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BARBÈRA, EDITORE. - - 1886. - - - - ---- - - - Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti di - riproduzione e traduzione sono riservati. - - - - ---- - - - - - - INDICE - - - - - SAN PANTALEONE. - - - ANNALI D'ANNA. - - - L'IDILLIO DELLA VEDOVA. - - - LA SIESTA. - - - LA MORTE DI SANCIO PANZA. - - - IL COMMIATO. - - - LA CONTESSA D'AMALFI. - - - TURLENDANA RITORNA. - - - LA FINE DI CANDIA. - - - I MARENGHI. - - - MUNGIÀ. - - - LA FATTURA. - - - IL MARTIRIO DI GIALLUCA. - - - LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE. - - - L'EROE. - - - TURLENDANA EBRO. - - - SAN LÀIMO NAVIGATORE. - - - ---- - - - - - - SAN PANTALEONE. - - - - - - I. - - - -La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere. -Tutte le case a torno imbiancate di calce avevano una singolare -luminosità metallica, parevano come muraglie d'una immensa fornace -presso ad estinguersi. In fondo, i pilastri di pietra della chiesa -riverberavano l'irradiamento delle nuvole e si facevano rossi come di -granito; le vetrate balenavano quasi contenessero lo scoppio d'un -incendio interno; le figurazioni sacre prendevano un'aria viva di colori -e di attitudini; tutta la mole ora, sotto lo splendore del nuovo -fenomeno crepuscolare, assumeva una più alta potenza di dominio su le -case dei Radusani. - -Volgevano dalle strade alla piazza gruppi d'uomini e di femmine -vociferando e gesticolando. In tutti li animi il terrore superstizioso -ingigantiva rapidamente; da tutte quelle fantasie incolte mille imagini -terribili di castigo divino si levavano; i commenti, le contestazioni -ardenti, le scongiurazioni lamentevoli, i racconti sconnessi, le -preghiere, le grida si mescevano in un romorío cupo d'uragano presso ad -irrompere. Già da più giorni quei rossori sanguigni indugiavano nel -cielo dopo il tramonto, invadevano le tranquillità della notte, -illuminavano tragicamente i sonni delle campagne, suscitavano li urli -dei cani. - -"Giacobbe! Giacobbe!" gridavano, agitando le braccia, alcuni che fin -allora avevano parlato a voce bassa, innanzi alla chiesa, stretti in -torno a un pilastro del vestibolo. "Giacobbe!" - -Usciva dalla porta madre e si accostava alli appellanti un uomo lungo e -macilento che pareva infermo di febbre etica, calvo su la sommità del -cranio e coronato alle tempie e alla nuca di certi lunghi capelli -rossicci. I suoi piccoli occhi cavi erano animati come dall'ardore di -una passione profonda, un po' convergenti verso la radice del naso, d'un -colore incerto. La mancanza dei due denti d'avanti nella mascella -superiore dava all'atto della sua bocca nel profferire le parole e al -moto del mento aguzzo sparso di peli una singolare apparenza di senilità -faunesca. Tutto il resto del corpo era una miserabile architettura di -ossa mal celata nei panni; e su le mani, su i polsi, su 'l riverso delle -braccia, su 'l petto la cute era piena di segni turchini, di incisioni -fatte a punta di spillo e a polvere d'indaco, in memoria de' santuari -visitati, delle grazie ricevute, dei voti sciolti. - -Come il fanatico giunse presso al gruppo del pilastro, una confusione di -domande si levò da quelli uomini ansiosi. -- Dunque? Che aveva detto Don -Cònsolo? Facevano uscire soltanto il braccio d'argento? E tutto il busto -non era meglio? Quando tornava Pallura con le candele? Erano cento -libbre di cera? Soltanto cento libbre? E quando cominciavano le campane -a sonare? Dunque? Dunque? -- - -I clamori aumentarono in torno a Giacobbe; i più lontani si strinsero -verso la chiesa; da tutte le strade la gente si riversò su la piazza e -la riempì. E Giacobbe rispondeva alli interroganti, parlava a voce -bassa, come se rivelasse dei segreti terribili, come se apportasse delle -profezie da lontano. Egli aveva veduto nell'alto, in mezzo al sangue, -una mano minacciosa, e poi un velo nero, o poi una spada e una -tromba.... - - -"Racconta! racconta!" incitavano li altri, guardandosi in faccia, presi -da una strana avidità di ascoltare cose meravigliose; mentre la favola -di bocca in bocca si spandeva rapidamente per la moltitudine assembrata. - - - - - II. - - - -La gran plaga vermiglia dall'orizzonte saliva lentamente verso lo zenit, -tendeva ad occupare tutta la cupola del cielo. Un vapore di metallo in -fusione pareva ondeggiare su i tetti delle case; e nel chiarore -discendente dal crepuscolo raggi gialli e violetti si mescolavano con un -tremolío d'iridescenza. Una lunga striscia più luminosa fuggiva verso -una strada sboccante su l'argine del fiume; e s'intravedeva al fondo il -fiammeggiamento delle acque tra i fusti lunghi e smilzi dei pioppetti; -poi un lembo di campagna asiatica, dove le vecchie torri saracene si -levavano confusamente come isolotti di pietra fra le caligini. Le -emanazioni affocanti del fieno mietuto si spandevano nell'aria; era a -tratti come un odore di bachi putrefatti tra la frasca. Stuoli di -rondini attraversavano lo spazio con molto schiamazzo di stridi, -trafficando dai greti del fiume alle gronde. Nella moltitudine il -mormorío era interrotto da silenzi di aspettazione. Il nome di Pallura -circolava per le bocche; impazienze irose scoppiavano qua e là. Lungo la -strada del fiume non si vedeva ancora apparire il traino; le candele -mancavano; Don Cònsolo indugiava per questo ad esporre le reliquie, a -fare li esorcismi; e il pericolo soprastava. Il pánico invadeva tutta -quella gente ammassata come una mandra di bestie, non osante più di -sollevare li occhi al cielo. Dai petti delle femmine cominciarono a -rompere i singhiozzi; e una costernazione suprema oppresse e istupidì le -coscienze al suono di quel pianto. - -Allora le campane finalmente squillarono. Come i bronzi stavano a poca -altezza, il fremito cupo del rintocco sfiorò tutte le teste; e una -specie di ululato continuo si propagava nell'aria, tra un colpo e -l'altro. - -"San Pantaleone! San Pantaleone!" - -Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano aiuto. Tutti, in -ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano. - -"San Pantaleone!" - -Apparve sulla porta della chiesa, in mezzo al fumo di due turiboli, Don -Cònsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d'oro. Egli teneva -in alto il sacro braccio d'argento, e scongiurava l'aria gridando le -parole latine: - -"_Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris. Te rogamus, -audi nos._" - -L'apparizione della reliquia mise un delirio di tenerezza nella -moltitudine. Scorrevano lagrime da tutti li occhi; e a traverso il velo -lucido delle lagrime li occhi vedevano un miracoloso fulgore celeste -emanare dalle tre dita in alto atteggiate a benedire. La figura del -braccio pareva ora più grande nell'aria accesa; i raggi crepuscolari -suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il balsamo -dell'incenso si spargeva rapidamente per le nari devote. - -"_Te rogamus, audi nos!_" - -Ma, quando il braccio rientrò e le campane si arrestarono, nel -momentaneo silenzio un tintinnío prossimo di sonagli si udì, che veniva -dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento di -concorso verso quel lato; e molti dicevano: - -"È Pallura con le candele! È Pallura che arriva! Ecco Pallura!" - -Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia, al passo di una -pesante cavalla grigia a cui il gran corno d'ottone lucido brillava, -simile a una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e li altri si -fecero in contro, la pacifica bestia si fermò soffiando forte dalle -narici. E Giacobbe, che s'accostò primo, subito vide disteso in fondo al -traino il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si mise a urlare -agitando le braccia verso la folla: "È morto! È morto!" - - - - - III. - - - -La trista novella si propagò in un baleno. La gente si accalcava in -torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava -più alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa -da quella natural curiosità feroce che li uomini hanno in conspetto del -sangue. - -"È morto? Come è morto?" - -Pallura giaceva supino sulle tavole, con una larga ferita in mezzo alla -fronte, con un orecchio lacerato, con delli strappi per le braccia, nei -fianchi, in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per il cavo delli -occhi giù giù sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli -formava dei grumi nerastri e lucenti su 'l petto, sulla cintola di -cuoio, fin sulle brache. Giacobbe stava chino sopra quel corpo; tutti li -altri a torno attendevano; una luce d'aurora illuminava i volti -perplessi; e, in quel momento di silenzio, dalla riva del fiume si -levava il cantico delle rane, e i pipistrelli passavano e ripassavano -rasente le teste. - -D'improvviso Giacobbe drizzandosi, con una gota macchiata di sangue, -gridò: - -"Non è morto. Respira ancora." - -Un mormorío sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero per -guardare; e l'inquietudine dei lontani cominciò a rompere in clamori. -Due donne portarono un boccale d'acqua, un'altra portò de' brandelli di -tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino. Fu lavata la faccia -al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla fronte, fu rialzato il -capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo le cause del fatto. -- Le -cento libbre di cera mancavano; appena pochi frantumi di candela -rimanevano tra li interstizi delle tavole nel fondo del traino. - -I giudizi, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e -s'inasprivano e cozzavano. E come un antico odio ereditario ferveva -contro il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra riva del fiume, -Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente: - -"Che i ceri sieno serviti a San Gonselvo?" - - -Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo spirito di chiesa si -risvegliò d'un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel culto -cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico di bocca in -bocca si propagarono. E sotto il rossore tragico del crepuscolo, la -moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una tribù di zingari -ammutinati. - -Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I -più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando -le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla collera -e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro delli orecchi e il -gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di barbarie, tutti -quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono di misericordia. -Ci fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di femmine che -volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli cambiarono le -strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua la faccia, gli -accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli composero una -specie di guanciale più molle sotto la testa. - -"Pallura, povero Pallura, non rispondi?" - -Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta, con -una lanugine bruna sulle gote e su 'l mento, con una mite beltà di -giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del -dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di -sangue giù per la tempia; alli angoli della bocca apparivano piccole -bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo -fioco, interrotto, come il suono del gargarismo d'un malato. In torno a -lui le cure, le domande, li sguardi febbrili crescevano. La cavalla ogni -tanto scoteva la testa e nitriva verso le case. Un'atmosfera come -d'uragano imminente pesava su tutto il paese. - -S'intesero allora grida femminili verso la piazza, grida di madre, che -parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le altre -voci. E una donna enorme, tutta soffocata di adipe, attraversò la folla, -giunse gridando presso il traino. Come ella era grave e non poteva -salirvi, s'abbattè su i piedi del figlio, con parole d'amore tra i -singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una -espressione di dolore così terribilmente comica che per tutti li astanti -corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia. - -"Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia!..." gridava la vedova, senza -finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra. - - -Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì li occhi verso -l'alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida -gli copriva lo sguardo. Grosse lacrime cominciarono a sgorgargli dalli -angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pe 'l collo; la -bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano -sforzo di favella. E in torno incalzavano: - -"Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla!" - -E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo -tumulto di vendicazione si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva -nell'animo di tutti. - -"Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!" - -Il moribondo aprì li occhi un'altra volta; e come gli tenevano serrate -ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore li spiriti un -istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò, egli ebbe su le -labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più -copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel -silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e li occhi ebbero -in fondo una fiamma, poichè tutti li animi attendevano una parola sola. - - -".... Ma.... Ma.... Ma.... scálico...." - -"Mascálico! Mascálico!" urlò Giacobbe che stava chino, con l'orecchio -teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca di morente. - -Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu da prima un -mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il -tumulto gittò l'allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero -solo incalzava quelli uomini, un pensiero che parea fosse balenato a -tutte le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su -tutte le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il -gran chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico emanante -dalla campagna ansiosa. - - - - - IV. - - - -E la falange, armata di falci, di ronche, di scuri, di zappe, di -schioppi, si riunì su la piazza, dinanzi alla chiesa. E tutti gridavano: - -"San Pantaleone!" - -Don Cònsolo, atterrito dallo schiamazzo, s'era rifugiato in fondo a uno -stallo, dietro l'altare. Un manipolo di fanatici, condotto da Giacobbe, -penetrò nella cappella maggiore, forzò le grate di bronzo, giunse nel -sotterraneo, dove il busto del santo si custodiva. Tre lampade, -alimentate d'olio d'oliva, ardevano dolcemente nell'aria umida del -sacrario; dietro un cristallo, l'idolo cristiano scintillava con la -testa bianca in mezzo a un gran disco solare; e le pareti sparivano -sotto la ricchezza dei doni. - -Quando l'idolo, portato su le spalle da quattro ercoli, si mostrò alfine -tra i pilastri del vestibolo, e s'irraggiò alla luce aurorale, un lungo -anelito di passione corse il popolo aspettante, un fremito come d'un -vento di gioia volò sopra tutte le fronti. E la colonna si mosse; e la -testa enorme del santo oscillava in alto, guardando innanzi a sè dalle -due orbite vuote. - -Nel cielo ora, in mezzo all'accensione eguale e cupa, a tratti passavano -de' solchi di meteore più vive; gruppi di nuvole sottili si distaccavano -dall'orlo della zona, e galleggiavano lentamente dissolvendosi. Tutto il -paese di Radusa appariva dietro come un monte di cenere che covasse il -fuoco; e, dinanzi, le masse della campagna si perdevano con un luccichío -indistinto. Un gran cantico di rane empiva la sonorità della solitudine. - -Sulla strada del fiume il traino di Pallura fece ostacolo all'incedere. -Era vuoto, ma conservava tracce di sangue in più parti. Imprecazioni -irose scoppiarono d'improvviso nel silenzio. Giacobbe gridò: - -"Mettiamoci il santo!" - -E il busto fu posato su le tavole e tirato a forza di braccia nel guado. -La processione di battaglia così attraversava il confine. Lungo le file -correvano lampi metallici; le acque invase rompevano in sprazzi -luminosi, e tutta una corrente rossa fiammeggiava fra i pioppetti, nel -lontano, verso le torri quadrangolari. Mascálico si scorgeva su una -piccola altura, in mezzo alli olivi, dormente. I cani abbaiavano qua e -là, con una furiosa persistenza di risposte. La colonna, uscita dal -guado, abbandonando la via comune, avanzava a passi rapidi per una linea -diretta che tagliava i campi. Il busto d'argento era portato di nuovo -sulle spalle, dominava le teste delli uomini tra il grano altissimo, -odorante e tutto stellante di lucciole vive. - -D'improvviso, un pastore, che stava dentro un covile di paglia a -guardare il grano, invaso da un pazzo sbigottimento in cospetto di tanta -gente armata, si diede a fuggire su per la costa, strillando a -squarciagola: - -"Aiuto! aiuto!" - -E li strilli echeggiavano nell'oliveto. - - -Allora fu che i Radusani fecero impeto. Fra i tronchi delli alberi, fra -le canne secche, il santo di argento traballava, dava tintinni sonori -alli urti dei rami, s'illuminava di lampi vivissimi ad ogni accenno di -precipizio. Dieci, dodici, venti schioppettate grandinarono in un -balenío vibrante, una dopo l'altra su la massa delle case. Si udirono -dei crepiti, poi delle grida; poi si udì un gran sommovimento clamoroso: -alcune porte si aprirono, altre si chiusero; caddero dei vetri in -frantumi, caddero dei vasi di basilico, spezzati su la via. Un fumo -bianco si levava nell'aria placidamente, dietro la corsa delli -assalitori, su per l'incandescenza celeste. Tutti, accecati, in una -furia bestiale, gridavano: - -"A morte! A morte!" - -Un gruppo di fanatici si manteneva in torno a san Pantaleone. Vituperii -atroci contro san Gonselvo irrompevano tra l'agitazione delle falci e -delle ronche brandite. - -"Ladro! Ladro! Pezzente! Le candele! Le candele!" - -Altri gruppi prendevano d'assalto le porte delle case, a colpi -d'accetta. E come le porte sgangherate e scheggiate cadevano, i -Pantaleonidi saltavano nell'interno urlando, per uccidere. Femmine -seminude si rifugiavano nelli angoli, implorando pietà; si difendevano -dai colpi, afferrando le armi e tagliandosi le dita; rotolavano distese -su 'l pavimento, in mezzo a mucchi di coperte e di lenzuoli da cui -uscivano le loro flosce carni nutrite di rape. - -Giacobbe alto, agile e rossastro come un canguro, duce della -persecuzione, si arrestava ad ogni tratto per fare dei larghi gesti -imperatorii sopra tutte le teste con una gran falce fienaia. Andava -innanzi, impavido, senza più cappello, nel nome di san Pantaleone. Più -di trenta uomini lo seguivano. E tutti avevano la sensazione confusa e -ottusa di camminare in mezzo a un incendio, sopra un terreno oscillante, -sotto una vôlta ardente che fosse per crollare. - -Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i difensori, i Mascalicesi -forti e neri come mulatti, sanguinari, che si battevano con lunghi -coltelli a scatto, e tiravano al ventre e alla gola, accompagnando di -voci gutturali il colpo. La mischia si ritraeva a poco a poco verso la -chiesa; dai tetti di due o tre case già scoppiavano le fiamme; un'orda -di femmine e di fanciulli fuggiva a precipizio tra li olivi, presa dal -pánico, senza più lume nelli occhi. - -Allora tra i maschi, senza impedimento di lagrime e di lamenti, la lotta -a corpo a corpo si strinse più feroce. Sotto il cielo color di ruggine, -il terreno si copriva di cadaveri. Stridevano vituperii mozzi tra i -denti dei colpiti; e continuo tra i clamori persisteva il grido dei -Radusani: - -"Le candele! Le candele!" - -Ma la porta della chiesa restava sbarrata, enorme, tutta di quercia, -stellante di chiodi. I Mascalicesi la difendevano contro li urti e -contro le scuri. Il santo d'argento, impassibile e bianco, oscillava nel -folto della mischia, ancora sostenuto su le spalle dei quattro ercoli -che sanguinavano tutti dalla testa ai piedi, non volendo cadere. Ed era -nel supremo voto delli assalitori mettere l'idolo su l'altare del -nemico. - -Ora mentre i Mascalicesi si battevano da leoni, prodigiosamente, su 'l -gradino di pietra, Giacobbe disparve all'improvviso, girò il fianco -dell'edifizio, cercando un varco non difeso per penetrare nel sacrario. -E come vide un'apertura a poca altezza da terra, vi si arrampicò, vi -rimase tenuto ai fianchi dall'angustia, vi si contorse, fin che non -giunse a far passare il suo lungo corpo giù per lo spiraglio. Il -cordiale aroma dell'incenso vaniva nella solitudine della casa di Dio. A -tentoni nel buio, guidato dal fragore della pugna esterna, quell'uomo -camminò verso la porta, inciampando nelle sedie, ferendosi alla faccia, -alle mani. Rimbombava già il lavorío furioso delle accette radusane su -la durezza della quercia, quando egli cominciò con un ferro a forzare le -serrature, anelante, soffocato da una violenta palpitazione di ambascia -che gli diminuiva la forza, con de' bagliori fatui nella vista, con le -ferite che gli dolevano e gli mettevano un'onda tiepida giù per la cute. - -"San Pantaleone! San Pantaleone!" gridarono di fuori le voci rauche de' -suoi che sentivano cedere lentamente la porta, raddoppiando li urti e i -colpi di scure. A traverso il legno giungeva lo schianto grave dei corpi -che stramazzavano, il colpo secco del coltello che inchiodava là -qualcuno per le reni. E un gran sentimento, simile alla divina -sollevazione d'animo d'un eroe che salvi la patria, ferveva allora in -quel pitocco bestiale. - - - - - V. - - - -Dopo un ultimo sforzo, la porta si aprì. I Radusani si precipitarono con -un immenso urlo di vittoria, passando su i corpi delli uccisi, traendo -il santo d'argento all'altare. E una viva oscillazione di riverberi -invase d'un tratto l'oscurità della navata, fece brillare l'oro dei -candelabri, le canne dell'organo, in alto. E in quel chiaror fulvo che -or sì or no dall'incendio delle prossime case vibrava dentro, una -seconda lotta si strinse. I corpi avviluppati rotolavano su i mattoni, -non si distaccavano più, balzavano insieme qua e là nei divincolamenti -della rabbia, urtavano e finivano sotto le panche, su i gradini delle -cappelle, contro li spigoli dei confessionali. Nella concavità raccolta -della casa di Dio, il suono agghiacciante del ferro che penetra nelle -carni o che scivola su le ossa, quell'unico gemito rotto dell'uomo che è -colpito in una parte vitale, quello scricchiolío che dà la cassa del -cranio nell'infrangersi al colpo, il ruggito di chi non vuol morire, -l'ilarità atroce di chi è giunto ad uccidere, tutto distintamente si -ripercoteva. E un mite odore svanito d'incenso vagava su 'l conflitto. - -L'idolo d'argento non anche aveva attinto la gloria dell'altare, poichè -un cerchio ostile ne precludeva l'accesso. Giacobbe si batteva con la -falce, ferito in più parti, senza cedere un palmo del gradino che primo -aveva conquistato. Non rimanevano che due a sorreggere il santo: -l'enorme testa bianca barcollava in un ondeggiamento grottesco di -maschera ubriaca. I Mascalicesi imperversavano. - - -Allora san Pantaleone cadde su 'l pavimento, dando un tintinno vivo e -vibrante. Come Giacobbe si slanciò per rialzarlo, un gran diavolo d'uomo -con un colpo di ronca stese il nemico su la schiena. Due volte questi si -rialzò, e altri due colpi lo rigettarono. Il sangue gl'inondava tutta la -faccia e il petto e le mani; ma pure egli si ostinava a riavventarsi. -Inviperiti da quella feroce tenacità di vita, tre, quattro, cinque -bifolchi insieme gli diedero a furia nel ventre d'onde le viscere -sgorgarono. Il fanatico cadde riverso, battè la nuca su 'l busto -d'argento, si rivoltò d'un tratto bocconi con la faccia contro il -metallo, con le braccia distese innanzi, con le gambe contratte. E san -Pantaleone fu perduto. - - - - - - - ANNALI D'ANNA. - - - - - - I. - - - -Luca Minella, nato nel 1789 a Ortona in una delle case di Porta-Caldara, -fu marinaio. Nella prima giovinezza navigò per qualche tempo su 'l -trabaccolo _Santa Liberata_, dalla rada di Ortona ai porti della -Dalmazia, caricando legnami, frumento e frutta secche. Poi, per vaghezza -di cambiar padrone, si mise al servizio di Don Rocco Panzavacante, e su -una tanecca nuova fece molti viaggi in commercio d'agrumi al promontorio -di Roto, che è una grande e dilettosa altura su la costa italica, tutta -coperta da una selva di aranci e di limoni. - -Su i ventisette anni egli si accese d'amore per Francesca Nobile; e dopo -alcuni mesi strinse le nozze. - -Luca, uomo di statura bassa e fortissimo, aveva una dolce barba bionda -intorno al viso colorito; e, come le femmine, alli orecchi portava due -cerchietti d'oro. Amava il vino e il tabacco; professava una devozione -ardente per il santo apostolo Tommaso; e, poichè era di natura -superstizioso e inchinevole allo stupore, raccontava singolari avventure -e meraviglie dei paesi d'oltremare e novellava delle genti dálmate e -delle isole adriatiche come di tribù e di terre prossime al polo. - -Francesca, donna di gioventù già schiusa, aveva della razza ortonese la -floridissima carne e i lineamenti molli. Ella amava la chiesa, le -funzioni religiose, le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in -gran semplicità di costumi; e, poichè la sua intelligenza era fievole, -credeva le più incredibili cose e lodava in ogni suo atto il Signore. - -Dal congiungimento nacque Anna; e fu nel mese di giugno del 1817. -Siccome il parto veniva difficile e si temeva di qualche sventura, il -sacramento del battesimo fu amministrato su 'l ventre della madre, prima -che uscisse alla luce l'infante. Dopo molto travaglio il parto si compì. -La creatura bevve il latte dalle mammelle materne e crebbe in salute e -in letizia. Francesca scendeva verso sera alla marina, con la poppante -su le braccia, quando la tanecca doveva tornare carica da Roto; e Luca -sbarcando aveva la camicia tutta odorosa dei frutti meridionali. -Risalendo insieme verso le case alte, si fermavano allora un momento -alla chiesa e s'inginocchiavano. Nelle cappelle già ardevano le lampade -votive; e in fondo, a traverso i sette cancelli di bronzo, il busto -dell'Apostolo luccicava come un tesoro. Le preghiere invocavano la -benedizione celeste su 'l capo della figliuola. Nell'uscire, quando la -madre bagnava la fronte di Anna con l'acqua della pila, li strilli -infantili echeggiavano a lungo per quelle navate sonanti come grandi -conche di metallo puro. - -L'infanzia di Anna passava pianamente, senza alcuno avvenimento -notevole. Nel maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino, con una -corona di rose e un velo bianco; e confusa in mezzo allo stuolo -angelico, seguì la processione tenendo in mano un cero sottile. La madre -nella chiesa volle sollevarla su le braccia per farle baciare il santo -protettore. Ma, come le altre madri sorreggenti li altri cherubini -spingevano in folla, uno dei ceri appiccò il fuoco al velo di Anna e -d'improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello. Un moto di paura si -propagò allora nella moltitudine, e ciascuno tentava essere primo ad -uscire. Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore, -riuscì a strappare la veste ardente; si strinse contro il petto la -figliuola nuda e tramortita, e gittandosi dietro ai fuggenti invocava -Gesù con alte grida. - -Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo. Ella giaceva -nel letto, con l'esile faccia esangue, senza parlare, come fosse -diventata muta; e aveva nelli occhi aperti e fissi un'espressione di -stupore immemore più tosto che di dolore. Dopo quel tempo, ogni -commovimento troppo vivo le produceva nei nervi una convulsione. - -Quando la temperie era dolce, la famiglia scendeva nella barca pe 'l -pasto della sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e su 'l -fuoco metteva i pesci: l'odor cordiale delli alimenti si spandeva lungo -il Molo mescendosi al profumo derivante dai verzieri della Villa -Onofrii. Il mare dinanzi era così tranquillo che si udiva a pena tra li -scogli il risucchio, e l'aria così limpida che la punta di San Vito si -vedeva in lontananza emergere con tutto il cumulo delle case. Luca si -metteva a cantare, insieme con li altri uomini; Anna faceva atto di -aiutare la madre. Dopo il pasto, come la luna saliva il cielo, i marinai -apprestavano la tanecca per salpare. Intanto Luca, nel calore del vino e -del cibo, preso da quella sua naturale avidità di narrazioni mirabili, -cominciava a parlare dei litorali lontani. -- C'era, più in là di Roto, -una montagna tutta abitata dalle scimmie e da _uomini dell'India_, -altissima, con piante che producevano le pietre preziose.... -- La -moglie e la figlia ascoltavano, in silenzio, attonite. Poi le vele si -spiegavano lungo li alberi lentamente, tutte segnate di figure nere e di -simboli cattolici, come vecchi gonfaloni della patria. E Luca partiva. - -Nel febbraio del 1826 Francesca si sgravò d'un bimbo morto. Nella -primavera del 1830 Luca volle condurre Anna al promontorio. Anna era -allora su l'adolescenza. Il viaggio fu felice. Nell'alto mare -incontrarono una nave di mercanti, una gran nave che faceva cammino per -forza di immense vele bianche. I delfini nuotavano nella scía; l'acqua -si moveva dolcemente in torno, scintillando, come se sopra vi -galleggiassero tappeti di penne di paone. Anna seguì a lungo con li -occhi pieni di stupore la nave in lontananza. Poi una specie di nuvola -azzurra sorse su la linea dell'orizzonte; ed era la montagna fruttifera. -Le coste della Puglia si designavano a poco a poco. sotto il sole. Il -profumo delli agrumi veniva spandendosi nell'aria gioviale. Quando Anna -discese su la riva, fu presa da un senso di letizia; e stette curiosa a -guardare le piantagioni e li uomini nativi del luogo. Il padre la -condusse nella casa di una donna non giovane che parlava con una lieve -balbuzie. Restarono là due giorni. Anna vide una volta il padre baciare -la donna ospite su la bocca; ma non comprese. Al ritorno la tanecca era -carica di aranci; e il mare era ancora mite. - -Anna conservò di quel viaggio un ricordo come di sogno; e, poichè per -natura era taciturna, raccontò non molte cose alle coetanee che la -incalzavano d'interrogazioni. - - - - - II. - - - -Nel maggio seguente, alle feste dell'Apostolo intervenne l'arcivescovo -di Orsogna. La chiesa era tutta parata di drappi rossi e di fogliami -d'oro; dinanzi ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d'argento -lavorate dalli orefici per religione; e tutte le sere l'orchestra sonava -un oratorio solenne con un bel coro di voci bianche. Il sabato si doveva -esporre il busto dell'Apostolo. I devoti peregrinavano da tutti i paesi -marittimi e interni; salivano la costa cantando e portando in mano i -voti, nel conspetto del mare. - -Anna il venerdì fece la prima comunione. L'arcivescovo era un vecchio -venerando e mite: quando sollevava la mano per benedire, la gemma -dell'anello risplendeva simile a un occhio divino. Anna, a pena sentì su -la lingua l'ostia eucaristica, smarrì la vista per un'improvvisa onda di -gaudio che le irrigò i capelli con la dolcezza d'un bagno tiepido e -odoroso. Dietro di lei un sussurro correva nella moltitudine; allato, -altre verginelle prendevano il sacramento e chinavano la faccia su 'l -gradino, in gran compunzione. - -La sera Francesca volle dormire, com'è costume dei fedeli, su 'l -pavimento della basilica, aspettando l'ostensione matutina del santo. -Ella era incinta da sette mesi, e molto l'affaticava il peso del ventre. -Su 'l pavimento i pellegrini giacevano accumulati; dai loro corpi -esalava il calore e montava nell'aria. Alcune voci confuse uscivano a -tratti da qualche bocca inconscia nel sonno; le fiammelle tremolavano e -si riflettevano su l'olio nei bicchieri sospesi tra li archi; e nei vani -delle larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte -primaverile. - -Francesca vegliò per due ore in travaglio, poichè l'esalazione dei -dormienti le dava la nausea. Ma, determinata a resistere e a soffrire pe -'l bene dell'anima, vinta dalla stanchezza, piegò alfine il capo. Su -l'alba si destò. L'aspettazione cresceva nelli animi delli astanti e -altra gente sopraggiungeva: in ciascuno ardeva il desiderio d'essere -primo a vedere l'Apostolo. Fu aperto il cancello esterno; e il romore -dei cardini risonò nitidamente nel silenzio, si ripercosse in tutti i -cuori. Fu aperto il secondo cancello, poi il terzo, poi il quarto, il -quinto, il sesto, l'ultimo. Parve allora come una tromba d'uragano -investisse la moltitudine. La massa delli uomini si precipitò verso il -tabernacolo: grida acute squillarono nell'aria mossa da quell'impeto; -dieci, quindici persone rimasero schiacciate e soffocate; una preghiera -tumultuaria si levò. - -I morti furono tratti fuori all'aperto. Il corpo di Francesca, tutto -contuso e livido, fu portato alla famiglia. Molti curiosi in torno si -accalcarono; e i parenti gemevano compassionevolmente. - -Anna, quando vide la madre distesa su 'l letto tutta violacea nella -faccia e macchiata di sangue, cadde a terra senza conoscenza. Poi, per -molti mesi fu tormentata dall'epilessia. - - - - - - III. - - - -Nell'estate del 1835 Luca partiva per un porto della Grecia su 'l -trabaccolo _Trinità_ di Don Giovanni Camaccione. Siccome egli aveva -nell'animo un segreto pensiero, prima di navigare vendè le masserizie e -pregò i parenti d'accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse. -Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e d'uva -di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca non era tra la -ciurma; e si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel _paese dei -portogalli_ con una femmina amorosa. - -Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente. Una gran tristezza -allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada -orientale, in vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino in -una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano tra il -fumo delle pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando i boccali -colmi; e il primo istinto de' suoi pudori si risvegliava a quel contatto -assiduo, a quell'assidua comunione di vita con uomini bestiali. Ad ogni -momento ella doveva soffrire i motti inverecondi, le risa crudeli, i -gesti ambigui, la malvagità delle ciurme inasprite dalle fatiche della -navigazione. Ella non osava lamentarsi, poichè mangiava il pane nella -casa delli altri. Ma quel supplizio di tutte le ore la rendeva ebete: -una imbecillità grave le opprimeva a poco a poco l'intelligenza -indebolita. - -Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo, ella poneva amore -alli animali. Un asino di molta età era ricoverato sotto una tettoia di -paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava -cotidianamente some di vino da Sant'Apollinare alla tavernella; e se -bene i suoi denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie a sfaldarsi, -e se bene il suo cuoio era già secco e non aveva quasi più pelo, -talvolta nel conspetto d'una fiorita di cardi ridirizzava le orecchie e -si metteva a ragliar vivacemente in un'attitudine giovenile. - -Anna empiva di profenda la greppia e d'acqua l'abbeveratoio. Quando il -calore era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare. L'asino -triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella con un -ramo fronzuto faceva opera di pietà liberandogli la schiena dalla -molestia delli insetti. Di tanto in tanto l'asino volgeva la testa -orecchiuta, per un rincrespamento delle labbra flosce mostrando le -gencive quasi in un rossastro riso animalesco di gratitudine e mostrando -per un moto obliquo dell'occhio nell'orbita il globo giallognolo e -venato di paonazzo come una vescica di fiele. Li insetti turbinavano con -un ronzio pesante su 'l fimo; non dalla terra nè dal mare venivano -romori o voci; e un senso vago di pace occupava allora l'animo della -donna. - -Nell'aprile del 1842 Pantaleo, l'uomo che guidava il somiere al viaggio -cotidiano, morì di coltello. Da quel tempo ad Anna fu commesso -l'ufficio. Ed ella partiva su l'alba e tornava su 'l mezzogiorno, o -partiva su 'l mezzogiorno e tornava su la sera. La strada volgeva per -una collina solatía piantata d'olivi, discendeva per una terra irrigua -messa a pasture, e risalendo tra i vigneti giungeva alle fattorie di -Sant'Apollinare. L'asino camminava innanzi, con le orecchie basse, a -fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli batteva le coste e i -lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di lámine d'ottone. - -Quando l'animale si soffermava per riprender fiato, Anna gli dava -qualche piccolo urto carezzevole su 'l collo e l'eccitava con la voce; -poichè ella aveva misericordia di quella decrepitezza. Ogni tanto -strappando dalle siepi un pugno di foglie, le porgeva in ristoro; e -s'inteneriva sentendo su la palma il movimento molle delle labbra che -ricevevano l'offerta. Le siepi erano fiorite; e i fiori del bianco spino -avevano un sapore di mandorle amare. - -Su 'l confine dell'oliveto stava una gran cisterna, e accanto alla -cisterna un lungo canale di pietra dove le vacche venivano ad -abbeverarsi. Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo; ed ella e -l'asino si dissetavano prima di seguire il cammino. Una volta ella -s'incontrò co 'l custode dell'armento, che era nativo di Tollo e aveva -la guardatura un poco losca e il labbro leporino. L'uomo le volse il -saluto; e ambedue cominciarono a ragionare dei pascoli e dell'acqua, e -poi dei santuari e dei miracoli religiosi. Anna ascoltava con benignità -e con frequenza di sorriso. Ella era macilente e bianca; aveva li occhi -chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei pieganti in -dietro tutti senza spartizione. Nel collo le si vedevano le cicatrici -rossicce delle bruciature e le si vedevano le arterie battere d'un -palpito incessante. - -Da allora i colloqui si reiterarono. Per l'erba le vacche stavano -sparse; e giacevano ruminando o pascolavano in piedi. Quelle moventi -forme pacifiche aumentavano la tranquillità della solitudine pastorale. -Anna, seduta su l'orlo della cisterna, ragionava semplicemente; e l'uomo -dal labbro fesso pareva preso d'amore. Un giorno ella, per un improvviso -spontaneo rifiorir del ricordo, narrò la navigazione alla montagna di -Roto. E, poichè la lontananza del tempo le ingannava la memoria, ella -diceva con suono di verità cose meravigliose. L'uomo stupefatto -ascoltava senza batter le palpebre. Quando Anna tacque, ad ambedue il -silenzio e la solitudine d'in torno parvero più grandi; ed ambedue -restarono in pensiero. Venivano le vacche, tratte dalla consuetudine, -all'abbeveratoio; e a tutte penzolava fra le gambe il gruppo delle -mammelle rifornite di latte dalla pastura. Come esse avanzavano il muso -nel canale, l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e regolari. - - - - - IV. - - - -Su li ultimi giorni di giugno l'asino infermò. Non prendeva cibo nè -bevanda da quasi una settimana. I viaggi s'interruppero. Una mattina che -Anna discese alla tettoia, scorse la bestia tutta ripiegata su lo strame -in un avvilimento miserevole. Una specie di tosse roca e tenace scoteva -di tratto in tratto la gran carcassa malcoperta di cuoio; su li occhi -s'erano formate due cavità profonde, come due orbite vacue; e li occhi -parevano due grosse bolle gonfie di siero. Quando l'asino udì le voci di -Anna, tentò levarsi: il corpo gli traballava su le zampe e il collo gli -si abbatteva giù dalle spalle acute e le orecchie gli penzolavano con i -movimenti involontari e incomposti di un enorme giocattolo che avesse -guaste le commessure. Un liquido mucoso gli colava dalle nari, talvolta -allungandosi in filamenti sino ai ginocchi. Le chiazze nude nel pelame -avevano il colore azzurrognolo e quasi cangiante della lavagna. I -guidaleschi qua e là sanguinavano. - -Anna, allo spettacolo, si sentì stringere da una angoscia pietosa; e, -poichè ella per natura e per uso non provava alcuna repugnanza fisica in -contatto della materia immonda, si accostò a toccare l'animale. Con una -mano gli sorreggeva la mascella inferiore, con l'altra una spalla; e -così tentava fargli muovere i passi, sperando in una qualche virtù -dell'esercizio. L'animale prima esitava, squassato da nuovi sussulti di -tosse; poi finalmente prese a camminare per la china dolce che scendeva -al lido. Le acque, dinanzi, nella natività del giorno biancheggiavano; e -i calafati verso la Penna spalmavano una carena. Come Anna levò il -sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza, l'asino per un -fallo de' piedi anteriori stramazzò d'improvviso. La gran macchina delle -ossa ebbe uno scricchiolío interno di rotture, e la pelle del ventre e -dei fianchi risonò sordamente e palpitò. Le gambe fecero l'atto di -correre; per l'urto, dalla genciva uscì un poco di sangue e tra i denti -si diffuse. - -Allora la donna si mise a gridare andando verso la casa. Ma i calafati, -sopraggiunti, in conspetto dell'asino giacente ridevano e motteggiavano. -Uno di loro percosse co 'l piede il ventre del moribondo. Un altro gli -afferrò le orecchie e gli sollevò il capo che ricadde pesantemente a -terra. Li occhi si chiusero; qualche brivido corse fra il pelame bianco -del ventre aprendone le spighe, come un soffio; una delle gambe di -dietro battè due o tre volte nell'aria. Poi tutto fu immobile; se non -che nella spalla ov'era un'ulcera, si produsse un lieve tremito, simile -a quello che per la molestia d'un insetto avveniva dianzi volontario -nella carne vivente. Quando Anna tornò su 'l luogo, trovò i calafati che -tiravano per la coda la carogna, e cantavano un _Requiem_ con false voci -asinine. - -Così Anna rimase in solitudine; e per lungo tempo ancora visse nella -casa dei parenti ed ivi appassì, adempiendo umili uffici, e sopportando -con molta pazienza cristiana le vessazioni. Nel 1845 li accessi -epilettici riapparvero con violenza; sparvero dopo alcuni mesi. La fede -religiosa in quell'epoca divenne in lei più profonda e più calda. Ella -saliva alla basilica tutte le mattine e tutte le sere; e s'inginocchiava -abitualmente in un angolo oscuro protetto da una gran pila di marmo -dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga della Sacra -Famiglia in Egitto. Da prima scelse ella forse quell'angolo attratta dal -docile asinello trasportante il pargolo Gesù e la Madre alla terra -dell'idolatria? Una quietudine d'amore le discendeva su lo spirito, -quando aveva piegate le ginocchia nell'ombra; e la preghiera le sgorgava -puramente dal petto come da una fonte natale, poichè ella pregava -soltanto per la voluttà cieca dell'adorazione, non per la speranza -d'ottener grazia di beni nella vita terrena. In lei il desiderio del -miglioramento, questo universal desiderio umano, s'era andato spegnendo -via via che l'intelligenza svaniva, e che per le condizioni -consuetudinarie si semplificavano nell'organismo i bisogni. Ella -pregava, con la testa china sulla sedia; e come i cristiani -nell'accedere e nell'uscire attingevano con le dita l'acqua della pila, -e si segnavano, ella a quando a quando trasaliva, sentendo su' capelli -qualche stilla benedetta cadere. - - - - - V. - - - -Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara, era -prossima la festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica di -ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi, per sciogliere un voto; e -portando chiuso in un fazzoletto di seta un piccolo cuore d'argento, -camminò religiosamente lungo la riva del mare; poichè la strada -provinciale non ancora in quel tempo era praticata, e un bosco di pini -occupava molta estensione di terreno vergine. La giornata pareva dolce, -se non che nel mare le onde andavano crescendo, ed all'estremo limite -andavano crescendo in forma di trombe i vapori. Anna avanzava tutta -assorta in pensieri di santità. Nel far della sera, come ella fu su 'l -luogo delle Saline, cadde d'improvviso la pioggia, da prima pianamente e -dopo in grande abbondanza; così che, non essendovi in torno riparo -alcuno, ella n'ebbe le vesti tutte molli. Più in qua, la foce -dell'Alento portava acqua; ed ella si scalzò per guadare. In vicinanza -di Vallelonga la pioggia restò: ed il bosco dei pini rinasceva serenante -nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna, rendendo grazie nell'animo al -Signore, seguì il cammino del litorale ma con più rapidi passi, poichè -sentiva penetrarsi nelle ossa l'umidità malsana, e cominciava a battere -i denti pe 'l ribrezzo. - -A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre, e ricoverata per -misericordia nella casa di Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i -cantici della pompa sacra, e vedendo le cime delli stendardi ondeggiare -all'altezza della finestra, ella si mise a dire le preghiere e a -invocare la guarigione. Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto la -corona gemmata, e fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali per -adorare. - -Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna Cristina offerto di -rimanere, ella rimase in qualità di domestica. Ebbe allora una piccola -stanza guardante su 'l cortile. Le pareti erano imbiancate di calce; un -vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo; e fra i -travicelli del soffitto molti ragni tendevano in pace le tele laboriose. -Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e più giù s'apriva il cortile -pieno di volatili mansueti. Su 'l tetto vegetava, da un mucchio di terra -chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco. Il sole vi s'indugiava -dalle prime ore antimeridiane alle prime ore del pomeriggio. Ogni estate -la pianta dava fiori. - -Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco a poco si sentì -sollevare e rivivere. La sua naturale inclinazione all'ordine si -dispiegò. Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza -far parole. Anche, in lei la credenza nelle cose sopranaturali -ingigantì. Due o tre leggende s'erano per antico formate su due o tre -luoghi della casa Basile e di generazione in generazione si -tramandavano. Nella _camera gialla_ del secondo piano abbandonato viveva -l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove una scala -discendeva a gomito sino a una porta che non s'apriva da tempo, viveva -l'anima di Don Samuele. Quei due nomi esercitavano un singolar fascino -su i nuovi abitatori, e diffondevano per tutto il vecchio edificio una -specie di solennità conventuale. Come poi il cortile interno era -circondato di molti tetti, i gatti su la loggia si riunivano in -conciliaboli e miagolavano con una dolcezza inquietante, chiedendo ad -Anna li avanzi del pasto familiare. - -Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina morì d'una malattia -urinaria, dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato di -Dio, casalingo e caritatevole; era capo d'una congrega di possidenti -religiosi; leggeva le opere dei teologi, e sapeva sonare su 'l -gravicembalo alcune semplici arie di antichi maestri napolitani. Quando -venne il viatico, magnifico per numero di ministri e per ricchezza -d'arnesi, Anna s'inginocchiò su la porta, e si mise a pregare ad alta -voce. La stanza si empì d'un vapor d'incenso, in mezzo a cui il ciborio -raggiava e raggiavano i turiboli, oscillando come lampade accese. Si -udirono singhiozzi; poi le voci dei ministri, raccomandando l'anima -all'Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita dalla solennità di quel -sacramento, perdè ogni orrore della morte, e da allora pensò che la -morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso. - -Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre della casa, durante un -mese intero. Continuava a piangere il marito nell'ora del pranzo e -nell'ora della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai mendicanti; -e, più volte nel giorno, con una coda di volpe levava la polvere dal -gravicembalo come da una reliquia, emettendo sospiri. Ella era una donna -di quarant'anni, tendente alla pinguedine, ancora fresca nelle sue forme -che la sterilità aveva conservate. E poichè ereditava dal defunto una -dovizia considerevole, i cinque più maturi celibi del paese cominciarono -a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove nozze con arti -lusingatrici. I campioni furono: Don Ignazio Cespa, persona dolcigna, di -sesso ambiguo, con una faccia di vecchia pettegola butterata dal vaiuolo -e una capellatura impregnata di olii cosmetici, con le dita cariche di -anelli e li orecchi forati da due minuscoli cerchi d'oro; Don Paolo -Nervegna, dottor di legge, uomo parlatore e accorto, che aveva le labbra -sempre increspate come se masticasse l'erba sardonica e su la fronte una -specie di crescimento rossastro innascondibile; Don Fileno d'Amelio, -nuovo capo della congrega, uomo pieno d'unzione e di compunzione, un po' -calvo, con la fronte sfuggente indietro e l'occhio pecorinamente opaco; -Don Pompeo Pepe, uomo giocondo, amante del vino e delle donne e -dell'ozio, ubertoso in tutta la corporatura e più nella faccia, sonoro -nelle risa e nelle parole; Don Fiore Ussorio, uomo di spiriti pugnaci, -gran leggitore di opere politiche e citator trionfante di esempi storici -in ogni disputa, pallido d'un pallor terrigno, con una sottil corona di -barba intorno alli zigomi e una bocca singolarmente atteggiata in linea -obliqua. A costoro si aggiungeva, ausiliare della resistenza di Donna -Cristina, l'abate Egidio Cennamele che volendo trarre l'erede ai -benefizi della chiesa, osteggiava con ben coperta astuzia d'impedimenti -le lusinghe. - -La gran contesa, che sarà un giorno narrata dal cronista per diffuso, -durò molto tempo ed ebbe molta varietà di vicende. E principal teatro -della prima azione fu il cenacolo, sala rettangolare dove su la carta -francese delle pareti erano francescamente rappresentati i fatti di -Ulisse naufragante all'isola di Calipso. Quasi tutte le sere i campioni -si riunivano, in torno all'inclita vedova; e facevano il giuoco della -briscola e il giuoco dell'amore alternativamente. - - - - - VI. - - - -Anna fu candida testimone. Introduceva i visitatori, tendeva il tappeto -su la tavola, e a mezzo della veglia portava i bicchierini pieni d'un -rosolio verdognolo composto dalle monache con droghe speciali. Una volta -ella sentì su per le scale Don Fiore Ussorio gridare nel calor della -disputa un'ingiuria contro l'abate Cennamele che parlava sommesso; e, -poichè l'irreverenza le parve mostruosa, ella da allora in poi tenne Don -Fiore per un uomo diabolico e al comparir di lui si faceva rapidamente -il segno della croce e mormorava un _Pater_. - -Nella primavera del 1856, un giorno, mentre su 'l greto della Pescara -ella sbatteva i panni lavati, vide una flotta di barche passare la foce -e navigar lentamente contro la forza dell'acqua. Il sole era sereno; le -due rive si rispecchiavano in fondo abbracciandosi; alcuni ramoscelli -verdi e alcune ceste di giunchi natavano nel mezzo della corrente, come -simboli pacifici, verso il mare; e le barche, aventi quasi tutte la -mitria di san Tommaso dipinta per insegna in un angolo della vela, -avanzavano così nel bel fiume santificato dalla leggenda di san Cetteo -Liberatore. I ricordi del paese natale si svegliarono nell'animo della -donna con un tumulto improvviso, a quello spettacolo; ed ella, pensando -al padre, fu invasa da un gran tenerezza. - -Le barche erano tanecche ortonesi e venivano dal promontorio di Roto con -un carico di agrumi. Anna, come le ancore furono gettate, si avvicinò ai -marinai; e li guardava con una curiosità benevola e trepidante, senza -far parole. Uno di loro, colpito dalla insistenza, la ravvisò e la -interrogò familiarmente. -- Chi cercava? Che voleva? -- Allora Anna, -tratto in disparte l'uomo, gli chiese se non per caso egli avesse veduto -al _paese dei portogalli_ Luca Minella, il padre. -- Non l'aveva veduto? -Non stava ancora con _quella femmina_? -- L'uomo rispose che Luca era -morto da qualche tempo. -- Era vecchio. Poteva campar di più? -- Allora -Anna contenne le lacrime; volle sapere molte cose. L'uomo le disse molte -cose. -- Luca aveva strette le nozze con _quella femmina_; ne aveva -avuti due figliuoli. Il maggiore dei due navigava sopra un trabaccolo e -veniva qualche volta a Pescara per negozi. -- Anna trasalì. Un -turbamento indeterminato, una specie di smarrimento confuso le occupava -l'animo. Ella non giungeva a ritrovar l'equilibrio e la lucidità del -giudizio dinanzi a quel fatto troppo complesso. Ella aveva ora due -fratelli dunque? Doveva amarli? Doveva cercare di vederli? Ora che -doveva dunque fare? - -Così, titubante, tornò a casa. E dopo, per molte sere, quando entravano -nel fiume le barche, ella andava lungo lo scalo a guardare i marinai. -Qualche trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico di asinelli e di -cavalli nani: le bestie prendendo terra scalpitavano; l'aria sonava di -ragli e di nitriti. Anna, nel passare, batteva con la mano le grosse -teste delli asinelli. - - - - - - VII. - - - -Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine. Il -nuovo ospite tardo e taciturno fu diletto e cura della donna nelle ore -d'ozio. Camminava da un punto all'altro della stanza sollevando a stento -dal suolo il grave peso del corpo su le zampe simili a moncherini -olivastri, e, come era giovine, le piastre del suo scudo dorsale, gialle -maculate di nero, tralucevano talvolta al sole con un nitor d'ambra. La -testa coperta di scaglie, compressa nel muso, giallognola, sporgeva -tentennando con una mansuetudine timorosa; e pareva talvolta la testa di -un vecchio serpe estenuato che uscisse dal guscio di un crostaceo. Anna -prediligeva nell'animale i costumi: il silenzio, la frugalità, la -modestia, l'amor della casa. Gli dava per cibo foglie di verdura, radici -e vermi, restando estatica a osservare il moto delle piccole mandibole -cornee dentellate nel lor duplice margine. Ella, in quell'atto, provava -quasi un sentimento di maternità: eccitava pianamente l'animale con le -voci e sceglieva per lui le erbe più tenere e più dolci. - -Fu la testuggine allora auspice d'un idillio. Il fattore, venendo più -volte al giorno nella casa, s'intratteneva su la loggia a ragionare con -Anna. Ed essendo egli uomo d'umili spiriti, divoto, prudente e giusto, -godeva veder riflesse le sue pie virtù nell'animo della donna. Per la -consuetudine sorse quindi tra i due a poco a poco una familiarità -amorevole. Ella aveva già qualche capello bianco su le tempie, ed in -tutta la faccia diffuso un placido candore. Egli, Zacchiele, superava di -alcuni anni l'età di lei; aveva una gran testa dalla fronte sporgente e -due miti e rotondi occhi di coniglio. Tutt'e due, nei colloqui, sedevano -per lo più su la loggia. Sopra di loro, fra i tetti, il cielo pareva una -cupola luminosa; e ad intervalli i voli dei colombi domestici, bianchi -come il Paraclito, traversavano la quiete celestiale. I colloqui -volgevano su le raccolte, su la bontà dei terreni, su le semplici norme -della coltivazione; ed erano pieni di esperienza e di rettitudine. - -Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanità naturale, di far -pompa del suo sapere in conspetto della donna ignorante e credula, -questa concepì per lui una stima ed un'ammirazione senza limiti. Ella -imparò che la terra è divisa in cinque parti e che cinque sono le razze -delli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera e la bruna. Imparò -che la terra è di forma rotonda, che Romolo e Remo furono nutricati da -una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno oltremare nell'Egitto dove -anticamente regnavano i Faraoni. -- Ma li uomini non avevano tutti un -colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo noi camminare sopra una -palla? Chi erano i re Faraoni? -- Ella non riusciva a comprendere, e -rimaneva così tutta smarrita. Però da allora ella considerò le rondini -con reverenza e le tenne per uccelli dotati di saggezza umana. - -Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra dell'Antico Testamento, -illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le -spiegazioni. Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi, Noè -seminudo inginocchiato innanzi ad un altare, i tre angeli di Abramo, -Mosè salvato dalle acque; vide con gioia finalmente un Faraone nel -conspetto della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina di Saba, la -festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei. Il fatto dell'asina di -Balaam la empì di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa di -Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in lacrime. Ed ella -imaginava li Israeliti camminanti per un deserto tutto coperto di -quaglie, sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come -la neve e più dolce del pane. - -Dopo la Storia sacra, preso da una singolare ambizione Zacchiele -cominciò a leggerle le imprese dei Reali di Francia da Costantino -imperatore sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran tumulto sconvolse -allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci si -confusero con le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con -Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con Balante, Noemi con -Galeana. Ed ella, affaticata, non seguiva più il filo delle narrazioni, -ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare nella voce -di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto. E predilesse Dusolina e -il duca Bovetto che prese tutta l'Inghilterra innamorandosi della -figliuola del re di Frisia. - -Erano le calende di settembre. Nell'aria temperata dalla pioggia -recente, si andava diffondendo una placida chiarità autunnale. La stanza -di Anna divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele, seduto, -leggeva _come Galeana, figliuola del re Galafro, s'innamorò di Mainetto -e volle da lui la ghirlanda dell'erba_. Anna, poichè la favola pareva -semplice e campestre e poichè la voce del lettore pareva addolcirsi di -accenti novelli, ascoltava con visibile assiduità. La testuggine si -traeva in mezzo ad alcune foglie di lattuga, pianamente; il sole su la -finestra illuminava una gran tela di ragno, e li ultimi fiori rosei del -tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo d'oro. - -Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando la -donna, sorrise d'uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli le -tempie e li angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle vagamente, con -la peritanza di colui che non sa in qual modo giungere al punto -desiderato. Finalmente ardì. -- Ella non aveva pensato mai al -matrimonio? -- Anna alla domanda non rispose. Stettero ambedue in -silenzio ed ambedue sentivano nell'animo una dolcezza confusa, quasi un -risveglio inconsciente della giovinezza sepolta e un umano richiamo -dell'amore. E n'erano turbati come dal fumo d'un vino troppo forte che -montasse al loro cervello indebolito. - - - - - VIII. - - - -Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo, in ottobre, -nella prima natività dell'olio d'oliva e nell'ultima migrazione delle -rondini. Con licenza di Donna Cristina, un lunedì Zacchiele condusse -Anna alla fattoria dei Colli, dov'era il frantoio. Uscirono da -Portasale, a piedi, e presero la via Salaria, volgendo le spalle al -fiume. Dal giorno della favola di Galeana e di Mainetto, essi provavano -l'un verso l'altra una specie di trepidazione, un misto di temenza, -vergogna e rispetto. Avevano perduta quella bella familiarità d'una -volta; parlavano poco insieme e sempre con un tal riserbo esitante, -senza mai guardarsi nel volto, con incerti sorrisi, confondendosi talora -per una subitanea espansion di rossore, indugiando così in questi timidi -bamboleggiamenti d'innocenza. - -Camminarono in silenzio, da prima, ciascuno seguendo lo stretto sentiero -asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato su i due margini -della via; e li divideva il mezzo della via fangoso e segnato di solchi -profondi dalle ruote dei veicoli. Una libera gioia vendemmiale occupava -le campagne: i canti del mosto per la pianura si avvicendavano. -Zacchiele si teneva un poco in dietro, rompendo a tratti a tratti il -silenzio con qualche parola su la temperie, su le vigne, su la raccolta -delle olive. Anna guardava curiosa tutti i cespugli rosseggianti di -bacche, i campi lavorati, le acque dei fossi; e a poco a poco le nasceva -nell'animo una letizia vaga, quale di chi dopo lungo tempo sia dilettato -da sensazioni già innanzi conosciute. Come il cammino prese a volgere su -pe 'l declivio tra i ricchi oliveti di Cardirusso, chiaramente le sorse -nell'animo il ricordo di Sant'Apollinare e dell'asino e del custode -delli armenti. Ed ella sentì quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, -d'improvviso. Avvenne allora in lei un fenomeno. Quell'episodio obliato -della sua giovinezza le si coordinò nella memoria con una perspicuità -meravigliosa; l'imagine dei luoghi le si formò dinanzi; e nella scena -illusoria ella rivide l'uomo dal labbro leporino, ne riudì la voce, -provando un turbamento nuovo senza sapere perchè. - -La fattoria si avvicinava; fra li alberi soffiava il vento facendo -cadere le ulive mature; una zona di mare sereno si scopriva -dall'altitudine. Zacchiele s'era messo a fianco della donna e la -guardava di tratto in tratto con una pia supplicazione di tenerezza. -- -A che pensava ella dunque? -- Anna si volse, con un'aria quasi di -sbigottimento, come fosse stata colta in fallo. -- A niente pensava. -- - -Giunsero al frantoio, dove i coloni macinavano la prima raccolta delle -olive cadute precocemente dall'albero. La stanza delle macine era bassa -e oscura; dalla vôlta luccicante di salnitro pendevano lucerne di ottone -e fumigavano; un giumento bendato girava una mola gigantesca, con passo -regolare; e i coloni, vestiti di certe lunghe tuniche simili a sacchi, -nudi le gambe e le braccia, muscolosi, oleosi, versavano il liquido -nelle giare, nelle conche, nelli orci. - -Anna si mise a considerare l'opera, attentamente; e, come Zacchiele -impartiva ordini ai faticatori, e girava tra le macine, osservando la -qualità delle olive con una grave sicurezza di giudice, ella sentì per -lui in quel momento crescere l'ammirazione. Poi, come Zacchiele dinanzi -a lei prese un gran boccale colmo e versando nell'orcio quell'olio -purissimo e luminoso nominò la grazia di Dio, ella si fece il segno -della croce, tutta compresa di venerazione per l'opulenza della terra. - -Venivano intanto su la porta le due femmine della fattoria; e ciascuna -teneva contro il seno un poppante, e si traeva un bel grappolo di -figliuoli dietro le gonne. Si misero a conversare placidamente; e, -poichè Anna tentava accarezzare i fanciulli, ciascuna si compiaceva -della propria fecondità, e con una ridente onestà di parole ragionava -dei parti. La prima aveva avuti sette figliuoli; la seconda undici. -- -Era la volontà di Gesù Cristo; e per la campagna poi ci volevano -braccia. Allora la conversazione volse in materie familiari. Albarosa, -una delle madri, fece molte domande ad Anna. -- Ella non aveva avuto mai -figliuoli? -- Anna, nel rispondere che non s'era maritata, provò per la -prima volta una specie di umiliazione e di rammarico, dinanzi a quella -possente e casta maternità. Poi, cambiando il discorso, ella tese la -mano sul più vicino dei bimbi. Li altri guardavano con li occhi ampi che -pareva avessero assunto un limpido color vegetale dallo spettacolo -continuo delle cose verdi. L'odore delle olive infrante si spandeva -nell'aria, ed entrava nelle fauci ad eccitare il palato. I gruppi dei -faticatori apparivano e sparivano sotto il rossore delle lucerne. - -Zacchiele, che fino a quel momento aveva invigilato su la misura -dell'olio, si accostò alle donne. Albarosa lo accolse con un volto -festevole. -- Quanto voleva aspettare Don Zacchiele a prender moglie? -- -Zacchiele sorrise con un po' di confusione, a quella domanda; e diede -un'occhiata sfuggente ad Anna che accarezzava ancora il bimbo selvatico -e fingeva di non avere inteso. Albarosa, per una benevola arguzia -contadinesca, riunendo visibilmente con l'ammiccar delli occhi bovini il -capo di Anna e quello di Zacchiele, seguitò le incitazioni. -- Erano una -coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? -- I coloni, avendo sospesa -l'opera per attendere al pasto, facevano in torno cerchia. E la coppia, -anche più confusa per quella testimonianza, restava muta in -un'attitudine tra di sorriso tremulo e di pudica modestia. Qualcuno dei -giovini fra i testimoni, esilarato dalla faccia amorosamente compunta di -Don Zacchiele, sospingeva con urti di gomito i compagni. Il giumento -nitrì, per fame. - -Fu apprestato il pasto. Un'attività diligente invase la gran famiglia -rustica. Su lo spiazzo, all'aperto, tra li olivi pacifici e in conspetto -del sottostante mare, li uomini sedevano alla mensa. I piatti dei legumi -conditi d'olio novello fumavano; il vino scintillava nelle semplici -forme liturgiche dei vasi; e il cibo frugale dispariva rapidamente entro -li stomachi dei faticatori. - -Anna ora si sentiva come assalire da un tumulto di giubilo, e si sentiva -d'un tratto quasi legata da una specie di dimestichezza amichevole con -le due donne. Queste la condussero nell'interno della casa, dove le -stanze erano larghe e luminose benchè antichissime: su le pareti le -imagini sacre si alternavano con le palme pasquali; provvigioni di carni -suine pendevano dai soffitti, i talami dal pavimento si elevavano ampi -ed altissimi con a canto le culle; da tutto emanava la serenità della -concordia familiare. Anna, considerando quell'ordine, sorrideva -timidamente a una dolcezza interiore; e in un punto fu presa da una -strana commozione, quasi che tutte le sue latenti virtù di madre -casalinga e i suoi istinti di allevatrice fremessero e insorgessero -d'improvviso. - -Quando le donne ridiscesero su lo spiazzo, li uomini stavano ancora in -torno alla tavola; Zacchiele parlava con loro. Albarosa prese un piccolo -pane di frumento, lo divise nel mezzo, lo consperse d'olio e di sale, e -l'offerì ad Anna. L'olio novello, allora allora gemuto dal frutto, -spandeva nella bocca un saporoso aroma asprino; ed Anna allettata mangiò -tutto il pane. Bevve anche vino. Poi, come il vespro cadeva, ella e -Zacchiele ripresero il cammino del declivio. - -Dietro di loro i coloni cantarono. Molti altri canti sorsero dalla -campagna, e si dispiegarono nella sera con la piana larghezza di un -salmo gregoriano. Il vento soffiava fra li oliveti più umido; un -chiarore moriente tra roseo e violaceo indugiava effuso pe 'l cielo. - -Anna camminò innanzi, con passo celere, rasente i tronchi. Zacchiele la -seguì, pensando alle parole ch'egli voleva dire. Ambedue, da poi che si -sentivano soli, provavano una trepidazione infantile, quasi un timore. A -un punto Zacchiele chiamò la donna per nome; ed ella si volse umile e -palpitante. -- Che voleva? -- Zacchiele non disse più altro; fece due -passi, giunse al fianco di lei. E così continuarono il cammino, in -silenzio, finchè la via Salaria non li divise. Come nell'andare, essi -presero ciascuno il sentiero del margine, a destra e a manca. E -rientrarono a Portasale. - - - - - IX. - - - -Per una nativa irresolutezza, Anna differiva continuamente il -matrimonio. Dubbi religiosi la tormentavano. Ella aveva sentito dire che -soltanto le vergini sarebbero ammesse a far corona in torno alla Madre -di Dio, nel paradiso. Dunque? Doveva ella rinunziare a quella dolcezza -celeste per un bene terreno? Un più vivo ardore di devozione allora la -invase. In tutte le ore libere ella andava alla chiesa del Rosario; -s'inginocchiava innanzi al gran confessionale di quercia, e rimaneva -immobile in quell'attitudine di preghiera. La chiesa era semplice e -povera; il pavimento era coperto di lapidi mortuarie; una sola lampada -di metallo vile ardeva innanzi all'altare. E la donna rimpiangeva -nell'animo il fasto della sua basilica, la solennità delle cerimonie, le -undici lampade d'argento, i tre altari di marmo prezioso. - -Ma nella Settimana Santa del 1857, sorse un grande avvenimento. Tra la -Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e l'abate Cennamele, -coadiuvato dai satelliti parrocchiali, scoppiò la guerra; e ne fu causa -un contrasto per la processione di Gesù morto. Don Fileno voleva che la -pompa, fornita dai congregati, uscisse dalla chiesa della Confraternita; -l'abate voleva che la pompa uscisse dalla chiesa parrocchiale. La guerra -attrasse e avviluppò tutti i cittadini e le milizie del Re di Napoli, -residenti nel forte. Nacquero tumulti popolari; le vie furono occupate -da assembramenti di gente fanatica; pattuglie armigere andarono in volta -per impedire i disordini; il conte arcivescovo di Chieti fu assediato da -innumerevoli messi d'ambo le parti; corse molta pecunia per corruzioni; -un mormorío di congiure misteriose si sparse nella città. Focolare delli -odii la casa di Donna Cristina Basile. Don Fiore Ussorio sfolgorò per -mirabili stratagemmi e per audacie novissime, in quei giorni di lotta. -Don Paolo Nervegna ebbe un grave spargimento di bile. Don Ignazio Cespa -adoperò in vano tutto le sue blande arti conciliative e i suoi sorrisi -melliflui. La vittoria fu contrastata con un accanimento implacabile, -fino all'ora rituale della pompa funeraria. Il popolo fremeva -nell'aspettazione; il comandante delle milizie, partigiano dell'abbadia, -minacciava castighi ai facinorosi della Confraternita. La rivolta stava -per irrompere. Quand'ecco giungere su la piazza un soldato a cavallo -latore di un messaggio episcopale che dava la vittoria ai congregati. - -L'ordine della pompa si dispiegò allora con insolita magnificenza per le -vie sparse di fiori. Un coro di cinquanta voci bianche cantò gl'inni -liturgici della Passione; e dieci turiferari incensarono tutta la città. -I baldacchini, li stendardi, i ceri per la nuova ricchezza empirono li -astanti di meraviglia. L'abate sconfitto non intervenne; ed in sua vece -Don Pasquale Carabba, il Gran Coadiutore, vestito dei paramenti badiali, -seguì con molta solennità d'incesso il feretro di Gesù. - -Anna, nel frangente, aveva fatto voti per la vittoria dell'abate. Ma la -suntuosità della cerimonia la abbagliò; una specie di stupore la invase, -allo spettacolo; ed ella sentì gratitudine anche per Don Fiore Ussorio -che passava reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come l'ultima -schiera dei celebranti le giunse dinanzi, ella si mescolò alla turba -fanatica delli uomini, delle donne e de' fanciulli; e andò così, quasi -senza toccar terra, tenendo sempre li occhi fissi al serto culminante -della _Mater dolorosa_. In alto, dall'uno all'altro balcone, stavano -tesi i drappi signorili consecutivamente; dalle case dei panettieri -pendevano rustiche forme d'agnelli materiate di fromento; ad intervalli, -nei trivi, nei quadrivi, un braciere acceso spandeva fumo di aròmati. - -La processione non passò sotto le finestre dell'abate. Di tratto in -tratto una specie di movimento irregolare correva lungo le file, come se -la schiera antesignana incontrasse un ostacolo. E n'era causa il -contrasto tra il crocifero della Confraternita e il luogotenente delle -milizie, i quali ambedue avevano ricevuto il comando di seguire un -itinerario diverso. Poichè il luogotenente non poteva usar violenza -senza commetter sacrilegio, vinse il crocifero. I congregati esultavano; -il comandante generale ardeva d'ira; il popolo s'empiva di curiosità. - -Quando la pompa, in vicinanza dell'arsenale, si rivolse per rientrare -nella chiesa di San Giacomo, Anna prese un vicolo obliquo e in pochi -passi fu su la porta madre. S'inginocchiò. Giungeva primo verso di lei -l'uomo portante il crocifisso gigantesco; seguivano li stendardi che -tenevano l'altissima asta in equilibrio su la fronte o su 'l mento, -atteggiandosi con dotto giuoco di muscoli. Poi, quasi in mezzo a una -nuvola d'incenso, venivano le altre schiere, i cori angelici, li -incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo spettacolo -era grande. Una specie di terrore mistico teneva l'animo della donna. - -Si avanzò su 'l vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito -d'un largo piatto d'argento per ricevere i ceri. Anna guardava. Allora -fu che il comandante, spezzando tra i denti aspre parole contro la -Confraternita, gittò violentemente il suo cero nel piatto e voltò le -spalle con piglio minaccioso. Tutti rimasero allibiti. E nel momentaneo -silenzio si udì tintinnare la spada di colui che si allontanava. Solo -Don Fiore Ussorio ebbe la temerità di sorridere. - - - - - X. - - - -I fatti per moltissimo tempo occuparono l'attività vocale dei cittadini -e furono causa di turbolenze. Come Anna era stata testimone dell'ultima -scena, alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava sempre con le -stesse parole, pazientemente. La sua vita da allora fu tutta spesa tra -le pratiche religiose, li uffici domestici e l'amore della testuggine. -Ai primi tepori d'aprile la testuggine uscì dal letargo. Un giorno, -d'improvviso, sbucò di sotto allo scudo la testa serpentina e tentennò -debolmente mentre i piedi erano ancora immersi nel torpore. I piccoli -occhi rimasero coperti a mezzo dalla palpebra. E l'animale, forse non -più consapevole d'essere captivo, si mosse finalmente con un moto pigro -e incerto, tastando co' i piedi il suolo, spinto dal bisogno di trovarsi -il cibo come nella sabbia del suo bosco natale. - -Anna, innanzi a quel risveglio fu invasa da una tenerezza ineffabile e -stette a guardare con li occhi umidi di lacrime. Poi prese la -testuggine, la mise sul letto, le offerì alcune foglie verdi. La -testuggine esitava a toccare le foglie, e nell'aprire le mandibole -mostrava la lingua carnosa come quella dei pappagalli. Li indumenti del -collo e delle zampe parevano membrane flosce e giallognole di un corpo -estinto. La donna a quella vista si sentiva stringere da una gran -misericordia; ed eccitava al ristoro il bene amato, con le blandizie di -una madre pe 'l figliuolo convalescente. Unse d'olio dolce lo scudo -osseo; e, come il sole vi percoteva sopra, le piastre pulite -risplendevano più belle. - - -In queste cure passarono i mesi della primavera. Ma Zacchiele, -consigliato dalla stagione novella a maggiori impeti di amore, incalzò -la donna con così tenere supplicazioni che n'ebbe alfine una promessa -solenne. Le nozze si sarebbero celebrate il giorno precedente la -Natività di Gesù Cristo. - -Allora l'idillio rifiorì. Mentre Anna attendeva alle opere dell'ago pe -'l corredo nuziale, Zacchiele leggeva ad alta voce la storia del Nuovo -Testamento. Le nozze di Cana, i prodigi del Redentore in Cafarnao, il -morto di Naim, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la liberazione -della figliuola della Cananea, i dieci lebbrosi, il cieco nato, la -resurrezione di Lazzaro, tutte quelle narrazioni miracolose rapirono -l'animo della donna. Ed ella pensò lungamente a Gesù che entrava in -Gerusalemme cavalcando un'asina, mentre i popoli stendevano su la sua -via le vesti e spargevano fronde. - -Nella stanza l'erbe di timo odoravano su da un vaso di terra. La -testuggine veniva talvolta alla cucitrice e le tentava con la bocca il -lembo delle tele o le morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe. Un -giorno Zacchiele, nel leggere la parabola del Figliuol Prodigo, -sentendosi d'improvviso qualche cosa di mobile tra i piedi, per un -involontario moto di ribrezzo diede co' i piedi un urto; e la testuggine -urtata andò a battere contro la parete e rimase capovolta. Il guscio -dorsale si scheggiò in più parti; un po' di sangue apparve in una delle -zampe che l'animale agitava inutilmente per riprendere la posizione -primitiva. - -Se bene l'infelice amante si mostrò atterrito del fatto e inconsolabile, -Anna dopo quel giorno si chiuse in una specie di severità diffidente, -non parlò più, non volle più ascoltare la lettura. E così il figliuol -prodigo rimase per sempre sotto li alberi delle ghiande a guardare i -porci del suo signore. - - - - - XI. - - - -Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele morì. La cascina -dov'egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia, fu -invasa dalle acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal colle -d'Orlando fino al colle di Castellammare; e poichè avevano attraversato -vastissimi sedimenti d'argilla, erano sanguigne come nella favola -antica. Le cime delli alberi emergevano qua e là su quel sangue melmoso -ed estuoso. Per intervalli, dinanzi al forte passavano in precipizio -tronchi enormi con tutte le radici, masserizie, materie di forme -irriconoscibili, gruppi di bestiami non ancora morti che urlavano e -sparivano e riapparivano e si perdevano in lontananza. I branchi dei -bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi corpi -biancastri s'incalzavano l'un l'altro, le teste si ergevano -disperatamente fuori dell'acqua, furiosi intrecciamenti di corna -avvenivano nell'impeto del terrore. Come il mare era di levante, le onde -alla foce rigurgitavano. Il lago salso della Palata e li estuari si -riunirono co 'l fiume. Il forte divenne un'isola perduta. - -Nell'interno le vie si sommersero; la casa di Donna Cristina ebbe la -linea delle acque sino a metà della scala. Il fragore cresceva di -continuo, mentre le campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le -carceri, urlavano. - -Anna, credendo in qualche supremo castigo dell'Altissimo, ricorse alla -salvezza delle preghiere. Il secondo giorno, come salì su la sommità -della colombaia, non vide che acque e acque in torno sotto le nuvole, e -scorse poi de' cavalli sbigottiti che galoppavano in furia su le -troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la -persistenza del fragore e l'oscurità dell'aria le fecero smarrire ogni -nozione del luogo e del tempo. - -Quando l'alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò -nella città per mezzo di scialuppe. Uomini, donne e fanciulli avevano su -la faccia e nelli occhi una stupefazione dolorosa. Tutti narravano fatti -tristi. E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa Basile per -annunziare che Don Zacchiele se n'era andato _a marina_. Il bifolco -parlava semplicemente, narrando la morte. Disse che in vicinanza dei -Cappuccini certe femmine avevano legato i figliuoli lattanti su la cima -di un grande albero per salvarli dall'acqua e che i vortici avevano -sradicato l'albero trascinandosi le cinque creature. Don Zacchiele stava -su 'l tetto con altri cristiani in un mucchio compatto, urlando; e il -tetto stava già per sommergersi; e cadaveri d'animali e rami rotti -venivano già a urtare contro i disperati. Quando finalmente l'albero dei -lattanti passò di là sopra, la violenza fu così terribile che dopo il -passaggio non si vide più traccia di tetto nè di cristiani. - -Anna ascoltò, senza piangere; e nella sua mente percossa, il racconto di -quella morte, con quell'albero dei cinque bambini e con quelli uomini -ammucchiati tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che -andavano a urtar contro, suscitò una specie di meraviglia superstiziosa -simile a quella suscitatale un tempo da certe narrazioni del Vecchio -Testamento. Ella salì con lentezza alla sua stanza, e cercò di -raccogliersi. Il sole modesto splendeva su 'l davanzale; la testuggine -in un angolo dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguettío di -passeri veniva dalli émbrici. Tutte queste cose naturali, questa usuale -tranquillità della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. -Dal fondo di quella momentanea calma della conscienza alfine sorse -chiaro il dolore; ed ella chinò la testa su 'l petto, in un grande -sconforto. - -Allora quasi un rimorso le punse l'animo, il rimorso d'aver serbato -contro Zacchiele quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i -ricordi a uno a uno vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le -rifulgevano ora nella memoria più religiosamente. Poichè l'onda del -dolore cresceva, ella si alzò, andò verso il letto, vi si distese -bocconi. E i suoi singhiozzi risonavano tra il cinguettío delli uccelli. - -Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione -cominciò a discenderle nell'animo; ed ella pensò che tutte le cose della -terra sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volontà del -Signore. L'unzione di questo semplice atto d'abbandono le sparse su 'l -cuore un'abbondanza di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni -inquietudine, e trovò il riposo in quell'umile e ferma confidenza. Da -allora nella sua regola non fu che questa clausula: -- La soprana -volontà di Dio, sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le -cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternità. -- - - - - - XII. - - - -Così alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del paradiso. E il -giro del tempo per lei non fu determinato che dalle ricorrenze -ecclesiastiche. Quando il fiume rientrò nell'alveo, uscirono per ordine -consecutivo di giorni molte processioni nella città e nelle campagne. -Ella le seguì tutte, insieme con il popolo, cantando il _Te Deum_. Le -vigne in torno erano devastate; il terreno era molle e l'aria pregna di -vapori biondi, singolarmente luminosa, come nelle primavere palustri. - -Poi venne la festa d'Ognissanti; poi, la solennità dei Morti. Grandi -messe furono celebrate in suffragio delle vittime dell'alluvione. Nel -Natale Anna volle fare il presepe; comprò un bambino di cera, Maria, san -Giuseppe, il bove, l'asino, i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla -figlia del sagrestano, ella andò per i fossati della via Salaria a -cercare il musco. Sotto la vitrea serenità iemale i latifondi riposavano -pingui di limo; la fattoria d'Albarosa si vedeva su 'l colle, tra li -olivi; nessuna voce turbava il silenzio. Anna, come scorgeva il musco, -si chinava e con un coltello tagliava la zolla. Al contatto delle fredde -erbe le sue mani divenivano lievemente violacee. Di tratto in tratto, -alla vista di una zolla più verde, le sfuggiva una esclamazione di -contentezza. Quando il canestro fu pieno, ella sedette su 'l ciglio del -fossato, con la fanciulla. I suoi occhi salirono pe 'l sentiero -dell'oliveto, lentamente, e si fermarono alle mura bianche della -fattoria che pareva un edifizio claustrale. Allora ella chinò la fronte, -assalita da un pensiero. Poi d'un tratto si volse alla compagna. -- Non -aveva mai veduto macinare le olive? -- E cominciò a figurar l'opera -delle macine con molta prolissità di parole; e, come parlava, a poco a -poco le salivano dall'animo altri ricordi, le venivano su la bocca -spontaneamente a uno a uno, e le passavano nella voce con un piccolo -tremito. - -Quella fu l'ultima debolezza. Nell'aprile del 1858, poco dopo la Pasqua -maggiore, ella infermò. Stette nel letto quasi durante un mese, -tormentata dall'infiammazione pulmonare. Donna Cristina veniva la -mattina e la sera nella stanza a visitarla. Una vecchia fantesca, che -faceva pubblica professione d'assistere i malati, le somministrava i -medicamenti. Poi la testuggine le rallegrò i giorni della convalescenza. -E come l'animale era estenuato dal digiuno, ed era tutto aridamente -pelloso, Anna vedendosi macilente, e sentendosi anch'essa affievolita, -provava quella specie di appagamento interiore che noi proviamo, quando -una stessa sofferenza ci accomuna alla persona diletta. Un tepore molle -saliva dalli émbrici coperti di licheni, verso i convalescenti; dal -cortile i galli cantavano; e una mattina due rondini entrarono -d'improvviso, batterono l'ali in torno alla stanza e fuggirono. - -Quando Anna tornò la prima volta nella chiesa, dopo la guarigione, era -la Pasqua delle rose. Ella, nell'entrare, aspirò il profumò dell'incenso -cupidamente. Camminò piano lungo la navata per ritrovare il posto dove -soleva prima inginocchiarsi; e si sentì prendere da una súbita gioia, -quando scorse finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel -mezzo un bassorilievo tutto consunto. Vi piegò i ginocchi sopra, e si -mise a pregare. La gente aumentava. A un certo punto della cerimonia due -accoliti scesero dal coro con due bacini d'argento colmi di rose, e -cominciarono a spargere i fiori su le teste dei prostrati, mentre -l'organo sonava un inno giocondo. Anna era rimasta china, in una specie -di estasi che la beatitudine del misterio celebrato e il senso vagamente -voluttuoso della guarigione le davano. Come alcune rose vennero a -caderle su la persona, ella n'ebbe un fremito. E la povera donna nulla -aveva provato nella sua vita di più dolce che quel fremito di sensualità -mistica e il susseguito sfinimento di languore. - -La Pasqua rosata rimase perciò la festività prediletta di Anna, e -ritornò periodicamente senza alcun episodio notevole. Nel 1860 la città -fu turbata da gravi agitazioni. Si udivano spesso nella notte i rulli -dei tamburi, li allarmi delle sentinelle, i colpi della moschetteria. -Nella casa di Donna Cristina si manifestò un più vivo fervore di azione -tra i cinque proci. Anna non si sbigottì; ma visse in un raccoglimento -profondo, non prendendo conoscenza delli avvenimenti pubblici nè di -quelli domestici, adempiendo ai suoi uffici con un'esattezza macchinale. - -Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie -borboniche si sbandarono, gittando armi e bagagli nelle acque del fiume; -stuoli di cittadini corsero le vie con liberali acclamazioni di gioia. -Anna, come seppe che l'abate Cennamele era fuggito precipitosamente, -pensò che i nemici della Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e -n'ebbe molto dolore. - -Dopo, la sua vita si svolse in pace, lungo tempo. Lo scudo della -testuggine crebbe in latitudine e divenne più opaco; la pianta del -tabacco annualmente sorse, fiorì e cadde; le sagge rondini in ogni -autunno partirono per la terra dei Faraoni. Nel 1865 alfine la gran -contesa dei proci terminò con la vittoria di Don Fileno d'Amelio. Le -nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne giocondità di -conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri -cappuccini, Fra Vittorio, e Fra Mansueto. - -Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la -soppressione, a custodire il cenobio. Fra Vittorio era un sessagenario -invermigliato, fortificato e letificato dal succo dell'uva. Una piccola -benda verde gli copriva l'infermità dell'occhio destro, e il sinistro -gli scintillava pieno di vivezza penetrante. Egli esercitava fin dalla -gioventù l'arte farmaceutica; e, come aveva pratica molta di cucina, i -signori solevano chiamarlo in occasione di festeggiamenti. Nell'opere -aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle ampie maniche le braccia -villose; la sua barba si moveva tutta ad ogni moto della bocca; la sua -voce si frangeva in stridori. Fra Mansueto in vece era un vecchio -macilente, con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida, -con due occhi giallognoli pieni di sommissione. Egli coltivava l'orto, e -questuando portava l'erbe mangerecce per le case. Nell'aiutare il -compagno prendeva attitudini modeste, zoppicava da un piede; parlava nel -molle idioma patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di san -Tommaso, esclamava: -- _Pe' li Turchi!_ -- ad ogni momento, lisciandosi -con una mano il cranio polito. - -Anna attendeva a porgere i piatti, li arnesi, i vasellami di rame. Le -pareva ora che la cucina assumesse una sorta di solennità sacra per la -presenza dei due frati. Ella restava intenta a guardare tutti li atti di -Fra Vittorio, presa da quella trepidazione che le persone semplici -provano in conspetto delli uomini dotati di qualche virtù superiore. -Ammirava ella in ispecie il gesto infallibile con cui il gran cappuccino -spargeva su li intingoli certe sue droghe segrete, certi suoi aromi -particolari. Ma l'umiltà, la mitezza, la modesta arguzia di Fra Mansueto -a poco a poco la conquistarono. E i legami della comune patria e quelli -più sensibili del comune idioma strinsero l'una e l'altro d'amicizia. - -Come essi conversavano, i ricordi del passato pullulavano nelle loro -parole. Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella -basilica quando accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini. --- _Pe' li Turchi!_... -- Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il -cadavere fino alle case di Porta-Caldara; e si ricordava che la morta -aveva addosso una veste di seta gialla e tante collane d'oro.... - -Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era -rimasto confuso, vago, quasi incerto, poichè forse la prima impressione -reale le era stata attenuata nel cervello dal lunghissimo stupore inerte -che aveva susseguito i primi accessi epilettici. Ma quando Fra Mansueto -disse che la morta stava in paradiso perchè chi muore per causa di -religione va fra i santi, Anna provò una dolcezza indicibile e si sentì -d'un tratto crescere nell'animo una immensa adorazione per la santità -della madre. - -Allora, per un bisogno di rammentare i luoghi del paese nativo, ella si -mise a discorrere su la basilica dell'Apostolo, minutamente, -determinando le forme delli altari, la positura delle cappelle, il -numero delli arredi, le figurazioni della cupola, le attitudini delle -imagini, le divisioni del pavimento, i colori delle vetrate. Fra -Mansueto la secondava con benignità; e, poichè egli era stato ad Ortona -alcuni mesi innanzi, raccontò le nuove cose vedute. -- L'arcivescovo di -Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di -pietre preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato -tutti i legnami e i corami delli stalli. Donna Blandina Onofrii aveva -fornito una intera muta di parati consistente in pianete, dalmatiche, -stole, piviali, cotte. - -Anna ascoltava avidamente; e il desiderio di vedere le nuove cose e di -rivedere le antiche cominciò a tormentarla. Ella, quando il cappuccino -tacque, si rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza. -- -La festa di maggio si avvicinava. Se andassero? -- - - - - - XIII. - - - -Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece -li apparecchi. Una inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine. --- Doveva lasciarla? o portarla seco? -- Stette lungamente in forse; e -alfine decise di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro, -tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava a -Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa Caterina. - -Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva su 'l -principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti -canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava -reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle spalle. -Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta. - -Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo -natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare. I -tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della -vita parevano aperte su la transfigurazione della terra. - -Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e si -mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La -testuggine tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua -timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva nelli sforzi. Poi che Anna -l'aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare su 'l musco verso un -cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi -confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il -verde pareva più bello. - -Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la Provvidenza -che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante la stagione -dell'inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano nella -testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse: "Che -penserà?" E dopo un poco: "Li animali che penseranno?" - -Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la -corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava su 'l terreno: -ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l'innumerevole -famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si -svegliavano nella mente le credenze ingenue dell'infanzia. Ella parlò di -abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il frate -disse, con un accento di fede intensa: "Dio sia lodato!" E ambedue -rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore -Iddio. - -Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona. Anna battè -alla porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare si -presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna di pietra -bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche sedie in -torno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due da un -crocifisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di venerazione -per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la madre Veronica -apparve d'improvviso dietro le grate, alta e severa nell'abito -monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi -all'apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon -sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose -nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si -rivolse con benignità, guardandola dalli occhi ampi e castanei; le donò -un'effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la man signorile pe 'l -bacio, a traverso la grata, e disparve. - -Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro di -litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea, -ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile vide a sinistra in cima -al muro sporgere un ramo carico di aranci. E, come pose il piede su la -via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di beatitudine. - -Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti. Su la -porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo -stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della -famiglia di Francesca Nobile. La donna la interruppe: -- Perchè? Perchè? -Che voleva? -- con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando -Anna si palesò, ella le permise di entrare. - -I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un -vecchio infermo, zi' Mingo, che aveva sposato in seconde nozze _la -figlia di Sblendore_ e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da -prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un'alta sedia -ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue -mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità -della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il terreno; -un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del collo, i -gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica dischiuse le -palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne. - -Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore -odorando il denaro cominciava a concepire nell'animo speranze di -usurpazione e per virtù delle speranze diveniva in volto più benigna. -Subito che Anna terminò, ella le offerse l'ospitalità per la notte; le -prese il canestro dei panni e lo ripose; promise di aver cura della -testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli su la infermità del -vecchio e su la miseria della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì, con -l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risalì per la costa, -verso lo scampanío della basilica, provando un'ansia crescente -nell'appressarsi. - -In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava tumultuario; e quella -gran reliquia di pietra sovrastava ornata di paramenti, magnificata dal -sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi delli argentari -artefici di arredi sacri e di oggetti votivi. A tutto quel candido -scintillare di forme liturgiche il cuore le si dilatava per allegrezza; -ed ella si faceva il segno della croce dinanzi a ogni banco come dinanzi -a un altare. Quando giunse alla porta della basilica e intravide la -luminaria e traudì il cantico del rito, ella non più contenne la -veemenza della gioia; si avanzò fin presso il pulpito, con passi quasi -vacillanti. Le ginocchia le si piegarono; le lacrime le sgorgarono dalli -occhi allucinati. Ella rimase là, in contemplazione dei candelabri, -dell'ostensorio, di tutte le cose che erano su l'altare, con la testa -vacua, poichè dalla mattina non aveva più mangiato. E le prendeva le -vene una debolezza immensa; la conscienza le veniva meno in una specie -di annientamento. - -Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano una -triplice corona di fuochi. In fondo, quattro massicci tronchi di cera -fiammeggiavano ai lati del tabernacolo. - - - - - XIV. - - - -I cinque giorni della festa Anna visse così, dentro la chiesa, dall'ora -mattutina fino all'ora in cui le porte si chiudevano, fedelissima, -respirando quell'aria calda che le metteva nei sensi un torpore -beatifico, nell'anima una felicità piena di umiltà. Le orazioni, le -genuflessioni, le salutazioni, tutte quelle formule, tutti quei gesti -rituali ripetuti incessantemente, le avevano dato una specie di ottusità -contro ogni altra sensazione che non fosse religiosa. - -Rosaria, la figlia di Sblendore, intanto ne traeva profitto, movendo la -pietà di lei con false querimonie e con lo spettacolo miserevole del -vecchio paralitico. Ella era una femmina malvagia, esperta nelle frodi, -dedita alla crapula; aveva tutta la faccia sparsa di umori vermigli e -serpiginosi, i capelli canuti, il ventre obeso. Legata al paralitico dai -comuni vizi e dalle nozze, ella insieme con lui aveva disperse in breve -tempo le già scarse sostanze, bevendo e gozzovigliando. Ambedue nella -miseria, inveleniti dalla privazione, arsi da sete di vino e di liquori -ignei, affranti da infermità senili, ora espiavano il loro lungo -peccato. - -Anna, con uno spontaneo moto caritatevole, diede a Rosaria tutto il -denaro tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui; si tolse li -orecchini, due anelli d'oro, la collana di corallo; promise altri -soccorsi. E riprese quindi il cammino di Pescara, in compagnia di Fra -Mansueto, portando nel canestro la testuggine. - -In cammino, come le case di Ortona si allontanavano, una gran tristezza -scendeva su l'animo della donna. Stuoli di pellegrini volgevano per -altre vie, cantando: e i loro canti rimanevano a lungo nell'aria, -monotoni e lenti. Anna li ascoltava, e un desiderio senza fine la traeva -a raggiungerli, a seguirli, a vivere così pellegrinando di santuario in -santuario, di terra in terra, per esaltare i miracoli d'ogni santo, le -virtù d'ogni reliquia, le bontà d'ogni Maria. - - -"Vanno a Cocullo," le disse Fra Mansueto, accennando co 'l braccio a un -paese lontano. E ambedue si misero a parlare di san Domenico che -protegge dal morso dei serpenti li uomini e le semenze dai bruchi; poi -d'altri patroni. -- A Bugnara, su 'l Ponte del Rivo, più di cento -giumenti, tra cavalli, asini e muli, carichi di frumento vanno in -processione alla Madonna della Neve: i devoti cavalcano su le some, con -serti di spighe in capo, con tracolle di pasta; e depongono ai piedi -dell'imagine i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette, con in capo -canestre di grano, conducono per le vie un asino che porta su la groppa -una maggiore canestra; ed entrano nella chiesa della Madonna delli -Angeli, per l'offerta, cantando. A Torricella Peligna, uomini e -fanciulli, coronati di rose e di bacche rosee, salgono in pellegrinaggio -alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov'è l'orma di Sansone. A -Loreto Aprutino un bue candido, impinguato durante l'anno con abbondanza -di pastura, va in pompa dietro la statua di san Zopito. Una gualdrappa -vermiglia lo copre, e lo cavalca un fanciullo. Come il santo rientra -nella chiesa, il bue s'inginocchia su 'l limitare; poi si rialza -lentamente, e segue il santo tra il plauso del popolo. Giunto nel mezzo -della chiesa, manda fuora li escrementi del cibo; e i devoti da quella -materia fumante traggono li auspicii per l'agricultura. - -Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto parlavano, quando -giunsero alla foce dell'Alento. L'alveo portava le acque di primavera -tra le vitalbe non anche fiorenti. E il cappuccino disse della Madonna -dell'Incoronata, dove per la festa di san Giovanni i devoti si cingono -il capo di vitalbe, e nella notte vanno su 'l fiume Gizio a _passar -l'acqua_ con grandi allegrezze. - -Anna si scalzò per guadare. Ella sentiva ora nell'animo un'immensa -venerazione d'amore per tutte le cose, per li alberi, per le erbe, per -li animali, per tutte le cose che quelle usanze cattoliche avevano -santificato. E dal fondo della sua ignoranza e della sua semplicità -l'instinto dell'idolatria insorgeva ora, per un fenomeno naturale, -pienamente. - -Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppiò nel paese un'epidemia colerica; e -la mortalità fu grande. Anna prestò le sue cure alli infermi poveri. Fra -Mansueto morì. Anna n'ebbe molto dolore; e nel 1866, per la ricorrenza -della festa, volle prendere congedo e rimpatriare per sempre, poichè -vedeva in sogno tutte le notti san Tommaso che le comandava di partire. -Ella prese la testuggine, le sue robe e i suoi risparmi; baciò le mani -di Donna Cristina, piangendo; e partì questa volta sopra un carretto, -insieme con due monache questuanti. - -A Ortona ella abitò nella casa dello zio paralitico; dormì su un -pagliericcio; non si cibò che di pane e di legumi. Dedicava tutte le ore -del giorno alle pratiche della chiesa, con un fervore meraviglioso; e la -sua mente vie più perdeva ogni altra facoltà che non fosse quella di -contemplare i misteri cristiani, di adorare i simboli, d'imaginare il -paradiso. Ella era tutta rapita nella carità divina, era tutta compresa -di quella divina passione che i sacerdoti manifestano sempre con li -stessi segni o con le stesse parole. Ella non comprendeva che -quell'unico linguaggio; non aveva che quell'unico ricovero, tiepido e -solenne, dove tutto il cuore le si dilatava in una pia securtà di pace, -e li occhi le s'inumidivano in un'ineffabile soavità di lacrime. - -Soffrì, per amor di Gesù, le miserie domestiche; fu dolce e sommessa; -non mai profferì un lamento, un rimprovero, o una minaccia. Rosaria le -sottrasse a poco a poco tutti i risparmi; e cominciò quindi a farle -patire la fame, ad angariarla, a chiamarla con nomi disonesti, a -perseguitarle la testuggine con insistenza feroce. Il vecchio paralitico -omai non faceva che emettere una specie di mugolío rauco, aprendo la -bocca entro cui la lingua tremava, e da cui colava in abbondanza la -saliva continuamente. Un giorno, poichè la moglie avida beveva innanzi a -lui un liquore e gli negava il bicchiere sfuggendo, egli si levò dalla -sedia con uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le gambe gli -oscillavano, i piedi si posavano su 'l terreno con un'involontaria -percussione ritmica. D'un tratto egli si accelerò, co 'l tronco -inclinato in avanti, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto -da un impulso progressivo irresistibile, finchè cadde bocconi su l'orlo -delle scale, fulminato.... - - - - - XV. - - - -Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso a -Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già nelli ultimi -tempi faceva alcuni servizi pe 'l monastero, l'abadessa misericordiosa -le diede l'ufficio di conversa. - -Anna, se bene non aveva li ordini, vestì l'abito monacale: la tunica -nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in -quell'abito, di essere santificata. E, da prima, quando all'aria le tese -le sbattevano in torno al capo con un fremito d'ali, ella trasaliva per -un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da prima, quando le -tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia un vivo chiaror di -neve, ella d'improvviso credevasi illuminata da un baleno mistico. - -Con l'andar del tempo, queste allucinazioni, queste sensazioni illusorie -a poco a poco aumentavano di frequenza, diventavano più gravi; -palesavano nella divota la crescente decadenza dell'attività cerebrale, -in specie della volontà e della ragione, e il predominio dell'attività -spinale, di un'attività inordinata e involontaria che produceva fenomeni -singolarissimi. Pareva che l'antica epilessia risorgesse ora in quel -corpo esaurito, unendosi a un nuovo morbo e manifestandosi con forme più -mirabilmente complesse, dopo il lungo intervallo. I disturbi di -sensibilità avvenivano di preferenza nella vista, nell'udito e -nell'olfatto. L'inferma era colpita a quando a quando da suoni angelici, -da echi lontani d'organo, da romori e voci non percettibili alli orecchi -altrui. Figure luminose le si presentavano dinanzi, nel buio. Odori la -rapivano. - -Così pe 'l monastero una specie di stupore e insieme d'inquietudine -cominciò a diffondersi, come per la presenza di una qualche deità -occulta, come per l'imminenza di un qualche avvenimento soprannaturale. -Per cautela, la nuova conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere -servili. Tutte le attitudini di lei, tutte le parole, tutti li sguardi -furono osservati, comentati con superstizione. E alcuni eccezionali -fatti morbosi in ultimo concorsero a formare la leggenda della santità. - -Su le calende di febbraio 1873, per un'alterazione dei muscoli della -laringe la voce di Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Come -l'alterazione crebbe fino a una totale paralisi dell'organo vocale, Anna -perdè la virtù della parola, d'un tratto. - -Questo fenomeno inaspettato sbigottì li animi delle religiose. E tutte, -stando in torno alla conversa, ne consideravano con una trepidazione di -terrore li atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca áfona, -la immobilità delli occhi, d'onde a tratti, per una pura causa -meccanica, sgorgavano profluvi di lacrime. I lineamenti dell'inferma, -estenuati dai lunghi digiuni, avevano ora assunto una purità quasi -eburnea; e tutte le trame delle vene e delle arterie, tutte quelle -glauche reticole sottocutanee, ora trasparivano così visibili, e -sporgevano con così forti rilievi, e così incessantemente palpitavano -che dinanzi a quella palesata vibrazione della vitalità interiore una -sofferenza strana prendeva le monache, una specie di raccapriccio simile -forse in parte a quello che si prova al conspetto di un corpo umano, in -cui le escoriazioni abbiano messo a nudo i tessuti. - -Quando fu prossimo il _mese mariano_, un'amorosa diligenza sollecitò le -Benedettine al paramento dell'oratorio. Si spargevano esse nel verziere -claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di aranci, -raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai piedi -dell'altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad aiutare -la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero che la -perdurante afonía le toglieva di esprimere. Una mollezza tepidissima -insidiava tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti -letifiche del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e -come nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, -così il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i -residui dell'oro bizantino. - -L'oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe -principio dopo il vespro. Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle -canne armoniche il fremito della passione si propagò in tutte le cose; -tutte le fronti s'inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino; le -fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i -cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole -tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell'immenso -impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò le -braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero. Delle suore, -alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell'immobilità; altre -davano soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato, -fulgidissimo, supremo. - -Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze -successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose, un -fanatismo d'adorazione. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel rapimento -del miracolo, non aveva forse conscienza di quel che in torno avveniva. -Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi, ella cantò. -La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli emerse; poichè -le divote diminuivano la forza delle loro voci per ascoltare quella -unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine nei -cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro, d'onde esalavano i -balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario, -l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza -consumarsi, lo stelo di Jesse che portava il più bello di tutti i fiori. - -Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di -Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio. -E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina Onofrii, la -magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste di broccato -d'argento e una rara collana di turchesie venuta dall'isola di Smirne. -Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni. L'arcivescovo -d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui rivolse parole -di edificante eloquenza ad Anna che "con la purità della vita si era -resa degna dei doni celesti." - -Da quel tempo la degradazione intellettuale nell'inferma andò sempre -crescendo, fino ad assumere per lunghi intervalli una forma completa -d'imbecillità inerte. E pareva che dalla sua persona una profonda -influenza s'irraggiasse su le conviventi; poichè in alcune fra queste si -manifestarono disordini psichici non lievi, e in tutte la divozione -raggiunse l'apice del fervore. - -Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi fenomeni che avevano anche una -più grave apparenza di cause divine. L'inferma, quando si avvicinava il -vespro, senza alcun sintomo iniziale di attacco convulsivo cadeva in uno -stato di estasi con catalessia che si prolungava per una mezz'ora o poco -più. Da quell'estasi ella sorgeva quasi con impeto; e in piedi, -conservando sempre la medesima attitudine, cominciava a parlare, da -prima lentamente, e quindi gradatamente accelerando, come sotto -l'urgenza di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non era che un -miscuglio tumultuario di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi -appresi, che ora per un inconsciente meccanismo si riproducevano, -frammentandosi o combinandosi senza legge. Le native forme dialettali -s'innestavano alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del -linguaggio biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi -accordi di suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della -voce, ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e -discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero -dell'ora, tutto concorreva a soggiogare li animi delle astanti. - -Li effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità periodica. -Su 'l vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le monache -facevano cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione sacra -incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica, i preludi -vaghi dell'organo rapivano li animi delle religiose in una sfera -superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole dall'alto, dando -un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza all'apparenza delle -cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione nell'inferma diveniva -più profonda; le braccia le si distendevano così che nei polsi -scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno stromento. -Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le braccia su -'l petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi d'un -battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora lugubre, -ora quasi canora, il più delle volte incomprensibile. - -Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si -presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, -lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E -allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra -sofferenze atroci, con le membra rese inerti dalli spasimi articolari. -Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava che di pane -molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, su 'l petto, una -gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini, di corone; -parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi capelli -cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi giumenti -che stanno per morire. - -Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le -suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi la -testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel -verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a -poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nella conscienza. La -testuggine si perse tra i cespi dei timi. - -Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna come -una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama li -eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e circondavano -di venerazione e di cure l'idiota. - -Nell'estate del 1881 alcune sincopi precedettero la morte. Consunto dal -marasmo, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano. Lente -deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori grossi -come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca. - -La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della terra -scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono, altri -furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono e -s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con grida, -con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì fuori -delle porte, e si raunò su 'l piano di San Rocco, temendo maggiori -pericoli. Le monache, prese dal pánico, infransero la clausura; -irruppero sulla via, scarmigliate, cercando la salvezza. Quattro di loro -portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il -popolo incolume. - -Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono, -poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in -torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne -stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste -tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore -i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per la -salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e di -bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane, -giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e bestie, -nel frangente si accomunavano. - -Anna, adagiata su 'l suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte, -si rammaricava con un balbettío fievole, perchè non voleva morire senza -i sacramenti; e le monache d'in torno le davano conforto; e li astanti -la guardavano con pietà. Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si -sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo. Le -speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell'aria. Come da -lungi vibrò un luccichío, le donne s'inginocchiarono; e con i capelli -disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in contro -al luccichío, salmodiando. - -Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì -l'annunzio; e forse in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente, -poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune -bolle di saliva le apparvero su le labbra; un'ondulazione brusca le -corse e ricorse, visibile, la parte inferiore del corpo; su li occhi le -palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le si -ritrasse nelle spalle. Ed ella così alfine spirò. - -Quando il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì -nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa, -secondo il costume, una banderuola di metallo. - - - - - - - L'IDILLIO DELLA VEDOVA. - - - -Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia -coperta d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto, -quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il -fratello del morto ai due lati. - -Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di -carnagione chiara, con la fronte un po' bassa, le sopracciglia -lungamente arcuate, li occhi grigi e larghi e nell'iride variegati come -agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva -la nuca e le tempie e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In -tutta la persona le splendeva una certa nitidezza di sanità e quella -vivace freschezza che danno alla cute femminile le lavande d'acqua -ghiaccia abituali. Un profumo allettante le emanava dalle vesti. - - -Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro, -con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno -sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti -e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e li occhi suoi -giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi. - -Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita un rosario di vetro, -l'altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza -che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della -morte. - -Emidio disse, con un lungo respiro: - -"Fa caldo, stanotte." - -Rosa sollevò li occhi, per assentire. - -Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti della -fiammella che ardeva nell'olio d'una lampada di ottone. Le ombre si -raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di -intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane -restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si -movevano come per un fiato. Su 'l candore del letto il corpo di Biagio -pareva dormire. - -Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la -testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di -sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa. - -Emidio, dopo un poco, domandò: - -"A che ora verranno a prenderlo, domani?" - -Ella rispose, nel natural suono della sua voce: - -"Alle dieci, con la congregazione del Sacramento." - -Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo -delle rane, giungevano a quando a quando li odori delle erbe. Nella -tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio roco escir dal -cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per -allontanarsi. - -"Non abbiate paura, Rosa. Sono umori," disse il cognato, tendendole la -mano per rassicurarla. - -Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva -li orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglíi si -prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la -bocca. - -"Non è nulla, Rosa. Quietatevi," soggiunse il cognato, accennandole di -sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami. -Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento. -Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano. - -Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza. - -"Fanno le trebbie di notte, al lume della luna," disse la donna, volendo -parlare per ingannar la paura o la stanchezza. - -Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto -ora cominciava a darle un senso vago d'inquietudine. - -Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti -d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un -ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà. - - ---- - -Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina -solatía, al quadrivio. Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un muro -alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i -parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del -sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi. -Alla primavera tutti li alberi fiorivano in comunione di letizia; e le -cupole argentee o rosee o violacee s'incurvavano sul cielo coronando il -muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria e facevano insieme un -ronzío sonnifero come d'api mellificanti. - -Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa in quel tempo soleva -cantare. - -La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone -dei fiori. - -Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto. -Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa -furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo di pane, e camminava -lungo il muro, nell'ultimo solco del grano, fin che non giungeva al -luogo della beatitudine. - -Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava -a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello -aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco -sapore di farina. Per un singolar fenomeno, la voluttà -dell'alimentazione e la voluttà dell'udito nel convalescente si -confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa. -Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano -all'aria quasi la cordial saporita del vino, anche la voce femminile -diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento -fisico ch'egli assimilava. - - -Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la -guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una -virtù di fascinazione sensuale. - -Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne -grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitari amori -d'adolescenza. - -Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie -riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume. - -La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i -canneti fioriti. - -Nel bosco la merenda fu fatta sull'erba, in una radura circolare -limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena di -certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là -nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la -riviera in basso pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una pura -trasparenza ove le piante acquatiche dormivano. - -Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero -distesi supini. - -Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e cominciarono -a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli. - -Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti -nel passaggio, morsicchiava li steli amari, rovesciava la testa in -dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di -tartaruga le scivolò dai capelli che d'un tratto le si diffusero su le -spalle con una stupenda ricchezza. - -Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi, -le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le -mani, gridava tra le risa: - -"Ahi! Ahi!" - -Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e -sentendosi impallidire e temendo di tradirsi. - -Ella distaccò con l'unghie da un tronco una lunga spirale d'edere, se -l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la -ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune -rossastre, mal contenute rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese: - -"Così vi piaccio?" - -Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere. - - -"Ah, non va bene! Siete forse muto?" - -Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d'un -riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto alli occhi per -l'angoscia di non poter trovare una parola sola. - -Seguitarono a camminare. In un punto una alberella abbattuta impediva il -passaggio. Emidio con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di -sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono. - -Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di -pietra rettangolari. Li alberi densi formavano in torno e sopra il pozzo -una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda, quasi umida. La vôlta -vegetale si rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva a metà -dei parapetti di mattone. - -Rosa disse, distendendo le braccia: - -"Come si sta bene qui!" - -Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma, con un'attitudine di -grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita, e le -imperlavano la veste. - -Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua, e -l'offerse al compagno lusinghevolmente: - -"Bevete!" - - -"Non ho sete," balbettò Emidio istupidito. - -Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una -smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini -asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e -scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno -sguardo singolare: - -"Dunque? Andiamo." - -Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in -silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di -raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva in -torno a loro. - -Alcuni giorni dopo, Emidio partiva. - -Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa. - -Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova -cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l'_Epitome historiæ -sacræ_, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi -vicini, nascosti dai leggíi aperti, si davano fra loro a pratiche -oscene, egli aveva chiusa la faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad -immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine -sonavano, egli dietro l'invocazione alla _Rosa mystica_ era fuggito -lontano. - - -E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco -gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere -indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli -si offriva, allora lo tormentarono stranamente. - -Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era -passato inconsapevole a canto a una grande gioia? - -E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più -incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con -maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della -vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo -immedicabile, e dinanzi alla irremediabilità della cosa egli fu preso da -uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine. - --- Dunque egli non aveva saputo! -- - - ---- - -Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza. Di tra le stecche -delle persiane chiuse entravano soffi di vento meno lievi, e facevano un -poco inarcare le tende. - -Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva di tanto in tanto le -palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente. - - -"Siete stanca?" chiese con molta dolcezza il cherico. - -"Io, no," rispose la donna, riprendendo li spiriti, ed ergendosi su la -vita. - -Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la -testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo, -dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così -ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno -e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera. - --- S'io la baciassi? -- pensò Emidio, per una suggestione improvvisa -della carne guardando l'assopita. - -Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con una certa -solennità di cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza -le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il -plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a -vincere l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra li -intervalli del legno. - -Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la -linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la -mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, solcata di trame -livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano, -nell'incoscienza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la -parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La -reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè -il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena -sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco, quasi come -una foglia di viola nel latte. - -Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero il peso. Egli frenava il -respiro per tema di destare la dormiente, e un'angoscia enorme -l'opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie, che -pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a -poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza -invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere -segnavano di voluttà, aspirando quell'alito caldo e l'odor dei capelli. - -Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla -tentazione, egli baciò la donna in bocca. - -Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì li occhi stupefatti in -faccia al cognato, divenne pallida pallida. - -Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con il -busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti, -muta, quasi immobile. - -Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come -prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in un'incertezza -penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro -coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue -rivolsero l'attenzione alle cose esteriori, in quest'operazione dello -spirito mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi pure con -l'attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li -conquistava. - -I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano per l'aria -lunghissimamente, e s'ammolivano lusinghevolmente di risposta in -risposta. Le voci maschili e le voci femminili facevano un componimento -amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando -una nota unica, in torno a cui li accordi concorrevano come onde in -torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul -principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una -chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano -li urti misurati delle trebbio in sul terreno. - -I due ascoltavano. - - -Forse per una vicenda del vento, ora li odori non erano più li stessi. -Veniva, forse dalla collina d'Orlando, il profumo dei limoni, così -possente e così dolce e così sottilmente instigatore. Forse dai giardini -di Scalia originavano i profumi delle rose, i profumi zuccherini che -davano all'aria il sapore d'un'essenza aromale. Montavano forse dal -padùle della Farnia le fragranze umide dei gigli fiorentini, che -respirate deliziavano come un sorso d'acqua. - -I due rimanevano ancora taciturni, sul cassone, immobili, oppressi dalla -voluttà della notte lunare. Dinanzi a loro la fiammella della lampada -oscillava rapidamente, e curvavasi fino a lambire l'esilissimo cerchio -d'olio, sul quale ancora galleggiava alimentandosi. Come la fiammella -ebbe un primo stridore, i due si volsero; e stettero così, ansiosi, con -li occhi dilatati e fissi, a guardare la fiammella che finiva di beversi -le ultime stille. D'improvviso la fiammella si spense. Allora, tutt'a un -tratto, con un'avidità concorde, nel tempo medesimo, essi si strinsero -l'uno all'altra, si allacciarono, si cercarono con la bocca, -perdutamente, ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze. - - - - - - - LA SIESTA. - - - - - - I. - - - -Donna Laura Albónico stava nel giardino, sotto la pergola, prendendo il -fresco all'ora meridiana. - -La villa taceva, tutta grigia, con le persiane chiuse tra le piante -delli agrumi. Il sole raggiava un calore e un fulgore immensi. Era la -metà di giugno; e i profumi delli aranci e dei limoni fioriti si -mescolavano all'odor delle rose, nell'aria tranquilla. Le rose -crescevano da per tutto, nel giardino, con una forza indomabile. Le -masse magnifiche delle rose bianche si movevano, lungo i viali, ad ogni -soffio di vento, coprendo il terreno con l'abbondanza della loro neve -odorante. In certi momenti l'aria, pregna dell'aroma, aveva un sapore -dolce e possente come quello di un vino prelibato. Le fontane, -invisibili tra la verzura, mormoravano. A tratti, la cima mobile -scintillante delli zampilli appariva fuor del fogliame, scompariva, -riappariva, con vari giochi; e alcuni zampilli bassi producevano nei -fiori e nelle erbe un fruscio e uno scompiglio singolari, sembrando -bestie vive che vi corressero a traverso o vi pascolassero o vi -scavassero tane. Li uccelli, invisibili, cantavano. - -Donna Laura, seduta sotto la pergola, meditava. - -Ella era una donna già vecchia. Aveva il profilo fine e signorile; il -naso lungo, lievemente aquilino, la fronte un po' troppo ampia, la bocca -perfetta, ancora fresca, piena di benignità. I capelli, tutti bianchi, -le si piegavano su le tempie e le facevano intorno al capo una specie di -corona. Doveva essere stata molto bella, nella gioventù, ed amabile. - -Era venuta da due soli giorni in quella casa solitaria, col marito e con -pochi servi. Aveva rinunziato alla villa magnatizia che sorgeva, sopra -un colle del Piemonte, abituale soggiorno estivo; aveva rinunziato al -mare, per quella campagna deserta e quasi arida. - -"Ti prego, andiamo a Penti," aveva detto al marito. - -Il barone settuagenario era rimasto da prima un po' sorpreso e -stupefatto, a quello strano desiderio della moglie. - - -"Perchè a Penti? Che s'andava a fare a Penti?" - -"Ti prego, andiamo. Per mutare," aveva insistito Donna Laura. - -Il barone, come sempre, s'era lasciato persuadere. - -"Andiamo." - -Ora, Donna Laura custodiva un segreto. - -Nella giovinezza, la sua vita era stata attraversata da una passione. A -diciotto anni aveva sposato il barone Albónico, per ragioni di -convenienza familiare. Il barone militava sotto il primo Napoleone, con -molta prodezza; egli stava quasi sempre assente dalla sua casa, poichè -seguiva ovunque il volo delle aquile imperiali. In una di quelle lunghe -assenze, il marchese di Fontanella, un giovine signore che aveva moglie -e figliuoli, fu preso d'amore per Donna Laura; e, come egli era -bellissimo ed ardente, vinse alfine ogni resistenza dell'amata. - -Allora pe' i due amanti una stagione, passò nella felicità più dolce. -Essi vivevano nell'oblio di tutte le cose. - -Ma un giorno Donna Laura s'accorse d'essere incinta; pianse, si disperò, -rimase in una terribile angoscia, non sapendo che risolvere, come -salvarsi. Per consiglio del marchese di Fontanella, partì alla volta -della Francia; si nascose in un piccolo paese della Provenza, in una di -quelle terre solatie piene di verzieri, dove le donne parlano l'idioma -dei trovatori. - -Abitava una casa di campagna, circondata da un grande orto. Li alberi -fiorivano: era la primavera. Fra i terrori e le nere malinconie, ella -aveva intervalli d'una indefinita dolcezza. Passava lunghe ore seduta -all'ombra, in una specie d'inconscienza, mentre il sentimento vago della -maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori in -torno a lei emanavano un profumo acuto: leggiere nausee le salivano alla -gola e le mettevano per tutte le membra una lassitudine immensa. Che -giorni indimenticabili! - -E, quando il momento solenne si avvicinava, giunse, desiderato, -Fontanella. La povera donna soffriva. Egli le stava a canto, pallido in -viso, parlando poco, baciandole spesso le mani. Ella partorì di notte; -gridava, fra li spasimi; si afferrava convulsamente alla lettiera; -credeva di morire. I primi vagiti dell'infante la gittarono in una -stupefazione di gioia. Ella, supina, con la testa un po' arrovesciata -oltre i guanciali, bianca bianca, senza più voce, senza più forza per -tenere aperte le palpebre, agitava dinanzi a sè le mani esangui, -debolmente, in certi piccoli movimenti vaghi, come fanno talvolta i -moribondi verso la luce. - -Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel medesimo letto, -sotto la medesima coperta, il bambino. Era un essere fragile, molle, un -po' rossiccio, che vibrava d'una palpitazione incessante, di una vita -palese, e in cui le forme umane non avevano certezza. Li occhi stavano -ancora chiusi, un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, -quasi un miagolio indistinto. - -La madre, rapita, non si saziava di riguardare, di toccare, di sentirsi -su la guancia l'alito filiale. Dalla finestra entrava una luce bionda e -si vedevano le terre provenzane tutte coperte di mèssi. Il giorno aveva -una specie di santità. I canti dal fromento si avvicendavano, nell'aria -quieta. - -Dopo, il bambino le fu tolto, fu nascosto, fu portato chi sa dove. Ella -non lo rivide più. Ella tornò alla sua casa; e visse col marito la vita -di tutte le donne, senza che nessun altro avvenimento sopraggiungesse a -turbarla. Non ebbe altri figliuoli. - -Ma il ricordo, ma l'adorazione ideale di quella creatura ch'ella non -vedeva più, ch'ella non sapeva più dove fosse, le occuparono l'anima per -sempre. Ella non aveva che quel pensiero; rammentava tutte le minime -particolarità di quei giorni; rivedeva chiaramente il paese, la forma di -certi alberi che stavano dinanzi alla casa, la linea d'una collina che -chiudeva l'orizzonte, il colore e i disegni del tessuto che copriva il -letto, una macchia che stava nella vôlta della stanza, un piccolo piatto -figurato su cui le portavano il bicchiere, tutto, tutto, chiaramente, -minutamente. Ad ogni momento il fantasma di quelle cose lontane le -sorgeva nella memoria, così, senza ordine, senza legame, come nei sogni. -A volte ella ne rimaneva quasi stupita. Le tornavano dinanzi, precisi e -viventi, i volti di certe persone vedute laggiù, i loro moti, un loro -gesto insignificante, una loro attitudine, un loro sguardo. Le pareva di -avere nelli orecchi il vagito della creatura, di toccare le mani -esilissime, rosee, molli, quelle manine che forse erano la sola parte -già tutta formata perfettamente, simile alla miniatura d'una mano -d'uomo, con le vene quasi impercettibili, con le falangi segnate di -pieghe sottili, con le unghie trasparenti, tenere, appena appena suffuse -di viola. Oh, quelle mani! Con che strano brivido la madre pensava alla -loro carezza inconsciente! Come ne sentiva l'odore, l'odore singolare -che ricorda quello dei colombi nella prima piuma! - - -Così Donna Laura, chiusa in questa specie di mondo interiore che ogni -giorno più assumeva le apparenze della vita, passò li anni, molti anni, -sino alla vecchiezza. Tante volte aveva chiesto all'antico amante -notizie del figliuolo. Ella avrebbe voluto rivederlo, sapere il suo -stato. - -"Ditemi dov'è, almeno. Vi prego." - -Il marchese, temendo un'imprudenza, si rifiutava. -- Ella non doveva -vederlo. Ella non avrebbe saputo contenersi. Il figlio avrebbe -indovinato tutto; si sarebbe valso del segreto per i suoi fini; avrebbe -forse rivelato ogni cosa.... No, no, ella non doveva vederlo. - -Donna Laura, dinanzi a queste argomentazioni d'uomo pratico, rimaneva -smarrita. Ella non sapeva imaginarsi che la sua creatura fosse -cresciuta, fosse già adulta, fosse già presso al limitare della -vecchiaia. Oramai erano passati circa quarant'anni dal giorno della -nascita; eppure ella nel suo pensiero non vedeva che un bambino, roseo, -con li occhi ancora chiusi. - -Ma il marchese di Fontanella venne a morire. - -Quando Donna Laura seppe la malattia del vecchio, fu presa da -un'angoscia così penosa che una sera, non potendo più resistere allo -spasimo, uscì sola, si diresse verso la casa dell'infermo, perchè un -pensiero tenace la sospingeva, il pensiero del figlio. Prima che il -vecchio morisse, ella voleva conoscere il segreto. - -Camminò lungo i muri, tutta raccolta, come per non farsi vedere. Le -strade erano piene di gente; l'ultimo chiarore del tramonto faceva rosee -le case; tra una casa e l'altra un giardino appariva tutto violaceo di -lilla in fiore. Voli di rondini, rapidi e circolari, s'intrecciavano nel -cielo luminoso. Frotte di bambini passavano a corsa, con grida e con -richiami. Talvolta passava una femmina incinta, a braccio del marito; e -l'ombra della sua gonfiezza si disegnava su 'l muro. - -Donna Laura pareva incalzata da tutta quella gioconda vitalità delle -cose e delle persone. Ella affrettava il passo, fuggiva. Li splendori -vari delle vetrine, delle botteghe aperte, dei caffè le davano alli -occhi un senso acuto di dolore. A poco a poco una specie di stordimento -le occupava la testa; una specie di sbigottimento le prendeva lo -spirito. -- Che faceva? Dove andava? -- In quel disordine della -conscienza, le pareva quasi di commettere una colpa; le pareva che tutti -la guardassero, la indagassero, indovinassero il suo pensiero. - -Ora la città s'invermigliava alli ultimi rossori del sole. Qua e là, -dentro le cantine, i cori del vino si levavano. - - -Come Donna Laura giunse alla porta, non ebbe forza di entrare. Passò -oltre, fece venti passi; poi ritornò in dietro, ripassò. Finalmente -varcò la soglia, salì le scale; si fermò, sfinita, nell'anticamera. - -Nella casa c'era quell'animazione silenziosa di cui i familiari -circondano il letto di un infermo. I domestici camminavano in punta dì -piedi, portando qualche cosa fra le mani. Avvenivano dialoghi a bassa -voce, nel corridoio. Un signore calvo, tutto vestito di nero, attraversò -la sala, s'inchinò a Donna Laura, ed uscì. - -Donna Laura chiese a un domestico, con la voce omai ferma: - -"La marchesa?" - -Il domestico indicò rispettosamente col gesto un'altra stanza a Donna -Laura. Quindi corse ad annunziare la visita. - -La marchesa apparve. Era una signora piuttosto pingue, con i capelli -grigi. Aveva li occhi pieni di lacrime. Aperse le braccia all'amica, -senza parlare, soffocata da un singulto. - -Dopo un poco, Donna Laura chiese, non alzando li occhi: - -"Si può vedere?" - -Profferite le parole, strinse le mascelle per reprimere un tremito -violento. - - -La marchesa disse: - -"Vieni." - -Le due donne entrarono nella stanza dell'infermo. La luce ivi era mite; -l'odore di un farmaco, un odore singolare, empiva l'aria; li oggetti -segnavano grandi e strane ombre. Il marchese di Fontanella, disteso nel -letto, pallido, pieno di rughe, sorrise a Donna Laura, vedendola. Disse -lentamente: - -"Grazie, baronessa." - -E le tese la mano ch'era umidiccia e tiepida. - -Egli pareva aver ripreso li spiriti d'un tratto, per uno sforzo di -volontà. Parlò di varie cose, curando le parole, come quando stava sano. - -Ma Donna Laura, dall'ombra, lo fissava con uno sguardo così ardente di -supplicazione che egli, indovinando, si volse alla moglie. - -"Giovanna, ti prego, preparami tu la pozione, come stamattina." - -La marchesa chiese licenza, ed uscì, inconsapevole. Nel silenzio della -casa si udirono i passi di lei allontanarsi su i tappeti. - -Allora Donna Laura, con un moto indescrivibile, si chinò su 'l vecchio, -gli prese le mani, gli strappò le parole con li occhi. - -"A Penti.... Luca Marino.... ha moglie, figli.... una casa.... Non lo -vedere! Non lo vedere!" balbettò il vecchio, a fatica, preso quasi da un -terrore che gli dilatava le pupille. "A Penti.... Luca Marino.... Non ti -svelare.... mai!..." - -Già la marchesa veniva, con il medicamento. - -Donna Laura sedette; si contenne. L'infermo bevve; e i sorsi scendevano -nella gola con un gorgoglio, a uno a uno, distinti, regolari. - -Poi successe un silenzio. E l'infermo parve preso da sopore: tutta la -faccia gli si fece più cava; ombre più profonde, quasi nere, gli -occuparono le occhiaie, le guance, le narici, la gola. - -Donna Laura si accommiatò dall'amica; se ne andò, trattenendo il -respiro, pianamente. - - - - - II. - - - -Tutte queste vicende ripensava la vecchia signora, sotto la pergola, nel -giardino tranquillo. Che cosa ora dunque la tratteneva dal rivedere il -figlio? Ella avrebbe avuto la forza di reprimersi; ella non si sarebbe -svelata, no. Le bastava di rivederlo, il figlio suo, quello ch'ella -aveva tenuto sulle braccia un giorno solo, tanti anni a dietro, tanti, -tanti anni! Era cresciuto? Era grande? Era forte? Era bello? Com'era? - - -E mentre così interrogava sè stessa, nel fondo del suo spirito ella non -giungeva a raffigurarsi l'uomo. Sempre in lei l'imagine dell'infante -persisteva, si sovrapponeva ad ogni altra imagine, vinceva con la nitida -chiarezza delle sue forme ogni altra forma fantastica che tentasse di -sorgere. Ella non preparava l'animo, si abbandonava debolmente al -sentimento indeterminato. Il senso della realtà in quel momento le -mancava. - --- Io lo vedrò! Io lo vedrò! -- ripeteva in sè stessa, inebriandosi. - -Le cose in torno tacevano. Il vento faceva incurvare i roseti che, -passato il soffio, seguitavano a muoversi pesantemente. Li zampilli -scintillavano e guizzavano, tra il verde, come stocchi. - -Donna Laura stette un poco in ascolto. Dal silenzio sorgeva non so qual -grandezza che le infuse nell'animo quasi uno sgomento. Ella esitò. Poi -si mise pe 'l viale, da prima con passi rapidi; giunse al cancello tutto -abbracciato dalle piante e dai fiori; sostò, per guardarsi in dietro: -aprì. Dinanzi a lei la campagna si stendeva deserta sotto il meriggio. -Le case di Penti in lontananza biancheggiavano su l'azzurro del cielo, -con un campanile, con una cupola, con due o tre pini. Il fiume si -svolgeva nella pianura, tortuoso e lucentissimo, toccando le case. - - -Donna Laura pensò: -- Egli è là. -- E tutte le sue fibre di madre -vibrarono. Animata, riprese a camminare, guardando dinanzi a sè con li -occhi che il sole fastidiva, non curando il calore. A un certo punto -della strada cominciarono li alberi, magri pioppetti tutti canori di -cicale. Due femmine scalze, ciascuna con un cesto su 'l capo, venivano -incontro. - -"Sapete la casa di Luca Marino?" chiese la signora, presa da una voglia -irresistibile di pronunziare quel nome a voce alta, liberamente. - -Le femmine la guardarono, stupefatte, soffermandosi. - -Una rispose, con semplicità: - -"Noi non siamo di Penti." - -Donna Laura, malcontenta, seguitò la via, provando già un poco di -stanchezza nelle povere membra senili. Li occhi, offesi dalla luce -intensa, le facevano vedere alcune mobili macchie rosse nell'aria. Un -leggero principio di vertigine le turbava il cervello. - -Penti si avvicinava sempre più. I primi tuguri apparvero tra molte -piante di girasoli. Una femmina, mostruosa per l'adipe, stava seduta -sopra una soglia; ed aveva su quel gran corpo una testa infantile, li -occhi dolci, i denti schietti, il sorriso placidissimo. - - -"O signora, dove andate?" chiese la femmina, con un accento ingenuo di -curiosità. - -Donna Laura si accostò. Aveva il volto tutto infiammato e la -respirazione corta. Le forze erano per mancarle. - -"Mio Dio! Oh mio Dio!" gemeva ella, reggendosi le tempie con le palme. -"Oh mio Dio!" - -"Signora, riposatevi," diceva la femmina ospitale, invitandola ad -entrare. - -La casa era bassa ed oscura; ed aveva quell'odor particolare che hanno -tutti i luoghi dove molta gente agglomerata vive. Tre o quattro bambini -nudi, anch'essi col ventre così gonfio che parevano idropici, si -trascinavano su 'l suolo, borbottando, brancicando, portando alla bocca -per istinto qualunque cosa capitasse loro sotto le mani. - -Mentre Donna Laura seduta riprendeva le forze, la femmina parlava -oziosamente, tenendo fra le braccia un quinto bambino, tutto coperto di -croste nerastre tra mezzo a cui si aprivano due grandi occhi, puri ed -azzurri, come due fiori miracolosi. - -Donna Laura domandò: - -"Qual è la casa di Luca Marino?" - -L'ospite co 'l gesto indicò una casa rossiccia, all'estremità del paese, -in vicinanza del fiume, circondata quasi da un colonnato di alti pioppi. - - -"È quella. Perchè?" - -La vecchia signora si sporse per guardare. - -Li occhi le dolevano, feriti dalla luce solare, e le palpebre le -battevano forte. Ma ella stette qualche minuto in quell'attitudine, -respirando con fatica, senza rispondere, quasi soffocata da una -sollevazione di sentimento materno. -- Quella dunque era la casa del suo -figliuolo? -- Subitamente, per una involontaria operazion dello spirito, -le apparvero dinanzi l'interno della stanza lontana, il paese di -Provenza, le persone, le cose, come nel bagliore di un lampo, ma -evidenti, nettissimi. Ella si lasciò ricadere su la sedia, e rimase -muta, confusa, in una specie di ottusità fisica proveniente forse -dall'azione del sole. Nelli orecchi aveva un ronzio continuo. - -Disse l'ospite: - -"Volete passare il fiume?" - -Donna Laura fece un cenno inconsciente, incantata da un turbinio di -circoli rossi che gli si producevano nella retina. - -"Luca Marino porta uomini e bestie da una riva all'altra. Ha una barca e -una chiatta," seguitò l'ospite. "Se no, bisogna andare fino a Prezzi a -cercare il guado. È tant'anni che fa il mestiere! È sicurissimo, -signora." - - -Donna Laura ora ascoltava, facendo uno sforzo per raccogliere tutte le -sue facoltà sensorie che si disperdevano. Ma pure, dinanzi a quelle -novelle del figliuolo, restava smarrita; quasi non comprendeva. - -"Luca non è del paese," riprese la femmina grassa, trascinata dalla -nativa loquacità. "L'hanno allevato i Marino che non avevano figliuoli. -E un signore, non di qui, gli ha dotata la moglie. Ora vive bene; -lavora; ma ha il vizio del vino." - -La femmina diceva queste cose ed altre, con semplicità grande, senza -malizia per l'origine sconosciuta di Luca. - -"Addio, addio," fece Donna Laura, levandosi, presa da un vigore -fittizio. "Grazie, buona donna." - -Porse a uno dei bimbi una moneta: ed uscì alla luce. - -"Per quella viottola!" le gridò dietro, indicando, l'ospite. - -Donna Laura seguì la viottola. Un gran silenzio regnava intorno, e nel -silenzio le cicale cantavano a distesa. Alcuni gruppi d'olivi contorti e -nodosi sorgevano dal terreno disseccato. Il fiume, a sinistra, brillava. - -"Ooh, La Martinaaa!" chiamò una voce, in lontananza, dalla parte del -fiume. - - -Quella voce umana d'improvviso fece a Donna Laura un'impressione -singolare. Ella guardò. Su 'l fiume navigava una barca, a pena visibile -tra il vapor luminoso; e un'altra barca, ma a vela, biancheggiava a -maggior distanza. Nella prima barca si scorgevano forme d'animali: erano -forse cavalli. - -"Ooh, La Martinaaa!" richiamò la voce. - -Le due barche si avvicinavano l'una all'altra. Quello era il punto delle -secche, dove i barcaiuoli pericolavano quando il carico pesava. - -Donna Laura, ferma sotto un olivo, appoggiata al tronco, seguiva con lo -sguardo la vicenda. Il cuore le palpitava con tanta violenza che le -pareva i battiti empissero tutta la campagna circostante. Il fruscio dei -rami, il canto delle cicale, il lampeggio delle acque, tutte le -sensazioni esteriori la turbavano, le mettevano nello spirito un -disordine quasi di demenza. L'accumulamento lento del sangue nel -cervello, per l'azione del sole, le dava ora una visione leggermente -rossa, un principio di vertigine. - -Le due barche, giunte a un gomito del fiume, non si videro più. - -Allora Donna Laura riprese a camminare, un po' barcollante, come -un'ebra. Le si presentò dinanzi un gruppo di case riunite in torno a una -specie di corte. Sei o sette mendicanti meriggiavano ammucchiati in un -angolo: le loro carni rossastre, maculate dalle malattie della cute, -uscivano di tra i cenci; nei loro volti deformi il sonno aveva una -pesantezza bestiale. Qualcuno dormiva bocconi, con la faccia nascosta -tra le braccia piegate a cerchio. Qualche altro dormiva supino, con le -braccia aperte, nell'attitudine del Cristo crocifisso. Un nuvolo di -mosche turbinava e ronzava su quelle povere carcasse umane, denso e -laborioso, come sopra un cumulo di fimo. Dalle porte socchiuse veniva un -romore di telai. - -Donna Laura attraversò la piazzetta. Il suono de' suoi passi su le -pietre fece risvegliare un mendicante che si levò su i gomiti e, tenendo -li occhi ancora chiusi, balbettò macchinalmente: - -"La carità, per l'amore di Dio!" - -A quella voce tutti i mendicanti si risvegliarono, e tutti sorsero. - -"La carità, per l'amore di Dio!" - -"La carità, per l'amore di Dio!" - -La torma cenciosa si mise a seguitare la passante, chiedendo -l'elemosina, tendendo le mani. Uno era storpio e camminava a piccoli -salti, come una scimmia ferita. Un altro si trascinava su 'l sedere -puntellandosi con ambo le braccia, come fanno con le zampe le locuste, -poichè aveva tutta la parte inferiore del corpo morta. Un altro aveva un -gran gozzo paonazzo e rugoso che ad ogni passo ondeggiava come una -giogaia. Un altro aveva un braccio ritorto come una grossa radice. - -"La carità, per l'amore di Dio!" - -Le loro voci erano varie, alcune cavernose e roche, altre acute e -femminine come quelle delli evirati. Ripetevano sempre le stesse parole, -con lo stesso accento, in un modo accorante. - -"La carità, per l'amore di Dio!" - -Donna Laura, così inseguita da quella gente mostruosa, provava una -voglia istintiva di fuggire, di salvarsi. Uno sbigottimento cieco la -teneva. Avrebbe forse gridato, se avesse avuta la voce nella gola. I -mendicanti le instavano da presso, le toccavano le braccia, con le mani -tese. Volevano l'elemosina, tutti. - -La vecchia signora si cercò nella veste, prese delle monete, le lasciò -cadere dietro di sè. Li affamati si fermarono, si gittarono avidamente -su le monete, lottando, stramazzando sul terreno, dando calci, -calpestandosi. Bestemmiavano. - -Tre rimasero con le mani vuote; e ripresero a seguitare la vecchia -incattiviti. - -"Noi non l'abbiamo avuta! Noi non l'abbiamo avuta!" - - -Donna Laura, disperata per quella persecuzione, diede altre monete, -senza volgersi. La lotta fu tra lo storpio e il gozzuto. Ambedue -presero. Ma un povero epilettico idiota, che tutti opprimevano e -dileggiavano, non ebbe nulla; e si mise a piagnucolare, leccandosi le -lacrime e il moccio che gli colava dal naso, con un verso ridicolo: - -"Ahu, ahu, ahuuu!" - - - - - III. - - - -Donna Laura infine era giunta alla casa dei pioppi. - -Ella si sentiva sfinita: le si offuscava la vista, le tempie le -battevano forte, la lingua le ardeva; le gambe sotto le si piegavano. -Dinanzi a lei, un cancello stava aperto. Ella entrò. - -L'aia circolare era limitata da pioppi altissimi. Due delli alberi -sostenevano un cumulo di paglia di fromento, tra mezzo a cui uscivano i -rami fronzuti. Poichè in giro l'erba cresceva, due vacche falbe vi -pascolavano pacificamente battendosi con la coda i fianchi nutriti; e -tra le gambe a loro penzolavano le mammelle gonfie di latte, colorite -come frutti succulenti. Molti arnesi di agricoltura stavano sparsi pe 'l -suolo. Le cicale, in su li alberi, cantavano. Nel mezzo, tre o quattro -cuccioli giocavano abbaiando verso le vacche o inseguendo le galline. - -"O signora, che cerchi?" chiese un vecchio, uscendo dalla casa. "Vuoi -_passare_?" - -Il vecchio, calvo, con la barba rasa, teneva tutto il corpo in avanti su -le gambe inarcate. Le sue membra erano deformate dalle rudi fatiche, -dall'opera dell'arare che fa sorgere la spalla sinistra e torcere il -busto, dall'opera del falciare che fa tenere le ginocchia discoste, -dall'opera del potare che curva in due la persona, da tutte le opere -lente e pazienti della coltivazione. Egli, dicendo l'ultima parola, -accennava al fiume. - -"Sì, sì," rispose Donna Laura non sapendo che dire, non sapendo che -fare, smarrita. - -"Allora vieni. Ecco Luca che torna," soggiunse il vecchio, volgendosi al -fiume dove navigava a forza di pertiche una chiatta carica di pecore. - -Egli condusse la passeggiera, a traverso un orto irrigato, fin sotto a -una pergola dove altri passeggieri attendevano. Camminando innanzi, egli -lodava le verzure e faceva pronostici, per consuetudine di agricoltore -invecchiato tra le cose della terra. - -Volgendosi a un tratto, poichè la signora restava muta come se non -udisse, vide che ella aveva li occhi pieni di lacrime. - -"Perchè piangi, signora?" le chiese con la stessa tranquillità con cui -parlava delle verzure. "Ti senti male?" - -"No, no.... niente...." mormorò Donna Laura che si sentiva morire. - -Il vecchio non disse altro. Egli era così indurato alla vita, che i -dolori altrui non lo commovevano. Egli vedeva tutti i giorni, tanta -gente diversa _passare_! - -"Siedi," fece, come giunse alla pergola. - -Là tre uomini della campagna attendevano, uomini giovani, carichi di -fardelli. Tutt'e tre fumavano in grosse pipe, mettendo nel fumare una -attenzione profonda, come per gustarne intera la voluttà, secondo il -costume della gente campestre nei rari diletti. Ad intervalli, dicevano -quelle lunghe cose insignificanti che l'agricoltore ripete senza fine e -che appagano lo spirito di lui tardo ed angusto. - -Guardarono un poco, stupefatti, Donna Laura. Poi ripresero la loro -impassibilità. - -Uno di loro avvertì, tranquillamente: - -"Ecco la chiatta." - -Un altro aggiunse: - - -"Porta le pecore di Bidena." - -Il terzo: - -"Saranno quindici." - -E si levarono, insieme, intascando le pipe. - -Donna Laura era caduta in una specie di stupidimento inerte. Le lacrime -le si erano fermate su i cigli. Ella avea perduto il senso della -realità. Dov'era? Che faceva? - -La chiatta urtò leggermente contro la riva. Le pecore, strette le une -contro le altre, belavano intimidite dall'acqua. Il conduttore, il -traghettatore ed il figlio le aiutavano a discendere a terra. Le pecore, -appena discese, facevano una piccola corsa; poi si fermavano, si -riunivano e si mettevano a belare ancora. Due o tre agnelli saltellavano -su le gambe lunghe e deformi, tentando i capezzoli materni. - -Compiuta la bisogna, Luca Marino fermò la chiatta. Poi a grandi passi -lenti salì la riva, verso l'orto. Era un uomo di quarant'anni circa, -alto, magro, con la faccia rossiccia, calvo alle tempie. Aveva baffi di -colore incerto e una manata di peli sparsa disugualmente per il mento e -per le guance; l'occhio un po' torbido, senza alcuna vivacità -d'intelligenza, venato di sanguigno, come quello dei bevitori. La -camicia aperta lasciava vedere il petto velloso; un berretto carico -d'untume copriva la testa. - -"Ahuf!" esclamò egli d'un tratto, in faccia alla pergola, fermandosi su -le gambe, aperte e nettandosi con le dita la fronte stillante di sudore. - -Passò dinanzi ai passeggieri, senza guardarli. In tutti i suoi gesti e -in tutte le sue attitudini era incomposto e quasi brutale. Le mani, -enormi, gonfie di vene sul dorso, le mani avvezze al remo parevano -essergli d'impaccio. Egli le teneva penzoloni lungo i fianchi e le -dondolava camminando. - -"Ahuf! Che sete!..." - -Donna Laura stava come impietrita, senza più parole, senza più -conscienza, senza più volontà. - -Quello era il suo figliuolo! Quello era il suo figliuolo! - -Una femmina gravida, che aveva già una figura senile, disfatta dal -lavoro e dalla fecondità, venne a porgere al marito assetato un boccale -di vino. L'uomo bevve d'un fiato. Poi si asciugò le labbra col dorso -della mano e fece schioccare la lingua. Disse, bruscamente, come se la -nuova fatica gli fosse dura: - -"Andiamo." - -Insieme co 'l primogenito, ch'era un grosso fanciullo di quindici anni, -preparò il legno; mise tra il bordo e la riva due tavole per rendere -agevole ai passeggieri l'imbarco. - -"Perchè non monti, signora?" fece il vecchio di dianzi, vedendo che -Donna Laura non si moveva e non parlava. - -Donna Laura si levò, macchinalmente, e seguì il vecchio che le diede -aiuto nel salire. Perchè saliva ella? Perchè passava il fiume? Non -pensò; non giudicò l'atto. Il suo spirito, così colpito, rimaneva ora -inerte, quasi immobile in un punto. -- Quello era il figlio. -- E a poco -a poco ella sentiva in se qualche cosa estinguersi, vanire: sentiva -nella mente a poco a poco farsi una gran vacuità. Non comprendeva più -niente. Vedeva, udiva, come in un sogno. - -Quando il primogenito di Luca venne a lei per chiedere la mercè del -traghetto, prima che la barca si staccasse dalla riva, ella non intese. -Il fanciullo scoteva nel concavo delle mani le monete ricevute da uno -dei passeggieri; e ripeteva la domanda a voce più alta, credendo che la -signora fosse sorda per la vecchiezza. - -Ella come vide li altri due uomini mettere la mano in tasca e pagare; -imitò quell'atto, risovvenendosi. Ma diede un maggior valore. - -Il fanciullo volle farle intendere ch'egli non poteva renderle l'avanzo, -perchè non l'aveva. Ella ebbe un gesto inconsciente. Il fanciullo prese -tutto il danaro, con una smorfia di malizia. I presenti sorrisero, di -quel sorriso astuto che hanno li uomini campestri in conspetto di un -inganno. - -Uno disse: - -"Andiamo?" - -Luca, che fin allora stava intento a tirar l'áncora, spinse la barca che -si mosse dolcemente su l'acqua gorgogliante. La riva parve fuggire, con -le canne e con i pioppi, ed incurvarsi come una falce. Il sole -incendiava tutto il fiume, appena inclinato verso il cielo occidentale -dove sorgevano vapori violetti. Si vedeva ora su la riva un gruppo di -gente che gesticolava; ed erano i mendicanti a torno all'idiota. A -tratti, col vento giungevano anche lembi di parole e di risa simili a -un'agitazione di flutti. - -I rematori, nudi il busto, vogavano a gran