anche il cugino incomparabile, adesso!», pensava Bragozzi. Tuttavia -sorrise, per accondiscendere alla contentezza dell'amico; lo scusò del -non restare; lo salutò: -- A rivederci domani! --; e andò difilato a -casa, a portar la notizia alla Cloe. - --- Cugino? -- la signora esclamò appunto come si era immaginato Michele. --- Cugino? Allocchi che siete! È l'amante! l'amante dell'arca di virtù! -E il tuo caro amico... - -Il marito non la lasciò correre. Trovò necessario interromperla: - --- Non può essere! Il capitano da sette anni manca dall'Italia. Non si -fermerà qui che otto giorni... Dunque... - --- Eh! si fermerà di più! -- ribattè la Cloe. -- Di più! di più! -Quindici giorni ci resterà; un mese!... Vedrai! Se pure l'arca non -scapperà prima con lui... - -Quale perfidia! Per evitare il litigio Bragozzi s'affrettava a riferire: -che il capitano di lungo corso aveva tre mogli; così e così. - --- E la quarta in Italia!: illegittima, questa, e infedele, perchè è la -moglie del tuo amicone. Oh cari! - -Il litigio non fu evitato; e nel misero Michele lasciò la consueta -amarezza, il profondo rammarico di chi si sente immutabile sotto una -maligna stella. Per sua tribolazione era arrivato a Bologna adesso anche -il cugino di lungo corso! - -Infatti il giorno dopo ecco Varni sorridente, apparentemente beato a -scaricar le geste del capitano. - --- Ah che caro giovine! che compagnia! - -E qui una massa di fandonie. Bragozzi sorrideva, per compiacere un po' -l'amico che rideva; ma pensava: «no no, Aldo non è così imbecille da -crederci! E spera che ci creda io, imbecille!». - -Poi rincasando col proposito di non parlarne più, ecco la Cloe a -provocarlo: - --- Come va il cugino? Come va l'amico? Come va la signora di tutti e -due? - -Basta; passarono finalmente quei maledetti otto giorni, e Bragozzi -attendeva trepidando la notizia: -- è partito --, allorchè Varni con -quella sua aria modesta, d'uno che ha una fortuna oltremodo invidiabile, -venne a dirgli: - --- Sai? Sto per conchiudere un bellissimo affare d'esportazione e -importazione di merci; col capitano. L'ho indotto a trattenersi altri -otto giorni. Un'idea splendida! - -«Mia moglie ci ha colto!» pensò Bragozzi. - --- Un affar d'oro, caro Michele! -- seguitava Aldo. -- Presto si -stipula, a Genova. Fra otto o dieci giorni. - -E per una settimana Aldo Varni non si fece vedere al caffè. Quando -ricomparve ahi! non entrò; e fece cenno a Bragozzi d'uscire. Sotto il -portico disse con un tremito nelle labbra -- e il sorriso era diventato -una smorfia --: - --- Michele! Ho la fortuna d'aver un amico come te, e desidero che tu mi -consigli. - --- Per la società col capitano? - -Varni scosse le spalle, inquieto. Aggiunse, piano, cessando la smorfia e -assumendo una solennità di dolore imponente: - --- Sono stato a Genova, e non li ho trovati! - --- Chi? - -Ah! Aldo Varni non avrebbe mai pensato che Michele Bragozzi fosse così -poco agile. Certe cose bisogna afferrarle in aria. E gli rincrebbe dover -spiegarsi, dire: - --- Lei e lui! - --- Oh! (-- Mia moglie ci ha colto! --). - --- Dubito si siano imbarcati a Napoli... - -E l'avevano fatto correre a Genova? - ---... Ma io non sono un debole! Io, Michele, sono un forte! -- Varni -alzava la voce --: Un forte!; riconosco che la colpa è mia! - --- Tua? -- Bragozzi (infelice!) non capiva più nulla. Pensava: -- Sempre -ragione, lei, mia moglie! - --- Colpa mia! Non dovevo trasferirmi qua da Milano! condur qua in -provincia, in questo villaggio, una donna come quella! Così intelligente -e colta! così poetica! così fanatica per i viaggi e le cose -straordinarie! Non dovevo! E se ritorna, io... -- che ne dici? -- Io -sono un forte! Non ho pregiudizi, io; e perdono! - - *** - -L'infedele però non tornava. E a poco a poco Varni sembrò cambiar -costume. Senza ritegno si dimostrava abbattuto, affranto; un uomo finito -che non avesse più nessuna ragione per farsi invidiare. E Bragozzi, il -quale avendo sempre bisogno del conforto altrui non trovava mai il -momento opportuno e la parola giusta a consolare gli altri, non sapeva -che si dire. Pensava che Aldo soffrisse in una recrudescenza di dolore; -sentisse ogni giorno più il cordoglio del perduto affetto e il rovello -del tradimento. Invece... Una indigestione val meglio che un sistema di -filosofia a mutare la visione del mondo o la concezione della vita. - --- Non vivo più! -- mormorò Varni. - -L'amico Michele sospirò; e stava per dire quella che per lui era non -verità ma menzogna convenzionale: -- Il tempo, amico, è un gran rimedio. --- Ma l'amico: - --- Se non trovo una famiglia che preferisca il manzo al cavallo, le ova -fresche alle fradice, il burro di Milano allo strutto rancido, e mi -prenda a dozzina, io muoio! Mi ammazzano al ristorante! - -Nè Bragozzi aveva ancora raccolto lo sguardo smarrito a considerarsi le -scarpe, che l'altro già lo colpiva in pieno petto. - --- Prendimi a dozzina tu, Michele! - --- Io? -- esclamò inorridendo Michele. -- Con mia moglie? - -Voleva dire: con una donna quale il destino mi ha data per rovinarmi -d'accordo con le cuoche che il destino mi manda? - -E il discorso cadde. Lasciando però andare in tal modo la proposta -dell'amico, Bragozzi rimase malcontento anche di sè; e pentendosi di non -aver decentemente mitigato il rifiuto, cercò di confortarsi, a casa, con -il rifiuto della moglie, che s'immaginava inevitabile. - -Ebbene, Michele disse: - --- Il povero Aldo è malato di stomaco. Lo avvelenano all'albergo. - -E allora la Cloe disse; disse, subito, la Cloe!: - --- Prendiamolo a dozzina noi. - -Lei! Così! La Cloe! Chi l'avrebbe immaginato? - - *** - -E ciò che doveva avvenire, avvenne. - -Non più minestre insipide, non più fritti mal fritti, non più arrosti -bruciacchiati, non più dolci inaciditi; nella più perfetta tranquillità -domestica e amichevole armonia Aldo Varni e Michele Bragozzi ora -mangiavano a crepapancia. - -Al caffè, dopo la colazione o il desinare, Aldo Varni era felice di -esclamare rivolto a qualche conoscente: - --- Oh che cuoca ha l'amico Bragozzi! E che brava, che buona, che -intelligente signora! Che pranzo abbiamo avuto oggi! - -Una cosa incredibile, mostruosa, assurda! Aldo Varni voleva essere -invidiato adesso servendosi di colui che avrebbe meritato tanta -compassione! Sì, compassione. Varni, egoista e vano, non comprendeva la -perfidia di quella donna che si comportava così bene solo per il piacere -che le aveva messo in cuore la disgrazia coniugale dell'amico di suo -marito! Non era un'infamia? Un'infamia era! Anche, Michele Bragozzi -soffriva (benchè a pancia piena) delle smentite a tutte le sue passate -accuse. Bel conforto aveva avuto dal confidarsi a Aldo Varni! Varni lo -smentiva di continuo con le lodi alla signora Cloe! Bel ristoro vivere -in quiete a colazione a desinare! La moglie lo smentiva e umiliava di -fronte all'amico, sempre, con simulazione pertinace, con una bonomia, -una dolcezza che tirava gli schiaffi! - -Privo di sfogo, offeso nell'amor proprio, stanco del suo maligno destino -Michele Bragozzi incupiva ogni dì più. Nè s'avvedeva di nulla allorchè -la moglie e l'amico cominciarono a guardarlo di sottecchi, ammiccandosi. - - *** - -Ma... Ma trascorso qualche mese Aldo Varni parlò alla signora Bragozzi, -in tenero colloquio; seriamente. - --- Senti, Cloe. Ogni marito deve sospettare della moglie se si dimostra -troppo gentile e affettuosa con lui. Tu cerca di esser meno buona con -Michele. - --- Impossibile! -- esclamò, tutta amore, la Cloe. -- Ora gli voglio -tanto bene, a mio marito! - --- Appunto... Pròvati, anche per amor mio, a non metterlo in sospetti -che gli faccian male. - -Ella dovè promettere. E usò, nella prova, di un'audacia, di una -sfacciataggine...! - -Attaccò l'infelice Michele incolpandolo di gelosia. - --- Sei geloso di Varni: capisco! Lo so! Vergognati! ecc. ecc. - -A colazione, dispetti; a desinare, sgarberie; a tutte le ore, rabbuffi, -povero Michele! Egli tornava all'infelicità di prima; aveva da -sodisfarsi ora della cattiveria di sua moglie. - -Troppo anzi! Troppa grazia! Aldo Varni temè che il mutamento della Cloe, -repentino e grave, scoprisse il gioco al marito; e per non -compromettersi compiangendolo del tutto, fu riserbato. Disse: - --- Tua moglie è nervosa, ma non è cattiva. Solo, bisogna saperla -prendere. - -Saperla prendere! Bragozzi scattò in ogni nervo. Saperla prendere? -Dunque l'intimo amico scorgeva in lui un difetto di tattica? Dunque non -vedeva in lui una vittima del destino che l'aveva ammogliato in tal -modo; non lo riteneva un martire innocente? Dunque non lo stimava degno -di compassione libera e profonda? Ah piuttosto che essere giudicato -così, e da uno che aveva voluto essere invidiato per la sua propria -felicità coniugale un tempo e invidiato dopo per la felicità coniugale -d'un infelice, egli, Michele Bragozzi, arrivò dove non era arrivato mai; -arrivò a riconoscere fino una virtù di sua moglie! E attese con -desiderio il momento della riscossa. - -Scattò eppur tacque quel giorno. Quando però, alcuni giorni dopo, Varni -lo compianse: -- Tua moglie oggi è davvero intollerabile! -- Bragozzi, -quasi dicesse: -- invidiami giustamente una buona volta! --, ribattè -pronto: - --- Ma almeno lei è onesta! - - - - - UN MARTIRE DELLA VERITÀ - - --- Peralti! -- esclamarono gli ascoltatori. -- Carmelo! Il nostro -Carmelo! - -Già: Carmelo Peralti, il loro compaesano, da qualche anno entrato nella -Pubblica Sicurezza e perciò rinnegato da tutti. - -E Silvio il sarto riprese a leggere nel giornale la gran notizia, ora -incespicando e ora affrettando come se le lettere, dopo l'intoppo, -godessero di lasciarsi afferrare dagli occhi e dalle labbra: - --- «... la guardia Peralti, senza far uso della rivoltella, acci... uffò -gli altri due teppisti e riuscì a trattenerli uno per mano, finchè -sopraggi... unsero in aiuto due soldati d'artigli...eria e li -arrestarono». - --- Capite? Uno per mano! -- gridò più che mai rubicondo e giocondo -Colamosto il calzolaio. -- Si chiama forza! si chiama coraggio! - -Che notizia! che fatto! E che onore per il paese! che gloria! - --- Gli daran la medaglia di sicuro! -- diceva uno. - -E un altro: -- Ci vado anch'io alla funzione, quel giorno. Carmelo è mio -cugino. - -E un altro: - --- Lo inviteremo qui per la festa d'agosto. Berremo! Bravo, Carmelo! - -Grappanera aveva ascoltato zitto e cheto attendendo che ammirazioni e -commenti gli consentissero di parlare. Allora, al punto buono, battè la -pipetta su la costa del paracarro per vuotarla della cenere; la riempì; -accese uno zolfanello e mentre lo zolfanello ardeva, egli, fra sonore -aspirazioni, cominciò: - --- Quand'ero giovine, a Verona... in una osteria..., che litigavano... - --- Non dirla troppo grossa! -- l'esortava Pannocchia, piano, in -confidenza. - -Senza badare alle facce beffarde della compagnia, con l'usata -naturalezza e semplicità, con quella sua aria di modestia, Grappanera -seguitò: - ---... io ne presi tre per il petto, in una volta. - -Era andata; e non era più possibile nè ritirarla nè mutarla. - -Oh! uh! Parve fosse scoppiata una bomba che avesse la virtù di far -ridere l'universo. - --- Bum!... Fanfarone!... Spaccone!... --: tale l'ammirazione che il -povero Grappanera suscitava per sè. Acceso dall'ira nella faccia patita, -egli tuttavia si sforzò a contenersi; a ingoiare. - -Il medico gliel'aveva cantata chiara da un pezzo: -- Sei tocco al cuore. -Se ti arrabbi, ti ammazzi. Ma come non arrabbiarsi? Bisognava pur -difendersi, difendere la verità! - -Onde, deposta la cesta che aveva già infilata al braccio per avviarsi e -non pregiudicarsi quanta salute gli restava, tornò indietro. Gridò -gemebondo: - --- Uno, ne presi, con questa! -- E alzò la mano destra perchè gli -increduli la vedessero bene. - --- Uno con questa!... -- e alzò la mancina. - --- E il terzo? -- chiesero più voci spietate. D'impeto, in un atto solo -Grappanera fece come un bue che abbassi la testa a cozzare o un cane che -s'avventi a mordere. -- Ham! -- Sissignori: così, con la testa, la -bocca, i denti -- mentre ne teneva due con le mani -- egli aveva -afferrato per il panciotto il terzo dei litiganti, a Verona, in -gioventù. - -Non era una cosa possibile? verosimile? Vera! - --- E dopo? -- Pannocchia chiese serio, quasi per sapere ciò che più -importasse. -- Chi lo rammendò, dopo, lo strappo al panciotto? - -Ridevano tutti, sguaiati; schernivano cattivi oltre il solito. - -Il martire finalmente fu costretto a partire con la cesta sotto il -braccio. Ma allorchè svoltava dalla Porta Montana, si rivolse; e -agitando la sinistra, per disperato ammonimento più che per rimprovero, -rispose ai dileggi con tutta la voce che aveva, con voce di pianto: -- -Mi fate morire! -- E disparve. - - *** - -Ogni giorno dopo desinare la compagnia veniva là all'ombra dei tigli -fuori Porta Montana a passar l'ora del riposo, o, come dicono in paese, -l'ora di Sant'Agostino. Leggevano il giornale; conversavano; -disputavano, se non di teologia, di politica, scienze ed arti, sdraiati -su l'erba: Silvio il sarto; Colamosto il calzolaio; Pannocchia il -sensale; Volturno Schiza, che sapeva di ogni mestiere e d'ogni cosa, e -qualche ozioso di buon umore. Con la cesta delle paste dolci e delle -mosche -- perchè il velo che avrebbe dovuto proteggere quelle da queste -era tutto buchi e le mosche passandovi entravano a deliziarsi senza -farsi scorgere -- ci veniva anche Grappanera; smorto; quasi terreo; i -baffi grigi spioventi; il berretto da ciclista sulle ventitrè. Talvolta -recava il liquore di sua privativa, squisito e benefico nelle digestioni -difficili; ma egli tornava gradevole più spesso con invenzioni d'altro -genere. Perchè Grappanera non diceva mai bugie; solo che le verità che -diceva, se le inventava lui. I fiori, le fronde, i frutti della sua -fantasia portentosa avevano sempre un fondo di realtà o di ragione; le -storie che narrava, le avesse concepite ascoltando da altri fatti o cose -lontanamente consimili, o risultassero da sparsi elementi di verità -certe a tutti e da lui ricomposti quasi per cerebrazione inconscia, le -sue storie si specchiavano nella fantasia, da cui sorgevano, in un -riflesso di illusione così vivida che il primo a crederci era lui; e vi -giurava sopra, sicuro di non dannarsi l'anima. Ma a che valevano i -giuramenti? Coloro là non gliene mandavano buona una. Nè egli poteva -staccarsi da coloro, ch'erano la sua morte, appunto perchè chi ama la -verità è trasportato dove più la verità è combattuta, misconosciuta, -negata, spregiata. - -Ignoranti! cocciuti! barbari! - --- Abbiamo o non abbiamo la testa per ragionare? -- egli protestava ogni -giorno; e si raccomandava invano: -- Per carità, ragioniamo, ragazzi! - -Ragionando, non sarebbe parso naturale che un uomo lungo e magro, come -era lui ora, avesse avuto molta forza un tempo? Si sarebbe forse -ammalato di cuore se non avesse molto esercitato sangue, muscoli e -nervi? E ciò considerando, non riuscivano ammissibili le sue geste? Che -c'era di impossibile, per esempio, nella paura che aveva fatto prendere -a due ufficiali, a Verona, al tempo degli austriaci? - -Aveva una bella amorosa e una sera le venne sete, a lei. - --- Andiamo al caffè? -- Andiamo. -- Mentre attendevano il cameriere, i -due ufficiali, che sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a -guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio. - --- Uf! che caldo! - -Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava avvisar quei signori -che se al caldo di fuori s'aggiungeva ancora un po' più di caldo dentro, -essi, quella sera, andavano a casa con la testa rotta. E che pensò lui? -Prese con le due mani a una estremità la tavola di marmo, la sollevò e, -come altri farebbe con una cartella, -- Uf! che caldo! --, con quella -egli si mise a sventolarsi... Semplicemente. Chi non avrebbe capita la -minaccia? I due ufficiali la capirono benissimo. - -Ma ecco: -- Marmo tarlato! -- commentava, serio, Pannocchia. Ecco il -martirio: Pannocchia il sensale dava sempre spiegazioni così -strampalate, aggiunte così spropositate, prove così buffe ai racconti di -Grappanera, che la verità ne restava oppressa e schernita, nonostante i -richiami alla ragione. Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno -Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come in convulsione, su -l'erba. - -Al chiasso i curiosi accorrevano. - -E: -- Mi fate morire! -- doveva concludere il povero martire, scappando -con la cesta delle paste e delle mosche. - - *** - -Perciò da un pezzo Grappanera si era imposta una norma che non avrebbe -più trasgredita se non l'avesse provocato ad emulazione la guardia -Peralti. Volendo a un tempo risparmiar disordini al suo povero cuore e -persuadere che lo moveva il più disinteressato amore della verità, -sopprimeva sè stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto figurare -quale prima parte; compieva il sacrificio di sostituirvi «un mio amico», -«un tale di mia conoscenza». - -Così faceva narrando del tempo che, come tutti sapevano, era stato -soldato in Austria per servizio obbligatorio, negli ulani. - -Certa nave trasportava una volta un reggimento di ulani giù per quel -fiume cui dicono Danubio e che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi -dei nostri insieme. - -Quand'ecco nella vecchia carcassa tedesca l'acqua cominciò a penetrare -da molte bande. Mano alle pompe, agli stracci, al catrame, alla stoppa -per turare i buchi. Presto! Si corre, si grida, si suda. Invano. Ha una -forza, una spinta che non s'immagina, l'acqua del Danubio! E se -seguitava a introdursi a fiotti, non c'era da dubitare che si andrebbe a -fondo, col rischio di finire in bocca a una balena; a una balena del -Danubio. - -Ma allora a un soldato, un ulano «di mia conoscenza», venne una buona -idea. Nell'alzar gli occhi al cielo per raccomandarsi l'anima, vide che -dal cielo della stiva pendevano dei lardoni. - --- I lardoni! -- feci io. -- Mettiamo dei pezzi di lardo subito, contro -i buchi! Presto, chi di qua, chi di là.... - -E fu la salvezza. - --- E i sorci -- aggiunse Pannocchia --, che in Austria sono dieci volte -i nostri e hanno anche più giudizio, non mangiarono il lardo per non -essere mangiati dalle balene del Danubio. - -Risa, clamori, contorcimenti della compagnia: questo il premio al -sacrifizio di Grappanera. - --- Mi fate morire! - -Nè meglio giovava al martire ricorrere a storie che non contenessero -proprio nulla della sua biografia ed escludessero ogni suo vanto diretto -e indiretto. Quale relazione, per esempio, sarebbe stata da scorgere tra -lui e il gran maresciallo Mac Mahon? - -E raccontava... -- (l'aveva intesa da persona degnissima di fede) -- -raccontava che Mac Mahon, dopo la vittoria, passò col suo seguito -davanti a una masseria dove stavan prigionieri duecento tedeschi, circa. -E il maresciallo ordinò al capitano di guardia di condurgli i -prigionieri a Magenta. - --- Ma, generale, siamo in dodici tra graduati e soldati! - -Come avrebbero potuto, dodici militari, scortar duecento nemici, circa, -con armi e bagagli, e senza che si ribellassero o scappassero? - -Mac Mahon pensò un momento e poi... Bella idea! - -Comandò di chiamar fuori a uno a uno i prigionieri; a uno a uno fece -staccare il bottone che ne reggeva le brache alla cintola. E in tal -modo, dovendo reggere con una mano il fucile e con l'altra le brache, i -duecento prigionieri, queti come agnelli, furono condotti a Magenta da -sola una dozzina d'uomini. - -Gli ascoltatori naturalmente risero. Ma non avrebbero riso che per -l'astuzia di Mac Mahon se Pannocchia, il quale nel '59 aveva ancora da -passare due anni prima di nascere e non sapeva nemmeno in qual parte del -mondo Magenta si trovasse, non avesse aggiunto, serio serio: - --- Me lo ricordo anch'io Mac Mahon a Magenta! - -Or fino a un certo segno è compatibile l'ignoranza che non presta fede -alle opere umane, ma non è poi compatibile chi non crede al caso, quando -ogni giorno si vedono avvenire per caso i fatti più straordinari. - -E coloro là non ammettevano neanche la storia del merluzzo! - -Con la sua cesta al braccio, Grappanera andava un giorno per i monti, e -in un luogo solitario scorse rilucere una pozza d'acqua, e risplendervi -dentro una cosa...; un animale, enorme, che pareva d'argento. Si -accosta. Immaginate! Era... un merluzzo! - -Ma chi, dal mare, l'aveva portato e messo lassù in montagna, in una -pozza, un pesce di mare così grande? Questo il problema. - --- Un colpo d'aria -- rispose Volturno. - -E Grappanera, pazientemente: - --- Non ci sono cicogne a questo mondo? Non falchi? non aquile? Uccelli, -insomma, così robusti da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e -portarlo in montagna per divorarselo in santa pace? Il pesce, però, -preso da uno di questi uccelli, dovè pensare alle faccende sue e battere -e sbattere la coda disperatamente; l'altro aperse un momento il -becco...; e il merluzzino scappò, cadde. Per caso, proprio là sotto dove -cadde, stava una pozza d'acqua. Il problema era risolto. - --- E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo, quanta grappa nera ci -bevesti dietro? -- dimandò Pannocchia. - -Schernivano ormai per partito preso. Inutile, oramai, qualsiasi -discorso. - - *** - -Ma non solo per questo Grappanera pativa sino al martirio: pativa non -tanto perchè non credevano alle verità che diceva lui, quanto perchè -credevano ciecamente alle fandonie che dicevan loro e che imparavano dai -libri e dai giornali. Questa la sua maggior passione: di non riuscir a -convincerli delle bugie, delle assurdità stampate. - -Ah la storia dei canali di Marte! - -Un giorno lui, Grappanera, arrivò al convegno mentre Silvio il sarto e -Volturno Schiza disputavano, sostenendo l'uno che la gran stella che -accompagna il sole al nascere o al morire si chiama Marte, e l'altro che -si chiama Venere. La questione non gl'importava molto; e lui, -Grappanera, tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan più, -disse: - --- Pensate che se ne abbia permale lo stellone del dì o della sera, se -non gli date il suo nome giusto? - -Ma Silvio gli si rivolse contro. - --- Tu non sai niente! non sai che se è proprio Marte, lo stellone è -abitato da gente come siamo noi, tale e quale! - -E Volturno confermò: - --- Gli scienziati con il cannocchiale ci han visti dei canali come i -nostri, con gli argini come i nostri, tali e quali! L'ho letto io nel -libro di mio figlio, che fa la quinta! - -Capite? Perchè il libro di suo figlio, che faceva la quinta, diceva -così, bisognava crederci quasi fosse Vangelo! E perchè gli scienziati ci -avevan visti dei canali in Marte, Marte (guai a non crederci!) era -abitato. - -Ma quel giorno Grappanera ebbe un'idea così giudiziosa che chiaramente -dimostrava agli amici quant'erano chiù. Disse: - --- Bene. Figuriamoci dunque d'esserci noi lassù, nello stellone, a -guardar giù, alla terra, con il cannocchiale. Vi credete voi che -diremmo: -- Laggiù, in quella stella, che si chiama Terra, ci han da -essere degli uomini fatti come noi perchè ci si vedono dei canali con -gli argini? No! no! Diremmo: -- Quella cosa lunga là, cos'è? Una torre! -Quell'altra? Un campanile! Quell'altra? Il camino d'una fabbrica! -- -Questi sono i segni più visibili della mano dell'uomo; questi sono i -segni che non ingannano. Ecco perchè la terra si può dire abitata. Altro -che i canali, chiù che siete! - -Ma no e no: non rimasero persuasi della ragione; gli diedero -dell'ignorante a lui, povero martire! - - *** - -Le invenzioni sopra tutto contribuirono ad affrettare la fine del -martirio; e tre furono i presunti miracoli che la ragione e il cuore di -Grappanera non poterono assolutamente comportare. - -Primo; l'aeroplano. Allora, poco più che un quarto di secolo fa, nessuno -degli scienziati solenni avrebbe ammesso quale possibile invenzione che -un corpo più pesante dell'aria non solo volasse ma si dirigesse alla -sicura per il cielo. Era dunque da rimproverar Grappanera se, per solo -amore della verità, sosteneva che la notizia di cotesta invenzione non -era bevibile? che il giornale letto dal sarto conteneva balle di bugie? - -Palloni se ne eran visti tanti a volare, anche con uomini dentro, che -egli ne avrebbe ritenuto possibile uno grande come la cupola di San -Pietro a Roma, e capace di portar, magari, due o tre famiglie, purchè il -pallone andasse a suo capriccio. La macchina invece descritta nel -giornale di Silvio -- un'automobile con le ruote, le ali e il motore -- -andava dove voleva chi c'era sopra. - --- Ragioniamo! Per andar dove si vuole è o non è necessario un appoggio? -la terra, ai piedi e alle ruote; l'acqua, alle barche e ai bastimenti? -Ma la terra e l'acqua sostengono i meccanismi di direzione perchè esse -si toccano, si sentono, si prendono. Prendete in mano dell'aria se siete -buoni! - -A tagliar corto la disputa, Colamosto ricorse agli uccelli. - -Quasi che gli uccelli non avessero l'anima fatta apposta per volare e -non l'avesse inventata chi ne sapeva più di un giornalista: Domineddio! - -Ma il guaio fu che la disputa d'aeronautica si tirò dietro la seconda -delle dispute più grandi e funeste, quando poi Volturno Schiza parlò, -rivolto a lui, il contradditore: -- Tu l'altro giorno dicevi: -- -prendete in mano dell'aria se siete buoni! -- E oggi io ti dico che -l'aria si può liquefare, e se si può farne un liquido, si potrà anche -prendere in mano dentro una bottiglia o un bicchiere! L'ho letto io nel -libro di mio figlio, che fa la quinta. - -Grappanera si provò a ridere a questa fola come loro ridevan delle sue -verità. -- Ah! ah! l'aria liquida! l'aria in bicchieri, l'aria in -bottiglie! Non era buffa? - -Ma anche il ridere gli sconquassava il cuore. Tacque. Riflettè. Trovò il -modo a dimostrar l'errore di quei creduloni: di nuovo per assurdo, da -perfetto dialettico. - --- Se l'aria, che è un fiato... - --- Un gaz, vuoi dire -- corresse lo Schiza. - --- Se l'aria, che è un gaz, si può ridurre a liquido, il mio liquore, -che è un liquido, si potrà ridurre a gaz. Bene! Me lo paghereste due -soldi, voi, un bicchierino di gaz? E io potrei dire: il mio gaz guarisce -lo stomaco? - -Furono convinti dell'errore, per assurdo? Ma che! Meno che mai! - --- Mi fate morire! - -E la terza delle più funeste invenzioni... - -Era vecchia, ma disgraziatamente se ne discorse la prima volta pochi -giorni dopo che Grappanera aveva tanto sofferto in causa della guardia -Peralti. - -Si discuteva, a proposito di un truce delitto, intorno alla pena di -morte. E Volturno asserì -- e gli amici confermarono -- che in America -hanno una curiosa maniera di punir gli assassini e liberarsene. - -Raccolgono due o tre fulmini in una scatola, raccostano al condannato, -che senza sospettar di nulla sta a sedere tranquillamente in una -poltrona, toccano una molla, i fulmini sbalzan fuori..., e giustizia è -fatta! - -Colamosto disse, tutt'allegro: - --- Presto o tardi questo sistema si userà anche qui da noi. - -E Silvio: - --- La mannaia e la forca erano un'infamia! - -E Pannocchia: - --- Ma così, con quella cassettina, dev'essere un piacere anche fare il -boia! - -Grappanera era rimasto a bocca aperta. Se ci son cose al mondo -infrenabili, inafferrabili, che scappan da tutte le parti, sono le -saette. E coloro credevano si potessero raccogliere e metterle in una -cassettina come le anguille! Quando si arriva a questo punto, a dover -udir questo, non c'è neppur più da augurarsi di campare. Meglio andar in -un altro mondo dove non si stampino fole di tal sorta e non ci sia -nessuno che ci creda! - -Grappanera, quand'ebbe chiusa la bocca, prese la sua cesta e si avviò -ansimando ma in silenzio. Quando fu alla Porta Montana si rivolse; -ripetè il solito disperato gesto, ma non disse: -- Mi fate morire! -- E -disparve. - -Il giorno dopo, all'ora di Sant'Agostino, la campana della parrocchia -avvisava la solita compagnia che egli era passato da questo mondo pieno -di menzogne alla verità eterna. - - - - - IL VITELLO - - - _20 luglio._ - -Ma sì! Per il mese che potrò restarci in riposo e quiete il luogo mi -piace. Pura l'aria che cala dai monti e sale dal fiume; bella la vista -dalla mia finestra; fresche le ombre d'intorno: un senso d'antica pace -contiene questa vecchia casa dai muri massicci. E i padroni di casa son -ricchi d'antico stampo, ricchi che lavorano la terra e mostrano -nell'onesta faccia e nei modi franchi una semplicità cordiale. Non ci -siamo mai visti prima d'oggi, e ci siamo riconosciuti subito. I due -vecchi -- il reggitore e la reggitora -- m'han chiesto tante scuse non -so di che, asserendo per altro che qui starò benone; nè m'han detto -d'aver dubitato che rinunciassi a venir da loro perchè ci hanno, in -casa, una parente malata. La casa è così grande! E io non debbo darmene -pensiero; non debbo nemmen sapere in che camera giaccia quella poverina: -debbo godermi senza fastidi la bella campagna, e nessuno mi disturberà. -Sono libero! solo! - -A Francesco, il padron giovine, che è lui di fatto il reggitore della -famiglia o il direttore dell'azienda, è bastato avvertirmi che sarà -sempre pronto a' miei comandi; e lo zio e il garzone, più timidi, e gli -operai mi fanno scappellate da lungi, e zitti. Quanto a Reno, il -compagno che avrò sempre fido, mi dice tante cose, ma senza parlare. È -un grosso cane dagli occhi malinconici, dal muso lungo e dal cranio -appuntito: intelligente, e anche con lui ci siamo riconosciuti subito. -S'avventa furioso agl'intrusi; me, mi ha accolto scodinzolando, quasi -sapesse che sarei arrivato, e mi promette un affetto immenso in ricambio -di qualche tozzo di pane. Degli altri animali, non ho da temere nessun -disturbo. La cascina con la stalla piena di buoi è discosta; la -cavallina pascola queta nel prato; la scrofa e il degno figliuolo si -imbrattano lontano... Ho visto, tra le galline, i galletti, i tacchini e -le anitre, un'oca; ma che ha a fare un'oca con un letterato che usa -penne d'acciaio? - -Dunque pace e libertà; ozio e beatitudine! - -... Quale sarà la camera dell'inferma? - - _22 luglio._ - -Ieri, mentre desinavo al rezzo, è capitato il medico condotto. Saluti; -pochi complimenti. Gli ho chiesto: -- È grave? -- Non ha potuto negare -che è uno di quei casi in cui la scienza si rimette ai decreti della -natura; però ha soggiunto: -- È robusta, e tirerà innanzi un pezzo. -- -Come a dire: -- Stia pur tranquillo; stia allegro. Morirà quando lei non -sarà più qui. -- Benissimo! -- Buona sera, dottore! - -... La sera, quando sono andato di sopra, ho guardato all'uscio in fondo -alla loggia. È sempre chiuso: deve essere là. - - _24 luglio._ - -Io sto bene. La mattina mi alzo col sole e la frescura mi ravviva il -sangue per tutta la giornata. A un'ora di sole, come dicon qui, una -carrozzella viene a prendermi e mi guida lungo il fiume, per una strada -deliziosa, allo «Stabilimento». E faccio un bagno grato quanto un -lavacro spirituale. Al ritorno, la colazione, bevendo acqua eccellente e -vino idem, mi persuade meglio di un volume di Tolstoi che la felicità -sta in noi. Posso abbandonarmi, io, anche a una dormitina di alcune ore. - -E segue, nel pomeriggio, la lettura dei giornali. Politica, scandali, -delitti, informazioni sfuggon di sotto agli occhi senza lasciar tracce -nella memoria. Nè si dica che l'ozio annoia. Un filosofico benchè muto -colloquio con Reno, quando non mi sonnecchia a lato; una capatina nel -frutteto dove anneriscono certe prugne e s'indorano certi fichi da -Paradiso Terrestre; un'occhiata ai lavori dei campi; un po' d'attesa a -chi passi per la via --, e giunge l'ora di desinare. La sera, vengono a -trovarmi conoscenti vecchi e nuovi, e si chiacchiera, si fuma, si beve, -si gusta la bellezza del firmamento, e si ride. C'è uno il quale ride -con tale impeto che deve udirsi anche nella camera più recondita della -casa... - -Lo so! lo so! La Morte, nel suo transito fatale e perenne, guarda a -questa casa di buona gente. - --- _Tutto mio, tutto mio_ -- canta da presso la civetta. - -Ma: -- Non ci badi -- mi dice il reggitore. -- È il suo verso. - - _25 luglio_. - -Effetto d'assuefazione: il ricordo dell'inferma, ridestato in me dal -quotidiano apparir del medico, non mi dava più che una tenuissima noia. -Non c'è beatitudine perfetta; e Reno, per esempio, non manca di pulci. - -Se non che la paesana che mi serve da cuoca ha vinto finalmente la -soggezione, ha sciolta la lingua e mi ha avvelenata la colazione, -stamattina. - --- Sa? -- mi ha detto. -- L'ho vista... - --- Chi? - --- L'ammalata. - --- Ebbene? - --- Vedesse com'è ridotta! Era una bella donnona, ma adesso... Patisce -pene d'inferno. Eppoi, ha una paura... - --- Paura di che? - --- Teme dar disturbo a lei. Quando si lamenta, per il male, si sforza -perchè lei non senta... - -Per poco io non ho gettato a Reno tutta la bistecca. E la cuoca ha -seguitato: - --- Esser ridotta così, agli ultimi anni, che avrebbe potuto passarli -bene! Perchè ha dei quattrinetti. Staremo a vedere a chi toccheranno. - -Intanto io pensavo... - -E l'altra puntando l'indice al naso e facendomi la confidenza a voce -sommessa (non è una chiacchierona): - --- Gli eredi, vedrà, saranno questi parenti qui, sebbene ne abbia degli -altri, più stretti. Ma di chi la colpa? Ha una nipote, figlia di sua -sorella, che è in bisogno. La nipote, appena lei cominciò a patire, se -la prese in casa per curarla meglio, diceva. Invece un bel giorno le -ragazze, le figliole, aprirono cassa e armadio e se ne spartirono i -panni, come fosse già morta. Son cose da fare? Un po' di prudenza ci -vuole, di pazienza! E l'ammalata se ne addiede; mandò a chiamare il -reggitore, questo qui, e si fece portar via. Allora la nipote mise di -mezzo un frate... - -Io pensavo... - ---... un frate che la consigliasse a far testamento e a lasciar tutto a -lei. Il testamento l'ha fatto, ma -- l'ho saputo da un testimonio -- -alla nipote gli toccheranno solo cento scudi. - -Io pensavo: «Se ammalato fossi io, in questa casa, e quella poverina -fosse sana, non verrebbe forse a salutarmi qualche volta? a farmi -coraggio?». - --- Le avete fatto coraggio? -- ho chiesto alla cuoca. - --- Sì. Le ho detto: -- quel signore che è qui vi vuol presto nel prato a -conversare con lui. - --- E lei? - --- Ha voltato la testa, ha ficcato la faccia contro il cuscino, per -pianger piano... - - _27 luglio._ - -Dimani la voglio fare, la mia visita di pietà. La voglio fare! La debbo -fare! A ogni costo. - - _28 luglio._ - -Oggi è domenica, e l'inferma ha avuto altre visite e parole di -consolazione; attimi, forse, di speranza. Tra gli altri che son venuti a -trovarla c'è stata la nipote vedova, quella avida dell'eredità, e a -vederla si direbbe una buona donna; ma che non fa il bisogno? Essa, che -è sorda e sorride come i sordi, ha rotta la consegna di non avvicinarmi; -è venuta a chiedermi se sto bene, per susurrarmi che l'ammalata sta -male. -- Male! male! Non camperà una settimana. Il dottore non capisce -niente. - - _31 luglio._ - -Anzi il dottore ha capito subito la mia intenzione. Alla dimanda: -- È -molto peggiorata? --, s'è prima stretto nelle spalle, significandomi che -talvolta la natura non s'appaga di vincer la scienza ma vuol anche -corbellarla; poi ha detto: -- È meglio che lei non la veda. - -Consiglio disinteressato! La vista dolorosa potrebbe, infatti, guastarmi -il sangue. Ma io, risolutamente, ho imposto a me stesso un _aut-aut_: -domani o vederla o partire! - - _1 agosto._ - -E stamane la cuoca mi ha chiesto: - --- Ha sentito? questa notte? - -Anche le notti scorse, svegliandomi di soprassalto, ho teso l'orecchio, -se mi giungesse qualche gemito, e non ho mai udito nulla. - --- C'è stato il prete tutta notte. - -Il prete? ad assisterla? Avrà dunque perduta la coscienza. La mia visita -sarebbe ormai inutile... - -Che sollievo! - -Ma per tutto il giorno ho dubitato. -- È morta? -- La reggitora e il -figliuolo mi sfuggivano; il vecchio m'ha parlato del tempo, e che non -piove, e che mancherà presto il mangime alle bestie... Sempre disgrazie! -Però nella faccia onesta leggevo una maggior pena: quella di non aver -saputo e di non sapermi preparare all'evento. Egli e i suoi si sentono -in colpa verso di me. Turbare la mia quiete così! - -A sera ho scorso la vecchia salir frettolosa le scale con un bicchierino -di vin santo... - - _2 agosto._ - -_Tutto mio! tutto mio!