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- Top
-
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost
-no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
-under the terms of the Project Gutenberg License included with this
-eBook or online at http://www.gutenberg.org/license.
-
-Title: Top
-
-Author: Adolfo Albertazzi
-
-Release Date: December 18, 2011 [EBook #38338]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: ISO-8859-1
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TOP ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni, and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
-
-This file was produced from images generously made available by The
-Internet Archive.
-
- ADOLFO ALBERTAZZI
-
-
- TOP
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-
- EDIZIONI
- A. MONDADORI
- ROMA -- MILANO
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
-
- _I diritti di riproduzione e traduzione sono_
- _riservati per tutti i paesi, compresi_
- _la Svezia, la Norvegia e_
- _l'Olanda_
-
- _Copyright by Casa Ed. A. Mondadori_
- _1922_
-
- 1º MIGLIAIO
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- INDICE
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- IL CANE DELLO ZIO PROSPERO
- LE PENNE DEL PAVONE
- LA FIUMANA
- A SANT'ELPIDIO
- L'OMBRELLO
- CI VUOL PAZIENZA!
- FRANCESCO MIO...
- SIMPATIA
- NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA
- VALENTINO E LUCILIO
- LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO
- COMPASSIONE E INVIDIA
- UN MARTIRE DELLA VERITÀ
- IL VITELLO
- ZVANÒN
- LA CASTA SUSANNA
- BUONA GENTE
- IL TESTAMENTO
- CHE COSA E' IL MONDO?
- NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU
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-
- TOP
-
- NOVELLE
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- ----
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-
- IL CANE DELLO ZIO PROSPERO
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-
- I.
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-
--- Top!
-
-Il cane seguitò per la sua strada, proprio opposta a quella da cui
-veniva il padrone -- Prospero Marzioli -- nel tornar a casa.
-
--- Top!
-
-Al secondo più forte richiamo il bracco dovè ricordarsi del castigo
-meritato altra volta facendo il sordo: una schioppettata della quale,
-più che pallini, gli restava addosso una gran paura. Piegò il capo; si
-fermò un istante, quasi a riflettere; poi accorse. E dimandava grazia
-con la coda e con gli sguardi. Se non aveva da temer lo schioppo --
-perchè si trovavano in paese --, c'era il bastone non meno spaventevole
-a rammentarne i colpi; e a vederlo già alzato -- misericordia! -- si
-comportò come soleva in tale pericolo. Una tattica tutta sua:
-s'abbatteva in terra supino, le gambe piegate e rattratte. Così salvava
-almeno il cocuzzolo e il dorso ed esponeva solo la parte del corpo più
-tenerella e più acconcia, secondo lui, a commuovere la pietà padronale.
-
-Ma quel giorno nel rivolgere la testa e il collo espose al padrone anche
-una cosa più commovente: di sotto al collare uscì una carta, un
-bigliettino che, ben arrotolato, vi era tenuto stretto da un filo. Oh!
-
-Oh! oh! Mentre il signor Prospero se ne stava tranquillo dal barbiere o
-dalla tabaccaia, Top serviva dunque da portalettere, da messaggero,
-da... A chi? Uno strappo; e, senza neppur leggere intera una parola, gli
-fu manifesto, al signor Prospero, chi commetteva il contrabbando. Non
-gliel'aveva insegnata lui, all'Elena, la calligrafia?
-
-Elena -- innamorata!
-
-Ebbe la tentazione di leggere tutto: ma si trattenne, vinto da un senso
-di profanazione e disgusto, dall'amarezza che gli salì alla gola e quasi
-dal dubbio che il suo tradimento fosse più riprovevole dello stesso
-inganno in cui gli pareva d'esser caduto.
-
-Ricompose il biglietto; tornò a legarlo; poi comandò iroso: -- Su! Via!
---; e accennava al cane la strada della missione incompiuta.
-
-E Top, contentissimo, scappò a compierla.
-
-
-
- II.
-
-
-Innamorata -- Elena! Di chi? Non gl'importava saperlo; particolare
-secondario nel fatto enorme. Questo: che la bambina di ieri, la
-fanciulletta in cui egli aveva raccolta tutta la sua affezione e una
-gioia superiore forse a quella di padre, Elena già palpitava per un bene
-segreto, celato a lui, lo zio, come a qualsiasi altro che potesse
-contaminarlo! Peggio che un inganno, quella condotta non dimostrava
-oltraggiosa diffidenza? ingratitudine? E perchè non avvertire il
-fratello o la cognata? Non ne aveva l'obbligo, Prospero Marzioli?
-
-Egli rincasò fermando questo proposito nella mente confusa. Ma non entrò
-per la porta grande: entrò per la porta del camerone che da secoli era
-usato, dai Marzioli -- razza di cacciatori -- a uccelliera, museo di
-vecchie armi, magazzino e officina d'ogni arnese da caccia. E con un
-calcio spedì la civetta a soffiare in disparte, e avanzando ad aprir la
-finestra rovesciò la panca con su le pentole del vischio e le ciotole
-dei chiodi. Quella mattina si sbagliò fin nel distribuire il pasto ai
-richiami: mise vermi e cuor trito nel beccatoio dei fringuelli; i merli
-ebbero miglio e canepa. Anche, un beveratoio gli sfuggì di mano e andò
-in pezzi. E ruppe del tutto, e quindi gettò sotto la tavola, la gabbia
-di vimini da accomodare. E passato nella camera da pranzo appena fu
-certo di non essere visto, salì nella sua camera; e adocchiò dalla
-finestra scostando un po' la tenda.
-
-Elena se ne stava là, nel cortile, all'ombra. Cuciva. -- Innamorata!
-
-Ebbene: c'era da meravigliarsene tanto? Diciott'anni; ormai diciannove;
-e una bella ragazza. Molto bella! Due occhi di una dolcezza ineffabile;
-un sorriso di anima pura; i capelli biondi...
-
-«Ah quando tu, zio, le dicevi: -- perchè ti pettini così? -- e lei
-diceva: -- perchè è di moda --, e tu ribattevi: -- non mi piaci --, tu
-mentivi: avresti voluto che nessuno la vedesse pettinata alla moda, i
-biondi capelli spartiti su la fronte bianca e serena. E quando, vestita
-di nuovo, la mortificavi: -- questa tinta non ti si confà; stai male --,
-tu ingelosivi dell'ammirazione che susciterebbe. E quando la sorprendevi
-nell'atto di specchiarsi e l'accusavi di vanità, e lei, timida,
-arrossiva quasi colta in fallo, tu dubitavi fin d'allora che verrebbe il
-giorno in cui, specchiandosi, essa non penserebbe solo a sè, penserebbe
-a chi non sarebbe certo suo zio».
-
-Dalla voce che gli parlava dentro in tal modo il signor Prospero derivò
-argomento a darsi, per minor rimprovero, dell'imbecille.
-
-«Timida? Imbecille! È timidezza l'amoreggiare e ricorrere a sotterfugi?
-valersi di strattagemmi piuttosto che confidare nel senno dello zio, se
-non della madre o del padre?».
-
-Ma l'intima voce opponeva: «Che sai tu, vissuto fuori del mondo, delle
-audacie a cui una ragazza, appunto perchè timida, appunto perchè ha
-soggezione dei suoi e dello zio, può essere indotta dall'amore? Che sai,
-tu, di quel senso di pudore verginale per cui un'anima ingenua
-affronterebbe ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede d'aver
-acquistato il senno dall'esperienza della vita? Che sai, tu, degli
-ostacoli che Elena veda per la realtà del suo sogno e della fede che
-abbia solo in sè stessa per superarli? E perchè mai la rimproveri nel
-tuo pensiero, appiattato dietro una tenda, e non le manifesti
-apertamente il tuo pensiero, il tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti
-timido anche tu? innamorato... anche tu, di lei?».
-
-Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena di laggiù e il mondo
-intero gli leggessero in faccia quest'ultima dimanda, il signor Prospero
-si tolse dalla finestra, e si accasciò su la poltrona ad ascoltarsi e a
-consultarsi.
-
-Innamorato, no, non gli pareva di essere (non gli pareva: a quarantatrè
-anni! di sua nipote!), ma geloso, sì: non poteva negarlo; non poteva
-ammettere che quella creatura bella, a cui aveva dato tanto del suo
-cuore e del suo animo, divenisse preda d'un altro, d'un indegno, forse;
-non poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore dei sommessi
-colloqui di lei, felice. Un martirio insopportabile!
-
--- Top! Vieni qua, Top! il mio Top! -- gridava Elena.
-
-E il povero zio scattò in piedi; tornò ad osservare di soppiatto. Il
-cane, di ritorno a casa, era venuto a lei; lei lo accarezzava; lo
-premiava con lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare di
-sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta.
-
-«L'ammazzo!». Ohibò! Ammazzato Top, perduta Elena, che gli resterebbe al
-mondo? Con la visione rapida e precisa di un morente, il signor Prospero
-scorse tutto il suo passato, la sua esistenza inutile. Non un amore
-serio; non una salda amicizia; nessun altro svago, altro diletto che la
-caccia; nessun altro scopo. Eppure durante diciotto anni gli era
-sembrato di vivere pienamente, nell'affetto della nipote. Elena! Elena!
-Quando, piccolina, gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe!
-quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando -- e lui fingeva di
-non accorgersene -- apriva gli sportelli delle gabbie, e i cardellini e
-i verdoni, via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei dovrebbe
-soffrire? E quando la piccolina si ostinava a non capir le lezioni, e
-piangeva, e lui s'inquietava e la giudicava poco intelligente, chi gli
-avrebbe detto: un giorno la conoscerai più furba di te?
-
-«Come avrà fatto a istruir Top? -- L'ammazzo!».
-
-Ohibò, signor Prospero! Non bastava levargli, a Top, il collare? Elena
-comprenderebbe che lo zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto.
-
-E il signor Prospero deliberò di levar il collare a Top. E, per la
-speranza di soffrir meno, prese anche una deliberazione più grave.
-
-
-
- III.
-
-
-Se, poco oltre mezzodì, lo zio Prospero non sedeva a tavola ad aspettar
-il fratello, la cognata avvertiva la domestica o l'Elena: -- chiamate il
-cane! --; e se il cane non arrivava, eran certe che lo zio desinerebbe
-in campagna e rincaserebbe solo la sera. Quel giorno dunque si
-meravigliarono a veder il cane e a non veder lui. In ritardo? Non
-tardava mai. Invitato da qualche amico? Non aveva amici che lo
-invitassero a pranzo, e quando ne avesse avuti, non ci sarebbe andato.
-Cos'era successo? L'Elena stentava a dissimulare l'angustia. Ma per
-fortuna nessuno, all'infuori di lei, si accorse che a Top mancava il
-collare; e, per fortuna maggiore, suo padre -- nonostante il fiero
-aspetto -- era l'uomo più pacifico di questo mondo. Egli si limitò a
-dire:
-
--- Chi non mangia, ha mangiato.
-
-Non sospettava di nulla. E non si meravigliava di nulla, Adelmo
-Marzioli! La spiegazione della strana assenza l'avrebbero, prima o poi:
-inutile preoccuparsene.
-
-Egli, infatti, l'ebbe prima di averci ripensato: due ore dopo
-mezzogiorno, alla Congregazione di carità ov'era segretario.
-
-Prospero gli comparve dinanzi con gli occhi semichiusi sotto le ciglia
-folte e lunghe, in un'attitudine quasi violenta per lo sforzo della
-volontà. E al fratello, che attendeva zitto e cheto, parlò con un lieve
-tremito nella voce.
-
--- Ho pensato che è meglio ci dividiamo. Io mi tengo la Valletta; a te
-l'altro podere, la vigna e la casa. Nella casa mi riservo il camerone.
-Ci mettiamo il letto; il camino c'è: mi basta.
-
--- Come vuoi -- disse Adelmo Marzioli.
-
--- Incarichiamo del rogito il notaio di qui o di Faenza?
-
--- Come vuoi.
-
--- Siamo d'accordo?
-
--- D'accordo.
-
-E Adelmo Marzioli riprese a scrivere.
-
-Se non che mentre Prospero stava per uscire successe quasi un miracolo:
-il fratello aveva qualchecosa da aggiungere.
-
--- Ehi! Senti!
-
-Prospero si voltò.
-
--- Cosa ne dirà il paese?
-
-Prospero rispose: -- Dirà quel che dico io: che io sono un uomo
-all'antica e le tue donne vanno alla moderna; che, secondo me, voi
-spendete troppo in proporzione al tuo stipendio e alle entrate, e io
-voglio assicurarmi della mia parte per quando sarò vecchio e per
-lasciarla, quando morirò, a mia nipote se non si mariterà, o se sposerà
-uno della sua condizione. È chiaro?
-
--- È chiaro.
-
--- C'è altro?
-
--- Nient'altro.
-
- ***
-
-La separazione non dispiacque neanche alla cognata. Non che Prospero le
-avesse mai dato soverchio disturbo; sempre però l'avevan tenuta in un
-certo disagio quel suo carattere scontroso e quelle sue abitudini di
-misantropo, e da un pezzo in qua egli la seccava con le osservazioni a
-ogni spesa che si faceva per l'Elena. -- Ah ah! vestito nuovo; scarpine
-nuove! oro! gioielli! Durerà? -- Dispiacere, e più che dispiacere, provò
-invece l'Elena. Come ad accorgersi di Top senza collare pensò che lo zio
-aveva scoperto la marachella, all'avvenimento che seguì pensò che lo zio
-era impermalito con lei; e dubitò d'averlo contrario nelle sue speranze.
-Avrebbe voluto impietosirlo dicendogli: -- Io le sono tanto affezionata!
-sia buono! --, o magari provocarne lo sdegno dicendogli: -- Che cosa le
-ho fatto, io? --; purchè parlasse! Il silenzio di lui l'atterriva. Ma
-non osava andar a trovarlo nel camerone; affrontarlo. Finchè ebbe
-un'idea. Dall'uscio che dal camerone metteva nella stanza da desinare la
-madre aveva tolta la grossa chiave. Elena s'avvide che per il buco della
-toppa passava una spera di luce. Allora si chinò, guardò, scorse le
-gambe dello zio andare e venire. Benissimo! E colto il momento che
-nessuno poteva udirla, fece, a voce bassa:
-
--- Zio! zio!
-
-Lo zio palpitò; volse lo sguardo intorno; e non fiatò.
-
--- Sono qui dall'uscio! M'ascolti! Una parola, zio!
-
-Egli non fiatò; non si mosse.
-
--- Io le sono tanto affezionata, e lei non mi risponde nemmeno! Cosa le
-ho fatto, io?
-
-Ma a questo punto Top, il quale giaceva nel cantuccio vicino alla
-civetta, tese gli orecchi, si alzò, precipitò all'uscio; e drizzato su
-due piedi contro di esso, si mise ad abbaiare e a guaire
-affettuosamente.
-
--- Ah Top! il mio Top! Tu sei buono! Diglielo tu allo zio che è cattivo,
-che mi fa soffrire!
-
-Cattivo? Soffrire? Era un'ingiustizia! un'infamia! Lo zio non ci resse
-più. Esclamò, ironico:
-
--- Soffri, eh, perchè ho levato il collare a Top?
-
-Poi, con sarcasmo per lei e per sè medesimo:
-
--- A far all'amore non potrebbe servirti, in cambio, il buco di una
-serratura?
-
-Nessuna risposta. Non s'udì più che il vario vocìo dei richiami. E Top
-tornò ad accucciarsi vicino alla civetta.
-
-
-
- IV.
-
-
-Non molti giorni dopo, mentre stava aggiustando gli staggi a una rete,
-il signor Prospero udì battere alla porticella di strada e chiedere
-forte:
-
--- È permesso?
-
-Nè aveva ancora risposto -- avanti! -- che un signore entrò; giovine.
-
--- Disturbo, signor Marzioli? Mio padre mi ha consigliato di venir da
-lei per...
-
--- Chi è vostro padre? -- interruppe il Marzioli senza muoversi da
-sedere e senza far complimenti.
-
--- Tarelli! Io sono Diego Tarelli.
-
-Ah! aveva dinanzi il figlio del conte; il più ricco del paese: bisognava
-riceverlo con garbo.
-
--- S'accomodi! Mi dispiace... -- affrettò cerimonioso e imbarazzato --;
-in questa stamberga..., in questo disordine...
-
--- Amabile disordine! -- esclamò, disinvolto, il giovine. -- Sapesse
-come l'invidio, signor Prospero! Lei è il più famoso cacciatore di
-Romagna! Quante volte a Roma ho pensato a lei!
-
--- A Roma?
-
--- Ci ho compiuti gli studi; e adesso sono, vorrei diventar cacciatore
-anch'io. Ecco -- aggiunse contemplando le gabbie in terra o appese al
-muro --: ecco i richiami, i cantaiuoli! Quaglie. Un merlo. Cardellini.
-Fringuelli. Un fanello...
-
--- Un frisone -- corresse il signor Prospero.
-
--- Sbagliavo: un frisone; un...
-
---... bigione.
-
--- E quante reti! Di quante sorta! Piccole, grandi, a maglie larghe e a
-maglie strette. E han tutte il loro nome, eh?
-
--- Sì. Quella lassù, distesa, si chiama aiuolo; quella accanto,
-paretella; quell'altra, è una ragna. Queste qui giù sono erpicatoi,
-diluvi. Questa che sto aggiustando è una lungagnola.
-
-Intanto Diego Tarelli cercava accostarsi all'uscio (l'uscio dal buco
-della serratura aperto); e come ci fu, volse il dorso e alzando gli
-occhi alla parete di contro:
-
--- Anche armi antiche -- disse --. Curiose!
-
-Il signor Prospero accennava:
-
--- Uno schioppetto del seicento. Una cerbottana; una balestra.
-
--- E gli ordigni, più in basso?
-
-(Com'era difficile...).
-
--- Corni da polvere.
-
--- No: intendo dir gli altri, là, a terra.
-
-(Com'era difficile infilare un bigliettino nel buco della serratura
-voltandole le spalle!).
-
--- Sono trappole; pignuole; bertovelli.
-
--- E il modo d'usarli?
-
--- Semplicissimo.
-
-Il signor Prospero andò a prendere una gabbia col ritroso per
-dimostrarla da vicino al visitatore; e questi intanto riuscì a spingere
-nel buco il biglietto che la mano dell'Elena da un pezzo era pronta a
-ricevere.
-
-Ma la faccenda non doveva finir bene. Colpa di Top.
-
-Il quale, spalancata d'un salto la porta, entrò, e a veder Diego Tarelli
-gli fece la festa dovuta a un caro amico.
-
--- Top! Top! -- Il giovine non potè fingere di non conoscerlo.
-
-Allora un sospetto balenò alla mente del signor Prospero. Strinse gli
-occhi sotto le ciglia folte e lunghe. Dimandò, cupo:
-
--- Vi conoscete?
-
--- Chi non conosce Top? Tutto il paese! Io poi ne sono un ammiratore; e
-appunto perciò sono venuto a disturbarla, signor Prospero. Me lo vende?
-a qualunque prezzo...
-
-«Me lo vende?» Ahi ahi! Cotesta dimanda, cotesta proposta, urtando nel
-sospetto che tornò a insistergli in mente, strappò, a un tratto, fuor di
-sè lo zio. Parve investir il visitatore, minacciarlo con la gabbia in
-mano. -- Vendere, io, Top?
-
-Vendere Top, la sola creatura affezionata che, perduta Elena, gli
-resterebbe al mondo, almeno per qualche anno?
-
--- Vendere il mio cane? -- ripetè più forte. -- Io? Top?
-
-E prima che l'altro potesse articolar parola, tanto era rimasto sorpreso
-da quella veemenza, seguitò:
-
--- E voi dite di essere, di voler essere cacciatore? No! -- gridava e
-gli agitava, avanti e indietro, sotto il naso, la mano sinistra con
-l'indice teso --. No! Cacciatore tu, giovinotto, non sarai mai! mai! Non
-sei, tu, che un signorino, un ricco! -- E aveva nella voce il disprezzo
-di chi accusa una brutta azione. -- Già! perchè avete dei soldi, molti
-soldi, voi signori, voi ricconi, vi credete lecito tutto: ogni
-indelicatezza, ogni sopruso, ogni usurpazione di affetti, di cose care!
-Ma ci sono delle cose che non si vendono, che non si comprano! Tientelo
-a mente, giovinotto mio!
-
-Diego Tarelli aveva lui pure sangue romagnolo nelle vene; nondimeno si
-contenne. Riflettè che aveva a fare non solo con un mezzo matto o un
-matto intero, ma con lo zio di Elena. E borbottava delle scuse.
-
--- Non credevo d'offenderla... Mi scusi... Mi perdoni...
-
--- Che scusare e perdonare! Vattene e buon giorno!
-
--- Sì! Buon giorno!
-
-Il giovinotto se ne andò chiudendo di colpo la porta.
-
-E il signor Prospero si accasciò su la seggiola.
-
--- È lui! -- mormorava --. È lui l'innamorato di Elena!
-
-Bella lezione, però, gli aveva data!
-
-Tale lezione, infatti, tale innamorato che appena fu fuori Diego Tarelli
-temè il crollo della sua felicità in causa di quel matto zio e di quel
-benedetto e maledetto cane; e corse alla Congregazione dal signor Adelmo
-Marzioli a chiedergli la mano della figlia.
-
-
-
- V.
-
-
-Confermandosi nell'ipotesi per cui si era arrabbiato, il signor Prospero
-ebbe un rigurgito di amarezza in gola; poi si sentì pieno di male il
-cuore. E si sfogò a inveire, entro di sè, contro la nipote. Stupida!
-Infatuarsi d'un Tarelli! Credere avesse buone intenzioni e si proponesse
-davvero di sposar lei! Non dubitare che egli amoreggiasse per
-divertimento! Stupida! -- Poi inveì di nuovo contro quel gaglioffo che
-lusingava, per divertimento, una ragazza onesta, la nipote di Prospero
-Marzioli! canaglia! briccone!
-
-Se non che, a pensarci, comprendeva ora come la richiesta di comprar Top
-fosse stata un pretesto e come la visita, con i salamelecchi e le
-adulazioni, dovesse avere avuto uno scopo anche più ignobile: stringere
-amicizia con lo zio; ingraziarselo, servirsi di lui meglio che del cane.
--- Ragazzaccio! Tu sei furbo, ma...
-
-Più furbo lui, lo zio!, quantunque non arrivasse a immaginar tutta la
-verità. Questa: mancato il sussidio del collare, giudicando troppo
-rischioso il gettito dei biglietti e delle letterine dal muro del
-cortile, oh che restava all'Elena se non suggerire a Diego il mezzo
-suggerito dallo zio a lei: il buco della serratura?
-
-Nè lo sfogo sollevò il signor Prospero; egli non ebbe riposo nel cuore e
-nella testa. Adesso voleva e non voleva parlar alla nipote, esortarla a
-metter giudizio o, no, tacere. Finchè l'ira di nuovo prevalse.
-
-No; l'Elena non meritava i suoi consigli! Non aveva avuto fiducia in
-lui; non ne aveva: corresse dunque al castigo; alla delusione! E, dopo
-tutto, per lei sarebbe meglio. Non s'innamorerebbe più così facilmente;
-forse non si mariterebbe mai; vivrebbe nel bene dei suoi e dello zio.
-Questo, questo egli, ora, sperava!
-
-«Egoista!» gli gridò la coscienza; e mentre si ascoltava sorpreso,
-«egoista» gli sembrò ripetessero dalle gabbie, piangendo e cantando, le
-creature schiave della sua vita inutile; «egoista!» sembrò affermar
-anche Top, che era stanco di dormire e desiderava andar fuori, in
-campagna, a caccia.
-
-Onde Prospero Marzioli, più afflitto che mai, si alzò, prese lo
-schioppo, passò il braccio nella cinghia; si diresse alla porta da cui
-il bracco l'aveva preceduto. Ma sulla soglia ristette.
-
-E tornò indietro; e venne all'uscio a figger lo sguardo nel buco della
-serratura. Non vide nessuno. Elena! Elena! Chiamarla? Non ne ebbe la
-forza.
-
-Oh! fuggire di là, in campagna, a caccia, con Top, a guarire del male
-che aveva nel cuore!
-
-
-
- VI.
-
-
-Rimase alla Valletta una settimana: tempo sufficiente perchè il vecchio
-contadino, il quale dianzi l'aiutava a tender le reti, a invischiare, o
-a batter le macchie, si convincesse che il padrone era ammattito del
-tutto. Aveva mandato a prendere i richiami, la civetta e gli arnesi; ma
-non si recarono nemmeno una volta al paretaio o nelle larghe a tirar
-alle allodole. Camminavano su e giù per i campi aspettando che il cane
-scovasse la lepre, e non sparavano un colpo; e sedevano stanchi alle
-prode dei fossi. Ivi il padrone o contemplava, vattelapesca chi e che
-cosa, oppure discorreva in modo che non l'avrebbe capito l'arciprete.
-
--- La verginità volontaria avvicina l'umanità a Dio. Lo credi?
-
--- Sissignore -- il vecchio rispondeva, fedele al principio che conviene
-dar sempre ragione ai matti.
-
--- Da che mondo è mondo la vita fu considerata come una prova dell'uomo
-e della donna per elevarsi, perfezionarsi l'anima; e l'amore, come
-s'intende dai più, fu considerato un abbassamento, un prolungamento di
-quella prova superata soltanto dalla verginità. Lo credi?
-
--- Dice bene lei!
-
-E un'altra volta, quel poveretto, tenne al contadino questo bel
-discorso:
-
--- Tu negli alberi non vedi che frasche da sfogliare, legna da tagliare
-e da bruciare; nei fiori non vedi che un ghiribizzo della madre terra;
-negli uccelli non vedi che materia da umido o da arrosto. Sfòrzati
-invece a pensare che tutte queste creature sono animate dello spirito
-che ci dà vita a noi, e starai meglio con loro che con gli uomini e con
-le donne. Lo credi?
-
-Il vecchio rispose:
-
--- Credo sia già suonato mezzogiorno. Andiamo a mangiare, signor
-padrone?
-
-Rincasando non si accorgevano, l'uno per la filosofia e l'altro per
-l'appetito, che Top era scomparso.
-
-Top, con mirabile puntualità, all'ora di desinare giungeva ogni giorno a
-casa Marzioli, dove l'Elena gli preparava la zuppa. Mangiava; dormiva;
-quindi tornava in campagna desideroso di novità.
-
-Ma ne era più desideroso, di novità, il signor Prospero. E l'ottavo
-giorno, per interrompere in qualche modo la pena protratta, riprese la
-via del paese e del camerone.
-
- ***
-
-Il trambusto di lui, là dentro, trasse l'Elena all'uscio, come egli
-aveva immaginato.
-
--- Ehi, zio! sono qui: ascolti una parola!
-
--- Elena!
-
-Mai chiamandola lo zio aveva avuto una voce così tenera; la voce di chi
-ha pianto. Aggiunse:
-
--- Che vuoi?
-
--- Ho una cosa da dirle; accosti l'orecchio.
-
--- Son qui.
-
-Un lungo attimo di silenzio. E l'Elena sussurrò:
-
--- Non mi attento.
-
--- Ah -- egli fece, pentito a un tratto d'essersi abbassato alla
-serratura --: ti attentavi però ad attaccar i bigliettini al collare del
-cane!
-
--- Bene, zio! -- mormorò pronta la ragazza --: lei adesso può star
-tranquillo; può rimettere il collare a Top.
-
-Se dal buco della serratura Prospero Marzioli avesse scorto l'universo
-quale possessione sua, tutta sua, non avrebbe provata tanta gioia!
-
-Rimettere il collare a Top, star tranquillo, non significava forse che
-l'amoreggiamento era finito? Senza dubbio il Tarelli, dopo la lezione
-ricevuta dallo zio, aveva rinunciato all'Elena. Quant'era bello adesso
-il mondo, sebbene dal buco della serratura non si scorgesse più nessuno
-e non si udisse più nulla!
-
-E ora Prospero Marzioli poteva incontrare Adelmo Marzioli senza timori e
-senza rimorsi.
-
-L'incontrò poco dopo, che veniva dalla Congregazione. Ma -- miracolo! --
-questa volta parlava prima lui, Adelmo; al solito, però, pacato e
-conciso.
-
--- Il figlio di Tarelli ha dimandato l'Elena. A San Martino si sposano.
-
-Elena -- sposa!
-
-Lo zio Prospero impallidì; diventò rosso; tacque finchè fu certo di
-poter dissimulare la passione con lo sdegno. Un lungo attimo; e
-aggrottate le ciglia, esclamò:
-
--- Non aspettatevi regali, non aspettatemi alle nozze. Sono uno da star
-a pari dei Tarelli, io?
-
-Bene. Non si commosse Adelmo; chiese soltanto:
-
--- C'è altro?
-
--- Nient'altro -- rispose Prospero allontanandosi e premendosi con la
-mano il cuore.
-
-
-
- VII.
-
-
-E rimise il collare a Top. Ma chiuse per sempre il camerone delle
-memorie e delle glorie sue e familiari.
-
-Alla Valletta -- ove dimorava in una piccola stanza simile a una cella
--- consumava molta parte del giorno leggendo o tentando di leggere.
-Aveva dato la libertà ai richiami e alla civetta; e a caccia non andava
-più che con Top, senza sparare un colpo. Nel dissidio che era in lui fra
-l'energia della razza e l'affievolimento dell'amore -- l'amore per tanti
-anni respinto -- l'amore troppo tardi conosciuto -- ora si meraviglierà
-di aver potuto incrudelir con le creature innocenti e liete eppur
-godere, nel tempo stesso, della comunione di sè con la vita naturale; ed
-ora si rammaricava d'esser così mutato, d'esser così fiaccato nel suo
-soffrire.
-
-Elena! Avrebbe voluto udir parlare sempre di lei, solo di lei.
-
-Spesso gliene discorreva il vecchio; ogni volta che tornava dal paese.
-Quante chiacchiere intorno al matrimonio Marzioli Tarelli! Che cotta
-s'era buscata quel giovine! Che fortuna, quella ragazza! Ma la meritava.
-La più bella ragazza del paese! Una bella romagnola!
-
-Già si sapeva che, il dì di San Martino, le nozze sarebbero celebrate
-con gran pompa; e dopo, gli sposi partirebbero per Roma.
-
--- Col diretto delle undici -- notò, per dire qualche cosa, per
-nascondere sè a sè stesso quasi con una prova d'indifferenza, il signor
-Prospero. Poi dimandò aggrottando le ciglia:
-
--- E di me cosa si pensa?
-
--- Qualcuno pensa che lei ha giudizio.
-
--- Perchè?
-
--- Perchè lei non approva questo matrimonio. I Tarelli han troppi soldi,
-e i troppi soldi non han mai fatto contento nessuno.
-
-
-
- VIII.
-
-
-Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero Marzioli sedeva
-tenendo lo schioppo appoggiato al ginocchio sinistro e poggiando sul
-destro il gomito si reggeva col braccio e con la mano il capo. Aspettava
-passasse il treno che portava gli sposi al viaggio di nozze. Finalmente
--- ecco -- sobbalzò. Laggiù tra gli alberi, sotto il fumo che livido
-stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria umida, egli osservava
-scorrere il convoglio, rotear via rombando.
-
-Elena! Elena! Senza voce la chiamò con tutta l'anima; invisibile agli
-occhi, la vide; la perdè: con tale angoscia che non si morse più le
-labbra per trattenere i singhiozzi. Nè allora ebbe vergogna di sè
-stesso. Gli parve allora che la derisione, lo scherno di tutti gli
-uomini non l'avrebbe offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le
-guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi solo in quella
-campagna deserta e squallida capì che di contro il dolore umano c'è
-qualche cosa di peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo scherno:
-c'è l'indifferenza di tutta la vita estranea alla nostra vita, c'è la
-separazione da noi delle infinite esistenze inconsapevoli di noi.
-
-A lui che cosa restava? chi gli restava? Un cane! L'ira lo scosse; gli
-diè l'impeto di chi cerca divincolarsi. E gridò, fremente:
-
--- Top!
-
-Top impazzava a levar passeri dal seminato, a inseguirli abbaiando; e
-non attese alla voce del padrone.
-
-Ma questa volta il padrone non ripetè l'ordine prima di punir la
-disubbidienza.
-
-Sparò.
-
-Un guaito; e il bracco cadde.
-
-Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli occhi spaventosamente
-affettuosi, ebbe da quegli occhi che si spegnevano una tremenda
-invocazione di pietà. E quasi per trovar ristoro al male atroce o fine
-all'agonia, la povera bestia piegò il collo.
-
-Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un filo, un bigliettino.
-
-E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore, lo prese. Lesse:
-
-_Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorrò sempre bene; tanto, tanto
-bene_!
-
-Ma Top era morto.
-
-
-
-
- LE PENNE DEL PAVONE
-
-
-Andar a bruscolare anche allora significava in pratica, più che la
-parola non dica, raccogliere, per bruciaglia, stipa grossa e bacchetti
-lunghi, e se nel luogo della ricerca si trovavan begli alberi frondosi
-la coscienza non escludeva qualche strappo o taglio di materia non
-secca. La massima antica che «la roba dei campi è di Dio e dei Santi»
-pareva dar diritto, allora, a portar via qualche cosa appartenente ad
-altri; e poichè oggi il diritto nuovo pare conceda di portarla via
-tutta, o quasi tutta, evidentemente la roba dei campi sarà oggi passata
-in padronanza superiore a quella dei Santi e di Domineddio: il mondo non
-cammina per nulla.
-
--- Non date danno -- raccomandava la donna del casellante ferroviario ai
-suoi ragazzi; e aggiungeva come argomento positivo alla moralità ideale:
--- Potreste buscarvi delle bòtte --. Quando però i figliuoli rincasavano
-carichi di legna o, magari, stringendo al seno un mellone o un cocomero,
-e dicevano: -- Ce l'han donato --, lei fingeva di crederlo: li vedeva
-incolumi, e «la roba dei campi...».
-
-Ma la buona donna raccomandava con maggior premura: -- State lontani dai
-borroni!
-
-Perchè a bruscolare andavan di solito lungo il Rio Rosso dove scorre più
-fondo tra più folto e più pioppi, verso monte; e non vi mancavano le
-tentazioni e i pericoli.
-
-Il divertimento alla chiusa!: togliere i travi che servivan da paratoia
-per veder la piena precipitare riscintillante, e mandar con essa -- a
-rischio di tenergli dietro -- il primo trave per sollevare dal baratro
-una fragorosa colonna di spume e di faville! E i pesci? Non si godeva a
-sorprenderli e quasi afferrarli mentre galleggiavano nell'acqua limpida
-e tremula?
-
- ***
-
-Quel giorno, dunque, i figliuoli del casellante, Mario e Aldo Sartori...
-Bei ragazzi tutt'e due, ma più il piccolo -- Aldo --, che esprimeva
-dagli occhi la letizia del sangue sano e la bontà dell'indole... Quel
-giorno, a fin di luglio, appena furono discesi dal ponte s'avviarono di
-corsa alla chiusa. Ahimè, non aveva raccolta. E il caldo era così grande
-che i pesci non comparivano, e fin i ranocchi, all'approssimar dei
-passi, tardavano a balzar giù con un tonfo e a penetrar nella melma
-dimenando le gambe e intorbidando, come d'un fumo, il breve specchio.
-Soltanto le idrometre mostravano d'esser contente a sfiorar l'acqua coi
-fili delle loro zampine, insensibili a tutto fuorchè al correre
-miracolosamente così su l'acqua, nel sole; emanazione di vita
-indifferente a tutto fuorchè al molle contatto e al moto alacre e
-incessante.
-
--- Raduna tu i bacchetti -- comandò Mario al fratello, e si adagiò a
-un'ombra. -- Io farò il fascio.
-
-Sapeva già compor le fascine a modo degli uomini. Con un vinco. Ne
-attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la
-calcava col piede, e introducendo nel cappio l'altra estremità del vinco
-la tirava e torceva in groppo sì che tenesse la presa. Poi si addossava
-il fastelletto e portandolo a dorso curvato si credeva che chi lo
-guardava lo stimasse un uomo. Perciò comandava al fratello e gli
-lasciava il vanto della fatica più umile.
-
--- Cogli tu! Presto!
-
-No e no. Aldo ne aveva meno voglia di lui. E liticarono. E si
-acciuffarono. Dei due, Mario, che percuoteva più sodo, era più facile a
-lamentarsi. Aldo resisteva finchè poteva, indi scappava con rivincita di
-boccacce e sberleffi che ne rideva lui stesso. E ridendo tornavano in
-pace.
-
- ***
-
-Da quanti secoli si ripete nei fanciulli la smaniosa gioia che dovevan
-provare gli uomini primitivi allorchè riuscivano a impossessarsi di
-qualcuna delle più liete creature del mondo? Era una vittoria su la
-natura, la quale ai volatili volle dar mezzo di sfuggire alla cupidigia
-umana, ed è tuttavia la soddisfazione di un'istintiva, atavica invidia
-per quelle creature così liete a credersi inafferrabili: tanta
-soddisfazione, tal gioia da rendere ingenua e inconsapevole la crudeltà.
-
--- Con un archetto -- diceva Mario -- si prendon le buferle.
-
-Ora i fratelli sedevano all'ombra insieme, pacificati e invogliati di
-caccia da un branco di cardellini che calando dalle fronde di sopra a
-loro eran venuti a bere e a bagnarsi.
-
--- Sono men furbe dei cardellini le buferle -- diceva Aldo.
-
--- E se ci restan, nella corda, non scappan più. Vedrai!
-
-Ma costruire un archetto non era agevole come legare un fascio di stipa.
-
-Mario piegò ad arco un ramoscello e lo tese per bene con uno spago
-doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei
-nodi, nè trattener l'uno col piòlo, che, quando la vittima capiterebbe
-su la corda, cadrebbe, e l'arco scatterebbe serrando e stringendo le
-povere gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo atroce.
-
--- Fa presto! -- Aldo sollecitava, ansioso del giuoco. -- Dove ce n'è,
-delle buferle, adesso?
-
--- Nell'acaciaia del Palazzaccio.
-
-E prova e riprova, finalmente la macchina sembrò in ordine.
-
-Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie il piccolo si accorse
-che il giorno mutava luce.
-
--- Vien tempo da piovere.
-
--- Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero nella capanna del
-vignarolo, lassù. Io non ho paura di niente.
-
- ***
-
-Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato l'archetto fra una rama e
-l'altra, non c'era più che da attendere con pazienza, zitti e queti.
-Passeri ne giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a vicenda
-dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo non poteva star fermo e tacere.
-Deluso, cominciò a insistere per tornar a casa.
-
--- Non senti che tuona?
-
-Il temporale rombava da lungi e già ne pesava, nell'afa bassa, la
-minaccia. Quando uno strano grido, come d'una voce troppo alta emessa da
-una gola troppo stretta, come d'un richiamo doloroso e selvaggio, sorse
-lì, da loro.
-
--- Un pavone!
-
--- Un pavone di quelli del Palazzaccio. Cercherà la pavona e i
-pavoncini, per ammazzarli -- disse Mario.
-
-E lo videro. Nonostante l'impedimento della coda oltrepassava svelto fra
-tronchi e sterpi. Addosso! Forandosi le mani e le guance
-nell'inseguirlo, lo spinsero contro un cespuglio.
-
--- Càvagli le penne! -- incitava il piccolo. -- Ne voglio una!
-
-Infatti come la bestia ebbe nascosto il capo nel cespuglio e pensandosi
-non più vista non si mosse più, Mario potè strapparle una, due, tre
-penne delle più belle.
-
-E nel cielo ottenebrato proruppero i lampi.
-
-Allora i ragazzi fuggirono a ricoverarsi nella capanna.
-
- ***
-
-Il capannotto del vignarolo era a sommo della riva, appoggiato a una
-quercia e contesto di frasche.
-
-Vi entrarono felici. Essere al coperto, al sicuro, là sotto, come
-fossero sol lor due al mondo, mentre la bufera si scatenava! Il tuono
-ora scuoteva cielo e terra.
-
--- È il diavolo che va in carrozza con sua moglie. -- Mario rideva; non
-aveva paura.
-
-Ma Aldo non rideva più. In fondo, dove il riparo era più saldo, sedè
-accosto al pedale della quercia e si coperse il viso con le braccia. E a
-un tratto, dal cielo squarciato piombò la grandine col fracasso della
-ghiaia scaricata dalle birocce; con un guizzo di luce abbacinante una
-folgore cadde da presso. I chicchi grossi quanto le nocciole fendevano
-il fogliame e il frascame dell'albero; alcuni penetravano di colpo nel
-rifugio.
-
--- Mamma! -- invocò il piccolo.
-
--- Non aver paura! -- ammonì il fratello. -- Ci son io; e ti copro con
-la paglia. Tieni tu le penne.