forza per superare il filo -della corrente. Donna Laura vedeva il dorso di Luca, nero, dove, le -costole si disegnavano e colava a rivoli il sudore. Teneva li occhi -fissi, un po' dilatati, pieni d'ebetudine. - -Uno dei passeggieri avvertì, prendendo sotto il banco le sue robe: - -"Ci siamo." - - -Luca afferrò l'áncora e la gittò alla riva. La barca ridiscese con la -corrente per tutta la lunghezza della corda; quindi si fermò, con una -stratta. I passeggieri furono a terra, d'un salto; ed aiutarono la -vecchia signora, tranquillamente. Quindi si rimisero in cammino. - -La campagna da quella parte era coltivata a vigneti. Le viti, piccole e -magre, verdeggiavano in filari. Alcuni alberi interrompevano qua e là il -piano, con forme rotonde. - -Donna Laura si trovò sola, perduta, su quella riva senz'ombra, non -avendo più conoscenza di sè che per il battito continuo delle arterie, -per un romorío cupo ed assordante nelli orecchi. Il suolo sotto i piedi -le mancava e pareva affondarsi come fango o arena, ad ogni passo. Tutte -le cose in torno turbinavano e si dileguavano; tutte le cose, ed anche -là sua esistenza, le apparivano vagamente, lontane, dimenticate, finite -per sempre. La follia le prendeva la mente. Ella, d'un tratto, vide -uomini, case, un altro paese, un altro cielo. Urtò in un albero, cadde -su una pietra; si rialzò. E il suo povero corpo di vecchia traballava in -moti terribili e insieme grotteschi. - -Ora, i mendicanti dall'altra riva avevano eccitato per dileggio l'idiota -a passare il fiume a nuoto ed a raggiungere la donna per aver -l'elemosina. Essi l'avevano spinto nell'acqua, dopo avergli strappati i -cenci di dosso. E l'idiota nuotava come un cane, tra una pioggia di -sassate che gl'impedivano di tornare a dietro. Quelli uomini deformi -fischiavano e urlavano, prendendo diletto nella crudeltà. Essi, come la -corrente traeva l'idiota, arrancavano lungo la sponda e imperversavano. - -"Affoga! Affoga!" - -L'idiota, con sforzi disperati, prese terra. E così ignudo, poichè in -lui era morto con l'intelligenza il sentimento del pudore, si mise a -camminare verso la donna, di traverso, com'era suo costume, tendendo la -mano ad ogni tratto. - -La demente, rialzandosi, vide; e con un moto di orrore e con un grido -acutissimo si diede a correre verso il fiume. Sapeva quel che faceva? -Voleva morire? Che pensava ella, in quell'attimo? - -Giunta all'estremo limite, cadde nell'acqua. L'acqua gorgogliò, si -chiuse pienamente; e tanti circoli successivi partirono dal luogo della -caduta e si allargarono in lievi ondulazioni lucide e si dispersero. - -I mendicanti dall'altra riva gridavano verso una barca che si -allontanava: - -"Oh Lucaaa! Oh Luca Marinooo!" - - -E correvano verso la casa dei pioppi a dare la novella. - -Allora, come seppe il caso, Luca spinse la barca verso il luogo che -gl'indicavano, e chiamò La Martina che se ne veniva placidamente con il -suo legno in balia della corrente. - -Disse Luca: - -"C'è un'annegata, laggiù." - -Non si curò di raccontare il fatto o di parlare della persona, poichè -non amava le molte parole. - -I due fiumátici misero i legni a paro e remigarono con calma. - -Disse La Martina: - -"Hai tu provato il vino nuovo di Chiachiù? Ti dico!..." - -E fece un gesto che rappresentava l'eccellenza della bevanda. - -Luca rispose: - -"Non ancora." - -Disse La Martina: - -"Ne prenderesti una goccia?" - -Luca rispose: - -"Io sì." - -La Martina: - -"Dopo. Ci aspetta Jannangelo" - - -Luca: - -"Va bene." - -Giunsero al luogo. L'idiota, che poteva meglio indicare il punto, era -fuggito, e in mezzo alle vigne era stato preso da un accesso di -epilessia. All'altra riva i curiosi cominciavano a radunarsi. - -Disse Luca al compagno: - -"Tu ferma la tua barca e salta nella mia. Uno rema e l'altro cerca." - -La Martina così fece. Egli remava su e giù per una ventina di metri, e -Luca tentava il fondo del fiume con una lunga pertica. Ogni tanto Luca, -sentendo qualche resistenza, mormorava: - -"Ecco." - -Ma s'ingannava sempre. Finalmente, dopo molte ricerche. Luca disse: - -"Questa volta c'è'." - -E chinandosi e inarcando le gambe per far forza, sollevò piano piano il -peso all'estremità della pertica. I bicipiti gli tremavano. - -La Martina chiese, lasciando il remo: - -"Vuoi che t'aiuti?" - -Luca rispose: - -"Non importa." - - - - - - - LA MORTE DI SANCIO PANZA. - - - -Quando entrò Donna Letizia tenendo l'infermo su le belle braccia carnose -con un'attitudine di misericordia lacrimevole, tutte le figlie accorsero -a torno intenerite ed esalarono la gentil pietà dell'animo in querele -gemebonde. Le voci femminili risonavano così nella stanza confusamente, -tra i romori che dal traffico della strada salivano per le vetrate -aperte; e al compianto delle fanciulle si mescevano in quel punto le -interiezioni d'un cerretano magnificatore d'acque angelicali e di -polveri mirifiche. - -Il cane, su le braccia della signora, ebbe allora un lieve tremito che -gli corse per tutto il dorso fino alla estremità della coda; tentò di -sollevare le palpebre, di volgere alle carezze que' suoi enormi occhi -pieni di gratitudine. Moveva la testa in certi sforzi penosi, come se le -corde del collo gli si fossero irrigidite; aveva la bocca semiaperta, da -cui il lembo della lingua tenuta tra i due denti sporgenti usciva come -una foglia vermiglia solcata di venature violacee. E una bava molle -gl'inumidiva il mento, quella piccola parte della mandibola inferiore -dove la rarezza dei peli lasciava apparire la pelle rosea. E la fatica -del respiro a volte gli s'inaspriva in una specie di raucedine -sibilante, mentre le narici d'ora in ora si disseccavano e prendevano -l'aspetto duro e scabro di un tartufo. - -"Oh, Sancio, povero Sancio, che t'hanno fatto? Povero bibì, eh? Povero -vecchio mio!..." - -Le commiserazioni delle fanciulle sensibili si facevano via via più -tenere, finivano in un balbettío pargoleggiante di parole senza -significato, di suoni lamentevoli, di lezi carezzevoli. Tutte volevano -passar la mano su la testa dell'animale, prendere una delle zampe, -toccare le narici. Donna Letizia sorreggeva il dolce peso maternamente; -e le sue dita grasse e bianche, di cui le falangi parevano gonfie quasi -per un morbo, le sue dita vellicavano pianamente il ventre di Sancio, -s'insinuavano tra il pelo. - -Nella stanza entrava la luce del pomeriggio e il fresco della marina, a -traverso le tende verdognole. Otto stampe colorite, chiuse in cornici -nere, adornavano le pareti coperte di una carta a fiorami gialli. Sopra -un vecchio canterale del secolo XVIII, con la lastra di marmo roseo e le -borchie di ottone, posava tra due piccoli specchi retti da sostegni -d'argento un trionfo di fiori di cera in una campana di cristallo. Sopra -il caminetto scintillava una coppia di candelabri dorati, con le candele -intatte. Un automa di cartapesta, raffigurante un macacco in abito -moresco, meditava immobile dall'alto d'uno di quei tavolini intarsiati -che vengono di Sorrento. Molte seggiole con su fa spalliera vignette di -favole pastorali, un canapè di stile _Empire_, due poltrone moderne, -concorrevano alla discordia delle forme e dei colori. - - ---- - -Come l'infermo venne adagiato in grembo di una delle poltrone, ci fu -nella stanza un intervallo di silenzio. Sancio si levò un momento in -piedi tremando, si rigirò più volte cercando una positura meno dolorosa, -nella irrequietudine della sofferenza, tentò di poggiare la testa su uno -dei bracciuoli, si piegò su le gambe di dietro; stette così alfine con -le palpebre socchiuse, respirando a fatica, come preso da una sonnolenza -improvvisa. Su 'l petto largo la pelle abbondante gli faceva, con tre o -quattro crespe, quasi una piccola giogaia; sopra la collottola le crespe -erano più grandi e più tonde; i lembi delle labbra ai lati della -mandibola superiore pendevano flosciamente; e il povero animale aveva -ora nella malattia quel non so che di grottesco insieme e di -compassionevole che hanno gli uomini nani oppressi dall'adipe e -dall'asma. - -Le fanciulle dinanzi a quell'abbattimento restavano mute, invase da un -rammarico immenso, colpite da un presentimento della sventura; poichè -Sancio era stato per molti anni la loro cura amorosa, l'oggetto delle -loro blandizie e dei loro vezzi, lo sfogo innocuo delle loro mollezze e -delle loro tenerezze di adolescenti clorotiche. Sancio era nato e -cresciuto nella casa: e con quelle forme tozze e pesanti di razza -imbastardita, con quelle rotondità di bestia eunuca oziosa e golosa, a -poco a poco aveva nelli occhi tondi uno sguardo pieno di umanità e di -devozione; agitava vivamente il tronco della coda nelle ore di gioia, -reggendosi su tre gambe sole e tutto raggomitolandosi con un singolare -tremolio del pelame e trotterellando con la grazia d'un porcellino -d'India in mezzo all'erbe primaverili. - -I belli ricordi ora travagliavano li animi delle fanciulle. - - -"E il medico quando viene?" chiese, con la voce impaziente, Vittoria, la -figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca -di cipria e su la fronte una larga frangia di capelli rossi. - -L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo li occhi e -volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce, -fatto più umano dall'increspamento nervoso delli angoli delle palpebre e -da due linee brune che li umori sgorganti avevano segnato sotto le -orbite. E come Donna Letizia tentava fargli prendere un cucchiaio di -zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile -in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire è non poteva chiudere le -mascelle irrigidite. - -Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era -finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia -lucida di giovialità e di sanità. - -"Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire" esclamò una voce -flebile. - -Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva -nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico -per tanti anni in vano; ed ebbe un lieve lampo di sorriso a traverso li -occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo -ricercatore, disse molto lentamente: - -"Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari -sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa -centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può -dipendere da una causa ereditaria parassitaria, è d'indole progressiva. -Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e -progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua -funzionalità; finchè giunto in breve ad agire su 'l centro di una delle -funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà -la morte...." - -Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelli animi; e le -guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono. - -"Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione," -soggiunse Don Giovanni, senza pietà. - -A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle -che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza -colpevole. E Vittoria, con un atto di sconforto ineffabile, chiese: - - -"Non c'è' dunque rimedio?" - -"Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla -nuca," rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente. - - ---- - -Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo -la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con li occhi fievoli -che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina -argentea della maturità. Ne' suoi tratti il dolore a poco a poco metteva -dei cavi e delle ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli -erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre; -le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolio leggerissimo; -e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco -visibilmente. - -Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà -della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte -leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani -delicate per posarlo a terra. - -Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con -il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro; -poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento doloroso di un -animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu -accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma, -come la paralisi crescente già gl'impediva anche quell'atto, dopo sforzi -inutili ed irosi egli volse piegando su le gambe posteriori e con una -delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere -alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore. - -E l'attitudine era così vivamente umana e li occhi erano così pieni di -supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia -scoppiò in un pianto: - -"Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!..." - -In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Vittoria -raccolse il morituro, lo portò su 'l canapè, chiese le forbici; era -necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad -ogni costo. - -"Isabella, Maria, le forbici! Venite!" - -Tutte trepide e pallide, si chinarono in torno a Sancio, che aveva di -nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della -soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare -il pelo sulla nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di tratto in -tratto, mettendo via via un soffio sulla parte rasa. Una specie di -cherica irregolare si veniva allargando nella grassezza della -collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente -buffonesco. Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano -come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e -giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo in una -doratura pallida di tramonto; e un merlo fischiava. - - ---- - -Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna -Letizia, con un bimbo sulle braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva -la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, li occhi -chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue -d'una donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella -persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella -felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea -delle giovani madri che nutriscono con la propria mammella il figliuolo. - -A pena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità -la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti: - - -"Ah, ah, ah, ah, ah!..." - -Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? -- Le -innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata -irreverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò -per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le -piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale -gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora -della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa -mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una -esitazione di festevolezza e nelli occhi un supremo barlume di bontà -conoscente. - -"Povero Sancio Panza!" mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che -stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le -labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza, cullandolo e -palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del -meccanismo. - -Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto -animandosi internamente al suono della gavotta _Louis XIII_, di Victor -Felix. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza d'amore moveva l'aria e la -testa di Natalia, per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo -squisito dei pelargonii entrava dai vasi del balcone aperto. - -Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la -nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in -basso, con un lamentio fievole. La lingua, ritirata fra i denti, -violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto. -Li occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e -umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella -dell'apparir rapido d'un lembo bianco alli angoli delle orbite. La bava -si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente. - -"Oh, Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore?" proruppe, con la -voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella. - -La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla -chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e -molli, a spandersi sull'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo, -intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano -nella frescura. - -Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo -strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con -i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si -fece da presso al moribondo. - -E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò, _in -musica_, come l'eroe di un melodramma italiano. - - - - - - - IL COMMIATO. - - - -La visione del paesaggio nomentano gli si apriva dinanzi ora in una luce -ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere -visibili di lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro -forme. La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le -muraglie delle antiche ville patrizie passavano dinanzi alli sportelli, -biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di -tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il -quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti bussi, un chiostro di -verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e -là raggi di sole ridevano pallidamente. - -Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di lontra, con un velo su la -faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il -sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre -sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si -credevano lontani dalli altri, soli; ma d'improvviso passava la carrozza -nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici -violacei, o una mandra di bestiame. - -A mezzo chilometro dal ponte ella disse: - -"Scendiamo." - -Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva; e, come -li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un'illusione visuale che -l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose. - -Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su 'l terreno ineguale: - -"Io parto stasera. Questa è l'ultima volta...." - -Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della -partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di -tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella -seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando -tra i bottoni la carne del polso: - -"Non più! Non più!" - -Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla -donna, in quella solitudine alta e grave, si sentì d'improvviso entrar -nell'anima come l'orgoglio d'una vita più libera, una sovrabbondanza di -forze. - -"Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora...." - -Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle -con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori. - -Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di -vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il -fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua -sinuosità. De' giunchi s'incurvavano su la riva, e le acque urtavano -leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le -lenze. - -Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi -giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del -Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le -vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile, -quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le -offerivano nei canestri le rose. - -"Ti ricordi? Ti ricordi?..." - -"Sì." - - -"E quella sera dei fiori, quando io venni con tanti fiori.... Tu eri -sola, a canto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?" - -"Sì, sì." - -"Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti duramente. Che -avevi? Io non so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu -incominciasti a parlare di cose inutili, senza volontà e senza piacere. -Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n'era piena. Io ti veggo -ancora, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci -affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata, pareva -esangue, e li occhi parevano alterati come da una specie di ebrietà...." - -"Segui, segui!" disse Elena, con la voce fievole, china su 'l parapetto, -incantata dal fáscino delle acque correnti. - -"Poi, su 'l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo il petto, le braccia, la -faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu risorgevi continuamente, porgendo -la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua pelle e le mie -labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo il collo, tu -rabbrividivi per tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano. -Oh, allora.... Avevi la testa affondata nel gran cuscino del mostro -d'oro, il petto nascosto dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e -nulla era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito delle tue mani -pallide su le mie tempie.... Ti ricordi?" - -"Sì. Segui!" - -Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato delle sue parole, -egli giungeva a credere ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla -luce, andavasi chinando all'amante. Ambedue sentivano a traverso le -vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro, le acque del fiume -passavano lente e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come -capigliature, vi s'incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano -largamente. - -Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano nelli orecchi un remore -continuo che si prolungava indefinitamente portando seco una parte -dell'essere loro, come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo -del loro cervello e si spandesse ad empire tutta la campagna -circostante. - -Elena, sollevandosi, disse: - -"Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere acqua?" - -Si diressero allora verso l'osteria romanesca, passato il ponte. Alcuni -carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore -dell'occaso feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza. - -Come i due entrarono, nella gente dell'osteria non avvenne alcun moto di -meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano in torno a un -braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pelo rosso, -sonnecchiava in un angolo, tenendo ancora fra i denti la pipa spenta. -Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi nelli -intervalli con uno sguardo pieno d'ardore bestiale. E l'ostessa, una -femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo -pesantemente. - -Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le -mostrava il bambino, lamentandosi. - -"Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!" - -Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole; -le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l'interno della -bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse -di già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora -le muffe vegetavano. - -"Sentite, signora mia, le mani come sono fredde. Non può più bere: non -può più inghiottire; non può più dormire...." - -La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti guardavano con occhi -pieni di una immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri -fecero un atto d'impazienza. - -"Venite, venite!" disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio, dopo -aver lasciato su 'l tavolo una moneta. E la trasse fuori. - -Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene ora andavasi -accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante attraversava -l'arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pur -lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La -campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una -general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore. - -"Povera creatura!" mormorò Elena con suono profondo di misericordia, -stringendosi al braccio d'Andrea. - -Il vento imperversava. Una torma di cornacchie passò nell'aria accesa, -in alto, schiamazzando. - -Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese -l'anima di quei due, in conspetto della solitudine. Pareva che qualche -cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del -sentimento fiammeggiarono sotto l'influenza del tramonto tumultuoso. -Elena si arrestò. - -"Non posso più," ella disse, ansando. - -La carrozza era ancora lontana, immobile, nel punto dove essi l'avevano -lasciata. - -"Ancora un poco, Elena! Ancora un poco! Vuoi ch'io ti porti?" - -Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandonò alle parole. - --- Perchè ella voleva partire? Perchè ella voleva ora spezzare -l'incanto? I loro _destini_ omai non erano legati per sempre? Egli aveva -bisogno di lei per vivere, delli occhi, della voce, del pensiero di -lei.... Egli era tutto penetrato da quell'amore; aveva tutto il sangue -alterato come da un veleno, senza rimedio. Perchè ella voleva fuggire? -Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l'avrebbe prima soffocata sul suo -petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! -- - -Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza -rispondere. Dopo un poco, ella sollevò il braccio per far cenno al -cocchiere di avanzarsi. I cavalli scalpitarono. - - -"Fermatevi a Porta Pia," gridò la signora, salendo nella carrozza -insieme all'amante. - -E con un movimento subitaneo si offerse al desiderio di lui che le baciò -la bocca, la fronte, i capelli, li occhi, la gola, avidamente, -rapidamente, senza più respirare. - -"Elena! Elena!" - -Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza, riflesso dalle case -color di mattone. Si avvicinava nella strada il trotto sonante di molti -cavalli. - -Elena, piegandosi sulla spalla dell'amante con una immensa dolcezza di -sommessione, disse: - -"Addio, amore! Addio! Addio!" - -Come ella si risollevò, a destra e a sinistra passarono a gran trotto -dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della volpe. Il -duca Grazioli, passando rasente, si curvò in arcione per guardare nello -sportello. - -Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in un -abbattimento infinito. La puerile debolezza della sua natura, sedata la -prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe -voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la pietà della donna con le -lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa d'una vertigine; e un -freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei -capelli. - -"Addio," ripetè Elena. - -Sotto l'arco di Porta Pia la carrozza si fermava, perchè il signore -discendesse. - - - - - - - LA CONTESSA D'AMALFI. - - - - - - I. - - - -Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni Ussorio stava per -mettere il piede su la soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa Catana -apparve in cima alle scale e disse a voce bassa, tenendo il capo chino: - -"Don Giovà, la signora è partita." - -Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un -momento, con li occhi spalancati, con la bocca aperta, a guardare in su, -quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè Rosa taceva, in cima -alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco -dondolandosi, egli chiese: - -"Ma come? ma come?..." - -E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie: - -"Ma come? ma come?" - - -"Don Giovà, che v'ho da dire? È partita." - -"Ma come?" - -"Don Giova, io non saccio, mo." - -E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo, verso l'uscio -dell'appartamento vuoto. Ella era una femmina piuttosto magra, con i -capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I -suoi larghi occhi cinerognoli avevano però una vitalità singolare. La -eccessiva distanza tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore del -viso un'apparenza scimmiesca. - -Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entrò nella prima stanza, poi -entrò nella seconda, poi nella terza; fece il giro di tutto -l'appartamento, a passi concitati; si fermò nella piccola camera del -bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un'angoscia enorme gli prese -l'animo. - -"È vero! È vero!" balbettava, guardandosi a torno, smarrito. - -Nella camera i mobili erano al loro posto consueto. Mancavano però su 'l -tavolo, a piè dello specchio rotondo, le fiale di cristallo, i pettini -di tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti oggetti che -servono alla cura della bellezza muliebre. Stava in un angolo una specie -di gran bacino di zinco in forma di chitarra; e dentro il bacino l'acqua -traluceva, tinta lievemente di roseo da una essenza. L'acqua esalava un -profumo sottile che si mesceva nell'aria col profumo della cipria. -L'esalazione aveva in sè qualche cosa di carnale. - -"Rosa! Rosa!" chiamò Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi -invadere da un rammarico immenso. - -La femmina comparve. - -"Racconta com'è stato! Per dove è partita? E quando è partita? E perchè? -E perchè?" chiedeva Don Giovanni, facendo con la bocca una smorfia -puerile e grottesca, come per rattenere il pianto per respingere il -singhiozzo. Egli aveva presi ambedue i polsi di Rosa; e così la -sollecitava a parlare, a rivelare. - -"Io non saccio, signore.... Stamattina ha messa la roba nelle valige; ha -mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n'è andata senza dire -niente. Che ci volete fare? Tornerà." - -"Torneràaa?" piagnucolò Don Giovanni, sollevando li occhi dove già le -lacrime incominciavano a sgorgare. "Te l'ha detto? Parla!" - -E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso. - -"Eh.... veramente.... a me m'ha detto: -- Addio, Rosa. Non ci vediamo -più.... -- Ma.... in somma.... chi lo sa!... Tutto può essere." - -Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a queste parole; e si mise a -singhiozzare con tanto impeto di dolore che la femmina ne fu quasi -intenerita. - -"Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo? Don -Giovà, mo vi pare?..." - -Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare come un bambino, -nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo corpo -era scosso dai sussulti del pianto. - -"No, no, no.... Voglio Violetta! Voglio Violetta!" - -A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E si -diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole di -consolazione: - -"Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io.... Zitto! Zitto! Non -piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi -pare, mo?" - -Don Giovanni a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le -lacrime: si asciugava li occhi al grembiule. - -"Oh! Oh! che cosa!" esclamò, dopo essere stato un momento con lo sguardo -fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un raggio. -"Oh! Oh! che cosa! Oh!" - -E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno -talora li _chimpanzè_ prigionieri. - -"Via, Don Giovannino, via!" diceva Rosa Catana, prendendolo pianamente -per un braccio e tirandolo. - -Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano -innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il -riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro. - -"Lascia tutto così!" raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una voce -interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo il -capo su la sua sorte. Egli aveva li occhi gonfi e rossi, a fior di -testa, simili a quelli di certi cani di razza impura. Il suo corpo -rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte in -dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi capelli -arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle spalle e -salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate, di tanto -in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: li anelli preziosi -e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un bottone di corniola -grosso come una fragola gli fermava lo sparato della camicia a mezzo il -petto. - -Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento -invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto, -mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi, -continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza -accorante. - -"Servo suo. Don Giovanni!" disse Don Domenico Oliva passando e -togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana. -E, mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore, dopo poco -ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso. Egli era -un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e -l'atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di -Pescara lo chiamavano Culinterra. - -"Servo suo!" - -Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poichè le -risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano, al -secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel -saluto un'irrisione. - - -Don Domenico, stupefatto, lo seguiva. - -"Ma.... Don Giovà!... sentite.... ma...." - -Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava innanzi, a passi lesti, -verso la sua casa. Le fruttivendole e i maniscalchi lungo la via -guardavano, senza capire, l'inseguimento di quei due uomini affannati e -gocciolanti di sudore sotto il solleone. - -Giunto alla porta. Don Giovanni, che quasi stava per scoppiare, si voltò -come un aspide, giallo e verde per la rabbia. - -"Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!" - -Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta dietro di sè con violenza. - -Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la -via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura, -uno dei mangiatori di fichi, chiamò: - -"Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa grande." - -"Che cosa?" chiese l'uomo di schiena lunga, avvicinandosi. - -"Non sapete niente?" - -"Che?" - -"Ah! Ah! Non sapete niente ancora?" - -"Ma che?" - -Verdura si mise a ridere; e li altri ciabattini lo imitarono. Un momento -tutti quelli uomini sussultarono d'uno stesso riso rauco e incomposto, -in diverse attitudini. - -"Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?" - -Don Domenico, ch'era tirchio, esitò un poco. Ma la curiosità lo vinse. - -"Be', pago." - -Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le -frutta. Poi disse: - -"Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella -del teatro, sapete?..." - -"Be'?" - -"Se n'è scappata stamattina. Tombola!" - -"Da vero?" - -"Da vero, Don Domè." - -"Ah, mo capisco!" esclamò Don Domenico, ch'era un uomo fino, -sogghignando crudelissimamente. - -E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi dei -tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il _casino_ per -divulgare la cosa, per ingrandire la cosa. - -Il _casino_, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell'ombra; -e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere e -di muffii. Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con le -braccia penzoloni. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per i cani -zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente su una -gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una carta -rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don Settimio De -Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca, non senza -molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita di -citazioni poetiche. Il notaro Gajulli, non sapendo con chi giocare, -maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila sul -tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del biliardo, -con passi misurati per favorire la digestione. - -Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso di -lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del sonno. - -"Sapete? sapete?" - -Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che da -prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini in torno -a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un qualche -strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere -pomeridiane. - -Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio, disse -impazientito: - - -"Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?" - -Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più -chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio; -aggiunse particolarità fantastiche; s'inebriò delle parole, "Capite? -capite? E poi questo; e poi quest'altro...." - -Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre, volgendo i grossi -globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pe 'l naso tutto -vegetante di nei mostruosi. Disse o russò, nasalmente: - -"Che c'è'? Che c'è'?" - -E con fatica puntellandosi al bastone, si levò piano piano e venne nel -crocchio per udire. - -Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una -storiella grassa a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille delli -ascoltatori intenti passava un luccicore, a tratti. Li occhiolini -verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore. -Alla fine, le risa sonarono. - -Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato; poichè a lui -sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase a -russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto: mentre li altri si -disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di famiglia in -famiglia. - -E la novella, divulgata, mise a remore Pescara. Verso sera, co 'l fresco -della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono per le -vie e per le piazzette. Il chiaccherío fu infinito. Il nome di Violetta -Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu veduto. - - - - - II. - - - -Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo di -carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d'essere una -greca dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al -conspetto del re delli Elleni e di aver fatto impazzire d'amore un -ammiraglio d'Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle -bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di -piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse e le -anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile rendevano -singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua pinguedine. I -lineamenti del volto erano un po' volgari: li occhi castanei, pieni di -pigrizia; le labbra grandi, piatte e come schiacciate. Il naso non -rivelava l'origine greca: era corto, un poco erto, con le narici larghe -e respiranti. I capelli, neri, abbondavano su 'l capo. Ed ella parlava -con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo quasi sempre. La -sua voce spesso diventava roca, d'improvviso. - -Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione. I -cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel -loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la -persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutufà. - -Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa da -alamari d'oro; e su 'l capo una specie di tôcco tutto di pelliccia, -chino un po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente; entrava -nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si lagnava -della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato: -cantarellava, con noncuranza. - -Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano -annunziavano la rappresentazione della _Contessa d'Amalfi_. Il nome di -Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Li animi dei Pescaresi -si accendevano. La sera aspettata giunse. - - -Il teatro era in una sala dell'antico ospedal militare, all'estremità -del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga, come un -corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta, -s'inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le -tribune, costruite d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori, -ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di -Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Commedia e la Musica allacciate -come le tre Grazie e trasvolanti su 'l ponte a battelli sotto cui -passava la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano -metà della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto. - -Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando fece -il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa -sollevava li animi al passaggio. Le signore fremevano d'impazienza, nei -loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si empì. - -Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine -gloriosissima. Teodolinda Pumèrici, la filodrammatica sentimentale e -linfatica, sedeva a canto a Fermina Memma, la _mascula_. Le Fusilli, -venute da Castellammare, grandi fanciulle dalli occhi nerissimi, vestite -di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in treccia giù -per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia D'Annunzio -volgeva a torno i belli occhi castanei con un'aria di tedio infinito. -Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele Profeta -che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele Carabba -ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre Del Gado, -vestite tutt'e due di seta cangiante, con mantellette di moda -antichissima e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d'acciaio, -tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite -d'esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva -continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca, -bionda bionda, sottile sottile. - -Nelle prime sedie della platea sedevano li ottimati. Don Giovanni -Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a -quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita e -alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio -Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la -grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro -ch'era grosso come un'albicocca acerba, raccontava a voce alta, il -dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua -bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Li altri sulle sedie si -agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava -in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un -remore che si confondeva con il _la_ delli stromenti preludianti. - --- Pss! psss! pssss! -- - -Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi della tela, la -scena era vuota. Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte. Uscì -Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di -allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente -alla finestra. - - Oh! come lente l'ore - Sono al desio!... - -Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente -un duetto di amore. Tilde, in verità, era un _primo soprano_ non molto -giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra che -le ricopriva insufficientemente il cranio; e, con la faccia bianca di -cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse -nascosta dentro una parrucca di canapa. - - -Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto -singolarmente incavato, le gambe un po' curve, rassomigliava un -cucchiaio a doppio manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle -teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle mostre -dei beccai. - - Tilde! il tuo labbro è muto, - Abbassi al suol gli sguardi. - Un tuo gentil saluto, - Dimmi, perchè mi tardi? - È la tua man tremante.... - Fanciulla mia, perchè? - -E Tilde, con un impeto di sentimento: - - In sì solenne istante - Tu lo domandi a me? - -Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella -deliziavano le orecchie delli uditori. Tutte le signore stavano chinate -su 'l parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, -battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano. - - Un cangiar di paradiso - Il morir ci sembrerà! - -Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo -corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli -cantava fiorentinamente, aspirando i _c_ iniziali, anzi addirittura -sopprimendoli talvolta. - - Non sai tu che piombo è a ippiede - La atena oniugale? - -Ma quando nel suo canto nominò alfine _d'Amalfi la contessa_, corse nel -pubblico un fremito. La contessa era desiderata, invocata. - -Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella: - -"Quando viene?" - -Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta: - -"Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto -secondo!" - -Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario -calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così -incominciava. Un mormorio correva per la platea, per le tribune, -crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei -macchinisti. Quel lavorio invisibile aumentava l'aspettazione. - -Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase li animi. -L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in -prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino -fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La -contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico -regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a -passi concitati. - - Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia - N'è piena ancor.... - -La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa, -acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolio -tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le -donne stavano per Tilde; li uomini, per Leonora. - - A' vezzi miei resistere - Non è si facil giuoco.... - -Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità che -inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di -Sant'Agostino e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali. Tutti -guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse e -bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano -ridere. - -Alla fine dell'_a solo_ li applausi scoppiarono con un fragore immenso. -Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al duca -Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono applausi. -Nella sala s'era addensato il calore; per le tribune i ventagli -s'agitavano confusamente, e nello sventolio le facce femminili -apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna, in -un'attitudine d'amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce -lunare d'un _bengala_, mentre Egidio cantava la romanza soave, Don -Antonio Brattella disse forte: - -"È grande!" - -Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo; si mise a battere le -mani, solo. Li altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don -Giovanni rimase confuso. - - Tutto d'amore, tutto ha favella: - La luna, il zeffiro, le stelle, il mar.... - -Le teste delli uditori, al ritmo della melodia petrelliana, -ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e li occhi si -deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po' giallognola. -Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione, la contessa -d'Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la romanza, la romanza -che ancora vibrava nelle anime, il diletto delli uditori fu tanto che -molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un poco in dietro quasi per -gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi tra i fiori. - - La barca è presta..... deh vieni, o bella! - Amor c'invita.... vivere è amar. - -In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio che, -fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico, -acclamava senza fine: - -"Brava! Brava! Brava!" - -Disse Don Paolo Seccia, forte: - -"'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!" - -Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del -Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici -rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e -cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce -serpentine. - -Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne -proteggevano, non le rampogne di Sertorio a Carnioli, non le canzonette -dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze -delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla -voluttà antecedente. -- Leonora! Leonora! -- - -E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un -padiglione. E toccò il culmine del trionfo. - -Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di -fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di -piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi, -inframezzando le parole di mille vezzi e di mille lezi, cantò fra -giocosa e beffarda: - - Io son la farfalla che scherza tra i fiori.... - -Quasi un delirio prese il pubblico, a quell'aria già nota. La contessa -d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente delli uomini e -la cupidigia, s'inebriò; moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo; -salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata -dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta. - - Son l'ape che solo di mèle si pasce; - M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel.... - -Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che li occhi -parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un -po' di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di -Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo: - -"Colossale!" - - - - - - III. - - - -E Violetta Kutufà così conquistò Pescara. - -Per oltre un mese le rappresentazioni dell'opera del cavaliere Petrella -si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito. -Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza. -Un singolar fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva -presa da una specie di manía musicale; tutta la vita pescarese pareva -chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov'è la -farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in -tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti li stromenti, -con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e -l'imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come, Dio -mi perdoni, alli accordi dell'organo l'imagine del Paradiso. Le facoltà -musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono nativamente -vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I monelli -fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano. Donna -Lisetta Memma sonava l'aria su 'l gravicembalo, dall'alba al tramonto; -Don Antonio Brattella la sonava su 'l flauto; Don Domenico Quaquino su -'l clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua vecchia -spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta su 'l violoncello; Don Vincenzo -Ranieri su la tromba; Don Nicola D'Annunzio su 'l violino. Dai bastioni -di Sant'Agostino all'Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i vari -suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime ore del -pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi -incurabili. Perfino li arrotini, affilando i coltelli alla ruota, -cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo. - -Com'era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino -pubblico. - -Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele -steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere -entravano a stuoli. I pulcinella predominavano. Sopra un palco, fasciato -di veli verdi e constellato di stelle di carta d'argento, l'orchestra -incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò. - -Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara più -grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva la -calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le -spalle, gallonato d'oro. L'abito metteva più in vista la prominenza del -ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii -cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al -berretto ed erano più neri del consueto. - -Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa: - -"Mamma mia!" - -E fece un gesto di orrore così grottesco, dinanzi al travestimento di -Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina, -tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel fiore -di carne, rideva d'un riso luminosissimo, dondolandosi fra due -arlecchini cenciosi. - -Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta -Kutufà; voleva prendersi Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre -maschere lo inseguivano e lo ferivano. D'un tratto egli s'incontrò in un -secondo gentiluomo di Spagna, in un secondo conte di Lara. Riconobbe Don -Antonio Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei due uomini -la rivalità era scoppiata. - -"Quanto 'sta nespola?" squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente, -alludendo all'escrescenza carnosa che il membro dell'Areopago di -Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro. - - -Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e si -osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco -discosto dall'altro, pur girando tra la folla. - -Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà -entrava. - -Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio -scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo -e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo. -Li occhi allungati e resi un po' obliqui dalla maschera, parevano -ridere. - -Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di -lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte. -Dall'altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido -sguardo per li anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo. Indi -prese il braccio dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo -vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita, parlandole e dicendole le sue -solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel -discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava -verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè li ardori e li -sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un certo -punto, l'Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel -melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò: - -"Poss'io dunque sperarrrr?" - -Violetta Kutufà rispose, come Leonora: - -"Chi ve lo vieta?... Addio." - -E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere -affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con -occhi pieni d'invidia e di dispetto li avvolgimenti della coppia tra la -folla danzante. - -Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla -adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella -danza. Egli girava affannosamente, con il naso su 'l seno della donna; e -il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di -sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non -potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo -sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio: - -"Don Giovà, riprendete fiato!" - -Era la voce dell'Areopagita. Il quale a sua volta trasse la bella nella -danza. - -Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato su 'l fianco, battendo -il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggero e molle come una piuma, -con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili -che in torno a lui le risa e i motti dei pulcinella cominciarono a -grandinare. - -"Un soldo si paga, signori!" - -"Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, -signori!" - -"Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?" - -"'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!" - -Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare. - -In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente -variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma -rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quell'agitazione multicolore -si rifletteva nelli specchi. La Ciccarina, la figlia di Montagna, la -figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo -nella folla l'irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna -Teodolinda Pumèrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una -madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella -le fluttuavano su li omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più -infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un'estremità -all'altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi -fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il -busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l'appiccatura -del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura -sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dalli occhi cisposi, vestita -da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una -specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate -dall'aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella -formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico. - -La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei -rinfreschi. - -Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita, -per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava -verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva a -ridere. Don Giovanni non si curò del rivale. - -"Venite, contessa?" disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio. - -Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don -Antonio dietro. - -"Io vi amo!" avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un -accento di passione appreso dal _primo amoroso giovine_ d'una compagnia -drammatica di Chieti. - -Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso -della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi -gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio -aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la -sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle -grandi lanterne di carta, che hanno la forma d'una testa umana. I -mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi -su li abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori. - -Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò: - -"Signò, comandate?" - -Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; -cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano. - -"'Na cenetta," rispose. "Ma!..." - -E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere -eccellente e rara. - -Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal -volto ed aprì un poco su 'l seno il dominò. Dentro il cappuccio -scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per -l'apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava -l'illusione della carne viva. - -"Salute!" esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola -imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente. - -E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza -complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale -Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto -rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro -erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano in -torno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni -del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per -antonomasia, _il principale_. - -Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si -misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, -ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio -ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con -sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua -corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l'oro; -e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po' in ribellione per -la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un -po' clamorosa e puerile. - -D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o -quattro arlecchini camminavano su 'l pavimento, con le mani e con i -piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta -sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un -tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, -gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini stava a guardare con li -occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala -inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le -quadriglie con gran bravura: - -"_Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!