_ È morta. - - _3 agosto._ - -Sono casi, ma strani e perciò notevoli. Ieri sera Reno -- non ci fu -verso -- ha voluto salir con me, s'è accucciato presso il mio letto e -v'è rimasto tutta notte. Abbiamo dormito poco e male. - -Oggi ho chiamato Francesco, il giovine, e gli ho detto sottovoce: - --- Non vi date pensiero. Quando la porterete via, andrò per il campo. - -Egli mi ha sorriso e, al tempo stesso, ha lasciato scorrere per le -guancie abbronzate due lagrimoni. - -Ha detto: - --- Lei badi a Reno. -- Poi, come a un amico: - --- Alla disgrazia ci eravamo preparati; ma adesso cominceranno i guai, -per quel po' di roba... - - *** - -Via! Il diavolo non è mai brutto come si dipinge, ossia la Provvidenza -non manca mai. Non dico per me: io ho mantenuto la parola, nè mi sono -afflitto troppo, per non dar dispiacere ai miei ospiti. Dal campo, -lontano, ho sogguardato al trasparir delle fiammelle, tra gli alberi; e -tenevo in chiacchiere Reno perchè non uggiolasse. - -E dopo, anzi, mi sono quasi divertito. - -Persiste in questi luoghi l'uso della cena funebre, a cui s'invita la -parentela e che, con una bella scorpacciata, accorda in piena cordialità -le necrologie. Però qui minacciava la questione del testamento, noto per -l'indiscrezione dei testimoni. Anche coloro che nulla ne speravano -temevano da un momento all'altro il conflitto fra la nipote vedova e -sorda, o i suoi figliuoli, e i presunti eredi. - -Dalli e dalli, chi con dire: -- La poverina ha finito di soffrire -- o: --- Ha fatto il suo purgatorio in terra --; e chi con aggiungere: -- -Adesso sta meglio di noi -- o: -- È in Paradiso di sicuro -- la sorda ha -udito e non ha potuto contenersi. - --- In Paradiso ci sarà andata se avrà fatto le cose giuste. - -Le ha risposto Francesco, il giovinotto: - --- Non sta a noi giudicare. - -Ma ha ribattuto un figlio della vedova: - --- Sta a chi ha nelle vene più sangue della sua gente, di lei. Gli eredi -dobbiamo esser noialtri! Siamo noi i parenti più stretti! - -E il reggitore, il vecchio: - --- La roba si lascia a quelli che la meritano, a quelli che ci voglion -più bene! - --- Bravo! -- ha esclamato un Tizio rompendo la neutralità. - --- No! -- ha esclamato un altro, il quale deve trovarsi in cattive -acque: -- Si aiuta chi ha bisogno! Se no, il diavolo ride! - -Così il conflitto è presto diventato una mischia di voci virili e -femminili. Già sormontava qualche bestemmia romagnola. Il sangue -romagnolo ribolle per poco; e qui non si trattava di poco, ma di più che -diecimila lire: nella Cassa! -- Si sa! -- Lo sappiamo! Dov'è il -libretto? - --- Il libretto -- ha gridato Francesco -- l'ho io in consegna e lo darò -a chi di ragione! - -Intanto anche Reno ringhiava. Il baccano degli uomini e delle donne -offendeva il suo senso bestiale. - - *** - --- Oh! reggitore! Francesco! correte! - -E la voce del garzone ha soggiunto, anche più forte: - --- Portate del sale! Correte! - -Che cosa è successo? Che cosa succede? - -Accorrono con la lanterna, col lume; anch'io accorro, tra gli altri, -uomini e donne, nella stalla. Quivi le voci irose si mutano in -esclamazioni di meraviglia o d'invidia... Una vacca ha partorito, zitta -e quieta, un bel vitello! Com'è grande! Vedo il vecchio cosparger di -sale il neonato e la madre lambirlo, leccarlo, tutto molle, con materna -tenerezza. - --- Chi va e chi viene -- osserva il vecchio sorridendo e rialzandosi. - -E le parole del saggio inspirano d'improvviso il padrone giovine. -Francesco, in mezzo agli astanti, chiama la vedova. Dice: - --- Sentite, Rosina. Non sta a noi giudicare la volontà di quella che se -n'è andata. Avrà fatto le cose secondo la sua coscienza. Ma per amore di -quella che se n'è andata, voi l'accetterete da noi, quando sarà da -vendere, questo che è venuto proprio adesso, come mandato da Dio a -metter pace tra di noi? - -La sorda resta un po' estatica, con gli occhi fissi, quasi dubiti di -aver male udito; poi si getta singhiozzando nelle braccia di Francesco. - -Un brivido fugge per i rudi nervi degli astanti; a qualcuno s'arrossan -gli occhi. Si mormora: _bravo! bene!_ Parecchi si abbracciano. - - *** - -... E andiamo a letto contenti tutti. Io ho in cuore una tenerezza...; e -mi par di vedere la puerpera leccare e tener caldo col fiato il suo -figliuolo. - - - - - ZVANÒN - - -Lo rivedo ancora bene -- Svanòn -- nella penombra della memoria: alto, -massiccio, imponente quale un gigante a me bambino, e strano per gli -occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno e i baffi e i -capelli neri. E ne ho precise in mente le parole, perspicue le -attitudini di quando la mia anima e la sua ebbero dalla sorte una -vicendevole tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei suoi -modi con gli altri; non so se agli altri apparisse temibile come a me, -eppur buono; se con gli altri ridesse come con me quasi cedendo a una -giocondità improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo fosse turbata -spesso, non fosse più di un fuggevole consenso alla debolezza e alla -letizia delle piccole creature. - -Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o terzogenito. Dei cinque -fratelli solo il più attempato aveva donna, con parecchi figliuoli -giovani già fatti, allorchè s'ammogliò il quintogenito, di cui non -rammento neppure il nome. Più che il nome -- Adalgisa -- rammento invece -della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua -persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre, tra la -reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende -famigliari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde...: così: la -scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto -della biancheria lavata e tenendolo con le braccia nude; la gonna rossa -sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo, e una -gamba fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti, e il sole -che pareva tutto per lei. - -Quanto tempo era trascorso dal dì delle sue nozze a quello che lei -s'impresse così vivamente nella mia memoria puerile? - -Forse non più di un anno. - - *** - -Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar con la Gisa al rio. -Lavando, cantava ad alta voce; ma nessuno udendola avrebbe dubitato -cantasse a voce tant'alta per essere udita lontano -- era lieta, era -bella --; nè a me bastava l'età della discrezione, a cui ero appena -giunto, per concepire tal dubbio allorchè, con un rumore di frondi -rimosse a un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto, che veniva -qualche volta alla villa a giuocare alle bocce coi contadini. - -Egli si adagiò su la riva mentre la donna sciacquava, in ginocchio su la -pietra, e io, al solito, lavoravo a scavar nella sabbia. - -Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi spiacevano. - -Forse antipatia di quel giovine ben diverso da Zvanòn, che se mi aveva -seco e non aveva altro da fare consentiva ai miei capricci? Per colui -invece era come io non esistessi. O me lo rendeva antipatico un arcano -presentimento? - -Stanco, dissi alla donna: - --- Vado a casa. - -Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo restare. Minacciò, pregò. - -Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e a rievocare quanto mi -avvenne quel giorno (e ritenni in mente e in cuore per sempre) sentivo -un accento quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei, quasi -temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo. Ma Tito non mi fè parola. - --- Sono stanco di star qui -- ripetei. - -E scappai. - -Oh non per correre a casa, come la donna credette! A mezza costa c'era -la pozza del vincheto; e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa -scorza. Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un folto le -vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, sì che a penetrarvi non s'era -visti nemmeno da chi saliva per il sentiero alla volta della casa. - -Entrai nel folto; girai alla parte opposta, dove m'invitava con belle -aste un vinco vecchio ma basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che -ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e prima di staccare il -virgulto ambito mi volsi a guardare di là, arditamente pago della mia -prodezza. Vedevo lì giù, tra i pioppi, il rio; e la Gisa con l'uomo. - -Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a lei, i pannolini; e li -torcevano tenendoli l'una a una estremità e l'altro all'altra. Poi egli -li gettava indietro, su l'erba. - -Infine, salirono alla riva. - -Ed egli accostò il viso al bel viso. - -E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto a sfogliare il virgulto, -scorsi tra il folto la donna che avanzava sola per il sentiero declive. -Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e lo reggeva con le -braccia nude: la gonna sollevata a un fianco, una gamba scoperta sin -quasi a mezza gamba; i capelli scomposti. - -E il sole pareva tutto per lei. - -Rimasi alla pozza perchè, mentre percuotevo l'acqua con l'asta a -sollevar spruzzi sfavillanti, ci avevo fatta una scoperta: di certi -pesciolini mai visti, a due zampe che parevano terminare in manine; col -capo tozzo, gli occhietti spalancati, con tutto il corpo tutto coda, -grosso e corto; la pelle scura, a macchie più scure. Brutti. Oh -prenderne almeno uno!... - -Quand'ecco un rumore, una voce grossa. - --- Cosa fate qui? - -Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvanòn, che mi afferrò un braccio e mi -scostò dall'acqua. - --- A rischio d'annegarvi! Allora sì, i vostri! -- sgridava. - -Per scusarmi gli dissi: - --- Voglio uno di quei pesciolini. - -E lui, severo: - --- Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi non ancora fatti. Andiamo! - -Tagliò i vimini per cui era venuto; si sospese dietro, alla stringa, il -pennato; mi prese, con la mano libera, la mano, e ripetè: - --- Andiamo! - -E soggiunse, mentre andavamo: -- Lo dirò a vostra madre il rischio che -avete corso: di annegarvi nella pozza! - -Cominciavo a persuadermi di aver commesso una marachella più grave delle -solite; e se di mia madre temevo più il dolore che i rimproveri, di mio -padre temevo il rimprovero più di qualsiasi castigo. Bisognava che -Zvanòn non dicesse nulla alla mamma; bisognava che egli dimenticasse il -mio fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua scaltrezza di un -fanciullo settenne, l'idea di distrarlo dal pensiero di me con ciò che -vagamente sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: -- Sai? Ho visto che -Tito del Mulinello ha dato un bacio alla Gisa. - -Egli si fermò, di colpo; mi guardò negli occhi per sorprendervi la -verità. Un istante. Sentii, nell'istante, la sua anima apprendersi alla -mia; e n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in fretta. - --- Sì sì: è vero! - -Allora lui rise. Disse, come a darmi subito ragione del suo stupore -enorme: - --- Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito è fratello della Gisa? - -E riprendemmo la via. - --- Povero Tito! -- aggiunse Zvanòn dopo un tratto --. Deve tornar -soldato, fra poco. Non verrà più a giuocare alle bocce con noi. - -Eravamo al sommo della costa; oramai a casa. E io dubitavo ancora; -temevo che Zvanòn mi conducesse dalla mamma. Ma un'altra idea mi -soccorse. - --- E le boccine di terra creta quando me le fai? Fammele, Zvanòn! - -Tacque. Poi rispose: - --- Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia. Voi intanto -ammolirete la terra creta, e dopo faremo la fornacetta da cuocer le -palline. - -Così io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi, ed egli dovè sperare -che non parlerei a nessuno di Tito e della Gisa, e di quel che avevo -visto. - - *** - -Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio di un giorno invernale, -una scampanellata mi fece correre prima della domestica ad aprir -l'uscio. - -Zvanòn! - -Non mi sorrise; non mi salutò; mi guardò. Un istante. - -Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena, indefinibile, per me, se non -dicendo che l'anima sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta -però non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvanòn ed era un altro. - --- Cosa m'hai portato? -- gli chiesi timidamente. - -Non rispose. Mi chiese: - --- Dov'è vostro padre? - -La domestica lo condusse nello studio. - -Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio padre usciva con il -contadino. E giacchè Zvanòn non era più lui, io intuii una sventura. - -Infatti quando mio padre tornò... -- Ascoltavo palpitante dietro l'uscio -quel che diceva con la mamma --... Zvanòn aveva ammazzato con un colpo -della vanga dal lato del taglio, in litigio, per una cinquantina di -franchi che gli doveva -- perduti nel giuoco da Tito -- Tito del -Mulinetto! - -Per una cinquantina di franchi che Tito aveva perduti al giuoco? - --- No no! -- fui per gridare in uno scoppio di pianto, e precipitarmi di -là, dai miei, e dire: -- Io lo so il vero perchè Zvanòn ha ammazzato -Tito! - -Ero certo. Il lampo della verità aveva illuminata la mia mente non più -ingenua, come otto e nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla -donna: - --- Zvànon ha ammazzato Tito, con la vanga! - -La vecchia domestica allibì. Non poteva credere. Conosceva da tanti anni -quella famiglia: galantuomini: gente di fede: cristiani. Impossibile! - --- Per una cinquantina di lire. Tito non gliele voleva dare... -- E -chiesi: - --- Tito non è il fratello della Gisa? - --- Ma che! -- fece la donna. Soggiunse: -- Povera Gisa! Avere per -cognato un assassino! - -La vecchia non sospettava d'altro. Ma io sapevo perchè Zvanòn aveva -ammazzato Tito: Zvanòn che mio padre aveva accompagnato a costituirsi. -Ne ero certo. Quelle occhiate... - - *** - -Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice del delitto? - -Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato -alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi -voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio -d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei -detto nulla a Zvanòn. - -Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate... -Di chi dunque la prima colpa? - -Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me -che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e -non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo -il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei -patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno -di un assassino! - -Con tutti dovevo tacere. Con tutti! - -Ma quel segreto era troppo più grande di me. - -A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo. - --- Perchè piangi? -- mi domandavano i compagni, il maestro. - -Rispondevo: - --- Non lo so. - -E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere il perchè. - - *** - -Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva detto a mio padre il dì che era -venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a -tutti. - -In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di -uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti -al giuoco. - -Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti -rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: -- No. - -I testimoni confermarono che erano amici. - -Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra Tito e la Gisa. E Zvanòn -parve ricevere impassibile la condanna. - -Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva: - --- Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato lui, a trent'anni. - -E io capii. Zvanòn aveva voluto salvare l'onore della sua famiglia; -l'aveva salvato. - -Ma aveva salvato anche me -- pensavo; e la gratitudine che sentivo per -lui era così grande da rendermi gradevole, ora, il segreto più grande di -me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo. Povero Zvanòn! Mi -era ben manifesto ora il significato di quelle sue occhiate che mi -prendevan l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui; che tradimento -d'amico; che infamia se avessi detto a qualcuno, pur a mia madre: -- -Vidi che Tito baciava la Gisa! - -E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli -- a lunghi -intervalli -- ci davano i parenti del prigioniero! Ci mandava a -salutare. - -Poi ci mandò dei regalucci: d'opera sua. Una volta fu un vasetto in -forma d'anfora; un'altra volta un cestello; un'altra volta una scatola -col coperchio. - -L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole frutta, fiori a tinta -color mattone; e tutto composto di polvere di mattone e di pane -ammollito ed essiccato, che stecchi contenevano saldo. - -E avvenne che guardando entro la scatola ci leggemmo scritto nel fondo, -a tinta più rossa (sangue?): -- _per Dolfo._ -- Allora guardammo nel -fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo le stesse rosse -parole: -- _per Dolfo._ - - *** - -Scontati soli cinque anni di pena Zvanòn moriva, a Portolongone. - -Io ero sui dodici anni. Non temevo più. E rivelai finalmente perchè -Zvanòn fu omicida. Allora si comprese chiaramente come, non giuocatore, -egli avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini, a giuocar di -molto: per conseguire un pretesto da finir la tresca in un litigio. - -E a me dissero: - --- Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata la pena di quel -disgraziato; non sarebbe forse morto in carcere. - -Ma anche adesso non so persuadermi che feci male. Zvanòn al disonore -della sua famiglia preferì Portolongone. - -E col pane del suo nutrimento componeva le cose che rammentassero a chi -lo aveva aiutato a salvar l'onore dei suoi, la sua gratitudine, -l'affetto imperituro, l'anima sua. _Per Dolfo._ - - - - - LA CASTA SUSANNA - - -L'orrida bellezza dei «calanchi»! Dalla parte ove il monte dirupa nella -Landa sino al limpido rio quella rovina par l'opera d'una gran fantasia -turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta, improvvisamente -freddata quasi a castigo d'orgoglio; e l'anima che ammanta di verde i -dorsi al di sopra e riempie la valle di colori e di voci lì sembra -tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e stanca in un sogno che fu -e non è più pauroso. - -Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con regola e sostenuti da -irti sproni, protendono guglie e cuspidi, estendono creste, si aprono a -tagli, a frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni, a -incavi tra cui le ombre e le luci mutano lente; e i tronchi vertici, e -le sottili lame dentate, e i corrosi ricami -- quando un soffio di vento -si direbbe bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli -- rimangono -in vista, fuori degli sconvolgimenti massicci e su le profondità opache, -come fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una sublime -audacia. Il sole accende la sabbia gialla che ricopre le balze argillose -ma non un filo di erba erompe dalla inerte materia. È una squallida -uguale tristezza. Eppure così bella! - - *** - -I calanchi -- a cercarvi conchiglie fossili -- furon la méta dei primi -giuochi per me e Adriana: compagni d'infanzia. - -E forse quell'asprezza del luogo nativo ci aveva come d'istinto allevati -a una fiera puerizia, che contrastava all'educazione familiare. - -Ma con l'aumentar dell'età preferimmo scendere per i campi nella Landa e -là raccoglier fiori con lo spettacolo della montagna di fronte, così -vario di tinte e di luci nel seguir delle ore. Giorni beati dell'anima -ancor candida! giorni felici delle prime ingenue e pure tentazioni -d'amore! - -S'intende però che, con tutto il bene che ci volevamo, Adriana ed io ci -accapigliavamo spesso; a volte più che lo sfogo di una bizza improvvisa -era quasi una prova di ribellione. Avevamo l'arcana coscienza di esser -legati dall'affetto per sempre, e ci bisognava anche la coscienza di -poter divincolarci. - -A volte diveniva fin necessario l'intervento di qualche amico per -rimetterci in pace: a fatica sembravamo far grazia l'uno all'altra; e ne -avevamo tanta voglia di sorriderci e di correr via insieme, incontro -alla gioia, incontro a un non dubbioso avvenire! - - *** - -I nostri prediletti amici erano due uomini attempati: Isidoro Lamandini, -il vignarolo; e Paolo Querzè, il falegname, che aveva la bottega su la -strada maestra. - -Il primo, di solito in giacca alla cacciatora e lo schioppo a tracolla, -c'incuteva un rispetto affettuoso perchè, forte e temuto, a noi si -dimostrava servizievole e carezzevole. Possedeva un'arte meravigliosa. -Balzava vestito nei borroni della Landa e, intorpidata l'acqua, -acchiappava i pesci con la disinvoltura d'uno che cogliesse cose inerti, -e ce li gettava splendidi e boccheggianti su l'erba. - -Il secondo -- Paolone -- sapeva tagliar il vetro difilato col diamante, -e preparar vernici di ogni colore, e raccontarci lunghe storie che -s'inventava lui spacciandole come vere. Quando non aveva voglia di fole, -cantava, a squarciagola, del brigante Mastrilli e di «Erminia fra -l'ombrose piante». Ma il divertimento più grande quei due ce lo davano a -contendere per scherzo fra loro. Se ne dicevan di cotte e di crude; se -ne facevan di tutte le sorta. Non di rado Paolone restava senza pialla e -Isidoro senza schioppo, e spendevan ore e ore a cercar quella o questo -minacciandosi di legnate e finendo all'osteria a bere un litro. - - *** - -A sedici anni Adriana era una ragazza come ce ne sono tante, se -cresciute fuor del mondo. Timida che arrossiva per nulla, si vergognava -della sua timidezza e per rifarsi s'avventava a dispetti e a -impertinenze. Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi alla sua -bellezza quasi fossero canzonature. Buona, godeva a parer cattiva. E se -la dicevano innamorata, protestava offesa. S'intratteneva più volontieri -con me che con le amiche perchè io le piacevo di più: che c'era di -strano? - -D'inverno quando, giù a Castello, lei passava i giorni tediosi in casa e -in chiesa, e io in città sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva -lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva: notizie; motti; -confidenze; insolenze, magari: parole d'amore nessuna. E guai se mancavo -alla consegna di far lo stesso! - -Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all'amico Lamandini -cominciò la lettera così: - -«Ho da raccontarti una storia da ridere...». - -Isidoro e Paolone l'ultima notte di carnevale si eran presa una sbornia -solenne. Rincasando sopra la neve, l'uno aveva piegato a destra, l'altro -a sinistra con la pretensione d'indirizzarsi l'un l'altro per la via -buona. E Isidoro era precipitato nella pozza piena d'acqua gelata, -presso la chiesa. - -Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva forza di trarlo fuori, -chiamava aiuto invano. Nessuno gli credeva; gli davan dell'ubbriaco; -dubitavano d'una burla. - -E la lettera finiva: - -«Isidoro s'è ammalato, e forse morirà. Non ci mancava che questo per -farmi piangere!». - - *** - -Quell'anno gli esami di licenza liceale ritardarono il mio ritorno in -campagna. Il giorno che finalmente vi giunsi non trovai Adriana in casa. --- Sarà nella Landa a cucire -- mi disse la madre. - -Era là, infatti, all'ombra delle querce e dei pioppi, ove il rio più -affondava tra le sponde folte di acacie e di vinchi. Ma non riuscii a -sorprenderla con un grido: -- Adriana! - -Mi prevenne, incontro. Era pallida. - --- Gli esami? -- chiese. - --- Bene! - -Allora si sfogò in rimproveri. Tenerla in pena! Non telegrafarle! -Esagerava l'inquietudine per dissimulare il suo desiderio -- e frenar il -mio -- di consolarci più che con una stretta di mano dopo così lunga -assenza. - --- Mi vuoi ancora bene, mi ami! esclamai. - -Confermò con la luce degli occhi e del sorriso. - -E dimandò: - --- Perchè dici ancora? - --- Perchè sei diventata più bella! - -Scosse le spalle mormorando: -- Lo dicon tutti. Ma -- aggiunse seria -- -è ora di metter giudizio! - -E a dar insieme prova di giudizio m'impose di raccoglierle fiori e -mentastro, come quando eravamo bambini. - -Intanto lei cuciva e discorreva. - --- Che paradiso, qui! Ci starei da mattina a sera! - -Indi, col tono di chi dice la cosa più semplice, più naturale, più -innocente del mondo: - --- Che brividi di delizia in quest'acqua così fresca, all'ombra! Ci fo -il bagno ogni giorno. - -Io ebbi un senso di disgusto, quasi di panico. E dissi: - --- Se qualcuno ti vede? - --- A mezzodì, quando tutti sono a desinare? Chi temi che ci venga -quaggiù? - -Fui per gridarle: -- Non voglio! --; se non che sapevo che per piegarla -al mio volere non era quello il modo. E tacqui. Un silenzio -- speravo --- ammonitore. - -Tacere quando avevamo tante cose da dirci! - --- Ah! -- esclamò lei d'improvviso. -- Mi dimenticavo di darti una -brutta nuova. Paolone sta male. È a letto da tre giorni con una -polmonite. - -E Lamandini? - -Indovinò la mia dimanda. - --- Isidoro se ne andrà alla caduta delle foglie. Tisi senile. - - *** - -Il giorno dopo andammo a trovar Paolo Querzè. Era infuocato dalla febbre -e di tratto in tratto delirava. Ma a udir le nostre voci volle -sollevarsi; e ci sorrise dicendo: - --- Ah la gioventù! Siete contenti, voi due! E raccogliendo lo sguardo in -me solo: - --- Com'è bella Adriana! - -Poi socchiusi gli occhi e spento il sorriso, mormorò: - --- E io muoio. - -In quel punto udimmo tossire, da basso. - -Lamandini. - -Saliva a stento la breve scala. Quando fu su, dovè sedere per ricuperar -il poco di fiato che gli avanzi dei polmoni gli concedevano ancora. Ma -aveva ancora tant'animo! - -Si accostò al letto dell'amico, a scherzare con tutta la rudezza di un -tempo. - --- Fai proprio viaggio, Paolone? - --- No -- l'amico rispose. -- Aspetto che te ne vada tu, prima. - --- Prima io? Non credo. A ogni modo, hai regolati i tuoi conti, per non -aver noie, di là? - --- È presto! -- ribattè l'altro. -- Tu, piuttosto, l'hai avuto il -permesso di transito? il passaporto? - --- Non ne ho bisogno. Non ho ammazzato nessuno. - --- Nemmeno io. - --- Non ho rubato. - --- Nemmeno io. Ma e il resto, Paolone? - --- Niente! - --- Ah niente? Ti par niente aver mancato fin all'ultimo? - --- Mancato? - --- Sì: con quelle ispezioni... -- e Isidoro strizzò l'occhio a Adriana -sorridendo: il sorriso di un cadavere --; le ispezioni tra l'acaciaia, -mentre una bella ragazza faceva il bagno... - --- Anche tu, con me -- conchiuse l'altro, mesto e affannoso. - -Adriana, ch'era avvampata all'oltraggio ignorante, diventò così pallida -che temei svenisse. - --- Andiamo! -- affrettò. - - *** - -Appena fummo su la strada si fermò affrontandomi. E con voce sicura, con -sguardo fisso, con anima imperiosa disse: - --- Tutto è finito tra noi due! Lasciami. Io ti lascio! - -Impazziva? Tremai a dimandarle che cosa le avevo fatto, io, di male; che -colpa avevo io se coloro l'avevano offesa. Voleva pigliassi a schiaffi -due moribondi? - -Oh non questo voleva! - --- Non capisci? -- insistè stupita, più addolorata, pareva, dalla mia -incoscienza. -- C'è da spiegarle certe cose? Non capisci la mia -ripugnanza? Non capisci che mi sarà intollerabile, per sempre, questo -pensiero? il ricordo di quello che tu hai udito oggi, di me? - -Non capivo: non potevo capire il pericolo in cui per colpa non mia -correva il nostro amore. Esperto del mondo e della donna avrei risposto: -sì. Concedere per forse ricuperare. - -Invece, con gli occhi pieni di lagrime, l'invocavo: -- Adriana! Adriana! --- La scongiuravo: -- Non farmi soffrire! - --- Non soffro anch'io? -- gridò irritata dalla mia debolezza, muovendosi -per avviarsi. E ad ultima difesa io ebbi un sorriso amaro e dissi: -- Un -pudore esagerato! -- Schifiltoso, volevo dire; assurdo a pensarlo! - -Lei, senza ribattere, si avviò. - -Mi mordevo le labbra per non rompere in pianto. Pensavo e non sapevo che -pensare. Perduta! Tutto sarebbe stato inutile... Perduta! - -Tutto inutile? - -Ah costringerla a voltarsi, a insolentire, a schiaffeggiarmi! Forse era, -col pentimento di lei, la salvezza, dopo! - -Sghignazzai; gridai: - --- La casta Susanna! - -Ma Adriana non si voltò. - -Era finita. - - *** - -Laggiù, nel praticello della Landa, dove lei non sarebbe tornata mai -più, io piansi. Eppoi inveii come l'avessi presente; la accusai di -crudeltà, di demenza, di ogni cattiveria, di perfidia. - -Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo, la difendevo. - -Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto per liberarsi di me? No. -Amava me: ne ero certo. Da che cosa dunque attingeva la forza per -vincere e respingere il nostro amore? Perchè? Perchè? Per una -impressione morbosa? Nulla sapevo io, povero ragazzo ignaro, di -isterismo e di psicopatia femminile; ma no: non poteva essere un male -dei nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E nemmeno il -pregiudizio religioso che l'incolpasse dell'aver condotti a peccato -mortale quei due vecchi prossimi a morire. No: doveva esser stato -l'orgoglio! l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perchè? Ecco. L'orgoglio, -era stato, che aveva una radice profonda nell'indole della donna, nel -sesso: l'orgoglio della verginità che si sentiva contaminata; l'orgoglio -come della sanità che avesse patito il contatto della brutalità in -dissoluzione, della corruzione, della morte; l'orgoglio di un amore -puro, alto, nobile che era stato macchiato, abbassato, avvilito da -sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie; l'orgoglio di un'anima -profanata che si comprendeva diminuita dinanzi al suo stesso amore. - -Più tardi però, agli anni dell'esperienza, quando ci pare d'avere -conosciute bene le donne, mi chiesi più d'una volta: Adriana avrebbe -tanto sofferto di quella profanazione se invece che vista dai due -vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle dalla morte e l'altro le -andava incontro, fosse stata vista dai miei occhi innamorati e avidi -d'amore sano e forte? - -Ma anche adesso non so che cosa rispondermi. - - - - - BUONA GENTE - - - - I. - - -La fattoria vecchia, grande come un castello, con davanti l'ampio prato -e lo steccato in mezzo per i puledri, e il muricciuolo di cinta -investito dai capperi (il profumo di questi fiori, così tenui, al -luglio!); la montagnola della conserva che le acacie difendevano dal -caldo; l'orto con la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi i -campi di grano e di canapa, tra gli olmi, belli... - -La stretta per cui si svegliava con un nodo alla gola non gli veniva da -un'improvvisa imaginazione brutta o triste nella serenità del sogno; gli -veniva da quel sereno fondo senza fine, da quel sole abbagliante, fermo. -Nel destarsi, se vi era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove lo -ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il cuore gli si allargasse a -vedere il cane dormente lì a lato della branda. - -Non gli restava più che il cane. E il suo passato era nel sonno e nei -sogni. Ma quanto soffriva! - -Invano pregava Dio ogni sera che lo liberasse da questa pena. Non -bastava che espiasse, nella miseria, e tenesse l'espiazione quasi -elemento della sua ultima vita; no, non bastava: l'afflizione più grande -doveva patirla dormendo. E il contrasto fra la sua sorte e la sorte di -tutti gli altri, che al soffrire trovavano riposo al dormire, gli -imprimeva in faccia quel triste sorriso mesto, come d'ironia mitigata da -un doloroso pudore. - -Ma diventava una contrazione spasmodica, quel sorriso, se qualche antico -conoscente incontrandolo lo salutava e gli porgeva la mano. - --- Stringermi la mano? -- egli chiedeva mentre porgeva timidamente la -sua. - -E con fatica, quasi gli mancasse il respiro, rispondeva alle dimande -spietate per essere pietose. Le figliuole? Una era suora, a Lugo; -l'altra, moglie di un avvocato, stava a Firenze. - --- Perchè non andate con lei? - -Rispondeva: - --- Capirete... - -Già: capirete che un avvocato che si stima non può mantenersi tra i -piedi il suocero in voce di aver rubato, e il conte Sesti, da cui era -stato cacciato per ladro, aveva tante conoscenze, in tutta Italia! - --- Non mi avanza che