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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-14 20:02:02 -0700 |
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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La Calandria + Commedie del Cinquecento + +Author: Bernardo Dovizi da Bibbiena + +Editor: Ireneo Sanesi + +Release Date: December 13, 2010 [EBook #34642] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CALANDRIA *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + + COMMEDIE + DEL CINQUECENTO + + + A CURA + DI + IRENEO SANESI + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1912 + + PROPRIETÁ LETTERARIA + + GENNAIO MCMXII--30148 + + + + +LA CALANDRIA + +DI BERNARDO DOVIZI DA BIBBIENA + + +INTERLOCUTORI + + PROLOGO + ARGUMENTO + FESSENIO servo + POLINICO precettore + LIDIO adulescentulo + CALANDRO + SAMIA serva + RUFFO negromante + SANTILLA + FANNIO servo + FULVIA moglie di Calandro + MERETRICE + FACCHINO + SBIRRI di dogana. + + + + +PROLOGO [DEL CASTIGLIONE] + + +Voi sarete oggi spettatori d'una nova commedia intitulata _Calandria_: +in prosa, non in versi; moderna, non antiqua; vulgare, non latina. +_Calandria_ detta è da Calandro el quale voi troverrete sí sciocco che +forse difficil vi fia di credere che Natura omo sí sciocco creasse giá +mai. Ma, se viste o udite avete le cose di molti simili, e precipue +quelle di Martino da Amelia (el quale crede la stella Diana essere suo' +moglie, lui essere lo Amen, diventare donna, Dio, pesce ed arbore a +posta sua), maraviglia non vi fia che Calandro creda e faccia le +sciocchezze che vedrete. Rappresentandovi la commedia cose familiarmente +fatte e dette, non parse allo autore usare il verso; considerato che e' +si parla in prosa, con parole sciolte e non ligate. Che antiqua non sia +dispiacer non vi dee, se di sano gusto vi trovate: per ciò che le cose +moderne e nove delettano sempre e piacciono piú che le antique e le +vecchie; le quale, per longo uso, sogliano sapere di vieto. Non è +latina: però che, dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non +sono, lo autore, che piacervi sommamente cerca, ha voluto farla vulgare; +a fine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti. Oltre che, +la lingua che Dio e Natura ci ha data non deve, appresso di noi, essere +di manco estimazione né di minor grazia che la latina, la greca e la +ebraica: alle quali la nostra non saria forse punto inferiore se la +esaltassimo, la osservassimo, la polissimo con quella diligente cura che +li greci e altri ferno la loro. Bene è di sé inimico chi l'altrui lingua +stima piú che la sua propria. So io bene che la mia mi è sí cara che non +la darei per quante lingue oggi si trovano. E cosí credo intervenga a +voi. Però grato esser vi deve sentire la commedia nella lingua vostra. +Avevo errato: nella nostra, non nella vostra, udirete la commedia; ché a +parlare aviamo noi, voi a tacere. De' quali se sia chi dirá lo autore +essere gran ladro di Plauto, lassiamo stare che a Plauto staria molto +bene lo essere rubato per tenere, il moccicone, le cose sua senza una +chiave, senza una custodia al mondo; ma lo autore giura, alla croce di +Dio, che non gli ha furato questo (_facendo uno scoppio con la mano_); e +vuole stare a paragone. E, che ciò sia vero, dice che si cerchi quanto +ha Plauto e troverrassi che niente gli manca di quello che aver suole. +E, se cosí è, a Plauto non è suto rubbato nulla del suo. Però non sia +chi per ladro imputi lo autore. E, se pure alcuno ostinato ciò ardisse, +sia pregato almeno di non vituperarlo accusandolo al bargello; ma vada a +dirlo secretamente nell'orecchio a Plauto. Ma ecco qua chi vi porta lo +Argumento. Preparatevi a pigliarlo bene, aprendo ben ciascuno il buco de +l'orecchio. + + + + +PROLOGO [DEL BIBBIENA] + + +Oh che tranquillo sonno e che piacevol sogno m'ha rotto ser Giuliano con +quella suo' voce da camera, che gli venga il canchero! Se mi donassi il +miglior poder ch'egli abbi, non mi ristorerebbe del piacere che m'ha +tolto svegliandomi. Io dormiva qua come un tasso e sognava d'aver +trovato l'anel d'Angelica; quell'anel, dico, che chi lo portava in bocca +non poteva esser veduto da persona. Pensate or voi, donne mie, se io era +allegro di sí fatta ventura! Io faceva pensiero di andarmene invisibile +alle casse di certi pigoloni avaracci, a' quali non si trarrebbe un +grosso delle mani con le tanaglie di Nicodemo, e quivi volevo fare un +ripulisti di tal sorte che non rimanessi loro un marcio quatrino. In +ogni modo egli è un peccato che cotali miseracci abbin del fiato, poi +che, per non spendere un soldo, tengano a patti quasi di lasciarsi morir +di fame. Alle spese loro volevo io ragunar tanti denari che io comprassi +due bonissime porzioni: chi sarebbe poi stato meglio di me, dite il +vero? Pensava poi di vedere tutte le donne di Firenze quando si levano: +e forse che i' non arei potuto farlo, potendo andar per tutto senza +esser veduto!--So--diceva io--che non gioverá far meco lo schizzinoso di +non voler esser vedute, perché le giugnerò in lato che non potranno +nascondermisi!--E giá mi pareva essere a' ferri, quando, cosí dormendo, +mi ricordai che stasera si faceva una veglia.--Orsú--diss'io--in anzi +che i' faccia altro, vo' dare una scorribandola per queste case e vedere +quel che fanno quelle donne che vi sono invitate.--Fatto il pensiero, mi +pongo l'anello in bocca; e, parendomi di non poter esser veduto, entro +in una casa. E truovo che 'l marito faceva un grande afrettare la moglie +che andassi via presto, e non le dava tanto agio che la poveretta si +potessi a pena assettare. Maraviglia'mi di tanta fretta che colui le +faceva; e, considerando molto bene a ogni cosa, m'aveggo che il +galantuomo aveva fatto assegnamento adosso alla fante, e però gli pareva +mill'anni di levarsi la moglie dinanzi. Non vi dico se mi gonfiò lo +stommaco vedendo che colui faceva sí poca stima della moglie giovane e +bella, per andar dietro a una fante: e, s'io avessi potuto, l'arei +confinato in una cucina a succiar broda e a leccare strofinacci, poi che +n'è sí giotto; e starebbe, la state, molto bene a questi tali. Basta che +poi si scusano con dire: «Ogni cosa è me' che moglie». Mi partii di +quivi, mezzo sdegnato con lui; e, giunto in un'altra casa, truovo la +moglie e il marito che facevano un gran contendere insieme. Ella +piangeva, e voleva pur venir alla veglia, e diceva al marito:--Se voi +non volevi che io v'andassi, bisognava dirlo prima e non mi lassar +promettere. Voi volete pure che ognuno sappia chi voi sète, che +maladetto sia il punto e l'ora che io mi maritai! cosí poteva io farmi +monaca, se non ho mai a avere un piacere come l'altre.--Ben, +be'--rispondeva il marito geloso,--veglie, eh? veglie, eh? Se tu volessi +bene al tuo marito, tu non ti cureresti d'andarvi. Tu non sai bene quel +che si fa a queste veglie. Statti, statti in casa meco; e sará molto +meglio che andar notticon tutta notte.--Deh sí, lasciatemi +andare--soggiugneva ella:--alle veglie si va una volta l'anno, e vaccene +tante de l'altre: avete voi paura ch'io non sie mangiata?--Che belle +parole! che vuol dir mangiata, cervellinuzza?--disse il geloso.--Oh! +sta' costí, e non mi romper piú la testa.--Io messi mano a un legno, con +animo di dargli venticinque bastonate per fargli uscire la gelosia del +capo: ma pensai poi che fusse meglio lasciarne far la vendetta a lei, +che, se sará savia, com'io credo, lo fará esser geloso di qualcosa. E +forse che ci mancano e' giovani sfaccendati, in questa cittá! E' gli +fará il dovere al dappochello: gli è ben vero che la gelosia non vien da +altro che da dappocaggine. Anda'mene in un altro luogo: e trovai che la +padrona si aveva messo il brigante in casa e, per non venire alla +veglia, dava ad intendere al marito che un suo bambino, o bambina che si +fusse, si sentiva male; e, per farlo piangere, non restava di +pizzicarlo, talché 'l poverino né con lusinghe né con altro si +rachetava. Onde ella diceva:--Vedi, marito mio, io non voglio lasciare +questo povero bambino a guardia di fante e non son per venire alla +veglia altrimenti. Ma facciam cosí: vavvi tu, acciò che non paia che noi +faccián poca stima di chi ci ha invitati.--Il buono uomo, per non sentir +quel pianto tutta notte, e non sapendo come potessi giovare al +figliuolo, si uscí di casa e dette campo franco alla moglie, piú +aveduta e piú savia di lui. Parvemi d'entrar poi in una altra casa e +trovare la padrona che si faceva affibbiar dalla fante e le diceva:--Uh, +sciocca, dappocuza! ancor non sai tu affibbiare una vesta? Comínciati di +sotto, in malora!--A cui la fante rispondeva:--E che noia dá, che +importa cominciarsi di sotto o di sopra? Quando io affibbiava +quell'altra mia padrona, io cominciava pur sempre di sopra.--Sai tu +perché?--rispondeva la padrona:--perché ella ha troppe le puppe grosse, +e cominciavasi di sopra per tirarsele in giú a poco a poco acciò non +apparissino sí ritte. Ma io, perché son magra ed ho il petto piccolo, +bisogna, se io non voglio parer fatta colla pialla, che mi cominci +affibbiar di sotto, acciò che io abbia un poco di apparienzia e non paia +una spigolista; ben sai!--Oh quanto mi risi di questa astuzia da donne! +Trova'ne, doppo questa, un'altra, piú vana che una zucca secca; la quale +si stava in una sua anticameretta dintorno allo specchio, con un paio di +mollettine in mano, e davasi una riveduta solenne alle ciglia; e, poi +che si fu pelata e spelata a suo modo, messe mano a un fiaschetto pieno +d'una certa aqua sbiancata, che pareva latte marcio, e con essa si lavò +molto bene il viso e la gola per infino al petto. Doppo, presa la +pezzetta di levante, si dipinse un viso che pareva una mascara modanese: +e, poi che si fu lisciata a suo modo, cominciò a mettersi tanti fiori in +seno e agli urecchi che la pareva un maggio; e, guardandosi nello +specchio e parendole che non campeggiassino a suo modo, forse dieci +volte li levò e ripose, tanto che mi venne a noia e me ne partii senza +voler vederne la fine. Entrai in piú di diece altre case: e sempre +sempre trovai donne che si lisciavano; e alcuna ne viddi che era aiutata +dal marito, molto piú vano di lei.--Diacin ne vadia, con tanto +lisciarsi!--diceva io fra me medesimo:--può egli essere che queste +meschine non si accorghino che, per voler parer piú belle, si fanno +maschere e si guastan la vita ed invechiano dieci anni inanzi al tempo e +diventano grinze e isdentate o vero co' denti sí sudici e lordi che +sarebbe manco schifo a baciar loro... presso che io non dissi qualche +mala parola... che baciar loro la bocca? Quante ne è qui che, cariche di +panni e del mal che Dio die loro, stanno intirizzate come statue e non +si possan muovere, scoppiano di caldo e di affanno, per parer belle! E +pensan forse, queste tali, esser tenute piú belle che l'altre? Le +s'ingannano, perché belle son tenute quelle che né poco né molto le lor +persone procurano.