-
-Gli porse, gli mise nella mano le penne del pavone, e tornò verso
-l'entrata dov'era un po' di paglia, in mucchio. E si chinava per
-raccoglierla, per difendere con essa, dalla tempesta, il fratellino che
-chiamava la madre e piangeva; e in quell'istante si sentì investir
-tutto, rapire da una fiammata. E non capì più nulla.
-
- ***
-
-Quando rinvenne, Mario vide che il sole splendeva. Ma aveva
-l'impressione di non poter più muoversi. Con un terrore folle si sforzò
-ad alzarsi in piedi, e alzatosi gli parve di sentir il sangue rifluire
-per ogni vena e d'essere leggero leggero.
-
--- Andiamo via! corriamo a casa! -- gridò volto ad Aldo.
-
-Aldo non si mosse. Teneva il capo a terra, contro il braccio sinistro;
-tendeva l'altro braccio stringendo in mano le penne del pavone.
-
-E Mario gli si avvicinò, lo chiamò più forte.
-
-Non rispose.
-
-Tendeva il braccio destro, irrigidito, quasi volesse rendere al fratello
-le penne del pavone che il fulmine gli aveva lasciate intatte nella
-mano.
-
-
-
-
- LA FIUMANA
-
-
-Che gli asini camminando più o meno piano per la strada maestra si
-provino a prendere ogni viottola che scorgono di qua e di là, si
-capisce. La strada larga e bianca, precorrente senza limite visibile,
-suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito; e poichè sanno per
-esperienza come da colui che trasportano e che li guida e bastona ci sia
-da aspettarsele tutte -- e non sarebbe da meravigliare neppur il
-proposito, in lui, d'andare all'infinito -- essi dalle viottole laterali
-han l'illusione o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo, e
-tentano rivolgersi a quello.
-
-Più difficile è spiegare perchè anche l'asino bennato oppugni a voltar
-indietro pur nella più larga e più piana strada. Ecco. Il prudente
-auriga tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso, indi tira
-a sinistra con tanta energia che la bestia è costretta a piegar contro
-la stanga il collo, la testa, la bocca aperta dallo spostamento del
-morso, e, per esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza e
-riabbassa in fretta il randello, sì che la battuta groppa si addossa,
-rintronando e dolorando all'altra stanga -- e, nossignori, non cede;
-piuttosto che cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra
-col biroccino e chi c'è sopra. Perchè? Forse per amor proprio? punto di
-onore? dignità personale? In tal caso bisognerebbe supporre a questa
-ostinazione, a cocciutaggine così pericolosa, un ragionamento degno d'un
-uomo di carattere quale ce n'è pochi, specie al giorno d'oggi. -- Ah tu
-che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino non per bisogno, ma
--- poichè vuoi tornar indietro -- solo con l'intenzione di farmi
-faticare e di bussarmi? Ebbene, no! neanche se io debba tornare alla
-dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi alla siepe, rompermi una
-gamba, fiaccarmi l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e no!
-
-E che tale o simile ragionamento non fosse da escludere lo dimostrerebbe
-un fatto: che laggiù, quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si
-mette subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione cieca non gli
-permetterebbe di vederla, l'erba: la stizza invece, che nelle persone
-intelligenti non toglie il lume degli occhi e passa presto -- appena
-hanno avuto sodisfazione --, gli lascia dire tra sè: -- Adesso che l'ho
-vinta io, sono contento. Mangiamo!
-
-Ma quand'anche questa presunzione intellettiva nei ciuchi fosse
-esagerata, l'ostinazione loro sarebbe sempre più agevole da intendere,
-psicologicamente, che l'ostinazione dei cavalli.
-
- ***
-
-Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o --
-nella reazione ad ogni ammirazione del passato -- per contrasto al
-Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande -- allora -- e nuovo
-Mirbeau, o per incredulità delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano
-che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali
-oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi della prosodia. E si
-chiamava stupido il «più nobile compagno dell'uomo» perchè è ombroso e
-perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il
-prevalere della facoltà fantastica su la fredda ragione, che è indizio
-di genialità, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o
-poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto.
-
-Un fenomeno però della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i
-detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria?
-Fermarsi a un tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo, a
-ogni esortazione più carezzevole, a ogni più duro castigo: lì, immoto
-con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il
-di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni
-su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione
-e di padronanza, elargisce all'animale, indarno.
-
-Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con
-essa, a udirne, tra le bestemmie e gli _oh!_ e gli _uh!_ e i _va là!_
-gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo
-(carogna! -- vigliacco! o vigliacca! -- ignorante! etc), non sarebbe da
-giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo
-parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno
-non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò la causa
-fisiologica e patologica.
-
-Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso
-potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del
-correre. E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così, quale passione,
-mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per
-l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli
-manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla
-natura l'esser generoso. Quanto può, dà. Ora, l'accesso del male a che
-drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!...
-L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli
-basti il respiro, e il misero non può più muoversi!; la natura l'ha
-creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al
-dolore delle frustate, e deve star lì immoto, inchiodato, a udir il
-padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a
-tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza
-maniera di svelar il suo martirio, di chiedere pietà -- non posso più
-correre! non posso più andare! --; veder davanti a sè aperta, libera, la
-strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli o seguirli, e aver
-addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter più dar un balzo e
-avviarsi: mai più! Un cavallo! Non sarebbe -- dite -- una pena atroce
-quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero!
-Soffrirebbe meno.
-
-Invece....
-
- ***
-
-Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo
-Baio.
-
-Se capitate alla bottega -- tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra
-del Sillaro -- ove con _Sali tabacchi maiale e altri generi_ egli vende,
-fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi
-ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto
-aggiunte sentimentali per renderlo più vero.
-
--- Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia --
-narra Cenzo Dimondi. -- Sano, fido e di tanto sentimento che non
-sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo
-comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di
-settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser
-piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro,
-al ponte, e allungare il viaggio per non attraversare il fiume a guado,
-al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, nè io potevo
-immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza
-sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la
-carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo,
-taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella
-corrente più larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e... si
-ferma.
-
-Lei dice: -- un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si
-eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un
-poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse.
-
-Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso le redini, lo tentai
-con la frusta. Niente. Nessun dubbio più: era restio! Io sapevo anche
-allora che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti, un
-quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di
-qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e
-cominciò a gridare: -- Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! -- E i
-ragazzi: -- La fiumana, babbo! -- Mi diedi a frustare, prima senz'ira,
-poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella
-testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che
-non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti.
--- Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! -- La fiumana,
-babbo! la fiumana!
-
-Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli,
-chè la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e
-si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato
-anch'io. Se il restio è un male -- pensavo --, un male più grande lo
-scaccerà. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta
-tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente!
-
-Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me là in mezzo
-e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. --
-Aiuto! aiuto! -- Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a
-quel tempo. Aiutarmi in che modo?
-
-Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan
-i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue
-nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le
-onde...
-
-Stavo per diventar matto davvero; per saltar giù dal biroccino. Se salto
-giù, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!
-
-Gridai: -- I miei figliuoli! -- E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in
-due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa
-attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella
-strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della
-mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più voce; E qui,
-davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto.
-
-A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni
-nel fazzoletto. Indi seguita:
-
--- Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva
-più nè parole, nè frustate, nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo:
-non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di
-tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla
-romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il
-male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crepò il cuore.
-
-Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda:
-
--- È così o non è così?
-
-
-
-
- A SANT'ELPIDIO
-
-
--- Ed Elena Baschi, così intelligente, così bella?
-
--- Sempre lassù, tra i monti, a Sant'Elpidio, dove andò maestra la prima
-volta.
-
--- Maritata?
-
--- Nemmeno.
-
- ***
-
-La prima volta che Elena Baschi andò a Sant'Elpidio fu in un nuvoloso
-pomeriggio, al finire di settembre.
-
-Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva a salite e discese
-tra siepi alte, al di là delle quali non si scorgevano, a quando a
-quando, che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per le frequenti
-svolte anche la vista, dinanzi, veniva spesso impedita.
-
-Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari
-degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza
-cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso
-di una solitudine lunga.
-
-Finchè, dopo una calata, la strada svoltò ancora, improvvisamente... Oh!
-Meraviglioso! Allo sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso
-scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta a quell'inatteso
-spettacolo fu così repentino che ad Elena sfuggì un'esclamazione di
-gioia.
-
-La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco,
-profonda; e il fiume, svelato di un tratto, spaziava bianco nel greto,
-brillava a raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta declinava
-verde, folta, sparsa di case; e laggiù, dove le rive si distendevano a
-valle era, da una parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile
-e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una tenera frescura di erba, e
-tra gli alberi festonati di viti, in gruppi, le case del villaggio.
-Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano nello sfondo
-le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi
-svanivano in una luce cinerea.
-
--- Sant'Elpidio -- disse il vetturale.
-
-E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra di quelle chiare e
-ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno,
-una vita possente di suoni e di voci.
-
-Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi che si chiamavano e
-rispondevano; muggiti di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di
-passeri. Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima che raccoglieva
-mille anime e interrompeva mille echi, più forte e vibrante si diffuse
-il suono delle campane.
-
-Elena Baschi, commossa, pensava.
-
-Con l'orgoglio di bastare finalmente a sè stessa, con la superiorità che
-le prometteva la cultura della Scuola Normale, con la fiducia di aver a
-compiere una nobile missione non l'attendevano forse lieti giorni in
-così mirabile luogo? Non potrebbe sperare anche là d'esser degnamente
-amata? Gli otto mesi da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno,
-per lei, come la vigilia di una festa avvenire, la prova meritoria della
-felicità avvenire?
-
- ***
-
-Prese a dozzina la nuova maestra una vedova, vecchia di forse
-sessant'anni, piccola e grassa; col viso grinzoso, cotto dal sole. Gli
-occhi vivi; non brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perchè il
-vitto, abbondante e buono ai primi giorni, andò scemando in quantità e
-qualità; e nei modi la vecchia dava a vedere una rozzezza inasprita dai
-pregiudizi e dalle costumanze incivili. Così, faceva che l'ospite
-desinasse e cenasse sempre sola, sebbene la tavola fosse apparecchiata
-per due; per l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno.
-
-Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi e alle fiere del monte e
-della pianura. Era bell'uomo e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai
-primi giorni, si toccava appena la falda del cappello, senza dir nulla;
-di poi, disse, senz'altro complimento:
-
--- La saluto, maestrina.
-
-D'una volgarità stupida nei brevi discorsi, i suoi motti tendevano
-sempre ad allusioni sensuali. E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e
-fredde, da mercante speculatore e da buongustaio mutevole.
-
-Non li temeva essa, quegli occhi; l'assicurava la superiorità
-dell'intelletto e dell'animo.
-
-La turbavano, al contrario, le occhiate della madre. Quella vecchia
-espansiva e gioconda con tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei;
-non dissimulava nello sguardo come una preoccupazione continua, una
-segreta diffidenza, un'antipatia a stento repressa. Perchè? Elena
-sdegnava interrogarla.
-
-Il disgusto però le crebbe quando s'avvide che quella osservazione
-ostile la seguiva anche fuori di casa, da altri; fuori, divenne anzi
-sgarberia manifesta, dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia
-l'aspettava su la soglia della bottega per voltarle, vicina, le spalle;
-la moglie del medico condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al
-saluto chinando appena il capo e fuggendo; la sorella del sarto
-sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa... Che avevano, insomma,
-coloro? Che aveva fatto, lei, a quelle donne?
-
-Quando potè saperlo, rise. Ingenuamente la madre di una scolaretta le
-disse un giorno:
-
--- Per quassù lei è una maestra troppo giovine e troppo bella!
-
-Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia; timori d'oscuri
-pericoli.
-
-Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava, no, a rapire l'amante a
-nessuna, il marito a nessuna, il figliuolo a nessuna! Nè si curò più
-della guerra esterna.
-
-Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello
-strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui
-udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera.
-
-E la signora Filomena, la vecchia, non tardò ad accorgersi del proposito
-e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice
-la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena
-fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perchè
-scendesse a prendere un po' di sole con lei.
-
--- Venite giù, poverina! Vi farà bene. E tanto insisteva che bisognava
-accontentarla. Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo
-e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al
-fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse
-all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del
-bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci,
-o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la
-piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni
-volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lassù, là dentro, seguiva
-un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di
-volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra
-intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve.
-Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il
-becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e
-lisciava, beato.
-
-Ma già il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante
-accendeva d'una luce d'oro la montagna di là dal fiume, stupenda, la
-vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare,
-dopo, la cena dell'ospite.
-
- ***
-
-Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti
-studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed
-Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del
-futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo
-ingegno consunto in opera meschina.
-
-Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della
-desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandonò, nè le fatiche
-della scuola, nè il disagio domestico, nè la stessa mancanza di affetti
-(orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior
-male le rodeva l'anima: come un più segreto affanno; come un'aspirazione
-dell'anima spossata, e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh
-fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire!
-
-Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile
-prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno
-circonfondeva di una soavità luminosa e di una luminosa pace. E non
-comprendeva che il maggior male le veniva appunto di là, dal contrasto
-fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione
-di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola
-anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle.
-
-La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva
-l'inconsapevole consiglio che a viver bene le dava, nella persona della
-vecchia, l'umiltà. Al contrario, della consuetudine con la vecchia
-risentiva un'irritazione, un fastidio sempre più grave e ormai pari
-all'odio.
-
-Già esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era
-in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e
-cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere
-l'usato grido -- Oh... là! --, che i ragazzi le mandavano dalla pendice
-opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, così!
-
--- Pazza! -- mormorava Elena, tormentata.
-
-Pazza? O piuttosto in quella donna sopravviveva qualche cosa dell'anima
-primitiva, quando l'umanità non si era fatta estranea e insensibile alla
-natura? Naturalmente -- senza riflessione, senza contemplazione, senza
-ammirazione -- la vecchia cedeva alle stesse energie di vita, che,
-indistinte, traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi dalle
-piante, e risplendevano nel fiume, contro i monti, nel cielo. E cantava,
-così, priva di pensiero, per un ignaro irresistibile consenso del suo
-spirito alla vita universa.
-
-Se non che, al cader del giorno anche lei si raccoglieva; pensava anche
-lei. E allora soffriva.
-
-Era un presentimento, conoscendo lei pure il carattere aspro, violento,
-pericoloso, del figliuolo? o era un'oscura temenza che aveva nel sangue,
-ereditaria? o un panico per qualche recente ricordo di sanguinoso
-assalto?
-
-Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva in mezzo alla strada e vi
-restava immobile, attendendo, in ascolto. Se percepiva da lungi il noto
-trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello d'ogni altro cavallo,
-gridava forte: -- È qui! è qui! --; come annunciasse al mondo intero una
-miracolosa salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande, mentre
-Elena si ritraeva, saliva alla sua camera. Ma se l'arrivo di Agostino
-tardava o mancava, allora la madre cominciava a dolersi: -- Oh poveretta
-me! oh Madonna santa! --; e dalle parole mormorate appena acuiva la voce
-a esclamazioni angosciose:
-
--- Gli assassini! Oh Madonna santa, se me l'hanno ammazzato, il mio
-figliolo? Dio! Dio! me l'hanno ammazzato!
-
-Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita in tale ambascia, aveva
-cercato di quetarla, aveva richiesto il perchè di così atroce spavento.
-
-Con sdegno la vecchia le aveva risposto:
-
--- Non sapete nulla, voi!
-
-Ed Elena ripetendo -- è pazza! -- se ne andava a letto, tormentata
-perchè la vecchia sino a notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in
-sogno. E il mercante di buoi, quando tornava a notte tarda, sbatteva la
-porta, parlava forte tra sè; bestemmiava salendo la scala. Forse
-ubbriaco?
-
-Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio era ben chiuso.
-
- ***
-
-Passò novembre. Venne l'inverno.
-
-Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera che nevicava, la folgore,
-lo schianto tragico.
-
-Elena era già in letto, desta; e udì battere più colpi alla porta.
-
-Chi, a quell'ora? Perchè? Non poteva essere che _lui_! Non chiamava;
-mandava, _lui_ -- sì, era _lui_ --, un lamento fioco, faticoso, quasi a
-prova d'ultima vitalità.
-
-Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida che proruppero, della
-madre: -- Il mio Agostino! il mio figliolo! Madonna santa! il mio
-figliolo!
-
-Elena balzò; e intanto che si gettava indosso la veste, distingueva fra
-quelle strida atroci, incessanti, lo scalpiccio dei passi per le scale,
-il sussurro delle voci -- di coloro che lo portavano su...
-
-E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al lume rossigno della
-candela...; vide; comprese.
-
-Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan le strida; strazio,
-spasimo delle viscere materne; odio, esecrazione dell'anima materna
-davanti l'assassinio del figlio.
-
-Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando riguardava la
-tragica notte, questa sola visione della madre era rimasta evidente; ma
-del resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini d'allora, tra
-l'ombre agitate dal lume rosso della candela.
-
-E la vecchia che non voleva staccarsi di là, e i due uomini che parevano
-forzarla senza potere...; due uomini!
-
-Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava dicendo: -- laparotomia...;
-tentare.
-
-E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale fosse stata sempre là
-spettatrice, smarrita, tremante, convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei
-sola aveva fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva tratta a
-sè la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera, l'aveva minacciata --
-con che parole non rammentava -- perchè tacesse.
-
-E la madre, che aveva urlato così il suo dolore, con uno strazio di
-maternità selvaggia, era caduta a sedere affranta, in un pianto dirotto
-e cheto; povera vecchia sublime.
-
- ***
-
-Morì. E la maestra udì dire che le due coltellate se le era meritate in
-un litigio all'osteria. Quasi potesse esser giusto tanto dolore; il
-dolore della madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva ogni
-giorno, pensava commiserando!
-
-La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma sembrava impietrita
-dentro. Taceva sempre, ora; e quel silenzio, in essa di natura così
-clamorosa, commoveva più che lagrime e lagni. Non solo. O perdeva la
-coscienza della sventura cadendo per la stessa fissità del pensiero in
-uno smarrimento mentale, o con volontà ferma, con energia chiusa e
-voluttuosa la povera donna cercava d'esasperare il suo soffrire nulla
-omettendo delle antiche abitudini.
-
-E ogni sera apparecchiava la tavola, come un tempo, anche per _lui_!
-Sparecchiava, dopo, e sospirava; come soleva le sere che il suo Agostino
-non tornava a casa.
-
-Nè Elena, per quanto si provasse, riusciva a confortarla. Alle parole
-che venivan dal cuore e che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto
-bene a una donna educata, la Filomena scuoteva le spalle, sfogava lo
-sdegno brontolando: -- Siete una signorina, voi! -- Nella fiera vecchia
-il dolore pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi mandavano
-lampi d'ira: per un orgoglio barbaro. Nessuno doveva tentar di scemare
-il suo disumano dolore. Nessuno!
-
-Trascorso più d'un mese, mutò; s'intenerì alquanto; schiarì gli occhi e
-il viso attendendo alle pratiche religiose. Prima d'andare a letto
-recitava il rosario e il _Deprofundis_; ma Elena, che a seguirla nelle
-preci si era sentita costretta come da necessità, doveva non dar segno
-di compianto. Guai se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava
-bieca: non la riteneva degna di soffrire per lei!
-
-E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata dalla compassione, tornò a
-ribellarsi. Si sottrasse a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla
-fine, aveva lei di patir tanto per una persona alla quale non era stata
-congiunta che dalla sua propria sfortuna? Che compenso aveva avuto del
-suo soffrire? Che speranza poteva riporre nella convivenza con una donna
-tale; tanto diversa da lei; a lei contraria del tutto, in tutto? E si
-confermò nel proposito di partir di lassù. E cambiava discorsi e
-maniere. Non cercava più affatto le buone parole; non si rammaricava più
-che non fossero comprese e gradite le attenzioni del suo pensiero
-gentile e vigile. Divenne ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si
-meravigliava essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver forza bastevole
-per non rispondere alle richieste che la vecchia era pur costretta a
-rivolgerle; e quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso; senza
-guardare.
-
-Alla metà di giugno: via! Se n'andrebbe! La liberazione!
-
-Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse che la Filomena posava su
-di lei sguardi di nuovo indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi
-indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominciò a starle attorno
-con nuove premure, con attitudini timide, incerta tra la soggezione e la
-confidenza. Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi torti e aver
-bisogno di perdono e dimandare con gli occhi la pietà che per l'addietro
-aveva disdegnata, l'affetto che aveva respinto.
-
-Finchè, un giorno, a voce bassa, con le labbra tremule, uscì a dire:
-
--- Voi, Elena, gli volevate bene: è vero?
-
-E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle lagrime.
-
-Elena perdè d'un tratto la sua energia. Stupita, non ebbe coraggio di
-negare. Non rispose; sviò lo sguardo. E la vecchia:
-
--- Me n'ero accorta, io! E avevo paura che vi sposasse! Ma sarebbe stato
-meglio...
-
-Bel complimento! Meno male che il suo Agostino sposasse lei, anzi che
-morire ammazzato! Ma Elena non rise. Non potè riderne neppur dopo;
-perchè dopo, la vecchia si rivolse a confortar lei per confortarsi con
-lei.
-
--- Rassegnatevi, poverina! -- le diceva --. Pugni al Cielo non se ne
-posson dare. Ma il Signore è giusto; e voi sapete se era buono, il mio
-figliolo! Ah se era buono!
-
-O le diceva:
-
--- Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo rivedremo in Paradiso, il mio
-Agostino.
-
-Elena non aveva questa speranza, nondimeno taceva; non commetteva la
-crudeltà di contrariare col minimo atto l'illusione della povera
-vecchia. -- Che ignorante! -- pensava. -- Stolida! Credere che io ne
-fossi innamorata!; che desideri, io di rivederlo in Paradiso! Io!
-
-E contava quanti giorni mancavano alla chiusura della scuola, e
-sospirava l'ora che se n'andrebbe. Ma sentiva che il distacco non
-sarebbe agevole; sentiva che il dolore vincola più dell'amore e che, no,
-non invano aveva sofferto per quella povera vecchia ignorante e stolida.
-Bisognava dirle: -- Me ne vado. Vi abbandono, per sempre --. Era un
-pensiero penoso.
-
-Quando un giorno, uno degli ultimi giorni avanti le vacanze, credè
-giunto il momento opportuno a dar l'avviso. E rincasando, udì... Oh una
-cosa insana! incredibile! Al solito luogo d'un tempo, sotto al fico,
-mentre rigirava l'arcolaio, la Filomena cantava a squarciagola! Appena
-otto mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo, cantava; ripresa dal
-fervore che nel giugno pieno di vita la natura le effondeva d'intorno,
-dal cielo caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e verdi di messi,
-dai monti azzurri e solatii, dal fiume bianco e lucente. Cantava! Nè
-volgendosi sorpresa, arrossì; non si vergognò. Interruppe il canto;
-attese che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un modo...
-
-Elena s'avvicinò per dirle (tanto, non era pazza quella vecchia?), per
-dirle: -- Alla fine della settimana, parto. -- Ma prima che parlasse la
-vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a piegarsi verso di lei,
-sul suo petto, le accostò al viso le guance grinzose, la baciò su la
-fronte.
-
-Poi si scostò d'un tratto per guardarla -- oh con tutto il cuore negli
-occhi, con un affetto immenso! --, e mentre i lagrimoni le calavano su
-le grinze e sorrideva: -- Il Signore è buono -- mormorò --. Mi ha tolto
-il figliolo, ma mi ha dato una figliola. Tu, sei tu, non è vero?, la mia
-figliola!
-
-
-
-
- L'OMBRELLO
-
-
-
- I.
-
-
-Si accompagnarono, per caso, un pomeriggio del giugno, ai Giardini
-pubblici, e godettero a trovarsi coetanei o quasi. Ottantatrè, ne aveva
-l'uno -- Ceccuti --; ottantaquattro, l'altro -- Boldrighi.
-
-Bell'età!, e portata così bene da entrambi, con aspetto così vegeto,
-che, quantunque fossero molto diversi nella faccia e nella persona, ai
-loro occhi parvero assomigliarsi come fratelli. Ma risentirono
-un'impressione anche più forte a ripetersi, a vicenda, il nome.
-
--- Io debbo averlo conosciuto, un Boldrighi.
-
--- E io, un Ceccuti.
-
-Dove? quando? Poichè Ceccuti, partito non ancora trentenne da Bologna,
-vi era tornato da soli due anni col figlio pensionato delle Ferrovie, e
-poichè Boldrighi non aveva mai perduto di vista le due torri, il loro
-incontro, se era avvenuto mai, bisognava rintracciarlo qui, a Bologna,
-più di mezzo secolo addietro. Vattelapesca!
-
-Riandarono fin i tempi della puerizia, rievocarono maestri e
-condiscepoli, cercarono relazioni famigliari, investigarono nella storia
-contemporanea della città, si raffigurarono in mezzo alle maggiori
-solennità e alle più famose vicende: e niente!, lo sprazzo di luce
-rivelatrice non veniva.
-
-Eppure conservavano freschissima la memoria delle cose lontane.
-
-Pensa e pensa... A un tratto Ceccuti esclamò:
-
--- Si ricorda, lei, di una certa Rosa detta la...?
-
---... la Garibaldina! -- esclamò Boldrighi, arrossendo nelle gote
-grassottelle.
-
-Non fu un lampo: fu la folgore a squarciare le tenebre.
-
-Ah! ah! Guarda dove, come si erano conosciuti!
-
--- La Garibaldina! -- Ceccuti ripetè con le palpebre socchiuse.
-
--- Sicuro! Eravamo due dei Mille!
-
-E risero forte. Ma tosto si ritrassero da quel ricordo, che potendo
-avrebbero cancellato volentieri dalla loro biografia.
-
--- Quando si è giovani... -- fece l'uno, in tono di chi si scusa.
-
-E l'altro:
-
--- Consoliamoci che, a differenza di tanti, noi siamo ancora qua a
-raccontarci le nostre pazzie.
-
--- Ah sì! Io sto benone; sano di spirito e di corpo.
-
--- E io? Chi lo crederebbe? Io non ho mai avuta una malattia grave.
-
-Ne aveva avute, invece, Boldrighi; ma gli eran giovate a depurargli il
-sangue.
-
-Poi: moderarsi in tutto; rinunciare quasi a tutto; questo era da un
-pezzo la norma di Boldrighi, per mantenersi vegeto.
-
-Ceccuti scosse il capo.
-
-Moderazione in tutto; ma non rinunciare quasi a nulla: questa invece la
-norma sua.
-
-Così, egli beveva anche adesso vino buono a colazione e a desinare;
-faceva una deliziosa pipatina dopo colazione e dopo desinare. E si
-manteneva in gamba!
-
-Di fuori Porta Saragozza, ove abitava, il giorno andava in centro, e la
-sera veniva ai Giardini e rincasava sempre a piedi.
-
--- Il moto è la vita.
-
-Boldrighi scosse ora lui il capo, disapprovando.
-
--- La macchina quando è vecchia bisogna risparmiarla.
-
-Niente Bacco e niente tabacco! Egli campava di latte e ova; e per andar
-a casa, in via Mascarella, prendeva il tram a Porta Santo Stefano e il
-tram di Piazza. Una passeggiatina e boccate d'aria libera bastavano a
-impedir che la macchina arrugginisse.
-
-Discordavano, insomma, nel regime igienico; ma li allietava a un modo la
-convinzione di aver trovata la via per campare il più possibile e bene.
-
--- Il mondo non mi è mai parso bello come adesso -- affermò Ceccuti.
-
-E Boldrighi canticchiò:
-
--- Sempre allegri e mai passiòn!
-
-
-
- II.
-
-
-Quella tarda amicizia fu per i due buoni vecchi una nuova fiducia a
-vivere. Sin dal principio avevano compreso che la presenza dell'uno
-testimonierebbe agli occhi dell'altro il suo proprio benessere, e che il
-rimanente viaggio sembrerebbe loro anche più agevole e grato a compierlo
-insieme. Perciò vedersi ogni sera divenne, più che consuetudine,
-necessità.
-
-Giocondamente, seduti al solito luogo ai Giardini, si riferivano le
-liete memorie, escludendo le tristi o solo accennandole; si
-meravigliavano di casi consimili; scoprivano conformità di carattere, di
-azioni, d'idee. E non discorrevano di politica.
-
--- Non vogliamo guastarci il sangue.
-
--- Vogliamo andar d'amore e d'accordo.
-
--- Si sta così bene al mondo in pace e quiete!
-
--- Sempre allegri e mai passiòn!
-
-Forse la decrepitezza comporta il più intenso desiderio di esistere e
-concede ogni giorno, ogni ora, ogni minuto il piacere di quel desiderio
-esaudito, come per miracolo, per singolare grazia di Dio, o per giusta
-predilezione della sorte?
-
-Una quasi sola apparenza vitale nasconde il disfacimento del corpo, e
-appunto allora l'istinto della conservazione esulta in un placido
-egoismo; la morte è dietro le spalle, e non si vede; non si vede il
-limite estremo perchè già un piede v'è sopra: e prevale sensibile di
-continuo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la sodisfazione di chi si
-scorge superstite in una strage e di chi dall'aspra realtà
-dell'esistenza attinge una illusione non interrotta di vago sogno.
-
-Ma guai se contrasti e sospetti sottentrino a risvegliare e tener
-sveglia l'apprensione della fine imminente!
-
-Quei buoni Ceccuti e Boldrighi non avevano presentito l'amaro che in
-fondo a tanta dolcezza amichevole condenserebbe l'emulazione istintiva,
-la gara, tra ingenua e insana, a chi dei due campasse di più, fosse
-anche, il di più, un anno solo. E il dissidio che doveva corrucciarli
-era appunto nel regime adottato per campar un pezzo. Cominciarono a
-guardarsi chiedendosi dentro: -- Sta meglio lui di me? Sarebbe meglio mi
-mettessi anch'io a latte e ova? -- Oppure: -- E se bevessi anch'io
-qualche bicchiere di vino? se dessi anch'io qualche fumatina per aiutar
-lo stomaco a digerire?
-
-Nel dubbio, tentavano dissimulare sempre più i disturbi e gli acciacchi,
-e lo sforzo si manifestava nell'aspetto. Allora riprendevano fede e
-pensavano guatandosi l'un l'altro: -- Mio caro, come siete brutto, oggi!
-Se non mutate usanza, tocca a me cantarvi una _requiem_!
-
-Ma la consolazione non durava; tornava presto il dubbio, il sospetto,
-l'apprensione. E a poco a poco provarono il bisogno di sfogarsi,
-convinti, come erano, che ogni tentativo dell'uno per condur l'altro al
-suo metodo riuscirebbe vano.
-
-Presero a contraddirsi, a polemizzare; insistenti, caparbi. Le dispute
-diventarono presto diatribe; e per non mostrarsi deboli cedendo, quando
-uno era messo alle strette, insolentiva; e l'altro ribatteva.
-
--- Sissignore!
-
--- Nossignore!
-
--- E io vi dico di sì!
-
--- E io vi dico di no!
-
--- Con voi non si ragiona. Ostinato più d'un mulo!
-
--- E voi? È inutile consumare con voi il ranno e il sapone!
-
-Non tacevano finchè non dicevano a un tempo:
-
--- Basta! -- Basta!
-
-E Ceccuti prendeva e leggeva (senza occhiali) il giornale o il libretto
-delle spese quotidiane, e Boldrighi con la punta del bastone imprimeva
-su la sabbia la fisionomia di un asino (senza occhiali) e ci faceva
-sotto un bel C affrettandosi però a cancellare il disegno prima che
-l'amico se ne avvedesse.
-
-Quando l'orologio alla chiesa di San Giuliano suonava le otto sorgevano
-in piedi; s'accompagnavano, sempre zitti. E alla barriera si separavano
-con un freddo «buona notte».
-
-Boldrighi andava adagio alla Porta di Santo Stefano ad attendere il
-tram, e Ceccuti marciava lungo la circonvallazione, alla volta di Porta
-Saragozza.
-
-Il dimani passavano ore di pena a rimeditar i dibattiti, le
-provocazioni, le accuse, le offese, le difese. Borbottavano: -- Stasera
-non ci vado. Già, se ha un po' di amor proprio, non ci andrà nemmen lui,
-ai Giardini: gli ho dato del mulo -- gli ho dato dell'asino! --
-Bisognava finirla! Rottura!
-
-Ma un'intima voce rimproverava: «Anche tu però...»; e il rammarico
-cresceva a disgusto, mutava in pentimento.
-
-Giunta l'ora solita, non resistevano più; sentivano che il loro ultimo
-legame era indissolubile; cedevano quasi a un destino. E andavano.
-
-Quello che arrivava primo, e aspettava, pareva seder su le brace;
-guardava fisso alla nota parte o sbirciava di tratto in tratto. Che
-ritardo! L'amico non veniva. Impermalito davvero? Ammalato? morto? Non
-avrebbero mai creduto di volersi tanto bene!
-
-Ah eccolo, finalmente! E si sorridevano da lungi. Ceccuti ilare, a
-qualche passo dal sedile, chiedeva in dialetto adottivo: -- Cossa
-gavemo, de novo?
-
-E Boldrighi, se l'atteso era lui:
-
--- Siam qui, vecchio amico! --; e incolpava il tram, del ritardo.
-
-Come era bello non serbar rancore, andar d'amore e d'accordo!
-
-Se non che... L'asserzione più innocente, fermata e contraddetta
-d'improvviso, dava l'appiglio al nuovo litigio.
-
--- Alta di statura la Malibran? -- No, press'a poco come la Galletti. --
-Cesare Rossi superava Salvini nell'_Otello_? -- Bestemmia! -- Ugo Bassi
-parlando al popolo si cavava gli occhiali? -- Non li portò mai gli
-occhiali! -- Pietramellara conte? -- Non era nemmeno nobile!
-
-E non si pensi che questi e simili intoppi fossero cosucce da
-strigarsene tosto, perchè la Malibran, ad esempio, conduceva a questione
-di musica; i grandi attori tiravano in ballo le grandi attrici, dalla
-Ristori alla Duse, giudicate anch'esse con giudizio opposto; e Ugo Bassi
-e Pietramellara trascinavano i contendenti nel campo della politica da
-cui avevan giurato star fuori.
-
-Così una volta Boldrighi si lasciò trasportar a tal segno che si mise a
-gridare: -- Gente, correte! Costui qua diventa matto!
-
-E Ceccuti una volta osò agitar la destra in faccia all'amico dicendo: --
-Se non aveste un anno di più...
-
-
-
- III.
-
-
-Finchè, al principio di settembre, un ombrello intervenne a risolvere
-tutte le questioni.
-
-Era stata una giornata calda come d'agosto; non un fiato d'aria nemmeno
-all'approssimare del tramonto; non una nuvoletta in quella chiarità
-biancastra.
-
-E Boldrighi apparve all'amico, che l'aveva preceduto ai Giardini,
-recando un ombrellone nero invece del bastone dal manico di corno.
-
--- Nevica! -- gli urlò contro, dal sedile, Ceccuti, e rise.
-
-L'altro sedè soffiando.
-
--- Prima di notte, pioverà.
-
--- Chi ve l'ha detto?
-
--- I miei piedi.
-
--- Oh! guarda dove voi tenete la scienza!
-
--- Più sicura della vostra, che l'avete in testa.
-
--- Io so che il barometro è alto.
-
--- E io so che il barometro sbaglia.
-
-Si capisce dall'esordio come il colloquio procedesse quella sera; ad
-argomento scientifico, con urti e cozzi di opinioni intorno
-all'influenza atmosferica sui calli, i budelli, i nervi ecc., intorno
-alla pressione e alla densità, dell'aria ecc.; intorno al gracidar delle
-rane e al pizzicar delle mosche ecc.
-
-In cognizioni di tal sorta Ceccuti superava e discorreva con più lena;
-ma, pur interrompendo di quando in quando, Boldrighi se la spassava a
-considerar il cielo verso sud-ovest. A un tratto indicò là e disse:
-
--- Vedete?
-
-Si offuscava la montagna sotto un cielo divenuto plumbeo.
-
--- Calura; nient'altro che calura! -- l'amico oppose.
-
--- Non sentite? Lassù tuona! -- insistè Boldrighi.
-
-Ebbene, non ci poteva essere elettricità nell'aria anche senza vapore
-acqueo?
-
-Ah i segreti della natura! ah i misteri della fisica! Tuonare anche a
-ciel sereno, o quasi!
-
-Boldrighi lasciava dire. Aspettava con un sorrisetto ironico sotto i
-baffi; poichè vedeva grosse nuvole avanzare in fretta, aderendo; sempre
-più nere nel mezzo e livide ai lembi. E il tuono rombò forte ad ammonire
-Ceccuti che smettesse di far lezione.
-
-Ceccuti tacque. Poi, per non confessarsi vinto riattaccò. Disse, acido:
-
--- Voi non siete di buona razza; portate l'ombrello e andate in tram. I
-Romani conquistarono il mondo a piedi, e ombrelli non se ne sognavan
-nemmeno. Quando pioveva, e si bagnavano, facevano come faccio io:
-andavano a casa ad asciugarsi, bevevano un bicchiere di vino, e a letto
-a sudare! Capite?
-
--- Voi fate proprio così? -- Ora Boldrighi, nell'ironia della dimanda,
-nascose il suo pensiero. Aveva deliberato di cedere l'ombrello a lui,
-credendo gli spiacesse rinunciare, per il temporale, alla passeggiata
-igienica; ma giacchè l'amico non aveva paura di bagnarsi, anzi ci
-avrebbe gusto a far il Romano, l'ombrello, egli, lo terrebbe per sè. E
-avendo l'ombrello egli non aveva bisogno di scappare come quelli che da
-ogni parte dei Giardini trottavano a rifugiarsi in città.
-
-I goccioloni cominciavano a mordere la polvere; eppure nessuno dei due
-voleva esser primo ad alzarsi in piedi. Finchè una saetta guizzò,
-scoppiò poco lontano. Allora scattarono, si avviarono.
-
-Alla barriera Ceccuti ristette a guardar in alto.
-
--- Non piove più; spruzzola, dicono i toscani.
-
-Dunque: -- buona notte! -- E s'incamminò impavido per la sua strada, a
-passo da bersagliere.
-
-Ma Boldrighi ebbe un senso di rimorso e attese.
-
-Pochi istanti dopo si aprì la cateratta; l'acqua precipitò con furia.
-
--- Ceccuti! Aspettate, Ceccuti! -- Boldrighi si diè a gridargli dietro,
-e si mise a inseguirlo con l'impeto di una smania riparatrice.
-
-Correva, il vecchietto, stupito lui stesso di aver le gambe ancora così
-svelte.
-
--- Fermatevi! Aspettate, Ceccuti! L'ombrello servirà a tutti e due!
-
-Ma l'altro tirava innanzi senza badargli.
-
-Pensava: -- Si stancherà, tornerà indietro; e io mi riparerò sotto la
-Porta Castiglione.
-
-Se non che d'improvviso ebbe un dubbio; un senso di rimorso anche lui. E
-si voltò.
-
--- Siete matto a correre così, voi? Suderete! vi prenderete un malanno!
--- urlava.
-
-La compassione lo inchiodava, il buon Ceccuti, ad aspettar sotto lo
-squasso.
-
-E nell'atto che Boldrighi, il quale non ne poteva più, porgeva
-l'ombrello all'amico, una raffica rovesciò l'arnese, e nel frangente
-rimasero a inzupparsi, stretti insieme, come pulcini.
-
-Quasi non bastasse, il tram su cui pure il camminatore impavido si era
-rassegnato a salire, tardò parecchi minuti, che parvero secoli, e sotto
-la Porta Castiglione spirava un vento freddo e violento.
-
-Poveri vecchi! Si sentirono gelar il sudore addosso.
-
- ***
-
-... Nè la polmonite, che si buscaron tutti e due, doveva lasciar tempo
-all'uno di cantare una _requiem_ all'altro.
-
-
-
-
- CI VUOL PAZIENZA!
-
-
-
- I.
-
-
-Dopo i saluti, così affettuosi che tolsero subito d'imbarazzo il suocero
-e la suocera, il colonnello avrebbe voluto salire alla sua camera. Ma
-prima dovè far la conoscenza della cagnetta, che si era precipitata
-dalla cuccia per abbaiargli contro, e del gatto che la signora in gran
-fretta aveva salvato da un prevedibile assalto della nemica
-raccogliendolo maternamente nelle sue braccia. Ah i fasti della Lillín e
-di Rossello! Che peccato, però, non andassero d'accordo e i loro litigi
-sconcordassero talvolta anche la coniugale armonia del signor Astolfo,
-protettore dell'una, e della signora Amalia, protettrice dell'altro!
-
-Poi ci furon da ammirare i vasi di limoni, l'orto, il giardino. Sette o
-otto limoni pendevano gialli dai ramoscelli di nuovo in fiore; più in
-là, una dozzina di riquadri, uguali e grandi poco più di un metro,
-contenevano i fagiuoli e i pomodori, le cipolle e le patate, l'indivia e
-la lattuga, le carote e le pistinache: di qua dalla siepe, peri nani e
-susini promettevano -- se non sopravvenisse una nebbia o un'aria fredda
--- quindici o sedici susine e pere.