questo -- aggiungeva Procolo Granari accennando al -cane. - --- Fatevi coraggio, Procolo! - -Egli si avviava scuotendo il capo senza dir nulla, senza salutare. -Avrebbe potuto dire che il genero guadagnava poco e che la figlia aveva -da mandargli solo un piccolo aiuto di quando in quando? che l'ignoranza -d'ogni cosa all'infuori della campagna, e gli anni e i malanni, non gli -permettevano di buscar un soldo? che mancando di protezioni non sperava -di essere ammesso nel Ricovero di Mendicità? - -Andava vagabondo e il cane, alla corda, lo seguiva più mesto di lui -perchè pativa più fame. - -Ah! quel bracco così alto e macilento! - -Faceva sin ridere i monelli; e lo chiamavan _Tredici_! E se a vederlo -solo, Procolo Granari, curvo nella lunga persona, coi capelli candidi -sfuggenti di sotto il cappellaccio, la barba bianca rada su le guance -smunte e quel suo sorriso, con gli abiti oramai cenciosi, eppure puliti, -e le mani di un pallore esangue, pulite, avrebbe commosso per quasi -un'apparenza di nobiltà decaduta ma non perduta, a vederlo con il cane -enorme, pelle e ossa, agli occhi anche non maligni egli assumeva un -aspetto sinistro; il suo sorriso pareva cattivo. - -Maltrattare così una povera bestia! - - - - II. - - -Invece di crescere, il soccorso della figlia, da Firenze, scemò. Essa -gli scriveva che il marito non guadagnava abbastanza da risparmiarle -sacrifici, e lo scongiurava di rivolgersi a questo o a quello per entrar -nel Ricovero. - -Ma Procolo Granari a mendicare raccomandazioni da questo o da quello -preferiva rivolgersi alla pietà anonima, su la strada. - -Ahimè! Al male preferibile non è sempre agevole adattarsi, e per quanto -egli si ripetesse che era necessario provare il castigo, quando stava -per stender la mano al passante gli mancava l'animo; non sentiva più la -fame. - -E il cane sbadigliava. - -Fu appunto un lungo e tacito sbadiglio di quest'altro disgraziato che -gli suggerì un giorno il mezzo a superar la vergogna: mendicare non per -sè, ma per lui, il solo amico che gli rimaneva. - -Se lo tirò dietro fin in Piazza San Domenico. Aspettò davanti alla -chiesa. - -Quando ne vide uscire una vecchia signora, mosse verso di lei col -cappello in mano. - --- Un po' di carità per questa povera bestia. - -Aveva parlato così sommessamente che la signora ne aveva inteso a fatica -le parole e, meravigliata della richiesta, a volgere gli occhi diè un -grido. - --- Che orrore, mio Dio! - -In fretta traeva due soldi dalla borsetta. Ma li porse con viso turbato. -E disse, tremante di sdegno: - --- Perchè lo tenete se non avete da dargli da mangiare? - --- Non ho coraggio... - --- E avete il coraggio -- interruppe andando -- di vederlo morire di -stento! - -Procolo traversò la piazza; entrò dal fornaio a comperar due soldi di -pane. E sbocconcellandone la metà, intanto che spezzava e dava al cane -l'altra metà, guardava con occhi pieni di lagrime; e il rimprovero della -signora gli pareva giusto. - -L'elemosina per cui rompeva il digiuno l'aveva avvelenato. - -Eppure gli convenne ripetere l'esperienza che non era riuscita male del -tutto. E affrontò un tale nella cui faccia di ricco borghese credè -scorgere buon cuore e buon umore. - --- Mi scusi... - -Il signore s'affoscò. Prevenne: - --- Non sapete che l'accattonaggio è proibito? - -Procolo tentò giustificarsi accennando al cane. - -L'altro lo considerò un istante, ne potè trattenersi dal ridere, dal -dire: - --- Va a lavorare anche tu! - -Lo scherno. - -E a testa bassa, senz'ira, anzi con un'amarezza di coscienza colpevole, -il vecchio si incamminò per una strada appartata, sebbene nel centro -della città. - -Ivi ricuperò la speranza. - -Una giovane bella, elegante, si fermò ad osservar non lui ma la carcassa -ambulante; e con mirabile ingenuità, non sapendo che altro pensare, -dimandò seria: - --- È una réclame? - -Senza rispondere a parole Procolo scosse il capo, e chinò gli occhi. - -Allora la passeggera comprese; aperse il portamonete. Ma l'ufficiale, -che essa attendeva, giunse in tempo a fermarle la mano. - --- Non capisci? -- esclamò. -- Fan patir le bestie per eccitare la pietà -pubblica! - -E vòlto al colpevole: - --- Se ci fosse una guardia -- minacciò -- vi farei arrestare! - -Rincamminandosi a testa bassa, il vecchio udì che la bella voce diceva: --- Che delitti! Il cane potrebbe arrabbiare, rompere la museruola... - -... Se rincasato Procolo Granari non avesse ricevuta una -cartolina-vaglia della figliuola (venti lire), non solo avrebbe dimessa -l'idea che la mattina gli era parsa sagace, ma avrebbe accusato il solo -amico che gli restava al mondo di essergli anche lui causa di soffrire. - -E la notte sognò che andava a caccia con Reno per una prateria fiorita, -ed erano felici tutti e due finchè il sole del sogno lo svegliava -angosciato. - - - - III. - - -Accadde che per mutamento della sorte a suo solo favore Reno fu davvero -felice. - -La contessa Torselli nell'uscire un giorno dal suo palazzo di via Goito --- l'automobile l'attendeva -- ebbe impedito il passo da quel cane. Non -esitò a chiamare colui che lo conduceva. - --- Ehi! signore! - -Procolo si fermò. - --- Il suo cane è ammalato. Io appartengo alla Società protettrice degli -animali, e il mio nome basterà perchè vi sia curato gratuitamente. - -Porgeva, molto gentile, il biglietto da visita. - -Ma Procolo Granari disse: - --- Non è ammalato. Ha fame. -- E col suo mesto sorriso aggiunse, piano: --- Come me. - --- Fame? -- riprese la signora dopo un attimo di perplessità. -- Venga! - -Rientrò nell'atrio; premè il bottone del campanello; ordinò alla -portinaia: - --- Dite al cuoco che vi mandi giù subito una scodella di zuppa per -questa povera bestia, e dategliela. - -Indi a Procolo: - --- Ogni giorno all'ora d'oggi ci sarà qui, in portineria, una scodella -di zuppa per il cagnone. Se ne ricordi! - -E senza aspettare ringraziamenti la contessa Torselli, protettrice degli -animali, salì in automobile. - - ---- - -Ogni giorno Procolo restava fuori nell'atrio, forse per non soffrir -anche di invidia, intanto che Reno ingoiava la zuppa. Si spicciava con -poche boccate. Pronta, la portinaia alzava la scopa. - --- Passa via, brutta bestia! - -E il cane, sebbene non sazio, scodinzolava tornando al padrone. - -Ma a poco a poco la portinaia s'intenerì. Quegli occhi pieni di -riconoscenza già prima che lei aprisse il cancello; quel lieve uggiolare -quando lei tardava, quasi voce di preghiera o timore; quel tentativo di -balzarle amicamente contro -- l'avrebbe baciata a suo modo se essa non -si ritraeva svelta e se a lui più non premeva spingere con una zampata -l'usciolo e correre al noto angolo -- le fecero cambiar apostrofe. La -«brutta bestiaccia» diventò in ischerzo un «brutto matto»; e poi il nome -proprio di Reno fu amicamente usato nei richiami e nelle carezze. - -Ora bisognava alzare la scopa perchè il cagnone non avrebbe voluto -uscire così presto dal luogo di delizia. Si accucciava ai piedi della -donna, guaiva, parlava. -- Tenetemi sempre qui, con voi. - --- Gli manca la favella -- la portinaia ripeteva --, ma si capisce lo -stesso. Che giudizio! Che giudizio può avere una bestia! - -Mentre il padrone gli rimetteva la museruola e la corda al collare, il -cane scodinzolava; era però evidente ne' suoi occhi l'intimo conflitto -fra le due affezioni: la vecchia e la nuova. - -E un giorno appena fuori di casa sfuggì, con uno strappone, di mano a -Procolo; il quale giunse al palazzo Torselli dubbioso di non trovarvelo. -Se le guardie l'avevano accalappiato, addio! - -Invece la portinaia disse: - --- È qui. -- E lo chiamò più volte: - --- Reno! Reno! - -Il cane non compariva. Perchè? Dov'era? Dove si era nascosto? - -Finalmente lo scopersero nel bugigattolo del carbone. Fingeva dormire. - -Onde Procolo scosse il capo. Aveva capito. - --- Anche questo... -- mormorò. - -E la portinaia: - --- Lasciatelo a noi. Vi risparmierete i quattrini della tassa. - -Sì! La tassa gliela aveva pagata due volte la lavandaia sua ospite; ma -adesso la lavandaia era stanca di non ricevere più un acconto. Già aveva -pregato «il signor Procolo» di cercarsi altro alloggio. - - - - IV. - - -Al dormitorio di via delle Mole si pagavano cinque soldi per notte; -spesa non grande chi pensi che in ogni giaciglio c'eran cuscino e -coperta di lana -- sebbene il cuscino, il quale avrebbe dovuto esser -bianco, al lume della lampada a petrolio apparisse del color della -coperta; la quale avrebbe dovuto essere bigia --, ma spesa non piccola, -cinque soldi, per i frequentatori non forniti di paga costante o -guadagno sicuro. - -E il signor Giulione e la signora Tecla, proprietari e ministri -dell'azienda, non facevan credito a nessuno. - -Così, quando nell'avanzar dell'inverno gli mancasse o tardasse il -soccorso della figlia, il vecchio Granari poteva trovarsi a questo -dilemma: o morir d'inedia o morir di freddo. Poteva anche, però, morir -d'inedia e di freddo contemporaneamente. - -E una mattina, a gennaio, il signor Giulione e la signora Tecla entrando -nella stamberga per la pulizia -- e che pulizia! -- ebbero una sorpresa: -s'accorsero di una trasgressione al regolamento non avvertita la mattina -prima d'andar a riposare. L'ultimo letto di destra era ancor occupato. - -Scossero quel corpo inerte nella buca del pagliericcio. - --- È morto? -- il marito dimandò confuso. - --- No -- rispose la moglie. -- Va a prendere l'aceto. - -Per l'aceto il giacente rinvenne; cercò con lo sguardo, senza -riconoscere dove fosse. Pronunciò qualche parola. - --- Muoio -- di -- fame. - --- Corri! Dammi il latte che m'è rimasto nella teglia -- ordinò, ansiosa -adesso, la signora Tecla. - -Ma il latte, deglutito a pena, non rimase in quello stomaco, tanto era -debole. E allora la signora Tecla riempì la mente del marito con -commissioni successive, di cui, nella sua intenzione, una sostituiva -l'altra e che il signor Giulione credè invece fossero da adempier tutte -quante. - --- Va alla farmacia a prendere un cordiale. -- (Il grosso uomo -s'incamminò). -- Va a chiamare il medico all'ambulatorio. -- (Due -passi). -- Va in Municipio a dir che vengano i pompieri con la lettiga. --- (Due passi). -- Va all'Ospedal Maggiore: caso d'urgenza. Di' così: -caso d'urgenza. -- (Partì di trotto). - -Poi la signora Tecla, indossata la mantella, scese per consiglio -all'osteria di fronte: un basso fondo. - -L'ostessa esclamò: -- Latte freddo gli ha messo in gola? Brodo caldo -vuol essere! - -Súbito attinse alla pentola, che borbottava al fuoco, e con una scodella -del liquido fumante seguì l'amica. Intanto la serva annunciava a chi -passava: - --- Sapete? Al dormitorio c'è uno che muore di fame. Proprio moribondo! - -La voce si sparse in un attimo per la contrada. - -E la carbonaia -- la famosa manutengola detta la Strazzarola -- accorse -con una tazza di caffè; e la fruttivendola guercia recava un ovo fresco. -Anche, dal postribolo, in vestaglia di lana rossa, uno scialle bianco su -le spalle, i capelli sciolti e una guancia imbellettata e l'altra no, la -Romana si precipitò gridando: - --- Io, la salvo io questa creatura! Assassini! Vigliacchi! - -Chi fossero gli assassini e i vigliacchi sapeva lei, portando una -bottiglia di cognac e un bicchierino. - -Alle grida, lo spazzaturaio avvicinò l'asino e la biroccia a una -colonna; salì, armato della lunga scopa. E salì al dormitorio anche -Figuretta. Senza cappello, in pelliccia, si calzava i guanti. Figuretta -il borsaiuolo, uscito il giorno innanzi di collegio. -- In vacanza -- -spiegava lui. - --- Io! io! -- ripetè la Romana facendosi largo fra le donne, disperate -che il vecchio non ritenesse nè brodo, nè caffè, nè ovo. -- Lo salvo io! - -Gli versò, per la fessura della bocca, un bicchierino pieno di cognac. - -E Procolo Granari riaprì gli occhi; ricompose la faccia. Sorrise. - -La prostituta era contenta come d'un miracolo compiuto da lei. - --- Non avete parenti al mondo? -- chiese la carbonaia. E la -fruttivendola: - --- Non avete nessuno? - -Procolo rispose, con abbastanza voce: - --- Una figlia -- suora -- a Lugo. - --- Bene! -- notò, in disparte, Figuretta. - --- Un'altra -- ne ho -- a Firenze -- moglie d'un avvocato. - --- Meglio! -- Figuretta disse più forte. - -Pausa. Ora il vecchio, affannato, agitava una mano; che gli ricadde, di -peso. - --- Non c'è niente da fare -- sentenziò la fruttivendola. Se ne andava -con lo spazzaturaio. - --- Un gocciolo solo! -- insisteva frattanto la Romana. -- Un gocciolo -solo, poveraccio! - --- Se l'ubbriachi, San Pietro non gli apre la porta! -- ammonì, di lì -dov'era, Figuretta. - -Ma Procolo voleva parlare. Gemè: - --- Anche Reno -- il mio cane -- mi ha -- abbandonato. - -E il borsaiuolo: - --- Si sarà messo con una cagna borghese. - --- La contessa... - -Una risata delle astanti, meno la Romana. - ---... la contessa... -- di via Goito... - -E il borsaiuolo, serio, accostandosi: - --- La contessa Torselli? La conosco. Quando usavano gli abiti «tailleur» -col taschino sotto il petto -- una comodità -- mi regalò il suo -orologino d'oro. - -Nuova risata. - --- Il conte... -- ripigliava Procolo -- il conte... -- (non ricordava -neppure questo nome, il nome del suo padrone!) -- Dalla fattoria -- -vecchia -- mi passò -- alla -- nuova. -- Ero sempre stato -- un -galantuomo. -- Le ragazze -- le avevo messe -- in educazione... - --- Bella educazione! -- Figuretta seguitava a commentare. - --- Vennero a casa. -- Senza la madre -- spendi e spendi. -- Speravo. -- -Il conte si ammalò... - --- Ma non crepò. -- Figuretta affrettava alla conclusione. - -Concludeva anche Procolo. - --- Quando fummo -- ai conti -- mi mandò via. -- Ladro. - --- No! Imbecille! -- corresse a bassa voce il borsaiuolo. -- Un fattore -che si fa cacciar via per ladro prima d'essere arricchito, che -imbecille! - -Entrò un'altra della casa di tolleranza. Bionda; sentimentale. E -Figuretta le diè luogo con una mossa da gentiluomo. Ma la ragazza -inorridì. Fuggì dicendo: - --- Mi par di vedere il mio babbo! - --- Tutto lui! Unica differenza, che la figlia di questo babbo qui fa la -suora a Lugo. - -Non sorrisero al borsaiuolo che la carbonaia e l'ostessa, mentre se ne -andavano anche loro. Non c'era, infatti, più speranza di giovar a quel -disgraziato. Moriva. - -Quando arrivò, finalmente, il signor Giulione. Non glien'era riuscita -bene una. Per il cordiale bisognava una bottiglietta o una tazza. Il -medico era impegnato. Aveva detto: -- Se ha fame, dategli da mangiare. --- I pompieri non si muovevano che per un infortunio. All'Ospedale -pretendevano, com'è giusto, carte in regola. - --- Tanto, è inutile -- mormorò la Romana, sempre china su l'agonizzante; -alle cui labbra, di tratto in tratto, appressava il bicchierino. - -Ecco: -- Il prete -- il morente potè dire con l'ultima voce. - --- Non importa. Vi assolvo io -- assicurò Figuretta. - -Ma questa volta la Romana gettò all'amico una truce occhiata. - --- Finiscila, per li mortacci tuoi! -- E alla padrona di casa: -- -Accendete una candela! - - ---- - -... Rimasero soli lor due, la prostituta e Figuretta. - -Lei si inginocchiò. Pregava sommessamente. Lui attese un poco; indi le -si accostò, a dirle all'orecchio: - --- Romana, prestami dieci lire per andar all'Eden. Prima di sera te ne -porto cinquanta. - -Seguitando a pregare, la Romana tolse dalla tasca della vestaglia la -chiave del comò; gliela diede. - -Allora il giovine si chinò su Procolo Granari e piano, ma spiccando le -sillabe come per farsi udire da un sordo: - --- Diteglielo a Dio, se lo vedete, che la buona gente siamo noi! - - - - - IL TESTAMENTO - - - - I. - - -Instaurato che sia il Comunismo non si udrà più ripetere quel che nel -paese di San Giorgio al Piano fu ripetuto nei caffè, in ogni bottega, in -ogni casa, in ogni canto alla morte repentina del sindaco comm. -Ceredoli: -- Ha fatto testamento? -- Non l'ha fatto? -- Eredi i figli e -le figlie in parti uguali? E la vedova? La legittima alla moglie? -l'usufrutto? Di quanto? -- Quanto avrà lasciato? Un milioncino? Meno? -Più? - -Ah sì! beati i tempi in cui le eredità saranno di soli affetti! Lásciti -di tal sorta non muoveranno torbide invidie, e s'immagina come ne -godranno i figli amanti del dolce far nulla e le figlie amanti del dolce -far qualche cosa, ma con eleganza, con lusso, e coi necessari dispendi. -In quel paese, però, prevaleva allora alla curiosità bassa e oziosa un -desiderio discreto: sapere in che modo il commendatore Ceredoli -- -sindaco benvoluto da quasi tutti -- si era comportato davanti alla -morte: se aveva pensato al caso di spirare all'improvviso tra le braccia -di Sant'Andrea d'Avellino. E possibile non si fosse proposto di serbar -defunto la stima che vivo aveva meritata da quasi tutti: giudizioso, -giusto, onesto, modesto, caritatevole? Non era forse stato uno di quei -borghesi (di una volta) che seguendo le vecchie tradizioni domestiche -civili e religiose sapevan conciliare la borghesia alla virtù? - - - - II. - - -Solenni i funerali; con lungo séguito, al trasporto, di gente concorsa -anche dalla città e dalle campagne. C'era una carrozza carica di -ghirlande