--Mi deliberai di rompere quanti fiaschetti di liscio +e quante ampolle io trovava: e, stendendo la mano cosí nel sonno, +credendo pigliare un fiaschetto, presi un orinale, pien d'altro che +d'aqua d'angioli, per trarlo nel muro; e a punto lo batteva nel capo a +ser Giuliano che m'era a canto per svegliarmi; e vi so dire che io +l'arei profumato di buona sorte, se a punto in su quello egli non mi +avessi svegliato, per impormi vi dicessi quello che si vergogna a dir +lui. E questo è che certi sua amici gli avevan promesso di aver in +ordine per questa sera una bella commedia; e lui, fidandosi di loro, non +si è curato vederla o udirla, credendo che la commedia fussi, se non +buona in tutta perfezione, almeno ragionevole: ma stamane, ch'egli l'ha +udita provare, conosce che invero la non è degna di voi, e gli duole in +sino al cuore che voi siate qui, parendoli d'avervi fatto perdere +l'aconciatura. Onde vi prega vi degnate averlo per iscusato, +promettendovi che, la prima volta tornerete in casa sua, vi fará sentire +una commedia d'un'altra sorte e piú bella e sanza comparazione piú +piacevole. Ma mi pare vedere che gli ará una bazza, perché questi +gentiluomini sono tanto intenti a contemprare le bellezze di voi altre +donne che poco o niente della commedia si cureranno. Di grazia, +nobilissime donne, se pensate di far cosa grata a lui e a chi l'ha a +recitare, mostratevi loro piú del solito favorevoli e benigne, acciò che +la commedia quel manco gl'infastidisca. Che dite? faretelo? Non bisogna +storcere il viso: chi di voi non vuol far questo, o li paressi stare a +disagio, se ne può ire a suo' posta, ché l'uscio è aperto. Fate largo, +lá! E chi resterá udirá la commedia che costoro hanno ordinato di fare, +quale ella si sia, che forse vi fará ridere per la sua goffezza. Poco +stará non so chi di loro a uscir fuora; e voi, donne, di grazia, +spalancate bene il buco de l'urecchio vostro a ciò non ne perdiate una +gocciola. + + + + +ARGUMENTO + + +Demetrio, cittadin di Modon, ebbe uno figliolo maschio chiamato Lidio e +una femmina chiamata Santilla, amendua d'un parto nati, tanto di forma e +di presenzia simili che, dove il vestire la differenzia non facea, non +era chi l'uno dall'altro cognoscere potessi. Il che credere dovete: +perché, lassando molti esempli che adducere vi potremmo, bastar vi deve +quel degli due di sangue e di virtú nobilissimi frategli romani Antonio +e Valerio Porcari; sí consimili che, ogn'ora, da tutta Roma è preso +l'uno per l'altro. Alli dua putti ritorno a' quali, giá di anni sei, +manca il padre. Li turchi prendeno e ardeno Modone uccidendo quanti +trovano per la cittá. La nutrice loro e Fannio servo, per salvare +Santilla, da maschio la vesteno e Lidio la chiamano, stimando il +fratello da' turchi essere stato morto. + +Di Modon parteno. Tra via, son presi e prigioni in Costantinopoli +condotti. Perillo mercante fiorentino tutti a tre li riscatta, a Roma +seco gli mena, in casa sua li tiene: ove dimorando lungo tempo, +ottimamente lo abito, i costumi e 'l parlar pigliano. E, questo giorno, +Perillo vuole dare la sua figliuola per moglie alla detta Santilla, da +ciascuno Lidio chiamata e per maschio sempre creduta. Lidio, il maschio, +con Fessenio servo da Modon esce salvo; in Toscana e in Italia si +conduce; ivi il vestire, il vivere e la lingua apprende. Essendo di anni +diciassette in diciotto, a Roma viene, di Fulvia se innamora e, +parimente da lei amato, piú volte, vestito da donna, seco a sollazzar si +va. Dopo molti scambiamenti, Lidio e Santilla lietamente si riconoscano. +Guardate or voi, aprendo ben l'occhio, a non scambiar l'un dall'altro. +Però che io ve avvertisco che amendua d'una statura e d'una presenzia +sono, amendua si chiamano Lidio, amendua ad un modo vestono, parlano, +ridano, amendua sono oggi in Roma ed amendua or or qui comparir li +vedrete. Né crediate però che, per negromanzia, sí presto da Roma +venghino qui; per ciò che la terra che vedete qui è Roma. La quale giá +esser soleva sí ampia, sí spaziosa, sí grande che, trionfando, molte +cittá e paesi e fiumi largamente in se stessa riceveva; ed ora è sí +piccola diventata che, come vedete, agiatamente cape nella cittá vostra. +Cosí va il mondo. + + + + +ATTO I + + +SCENA I + +FESSENIO solo. + + +Bene è vero che l'uomo mai un disegno non fa che la Fortuna un altro non +ne faccia. Ecco, allor che noi pensavamo a Bologna quietarci, intese +Lidio mio padrone Santilla sua sorella esser viva ed in Italia +pervenuta. Onde, in un tratto, resuscitò in lui quello amore che gli +portava, maggior che mai fratello a sorella portassi: perché, amendue de +un parto nati, di volto, di persona, di parlare, di modi tanto simili +gli fe' Natura che a Modon, talor vestendosi Lidio da fanciulla e +Santilla da maschio, non pur li forestieri, ma non essa madre, non la +propria nutrice sapea discernere qual fusse Lidio o qual fusse Santilla; +e come gli dèi non gli ariano potuti fare piú simili, cosí parimente +l'uno amava l'altro piú che se stesso. Però Lidio, che morta si pensava +essere sua sorella, inteso lei essere salva, si messe ad investigare di +lei. Ed a Roma pervenuti, sono giá quattro mesi, cercando sua sorella, +trovò Fulvia romana. Della quale fieramente accesosi, con Calandro suo +marito misse me per servo per condurre a fine lo amoroso suo disio: come +subito condussi con satisfazione di lei; perché ella, di lui grandemente +ardendo, di bel mezzo giorno, ha piú volte fatto andare a sollazzarsi +seco Lidio vestito da donna Santilla chiamandosi. Ma pure esso, temendo +che tal fiamma non si scoprisse, si è, da molti giorni in qua, mostro +negligentissimo di lei fingendo di qua partire volersi. Laonde Fulvia è +ora in passione e in furia tale che quiete alcuna non trova: e ora +ricorre a maliastre, ad incantatrici, a negromanti che ricuperare le +faccino lo amante suo come se perduto l'avesse; e ora me e quando Samia +sua serva, conscia di tutto, manda a lui con preghi, con doni e con +promessa di dare per moglie al suo figliuolo Santilla, se mai avviene +che la si trovi. E tutto fa in maniera che, se 'l marito non avesse piú +della pecora che de l'uomo, giá accorto se ne saria. E tutta la ruina +caderia sopra me: per che mi bisogna bene sapere schermire. Io solo fo +la impossibilitá. Nessuno potette mai servire a due ed io servo a tre: +al marito, alla moglie e al proprio mio padrone; in modo che io non ho +mai uno riposo al mondo. Né per ciò mi dolgo, perché chi in questo mondo +sempre si sta ha il viver morto. Se vero è che un bon servo non deve mai +avere ozio, io pur tanto non ne ho che possa pure stuzzicarmi li +orecchi. E, se niente mi mancava, un'altra amorosa pratica mi è +pervenuta alle mani, la qual mille anni parmi di conferire con Lidio che +di qua viene. Ed, oh! oh! oh!, seco è quel Momo di Polinico suo +precettore. Apparso è il delfino; tempesta fia. Voglio un poco starmi +cosí da parte e udire quel che ragionano. + + +SCENA II + +POLINICO precettore, LIDIO padrone, FESSENIO servo. + + +POLINICO. Per certo, non mi saria mai caduto ne l'animo, Lidio, che tu a +questo venissi; che, drieto andando a vani innamoramenti, sprezzatore de +ogni virtú sei diventato. Ma di tutto do causa a quella bona creatura di +Fessenio. + +FESSENIO. Per lo corpo... + +LIDIO. Non dir cosí, Polinico. + +POLINICO. Eh! Lidio, tutto so meglio che tu e che quel ribaldo del tuo +servo. + +FESSENIO. A dispetto di... che io li... + +POLINICO. L'omo prudente pensa sempre quello li pò venire in contrario. + +FESSENIO. Eccoci su per le pedagogarie. + +POLINICO. Come questo vostro amore fia piú noto, oltre che in gran +pericolo starai, tu sarai da tutti tenuto una bestia. + +FESSENIO. Pedagogo poltrone! + +POLINICO. Perché, chi non dileggia e non odia li vani e li leggeri? Come +diventato sei tu che, forestiero, ti sei posto ad amare. E chi? Una +delle piú nobil donne di questa cittá. Fuggi, dico, e' pericoli di +questo amore. + +LIDIO. Polinico, io son giovane; e la giovinezza è tutta sottoposta ad +Amore. Le gravi cose si convengano a' piú maturi. Io non posso volere se +non quello che Amor vuole: e mi sforza ad amare questa nobil donna piú +che me stesso. Il che, quando mai si risapessi, credo che io ne sarò da +molti piú reputato; per ciò che come in una donna è grandissimo senno il +guardarsi da l'amore di maggior omo che ella non è, cosí è gran valore +nelli omini di amare donne di piú alto lignaggio che essi non sono. + +FESSENIO. Oh bella risposta! + +POLINICO. Questi son termini insegnatili da quel tristo di Fessenio per +metterlo sú. + +FESSENIO. Tristo se' tu. + +POLINICO. Mi maravigliavo che tu non volassi a turbar l'opere bone. + +FESSENIO. Adonque io non turberò le tua. + +POLINICO. Nulla è peggio che vedere la vita de' savi dependere dal +parlare de' matti. + +FESSENIO. Piú saviamente l'ho consigliato io sempre che tu fatto non +hai. + +POLINICO. Non puole essere superiore di consigli chi è inferiore di +costumi. Non te ho prima cognosciuto, Fessenio, perché non t'arei tanto +laudato a Lidio. + +FESSENIO. Avevo forse bisogno di tuo favore io, ah? + +POLINICO. Conosco ora essere ben vero che, in laudare altrui, spesso +resta l'omo ingannato; in biasmarlo, non mai. + +FESSENIO. Tu stesso mostri la vanitá tua poi che laudavi chi non +conoscevi. So io bene che, in parlare di te, non mi sono ingannato mai. + +POLINICO. Donque hai tu detto mal di me? + +FESSENIO. Tu stesso il di'. + +POLINICO. Pazienzia! Non intendo quistionar teco, ché saria uno gridare +co' tuoni. + +FESSENIO. El fai perché non hai ragion meco. + +POLINICO. El fo per non usare altro che parole. + +FESSENIO. E che potresti tu mai farmi in cent'anni? + +POLINICO. El vederesti. E cosí, cosí... + +FESSENIO. Non stuzzicar, quando fumma el naso de l'orso. + +POLINICO. Deh! deh! Orsú! Non voglio con un servo... + +LIDIO. Orsú! Fessenio, non piú. + +FESSENIO. Non minacciare: ché, benché io sia vil servo, anco la mosca ha +la sua collora; e non è sí picciol pelo che non abbi l'ombra sua, +intendi? + +LIDIO. Taci, Fessenio. + +POLINICO. Lassami seguire con Lidio, se ti piace. + +FESSENIO. E dá del buon per la pace. + +POLINICO. Ascolta, Lidio. Sappi che Dio ci ha fatto due orecchi per +udire assai. + +FESSENIO. Ed una sol bocca per parlar poco. + +POLINICO. Non parlo teco. Ogni mal fresco agevolmente si leva; ma poi, +invecchiato, non mai. Levati, dico, da questo tuo amore. + +LIDIO. Perché? + +POLINICO. Non ve arai mai se non tormenti. + +LIDIO. Perché? + +POLINICO. Oimè! Non sai tu che i compagni d'amore sono ira, odii, +inimicizie, discordie, ruine, povertá, suspezione, inquietudine, morbi +perniziosi nelli animi de' mortali? Fuggi