_" - -A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don -Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della -corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo D'Amelio, Don -Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'in torno stavano a -guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in -tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in -tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano. - -Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far -ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, -ancora masticando, al _principale_, sotto la pioggia nivea. Ma Don -Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene. Tutti li altri, -contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento. - -Violetta disse: - -"Restate." - -Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari. - -Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di -Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di _sacre tede_ e -di _felice imene_. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo -e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per -li onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora, -nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie -rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si -piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque. - -Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi in torno -alla tavola, come ad uno spettacolo. - -"Andiamo," disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e -il cappuccio. - -Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e -sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si -levarono confusamente, dietro la coppia. - - - - - IV. - - - -Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa -di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva -Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d'Amalfi, per -Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono -della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una -novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia -popolare sorgeva una favola. - -La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant'Agostino, -in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le -sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano. - - -Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta -francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti -mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due -lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo -la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su 'l caminetto -s'alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de' Medici, tra due -candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un -gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro -di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d'allume, -alcune conchiglie, una noce di cocco. - -Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a -salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni -esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro -comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e -ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero -a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in -un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; -formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra -loro e si spingevano i gomiti l'un l'altro, per incoraggiamento. Poi la -luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa -d'Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano. -Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la -testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che -infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere. - -Ma i ricevimenti di Violetta avevano un'aria di grande convenienza, -erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi -venuti ed offriva loro sciroppi nell'acqua e rosolii. I nuovi venuti -rimanevano un po' attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che -dire. La conversazione si versava su 'l tempo, su le notizie politiche, -su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e -tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe -prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella -amava talvolta discutere dell'immortalità dell'anima e d'altre cose -edificanti. La dottrina dell'Areopagita era grandissima. Egli parlava -lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola -difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che una sera, prendendo -una bacchetta e piegandola, disse: "Com'è _flebile!_" per dire -flessibile; un'altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter -sonare il flauto, disse: "Mi s'è infiammata tutta la _platea!_" e -un'altra sera, indicando l'orificio di un vaso, disse che, perchè i -fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia -dolce tutta l'_oreficeria_. - -Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo -raccontare fatti troppo singolari, saltava su: - -"Ma, Don Antò, voi che dite?" - -Don Antonio assicurava, con una mano su 'l cuore: - -"Testimone _oculista!_ Testimone _oculista!_" - -Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a -sedere: aveva un reuma _lungo il reno_. Un'altra sera venne, con la -guancia destra un po' illividita: era caduto _di soppiatto_, cioè aveva -sdrucciolato battendo la guancia su 'l terreno. - -"Come mai, Don Antò?" chiese qualcuno. - -"Eh guardate! Ho perfino un _impegno_ rotto," egli rispose, indicando il -tomaio che nel dialetto nativo si chiama _'mbígna_, come nel proverbio -_Senza 'mbígna nen ze mandé la scarpe_. - -Questi erano i belli ragionari di quella gente. Don Giovanni Ussorio, -presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a -Violetta e le mormorava qualche cosa nell'orecchio, con familiarità, per -ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don -Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come -un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole. - -La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di -Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si -abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di -amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava -tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo: -confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in -quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d'inquietudine, quasi -smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa -apparenza di gelosia. - -Violetta finalmente s'interrompeva, sorridendo d'un sorriso fatuo. - -Di nuovo, la conversazione languiva. - -Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano, -con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano. - - -Poi sorgeva l'Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li -uditori, a quel suono, uno sfinimento dell'anima e del corpo. Tutti -stavano col capo basso, quasi chino su 'l petto, in attitudini di -sofferenza. - -In ultimo, uscivano in fila, l'uno dietro l'altro. Come avevano presa la -mano di Violetta, un po' di profumo, d'un forte profumo muschiato, -restava loro nelle dita; e n'erano turbati alquanto. Allora, nella via -si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, -cercavano d'immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la -voce o tacevano, se qualcuno s'appressava. Pianamente se ne andavano -sotto il palazzo di Brina, dall'altra parte della piazza. E si mettevano -a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano -delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava -due tre stanze; e si fermava nell'ultima, illuminando l'ultima finestra. -Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i -riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano -ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, -dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio -Brattella, forse per effetto della luce d'un lampione comunale, pareva -di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan -fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto -garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero -pericolo. Già Don Giovanni era più parco d'inviti. "Bisognava aprire li -occhi a quel poveretto. Un'avventuriera!... Puah! Ella sarebbe stata -capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo...." - -Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva: - -"È vero! È vero! Bisogna pensarci." - -Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava -stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre -della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie. - -Così quei mormoratori s'intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi -ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi -del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture, -dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne. - - - - - V. - - - -Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputa da Rosa Catana la -partenza di Violetta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo -pappagallo modulare l'aria della farfalla e dell'ape, fu preso da un -nuovo più profondo sgomento. - -Nell'andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il -cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropi. -Un servo dormiva sopra una stuoia, co 'l cappello di paglia su la -faccia. - -Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo -li occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando: - -"Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!" - -Giunto alla sua stanza, si gettò su 'l letto, con la bocca contro i -guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era -grande. Li alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano a -pena, nella quiete dell'ora. Nulla di straordinario avevano le cose in -torno. Egli quasi n'ebbe meraviglia. - -Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i -gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli -appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore -cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello. - - -Egli rimase a sedere su 'l letto, quasi immobile, con li occhi rossi, -con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore, -con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all'improvviso, -invecchiato di dieci anni in un'ora; grottesco e miserevole. - -Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputa la novella; ed entrò. Era -un uomo d'età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia, -d'onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a -due aculei. Disse: - -"Be', Giovà, che è questo?" - -Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni -conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con -unzione, senza parlare di Violetta Kutufà. - -Sopraggiunse Don Cirillo D'Amelio con Don Nereo Pica. Tutt'e due, -entrando, avevano quasi un'aria trionfante. - -"Hai visto? Hai visto, Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!" - -Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata dalla -consuetudine del cantare su l'organo, poichè appartenevano alla -Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare -contro Violetta, senza misericordia. "Ella faceva questo, questo e -quest'altro." - -Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per -interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. -Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don -Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. -Essi, così collegati, diventavano feroci. "Violetta Kutufà s'era data a -Tizio, a Caio, a Sempronio.... Sicuro! Sicuro!" Esponevano particolarità -precise, luoghi precisi. - -Ora Don Giovanni ascoltava, con li occhi accesi, avido di sapere, invaso -da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, -alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile ancora -e più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che -si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo -atteggiata ad una posa molle. Egli non la vide più che così. -Quell'imagine permanente gli dava le vertigini. "Oh Dio! Oh Dio! Oh! -Oh!" Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e -contennero il sorriso. In verità, il dolore di quell'uomo pingue, calvo -e deforme aveva un'espressione così ridicola che non pareva reale. - - -"Andatevene ora! Andatevene!" balbettò tra le lacrime Don Giovanni. - -Don Grisostomo Troilo diede l'esempio. Li altri seguirono. E per le -scale cicalavano. - -Come venne la sera, l'abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce -femminile chiese, all'uscio: - -"È permesso, Don Giovanni?" - -Egli riconobbe Rosa Catana e provò d'un tratto una gioia istintiva. -Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza. - -Egli disse: - -"Vieni! Vieni!" - -La fece sedere a canto a sè, la fece parlare, l'interrogò in mille modi. -Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli -per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le -mani. - -"Tu la pettinavi; è vero?" - -Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo li occhi, co 'l cervello un po' -svanito, pensando all'abbondante capellatura disciolta che quelle mani -avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a -qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani -mollemente, dicendo delle parole ambigue, ridendo. Ma Don Giovanni -mormorò: - - -"No, no!.... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è -vero?" - -Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che -lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi -così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella -finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in -serietà, calcolò tutti i vantaggi ch'ella avrebbe potuto trarre dalla -melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si -lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l'esperienza acquistata -guardando pel buco della chiave ed origliando tante volte all'uscio -della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce. - -Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un -chiarore roseo; e li alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai -pantani dell'Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorío -delle strade cittadine era indistinto. - -Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito, -come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille -leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua -faccia a quella di lei. - - -"Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!.... Se te ne vai, -Ninì tuo muore. Povero Nini!... Baubaubaubauuu!" - -E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E -Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino -malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la -spalla; gli baciava li occhi gonfi e lacrimanti; gli palpava il cranio -calvo; gli ravviava i capelli untuosi. - -Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l'eredità di Don Giovanni -Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía. - - - - - - - TURLENDANA RITORNA. - - - -La compagnia camminava lungo il mare. - -Già pei chiari poggi litorali ricominciava la primavera; l'umile catena -era verde, e il verde di varie verdure distinto; e ciascuna cima aveva -una corona d'alberi fioriti. Allo spirar del maestro quelli alberi si -movevano; e nel moto forse si spogliavano di molti fiori, poichè alla -breve distanza le alture parevano coprirsi d'un colore tra il roseo e il -violaceo, e tutta la veduta un istante pareva tremare e impallidire come -un'imagine a traverso il vel dell'acqua o come una pittura che lavata si -stinge. - -Il mare si distendeva in una serenità quasi verginale, lungo la costa -lievemente lunata verso austro, avendo nello splendore la vivezza d'una -turchese della Persia. Qua e là, segnando il passaggio delle correnti, -alcune zone di più cupa tinta serpeggiavano. - - -Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d'assenza -era quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni il -sentimento della patria era quasi estinto, andava innanzi senza volgersi -a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante. - -Come il camello indugiava ad ogni cespo d'erbe selvatiche, egli gittava -un breve grido rauco d'incitamento. E il gran quadrupede rossastro -risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole laboriose -il cibo. - --- Hu, Barbarà! -- - -L'asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto in tratto, sotto li -assidui tormenti del macacco si metteva a ragliare in suono lamentevole, -chiedendo d'esser liberata del cavaliere. Ma Zavalì, instancabile, senza -tregua, con una specie di frenesía di mobilità, con gesti rapidi e corti -ora di collera e ora di gioco, percorreva tutta la schiena dell'animale, -saltava su la testa afferrandosi alle grandi orecchie, prendeva fra le -due mani la coda sollevandola e scotendone il ciuffo dei crini, cercava -tra il pelo grattando con l'unghie vivamente e recandosi quindi l'unghie -alla bocca e masticando con mille vari moti di tutti i muscoli della -faccia. Poi, d'improvviso, si raccoglieva su 'l sedere, tenendosi in una -delle mani il piede ritorto simile a una radice d'arbusto, immobile, -grave, fissando verso le acque i tondi occhi color d'arancio che gli si -empivano di meraviglia, mentre la fronte gli si corrugava e le orecchie -fini e rosee gli tremavano quasi per inquietudine. Poi, d'improvviso, -con un gesto di malizia ricominciava la giostra. - --- Hu, Barbarà! -- - -Il camello udiva; e si rimetteva in cammino. - -Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della -Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le antenne -delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana si arrestò -poichè voleva dissetarsi al fiume. - -Il patrio fiume recava l'onda perenne della sua pace al mare. Le rive, -coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate -dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su -tutte le cose. Li estuarii risplendevano al sole tranquilli, come spere, -chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende del vento, -i salci verdeggiavano o biancheggiavano. - -"La Pescara!" disse Turlendana soffermandosi, con un accento di -curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare. - - -Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in -ginocchio per attingere l'acqua con il concavo delle palme. Il camello -curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L'asina anche bevve. E -la scimmia imitò l'attitudine dell'uomo, facendo conca con le esili mani -ch'erano violette come i fichi d'India acerbi. - --- Hu, Barbarà! -- - -Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava -l'acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le -gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli. - -Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia -riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all'Arsenale di -Rampigna. - -A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana -domandò: - -"Quella è Pescara?" - -Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose: - -"È quella." - -E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero. - -Altri marinai si unirono al primo. In breve una torma di curiosi si -raccolse dietro Turlendana che andava innanzi tranquillamente, non -curandosi dei diversi comenti popolari. Al ponto delle barche il camello -si rifiutò di passare. - --- Hu, Barbarà! Hu, hu! -- - -Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente, scotendo la -corda della cavezza con cui ora egli lo conduceva. Ma l'animale ostinato -si coricò a terra e posò la testa nella polvere, come per rimanere ivi -lungo tempo. - -I plebei d'in torno, riavutisi dalla prima stupefazione, schiamazzavano -gridando in coro: - -"Barbarà! Barbarà!" - -E, come avevano dimestichezza con le scimmie perchè talvolta i marinai -dalle lunghe navigazioni le riportavano in patria insieme ai pappagalli -e ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli porgevano certe -grosse mandorle verdi che il macacco apriva per mangiarne il seme fresco -e dolce golosamente. - -Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla fine Turlendana riuscì a -vincere la tenacità del camello. E quella mostruosa architettura d'ossa -e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla folla che incalzava. - -Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo, -sopra il ponte delle barche. Dietro il Gran Sasso il sole cadendo -irradiava per tutto il cielo primaverile una viva luce rosea; e, come -dalle campagne umide e dalle acque del fiume e del mare e dalli stagni -durante il giorno erano sorti molti vapori, le case e le vele e le -antenne e le piante e tutte le cose apparivano rosee; e le forme, -acquistando una specie di trasparenza, perdevano la certezza dei -contorni e quasi fluttuavano sommerse in quella luce. - -Il ponte, sotto il peso, scricchiolava su le barche incatramate, simile -ad una vastissima zattera galleggiante. La popolazione tumultuava -giocondamente. Per la ressa, Turlendana con le sue bestie rimase fermo a -mezzo il ponte. E il camello, enorme, sovrastante a tutte le teste, -respirava contro il vento, movendo tardo il collo simile a un qualche -favoloso serpente coperto di peli. - -Poichè già nella curiosità delli accorsi s'era sparso il nome -dell'animale, tutti, per un nativo amore delli schiamazzi e per una -concorde letizia che sorgeva a quella dolcezza del tramonto e della -stagione, tutti gridavano: - -"Barbarà! Barbarà!" - -Al clamore plaudente, Turlendana, che stava stretto contro il petto del -camello, si sentiva invadere da un compiacimento quasi paterno. - -Ma l'asina d'un tratto prese a ragliare con sì alte ed ingrate -variazioni di voci e con tanta sospirevole passione che un'ilarità -unanime corse il popolo. E le schiette risa plebee si propagavano da un -capo all'altro del ponte, come uno scroscio di scaturigine cadente giù -pe' i sassi d'una china. - -Allora Turlendana ricominciò a muoversi attraverso la folla, non -conosciuto da alcuno. - -Quando fu su la porta della città, dove le femmine vendevano la pesca -recente dentro ampi canestri di giunco, Binchi-Banche, l'omiciattolo dal -viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, gli si fece -innanzi, e, secondo soleva con tutti i forestieri che capitavano nel -paese, gli offerse i suoi servigi per l'alloggiamento. - -Prima chiese, accennando a Barbarà: - -"È feroce?" - -Turlendana rispose che no, sorridendo. - -"Be'!" riprese Binchi-Banche, rassicurato, "ci sta la casa di Rosa -Schiavona." - -Ambedue volsero per la Pescería e quindi per Sant'Agostino, seguiti dal -popolo. Alle finestre e ai balconi le donne e i fanciulli si -affacciavano guardando con stupore il passaggio del camello e ammiravano -le minute grazie dell'asinetta bianca e ridevano ai lezi di Zavalì. - -A un punto Barbarà, vedendo pendere da una loggia bassa un'erba mezzo -secca, tese il collo e sporse le labbra per giungerla, e la strappò. Un -grido di terrore ruppe dalle donne che stavano su la loggia chine; e il -grido si propagò nelle logge prossime. La gente della via rideva forte, -gridando come in carnovale dietro le maschere: - -"Viva! Viva!" - -Tutti erano inebriati dalla novità dello spettacolo e dall'aria della -primavera. - -Dinanzi alla casa di Rosa Schiavona, in vicinanza di Portasale, -Binchi-Banche accennò di sostare. - -"È qua," disse. - -La casa, molto umile, a un solo ordine di finestre, aveva le mura -inferiori tutte segnate d'iscrizioni e di figurazioni oscene. Una fila -di pipistrelli crocifissi ornava l'architrave; e una lanterna coperta di -carta rossa pendeva sotto la finestra media. - -Ivi alloggiava ogni sorta di gente avveniticcia e girovaga; dormivano -mescolati i carrettieri di Letto Manoppello grandi e panciuti, i zingari -di Sulmona, mercanti di giumenti e restauratori di caldaie, i fusari di -Bucchianico, le femmine di Città Sant'Angelo venute a far pubblica -professione d'impudicizia tra i soldati, li zampognari di Atina, i -montagnuoli domatori d'orsi, i cerretani, i falsi mendicanti, i ladri, -le fattucchiere. - -Gran mezzano della marmaglia era Binchi-Banche. Giustissima -proteggitrice, Rosa Schiavona. - -Come udì i romori, la femmina venne su 'l limitare. Ella pareva in -verità un essere generato da un uomo nano e da una scrofa. - -Chiese, da prima, con un'aria di diffidenza: - -"Che c'è'?" - -"C'è qua 'stu cristiano che vuo' alloggio co' le bestie, Donna Rosa." - -"Quante bestie?" - -"Tre, vedete, Donna Rosa: 'na scimmia, 'n'asina e 'nu camelo." - -Il popolo non badava al dialogo. Alcuni incitavano Zavalì. Altri -palpavano le gambe di Barbarà, osservando su le ginocchia e su 'l petto -i duri dischi callosi. Due guardie del sale, che avevano viaggiato sino -ai porti dell'Asia Minore, dicevano ad alta voce le varie virtù dei -camelli e narravano confusamente d'averne visti taluni fare un passo di -danza portando il lungo collo carico di musici e di femmine seminude. - -Li ascoltatori, avidi di udire cose meravigliose, pregavano: - -"Dite! dite!" - - -Tutti stavano a torno, in silenzio, con li occhi un po' dilatati, -bramando quel diletto. - -Allora una delle guardie, un uomo vecchio che aveva le palpebre -arrovesciate dai venti del mare, cominciò a favoleggiare dei paesi -asiatici. E a poco a poco le parole sue stesse lo trascinavano e lo -inebriavano. - -Una specie di mollezza esotica pareva spargersi nel tramonto. Sorgevano, -nella fantasia popolare, le rive favoleggiate e luminavano. A traverso -l'arco della Porta, già occupato dall'ombra, si vedevano le tanecche -coperte di sale ondeggiar su 'l fiume; e, come il minerale assorbiva -tutta la luce del crepuscolo, le tanecche sembravano materiate di -cristalli preziosi. Nel cielo un po' verde saliva il primo quarto della -luna. - -"Dite! dite!" ancora chiedevano i più giovini. - -Turlendana intanto aveva ricoverate le bestie e le aveva provviste di -cibo; e quindi era uscito in compagnia di Binchi-Banche, mentre la gente -rimaneva accolta innanzi all'uscio della stalla, dove la testa del -camello appariva e spariva dietro le alte grate di corda. - -Per la via, Turlendana domandò: - -"Ci stanno cantine?". - - -Binchi-Banche rispose: - -"Sì, segnore; ci stanno." - -Poi, sollevando le grosse mani nerastre e prendendosi co 'l pollice e -l'indice della destra successivamente la punta d'ogni dito della -sinistra, enumerava: - -"La caudina di Speranza, la caudina di Buono, la caudina di Assaù, la -candina di Matteo Puriello, la candina della cecata di Turlendana...." - -"Ah," fece tranquillamente l'uomo. - -Binchi-Banche sollevò i suoi acuti occhiolini verdognoli. - -"Ci sei stato 'n'altra volta a qua, segnore?" - -E, non aspettando la risposta, con la nativa loquacità della gente -pescarese, seguitava: - -"La candina della cecata è grande e ci si vende lu meglio vino. La -cecata è la femmina delli quattro mariti...." - -Si mise a ridere, con un riso che gl'increspava tutta la faccia -gialliccia come il centopelle d'un ruminante. - -"Lu primo marito fu Turlendana, ch'era marinaro e andava su li -bastimenti del re di Napoli, all'Indie basse e alla Francia e alla -Spagna e infino all'America. Quello si perse in mare, e chi sa a dove, -con tutto il legno; e non s'è trovato più. So' trent'anni. Teneva la -forza di Sansone: tirava l'áncore co' un dito.... Povero giovane! Eh, -chi va pe' mare quella fine fa." - -Turlendana ascoltava, tranquillamente. - -"Lu secondo marito, doppo cinqu'anni di vedovanza, fu 'n'ortonese, lu -figlio di Ferrante, 'n'anima dannata, che s'er'unito co' li -contrabbandieri, a tempo che Napolione stava contro l'Inglesi. Facevano -contrabbando, da Francavilla infino a Silvi e a Montesilvano, di -zucchero e di cafè, co' li legni inglesi. C'era, vicino a Silvi, 'na -torre delli Saracini, sotto il bosco, da dove si facevano li segnali. -Come passava la pattuglia, plon plon, plon plon, noi 'scivamo -dall'alberi...." Ora il parlatore accendevasi al ricordo; ed obliandosi -descriveva con prolissità di parole tutta l'operazion clandestina, ed -aiutava di gesti e di interiezioni vive il racconto. La sua piccola -persona coriacea si raccorciava e si distendeva nell'atto. "In fine, il -figlio di Ferrante era morto d'una schioppettata nelle reni, per mano -de' soldati di Gioachino Murat, di notte, su la costiera. - -"Lu terzo marito fu Titino Passacantando che morì nel letto suo, di male -cattivo. Lu quarto vive. Ed è Verdura, bonomo, che no' mestura li vini. -Sentarai, segnore." - - -Quando giunsero alla cantina lodata, si separarono. - -"F'lice sera, segnore!" - -"F'lice sera." - -Turlendana entrò, tranquillamente, fra la curiosità dei bevitori che -sedevano a certe lunghe tavole in giro. - -Avendo chiesto da mangiare, egli fu da Verdura invitato a salire in una -stanza superiore ove i deschi erano già pronti per le cene. - -Nessun cliente ancora stava nella stanza. Turlendana sedette e -incominciò a mangiare a grandi bocconi, con la testa su 'l piatto, senza -intervalli, come un uomo famelico. Egli era quasi intieramente calvo: -una profonda cicatrice rossiccia gli solcava per lungo la fronte e gli -scendeva fino a mezzo la guancia; la barba folta e grigia gli saliva -fino ai pomelli emergenti; la pelle, bruna, secca, piena di asperità, -corrosa dalle intemperie, riarsa dal sole, incavata dalle sofferenze, -pareva non conservare più alcuna vivezza umana; li occhi e tutti i -lineamenti erano, da tempo, come pietrificati nell'impassibilità. - -Verdura, curioso, sedette di contro; e stette a riguardare il -forestiero. Egli era piuttosto pingue, con la faccia d'un color roseo -sottilissimamente venato di vermiglio come la milza dei buoi. - -Alla fine, domandò: - -"Da che paese venite?" - -Turlendana, senza levar la faccia, rispose semplicemente: - -"Vengo di lontano." - -"E dove andate?" ridomandò Verdura. - -"Sto qua." - -Verdura, stupefatto, tacque. Turlendana levava ai pesci la testa e la -coda; e li mangiava così a uno a uno, triturando le lische. Ad ogni due -o tre pesci, beveva un sorso di vino. - -"Qua ci conoscete qualcuno?" riprese Verdura, bramoso di sapere. - -"Forse," rispose l'altro semplicemente. - -Sconfitto dalla brevità dell'interlocutore, il vinattiere una seconda -volta ammutolì. Udivasi la masticazione lenta ed elaborata di Turlendana -tra l'inferior clamore dei bevitori. - -Dopo un poco, Verdura riaprì la bocca. - -"Il camello in che siti nasce? Quelle, due gobbe sono naturali? Una -bestia così grande e forte come può essere mai addomesticata?" - -Turlendana lasciava parlare, senza rimuoversi. - -"Il vostro nome, signor forestiere?" - - -L'interrogato sollevò il capo dal piatto; e rispose, semplicemente: - -"Io mi chiamo Turlendana." - -"Che?" - -"Turlendana." - -"Ah!" - -La stupefazione dell'oste non ebbe più limiti. E insieme una specie di -vago sbigottimento cominciava a ondeggiare in fondo all'animo di lui. - -"Turlendana!... Di qua?" - -"Di qua." - -Verdura dilatò i grossi occhi azzurri in faccia all'uomo. - -"Dunque non siete morto?" - -"Non sono morto." - -"Dunque voi siete il marito di Rosalba Catena?" - -"Sono il marito di Rosalba Catena." - -"E ora?" esclamò Verdura, con un gesto di perplessità. "Siamo due." - -"Siamo due." - -Un istante rimasero in silenzio. Turlendana masticava l'ultima crosta -d'un pane, tranquillamente; e si udiva nel silenzio lo scricchiolio -leggero. Per una naturale benigna incuranza dell'animo e per una fatuità -gloriosa, Verdura non era compreso d'altro che della singolarità -dell'avvenimento. Un improvviso impeto d'allegrezza lo prese, salendo -spontaneo dai precordi. - -"Andiamo da Rosalba! andiamo! andiamo! andiamo!" - -Egli traeva il reduce per un braccio, a traverso il fondaco dei -bevitori, agitandosi, gridando: - -"Ecc'a qua Turlendana, Turlendana marinaro, lu marito de mógliema, -Turlendana che s'era: morto! Ecc'a qua Turlendana! Ecc'a qua -Turlendana!" - - - - - - - LA FINE DI CANDIA. - - - - - - I. - - - -Donna Cristina Lamonica, tre giorni dopo il convito pasquale che in casa -Lamonica soleva essere grande per tradizione e magnifico e frequente di -convitati, numerava la biancheria e l'argenteria delle mense e con -perfetto ordine riponeva ogni cosa nei canterani e nei forzieri pe' i -conviti futuri. - -Erano presenti, per solito, alla bisogna, e porgevano aiuto, la -cameriera Maria Bisaccia e la lavandaia Candida Marcanda detta -popolarmente Candia. Le vaste canestre ricolme di tele fini giacevano in -fila su 'l pavimento. I vasellami di argento e li altri strumenti da -tavola rilucevano sopra una spasa; ed erano massicci, lavorati un po' -rudemente da argentari rustici, di forme quasi liturgiche, come sono -tutti i vasellami che si trasmettono di generazione in generazione nelle -ricche famiglie provinciali. Una fresca fragranza di bucato spandevasi -nella stanza. - -Candia prendeva dalle canestre i mantili, le tovaglie, le salviette; -faceva esaminare alla signora la tela intatta; e porgeva via via ciascun -capo a Maria che riempiva i tiratoi, mentre la signora spargeva nelli -interstizi un aroma e segnava nel libro la cifra. Candia era una femmina -alta, ossuta, segaligna, di cinquant'anni; aveva la schiena un po' -curvata dall'attitudine abituale del suo mestiere, le braccia molto -lunghe, una testa d'uccello rapace sopra un collo di testuggine. Maria -Bisaccia era un'ortonese, un po' pingue, di carnagione lattea, d'occhi -chiarissimi; aveva la parlatura molle, e i gesti lenti e delicati come -colei ch'era usa esercitar le mani quasi sempre tra la pasta dolce, tra -li sciroppi, tra le conserve e tra le confetture. Donna Cristina, anche -nativa di Ortona, educata nel monastero benedettino, era piccola di -statura, con il busto un po' abbandonato su 'l davanti; aveva i capelli -tendenti al rosso, la faccia sparsa di lentiggini, il naso lungo e -grosso, i denti cattivi, li occhi bellissimi e pudichi, somigliando un -cherico vestito d'abiti muliebri. - - -Le tre donne attendevano all'opera con molta cura; e spendevano così -gran parte del pomeriggio. - -Ora, una volta, come Candia usciva con le canestre vuote, Donna Cristina -numerando le posate trovò che mancava un cucchiaio. - -"Maria! Maria!" ella gridò, con una specie di spavento. "Conta! Manca -_'na cucchiara_.... Conta tu!" - -"Ma come? Non può essere, signó," rispose Maria. "Mo' vediamo." - -E si mise a riscontrare le posate, dicendo il numero ad alta voce. Donna -Cristina guardava, scotendo il capo. L'argentò tintinniva chiaramente. - -"È vero!" esclamò alla fine Maria, con un atto di disperazione. "E mo' -che facciamo?" - -Ella era sicura da ogni sospetto. Aveva dato prove di fedeltà e di -onestà per quindici anni, in quella famiglia. Era venuta da Ortona -insieme con Donna Cristina, all'epoca delle nozze, quasi facendo parte -dell'appannaggio matrimoniale; ed oramai nella casa aveva acquistata una -certa autorità, sotto la protezione della signora. Ella era piena di -superstizioni religiose, devota al suo santo e al suo campanile, -astutissima. Con la signora aveva stretta una specie di alleanza ostile -contro tutte le cose di Pescara, e specialmente contro il santo dei -Pescaresi. Ad ogni occasione nominava il paese natale, le bellezze e le -ricchezze del paese natale, li splendori della sua basilica, i tesori di -San Tommaso, la magnificenza delle cerimonie ecclesiastiche, in -confronto alle miserie di San Cetteo che possedeva un solo piccolo -braccio d'argento. - -Donna Cristina disse: - -"Guarda bene di là." - -Maria uscì dalla stanza per andare a cercare. Rovistò tutti li angoli -della cucina e della loggia, inutilmente. Tornò con le mani vuote. - -"Non c'è! Non c'è!" - -Allora ambedue si misero a pensare, a far delle congetture, a -investigare nella loro memoria. Uscirono su la loggia che dava nel -cortile, su la loggia del lavatoio, per fare l'ultima ricerca. Come -parlavano a voce alta, alle finestre delle case in torno si affacciarono -le comari. - -"Che v'è successo, Donna Cristí? Dite! dite!" - -Donna Cristina e Maria raccontarono il fatto, con molte parole, con -molti gesti. - -"Gesù! Gesù! Dunque ci stanno i ladri?" - -In un momento il remore del furto si sparse pel vicinato, per tutta -Pescara. Uomini e donne si misero a discutere, a imaginare chi potesse -essere il ladro. La novella, giungendo alle ultime case di -Sant'Agostino, s'ingrandì: non si trattava più di un semplice cucchiaio, -ma di tutta l'argenteria di casa Lamonica. - -Ora, come il tempo era bello e su la loggia le rose cominciavano a -fiorire e due lucherini in gabbia cantavano, le comari si trattennero -alle finestre per il piacere di ciarlare al bel tempo, con quel dolce -calore. Le teste femminili apparivano tra i vasi di basilico e il -ciaramellío pareva dilettare i gatti in su le gronde. - -Donna Cristina disse, congiungendo le mani: - -"Chi sarà stato?" - -Donna Isabella Sertale, detta la Faina, che aveva i movimenti lesti e -furtivi di un animaletto predatore, chiese con la voce stridula: - -"Chi ci stava con voi, Donna Cristí? Mi pare che ho visto ripassare -Candia...." - -"Aaaah!" esclamò donna Felicetta Margasanta, detta la Pica per la sua -continua garrulità. - -"Ah!" ripeterono le altre comari. - -"E non ci pensavate?" - -"E non ve n'accorgevate?" - -"E non sapete chi è Candia?" - -"Ve lo diciamo noi chi è Candia!" - -"Sicuro!" - -"Ve lo diciamo noi!" - - -"I panni li lava bene, non c'è che dire. È la meglio lavandaia che sta a -Pescara, non c'è che dire. Ma tiene lu difetto delle cinque dita.... Non -lo sapevate, commà?" - -"A me 'na volta mi mancò due mantili." - -"A me 'na tovaglia." - -"A me 'na camicia." - -"A me tre paia di calzette." - -"A me due fédere." - -"A me 'na sottana nuova." - -"Io non ho potuto riavere niente." - -"Io manco." - -"Io manco." - -"Ma non l'ho cacciata; perchè chi prendo? Silvestra?" - -"Ah! ah!" - -"Angelantonia? L'Africana?" - -"Una peggio dell'altra!" - -"Bisogna ave' pazienza." - -"Ma 'na cucchiara, mo'!" - -"È troppo, mo'!" - -"Non vi state zitta, Donna Cristí; non vi state zitta!" - -"Che zitta e non zitta!" proruppe Maria Bisaccia che, quantunque avesse -l'aspetto placido e benigno, non si lasciava sfuggire nessuna occasione -per opprimere o per mettere in mala vista li altri serventi della casa. -"Ci penseremo noi, Donn'Isabbé, ci penseremo!" - -E le ciarle dalla loggia alle finestre seguitarono. E l'accusa di bocca -in bocca si propalò per tutto il paese. - - - - - II. - - - -La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella -lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce -soprannominato _il Caporaletto_. - -Egli disse alla lavatrice. - -"Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito." - -"Che dici?" domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza -tralasciare la sua bisogna. - -"Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, súbito." - -"Mi vuole? E perchè?" seguitò a domandare Candia, con un modo un po' -brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa, -inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra. - -"Io non posso sapere perchè," rispose il Caporaletto. "Ho ricevuto -l'ordine." - - -"Che ordine?" - -La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle -domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa. - -"Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio venire. -Io non ho fatto nulla." - -Il Caporaletto, impazientito, disse: - -"Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!" - -E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando. - -Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su li -usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le -braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro e -dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a -quei motti, un'inquietudine prese l'animo della donna. E l'inquietudine -crebbe quando ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia. - -"Cammina," disse il Caporaletto, risolutamente. - -Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la -gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega -gridò con una risata feroce: - -"Posa l'osso!" - - -La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione, -non seppe che rispondere. - -Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano -veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse -in conspetto del Sindaco, affannata; chiese: - -"Ma che volete da me?" - -Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra -della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità -sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno: - -"Figlia mia, sedetevi." - -Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le -sue guance rugose avevano una palpitazion singolare. - -"Dite, Don Sí." - -"Voi siete stata ieri a riportà' la biancheria a Donna Cristina -Lamonica?" - -"Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per -capo.... Non manca nulla. Che c'è, mo'?" - -"Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...." - -Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per -ghermire. E le labbra sottili le tremavano. - -"C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na -cucchiara.... Capite, figlia mia? L'avete presa voi.... pe' sbaglio?" - -Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non aveva -preso nulla, in verità. - -"Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi m'ha vista? Mi faccio meraviglia di -voi, Don Sí! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?..." - -E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta -accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano. - -"Dunque voi non l'avete presa?" interruppe Don Silla, ritirandosi in -fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente. - -"Mi faccio meraviglia!" garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe -braccia come due bastoni. - -"Be', andate. Si vedrà." - -Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella -era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, -vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione -popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua -innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, -dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a -singhiozzare su la soglia. - -Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa: - -"Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente." - -Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si -acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava -alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo -cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; -arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti della -dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse li -increduli. - -Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna -Cristina. - -Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte -parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse -con dignità. - -Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò -il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo -argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi -alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che -oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo -le prese l'animo. -- Che più fare! Che più dire! - - - - - III. - - - -Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina -del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con -molta fortuna. La Cinigia già qualche altra volta aveva scoperta la roba -rubata; e si diceva ch'ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli. - -Donna Cristina le disse: - -"Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte." - -La Cinigia rispose: - -"Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore." - -E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si -trovava in una buca, nel cortile, vicino al pozzo. - -Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con -grande meraviglia. - -Rapidamente, la novella si sparse per Pescara. - -Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella -pareva più alta; teneva la testa eretta: sorrideva, guardando tutti -nelli occhi come per dire: - -"Avete visto? Avete visto?" - -La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e -poi rompeva in uno sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che -stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, -chiamò Candia. - -"'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!" - -La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di -cupidigia. - -Filippo La Selvi soggiunse: - -"Te lo meriti, non c'è che di'." - -Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la -faccia un'aria burlevole. - -Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva: - -"L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...." - -E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia. - -Tutti risero. - -Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice -della mano destra con quello della sinistra, in un'attitudine grottesca, -e impuntandosi su le sillabe, disse: - -"Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia..." - - -E seguitò a far de' gesti e a balbettare con un'aria furbesca, per -indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si -contorcevano nell'ilarità. - -Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un -tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di -aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la -strega, per non aver guai. - -Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si -gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di -graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, -schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento -d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni. - -Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, -sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della -lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, -sinchè cadde con gran veemenza bocconi. - -Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò, a -chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e -mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più -della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. -"Come discolparsi ora? Come chiarire la verità?" Ella si disperava, -pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che -avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile -era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo -pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per -altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da -quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori -dicendo: "Come avrei fatto ad entrare?" I mezzi per condurre a termine -l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la -credenza popolare. - -Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò -l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come -mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi -e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi -si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi -di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei -ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano: - -"Va bene! Va bene!" - - -Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le -sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! -- -Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti -intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi -edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo -sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che -non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza delle cose -della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera -manía prese il cervello della povera donna. - -Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. -Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva -alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le -altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva -per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, -della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a -cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e -gesticolava, come una pazza. - -Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le -mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a -mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I -monelli le gridavano dietro: - -"Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!" - -Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia -e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un -soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano -difficoltà contro li argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi -ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si -univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, -sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che -aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede. - -Nell'inverno del 1874 la colse un male. Fu assistita dalla femmina -lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di -brace. - -L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava -su i gomiti, tentava di far de' gesti, per secondare la perorazione. La -lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente. - - -Nell'agonia, quando già li occhi ingranditi si velavano come per -un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava: - -"Non so' stata io, signó.... vedete.... perchè.... la cucchiara...." - - - - - - - I MARENGHI. - - - -Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse -rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno, -togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco -padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza -sprezzante. - -Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia -turchiniccia, di mezzo a cui s'intravedevano le facce varie dei bevitori -e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una -untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una infermità -ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un -omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, -curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate nelli stivali fino -ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l'amico delli -attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle sonnambule, dei -domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma -nel paese per carpire alli oziosi un quattrino. E c'erano le belle del -Fiorentino; tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance -tinte di un color di mattone, li occhi bestiali, la bocca flaccida e -quasi paonazza come un fico troppo maturo. - -Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra -la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture -invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato, -con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace, -piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati -come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra, -sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre -alli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che -l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i -capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin -su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una specie -di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni -gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui. - - -"Ohe," gridò egli, "l'Africana, una fujetta!" percotendo il tavolo con -la pipa d'argilla che al colpo s'infranse. - -L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il -tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a -Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con -uno sguardo pieno di supplicazione amorosa. - -Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse co 'l braccio il collo -di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella -bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere. -Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato -spruzzava la faccia del provocatore. - -L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al fumo -denso del tabacco le giungevano li schiamazzi e le mozze parole di -Peppuccia e della Pica. - -Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto -avvolto in un pastrano, come uno sbirro. - -"Ehi, ragazze!" fece con la voce rauca. "È ora." - -Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra li uomini che le -perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono, dietro il -loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso. -Pachiò, Magnasangue, li altri anche se ne uscirono, a uno a uno. -Binchi-Banche rimase disteso sotto un tavolo, immerso nel torpore -dell'ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto. -Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del pane. - - ---- - -Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l'Africana gli mosse in -contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una lusinghevole -mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte all'altra; ed -una smorfia grottesca le rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia -ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai nei; una -lanugine densa le copriva il labbro superiore e le guance; i capelli -corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una specie di casco; le -sopracciglia le si riunivano alla radice del naso camuso folte; cosicchè -ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di -idrope. - -Quando fu presso all'uomo, ella gli prese la mano per trattenerlo. - -"Oh, Giuvà!" - - -"Che volete?" - -"I' che t'hajie fatte?" - -"Voi? Niende." - -"E allora pecche me dai pene e turmende?" - -"Io? Me facce meravijia.... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo." - -E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si -gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto -contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un -impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che -Passacantando ne rimase atterrito. - -"Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe; -ma statte' nghe me, statte' nghe me. Nen me fa muri di passijone.... nen -me fa ì 'n pazzía.... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che -truove...." Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli -offerse tutto, con un gesto solo. - -Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra -cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano essere, -insieme, cinque lire. - -Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle -su 'l banco, lentamente, tenendo la bocca atteggiata al dispregio. -L'Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando come -una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di -Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore -della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera. - -"Nen m'abbaste," disse finalmente Passacantando. "Ce vo' l'autre. Cacce -l'autre, se no i' me ne vajie." - -Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli -copriva la fronte, e sotto il ciuffo li occhi bianchicci, pieni -d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente, involgendo -quella femmina in una specie di fascinazione malefica. - -"I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, -pijiatele...." balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre -la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano -dalli occhietti porcini. - -"'Mbé," fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei. -"'Mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?" - -"Oh, Giuvanne.... E coma facce pover'ammè?" - -"Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. Maritete dorme. -Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie!" - -"Oh, Giuvanne.... I' tenghe pahure." - -"Che pahure e nen pahure!" strillò Passacantando. "Mo ce venghe pure i'. -'Jame!" - -L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora -disteso sotto la tavola, nel sonno pesante. - -"Chiudème prime la porte," ella consigliò, con sommessione. -Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento -improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè -non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta -si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte, -illuminò la taverna d'un rossore sudicio; li archi massicci si -disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa; -tutta l'architettura prese un'apparenza di scenario romantico ove -dovesse rappresentarsi un qualche dramma feroce. - -"'Jame!" ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava. - - ---- - -Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell'angolo -più oscuro, la femmina innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala era -una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era -incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in -un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per voto. Le altre pareti -copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d'imagini di carta in -brandelli. L'odore della miseria, l'odore del calore umano nei cenci, -empiva la stanza. - -I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente. - -Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante con -una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a traverso -il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di sbieco -sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a un -taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi e -ingialliti dal tabacco; e uno delli orecchi visibile rassomigliava -all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di -bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo, -scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici. -La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere. - -Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in -lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa -cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni -fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti; -ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli nel -prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere la -passione dell'avarizia e la voluttà del possesso. - -L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre -Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale un -rumore. Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò -saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del letto -maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito, l'uomo con -un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la soffocò. - -"Ci sta?" chiese all'Africana. - -"Sì, ci sta, sott'a lu cuscine...." rispose quella mentre insinuava -sotto il guanciale la mano. - -Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed -apparve tra le sue palpebre un po' del bianco delli occhi. Poi ricadde -nell'ottusità del sopore senile. - -L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; spinse la mano d'un -tratto, afferrò la tabacchiera; e, con un moto di fuga, si rivolse verso -le scale; discese seguita da Passacantando. - -"O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!..." balbettava, abbandonandosi -addosso all'uomo. - -Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la -tabacchiera, a cercare fra il tabacco, le monete d'oro. L'acuto aroma -saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione a -starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E, -soffocando il rumore delli sternuti barcollavano e si sospingevano. Al -gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella amava -d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua e là -percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava nella sua -bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto -e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio comparve in -cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna, magro -scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli. Guardava in -giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come un'anima -dannata: - -"Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!" - - - - - - - MUNGIÀ. - - - -In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San -Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento -e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del -fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il -fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un -rapsodo cattolico che ha un nome di pirata barbaresco ed è cieco a -simiglianza dell'antico Omero. - -Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e -le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, -guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte -serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le -antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio pe' i -defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non -latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; -ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, -accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di -qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni -cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, -tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, -in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura. Nelle -braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le -fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi -nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo -nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici. - -Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno -una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della -terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori -lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza -della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui -ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo. - - -Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la -faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e -vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie, -sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d'in torno alle -narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si -compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del -fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi, -solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in -autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite, -non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E -su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera -d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di -tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde -del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi -direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di -muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a -quella umile testa inaspettate arie di nobiltà. - -Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le -chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una -vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose -per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza -untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli -ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette, -lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece -chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e -ancora si veggono in torno all'orlo li ornamenti della gioventù. Ma la -voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente, -poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell'interludio da gran -tempo. - -Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange -dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta, -somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte -di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di -turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito -e dito la pelle escoriata. - -Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il _Libera me Domine_ -e il _Ne recorderis_, lentamente, su una modulazione di cinque sole -note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme -dell'idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico, -passa un avverbio in _ente_ seguito da molte gravi rime; e la voce ha -una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a -battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella -rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di -settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico. - -I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella -bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o -di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e -l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, -continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti -alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva. -Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe. -Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento, -o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina. - -Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena -curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande -berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla -gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a -fatica, talvolta soffermandosi per tossire. - - ---- - -Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene -di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme -con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha -nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni -sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole, -sopra un macigno; e si mette a cantare il _De profundis_, sommessamente, -per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno -cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici, -lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza -denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste, -scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già -appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti -quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza -disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno -al cantore e gli parlano come a un eguale. - -Allora Mungià solleva la voce, per benignità verso li ascoltanti. -Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l'aiuto delle palme munite -d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi -tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Cinigia, -una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo -pieno di forunculi vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui -ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come quello delli -avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono -essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste -ne' loro volti sono le fattezze ovine. -- Il maggiore ha i bulbi visivi -sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un colore -azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a -putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente gonfio, e -paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce -di corda dietro la schiena. - -Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, avente le palpebre -arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi, -olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di -fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di -Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con -su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame, -sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti, -l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge -Jacobbe di Campli, il gran vecchio dal pelame verdastro come quello di -certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l -veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge -Costantino di Corròpoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro -inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda. -Altri giungono. Tutti gl'iloti che hanno emigrato lungo il corso del -fiume, dalli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto -il comun sole. - -Mungià canta allora con una più varia ricerca di modi, tentando -altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gl'invade -l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender -mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso -ch'egli a pena ode. - -Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo -ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il -cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine, -Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli -Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa; -mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando -Lucicappelle, il Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi. - - ---- - -Oh gloriosa _paranzella_ di Mungià! - -La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle -inferiore della Pescara, una inclita fama. - -Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli, un omuncolo tutto grigiastro -come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta -rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua. -Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva alli -orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola -il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando -un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei -saltimbanchi nòmadi. - -Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per -mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela -di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei -colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su -certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi, -come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra -castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come -quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le -sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito -adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili -d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva -l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde -dovessero escire novissimi suoni. - -Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a -due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e e -di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito -della _paranzella_, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il -più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte, -di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano alli orecchi -femminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano -un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in -musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i -conviti larghi e clamorosi. - -Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un -funerale, un triduo, correva la _paranzella_ di Mungià, desiderata, -acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori -di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni. -Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia -di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di -gualdrappe, recava _la soma_. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame -tintinnivano alli scotimenti dell'incedere; li scanni, le tavole, le -arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe, -oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di -fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di -vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e -una conocchia, simbolo delle virtù famigliari, eretta su 'l culmine, -carica di lino, pareva su 'l cielo azzurro una mazza d'oro. - -Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l -grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in -una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore -dei bassorilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso -il talamo, si toglievano il canestro da 'l capo, prendevano un pugno di -grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una -formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano -invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte -lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le -spalle, dicendole parole di dolente amore. - -Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di -rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva -era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto -nella magnificenza di una sua zimarra verde, e tutto sudante e fiammante -e soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i -compagni con battere di piedi su 'l terreno. Il Golpo di Cásoli -fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro alla -crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il ventre -passar li stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto la testa -in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della chitarra e -con la destra pizzicando le due forti corde metalliche, sogguardava le -femmine che ridevano luminose al fondo in tra la letizia delle -fioriture. - -Allora il _Mastro delle cerimonie_ recava le vivande in amplissimi -piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel -fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d'uomo in -uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani -cosparsi d'anice e i formaggi più tondi che il disco della luna, -prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle spezie si mescevano -ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri di liquori -limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli o collane -dai grossi acini avvolte come grappoli d'oro. Su 'l finire, nelli animi -una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano; fin che -Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere colmo, -cantava il bel distico rituale che nei conviti della patria suol -dischiudere ai brindisi le bocche amiche: - - Quistu vino è dòlige e galante; - A la saluta de tutti quante! - - - - - - LA FATTURA. - - - -Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette -starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti li abitanti -di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Subito dopo, -la maggiore campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime -propagavasi nelle case. - -Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo -segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si -sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il -buon volgo la memoria n'è viva e fermata in un proverbio, durerà -lungamente nei tempi a venire. - - - - - I. - - - -Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di qualche corpulenza, tozzo, con -la faccia piena di una prospera stupidezza, con li occhi simili a quelli -d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E -come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come -aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una -di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine -tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di -quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la -ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare -dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile -impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in -ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si -produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i -cittadini. - -Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed -era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, -tra il romore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria -invasa dal polverío delle farine. Nella maturità egli s'era legato in -nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, -abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie -di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto -vasellame fiorito di cui li artefici castellesi allietano le mense della -terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle -forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, -starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia -conquistava e avviluppava anche l'animo di lui. - -Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa -rurale, proprio in quel punto dove la corrente rivolgesi formando quasi -un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che -uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un -porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In -ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere, -trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere -all'occisione e alla salatura del porco. - -Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta -andò solo ad invigilare il supplicio. - -Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu -scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta -la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero -nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita -slabbrante, mentre il gran corpo dava li ultimi tratti. Il sole del -novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La -Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor -Lepruccio bruciare con un ferro rovente li occhi del porco profondati -nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto -lardo e del molto prosciutto futuro. - -L'ucciso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta -di forca rusticale, e rimase pèndulo con la testa in basso. Ivi con -fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme -crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in -ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che -un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano a mano -divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E -Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con -le campanelle d'oro alli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna, -allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi. - -Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero -il porco in un luogo coperto. Mai, nelli altri anni, più meravigliosa -mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la -moglie non ivi fosse a rallegrarsene. - -Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio -Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino -Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita, -ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, -poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia, -sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta. - -Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni; -cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la -pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola, -tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse -rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi, -tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie -corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona, -vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le -attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani -barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure. - -Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre, -d'alcuni anni più giovine, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come -un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di -muovere indipendentemente li orecchi e la pelle della fronte e la pelle -del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale -versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni -e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole delli uomini e delle -cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le -brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano. -Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra -alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano -come quelli d'un furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di -lanugine simile a quella del corpo spiumato di un'oca grassa che ancora -sia da abbrustolire. - -Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera -festevole, dicendo loro: - -"Qualu vente ve porte?" - -E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli -traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco, -soggiunse: - -"Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?" - - -I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il -Ristabilito faceva un cotal suo romore con la lingua contro il palato. -Ciávola chiese: - -"E che ce ne vuo' fa'?" - -"Le vuojie salà," rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi -fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola. - -"Le vuo' salà?" gridò d'improvviso il Ristabilito. "Le vuo' salà? Ma, o -Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappà -l'uccasïone!" - -La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora -l'altro delli interlocutori. - -"Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette," continuò il Ristabilito. -"Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li -quatrine." - -"Ma Pelagge? Ma Pelagge?" balbettava La Bravetta, a cui il fantasma -della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso. - -"E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate," fece il biondo -Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza. - -La Bravetta inorridì. - -"E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede; me -cacce, me mene.... Vu nen le sapete chi è Pelagge?" - -"Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge!" squittirono in coro motteggiando i -due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa -di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena -di commedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto. - -Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il -beffato, preso da un violento impeto di sternuti, agitava le braccia -verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della -finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi volti -umani. - -Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse: - -"'Mbè, jamocénne!" - -"Se vulete cenà nghe me...," offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe. - -"No, no, bello mio," interruppe Ciávola, volgendosi verso l'uscio. "Tu -súghete Pelagge e sálate lu porche." - - - - - II. - - - -Camminarono li amici lungo la riva del fiume. - -In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come -edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore -spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità -delle acque. - -Disse il Ristabilito a Ciávola, soffermandosi: - -"Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?" - -Disse Ciávola: - -"Eccome?" - -Disse il Ristabilito: - -"Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'averne viste." - -Disse Ciávola: - -"Embé, facémele! Ma, dapù?" - -Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano -come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le -orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, -laconico: - -"Le sacce i'." - -Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Campione, nero in tra la -pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono -il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò -sorridendo: - -"Che me dicéte de bbelle?" - - -Comunicarono li amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, -il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a -bassa voce: - -"Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, -da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha -fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbé, jémele a pijà e purtémele a -la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghete -sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e -se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie -l'affare nuostre...." - -Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete vi s'accordò. -Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e -quando furono da presso, Ciávola diede la voce: - -"Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete -aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!" - -La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero. E tutti e -quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova -luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad -intervalli. E il Ristabilito fece: - -"O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?" - - -In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù -ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito -assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori. -Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa -a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra -amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far -traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in -mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di -starnutazioni. - -Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, li amici -moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere -all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, -brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva -agevolmente nel gorgozzúle. - -"'N'atra carráfe!" ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l -desco. - -Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto li occhi e di gambe -storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone -di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. -La Bravetta, con la lingua già impedita, con li occhi già natanti nella -favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e -teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro -pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le -lucerne mal nutrite d'olio fumigavano. - -Era buona ora di notte quando li amici ripassarono il fiume, alla luna -occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra -la melma, tanto egli avea le gambe malferme e la vista torbida. - -Disse il Ristabilito: - -"Facéme 'n'ópera bbone. Arpurtéme a la case custù." - -E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. -Balbettava l'ebbro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte: - -"Uh, quanta frate duminicane!..." - -E Ciávola: - -"Vann'a la cerche pe' sant'Antuone." - -E l'ebro, dopo un poco: - -"O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?" - -Giunti all'uscio di casa, i tre congiuratori se ne andarono. Mastro -Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio -e del sale. Poi, senza rammemorarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si -gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi -rimase. - -Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don -Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente -all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante di -stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I -due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora ad -ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in -quell'occorrenza si esercitavano. - -Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere -una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta -quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del -dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguíto dall'altro. Ambedue, al -fievolissimo lume che entrava pe' i vetri, scorsero subito la forma vaga -del porco in su 'l tavolo. Con infinita cautela sollevarono il peso e -pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in -ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie, -consecutivamente. - -Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su le -spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva -d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina -predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del -prete alenanti. - - - - - III. - - - -La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e stette -su 'l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le campane che -salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in mezzo alla confusione -del primo risvegliarsi, sentiva nell'animo espandersi la contentezza del -possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio mettere in pezzi e -coprir con sale le pingui carni suine. - -Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su 'l -pianerottolo, stropicciandosi li occhi per meglio guardare. Su 'l tavolo -non rimaneva che qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole -virginalmente. - -"Lu porche? Addó sta lu porche?" gridò, con una voce rauca, il derubato. - -Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio -aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno -a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avevano visto il porco, se -l'avevano preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le -voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse -fino alli orecchi di Ciávola e del Ristabilito. - -Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo -spettacolo e per continuar la beffa. E come furono giunti in vista, -Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò: - -"Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma -facce mo? E coma facce?" - -Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto -dell'infelicissimo, con socchiusi li occhi tra la canzonatura e -l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di -giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece: - -"Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte." - -Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole. - -"Eh, sì, sì.... sta vote li si fatte propie da furbe," seguitò il -Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole. - -Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime -nelli occhi pieni di stupore gli si arrestarono. - -"Ma, pe' di' la veretà, accuscì maleziose nen te credeve," riprese a -dire il Ristabilito. "Brave! brave! Me rallegre!" - -"Ma tu che dice?" dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. "Ma tu che dice? -Uh, pover'a me! E coma facce mo a rijì a la case?" - -"Brave! brave! Bena!" incalzava il Ristabilito. "Dajie mo! Strilla -forte! Piagne forte! Tírete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle -créde'." - -E Peppe, piangendo: - -"Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover'a me!" - -"Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strille, chiù te nome créde. -Dajie! Angore! Angore!" - -Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore, sacramentava ripetendo: - -"I' diche addavére. Che me pozza murì, mo, súbbite, se lu porche nen me -se l'hann'arrubbate!" - -"Uh, povere 'nnucende!" squittì per ischerno Ciávola. "Mettéteje lu -ditucce 'mmocche. Coma putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu -porche a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vulà?" - -"Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'." - - -"Ma po' esse?". - -"Accuscì è." - -"Ma nen è cuscì." - -"È cuscì." - -"No." - -"Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte. I' nen sacce coma pozze -fa' a rijì a la case. Pelagge nen me crede", e se ppure me crede, nen me -dà chiù pace.... I' so' mmorte!" - -"'Mbé, ce vuléme créde," concluse il Ristabilito. "Ma bbade, Pe', ca -Ciávule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette. E i' nen vulesse ca tu -gabbísse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace...." - -Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi con -una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà -soggiunse: - -"'Mbè, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s'ha da truvà -'na maniere pe' armedià." - -"Quala maniere?" dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La -Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva. - -"Ecc'a qua," propose Biagio Quaglia. "Certe, une di quille che stanne -pe' qua attorne ha avute da esse; pecché certe n'hanne vinute dall'India -bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?" - -"Va bbone, va bbone," assentì l'uomo, che stava trepido a udire, co 'l -naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale. - -"Mo dunque (statte attende)," continuò il Ristabilito che a quella -credula attenzione prendeva diletto, "mo dunque se nisciune ha vinute -dall'India bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune di quille che -stanne pe' qua attorno ha avute da esse lu latro. No, Pe'?" - -"Va bbone, va bbone." - -"Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte sti cafune e s'ha da sprementà -cacche fatture pe' scuprì lu latro. Scuperte lu latre, scuperte lu -porche." - -Li occhi di Mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più da -presso, poichè l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le native -superstizioni. - -"Tu le sié; ce stanne tre specie de maggíe: la bianche, la rosce e la -nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa -Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie." - -Peppe stette un momento in forse. Poi si decise per Rosaria Pajara che -aveva gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose -mirabili. - - -"'Mbè, su," concluse il Ristabilito, "nen ce sta tembe da pérde. I' pe' -te, propie pe' farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che -ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce da' tutte cose, e me n'arvenghe, -dentr'a sta matine. Damme li quatrine." - -Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li -porse. - -"Tre carline?" gridò l'altro, rifiutandoli. "Tre carline? Ma ce ne vo' -pe' lu mene diece." - -A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento. - -"Come? Pe' na fatture, diece carline?", balbettò egli cercandosi con le -dita tremule nella tasca. "Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù." - -Disse il Ristabilito, secco: - -"Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Cià?" - -I due compagni s'incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe 'l -sentiero delli alberi, l'uno innanzi, l'altro dietro. E Ciávola -picchiava de' gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per -dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono -nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in -familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone quindi -comporre pallottole a guisa di pillole grosse come noci, ben coperte di -zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe compiuta -l'operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato assente) -tornò con una carta piena d'escrementi secchi di cane; e di quelli -escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole, in tutto -simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in áloe e -poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e, perchè -queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del -Ristabilito, un piccolo segno. - -I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa di -Mastro Peppe in su l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto -affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo -lungo e sottile di Ciávola, gridò: - -"'Mbé?" - -"Tutte è all'ordene," rispose in suon di trionfo il Ristabilito, -mostrando il cofano delle confetture incantate. "Mo tu, già che ogge è -la viggilie de Sant'Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce tutte -quante all'are per dajie a beve. Tu hi da tené na certe butticelle de -Montepulciane. Mitte mane a quelle pe' ogge! E quande tutte stanne bene -arhunite, penze i' a fa' e a dice tutte quelle che s'ha da fa' e s'ha da -di'." - - - - - IV. - - - -Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno, -avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i -coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi di -paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro; -quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con larghi -becchi aranciati, chiedendo di nuotare; li odori dello stabbio -giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando di -bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate -dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi -pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga -malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con nelle -vesti rinnovate una manifesta cura d'amore. - -Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una -mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si -mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve -concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti. - -"Bon'uómmene!" disse, "nisciune de vu, certe, sa pecché propie Mastre -Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...." - -Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le -bocche delli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in una -inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore: - -"Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagna de me, -ve vojie dice de che se tratte, prime de fa' la spirienze." - -Li ascoltanti si guardavano l'un l'altro nelli occhi, con un'aria -smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al cofanetto -che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il Ristabilito -faceva pausa per considerare l'effetto delle parole, esclamò impaziente: - -"Ebbè?" - -"Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre -Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen ze -sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecché nisciune -venéve dall'India bbasse p'arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!" - -Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o -fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I -villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse, -sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente -nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse nelli animi, a -quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito -continuò, sempre grave: - -"Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe -bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciano viecchie che j' -ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre, -appone se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare, -accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu -latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó, -arspunnéte!" - -"Nu vuléme magnà e beve," risposero quasi in coro li adunati. E un -movimento corse fra quella gente semplice. Ognuno, guardando il -compagno, aveva nelli occhi una punta d'investigazione. Ognuno, -naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di -spontaneità. - -Disse Ciávola: - -"V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté -nnascónne." - - -Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri, -apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e -cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde -dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come -egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo -porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere. - -Mastro Peppe, che fin allora era stato con grandissimi occhi intenti a -cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente, -quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un tratto i -pomelli delle gote gli salirono vivamente verso li occhi, li angoli -della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli -si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua -faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di -brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la -lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una resistenza -invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire -l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare. - -"Ohe, Mastre Pé, tu che ccazze fiè?" garrì Tulespre dei Passeri, un -vecchio capraro verdastro e pelloso come una tartaruga di palude. - - -Si rivòlse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva -terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi, -disse con suon di benevolenza: - -"'Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ècchene n'áutre. 