-
--- Ma niente ciliege quest'anno! -- lamentò il signor Astolfo. E
-sospirando avvertì che le fatiche, le cure, le pene del coltivare
-gravavano tutte su di lui. I contadini avevano ben altro da fare, ora
-che le braccia mancavano!
-
--- Tutto io!
-
-La natura maligna insidia essa stessa ogni suo bene, col malume, con la
-peronospora, con la ruggine, coi bigatti, con i gorgoglioni, i pidocchi,
-le formiche, le forfecchie, le lumache, le arvicole, le talpe. Ma lui
-combatteva senza paura: pompa e soffietto, solfato di rame e tabacco,
-fosforo e trappole. Guerra in veste da camera e berretto da ciclista!
-
-E venne la volta del giardino: vari i gerani; belle le rose; odorosi
-anche troppo i nasturzi.
-
--- Brava! Bravo! -- ripeteva il genero sorridendo. Pensava:«Non sono
-forse felici questi due vecchietti, che hanno saputo impiccolire così la
-loro esistenza, mitigare in tal modo il loro egoismo?». E quasi gli
-doleva d'esser venuto a turbarne la pace e a rinnovar in loro, con la
-sua presenza, il ricordo dell'unica figlia perduta dieci anni addietro.
-
--- Bravo te! -- mormorò la suocera tirando fuori a stento il _te_ e
-accompagnandolo da un sospirone.
-
--- Bravo voi! -- esclamò il suocero alzando e battendo la mano su la
-spalla del genero --. Colonnello a quarant'anni!
-
-L'ufficiale allora chiarì il perchè aveva chiesto la loro ospitalità
-durante la breve licenza. Aveva un certo lavoro da finire, in quiete. Ma
-non si dessero pensiero di lui (e se ne eran dato tanto, con tanta
-soggezione, avanti che arrivasse!); non si distogliessero dalle loro
-abitudini: proprio come se lui non ci fosse. A servirlo e ad aiutare la
-domestica c'era l'ordinanza: un ragazzo che sapeva far di tutto, anche
-il cuoco.
-
--- Sentirete che dolci! -- E dire che al suo paese, in Romagna, faceva
-il fabbro! Divenuto attendente, si era comperato manuali e ricettari, e
-tra le cannonate aveva imparato a comporre pietanze. «Ci vuol pazienza!»
-era il suo motto.
-
-«Ci vuol pazienza!» -- il soldato raccomandava a sè stesso e agli altri
-quando le bombe e la mitraglia gli rovesciavano le casseruole e
-mandavano all'aria i disgraziati còlti in pieno.
-
-
-
- II.
-
-
-Ed ecco, mentre il colonnello parlava voltandogli le spalle, avanzar
-l'attendente, per il prato.
-
-Dopo due o tre passi si fermava e s'inchinava. Sorridendo fino alle
-orecchie nella faccia tonda, guardava i padroni di casa e pareva dire:
--- Riverisco! Ossequi! Ci vediamo, eh, finalmente? Staremo allegri!
-
--- Buon giorno! Buon giorno! -- salutavano, in risposta, il signor
-Astolfo e la signora Amalia, sorridendo anche loro.
-
-Ma con un dietro-front il colonnello chiamò: -- Monterúmici! --; e seguì
-una trasformazione istantanea.
-
-Su l'attenti, con la faccia seria e irrigidita, gli occhi fermi e fieri,
-il soldato si pose, corpo e anima, agli ordini del superiore.
-
--- Porta la valigia su, nella mia camera, e aspettami!
-
-Un cenno del capo, e via!; il soldato partì, sempre senza parlare.
-
--- Non la troverà, la camera; non sa quale sia -- osservò la signora
-Amalia, avviandosi per seguirlo. Il genero la trattenne.
-
--- La troverà; non dubitate!
-
-E infatti poco dopo Monterúmici si affacciò alla finestra, a sorridere e
-a strizzar l'occhio.
-
--- Ci piglia in giro tutti quanti? -- la signora sospettò e disse,
-rimasta sola col marito.
-
--- Non credo, è un tipo ameno: nient'altro.
-
-Del tipo ameno se ne udirono tosto i passi, a precipizio giù per le
-scale; e comparve su la porta con un paio di scarpe. Sollevandole con la
-sinistra per mostrare com'erano infangate, e agitando la destra in atto
-di spazzolare, parlò:
-
--- Cinque minuti! -- E aggiungendo: -- Ci vuol pazienza! -- scappò verso
-la cucina.
-
-Ma non v'era ancor giunto che la cagna, entrata per la porta opposta,
-gli si avventò contro, ad abbaiamenti furiosi. Egli non si spaventò, da
-uomo avvezzo a peggiori assalti ed attacchi. La paventò invece il gatto,
-che stava facendo colazione, e balzò su la credenza. Su la credenza
-(tutto ciò avveniva in pochi secondi) era un castelletto di piatti, e
-all'urto... Misericordia! Fu come se la casa intera andasse in frantumi!
-Urlava la serva, le mani nei capelli; urlava la signora Amalia
-arrivando, a braccia levate e aperte; urlava il signor Astolfo
-chiamando: -- Lillín, Lillín! -- E la Lillín seguitava a tempestare,
-sorda anche alla voce del padrone, sempre più arrabbiata contro
-l'intruso.
-
-Solo lui, Monterúmici, non fiatava; quasi non fosse nemmeno spettatore
-del disastro. Seguitava nella faccenda per cui aveva i minuti contati. E
-compiuta che l'ebbe, passò davanti alla signora in disordine, le diede
-un'occhiata al capo, s'accorse o si accertò che portava la parrucca,
-guardò serio ai cocci, disse: -- Ci vuol pazienza! -- e volò su per le
-scale.
-
-
-
- III.
-
-
--- Pazienza un corno! -- brontolava il signor Astolfo, cui finalmente
-riuscì di portar la cagna nella camera da desinare, -- Un danno grande!
-per colpa di quel gatto senza cervello! Stupido! Cretino! Imbecille!
-
-La moglie lo udì, e apriti cielo! Maledetta la cagna! Così stupida che
-non conosceva neppure le persone amiche di casa, così imbecille che non
-sapeva nemmeno d'esser bianca e andava a fregarsi contro le calderine e
-anneriva e insudiciava da per tutto; così cretina e ignorante da
-compiacersi dello spavento che incuteva in una povera bestiola.
-Animalaccio -- la cagna -- ostinato come un mulo, ineducato come un
-asino. Intollerabile!
-
--- L'ammazzo! la voglio ammazzare! -- la signora gridava, ormai fuori di
-sè.
-
-Quando, nella scena che volgeva al tragico, sopravvenne, discretamente,
-Monterúmici. A inchini e a sorrisi entrò, domandò la parola, disse:
-
--- Ci penso io, signori! Fra due o tre giorni la Lillín e Rossello
-saranno amici per sempre. Prometto, garantisco: sissignori! Vedranno!
-
-
-
- IV.
-
-
-Due o tre giorni? Sarebbero stati pochi al compimento di una difficile
-impresa; troppi al compimento di un miracolo. E questo avvenne il giorno
-stesso, nel pomeriggio.
-
-Col dito contro il naso, per raccomandar silenzio, il soldato condusse
-la signora alla cuccia, ove, l'uno accanto all'altra, placidamente
-dormivano la cagna e il gatto.
-
-Oh stupore! Oh commozione!
-
--- Astolfo! Corri a vedere! Corri!
-
-E il marito venne adagio adagio, dall'orto, con la zappettina in mano, e
-rimase a bocca aperta.
-
--- Come avete fatto? -- chiedevano a Monterúmici.
-
-Egli scosse le spalle. Sorridendo significava: se tutte le difficoltà,
-le questioni a questo mondo fossero di tal fatta! Ma:
-
--- Ci vuol pazienza!
-
-E -- a udirne la relazione -- il miracolo incuriosì anche il colonnello,
-quando discese, lieto del suo lavoro. E su l'uscio della stalla chiamò:
-
--- Monterúmici!
-
--- Pronto! -- (con la striglia in mano).
-
--- Come hai fatto a domesticare quelle due bestie feroci?
-
-Rispose senza esitare:
-
--- Io con la quiete non posso dormire. Ho bisogno, per dormire, delle
-cannonate. Il farmacista invece mi ha dato delle polverine; e io ne ho
-data una...
-
-Il colonnello scoppiò a ridere. E si avviava. Se non che l'attendente
-balzandogli davanti e mettendosi in posizione, seguitò:
-
--- A svegliarsi e a vedersi vicini si meraviglieranno anche loro, di
-essersi così amicati, e saran sempre buoni amici: vedrà!.
-
--- Ho capito! ho capito!
-
-Non era un bel matto?
-
-Quante volte però, non molto tempo di poi, all'orecchio dell'ufficiale
-dovevan tornare quelle parole: «Io con la quiete non posso dormire».
-
-
-
- V.
-
-
-Nè i due vecchietti erano felici, perchè il dolore del mondo varcava il
-breve confine della loro solitudine.
-
-La lettura del giornale, di cui avrebbero potuto fare a meno e non
-potevano, lasciava in loro un turbamento, un senso indefinibile -- più
-che di sgomento -- di pena e di pietà, e dicevano, senza saperlo, delle
-cose profonde.
-
--- Con tanta miseria d'intorno, fra tanto soffrire, si ha quasi rimorso
-di vivere tranquilli; pare che Dio ce ne debba tener conto per
-castigarci anche noi, presto o tardi.
-
--- A star qui, lontano dagli orrori della guerra, si comprende che non
-ne possono aver tutta la colpa gli uomini che si dice potessero
-evitarli; ci deve essere una causa più remota; un destino che di quando
-in quando, di tempo in tempo, si inasprisce, diventa più crudele, si
-accumula come una forza perversa e prorompe.
-
-Il colonnello a udirlo dir ciò, guardava stupito il suocero, in veste da
-camera e berretto da ciclista; guardava stupito la suocera nella cui
-fronte, sotto alla parrucca, balenava una luce di intelligenza ancor
-viva e per le cui guance grinzute cadevano, a parlar della guerra, le
-lagrime. Essa diceva, volta al marito:
-
--- Ogni sacrificio, piccolo o grande, ha il suo compenso; ogni dolore,
-il suo conforto. Se Iddio ci concedesse di vivere fino a quando il mondo
-avrà bene, dopo tanto soffrire!
-
-Rincresceva al genero di averli giudicati egoisti; già comprendeva il
-dispiacere che avrebbero il dì che li lascerebbe, e vedeva come si erano
-affezionati all'attendente.
-
-Monterúmici, del resto, meritava quella benevolenza. Nell'orto, in
-giardino, in cucina: prestava mano da per tutto; tutti lo desideravano;
-e dalla stalla il cavallo lo chiamava nitrendo; e lui, la cagna e il
-gatto ora sembravano tre creature nate per campar d'amore e d'accordo e
-ruzzare insieme. Ma ahi! Rossello una mattina disparve. Forse lo sviava
-una pratica fuor di stagione? O piuttosto si era accorto ed era stanco
-del bromuro che l'amico seguitava a propinargli?
-
-Due giorni stette assente. Poi, di ritorno, ne fece una delle sue.
-
-Sedevano a desinare; la signora volgeva le spalle alla finestra aperta.
-D'un balzo quell'animale, e senza il minimo segno di avviso e prima che
-anche gli altri se ne avvedessero, le saltò su le spalle. Come percossa
-in ogni nervo, lei die' un grido; ed allo scossone, per mantenersi
-saldo, Rossello si afferrò dove potè: un'unghia si impigliò nella
-parrucca, la tirò, e un mezzo cranio nudo fu scoperto agli occhi
-dell'attendente, che serviva a tavola.
-
-Egli non rise, ma non potè contenersi, e la bieca occhiata del
-colonnello valse solo a fermarlo a mezza strada:
-
--- Ci vuol...
-
-
-
- VI.
-
-
-... pazienza. Sissignori! la virtù degli uomini savi, non degli asini.
-
-Monterúmici non chiariva a parole questa sua opinione; la manifestava
-con gli occhi. Nel dubbio però di non spiegarsi abbastanza, volle darne
-anche una prova, un giorno, a suo modo. Con fare guardingo si accostò
-alla signora Amalia, che stava a cucire nel giardino, e le porse una
-fotografia. Era di una donna giovine, belloccia.
-
--- Bella! La vostra fidanzata? chiese la signora.
-
--- Mia moglie!
-
--- Oh! Voi avete moglie?
-
--- E come! -- Aggiunse serio: -- Tutta fuoco!
-
-L'altra fu costretta a ridere; e lui:
-
--- Può credere che non me le abbia fatte, non me le faccia?
-
-E a significar la cosa portò la destra alla fronte, col pollice, il
-medio e l'anulare riversi. Indi riprese il ritratto, scosse il capo e
-conchiuse, andandosene:
-
--- Ci vuol pazienza!
-
-Non solo, Monterúmici, piaceva ed esilarava per quel contrasto manifesto
-fra la sua natura gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi
-l'angelo custode fosse sempre lì a dirgli: -- Abbi giudizio --, ma
-piaceva anche per un contrasto meno appariscente, d'ingenuità e
-furberia. Se era furbo! Conoscendo il punto debole in tutti -- goloso il
-colonnello; parsimoniosa la signora Amalia; il signor Astolfo,
-delicatuccio, e invidiosa la domestica -- traeva argomento da queste
-disparità di carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia di
-psicologo nel mentre che accontentava tutti con la sua valentia di
-cuoco.
-
-Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano, sempre uguali, le
-lodi.
-
--- Appetitoso! -- il colonnello giudicava. E la suocera: -- Fatto, si
-può dire, con nulla! -- E il signor Astolfo: -- Proprio adatto al mio
-stomaco!
-
--- Merito vostro che l'avete cotto -- il soldato protestava rivolto alla
-cuciniera, tutta contenta.
-
-E una mattina Monterúmici si presentò alla signora con l'attitudine un
-po' impacciata di quando aveva da chiederle le uova e lo zucchero.
-
--- Signora: domenica al mio paese, si mangiano i ravioli. Siamo di
-festa!
-
--- Ho capito. Volete che li facciamo anche noi.
-
-Egli scosse il capo.
-
--- Vorrei una grazia più grande.
-
--- Cioè?
-
--- Che lei dimandasse al signor colonnello di lasciarmi andar a casa
-sabato. Tornerò lunedì, coi ravioli. Sentirà!
-
-La licenza fu data. Il sabato Monterúmici partì, tranquillo e giocondo
-al solito.
-
-Ma il cavallo, la cagna e il gatto, se avessero potuto parlare,
-avrebbero forse detto che l'amico li aveva salutati di nascosto, in un
-certo modo...
-
-
-
- VII.
-
-
-Il lunedì mattina i giornali recavano da Fontanelice questa notizia:
-
-«Il soldato Pietro Monterúmici, essendo tornato a casa improvvisamente e
-avendo còlta la moglie in intimo colloquio con un compaesano, ha ucciso
-a colpi di pugnale il drudo. Poi si è costituito ai carabinieri».
-
-... Ci vuol pazienza!
-
-
-
-
- FRANCESCO MIO...
-
-
-Aveva tanta sensibilità e fantasia così primitiva, tanta cedevolezza
-alle impressioni e ingenuità di commozioni che gli bisognava umanare
-tutte le cose; e se queste doti bastassero da sole a fare un poeta,
-sarebbe stato un poeta ammirato fors'anche dai critici e dagli editori,
-ricco e felice. Mancandogli quel che gli mancava era invece
-soprannominato Mattucco, e campava di piccole mance e di carità.
-
-Di solito, badava ai birocci e alle birocce che si fermavano davanti
-alle osterie e alle botteghe del paese, e, deriso dagli uomini, si
-intratteneva in seri colloqui con i buoi, i cavalli e gli asini.
-
-Delle bestie interpretava a meraviglia i moti del cuore e del cervello,
-per non dire l'animo e le idee; e nelle bestie trasferiva l'animo suo e
-il suo pensiero con semplicità adeguata: poteva così indovinarne e
-riferirne a sè stesso, a voce alta e chiara, domande e risposte. E chi
-si doleva con lui del padrone manesco, e chi dei tafani tormentosi, e
-chi del carico soverchio. Capitavano mamme che avevano il vitellino o il
-cavallino o l'asinino a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli
-ne ammirava l'affezione; le consolava. Capitavano manzoli o puledri
-irrequieti, ed egli ne rimproverava i capricci; li esortava ad esser
-bravi. Capitavano vecchie rozze, e il dialogo assumeva una simpatia
-fraterna.
-
-Se per improvviso miracolo uno di quei buoi o di quei cavalli o di
-quegli asini avesse acquistata davvero la favella, a discorrere con lui
-non avrebbe potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli gli
-attribuiva.
-
-Nè avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno mostruoso: gli sarebbe anzi
-parsa la cosa più naturale del mondo, appunto per quell'intima
-cordialità di rapporti fra lui e gli animali.
-
-Rari i malintesi; e dopo, più amici di prima! Per poco non gli toccava
-la cornata, o il calcio, o il morso che era rivolto a una mosca proterva
-o a un'ombra fugace o a un'avversione istantanea? Chiarito l'equivoco,
-subito la pace era fatta; sancita, magari, da un bacio.
-
-Gli uomini, invece!
-
-Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni, proteste, minacce,
-offese, violenze. Senza tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle
-strade, dalle case giungevano all'orecchio dello scemo voci d'irosi
-dissidi, di contratti stentati, di promesse strappate a forza, di
-inganni scoperti a caso; di frodi; di tradimenti; d'infamie; e nel suo
-cervello, sì tenero alle apparenze e alle sensazioni della vita
-estranea, la turbolenta umanità si confondeva tutta in un litigio unico,
-tremendo, continuo, enorme, insopportabile. Che cattiveria! Ne soffriva
-sebbene non ci avesse nè arte nè parte, e con i nervi eccitati e il
-batticuore si rifugiava al convento, là, fuori di porta.
-
-A mezzogiorno i frati gli davano un mestolo di zuppa, e l'ingollava
-seduto sul gradino, alla cella di San Francesco. Dormendo, dopo, sul
-gradino, chetava in sè il tumulto della vita sociale; e risvegliandosi e
-rialzandosi restava a conversare un po' col santo, che lo rincorava, da
-buon amico anche lui, nei dialoghi immaginari.
-
-_Pater, Ave e Gloria._ Poi Mattucco tornava in paese, a intrattener le
-bestie -- che bontà! --, e a paventar gli uomini -- che cattiveria!
-
-
-
- II.
-
-
-Sotto il portico, a un lato della chiesa francescana, era la cella del
-Santo e della Pietà.
-
-La Madonna, assisa su di un masso, reggeva il capo al divin figliuolo e
-piangeva: giaceva, morto, il Signore; livido e sanguinante. E, separato,
-di contro, San Francesco con la faccia benigna volta a coloro che
-sopravvenivano, tendeva la destra accennando al sacrificio e con un
-mesto sorriso significava ai visitatori giudiziosi:
-
--- Guardate e pregate, fratelli!
-
-I visitatori guardavano e talvolta pregavano. E poichè le statue erano
-colorate al vivo, alte come persone vere e umane nel sacro aspetto, e
-l'ombra inclusa nel portico e l'interna penombra della stanza
-accrescevano il senso del dramma arcano, qualche cuore rimaneva preso e
-compunto. Alle preghiere seguivano le offerte.
-
-Raccogliendo queste a intervalli, fra' Pasquale, portinaio e sagrestano,
-lasciava tuttavia alcuni soldi in terra a esempio e invito ad altra
-elemosina; e così la carità del Signor morto e di San Francesco rendeva
-abbastanza bene.
-
-Or avvenne che lo scemo si destò un giorno dal solito riposo mentre due
-monellacci osservavano dentro la cella, e dicevano tra loro:
-
--- A un'asta impegolata in cima, i soldi s'attaccherebbero.
-
--- E i frati? E fra' Pasquale?
-
--- Hai ragione. Meglio starne alla larga, da quell'accidente!
-
-Temevano il bastone dei frati, non il sacrilegio, i gaglioffi! E se
-n'andarono. Lo scemo, però, aveva capito. Canaglie, che idea! Rubare a
-San Francesco! i soldini di San Francesco! -- E stette là, immoto, come
-immersa l'anima in un pensiero profondo. Pensava con faticosa
-connessione d'idee:
-
--- Elemosine. -- A chi vanno? Chi se le gode?
-
--- Soldini e... bicchierini: soldini e pane.
-
-Poi Mattucco guardò alla statua del santo quasi si aspettasse di vederla
-turbata. Ma no: non aveva perduta l'abituale bonomia: anzi sembrava che
-il dolce sorriso s'effondesse vieppiù dagli occhi per le guancie.
-
-San Francesco parve dire -- e Mattucco disse infatti per lui:
-
--- Son da compatire anche i bricconi, se i frati non fan le cose giuste!
-Fra' Pasquale non aiuta chi n'ha più bisogno.
-
--- È vero -- aggiunse Mattucco da parte sua. -- A me non mi dà mai un
-soldo.
-
--- Prendine -- gli disse San Francesco. -- Adesso hai imparato come si
-fa.
-
--- Prenderne? E l'inferno?
-
-San Francesco sorrideva sempre. -- Non ci son io a farti perdonare; io,
-San Franceschino?
-
-Ma lo scemo non era ancora persuaso. Dimandò:
-
--- E fra' Pasquale? Se mi arriva addosso quell'accidente?
-
--- Non c'è qui il Signore con la Madonna a proteggerti, a difenderti
-dalle bastonate?... _Pater Ave e Gloria._
-
-Allora Mattucco recitò le orazioni. E si avviava, persuaso, per andar a
-cercare l'asta e la pece.
-
-Ricordandosi però di quanto avveniva tra gli uomini, in paese, tornò
-indietro a stringere il patto, a prender garanzia.
-
--- D'accordo? Siam d'accordo, San Franceschino mio? Sì? proprio davvero?
-
--- D'accordo!
-
--- Parola?
-
--- Parola di galantuomo!
-
-
-
- III.
-
-
-Fra' Pasquale non tardò ad accorgersi del furto, sebbene avvenisse a
-intervalli lunghi; e di quando in quando, nel tempo che aveva libero,
-stette in agguato dietro la porticina della cella.
-
-Ed ecco, un pomeriggio, vide entrar l'asta per l'inferriata e
-contemporaneamente udì una voce che diceva:
-
--- San Franceschino mio, son qui! Ho voglia d'un bicchier di vin buono.
-Voi badate a fra' Pasquale.
-
-Chi era il ladro! Lui, Mattucco, rubava! Povero mendico! E chi gli aveva
-insegnato il tiro? O forse la sete del vino gli aveva aguzzato
-l'ingegno? A ogni modo la scoperta fe' sbollir subito l'ira al
-francescano; gli mise la voglia di seguitare il gioco per divertirsi. E
-pronto, in tono soave, senza mostrarsi, fece:
-
--- Ah Mattucco! Mattucco! Io sonò il tuo protettore, il tuo San
-Franceschino, e tu mi rubi le elemosine? Credi proprio che all'inferno
-ci si stia bene?
-
-A queste parole lo scemo rimase stupito. Stupito, non spaventato. Non
-sbigottisce al portento: San Francesco ha parlato? La cosa più naturale
-del mondo! Ma gli è incredibile quel che ha udito, da lui.
-
-Come? Il Santo adesso lo rimprovera? lo minaccia? E il patto conchiuso
-fra loro? La parola data: parola di galantuomo?
-
--- All'inferno! -- séguita con tono cupo il frate. -- Povero te!
-
-L'altro non si muove. Cerca chiarirsi in testa questo misterioso
-mutamento. Mancar di parola, adesso. Perchè mai?
-
-Ah che pur troppo la trova la spiegazione! Sì: i santi furono uomini; e
-mutano di parola come gli uomini litigiosi e falsi!
-
-E lo scemo s'arrabbia; e tutte le contumelie che ha appreso per le
-strade, per le osterie e nel mercato a mortificazione di chi manca ai
-patti, le scaglia contro San Francesco. E si spiega:
-
--- Vergogna! Rimangiarsi la parola data! E pretender fede dai
-galantuomini, dai poveretti! E tradire! E chiamar in aiuto il diavolo,
-un santo!
-
-Ma nella sua ira c'è, più profondo, il dolore; c'è l'amarezza di una
-delusione crudele; c'è una disperata angoscia. Gli pare, a Mattucco,
-d'impazzire! Un santo! Traditore! Oh!
-
-Che mondo! Che onore! Che infamia! Oh scappar via! via! Scappare
-lontano, per sempre! fuggire dove non s'inganni e si tradisca! Non
-vedere nè un uomo, nè un santo, mai più! Via! ... Dove?
-
-
-
- IV.
-
-
-Si diede alla campagna. Bello vagare qua e là lungo i sentieri ombrosi o
-per le strade solitarie; bello mansuefare con le buone maniere i cani
-infuriati e chiamar con voci infantili i vitellini e i puledri; bello
-intendersi con le stelle o ridere con la luna.
-
-Alle case le donne che lo riconoscevano gli chiedevano qual disgrazia lo
-avesse colpito; quali dispiaceri avesse. Una volta la sua faccia era
-così allegra! Adesso invece era così magro!
-
-Si schermiva; ricevuto il tozzo di pane, scappava rapido. E finchè
-poteva resistere, preferiva la fame a mendicar dalla gente.
-
-Ma ahimè! Mentre egli sfuggiva alla vita degli uomini, altra vita
-sfuggiva a lui. Quella sua sensibilità, quella sua intimità con gli
-animali e con le cose, comportabile nei limiti del paese, nel mondo
-sconfinato diventava faticosa troppo; un continuo sforzo; un esaurimento
-lungo e mortale.
-
-Ed era tanto debole!; pativa la fame. E più che per la fame, pativa
-perchè in quel lento mancare di sè a sè stesso pareva venirgli meno il
-mondo, che già viveva con lui e di lui. A poco a poco gli si estingueva
-l'energia animatrice, povero Mattucco!
-
-Un giorno giacque sotto un olmo in un campo deserto. Guardava con gli
-occhi languidi davanti e d'intorno, e non ci si trovava più. Tutte le
-cose ora vivevano per sè sole, in un egoismo mostruoso, in una
-indifferenza spaventevole, con una incuranza spietata.
-
-Il grano alto e giallo aspettava l'ora di compiere il suo destino E si
-godeva il suo ultimo sole; il trifoglio si beava di essere tutto in
-fiore; le viti, distese fra gli alberi, bevevano i raggi ardenti e si
-mostravano intente solo a produrre; gli olmi o avevano molli dedizioni
-delle fronde più alte alle carezze dell'aria, o restavano immobili,
-alcuni in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in una gravità
-solenne, come se muovendosi temessero -- egoisti anch'essi -- di nuocere
-a ciò che loro solo premeva: il nido che nascondevano nel folto. Nel
-cielo, a volo rotto i cardellini passavano rapidi e giulivi non
-conoscendo che la loro esistenza; non altro vedendo dell'universo che la
-loro letizia. A due a due, le farfalle apparivano e sparivano in una
-felicità lieve lieve, bianca e silenziosa; e le formiche, lì, in oscura
-fila... Che da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero uomo? Peggio
-per lui se era nato uomo!
-
-Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non aveva da mangiare. E fin la
-terra gli pareva incresciosa di sostenerlo, perchè s'assopisse,
-quietasse nel sonno l'inedia, lo struggimento del totale abbandono,
-l'affanno dell'intero esilio in cui s'era perduto.
-
-Quand'ecco fra i rami, proprio sopra al suo capo, vivacemente:
-
--- _Francesco mio!..._
-
-Come ferito al cuore, nella rimanente vitalità, Mattucco s'alzò in
-piedi. Come il vinto che raccoglie le forze estreme per ributtare
-l'ultima viltà prepotente, l'ultimo scherno, si chinò ad afferrare un
-pezzo di zolla; e l'avventò con un grido osceno in alto. E al crepitìo
-della polvere tra il fogliame, il fringuello volò ad un altro albero. E
-di là:
-
--- _Sì sì sì: Francesco mio..._
-
-Allora lo scemo ricadde e si mise a piangere.
-
-Ma Colei che soffriva per il più atroce dolore umano, china nella
-penombra sul figlio livido e sanguinante, gli apparve; egli la scorse
-che piangeva tra le sue stesse lagrime. E parlava:
-
--- Si sì sì, Francesco mio... Questo poverino muore, per te. Chiamalo!
-Fa che torni a prender la zuppa al convento: se no, muore, il poverino!
-
-Ah Madonna santa! ah Madonna buona! Comprendeva lei, aveva compreso lei
-il torto di San Francesco, il male che aveva fatto!
-
-Diceva soave:
-
--- Vieni, Mattucco. Ritorna. Francesco mio ti dirà: «Sei qui?».
-Francesco mio! Francesco mio!...; e fra' Pasquale t'accoglierà, buono,
-tra le sue braccia, e ti darà un mestolo di zuppa.
-
-
-
- V.
-
-
-Arrivò estenuato al convento.
-
--- Son qui -- disse con voce fioca, con un sospiro, affacciandosi alla
-cella del Signor morto; e guardò.
-
-Ma San Francesco...
-
-Ah! troppo a lungo il misero poeta scemo era rimasto fuori dalle
-illusioni antiche, troppo evidentemente la realtà si era sottratta alle
-sue fittizie animazioni!
-
-Guardò; e vide sol quello che tutti vedevano, quel che vedevano i savi:
-San Francesco, muto, accennava al Signor morto, solo per dire: --
-Pregate, fratelli. -- Null'altro. E la Madonna era anch'essa una statua
-muta. E il Signore, una statua. Null'altro! Null'altro! E tutte le cose,
-tutte le creature che egli aveva creduto vivessero come egli viveva, con
-i suoi pensieri, con il suo sentire, gli si presentarono, di subito,
-agli occhi e alla memoria, mute, senz'anima. Era finita! Finito
-l'incanto, si spegneva l'universo. Finito l'incanto, Mattucco diventava
-savio, e moriva davvero.
-
-Si trascinò alla porta; tirò la corda del campanello; si abbandonò
-esanime nelle braccia di fra' Pasquale.
-
-
-
-
- SIMPATIA
-
-
-Bontà e forza: con questo temperamento e carattere ce n'è ancora della
-gente nelle nostre campagne; temperamento e carattere dell'italiano
-pretto nel pensiero e nelle vene. Esempi? Eccone uno, assunto dalla più
-umile verità.
-
- ----
-
-La guerra aveva fruttato insoliti guadagni anche a Leonardo Morini,
-l'«ovarolo», ma aveva privato anche lui della sua pace. Fino a
-settantadue anni era vissuto senza grossi guai; senza invidiare chi
-aveva famiglia; contento della salute che gli permetteva d'andar in giro
-a piedi per le campagne e ai mercati a guadagnar commerciando
-onestamente; contento d'aver messo da parte qualche risparmio; contento
-d'abitare solo e libero in una soffitta. Ma al mondo ci sono dei
-misteri. Perchè fra tante case e cascine, che visitava da anni e anni,
-non trovava differenza, e andando all'Olmello si sentiva un che nel
-sangue, come se andasse da gente del sangue suo? Perchè fra tanti
-ragazzi, che in quelle case e cascine s'era visti attorno in tanti anni,
-non aveva fatto nessuna differenza e a Celso, il figlio della non bella
-e piagnucolosa Assunta e d'un contadino tanghero quale Stefano
-dell'Olmello, aveva preso a voler così bene? E perchè Celso fin da
-bambino gli correva incontro con un lume negli occhi e con un sorriso
-che per lui nessun altro bambino aveva mai avuto; un sorriso di
-riconoscenza, quasi d'intimo riconoscimento? Perchè quando gli altri
-ragazzi erano cresciuti ai suoi occhi nella giusta misura dell'età,
-Celso gli era parso diventar così presto un bel giovine robusto, e più
-bello e più robusto e sano di tutti gli altri?
-
-E perchè al dispiacere e al compiacimento insieme di quando Celso era
-andato soldato, gli era seguito in cuore un contrasto di tanta passione
-quando la gran guerra scoppiò? Forse perchè era stato soldato lui pure e
-aveva combattuto nel '59? O forse era una legge: la legge del mondo e
-degli affetti umani imponeva che egli, che era figlio di nessuno e non
-aveva voluto esser padre, cercasse nella creatura d'altri l'affezione
-filiale che non aveva potuto provare, sentisse per la creatura d'altri
-l'affezione paterna che non aveva potuto provare. O era piuttosto una
-condanna, un castigo. L'egoismo d'una esistenza quasi intera doveva alla
-fine essere scontato da affanni per amore di estranei, doveva risolversi
-in una espansione di affetto che comprendesse tutti i sentimenti
-ignorati.
-
-In verità, allorchè il vecchio Leonardo, reggendo con un braccio il
-cesto da riempire di uova e poggiandosi al bastone, curvo come se avesse
-sulle spalle il peso della strada percorsa e volesse conquistare anche
-col petto la strada da percorrere, a passi piccoli e frettolosi arrivava
-all'Olmello, recava in cuore la tenerezza di un padre buono, la bontà di
-una madre tenera, un'ansia fraterna, un desiderio di amico unico, una
-cristiana voglia di confortare, un bisogno di consolarsi consolando.
-
--- Che nuove avete? -- chiedeva, rialzato il capo, fermo a mezzo
-dell'aia.
-
-Talvolta gli davan da leggere una lettera, gli mostravano una cartolina.
-Non perciò egli s'allietava del tutto. Troppo l'infastidivano le
-lamentele della madre e l'impenetrabile aspetto del padre. L'Assunta,
-che donna! Non intendeva che la guerra era la guerra.
-
-E Stefano taceva. Che uomo! Due parole in un'ora; e da ignorante. Pareva
-avesse il figlio in un'impresa tenebrosa e le tenebre fossero entrate
-nel petto a lui, dove gli altri ci hanno il cuore, o nella testa, dove
-gli altri ci hanno il cervello.
-
--- No! -- pensava Leonardo. -- Un padre non dovrebbe essere di ghiaccio
-o di macigno. No! Una madre non dovrebbe essere di ricotta. Che gente!
-
-E si proponeva di non ricomparir all'Olmello prima che fossero passate
-due o tre settimane e le galline avessero fatto assai ova. Vi tornava
-invece dopo due o tre giorni. Ma se ne pentiva sempre; ripartiva sempre
-con quell'uggia, quell'amarezza di un bene deluso, quel disgusto di non
-essere compreso e di non poter ridurre pari al suo l'animo del padre
-rude e della madre dolente.
-
- ***
-
-Un brutto giorno, un giorno che la nebbia bagnava i panni addosso e
-stillava dai rami, e i passeri, negli alberi, rabbrividavano sotto le
-penne arruffate, Leonardo entrò nel campo da fuori della carraia. Co'
-suoi passettini rapidi e il suo bastone, discese lungo il ciglio erboso
-alla volta di Stefano che stava affondando il fosso. A vederlo, il
-contadino attese, il piede sul vangile e le mani a sommo della vanga.
-Perchè il vecchio non era andato in casa, prima, dalla donna? Ma il
-contadino non mosse voce. Guardava senza anima manifesta, e aspettava. E
-il vecchio col freddo nell'anima sorrise appena appena e disse:
-
--- In paese si discorre d'una gran battaglia.
-
-Stefano aspettava immobile.
-
--- Si parla di molti feriti; di molti morti. Ma speriamo...
-
-Poi Leonardo tacque.
-
-Allora il padre chiese come non avesse udita l'ultima parola:
-
--- E lui?
-
--- Eh! Innanzi che si sappia che ne è stato, di Celso, se l'ha scappata,
-come io spero, correrà un po' di tempo.
-
-L'altro ebbe negli occhi un'accensione d'ira; ebbe uno sguardo bieco,
-quasi di odio; ed esclamò forte:
-
--- Cosa siete dunque venuto a fare?
-
-Cos'era venuto a fare? Leonardo non dubitò che il silenzio, lo sguardo,
-la violenza mal repressa e la dimanda di colui significassero una
-tremenda angoscia costretta in sè da una timidezza o da una energia
-quasi selvaggia, esprimessero la pena di dover aspettare troppo a lungo
-una notizia atroce. Pensò:
-
--- Che bestia!
-
-Cosa era venuto a fare? Non lo sapeva chiaramente nemmeno lui, povero
-vecchio, il perchè era accorso subito dal paese: era accorso perchè il
-cuore l'aveva portato: ecco. Bisogna dirle, domandarle certe cose? Per
-dare una parola di speranza, se non per riceverla, era venuto; per
-prepararsi il cuore con loro, se mai...
-
-E impermalito, Leonardo stava per rispondere: -- Non verrò più a
-disturbarvi -- quando dall'alto del poggio (Stefano si era rimesso a
-vangare) l'Assunta chiamò, invocò:
-
--- Leonardo! Leonardo!
-
-Egli le andò incontro; sorridendo, al solito, disse:
-
--- Sì. C'è stata una battaglia. Ma -- aggiunse -- niente paura! Avete
-avuto cattive nuove? No. Dunque...
-
-La donna lo fissò prima di piangere; per l'apprensione improvvisa ebbe
-negli occhi un insolito acume, e chiese:
-
--- Ne siete sicuro, ch'è salvo?
-
--- Sicuro del tutto..., oggi com'oggi...
-
-E lei rompendo in singhiozzi, disperata, con la voce di chi impreca:
-
--- Ma allora, cosa siete venuto a fare?
-
- ***
-
-Poichè dunque non s'intendevano; poichè lo rimproveravano invece di
-ringraziarlo, Leonardo giurò, sul serio questa volta, che all'Olmello
-non lo rivedrebbero più, se Celso non tornasse a casa.
-
-E soffriva, il vecchio, a pensarci; e ci pensava sempre. Sperava. E
-quando sperava, si immaginava Celso così lieto d'esser scampato alla
-morte, così felice di riabbracciare i suoi, che non ne restava più, del
-suo bene, per il vecchio amico. Nè il rancore e l'uggia gli cessarono
-come si diffuse la voce che con parecchi morti del paese era rimasto
-ferito Celso dell'Olmello.
-
-E passò quasi un mese; e Celso gli scrisse lui, a Leonardo, che ormai
-guarito del tutto veniva in licenza.
-
- ***
-
-Il giorno che gli aveva scritto di tornare il vecchio andò alla stazione
-per tempo, al mattino; e sì che il diretto che credeva porterebbe il
-reduce arrivava a un'ora del pomeriggio! Essendo freddo, camminava su e
-giù per il marciapiedi, fin che la mano gli si gelava sul bastone e
-l'aria gli aveva tagliato abbastanza le orecchie.
-
-Entrava allora nella sala d'aspetto a scaldarsi alla stufa. Ma non
-potendo resistere al tanfo di chiuso, usciva di nuovo.
-
-Passò un treno merci. S'arrestò, più tardi, un treno omnibus. E, dopo,
-una tradotta. Da questa Leonardo vide scendere un soldato; poi non vide
-più nulla perchè aveva visto che era lui. Nella sua mente confusa, nel
-suo animo sbalordito fu come l'imminenza d'un destino che si compieva...
-
-E a sentirsi dire: -- Voi qui, Leonardo? --, a sentirsi abbracciare, a
-sentirsi chiedere: -- E i miei? --, tornò in sè ma non per rispondere:
-per ridere, ridere di contentezza. Pareva ebbro.
-
-Intanto alcuni conoscenti attorniavano il giovine, e mentre questi
-scambiava qualche parola il vecchio si fe' largo, lo tirò per una
-manica; e sollecitava:
-
--- Andiamo, Celso! A casa! Via!
-
-Nè volle attraversare il paese.
-
--- Tua madre ha pianto tanto...; tuo padre... Bisogna andar subito a
-casa! A casa! Via! Presto!
-
-Per i campi, volle che andassero, soli, liberi. Felice!
-
-E quando fu sicuro che nessuno glielo rapirebbe, Leonardo si fermò un
-istante; alzò lo sguardo incontro allo sguardo del giovine; chiese:
-
--- E lassù?
-
-Celso si mise a parlare della guerra; senza esagerazioni.
-
-Ai Casetti, s'interruppe. Disse: -- Due salti, e vado a salutar la mia
-bionda.
-
--- T'aspetto -- fece l'altro. E l'aspettò lì, al freddo, tossendo.
-
- ***
-
-Ma a casa, quando arrivarono finalmente a casa, Leonardo ebbe la
-rivelazione. Dal modo con cui il ragazzo si comportò con i suoi, capì
-che non s'era sbagliato ad affezionarglisi tanto, e dal modo che i suoi,
-del ragazzo, si comportarono, capì che li aveva mal giudicati.
-
-Celso si stringeva la madre al petto con la forza d'un bambino e la
-chiamava: -- la mia mamma! la mia vecchia --; e la baciava non sazio.
-Indi rivolto al padre, che gli disse -- gli disse solo: -- Sei qui,
-Celso? --, contenne con un visibile sforzo la commozione e disse, disse
-solo:
-
--- Come state, pa'?
-
-Finalmente era chiarito il mistero!