amor; fuggi. + +LIDIO. Oimè! Polinico, non posso. + +POLINICO. Perché? + +FESSENIO. Per mal che Dio ti dia. + +LIDIO. Alla potenzia sua ogni cosa è suggetta. E non è maggior dolcezza +che acquistare quel che si desidera in amore, senza il quale non è cosa +alcuna perfetta né virtuosa né gentile. + +FESSENIO. Non si può dir meglio. + +POLINICO. Non è maggior vizio in un servo che l'adulazione. E tu lui +ascolti? Lidio mio, attendi a me. + +FESSENIO. Sí che gli è delicata robba! + +POLINICO. Amore è simile al foco che, postovi sopra zolfo o altra trista +cosa, amorba l'omo. + +LIDIO. E, postovi incenso, aloe ed ambra, fa pure odore da resuscitare +morti. + +FESSENIO. Ah! ah! Col laccio che fece resta preso Polinico. + +POLINICO. Ritorna, Lidio, alle cose laudabili. + +FESSENIO. Laudabile è accomodarsi al tempo. + +POLINICO. Laudabile è quel che è buono ed onesto. Te annunzio ci +capiterai male. + +FESSENIO. El profeta ha parlato. + +POLINICO. Ricordoti che l'animo virtuoso non si muove per cupiditá. + +FESSENIO. Né si leva per paura. + +POLINICO. Tu pur male fai. E sai che gli è grande arroganzia sprezzare i +consigli de' savi. + +FESSENIO. Mentre che savio te intituli, matto ti battezzi perché tu pur +sai che non è maggior pazzia che tentare quello che non può ottenersi. + +POLINICO. Egli è meglio perdere dicendo il vero che vincere con le +bugie. + +FESSENIO. El vero dico io come tu. Ma non son giá un messer tutto-biasma +come sei tu; che, per quattro cuius che tu hai, sí savio esser ti pare +che credi che ogni altro, da te in fuora, sia una bestia. E non sei però +Salamone; né consideri che una cosa al vecchio, una al giovane, una ne' +pericoli e una nel riposo si conviene. Tu, che vecchio sei, la vita +tieni che a lui ricordi. Lidio, che giovane è, lassa che le cose faccia +da giovane. E tu al tempo ed a quel che piace a Lidio te accomoda. + +POLINICO. Egli è ben vero che un padrone quanti ha piú servi tanti piú +ha inimici. Costui ti conduce alle forche. E, quando mai altro mal non +te ne avvenga, ne arai sempre tu rimordimento ne l'animo perché e' non +è supplizio piú grave che la conscienzia delli errori commessi. E però +lassa costei, Lidio. + +LIDIO. Tanto lassar posso io costei quanto il corpo l'ombra. + +POLINICO. Anzi, meglio faresti tu ad odiarla che a lassarla. + +FESSENIO. Oh! oh! oh! Non puole il vitello e vuol che porti el bue! + +POLINICO. Ella lasserá ben presto te, come da altri fia ricercata; ché +le femine sono mutabili. + +LIDIO. Oh! oh! oh! Non sono tutte d'una fatta. + +POLINICO. Non son giá d'una apparienzia; ma sono ben tutte d'una natura. + +LIDIO. Gran fallacia pigli. + +POLINICO. O Lidio, leva el lume, che i volti veder non si possino, non è +una differenzia al mondo da l'una all'altra. E sappi che a donna non si +può credere, etiam poi che è morta. + +FESSENIO. Costui fa meglio che or or non li ricordava. + +POLINICO. Che? + +FESSENIO. Te accommodi benissimo al tempo. + +POLINICO. Anzi, dico bene il vero a Lidio. + +FESSENIO. Piú sú sta mona luna! + +POLINICO. In fine, che vuo' tu inferire? + +FESSENIO. Voglio inferire che tu ti accommodi al viver d'oggi. + +POLINICO. In che modo? + +FESSENIO. Allo essere inimico delle donne, come è quasi ognuno in questa +corte. E però ne dici male. E iniquamente fai. + +LIDIO. Dice il vero Fessenio, perché laudar non si può quel che tu hai +detto di loro: per ciò che sono quanto refrigerio e quanto bene ha il +mondo e sanza le quali noi siamo disutili, inetti, duri e simili alle +bestie. + +FESSENIO. Che bisogna dir tanto? Non sappiam noi che le donne sono sí +degne che oggi non è alcuno che non le vadi imitando e che volentieri, +con l'animo e col corpo, femina non diventi? + +POLINICO. Altra risposta non voglio darvi. + +FESSENIO. Altro in contrario dir non sai. + +POLINICO. Ricordo a te, Lidio, che gli è sempre da tôr via l'occasione +del male e di nuovo ti conforto che tu voglia, per tuo bene, levarti da +questi vani innamoramenti. + +LIDIO. Polinico, e' non è cosa al mondo che manco riceva il consiglio o +la operazione in contrario che lo amore; la cui natura è tale che piú +tosto per se stesso consumar si può che per gli altrui ricordi tôrsi +via. E però, se pensi levarmi dallo amore di costei, tu cerchi abracciar +l'ombra e pigliare il vento con le reti. + +POLINICO. E questo ben mi pesa: perché, dove esser solevi piú trattabile +che cera, or piú ruvido mi pari che la piú alta rovere che si trovi. E +sai tu come ell'è? Io ne lasserò il pensiero a te. E sappi che tu ci +capiterai male. + +LIDIO. Io nol credo. E se pur ciò fia, non m'hai tu nelle tue lezioni +mostro che è gran laude morire in amore e che bel fin fa chi bene amando +more? + +POLINICO. Orsú! Fa' pure a tuo modo e di questa bestia qui. Presto +presto potresti cognoscere con tuo danno li effetti d'amore. + +FESSENIO. Fermati, o Polinico. Sai tu che effetti fa amore? + +POLINICO. Che? bestia! + +FESSENIO. Quelli del tartufo, che a' giovani fa rizzar la ventura e a' +vecchi tirar coregge. + +LIDIO. Ah! ah! ah! + +POLINICO. Eh! Lidio, tu te ne ridi e sprezzi le parole mie? Piú non te +ne parlo; e di te a te lasso il pensiero; e me ne vo. + +FESSENIO. Col mal anno. Hai tu visto come e' finge il buono? Come se noi +non cognoscessimo questo ipocrito poltrone! che ci ha tutti turbati in +modo che io né narrare né tu ascoltar potremo certa bella cosa di +Calandro. + +LIDIO. Di', di'; ché con questa dolcezza leverem l'amaritudine che ci ha +lassata Polinico. + + +SCENA III + +LIDIO, FESSENIO servo. + + +LIDIO. Or parla. + +FESSENIO. Calandro, marito di Fulvia tua amorosa e padrone mio +posticcio, che castrone è e tu becco fai, mentre che tu, li dí passati, +da donna vestito, Santilla chiamatoti, andato da Fulvia e tornato sei, +credendo che tu donna sia, si è forte di te invaghito e pregatomi che io +faccia sí che egli ottenga questa sua amorosa: la qual sei tu. Io ho +finto averci fatta grande opera; gli ho data speranza di condurla, ancor +oggi, alle voglie sue. + +LIDIO. Questa è ben cosa da ridere. Ah! ah! ah! Ed or mi ricordo che, +l'altro dí, tornando io da Fulvia in abito di donna, mi venne drieto un +pezzo; ma non pensai che fusse per innamoramento. Si vuol mandarla +innanzi. + +FESSENIO. Ti servirò bene: lassa fare a me. Gli mostrerò di novo aver +fatti miraculi per lui; e sta' sicuro, Lidio, che egli piú crederrá a me +che io non dirò a lui. Gli do spesso ad intendere le piú scempie cose +del mondo per ciò che gli è il piú sufficiente lavaceci che tu vedessi +mai. Potrei mille sua castronarie raccontarti; ma, acciò che io non vada +ogni particularitá narrandoti, egli ha in sé sí profonde sciocchezze +che, se una sola di quelle fusse in Salamone, in Aristotele o in Seneca, +averebben forza di guastare ogni lor senno, ogni lor sapienzia. E quello +che sommamente mi fa ridere delli fatti suoi è che gli pare essere sí +bello e sí piacevole che e' s'avisa che quante lo vedeno subito se +innamorino di lui, come se altro piú bel fante di lui non si trovasse in +questa terra. In fine, come il vulgo usa dire, se mangiasse fieno, +sarebbe un bue; perché poco meglio è che Martino da Amelia o Giovan +Manente. Onde facil ci fia, in questo suo amorazzo, condurlo a quel che +noi piú vorremo. + +LIDIO. Ah! ah! ah! Io sono per morir delle risa. Ma dimmi: credendo esso +che io sia femina, e maschio essendo, quando esso fia da me, come anderá +la cosa? + +FESSENIO. Lassa pur questa cura a me, ché tutto ben si condurrá. Ma oh! +oh! oh! Vedilo lá. Va' via, ché teco non mi veda. + + +SCENA IV + +CALANDRO, FESSENIO servo. + + +CALANDRO. Fessenio! + +FESSENIO. Chi mi chiama? Oh padrone! + +CALANDRO. Or be', dimmi: che è di Santilla mia? + +FESSENIO. Di' tu quel che è di Santilla? + +CALANDRO. Sí. + +FESSENIO. Non lo so bene. Pur io credo che di Santilla sia quella veste, +la camicia che l'ha indosso, el grembiule, i guanti e le pianelle +ancora. + +CALANDRO. Che pianelle? che guanti? Imbriaco! Ti domandai, non di quello +che è suo, ma come la stava. + +FESSENIO. Ah! ah! ah! Come la stava vuoi saper tu? + +CALANDRO. Messer sí. + +FESSENIO. Quando poco fa la vidi, ella stava ... aspetta! a sedere con +la mano al volto; e, parlando io di te, intenta ascoltandomi, teneva gli +occhi e la bocca aperta, con un poco di quella sua linguetta fuora, +cosí. + +CALANDRO. Tu m'hai risposto tanto a proposito quanto voglio. Ma lassiamo +ire. Donque l'ascolta volentieri, eh? + +FESSENIO. Come «ascolta»? Io l'ho giá acconcia in modo che fra poche ore +tu arai lo attento tuo. Vuoi altro? + +CALANDRO. Fessenio mio, buon per te. + +FESSENIO. Cosí spero. + +CALANDRO. Certo. Fessenio, aiutami; ch'io sto male. + +FESSENIO. Oimè, padrone! Hai la febbre? Mostra. + +CALANDRO. No. Oh! oh! Che febbre? Bufalo! Dico che Santilla m'ha concio +male. + +FESSENIO. T'ha battuto? + +CALANDRO. Oh! oh! oh! Tu se' grosso! Dico ch'ella m'ha inamorato forte. + +FESSENIO. Be', presto sarai da lei. + +CALANDRO. Andiamo dunque da lei. + +FESSENIO. Ci sono ancora di mali passi. + +CALANDRO. Non ci perder tempo. + +FESSENIO. Non dormirò. + +CALANDRO. Fallo. + +FESSENIO. El vedrai: ché or ora sarò qui con la risposta. Addio. Guarda +lo gentile innamorato! Bel caso! Ah! ah! ah! D'un medesimo amante son +morti la moglie e il marito. Oh! oh! oh! Vedi Samia serva di Fulvia che +esce di casa. Alterata parmi; trama c'è. Ed essa sa il tutto. Da lei +saperrò quel che in casa si fa. + + +SCENA V + +FESSENIO servo, SAMIA serva. + + +FESSENIO. Samia! o Samia! Aspetta, Samia. + +SAMIA. Oh! oh! Fessenio! + +FESSENIO. Che si fa in casa? + +SAMIA. A fé, non bene per la padrona. + +FESSENIO. Che c'è? + +SAMIA. La sta fresca. + +FESSENIO. Che ha? + +SAMIA. Non mel far dire. + +FESSENIO. Che? + +SAMIA. Troppa... + +FESSENIO. Troppa che? + +SAMIA. ... rabbia di... + +FESSENIO. Rabbia di che? + +SAMIA. ... trastullarsi con Lidio suo. Ha' lo inteso mò? + +FESSENIO. Oh! Questo sapevo io come tu. + +SAMIA. Tu non sai giá un'altra cosa. + +FESSENIO. Che? + +SAMIA. Che la mi manda a uno che fará fare a Lidio ciò che la vuole. + +FESSENIO. In che modo? + +SAMIA. Per via di canti. + +FESSENIO. Di canti? + +SAMIA. Messer sí. + +FESSENIO. E chi sará questo musico? + +SAMIA. Che vuoi tu fare di musico? Dico che vo a uno che lo fará amare, +se crepasse. + +FESSENIO. Chi è costui? + +SAMIA. Ruffo negromante, che fa ciò che vuole. + +FESSENIO. Come cosí? + +SAMIA. Ha uno spirito favellario. + +FESSENIO. Familiare, vuoi dir tu. + +SAMIA. Non so ben dir queste parole. Basta che ben saprò dirgli che +venga a madonna. Fatti con Dio. Vedi, olá! non ne parlare. + +FESSENIO. Non dubitare. Addio. + + +SCENA VI + +SAMIA serva, RUFFO negromante. + + +SAMIA. Egli è ancor sí buon'ora che Ruffo non sará ancor tornato a +desinare. Meglio è guardare se in piazza fusse. Ed oh! oh! oh! ventura! +Vedilo che va in