e sul feretro una di puro lauro e una di fiori candidi: -significato chiaro in questa se non in quella pur alla scarsa -intelligenza del popolo. E i preti e i frati recitavan le preci con voce -così cordiale che si sarebbero detti del tutto contenti. I discorsi alla -Porta, prima che il carro svoltasse per l'ultimo tragitto, non finivan -più; e i saluti alla salma parevan auguri d'un viaggio che nessuno degli -oratori credesse dover compiere anche lui, un giorno o l'altro. Poi, al -ritorno, l'assessore anziano interrogò i colleghi se non trovassero -opportuna l'idea di dedicare all'illustre estinto un busto di marmo, nel -giardino pubblico. - --- Purchè non si oppongano le disposizioni testamentarie -- osservò il -segretario del Comune. - - - - III. - - -Sempre allegro, Agosti, il segretario del Comune, sudava a non ridere -nelle gravi circostanze perchè ne rilevava, a sè stesso e agli altri, i -contrasti comici. Così ammoniva: -- Siamo seri -- appunto quando più -presentiva il pericolo di scoppiare in una risata aperta o in singhiozzi -di riso irrefrenabile. -- Siamo seri -- susurrò all'orecchio dell'amico -assessore dell'Igiene entrando nel salotto di casa Ceredoli. L'intera -Giunta ci era venuta per la visita di condoglianza alla vedova e per -informarsi intorno al testamento. - -Ed ecco aprirsi l'uscio e presentarsi la vedova accompagnata dalla luce -della gran vetrata di contro. Agosti, che teneva gli occhi bassi (-- -siamo seri! --), ebbe da quella luce una rivelazione, uno spettacolo -strano e inatteso. La signora aveva indossato in fretta la veste nera -senza pensare che la tenuità del tessuto la rendeva trasparente. E -mostrava come velate impudicamente le gambe. E che gambe! due colonne -calzate d'un colore dubbio e basate su due piedini in scarpine lucide. - -Bastò. Sentendo che gli sarebbe vano ogni ritegno il segretario si -volse, e col fazzoletto al viso andò a scoppiare presso l'altra -finestra. I suoi singhiozzi ruppero il silenzio di quegli istanti, e -l'assessore anziano, mentre egli e i colleghi s'inchinavano, ne -approfittò a proferir belle parole d'occasione. - --- La commozione così sincera del nostro segretario le dimostra, -signora, quanto il suo signor marito era amato dai dipendenti e come -grande debba essere il cordoglio dei suoi colleghi del Consiglio -comunale che noi, qui, abbiamo l'onore di rappresentare. - --- Grazie..., s'accomodino... -- balbettava la vedova col fazzoletto in -mano. - -E tutti sedettero, tranne Agosti che le commoventi parole dell'assessore -anziano indussero a singhiozzare più forte. - --- La Giunta anzi -- seguitò il capo della Giunta -- ha in animo di -proporre al Consiglio che le virtù dell'illustre estinto e il compianto -della cittadinanza siano ricordati in un monumento, in un busto...: se -pure le disposizioni testamentarie di un uomo tanto modesto non vi si -oppongano e non dimostrino preferenza per le opere di pietà. Nel qual -caso... - --- Ma il testamento non si è ancora trovato -- interruppe la vedova -asciugandosi gli occhi. -- Non sappiamo se l'abbia fatto... - -Meraviglia in silenzio. Possibile? E l'uscio dell'altra camera si -riaperse e ad uno ad uno, con successivi inchini, entrarono il figlio -del defunto e i tre generi. Il segretario che si era quietato, cercò di -far largo scostando sedie e poltrone. E si mordeva ferocemente la -lingua. - -Strette di mano, in silenzio. - --- Possibile? -- disse l'assessore anziano rivolto alla vedova. - -Essa riferì ai venuti l'argomento del discorso. - --- Impossibile che non l'abbia fatto! -- rispose il figlio. -- Un uomo -come mio padre... - --- La previdenza, la prudenza in persona... - --- Ma -- obiettò il più lungo dei generi -- se avesse avuta l'intenzione -di testare il povero commendatore non ne avrebbe avvertita la sua -signora, per cui non aveva segreti? - --- Ah! questo è vero! -- la signora disse asciugandosi gli occhi. - --- Ma -- obiettò il più piccolo dei generi col tenue sorriso di chi si -lascia scappare una castroneria --: a far testamento ci si tira, dicono, -la morte addosso. - -Oh! Protestarono. -- Il povero commendatore non aveva di questi -pregiudizi! - --- Ma -- obiettò il genero di mezzo per accomodar la topica dell'altro ---: il povero commendatore forse dubitò di spiacere alla signora. -- -Già: come a dire che la superstiziosa era lei! Altre proteste. Il -segretario sgattaiolò a prender aria. - --- Mi viene il dubbio -- intervenne a questo punto l'assessore anziano --- che se non è presso il notaio Tibaldi, il testamento sia nel -gabinetto del sindaco. - --- Questo sì! -- Ipotesi verosimile. - -E subito si deliberò di mandare una commissione in municipio. - --- Segretario! segretario! - -Agosti rientrò con faccia dolente. Egli e il figlio Ceredoli, un genero -e due degli assessori se ne andarono alla ricerca in municipio. - -Tra i rimasti c'era l'assessore dell'Igiene, che sino allora non aveva -aperto bocca. Qualche cosa bisognava pur dire! Disse avanzando una nuova -ipotesi: - --- E non hanno interrogato il canonico Bonerba? Era così amico del -povero commendatore! Forse lui ne conosce le intenzioni. - --- Perbacco! -- fecero i due generi ch'eran rimasti lì seduti. - -Come mai non ci avevan pensato? - -E lor due con quello dell'Igiene se ne andarono subito subito in cerca -del canonico Bonerba, alla cattedrale. - - - - IV. - - -Dal municipio tornarono con un fascio di carte inutili: fatica -particolare, a portarlo, del segretario Agosti, il quale si tenne punito -così della sua ilarità intempestiva, e rideva ripensandoci. Ma dalla -cattedrale gli altri messi recarono di meglio. - -Quel sant'uomo del canonico Bonerba arrivò rosso e sbuffante (non è -legge che tutti i santi debbano avere il ventre smilzo) e chiese di -parlare da solo a sola con la vedova. Allora gli estranei alla famiglia -si mossero a salutare, per assentarsi. - --- No no -- esclamò il canonico --: la loro presenza, quali -rappresentanti del Comune, è forse più che conveniente, necessaria tra -poco. - -E quindi tutti, fuorchè i due -- il sacerdote e la signora -- passarono -nella camera da desinare. Ivi erano in perfetto lutto le figlie e la -nuora del defunto. - --- Desideravo d'essere chiamato per uscire di perplessità -- continuò il -sacerdote. -- Non che io sappia se il mio povero amico abbia o no -testato, ma so quali erano le sue intenzioni testamentarie e rispetto -alla chiesa e rispetto alla beneficenza, alle opere pie. - --- Ah -- sospirò la vedova -- se l'ha fatto, il testamento, dove l'avrà -dunque depositato? - --- Ecco...; appunto... Il mio povero amico aveva una preoccupazione -sola: non turbare l'armonia della sua famiglia veramente esemplare. Si -sa...; i beni di questo mondo generano dissidi, alle volte, fin tra le -persone più affezionate. E Ceredoli era così delicato, così sensibile, -che aveva quasi il pudore della sua saggezza, della sua giustizia, della -sua prudenza. Mi spiego? - --- Ah! -- sospirò la vedova asciugandosi gli occhi. - --- Voglio dire che se fece testamento forse lo nascose perchè il figlio -e le figlie non sapessero che l'aveva fatto e non ne pensassero male -(pur troppo la fragilità umana...). E il Signore nel chiamarlo a sè non -gli lasciò tempo di avvisare lei o me o altri del luogo ove aveva -riposto il documento. - -«Riposto»? Potere di una parola! La vedova a udirla ebbe un lampo di -chiaroveggenza in un istantaneo risveglio della memoria. Ricordò la -cassapanca secentesca ai piedi del letto nuziale e la cassettina che -v'era dentro, antica anch'essa, in forma di bauletto o di cofano. - -Balzò in piedi esclamando: - --- È nel cofano dentro la cassapanca del seicento! - -Il sacerdote la trattenne con dolcezza nell'atto e nella voce. - --- Aspetti, signora. O il testamento si trova dove lei dice, o non vi si -trova. Se non si trova neppur lì io mi credo in obbligo di dichiarare -oggi stesso, con le cautele consigliate, anzi imposte dalla legge, quali -erano le intenzioni del mio amico. Per questo ho pregato i membri della -Giunta di rimanere. E se il testamento si trova, non le par bene che sia -aperto da mano di notaio? Non le par conveniente mandare prima di tutto -per il dottor Tibaldi? - -La signora annuì. Un servo fu mandato per il dottor Tibaldi. Quindi -essa, la vedova, portò nella camera da desinare e vi depose su la tavola -il cofano avito. Era chiuso. Ne mancava la piccola chiave. - - - - V. - - -Il canonico, la vedova, il figlio, le tre figlie, i tre generi, la -nuora, i quattro assessori e il segretario...: 15. In quindici, nella -camera da desinare, aspettavano il notaio. - -Che venne, finalmente. - --- Siamo seri -- mormorò Agosti all'orecchio dell'assessore d'Igiene; e -col coltello in mano si pose, ritto in piedi, dietro la seggiola in cui, -a capo della tavola, siederebbe l'uomo del Diritto. Davanti, aspettava -il cofano. E gli porse -- il segretario al notaio, appena questo fu al -posto -- il suo coltello da caccia, per forzare la debole serratura. Di -qua e di là della tavola, stavano, in piedi il figlio e i generi; di -fronte, le signore e il canonico, e più indietro, in piedi, i -rappresentanti del Comune. - -Momenti di aspettazione ansiosa, dissimulata da facce serie e sguardi -severi. - --- Constatato che nel cofano che si presume contenga il testamento del -fu comm. Antonio Cerédoli manca la chiave idonea ad aprirlo -- il notaio -chiese -- tutti gli aventi diritto, senza eccezione, consentono che si -sforzi la serratura? - --- Sì! sì! -- tutti risposero. - -E _cric_ fece al passar della lama il concavo coperchio. Aperto subito; -senza sforzo. E... - --- Eh? cosa? -- disse il dottor Tibaldi voltandosi indietro quasi il -segretario avesse parlato. Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti -e due. Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel che il notaio -aveva veduto. - --- Eh? cosa? -- Scappò via, Agosti, fuori della stanza, come se ci -avesse veduto un leone a bocca spalancata o una leonessa, dentro il -cofano. Per dir meglio, più semplicemente -- con scandalo dell'assemblea --- scappò via come uno che non può più resistere. - --- Cosa? cos'è stato? Cosa c'è? -- adesso significavan nello stupore -enorme tutte le facce, mentre il notaio rialzava appena appena il -coperchio e si accertava che le carte lì dentro erano tutte della stessa -sorte. - -Sì, tutte della stessa, sorte! della stessa natura! - -Il povero uomo del Diritto cercò il modo e le parole per trarsi -d'imbroglio. Trovò. Parlò con voce tremula: - --- Quanto è contenuto qui dentro non è ostensibile. -- Non è ostensibile --- ripetè --; non ammette alcun atto legale, e solo a un amico intimo -della famiglia spetta consigliar il da farne. - -Così dicendo il dottor Tibaldi venne col cofano dal canonico, lo depose -sull'ampio seno di lui; e susurrate che ebbe due paroline all'orecchio -del sant'uomo, scappò via lui pure quale uno che non ne può più. - - - - VI. - - -Che cosa conteneva il cofano? - -Conteneva... - -(-- Dentro la mia casa e dentro la mia coscienza ci si può guardare come -se avessero le pareti di vetro puro -- soleva ripetere il povero comm. -Cerédoli. Questa l'arma che l'aveva difeso da ogni più feroce attacco -partigiano, da ogni più forte avversione, da ogni più recondita -insidia). - -Il cofano conteneva... - -(-- Il bene sociale riposa sul bene della famiglia -- spesso ammoniva il -canonico Bonerba --; e il bene della famiglia riposa su la virtù e sul -buon costume, su la rettitudine e sul buon esempio: guardate la famiglia -del comm. Cerédoli). - -Conteneva... - -(E il figlio Cerédoli diceva spesso: -- In fatto di moralità con mio -padre non si scherza; è fin eccessivo. -- ) - -Conteneva... - -(E la madre Cerédoli raccomandava, di quando in quando, ai generi: -- -Specchiatevi nel commendatore, e renderete felici le mie figliuole. -- -). - -Conteneva... - -(-- Ah il babbo! -- esclamavan le figliuole alzando gli occhi al cielo). - -Conteneva, insomma, dei ritratti... - -Eh? cosa? - -... ritratti di donne... - -(-- Ah il nostro sindaco! -- esclamavano i cittadini di San Giorgio al -Piano, alzando gli occhi alle finestre di lui --. La sua casa è come se -fosse tutta di vetro puro --). - -... ritratti i quali, sebbene non avessero vesti a determinarne l'epoca, -si vedeva che erano modernissimi. - -Eh? cosa? - -Appunto: nella cassapanca del seicento, ai piedi del letto nuziale, -dentro il cofano che aveva forse accolti i mistici o verginei segreti di -qualche avola, il povero comm. Cerédoli ci teneva delle fotografie -- -concludendo con le due paroline dal dottore Tibaldi mormorate -all'orecchio del santo uomo --... fotografie oscene. - - - - - CHE COSA E' IL MONDO? - - -È enorme il mistero dell'Infinito, ma è enorme anche il naso del signor -Petronio. Dicono che in origine non era così, che lo trasformò una -malattia; e certo chi lo veda, quel naso, la prima volta, pensa subito a -una di quelle conflagrazioni di sostanze misteriose e recondite, a una -di quelle eruzioni vulcaniche o a uno di quei terremoti per cui una -bella montagna andò sottosopra e rimase tutt'un disordine di lavine e -rocce, anfratti e magagne, precipizi e rupi; non senza le tracce che in -tali rovesci lascian gli uragani e vi rinnovan le tempeste. (Fuori di -similitudine, l'uragano o la tempesta potrebbe essere il vin buono!). - -Ma errerebbe chi non avendo mai visto il signor Petronio lo immaginasse, -dalla descrizione del suo naso, un brutto vecchio. Tutt'altro! è -simpatico. La persona alta e ben proporzionata serba ancora, oltre ai -settant'anni, vigoria e salute; la perfetta canizie dei capelli, delle -ciglia e dei baffi mitiga il rosso della carnagione e la vastità delle -orecchie; e soprattutto piacciono la pacatezza del suo parlare, indizio -di animo onesto e il sorriso dei suoi piccoli occhi, indizio di sicura -fede. Qual fede? In sè stesso: la fede più consolante e più invidiabile. -Mentre sul mercato il signor Petronio passa per sensale in granaglie, -nella vita intima e tra gli amici discorre da filosofo che sa di non -errare, sapiente. E sì che egli non sa nè leggere nè scrivere! Pare un -miracolo; eppure durante mezzo secolo ha potuto commerciare in -granoturco, riso e fagiuoli, restando galantuomo, sebbene analfabeta, e -avanzandosi dei soldi. Quanto alla filosofia, il suo difetto -d'istruzione o non è difetto o è lacuna che si ripara con altro mezzo. -Perchè si noti anche questo: chi legge ubbidisce più o meno a chi ha -scritto; chi va a scuola ubbidisce al professore. E credete voi che -tutti quelli che tengon la penna in mano abbiano giudizio? Eh!, buon -senso ci vuole! Il buon senso è il rimedio del signor Petronio, è la -forza della filosofia; e se qualche filosofo non lo crede, poco importa: -lo crede lui, e basta; appunto perchè lui non sa nè leggere nè scrivere -e la pensa a modo suo. - -Naturalmente a chi scorge chiara, chiarissima ogni cosa nel mondo e ogni -faccenda dell'universo, talvolta rincresce gli manchi il più acconcio -mezzo di persuader gli altri, che san leggere: il signor Petronio ha chi -lo ascolta e l'approva ma, purtroppo, solo al caffè, non in Parlamento, -non in Senato, non al Ministero, non alle corti di Europa, non agli -imperi d'Oriente e alle repubbliche d'America, non a casa del diavolo -laggiù, al Transvaal o in China. - -E ripete con desolata invidia: - --- Che fortuna saper di lettere! -- Si consola però subito. -- Io non ne -so e ci rimedio: col buon senso. - -Così, quando al caffè ode leggere dagli amici il giornale e ode i -commenti alle notizie politiche e alle miserie pubbliche, si riconforta, -si libera a giusto interprete di quel foglio stampato con inesplicabili -caratteri, e la sua stessa deficienza gli sembra una conseguenza logica -della sua filosofia e della legge che la sostiene: egli, cioè, non -comprende un'acca del giornale e comprende tutto l'universo, al -contrario di chi guarda al sole e non vede più nulla. O come a dire: i -giornalisti, i letterati, gli scienziati scrivono quel che sanno e -(salvo il rispetto) non sanno quel che scrivono; e i governanti -pretendono di condurre per la strada diritta e non s'accorgono che -girano in tondo! In tondo girano; in tondo giriamo: è la legge! - -Infatti: oggi corre innanzi un uomo o un popolo, e domani un altro; -finchè il primo torna a precedere. Oggi a me, domani a te. -- Il figlio -del dottore farà lo spazzacamino, e il figlio dello spazzacamino sarà -dottore. -- Sempre non è seren, sempre non piove. -- L'uomo crea e -l'uomo distrugge. -- Progresso, eppoi regresso. -- Tutto è equilibrio; -tutto è armonia; tutto su e giù. -- E la conclusione sta nell'unico -principio in cui riposa il sistema del signor Petronio: - --- Il mondo è una ruota che prilla! -- Ecco tutto! - -Direte che non è una concezione nuova. Grazie tante!; essa raccoglie le -dottrine di Pitagora, quel delle sfere in musica, e di Galileo, quel del -pendolo; le dottrine di Newton, quello a cui cadde la mela sul naso, e -di Darwin, quello dell'evoluzione e delle azioni e reazioni per cui da -una scimmia balzò fuori l'umanità. Ma prima di tutto, se non è originale -il sistema, è originale il signor Petronio, che nessuno potrà mai -incolpare d'aver copiati quei gran filosofi. In secondo luogo, quanti -secoli saranno che morì Pitagora? Mettiamo venti, trenta secoli. Ebbene, -se dopo trenta secoli, al giorno d'oggi, il signor Petronio la pensa -press'a poco come il gran Pitagora, ecco la più bella prova che il mondo -è proprio una ruota che gira. In terzo luogo, sia di Tizio, sia di -Sempronio o del signor Petronio, questo sistema è il più semplice, il -più intelligibile, il più spiccio per risolvere tutti i problemi fisici, -morali, economici, sociali, politici. Il cielo è tondo, il sole è tondo, -la luna è tonda; dunque la terra deve esser tonda. È la legge! Le -stagioni da un pezzo in qua non combinan fra loro? Dunque presto -torneremo a godere della primavera e dell'autunno. È la legge! -Quest'anno son care le patate: quest'altr'anno saran cari i fagiuoli. È -la legge. - -Concepito il mondo così, ogni cosa procede liscia. Nemmeno il progresso -e le scoperte della scienza turbano la fantasia, e un vecchio -settantenne può sinceramente lodare il presente in confronto del suo -passato. Automobili, tram, biciclette trascorrono davanti agli occhi del -signor Petronio lasciandolo pago, quasi ci avesse avuto la sua parte a -inventarli. Pacifico, egli ragiona: -- si è sempre detto che in China la -macchina a vapore esisteva mille anni prima che da noi; e chi vi dice -che non ci esistessero anche i tramvai o gli aeroplani? E viaggeremo -tutti per aria e gli aeroplani saran così fitti che succederanno scontri -e disgrazie, e si buscheranno malattie come a viaggiare in terra, tali e -quali. Ma, pur troppo, torneranno i giorni della barbarie, e i nipoti -dei miei nipoti, poverini, patiranno come me quand'ero ragazzo, che -pigliavo scapaccioni per paga se aiutavo qualche soldato «dal becco di -legno» a levar la ruggine dal fucile. È questione di buon senso: è la -legge. -- - -Infine, quando tutti concepissero il mondo così, ci sarebbero meno -birbanti, ricchi e poveri, e meno scioperi: per l'armonia politica non -si avrebbero tanti senatori o deputati sempre pronti con i loro tromboni -o i loro argomenti e le loro grida a fracassarsi la testa da cari -colleghi; e per l'armonia famigliare non si contenterebbero tante -stonature e tanti corni e scorni e suicidi in due. Ad esempio, voi, con -una donna quale la moglie del signor Petronio, vi sareste affogato nel -fiume per liberarvene! Tutto il santo giorno: -- Petronio, ho male qui; -Petronio ho male qua --; quasi un filosofo avesse obbligo di esser -medico e quasi i medici possedessero l'arte di guarire un male qui e un -male qua! Lui invece esorta la sua signora a rassegnarsi, a gettar nel -pozzo quella morfina maledetta che le fa far tante smorfie, contorsioni -e sussulti, a bere vin buono e a sorbir aria fresca, insieme con suo -marito che d'inverno spalanca finestra e bocca appena giorno perchè il -freddo gli ammazzi tutti i microbi nella camera, nello stomaco, e magari -sul naso. Ma son vani consigli; nè giova ripetere, per consolarla: - --- È una ruota, Càrola; una ruota che gira. Una volta tutte le donne -avevano il convulso: adesso han l'isterismo... (La signora Càrola è sui -settanta anche lei)... Una volta non c'era altro rimedio che l'_Aceto -dei sette ladri_; adesso, la morfina. Ma non dubitate che si tornerà -all'aceto e al convulso: soltanto, ladrerie e donne saran sempre quelle! - - *** - -A proposito della signora Càrola la biografia del signor Petronio -contiene un aneddoto che rivela l'uomo e nell'uomo rivela insieme il -buon marito e il pensatore profondo. Ma bisogna, per questo, risalire a -diciassette o diciott'anni or sono, quando il mondo pareva aggravato -dalla guerra giapponese cinese. I medici -- i quali san leggere ma non -capiscon nulla -- consigliavano l'inferma signora Càrola a distrarsi; e -un giorno che il marito doveva andare a Bazzano per contrattare, là -presso, una partita di granturco, dàlli dàlli, riuscì a caricare la -moglie in treno e a distrarla dal finestrino con lo spettacolo della -campagna ancora estiva e dei casolari e dei villaggi pieni di gente -allegra. Arrivati che furono, entrarono in paese. Lei si abbandonò su di -una seggiola del caffè, e fra un sorso e l'altro di vermouth cominciò a -sbigottir la caffettiera con le smorfie, le scosse e la storia dei suoi -malanni. Egli intanto prese la via del monte; giunse in mezz'ora alla -cascina, e in quattro e quattro otto s'accordò col venditore. Una -bottiglia di lambrusco aiuta ad appianar gli affari non meno che un giro -di ruota a comprender l'universo. - -Di ritorno, il signor Petronio non pensava più affatto al frumentone; e -il suo sguardo navigava inconscio nella gran luce del pomeriggio, che -avvolgeva la terra e infondeva sin nelle pietre un calore di vita -gioiosa e feconda. Sebbene non ci fosse ombra di bosco e la strada -polverosa, ardente e deserta difilasse aliena da frescura di fonte o da -soavità di rivo, un poeta avrebbe scorte chi sa quante amadriadri e -ninfe a tentarlo procaci e scappargli via proterve. Il signor Petronio -se ne veniva lemme lemme, catelon catelone, non badando neppure ai -piccoli ciottoli in mezzo al suo cammino. Sorrideva a sè medesimo, -intanto che a ogni curva o svolta l'ombrello perdeva la direzione del -sole e, inutilmente aperto, lasciava riscaldare nel cranio sottoposto il -buon senso della filosofia. - -Quand'ecco, alle prime case di Bazzano, sbucare l'amico Mascarella, -sensale anche lui, ma di bestie bovine. - --- Oh! quel Petronio! - --- Oh Mascarella!, amato mio bene! - --- Venite a Bologna? - --- Pronti! - -E s'accompagnarono. - --- Come van gli affari? -- domandò il signor Petronio, giocondo e rosso -più del solito. - --- Male! siam giù! - --- E la guerra? - --- Che guerra? - --- Là, in China! Non sapete? - -Mascarella, infatti, sapeva leggere. - --- A me -- rispose -- a me la guerra in quel paese non mi fa nè caldo nè -freddo. In America la vorrei... - --- Non vi fa concorrenza, a voialtri, la China? - -In quel punto un paesano chiamò, per due parole, Mascarella. Quando -venne, rispose: - --- Che concorrenza volete ci facciano i Chinesi? A quel che si legge, -mangiano i cani, e gli uomini, da loro, servon da tiro. Vi mettereste a -sensale, voi, da cani e da cristiani? - --- Maomettani, direte: son d'un'altra fede. - --- Sian di Maometto o sian del diavolo, son razza di cani. Dunque..., -che gusto matto grapparli per il codino e dondolarli come zucche! - -Il signor Petronio disapprovava, evidentemente. Ma in quel punto l'amico -entrò dal tabaccaio e vi si trattenne un po' a discorrere. Riprendendo -il cammino, riprese il signor Petronio: - --- Vorreste ammazzarli tutti quanti? - --- Chi? - --- I Chinesi. - --- Tutti! Far del largo, anche per voi! Se laggiù non ci nascesse più -frumento, riso o fagioli, voi diventereste milionario! - --- E qui, dopo? A mandar la roba là, ci mancherebbe a noi. -Bell'interesse! Non capite che è una ruota? Abbondanza là, carestia qui: -abbondanza qui, carestia là. Invece di far la guerra, per questo, -sarebbe meglio venir a patti; contrattare. -- Quanto domandate, voi -Chinesi, per lasciarci coltivare il riso anche a noi, Italiani, Inglesi -o Russi? -- Tanto! -- Vi diam tanto; e parola da galantuomini. Una -stretta di mano, senza protocolli; e _amen_! - --- Ma la guerra non si fa per questo, per guadagnare. - --- Perchè allora? - --- Per la civiltà. - -Il signor Petronio non attendeva altra risposta. Cominciò -tranquillamente l'esposizione del suo sistema, la spiegazione della -legge civile, umana, mondiale, divina. Ad ascoltarlo, strada facendo, si -aggiunse un bazzanese, che andava egli pure alla stazione, per venire a -Bologna, e poichè il filosofo s'arrestava di frequente chiedendo: -- È -chiaro? -- Capite? -- La vedete come me, voi due? --, fu necessario, a -non perdere il treno, prendere una scorciatoia. - -Arrivarono in tempo alla stazione. Ma dove intendeva giungere il signor -Petronio con la sua ruota che gira? Nient'altro che alla pace -universale! Il sensale Mascarella e il Bazzanese, che sapevan leggere, -interrompevano, però; interloquivano a lungo, con le loro ragioni e -bestialità. Sicchè dopo un'ora e mezza di viaggio, arrivando a Bologna, -il filosofo non era riuscito a persuaderli di altro che della pace in -China e solo per evitare, nell'avvenire, un'invasione di Chinesi in -Europa, in Italia, a Bologna, a Bazzano, in mercato, forse, a rubar -bovini maschi e femmine. - -Ed ecco che, appena fermo il treno, si ode gridare da ogni parte: - --- La pace! la pace! Ultimi telegrammi! Notizie della pace! Telegrammi -dalla China! - -Subito il signor Petronio comperò due o tre giornali; felice come se -avesse imparato a leggere in quel punto. Poi discese, e disceso che fu, -si volse a guardar nel sedile del vagone e su, alla reticella. -Nonostante il gaudio, gli pareva d'essersi dimenticato qualche cosa. Ma -l'ombrellino l'aveva: sotto il braccio. E la pace era fatta! Fuori della -tettoia, Mascarella, che era già convinto nella chiaroveggenza del -filosofo, domandò: - --- Venite a desinar con me, Petronio? Leggeremo i fogli. - -Allora il filosofo ebbe una luce attraverso il cervello. - --- E la mia donna? -- esclamò. - -... Povera Càrola, che l'aspettava ancora nel caffè a Bazzano, con tutti -i mali addosso e senza morfina in tasca! - - *** - -Eppure questo buon Petronio, forse per il naso più che per il resto, -dispiacque un giorno a uno sconosciuto che capitò al caffè e che -l'ascoltò un pezzo in silenzio, eppoi l'investì arrabbiato come una -bestia. Inutile dire che era un altro filosofo. Disse, gridò: - --- Ah lei vede tutto chiaro, tutto semplice, tutto spiccio? E lei mi -risponda, con la sua ruota: perchè si nasce, perchè si muore? Mistero! -Di dove veniamo, dove andiamo? Mistero! Perchè non c'è male senza bene e -bene senza male? Mistero! Perchè la coscienza ci dirige e dove ci -dirige? Mistero! Se la morte è un male perchè ci è data e se la vita è -un bene perchè ci è tolta? Mistero! Perchè l'uomo fu sempre infelice, -insaziabile del vero, instancabile a progredire e a che fine? Mistero! - -Il signor Petronio sorrideva zitto e quieto quasi pensasse: Qual'è il -sistema filosofico che non incontra e trascura le piccole difficoltà? - -Ma l'altro filosofo proseguì sempre più torvo e più violento: - --- Bando alla sua ruota! e risponda! Perchè tutta la materia è in moto? -Mistero! Perchè il feto sviluppandosi nell'alvo passa per tutti i gradi -e tutte le forme dell'evoluzione animale? Mistero! Che cosa è l'etere? -la luce? Perchè la telepatia? Quale l'essenza della vita? Che cosa è il -sonno? la morte? l'enorme mister dell'infinito? In una parola, che cosa -è il mondo? - -Il signor Petronio aveva ascoltato tutt'orecchi (che orecchie!) e -sorridendo; e alla fine della sparata non si scompose. Si grattò a pena -a pena il naso, s'alzò pacifico più che mai e con la gran semplicità del -suo buon senso, del suo cuore e della sua eloquenza, rinunziando una -volta tanto alla sua ruota, rispose: - --- Ce la spiego io, in due parole, la questione. Dalla vita alla morte, -e anche dopo la morte, il mondo è tutto un imbroglio! - - - - - NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU - - -Quando, nel quattordicesimo anno della Re-So-Eu (Repubblica Sociale -Europea; 2010 d. C.) i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di -elettrogrammi annunciarono l'invenzione del dottor Pantìfilo, la -meraviglia non fu quale si crederebbe. Da un pezzo si conosceva la -«emostatina», con cui quasi istantaneamente si arrestava ogni più -violenta e copiosa emorragia; da forse un decennio era in uso la «sutura -spontanea», per cui in breve si cicatrizzavano le più profonde ferite, -si riconnettevano i nervi, le vene, le arterie, i tessuti; e fin dal -secolo ventesimo era stata intravveduta l'efficacia dei raggi -«ultra-rossi» a mantenere la vitalità nervea. E che faceva il dottor -Pantìfilo? - -Mozzava la testa ai conigli o alle cavie; ne impediva con l'«emostatina» -l'effusione e la dispersione del sangue; salava di radio, per così dire, -le parti recise; operando sempre alla luce ultra-rossa riattacava le -teste mercè la «sutura spontanea»; e dopo poche ore le cavie e i conigli -decapitati e rincapitati sgambettavano allegri al pari di prima. Il -merito della risurrezione era dunque particolarmente dei sali di radio, -e, tutt'al più, del modo con il quale il dottor Pantìfilo se ne valeva. - -Nè la nuova invenzione poteva ritenersi di qualche utilità pratica. Dopo -le stragi che avevano condotta l'Europa evoluta alla fratellanza -universale, le ghigliottine «perfezionate e multiple» erano state -rinchiuse nei magazzini della gran Repubblica, a Lublino. Non poteva più -accadere che teste di innocenti di dentro ai panieri sembrassero accusar -d'ingiustizia il fratello boia; e non c'era da sperare che in via -privata qualche capo di uomo o di donna fosse tolto dal busto con la -precisione netta e meccanica che si richiedeva alle esperienze del -dottor Pantìfilo. - -Ma ecco che nell'anno XX della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea) i -radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di elettrogrammi da Lublino -(nel centro, o quasi dell'Europa) trasmisero al mondo intero una ben più -strepitosa notizia; annunciarono il fatto orrendo per il quale il dottor -Pantìfilo doveva esser presto consolato oltre le sue speranze. - -Là, a Lublino, capitale della Gran Repubblica, si era scoperta una -cospirazione contro il Fraternale Governo; il direttorio, cioè che -gl'innumerevoli soviety europei, mediante le dodici confederazioni -elettríci, ogni anno componevano coi più insigni rappresentanti del -socialismo internazionale. - -Sì, da appena vent'anni la Gran Repubblica era stata costituita su -l'eguaglianza economica, che da secoli si credeva la base più salda alla -umana e civile beatitudine, e già l'ancor recente costituzione pareva -difettosa, vessatoria, tirannica, iniqua. A quanti? Eh! se molti erano -gli uomini malcontenti, dagli Urali al Tago, dal Capo Nord a Candia, le -donne malcontente erano moltissime. Chi l'avrebbe mai detto? Ottenuta la -parità agli uomini in ogni esercizio manuale e intellettuale, in ogni -materiale e moral benefizio, le donne per ogni dove eran state prese -dalla smania di superare gli uomini in tutto; da ogni parte e da un -pezzo tendevano a sovvertire l'ordine della società distendendo e -annodando le fila di una trama manifesta, e adescavano i maschi in -qualunque modo potessero a renderseli partigiani e seguaci. - -Il Fraternale Governo, di sua natura fiducioso, benigno, quasi ingenuo, -aveva lasciato correre -- come al principio del secolo ventesimo, là -verso il 1921, i governi della borghesia lasciavan correre il femminismo -rivoluzionario --. C'era ben altro da pensare! Ma la trama ebbe termine -e potere esecutivo proprio in Lublino; si scoperse, a Lublino, ch'era -affidata... -- incredibile! orribile! -- ai cinque personaggi forse più -famosi nella Gran Repubblica: cinque glorie del pensiero e dell'opera, -emergenti dalla universale società in modo che il solo soprannome -scientifico bastava a distinguerle e celebrarle nel mondo intero: -Serenidad, Marjana, Rankness, Uebersinnlich, Prôneur. - -Queste e questi erano i congiurati a far saltare in aria il palazzo del -Direttorio e il Direttorio che v'abitava, come nell'età delle bombe -anarchiche: Serenidad, l'astronoma nata in Ispagna: l'austera, severa, -intemerata donna che quantunque fosse già vecchia proseguiva i suoi -portentosi studi su la geografia e l'etnografia planetarie; Marjana, la -scienziata fisico-chimica nata in Russia: la forte, giovine viragine che -quantunque fosse di tendenze un po' mistiche compieva stupefacenti e -positive esperienze su le monadi e gli elettroni; Uebersinnlich, il -filosofo nato in Germania, il quale sebbene fosse un po' troppo grasso -era forse il pensatore che più aveva avvicinato l'Assoluto; Rankness, lo -sportsman inglese, il restauratore della bellezza corporea dopo che gli -sport pazzeschi dei secoli decimonono e ventesimo avevano deformato il -tipo umano; e Prôneur, il francese poeta, per il quale tutto era detto -quando si diceva che era Prôneur il poeta. - -Ebbene, costoro si eran messo in mente che un ritorno alla monarchia -feliciterebbe l'Europa; una monarchia, però, di genere femminile e -femminista. E da quei pensatori che erano ragionavano così: - -Diceva Serenidad, l'astronoma: -- Le colossali, singolari, uniche opere -che si osservano in Marte non possono essere effetto che di una volontà, -di una sovranità individuale, non collettiva. Un governo di molti non -avrebbe avuta la concordia necessaria a ordinarle e a compierle. Ma se -l'individuo che in Marte comanda a moltitudini di uomini, fosse un uomo, -la civiltà di Marte sarebbe press'a poco quella di su la terra al tempo -dei Faraoni. Invece la civiltà in Marte, per consenso di tutti gli -astronomi, è più progredita che su la terra; dunque in Marte domina la -donna. Facciamo su la terra come in Marte!». - -Alla