-
-Sì: il difetto della madre era la troppa tenerezza, e durezza il difetto
-del padre; ma il vecchio comprese che si comportavan così anche per una
-reazione vicendevole e involontaria, e comprese che il difetto dell'uno
-e dell'altra si eran temperati nell'animo di Celso a una virtù che lui,
-povero vecchio, aveva sentita senza rendersene ragione. Era la stessa
-sua virtù istintiva: bontà e forza.
-
- ***
-
-E quel giorno Leonardo si ammalò. La notte la casigliana che abitava una
-stanzaccia attigua alla sua l'udì tossire e vaneggiare. Faticosamente,
-nei giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale: sedeva sui
-gradini e, sorpreso, fingeva di star là a perdere il tempo; per non
-parer mal ridotto, cantarellava piano piano. La tosse lo riassaliva
-secca, soffocante.
-
-Celso che non dubitava fosse ammalato, non veniva in paese; preferiva
-far all'amore ai Casetti con la bionda. Rincasando, però, dimandava ogni
-volta: -- E Leonardo non s'è visto?
-
-Arrivò all'Olmello un pomeriggio. Con la tosse, sudato, affannoso,
-affranto.
-
--- Il ragazzo dimanda di voi -- l'Assunta gli disse. -- Lui sorrideva.
-Chiese delle uova.
-
-Di ritorno col cesto, l'Assunta gli disse anche, senza piangere, che il
-ragazzo presto ripartirebbe. Senza piangere! E Stefano quel giorno parlò
-di molte cose. Stefano parlò!
-
-Ma il vecchio non aveva nemmen più la forza di meravigliarsi. E se
-avviandosi si fosse voltato indietro, avrebbe scorto il contadino
-scuotere il capo, mentre la donna mormorava: -- Quello è un uomo che se
-ne va.
-
-Leonardo se ne andava infatti, zampicando, col suo bastone, come verso
-un destino che si compieva. Quando la sera fu, per grazia di Dio, in
-paese, si fermò dal notaio; offerse le uova che l'Assunta gli aveva date
-e sorridendo pregò:
-
--- Vorrei fare, signor dottore, testamento... adesso.
-
-La mattina dopo Celso venne a cercarlo per salutarlo. Partiva.
-
-Sulla porta la casigliana gli disse:
-
--- Stanotte non l'ho sentito tossire.
-
-E aggiunse: -- È un uomo che se ne va.
-
-Salirono insieme. Batterono. Silenzio.
-
-Tirata la cordicella e aperto l'uscio, lo videro, nel letto; videro che
-se n'era già andato.
-
-E il soldato, l'erede, gli chiuse gli occhi.
-
-
-
-
- NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA
-
-
-A ricevere la seconda lettera con cui, goffamente, Nino Galastri le
-chiedeva di sposarla, Livia perdè la pazienza e rispose un semplice
-_no_. Inesperta, com'era, del mondo, non riflettè ai diversi gradi di
-tono e di significato che, sino alla ripulsa oltraggiosa, può assumere
-un _no_ scritto; castigando una indiscreta vanità, non ebbe il dubbio di
-offendere l'orgoglio paesano, il quale, ferito, ferisce col morso e il
-veleno della vipera; e conoscendo la fierezza del nonno, non domo dagli
-anni, dubitò invece di far male a rivelar la cosa a lui. Nè la vendetta
-tardò a giungerle: terribile perchè l'armava la pubblica malignità,
-perchè la sosteneva un'accusa copertamente diffusa e inoppugnabile,
-perchè disonorava il suo nome.
-
-Già delusa nella felicità quale aveva immaginato trovar fuori del
-collegio e predisposta alla solitudine, più che dalla sensibilità
-materna e dalla sventurata condizione di orfana, dal rude costume della
-razza da cui scendeva, Livia Antoni ricorse col pensiero e con l'anima
-al luogo dove era cresciuta, in una clausura quasi monacale, e presentì
-che in nessun altro luogo e in nessun altro modo avrebbe potuto vivere
-senza il peso addosso dell'onta o del sospetto dell'onta. E segnò essa
-stessa il suo destino in un dilemma: o l'accusa che si faceva al nonno
-non era vera, e valeva meglio scampare da un mondo così tristo; o era
-vera, e la rinuncia di lei apparirebbe come un sacrificio riparatore,
-una rinuncia sublime in lei, giovine, bella, ricchissima.
-
-«Se un'idea entra nella testa di un Antoni non c'è più santo che gliela
-cavi», pensò la più vecchia delle domestiche, quando Livia le disse che
-aveva intenzione di farsi suora.
-
-Ma quando quella donna, incerta come chi teme di dare un avviso che
-addolori troppo, ne parlò al padrone, egli la fissò, poi scosse le
-spalle quasi a udir cosa di nessuna importanza. Solo, die' ordine di
-cominciar subito i lavori di sterro sul poggio, ove sorgerebbe la nuova
-villa. E lo stesso giorno vi condusse la nipote.
-
--- Guarda! -- le disse accennando alla vallata stupenda.
-
-La vita brillava nell'aria, serenava nei lontani monti, palpitava nei
-colli rinverditi, fluiva e rabbrividiva placida fra il greto del fiume.
-
--- Io sarò morto allora -- soggiunse il vecchio --. Ma tu vivrai qui
-sposa e madre felice.
-
-La ragazza tacque. E sentì che il momento di manifestare il suo
-proposito era quello, e raccolse tutta la forza per dissimulare
-l'affanno e dire dolcemente:
-
--- La ringrazio, nonno. Io però non ho intenzione di maritarmi.
-
-Seguì ancora un attimo di silenzio: insopportabile nell'incerta
-aspettazione della loro anima. Il vecchio non parlò; dovè parlar di
-nuovo Livia, per dire, bianca in viso, con le labbra esangui:
-
--- Ho la vocazione di farmi monaca.
-
-Allora il vecchio, che a ottant'anni teneva in soggezione tutti anche
-quando non usava i modi della sua ferrea volontà e la mitigava con
-l'espansiva energia del suo gran cuore, tremò a nervo a nervo.
-
-Paventava d'essere debole davanti a una giovinetta esile come un giunco,
-o d'esser travolto dall'ira come avrebbe fatto davanti a un minacciato
-assassinio?
-
-Le afferrò un braccio, la costrinse a guardarlo negli occhi, e disse
-soltanto:
-
--- Bada, bambina!
-
-Quegli occhi, quelle due parole avrebbero piegato chiunque altra,
-d'altro sangue. La giovinetta che aveva nelle vene il sangue degli
-Antoni fu invece inanimata alla resistenza e alla difesa.
-
--- Se lei vuol sapermi contenta, deve consentire alla mia volontà.
-
--- Non dire la tua volontà! -- gridò il vecchio prorompendo --. Di'
-l'idea stupida che ti han messa in testa là dentro, dove io non ti avrei
-mai rinchiusa!
-
-Il rimprovero, che toccava la memoria di sua madre, accrebbe ardire in
-Livia.
-
-Esclamò:
-
--- Le giuro, nonno, che questa idea mi è venuta dopo che sono uscita di
-collegio.
-
-E soggiunse subito:
-
--- Mi sono convinta che il mondo è brutto e cattivo.
-
--- No! -- il vecchio ribattè forte --: il mondo è buono, è bello per chi
-ci sappia vivere. Che esperienza puoi averne tu?
-
-A fatica Livia compresse in cuore il suo segreto; frenò l'angoscia;
-trattenne le lagrime. E rispose:
-
--- Basta guardarsi attorno e ascoltare.
-
-Il sospetto si affacciò ora alla mente dell'Antoni. E chiese:
-
--- Ascoltar che cosa?
-
--- Il dolore degli altri -- disse lei. -- Chi non ha da lamentarsi del
-male che riceve?
-
--- E fra quattro mura tu credi di evitar il male e goder il bene della
-vita?
-
-Nè attese risposta. Quasi per strapparsi a una enormezza egli si
-allontanò. E Livia gli tenne dietro singhiozzando sommessamente.
-
-Otto giorni dopo era costretta ad accompagnar il nonno in un lungo
-viaggio.
-
- ***
-
-Meraviglie di ogni sorta, spettacoli indimenticabili; ma non una notte
-la giovinetta si addormentò prima d'aver pensato: «Non mi divertirei
-come il nonno crede che io mi diverta se non fossi ricca; e non sarei
-ricca se lui...».
-
-Dal viaggio tornò così stordita e stanca da parere intimamente mutata,
-queta e remissiva, e il vecchio sperò di guarirla del tutto continuando
-il rimedio.
-
-Anche l'antica casa parve mutar anima: risonò di feste; risplendè di
-signorile ospitalità.
-
-E alla giovine non mancarono corteggiatori. Li respingeva con ferma
-freddezza.
-
-Intanto si compivano i lavori della villa, che un giorno avrebbe dovuto
-vederla sposa e madre felice. Ma lei non andava una volta a Belpoggio
-che non pensasse: «Ancora due anni, poi sarò padrona della mia volontà».
-
-E quante volte si ripeteva: «Oh, vivere di solo pane, senza dubitare che
-sia di origine impura!».
-
-Questo pensiero diventò un'ossessione nella sua mente, tanto più
-ostinata quanto più caparbio essa giudicava il nonno a non volerla
-comprendere.
-
-Così non doveva tardar molto il giorno che di quelle due volontà in
-conflitto l'una si convincerebbe o illuderebbe di aver vinta l'altra.
-
- ***
-
-Cesare Antoni, come soleva, una mattina uscì di casa con lo schioppo a
-tracolla. Scorgendolo dalla finestra Livia patì, violento, quale non
-mai, il riscontro delle due imagini. Pensò: «Il Passatore!».
-
-E per non piangere si morse le labbra, e non pianse.
-
-Ma più tardi, senza un appiglio, senza un pretesto, osò chiedere al
-vecchio:
-
--- Mia madre cosa ebbe in dote?
-
-Egli la guardò negli occhi; essa ne sostenne lo sguardo.
-
--- Niente ebbe. Perchè?
-
-Niente! Dunque non avrebbe potuto dir suo, non impuro, neanche un tozzo
-del pane che sino allora aveva ingoiato e che per due anni dovrebbe
-ingoiare! E al colpo inatteso, Livia abbassò gli occhi, affranta.
-
--- Perchè? -- insistette l'altro, ancora forzandola a risollevar gli
-occhi e a rispondere.
-
--- Son decisa a disubbidirle; e avrei desiderato evitare che lei, fra
-due anni, m'incolpasse d'ingratitudine.
-
-A ricevere uno schiaffo l'Antoni avrebbe reagito con minor impeto.
-Infiammato in faccia e nelle pupille, diritto, alto, imponente
-vegliardo, avanzò come per arrestare nella sciagurata il pensiero
-colpevole prima che cadesse nel pentimento. E l'investì:
-
--- Ti sei svelata, una buona volta! L'ho avuta la prova manifesta del
-tuo cuore, della tua religione, della tua pietà! Tu non vuoi obblighi di
-gratitudine e di affetto; tu mi odii! Peggio: l'odio vincola, e tu non
-vuoi vincoli! Hai capito che io ho una volontà di ferro; hai temuto che
-la mia volontà sia più forte della morte e io possa dominarti sempre,
-finchè vivrai, e per ribellarti, per essere libera, minacci di farti
-suora! Ma non t'accorgi, sciagurata, della contraddizione mostruosa; non
-t'accorgi che sei pazza d'egoismo? Pazza! -- le gridò contro.
-
-Ella tacque; tremante; reggendosi a stento in piedi: ma con lo sguardo
-immoto.
-
-E il nonno, men violento oramai che disperato, aggiunse:
-
--- Già si dice! Nino Galastri a chi dimandava, al caffè, perchè tu non
-trovi chi ti sposi, ha detto: -- «Non sapete che l'Antoni è matta?».
-
-Lui? Nino Galastri?
-
--- Lui? -- fe' la ragazza, il volto improntato di un sarcasmo che la
-svisava come una smorfia atroce.
-
--- Sì. Presto o tardi se ne pentirà; ma l'ha detto!
-
-E allora ella corse nella camera attigua, trasse da uno stipo la lettera
-dell'innamorato respinto, e tornò porgendola.
-
-Il vecchio l'afferrò. Mentre la leggeva lei si aspettava che cadesse
-morto di colpo: leggeva: «... sposandola, signorina, io avrei offesa
-l'opinione pubblica; si sarebbe detto che la sposavo per godere i
-marenghi del Passatore».
-
-Invece il nonno gettò il foglio e rise.
-
--- Ah, ah! E tu la conosci tutta, la storia? Non la conosci bene? No? --
-Essa non rispondeva. -- Te la racconterò io! A Belpoggio, proprio dove
-ho fabbricato la villa per te, per la tua felicità, c'era una casupola
-mezza in rovina; e io l'avevo affittata a un manutengolo o a un collega
-del Passatore. Dopo che questo fu ammazzato, colui fu preso e condannato
-non so a quanti anni di galera. E di là scriveva alla moglie, che non
-sapeva leggere e veniva da me a farsi leggere le scritture del marito.
-Ma io, furbo, le leggevo prima per conto mio. E una volta vidi che il
-ladro raccomandava alla moglie di non abbandonar mai la casa ove stava.
-Io, zitto!; e diedi subito commiato alla donna. E mi misi a scavare.
-Scavai una, dieci, cento pentole piene di marenghi rubati dal Passatore,
-e così... Hai inteso?
-
--- Gl'invidiosi, gli oziosi, gli ignoranti, i maligni, i vigliacchi --
-seguitò l'Antoni, di nuovo sopraffatto, nell'ironia, dall'ira -- non
-comprendevano, non comprendono la origine di una ricchezza acquistata
-con le fatiche, con gli studi, l'ingegno, la forza della volontà e dei
-nervi, e m'han dato, a me, per collega il demonio, e hanno inventata
-l'infamia e ci credono! E tu vuoi farti suora per questo!
-
-Per questo. La storia non era vera? E come negare che era bene uscire da
-un mondo ove si commettevano coteste infamie, deturpando il nome di una
-famiglia, affliggendo la vita intera di un uomo, senza castigo?
-
--- Sì, nonno: per questo! -- Livia fu sul punto di rispondere. Ma a
-veder il vecchio divenuto livido, in una attesa di passione mortale, gli
-si gettò d'impeto nelle braccia piangendo:
-
--- Lo credo! Lo credo, nonno, che lei sia innocente!
-
- ***
-
-Cominciò da allora l'equivoco che doveva durar due anni.
-
-Ritennero l'una e l'altra di aver vinto. «Si rassegna alla volontà di
-Dio», pensava la ragazza. «Si rassegna alla mia volontà», pensava il
-vecchio. Ed ella non urtata più, cedeva nei modi; s'inteneriva; diceva
-tra sè: «povero vecchio!».
-
-Nemmeno, nel suo segreto, lo rimproverava d'essere ostinatamente rimasto
-in mezzo a gente sì perfida, perchè allontanarsi con l'onta addosso
-sarebbe stata, per uomo di tal fatta, viltà; sarebbe stata la maggiore
-ignominia.
-
-Alla proposta di passar l'inverno altrove, ella si rifiutò: e il nonno
-ne fu lieto.
-
-E come Dio volle, rifiorì la primavera. Il nonno con vigile cuore vedeva
-rifulgere quegli occhi, splendere quel sorriso di gioventù. Si celava
-dietro le macchie del giardino a spiar la nipote allorchè andava per il
-prato a raccogliere fiori umili, e non più dubitando l'udiva
-cantarellare.
-
-Gli pareva salva. Non comprendeva che ella gioiva quale chi aspetti una
-prossima gioia, più grande; non capiva perchè l'anima di lei esultava in
-tal modo.
-
-Passò, similmente, l'estate; passò un altro inverno. Poi andarono ad
-abitare nella villa nuova.
-
- ***
-
-E giunse finalmente quel giorno. Livia era maggiorenne.
-
-Il nonno l'attendeva nella loggia, per dirle:
-
--- Adesso sei arbitra di te, di me, di quanto possiedo. Non mi
-abbandonare, Livia!
-
-Ma quando ella uscì, anzi che morire di colpo a vederla, il vecchio ebbe
-uno strano senso di sollievo: gli parve cessare la sua agonia. Livia (e
-una carrozza da nolo avanzò nella corte), Livia era vestita da viaggio.
-
-Risoluta; padrona di sè, disse:
-
--- Addio, nonno!
-
-Maledetta?
-
-A mani in croce, a scorgere la maledizione nei terribili occhi, ella
-scongiurò:
-
--- Mi perdoni!
-
-Egli non parlò. Si volse a guardare i bei luoghi che Livia non
-rivedrebbe mai più, quasi egli non dovesse rivederli mai più; i monti
-sereni, i colli verdi e il bianco fiume.
-
-Poi disse:
-
--- Ti perdono.
-
-E le porse il braccio, e tra le serve e i servi e gli operai attoniti,
-diritto, alto, imponente vecchio, venne con lei nella corte, la condusse
-fino alla carrozza.
-
-Livia si chinò ad abbracciarlo, a baciarlo. Egli l'abbracciò; la baciò.
-Sorrise. Disse:
-
--- Addio!
-
- ***
-
-Indi, partita, Cesare Antoni tornò in casa; imbracciò, secondo soleva,
-lo schioppo; diede ordini, al solito; e prese la via del paese: ove,
-ogni giorno verso le nove, Nino Galastri usciva di casa, traversava la
-strada, ed entrava nel caffè.
-
-Quando fu alla bottega del tabaccaio, poco distante dal caffè, il
-vecchione entrò a comperar sigari; e scegliendoli, e di tratto in tratto
-sogguardando fuori, motteggiava con la tabaccaia.
-
--- Sempre allegro, lei!
-
-Uscì. E si fermò ad accendere un sigaro. Alcuni paesani, che
-conversavano in gruppo, salutarono. Non buono il primo sigaro, lo gettò
-via; ne tolse un altro. Gettò via anche quello: e... (Nino Galastri!):
-d'un lampo, afferrato lo schioppo, gridando che tutti udissero: -- Il
-Passatore avrebbe fatto così! -- Cesare Antoni, puntò, sparò.
-
-Il Passatore mirava dritto.
-
-
-
-
- VALENTINO E LUCILIO
-
-
-L'auriga Libanio in carcere! Forse condannato a morire per la rivalità
-del padrone. Ne amava una bella schiava, giovinetta. Questa la sua
-colpa! E Boterico, il barbaro divenuto governatore a Tessalonica, aveva
-dunque ricevuto il battesimo per essere più crudele? cristiano, trattava
-così i suoi servi? ascoltava così gli ammonimenti dell'imperatore: che
-governasse con prudente consiglio e cuor buono?
-
-Gelosia d'amore e di gloria. Perchè maggior gloria aveva acquistato
-Libanio auriga nel circo che in guerra Boterico luogotenente di Teodosio
-il Grande: ecco quel che gravava la colpa del povero giovine. Dal
-servizio del governatore assunto a condur nelle corse i cavalli della
-fazione «prasina», aveva meritato tal favore dal popolo che neppure le
-altre fazioni gli volevan male; lo vantavano anch'esse vittorioso o
-vinto. E per lui le corse di Tessalonica levavan grido, oltre la
-Macedonia, a Costantinopoli, a Roma, a Milano.
-
-Nessuno infatti, da quando s'eran visti cavalli e carri nel circo,
-nessuno vi aveva mai dimostrata arte pari alla sua.
-
-Guidava i poledri più focosi e indocili quasi fossero attempati
-nell'evitar gl'impedimenti e girar le mete; pareva che il più lieve
-tocco delle sue dita alle redini rilassate avesse una prodigiosa virtù
-di moderazione o, se bisognava, d'incitamento; ogni studio di agitatori
-e ogni audacia di giocolieri, compri dagli emuli perchè interrompesse il
-galoppo, perdesse terreno, si rovesciasse, tornava inutile. E agitava la
-frusta, ma non percuoteva.
-
-Bello era a vederlo, il ginocchio sinistro fermo all'appoggio del carro,
-la gamba destra tesa col piede puntato nell'estremo limite a tenersi
-inconcusso, il petto chino all'innanzi quasi a empirsi dell'ebbrezza de'
-suoi corsieri, e il capo drizzato a scorgere, con sguardo imperioso e
-sereno, certa la gara, libera la vittoria.
-
--- Libanio! Libanio! -- acclamava il popolo. Non gridava: -- Prasina! --
-quasi non vedesse più in lui la fazione, ma vedesse lui solo; e
-l'ansietà delle scommesse era superata dall'ammirazione; e il sole
-riflettuto dall'elmo, dalla tunica di seta verde e dalle cinghie che la
-stringevano e increspavano sembrava irradiargli il viso.
-
-Agli occhi di quel pubblico oramai tutto cristiano rifulgeva una
-apollinea imagine.
-
-Ma adesso Libanio sospirava in una carcere stretta ed oscura; eran
-spente le feste che dovevan celebrare Teodosio vincitore di Massimo,
-Teodosio trionfante a Roma.
-
--- A morte Boterico! A morte l'ingiusto! l'indegno!
-
-Imprecazioni e minacce passavano di bocca in bocca; e si diceva che come
-l'imperatore aveva perdonata la sedizione di Antiochia, ove era stata
-abbattuta fin la statua dell'imperatrice, perdonerebbe a Tessalonica se
-osasse castigare il governatore malvagio.
-
-Prima però di osare tanto, i cittadini più saggi e cospicui speravano
-d'indur lui stesso, Boterico, al perdono. Che lode gli verrebbe, di uomo
-generoso, a trar dalla carcere il giovine caro al popolo, e per
-intercessione della città intera concedergli ciò che era inumano
-proibire: la felicità dell'amore e delle nozze!
-
-No. L'empio rispose no.
-
-A morte! E nulla più può trattenere la folla: irrompe al palazzo: le
-guardie cadono trucidate. Boterico si fa innanzi; alza la mano per
-dire... Troppo tardi dire: perdóno. È trucidato.
-
-E sono aperte le porte della carcere.
-
-
-
- II.
-
-
-Quando ebbe notizia della sedizione di Tessalonica Teodosio stava per
-entrare in Milano, di dove muoveva a incontrarlo Ambrogio, il santo
-Vescovo. L'ira dell'imperatore cedè alla parola di lui, che era la
-parola d'un santo. Ma dopo, nel consiglio, parlò il Gran maestro di
-Palazzo: -- Se anche Tessalonica restava impunita, tutto l'impero
-rovinerebbe, e la storia ne chiederebbe conto all'ultimo imperatore, che
-aveva vinti i nemici e non aveva saputo vincere i ribelli; che si era
-addolcito della pietà dei vescovi e non si era inasprito per la licenza
-del popolo.
-
-Nè gli altri consiglieri furono da meno a rimproverare e a esortare.
-Teodosio, alla fine, diè l'ordine. Soldati fossero subito mandati a
-Tessalonica; di là il mondo avesse nuovo, terribile esempio che non
-s'offendeva senza pena l'autorità imperiale, sebbene l'erede di Roma si
-facesse ora il segno della Croce.
-
-E non sarebbe l'ultimo imperatore di Roma Teodosio il Grande! Gli
-ufficiali che ebbero tale missione dal Sovrano e dalla Storia ne
-godettero, e pensarono di adempierla con neroniana letizia: nel circo,
-tra la folla festosa, ignara della strage imminente, plaudente
-all'auriga per il quale Boterico era morto.
-
-
-
- III.
-
-
-Affrancata dal novello Governatore, la giovinetta schiava che Libanio
-amava diventò sposa a Libanio. Dunque nessun dubbio che Tessalonica
-fosse perdonata come già Antiochia. I mercenari testè venuti
-aumenterebbero le milizie di Boterico solo per resistere ai barbari.
-
-Nessun sospetto. C'era anzi nell'animo popolare quell'aperto consenso di
-fiducia e di gioia a cui sopra tutto pareva attendere Teodosio
-trionfatore, Teodosio il Grande.
-
-Furono riprese le feste. E mai corse annunciate nel circo suscitarono
-tanta aspettazione. Appena i «russati» o rossi e i «veneti» o azzurri
-avevan saputo che la fazione «albata» o bianca lancerebbe quattro
-cavalli degli allevamenti di Cappadocia, avevano affrettate richieste a
-Costantinopoli. Giunsero, per loro, fin poledri di razza araba,
-dall'Asia Minore. Ma la fazione verde o «prasina» non cercò mutamenti di
-corridori e di auriga: le bastavano i suoi cavalli armeni, le bastava
-Libanio.
-
- ***
-
-Quanta gente, il gran giorno, per la strada che conduceva al circo! Che
-frequenza di vetture, fossero rede tirate da cavalli o carruche tirate
-da mule, con sopra ricchi e patrizi e matrone! In carrozza andò anche
-Cesario Prisco, il ricco mercante di gioielli, con i suoi figliuoli.
-
-Pienamente felici, quei due. Il minore, che non era mai stato al circo,
-volgeva le più curiose domande, alle quali l'altro rispondeva con ciò
-che sapeva di propria scienza e esperienza e con ciò che aveva imparato
-dai compagni a scuola, o s'inventava lui. Fin sapeva, Lucilio, perchè
-dalla «spina» del circo, la quale vi era la parte mediana ove sorgeva
-l'obelisco, erano state tolte le statue della dea Tutelina e di Cibele
-assisa sul leone.
-
--- Perchè? -- Valentino chiedeva riflettendo dai begli occhi chiari
-meraviglie sempre più improvvise e strane al suo pensiero.
-
--- Perchè -- rispondeva Lucilio -- l'imperatore ha voluto il battesimo;
-è cristiano anche lui, come noi.
-
--- E perchè Tutelina e Cibele non erano cristiane come noi?
-
-E perchè questo? perchè quest'altro?
-
-Il padre godeva a udirli cinguettare così. Ma quando Lucilio, il più
-grande, fu stanco di rispondere ciò che non sapeva e ciò che sapeva,
-tornò a insistere col padre che gli dicesse per chi parteggiava, per chi
-scommetterebbe.
-
--- Io sto per i «rossi» -- preveniva Valentino. -- Me l'ha detto la
-mamma che vincerà Libanio.
-
--- Libanio, è prasino, non rossato! -- esclamò con sufficienza Lucilio.
-E soggiunse:
-
--- Io credo che vinceranno gli azzurri. E tu, padre? Scommetti per loro!
-Se sapessi che cavalli hanno! Venuti d'Asia!
-
--- No -- ribatteva Valentino --, scommetti per il rosso, che è il colore
-più bello!
-
-E il padre, il quale era della fazione albata e aveva seco tante monete
-d'oro da giocare per i poledri di Cappadocia, fingeva una grande
-perplessità nella scelta. Dopo un lungo silenzio disse interrogando sè
-stesso:
-
--- Per vincere starò dunque con Valentino o con Lucilio?
-
--- Con me! -- Con me! -- pregavano ambedue i fanciulli, a gara.
-
--- Vincerà quello che mi vuol più bene!
-
--- Io!
-
--- Io, padre!
-
--- Vincerà quello a cui voglio più bene.
-
--- Io! io!
-
--- No, io! -- e a Valentino si riempirono gli occhi di lacrime. Allora
-il padre trasse quattro monetine -- quadranti -- e le diede ai
-fanciulli, due per ciascuno. -- Faremo così: quello che perderà darà un
-quadrante al fratello, e uno a me. -- Accettarono felici di scommettere
-come gli uomini.
-
--- Ma -- ripigliò dopo un poco il padre quasi preso da un nuovo dubbio
---: se perderete tutti e due? Se vincerà, invece della rossa o
-dell'azzurra, la prasina o l'albata?
-
--- Allora -- esclamò Lucilio ridendo --: allora ci teniamo noi i
-quadrantini, e a te niente!
-
--- A te un bacio -- concluse Valentino allungando le braccia.
-
-E volevano dargli un bacio tutti e due in una volta.
-
-
-
- IV.
-
-
-Quando entrarono e salirono al terzo ordine, già i primi gradi, dei
-patrizi, e i secondi, dei cavalieri, erano pieni; lassù trovarono liberi
-appena due posti attigui. Cesario Prisco li lasciò ai figliuoli, e
-rimase in piedi a capo della scalinata, di dove poteva meglio
-scommettere cogli amici. Lucilio, timido, a bassa voce indicava intanto
-al fratellino la tribuna imperiale, vuota, il seggio dei giudici, le tre
-mete dalla parte delle scuderie e le tre mete opposte con la porta
-trionfale, nella spina, i segnacoli con i delfini e le uova che
-servivano a numerare i giri della corsa.
-
-Nè l'attesa fu lunga. Un silenzio immenso, improvviso.
-
-Ecco: aperte le scuderie: ecco i carri. Avanzano sino al principio della
-spina; si allineano; ristanno davanti a una corda... Un istante. E a
-Valentino tremò il piccolo cuore; ebbe paura, non sapendo di che; cercò
-cogli occhi il padre. Ma Lucilio lo tirò per la veste e gli sussurrò: --
-Guarda!
-
-Una mano agita una benda purpurea, la corda cade: via!
-
-Nel galoppo molteplice si vedevan di pari le teste dei cavalli, le
-fruste alzate e i colori delle tuniche. E cominciarono le scommesse e il
-richiamo a tutti noto: -- Libanio! Libanio! -- Libanio non sferzava.
-Giunse ultimo alle mete, nel primo giro. Prima le oltrepassò la russata.
-
-Allora Lucilio disse, dimentico del suo entusiasmo per la quadriga
-veneta o azzurra: -- Io scommetto per la russata. E tu Valentino? --
-Valentino non ricordò più che appunto la rossa era la sua fazione;
-ricordò che la madre gli aveva detto: -- Vincerà Libanio -- e rispose:
--- Io sto per Libanio, il verde!
-
--- Sta attento! Non vedi che è ultimo, il verde? Guarda! Guarda!
-
-Gli agitatori e giocolieri cominciavano a operare inganni in pro delle
-loro parti. Balzavano improvvisi, correvano qua e là, e facevan gesti da
-impaurire, e recavan cose da gettare nell'arena. Uno, a cavallo, tagliò
-d'un tratto la via, e la quadriga russata, che ancora precedeva,
-s'impennò; passò innanzi la veneta o azzurra, e giungeva l'albata.
-
-Ma di subito, imprevedibile, un giocoliere si gettò a terra con
-meravigliosa arte, con pazzo ardire, cogliendo l'istante e l'intervallo
-fra le gambe posteriori dei cavalli e le ruote della veneta, ora
-precedente a tutte; e rialzandosi incolume, quasi sorgesse di sotto
-terra, spaventava i poledri dell'albata sopravveniente.
-
-Così la russata riguadagnò terreno, ma per poco non arrotò la veneta e
-(fu da tutti i petti una voce di terrore) non la rovesciò. Approfittò
-dell'istantaneo indugio Libanio, senza che i suoi quattro cavalli, d'un
-splendido mantello baio dorato, sembrassero mutar norma al galoppo:
-superava secondo, subito dopo la veneta, il compimento del secondo giro.
-Quand'ecco un giocoliere gli gettò incontro un cesto: le ruote non lo
-toccarono. Un altro gettò un'anfora: evitata. L'auriga ancor primo si
-rivolse per colpire con la sferza agli occhi i cavalli che già aveva al
-fianco, ma Libanio evitò il tradimento facendo di nuovo scartare i suoi
-cavalli. E questa volta oltrepassava primo le mete.
-
--- Libanio! Libanio! -- Tutti gli spettatori, in piedi, plaudivano; più
-alte, deliranti, si levavano le acclamazioni dalla fazione prasina.
-
-Se non che al quarto giro questa ebbe assai da temere. L'albata
-l'accostava; le era alle ruote. E le scommesse raddoppiavano di foga.
-
-Cesario Prisco, sicuro di vincere, guardò sorridendo ai suoi figliuoli,
-ed essi parvero sentirne lo sguardo.
-
--- Padre! -- gli gridò Lucilio. -- Io sto con te; per l'albata! -- Ma
-Valentino pieno di ardire, adesso, felice, battè le mani e avvertì tutto
-il circo:
-
--- Io sto per Libanio!
-
-
-
- V.
-
-
-Repentinamente, enorme, un clamore di barbari all'assalto entrò dalle
-porte, sorse per le scale, proruppe. I mercenari! Con le spade, le
-lance, i pugnali, là dentro, a colpire urlando. Urlando alzavano le lame
-sanguinanti; sul tumulto, sulle strida delle donne, sui gemiti dei
-ragazzi, sul terrore tacito degli uomini proclamavano la vendetta di
-Boterico.
-
-Strage! Al macello andavano quanti con la frenesia dello scampo
-invadevan l'arena, tra le quadrighe già ferme, per di là raggiungere le
-scuderie o la porta trionfale: i macellatori vi aspettavano il branco. E
-a morire in massa andavano quanti si addossavano per le scalette;
-cadevano. I caduti facevano intoppo: monti di corpi da trafiggere
-inerti.
-
-E dal terzo ordine molti si gettavano giù nella strada; e nei primi
-ordini cavalieri e patrizi invocavano e si davan la morte tra loro, per
-non essere sgozzati. A mani giunte, a voce chi alta e chi sommessa, le
-matrone chiamavano Gesù Nazareno. Le lame in alcune tentavano adagio il
-petto accompagnate da oscene esclamazioni e risate; in altre il colpo
-alla gola, accompagnato da un ruggito, era così violento da quasi mozzar
-il capo.
-
-La strage! Il macello per vendicar Boterico. Per ordine di Teodosio il
-Grande mille carnefici su diecimila cristiani! Settemila vittime
-opposero invano il lamento dell'umanità sacrificata alla bestialità più
-feroce, truculenta, sitibonda di sangue umano.
-
-Per vendicar Boterico! E sulla punta dell'obelisco, nella spina, fu
-infissa la testa di Libanio.
-
- ***
-
-Cesario Prisco aveva afferrato e preso in braccio il figlio più piccolo,
-e tratto per mano l'altro, era stato dei primi a scendere. Ma allo
-sbocco del secondo ordine dovè arrestarsi, ritrarsi nel ripiano,
-appoggiarsi al balteo per non precipitare; per non perire, lui e i
-figli, sotto i fuggitivi che l'addossavano. E quelli che scendevano
-incontravano altri manigoldi che salivano. Cadevano morti. Egli, di là,
-quasi appartato per un miracoloso consiglio, col bambino che piangeva in
-braccio, con l'altro che gli stringeva un ginocchio e piangeva, vide i
-morti ostruir la scala, gli uccisori travalicarli. Poi vide che due, con
-la rabbia della belva che scopre la preda nascosta, gli muovevano
-contro: non mercenari: un decurione, erano, e un vecchio legionario.
-
-Fece in tempo a deporre il bambino, a trar le monete d'oro, a tendere le
-pugna piene, a scongiurare:
-
--- Salvateli! Ammazzate solo me, Cesario Prisco! Quel che possiedo per
-la vita dei miei figliuoli! Salvateli!
-
-Il legionario carpì la manciata d'oro. Il decurione parve commuoversi.
-Un istante. Che istante! Ma scosse il capo e disse:
-
--- Tutti e due, no!
-
-E il legionario:
-
--- Gli agnellini scarseggiano nel pecorame che abbiamo da macellare!
-
--- Uno sì! -- e il decurione prese la sua parte di monete --. Scegli!
-presto!
-
-Al padre si velarono gli occhi guardando Lucilio e Valentino che si
-tenevano abbracciati, stretti, muti.
-
-Come a un morente cui ricorre sensibile, viva, la più remota
-impressione, tornò al padre la sua propria voce che diceva ai figliuoli
-lontana lontana: -- Chi dei due mi vuol più bene? A chi dei due voglio
-più bene? -- E la voce non rispondeva ora: -- Io!
-
-Abbracciati, stretti l'uno all'altro, adesso erano muti. Ed egli non
-resse alla mostruosa necessità della scelta, alla mostruosa condanna.
-
--- Ammazzatemi! -- supplicò scoprendosi il petto.
-
-Ma prime le due lame trafissero a un tempo, sotto i suoi occhi,
-Valentino e Lucilio.
-
-
-
-
- LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO
-
-
-Il «magnifico» gentiluomo Alvise Pasqualigo...
-
-Non vi aspettate una fastidiosa novella in vecchio stile e vecchia
-forma. No, è un racconto di amore che si può dire di ieri e d'oggi.
-Perchè, come la passione è eterna nella sua vicenda di colpa e castigo
--- il castigo che la colpa ha in sè stessa -- così ne è vera, e viva, e
-commossa, e attraente l'espressione, quando è sincera e priva di
-letteratura. E se qualche cosa varia, varia nel costume e nell'ambiente:
-ciò che giova nell'apparenza della novità.
-
-Dunque il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga
-assenza a Venezia, incominciò a scrivere lettere a madonna Vittoria: per
-non darle noia sette anni era stato lontano da lei; tre anni aveva
-errato per il mondo in vana ricerca di svaghi; sperando che lei almeno
-gli concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, era tornato in patria.
-
-A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria (che era moglie d'un
-giovine conte) rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse anche delle
-ambasciate affidandole a servi. «La mia professione è sempre stata ed è
-di donna d'onore, nè mai mi sarebbe caduto nell'animo che aveste usato
-meco sì fatta discortesia. Basta, pazienza, non resterò per questo di
-amarvi quale fratello...».
-
-Ma Alvise meritava scusa, e le diceva: «Se io non vi facessi, per
-qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra
-sostengo, in che modo potrei io vivere?».
-
-E poichè la contessa scongiurava invano messer Alvise ad essere
-prudente, a non mostrare il ritratto di lei ad alcuno, a non mandarle
-ritratti perchè non voleva essere scoperta; poichè, non crudele come lui
-la chiamava, poteva dirgli in coscienza: «Io vi amo; il che mi pare che
-non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione», qual fallo mai
-avrebbe commesso concedendogli di parlare, dietro la porta di casa, una
-sola volta?
-
-Così, da quel primo onesto colloquio doveva penetrare nell'animo di
-madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione per il
-nobile giovine innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli
-scrisse amorosa che cercasse di venir a Venezia a rimettersi più
-facilmente; e poi, più tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore
-che senza pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche
-accettava e gli mandava piccoli doni.
-
-Ma Alvise non viveva lieto, nè la promessa di lei, che «se è vero che di
-là più che di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in cielo vi
-godrà», gli arrecava bastevole conforto; avrebbe voluto tornare a
-discorrere con lei.
-
-Lei temeva nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore
-di lor due rimanesse «giusto, fedele e onesto» com'era incominciato,
-minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere. «Conosciuta la vostra
-disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava...».
-
-E lui, disperato: «Già che tanto vi piace che dal mondo mi tolga, son
-contento di soddisfarvi. E per ciò mi risolvo, colla prima occasione,
-d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i
-miei giorni».
-
-Finalmente madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in
-casa. Fu quello il giorno della colpa. E da quel dì in avanti le lettere
-di madonna Vittoria si seguirono piene di amarezza, di tristezza
-profonda.
-
-Dopo ciascuno dei gioiosi convegni essa piangeva.
-
-«Come foste partito mi gettai nel letto e con gli occhi del corpo
-(benchè col pensiero a voi) mi addormentai: indi a poco svegliatami e
-ritrovatami senza di voi, cominciai a piangere sì forte che s'io non mi
-fossi nascosta sotto la piega del letto, avrei senza dubbio svegliato
-ognuno di casa... La malinconia m'è sì cresciuta che mi sento uscir
-fuori l'anima...».
-
-Di lui era compresa così intimamente che a ripensarne le parole ne
-riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava quasi la sensazione intera:
-si deliziava a martoriarsi finchè si abbatteva in una mortale angoscia.
-
-«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me
-la confusione, ch'io non so più quello ch'io mi faccio. Le vostre
-dolcissime parole mi sono rimaste così vive nella memoria che, se talor
-chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che è
-cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo
-ingannata. Destatami, vergognata di me stessa sento tanta passione che
-mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pena...».
-
-Non conosceva ancora la pena della gelosia; ma quando _lui_, il conte
-marito, cominciò a sospettare, e già alcuno dei vicini e dei conoscenti
-mormorava della tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado.
-Quali altre donne amava Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si
-recava?
-
-Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da lei,
-avvertito da segnali di richiamo, sfidava ogni vigilanza. Se non che
-lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono
-persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo
-ebbe minacce di morte entro otto giorni se si ritrovasse ancora una
-volta con Vittoria, ed essa pativa d'una gelosia divenuta incomportabile
-tormento.
-
-Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore
-ne simulava ora un altro; Vittoria minacciava di uccidersi.
-
-«Ma ditemi -- le scriveva l'amante per frenarla --: vi piacerebbe ch'io
-rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per
-torvi di mano a chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe
-ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi
-lui, e mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi?».
-
-I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel conte,
-il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a
-un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.
-
-Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in
-possesso d'Alvise; più di una volta era stato sul punto di sorprendere
-gli amanti; forse o senza forse era stato lui l'autore delle lettere
-anonime e quello che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere:
-di madonna era innamorato anche lui. Oltre Fortunio spiava Vittoria una
-«ribalda» cognata o suocera.