lá. O Ruffo! o Ruffo! Non odi, Ruffo? + +RUFFO. Io pur mi volto né vedo chi mi chiama. + +SAMIA. Aspetta! + +RUFFO. Chi è costei? + +SAMIA. M'hai fatta tutta sudare. + +RUFFO. Be', che vuoi? + +SAMIA. La padrona mia ti prega che or ora tu vadi da lei. + +RUFFO. Chi è la padrona tua? + +SAMIA. Fulvia. + +RUFFO. Donna di Calandro? + +SAMIA. Quella, sí. + +RUFFO. Che vuol da me? + +SAMIA. Ella tel dirá. + +RUFFO. Non sta lá su la piazza? + +SAMIA. Ci son due passi. Andianne. + +RUFFO. Vattene innanzi ed io drieto a te ne vengo. Sarebbe mai costei +nel numero dell'altre scempie a credere che io sia negromante e abbia +quello spirito che molte sciocche dicano? Non posso errare ad intendere +quel che la vuole. Ed in casa sua me n'entro prima che qui arrivi colui +che in qua viene. + + +SCENA VII + +FESSENIO servo, CALANDRO. + + +FESSENIO. Or vedo ben che ancor li dèi hanno, come li mortali, del +buffone. Ecco, Amore, che suole inviscare solo i cori gentili, s'è in +Calandro pecora posto, che da lui non si parte; che ben mostra Cupido +aver poca faccenda poi che entra in sí egregio babuasso. Ma il fa perché +costui sia tra gli amanti come l'asino tra le scimie. E forse che non +l'ha messo in bone mane? Ma la piuma è cascata nella pania. + +CALANDRO. O Fessenio! Fessenio! + +FESSENIO. Chi mi chiama? Oh padrone! + +CALANDRO. Hai tu vista Santilla? + +FESSENIO. Ho. + +CALANDRO. Che te ne pare? + +FESSENIO. Tu hai gusto. In fine, io credo che 'l fatto suo sia la piú +sollazzevol cosa che si trovi in Maremma. Fa' ogni cosa per ottenerla. + +CALANDRO. Io l'arò, se io dovessi andar nudo e scalzo. + +FESSENIO. Imparate, amanti, questi bei detti. + +CALANDRO. Se io l'ho mai, tutta me la mangerò. + +FESSENIO. Mangiare? Ah! ah! Calandro, pietá di lei. Le fiere l'altre +fiere mangiano; non gli omini le donne. Egli è ben vero che la donna si +beve, non si mangia. + +CALANDRO. Come! si beve? + +FESSENIO. Si beve, sí. + +CALANDRO. O in che modo? + +FESSENIO. Nol sai? + +CALANDRO. Non certo. + +FESSENIO. Oh! Gran peccato che un tanto omo non sappi bere le donne! + +CALANDRO. Deh! insegnami. + +FESSENIO. Dirotti. Quando la baci, non la succi tu? + +CALANDRO. Sí. + +FESSENIO. E quando si beve, non si succia? + +CALANDRO. Sí. + +FESSENIO. Be'! Allora che, basciando, succi una donna, tu te la bevi. + +CALANDRO. Parmi che sia cosí. Madesine! Ma pure io non mi ho mai beuto +Fulvia mia; e pure baciata l'ho mille volte. + +FESSENIO. Oh! oh! oh! Tu non l'hai bevuta perché ancora essa ha baciato +te e tanto di te ha succiato quanto tu di lei: per il che tu beuto lei +non hai né ella te. + +CALANDRO. Or vedo ben, Fessenio, che tu sei piú dotto che Orlando, +perché per certo cosí è; ché io non baciai mai lei che ella non baciassi +me. + +FESSENIO. Oh! vedi tu se io il vero te dico? + +CALANDRO. Ma dimmi: una spagnuola, che sempre mi baciava le mani, perché +se le voleva ella bere? + +FESSENIO. Bel secreto! Le spagnuole bacian le mani, non per amore che le +ti portino né per bersi le mani, no; ma per succiarsi li anelli che si +portano in dito. + +CALANDRO. O Fessenio, Fessenio, tu sai piú secreti delle donne... + +FESSENIO. Massime quelli della tua. + +CALANDRO. ... che un architetto. + +FESSENIO. To' lá! Architetto, ah? + +CALANDRO. Due anelli mi bevve quella spagnuola. Or io fo ben voto a Dio +che io m'arò ben l'occhio di non esser beuto. + +FESSENIO. E tu savio. + +CALANDRO. Nissuna mi bacerá giá mai che lei non baci. + +FESSENIO. Calandro, abbivi avvertenza; perché, se una ti bevesse il +naso, una gota o un occhio, tu resteresti il piú brutto omo del mondo. + +CALANDRO. Ci arò ben cura. Ma fa' pur che io abbi in braccio Santilla +mia. + +FESSENIO. Lassa fare a me. Voglio ire ad ultimare in un tratto la cosa. + +CALANDRO. Cosí fa'. Ma presto. + +FESSENIO. Non ho se none andar lá; da qua ad un poco, tornerò a te con +la conclusione. + + +SCENA VIII + +RUFFO solo. + + +Non deve l'omo mai disperarsi perché spesso vengano le venture quando +altri non l'aspetta. Costei, come io pensai, crede che io abbi uno +spirito. Ed, essendo fieramente d'un giovane accesa ed altro rimedio non +giovandoli, al mio ricorre, pregandomi che io lo stringa andare da lei, +di giorno, in forma di donna, promettendomi denari assai se io ne la +contento: che credo di sí, per ciò che lo amante è un Lidio greco, amico +e cognoscente mio per essere d'un medesimo paese che sono io; ed è anco +mio amico Fannio suo servo. Però spero condurre la cosa in paro. A +costei non ho promessa cosa certa, se prima con questo Lidio non parlo. +La ventura ci piove in grembo, se ella fia presa da Lidio come da me. +Orsú! A casa di Perillo mercante fiorentino, ove sta Lidio, me ne vo; +ed, essendo ora di pranzo, forse in casa il troverrò. + + + + +ATTO II + + +SCENA I + +LIDIO femina, FANNIO servo e la NUTRICE. + + +LIDIO femina. Assai è manifesto quanto sia miglior la fortuna degli +uomini che quella delle donne. Ed io piú che l'altre l'ho per prova +cognosciuto: per ciò che, da quel giorno in qua che Modon nostra patria +fu arsa da' turchi, avendo sempre io vestito da maschio e Lidio +chiamatomi (che cosí nome avea el mio suavissimo fratello), credendosi +sempre ognun che io maschio sia, ho trovato venture tali che ben ne son +stati li fatti nostri; ove che, se io nel vestire e nel nome mi fussi +mostro essere donna, come sono in fatto, né il turco di cui eravamo +schiavi ce aria venduti né forse Perillo riscossici, se saputo avesse +che io femina fusse, onde in miserabil servitú sempre ci conveniva +stare. Ed io or vi dico che, quando fussi maschio come son femina, +sempre in tranquillo stato ci viveremmo: per ciò che, credendosi +Perillo, come sapete, che io maschio sia, e fidelissimo nelli affari +suoi avendomi trovato sempre, me ama tanto che vuol darmi per moglie +Verginia unica figliuola sua e di tutti gli beni suoi farla erede. E, +dicendomi el nipote che Perillo vuol, doman o l'altro, io la sposi, per +conferire la cosa con voi, mia nutrice, e teco, Fannio mio servo, fuora +di casa me ne sono venuta; e piena di tanto travaglio quanto io ben +sento e voi pensar potete. E non so se... + +FANNIO. Taci, oimè! taci; a fin che costei, che afflitta verso noi +viene, non attinga quel che parliamo. + + +SCENA II + +SAMIA serva, LIDIO femina, FANNIO. + + +SAMIA. Te so dir che l'ha ne l'ossa! Dice aver visto Lidio suo dalle +finestre e mandami a favellarli. Tirandol da parte, li parlerò. Bona +vita, messer. + +LIDIO femina. Ben venga. + +SAMIA. Due parole. + +LIDIO femina. Chi sei tu? + +SAMIA. Mi domandi chi sono? + +LIDIO femina. Cerco quel ch'io non so. + +SAMIA. El saperrai ora. + +LIDIO femina. Che vuoi? + +SAMIA. La padrona mia ti prega che tu voglia amarla come lei fa te e, +quando ti piaccia, venire da lei. + +LIDIO femina. Non intendo. Chi è la padrona tua? + +SAMIA. Eh! Lidio, tu vuoi straziarmi, sí? + +LIDIO femina. Straziar vuoi tu me. + +SAMIA. Laudato sia Dio poi che tu non sai chi è Fulvia né me conosci. +Orsú! sú! Che vuo' tu che io le dica? + +LIDIO femina. Buona donna, se altro non mi di', altro non te rispondo. + +SAMIA. Fingi non intendere, eh? + +LIDIO femina. Io non te intendo né ti conosco e manco d'intenderti e +conoscerti mi curo. Va' in pace. + +SAMIA. Discretamente fai, certo. Alla croce di Dio, che io glie ne dirò +bene. + +LIDIO femina. Dilli ciò che tu vuoi, pur che dinanzi mi ti levi in la +tua mal'ora e sua. + +SAMIA. Va' pur lá. Ci starai se crepassi, greco taccagno, ché la mi +manda al negromante. Ma, se cosí risponde lo spirito, trionfa Fulvia. + +LIDIO femina. Misera e trista la fortuna di noi donne! E queste cose +inanzi mi si parano perché io tanto piú cognosca e pianga il danno del +mio esser donna. + +FANNIO. Io arei pure voluto intendere il tutto da costei; ché nocer non +potea. + +LIDIO femina. La cura piú grave tutte l'altre scaccia. Pur, se piú mi +parlasse, piú grato me le mostrerrei. + +FANNIO. Io cognosco costei. + +LIDIO femina. Chi è? + +FANNIO. Samia serva di Fulvia gentildonna romana. + +LIDIO femina. Oh! oh! oh! Anch'io la cognosco, ora. Pazienzia! Ella ben +nominò Fulvia. + + +SCENA III + +LIDIO femina, FANNIO servo, RUFFO negromante. + + +RUFFO. Oh! oh! oh! + +LIDIO femina. Che voce è quella? + +RUFFO. Vi sono andato cercando un pezzo. + +FANNIO. Addio, Ruffo. Che c'è? + +RUFFO. Buono. + +FANNIO. Che? + +RUFFO. Or lo saperrete. + +LIDIO femina. Aspetta, Ruffo. Odi, Tiresia. A casa te ne va' e vedi quel +che fa Perillo nostro padrone circa al fatto di queste nozze mie; e, +quando verrá lá Fannio, mandami per lui a raguagliare quello che vi si +fa perché intendo oggi non lassarmi trovare per vedere se in me +verificar si potesse quel che il vulgo dice: «Chi ha tempo ha vita». Va' +via. Or di' tu, Ruffo, quel buon che ci porti. + +RUFFO. Benché novellamente vi cognoschi, pur molto vi amo, sendo tutti +d'un paese; e li cieli occasion ce dánno che insieme ce intendiamo. + +LIDIO femina. Certo, da noi amato sei e teco sempre ce intenderemo +volentieri. Ma che ce di' tu? + +RUFFO. Dirò brevemente. Udite. Una donna, di te, Lidio, innamorata, +cerca che tu suo sia come ella è tua e dice che, non giovandoli altro +mezzo, al mio ricorre. E la causa per che essa de l'opera mia mi +richiede è perché, buttando de figure e punti e avendo pure ben la +chiromanzia, tra le donne, che credule sono, ho fama d'essere un nobil +negromante; e tengan per certo che io abbia uno spirito col quale elle +s'avvisano che io faccia e disfaccia ciò che voglio. Il che io +volentieri consento per ciò che spesso grandissimo utile e talor di +belli piaceri con queste semplicette ne traggo: come si fará ora con +costei, se savio sarai; però ch'ella vuole che io ti costringa andar da +lei ed io, pensando teco intendermi, glie n'ho data qualche speranza. Se +tu or vorrai, ricchi insieme diventeremo e tu di lei diletto trar +potrai. + +LIDIO femina. Ruffo, in queste cose assai fraude intendo si fanno ed io, +inesperto, facilmente potria esserci gabbato. Ma, fidandomi di te che +sei il mezzano, non me ne discosterò allora che delibererò di farlo. Ci +penseremo Fannio ed io. Ma dimmi: chi è costei? + +RUFFO. Una detta Fulvia, ricca, nobile e bella. + +FANNIO. Oh! oh! oh! La padrona di colei che or ora ti parlò. + +LIDIO femina. Vero dici. + +RUFFO. Come! La serva sua t'ha parlato? + +LIDIO femina. Or ora. + +RUFFO. E che le rispondesti? + +LIDIO femina. Me la levai dinanzi con villane parole. + +RUFFO. Non fu fuor di proposito. Ma, se piú ti parla, mostratele piú +piacevole, se alla cosa attender vorremo. + +LIDIO femina. Cosí si fará. + +FANNIO. Dimmi, Ruffo: quando aría Lidio ad esser con lei? + +RUFFO. Quanto piú presto, meglio. + +FANNIO. A che ora? + +RUFFO. Di giorno. + +LIDIO femina. Oh! io saria visto. + +RUFFO. Vero. Ma la vole che lo spirito ti costringa andarvi in forma di +donna. + +FANNIO. E che vuol far di lui, se la pensa lo spirito lo converta in +donna? + +RUFFO. Penso volessi dire in abito, non in forma di donna. Pur ella cosí +disse. + +LIDIO femina. È bella trama: hai tu notato, Fannio? + +FANNIO. Benissimo. E piacemi assai. + +RUFFO. Be', volete darli effetto? + +LIDIO femina. Da qua ad un poco te ne diremo l'animo nostro. + +RUFFO. Ove ci troverremo? + +FANNIO. Qui. + +LIDIO femina. E chi prima arriva l'altro aspetti. + +RUFFO. Ben di'. Addio. + + +SCENA IV + +FANNIO servo, LIDIO femina. + + +FANNIO. Li cieli ci porgono occasione conforme al pensier tuo di non te +lassare trovare oggi, con ciò sia che, andando tu da costei, Iove non ti +troverrebbe. Ed oltra di questo, scoprendola tu puttana, spesso da lei +beccherai danari per pagarti il silenzio tuo a non parlarne. Oltra +questo, è cosa da crepar delle risa. Tu donna sei; ella in forma di +donna te adomanda; da lei anderai. Al provar quel che cerca, troverrá +quel che non vuole. + +LIDIO femina. Vogliam farlo? + +FANNIO. Per altro nol dico. + +LIDIO femina. Be'. Va' a casa, intendi quel che vi si fa e trova li +panni per vestirci. E me troverrai nella bottega di Franzino e +risolveremo Ruffo al sí. + +FANNIO. Levati ancor tu di qui, perché colui che lá appare essere potria +uno che Perillo mandasse per te. + +LIDIO femina. Non è de' nostri. Pur tu hai ben detto. + + +SCENA V + +FESSENIO servo, FULVIA. + + +FESSENIO. Voglio andare un poco da Fulvia, ché comparita su l'uscio la +vedo, e mostrarle che Lidio vuol partirsi per vedere come se ne risente. + +FULVIA. Ben venga, Fessenio caro. Dimmi: che è di Lidio mio? + +FESSENIO. Non mi pare quel desso. + +FULVIA. Eimè! Di' sú: che ha? + +FESSENIO. Sta pure in fantasia di partirsi per cercare Santilla sua +sorella. + +FULVIA. Eh lassa a me! Vuol partirsi? + +FESSENIO. Ve è vòlto, in fine. + +FULVIA. Fessenio mio, se tu vuoi l'util tuo, se tu ami il ben di Lidio, +se tu stimi la salute mia, trovalo, persuadilo, pregalo, stringilo, +suplicalo che per questo non si parta, perché io farò per tutta Italia +cercar di lei; e, se avvien che si ritrovi, da mò, Fessenio mio, come +t'ho detto altre fiate, li do la fede mia che io la darò per moglie a +Flaminio mio unico figliuolo. + +FESSENIO. Vuoi che cosí gli prometta? + +FULVIA. Cosí ti giuro e cosí mi obligo. + +FESSENIO. Son certo che volentieri l'udirá perché è cosa da piacergli. + +FULVIA. Spacciata sono, se tu con lui non mi aiuti. Pregalo che salvi +questa vita che è sua. + +FESSENIO. Farò quanto mi commetti; e per servirti vo a trovarlo a casa +ove ora si trova. + +FULVIA. Non men farai per te, Fessenio mio, che per me. Addio. + +FESSENIO. Costei sta come pò; e, per Dio, ormai è d'aver compassione di +lei. Fia bene che Lidio oggi, da donna vestito, come suole, venga da +lei. E cosí fará perché non meno lo desidera che costei. Ma far prima +bisogna la cosa di Calandro. Ed eccolo che giá torna. Dirogli avere +ultimato il fatto suo. + + +SCENA VI + +FESSENIO servo, CALANDRO. + + +FESSENIO. Salve, padron, che ben salvo sei da che la salute ti porto. +Dammi la mano. + +CALANDRO. La mano e i piedi. + +FESSENIO. Parti che i pronti detti gli sdrucciolino di bocca? + +CALANDRO. Che c'è? + +FESSENIO. Che, ah? El mondo è tuo; felice sei. + +CALANDRO. Che mi porti? + +FESSENIO. Santilla tua ti porto, che piú te ama che tu non ami lei e di +esser teco piú brama che tu non brami; perché gli ho detto quanto tu se' +liberale, bello e savio. Uh! uh! uh! Tal che la vuol, in fine, ciò che +tu vuoi. Odi, padrone. Ella non sentí prima nominarti che io la viddi +tutta accesa de l'amor tuo. Or sarai ben, tu, felice. + +CALANDRO. Tu di' il vero. E' mi par mille anni succiar quelle labra +vermigliuzze e quelle gote vino e ricotta. + +FESSENIO. Buono! Volse dir sangue e latte. + +CALANDRO. Ahi, Fessenio! Imperator ti faccio. + +FESSENIO. Con che grazia l'amico accatta grazia! + +CALANDRO. Or andianne da lei. + +FESSENIO. Come da lei? E che? pensi tu ch'ella sia di bordello? Andar vi +ti bisogna con ordine. + +CALANDRO. E come vi si anderá? + +FESSENIO. Coi piedi. + +CALANDRO. So bene. Ma dico: in che modo? + +FESSENIO. Hai a sapere che, se tu palesemente vi andasse, saresti visto. +E però sono rimasto con lei, perché tu scoperto non sia e perché ella +vituperata non resti, che tu in un forziero entri e, portato in camera +sua, insieme quel piacere prendiate che vorrete tutti a due. + +CALANDRO. Vedi che io non v'andrò coi piedi come dicevi. + +FESSENIO. Ah! ah! ah! accorto amante! Tu di' il vero, in fine. + +CALANDRO. Non durerò fatica, non è vero, Fessenio? + +FESSENIO. Non, moccicon mio, no. + +CALANDRO. Dimmi: il forziero sará sí grande che io possa entrarvi tutto? + +FESSENIO. Mò che importa questo? Se non vi entrerai intero, ti farem di +pezzi. + +CALANDRO. Come di pezzi? + +FESSENIO. Di pezzi, sí! + +CALANDRO. Oh! come? + +FESSENIO. Benissimo. + +CALANDRO. Di'. + +FESSENIO. Nol sai? + +CALANDRO. Non, per questa croce. + +FESSENIO. Se tu avesse navigato, il saperresti: perché aresti visto +spesso che, volendo mettere in una piccola barca le centinara delle +persone, non vi enterriano se non si scommettesse a chi le mani, a chi +le braccia e a chi le gambe secondo il bisogno; e, cosí stivate, come +l'altre mercanzie, a suolo a suolo, si acconciano sí che tengano poco +loco. + +CALANDRO. E poi? + +FESSENIO. Poi, arrivati in porto, chi vuol si piglia e rinchiava il +membro suo. E spesso anco avviene che, per inavvertenzia o per malizia, +l'uno piglia el membro dell'altro e sel mette ove piú gli piace; e +talvolta non gli torna bene perché toglie un membro piú grosso che non +gli bisogna o una gamba piú corta della sua, onde ne diventa poi zoppo o +sproporzionato, intendi? + +CALANDRO. Sí, certo. In buona fé, mi guarderò bene io che non mi sia nel +forziero scambiato il membro mio. + +FESSENIO. Se tu a te medesimo non lo scambi, altro certo non te lo +scambierá, andando tu solo in nel forziero: nel quale quando tu intero +non cappia, dico che, come quelli che vanno in nave, ti potremo +scommettere almen le gambe; con ciò sia che, avendo tu ad essere +portato, tu non hai adoprarle. + +CALANDRO. E dove si scommette l'omo? + +FESSENIO. In tutti e' luoghi ove tu vedi svolgersi: come qui, qui, qui, +qui... Vuo' lo sapere? + +CALANDRO. Te ne prego. + +FESSENIO. Tel mosterrò in un tratto, perché è facil cosa e si fa con un +poco d'incanto. Dirai come dico io; ma in voce summissa, per ciò che, +come tu punto gridasse, tutto si guasteria. + +CALANDRO. Non dubitare. + +FESSENIO. Proviamo, per ora, alla mano. Da' qua. E di' cosí: +Ambracullac. + +CALANDRO. Anculabrac. + +FESSENIO. Tu hai fallito. Di' cosí: Ambracullac. + +CALANDRO. Alabracuc. + +FESSENIO. Peggio! Ambracullac. + +CALANDRO. Alucambrac. + +FESSENIO. Oimè! oimè! Or di' cosí: Am... + +CALANDRO. Am... + +FESSENIO. ... bra... + +CALANDRO. ... bra... + +FESSENIO. ... cul... + +CALANDRO. ... cul... + +FESSENIO. ... lac... + +CALANDRO. ... lac... + +FESSENIO. Bu... + +CALANDRO. Bu... + +FESSENIO. ... fo... + +CALANDRO. ... fo... + +FESSENIO. ... la... + +CALANDRO. ... la... + +FESSENIO. ... ccio... + +CALANDRO. ... ccio... + +FESSENIO. ... or... + +CALANDRO. ... or... + +FESSENIO. ... te la... + +CALANDRO. ... te la... + +FESSENIO. ... do. + +CALANDRO. Oh! oh! oh! ohi! ohi! oimè! + +FESSENIO. Tu guasteresti il mondo. Oh che maladetta sia tanta +smemorataggine e si poca pazienzia! Ma, potta del cielo, non ti dissi +pure ora che tu non dovevi gridare? Hai guasto lo 'ncanto. + +CALANDRO. El braccio hai tu guasto a me. + +FESSENIO. Non ti puoi piú scommetter, sai? + +CALANDRO. Come farò, dunque? + +FESSENIO. Torrò, in fine, forziero sí grande che vi entrerai intero. + +CALANDRO. Oh! cosí sí. Va' e trovalo in modo che io non mi abbia a +scommettere, per l'amor di Dio! perché questo braccio m'amazza. + +FESSENIO. Cosí farò in un tratto. + +CALANDRO. Io anderò in mercato, e tornerò qui subito. + +FESSENIO. Ben di'. Addio. Sará or ben ch'i' trovi Lidio e seco ordini +questa cosa della quale ci fia da ridere tutto questo anno. Or vo via +sanza parlare altrimenti a Samia che lá su l'uscio veggo borbottare da +sé. + + +SCENA VII + +SAMIA serva, FULVIA. + + +SAMIA. Come va il mondo! Non è ancora un mese passato che Lidio, della +mia padrona ardendo, voleva ad ogni ora esser seco; e poi che vidde lei +bene accesa di lui, la stima quanto il fango. E, se a questa cosa +remedio non si pone, certo Fulvia ci fará drento error di sorte che +tutta la cittá ne sará piena. E ho fantasia che li fratelli di Calandro, +fin da mò, alcuna cosa non abbino spiato, perché altro non stima, altro +non pensa e d'altro non ragiona che di Lidio. Bene è vero che chi ha +amore in seno sempre ha li sproni al fianco. Or voglia il cielo che a +bene ne esca. + +FULVIA. Samia! + +SAMIA. Odila che di sopra mi chiama. Ará dalle finestre visto Lidio, ché +lá lo vedo parlare con non so chi. O forse vorrá rimandarmi a Ruffo. + +FULVIA. Saaamia! + +SAMIA. Veeengo. + + +SCENA VIII + +LIDIO femina, FANNIO servo. + + +LIDIO femina. Cosí t'ha detto Tiresia? + +FANNIO. Sí. + +LIDIO femina. E del parentado mio come di cosa conclusa si parla in +casa? + +FANNIO. Cosí sta. + +LIDIO femina. E Virginia ne è lieta? + +FANNIO. Non cape in sé. + +LIDIO femina. E si preparano le nozze? + +FANNIO. Tutta la casa è in faccende. + +LIDIO femina. E credeno che io ne sia contenta? + +FANNIO. Lo tengano per fermo. + +LIDIO femina. Oh infelice Santilla! Quel che ad altri giova solo a me +nuoce. Le amorevolezze di Perillo e della moglie verso me mi sono +acutissimi strali per non poter fare el desiderio loro né quel che +sarebbe il ben mio. Deh! me avesse Dio dato per luce tenebre, per vita +morte e per cuna sepultura allor che io del materno ventre uscii; da +che, in quel punto che io nacqui, morir dovea la ventura mia. Oh sanza +fin beato, fratello dulcissimo, se, come io credo, nella patria morto +restasti! Or che farò io, meschina Santilla? ché cosí omai chiamar mi +posso, e non piú Lidio. Femina sono, e conviemmi esser marito! Se io +sposo costei, subito cognoscerá che io femina e non maschio sono; e, da +me scornati, el padre e la madre e la figlia porriano farmi uccidere. +Negar di sposarla non posso; e, se pur niego di farlo, sdegnati, a casa +maladetta me ne manderanno. Se paleso esser femina, io medesima a me +stessa fo il danno. Tener cosí la cosa piú non posso. Misera a me! ché, +da uno lato, ho il precipizio; da l'altro, e' lupi. + +FANNIO. Non te disperare, ché forse e' cieli non te abbandoneranno. A me +par che si segua el parer tuo di non te lassar trovare oggi da Perillo; +e lo andare da colei viene a proposito; e io li panni da donna, per +vestirti, ho in ordine. Chi scampa d'un punto ne schiva mille. + +LIDIO femina. Ogni cosa farò. Ma dove è quel