conclusione stessa arrivava per la sua via Marjana, la -fisico-chimica, sostenendo che a viver bene l'uomo deve seguire le -predisposizioni della Natura o, meglio, dell'Ente soprannaturale alla -cui legge la Natura ubbidisce: in natura (è fenomeno accertato da -secoli) le monadi prevalgono agli elettroni. - -Da che non differiva molto il ragionamento dello sportsman Rankness. -Gridava: -- L'agilità delle membra, la robustezza dei muscoli, la -consistenza della fibra hanno il fine di migliorare l'umana razza; mezzo -necessario a tal fine è piacere alle donne. Ma non si fa piacere o -servigio ad alcuno senza riconoscerne la superiorità. - -E Uebersinnlich, il filosofo: «Da secoli è accertato che la donna nella -somma delle energie psichiche supera l'uomo. Finchè la donna rimase -inferiore all'uomo nelle energie fisiche e intellettuali, un equilibrio -tra i sessi fu possibile; pareggiata la donna all'uomo nella forza e -nella cultura della mente, essa è diventata superiore all'uomo nel resto -e, per legge di evoluzione e di perfettibilità, la donna ha dunque da -predominare. - -Quanto al poeta Prôneur, egli cantava la perfezione sociale -dell'alveare: una regina; le api operaie; i fuchi riproduttori. Da -milioni d'anni -- diceva -- i fuchi son paghi d'esser fuchi. Oh che -virile gioia sarebbe per gli uomini non essere altro che fuchi! Lode ai -fuchi! Gloria alle operaie! E viva la regina! - -Or il Fraternale Governo non si era perduto a confutar cotesti -ragionamenti: ma quando ebbe in mano il tubetto che una donna operaia -deponeva nella sala del consiglio e che acceso sarebbe bastato a -sconquassar tutta Lublino, quando la donna interrogata rivelò -sorridendo, con incoscienza che un tempo sarebbe parsa eroismo, chi le -aveva dato il micidiale incarico, esso -- il Direttorio -- non indugiò a -prendere una severa deliberazione, per amore, s'intende, della Gran -Repubblica. - -La proposta di rinchiudere i rei nella casa di salute psichica, quali -delinquenti soliti, non passò; l'attentato alla salute della Gran -Repubblica non era da compatire o da compiangere come un qualsiasi -assassinio commesso per forza morbosa. Ci voleva un esempio di castigo -spaventevole. - -E con undici voti su dodici i congiurati furono condannati a morte. - -A morte? - -Ma la pena di morte non era stata abolita dalla Costituzione sociale? -Maledetta la logica!; non si poteva violare la Costituzione per punire -chi violava la Costituzione! - -Fu allora che uno dei membri governativi pensò al trovato più -paradossale che mai fosse stato fatto: al trovato del dottor Pantìfilo. - --- Bella idea mi viene! -- esclamò quel tal membro. -- Condanniamo a -morte i rei per convincere che la Gran Repubblica non scherza, e zitti e -queti facciamoli risorgere per dimostrare, dopo, che nessun governo sarà -mai più generoso della Re-So-Eu. - -E fu così che il dottor Pantìfilo ebbe finalmente cinque teste umane a -sua disposizione. Egli -- chiamato d'urgenza -- garantì che l'operazione -riuscirebbe senza fallo purchè la ghigliottina «perfezionata e multipla» -fosse eretta nella piazza della sua clinica, vicino vicino ai -laboratori: quivi si appronterebbero cinque gabinetti illuminati a luce -ultra-rossa; quivi si trasporterebbero subito subito i cinque corpi -decapitati e rinchiusi al momento dell'esecuzione in casse radioattive, -e le cinque teste mozzate e rinchiuse al momento dell'esecuzione in -altre cinque casse radioattive: poi, presto, si procederebbe agli -adattamenti capitali e alla rivivificazione dei corpi. - -Benissimo! Tutti frattanto giurarono di mantener il segreto intorno ai -propositi governativi; e i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta -di elettrogrammi annunziarono soltanto che i cinque rei riconosciuti -ordinatori della cospirazione rivoluzionaria erano da considerarsi come -messi fuori della Costituzione. - - *** - -Ma la notizia data in tal forma dispiacque, dagli Urali al Tago, dal -Capo Nord a Candia. Che intendeva significare il Direttorio con la frase -che «i rei eran da considerarsi come messi fuori della Costituzione»? -Fuori a parole o di fatto? Privati dei diritti civili e repubblicani, -soltanto? O mandati in case di salute? o piuttosto e meglio in una -vecchia carcere, in un antico ergastolo? - -Guai ai governi i quali non hanno idee chiare e edificanti! - -Se non che i cittadini di Lublino a vedere il giorno dopo, nella piazza -della Clinica, la ghigliottina «perfezionata e multipla», compresero -come il Fraternale Governo aveva, al contrario, idee molto chiare e -molto edificanti, e non dubitarono più per la sorte della Re-So-Eu. - -Pochi protestarono che con la pena di morte si violava la costituzione -sociale; pochi mormoravano: infamia! I più avevan voglia di veder in -azione la ghigliottina «perfezionata e multipla». - -E una gran folla si accalcò intorno al patibolo. Nel cielo, sopra, i -velivoli volteggiavano adagio adagio per goder con libero respiro lo -spettacolo da troppo tempo non dato. - -La funzione, del resto, non durò che pochi minuti. - -Così: i rei, in fila, ascesero il palco infame e con a lato i cinque -incaricati di deporne i corpi tronchi nelle casse radioattive, si -disposero ciascuno alla sua lunetta: dinanzi a loro, altri cinque -assistenti aspettavano l'attimo per mostrare le teste al popolo, deporle -subito nelle altre singole casse e distribuirle nei gabinetti del -laboratorio. - -Al segno del fratello boia i giustiziandi s'inginocchiarono. Essi -gridarono: «Viva la monarchia fem...!». - -E, rotta a mezzo nelle cinque bocche l'ultima parola, le esecuzioni -furono fatte, cinque in una volta, senza scuotere l'animato, alto -silenzio dell'attesa. Impossibile far meglio e più presto! Quel che -segui, s'immagina, poichè tutto procedette secondo le prescrizioni del -dottor Pantìfilo. - -Tutto? - -Quasi tutto. - -I rei erano stati disposti sul palco in questo ordine, e in questo -ordine prendendoli -- da sinistra a destra -- i loro corpi tronchi -furono distribuiti nei gabinetti della Clinica: l'astronoma, lo -sportsman, il poeta, il filosofo, la fisico-chimica. - -Invece, per una lieve svista, le teste furono portate ai gabinetti nello -stesso identico ordine, ma prendendole da destra a sinistra: la -fisico-chimica; il filosofo; il poeta; lo sportsman; l'astronoma. - -Che accadde? Pur questo è facile immaginare. E per l'ansietà della -faccenda e per la densità della luce rossa, la quale confondeva aspetti -e fisionomie, gli assistenti del dottor Pantìfilo s'accorsero -dell'equivoco solo quando spensero la luce rossa e accesero le lampade -azzurre per immergere gli operati in un sonnellino ristoratore. -Spaventati, allora corsero dal maestro, con le mani nei capelli, -esclamando: - --- Abbiamo scambiate le teste! - -Il maestro palpitò, tremò, guardò il corpo che aveva reintegrato lui -stesso e sorrise. Si era riserbata per sè la testa più difficile da -mettere a posto: quella del poeta, e vide che errore non c'era. Lì per -lì non ebbe agio a riflettere che nell'ordine dell'esecuzione il poeta, -sia contando da destra sia contando da sinistra, aveva occupato sempre -il terzo luogo; per il poeta pareva non essere avvenuto scambio. - -Ma il dottor Pantìfilo non sorrise dopo, nello scorgere che davvero al -vecchio corpo dell'astronoma Serenidad era toccato la bella testa di -Marjana, la fisico-chimica, e che il giovane corpo di Marjana ora aveva -in cima la vecchia testa di Serenidad; si mise anche lui le mani nei -capelli a riscontrar nella persona dello sportsman Rankness, l'inglese, -la testa del tedesco filosofo Uebersinnlich, e viceversa. - - *** - -Eppure i cinque corpi reintegrati in tal modo riposavano così -dolcemente! Forse sognavano d'essere a riposar in paradiso, premiati per -il loro ideale di monarchia femminile e femminista. - -Possibile che la meravigliosa scoperta del dottor Pantìfilo, in -conseguenza di una semplice svista degli assistenti, dovesse finire in -tal modo, suscitando uno scandalo enorme dagli Urali al Tago, dal Capo -Nord a Candia, disonorando l'Europa in America, in Africa, etc.? - -No! Bisognava riparare! - -E il dottor Pantìfilo (che ingegno!) si mise a sedere, riflettè, si -alzò; poi sorrise e disse ai suoi assistenti: - --- Io dimostrerò che costoro d'ora innanzi vivranno più contenti di -prima! - -Infatti egli si era già persuaso che con l'aiuto del caso aveva fatta -un'altra, maggiore scoperta; e deliberò di escludere il merito del caso. - -Come il Fraternale Governo lo chiamò a render conto dell'errore -commesso, egli parlò francamente: - --- Fratelli! Ho trovato il mezzo di render davvero felice l'umanità. -Avanti la grande rivoluzione, che diede alla società europea l'assetto -di cui tutti dovremmo esser lieti, gli uomini parevano soffrire per -cause meramente esteriori; stato economico, differenze di classi, -ambiente sociale. Tutto ciò fu mutato. Ebbene, voi avete visto, di -questi giorni, se la generosa magnanima Re-So-Eu bastò a render pago il -genere umano! No. E perchè no? Perchè gli uomini hanno il male, il -nemico, non fuori di sè ma in sè stessi. Le espressioni che corrono su -la bocca di tutti: «bisognerebbe mutar la testa alla gente», «colui, -colei non ha la testa a posto», non dimostran forse l'intuizione volgare -e secolare di fenomeni morbosi dei quali sino ad ora la psicologia e la -patologia non han conosciute le cause?: non accertano che spesso nel -corpo umano c'è un disquilibrio organico, una discordia funzionale tra -le membra o le viscere e il cervello; un contrasto fra le attività -pazienti e riflesse e la facoltà acuente e promovente, che è anche -l'attività pensante? Sì, fratelli miei! Per ridar il benessere fisico e -psichico a chi l'ha perduto, e quindi per ridar la quiete alla società, -è proprio necessario sostituir le teste a corpi cui meglio convengano; -mettere, cioè, davvero le teste a posto! - -L'assemblea governativa approvava. Ciascuno del Direttorio pensava non -ai mali della società fraterna ma ai malanni del suo proprio corpo e -alla possibilità di rimediarvi così radicalmente. - --- Con fortunato tentativo -- seguitò il dottore -- e con coscienza -tranquilla ho colto l'occasione per un nuovo esperimento. L'operazione è -riuscita a meraviglia. E considerate che io avevo solo quattro persone -da avvicendare! Il poeta ho dovuto lasciarlo tal quale, perchè le storie -letterarie attestano che quando la critica vuol correggere i poeti, i -poeti fan peggio di prima. Ma io ho resa felice Serenidad, l'astronoma. -L'illustre donna, carica di gloria per le sue scoperte, già risentiva i -malanni dell'età e perciò, senza aver coscienza di ciò, cospirava. Ora, -nel corpo di Marjana, essa raccoglie l'umana perfezione: il senno -dell'età matura e l'energia della giovinezza. - -E Marjana è pur essa felice. Quante volte i giovanili femminili disturbi -la distrassero da' suoi studi profondi e dalle scoperte intravvedute! -Quante volte ella maledisse le basse tentazioni che le scemavano la -gloria! Ora non più: ora essa, in una gioia di liberazione, affretterà -le prove del suo sublime ingegno, contenta di compensare con la fama -immortale gli anni di meno che nel corpo senile dell'amica avrà da -vivere. - -Anche Marjana non cospirerà mai più!: statene certi! - -E a Rankness, lo sportsman irrequieto, esuberante di forze, malcontento -perchè gli pareva di non trovar idoneo sfogo alle energie nervose e -muscolari, ho dato la moderazione d'un corpo ligio a una mente ordinata, -pacata e lucida; ho data la quiete individuale, famigliare e sociale -nella persona del filosofo. - -E Uebersinnlich, il filosofo? Oh dite dite!: chi meglio di lui, -irrobustito nelle membra dello sportsman, potrà vantare le delizie della -_mens sana in corpore sano_? - -A questo punto l'assemblea del Fraternale Governo scattò: applausi, -abbracci, baci. Il dottor Pantìfilo fu proclamato lo scienziato più -grande della Re-So-Eu. - - *** - -Ah povero dottor Pantìfilo! Che errore! che disastro! - -Appena usciti, perfettamente in gambe, dalla clinica, coloro che -avrebbero dovuto ringraziarlo tanto, imprecarono contro di lui. - -Primo e più forte protestava il poeta Prôneur. Il quale diceva che s'era -visto aprir dinanzi agli occhi le porte del Paradiso ma che gliele -avevano subito rinchiuse in faccia. «Appena vidi il sol che ne fui -privo!». Diceva che la gioia di sentirsi dividere con un colpo netto -- -tàffete! -- e con un fulgore di luce divina la sede della poesia dal -corpo bruto e vile è tal gioia che nessuna altra morte può darla uguale, -e andava attorno agitando una scure e pregando gli amici di rinnovargli -quel servizio. Fu necessario rinchiuderlo in una «casa di malati -psichici», cioè in un manicomio. Ma trattandosi d'un poeta geniale, non -c'era da farsene caso. Il guaio fu che lo sportsman, l'inglese, con -folli tentativi di suicidio revolverava i passanti perchè il braccio -armato sbagliava il bersaglio. Il disgraziato, capeggiando le membra del -filosofo, a ogni momento stupiva d'essere così pigro e lasso. -- What is -that?, «Che cosa è questa?» --, gridava fuori di sè. Sopratutto -l'eccitava la idrofobia delle membra disubbidienti ogni volta che gli -veniva il pensiero di far un bagno. E peggio, se possibile, si sentiva -il filosofo tedesco. Egli -- e a lui pareva cosa nuova in lui -- -asseriva che adesso ragionava coi piedi, con le gambe, con le braccia, -con tutto, fuor che con la testa, e correva e saltava di qua e di là -senza riposo. -- Was ist das? -- Sfido! Aveva le gambe, le braccia e il -resto del più famoso sportsman della Re-So-Eu! Bisognò mandarli tutti e -due a tener compagnia al poeta. - -Quanto alle due donne, oh che miseria! oh che umiliazione, che abiezione -del femminismo! - -A considerarsi sotto al capo, così diverse da quel che erano una volta, -le infelici s'abbandonarono, loro così celebri pensatrici, all'atavica -vanità del sesso, della fragilità di Eva. - -Imbellettata e ritinta l'astronoma Serenidad andava in giro invocando: --- Amore! amore! volontad! --, e chiamava i passanti susurrando: -- -Vedeste come sono bella! e piangeva disperata perchè a guardarla in -faccia le rispondevano: -- Va via, brutta vecchia! - -E tutta infronzolita e in guardinfante, per nascondere le deformità del -corpo, Marjana ora malediceva le monadi; urlava: -- Abbasso gli -elettroni! --; e ammoniva alla voluttà ideale, senza combinazioni -chimiche. Ma in segreto piangeva, minacciava d'impiccarsi. Si sentiva -così vecchia; vecchia così presto! Povera donna! - -Povere donne! le mandarono in manicomio anche loro. - -E là imprecarono più dei maschi colleghi a quella che era stata la -generosità o la vendetta della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea). - - - ---- - - - - - DELLO STESSO AUTORE - - ROMANZI: - - _L'Ave_ (Zanichelli); _Ora e sempre -- In faccia al destino_ - (Treves). - - NOVELLE: - - _Vecchie storie d'amore -- Amore e amore_ (Zanichelli); _Novelle - umoristiche -- Il zucchetto rosso e storie d'altri colori -- Il - diavolo nell'ampolla -- Faccie allegre_ (Treves); _A stare al - mondo..._ (Vitagliano); _Sotto il sole_ (Urbis). - - PER RAGAZZI: - - _Asini e compagnia_ (Bemporad); _Cammina, cammina, cammina..._ - (Treves). - - - - - Nota del Trascrittore - - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le -grafie alternative (sodisfatto/soddisfatto, Ceredoli/Cerédoli, die'/diè -e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono -stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale): - - 85 -- e saran sempre buoni amici [animici] - 89 -- Monterúmici, piaceva ed esilarava [esilerava] - 110 -- s'era sbagliato ad affezionarglisi [effezionarglisi] - 136 -- Tutti [Tutte] e due, no! - 178 -- pochi giorni dopo che Grappanera [Grappaneva] - 202 -- Mi era ben manifesto [menifesto] ora - - - - - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TOP *** - - - - - A Word from Project Gutenberg - - -We will update this book if we find any errors. - -This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/38338 - -Creating the works from public domain print editions means that no one -owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and -you!) can copy and distribute it in the United States without permission -and without paying copyright royalties. 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Information about the Project Gutenberg Literary Archive - Foundation - - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state -of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue -Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is -64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the -Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the -full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. -S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at 809 -North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official page -at http://www.pglaf.org - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary - Archive Foundation - - -Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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