-
-E il marito «tutto il dì gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala
-vita che ti farò anzi ora morire...». Essa pensava ad Alvise «confinata
-in casa, sempre».
-
-«Ieri vi vidi in strada, e credo certo che se lui non era in casa, io
-era sforzata, rompendo ogni velo d'onestà, di chiamarvi ad alta voce...
-Insomma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile
-di poterla vivere lungo tempo...
-
-«Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal quale
-non può o non dovrebbe nascere altro che buoni affetti e pur in me non
-provo altro che passioni, tormenti, e morte; e se io potessi finire,
-sarei contenta...».
-
-«Bisogna frenare gli appetiti e scacciare certi pensieri dannosi»,
-esortava Alvise col tono dell'amante che riflette dopo essere stato
-sodisfatto.
-
-Cercava, nondimeno, di confortarla da vicino. Una volta, per parlarle,
-si vestì da donzella, e accompagnato da una donna si pose in chiesa,
-alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato uomo, fu
-costretto ad uscire. Un'altra volta, mentre stava discorrendo con
-Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e minacciata di morte.
-
-In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di messere Alvise si
-raffreddava, e nell'inquietudine e nei pericoli (egli doveva guardarsi
-da sicari; e un giorno ferì tre che l'assalirono per via, e non osava
-andar fuori che accompagnato da tre gentiluomini: Madonna Vittoria
-temeva che il marito l'avvelenasse) le doglianze e i raffacci
-diventavano più acerbi e più frequenti.
-
-Per lei Alvise «aveva dispregiati gli onori della sua repubblica, per
-lei aveva messo a rischio l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non
-solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile ed alto; l'amò
-per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maestà!». E
-Vittoria, di riscontro: «Le vostre crudeltà sono tante e tante che
-meritano che ciascuno le fugga!».
-
-Alla fine, lui le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali
-volevano s'ammogliasse, partirebbe da Venezia. Essa lo scongiurò che
-rimanesse; magari s'ammogliasse; e lo minacciò: «Vi avvertisco bene che
-vi potrete ancora chiamare pentito. Tenetevi bene a mente queste parole,
-perchè si verificheranno».
-
-Lui se ne andò. E lei giurò di vendicarsi.
-
-
-
- II.
-
-
-La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di
-messere Alvise Pasqualigo; ma bastò che ritornasse a Venezia perchè la
-vista dell'amante gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che
-v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Ahimè! Trovò madonna
-Vittoria mutata al bene e molto sicura contro le tentazioni.
-
-«Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere
-l'anima insieme col corpo, ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero
-che di voi avea... e fui esaudita».
-
-Non le credette. E lei:
-
-«Io conosco il vostro amore verso me, fuori di ogni mio merito,
-ardentissimo, e confesso di aver ricevuto da voi quantità di cortesie,
-che quando anche spendessi mille volte la vita per voi, non pagherei la
-minor di quelle. Ma perchè io mi sono deliberata di voler rimettere
-tutte queste vanità corporali, rivolgere l'animo a Dio e riconoscerlo
-per mio Signore vivendo vita cristiana, vi prego che non vogliate romper
-questo mio proponimento col molestarmi ogni ora colle vostre
-lettere...».
-
-No no... non le credeva; Alvise sospettava il tradimento.
-
-Infatti non pentimento, non rimorsi l'avevano mutata così, ma la colpa
-di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure
-una lettera. E non s'era mutata così come diceva: aveva davvero un
-amante. Un giorno Alvise vide che nell'altana, ove si biondeggiava i
-capelli al sole, accoglieva Fortunio. Fortunio, quello delle lettere
-anonime! Fortunio il delatore!
-
-Essa negò. Ma Fortunio, per vanagloria e paura a un tempo, disse al
-Pasqualigo: -- È vero --. Lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a
-sè.
-
-E Madonna Vittoria dovè confessare. E confessò senza vergogna, con
-audacia, con impudenza:
-
-«Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto
-duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata,
-veggendo che non vi curavate nè anche di consolarmi con una semplice
-carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire, e mi risolsi
-vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di malia per
-liberarmi di tante angoscie.
-
-«Attesi l'occasione, la quale non sì tosto mi venne che l'abbracciai nel
-modo che avete inteso da quel crudele, che più tosto dovea patir morte
-che confessarvi le cose passate tra lui e me... Ma pazienza! La mia
-fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e sì m'accenda di
-lui che non abbia mai requie...».
-
-Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava e nell'amore nuovo,
-e nell'abiezione, non avrebbe avuto più un pensiero, una parola, uno
-sguardo per Alvise!
-
-Alvise Pasqualigo allora non sopportò l'abbandono deciso ed assoluto
-della donna che aveva amata troppo e troppo a lungo; non volle
-rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la
-gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignità d'un uomo. Nessun
-innamorato fu mai un mendico più sordido di Alvise Pasqualigo, che
-scriveva:
-
-«Fate almeno per una volta sola che io venga a voi, ch'io venga a baciar
-la terra dove voi tenete i piedi...».
-
-Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni; le lettere,
-il ritratto.
-
-E lui:
-
--- «O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato
-che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocchè foste
-stata riconosciuta per quella che siete? Voi meritavate pure ch'io
-scoprissi il vostro adulterio a vostro marito; ma io non voglio che la
-fragilità di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me».
-
-Si sarebbe contentato di essere amato da fratello purchè talora gli
-fosse concesso di vederla, di ragionarle «con quell'amore che sogliono i
-fratelli famigliarmente»!
-
-No: essa l'odiava, ora.
-
-«Voi secondo ch'io bramo vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate
-sì colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. Se io
-vi saluto voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi
-mostrate, e io posso dire, in verità, d'essere odiato a morte».
-
-Peggio: era burlato.
-
-«La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acciò ch'io
-vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso,
-che voi m'inganniate. Ma che i vostri amanti mi burlino, non patirò mai.
-Se gli avete cari, fate che mi lascino stare e che si contentino di
-godervi».
-
-Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante di lei, se
-non contro la donna, se non contro se stesso, non avrebbe potuto
-scuoterlo e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria alla finestra, con la
-faccia ridente, e Fortunio sotto, che le rispondeva, «spinto da furor
-geloso» e attaccata questione, ferì il drudo...
-
-Ma dopo scongiurò Vittoria che gli perdonasse!
-
-Atterrata, essa rispose: «Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni
-vostra voglia, nè amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che
-l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete
-perdono, io ve ne faccio grazia...».
-
-E, per convincerlo, gli mandò copia della lettera con cui diceva addio a
-Fortunio. Gli diceva:
-
-«M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualità che mi pareva di scorgere
-in voi».
-
-Le pareva! Le qualità di quell'uomo le parevan amabili dopo che l'aveva
-saputo delatore, sicario, vigliacco! Che menzogna! Che infamia!
-Spudorata. Abietta.
-
-E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo aprì gli occhi. Non comprese
-che se lei era giunta a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui
-stesso; non ricordò che per amor suo la donna aveva pianto. Con un
-pretesto, finalmente, spezzò l'ignobile legame.
-
-E mutato il nome di lei, ne pubblicò, insieme con le sue, le lettere:
-nel 1569.
-
-
-
-
- COMPASSIONE E INVIDIA
-
-
-C'è chi ha bisogno di essere invidiato e chi ha bisogno di essere
-compianto: forme opposte di uno stesso egoismo e di uno stesso
-malcontento.
-
-Dopo vent'anni di separazione Aldo Varni, commerciante venuto da Milano,
-e Michele Bragozzi, piccolo possidente che non aveva mai oltrepassati i
-confini provinciali in nulla, si erano rivisti un giorno per caso, e
-avevano rinnovata l'amicizia di compagni di liceo.
-
-A ritrovarsi dopo quell'intervallo di vita non esente da delusioni e
-inganni, a provare il rimpianto quasi nostalgico dell'età migliore, si
-sentirono vicendevolmente attratti alla confidenza e si abbandonarono
-alla loro natura.
-
-Al caffè, dove ristavano ogni giorno alla solita ora, parlava Aldo? Oh
-che uomo invidiabile! E via e via per l'argomento preferito: quello
-della felicità domestica e coniugale. Sua moglie era un'arca di virtù.
-Bella, elegante, valente in tutto: in conservarsi l'amore del marito o
-con l'amore fervido, o con manicaretti appetitosi, o col buon gusto
-degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia, rimodernati da lei
-stessa.
-
-Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere! E via e via per l'argomento
-preferito: l'infelicità domestica e coniugale. Sua moglie era una somma
-di difetti. Sempre di malavoglia, sempre sarcastica, nervosa,
-dispettosa. Lui, povero martire, faceva di tutto per contentarla, e
-senza lamentarsi: cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e, in
-compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi, disperazioni. Una vita
-impossibile!
-
-Ma mentre l'uno si sfogava impavido, l'altro ascoltava paziente
-secondando solo a monosillabi -- Ah! -- Eh! -- Già! -- Uh! --; a sorrisi
-o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere le esagerazioni
-dell'amico, nè osava dargli torto per il segreto timore di perdere a sua
-volta quella piena accondiscendenza; non dava ragione e non compiangeva
-o non invidiava apertamente come per un ritegno di pudore. Tutt'al più
-Varni, contemplandosi nella specchiera all'opposta parete e profilando i
-magnifici baffi, mormorava per assenso di compianto: -- destino! --; e
-Bragozzi, quando toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito
-a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso ed invidia: -- fortuna!
---. Eran le parole che tornavano, a vicenda, più grate.
-
-Se non che a poco a poco cessarono anche di approvarsi così. Michele
-Bragozzi già pensava dell'amico tanto fortunato: «Imbecille! o s'illude
-o crede d'illudermi»; e Aldo Varni pensava dell'amico sfortunato:
-«Poveromo! Non sa stare al mondo, e spera che io non capisca!».
-
- ***
-
-Con tale accordo e reciproca conoscenza erano venuti a un tacito patto:
-tener a distanza, l'una dall'altra, le mogli. Il pensiero che esse,
-figurate tanto dissimili, avessero da trovarsi insieme, metteva in loro
-l'apprensione della cosa mostruosa o assurda. E ciascuno dei due
-quand'era con la moglie si studiava d'evitar l'amico paventando che
-questi potesse scorgere in lei particolari nuovi, o differenze dal
-ritratto che ne aveva ricevuto, e accusar di finzione o dissimulazione
-il giudizio maritale. Ma l'uno come l'altro appena a casa, ogni giorno,
-riferiva alla sua signora le contrarie prodezze della signora
-dell'amico; e quelle poverine sottintendevano bene nel riferimento
-un'intenzione non ingenua. «Gilda -- pareva voler dire Aldo Varni a sua
-moglie --, il mal esempio della Bragozzi valga a renderti sempre più
-perfetta» -- «Ah Cloe! -- significava Michele Bragozzi --; se tu
-imitassi un po' la moglie di Aldo e provassi anch'io qualcuna delle sue
-gioie!». Di qui antipatia e astio fra le due donne, che non s'eran mai
-scambiata una parola; e la irresistibile voglia, che esse ebbero, di
-conoscersi almeno di vista.
-
-Ci riuscirono presto. Ed ecco con che effetti.
-
-Diceva al marito la signora Cloe Bragozzi:
-
--- Oggi mi sono imbattuta nella Varni. Cara! Sembra proprio una cocotte,
-con quel cappello!
-
--- Se l'è fatto da sè -- mormorava lo smorto Michele.
-
--- Da sè? -- (una risata tremenda, e apriti cielo!) -- Da sè? Così
-massiccio? così enorme? così sconcio? E suo marito lo crede? E tu lo
-credi? Ma dove siete nati? Allocchi! Ma non capite che è un cappello
-venuto da Parigi? È un cappello da cocotte! Ah che sciocca! Ah che
-civetta!
-
-Indulgente invece cominciava la signora Gilda Varni:
-
--- Sai che la Bragozzi è bellina davvero? E non deve essere cattiva come
-la dipingete voi altri.
-
-Varni, che sapeva stare al mondo, taceva. Allora la moglie seguitava:
-
--- Peccato che sia così stupida! Si vede; non ha gusto. Oh quell'abito!
-E quegli occhi di bambola? Che stupida!
-
-Senza essersi mai detta una parola la signora Gilda e la signora Cloe
-parevano conoscersi anche loro da più di vent'anni.
-
- ***
-
-Un giorno Aldo Varni, elegante e sorridente al solito, giunse con modi
-di fretta insolita e non si sedè. Non poteva trattenersi.
-
--- Ho un forestiero in casa; un parente di mia moglie.
-
-E sorbendo il caffè troppo caldo proseguì, fra un sorso e l'altro:
-
--- Un suo cugino... Da sette anni non è stato in Italia. Oh che tipo!
-che bel tipo! Simpaticone! Pieno d'ingegno, di spirito!
-
-Bragozzi, il quale intanto che aspettava il resto della informazione
-guardava l'amico, chinò d'improvviso gli occhi e pensò: «Uhm! Cugino?...
-In che grado?».
-
---... Capitano di lungo corso. Da pochi giorni è arrivato
-dall'Australia. E ha avute certe avventure... Oh! oh!
-
-Varni rideva di gusto, dopo aver posata la chicchera sul tavolino e
-mentre si contemplava nello specchio.
-
--- Figurati che ha tre mogli legittime: una nella Nuova Zelanda, una a
-Borneo e una a Cuba; e tutte e tre fedeli, disgraziato! Se tu lo vedessi
-a disperarsi! Ah è proprio un'ottima compagnia! deliziosa! Resterà qui
-otto giorni, e ce ne racconterà delle belle; che ti dirò poi.
-
-«Anche il cugino incomparabile, adesso!», pensava Bragozzi. Tuttavia
-sorrise, per accondiscendere alla contentezza dell'amico; lo scusò del
-non restare; lo salutò: -- A rivederci domani! --; e andò difilato a
-casa, a portar la notizia alla Cloe.
-
--- Cugino? -- la signora esclamò appunto come si era immaginato Michele.
--- Cugino? Allocchi che siete! È l'amante! l'amante dell'arca di virtù!
-E il tuo caro amico...
-
-Il marito non la lasciò correre. Trovò necessario interromperla:
-
--- Non può essere! Il capitano da sette anni manca dall'Italia. Non si
-fermerà qui che otto giorni... Dunque...
-
--- Eh! si fermerà di più! -- ribattè la Cloe. -- Di più! di più!
-Quindici giorni ci resterà; un mese!... Vedrai! Se pure l'arca non
-scapperà prima con lui...
-
-Quale perfidia! Per evitare il litigio Bragozzi s'affrettava a riferire:
-che il capitano di lungo corso aveva tre mogli; così e così.
-
--- E la quarta in Italia!: illegittima, questa, e infedele, perchè è la
-moglie del tuo amicone. Oh cari!
-
-Il litigio non fu evitato; e nel misero Michele lasciò la consueta
-amarezza, il profondo rammarico di chi si sente immutabile sotto una
-maligna stella. Per sua tribolazione era arrivato a Bologna adesso anche
-il cugino di lungo corso!
-
-Infatti il giorno dopo ecco Varni sorridente, apparentemente beato a
-scaricar le geste del capitano.
-
--- Ah che caro giovine! che compagnia!
-
-E qui una massa di fandonie. Bragozzi sorrideva, per compiacere un po'
-l'amico che rideva; ma pensava: «no no, Aldo non è così imbecille da
-crederci! E spera che ci creda io, imbecille!».
-
-Poi rincasando col proposito di non parlarne più, ecco la Cloe a
-provocarlo:
-
--- Come va il cugino? Come va l'amico? Come va la signora di tutti e
-due?
-
-Basta; passarono finalmente quei maledetti otto giorni, e Bragozzi
-attendeva trepidando la notizia: -- è partito --, allorchè Varni con
-quella sua aria modesta, d'uno che ha una fortuna oltremodo invidiabile,
-venne a dirgli:
-
--- Sai? Sto per conchiudere un bellissimo affare d'esportazione e
-importazione di merci; col capitano. L'ho indotto a trattenersi altri
-otto giorni. Un'idea splendida!
-
-«Mia moglie ci ha colto!» pensò Bragozzi.
-
--- Un affar d'oro, caro Michele! -- seguitava Aldo. -- Presto si
-stipula, a Genova. Fra otto o dieci giorni.
-
-E per una settimana Aldo Varni non si fece vedere al caffè. Quando
-ricomparve ahi! non entrò; e fece cenno a Bragozzi d'uscire. Sotto il
-portico disse con un tremito nelle labbra -- e il sorriso era diventato
-una smorfia --:
-
--- Michele! Ho la fortuna d'aver un amico come te, e desidero che tu mi
-consigli.
-
--- Per la società col capitano?
-
-Varni scosse le spalle, inquieto. Aggiunse, piano, cessando la smorfia e
-assumendo una solennità di dolore imponente:
-
--- Sono stato a Genova, e non li ho trovati!
-
--- Chi?
-
-Ah! Aldo Varni non avrebbe mai pensato che Michele Bragozzi fosse così
-poco agile. Certe cose bisogna afferrarle in aria. E gli rincrebbe dover
-spiegarsi, dire:
-
--- Lei e lui!
-
--- Oh! (-- Mia moglie ci ha colto! --).
-
--- Dubito si siano imbarcati a Napoli...
-
-E l'avevano fatto correre a Genova?
-
---... Ma io non sono un debole! Io, Michele, sono un forte! -- Varni
-alzava la voce --: Un forte!; riconosco che la colpa è mia!
-
--- Tua? -- Bragozzi (infelice!) non capiva più nulla. Pensava: -- Sempre
-ragione, lei, mia moglie!
-
--- Colpa mia! Non dovevo trasferirmi qua da Milano! condur qua in
-provincia, in questo villaggio, una donna come quella! Così intelligente
-e colta! così poetica! così fanatica per i viaggi e le cose
-straordinarie! Non dovevo! E se ritorna, io... -- che ne dici? -- Io
-sono un forte! Non ho pregiudizi, io; e perdono!
-
- ***
-
-L'infedele però non tornava. E a poco a poco Varni sembrò cambiar
-costume. Senza ritegno si dimostrava abbattuto, affranto; un uomo finito
-che non avesse più nessuna ragione per farsi invidiare. E Bragozzi, il
-quale avendo sempre bisogno del conforto altrui non trovava mai il
-momento opportuno e la parola giusta a consolare gli altri, non sapeva
-che si dire. Pensava che Aldo soffrisse in una recrudescenza di dolore;
-sentisse ogni giorno più il cordoglio del perduto affetto e il rovello
-del tradimento. Invece... Una indigestione val meglio che un sistema di
-filosofia a mutare la visione del mondo o la concezione della vita.
-
--- Non vivo più! -- mormorò Varni.
-
-L'amico Michele sospirò; e stava per dire quella che per lui era non
-verità ma menzogna convenzionale: -- Il tempo, amico, è un gran rimedio.
--- Ma l'amico:
-
--- Se non trovo una famiglia che preferisca il manzo al cavallo, le ova
-fresche alle fradice, il burro di Milano allo strutto rancido, e mi
-prenda a dozzina, io muoio! Mi ammazzano al ristorante!
-
-Nè Bragozzi aveva ancora raccolto lo sguardo smarrito a considerarsi le
-scarpe, che l'altro già lo colpiva in pieno petto.
-
--- Prendimi a dozzina tu, Michele!
-
--- Io? -- esclamò inorridendo Michele. -- Con mia moglie?
-
-Voleva dire: con una donna quale il destino mi ha data per rovinarmi
-d'accordo con le cuoche che il destino mi manda?
-
-E il discorso cadde. Lasciando però andare in tal modo la proposta
-dell'amico, Bragozzi rimase malcontento anche di sè; e pentendosi di non
-aver decentemente mitigato il rifiuto, cercò di confortarsi, a casa, con
-il rifiuto della moglie, che s'immaginava inevitabile.
-
-Ebbene, Michele disse:
-
--- Il povero Aldo è malato di stomaco. Lo avvelenano all'albergo.
-
-E allora la Cloe disse; disse, subito, la Cloe!:
-
--- Prendiamolo a dozzina noi.
-
-Lei! Così! La Cloe! Chi l'avrebbe immaginato?
-
- ***
-
-E ciò che doveva avvenire, avvenne.
-
-Non più minestre insipide, non più fritti mal fritti, non più arrosti
-bruciacchiati, non più dolci inaciditi; nella più perfetta tranquillità
-domestica e amichevole armonia Aldo Varni e Michele Bragozzi ora
-mangiavano a crepapancia.
-
-Al caffè, dopo la colazione o il desinare, Aldo Varni era felice di
-esclamare rivolto a qualche conoscente:
-
--- Oh che cuoca ha l'amico Bragozzi! E che brava, che buona, che
-intelligente signora! Che pranzo abbiamo avuto oggi!
-
-Una cosa incredibile, mostruosa, assurda! Aldo Varni voleva essere
-invidiato adesso servendosi di colui che avrebbe meritato tanta
-compassione! Sì, compassione. Varni, egoista e vano, non comprendeva la
-perfidia di quella donna che si comportava così bene solo per il piacere
-che le aveva messo in cuore la disgrazia coniugale dell'amico di suo
-marito! Non era un'infamia? Un'infamia era! Anche, Michele Bragozzi
-soffriva (benchè a pancia piena) delle smentite a tutte le sue passate
-accuse. Bel conforto aveva avuto dal confidarsi a Aldo Varni! Varni lo
-smentiva di continuo con le lodi alla signora Cloe! Bel ristoro vivere
-in quiete a colazione a desinare! La moglie lo smentiva e umiliava di
-fronte all'amico, sempre, con simulazione pertinace, con una bonomia,
-una dolcezza che tirava gli schiaffi!
-
-Privo di sfogo, offeso nell'amor proprio, stanco del suo maligno destino
-Michele Bragozzi incupiva ogni dì più. Nè s'avvedeva di nulla allorchè
-la moglie e l'amico cominciarono a guardarlo di sottecchi, ammiccandosi.
-
- ***
-
-Ma... Ma trascorso qualche mese Aldo Varni parlò alla signora Bragozzi,
-in tenero colloquio; seriamente.
-
--- Senti, Cloe. Ogni marito deve sospettare della moglie se si dimostra
-troppo gentile e affettuosa con lui. Tu cerca di esser meno buona con
-Michele.
-
--- Impossibile! -- esclamò, tutta amore, la Cloe. -- Ora gli voglio
-tanto bene, a mio marito!
-
--- Appunto... Pròvati, anche per amor mio, a non metterlo in sospetti
-che gli faccian male.
-
-Ella dovè promettere. E usò, nella prova, di un'audacia, di una
-sfacciataggine...!
-
-Attaccò l'infelice Michele incolpandolo di gelosia.
-
--- Sei geloso di Varni: capisco! Lo so! Vergognati! ecc. ecc.
-
-A colazione, dispetti; a desinare, sgarberie; a tutte le ore, rabbuffi,
-povero Michele! Egli tornava all'infelicità di prima; aveva da
-sodisfarsi ora della cattiveria di sua moglie.
-
-Troppo anzi! Troppa grazia! Aldo Varni temè che il mutamento della Cloe,
-repentino e grave, scoprisse il gioco al marito; e per non
-compromettersi compiangendolo del tutto, fu riserbato. Disse:
-
--- Tua moglie è nervosa, ma non è cattiva. Solo, bisogna saperla
-prendere.
-
-Saperla prendere! Bragozzi scattò in ogni nervo. Saperla prendere?
-Dunque l'intimo amico scorgeva in lui un difetto di tattica? Dunque non
-vedeva in lui una vittima del destino che l'aveva ammogliato in tal
-modo; non lo riteneva un martire innocente? Dunque non lo stimava degno
-di compassione libera e profonda? Ah piuttosto che essere giudicato
-così, e da uno che aveva voluto essere invidiato per la sua propria
-felicità coniugale un tempo e invidiato dopo per la felicità coniugale
-d'un infelice, egli, Michele Bragozzi, arrivò dove non era arrivato mai;
-arrivò a riconoscere fino una virtù di sua moglie! E attese con
-desiderio il momento della riscossa.
-
-Scattò eppur tacque quel giorno. Quando però, alcuni giorni dopo, Varni
-lo compianse: -- Tua moglie oggi è davvero intollerabile! -- Bragozzi,
-quasi dicesse: -- invidiami giustamente una buona volta! --, ribattè
-pronto:
-
--- Ma almeno lei è onesta!
-
-
-
-
- UN MARTIRE DELLA VERITÀ
-
-
--- Peralti! -- esclamarono gli ascoltatori. -- Carmelo! Il nostro
-Carmelo!
-
-Già: Carmelo Peralti, il loro compaesano, da qualche anno entrato nella
-Pubblica Sicurezza e perciò rinnegato da tutti.
-
-E Silvio il sarto riprese a leggere nel giornale la gran notizia, ora
-incespicando e ora affrettando come se le lettere, dopo l'intoppo,
-godessero di lasciarsi afferrare dagli occhi e dalle labbra:
-
--- «... la guardia Peralti, senza far uso della rivoltella, acci... uffò
-gli altri due teppisti e riuscì a trattenerli uno per mano, finchè
-sopraggi... unsero in aiuto due soldati d'artigli...eria e li
-arrestarono».
-
--- Capite? Uno per mano! -- gridò più che mai rubicondo e giocondo
-Colamosto il calzolaio. -- Si chiama forza! si chiama coraggio!
-
-Che notizia! che fatto! E che onore per il paese! che gloria!
-
--- Gli daran la medaglia di sicuro! -- diceva uno.
-
-E un altro: -- Ci vado anch'io alla funzione, quel giorno. Carmelo è mio
-cugino.
-
-E un altro:
-
--- Lo inviteremo qui per la festa d'agosto. Berremo! Bravo, Carmelo!
-
-Grappanera aveva ascoltato zitto e cheto attendendo che ammirazioni e
-commenti gli consentissero di parlare. Allora, al punto buono, battè la
-pipetta su la costa del paracarro per vuotarla della cenere; la riempì;
-accese uno zolfanello e mentre lo zolfanello ardeva, egli, fra sonore
-aspirazioni, cominciò:
-
--- Quand'ero giovine, a Verona... in una osteria..., che litigavano...
-
--- Non dirla troppo grossa! -- l'esortava Pannocchia, piano, in
-confidenza.
-
-Senza badare alle facce beffarde della compagnia, con l'usata
-naturalezza e semplicità, con quella sua aria di modestia, Grappanera
-seguitò:
-
---... io ne presi tre per il petto, in una volta.
-
-Era andata; e non era più possibile nè ritirarla nè mutarla.
-
-Oh! uh! Parve fosse scoppiata una bomba che avesse la virtù di far
-ridere l'universo.
-
--- Bum!... Fanfarone!... Spaccone!... --: tale l'ammirazione che il
-povero Grappanera suscitava per sè. Acceso dall'ira nella faccia patita,
-egli tuttavia si sforzò a contenersi; a ingoiare.
-
-Il medico gliel'aveva cantata chiara da un pezzo: -- Sei tocco al cuore.
-Se ti arrabbi, ti ammazzi. Ma come non arrabbiarsi? Bisognava pur
-difendersi, difendere la verità!
-
-Onde, deposta la cesta che aveva già infilata al braccio per avviarsi e
-non pregiudicarsi quanta salute gli restava, tornò indietro. Gridò
-gemebondo:
-
--- Uno, ne presi, con questa! -- E alzò la mano destra perchè gli
-increduli la vedessero bene.
-
--- Uno con questa!... -- e alzò la mancina.
-
--- E il terzo? -- chiesero più voci spietate. D'impeto, in un atto solo
-Grappanera fece come un bue che abbassi la testa a cozzare o un cane che
-s'avventi a mordere. -- Ham! -- Sissignori: così, con la testa, la
-bocca, i denti -- mentre ne teneva due con le mani -- egli aveva
-afferrato per il panciotto il terzo dei litiganti, a Verona, in
-gioventù.
-
-Non era una cosa possibile? verosimile? Vera!
-
--- E dopo? -- Pannocchia chiese serio, quasi per sapere ciò che più
-importasse. -- Chi lo rammendò, dopo, lo strappo al panciotto?
-
-Ridevano tutti, sguaiati; schernivano cattivi oltre il solito.
-
-Il martire finalmente fu costretto a partire con la cesta sotto il
-braccio. Ma allorchè svoltava dalla Porta Montana, si rivolse; e
-agitando la sinistra, per disperato ammonimento più che per rimprovero,
-rispose ai dileggi con tutta la voce che aveva, con voce di pianto: --
-Mi fate morire! -- E disparve.
-
- ***
-
-Ogni giorno dopo desinare la compagnia veniva là all'ombra dei tigli
-fuori Porta Montana a passar l'ora del riposo, o, come dicono in paese,
-l'ora di Sant'Agostino. Leggevano il giornale; conversavano;
-disputavano, se non di teologia, di politica, scienze ed arti, sdraiati
-su l'erba: Silvio il sarto; Colamosto il calzolaio; Pannocchia il
-sensale; Volturno Schiza, che sapeva di ogni mestiere e d'ogni cosa, e
-qualche ozioso di buon umore. Con la cesta delle paste dolci e delle
-mosche -- perchè il velo che avrebbe dovuto proteggere quelle da queste
-era tutto buchi e le mosche passandovi entravano a deliziarsi senza
-farsi scorgere -- ci veniva anche Grappanera; smorto; quasi terreo; i
-baffi grigi spioventi; il berretto da ciclista sulle ventitrè. Talvolta
-recava il liquore di sua privativa, squisito e benefico nelle digestioni
-difficili; ma egli tornava gradevole più spesso con invenzioni d'altro
-genere. Perchè Grappanera non diceva mai bugie; solo che le verità che
-diceva, se le inventava lui. I fiori, le fronde, i frutti della sua
-fantasia portentosa avevano sempre un fondo di realtà o di ragione; le
-storie che narrava, le avesse concepite ascoltando da altri fatti o cose
-lontanamente consimili, o risultassero da sparsi elementi di verità
-certe a tutti e da lui ricomposti quasi per cerebrazione inconscia, le
-sue storie si specchiavano nella fantasia, da cui sorgevano, in un
-riflesso di illusione così vivida che il primo a crederci era lui; e vi
-giurava sopra, sicuro di non dannarsi l'anima. Ma a che valevano i
-giuramenti? Coloro là non gliene mandavano buona una. Nè egli poteva
-staccarsi da coloro, ch'erano la sua morte, appunto perchè chi ama la
-verità è trasportato dove più la verità è combattuta, misconosciuta,
-negata, spregiata.
-
-Ignoranti! cocciuti! barbari!
-
--- Abbiamo o non abbiamo la testa per ragionare? -- egli protestava ogni
-giorno; e si raccomandava invano: -- Per carità, ragioniamo, ragazzi!
-
-Ragionando, non sarebbe parso naturale che un uomo lungo e magro, come
-era lui ora, avesse avuto molta forza un tempo? Si sarebbe forse
-ammalato di cuore se non avesse molto esercitato sangue, muscoli e
-nervi? E ciò considerando, non riuscivano ammissibili le sue geste? Che
-c'era di impossibile, per esempio, nella paura che aveva fatto prendere
-a due ufficiali, a Verona, al tempo degli austriaci?
-
-Aveva una bella amorosa e una sera le venne sete, a lei.
-
--- Andiamo al caffè? -- Andiamo. -- Mentre attendevano il cameriere, i
-due ufficiali, che sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a
-guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio.
-
--- Uf! che caldo!
-
-Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava avvisar quei signori
-che se al caldo di fuori s'aggiungeva ancora un po' più di caldo dentro,
-essi, quella sera, andavano a casa con la testa rotta. E che pensò lui?
-Prese con le due mani a una estremità la tavola di marmo, la sollevò e,
-come altri farebbe con una cartella, -- Uf! che caldo! --, con quella
-egli si mise a sventolarsi... Semplicemente. Chi non avrebbe capita la
-minaccia? I due ufficiali la capirono benissimo.
-
-Ma ecco: -- Marmo tarlato! -- commentava, serio, Pannocchia. Ecco il
-martirio: Pannocchia il sensale dava sempre spiegazioni così
-strampalate, aggiunte così spropositate, prove così buffe ai racconti di
-Grappanera, che la verità ne restava oppressa e schernita, nonostante i
-richiami alla ragione. Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno
-Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come in convulsione, su
-l'erba.
-
-Al chiasso i curiosi accorrevano.
-
-E: -- Mi fate morire! -- doveva concludere il povero martire, scappando
-con la cesta delle paste e delle mosche.
-
- ***
-
-Perciò da un pezzo Grappanera si era imposta una norma che non avrebbe
-più trasgredita se non l'avesse provocato ad emulazione la guardia
-Peralti. Volendo a un tempo risparmiar disordini al suo povero cuore e
-persuadere che lo moveva il più disinteressato amore della verità,
-sopprimeva sè stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto figurare
-quale prima parte; compieva il sacrificio di sostituirvi «un mio amico»,
-«un tale di mia conoscenza».
-
-Così faceva narrando del tempo che, come tutti sapevano, era stato
-soldato in Austria per servizio obbligatorio, negli ulani.
-
-Certa nave trasportava una volta un reggimento di ulani giù per quel
-fiume cui dicono Danubio e che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi
-dei nostri insieme.
-
-Quand'ecco nella vecchia carcassa tedesca l'acqua cominciò a penetrare
-da molte bande. Mano alle pompe, agli stracci, al catrame, alla stoppa
-per turare i buchi. Presto! Si corre, si grida, si suda. Invano. Ha una
-forza, una spinta che non s'immagina, l'acqua del Danubio! E se
-seguitava a introdursi a fiotti, non c'era da dubitare che si andrebbe a
-fondo, col rischio di finire in bocca a una balena; a una balena del
-Danubio.
-
-Ma allora a un soldato, un ulano «di mia conoscenza», venne una buona
-idea. Nell'alzar gli occhi al cielo per raccomandarsi l'anima, vide che
-dal cielo della stiva pendevano dei lardoni.
-
--- I lardoni! -- feci io. -- Mettiamo dei pezzi di lardo subito, contro
-i buchi! Presto, chi di qua, chi di là....
-
-E fu la salvezza.
-
--- E i sorci -- aggiunse Pannocchia --, che in Austria sono dieci volte
-i nostri e hanno anche più giudizio, non mangiarono il lardo per non
-essere mangiati dalle balene del Danubio.
-
-Risa, clamori, contorcimenti della compagnia: questo il premio al
-sacrifizio di Grappanera.
-
--- Mi fate morire!
-
-Nè meglio giovava al martire ricorrere a storie che non contenessero
-proprio nulla della sua biografia ed escludessero ogni suo vanto diretto
-e indiretto. Quale relazione, per esempio, sarebbe stata da scorgere tra
-lui e il gran maresciallo Mac Mahon?
-
-E raccontava... -- (l'aveva intesa da persona degnissima di fede) --
-raccontava che Mac Mahon, dopo la vittoria, passò col suo seguito
-davanti a una masseria dove stavan prigionieri duecento tedeschi, circa.
-E il maresciallo ordinò al capitano di guardia di condurgli i
-prigionieri a Magenta.
-
--- Ma, generale, siamo in dodici tra graduati e soldati!
-
-Come avrebbero potuto, dodici militari, scortar duecento nemici, circa,
-con armi e bagagli, e senza che si ribellassero o scappassero?
-
-Mac Mahon pensò un momento e poi... Bella idea!
-
-Comandò di chiamar fuori a uno a uno i prigionieri; a uno a uno fece
-staccare il bottone che ne reggeva le brache alla cintola. E in tal
-modo, dovendo reggere con una mano il fucile e con l'altra le brache, i
-duecento prigionieri, queti come agnelli, furono condotti a Magenta da
-sola una dozzina d'uomini.
-
-Gli ascoltatori naturalmente risero. Ma non avrebbero riso che per
-l'astuzia di Mac Mahon se Pannocchia, il quale nel '59 aveva ancora da
-passare due anni prima di nascere e non sapeva nemmeno in qual parte del
-mondo Magenta si trovasse, non avesse aggiunto, serio serio:
-
--- Me lo ricordo anch'io Mac Mahon a Magenta!
-
-Or fino a un certo segno è compatibile l'ignoranza che non presta fede
-alle opere umane, ma non è poi compatibile chi non crede al caso, quando
-ogni giorno si vedono avvenire per caso i fatti più straordinari.
-
-E coloro là non ammettevano neanche la storia del merluzzo!
-
-Con la sua cesta al braccio, Grappanera andava un giorno per i monti, e
-in un luogo solitario scorse rilucere una pozza d'acqua, e risplendervi
-dentro una cosa...; un animale, enorme, che pareva d'argento. Si
-accosta. Immaginate! Era... un merluzzo!
-
-Ma chi, dal mare, l'aveva portato e messo lassù in montagna, in una
-pozza, un pesce di mare così grande? Questo il problema.
-
--- Un colpo d'aria -- rispose Volturno.
-
-E Grappanera, pazientemente:
-
--- Non ci sono cicogne a questo mondo? Non falchi? non aquile? Uccelli,
-insomma, così robusti da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e
-portarlo in montagna per divorarselo in santa pace? Il pesce, però,
-preso da uno di questi uccelli, dovè pensare alle faccende sue e battere
-e sbattere la coda disperatamente; l'altro aperse un momento il
-becco...; e il merluzzino scappò, cadde. Per caso, proprio là sotto dove
-cadde, stava una pozza d'acqua. Il problema era risolto.
-
--- E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo, quanta grappa nera ci
-bevesti dietro? -- dimandò Pannocchia.
-
-Schernivano ormai per partito preso. Inutile, oramai, qualsiasi
-discorso.
-
- ***
-
-Ma non solo per questo Grappanera pativa sino al martirio: pativa non
-tanto perchè non credevano alle verità che diceva lui, quanto perchè
-credevano ciecamente alle fandonie che dicevan loro e che imparavano dai
-libri e dai giornali. Questa la sua maggior passione: di non riuscir a
-convincerli delle bugie, delle assurdità stampate.
-
-Ah la storia dei canali di Marte!
-
-Un giorno lui, Grappanera, arrivò al convegno mentre Silvio il sarto e
-Volturno Schiza disputavano, sostenendo l'uno che la gran stella che
-accompagna il sole al nascere o al morire si chiama Marte, e l'altro che
-si chiama Venere. La questione non gl'importava molto; e lui,
-Grappanera, tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan più,
-disse:
-
--- Pensate che se ne abbia permale lo stellone del dì o della sera, se
-non gli date il suo nome giusto?
-
-Ma Silvio gli si rivolse contro.
-
--- Tu non sai niente! non sai che se è proprio Marte, lo stellone è
-abitato da gente come siamo noi, tale e quale!
-
-E Volturno confermò:
-
--- Gli scienziati con il cannocchiale ci han visti dei canali come i
-nostri, con gli argini come i nostri, tali e quali! L'ho letto io nel
-libro di mio figlio, che fa la quinta!
-
-Capite? Perchè il libro di suo figlio, che faceva la quinta, diceva
-così, bisognava crederci quasi fosse Vangelo! E perchè gli scienziati ci
-avevan visti dei canali in Marte, Marte (guai a non crederci!) era
-abitato.
-
-Ma quel giorno Grappanera ebbe un'idea così giudiziosa che chiaramente
-dimostrava agli amici quant'erano chiù. Disse:
-
--- Bene. Figuriamoci dunque d'esserci noi lassù, nello stellone, a
-guardar giù, alla terra, con il cannocchiale. Vi credete voi che
-diremmo: -- Laggiù, in quella stella, che si chiama Terra, ci han da
-essere degli uomini fatti come noi perchè ci si vedono dei canali con
-gli argini? No! no! Diremmo: -- Quella cosa lunga là, cos'è? Una torre!
-Quell'altra? Un campanile! Quell'altra? Il camino d'una fabbrica! --
-Questi sono i segni più visibili della mano dell'uomo; questi sono i
-segni che non ingannano. Ecco perchè la terra si può dire abitata. Altro
-che i canali, chiù che siete!
-
-Ma no e no: non rimasero persuasi della ragione; gli diedero
-dell'ignorante a lui, povero martire!
-
- ***
-
-Le invenzioni sopra tutto contribuirono ad affrettare la fine del
-martirio; e tre furono i presunti miracoli che la ragione e il cuore di
-Grappanera non poterono assolutamente comportare.
-
-Primo; l'aeroplano. Allora, poco più che un quarto di secolo fa, nessuno
-degli scienziati solenni avrebbe ammesso quale possibile invenzione che
-un corpo più pesante dell'aria non solo volasse ma si dirigesse alla
-sicura per il cielo. Era dunque da rimproverar Grappanera se, per solo
-amore della verità, sosteneva che la notizia di cotesta invenzione non
-era bevibile? che il giornale letto dal sarto conteneva balle di bugie?
-
-Palloni se ne eran visti tanti a volare, anche con uomini dentro, che
-egli ne avrebbe ritenuto possibile uno grande come la cupola di San
-Pietro a Roma, e capace di portar, magari, due o tre famiglie, purchè il
-pallone andasse a suo capriccio. La macchina invece descritta nel
-giornale di Silvio -- un'automobile con le ruote, le ali e il motore --
-andava dove voleva chi c'era sopra.