Ruffo? + +FANNIO. Rimanemo che chi prima arrivava l'altro aspettassi. + +LIDIO femina. Meglio è che Ruffo aspetti noi. Leviamoci di qui, perché +colui che è lá non ci veda, se fusse alcuno che per ordine di Perillo me +cercasse: se ben de' sua non mi pare. + + +SCENA IX + +FESSENIO servo, CALANDRO. + + +FESSENIO. Non potria meglio esser ordinata la cosa. Lidio da donna si +veste e in la sua camera terrena Calandro aspetta e da fanciulla +galantissima se gli mosterrá. Poi, al far quella novella, chiuse le +finestre, una scanfarda a canto se gli metterá: attento che di sí grossa +pasta è il gocciolone che l'asino dal rosignolo non discerneria. Vedilo +che ne viene tutto allegro. Contentiti el ciel, padrone. + +CALANDRO. E te, Fessenio mio. È in ordine il forzieri? + +FESSENIO. Tutto. E vi starai drento sanza snodarti pure un capello, pur +che bene vi ti acconci drento. + +CALANDRO. Meglio del mondo! Ma dimmi una cosa ch'io non so. + +FESSENIO. Che? + +CALANDRO. Arò io a stare nel forziero desto o adormentato? + +FESSENIO. Oh salatissimo quesito! Come desto o adormentato? Ma non sai +tu che in su' cavalli si sta desto, nelle strade si camina, alla tavola +si mangia, nelle panche si siede, ne' letti si dorme e ne' forzieri si +muore? + +CALANDRO. Come si muore? + +FESSENIO. Si muore, sí. Perché? + +CALANDRO. Cagna! L'è mala cosa. + +FESSENIO. Moristi tu mai? + +CALANDRO. Non, ch'io sappia. + +FESSENIO. Come sai, adonque, che l'è mala cosa, se tu mai non moristi? + +CALANDRO. E tu se' mai morto? + +FESSENIO. Oh! oh! oh! oh! Mille millanta, che tutta notte canta. + +CALANDRO. È gran pena? + +FESSENIO. Come el dormire. + +CALANDRO. Ho a morir, io? + +FESSENIO. Sí, andando nel forziero. + +CALANDRO. E chi morirá me? + +FESSENIO. Ti morirai da te stesso. + +CALANDRO. E come si fa a morire? + +FESSENIO. El morire è una favola. Poi che nol sai, son contento a dirti +el modo. + +CALANDRO. Deh sí! Di' sú. + +FESSENIO. Si chiude gli occhi; si tiene le mani cortese; si torce le +braccia; stassi fermo fermo, cheto cheto; non si vede, non si sente cosa +che altri si faccia o ti dica. + +CALANDRO. Intendo. Ma il fatto sta come si fa poi a rivivere. + +FESSENIO. Questo è bene uno de' piú profondi secreti che abbi tutto il +mondo e quasi nessuno il sa. E sia certo che ad altri nol direi giá mai; +ma a te son contento dirlo. Ma vedi, per tua fé, Calandro mio, che ad +altra persona del mondo tu non lo palesi mai. + +CALANDRO. Io te giuro che io non lo dirò ad alcuno; ed anche, se tu +vuoi, non lo dirò a me stesso. + +FESSENIO. Ah! ah! A te stesso sono io ben contento che tu 'l dica; ma +solo ad uno orecchio, a l'altro non giá. + +CALANDRO. Or insegnamelo. + +FESSENIO. Tu sai, Calandro, che altra differenzia non è dal vivo al +morto se none in quanto che il morto non se move mai e il vivo sí. E +però, quando tu faccia come io ti dirò, sempre risusciterai. + +CALANDRO. Di' sú. + +FESSENIO. Col viso tutto alzato al cielo si sputa in sú; poi con tutta +la persona si dá una scossa, cosí; poi s'apre gli occhi, si parla e si +muove i membri. Allor la Morte si va con Dio e l'omo ritorna vivo. E +sta' sicuro, Calandro mio, che chi fa questo non è mai, mai morto. Or +puoi tu ben dire d'avere cosí bel secreto quanto sia in tutto l'universo +ed in Maremma. + +CALANDRO. Certo, io l'ho ben caro. Ed or saprò morire e rivivere a mie' +posta. + +FESSENIO. Madesí, padron buaccio. + +CALANDRO. E tutto farò benissimo. + +FESSENIO. Credolo. + +CALANDRO. Vuo' tu, per veder se io so ben far, ch'i' provi un poco? + +FESSENIO. Ah! ah! Non sará male; ma guarda a farlo bene. + +CALANDRO. Tu 'l vedrai. Or guarda. Eccomi. + +FESSENIO. Torci la bocca. Piú ancora; torci bene; per l'altro verso; piú +basso. Oh! oh! Or muori a posta tua. Oh! Bene. Che cosa è a far con +savi! Chi aría mai imparato a morir sí bene come ha fatto questo valente +omo? El quale more di fuora eccellentemente. Se cosí bene di drento +more, non sentirá cosa che io gli faccia; e cognoscerollo a questo. Zas! +Bene. Zas! Benissimo. Zas! Optime. Calandro! o Calandro! Calandro! + +CALANDRO. Io son morto, i' son morto. + +FESSENIO. Diventa vivo, diventa vivo. Sú! sú! ché, alla fé, tu muori +galantemente. Sputa in sú. + +CALANDRO. Oh! oh! uh! oh! oh! uh! uh! Certo, gran male hai fatto a +rinvivermi. + +FESSENIO. Perché? + +CALANDRO. Cominciavo a vedere l'altro mondo di lá. + +FESSENIO. Tu lo vedrai bene a tuo agio nel forziero. + +CALANDRO. Mi par mill'anni. + +FESSENIO. Orsú! Poi che tu sai sí ben morire e risuscitare, non è da +perder tempo. + +CALANDRO. Or via! sú! + +FESSENIO. Nooo! Con ordine vuol farsi tutto, a fin che Fulvia non se ne +accorga. Con lei fingendo andare in villa, a casa di Menicuccio te ne +vieni; ove troverrai me con tutte le cose che fanno di mestiero. + +CALANDRO. Ben di'. Cosí farò or ora, ché la bestia sta parata. + +FESSENIO. Mostra. Che l'hai in ordine? + +CALANDRO. Ah! ah! Dico che 'l mulo, drento a l'uscio, è sellato. + +FESSENIO. Ah! ah! ah! Intendeva quella novella. + +CALANDRO. Mi par mille anni esser a cavallo; ma in su quella angioletta +di paradiso. + +FESSENIO. Angioletta, ah? Va' pur lá. Se io non mi inganno, la +castroneria si congiungerá oggi con la lordezza. E debbe or montare a +cavallo. Voglio avviarmi inanzi e dire a quella vezzosa porca che in +ordine sia e me aspetti. Oh! oh! oh! Vedi Calandro giá montato. +Miraculosa gagliardia di quel muletto che porta cosí sconcio +elefantaccio! + + +SCENA X + +CALANDRO, FULVIA. + + +CALANDRO. Fulvia! o Fulvia! + +FULVIA. Messer, che vuoi? + +CALANDRO. Fatti alla finestra. + +FULVIA. Che c'è? + +CALANDRO. Vuoi altro? Io vo insino in villa, ché Flaminio nostro non si +consumi drieto alle cacce. + +FULVIA. Ben fai. Quando tornerai? + +CALANDRO. Forse stasera. Fatti con Dio. + +FULVIA. Va' in pace, col mal anno. Guarda che vezzoso marito mi detteno +li frategli miei! che mi fa venire in angoscia pure a vedello. + + + + +ATTO III + + +SCENA I + +FESSENIO servo solo. + + +Ecco, o spettatori, le spoglie amorose. Chi cerca che se gli apicchi +gentilezza, acume, accorgimento queste veste compri ed alquanto indosso +le porti: perché di quel vago Calandro sono, tanto astuto che, d'un +giovane innamorato, si crede che fanciulla sia; di quel che ha tanto +della divinitá che muore e risuscita a posta sua. Chi comprar le vuole +dinari porga; ché io, come cose d'omo giá passato di questa vita, +vendere le posso. Prima si messe da morto nel forziero che arrivato +fusse. Ah! ah! ah! Cosí Lidio galantemente da donna vestito aspetta con +allegrezza questo vezzoso amante che, a dire il vero, è piú schifo che +Bramante. Io son corso inanzi perché qua mi trovi la scanfarda che io ho +ordinato per questo conto. Ed eccola che a me ne viene. E vedi anco lá, +col forzieri, el facchino; el quale si pensa portare preziosa mercanzia +e non sa che ella è la piú vile che in questa terra sia. Nessuno vuol le +veste? no? Addio, dunque, spettatori. Andrò a congiungere il castron con +la troia. Restate in pace. + + +SCENA II + +MERETRICE, FESSENIO, FACCHINO, SBIRRI di dogana, CALANDRO. + + +MERETRICE. Eccomi, Fessenio. Andianne. + +FESSENIO. Lassa andare innanzi questo forziero nostro. Non di lá, no, +facchino. Va' pur dritto. + +MERETRICE. Che vi è drento? + +FESSENIO. Vi è, anima mia bella, robba da te. + +MERETRICE. Che? + +FESSENIO. Sete e panni. + +MERETRICE. Di chi sono? + +FESSENIO. Di colui con chi sguazzar dèi, viso bello. + +MERETRICE. Oh! e me ne dará qualche cosa? + +FESSENIO. Sí, se farai ben quel che t'ho detto. + +MERETRICE. Lassa pur governallo a me. + +FESSENIO. Fa' che, sopra tutto, tu ti ricordi, nota, di chiamarti +Santilla e di tutte l'altre cose che io t'ho detto. + +MERETRICE. Non mancherò d'un pelo. + +FESSENIO. Altrimenti non aresti un baghero. + +MERETRICE. Tutto farò benissimo. Ma oh! oh! oh! Che voglian questi +sbirri dal facchino? + +FESSENIO. Oimè! Salda, cheta! Ascolta. + +SBIRRI. Di' sú: che è qui drento? + +FACCHINO. Mò che soie mi? + +SBIRRI. Sei stato in doana? + +FACCHINO. Non mi. + +SBIRRI. Che c'è drento? Di' sú. + +FACCHINO. Non l'ho visto o verto mi. + +SBIRRI. Dillo, poltron! + +FACCHINO. El me fu deccio che 'l ghera seda e pagni. + +SBIRRI. Sede? + +FACCHINO. Madesine. + +SBIRRI. È chiavato? + +FACCHINO. E' crezo de no mi. + +SBIRRI. Le son perdute. Posa giú. + +FACCHINO. Eh! no, misser. + +SBIRRI. Posa, poltron! Tu vorrai che io ti soni, sí + +FESSENIO. Oimè! oimè! La va male. Spacciato è il fatto nostro; ogni cosa +è guasta; tutto è scoperto; ruinati siamo. + +MERETRICE. Che cosa è? + +FESSENIO. Rotto è il disegno. + +MERETRICE. Parla, Fessenio: che c'è? + +FESSENIO. Aiutami, Sofilla. + +MERETRICE. Che vuoi? + +FESSENIO. Piangi, lamentati, grida, scapigliati. Cosí! sú! + +MERETRICE. Perché? + +FESSENIO. Presto lo saperrai. + +MERETRICE. Ecco. Oh! oh! oh! uha! + +SBIRRI. Oh! oh! oh! Questo è un morto. + +FESSENIO. Che fate? Olá! che cercate? + +SBIRRI. Il facchino ci disse esserci cosa da gabella e troviamo che c'è +un morto. + +FESSENIO. Un morto è. + +SBIRRI. Chi è? + +FESSENIO. Il marito di questa poveretta. Non vedete come si dispera? + +SBIRRI. Perché cosí il portate nel forziero? + +FESSENIO. A dirvi il vero, per ingannare la brigata. + +SBIRRI. O perché? + +FESSENIO. Saremmo da ognuno scacciati. + +SBIRRI. La cagione? + +FESSENIO. È morto di peste. + +SBIRRI. Di peste? Oimè! Io che l'ho tócco! + +FESSENIO. Tuo danno. + +SBIRRI. E dove il portate? + +FESSENIO. A sotterrarlo in qualche fossa; o, cosí, il forziero e lui +butteremo in un fiume. + +CALANDRO. Ohu! ehu! ohu! Ad annegarmi, eh? Io non son morto, no, +ribaldi! + +FESSENIO. Oh! Ognun si fugge per paura. O Sofilla! facchino! O Sofilla! +facchino! Sí! Va', giungeli tu! El diavol non gli faria voltare in qua. +Va', poi, impacciati con pazzi, tu! Va'! + + +SCENA III + +CALANDRO, FESSENIO. + + +CALANDRO. Ah poltron Fessenio! Mi volevi annegare, eh? + +FESSENIO. Eimè! Eh! padron, perché mi vuo' battere? + +CALANDRO. Domandi perché, tristo, ah? + +FESSENIO. Sí. Perché? + +CALANDRO. Il meriti, sciagurato ribaldo! + +FESSENIO. + + Miser chi del ben far sempre ha mal merto. + +Adunque tu me offendi perché t'ho salvato? + +CALANDRO. E che salvamento è questo? + +FESSENIO. Che, ah? Dissi a quel modo perché tu non fussi portato in +doana. + +CALANDRO. E che era, quando ben m'avessin portato lá? + +FESSENIO. Che era, eh? Tu meritavi che io vi t'avessi lassato portare; e +arestilo veduto. + +CALANDRO. Che domin era? + +FESSENIO. E' par che ci nascessi pure oggi. Eri còlto in frodo; eri +preso; e te ariano poi venduto come l'altre cose che son còlte in frodo. + +CALANDRO. Maaa... Tu facesti molto bene, adonque. Perdonami, Fessenio. + +FESSENIO. Un'altra volta, aspetta il fine prima che ti corrucci. Mio +danno, se io non te ne pago. + +CALANDRO. Cosí farò. Ma dimmi: chi era