'Nglutte, -Peppe!" - -E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina. - -Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi li occhi maligni e -acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non -masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti. -Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'aloe si -discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come -dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli -cominciarono a sgorgare dal cavo delli occhi e a rimbalzar, come perle -scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò. - -"Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?" garrì di nuovo il capraro, -mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. "Ohe, e queste -mo che signífeche?" Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La -Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le -ribellioni di orgoglio subitanee e brutali che ha l'onore della gente -campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono -d'improvviso in una tempesta di contumelie. - -"Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettà la cólepe a une de nu 'nghe -'na fatture fánze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatta male li cunde! -Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...! A nu vu cujunà? -Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. -Fijie de p...! Sangue de Criste, tu!" - -E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le -ultime ingiurie di tra i pioppi. - -Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. -Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato -ancora morso dalla perversità dell'aloe, non poteva profferire parola. -Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno -con la punta del piede poggiato in su 'l tacco, scotendo per ironia il -capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio: - -"Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicco nu poche: quante ci -si' fatte? Diece ducate?" - - - - - - - IL MARTIRIO DI GIALLUCA. - - - -Il trabaccolo _Trinità_, carico di fromento, salpò alla volta della -Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze -di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e i -marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta, -uscì nel mare. - -Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque, la -luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le -colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le -oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano. - -I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo per prendere il -vento. Poi come le vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in rosso -e segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e cominciarono -a fumare tranquillamente. Il mozzo prese a cantarellare una canzone -della patria, a cavalcioni su la prua. - -Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su l'acqua -e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa: - -"Lu tembe n'n ze mandéne." - -Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono, Erano -marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte -navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro; e sapevano -la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che -ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole. - -Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte, -Cirù, Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio, tutti nativi di -Pescara. Nazareno era il mozzo. - -Essendo il plenilunio, indugiarono su 'l ponte. Il mare era sparso di -paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava a canto -al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La pesca -pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque -ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta per -riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero finito di fumare, -seguirono l'esempio. Cirù rimase di guardia. - -Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo, -disse: - -"Guarda che tenghe a qua." - -Massacese guardò e disse: - -"'Na cosa da niente. N'n ce penzà." - -C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e -in mezzo al rossore un piccolo nodo. - -Gialluca soggiunse: - -"Me dole." - -Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il -trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante, -perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo -grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore. - -Ferrante La Selvi gli domandò: - -"Che tieni?" - -Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore -era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo. - -Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui: - -"'Na cosa da niente. N'n ce penzà." - - -Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare. - -Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario, -fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci. -Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo. - -Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di -fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella -bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un -soffio passeggiero. - -Gialluca si lamentava del dolore. Nell'ozio, i compagni cominciarono ad -occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù, -ch'era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di mele e -di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie -sua in terra esercitava la medicina insieme con l'arte magica e guariva -i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano. -La galletta non poteva essere efficace. - -Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano; pestò il grano, -tagliuzzò la cipolla, e compose l'empiastro. Al contatto di quella -materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un'ora si strappò dal -collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un'impazienza -irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra -lungo tempo. S'era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente. -Nella chiara notte un'isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in -lontananza come una nuvola posata su l'acqua. - -Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle -osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte -del collo ed aveva assunta una nuova forma ed un colore più cupo che su -l'apice diveniva violetto. - -"E che è quesse?" egli esclamò, perplesso, con un suono di voce che fece -trasalire l'infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri. - -Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui -Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con li occhi aperti -straordinariamente, un po' pallido, ascoltava i prognostici. Come il -cielo era coperto di vapori e il mare appariva cupo e stormi di gabbiani -si precipitavano verso la costa gridando, una specie di terrore scese -nell'animo di lui. - -Alla fine Talamonte minore sentenziò: - -"È 'na fava maligna." - -Li altri assentirono: - - -"Eh, po ésse'." - -Infatti, il giorno dopo, la cuticola del tumore fu sollevata da un siero -sanguigno e si lacerò. E tutta la parte prese l'apparenza di un nido di -vespe, d'onde sgorgavano materie purulente in abbondanza. -L'infiammazione e la suppurazione si approfondivano e si estendevano -rapidamente. - -Gialluca, atterrito, invocò san Rocco che guarisce le piaghe. Promise -dieci libbre di cera, venti libbre. Egli s'inginocchiava in mezzo al -ponte, tendeva le braccia verso il cielo, faceva i voti con un gesto -solenne, nominava il padre, la madre, la moglie, i figliuoli. D'in -torno, i compagni si facevano il segno della croce, gravemente, ad ogni -invocazione. - -Ferrante La Selvi, che sentì giungere un gran colpo di vento, gridò con -la voce rauca un comando, in mezzo al romorío del mare. Il trabaccolo si -piegò tutto sopra un fianco. Massacese, i Talamonte, Cirù si gittarono -alla manovra. Nazareno strisciò lungo un albero. Le vele in un momento -furono ammainate: rimasero i due fiocchi. E il trabaccolo, barcollando -da banda a banda, si mise a correre a precipizio su la cima dei flutti. - -"Sante Rocche! Sante Rocche!" gridava con più fervore Gialluca, eccitato -anche dal tumulto circostante, curvo su le ginocchia e su le mani per -resistere al rullío. - -Di tratto in tratto un'ondata più forte si rovesciava su la prua: -l'acqua salsa invadeva il ponte da un capo all'altro. - -"Va a basse!" gridò Ferrante a Gialluca. - -Gialluca discese nella stiva. Egli sentiva un calore molesto e -un'aridezza per tutta la pelle; e la paura del male gli chiudeva lo -stomaco. Là sotto, nella luce fievole, le forme delle cose assumevano -apparenze singolari. Si udivano i colpi profondi del flutto contro i -fianchi del naviglio e li scricchiolii di tutta quanta la compagine. - -Dopo mezz'ora, Gialluca riapparve su 'l ponte, smorto come se uscisse da -un sepolcro. Egli amava meglio stare all'aperto, esporsi all'ondata, -vedere li uomini, respirare il vento. - -Ferrante, sorpreso da quel pallore, gli domandò: - -"E mo' che tieni?" - -Li altri marinai, dai loro posti, si misero a discutere i rimedi; ad -alta voce, quasi gridando, per superare il fragore della burrasca. Si -animavano. Ciascuno aveva un metodo suo. Ragionavano con sicurezza di -dottori. Dimenticavano il pericolo, nella disputa. Massacese aveva -visto, due anni avanti, un vero medico operare su 'l fianco di Giovanni -Margadonna, in un caso simile. Il medico tagliò, poi strofinò con pezzi -di legno intinti in un liquido fumante, bruciò così la piaga. Levò con -una specie di cucchiaio la carne arsa che somigliava fondiglio di caffè. -E Margadonna fu salvo. - -Massacese ripeteva, quasi esaltato, come un cerusico feroce: - -"S'ha da tajià! S'ha da tajià!" - -E faceva l'atto del taglio, con la mano, verso l'infermo. - -Cirù fu del parere di Massacese. I due Talamonte anche convennero. -Ferrante La Selvi scoteva il capo. - -Allora Cirù fece a Gialluca la proposta. Gialluca si rifiutò. - -Cirù, in un impeto brutale ch'egli non potè trattenere, gridò: - -"Muòrete!" - -Gialluca divenne più pallido e guardò il compagno con due larghi occhi -pieni di terrore. - -Cadeva la notte. Il mare nell'ombra pareva che urlasse più forte. Le -onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua. La -terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per resistere -contro i marosi. Ferrante governava il timone, lanciando di tratto in -tratto una voce nella tempesta: - -"Va a basse, Giallù!" - -Gialluca, per una strana ripugnanza a trovarsi solo, non voleva -discendere, quantunque il male lo travagliasse. Anch'egli si teneva alla -corda, stringendo i denti nel dolore. Quando veniva una ondata, i -marinai abbassavano la testa e mettevano un grido concorde, simile a -quello con cui sogliono accompagnare un comune sforzo nella fatica. - -Uscì la luna da una nuvola, diminuendo l'orrore. Ma il mare si mantenne -grosso tutta la notte. - -La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni: - -"Tajiáte." - -I compagni prima s'accordarono, gravemente; tennero una specie di -consulto decisivo. Poi osservarono il tumore ch'era eguale al pugno di -un uomo. Tutte le aperture, che dianzi gli davano l'apparenza di un nido -di vespe o di un crivello, ora ne formavano una sola. - -Disse Massacese: - -"Curagge! Avande!" - -Egli doveva essere il cerusico. Provò su l'unghia la tempra delle lame. -Scelse infine il coltello di Talamonte maggiore, ch'era affilato di -fresco. Ripetè: - -"Curagge! Avande!" - -Quasi un fremito d'impazienza scoteva lui e li altri. - -L'infermo ora pareva preso da uno stupidimento cupo. Teneva li occhi -fissi su 'l coltello, senza dire niente, con la bocca semiaperta, con le -mani penzoloni lungo i fianchi, come un idiota. - -Cirù lo fece sedere, gli tolse la fasciatura, mettendo con le labbra -quei suoni istintivi che indicano il ribrezzo. Un momento, tutti si -chinarono su la piaga, in silenzio, a guardare. Massacese disse: - -"Cusì e cusì," indicando con la punta del coltello la direzione dei -tagli. - -Allora, d'un tratto, Gialluca ruppe in un gran pianto. Tutto il suo -corpo veniva scosso dai singhiozzi. - -"Curagge! Curagge!" gli ripetevano i marinai, prendendolo per le -braccia. - -Massacese incominciò l'opera. Al primo contatto della lama, Gialluca -gittò un urlo; poi, stringendo i denti, metteva quasi un muggito -soffocato. - -Massacese tagliava lentamente, ma con sicurezza; tenendo fuori la punta -della lingua, per una abitudine ch'egli aveva nel condur le cose con -attenzione. Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva ineguale; -il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare fece affondare -la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo, -dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei beccai. -Egli non voleva più sottomettersi. - -"No, no, no!" - -"Vien' a qua! Vien' a qua!" gli gridava Massacese, dietro, volendo -seguitare la sua opera perchè temeva che il taglio interrotto fosse più -pericoloso. - -Il mare, ancora grosso, romoreggiava in torno, senza fine. Nuvole in -forma di trombe sorgevano dall'ultimo termine ed abbracciavano il cielo -deserto d'uccelli. Oramai, in mezzo a quel frastuono, sotto quella luce, -una eccitazione singolare prendeva quelli uomini. Involontariamente, -essi, nel lottare col ferito per tenerlo fermo, s'adiravano. - -"Vien' a qua!" - -Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso. -Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n'erano -macchiati, tranne Nazareno che stava a prua, tremante, sbigottito -dinanzi all'atrocità della cosa. - - -Ferrante La Selvi, che vedeva la barca pericolare, diede un comando a -squarciagola: - -"Molla le scòtteee! Butta 'l timone a l'ôrsa!" - -I due Talamonte, Massacese, Cirù manovrarono. Il trabaccolo riprese a -correre beccheggiando. Si scorgeva Lissa in lontananza. Lunghe zone di -sole battevano su le acque, sfuggendo di tra le nuvole; e variavano -secondo le vicende celesti. - -Ferrante rimase alla sbarra. Li altri marinai tornarono a Gialluca. -Bisognava nettare le aperture, bruciare, mettere le filacce. - -Ora il ferito era in una prostrazione profonda. Pareva che non capisse -più nulla. Guardava i compagni, con due occhi smorti, già torbidi come -quelli delli animali che stanno per morire. Ripeteva, ad intervalli, -quasi fra sè: - -"So' morto! So' morto!" - -Cirù, con un po' di stoppa grezza, cercava di pulire; ma aveva la mano -rude, irritava la piaga. Massacese, volendo fino all'ultimo seguire -l'esempio del cerusico di Margadonna, aguzzava certi pezzi di legno -d'abete, con attenzione. I due Talamonte si occupavano del catrame, -poichè il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma -era impossibile accendere il fuoco su 'l ponte che ad ogni momento -veniva allagato. I due Talamonte discesero sotto coperta. - -Massacese gridò a Cirù: - -"Lava nghe l'acqua de mare!" - -Cirù seguì il consiglio. Gialluca si sottometteva a tutto, facendo un -lagno continuo, battendo i denti. Il collo gli era diventato enorme, -tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. In torno alle incisioni -cominciavano ad apparire alcune chiazze brunastre. L'infermo provava -difficoltà a respirare, a inghiottire; e lo tormentava la sete. - -"Arcummánnete a sante Rocche," gli disse Massacese che aveva finito di -aguzzare i pezzi di legno e che aspettava il catrame. - -Spinto dal vento, il trabaccolo ora deviava in su, verso Sebenico, -perdendo di vista l'isola. Ma, quantunque le onde fossero ancora forti, -la burrasca accennava a diminuire. Il sole era a mezzo del cielo, tra -nuvole color di ruggine. - -I due Talamonte vennero con un vaso di terra pieno di catrame fumante. - -Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero -il segno della croce. - -"Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na lampa d'argente e l'uoglie -pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme tu! -Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi'!" - -Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse -più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese: - -"Fa." - -Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po' di stoppa; e a mano -a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la -piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il -liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri -rabbrividivano, in conspetto di quello strazio. - -Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo: - -"L'avet'accise!" - -Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l'adagiarono sopra -una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l'infermo. Si udivano di -là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi -precipitati dei marinai. La _Trinità_ virava, scricchiolando. A un -tratto Nazareno si accorse d'una falla da cui entrava acqua; chiamò. I -marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in -furia a riparare. Pareva un naufragio. - - -Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo, si rizzò su la branda, -immaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a -uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina: - -"Nen me lasciate! Nen me lasciate!" - -Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole -insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l'infiammazione crescendo -gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe -'l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancora più mostruosa, -egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere -l'aria. - -"Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more...." - -Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando -cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante -spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il -vespro si avvicinava, le onde si placavano. - -Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando: - -"Gialluca se more! Gialluca se more!" - -I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in -un'attitudine scomposta, con li occhi aperti, con la faccia tumida, come -un uomo strangolato. - -Disse Talamonte maggiore: - -"È mo'?" - -Li altri tacquero, un po', smarriti, dinanzi al cadavere. - -Risalirono su 'l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva: - -"È mo'?" - -Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell'aria veniva la calma. -Un'altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza -avanzare. Si scorgeva l'isola di Solta. - -I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un'inquietudine viva -occupava tutti li animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli -osservò: - -"Avéssene da dice che l'avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà -guai?" - -Questo timore già tormentava lo spirito di quelli uomini superstiziosi e -diffidenti. Essi risposero: - -"È lu vere." - -Massacese incalzò: - -"Mbè? Che facéme?" - -Talamonte maggiore disse, semplicemente: - -"È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé ca l'avéme pirdute 'n mezz'a -lu furtunale.... Certe, n'arrièsce." - -Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno. - -"Oh, tu.... mute come nu pesce." - -E gli suggellarono il segreto nell'animo, con un segno minaccioso. - -Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano -odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni -scossa. - -Massacese disse: - -"Mettémele dentr'a nu sacche." - -Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco -alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d'in torno, -istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non si vedevano vele; il -mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l'isola di -Solta appariva tutt'azzurra, in fondo. - -Massacese disse: - -"Mettémece pure 'na preta." - -Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca. - -Massacese disse: - -"Avande!" - -Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel -mare. L'acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con -una oscillazione lenta; poi si dileguò. - -I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza -parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno -talora li uomini cogitabondi. - -Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un -istante. La _Trinità_ si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore di -buona rotta, passò lo stretto. - -La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità -lacustre. Dal porto di Spálatro uscivano due navigli, e venivano -incontro alla _Trinità_. Le due ciurme cantavano. - -Udendo la canzone, Cirù disse: - -"Toh! So' di Piscare." - -Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse: - -"So' li trabaccule di Raimonde Callare." - -E gittò la voce. - -I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era -carico di fichi secchi, e l'altro di asinelli. - -Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla _Trinità_, vari -saluti corsero. Una voce gridò: - -"Oh Giallù! Addò sta Gialluche?" - - -Massacese rispose: - -"L'avéme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale. Dicétele a la mamme." - -Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo delli asinelli; poi li -addii. - -"Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!" - -E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna. - - - - - - - LA GUERRA DEL PONTE. CAPITOLO DI CRONACA PESCARESE. - - - -Verso gl'idi d'agosto (per tutte le campagne il grano lavato si -asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio -agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del -Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì taluni consiglieri -cittadini discorrere a voce bassa del _cholèra_ che in qualche provincia -d'Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion -della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con un'aria tra di -incredulità e di curiosità ad ascoltare. - -Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura -e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi -di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e delle labbra -come per avvertirli dell'inganno ch'egli credeva si celasse nelle parole -dei consiglieri signori e del sindaco. - -Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un -uomo che sa e vede molto: - -"'Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa' veni nu -poche de culere, u ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo." - -A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi -dalla meraviglia, e quindi dal riso. - -"Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!" esclamò don -Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del -vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo il pugno in su 'l -tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni. - -"'Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse?" fece -Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto -dall'ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo di lui e in -quello delli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità -contro _la signoria_ insorgevano. -- Dunque essi erano esclusi dai -segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah, -brutte cose, per la Majella!... -- - - -"Facéte vu, Nu ce ne jame," concluse il vecchio, acre, coprendosi il -capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di -dignità, in silenzio. - -Come furono fuori del paese, nella campagna opulenta di vigne e di gran -ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accender la pipa, -sentenziò: - -"Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenrie li cocce, pe' -la Majelle!... I nin vulesse esse lu sínnache." - - ---- - -Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente -sconvolgeva tutti li animi. In torno alli alberi fruttiferi, in torno -alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori -vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile. -Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani, -aizzati, latravano fino all'alba. Le imprecazioni contro i _Governanti_ -scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d'ira. Tutte le -pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta -d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione -rimate all'improvviso. - -Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità, confermando -la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di -Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo -costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di -un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto -l'unguento; e d'un tratto l'uomo (ch'era uno dei Paduani) stramazzò, -torcendo le membra su 'l terreno, livido, con li occhi fissi, con il -collo teso, con alla bocca una schiuma. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un -fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e -le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo. - -Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca -variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che -al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito dai -_Governanti_ perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel sale. Le -casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco -aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e liberare -il paese. Un'altra voce recava che al sindaco i _Governanti_ davano -cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande: toccava -ai poveri morire. Il sindaco stava facendo le liste. Ah, si arricchiva, -_il figlio di Sciore_, questa volta! - - ---- - -Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato di Pescara nulla -compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi, -giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su 'l suolo. I grappoli -rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non -seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il -sale, l'unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto -ai cani e ai gatti, per esperimento. - -Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano in -gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove -_Ggiuanne senza pahure_ un dì trovò fortuna, le immaginazioni si -accendevano. - -Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano -le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne -vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le gambe -dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si -esercitarono al canto la bocche femminili. - -Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti li -alberi furono spogliati dei loro frutti, cominciarono i timori e i -sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe' i _Governanti_ -le opportunità di spargere il veleno. - -Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora, -nutrito d'acqua, andavasi temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la -seminazione, co 'l favore dei dolci soli autunnali; e la luna ne 'l -primo quarto influiva su la virtù dei semi. - - ---- - -Una mattina, per tutto il territorio si sparse d'improvviso la voce che -a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra del -fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una minestra -di pasta comprata; nella città. L'indignazione irruppe da tutti li -animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s'erano pacificati in -una securtà fiduciosa. - -"Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a li -ducato.... Ma a nu nen ce po fa' niente mo, pecché frutte nen ce ne sta, -e a Pescare nen ci jeme." - -"Lu fije de Sciore joca na mala carte." - -"A nu ce vo fa' muri? 'Mbè, esse ha sbajate lu tombe, povere -Sciurione...." - -"Addò le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale.... Ma la paste -nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li -cane." - -"Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha -da venì chilu journe...." - -Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle -contumelie contro li uomini del Comune e contro i _Governanti_. - -A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono -prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande -paura funerea, insieme con l'umidità del fiume. Per le vie la gente si -agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i -consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano -e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando -contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come -provvedere. Per un naturai fenomeno, il commovimento dell'animo si -propagava al ventre. - -Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e -a battere i denti; si guardavano in volto l'un l'altro; si allontanavano -a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte. - -Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le -guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e -di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e -l'inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da -lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare -spalmassero carene allegramente. - - ---- - -Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico. - -E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò nei borghi della -Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e -alcuni vecchi dediti a piccole industrie. - -Li infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi. -Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un -gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide -il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a -scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con -parole di persuasione; bevve egli pe 'l primo la metà del liquido; e, -dopo, quasi tutti li assistenti accostarono la bocca all'orlo del -bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo. - -"Ma vedi," esclamò il dottore, "abbiamo bevuto prima noi...." - - -Anisafine si mise a ridere per beffa: - -"Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene," -disse. E, poco dopo, morì. - -Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per -ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine -sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii -contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì -rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti. - -Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d'uomini -caritatevoli, furono in su 'l principio credute dal volgo un laboratorio -di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la -carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico, -andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle -cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile: - -"A me nen mi ci acchiappo!" - -La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco -esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa -l'effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta -ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i -mendicanti attendevano ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume, si -precipitarono per la porta; vollero anch'essi bere e mangiare. - -Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di -Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade -il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti -un Castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su 'l mezzodì si -raccoglie in torno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che -l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichio multicolore di cenci e -si leva un mormorio di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le -figure già cognite. Io amo una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che -ha una mirabile testa di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di -austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su 'l cranio come un -casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde; e resta -in disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata. - - ---- - -Ma il grande episodio epico di questa cronaca del _cholèra_ è la Guerra -del Ponte. - -Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i -due comuni che il bel fiume divide. - - -Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie, -l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè -oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già -molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i -mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti. - -Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli -tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le -gómene s'intrecciano nell'aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne -alte dell'argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche -barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al -peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa -macchina acquatica oscilla e balza da un capo all'altro e risuona come -un tamburo. - -Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo -liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa -cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i -marinai. - -Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l'umile -costruzione sta quasi come un monumento della patria, ha quasi in sè la -santità delle cose antiche e dà alli estranei indizio di genti che -ancora vivano in una semplicità primordiale. - -Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che -si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le -industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si -spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i -canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare! - -Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con -molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio -nell'ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo -innumerevoli paesi. - -Era nell'intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie -d'assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno, -attrarne al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine -praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una -forzosa inerzia ogni arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai -padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di -pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e -scaricassero alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino -al giorno della Natività di Cristo. - -Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol -salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta -appariva dunque l'insidia. - -I padroni rifiutarono ogni offerta, preferendo tenere inoperose le reti. - -Lo scaltro nemico fece ad arte spargere voce che una mortalità grande -affliggeva Pescara. Si adoperò per via d'amicizia a sollevare tutti li -animi della provincia teramana e li animi anche dei Chietini contro la -pacifica città dove il morbo già era scomparso. - -Respinse con violenza o ritenne prigionieri alcuni onesti viandanti che, -usando d'un comun diritto, prendevano la strada provinciale per recarsi -altrove. Lasciò che sulla linea di confine un branco di suoi -lanzichenecchi stesse dall'alba al tramonto schiamazzando contro -chiunque si avvicinava. - -La ribellione cominciò allora a fermentare nei Pescaresi, contro li -ingiusti arbitrii; poichè sopraggiungeva la miseria e tutta la numerosa -classe dei lavoratori languiva nell'inerzia e tutti i mercanti -incorrevano in gravissimi danni. Il _cholèra_, scomparso dalla città, -accennava a scomparire anche dalla marina dove soltanto alcuni vecchi -invalidi erano morti. Tutti i cittadini, fiorenti di salute, amavano -riprendere le consuete fatiche. - -I tribuni sorsero: Francesco Pomárice, Antonio Sorrentino, Pietro -D'Amico. Per le vie la gente si divideva in gruppi, ascoltava la parola -tribunizia, applaudiva, proponeva, gittava gridi. Un gran tumulto -andavasi preparando fra il popolo. Per eccitazione, taluni raccontavano -il fatto eroico del Moretto di Claudia. Il quale, preso dai -lanzichenecchi a forza e imprigionato nel lazzeretto ed ivi trattenuto -per cinque giorni senz'altro cibo che pane, riuscì a fuggire dalla -finestra; passò a nuoto il fiume, e giunse tra i suoi grondante di -acqua, alenante, famelico, raggiante di gloria e di gioia. - -Il sindaco, nel frattempo, sentendo il mugolío precursore della -tempesta, si accinse a parlamentare co 'l Gran Nimico castellammarese. È -il sindaco un picciolo dottor di legge cavaliere, tutto untuosamente -ricciutello, con omeri sparsi di forfora, con chiari occhietti -esercitati alle dolci simulazioni. È il Gran Nimico un degenere nepote -del buon Gargantuasso; enorme, sbuffante, tonante, divorante. Il -colloquio avvenne in terra neutrale; e presenti vi furono li illustri -prefetti di Teramo e di Chieti. - -Ma, verso il tramonto, un lanzichenecco, entrato in Pescara per recare -un messaggio a un consiglier del Comune, si mise in cantina con atti -bravi a bevere; e quindi prese bravamente a girovagare. Come lo videro i -tribuni, gli corsero sopra. Tra le grida e le acclamazioni della plebe -lo spinsero lungo la riva, sino al lazzeretto. Era il tramonto su le -acque luminosissimo; e il bèllico rossore dell'aria inebriava li animi -plebei. - -Allora dall'opposta riva ecco una torma di Castellammaresi, uscente di -tra i salici ed i vimini, darsi con molta veemenza di gesti ad inveire -contro l'oltraggio. - -Rispondevano i nostri con eguale furia. E il lanzichenecco imprigionato -percoteva con tutta la forza dei piedi e delle mani la porta della -prigione, gridando: - -"Apríteme! Apríteme!" - -"Tu adduòrmete a esse, e nen te n'incaricà," gli gridavano per beffa i -popolani. E qualcuno crudelmente aggiungevagli: - -"Ah, si sapisse quante se n'hanne muorte a esse dendre! Siente l'uddore? -Nen te s'ha cumenzate a smove nu poche la panze?" - - -"Urrà! Urrà!" - -Verso la Bandiera scorgevasi un luccichio di canne di fucile. Il -sindachetto veniva a capo di un manipolo militare per liberar dal -carcere il lanzichenecco, a fin di non incorrere nelle ire del Gran -Nimico. - -Subitamente la plebe, irritata, tumultuò; grida altissime si levarono -contro quel vil liberatore di Castellammaresi. - -Per tutta la via, dal lazzeretto alla città, fu un clamoroso -accompagnamento di sibili e di contumelie. Al lume delle torce, la -gazzarra durò fin che le voci non furon roche. - - ---- - -Dopo quel primo impeto, la rivolta si andò svolgendo a mano a mano con -nuove peripezie. Tutte le botteghe si chiusero. Tutti i cittadini si -raccolsero su la strada, ricchi e poveri, in famigliarità, presi da una -furiosa smania di parlare, di gridare, di gesticolare, di manifestare in -mille diversi modi un unico pensiero. - -Ad ogni tratto giungeva un tribuno recando una notizia. I gruppi si -scioglievano, si ricomponevano, variavano, secondo le correnti delle -opinioni. E, poichè su tutte le teste la libertà del giorno era vitale e -i sorsi dell'aria letificavano come sorsi di vino, si ridestò nei -Pescaresi la nativa giocondità beffarda; ed essi seguitarono a far -ribellione in una maniera gaia ed ironica, così, per il diletto, per il -dispetto, per l'amore delle cose nuove. - -Li stratagemmi del Gran Nimico si moltiplicavano. Qualunque accordo -rimaneva inosservato a causa di abili temporeggiamenti che la debolezza -del piccolo sindaco favoriva. - - ---- - -Il mattino d'Ognissanti, verso la settima ora, mentre nelle chiese si -celebravano i primi uffici festivi, i tribuni si misero in giro per la -città, seguiti da una turba che ad ogni passo accrescevasi e diveniva -più clamorosa. Quando l'intero popolo fu raccolto, Antonio Sorrentino -arringò. La processione, in ordine, quindi si diresse al Palazzo -comunale. Le strade erano ancora azzurre nell'ombra e le case erano -coronate dal sole. - -In vista del Palazzo un immenso grido scoppiò. Tutte le bocche -scagliavano vituperii contro il leguleio; tutti i pugni si levavano in -attitudine di minaccia; tra un grido e l'altro, certe lunghe -oscillazioni sonore rimanevano nell'aria, come prodotte da uno -stromento; e su la confusion delle teste e delle vesti i lembi vermigli -delle bandiere sbattevano, come agitati dal largo soffio popolare. - - -Su 'l comunal balcone non appariva alcuno. Il sole discendeva a poco a -poco dal tetto verso la gran meridiana tutta nera di cifre e di linee su -cui lo gnomone vibrava l'ombra indicatrice. Dalla Torretta dei -D'Annunzio al campanil badiale torme di colombi svolazzavano -nell'azzurro superiore. - -Le grida si moltiplicarono. Una mano di animosi diede l'assalto alle -scale del Palazzo. Il piccolo sindaco, pallido e pavido, si arrese al -volere del popolo; lasciò il seggio; rinunziò all'ufficio; discese su la -strada, tra i gendarmi, seguito dai consiglieri. Uscì quindi dalla -città; si ritrasse su 'l colle di Spoltore. - -Le porte del Palazzo furono chiuse. Un'anarchia provvisoria si stabilì -nella città. Le milizie, per impedire l'imminente lotta tra i -Castellammaresi e i Pescaresi, fecero argine su l'estremità sinistra del -ponte. La turba, deposte le bandiere, si avviò alla strada di Chieti; -poichè di là era per giungere il Prefetto chiamato in furia da un -Commissario reale. I proponimenti parevano feroci. - -Ma la mite virtù del sole a poco a poco pacificò le ire. Nell'ampia -strada venivano, uscenti dalla chiesa, le femmine del contado tutte in -vesti di seta multicolori e coperte di gioielli giganteschi, di -filigrane d'argento, di collane d'oro. Lo spettacolo di quelle facce, -rubiconde e gioconde come grandi pomi, rasserenava ogni animo. I motti e -le risa nacquero spontaneamente; ed il non breve tempo dell'aspettazione -parve quasi dilettevole. - -Su 'l mezzodì la vettura prefettizia giunse in vista. Il popolo si -dispose in semicerchio per chiuderle la via. Antonio Sorrentino arringò, -non senza un certo sfoggio d'eloquenza fiorita. Li altri, fra le pause -dell'arringa, chiedevano in vari modi giustizia contro li abusi, -sollecitudine e validità di provvedimenti nuovi. Due grandi scheletri -equini, ancora animati, scotevano di tratto in tratto le sonagliere, -mostrando ai ribelli le gencive pallidicce, con una smorfia di -derisione. E il delegato di polizia, simile non so a qual vecchio -cantator di teatro che ancora portasse per divozione in torno al volto -una finta barba di druido, moderava dall'altitudine del serpe l'ardor -del tribuno, con cenni gravi della mano. - -Come il perorante nella foga saliva a culmini di eloquenza troppo -audaci, il Prefetto, sorgendo su 'l predellino, colse il momento per -interrompere. Proferì una frase ambigua e timida che le grida del popolo -copersero. - -"A Pescara! A Pescara!" - -La vettura camminò quasi sospinta dall'onda popolare ed entrò in città; -e, poichè il Palazzo era chiuso, si fermò dinanzi alla Delegazione. -Dieci nominati a voce dal popolo salirono insieme col Prefetto, per -parlamentare. La turba occupò tutta la via. Impazienze qua e là -scoppiavano. - -La via era angusta. Le case riscaldate dal sole irraggiavano un tepor -dilettoso; e non so qual lenta mollezza emanava dal cielo oltremarino, -dall'erbe fluttuanti lungo le gronde, dalle rose delle finestre, dalle -mura bianche, dalla fama stessa del luogo. Ha il luogo fama d'albergare -le più belle popolane pescaresi: vive e di generazione in generazione -nella contrada si va perpetuando una tradizion di beltà. La immensa casa -decrepita di Don Fiore Ussorio è un vivaio di bimbi floridi e di -fanciulle leggiadre; ed è tutta coperta di piccole logge che sono -esuberanti di garofani e che si reggono su rozze mènsole scolpite di -mascheroni procaci. - -A poco a poco, le impazienze della folla si placavano. I parlari oziosi -propagavansi da un capo all'altro; dall'uno all'altro bivio. - -Domenico di Matteo, una specie di Rodomonte villereccio, motteggiava ad -alta voce sull'asinità e l'avidità dei dottori che facevano morire li -infermi per prendere dal Comune una maggior mercede. Egli narrava certe -sue cure mirabili. Una volta egli aveva un gran dolore al petto ed era -quasi prossimo all'agonia. Poichè il medico gli proibì di bere acqua, -egli ardeva di sete. Una notte, mentre tutti dormivano, si levò piano -piano, cercò a tentoni la conca, vi tuffò la testa e rimase lì a bevere -come un giumento, fin che la conca non fu vuota. La mattina dopo egli -era guarito. Un'altra volta egli ed un suo compare, avendo da lungo -tempo la febbre terzana contro cui ogni virtù di chinino pareva inutile, -decisero di fare una esperienza. Si trovavano su la riva del fiume, ed -alla riva opposta una vigna solatía li allettava con i grappoli. Si -spogliarono, si gittarono nelle fredde acque, tagliarono la corrente, -toccarono l'altra riva, si saziarono d'uva; poi di nuovo attraversarono. -La terzana disparve. Un'altra volta, essendo egli infermo di mal -francioso ed avendo speso più di quindici ducati vanamente in opera di -medici e di medicine, come vide la madre attendere al bucato, fu colto -da un pensiero felice. Tracannò, l'un dopo l'altro, cinque bicchieri di -lisciva; e si liberò. - -Ma ai balconi, alle finestre, alle logge la bella tribù muliebre si -affacciava tumultuariamente. Tutti li uomini dalla via levavano li occhi -a quelle apparizioni e restavano con la faccia al sole per guardare; e -tutti, poichè la consueta ora del pasto era già trascorsa, si sentivano -la testa un poco vacua e nello stomaco un languore infinito. Brevi -dialoghi dalla via alle finestre si intrecciavano. I giovini gittarono -motti salaci alle belle. Le belle risposero con gesti schivi, con -scuotere di capo; o si ritrassero, o forte risero. Le fresche risa di -quelle bocche si sgranellavano come collane di cristallo, cadendo su li -uomini che già il desio incominciava a pungere. Dalle mura il calore -s'irradiava più largo e mescevasi al calor dei corpi agglomerati. I -riverberi bianchissimi abbarbagliavano. Qualche cosa di snervante e di -stupefacente discendeva su quella turba digiuna. - -Apparve su una loggia, d'improvviso, la Ciccarina, la bella delle belle, -la rosa delle rose, l'amorosa pèsca, colei che tutti han desiato. Per un -moto unanime, li sguardi si volsero verso di lei. Ella, nel trionfo, -stava semplicemente, sorridendo, come una dogaressa dinanzi al suo -popolo. Il sole le illuminava la piena faccia di cui la carne è simile -alla polpa di un frutto succulento. I capelli, di quel color castaneo di -sotto a cui par trasparisca una fiamma d'oro aranciato, le invadevano la -fronte, le tempia, il collo, mal frenati. Un nativo fáscino afrodisiaco -le emanava da tutta la persona. Ed ella stava semplicemente, tra due -gabbie di merli, sorridendo, non sentendosi offesa dalle brame che -lucevano in tutti quelli occhi intenti a lei. - -I merli fischiarono. I madrigali rustici batterono l'ali verso la -loggia. La Ciccarina si ritrasse, sorridendo. La turba rimase nella via, -quasi abbacinata dai riverberi, dalla vista di quella femmina, dalle -prime vertigini della fame. - -Allora uno dei parlamentari, affacciatosi a una finestra della -Delegazione, disse con voce squillante: - -"Cittadini, si deciderà la cosa fra tre ore!" - - - - - - L'EROE. - - - -Già i grandi stendardi di san Gonselvo erano usciti su la piazza ed -oscillavano nell'aria pesantemente. Li reggevano in pugno uomini di -statura erculea, rossi in volto e con il collo gonfio di forza, che -facevano giuochi. - -Dopo la vittoria su i Radusani, la gente di Mascalico celebrava la festa -di settembre con magnificenza nuova. Un meraviglioso ardore di religione -teneva li animi. Tutto il paese sacrificava la recente ricchezza del -fromento a gloria del patrono. Su le vie, da una finestra all'altra, le -donne avevano tese le coperte nuziali. Li uomini avevano inghirlandato -di verzura le porte e infiorato le soglie. Come soffiava il vento, per -le vie era un ondeggiamento immenso e abbarbagliante di cui la turba -s'inebriava. - -Dalla chiesa la processione seguitava a svolgersi e ad allungarsi su la -piazza. Dinanzi all'altare, dove san Pantaleone era caduto, otto uomini, -i privilegiati, aspettavano il momento di sollevare la statua di san -Gonselvo; e si chiamavano: Giovanni Curo, l'Ummálido, Mattalà, Vincenzio -Guanno, Rocco di Céuzo, Benedetto Galante, Biagio di Clisci, Giovanni -Senzapaura. Essi stavano in silenzio, compresi della dignità del loro -ufficio, con la testa un po' confusa. Parevano assai forti; avevano -l'occhio ardente dei fanatici; portavano alli orecchi, come le femmine, -due cerchi d'oro. Di tanto in tanto si toccavano i bicipiti e i polsi, -come per misurarne, la vigoria; o tra loro si sorridevano fuggevolmente. - -La statua del patrono era enorme, di bronzo vuoto, nerastra, con la -testa e con le mani d'argento, pesantissima. - -Disse Mattalà: - -"Avande!" - -In torno, il popolo tumultuava per vedere. Le vetrate della chiesa -romoreggiavano ad ogni colpo di vento. La navata s'empiva di fumo -d'incenso e di belzuino. I suoni delli stromenti giungevano ora sì ora -no. Una specie di esaltazione cieca prendeva li otto uomini, in mezzo a -quella turbolenza religiosa. Essi tesero le braccia, pronti. - - -Disse Mattalà: - -"Una!... Dua!... Trea!..." - -Concordemente, li uomini fecero lo sforzo per sollevare la statua di su -l'altare. Ma il peso era soverchiante: la statua barcollò a sinistra. Li -uomini non avevan potuto ancora bene accomodare le mani in torno alla -base per prendere. Si curvavano tentando di resistere. Biagio di Clisci -e Giovanni Curo, meno abili, lasciarono andare. La statua piegò tutta da -una parte, con violenza. L'Ummálido gittò un grido. - -"Abbada! Abbada!" vociferavano in torno, vedendo pericolare il patrono. -Dalla piazza veniva un frastuono grandissimo che copriva le voci. - -L'Ummálido era caduto in ginocchio; e la sua mano destra era rimasta -sotto il bronzo. Così, in ginocchio, egli teneva li occhi fissi alla -mano che non poteva liberare, due occhi larghi, pieni di terrore e di -dolore; ma non gridava più. Alcune gocce di sangue rigavano l'altare. - -I compagni, tutt'insieme, fecero forza un'altra volta per sollevare il -peso. L'operazione era difficile. L'Ummálido, nello spasimo, torceva la -bocca. Le femmine spettatrici rabbrividivano. - -Finalmente la statua fu sollevata; e l'Ummálido ritrasse la mano -schiacciata e sanguinolenta che non aveva più forma. - - -"Va a la casa, mo! Va a la casa!" gli gridava la gente, sospingendolo -verso la porta della chiesa. - -Una femmina si tolse il grembiule e gliel'offerse per fasciatura. -L'Ummálido rifiutò. Egli non parlava; guardava un gruppo d'uomini che -gesticolavano in torno alla statua e contendevano. - -"Tocca a me!" - -"No, no! Tocca a me!" - -"No! A me!" - -Cicco Ponno, Mattia Scafarola e Tommaso di Clisci gareggiavano per -sostituire nell'ottavo posto di portatore l'Ummálido. - -Costui si avvicinò ai contendenti. Teneva la mano rotta lungo il fianco, -e con l'altra mano si apriva il passo. - -Disse semplicemente: - -"Lu poste è lu mi'." - -E porse la spalla sinistra a sorreggere il patrono. Egli soffocava il -dolore stringendo i denti, con una volontà feroce. - -Mattalà gli chiese: - -"Tu che vuo' fa'?" - -Egli rispose: - -"Quelle che vo' sante Gunzelve." - -E, insieme con li altri, si mise a camminare. - - -La gente lo guardava passare, stupefatta. - -Di tanto in tanto, qualcuno, vedendo la ferita che dava sangue e -diventava nericcia, gli chiedeva al passaggio: - -"L'Ummá, che tieni?" - -Egli non rispondeva. Andava innanzi gravemente, misurando il passo al -ritmo delle musiche, con la mente un po' alterata, sotto le vaste -coperte che sbattevano al vento, tra la calca che cresceva. - -All'angolo d'una via cadde, tutt'a un tratto. Il santo si fermò un -istante e barcollò, in mezzo a uno scompiglio momentaneo; poi si rimise -in cammino. Mattia Scafarola subentrò nel posto vuoto. Due parenti -raccolsero il tramortito e lo portarono nella casa più vicina. - -Anna di Céuzo, ch'era una vecchia femmina esperta nel medicare le -ferite, guardò il membro informe e sanguinante; e poi scosse la testa. - -"Che ce pozze fa'?" - -Ella non poteva far niente con l'arte sua. - -L'Ummálido, che aveva ripreso li spiriti, non aprì bocca. Seduto, -contemplava la sua ferita, tranquillamente. La mano pendeva, con le ossa -stritolate, oramai perduta. - -Due tre vecchi agricoltori vennero a vederla. - - -Ciascuno, con un gesto o con una parola, espresse lo stesso pensiero. - -L'Ummálido chiese: - -"Chi ha purtate lu Sante?" - -Gli risposero: - -"Mattia Scafarola." - -Di nuovo, chiese: - -"Mo che si fa?" - -Risposero: - -"Lu vespre 'n múseche." - -Li agricoltori salutarono. Andarono al vespro. Un grande scampanio -veniva dalla chiesa madre. - -Uno dei parenti mise a canto al ferito un secchio d'acqua fredda, -dicendo: - -"Ogne tante mitte la mana a qua. Nu mo veniamo. Jame a sentì lu vespre." - -L'Ummálido rimase solo. Lo scampanio cresceva, mutando metro. La luce -del giorno cominciava a diminuire. Un ulivo, investito dal vento, -batteva i rami contro la finestra bassa. - -L'Ummálido, seduto, si mise a bagnare la mano, a poco a poco. Come il -sangue e i grumi cadevano, il guasto appariva maggiore. - -L'Ummálido pensò: - --- È tutt'inutile! È pirdute. Sante Gunzelve, a te le offre. -- - - -Prese un coltello, e uscì. Le vie erano deserte. Tutti i devoti erano -nella chiesa. Sopra le case correvano le nuvole