-
--- Ragioniamo! Per andar dove si vuole è o non è necessario un appoggio?
-la terra, ai piedi e alle ruote; l'acqua, alle barche e ai bastimenti?
-Ma la terra e l'acqua sostengono i meccanismi di direzione perchè esse
-si toccano, si sentono, si prendono. Prendete in mano dell'aria se siete
-buoni!
-
-A tagliar corto la disputa, Colamosto ricorse agli uccelli.
-
-Quasi che gli uccelli non avessero l'anima fatta apposta per volare e
-non l'avesse inventata chi ne sapeva più di un giornalista: Domineddio!
-
-Ma il guaio fu che la disputa d'aeronautica si tirò dietro la seconda
-delle dispute più grandi e funeste, quando poi Volturno Schiza parlò,
-rivolto a lui, il contradditore: -- Tu l'altro giorno dicevi: --
-prendete in mano dell'aria se siete buoni! -- E oggi io ti dico che
-l'aria si può liquefare, e se si può farne un liquido, si potrà anche
-prendere in mano dentro una bottiglia o un bicchiere! L'ho letto io nel
-libro di mio figlio, che fa la quinta.
-
-Grappanera si provò a ridere a questa fola come loro ridevan delle sue
-verità. -- Ah! ah! l'aria liquida! l'aria in bicchieri, l'aria in
-bottiglie! Non era buffa?
-
-Ma anche il ridere gli sconquassava il cuore. Tacque. Riflettè. Trovò il
-modo a dimostrar l'errore di quei creduloni: di nuovo per assurdo, da
-perfetto dialettico.
-
--- Se l'aria, che è un fiato...
-
--- Un gaz, vuoi dire -- corresse lo Schiza.
-
--- Se l'aria, che è un gaz, si può ridurre a liquido, il mio liquore,
-che è un liquido, si potrà ridurre a gaz. Bene! Me lo paghereste due
-soldi, voi, un bicchierino di gaz? E io potrei dire: il mio gaz guarisce
-lo stomaco?
-
-Furono convinti dell'errore, per assurdo? Ma che! Meno che mai!
-
--- Mi fate morire!
-
-E la terza delle più funeste invenzioni...
-
-Era vecchia, ma disgraziatamente se ne discorse la prima volta pochi
-giorni dopo che Grappanera aveva tanto sofferto in causa della guardia
-Peralti.
-
-Si discuteva, a proposito di un truce delitto, intorno alla pena di
-morte. E Volturno asserì -- e gli amici confermarono -- che in America
-hanno una curiosa maniera di punir gli assassini e liberarsene.
-
-Raccolgono due o tre fulmini in una scatola, raccostano al condannato,
-che senza sospettar di nulla sta a sedere tranquillamente in una
-poltrona, toccano una molla, i fulmini sbalzan fuori..., e giustizia è
-fatta!
-
-Colamosto disse, tutt'allegro:
-
--- Presto o tardi questo sistema si userà anche qui da noi.
-
-E Silvio:
-
--- La mannaia e la forca erano un'infamia!
-
-E Pannocchia:
-
--- Ma così, con quella cassettina, dev'essere un piacere anche fare il
-boia!
-
-Grappanera era rimasto a bocca aperta. Se ci son cose al mondo
-infrenabili, inafferrabili, che scappan da tutte le parti, sono le
-saette. E coloro credevano si potessero raccogliere e metterle in una
-cassettina come le anguille! Quando si arriva a questo punto, a dover
-udir questo, non c'è neppur più da augurarsi di campare. Meglio andar in
-un altro mondo dove non si stampino fole di tal sorta e non ci sia
-nessuno che ci creda!
-
-Grappanera, quand'ebbe chiusa la bocca, prese la sua cesta e si avviò
-ansimando ma in silenzio. Quando fu alla Porta Montana si rivolse;
-ripetè il solito disperato gesto, ma non disse: -- Mi fate morire! -- E
-disparve.
-
-Il giorno dopo, all'ora di Sant'Agostino, la campana della parrocchia
-avvisava la solita compagnia che egli era passato da questo mondo pieno
-di menzogne alla verità eterna.
-
-
-
-
- IL VITELLO
-
-
- _20 luglio._
-
-Ma sì! Per il mese che potrò restarci in riposo e quiete il luogo mi
-piace. Pura l'aria che cala dai monti e sale dal fiume; bella la vista
-dalla mia finestra; fresche le ombre d'intorno: un senso d'antica pace
-contiene questa vecchia casa dai muri massicci. E i padroni di casa son
-ricchi d'antico stampo, ricchi che lavorano la terra e mostrano
-nell'onesta faccia e nei modi franchi una semplicità cordiale. Non ci
-siamo mai visti prima d'oggi, e ci siamo riconosciuti subito. I due
-vecchi -- il reggitore e la reggitora -- m'han chiesto tante scuse non
-so di che, asserendo per altro che qui starò benone; nè m'han detto
-d'aver dubitato che rinunciassi a venir da loro perchè ci hanno, in
-casa, una parente malata. La casa è così grande! E io non debbo darmene
-pensiero; non debbo nemmen sapere in che camera giaccia quella poverina:
-debbo godermi senza fastidi la bella campagna, e nessuno mi disturberà.
-Sono libero! solo!
-
-A Francesco, il padron giovine, che è lui di fatto il reggitore della
-famiglia o il direttore dell'azienda, è bastato avvertirmi che sarà
-sempre pronto a' miei comandi; e lo zio e il garzone, più timidi, e gli
-operai mi fanno scappellate da lungi, e zitti. Quanto a Reno, il
-compagno che avrò sempre fido, mi dice tante cose, ma senza parlare. È
-un grosso cane dagli occhi malinconici, dal muso lungo e dal cranio
-appuntito: intelligente, e anche con lui ci siamo riconosciuti subito.
-S'avventa furioso agl'intrusi; me, mi ha accolto scodinzolando, quasi
-sapesse che sarei arrivato, e mi promette un affetto immenso in ricambio
-di qualche tozzo di pane. Degli altri animali, non ho da temere nessun
-disturbo. La cascina con la stalla piena di buoi è discosta; la
-cavallina pascola queta nel prato; la scrofa e il degno figliuolo si
-imbrattano lontano... Ho visto, tra le galline, i galletti, i tacchini e
-le anitre, un'oca; ma che ha a fare un'oca con un letterato che usa
-penne d'acciaio?
-
-Dunque pace e libertà; ozio e beatitudine!
-
-... Quale sarà la camera dell'inferma?
-
- _22 luglio._
-
-Ieri, mentre desinavo al rezzo, è capitato il medico condotto. Saluti;
-pochi complimenti. Gli ho chiesto: -- È grave? -- Non ha potuto negare
-che è uno di quei casi in cui la scienza si rimette ai decreti della
-natura; però ha soggiunto: -- È robusta, e tirerà innanzi un pezzo. --
-Come a dire: -- Stia pur tranquillo; stia allegro. Morirà quando lei non
-sarà più qui. -- Benissimo! -- Buona sera, dottore!
-
-... La sera, quando sono andato di sopra, ho guardato all'uscio in fondo
-alla loggia. È sempre chiuso: deve essere là.
-
- _24 luglio._
-
-Io sto bene. La mattina mi alzo col sole e la frescura mi ravviva il
-sangue per tutta la giornata. A un'ora di sole, come dicon qui, una
-carrozzella viene a prendermi e mi guida lungo il fiume, per una strada
-deliziosa, allo «Stabilimento». E faccio un bagno grato quanto un
-lavacro spirituale. Al ritorno, la colazione, bevendo acqua eccellente e
-vino idem, mi persuade meglio di un volume di Tolstoi che la felicità
-sta in noi. Posso abbandonarmi, io, anche a una dormitina di alcune ore.
-
-E segue, nel pomeriggio, la lettura dei giornali. Politica, scandali,
-delitti, informazioni sfuggon di sotto agli occhi senza lasciar tracce
-nella memoria. Nè si dica che l'ozio annoia. Un filosofico benchè muto
-colloquio con Reno, quando non mi sonnecchia a lato; una capatina nel
-frutteto dove anneriscono certe prugne e s'indorano certi fichi da
-Paradiso Terrestre; un'occhiata ai lavori dei campi; un po' d'attesa a
-chi passi per la via --, e giunge l'ora di desinare. La sera, vengono a
-trovarmi conoscenti vecchi e nuovi, e si chiacchiera, si fuma, si beve,
-si gusta la bellezza del firmamento, e si ride. C'è uno il quale ride
-con tale impeto che deve udirsi anche nella camera più recondita della
-casa...
-
-Lo so! lo so! La Morte, nel suo transito fatale e perenne, guarda a
-questa casa di buona gente.
-
--- _Tutto mio, tutto mio_ -- canta da presso la civetta.
-
-Ma: -- Non ci badi -- mi dice il reggitore. -- È il suo verso.
-
- _25 luglio_.
-
-Effetto d'assuefazione: il ricordo dell'inferma, ridestato in me dal
-quotidiano apparir del medico, non mi dava più che una tenuissima noia.
-Non c'è beatitudine perfetta; e Reno, per esempio, non manca di pulci.
-
-Se non che la paesana che mi serve da cuoca ha vinto finalmente la
-soggezione, ha sciolta la lingua e mi ha avvelenata la colazione,
-stamattina.
-
--- Sa? -- mi ha detto. -- L'ho vista...
-
--- Chi?
-
--- L'ammalata.
-
--- Ebbene?
-
--- Vedesse com'è ridotta! Era una bella donnona, ma adesso... Patisce
-pene d'inferno. Eppoi, ha una paura...
-
--- Paura di che?
-
--- Teme dar disturbo a lei. Quando si lamenta, per il male, si sforza
-perchè lei non senta...
-
-Per poco io non ho gettato a Reno tutta la bistecca. E la cuoca ha
-seguitato:
-
--- Esser ridotta così, agli ultimi anni, che avrebbe potuto passarli
-bene! Perchè ha dei quattrinetti. Staremo a vedere a chi toccheranno.
-
-Intanto io pensavo...
-
-E l'altra puntando l'indice al naso e facendomi la confidenza a voce
-sommessa (non è una chiacchierona):
-
--- Gli eredi, vedrà, saranno questi parenti qui, sebbene ne abbia degli
-altri, più stretti. Ma di chi la colpa? Ha una nipote, figlia di sua
-sorella, che è in bisogno. La nipote, appena lei cominciò a patire, se
-la prese in casa per curarla meglio, diceva. Invece un bel giorno le
-ragazze, le figliole, aprirono cassa e armadio e se ne spartirono i
-panni, come fosse già morta. Son cose da fare? Un po' di prudenza ci
-vuole, di pazienza! E l'ammalata se ne addiede; mandò a chiamare il
-reggitore, questo qui, e si fece portar via. Allora la nipote mise di
-mezzo un frate...
-
-Io pensavo...
-
---... un frate che la consigliasse a far testamento e a lasciar tutto a
-lei. Il testamento l'ha fatto, ma -- l'ho saputo da un testimonio --
-alla nipote gli toccheranno solo cento scudi.
-
-Io pensavo: «Se ammalato fossi io, in questa casa, e quella poverina
-fosse sana, non verrebbe forse a salutarmi qualche volta? a farmi
-coraggio?».
-
--- Le avete fatto coraggio? -- ho chiesto alla cuoca.
-
--- Sì. Le ho detto: -- quel signore che è qui vi vuol presto nel prato a
-conversare con lui.
-
--- E lei?
-
--- Ha voltato la testa, ha ficcato la faccia contro il cuscino, per
-pianger piano...
-
- _27 luglio._
-
-Dimani la voglio fare, la mia visita di pietà. La voglio fare! La debbo
-fare! A ogni costo.
-
- _28 luglio._
-
-Oggi è domenica, e l'inferma ha avuto altre visite e parole di
-consolazione; attimi, forse, di speranza. Tra gli altri che son venuti a
-trovarla c'è stata la nipote vedova, quella avida dell'eredità, e a
-vederla si direbbe una buona donna; ma che non fa il bisogno? Essa, che
-è sorda e sorride come i sordi, ha rotta la consegna di non avvicinarmi;
-è venuta a chiedermi se sto bene, per susurrarmi che l'ammalata sta
-male. -- Male! male! Non camperà una settimana. Il dottore non capisce
-niente.
-
- _31 luglio._
-
-Anzi il dottore ha capito subito la mia intenzione. Alla dimanda: -- È
-molto peggiorata? --, s'è prima stretto nelle spalle, significandomi che
-talvolta la natura non s'appaga di vincer la scienza ma vuol anche
-corbellarla; poi ha detto: -- È meglio che lei non la veda.
-
-Consiglio disinteressato! La vista dolorosa potrebbe, infatti, guastarmi
-il sangue. Ma io, risolutamente, ho imposto a me stesso un _aut-aut_:
-domani o vederla o partire!
-
- _1 agosto._
-
-E stamane la cuoca mi ha chiesto:
-
--- Ha sentito? questa notte?
-
-Anche le notti scorse, svegliandomi di soprassalto, ho teso l'orecchio,
-se mi giungesse qualche gemito, e non ho mai udito nulla.
-
--- C'è stato il prete tutta notte.
-
-Il prete? ad assisterla? Avrà dunque perduta la coscienza. La mia visita
-sarebbe ormai inutile...
-
-Che sollievo!
-
-Ma per tutto il giorno ho dubitato. -- È morta? -- La reggitora e il
-figliuolo mi sfuggivano; il vecchio m'ha parlato del tempo, e che non
-piove, e che mancherà presto il mangime alle bestie... Sempre disgrazie!
-Però nella faccia onesta leggevo una maggior pena: quella di non aver
-saputo e di non sapermi preparare all'evento. Egli e i suoi si sentono
-in colpa verso di me. Turbare la mia quiete così!
-
-A sera ho scorso la vecchia salir frettolosa le scale con un bicchierino
-di vin santo...
-
- _2 agosto._
-
-_Tutto mio! tutto mio!_ È morta.
-
- _3 agosto._
-
-Sono casi, ma strani e perciò notevoli. Ieri sera Reno -- non ci fu
-verso -- ha voluto salir con me, s'è accucciato presso il mio letto e
-v'è rimasto tutta notte. Abbiamo dormito poco e male.
-
-Oggi ho chiamato Francesco, il giovine, e gli ho detto sottovoce:
-
--- Non vi date pensiero. Quando la porterete via, andrò per il campo.
-
-Egli mi ha sorriso e, al tempo stesso, ha lasciato scorrere per le
-guancie abbronzate due lagrimoni.
-
-Ha detto:
-
--- Lei badi a Reno. -- Poi, come a un amico:
-
--- Alla disgrazia ci eravamo preparati; ma adesso cominceranno i guai,
-per quel po' di roba...
-
- ***
-
-Via! Il diavolo non è mai brutto come si dipinge, ossia la Provvidenza
-non manca mai. Non dico per me: io ho mantenuto la parola, nè mi sono
-afflitto troppo, per non dar dispiacere ai miei ospiti. Dal campo,
-lontano, ho sogguardato al trasparir delle fiammelle, tra gli alberi; e
-tenevo in chiacchiere Reno perchè non uggiolasse.
-
-E dopo, anzi, mi sono quasi divertito.
-
-Persiste in questi luoghi l'uso della cena funebre, a cui s'invita la
-parentela e che, con una bella scorpacciata, accorda in piena cordialità
-le necrologie. Però qui minacciava la questione del testamento, noto per
-l'indiscrezione dei testimoni. Anche coloro che nulla ne speravano
-temevano da un momento all'altro il conflitto fra la nipote vedova e
-sorda, o i suoi figliuoli, e i presunti eredi.
-
-Dalli e dalli, chi con dire: -- La poverina ha finito di soffrire -- o:
--- Ha fatto il suo purgatorio in terra --; e chi con aggiungere: --
-Adesso sta meglio di noi -- o: -- È in Paradiso di sicuro -- la sorda ha
-udito e non ha potuto contenersi.
-
--- In Paradiso ci sarà andata se avrà fatto le cose giuste.
-
-Le ha risposto Francesco, il giovinotto:
-
--- Non sta a noi giudicare.
-
-Ma ha ribattuto un figlio della vedova:
-
--- Sta a chi ha nelle vene più sangue della sua gente, di lei. Gli eredi
-dobbiamo esser noialtri! Siamo noi i parenti più stretti!
-
-E il reggitore, il vecchio:
-
--- La roba si lascia a quelli che la meritano, a quelli che ci voglion
-più bene!
-
--- Bravo! -- ha esclamato un Tizio rompendo la neutralità.
-
--- No! -- ha esclamato un altro, il quale deve trovarsi in cattive
-acque: -- Si aiuta chi ha bisogno! Se no, il diavolo ride!
-
-Così il conflitto è presto diventato una mischia di voci virili e
-femminili. Già sormontava qualche bestemmia romagnola. Il sangue
-romagnolo ribolle per poco; e qui non si trattava di poco, ma di più che
-diecimila lire: nella Cassa! -- Si sa! -- Lo sappiamo! Dov'è il
-libretto?
-
--- Il libretto -- ha gridato Francesco -- l'ho io in consegna e lo darò
-a chi di ragione!
-
-Intanto anche Reno ringhiava. Il baccano degli uomini e delle donne
-offendeva il suo senso bestiale.
-
- ***
-
--- Oh! reggitore! Francesco! correte!
-
-E la voce del garzone ha soggiunto, anche più forte:
-
--- Portate del sale! Correte!
-
-Che cosa è successo? Che cosa succede?
-
-Accorrono con la lanterna, col lume; anch'io accorro, tra gli altri,
-uomini e donne, nella stalla. Quivi le voci irose si mutano in
-esclamazioni di meraviglia o d'invidia... Una vacca ha partorito, zitta
-e quieta, un bel vitello! Com'è grande! Vedo il vecchio cosparger di
-sale il neonato e la madre lambirlo, leccarlo, tutto molle, con materna
-tenerezza.
-
--- Chi va e chi viene -- osserva il vecchio sorridendo e rialzandosi.
-
-E le parole del saggio inspirano d'improvviso il padrone giovine.
-Francesco, in mezzo agli astanti, chiama la vedova. Dice:
-
--- Sentite, Rosina. Non sta a noi giudicare la volontà di quella che se
-n'è andata. Avrà fatto le cose secondo la sua coscienza. Ma per amore di
-quella che se n'è andata, voi l'accetterete da noi, quando sarà da
-vendere, questo che è venuto proprio adesso, come mandato da Dio a
-metter pace tra di noi?
-
-La sorda resta un po' estatica, con gli occhi fissi, quasi dubiti di
-aver male udito; poi si getta singhiozzando nelle braccia di Francesco.
-
-Un brivido fugge per i rudi nervi degli astanti; a qualcuno s'arrossan
-gli occhi. Si mormora: _bravo! bene!_ Parecchi si abbracciano.
-
- ***
-
-... E andiamo a letto contenti tutti. Io ho in cuore una tenerezza...; e
-mi par di vedere la puerpera leccare e tener caldo col fiato il suo
-figliuolo.
-
-
-
-
- ZVANÒN
-
-
-Lo rivedo ancora bene -- Svanòn -- nella penombra della memoria: alto,
-massiccio, imponente quale un gigante a me bambino, e strano per gli
-occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno e i baffi e i
-capelli neri. E ne ho precise in mente le parole, perspicue le
-attitudini di quando la mia anima e la sua ebbero dalla sorte una
-vicendevole tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei suoi
-modi con gli altri; non so se agli altri apparisse temibile come a me,
-eppur buono; se con gli altri ridesse come con me quasi cedendo a una
-giocondità improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo fosse turbata
-spesso, non fosse più di un fuggevole consenso alla debolezza e alla
-letizia delle piccole creature.
-
-Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o terzogenito. Dei cinque
-fratelli solo il più attempato aveva donna, con parecchi figliuoli
-giovani già fatti, allorchè s'ammogliò il quintogenito, di cui non
-rammento neppure il nome. Più che il nome -- Adalgisa -- rammento invece
-della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua
-persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre, tra la
-reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende
-famigliari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde...: così: la
-scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto
-della biancheria lavata e tenendolo con le braccia nude; la gonna rossa
-sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo, e una
-gamba fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti, e il sole
-che pareva tutto per lei.
-
-Quanto tempo era trascorso dal dì delle sue nozze a quello che lei
-s'impresse così vivamente nella mia memoria puerile?
-
-Forse non più di un anno.
-
- ***
-
-Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar con la Gisa al rio.
-Lavando, cantava ad alta voce; ma nessuno udendola avrebbe dubitato
-cantasse a voce tant'alta per essere udita lontano -- era lieta, era
-bella --; nè a me bastava l'età della discrezione, a cui ero appena
-giunto, per concepire tal dubbio allorchè, con un rumore di frondi
-rimosse a un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto, che veniva
-qualche volta alla villa a giuocare alle bocce coi contadini.
-
-Egli si adagiò su la riva mentre la donna sciacquava, in ginocchio su la
-pietra, e io, al solito, lavoravo a scavar nella sabbia.
-
-Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi spiacevano.
-
-Forse antipatia di quel giovine ben diverso da Zvanòn, che se mi aveva
-seco e non aveva altro da fare consentiva ai miei capricci? Per colui
-invece era come io non esistessi. O me lo rendeva antipatico un arcano
-presentimento?
-
-Stanco, dissi alla donna:
-
--- Vado a casa.
-
-Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo restare. Minacciò, pregò.
-
-Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e a rievocare quanto mi
-avvenne quel giorno (e ritenni in mente e in cuore per sempre) sentivo
-un accento quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei, quasi
-temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo. Ma Tito non mi fè parola.
-
--- Sono stanco di star qui -- ripetei.
-
-E scappai.
-
-Oh non per correre a casa, come la donna credette! A mezza costa c'era
-la pozza del vincheto; e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa
-scorza. Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un folto le
-vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, sì che a penetrarvi non s'era
-visti nemmeno da chi saliva per il sentiero alla volta della casa.
-
-Entrai nel folto; girai alla parte opposta, dove m'invitava con belle
-aste un vinco vecchio ma basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che
-ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e prima di staccare il
-virgulto ambito mi volsi a guardare di là, arditamente pago della mia
-prodezza. Vedevo lì giù, tra i pioppi, il rio; e la Gisa con l'uomo.
-
-Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a lei, i pannolini; e li
-torcevano tenendoli l'una a una estremità e l'altro all'altra. Poi egli
-li gettava indietro, su l'erba.
-
-Infine, salirono alla riva.
-
-Ed egli accostò il viso al bel viso.
-
-E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto a sfogliare il virgulto,
-scorsi tra il folto la donna che avanzava sola per il sentiero declive.
-Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e lo reggeva con le
-braccia nude: la gonna sollevata a un fianco, una gamba scoperta sin
-quasi a mezza gamba; i capelli scomposti.
-
-E il sole pareva tutto per lei.
-
-Rimasi alla pozza perchè, mentre percuotevo l'acqua con l'asta a
-sollevar spruzzi sfavillanti, ci avevo fatta una scoperta: di certi
-pesciolini mai visti, a due zampe che parevano terminare in manine; col
-capo tozzo, gli occhietti spalancati, con tutto il corpo tutto coda,
-grosso e corto; la pelle scura, a macchie più scure. Brutti. Oh
-prenderne almeno uno!...
-
-Quand'ecco un rumore, una voce grossa.
-
--- Cosa fate qui?
-
-Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvanòn, che mi afferrò un braccio e mi
-scostò dall'acqua.
-
--- A rischio d'annegarvi! Allora sì, i vostri! -- sgridava.
-
-Per scusarmi gli dissi:
-
--- Voglio uno di quei pesciolini.
-
-E lui, severo:
-
--- Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi non ancora fatti. Andiamo!
-
-Tagliò i vimini per cui era venuto; si sospese dietro, alla stringa, il
-pennato; mi prese, con la mano libera, la mano, e ripetè:
-
--- Andiamo!
-
-E soggiunse, mentre andavamo: -- Lo dirò a vostra madre il rischio che
-avete corso: di annegarvi nella pozza!
-
-Cominciavo a persuadermi di aver commesso una marachella più grave delle
-solite; e se di mia madre temevo più il dolore che i rimproveri, di mio
-padre temevo il rimprovero più di qualsiasi castigo. Bisognava che
-Zvanòn non dicesse nulla alla mamma; bisognava che egli dimenticasse il
-mio fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua scaltrezza di un
-fanciullo settenne, l'idea di distrarlo dal pensiero di me con ciò che
-vagamente sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: -- Sai? Ho visto che
-Tito del Mulinello ha dato un bacio alla Gisa.
-
-Egli si fermò, di colpo; mi guardò negli occhi per sorprendervi la
-verità. Un istante. Sentii, nell'istante, la sua anima apprendersi alla
-mia; e n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in fretta.
-
--- Sì sì: è vero!
-
-Allora lui rise. Disse, come a darmi subito ragione del suo stupore
-enorme:
-
--- Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito è fratello della Gisa?
-
-E riprendemmo la via.
-
--- Povero Tito! -- aggiunse Zvanòn dopo un tratto --. Deve tornar
-soldato, fra poco. Non verrà più a giuocare alle bocce con noi.
-
-Eravamo al sommo della costa; oramai a casa. E io dubitavo ancora;
-temevo che Zvanòn mi conducesse dalla mamma. Ma un'altra idea mi
-soccorse.
-
--- E le boccine di terra creta quando me le fai? Fammele, Zvanòn!
-
-Tacque. Poi rispose:
-
--- Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia. Voi intanto
-ammolirete la terra creta, e dopo faremo la fornacetta da cuocer le
-palline.
-
-Così io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi, ed egli dovè sperare
-che non parlerei a nessuno di Tito e della Gisa, e di quel che avevo
-visto.
-
- ***
-
-Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio di un giorno invernale,
-una scampanellata mi fece correre prima della domestica ad aprir
-l'uscio.
-
-Zvanòn!
-
-Non mi sorrise; non mi salutò; mi guardò. Un istante.
-
-Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena, indefinibile, per me, se non
-dicendo che l'anima sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta
-però non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvanòn ed era un altro.
-
--- Cosa m'hai portato? -- gli chiesi timidamente.
-
-Non rispose. Mi chiese:
-
--- Dov'è vostro padre?
-
-La domestica lo condusse nello studio.
-
-Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio padre usciva con il
-contadino. E giacchè Zvanòn non era più lui, io intuii una sventura.
-
-Infatti quando mio padre tornò... -- Ascoltavo palpitante dietro l'uscio
-quel che diceva con la mamma --... Zvanòn aveva ammazzato con un colpo
-della vanga dal lato del taglio, in litigio, per una cinquantina di
-franchi che gli doveva -- perduti nel giuoco da Tito -- Tito del
-Mulinetto!
-
-Per una cinquantina di franchi che Tito aveva perduti al giuoco?
-
--- No no! -- fui per gridare in uno scoppio di pianto, e precipitarmi di
-là, dai miei, e dire: -- Io lo so il vero perchè Zvanòn ha ammazzato
-Tito!
-
-Ero certo. Il lampo della verità aveva illuminata la mia mente non più
-ingenua, come otto e nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla
-donna:
-
--- Zvànon ha ammazzato Tito, con la vanga!
-
-La vecchia domestica allibì. Non poteva credere. Conosceva da tanti anni
-quella famiglia: galantuomini: gente di fede: cristiani. Impossibile!
-
--- Per una cinquantina di lire. Tito non gliele voleva dare... -- E
-chiesi:
-
--- Tito non è il fratello della Gisa?
-
--- Ma che! -- fece la donna. Soggiunse: -- Povera Gisa! Avere per
-cognato un assassino!
-
-La vecchia non sospettava d'altro. Ma io sapevo perchè Zvanòn aveva
-ammazzato Tito: Zvanòn che mio padre aveva accompagnato a costituirsi.
-Ne ero certo. Quelle occhiate...
-
- ***
-
-Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice del delitto?
-
-Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato
-alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi
-voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio
-d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei
-detto nulla a Zvanòn.
-
-Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate...
-Di chi dunque la prima colpa?
-
-Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me
-che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e
-non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo
-il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei
-patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno
-di un assassino!
-
-Con tutti dovevo tacere. Con tutti!
-
-Ma quel segreto era troppo più grande di me.
-
-A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo.
-
--- Perchè piangi? -- mi domandavano i compagni, il maestro.
-
-Rispondevo:
-
--- Non lo so.
-
-E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere il perchè.
-
- ***
-
-Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva detto a mio padre il dì che era
-venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a
-tutti.
-
-In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di
-uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti
-al giuoco.
-
-Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti
-rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: -- No.
-
-I testimoni confermarono che erano amici.
-
-Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra Tito e la Gisa. E Zvanòn
-parve ricevere impassibile la condanna.
-
-Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva:
-
--- Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato lui, a trent'anni.
-
-E io capii. Zvanòn aveva voluto salvare l'onore della sua famiglia;
-l'aveva salvato.
-
-Ma aveva salvato anche me -- pensavo; e la gratitudine che sentivo per
-lui era così grande da rendermi gradevole, ora, il segreto più grande di
-me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo. Povero Zvanòn! Mi
-era ben manifesto ora il significato di quelle sue occhiate che mi
-prendevan l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui; che tradimento
-d'amico; che infamia se avessi detto a qualcuno, pur a mia madre: --
-Vidi che Tito baciava la Gisa!
-
-E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli -- a lunghi
-intervalli -- ci davano i parenti del prigioniero! Ci mandava a
-salutare.
-
-Poi ci mandò dei regalucci: d'opera sua. Una volta fu un vasetto in
-forma d'anfora; un'altra volta un cestello; un'altra volta una scatola
-col coperchio.
-
-L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole frutta, fiori a tinta
-color mattone; e tutto composto di polvere di mattone e di pane
-ammollito ed essiccato, che stecchi contenevano saldo.
-
-E avvenne che guardando entro la scatola ci leggemmo scritto nel fondo,
-a tinta più rossa (sangue?): -- _per Dolfo._ -- Allora guardammo nel
-fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo le stesse rosse
-parole: -- _per Dolfo._
-
- ***
-
-Scontati soli cinque anni di pena Zvanòn moriva, a Portolongone.
-
-Io ero sui dodici anni. Non temevo più. E rivelai finalmente perchè
-Zvanòn fu omicida. Allora si comprese chiaramente come, non giuocatore,
-egli avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini, a giuocar di
-molto: per conseguire un pretesto da finir la tresca in un litigio.
-
-E a me dissero:
-
--- Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata la pena di quel
-disgraziato; non sarebbe forse morto in carcere.
-
-Ma anche adesso non so persuadermi che feci male. Zvanòn al disonore
-della sua famiglia preferì Portolongone.
-
-E col pane del suo nutrimento componeva le cose che rammentassero a chi
-lo aveva aiutato a salvar l'onore dei suoi, la sua gratitudine,
-l'affetto imperituro, l'anima sua. _Per Dolfo._
-
-
-
-
- LA CASTA SUSANNA
-
-
-L'orrida bellezza dei «calanchi»! Dalla parte ove il monte dirupa nella
-Landa sino al limpido rio quella rovina par l'opera d'una gran fantasia
-turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta, improvvisamente
-freddata quasi a castigo d'orgoglio; e l'anima che ammanta di verde i
-dorsi al di sopra e riempie la valle di colori e di voci lì sembra
-tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e stanca in un sogno che fu
-e non è più pauroso.
-
-Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con regola e sostenuti da
-irti sproni, protendono guglie e cuspidi, estendono creste, si aprono a
-tagli, a frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni, a
-incavi tra cui le ombre e le luci mutano lente; e i tronchi vertici, e
-le sottili lame dentate, e i corrosi ricami -- quando un soffio di vento
-si direbbe bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli -- rimangono
-in vista, fuori degli sconvolgimenti massicci e su le profondità opache,
-come fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una sublime
-audacia. Il sole accende la sabbia gialla che ricopre le balze argillose
-ma non un filo di erba erompe dalla inerte materia. È una squallida
-uguale tristezza. Eppure così bella!
-
- ***
-
-I calanchi -- a cercarvi conchiglie fossili -- furon la méta dei primi
-giuochi per me e Adriana: compagni d'infanzia.
-
-E forse quell'asprezza del luogo nativo ci aveva come d'istinto allevati
-a una fiera puerizia, che contrastava all'educazione familiare.
-
-Ma con l'aumentar dell'età preferimmo scendere per i campi nella Landa e
-là raccoglier fiori con lo spettacolo della montagna di fronte, così
-vario di tinte e di luci nel seguir delle ore. Giorni beati dell'anima
-ancor candida! giorni felici delle prime ingenue e pure tentazioni
-d'amore!
-
-S'intende però che, con tutto il bene che ci volevamo, Adriana ed io ci
-accapigliavamo spesso; a volte più che lo sfogo di una bizza improvvisa
-era quasi una prova di ribellione. Avevamo l'arcana coscienza di esser
-legati dall'affetto per sempre, e ci bisognava anche la coscienza di
-poter divincolarci.
-
-A volte diveniva fin necessario l'intervento di qualche amico per
-rimetterci in pace: a fatica sembravamo far grazia l'uno all'altra; e ne
-avevamo tanta voglia di sorriderci e di correr via insieme, incontro
-alla gioia, incontro a un non dubbioso avvenire!
-
- ***
-
-I nostri prediletti amici erano due uomini attempati: Isidoro Lamandini,
-il vignarolo; e Paolo Querzè, il falegname, che aveva la bottega su la
-strada maestra.
-
-Il primo, di solito in giacca alla cacciatora e lo schioppo a tracolla,
-c'incuteva un rispetto affettuoso perchè, forte e temuto, a noi si
-dimostrava servizievole e carezzevole. Possedeva un'arte meravigliosa.
-Balzava vestito nei borroni della Landa e, intorpidata l'acqua,
-acchiappava i pesci con la disinvoltura d'uno che cogliesse cose inerti,
-e ce li gettava splendidi e boccheggianti su l'erba.
-
-Il secondo -- Paolone -- sapeva tagliar il vetro difilato col diamante,
-e preparar vernici di ogni colore, e raccontarci lunghe storie che
-s'inventava lui spacciandole come vere. Quando non aveva voglia di fole,
-cantava, a squarciagola, del brigante Mastrilli e di «Erminia fra
-l'ombrose piante». Ma il divertimento più grande quei due ce lo davano a
-contendere per scherzo fra loro. Se ne dicevan di cotte e di crude; se
-ne facevan di tutte le sorta. Non di rado Paolone restava senza pialla e
-Isidoro senza schioppo, e spendevan ore e ore a cercar quella o questo
-minacciandosi di legnate e finendo all'osteria a bere un litro.
-
- ***
-
-A sedici anni Adriana era una ragazza come ce ne sono tante, se
-cresciute fuor del mondo. Timida che arrossiva per nulla, si vergognava
-della sua timidezza e per rifarsi s'avventava a dispetti e a
-impertinenze. Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi alla sua
-bellezza quasi fossero canzonature. Buona, godeva a parer cattiva. E se
-la dicevano innamorata, protestava offesa. S'intratteneva più volontieri
-con me che con le amiche perchè io le piacevo di più: che c'era di
-strano?
-
-D'inverno quando, giù a Castello, lei passava i giorni tediosi in casa e
-in chiesa, e io in città sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva
-lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva: notizie; motti;
-confidenze; insolenze, magari: parole d'amore nessuna. E guai se mancavo
-alla consegna di far lo stesso!
-
-Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all'amico Lamandini
-cominciò la lettera così:
-
-«Ho da raccontarti una storia da ridere...».
-
-Isidoro e Paolone l'ultima notte di carnevale si eran presa una sbornia
-solenne. Rincasando sopra la neve, l'uno aveva piegato a destra, l'altro
-a sinistra con la pretensione d'indirizzarsi l'un l'altro per la via
-buona. E Isidoro era precipitato nella pozza piena d'acqua gelata,
-presso la chiesa.
-
-Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva forza di trarlo fuori,
-chiamava aiuto invano. Nessuno gli credeva; gli davan dell'ubbriaco;
-dubitavano d'una burla.
-
-E la lettera finiva:
-
-«Isidoro s'è ammalato, e forse morirà. Non ci mancava che questo per
-farmi piangere!».
-
- ***
-
-Quell'anno gli esami di licenza liceale ritardarono il mio ritorno in
-campagna. Il giorno che finalmente vi giunsi non trovai Adriana in casa.
--- Sarà nella Landa a cucire -- mi disse la madre.
-
-Era là, infatti, all'ombra delle querce e dei pioppi, ove il rio più
-affondava tra le sponde folte di acacie e di vinchi. Ma non riuscii a
-sorprenderla con un grido: -- Adriana!
-
-Mi prevenne, incontro. Era pallida.
-
--- Gli esami? -- chiese.
-
--- Bene!
-
-Allora si sfogò in rimproveri. Tenerla in pena! Non telegrafarle!
-Esagerava l'inquietudine per dissimulare il suo desiderio -- e frenar il
-mio -- di consolarci più che con una stretta di mano dopo così lunga
-assenza.
-
--- Mi vuoi ancora bene, mi ami! esclamai.
-
-Confermò con la luce degli occhi e del sorriso.
-
-E dimandò:
-
--- Perchè dici ancora?
-
--- Perchè sei diventata più bella!
-
-Scosse le spalle mormorando: -- Lo dicon tutti. Ma -- aggiunse seria --
-è ora di metter giudizio!
-
-E a dar insieme prova di giudizio m'impose di raccoglierle fiori e
-mentastro, come quando eravamo bambini.
-
-Intanto lei cuciva e discorreva.
-
--- Che paradiso, qui! Ci starei da mattina a sera!
-
-Indi, col tono di chi dice la cosa più semplice, più naturale, più
-innocente del mondo:
-
--- Che brividi di delizia in quest'acqua così fresca, all'ombra! Ci fo
-il bagno ogni giorno.
-
-Io ebbi un senso di disgusto, quasi di panico. E dissi:
-
--- Se qualcuno ti vede?
-
--- A mezzodì, quando tutti sono a desinare? Chi temi che ci venga
-quaggiù?
-
-Fui per gridarle: -- Non voglio! --; se non che sapevo che per piegarla
-al mio volere non era quello il modo. E tacqui. Un silenzio -- speravo
--- ammonitore.
-
-Tacere quando avevamo tante cose da dirci!
-
--- Ah! -- esclamò lei d'improvviso. -- Mi dimenticavo di darti una
-brutta nuova. Paolone sta male. È a letto da tre giorni con una
-polmonite.
-
-E Lamandini?
-
-Indovinò la mia dimanda.
-
--- Isidoro se ne andrà alla caduta delle foglie. Tisi senile.
-
- ***
-
-Il giorno dopo andammo a trovar Paolo Querzè. Era infuocato dalla febbre
-e di tratto in tratto delirava. Ma a udir le nostre voci volle
-sollevarsi; e ci sorrise dicendo:
-
--- Ah la gioventù! Siete contenti, voi due! E raccogliendo lo sguardo in
-me solo:
-
--- Com'è bella Adriana!
-
-Poi socchiusi gli occhi e spento il sorriso, mormorò:
-
--- E io muoio.
-
-In quel punto udimmo tossire, da basso.
-
-Lamandini.
-
-Saliva a stento la breve scala. Quando fu su, dovè sedere per ricuperar
-il poco di fiato che gli avanzi dei polmoni gli concedevano ancora. Ma
-aveva ancora tant'animo!
-
-Si accostò al letto dell'amico, a scherzare con tutta la rudezza di un
-tempo.
-
--- Fai proprio viaggio, Paolone?
-
--- No -- l'amico rispose. -- Aspetto che te ne vada tu, prima.
-
--- Prima io? Non credo. A ogni modo, hai regolati i tuoi conti, per non
-aver noie, di là?
-
--- È presto! -- ribattè l'altro. -- Tu, piuttosto, l'hai avuto il
-permesso di transito? il passaporto?
-
--- Non ne ho bisogno. Non ho ammazzato nessuno.
-
--- Nemmeno io.
-
--- Non ho rubato.
-
--- Nemmeno io. Ma e il resto, Paolone?
-
--- Niente!
-
--- Ah niente? Ti par niente aver mancato fin all'ultimo?
-
--- Mancato?
-
--- Sì: con quelle ispezioni... -- e Isidoro strizzò l'occhio a Adriana
-sorridendo: il sorriso di un cadavere --; le ispezioni tra l'acaciaia,
-mentre una bella ragazza faceva il bagno...
-
--- Anche tu, con me -- conchiuse l'altro, mesto e affannoso.
-
-Adriana, ch'era avvampata all'oltraggio ignorante, diventò così pallida
-che temei svenisse.
-
--- Andiamo! -- affrettò.
-
- ***
-
-Appena fummo su la strada si fermò affrontandomi. E con voce sicura, con
-sguardo fisso, con anima imperiosa disse:
-
--- Tutto è finito tra noi due! Lasciami. Io ti lascio!
-
-Impazziva? Tremai a dimandarle che cosa le avevo fatto, io, di male; che
-colpa avevo io se coloro l'avevano offesa. Voleva pigliassi a schiaffi
-due moribondi?