quella, cosí brutta, che fuggiva +via? + +FESSENIO. Chi era, ah? non la cognosci? + +CALANDRO. No. + +FESSENIO. È la Morte che teco era nel forziero. + +CALANDRO. Meco? + +FESSENIO. Teco, sí. + +CALANDRO. Oh! oh! lo non la vidi mai lá drento meco. + +FESSENIO. Oh buono! Tu non vedi anco il sonno, quando dormi; né la sete, +quando bevi; né la fame, quando mangi. Ed anco, se tu vuoi dirmi il +vero, or che tu vivi, tu non vedi la vita; e pure è teco. + +CALANDRO. Certo, no, ch'io non la veggo. + +FESSENIO. Cosí non si vede la morte, quando si muore. + +CALANDRO. Perché si è fuggito il facchino? + +FESSENIO. Per paura della morte: sí che temo che a Santilla oggi andar +non potrai. + +CALANDRO. Morto son se oggi con lei non sono. + +FESSENIO. Io non saprei in ciò che farmi: se giá tu non pigliasse un +poco di fatica. + +CALANDRO. Fessenio, per essere con lei farò ogni cosa, sino andare +scalzo a letto. + +FESSENIO. Ah! ah! Scalzo a letto, ah? Questo è troppo. Non piaccia a +Dio. + +CALANDRO. Di' pur sú. + +FESSENIO. Ti bisogna, in fine, esser facchino. Tu sei sí travisato di +abito e, per essere stato morto un pezzo, nel viso se' sí cambiato che +non fia chi ti conosca. Io mi presenterò lá come legnaiuolo che fatto +abbi il forziero. Santilla comprenderá subito come il fatto sta, perché +ella è piú savia che una sibilla. E insieme farete il bisogno. + +CALANDRO. Oh! Tu hai ben pensato. Per amar suo porterei e' cestoni. + +FESSENIO. Oh! oh! Grande ardire costui ha. Orsú! Piglia. Alto! O diavol! +Tu caschi. Sta' forte. Ha' lo bene? + +CALANDRO. Benissimo. + +FESSENIO. Orsú! Va' inanzi; fermati all'uscio: e io, cosí, di drieto a +te ne vengo. Quanto sta bene questa bestia sotto la soma! Sciocco +animalaccio! Intanto che io menerò, per l'uscio di drieto, quella +scanfarda, bisognerá pure che Lidio si lassi baciar da costui. Ma, se +gli baci sui li fiano fastidiosi, li parranno poi piú suavi quelli di +Fulvia. Ma ecco Samia. Non ha visto Calandro. Dirolli due parole. E la +bestia stará tanto piú carica. + + +SCENA IV + +FESSENIO servo, SAMIA serva. + + +FESSENIO. Onde vieni? + +SAMIA. Da quel negromante a chi, per la strada di lá, ella poco fa mi +mandò. + +FESSENIO. Che dic'egli? + +SAMIA. Che presto verrá da lei. + +FESSENIO. Eh! eh! eh! Che son bubole? Io vo a trovar Lidio per obedire a +quanto madonna mi commise dianzi. + +SAMIA. È egli in casa? + +FESSENIO. Sí. + +SAMIA. Che credi di lui? + +FESSENIO. A dirlo a te, non bene. Pure non so. + +SAMIA. Basta. Noi stiamo fresche! + +FESSENIO. Addio. + + +SCENA V + +SAMIA serva, FULVIA. + + +SAMIA. Ti so dire che la va bene! ché né da Lidio né dallo spirito porto +cosa che buona sia. Questa è la volta che Fulvia si dispera. Vedila che +appare su l'uscio. + +FULVIA. Tu sei stata tanto a tornare! + +SAMIA. Non ho, prima che or ora, trovato Ruffo. + +FULVIA. Che dice? + +SAMIA. Niente, pare a me. + +FULVIA. Pure? + +SAMIA. Che lo spirito gli ha risposto... Oh! come diss'egli? Non me ne +ricordo. + +FULVIA. Sia col malanno, cervel d'oca. + +SAMIA. Oh! oh! oh! Io me ne ricordo. Dice che gli ha risposto anghibuo. + +FULVIA. Ambiguo, vuoi dir tu. + +SAMIA. A quel modo, sí. + +FULVIA. Non dice altro? + +SAMIA. Che di nuovo lo pregherrá. + +FULVIA. Altro? + +SAMIA. Che, volendo servirti, verrá a dirtelo subito. + +FULVIA. Misera a me! che non ne sará nulla. Ma Lidio? + +SAMIA. Fa quel conto di te che delle scarpe vecchie. + +FULVIA. Ha' lo trovato? + +SAMIA. E parlatoli. + +FULVIA. Dimmi, dimmi: che c'è? + +SAMIA. L'arai per male? + +FULVIA. Oimè! che c'è? Di' sú. + +SAMIA. In fin, e' par che non te cognoscessi mai. + +FULVIA. Che mi di' tu? + +SAMIA. Cosí sta mò. + +FULVIA. A che il comprendesti? + +SAMIA. Mi rispose in modo che mi fe' paura. + +FULVIA. Forse finse burlare teco. + +SAMIA. Non m'aría svillaneggiata. + +FULVIA. Non sapesti forse dire. + +SAMIA. Meglio non m'imponesti. + +FULVIA. Era forse accompagnato. + +SAMIA. Lo tirai da parte. + +FULVIA. Forse parlasti troppo forte. + +SAMIA. Quasi all'orecchio. + +FULVIA. In fin, che ti disse? + +SAMIA. Mi scacciò da sé. + +FULVIA. Dunque, piú non mi ama? + +SAMIA. Né te ama né ti stima. + +FULVIA. Cosí credi? + +SAMIA. Ne son certa. + +FULVIA. Lassa me! che odo io? + +SAMIA. Tu intendi. + +FULVIA. E di me non ti domandò? + +SAMIA. Anzi, disse non saper chi tu fussi. + +FULVIA. Dunque, m'ha dismenticata? + +SAMIA. Se non te odia pur, bene ne vai. + +FULVIA. Ahi cieli avversi! Certo, or cognosco lui spietato e me misera. +Ahi quanto è trista la fortuna della donna! e come è male appagato lo +amore di molte nelli amanti! Ahi trista me! che troppo amai. Lassa! che +ad altri tanto mi diedi che non sono piú mia. Deh, cieli! perché non +fate che Lidio me ami come io lui amo? o che io fugga lui come esso me +fugge? Ahi crudel! che chiedo io? Disamar e fuggir Lidio mio? Ah! certo, +questo né far posso né voglio; anzi, penso io stessa trovarlo. E perché +non mi è lecito da omo vestirmi una sol volta e trovar lui, come esso, +da donna vestito, spesso è venuto a trovar me? Ragionevol è. Ed egli è +ben tale che merita che questa e maggior cosa si faccia per lui. Perché +far nol devo? perché non vo? perché perdo io la mia giovinezza? Non è +dolor pari a quello de una donna che si trova aver perso la sua +giovinezza in vano. Fresca sta chi crede, in vecchiezza, ristorarla. +Quando troverrò io uno amante cosí fatto? quando arò io tempo andarlo a +trovare, come al presente, che egli è in casa e che il mio marito è di +fuora? chi mel vieta? chi mi tiene? Certo, sí farò, ché ben mi accorsi +che Ruffo interamente non si confidava disporre lo spirito per me. Li +ministri non operano mai bene come colui a cui tocca; non eleggono il +tempo commodo; non mostrano lo effetto de l'amante. Se io da lui vo, +vedrá le mie lacrime, sentirá e' mie' lamenti, udirá e' mie' preghi.. Or +butteromegli ai piedi, or fingerò morire, or al collo le braccia li +circunderò: e come sará mai sí crudele che a pietá di me non si mova? Le +parole amorose, per li orecchi dal core ricevute, hanno piú forza che +stimar non si può e alli amanti quasi ogni cosa è possibile. Cosí spero; +cosí far voglio. Or da omo a vestir mi vo. Tu, Samia, su l'uscio resta: +né lassar fermarsici alcuno, acciò che io, a l'uscire di casa, +cognosciuta non fusse. Tutto farò subito. + + +SCENA VI + +SAMIA serva, FULVIA. + + +SAMIA. Oh povere e infelici donne! a quanto male siamo noi sottoposte +quando ad Amore sottoposte siamo! Ecco, Fulvia, che giá tanto prudente +era, ora, di costui accesa, non cognosce cosa che si faccia. Non +possendo aver Lidio suo, a trovarlo va vestita da omo; sanza pensar +quanti mali avvenir ne potriano, quando mai si sapesse. Forse ch'ella +non è bene appagata? che ha dato a costui la robba, l'onore e le carne; +ed esso tanto la stima quanto il fango. Ben semo noi tutte sventurate. +Eccola che giá ne viene da omo vestita. Parti che l'abbia fatto presto? + +FULVIA. Tu intendi. Vo a trovar Lidio. Tu resta qui; e tien l'uscio +serrato, mentre che io vo e torno. + +SAMIA. Cosí farò. Guarda come va! + + +SCENA VII + +FULVIA sola. + + +Nulla è, certo, che Amore altri a fare non costringa. Io, che giá sanza +compagnia a gran pena di camera uscita non sarei, or, da amor spinta, +vestita da uomo fuor di casa me ne vo sola. Ma, se quella era timida +servitú, questa è generosa libertá. A casa sua, benché alquanto discosto +sia, me ne dirizzo, ché ben so dove sta. E farò lá sentirmi, ché far lo +posso; perché altri non vi è che la sua vecchiarella e forse anche +Fessenio, a' quali tutto è noto. Nessuno mi conoscerá: onde questa cosa +non si saprá giá mai; e, se pur si dovessi sapere, egli è meglio fare e +pentirsi che starsi e pentirsi. + + +SCENA VIII + +SAMIA sola. + + +Ella va a darsi piacere; e, dove io la biasimava, or la scuso e laudo +perché chi amor non gusta non sa che cosa sia la dolcezza del mondo ed è +una bella bestia. So ben io che altro ben non sento, se non quando mi +trovo col mio amante Lusco spenditore. Semo in casa soli ed egli è qui +nella corte. Meglio è che, cosí drento all'uscio serrato, ci sollazziamo +insieme. La padrona m'insegna che anch'io mi dia bel tempo. Matto è chi +non sa pigliare e' piaceri quando può averli con ciò sia che il fastidio +e la noia, sempre che altri ne vuole, sieno apparecchiati. Luuusco! + + +SCENA IX + +FESSENIO servo. + + +Non serrar. Olá! Non odi? Ma non importa. Ben mi fia aperto: ché, or che +Calandro è con la vaga scanfarda condotta da me per la via di lá, voglio +ire a narrare il fatto a Fulvia che so ne creperá delle risa. Ed invero +la cosa è tale che faria ridere li morti. Bei misteri doverranno essere +li loro! Or vado a Fulvia. + + +SCENA X + +FESSENIO fuor de l'uscio. SAMIA dentro. + + +FESSENIO. Tic, toc; tic, toc. Sète sordi? Oh! oh! Tic, toc. Aprite. Oh! +oh! Tic, toc. Non udite? + +SAMIA. Chi picchia? + +FESSENIO. Fessenio tuo. Samia, apri. + +SAMIA. Ora. + +FESSENIO. Perché non apri? + +SAMIA. Io mi alzo per metter la chiave nella toppa. + +FESSENIO. Presto, se vuoi. + +SAMIA. Non truovo il buco. + +FESSENIO. Or escine. + +SAMIA. Eh! eh! eimè! non si può ancora. + +FESSENIO. Perché? + +SAMIA. Il buco è pieno. + +FESSENIO. Soffia nella chiave. + +SAMIA. Fo meglio. + +FESSENIO. Che? + +SAMIA. Scuoto quant'io posso. + +FESSENIO. Che indugi? + +SAMIA. Oh! oh! oh! Laudato sia il manico della vanga, Fessenio, ché ho +fatto el bisogno ed ho tutta unta la chiave perché meglio apri. + +FESSENIO. Or apri. + +SAMIA. Fatto è. Non senti tu ch'io schiavo? Or entra a tuo piacere. + +FESSENIO. Che voglian dire tante serrature? + +SAMIA. Fulvia ha voluto che oggi si chiavi l'uscio. + +FESSENIO. Perché? + +SAMIA. A te può dirsi tutto. Vestita da omo, è ita a trovar Lidio. + +FESSENIO. Oh! Samia, che mi di' tu? + +SAMIA. Tu hai inteso. Io ho a stare coll'uscio serrato e aprire quando +la viene. Vatti con Dio. + + +SCENA XI + +FESSENIO servo solo. + + +Or vedo bene esser vero che nessuna cosa è, quantunche grave e dubiosa, +che far non ardisca chi ferventemente ama: come fa costei, la qual se +n'è ita a casa di Lidio né sa che suo marito lá si trova. Il quale, +posto che male accorto sia, non potrá però fare che di lei mal non +pensi, vedendola in quell'abito e in quel loco sola; e forse in modo se +ne adirerá che a' parenti di lei il fará noto. Voglio andar lá presto +per vedere se, in alcun modo, a questo riparar potessi. Ma oh! oh! oh! +Che cosa è questa? Oh! oh! oh! Fulvia che, oh! oh!, Calandro da prigion +ne mena. Che domin è questo? Starommi cosí da parte per udire e vedere a +che si riduce la cosa. + + +SCENA XII + +FULVIA, CALANDRO. + + +FULVIA. Oh valente marito! Questa è la villa dove andar dicevi? A questo +modo, ah? Non hai da far tanto a casa tua che tu vai sviandoti altrove? +Misera me! A chi porto io tanto amore? e a chi tanta fede