violacee del tramonto di -settembre, come figure d'animali. - -Nella chiesa la moltitudine agglomerata cantava quasi in coro, al suono -delli stromenti, per intervalli misurati. Un calore intenso emanava dai -corpi umani e dai ceri accesi. La testa d'argento di san Gonselvo -scintillava dall'alto come un faro. - -L'Ummálido entrò. Fra la stupefazione di tutti, camminò sino all'altare. - -Egli disse, con voce chiara, tenendo nella sinistra il coltello: - -"Sante Gunzelve, a te le offre." - -E si mise a tagliare in torno al polso destro, pianamente, in cospetto -del popolo che inorridiva. La mano informe si distaccava a poco a poco, -tra il sangue. Penzolò un istante trattenuta dalli ultimi filamenti. Poi -cadde nel bacino di rame che raccoglieva le elargizioni di pecunia, ai -piedi del patrono. - -L'Ummálido allora sollevò il moncherino sanguinoso; e ripetè, con voce -chiara: - -"Sante Gunzelve, a te le offre." - - - - - - - TURLENDANA EBRO. - - - -Quando egli bevve l'ultimo bicchiere, all'orologio del Comune stavano -per iscoccare due ore dopo la mezzanotte. - -Disse Biagio Quaglia, con la voce intorbidata dal vino, come i tocchi -squillarono nel silenzio della luna chiarissimi: - -"Mannaggia! Ce ne vulemo i'?" - -Ciávola, quasi disteso sotto la panca, agitando di tratto in tratto le -lunghe gambe corritrici, farneticava di cacce clandestine nelle bandite -del marchese di Pescara, poichè il sapor selvatico della lepre gli -risaliva su per la gola e il vento recava l'odor resinoso dei pini dalla -boscaglia marittima. - -Disse Biagio Quaglia, percotendo con i piedi il cacciatore biondo, e -facendo atto di levarsi: - -"'Jamo, Purié." - -E Ciávola con molto sforzo si rizzò dondolandosi, smilzo e lungo come un -cane levriere. - - -"'Jamo; ca mo fanne lu passo," rispose, levando la mano verso l'alto, -quasi in atto di auspicio, poichè forse pensava a una qualche migrazione -di uccelli. - -Turlendana anche si mosse; e, vedendo dietro di sè la vinattiera -Zarricante che aveva fresche le gote e acerbe le poma del petto, volle -abbracciarla. Ma Zarricante gli sfuggì di tra le braccia, gridandogli -una contumelia. - -Su la porta, Turlendana chiese ai due amici un po' di compagnia e di -sostegno per un tratto di cammino. Ma Biagio Quaglia e Ciávola, che -facevano un bel paio, gli volsero le spalle sghignazzando e si -allontanarono sotto la luna. - -Allora Turlendana si fermò a guardare la luna che era tonda e rossa come -una bolla pontificia. I luoghi in torno tacevano. Le case biancicavano -in fila. Un gatto miagolava alla notte di maggio, su i gradini della -porta. - -L'uomo, avendo nell'ebrietà una singolare inclinazione alla tenerezza, -tese la mano pianamente per accarezzare l'animale. Ma l'animale, essendo -di natura forastico, diede un balzo e disparve. - -Vedendo un cane errante avvicinarsi, l'uomo tentò di versare su quello -la piena della sua benevolenza amorevole. Ma il cane passò oltre, senza -rispondere al richiamo, e si mise in un canto del trivio a rosicare -certe ossa. Il romore dei denti laboriosi udivasi distintamente nel -silenzio. - -Come dopo poco la porta della cantina si chiuse, Turlendana rimase solo -nel gran plenilunio popolato di ombre e di nuvole in viaggio. E la sua -mente rimase colpita da quel rapido allontanarsi di tutti li esseri -circostanti. Tutti dunque fuggivano? Che aveva egli fatto perchè tutti -fuggissero? - -Cominciò a muovere i passi incertamente, verso il fiume. Il pensiero di -quella fuga universale, a mano a mano ch'egli andava innanzi, gli -occupava con maggiore profondità il cervello alterato dai fumi bacchici. -Avendo incontrato altri due cani spersi, si fermò presso di loro quasi -per esperimentare e li chiamò. Le due bestie ignobili seguitarono a -strisciarsi lungo i muri, con la coda fra le gambe; e scantonarono. Poi, -quando furono più lontani, si misero a latrare; e subitamente da tutti i -punti del paese, dal Bagno, da Sant'Agostino, dall'Arsenale, dalla -Pescheria, da tutti i luoghi luridi e oscuri i cani erranti accorsero, -come a un suon di battaglia. E il coro ostile di quella tribù di zingari -famelici saliva fino alla luna. - -Turlendana stupefatto, mentre una specie d'inquietudine gli si svegliava -nell'animo vagamente, riprese il cammino con passi più spediti, di -tratto in tratto incespicando su le asperità del terreno. Quando giunse -al canto dei bottari, dove le ampie botti di Zazzetta formavano cumuli -biancastri simili a monumenti, egli sentì un interrotto respirar -bestiale. E, poichè il pensiero fisso dell'ostilità delle bestie omai lo -teneva, egli si accostò da quella parte, con una ostinazione di ebro, -per esperimentare di nuovo. - -Dentro una stalla bassa i tre vecchi cavalli di Michelangelo ansavano -faticosamente su la mangiatoia. Erano bestie decrepite che avevano -logorata la vita trascinando su per la strada di Chieti due volte al -giorno la gran carcassa d'una diligenza piena di mercanti e di -mercanzie. Sotto i loro peli bruni, qua e là rasati dalle bardature, le -coste sporgevano come tante canne secche di una tettoia in rovina; le -gambe anteriori piegate non avevano quasi più ginocchia; la schiena era -dentata come una sega; e il collo spelato, dove a pena rimaneva qualche -vestigio della criniera, si curvava verso terra così che talvolta le -froge senza più soffio toccavano quasi le ugne consunte. - -Un cancello di legno, malfermo, sbarrava la porta. - -Turlendana cominciò a fare; -- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! -- - - -I cavalli non si movevano; ma respiravano insieme, umanamente. E le -forme dei loro corpi apparivano confuse nell'ombra turchiniccia; e il -fetore dei loro aliti si mesceva al fetore dello strame. - --- Ush, ush, ush! -- seguitava Turlendana, in suono lamentevole, come -quando spingeva Barbarà ad abbeverarsi. - -I cavalli non si movevano. - --- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! -- - -Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme su 'l -cancello, guardando dalli occhi che rilucevano alla luna come ripieni -d'una acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile a un lembo -di pelle flaccida, scoprendo la gengiva. Le froge ad ogni soffio -ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si schiudevano talvolta -con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di lievito che -fermenta, e si richiudevano. - -Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque -s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in -mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve -dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su la -paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava -debolmente di tratto in tratto mentre ad ogni moto il ventre gonfio -produceva il romore d'un barile a metà pieno d'acqua. - -Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con quelle -scosse improvvise e quelli strani singhiozzi rauchi che facevano -sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e con -quelli sforzi affannosi del collo che si sollevava un istante per -ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si -movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo delli -orecchi e quell'immobilità del globo dell'occhio che pareva già spento -prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò -nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli, -appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a -fare verso il cavallo di Michelangelo: - --- Ush, ush, ush! Ush, ush, ush! -- - -Con la persistenza inconscia delli ebri, con una ebetudine crescente, -seguitava, seguitava; ed era una lamentazione monotona, accorante, quasi -lugubre come il canto delli uccelli notturni. - --- Ush, ush, ush! -- - -Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, d'improvviso si affacciò -alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie e -di imprecazioni il disturbatore. - -"Fijie di.... vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne da ecche! Vatténne, ca -mo pijie na varre. Fijie di.... a turmendà li cristiani vuo' venì? -'Mbriache 'vrette! Vatténne!" - -Turlendana si rimise a camminare, verso il fiume, barcollando. Al trivio -dei fruttaiuoli una torma di cani stava in conciliabolo amoroso. Come -l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo verso il Bagno. Dal -vicolo di Gesidio un'altra torma sbucò e prese la via dei Bastioni. -Tutto il paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile, era pieno -di amori e di combattimenti canini. Il mastino di Madrigale, incatenato -a guardia d'un bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la sua -voce profonda che dominava tutte le altre voci. Di tratto in tratto, -qualche cane sbandato passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo -della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano. - -Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello dell'ebro. Dinanzi a -lui, dietro a lui, in torno a lui, la fuga imaginaria delle cose -ricominciava più rapida. Egli si avanzava, e tutte le cose si -allontanavano: le nuvole, li alberi, le pietre, le rive del fiume, le -antenne delle barche, le case. Questa specie di repulsione e di -reprobazione universale lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio -prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella mente scomposta, gli -balenò un pensiero. -- Il lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva -più restare con lui! -- Il terrore gli crebbe; un tremito gli prese le -gambe e le braccia. Ma, incalzato, discese fra i salici teneri e le alte -erbe su la riva. - -La luna piena, radiante, spandeva per tutto il cielo una dolce serenità -nivale. Li alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla -contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne -emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano. - -Turlendana stava quasi nascosto tra le piante. Le mani gli tremavano su -i ginocchi. D'improvviso, egli sentì sotto di sè muoversi qualche cosa -di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si diede a correre -traballando, per mezzo ai salici, in una corsa grottesca ed orrida. Pel -disordine de' suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto -soprannaturale. - -A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, con la faccia su l'erba. -Si rialzò a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno li -alberi. - -Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria, taciturne; e -parevano inalzarsi fino alla luna, per un prolungamento chimerico delle -loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite, quasi -immateriali, come le imagini dei paesi nei sogni. Su la parte destra li -estuari risplendevano d'una bianchezza abbagliante, d'una bianchezza -salina, su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole migratrici -passavano mollemente come veli azzurri. Più lungi, la selva chiudeva -l'orizzonte. Il profumo della selva e il profumo del mare si -mescolavano. - -"Oh Turlendana! ooooh!" gridò una voce, chiarissima. - -Turlendana, stupefatto, si volse. - -"Oh Turlendanaaaaa!" - -E Binchi-Banche apparve, in compagnia di un finanziere, su 'l principio -di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci. - -"Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo?" chiese Binchi-Banche -avvicinandosi. - -Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache, teneva -le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una così -strana espression di stupidezza e balbettava così miserevolmente che -Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa. - -"Va, va," disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle e -incamminandolo verso la marina. - -Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a -distanza, ridendo e parlando a voce bassa. - -Ora la verdura terminava e incominciavano le sabbie. Si udiva mormorare -la maretta alla foce della Pescara. - -In una specie di bassura arenosa, tra due dune, Turlendana sì incontrò -con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto -spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche erano -scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su le -cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella bocca -si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola -superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa -perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente. - -Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo -la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano. - - --- Ahò! Ahò! Ahò! -- - -Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò; si agitò invano per -rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza. - -Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro cadere, sopraggiunsero. Lo -presero, l'uno da capo e l'altro da piedi; lo sollevarono, e lo -adagiarono lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un -abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando. - -E così Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora. - - - - - - - SAN LÀIMO NAVIGATORE. - - - -In un giorno di sole un pescatore discese alla riva del mare con le -nasse; e camminò così verso austro, a piedi nudi, su l'arena ove il -fiore salino qua e là biancheggiava simile a un cristallo puro e -raggiante. Il silenzio era grande nell'ora, e le acque a pena -fluttuavano. Come l'uomo giunse al punto in cui un ramo di fiume metteva -foce nel mare, si fermò per succingersi, poichè l'alveo qua e là -scoperto rendeva facile il guado. Un altro ramo affluiva più lungi; e il -paradiso del delta, pingue d'alluvioni, in mezzo prosperava di piante e -di animali. - -Volarono sopra il capo del guadante molti uccelli ordinati in triangolo, -giocondi al cantare, e discesero tra li alberi. Onde l'uomo, allettato -da quella melodiosa delizia di richiami, sostò su l'altra sponda; e -piacevolmente poi andò premendo la freschezza dell'erbe con le calcagna -use alla sabbia torrida, mentre le sue pupille fastidite dal candor -salino si riposavano nel verde. - -Una dolce deità di pace ora felicitava la selva: da un albero all'altro -saglienti si comunicavano i cantici, s'aprivano a piè dei tronchi -famiglie di fiori versando aromi, e in alto tra li intervalli stellanti -delle fronde fioriva anche il cielo. Tutte le creature in quel rifugio -esercitavano liberalmente la vita. Il suono de' passi tranquilli su i -muschi meravigliava nell'animo l'uomo; il quale così procedendo per -mezzo a quella mansuetudine di amori si sentiva come da una pia unzione -di balsamo lenire la fatica delle membra e purificare. - -Ma quando giunse egli al centro della selva; un miracolo gli si offerse -alli occhi. Giaceva su la natural cuna dell'erbe un infante e sorrideva, -teneramente luminoso, in una forma tra di essere umano candidissima e di -fiore. Le carni si piegavano in anella rosee ai polsi, ai malleoli, alla -nuca; e i piedi terminavano in quelle vaghe arborescenze di cui li -antichi artefici ornarono le statue di Dafne cangiata in lauro. Li -arbusti aromatici facevano in torno al nato una musica d'orezzo, soave -come il murmure delle prime api nella stagione del miele. - -Il pescatore, attonito, ristette. D'improvviso un vecchio con lunghe -trecce di barba su 'l petto, con su 'l capo una mitra d'oro, simile in -vista a un patriarca, sorse dalla terra. - -"Raccogli il fanciullo, e recalo al tuo signore. Tu vivrai lungamente in -letizia, e i pesci riempiranno le tue reti." - -Disse il vecchio; e subito sparve come un'ombra nel sole. - -Il buon pescatore si guardò in torno, stupefatto. Li alberi stormivano, -e un branco di caprioli passava tra i frútici. - -Egli riempì d'erbe uno de' suoi cesti, e sopra vi adagiò l'infante. -Rifece il cammino, a traverso la selva, portando su la testa il peso. E -poichè al moto dei passi la culla di vimini ondeggiava, l'infante si -addormentò placidamente, lungo la riva del mare. - - ---- - -Ora viveva nel suo gran palagio il signore delle terre marittime, su 'l -declivio di un colle. Egli era benigno co' i sudditi, come un padre co' -i figliuoli; prossimo al limitare della vecchiezza, egli era pacifico e -saggio nel timore di Dio. - -Vasti pomari, pieni di tutti li alberi fruttiferi e odoriferi, -prosperavano dietro il palagio; mule e cavalli nobili oziavano dinanzi -alle greppie cariche di fieni e di biade; l'olio empiva i pozzi nei -sotterranei; tanta era la copia del fromento che immensi granai stavano -sempre aperti al piacere di ognuno, liberal cibo anche alli uccelli del -cielo, e tanta era la copia delle uve che in autunno, nella natività del -vino, lunghe file di bestie da soma partivano a traverso i dominii, -recando la divizia del liquore letificante. - -Nell'interno i cortili marmorei, come li atrii di un re, erano giocondi -d'acque vive, di aranci, di statue, di paggi e di cani. Corami preziosi -incisi di chimere e di draghi, incrostature di agate e di diaspri, avori -di liofanti e di liocorni ricoprivano le pareti delle stanze; le -suppellettili materiate di legni, di metalli e di tessuti rari si -riflettevano, come in lucidi specchi, ne' pavimenti di musaico polito. -Grandi logge sorrette da ordini di colonne in pietra numidica, coperte -da tappeti di fiori e da cortinaggi di foglie, si prolungavano in fuga -giù pe 'l declivio sino al limite della rada frequente di pesci. Sotto -una delle logge erano le mude, governate da buoni maestri: ogni anno -Candiotti, Sarmati e Sassoni le provvedevano di cinquecento girifalchi, -e poi d'astori bianchi d'Africa, di sagri tartari, di pellegrini -d'Irlanda, di tunisenghi germanici, di lanieri provenzani in grande -abbondanza. Nel lato di settentrione spaziava il parco ricchissimo di -selvaggina, ove tra li altri animali prolificavano diecimila cervi e -sessantamila fagiani. - -Uomini esperti in opera di canto e di stromenti armonici dilettavano -l'animo del signore e della sua donna, serenavano le veglie, suscitavano -gioia nei conviti. Un unguentario componeva profumi. Un monaco, che tra -una gente d'Arabia aveva appreso ad usare le virtù dell'erbe, coltivava -i semplici, e nei vegetali indigeni in vano cercava da tempo un succo -che rompesse la sterilità della matrice. - -La donna del signore, infeconda, traeva i giorni assorta in una nativa -mestizia. I suoi occhi splendevano come puro elettro. Sotto la tunica si -designavano le forme verginali giovenilmente. E quando ella saliva i -gradini di porfiro, levata le mani verso l'altare, i capelli disciolti -le inondavano la figura estatica, e le davano un'apparenza di deità. - - ---- - -Giunse al palagio l'infante, come un dono celeste. E per tutte le terre -si sparse la novella; e tutte le genti soggette accorrevano. - -Allora il sire magnifico bandì una luminaria conviviale. In segno di -felicità, corsero giù per il colle fiumi di vino biondi e vermigli; si -vuotarono vasi di miele fragrante di timo; si assaporarono frutta grosse -come una testa d'uomo; mille giovenchi furono colpiti in un giorno, e -fumigarono su le brage; furono sgozzati settecento porci enormi come -rinoceronti ma di carni più tenere che la coscia d'un agnello; -cacciagioni e pescagioni furono prodigate su vastissimi piatti d'oro, e -dal ventre dei volatili e dei pesci uscirono gemme, anelli, gioielli, -monete insieme con l'uva di Corinto, co' i pistacchi d'Italia, con le -noci, con le olive. Su 'l golfo arsero fuochi di legni odoriferi, e faci -illuminanti per gran tratto il mare, così che galee veneziane e saettie -di corsali barbareschi da lungi videro il rossore, e novellarono -dell'incendio di una città favolosa. Il vapore delle gomme balsamiche -salì al cielo in nembi; cantici di religione sonarono nell'aria, più -dolci di ogni aroma; e tutte le fronti si cinsero di corone. - - ---- - -L'infante si chiamò Làimo. Adagiato in una cuna mirabile, fatta di una -conchiglia rara che due tritoni sorreggevano, egli volgeva in torno li -occhi aventi nel riso l'umido splendore argenteo della polpa d'un fiore. -Vennero le nutrici, femmine plebee dal seno opimo, vermiglie di salute; -ed egli ritrasse dal loro latte la bocca. Soltanto una cerva fulva lo -nutricò. Questa mammifera mansueta restava a lungo presso il fanciullo, -coricata a piè della cuna; si cibava di fogliami teneri, di funghi, di -fromento, e beveva in un vaso di murra linfe pure. Al suo bramito -tremulo e dolce, una gioia di movimenti vivaci animava le membra del -poppante, e il piccolo anello delle labbra si schiudeva spontaneamente -nel riso. - -Con una prodigiosa rapidità ascese Làimo dall'infanzia alla puerizia. -Egli ebbe la testa di un dioscuro tutta nera di ricci simili a grappoli -di giacinti. Nel suo corpo rifulse la bellezza di un giovane Bacco, -l'armonioso componimento di una statua fidiaca. Il torso era una viva -opera di cesello, poichè le coste si palesavano sotto la forma nascente -del torace; il gioco dei bicipiti nelle braccia perfette come quelle -dell'Antinoo incideva su le spalle talune lievi cavità mobilissime; le -reni si insertavano ai lombi con un'inflessione serpentina di gimnaste; -le musculature delle gambe avevano la lunghezza agile di disegno d'un -efebo ateniese; ai malleoli si collegavano piedi schietti e nervosi di -atleta corridore, terminanti in dita simili a un gruppo di radici tenui; -tutta la persona gioiva nell'equilibrio della grazia e della forza, con -mollezze di cera ricoprenti fieri congegni di acciaio. - -Così l'effigiò, in una lega di metalli nobili, un artefice del quale -ignoriamo la patria e il nome. - - -Làimo non amò cavalli, nè falchi, nè cani. Egli fu esperto nel trar -d'arco più che un saettatore parto; e pure giammai freccia d'argento -della sua faretra ferì tra li alberi una preda. Ma i grandi -combattimenti epici delli squali nel golfo, al tempo delli amori, -l'attraevano. E come gli giungeva pe 'l silenzio meridiano il fragore, -egli balzava di gioia; e, preso l'arco, pianamente, non visto da alcuno, -scendeva giù per una corda di palmizio nel parco e attraversava la selva -fino al promontorio. - -Due querci, simili a monumenti titanici dell'epoca favolosa, componevano -una porta di trionfo alta duecento piedi. Il sole illustrava di candori -argentei le scorze centenarie; e di là dalla porta i laberinti della -foresta si inabissavano nell'ombra. - -Il fanciullo su 'l limitare sostava, rapito nella grandezza e nella -dolcezza della solitudine. Poi, come il fragore lontano lo riscoteva, -egli, con una agilità di veltro dietro un branco di lepri, insinuavasi -tra fusto e fusto, strisciava tra le erbe altissime, saliva scalee fatte -di radici, saltava ostacoli di arbusti, piegava sotto i rami pesanti. Il -fragore del combattimento si faceva a mano a mano più vicino e più -terribile. D'un tratto il mare chiuso in un vasto anfiteatro di granito -appariva splendidissimo, e su le acque più di tremila squali -battagliavano. - -Era un magnifico spettacolo. Dall'alto del promontorio il fanciullo -seguiva con l'occhio tutte le vicende della strage illustrata pienamente -dalla luce solare. - -I pesci, enormi chimere d'acqua salsa, violacei e verdi nel dorso, -biancastri nel ventre, armati di scudi ossei e d'un gran dente di -narvalo, formavano cumuli mobilissimi emergenti crollanti risollevantisi -con una rapidità indescrivibile. Il balenío delle lunghe spade d'avorio, -il luccichío dei corpi oleosi, li sprazzi d'iride nelle scaglie delle -code, lo spumeggiamento immenso dell'acque, tutto quel cieco furore di -ferite, quell'odore acuto di grasso e di sangue eccitavano il fanciullo. - -I cadaveri, galleggianti co 'l ventre riverso dentro cui l'avversario -avea lasciato l'arma, erano sbattuti dall'onda contro le pareti di -granito. Squali, con la mascella rotta e priva del dente, uscivano dal -folto della zuffa e dibattendosi nelle scosse ultime della morte -cangiavano i colori. Frammenti d'avorio nel cozzo erano lanciati a -grandi altezze per l'aria. Avvenivano talvolta meravigliosi -intrecciamenti su la vetta dei cumuli. Talvolta coppie di combattenti si -distaccavano dalla falange e venivano a tenzone singolare, operando -prodigi di ferocia. Larghe chiazze sanguigne si dilatavano in torno, -dissipate poi dai colpi delle pinne e delle code; e il numero delli -uccisi, crescendo rapidamente, avanzava quello dei superstiti. - -Allora Làimo, dinanzi alla enormità dell'eccidio, invaso da un fiero -impeto tendeva l'arco e cominciava a saettare. Le frecce acutissime -penetravano sino alla cocca nelle carni molli e un istante vi -oscillavano. Ma, poichè li squali non curando le nuove ferite -persistevano nell'accanimento dell'ira, in breve tempo lo sterminio era -completo. La sollevazione delle acque placandosi, le schiume si -dissolvevano: la tenacità della vita in quei corpi aveva ancora qualche -battito supremo di coda e di pinne, qualche debole sussulto nella -fessura delle branchie. Poi, dall'ondeggiar supino di tutti i cadaveri -si levava un intenso folgorío di squame, e per li scoscendimenti -dell'anfiteatro lunghi colli nudi d'avoltori si tendevano su 'l pasto. - - ---- - -Così in Làimo li spiriti pugnaci si destarono; e un desiderio di -avventure per le terre d'oltremare a lui crebbe nell'animo. Egli passava -lunghe ore guardando la marea salire o le vele fuggire in distanza nella -luminosità delle grandi acque. - -Talvolta seduto ai piedi della signora, in fondo a una loggia, seguiva -sopra uno stromento di tre corde le canzoni dei marinari. Molte catene -di fiori pendevano giù per li intercolonnii: e dinanzi, nel golfo calmo -e tiepido, le testuggini marine dormivano su 'l fiore dell'acqua dando -al sole i larghi scudi raggianti come un'ambra pura. - -Làimo, d'un tratto, gittava da sè lo strumento e scoppiava in lacrime, -perchè avea visto apparire la prora di una galea nel lontano. - -Il sire e la sua donna, ignorando la causa di tanta tristezza, per -letiziarlo chiamarono alla corte i più famosi buffoni e danzatori della -cristianità; bandirono per lui conviti ove i più rari cibi si mangiarono -tra suoni d'arpe e cori di fanciulle; gli donarono cavalli coperti di -bardature gemmanti e ricchissime armi cesellate da orefici di gran nome; -aprirono nel parco una caccia in cui durante tre giorni mille cervi -furono uccisi e dugento capri e novanta cinghiali. - -Poi, quando Làimo alfine chiese un naviglio, il sire adunò artefici -navali d'ogni patria, li provvide di legno di cedro, di lino d'Egitto e -di metalli. L'opera fu compiuta in dieci mesi. - - -Era una galea con cinque ordini di remi. L'antenna maggiore, più diritta -e più inflessibile che un pino del monte Ida, cerchiata di argento, -coronata d'un gran gallo fiammeggiante come un faro, portava una gran -vela quadrata e due vele triangolari. Su la prua, dipinta ad encausto, -il corpo magnifico di una nereide torcendosi a seconda della curvatura -attingeva con i piedi la carena e in un gesto atteggiato di grazia -tendeva all'alto le mani. Su per il bordo stavano scolpiti agili putti -bacchici che tutti insieme facevano componimento di una danza. Il cedro -immarcescibile risplendeva ovunque tra li intarsi d'avorio e di sandalo; -tende di tessuti asiatici ondeggiavano su 'l ponte ombrando letti di -piume; e tutta la galea aveva apparenza di un naviglio su cui qualche -bel re felice volesse goder l'amore delle sue spose. - -Allora trassero molte genti dalle terre circonvicine, pe 'l giorno della -prova; e Làimo era in vista luminoso di letizia, e il sire e la sua -donna gioivano. - -Quando a forza di braccia la galea fu sospinta nel mare, un grido -immenso di meraviglia eruppe dalla folla suscitando per tutto il golfo -li echi. Il mattino splendeva come in una conca di cristallo e i fondi -del mare trasparivano. - - -Làimo dopo i teneri commiati salì su 'l ponte. Cinquanta remigatori -ignudi, stropicciati d'olio di oliva e di polvere gialla, tutti vivi di -muscoli, stretti d'una corda la testa a fin che nello sforzo le vene -della fronte non scoppiassero, si curvarono su' loro banchi; e la nave -guizzò. Le genti dalla riva e dai paliscalmi salutavano. Ma un subito -presentimento di sventura corse nell'animo del sire e della sua donna, -tra il lungo clamore delle salutazioni. - - ---- - -La galea conquistava le lontananze, con una crescente celerità di -remeggio, inseguita dalle torme dei delfini. Era il mare in calma; e i -marinari, come sogliono per alloggiamento della lor fatica, a voce pari -con la battuta dei remi cantavano. E Làimo, poichè si sentì ventar su 'l -volto l'amarezza della salsuggine e ridere nell'animo a quei canti una -forte gioia d'imprese, non lentò d'incitar con le voci e col gesto i -remigatori. Egli dominava eretto su la sommità della prua: sotto di lui -le schiene servili s'incurvavano come archi, i bicipiti delle cento -braccia nel guizzo enorme parevano rompere la cute, le fronti si -enfiavano di vene violacee, tutte le membra stillavano. - -Si mise il vento; fu spiegata la vela quadra che un istante palpitò -malsicura: li uomini, rotti dalla fatica, si accasciarono sotto i banchi -all'ombra. E il pilota, ch'era un erculeo vecchio della terra di -Natolia, chiomato come un barbaro, scorse tre fuste di corsali -appressarsi dalla parte di levante, e disse, piegando i ginocchi davanti -al fanciullo: - -"Volgiamo il timone al ritorno, mio signore." - -Làimo non udì il consiglio. I triangoli di lino di Egitto furono -liberati; la galea fece impeto. E come dalla parte di levante le tre -fuste venivano in contro a gran forza di remi e si vedevano già fuor de' -bordi le bieche figure dei corsali, un subito terrore invase la ciurma. -Làimo, cinto da pochi valenti, su l'alto della prua, atteggiato d'ira -aspettava che le fuste giungessero a un trar d'arco. Il fischio della -prima freccia mise un gran moto di scompiglio tra i predatori: un d'essi -precipitò nell'acqua, colpito a mezzo della fronte. Altri, nell'urto -dell'investimento, precipitarono. - -Allora avvenne una breve zuffa. I corsali di Cifalonia vestivano cotte -di maglia, erano agili come gatti pardi, e gittavano urli rauchi -vibrando i colpi. Molti caddero per opera di Làimo, prima che le loro -mani toccassero la galea; molti si abbrancarono alle corde e -conquistarono a palmo a palmo il ponte. Qual vilissimo bestiame, la -ciurma dei servi dinanzi a quell'irrompere fuggiva o si prostrava, con -gemiti. Così che Làimo, sopraffatto dal numero, senza più arme nel -pugno, fu preso e vincolato. - -Stettero i corsali lungamente poi a riguardarlo, attoniti in vista; e, -sgombrando i cadaveri, di lui sommessi favellavano nel loro idioma. - - ---- - -In breve tempo l'eroe soggiogò li animi di quella gente predace. Un -giorno nelle acque di Brandizio egli, salito d'un balzo su una cocca di -Genovesi e separato per un colpo di mare dal legno corsaresco, si tenne -saldo su 'l ponte nemico combattendo solo contro quaranta armati, -uccidendone buon numero in fascio con prodigiose ferite, tenendo in -distanza i rimanenti fin che non giunse il soccorso a compir la -vittoria. Dopo quella gran prova, le ciurme di Cifalonia con furiose -acclamazioni lo elessero duce, e tutta la notte al lume del fuoco greco -banchettarono su la nave conquistata e bevvero vino di Cipro tra molti -canti bacchici. - -Rapidamente la fortuna di Làimo crebbe e fiorì. Tutti i corsali del -Mediterraneo e del Mar Nero, attratti dalla sua fama, vennero a -ingrossare la flotta. Egli divenne su i mari più potente dei re e delle -repubbliche. Una terribile avidità di conflitti e di pericoli lo -animava: per iattanza appiccò il fuoco alle galeazze del re di Spagna -cariche d'oro e andò a gittar le sue frecce in Malamocco. Le ciurme gli -obbedivano con impeti ciechi: per seguire il suo grido passavano a -traverso gli incendi, si slanciavano contro selve di picche, si -attaccavano con le mascelle ai parapetti delle galee, assaltavano mura -sotto flutti d'olio bollente. Egli saccheggiò le isole dell'Arcipelago: -predò mandre di bovi e di cavalli, camelli, tessuti, vini, fromenti, -tesori di gemme e di metalli; nulla tenendo per sè, tutto prodigando ai -seguaci. - -Una volta inseguì una nave carica di trecento fanciulle tra le più belle -della Grecia e della Georgia, comprate ed educate pe 'l Califfo da un -mercante di Bagdad; la raggiunse nelle acque di Scio, e la predò. Poi, -nella sera, dinanzi a un promontorio coperto di pini, egli bandì per la -sua flotta un convivio. La selva di pini incendiata illuminò e profumò -di resina la festa; i corsali, che nelle continue fazioni avevano -sofferto castità, fecero allora una furibonda orgia di amore. I -bellissimi corpi delle fanciulle passarono di braccia in braccia, tra le -risa roche e le diverse favelle, versando il piacere; si bevve il vino -dalle stesse bocche delli otri, si bevve nel concavo delli scudi e nei -caschi di rame; scoppiarono tra la gioia molte contese mortali; l'alba -vide le ultime insanie. E all'alba la nave del mercatante, poichè fu -novamente carica delle trecento femmine, portò la non più vergine merce -al Califfo di Bagdad. - -Un'altra volta Làimo liberò una regina chiusa in una torre a cui le nubi -cingevano la sommità. Tenne l'assedio per tre giorni e per tre notti, -combattendo Saracini giganteschi armati di scimitarre lunate. Molti -legni gli s'infransero contro le scogliere e molti uomini perirono prima -che le porte di bronzo cedessero. Egli appiccò quei cani d'infedeli ai -merli della torre e ricondusse la bella nel regno, in una città che -aveva case con tetti d'oro e templi marmorei levantisi in alto come -scale di fiori. - -Grandi festeggiamenti furono dati in gloria dell'armata liberatrice e -banchetti in cui quei truci corsali mangiarono sotto rami di mirto e di -lauro, bevvero in crateri coronati di rose, si asciugarono le mani in -chiome di schiave asiatiche, si distesero su tappeti magnifici a piè di -fontane che li deliziarono di una pioggia d'acque miste d'aromi. La -regina, presa d'amore, allettò Làimo con una lenta mollezza di -blandizie: era tutta luminosa ed odorosa naturalmente, le narici rosee -le palpitavano ad ogni minimo desío, la bocca le fioriva di porpora, e i -capelli le cadevano giù per il collo simili a grappoli d'uve mature. - -Ella provò tutti li incanti su 'l forte animo dell'eroe per trattenerlo: -cieca, una notte gli offerse la gioia delle sue membra e all'alba rimase -ebra tra i guanciali, con la testa pendula fuori della sponda, con li -occhi spenti, le braccia morte. Ma poi, quando file di dromedari e di -camelli con i lunghi colli carichi di musici e di danzatrici portando -doni discesero dalla reggia al mare, le navi dell'eroe già dirigevano la -prora per altri lidi. - - ---- - -Così Làimo divenne grande e famoso; e fu celebrato nei canti dei poeti -per le corti e nelle leggende dei marinari. Una repubblica d'Italia gli -inviò messaggi offrendogli il supremo imperio della flotta col governo -di due province. Il Cristianissimo di Francia fece segrete pratiche per -assoldarlo, promettendogli alti uffici ed onori. I Selgiucidi gli -spedirono ambasciatori recanti su una picca tre code di cavallo e gli -offerirono la sultanía di Rum, da Laodicea di Siria al Bosforo di Tracia -e dalle fonti dell'Eufrate all'Arcipelago. - -Egli oppose superbi rifiuti; andò in cerca di nuove terre, di nuovi -pericoli, di nuovi conflitti. Navigò per mari tutti coperti di fuchi -natanti, dove i remi s'impigliavano come in masse di gramigne tenaci. -Traversò immensi spazi dove l'aria e l'acqua tacevano in una immobilità -di sonno, in un calore umido e luminoso per mezzo a cui torme di uccelli -ignoti passavano simili a meteore. Incontrò scogli deserti, lieti di -piante vergini, cinti d'una candida corona di corallo. Approdò a una -terra abitata da uomini scarni, co 'l ventre prominente, che si -coprivano di fango per difendersi dalle punture delli insetti, si -tingevano di cinabro i capelli, parlavano una lingua dolce e sonora, e -nulla amavano più del ballo e delle canzoni. Vide paesi di cui li -uomini, tutti dipinti co 'l frutto del genipo, ornati le labbra e li -orecchi d'enormi dischi di legno, agilissimi, ferivano nell'acqua a -colpi di frecce i pesci addormentati prima da succhi di radici velenose. -Vide isolette piene di una gente infetta d'elefanzía, infingarda, che -passava la vita fumando l'oppio, nutrendosi di riso, e prendendo diletto -ai combattimenti dei galli e d'altri animali. Risalì correnti di fiumi -dove scimmie innumerevoli tra le pacifiche forme delli ippopotami e -delli elefanti schiamazzavano. - -Tutti li indigeni dinanzi a lui si prostrarono, offerendo in dono canne -di bambù colme d'olio di cocco, frutti dell'albero del pane, legno di -sandalo, ambra grigia, ignami, cera, banane e canne di zucchero. Alcuni -portavano alli orecchi bastoni dipinti, su la pelle avevano incise molte -figure di uccelli, e tenevano in mano archi lunghi dodici piedi e scudi -di cuoio di bufalo. Altri erano cinti d'un perizoma di scorza, avevano -la bocca e i denti neri come l'ebano per l'uso delli aromi, i capelli -intrecciati di piume, e percotevano stromenti composti di sei vasi di -rame gradanti entro un legno concavo. - -Ora, essendo Làimo nelle acque di una terra selvosa, i naturali in gran -numero gli vennero in contro sui paliscalmi con suoni e con cantici per -offerirgli i doni che si offrono agli dèi e per adorarlo. Vigeva in -quella terra la profezia di un antico nume: "Io tornerò un giorno sopra -un'isola galleggiante che porterà cocchi, porci e cani." - -Quando Làimo ebbe attinto il lido, il re tra i figli si avanzò verso di -lui, gli gittò su le spalle il manto, gli porse un elmo di piume, un -ventaglio, e innanzi gli depose pezzi d'oro, diamanti e perle. Tutto il -popolo mise alte grida; femmine quasi ignude, dipinte d'ocra vermiglia, -recarono piccoli porci, noci e banane. Poi i grandi sacerdoti lentamente -uscirono dal folto delli alberi, portando i loro idoli coperti di drappi -rossi. Erano questi idoli una sorta di statue di vimini, enormi, con -occhi composti da gusci di noce neri, attorniati di madreperle, con -mascelle irte di molti denti di cane in due ordini. Mentre le forme -orride e nuove ondeggiavano nell'aria tra li inni della religione, una -turba di danzatrici irruppe in torno all'eroe, e danzò rapidamente al -suono di un flauto, lungo cinque piedi, che cinque uomini insieme -sonavano. - - ---- - -Làimo traversò tutta l'isola, in trionfo, come fosse un bel dio, -tornante fra i suoi popoli. I re si inchinarono al passaggio, i -sacerdoti prostrarono la fronte nella polvere; il seguito delli elefanti -e dei cavalli carichi di doni si accrebbe a mano a mano lungo la via, -divenne innumerabile, occupò la distesa di centosettanta miglia. Era la -dovizia delle terre in torno meravigliosa: le foreste si erigevano ad -eccelse altitudini, le urne dei fiori potevano in sè nascondere il corpo -di un uomo, i profumi avevano la dolce forza letificante del vino e i -colori la vivezza del fuoco. - -Su 'l limite di una boscaglia fluviatile le tigri balzando dalle erbe si -gittarono al ventre dei cavalieri. Làimo, fulmineo, tese l'arco e con -tal rapidità le trafisse che quelle caddero prima d'aver raggiunta la -preda, giacquero sulla schiena dibattendosi. Un subito grido di gioia e -di stupore corse per le genti; e tutte lungo il cammino, cantando nel -loro idioma, ripetevano una parola: -- _Mahadewa! Mahadewa!_ -- - -Come il trionfo giunse alle rive del gran fiume, ove mille templi -facevano un immenso adunamento di colonne e di statue, al novello dio i -sacerdoti mostrarono una scala di porfido sagliente per una reggia, -costruita di mattoni e di calce. - -Era un edifizio quadrangolare, composto di tre piani con intervalli -adorni di rilievi di pietra. I terrazzi, aventi una lunghezza di -centocinquanta piedi, sostenuti da ventidue pilastri, portavano sculture -di corpi umani, di tigri, di elefanti e di buoi. Ad ogni lato -dell'edifizio stava confitta nel suolo una larga pietra in forma di -testuggine: e alla sommità, in torno a un serbatoio di acque, si -torcevano quattro tubi di bronzo in forma di serpi. Scale di porfido si -slanciavano rapide a riunire le moli, discendevano, salivano, tra mille -proboscidi zampillanti; le sale ricevevano il giorno dall'oro delle -pareti; i giardini avevano fiori vermigli, larghi in giro più di otto -piedi, che pesavano quindici libbre, e frutti di cui la polpa succulenta -poteva far sazi tre schiavi. - - -Làimo visse colà, in riposo, cibandosi di un aroma restaurante, -ungendosi di olii odoriferi, vestendosi di morbidi tessuti vegetali, e -ad ogni tramonto di sole inebriando con la presenza del suo corpo -radioso una gente estatica nei mille templi. A lui cantavano i -sacerdoti: -- Noi t'invochiamo, perchè tu sei il Signore degli dèi e -delli uomini! -- - -Fanciulle di tredici anni, che avevano la pelle diafana e gialla come -l'ambra e lunghe sino ai calcagni le chiome, erano a lui offerte dai -padri; ed egli molto si dilettava dell'amore. Bufali eccitati con -ortiche venefiche e tigri furiose combattevano dinanzi a lui, dentro -gabbie di bambù ampie come circhi. Anche uomini contro uomini dinanzi a -lui combattevano con alte grida e con fragore di stromenti percossi. -Egli così deificato viveva nell'oblio di tutte le melancolie umane. - - ---- - -Ma un dì, mentre egli gioiva in diletti d'amore, discese sopra il suo -capo la colomba del cielo; e un profondo fremito gli ricercò le viscere. -Parvegli allora di destarsi dopo un lungo sogno: i suoi occhi si -empirono di dolore, nelle sue forme perfette discese una scarna -vecchiezza. Le fanciulle attonite lo riguardavano trascolorando, si -coprivano le nudità con i capelli, poichè un'improvvisa vergogna le -coglieva dinanzi a lui. - -Come il tramonto del sole era vicino, sotto la reggia un immenso popolo -tumultuando si fece ad invocare il dio: -- _Mahadewa! Mahadewa!_ -- - -Il sole, simile a un gran timpano polito, gittava scintille su le -vestimenta dei sacerdoti, invermigliava le statue e le colonne, passando -a traverso i pilastri dei terrazzi incendiava tutto l'edifizio. - --- _Mahadewa!_ -- - -Apparve finalmente Làimo. Egli era trasfigurato. Un manto di scorza -tessuta lo ricopriva, e si vedevano le corde dei nervi nei solchi delle -sue braccia. Come egli tese le mani verso la folla, una mite aura di -pace aliò da quel gesto su tutte le fronti. Li invocanti stupefatti si -prosternarono; e nel silenzio si udivano le fontane scrosciare sopra le -scale di porfido. - -"O popoli del fiume," gridò Làimo nel vivo idioma di quella terra. -"Ascoltate la mia voce, poichè io vi reco una nuova legge." - -Un sussurro corse per tutte le genti, e nei dorsi fu come un -sommovimento di porci. I sacerdoti sollevarono il capo. - -"I vostri idoli sono argento ed oro, opera di mani d'uomini; hanno -bocca, e non parlano; hanno occhi, e non veggono; hanno orecchi, e non -odono; ed anche non hanno fiato alcuno nella loro bocca. Simili ad essi -sieno quelli che li fanno, chiunque in essi si confida...." - -"No, no, egli non è il nostro dio!" urlarono i sacerdoti al popolo, -interrompendo il profeta di Gesù. E un gran tumulto agitò la folla: -taluni balzarono in piedi, altri rimasero prosternati. La voce di Làimo -crebbe, cadde dall'alto co 'l fragore del tuono, e li echi dei templi -sonori la ripercossero. - -"Ascoltate la parola del vero Dio, uomini schernitori che signoreggiate -questo popolo, razza di serpi, otri gonfiati, tamburi rimbombanti! Egli -scenderà su voi simile ad un flagello, dilanierà le vostre carni, -spargerà il vostro sangue su le pietre, spezzerà le vostre ossa come -vasi d'argilla, come gusci di cocchi. - -"Li artefici delle sculture son tutti quanti vanità, e i loro idoli non -giovano nulla; ed essi son testimoni a se stessi che quelli non veggono -e non conoscono. Essi tagliano un tronco, ne prendono una parte, e se ne -scaldano, ed anche ne accendono fuoco per cuocere il cibo; ed anche ne -fanno un dio, e l'adorano; ne fanno una scultura, e le s'inchinano, e le -volgono orazione, e dicono: -- Liberami, perchè tu sei il mio dio. -- -Essi non hanno conoscimento alcuno: e i loro occhi sono incrostati per -non vedere; e i loro cuori per non intendere...." - -"Taci! taci!" imprecarono i sacerdoti, con gesti d'ira, minacciosi nella -faccia. Li idolatri ascoltavano; altri da lungi accorrevano: ad ogni -tratto un clamor cupo si levava dalla turba, come un ribollimento di -flutti nel mare. - -Il profeta continuò. Egli diceva di un Dio vivente, di un Dio grande, -giusto ed eterno. - -"La terra trema per la sua ira e le genti non possono sostenere il suo -cruccio. Egli spande la sua ira sopra le genti che non lo conoscono, e -sopra le nazioni che non invocano il suo nome. Ecco, il male passerà da -un'isola all'altra, e un gran turbine si leverà dal fondo del mare; e in -quel giorno li uccisi non saranno raccolti, nè seppelliti: saranno per -letame sopra la faccia della terra." - -"Taci! taci!" gridavano li idolatri, tendendo le mani, atterriti dalla -profezia. - -Ma la voce di Làimo divenne d'un tratto dolce come il suono d'uno -stromento di corde, distesa come un canto di religione. Egli diceva -d'una felicità senza fine, d'una giustizia imperante su tutte le genti, -d'una grande letizia d'amore nel giardino dei cieli. - -"Scenderà il Dio, come pioggia sui campi di riso riarsi; farà ragione ai -figliuoli del misero, ai poveri afflitti, e fiaccherà l'oppressore. Il -giusto fiorirà; e vi sarà abbondanza di pace, fin che non vi sia più -luna. Le correnti del fiume trarranno polvere d'oro; ruscelli d'acque -vivificanti scorreranno per l'erbe; ciascun albero darà molte libbre di -gomma odorifera e frutti; ciascun seme produrrà ricchezze; e le tigri -saranno mansuete, i rettili non avranno più tossico, li elefanti e i -bufali sosterranno le fatiche della coltivazione. Il Dio signoreggerà da -un mare all'altro, e dal fiume fino alle estremità della terra. I re -delle isole gli pagheranno tributo, tutte le nazioni gli daranno inni e -incensi di belzuino; poichè egli libererà il bisognoso che grida, e il -povero afflitto e colui che non ha alcuno aiutatore; egli riscoterà la -vita delli schiavi da frode e da violenza, e il sangue loro sarà -prezioso davanti a lui...." - -Così parlava il profeta, quasi cantando. - -Le turbe delli idolatri, soggiogate dal fáscino della voce, tacevano, -con le fronti chine; e come la pacificazione della luna scendeva su le -foreste, si spargeva per quelli animi un balsamo, una calma piena di -freschezza e di profumi. - -Ora discese Làimo alla riva; e le genti lo seguitarono. Ed egli -camminava innanzi ammaestrando, e diceva di Gesù, del Dio novello che -nacque da una vergine, e che accomunò li uomini in una legge d'amore. - -"Egli è un Dio semplice e dolce: la sua faccia risplende come il sole, e -i suoi vestimenti sono candidi come la luce. E tutto ciò che a lui verrà -chiesto con preghiere, sarà fatto." - -"Orsù," gridò uno dei sacerdoti, "chiedi che questa lancia dia fiori." - -Prese Làimo, con un mite sorriso, la lancia dalle mani dell'uomo giallo, -e la confisse dinanzi a sè nel terreno. Subitamente dal ferro -sbocciarono fiori, per prodigio, e tutte le nari aspirarono l'effluvio. -Confusi, li idolatri riguardavano. Uno di loro gridò: - -"Egli è protetto dai demoni! Egli ci farà morire!" - -Altri incalzarono: - -"Parla, parla; giustifica il tuo potere!" - -Un tumulto improvviso agitò di nuovo la turba. I lontani, che non aveano -veduto il prodigio, fecero irruenza con grandi clamori; e i sacerdoti -insinuandosi tra corpo e corpo andavano istigando le ire, ripetevano a -gran voce: - -"Egli è protetto dai demoni! Sia gittato nel fiume!" - -"Parla! parla!" - - -Il profeta tentò salire su uno delli idoli di pietra, per dominare la -tempesta. Ma la profanazione audace inasprì li idolatri. Uno d'essi -trasse a terra il profeta; altri si gittarono su di lui percotendolo; -altri gridarono: - -"Al fiume! al fiume! Sia dato in pasto ai gaviali!" - -Làimo, lanciato nelle acque, riapparve incolume a mezzo della correntía; -e le frecce cadevano innocue in torno a lui, come ramoscelli di -belzuino. - - ---- - -Ed egli così all'albeggiare giunse alla foce; e sopra un tronco tutto -ancora lieto di fogliame navigò pe 'l mare, fino ad un'isola dove i -naturali erano uomini pieni di tumori e di gozzi, coperti di pelle -squamosa, infetti d'una serpigine biancastra e d'una sorta d'elefanzía. -Questa gente povera e pacifica non faceva uso del fuoco; e per lo più si -nutriva di miele selvatico, di gomme, e dei nidi di certe rondini -indigene che prolificavano nelle caverne. - -Fu accolto Làimo con segni di gioia, e gli furono offerte patate dolci -su foglie di palmizio. Ed egli, poi che per dono del Signore ebbe -conoscenza di quell'idioma, parlava alli uomini e alle donne, come un -apostolo, e pazientemente li ammaestrava in torno alle dottrine del -Galileo. Molti infermi egli guarì per virtù di erbe e di fede; e a poco -a poco andò liberando l'isola dal flagello della lebbra, purificò le -scaturigini delle acque, diede insegnamenti su l'accensione del fuoco, -su la coltivazione delle terre e su l'arte di edificare le case. Visse -in grande umiltà e in grande sofferenza, espiando le antiche insanie, -tormentato dai ricordi che per tutto gli facevano udire lamenti di -feriti e di moribondi, vedere macchie di sangue su 'l suolo e ne 'l -cielo. - -Dopo lunga serie d'anni, quando i popoli dell'isola prosperavano nel -lavoro e nel buon culto di Jesus, Làimo, che fuggiva la vita e che nulla -alla vita omai chiedeva, fu preso d'un tratto da un infinito desiderio -della patria. E poichè il buon Dio per segni manifestò d'esaudire la -preghiera, egli salì su un tronco di banano ancora carico di frutti, e -si affidò alle onde. - -Dinanzi al debole sostegno si apriva il mare in calma; una torma di -rondinelle indicava la via. E il vecchio santo veniva predicando ai -pesci che tutti tenevano i capi fuori dell'acqua, e tutti in grandissima -pace e mansuetudine e ordine lo seguivano. Diceva egli del Diluvio, e di -Giona Profeta, e d'altri singolari misteri. - -Come dopo cinquanta giorni apparve la patria, vide Làimo con molto -dolore una deserta aridità di arene su i luoghi anticamente ubertosi. Le -rondini lo guidarono al paradiso del delta, ancora felice di piante e di -animali. - -Colà, su 'l fiore dell'erbe, egli si mise in ginocchio, per meditare, -con le braccia levate al cielo e le palme supine; e tenendo quella -divota attitudine, visse in un dolce rapimento d'estasi. Il tempo gli -consumava su le ossa le carni; e le edere verdi gli si attorcigliavano -per i fianchi, per il petto, per le braccia; lentamente i caprifogli lo -abbracciavano, gli fiorivano in torno al collo, in torno ai polsi, in -torno alle caviglie sottili. I capelli di lui bianchi cadevano; li occhi -prendevano una durezza di pietra; nelli orecchi i ragni in pace -tessevano la tela, e nella palma delle mani due rondinelle avevano fatto -il nido. - -Molte primavere così trascorsero; e il santo ancora viveva in estasi, -poichè li uccelli pietosi scendevano dai rami a porgli le bacche -selvagge nel cavo della bocca inaridita. Poi finalmente un giorno, su 'l -vespero, l'anima volò al cielo tra i cantici delli angeli e il corpo si -disfece in polvere come un'urna di creta. - - - _Fine._ - - - - - - - Nota del Trascrittore - - - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i -seguenti refusi (tra parentesi il testo originale): - - 132 -- tentando [tentanto] i capezzoli materni - 187 -- e si attaccò all'altro [all'all'altro] - 245 -- per un impeto di passione e [a] di gelosia - - - - - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK SAN PANTALEONE *** - - - - - - A Word from Project Gutenberg - - - -We will update this book if we find any errors. - -This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/37123 - -Creating the works from public domain print editions means that no one -owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and -you!) can copy and distribute it in the United States without permission -and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the -General Terms of Use part of this license, apply to copying and -distributing Project Gutenberg(tm) electronic works to protect the -Project Gutenberg(tm) concept and trademark. 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Information about the Mission of Project Gutenberg(tm) - - - -Project Gutenberg(tm) is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s -goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain -freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation was created to provide a secure and -permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To -learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and -how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the -Foundation web page at http://www.pglaf.org . - - - - Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive - Foundation - - - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state -of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue -Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is -64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the -Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the -full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. -S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at 809 -North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official page -at http://www.pglaf.org - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary - Archive Foundation - - - -Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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