-
-Oh non questo voleva!
-
--- Non capisci? -- insistè stupita, più addolorata, pareva, dalla mia
-incoscienza. -- C'è da spiegarle certe cose? Non capisci la mia
-ripugnanza? Non capisci che mi sarà intollerabile, per sempre, questo
-pensiero? il ricordo di quello che tu hai udito oggi, di me?
-
-Non capivo: non potevo capire il pericolo in cui per colpa non mia
-correva il nostro amore. Esperto del mondo e della donna avrei risposto:
-sì. Concedere per forse ricuperare.
-
-Invece, con gli occhi pieni di lagrime, l'invocavo: -- Adriana! Adriana!
--- La scongiuravo: -- Non farmi soffrire!
-
--- Non soffro anch'io? -- gridò irritata dalla mia debolezza, muovendosi
-per avviarsi. E ad ultima difesa io ebbi un sorriso amaro e dissi: -- Un
-pudore esagerato! -- Schifiltoso, volevo dire; assurdo a pensarlo!
-
-Lei, senza ribattere, si avviò.
-
-Mi mordevo le labbra per non rompere in pianto. Pensavo e non sapevo che
-pensare. Perduta! Tutto sarebbe stato inutile... Perduta!
-
-Tutto inutile?
-
-Ah costringerla a voltarsi, a insolentire, a schiaffeggiarmi! Forse era,
-col pentimento di lei, la salvezza, dopo!
-
-Sghignazzai; gridai:
-
--- La casta Susanna!
-
-Ma Adriana non si voltò.
-
-Era finita.
-
- ***
-
-Laggiù, nel praticello della Landa, dove lei non sarebbe tornata mai
-più, io piansi. Eppoi inveii come l'avessi presente; la accusai di
-crudeltà, di demenza, di ogni cattiveria, di perfidia.
-
-Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo, la difendevo.
-
-Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto per liberarsi di me? No.
-Amava me: ne ero certo. Da che cosa dunque attingeva la forza per
-vincere e respingere il nostro amore? Perchè? Perchè? Per una
-impressione morbosa? Nulla sapevo io, povero ragazzo ignaro, di
-isterismo e di psicopatia femminile; ma no: non poteva essere un male
-dei nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E nemmeno il
-pregiudizio religioso che l'incolpasse dell'aver condotti a peccato
-mortale quei due vecchi prossimi a morire. No: doveva esser stato
-l'orgoglio! l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perchè? Ecco. L'orgoglio,
-era stato, che aveva una radice profonda nell'indole della donna, nel
-sesso: l'orgoglio della verginità che si sentiva contaminata; l'orgoglio
-come della sanità che avesse patito il contatto della brutalità in
-dissoluzione, della corruzione, della morte; l'orgoglio di un amore
-puro, alto, nobile che era stato macchiato, abbassato, avvilito da
-sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie; l'orgoglio di un'anima
-profanata che si comprendeva diminuita dinanzi al suo stesso amore.
-
-Più tardi però, agli anni dell'esperienza, quando ci pare d'avere
-conosciute bene le donne, mi chiesi più d'una volta: Adriana avrebbe
-tanto sofferto di quella profanazione se invece che vista dai due
-vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle dalla morte e l'altro le
-andava incontro, fosse stata vista dai miei occhi innamorati e avidi
-d'amore sano e forte?
-
-Ma anche adesso non so che cosa rispondermi.
-
-
-
-
- BUONA GENTE
-
-
-
- I.
-
-
-La fattoria vecchia, grande come un castello, con davanti l'ampio prato
-e lo steccato in mezzo per i puledri, e il muricciuolo di cinta
-investito dai capperi (il profumo di questi fiori, così tenui, al
-luglio!); la montagnola della conserva che le acacie difendevano dal
-caldo; l'orto con la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi i
-campi di grano e di canapa, tra gli olmi, belli...
-
-La stretta per cui si svegliava con un nodo alla gola non gli veniva da
-un'improvvisa imaginazione brutta o triste nella serenità del sogno; gli
-veniva da quel sereno fondo senza fine, da quel sole abbagliante, fermo.
-Nel destarsi, se vi era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove lo
-ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il cuore gli si allargasse a
-vedere il cane dormente lì a lato della branda.
-
-Non gli restava più che il cane. E il suo passato era nel sonno e nei
-sogni. Ma quanto soffriva!
-
-Invano pregava Dio ogni sera che lo liberasse da questa pena. Non
-bastava che espiasse, nella miseria, e tenesse l'espiazione quasi
-elemento della sua ultima vita; no, non bastava: l'afflizione più grande
-doveva patirla dormendo. E il contrasto fra la sua sorte e la sorte di
-tutti gli altri, che al soffrire trovavano riposo al dormire, gli
-imprimeva in faccia quel triste sorriso mesto, come d'ironia mitigata da
-un doloroso pudore.
-
-Ma diventava una contrazione spasmodica, quel sorriso, se qualche antico
-conoscente incontrandolo lo salutava e gli porgeva la mano.
-
--- Stringermi la mano? -- egli chiedeva mentre porgeva timidamente la
-sua.
-
-E con fatica, quasi gli mancasse il respiro, rispondeva alle dimande
-spietate per essere pietose. Le figliuole? Una era suora, a Lugo;
-l'altra, moglie di un avvocato, stava a Firenze.
-
--- Perchè non andate con lei?
-
-Rispondeva:
-
--- Capirete...
-
-Già: capirete che un avvocato che si stima non può mantenersi tra i
-piedi il suocero in voce di aver rubato, e il conte Sesti, da cui era
-stato cacciato per ladro, aveva tante conoscenze, in tutta Italia!
-
--- Non mi avanza che questo -- aggiungeva Procolo Granari accennando al
-cane.
-
--- Fatevi coraggio, Procolo!
-
-Egli si avviava scuotendo il capo senza dir nulla, senza salutare.
-Avrebbe potuto dire che il genero guadagnava poco e che la figlia aveva
-da mandargli solo un piccolo aiuto di quando in quando? che l'ignoranza
-d'ogni cosa all'infuori della campagna, e gli anni e i malanni, non gli
-permettevano di buscar un soldo? che mancando di protezioni non sperava
-di essere ammesso nel Ricovero di Mendicità?
-
-Andava vagabondo e il cane, alla corda, lo seguiva più mesto di lui
-perchè pativa più fame.
-
-Ah! quel bracco così alto e macilento!
-
-Faceva sin ridere i monelli; e lo chiamavan _Tredici_! E se a vederlo
-solo, Procolo Granari, curvo nella lunga persona, coi capelli candidi
-sfuggenti di sotto il cappellaccio, la barba bianca rada su le guance
-smunte e quel suo sorriso, con gli abiti oramai cenciosi, eppure puliti,
-e le mani di un pallore esangue, pulite, avrebbe commosso per quasi
-un'apparenza di nobiltà decaduta ma non perduta, a vederlo con il cane
-enorme, pelle e ossa, agli occhi anche non maligni egli assumeva un
-aspetto sinistro; il suo sorriso pareva cattivo.
-
-Maltrattare così una povera bestia!
-
-
-
- II.
-
-
-Invece di crescere, il soccorso della figlia, da Firenze, scemò. Essa
-gli scriveva che il marito non guadagnava abbastanza da risparmiarle
-sacrifici, e lo scongiurava di rivolgersi a questo o a quello per entrar
-nel Ricovero.
-
-Ma Procolo Granari a mendicare raccomandazioni da questo o da quello
-preferiva rivolgersi alla pietà anonima, su la strada.
-
-Ahimè! Al male preferibile non è sempre agevole adattarsi, e per quanto
-egli si ripetesse che era necessario provare il castigo, quando stava
-per stender la mano al passante gli mancava l'animo; non sentiva più la
-fame.
-
-E il cane sbadigliava.
-
-Fu appunto un lungo e tacito sbadiglio di quest'altro disgraziato che
-gli suggerì un giorno il mezzo a superar la vergogna: mendicare non per
-sè, ma per lui, il solo amico che gli rimaneva.
-
-Se lo tirò dietro fin in Piazza San Domenico. Aspettò davanti alla
-chiesa.
-
-Quando ne vide uscire una vecchia signora, mosse verso di lei col
-cappello in mano.
-
--- Un po' di carità per questa povera bestia.
-
-Aveva parlato così sommessamente che la signora ne aveva inteso a fatica
-le parole e, meravigliata della richiesta, a volgere gli occhi diè un
-grido.
-
--- Che orrore, mio Dio!
-
-In fretta traeva due soldi dalla borsetta. Ma li porse con viso turbato.
-E disse, tremante di sdegno:
-
--- Perchè lo tenete se non avete da dargli da mangiare?
-
--- Non ho coraggio...
-
--- E avete il coraggio -- interruppe andando -- di vederlo morire di
-stento!
-
-Procolo traversò la piazza; entrò dal fornaio a comperar due soldi di
-pane. E sbocconcellandone la metà, intanto che spezzava e dava al cane
-l'altra metà, guardava con occhi pieni di lagrime; e il rimprovero della
-signora gli pareva giusto.
-
-L'elemosina per cui rompeva il digiuno l'aveva avvelenato.
-
-Eppure gli convenne ripetere l'esperienza che non era riuscita male del
-tutto. E affrontò un tale nella cui faccia di ricco borghese credè
-scorgere buon cuore e buon umore.
-
--- Mi scusi...
-
-Il signore s'affoscò. Prevenne:
-
--- Non sapete che l'accattonaggio è proibito?
-
-Procolo tentò giustificarsi accennando al cane.
-
-L'altro lo considerò un istante, ne potè trattenersi dal ridere, dal
-dire:
-
--- Va a lavorare anche tu!
-
-Lo scherno.
-
-E a testa bassa, senz'ira, anzi con un'amarezza di coscienza colpevole,
-il vecchio si incamminò per una strada appartata, sebbene nel centro
-della città.
-
-Ivi ricuperò la speranza.
-
-Una giovane bella, elegante, si fermò ad osservar non lui ma la carcassa
-ambulante; e con mirabile ingenuità, non sapendo che altro pensare,
-dimandò seria:
-
--- È una réclame?
-
-Senza rispondere a parole Procolo scosse il capo, e chinò gli occhi.
-
-Allora la passeggera comprese; aperse il portamonete. Ma l'ufficiale,
-che essa attendeva, giunse in tempo a fermarle la mano.
-
--- Non capisci? -- esclamò. -- Fan patir le bestie per eccitare la pietà
-pubblica!
-
-E vòlto al colpevole:
-
--- Se ci fosse una guardia -- minacciò -- vi farei arrestare!
-
-Rincamminandosi a testa bassa, il vecchio udì che la bella voce diceva:
--- Che delitti! Il cane potrebbe arrabbiare, rompere la museruola...
-
-... Se rincasato Procolo Granari non avesse ricevuta una
-cartolina-vaglia della figliuola (venti lire), non solo avrebbe dimessa
-l'idea che la mattina gli era parsa sagace, ma avrebbe accusato il solo
-amico che gli restava al mondo di essergli anche lui causa di soffrire.
-
-E la notte sognò che andava a caccia con Reno per una prateria fiorita,
-ed erano felici tutti e due finchè il sole del sogno lo svegliava
-angosciato.
-
-
-
- III.
-
-
-Accadde che per mutamento della sorte a suo solo favore Reno fu davvero
-felice.
-
-La contessa Torselli nell'uscire un giorno dal suo palazzo di via Goito
--- l'automobile l'attendeva -- ebbe impedito il passo da quel cane. Non
-esitò a chiamare colui che lo conduceva.
-
--- Ehi! signore!
-
-Procolo si fermò.
-
--- Il suo cane è ammalato. Io appartengo alla Società protettrice degli
-animali, e il mio nome basterà perchè vi sia curato gratuitamente.
-
-Porgeva, molto gentile, il biglietto da visita.
-
-Ma Procolo Granari disse:
-
--- Non è ammalato. Ha fame. -- E col suo mesto sorriso aggiunse, piano:
--- Come me.
-
--- Fame? -- riprese la signora dopo un attimo di perplessità. -- Venga!
-
-Rientrò nell'atrio; premè il bottone del campanello; ordinò alla
-portinaia:
-
--- Dite al cuoco che vi mandi giù subito una scodella di zuppa per
-questa povera bestia, e dategliela.
-
-Indi a Procolo:
-
--- Ogni giorno all'ora d'oggi ci sarà qui, in portineria, una scodella
-di zuppa per il cagnone. Se ne ricordi!
-
-E senza aspettare ringraziamenti la contessa Torselli, protettrice degli
-animali, salì in automobile.
-
- ----
-
-Ogni giorno Procolo restava fuori nell'atrio, forse per non soffrir
-anche di invidia, intanto che Reno ingoiava la zuppa. Si spicciava con
-poche boccate. Pronta, la portinaia alzava la scopa.
-
--- Passa via, brutta bestia!
-
-E il cane, sebbene non sazio, scodinzolava tornando al padrone.
-
-Ma a poco a poco la portinaia s'intenerì. Quegli occhi pieni di
-riconoscenza già prima che lei aprisse il cancello; quel lieve uggiolare
-quando lei tardava, quasi voce di preghiera o timore; quel tentativo di
-balzarle amicamente contro -- l'avrebbe baciata a suo modo se essa non
-si ritraeva svelta e se a lui più non premeva spingere con una zampata
-l'usciolo e correre al noto angolo -- le fecero cambiar apostrofe. La
-«brutta bestiaccia» diventò in ischerzo un «brutto matto»; e poi il nome
-proprio di Reno fu amicamente usato nei richiami e nelle carezze.
-
-Ora bisognava alzare la scopa perchè il cagnone non avrebbe voluto
-uscire così presto dal luogo di delizia. Si accucciava ai piedi della
-donna, guaiva, parlava. -- Tenetemi sempre qui, con voi.
-
--- Gli manca la favella -- la portinaia ripeteva --, ma si capisce lo
-stesso. Che giudizio! Che giudizio può avere una bestia!
-
-Mentre il padrone gli rimetteva la museruola e la corda al collare, il
-cane scodinzolava; era però evidente ne' suoi occhi l'intimo conflitto
-fra le due affezioni: la vecchia e la nuova.
-
-E un giorno appena fuori di casa sfuggì, con uno strappone, di mano a
-Procolo; il quale giunse al palazzo Torselli dubbioso di non trovarvelo.
-Se le guardie l'avevano accalappiato, addio!
-
-Invece la portinaia disse:
-
--- È qui. -- E lo chiamò più volte:
-
--- Reno! Reno!
-
-Il cane non compariva. Perchè? Dov'era? Dove si era nascosto?
-
-Finalmente lo scopersero nel bugigattolo del carbone. Fingeva dormire.
-
-Onde Procolo scosse il capo. Aveva capito.
-
--- Anche questo... -- mormorò.
-
-E la portinaia:
-
--- Lasciatelo a noi. Vi risparmierete i quattrini della tassa.
-
-Sì! La tassa gliela aveva pagata due volte la lavandaia sua ospite; ma
-adesso la lavandaia era stanca di non ricevere più un acconto. Già aveva
-pregato «il signor Procolo» di cercarsi altro alloggio.
-
-
-
- IV.
-
-
-Al dormitorio di via delle Mole si pagavano cinque soldi per notte;
-spesa non grande chi pensi che in ogni giaciglio c'eran cuscino e
-coperta di lana -- sebbene il cuscino, il quale avrebbe dovuto esser
-bianco, al lume della lampada a petrolio apparisse del color della
-coperta; la quale avrebbe dovuto essere bigia --, ma spesa non piccola,
-cinque soldi, per i frequentatori non forniti di paga costante o
-guadagno sicuro.
-
-E il signor Giulione e la signora Tecla, proprietari e ministri
-dell'azienda, non facevan credito a nessuno.
-
-Così, quando nell'avanzar dell'inverno gli mancasse o tardasse il
-soccorso della figlia, il vecchio Granari poteva trovarsi a questo
-dilemma: o morir d'inedia o morir di freddo. Poteva anche, però, morir
-d'inedia e di freddo contemporaneamente.
-
-E una mattina, a gennaio, il signor Giulione e la signora Tecla entrando
-nella stamberga per la pulizia -- e che pulizia! -- ebbero una sorpresa:
-s'accorsero di una trasgressione al regolamento non avvertita la mattina
-prima d'andar a riposare. L'ultimo letto di destra era ancor occupato.
-
-Scossero quel corpo inerte nella buca del pagliericcio.
-
--- È morto? -- il marito dimandò confuso.
-
--- No -- rispose la moglie. -- Va a prendere l'aceto.
-
-Per l'aceto il giacente rinvenne; cercò con lo sguardo, senza
-riconoscere dove fosse. Pronunciò qualche parola.
-
--- Muoio -- di -- fame.
-
--- Corri! Dammi il latte che m'è rimasto nella teglia -- ordinò, ansiosa
-adesso, la signora Tecla.
-
-Ma il latte, deglutito a pena, non rimase in quello stomaco, tanto era
-debole. E allora la signora Tecla riempì la mente del marito con
-commissioni successive, di cui, nella sua intenzione, una sostituiva
-l'altra e che il signor Giulione credè invece fossero da adempier tutte
-quante.
-
--- Va alla farmacia a prendere un cordiale. -- (Il grosso uomo
-s'incamminò). -- Va a chiamare il medico all'ambulatorio. -- (Due
-passi). -- Va in Municipio a dir che vengano i pompieri con la lettiga.
--- (Due passi). -- Va all'Ospedal Maggiore: caso d'urgenza. Di' così:
-caso d'urgenza. -- (Partì di trotto).
-
-Poi la signora Tecla, indossata la mantella, scese per consiglio
-all'osteria di fronte: un basso fondo.
-
-L'ostessa esclamò: -- Latte freddo gli ha messo in gola? Brodo caldo
-vuol essere!
-
-Súbito attinse alla pentola, che borbottava al fuoco, e con una scodella
-del liquido fumante seguì l'amica. Intanto la serva annunciava a chi
-passava:
-
--- Sapete? Al dormitorio c'è uno che muore di fame. Proprio moribondo!
-
-La voce si sparse in un attimo per la contrada.
-
-E la carbonaia -- la famosa manutengola detta la Strazzarola -- accorse
-con una tazza di caffè; e la fruttivendola guercia recava un ovo fresco.
-Anche, dal postribolo, in vestaglia di lana rossa, uno scialle bianco su
-le spalle, i capelli sciolti e una guancia imbellettata e l'altra no, la
-Romana si precipitò gridando:
-
--- Io, la salvo io questa creatura! Assassini! Vigliacchi!
-
-Chi fossero gli assassini e i vigliacchi sapeva lei, portando una
-bottiglia di cognac e un bicchierino.
-
-Alle grida, lo spazzaturaio avvicinò l'asino e la biroccia a una
-colonna; salì, armato della lunga scopa. E salì al dormitorio anche
-Figuretta. Senza cappello, in pelliccia, si calzava i guanti. Figuretta
-il borsaiuolo, uscito il giorno innanzi di collegio. -- In vacanza --
-spiegava lui.
-
--- Io! io! -- ripetè la Romana facendosi largo fra le donne, disperate
-che il vecchio non ritenesse nè brodo, nè caffè, nè ovo. -- Lo salvo io!
-
-Gli versò, per la fessura della bocca, un bicchierino pieno di cognac.
-
-E Procolo Granari riaprì gli occhi; ricompose la faccia. Sorrise.
-
-La prostituta era contenta come d'un miracolo compiuto da lei.
-
--- Non avete parenti al mondo? -- chiese la carbonaia. E la
-fruttivendola:
-
--- Non avete nessuno?
-
-Procolo rispose, con abbastanza voce:
-
--- Una figlia -- suora -- a Lugo.
-
--- Bene! -- notò, in disparte, Figuretta.
-
--- Un'altra -- ne ho -- a Firenze -- moglie d'un avvocato.
-
--- Meglio! -- Figuretta disse più forte.
-
-Pausa. Ora il vecchio, affannato, agitava una mano; che gli ricadde, di
-peso.
-
--- Non c'è niente da fare -- sentenziò la fruttivendola. Se ne andava
-con lo spazzaturaio.
-
--- Un gocciolo solo! -- insisteva frattanto la Romana. -- Un gocciolo
-solo, poveraccio!
-
--- Se l'ubbriachi, San Pietro non gli apre la porta! -- ammonì, di lì
-dov'era, Figuretta.
-
-Ma Procolo voleva parlare. Gemè:
-
--- Anche Reno -- il mio cane -- mi ha -- abbandonato.
-
-E il borsaiuolo:
-
--- Si sarà messo con una cagna borghese.
-
--- La contessa...
-
-Una risata delle astanti, meno la Romana.
-
---... la contessa... -- di via Goito...
-
-E il borsaiuolo, serio, accostandosi:
-
--- La contessa Torselli? La conosco. Quando usavano gli abiti «tailleur»
-col taschino sotto il petto -- una comodità -- mi regalò il suo
-orologino d'oro.
-
-Nuova risata.
-
--- Il conte... -- ripigliava Procolo -- il conte... -- (non ricordava
-neppure questo nome, il nome del suo padrone!) -- Dalla fattoria --
-vecchia -- mi passò -- alla -- nuova. -- Ero sempre stato -- un
-galantuomo. -- Le ragazze -- le avevo messe -- in educazione...
-
--- Bella educazione! -- Figuretta seguitava a commentare.
-
--- Vennero a casa. -- Senza la madre -- spendi e spendi. -- Speravo. --
-Il conte si ammalò...
-
--- Ma non crepò. -- Figuretta affrettava alla conclusione.
-
-Concludeva anche Procolo.
-
--- Quando fummo -- ai conti -- mi mandò via. -- Ladro.
-
--- No! Imbecille! -- corresse a bassa voce il borsaiuolo. -- Un fattore
-che si fa cacciar via per ladro prima d'essere arricchito, che
-imbecille!
-
-Entrò un'altra della casa di tolleranza. Bionda; sentimentale. E
-Figuretta le diè luogo con una mossa da gentiluomo. Ma la ragazza
-inorridì. Fuggì dicendo:
-
--- Mi par di vedere il mio babbo!
-
--- Tutto lui! Unica differenza, che la figlia di questo babbo qui fa la
-suora a Lugo.
-
-Non sorrisero al borsaiuolo che la carbonaia e l'ostessa, mentre se ne
-andavano anche loro. Non c'era, infatti, più speranza di giovar a quel
-disgraziato. Moriva.
-
-Quando arrivò, finalmente, il signor Giulione. Non glien'era riuscita
-bene una. Per il cordiale bisognava una bottiglietta o una tazza. Il
-medico era impegnato. Aveva detto: -- Se ha fame, dategli da mangiare.
--- I pompieri non si muovevano che per un infortunio. All'Ospedale
-pretendevano, com'è giusto, carte in regola.
-
--- Tanto, è inutile -- mormorò la Romana, sempre china su l'agonizzante;
-alle cui labbra, di tratto in tratto, appressava il bicchierino.
-
-Ecco: -- Il prete -- il morente potè dire con l'ultima voce.
-
--- Non importa. Vi assolvo io -- assicurò Figuretta.
-
-Ma questa volta la Romana gettò all'amico una truce occhiata.
-
--- Finiscila, per li mortacci tuoi! -- E alla padrona di casa: --
-Accendete una candela!
-
- ----
-
-... Rimasero soli lor due, la prostituta e Figuretta.
-
-Lei si inginocchiò. Pregava sommessamente. Lui attese un poco; indi le
-si accostò, a dirle all'orecchio:
-
--- Romana, prestami dieci lire per andar all'Eden. Prima di sera te ne
-porto cinquanta.
-
-Seguitando a pregare, la Romana tolse dalla tasca della vestaglia la
-chiave del comò; gliela diede.
-
-Allora il giovine si chinò su Procolo Granari e piano, ma spiccando le
-sillabe come per farsi udire da un sordo:
-
--- Diteglielo a Dio, se lo vedete, che la buona gente siamo noi!
-
-
-
-
- IL TESTAMENTO
-
-
-
- I.
-
-
-Instaurato che sia il Comunismo non si udrà più ripetere quel che nel
-paese di San Giorgio al Piano fu ripetuto nei caffè, in ogni bottega, in
-ogni casa, in ogni canto alla morte repentina del sindaco comm.
-Ceredoli: -- Ha fatto testamento? -- Non l'ha fatto? -- Eredi i figli e
-le figlie in parti uguali? E la vedova? La legittima alla moglie?
-l'usufrutto? Di quanto? -- Quanto avrà lasciato? Un milioncino? Meno?
-Più?
-
-Ah sì! beati i tempi in cui le eredità saranno di soli affetti! Lásciti
-di tal sorta non muoveranno torbide invidie, e s'immagina come ne
-godranno i figli amanti del dolce far nulla e le figlie amanti del dolce
-far qualche cosa, ma con eleganza, con lusso, e coi necessari dispendi.
-In quel paese, però, prevaleva allora alla curiosità bassa e oziosa un
-desiderio discreto: sapere in che modo il commendatore Ceredoli --
-sindaco benvoluto da quasi tutti -- si era comportato davanti alla
-morte: se aveva pensato al caso di spirare all'improvviso tra le braccia
-di Sant'Andrea d'Avellino. E possibile non si fosse proposto di serbar
-defunto la stima che vivo aveva meritata da quasi tutti: giudizioso,
-giusto, onesto, modesto, caritatevole? Non era forse stato uno di quei
-borghesi (di una volta) che seguendo le vecchie tradizioni domestiche
-civili e religiose sapevan conciliare la borghesia alla virtù?
-
-
-
- II.
-
-
-Solenni i funerali; con lungo séguito, al trasporto, di gente concorsa
-anche dalla città e dalle campagne. C'era una carrozza carica di
-ghirlande e sul feretro una di puro lauro e una di fiori candidi:
-significato chiaro in questa se non in quella pur alla scarsa
-intelligenza del popolo. E i preti e i frati recitavan le preci con voce
-così cordiale che si sarebbero detti del tutto contenti. I discorsi alla
-Porta, prima che il carro svoltasse per l'ultimo tragitto, non finivan
-più; e i saluti alla salma parevan auguri d'un viaggio che nessuno degli
-oratori credesse dover compiere anche lui, un giorno o l'altro. Poi, al
-ritorno, l'assessore anziano interrogò i colleghi se non trovassero
-opportuna l'idea di dedicare all'illustre estinto un busto di marmo, nel
-giardino pubblico.
-
--- Purchè non si oppongano le disposizioni testamentarie -- osservò il
-segretario del Comune.
-
-
-
- III.
-
-
-Sempre allegro, Agosti, il segretario del Comune, sudava a non ridere
-nelle gravi circostanze perchè ne rilevava, a sè stesso e agli altri, i
-contrasti comici. Così ammoniva: -- Siamo seri -- appunto quando più
-presentiva il pericolo di scoppiare in una risata aperta o in singhiozzi
-di riso irrefrenabile. -- Siamo seri -- susurrò all'orecchio dell'amico
-assessore dell'Igiene entrando nel salotto di casa Ceredoli. L'intera
-Giunta ci era venuta per la visita di condoglianza alla vedova e per
-informarsi intorno al testamento.
-
-Ed ecco aprirsi l'uscio e presentarsi la vedova accompagnata dalla luce
-della gran vetrata di contro. Agosti, che teneva gli occhi bassi (--
-siamo seri! --), ebbe da quella luce una rivelazione, uno spettacolo
-strano e inatteso. La signora aveva indossato in fretta la veste nera
-senza pensare che la tenuità del tessuto la rendeva trasparente. E
-mostrava come velate impudicamente le gambe. E che gambe! due colonne
-calzate d'un colore dubbio e basate su due piedini in scarpine lucide.
-
-Bastò. Sentendo che gli sarebbe vano ogni ritegno il segretario si
-volse, e col fazzoletto al viso andò a scoppiare presso l'altra
-finestra. I suoi singhiozzi ruppero il silenzio di quegli istanti, e
-l'assessore anziano, mentre egli e i colleghi s'inchinavano, ne
-approfittò a proferir belle parole d'occasione.
-
--- La commozione così sincera del nostro segretario le dimostra,
-signora, quanto il suo signor marito era amato dai dipendenti e come
-grande debba essere il cordoglio dei suoi colleghi del Consiglio
-comunale che noi, qui, abbiamo l'onore di rappresentare.
-
--- Grazie..., s'accomodino... -- balbettava la vedova col fazzoletto in
-mano.
-
-E tutti sedettero, tranne Agosti che le commoventi parole dell'assessore
-anziano indussero a singhiozzare più forte.
-
--- La Giunta anzi -- seguitò il capo della Giunta -- ha in animo di
-proporre al Consiglio che le virtù dell'illustre estinto e il compianto
-della cittadinanza siano ricordati in un monumento, in un busto...: se
-pure le disposizioni testamentarie di un uomo tanto modesto non vi si
-oppongano e non dimostrino preferenza per le opere di pietà. Nel qual
-caso...
-
--- Ma il testamento non si è ancora trovato -- interruppe la vedova
-asciugandosi gli occhi. -- Non sappiamo se l'abbia fatto...
-
-Meraviglia in silenzio. Possibile? E l'uscio dell'altra camera si
-riaperse e ad uno ad uno, con successivi inchini, entrarono il figlio
-del defunto e i tre generi. Il segretario che si era quietato, cercò di
-far largo scostando sedie e poltrone. E si mordeva ferocemente la
-lingua.
-
-Strette di mano, in silenzio.
-
--- Possibile? -- disse l'assessore anziano rivolto alla vedova.
-
-Essa riferì ai venuti l'argomento del discorso.
-
--- Impossibile che non l'abbia fatto! -- rispose il figlio. -- Un uomo
-come mio padre...
-
--- La previdenza, la prudenza in persona...
-
--- Ma -- obiettò il più lungo dei generi -- se avesse avuta l'intenzione
-di testare il povero commendatore non ne avrebbe avvertita la sua
-signora, per cui non aveva segreti?
-
--- Ah! questo è vero! -- la signora disse asciugandosi gli occhi.
-
--- Ma -- obiettò il più piccolo dei generi col tenue sorriso di chi si
-lascia scappare una castroneria --: a far testamento ci si tira, dicono,
-la morte addosso.
-
-Oh! Protestarono. -- Il povero commendatore non aveva di questi
-pregiudizi!
-
--- Ma -- obiettò il genero di mezzo per accomodar la topica dell'altro
---: il povero commendatore forse dubitò di spiacere alla signora. --
-Già: come a dire che la superstiziosa era lei! Altre proteste. Il
-segretario sgattaiolò a prender aria.
-
--- Mi viene il dubbio -- intervenne a questo punto l'assessore anziano
--- che se non è presso il notaio Tibaldi, il testamento sia nel
-gabinetto del sindaco.
-
--- Questo sì! -- Ipotesi verosimile.
-
-E subito si deliberò di mandare una commissione in municipio.
-
--- Segretario! segretario!
-
-Agosti rientrò con faccia dolente. Egli e il figlio Ceredoli, un genero
-e due degli assessori se ne andarono alla ricerca in municipio.
-
-Tra i rimasti c'era l'assessore dell'Igiene, che sino allora non aveva
-aperto bocca. Qualche cosa bisognava pur dire! Disse avanzando una nuova
-ipotesi:
-
--- E non hanno interrogato il canonico Bonerba? Era così amico del
-povero commendatore! Forse lui ne conosce le intenzioni.
-
--- Perbacco! -- fecero i due generi ch'eran rimasti lì seduti.
-
-Come mai non ci avevan pensato?
-
-E lor due con quello dell'Igiene se ne andarono subito subito in cerca
-del canonico Bonerba, alla cattedrale.
-
-
-
- IV.
-
-
-Dal municipio tornarono con un fascio di carte inutili: fatica
-particolare, a portarlo, del segretario Agosti, il quale si tenne punito
-così della sua ilarità intempestiva, e rideva ripensandoci. Ma dalla
-cattedrale gli altri messi recarono di meglio.
-
-Quel sant'uomo del canonico Bonerba arrivò rosso e sbuffante (non è
-legge che tutti i santi debbano avere il ventre smilzo) e chiese di
-parlare da solo a sola con la vedova. Allora gli estranei alla famiglia
-si mossero a salutare, per assentarsi.
-
--- No no -- esclamò il canonico --: la loro presenza, quali
-rappresentanti del Comune, è forse più che conveniente, necessaria tra
-poco.
-
-E quindi tutti, fuorchè i due -- il sacerdote e la signora -- passarono
-nella camera da desinare. Ivi erano in perfetto lutto le figlie e la
-nuora del defunto.
-
--- Desideravo d'essere chiamato per uscire di perplessità -- continuò il
-sacerdote. -- Non che io sappia se il mio povero amico abbia o no
-testato, ma so quali erano le sue intenzioni testamentarie e rispetto
-alla chiesa e rispetto alla beneficenza, alle opere pie.
-
--- Ah -- sospirò la vedova -- se l'ha fatto, il testamento, dove l'avrà
-dunque depositato?
-
--- Ecco...; appunto... Il mio povero amico aveva una preoccupazione
-sola: non turbare l'armonia della sua famiglia veramente esemplare. Si
-sa...; i beni di questo mondo generano dissidi, alle volte, fin tra le
-persone più affezionate. E Ceredoli era così delicato, così sensibile,
-che aveva quasi il pudore della sua saggezza, della sua giustizia, della
-sua prudenza. Mi spiego?
-
--- Ah! -- sospirò la vedova asciugandosi gli occhi.
-
--- Voglio dire che se fece testamento forse lo nascose perchè il figlio
-e le figlie non sapessero che l'aveva fatto e non ne pensassero male
-(pur troppo la fragilità umana...). E il Signore nel chiamarlo a sè non
-gli lasciò tempo di avvisare lei o me o altri del luogo ove aveva
-riposto il documento.
-
-«Riposto»? Potere di una parola! La vedova a udirla ebbe un lampo di
-chiaroveggenza in un istantaneo risveglio della memoria. Ricordò la
-cassapanca secentesca ai piedi del letto nuziale e la cassettina che
-v'era dentro, antica anch'essa, in forma di bauletto o di cofano.
-
-Balzò in piedi esclamando:
-
--- È nel cofano dentro la cassapanca del seicento!
-
-Il sacerdote la trattenne con dolcezza nell'atto e nella voce.
-
--- Aspetti, signora. O il testamento si trova dove lei dice, o non vi si
-trova. Se non si trova neppur lì io mi credo in obbligo di dichiarare
-oggi stesso, con le cautele consigliate, anzi imposte dalla legge, quali
-erano le intenzioni del mio amico. Per questo ho pregato i membri della
-Giunta di rimanere. E se il testamento si trova, non le par bene che sia
-aperto da mano di notaio? Non le par conveniente mandare prima di tutto
-per il dottor Tibaldi?
-
-La signora annuì. Un servo fu mandato per il dottor Tibaldi. Quindi
-essa, la vedova, portò nella camera da desinare e vi depose su la tavola
-il cofano avito. Era chiuso. Ne mancava la piccola chiave.
-
-
-
- V.
-
-
-Il canonico, la vedova, il figlio, le tre figlie, i tre generi, la
-nuora, i quattro assessori e il segretario...: 15. In quindici, nella
-camera da desinare, aspettavano il notaio.
-
-Che venne, finalmente.
-
--- Siamo seri -- mormorò Agosti all'orecchio dell'assessore d'Igiene; e
-col coltello in mano si pose, ritto in piedi, dietro la seggiola in cui,
-a capo della tavola, siederebbe l'uomo del Diritto. Davanti, aspettava
-il cofano. E gli porse -- il segretario al notaio, appena questo fu al
-posto -- il suo coltello da caccia, per forzare la debole serratura. Di
-qua e di là della tavola, stavano, in piedi il figlio e i generi; di
-fronte, le signore e il canonico, e più indietro, in piedi, i
-rappresentanti del Comune.
-
-Momenti di aspettazione ansiosa, dissimulata da facce serie e sguardi
-severi.
-
--- Constatato che nel cofano che si presume contenga il testamento del
-fu comm. Antonio Cerédoli manca la chiave idonea ad aprirlo -- il notaio
-chiese -- tutti gli aventi diritto, senza eccezione, consentono che si
-sforzi la serratura?
-
--- Sì! sì! -- tutti risposero.
-
-E _cric_ fece al passar della lama il concavo coperchio. Aperto subito;
-senza sforzo. E...
-
--- Eh? cosa? -- disse il dottor Tibaldi voltandosi indietro quasi il
-segretario avesse parlato. Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti
-e due. Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel che il notaio
-aveva veduto.
-
--- Eh? cosa? -- Scappò via, Agosti, fuori della stanza, come se ci
-avesse veduto un leone a bocca spalancata o una leonessa, dentro il
-cofano. Per dir meglio, più semplicemente -- con scandalo dell'assemblea
--- scappò via come uno che non può più resistere.
-
--- Cosa? cos'è stato? Cosa c'è? -- adesso significavan nello stupore
-enorme tutte le facce, mentre il notaio rialzava appena appena il
-coperchio e si accertava che le carte lì dentro erano tutte della stessa
-sorte.
-
-Sì, tutte della stessa, sorte! della stessa natura!
-
-Il povero uomo del Diritto cercò il modo e le parole per trarsi
-d'imbroglio. Trovò. Parlò con voce tremula:
-
--- Quanto è contenuto qui dentro non è ostensibile. -- Non è ostensibile
--- ripetè --; non ammette alcun atto legale, e solo a un amico intimo
-della famiglia spetta consigliar il da farne.
-
-Così dicendo il dottor Tibaldi venne col cofano dal canonico, lo depose
-sull'ampio seno di lui; e susurrate che ebbe due paroline all'orecchio
-del sant'uomo, scappò via lui pure quale uno che non ne può più.
-
-
-
- VI.
-
-
-Che cosa conteneva il cofano?
-
-Conteneva...
-
-(-- Dentro la mia casa e dentro la mia coscienza ci si può guardare come
-se avessero le pareti di vetro puro -- soleva ripetere il povero comm.
-Cerédoli. Questa l'arma che l'aveva difeso da ogni più feroce attacco
-partigiano, da ogni più forte avversione, da ogni più recondita
-insidia).
-
-Il cofano conteneva...
-
-(-- Il bene sociale riposa sul bene della famiglia -- spesso ammoniva il
-canonico Bonerba --; e il bene della famiglia riposa su la virtù e sul
-buon costume, su la rettitudine e sul buon esempio: guardate la famiglia
-del comm. Cerédoli).
-
-Conteneva...
-
-(E il figlio Cerédoli diceva spesso: -- In fatto di moralità con mio
-padre non si scherza; è fin eccessivo. -- )
-
-Conteneva...
-
-(E la madre Cerédoli raccomandava, di quando in quando, ai generi: --
-Specchiatevi nel commendatore, e renderete felici le mie figliuole. --
-).
-
-Conteneva...
-
-(-- Ah il babbo! -- esclamavan le figliuole alzando gli occhi al cielo).
-
-Conteneva, insomma, dei ritratti...
-
-Eh? cosa?
-
-... ritratti di donne...
-
-(-- Ah il nostro sindaco! -- esclamavano i cittadini di San Giorgio al
-Piano, alzando gli occhi alle finestre di lui --. La sua casa è come se
-fosse tutta di vetro puro --).
-
-... ritratti i quali, sebbene non avessero vesti a determinarne l'epoca,
-si vedeva che erano modernissimi.
-
-Eh? cosa?
-
-Appunto: nella cassapanca del seicento, ai piedi del letto nuziale,
-dentro il cofano che aveva forse accolti i mistici o verginei segreti di
-qualche avola, il povero comm. Cerédoli ci teneva delle fotografie --
-concludendo con le due paroline dal dottore Tibaldi mormorate
-all'orecchio del santo uomo --... fotografie oscene.
-
-
-
-
- CHE COSA E' IL MONDO?
-
-
-È enorme il mistero dell'Infinito, ma è enorme anche il naso del signor
-Petronio. Dicono che in origine non era così, che lo trasformò una
-malattia; e certo chi lo veda, quel naso, la prima volta, pensa subito a
-una di quelle conflagrazioni di sostanze misteriose e recondite, a una
-di quelle eruzioni vulcaniche o a uno di quei terremoti per cui una
-bella montagna andò sottosopra e rimase tutt'un disordine di lavine e
-rocce, anfratti e magagne, precipizi e rupi; non senza le tracce che in
-tali rovesci lascian gli uragani e vi rinnovan le tempeste. (Fuori di
-similitudine, l'uragano o la tempesta potrebbe essere il vin buono!).
-
-Ma errerebbe chi non avendo mai visto il signor Petronio lo immaginasse,
-dalla descrizione del suo naso, un brutto vecchio. Tutt'altro! è
-simpatico. La persona alta e ben proporzionata serba ancora, oltre ai
-settant'anni, vigoria e salute; la perfetta canizie dei capelli, delle
-ciglia e dei baffi mitiga il rosso della carnagione e la vastità delle
-orecchie; e soprattutto piacciono la pacatezza del suo parlare, indizio
-di animo onesto e il sorriso dei suoi piccoli occhi, indizio di sicura
-fede. Qual fede? In sè stesso: la fede più consolante e più invidiabile.
-Mentre sul mercato il signor Petronio passa per sensale in granaglie,
-nella vita intima e tra gli amici discorre da filosofo che sa di non
-errare, sapiente. E sì che egli non sa nè leggere nè scrivere! Pare un
-miracolo; eppure durante mezzo secolo ha potuto commerciare in
-granoturco, riso e fagiuoli, restando galantuomo, sebbene analfabeta, e
-avanzandosi dei soldi. Quanto alla filosofia, il suo difetto
-d'istruzione o non è difetto o è lacuna che si ripara con altro mezzo.
-Perchè si noti anche questo: chi legge ubbidisce più o meno a chi ha
-scritto; chi va a scuola ubbidisce al professore. E credete voi che
-tutti quelli che tengon la penna in mano abbiano giudizio? Eh!, buon
-senso ci vuole! Il buon senso è il rimedio del signor Petronio, è la
-forza della filosofia; e se qualche filosofo non lo crede, poco importa:
-lo crede lui, e basta; appunto perchè lui non sa nè leggere nè scrivere
-e la pensa a modo suo.
-
-Naturalmente a chi scorge chiara, chiarissima ogni cosa nel mondo e ogni
-faccenda dell'universo, talvolta rincresce gli manchi il più acconcio
-mezzo di persuader gli altri, che san leggere: il signor Petronio ha chi
-lo ascolta e l'approva ma, purtroppo, solo al caffè, non in Parlamento,
-non in Senato, non al Ministero, non alle corti di Europa, non agli
-imperi d'Oriente e alle repubbliche d'America, non a casa del diavolo
-laggiù, al Transvaal o in China.
-
-E ripete con desolata invidia:
-
--- Che fortuna saper di lettere! -- Si consola però subito. -- Io non ne
-so e ci rimedio: col buon senso.
-
-Così, quando al caffè ode leggere dagli amici il giornale e ode i
-commenti alle notizie politiche e alle miserie pubbliche, si riconforta,
-si libera a giusto interprete di quel foglio stampato con inesplicabili
-caratteri, e la sua stessa deficienza gli sembra una conseguenza logica
-della sua filosofia e della legge che la sostiene: egli, cioè, non
-comprende un'acca del giornale e comprende tutto l'universo, al
-contrario di chi guarda al sole e non vede più nulla. O come a dire: i
-giornalisti, i letterati, gli scienziati scrivono quel che sanno e
-(salvo il rispetto) non sanno quel che scrivono; e i governanti
-pretendono di condurre per la strada diritta e non s'accorgono che
-girano in tondo! In tondo girano; in tondo giriamo: è la legge!
-
-Infatti: oggi corre innanzi un uomo o un popolo, e domani un altro;
-finchè il primo torna a precedere. Oggi a me, domani a te. -- Il figlio
-del dottore farà lo spazzacamino, e il figlio dello spazzacamino sarà
-dottore. -- Sempre non è seren, sempre non piove. -- L'uomo crea e
-l'uomo distrugge. -- Progresso, eppoi regresso. -- Tutto è equilibrio;
-tutto è armonia; tutto su e giù. -- E la conclusione sta nell'unico
-principio in cui riposa il sistema del signor Petronio:
-
--- Il mondo è una ruota che prilla! -- Ecco tutto!
-
-Direte che non è una concezione nuova. Grazie tante!; essa raccoglie le
-dottrine di Pitagora, quel delle sfere in musica, e di Galileo, quel del
-pendolo; le dottrine di Newton, quello a cui cadde la mela sul naso, e
-di Darwin, quello dell'evoluzione e delle azioni e reazioni per cui da
-una scimmia balzò fuori l'umanità. Ma prima di tutto, se non è originale
-il sistema, è originale il signor Petronio, che nessuno potrà mai
-incolpare d'aver copiati quei gran filosofi. In secondo luogo, quanti
-secoli saranno che morì Pitagora? Mettiamo venti, trenta secoli. Ebbene,
-se dopo trenta secoli, al giorno d'oggi, il signor Petronio la pensa
-press'a poco come il gran Pitagora, ecco la più bella prova che il mondo
-è proprio una ruota che gira. In terzo luogo, sia di Tizio, sia di
-Sempronio o del signor Petronio, questo sistema è il più semplice, il
-più intelligibile, il più spiccio per risolvere tutti i problemi fisici,
-morali, economici, sociali, politici. Il cielo è tondo, il sole è tondo,
-la luna è tonda; dunque la terra deve esser tonda. È la legge! Le
-stagioni da un pezzo in qua non combinan fra loro? Dunque presto
-torneremo a godere della primavera e dell'autunno. È la legge!
-Quest'anno son care le patate: quest'altr'anno saran cari i fagiuoli. È
-la legge.
-
-Concepito il mondo così, ogni cosa procede liscia. Nemmeno il progresso
-e le scoperte della scienza turbano la fantasia, e un vecchio
-settantenne può sinceramente lodare il presente in confronto del suo
-passato. Automobili, tram, biciclette trascorrono davanti agli occhi del
-signor Petronio lasciandolo pago, quasi ci avesse avuto la sua parte a
-inventarli. Pacifico, egli ragiona: -- si è sempre detto che in China la
-macchina a vapore esisteva mille anni prima che da noi; e chi vi dice
-che non ci esistessero anche i tramvai o gli aeroplani? E viaggeremo
-tutti per aria e gli aeroplani saran così fitti che succederanno scontri
-e disgrazie, e si buscheranno malattie come a viaggiare in terra, tali e
-quali. Ma, pur troppo, torneranno i giorni della barbarie, e i nipoti
-dei miei nipoti, poverini, patiranno come me quand'ero ragazzo, che
-pigliavo scapaccioni per paga se aiutavo qualche soldato «dal becco di
-legno» a levar la ruggine dal fucile. È questione di buon senso: è la
-legge. --
-
-Infine, quando tutti concepissero il mondo così, ci sarebbero meno
-birbanti, ricchi e poveri, e meno scioperi: per l'armonia politica non
-si avrebbero tanti senatori o deputati sempre pronti con i loro tromboni
-o i loro argomenti e le loro grida a fracassarsi la testa da cari
-colleghi; e per l'armonia famigliare non si contenterebbero tante
-stonature e tanti corni e scorni e suicidi in due. Ad esempio, voi, con
-una donna quale la moglie del signor Petronio, vi sareste affogato nel
-fiume per liberarvene! Tutto il santo giorno: -- Petronio, ho male qui;
-Petronio ho male qua --; quasi un filosofo avesse obbligo di esser
-medico e quasi i medici possedessero l'arte di guarire un male qui e un
-male qua! Lui invece esorta la sua signora a rassegnarsi, a gettar nel
-pozzo quella morfina maledetta che le fa far tante smorfie, contorsioni
-e sussulti, a bere vin buono e a sorbir aria fresca, insieme con suo
-marito che d'inverno spalanca finestra e bocca appena giorno perchè il
-freddo gli ammazzi tutti i microbi nella camera, nello stomaco, e magari
-sul naso. Ma son vani consigli; nè giova ripetere, per consolarla:
-
--- È una ruota, Càrola; una ruota che gira. Una volta tutte le donne
-avevano il convulso: adesso han l'isterismo... (La signora Càrola è sui
-settanta anche lei)... Una volta non c'era altro rimedio che l'_Aceto
-dei sette ladri_; adesso, la morfina. Ma non dubitate che si tornerà
-all'aceto e al convulso: soltanto, ladrerie e donne saran sempre quelle!
-
- ***
-
-A proposito della signora Càrola la biografia del signor Petronio
-contiene un aneddoto che rivela l'uomo e nell'uomo rivela insieme il
-buon marito e il pensatore profondo. Ma bisogna, per questo, risalire a
-diciassette o diciott'anni or sono, quando il mondo pareva aggravato
-dalla guerra giapponese cinese. I medici -- i quali san leggere ma non
-capiscon nulla -- consigliavano l'inferma signora Càrola a distrarsi; e
-un giorno che il marito doveva andare a Bazzano per contrattare, là
-presso, una partita di granturco, dàlli dàlli, riuscì a caricare la
-moglie in treno e a distrarla dal finestrino con lo spettacolo della
-campagna ancora estiva e dei casolari e dei villaggi pieni di gente
-allegra. Arrivati che furono, entrarono in paese. Lei si abbandonò su di
-una seggiola del caffè, e fra un sorso e l'altro di vermouth cominciò a
-sbigottir la caffettiera con le smorfie, le scosse e la storia dei suoi
-malanni. Egli intanto prese la via del monte; giunse in mezz'ora alla
-cascina, e in quattro e quattro otto s'accordò col venditore. Una
-bottiglia di lambrusco aiuta ad appianar gli affari non meno che un giro
-di ruota a comprender l'universo.
-
-Di ritorno, il signor Petronio non pensava più affatto al frumentone; e
-il suo sguardo navigava inconscio nella gran luce del pomeriggio, che
-avvolgeva la terra e infondeva sin nelle pietre un calore di vita
-gioiosa e feconda. Sebbene non ci fosse ombra di bosco e la strada
-polverosa, ardente e deserta difilasse aliena da frescura di fonte o da
-soavità di rivo, un poeta avrebbe scorte chi sa quante amadriadri e
-ninfe a tentarlo procaci e scappargli via proterve. Il signor Petronio
-se ne veniva lemme lemme, catelon catelone, non badando neppure ai
-piccoli ciottoli in mezzo al suo cammino. Sorrideva a sè medesimo,
-intanto che a ogni curva o svolta l'ombrello perdeva la direzione del
-sole e, inutilmente aperto, lasciava riscaldare nel cranio sottoposto il
-buon senso della filosofia.
-
-Quand'ecco, alle prime case di Bazzano, sbucare l'amico Mascarella,
-sensale anche lui, ma di bestie bovine.
-
--- Oh! quel Petronio!
-
--- Oh Mascarella!, amato mio bene!
-
--- Venite a Bologna?
-
--- Pronti!
-
-E s'accompagnarono.
-
--- Come van gli affari? -- domandò il signor Petronio, giocondo e rosso
-più del solito.
-
--- Male! siam giù!
-
--- E la guerra?
-
--- Che guerra?
-
--- Là, in China! Non sapete?
-
-Mascarella, infatti, sapeva leggere.
-
--- A me -- rispose -- a me la guerra in quel paese non mi fa nè caldo nè
-freddo. In America la vorrei...
-
--- Non vi fa concorrenza, a voialtri, la China?
-
-In quel punto un paesano chiamò, per due parole, Mascarella. Quando
-venne, rispose:
-
--- Che concorrenza volete ci facciano i Chinesi? A quel che si legge,
-mangiano i cani, e gli uomini, da loro, servon da tiro. Vi mettereste a
-sensale, voi, da cani e da cristiani?
-
--- Maomettani, direte: son d'un'altra fede.
-
--- Sian di Maometto o sian del diavolo, son razza di cani. Dunque...,
-che gusto matto grapparli per il codino e dondolarli come zucche!
-
-Il signor Petronio disapprovava, evidentemente. Ma in quel punto l'amico
-entrò dal tabaccaio e vi si trattenne un po' a discorrere. Riprendendo
-il cammino, riprese il signor Petronio:
-
--- Vorreste ammazzarli tutti quanti?
-
--- Chi?
-
--- I Chinesi.
-
--- Tutti! Far del largo, anche per voi! Se laggiù non ci nascesse più
-frumento, riso o fagioli, voi diventereste milionario!
-
--- E qui, dopo? A mandar la roba là, ci mancherebbe a noi.
-Bell'interesse! Non capite che è una ruota? Abbondanza là, carestia qui:
-abbondanza qui, carestia là. Invece di far la guerra, per questo,
-sarebbe meglio venir a patti; contrattare. -- Quanto domandate, voi
-Chinesi, per lasciarci coltivare il riso anche a noi, Italiani, Inglesi
-o Russi? -- Tanto! -- Vi diam tanto; e parola da galantuomini. Una
-stretta di mano, senza protocolli; e _amen_!
-
--- Ma la guerra non si fa per questo, per guadagnare.
-
--- Perchè allora?
-
--- Per la civiltà.
-
-Il signor Petronio non attendeva altra risposta. Cominciò
-tranquillamente l'esposizione del suo sistema, la spiegazione della
-legge civile, umana, mondiale, divina. Ad ascoltarlo, strada facendo, si
-aggiunse un bazzanese, che andava egli pure alla stazione, per venire a
-Bologna, e poichè il filosofo s'arrestava di frequente chiedendo: -- È
-chiaro? -- Capite? -- La vedete come me, voi due? --, fu necessario, a
-non perdere il treno, prendere una scorciatoia.
-
-Arrivarono in tempo alla stazione. Ma dove intendeva giungere il signor
-Petronio con la sua ruota che gira? Nient'altro che alla pace
-universale! Il sensale Mascarella e il Bazzanese, che sapevan leggere,
-interrompevano, però; interloquivano a lungo, con le loro ragioni e
-bestialità. Sicchè dopo un'ora e mezza di viaggio, arrivando a Bologna,
-il filosofo non era riuscito a persuaderli di altro che della pace in
-China e solo per evitare, nell'avvenire, un'invasione di Chinesi in
-Europa, in Italia, a Bologna, a Bazzano, in mercato, forse, a rubar
-bovini maschi e femmine.
-
-Ed ecco che, appena fermo il treno, si ode gridare da ogni parte:
-
--- La pace! la pace! Ultimi telegrammi! Notizie della pace! Telegrammi
-dalla China!
-
-Subito il signor Petronio comperò due o tre giornali; felice come se
-avesse imparato a leggere in quel punto. Poi discese, e disceso che fu,
-si volse a guardar nel sedile del vagone e su, alla reticella.
-Nonostante il gaudio, gli pareva d'essersi dimenticato qualche cosa. Ma
-l'ombrellino l'aveva: sotto il braccio. E la pace era fatta! Fuori della
-tettoia, Mascarella, che era già convinto nella chiaroveggenza del
-filosofo, domandò:
-
--- Venite a desinar con me, Petronio? Leggeremo i fogli.
-
-Allora il filosofo ebbe una luce attraverso il cervello.
-
--- E la mia donna? -- esclamò.
-
-... Povera Càrola, che l'aspettava ancora nel caffè a Bazzano, con tutti
-i mali addosso e senza morfina in tasca!
-
- ***
-
-Eppure questo buon Petronio, forse per il naso più che per il resto,
-dispiacque un giorno a uno sconosciuto che capitò al caffè e che
-l'ascoltò un pezzo in silenzio, eppoi l'investì arrabbiato come una
-bestia. Inutile dire che era un altro filosofo. Disse, gridò:
-
--- Ah lei vede tutto chiaro, tutto semplice, tutto spiccio? E lei mi
-risponda, con la sua ruota: perchè si nasce, perchè si muore? Mistero!
-Di dove veniamo, dove andiamo? Mistero! Perchè non c'è male senza bene e
-bene senza male? Mistero! Perchè la coscienza ci dirige e dove ci
-dirige? Mistero! Se la morte è un male perchè ci è data e se la vita è
-un bene perchè ci è tolta? Mistero! Perchè l'uomo fu sempre infelice,
-insaziabile del vero, instancabile a progredire e a che fine? Mistero!
-
-Il signor Petronio sorrideva zitto e quieto quasi pensasse: Qual'è il
-sistema filosofico che non incontra e trascura le piccole difficoltà?
-
-Ma l'altro filosofo proseguì sempre più torvo e più violento:
-
--- Bando alla sua ruota! e risponda! Perchè tutta la materia è in moto?
-Mistero! Perchè il feto sviluppandosi nell'alvo passa per tutti i gradi
-e tutte le forme dell'evoluzione animale? Mistero! Che cosa è l'etere?
-la luce? Perchè la telepatia? Quale l'essenza della vita? Che cosa è il
-sonno? la morte? l'enorme mister dell'infinito? In una parola, che cosa
-è il mondo?
-
-Il signor Petronio aveva ascoltato tutt'orecchi (che orecchie!) e
-sorridendo; e alla fine della sparata non si scompose. Si grattò a pena
-a pena il naso, s'alzò pacifico più che mai e con la gran semplicità del
-suo buon senso, del suo cuore e della sua eloquenza, rinunziando una
-volta tanto alla sua ruota, rispose:
-
--- Ce la spiego io, in due parole, la questione. Dalla vita alla morte,
-e anche dopo la morte, il mondo è tutto un imbroglio!
-
-
-
-
- NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU
-
-
-Quando, nel quattordicesimo anno della Re-So-Eu (Repubblica Sociale
-Europea; 2010 d. C.) i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di
-elettrogrammi annunciarono l'invenzione del dottor Pantìfilo, la
-meraviglia non fu quale si crederebbe. Da un pezzo si conosceva la
-«emostatina», con cui quasi istantaneamente si arrestava ogni più
-violenta e copiosa emorragia; da forse un decennio era in uso la «sutura
-spontanea», per cui in breve si cicatrizzavano le più profonde ferite,
-si riconnettevano i nervi, le vene, le arterie, i tessuti; e fin dal
-secolo ventesimo era stata intravveduta l'efficacia dei raggi
-«ultra-rossi» a mantenere la vitalità nervea. E che faceva il dottor
-Pantìfilo?
-
-Mozzava la testa ai conigli o alle cavie; ne impediva con l'«emostatina»
-l'effusione e la dispersione del sangue; salava di radio, per così dire,
-le parti recise; operando sempre alla luce ultra-rossa riattacava le
-teste mercè la «sutura spontanea»; e dopo poche ore le cavie e i conigli
-decapitati e rincapitati sgambettavano allegri al pari di prima. Il
-merito della risurrezione era dunque particolarmente dei sali di radio,
-e, tutt'al più, del modo con il quale il dottor Pantìfilo se ne valeva.
-
-Nè la nuova invenzione poteva ritenersi di qualche utilità pratica. Dopo
-le stragi che avevano condotta l'Europa evoluta alla fratellanza
-universale, le ghigliottine «perfezionate e multiple» erano state
-rinchiuse nei magazzini della gran Repubblica, a Lublino. Non poteva più
-accadere che teste di innocenti di dentro ai panieri sembrassero accusar
-d'ingiustizia il fratello boia; e non c'era da sperare che in via
-privata qualche capo di uomo o di donna fosse tolto dal busto con la
-precisione netta e meccanica che si richiedeva alle esperienze del
-dottor Pantìfilo.
-
-Ma ecco che nell'anno XX della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea) i
-radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di elettrogrammi da Lublino
-(nel centro, o quasi dell'Europa) trasmisero al mondo intero una ben più
-strepitosa notizia; annunciarono il fatto orrendo per il quale il dottor
-Pantìfilo doveva esser presto consolato oltre le sue speranze.
-
-Là, a Lublino, capitale della Gran Repubblica, si era scoperta una
-cospirazione contro il Fraternale Governo; il direttorio, cioè che
-gl'innumerevoli soviety europei, mediante le dodici confederazioni
-elettríci, ogni anno componevano coi più insigni rappresentanti del
-socialismo internazionale.
-
-Sì, da appena vent'anni la Gran Repubblica era stata costituita su
-l'eguaglianza economica, che da secoli si credeva la base più salda alla
-umana e civile beatitudine, e già l'ancor recente costituzione pareva
-difettosa, vessatoria, tirannica, iniqua. A quanti? Eh! se molti erano
-gli uomini malcontenti, dagli Urali al Tago, dal Capo Nord a Candia, le
-donne malcontente erano moltissime. Chi l'avrebbe mai detto? Ottenuta la
-parità agli uomini in ogni esercizio manuale e intellettuale, in ogni
-materiale e moral benefizio, le donne per ogni dove eran state prese
-dalla smania di superare gli uomini in tutto; da ogni parte e da un
-pezzo tendevano a sovvertire l'ordine della società distendendo e
-annodando le fila di una trama manifesta, e adescavano i maschi in
-qualunque modo potessero a renderseli partigiani e seguaci.
-
-Il Fraternale Governo, di sua natura fiducioso, benigno, quasi ingenuo,
-aveva lasciato correre -- come al principio del secolo ventesimo, là
-verso il 1921, i governi della borghesia lasciavan correre il femminismo
-rivoluzionario --. C'era ben altro da pensare! Ma la trama ebbe termine
-e potere esecutivo proprio in Lublino; si scoperse, a Lublino, ch'era
-affidata... -- incredibile! orribile! -- ai cinque personaggi forse più
-famosi nella Gran Repubblica: cinque glorie del pensiero e dell'opera,
-emergenti dalla universale società in modo che il solo soprannome
-scientifico bastava a distinguerle e celebrarle nel mondo intero:
-Serenidad, Marjana, Rankness, Uebersinnlich, Prôneur.
-
-Queste e questi erano i congiurati a far saltare in aria il palazzo del
-Direttorio e il Direttorio che v'abitava, come nell'età delle bombe
-anarchiche: Serenidad, l'astronoma nata in Ispagna: l'austera, severa,
-intemerata donna che quantunque fosse già vecchia proseguiva i suoi
-portentosi studi su la geografia e l'etnografia planetarie; Marjana, la
-scienziata fisico-chimica nata in Russia: la forte, giovine viragine che
-quantunque fosse di tendenze un po' mistiche compieva stupefacenti e
-positive esperienze su le monadi e gli elettroni; Uebersinnlich, il
-filosofo nato in Germania, il quale sebbene fosse un po' troppo grasso
-era forse il pensatore che più aveva avvicinato l'Assoluto; Rankness, lo
-sportsman inglese, il restauratore della bellezza corporea dopo che gli
-sport pazzeschi dei secoli decimonono e ventesimo avevano deformato il
-tipo umano; e Prôneur, il francese poeta, per il quale tutto era detto
-quando si diceva che era Prôneur il poeta.
-
-Ebbene, costoro si eran messo in mente che un ritorno alla monarchia
-feliciterebbe l'Europa; una monarchia, però, di genere femminile e
-femminista. E da quei pensatori che erano ragionavano così:
-
-Diceva Serenidad, l'astronoma: -- Le colossali, singolari, uniche opere
-che si osservano in Marte non possono essere effetto che di una volontà,
-di una sovranità individuale, non collettiva. Un governo di molti non
-avrebbe avuta la concordia necessaria a ordinarle e a compierle. Ma se
-l'individuo che in Marte comanda a moltitudini di uomini, fosse un uomo,
-la civiltà di Marte sarebbe press'a poco quella di su la terra al tempo
-dei Faraoni. Invece la civiltà in Marte, per consenso di tutti gli
-astronomi, è più progredita che su la terra; dunque in Marte domina la
-donna. Facciamo su la terra come in Marte!».
-
-Alla conclusione stessa arrivava per la sua via Marjana, la
-fisico-chimica, sostenendo che a viver bene l'uomo deve seguire le
-predisposizioni della Natura o, meglio, dell'Ente soprannaturale alla
-cui legge la Natura ubbidisce: in natura (è fenomeno accertato da
-secoli) le monadi prevalgono agli elettroni.
-
-Da che non differiva molto il ragionamento dello sportsman Rankness.
-Gridava: -- L'agilità delle membra, la robustezza dei muscoli, la
-consistenza della fibra hanno il fine di migliorare l'umana razza; mezzo
-necessario a tal fine è piacere alle donne. Ma non si fa piacere o
-servigio ad alcuno senza riconoscerne la superiorità.
-
-E Uebersinnlich, il filosofo: «Da secoli è accertato che la donna nella
-somma delle energie psichiche supera l'uomo. Finchè la donna rimase
-inferiore all'uomo nelle energie fisiche e intellettuali, un equilibrio
-tra i sessi fu possibile; pareggiata la donna all'uomo nella forza e
-nella cultura della mente, essa è diventata superiore all'uomo nel resto
-e, per legge di evoluzione e di perfettibilità, la donna ha dunque da
-predominare.
-
-Quanto al poeta Prôneur, egli cantava la perfezione sociale
-dell'alveare: una regina; le api operaie; i fuchi riproduttori. Da
-milioni d'anni -- diceva -- i fuchi son paghi d'esser fuchi. Oh che
-virile gioia sarebbe per gli uomini non essere altro che fuchi! Lode ai
-fuchi! Gloria alle operaie! E viva la regina!
-
-Or il Fraternale Governo non si era perduto a confutar cotesti
-ragionamenti: ma quando ebbe in mano il tubetto che una donna operaia
-deponeva nella sala del consiglio e che acceso sarebbe bastato a
-sconquassar tutta Lublino, quando la donna interrogata rivelò
-sorridendo, con incoscienza che un tempo sarebbe parsa eroismo, chi le
-aveva dato il micidiale incarico, esso -- il Direttorio -- non indugiò a
-prendere una severa deliberazione, per amore, s'intende, della Gran
-Repubblica.
-
-La proposta di rinchiudere i rei nella casa di salute psichica, quali
-delinquenti soliti, non passò; l'attentato alla salute della Gran
-Repubblica non era da compatire o da compiangere come un qualsiasi
-assassinio commesso per forza morbosa. Ci voleva un esempio di castigo
-spaventevole.
-
-E con undici voti su dodici i congiurati furono condannati a morte.
-
-A morte?
-
-Ma la pena di morte non era stata abolita dalla Costituzione sociale?
-Maledetta la logica!; non si poteva violare la Costituzione per punire
-chi violava la Costituzione!
-
-Fu allora che uno dei membri governativi pensò al trovato più
-paradossale che mai fosse stato fatto: al trovato del dottor Pantìfilo.
-
--- Bella idea mi viene! -- esclamò quel tal membro. -- Condanniamo a
-morte i rei per convincere che la Gran Repubblica non scherza, e zitti e
-queti facciamoli risorgere per dimostrare, dopo, che nessun governo sarà
-mai più generoso della Re-So-Eu.
-
-E fu così che il dottor Pantìfilo ebbe finalmente cinque teste umane a
-sua disposizione. Egli -- chiamato d'urgenza -- garantì che l'operazione
-riuscirebbe senza fallo purchè la ghigliottina «perfezionata e multipla»
-fosse eretta nella piazza della sua clinica, vicino vicino ai
-laboratori: quivi si appronterebbero cinque gabinetti illuminati a luce
-ultra-rossa; quivi si trasporterebbero subito subito i cinque corpi
-decapitati e rinchiusi al momento dell'esecuzione in casse radioattive,
-e le cinque teste mozzate e rinchiuse al momento dell'esecuzione in
-altre cinque casse radioattive: poi, presto, si procederebbe agli
-adattamenti capitali e alla rivivificazione dei corpi.
-
-Benissimo! Tutti frattanto giurarono di mantener il segreto intorno ai
-propositi governativi; e i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta
-di elettrogrammi annunziarono soltanto che i cinque rei riconosciuti
-ordinatori della cospirazione rivoluzionaria erano da considerarsi come
-messi fuori della Costituzione.
-
- ***
-
-Ma la notizia data in tal forma dispiacque, dagli Urali al Tago, dal
-Capo Nord a Candia. Che intendeva significare il Direttorio con la frase
-che «i rei eran da considerarsi come messi fuori della Costituzione»?
-Fuori a parole o di fatto? Privati dei diritti civili e repubblicani,
-soltanto? O mandati in case di salute? o piuttosto e meglio in una
-vecchia carcere, in un antico ergastolo?
-
-Guai ai governi i quali non hanno idee chiare e edificanti!
-
-Se non che i cittadini di Lublino a vedere il giorno dopo, nella piazza
-della Clinica, la ghigliottina «perfezionata e multipla», compresero
-come il Fraternale Governo aveva, al contrario, idee molto chiare e
-molto edificanti, e non dubitarono più per la sorte della Re-So-Eu.
-
-Pochi protestarono che con la pena di morte si violava la costituzione
-sociale; pochi mormoravano: infamia! I più avevan voglia di veder in
-azione la ghigliottina «perfezionata e multipla».
-
-E una gran folla si accalcò intorno al patibolo. Nel cielo, sopra, i
-velivoli volteggiavano adagio adagio per goder con libero respiro lo
-spettacolo da troppo tempo non dato.
-
-La funzione, del resto, non durò che pochi minuti.
-
-Così: i rei, in fila, ascesero il palco infame e con a lato i cinque
-incaricati di deporne i corpi tronchi nelle casse radioattive, si
-disposero ciascuno alla sua lunetta: dinanzi a loro, altri cinque
-assistenti aspettavano l'attimo per mostrare le teste al popolo, deporle
-subito nelle altre singole casse e distribuirle nei gabinetti del
-laboratorio.
-
-Al segno del fratello boia i giustiziandi s'inginocchiarono. Essi
-gridarono: «Viva la monarchia fem...!».
-
-E, rotta a mezzo nelle cinque bocche l'ultima parola, le esecuzioni
-furono fatte, cinque in una volta, senza scuotere l'animato, alto
-silenzio dell'attesa. Impossibile far meglio e più presto! Quel che
-segui, s'immagina, poichè tutto procedette secondo le prescrizioni del
-dottor Pantìfilo.
-
-Tutto?
-
-Quasi tutto.
-
-I rei erano stati disposti sul palco in questo ordine, e in questo
-ordine prendendoli -- da sinistra a destra -- i loro corpi tronchi
-furono distribuiti nei gabinetti della Clinica: l'astronoma, lo
-sportsman, il poeta, il filosofo, la fisico-chimica.
-
-Invece, per una lieve svista, le teste furono portate ai gabinetti nello
-stesso identico ordine, ma prendendole da destra a sinistra: la
-fisico-chimica; il filosofo; il poeta; lo sportsman; l'astronoma.
-
-Che accadde? Pur questo è facile immaginare. E per l'ansietà della
-faccenda e per la densità della luce rossa, la quale confondeva aspetti
-e fisionomie, gli assistenti del dottor Pantìfilo s'accorsero
-dell'equivoco solo quando spensero la luce rossa e accesero le lampade
-azzurre per immergere gli operati in un sonnellino ristoratore.
-Spaventati, allora corsero dal maestro, con le mani nei capelli,
-esclamando:
-
--- Abbiamo scambiate le teste!
-
-Il maestro palpitò, tremò, guardò il corpo che aveva reintegrato lui
-stesso e sorrise. Si era riserbata per sè la testa più difficile da
-mettere a posto: quella del poeta, e vide che errore non c'era. Lì per
-lì non ebbe agio a riflettere che nell'ordine dell'esecuzione il poeta,
-sia contando da destra sia contando da sinistra, aveva occupato sempre
-il terzo luogo; per il poeta pareva non essere avvenuto scambio.
-
-Ma il dottor Pantìfilo non sorrise dopo, nello scorgere che davvero al
-vecchio corpo dell'astronoma Serenidad era toccato la bella testa di
-Marjana, la fisico-chimica, e che il giovane corpo di Marjana ora aveva
-in cima la vecchia testa di Serenidad; si mise anche lui le mani nei
-capelli a riscontrar nella persona dello sportsman Rankness, l'inglese,
-la testa del tedesco filosofo Uebersinnlich, e viceversa.
-
- ***
-
-Eppure i cinque corpi reintegrati in tal modo riposavano così
-dolcemente! Forse sognavano d'essere a riposar in paradiso, premiati per
-il loro ideale di monarchia femminile e femminista.
-
-Possibile che la meravigliosa scoperta del dottor Pantìfilo, in
-conseguenza di una semplice svista degli assistenti, dovesse finire in
-tal modo, suscitando uno scandalo enorme dagli Urali al Tago, dal Capo
-Nord a Candia, disonorando l'Europa in America, in Africa, etc.?
-
-No! Bisognava riparare!
-
-E il dottor Pantìfilo (che ingegno!) si mise a sedere, riflettè, si
-alzò; poi sorrise e disse ai suoi assistenti:
-
--- Io dimostrerò che costoro d'ora innanzi vivranno più contenti di
-prima!
-
-Infatti egli si era già persuaso che con l'aiuto del caso aveva fatta
-un'altra, maggiore scoperta; e deliberò di escludere il merito del caso.
-
-Come il Fraternale Governo lo chiamò a render conto dell'errore
-commesso, egli parlò francamente:
-
--- Fratelli! Ho trovato il mezzo di render davvero felice l'umanità.
-Avanti la grande rivoluzione, che diede alla società europea l'assetto
-di cui tutti dovremmo esser lieti, gli uomini parevano soffrire per
-cause meramente esteriori; stato economico, differenze di classi,
-ambiente sociale. Tutto ciò fu mutato. Ebbene, voi avete visto, di
-questi giorni, se la generosa magnanima Re-So-Eu bastò a render pago il
-genere umano! No. E perchè no? Perchè gli uomini hanno il male, il
-nemico, non fuori di sè ma in sè stessi. Le espressioni che corrono su
-la bocca di tutti: «bisognerebbe mutar la testa alla gente», «colui,
-colei non ha la testa a posto», non dimostran forse l'intuizione volgare
-e secolare di fenomeni morbosi dei quali sino ad ora la psicologia e la
-patologia non han conosciute le cause?: non accertano che spesso nel
-corpo umano c'è un disquilibrio organico, una discordia funzionale tra
-le membra o le viscere e il cervello; un contrasto fra le attività
-pazienti e riflesse e la facoltà acuente e promovente, che è anche
-l'attività pensante? Sì, fratelli miei! Per ridar il benessere fisico e
-psichico a chi l'ha perduto, e quindi per ridar la quiete alla società,
-è proprio necessario sostituir le teste a corpi cui meglio convengano;
-mettere, cioè, davvero le teste a posto!
-
-L'assemblea governativa approvava. Ciascuno del Direttorio pensava non
-ai mali della società fraterna ma ai malanni del suo proprio corpo e
-alla possibilità di rimediarvi così radicalmente.
-
--- Con fortunato tentativo -- seguitò il dottore -- e con coscienza
-tranquilla ho colto l'occasione per un nuovo esperimento. L'operazione è
-riuscita a meraviglia. E considerate che io avevo solo quattro persone
-da avvicendare! Il poeta ho dovuto lasciarlo tal quale, perchè le storie
-letterarie attestano che quando la critica vuol correggere i poeti, i
-poeti fan peggio di prima. Ma io ho resa felice Serenidad, l'astronoma.
-L'illustre donna, carica di gloria per le sue scoperte, già risentiva i
-malanni dell'età e perciò, senza aver coscienza di ciò, cospirava. Ora,
-nel corpo di Marjana, essa raccoglie l'umana perfezione: il senno
-dell'età matura e l'energia della giovinezza.
-
-E Marjana è pur essa felice. Quante volte i giovanili femminili disturbi
-la distrassero da' suoi studi profondi e dalle scoperte intravvedute!
-Quante volte ella maledisse le basse tentazioni che le scemavano la
-gloria! Ora non più: ora essa, in una gioia di liberazione, affretterà
-le prove del suo sublime ingegno, contenta di compensare con la fama
-immortale gli anni di meno che nel corpo senile dell'amica avrà da
-vivere.
-
-Anche Marjana non cospirerà mai più!: statene certi!
-
-E a Rankness, lo sportsman irrequieto, esuberante di forze, malcontento
-perchè gli pareva di non trovar idoneo sfogo alle energie nervose e
-muscolari, ho dato la moderazione d'un corpo ligio a una mente ordinata,
-pacata e lucida; ho data la quiete individuale, famigliare e sociale
-nella persona del filosofo.
-
-E Uebersinnlich, il filosofo? Oh dite dite!: chi meglio di lui,
-irrobustito nelle membra dello sportsman, potrà vantare le delizie della
-_mens sana in corpore sano_?
-
-A questo punto l'assemblea del Fraternale Governo scattò: applausi,
-abbracci, baci. Il dottor Pantìfilo fu proclamato lo scienziato più
-grande della Re-So-Eu.
-
- ***
-
-Ah povero dottor Pantìfilo! Che errore! che disastro!
-
-Appena usciti, perfettamente in gambe, dalla clinica, coloro che
-avrebbero dovuto ringraziarlo tanto, imprecarono contro di lui.
-
-Primo e più forte protestava il poeta Prôneur. Il quale diceva che s'era
-visto aprir dinanzi agli occhi le porte del Paradiso ma che gliele
-avevano subito rinchiuse in faccia. «Appena vidi il sol che ne fui
-privo!». Diceva che la gioia di sentirsi dividere con un colpo netto --
-tàffete! -- e con un fulgore di luce divina la sede della poesia dal
-corpo bruto e vile è tal gioia che nessuna altra morte può darla uguale,
-e andava attorno agitando una scure e pregando gli amici di rinnovargli
-quel servizio. Fu necessario rinchiuderlo in una «casa di malati
-psichici», cioè in un manicomio. Ma trattandosi d'un poeta geniale, non
-c'era da farsene caso. Il guaio fu che lo sportsman, l'inglese, con
-folli tentativi di suicidio revolverava i passanti perchè il braccio
-armato sbagliava il bersaglio. Il disgraziato, capeggiando le membra del
-filosofo, a ogni momento stupiva d'essere così pigro e lasso. -- What is
-that?, «Che cosa è questa?» --, gridava fuori di sè. Sopratutto
-l'eccitava la idrofobia delle membra disubbidienti ogni volta che gli
-veniva il pensiero di far un bagno. E peggio, se possibile, si sentiva
-il filosofo tedesco. Egli -- e a lui pareva cosa nuova in lui --
-asseriva che adesso ragionava coi piedi, con le gambe, con le braccia,
-con tutto, fuor che con la testa, e correva e saltava di qua e di là
-senza riposo. -- Was ist das? -- Sfido! Aveva le gambe, le braccia e il
-resto del più famoso sportsman della Re-So-Eu! Bisognò mandarli tutti e
-due a tener compagnia al poeta.
-
-Quanto alle due donne, oh che miseria! oh che umiliazione, che abiezione
-del femminismo!
-
-A considerarsi sotto al capo, così diverse da quel che erano una volta,
-le infelici s'abbandonarono, loro così celebri pensatrici, all'atavica
-vanità del sesso, della fragilità di Eva.
-
-Imbellettata e ritinta l'astronoma Serenidad andava in giro invocando:
--- Amore! amore! volontad! --, e chiamava i passanti susurrando: --
-Vedeste come sono bella! e piangeva disperata perchè a guardarla in
-faccia le rispondevano: -- Va via, brutta vecchia!
-
-E tutta infronzolita e in guardinfante, per nascondere le deformità del
-corpo, Marjana ora malediceva le monadi; urlava: -- Abbasso gli
-elettroni! --; e ammoniva alla voluttà ideale, senza combinazioni
-chimiche. Ma in segreto piangeva, minacciava d'impiccarsi. Si sentiva
-così vecchia; vecchia così presto! Povera donna!
-
-Povere donne! le mandarono in manicomio anche loro.
-
-E là imprecarono più dei maschi colleghi a quella che era stata la
-generosità o la vendetta della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea).
-
-
- ----
-
-
-
-
- DELLO STESSO AUTORE
-
- ROMANZI:
-
- _L'Ave_ (Zanichelli); _Ora e sempre -- In faccia al destino_
- (Treves).
-
- NOVELLE:
-
- _Vecchie storie d'amore -- Amore e amore_ (Zanichelli); _Novelle
- umoristiche -- Il zucchetto rosso e storie d'altri colori -- Il
- diavolo nell'ampolla -- Faccie allegre_ (Treves); _A stare al
- mondo..._ (Vitagliano); _Sotto il sole_ (Urbis).
-
- PER RAGAZZI:
-
- _Asini e compagnia_ (Bemporad); _Cammina, cammina, cammina..._
- (Treves).
-
-
-
-
- Nota del Trascrittore
-
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
-grafie alternative (sodisfatto/soddisfatto, Ceredoli/Cerédoli, die'/diè
-e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono
-stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
-
- 85 -- e saran sempre buoni amici [animici]
- 89 -- Monterúmici, piaceva ed esilarava [esilerava]
- 110 -- s'era sbagliato ad affezionarglisi [effezionarglisi]
- 136 -- Tutti [Tutte] e due, no!
- 178 -- pochi giorni dopo che Grappanera [Grappaneva]
- 202 -- Mi era ben manifesto [menifesto] ora
-
-
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-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TOP ***
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-electronic works in formats readable by the widest variety of computers
-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
-because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
-people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain
-freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
-permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
-learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
-how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
-Foundation web page at http://www.pglaf.org .
-
-
- Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
- Foundation
-
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
-of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
-Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
-64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
-http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
-Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
-full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
-S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at 809
-North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official page
-at http://www.pglaf.org
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
- Archive Foundation
-
-
-Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations where
-we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
-statements concerning tax treatment of donations received from outside
-the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
-including checks, online payments and credit card donations. To donate,
-please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate
-
-
- Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
- works.
-
-
-Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
-concept of a library of electronic works that could be freely shared
-with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
-Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.
-
-Project Gutenberg(tm) eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless
-a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks
-in compliance with any particular paper edition.
-
-Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's eBook
-number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
-compressed (zipped), HTML and others.
-
-Corrected _editions_ of our eBooks replace the old file and take over
-the old filename and etext number. The replaced older file is renamed.
-_Versions_ based on separate sources are treated as new eBooks receiving
-new filenames and etext numbers.
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
-
- http://www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg(tm),
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.