servo? Or so +perché, le notti passate, non mi ti sei mai appressato: come quello +che, avendo a scaricare le some altrove, volevi arrivare fresco +cavalieri in battaglia. In fede mia, non so come io mi tengo che io non +ti cavi gli occhi. E forse che non pensavi ascosamente farmi questo +inganno? Ma, per mie' fé, tanto sa altri quanto tu. E, a questa ora, in +questo abito, d'altri non fidandomi, io propria son venuta per trovarti. +E cosí ti meno, come tu sei degno, sozzo cane, per svergognarti e perché +ognuno prenda compassione di me che tanti oltraggi da te sopporto, +ingrato! E pensi tu, dolente, se io rea femina fussi come tu reo omo +sei, che modo mi mancasse da sollazzarmi con altro come tu con altra ti +sollazzi? Non credere: perché io né sí vecchia né sí brutta sono che +rifiutata fussi, se piú a me stessa che alla tua gaglioffezza rispetto +non avessi avuto. Vivi sicuro che ben vendicata mi sarei contro a colei +che a canto ti trovai. Ma va' pur lá. Non abbia mai cosa che mi piaccia, +se non te ne pago e di lei non mi vendico. + +CALANDRO. Hai finito? + +FULVIA. Sí. + +CALANDRO. Col mal anno, lassa che mi corrucci io, non tu, dispettosa! +ché m'hai cavato del paradiso mondano e toltomi ogni mio sollazzo. +Fastidiosa! Tu non vali le scarpette vecchie sue, che la mi fa piú +carezze e meglio mi bacia che tu non fai. Ella mi piace piú che la zuppa +del vin dolce; e luce piú che la stella Diana; e ha piú magnificenzia +che la Quintadecima; e è piú astuta che la fata Morgana. Sí che tu non +te l'aresti inghiottita, no, malvagia femina che tu sei! E se tu mai le +fai male, trista a te! + +FULVIA. Orsú! Non piú! In casa, in casa. Apri. Olá! Apri. + + +SCENA XIII + +FESSENIO servo solo. + + +O Fessenio, che è questo che tu veduto hai? O Amore, quanto è la +potenzia tua! Qual poeta, qual dottore, qual filosofo potria mai +mostrare quelli accorgimenti, quelle astuzie che fai tu a chi séguita +la tua insegna? Ogni sapienzia, ogni dottrina di qualunche altro è tarda +respetto alla tua. Qual altra, sanza amore, averia avuto tale +accorgimento che di sí gran periculo escita fusse come costei? Mai non +vidi malizia simile. Ella se ferma in su l'uscio. Anderò da lei e le +darò speranza di Lidio suo perché è d'avere ormai compassione della +poveretta. + + +SCENA XIV + +FULVIA, FESSENIO servo, SAMIA serva. + + +FULVIA. Guarda, Fessenio mio, se io sgraziata sono! ché, in loco di +Lidio, trovai questa bestia di mio marito, col quale mi son però +salvata. + +FESSENIO. Tutto ho visto. Tirati piú drento, ché altri in questi panni +non ti veda. + +FULVIA. Ben ricordi. El gran disio d'esser con Lidio in modo mi accecò +che piú oltre non pensai. Ma dimmi, Fessenio caro: hai trovato Lidio +mio? + +FESSENIO. Corre il sangue ov'è la percossa. Ho. + +FULVIA. Sí? + +FESSENIO. Sí. + +FULVIA. Be', Fessenio mio: che dice? Dimmi. + +FESSENIO. Non partirá cosí presto. + +FULVIA. Doh Dio! Quando potrò io parlar seco? + +FESSENIO. Forse anche oggi; e, quando con Calandro ti vidi, a lui me ne +andavo per disporlo a venire da te. + +FULVIA. Fallo, Fessenio mio, ché buon per te! E la vita mia te +raccomando. + +FESSENIO. Farò tutto perché a te venga; e a lui ne vo. Resta in pace. + +FULVIA. In pace, eh? In guerra e in lamenti resterò io. Tu alla pace mia +vai, ché a Lidio vai. + +FESSENIO. Addio. + +FULVIA. Fessenio mio, torna presto. + +FESSENIO. Cosí farò. + +FULVIA. Ahi infelice Fulvia! Se io cosí troppo sto, certo io me morirò! +Misera! che far devo? + +SAMIA. Forse lo spirito lo moverá. + +FULVIA. Deh! Samia, poi che il negromante sta tanto a venire, torna a +ritrovarlo. + +SAMIA. Cosí mi pare; e non ci voglio perder tempo. + +FULVIA. Raccomandagli questa cosa. E torna presto. + +SAMIA. Subito che l'ho trovato. + + +SCENA XV + +SAMIA serva, RUFFO negromante. + + +SAMIA. Oh! oh! oh! Gran ventura! Ecco Ruffo. Contentiti el cielo. + +RUFFO. Che cerchi, Samia? + +SAMIA. Consumasi di sapere quello che hai fatto della faccenda sua. + +RUFFO. Credo si condurrá in porto. + +SAMIA. E quando? + +RUFFO. Verrò a dire a Fulvia il tutto. + +SAMIA. Tu stai pur troppo a far questa cosa. + +RUFFO. Samia, le son trame che non si fanno al gitto. Bisogna accozzare +stelle, parole, acque, erbe, pietre e tante bazzicature che è forza che +ci vada tempo. + +SAMIA. Se voi il fate pur poi... + +RUFFO. Ne ho ferma speranza. + +SAMIA. Oh! oh! oh! Conosci tu l'amante? + +RUFFO. Non certo. + +SAMIA. È quel lá. + +RUFFO. El conosci ben, tu? + +SAMIA. Non è anco due ore che io gli parlai. + +RUFFO. Che ti disse? + +SAMIA. Mi si mostrò piú aspro che un tribulo. + +RUFFO. Va', parlali ora per vedere se lo spirito l'ha punto raddolcito. + +SAMIA. Ti pare? + +RUFFO. Te ne prego. + +SAMIA. A lui ne vo. + +RUFFO. Olá! Tórnatene poi per di lá a Fulvia; e io ne verrò subito a +lei. + +SAMIA. Fatto è. + +RUFFO. Fin che costei parla a Lidio, mi starò qui apparato. + + +SCENA XVI + +FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva. + + +FANNIO. O Lidio, ecco in verso noi la serva di Fulvia. Nota che ha nome +Samia. Rispondeli dolcemente. + +LIDIO femina. Cosí pensavo. + +SAMIA. Sei tu piú turbato? + +LIDIO femina. No, Dio, no. Samia mia, perdonami, ché in altro caso io +ero occupato ed ero quasi fuor di me, tal ch'io non so quel che mi ti +dissi. Ma dimmi: che è di Fulvia mia? + +SAMIA. Vuo' lo sapere? + +LIDIO femina. Non per altro te ne ricerco. + +SAMIA. Domandane il cor tuo. + +LIDIO femina. Non posso. + +SAMIA. Perché? + +LIDIO femina. O non sai che 'l cor mio è con lei? + +SAMIA. Tanto faccia Iddio sani delle reni voi altri amatori quanto voi +dite mai il vero. Dianzi non poteva costui sentire ricordarla; e or mi +vuol far credere che altro bene non ha che lei. Come se io non sapessi +che tu non l'ami e non vuoi venire dove la sia! + +LIDIO femina. Anzi, mi si strugge la vita infin che seco non mi trovo. + +SAMIA. Alla croce di Dio, che lo spirito potria pure aver lavorato da +buon senno. Tu verrai, dunque, come suoli? + +LIDIO femina. Che vuol dir «come suoli»? + +SAMIA. Dico, in forma di donna. + +LIDIO femina. Bee', sí: come l'altre volte. + +SAMIA. Oh che nuova porto io a Fulvia! Non voglio star piú teco. E +tornerommene per la strada di dreto perché altri non mi veda, partendo +da te, entrare in casa. Addio. + +LIDIO femina. Addio. + + +SCENA XVII + +LIDIO femina, FANNIO servo, RUFFO negromante. + + +LIDIO femina. Hai tu udito, Fannio? + +FANNIO. Sí; e notato quel «come suoli». Certo, per altro sei còlto in +iscambio. + +LIDIO femina. Cosí è vero. + +FANNIO. Sará bene avvertirne Ruffo che a punto a noi torna. + +RUFFO. Or be', che vuoi fare? + +LIDIO femina. Ti par cosa da lassare? + +RUFFO. Eh! eh! eh! L'amico si risente. E ne hai bene ragione, Lidio, +ché, per certo, l'è un sole. + +LIDIO femina. La conosco e so dove sta a punto. + +FANNIO. Se ne trarrá piacere. + +RUFFO. Ed utile. + +FANNIO. Se io, Ruffo, ben le tuo' parole notai, tu dicesti dianzi che, +altro mezzo non giovandoli, ella al tuo ricorre: da che comprendo che ha +tentato piú la pratica. A noi di ciò non fu mai parlato. Però è da +creder che Lidio, qui, sie còlto in iscambio per un altro, come oggi ha +fatto la sua serva: per il che è necessario che tu, a cautela, dica a +Fulvia, per parte dello spirto, che di cosa passata non parli mai piú; +perché il fatto potria scoprirsi e gran scandalo riuscirne. Avvertisci +bene. + +RUFFO. Ben notasti; saviamente ricordi. Cosí farò. Orsú! Qui non è da +dire altro. A' fatti. Io a lei me ne vo; voi in ordin vi mettete. + +LIDIO femina. Va' e torna, ché in punto ci troverrai. + +FANNIO. Lidio, avíati. Io, or or, drieto a te ne vengo. Ruffo, duo +parole. + +RUFFO. Che c'è? + +FANNIO. Io ti dirò un secreto tanto a proposito di questa cosa quanto tu +mai immaginar non potresti. Ma guarda che tu non lo dica, poi. + +RUFFO. Non mi lassi avere Dio cosa che io brami, se io ne parlerò giá +mai. + +FANNIO. Vedi, Ruffo, tu rovineresti me e leveresti a te l'utile che +trarrai di questa pratica. + +RUFFO. Non temer. Di' sú. + +FANNIO. Sappi che Lidio mio padrone è ermafrodito. + +RUFFO. E che importa questo merdafiorito? + +FANNIO. Ermafrodito, dico io. Diavol! tu se' grosso! + +RUFFO. Be', che vuol dire? + +FANNIO. Tu nol sai? + +RUFFO. Per ciò il dimando. + +FANNIO. Ermafroditi sono quelli che hanno l'uno e l'altro sesso. + +RUFFO. Ed è Lidio uno di quelli? + +FANNIO. Sí, dico. + +RUFFO. Ed ha il sesso da donna e la radice d'uomo? + +FANNIO. Messer sí. + +RUFFO. Te giuro, alle guagnele, che mi è sempre parso che Lidio tuo +abbia, nella voce e anco ne' modi, un poco del feminile. + +FANNIO. E per quello sappi che, questa volta, userá con Fulvia solo il +sesso feminile per ciò che, avendolo ella domandato in forma di donna, e +donna trovandolo, dará tanta fede allo spirito che poi la te adorerá. + +RUFFO. Questa è una delle piú belle trame che io sentissi mai. E ti so +dire che e' denari verranno a staia. + +FANNIO. Fatt'è. Come è liberale? + +RUFFO. Liberale, dimandi? Gli amanti serran la borsa con la fronde del +porro; perché i ducati, e' panni, il bestiame, li offizi, le possessioni +e la vita darieno coloro che aman come costei. + +FANNIO. Tutto mi consoli. + +RUFFO. Consolato hai tu me con quel barbafiorito. + +FANNIO. Piacemi che tu nol sappi nominare perché, volendo, noi saprai +poi ridire. + +RUFFO. Or vattene a Lidio; e vestitevi. Io me ne vo a Fulvia e dirò che +ará lo attento suo. + +FANNIO. Adunque, io sarò la serva. + +RUFFO. Ben sai. Siate in ordine quando a voi tornerò. + +FANNIO. In un tratto. Ben feci a trovare i panni ancor per me. + + +SCENA XVIII + +RUFFO negromante, SAMIA serva. + + +RUFFO. Sin qui la cosa va in modo che li cieli non me l'ariano potuta +ordinar meglio. Se Samia è per di lá arrivata a casa, Fulvia deve +aspettarmi. Mosterrolle lo spirito aver fatto tutto e che le bisogna, +con questa immaginetta, dire alcune parole e far certe cose che li +parranno tutte a proposito d'incantesimi. E ricorderolle che di cosa +successa e seguita in questo amore suo e ch'io seco faccia, fuor che +alla serva sua, con altri non ne parli. Farò tutto subito e fuor me ne +tornerò. E vedi in su l'uscio comparsa Samia. + +SAMIA. Entra presto, Ruffo, e va' da Fulvia lá in quella camera terrena; +perché, su di sopra, è Calandro pecora. + + +SCENA XIX + +SAMIA serva, FESSENIO servo. + + +SAMIA. Ove vai, Fessenio? + +FESSENIO. Alla padrona. + +SAMIA. Non puoi ora parlarli. + +FESSENIO. Perché? + +SAMIA. È col negromante. + +FESSENIO. Deh! lassami entrare. + +SAMIA. In fine, non si può. + +FESSENIO. Son tutte bubole. + +SAMIA. Bubole son le tua. + +FESSENIO. Sono un... presso ch'io non ti dissi. Or io darò una volta e +tornerò a Fulvia. + +SAMIA. Ben farai. + +FESSENIO. Se Fulvia sapesse quel ch'io so, non se cureria di spirti; +perché Lidio brama piú d'esser con lei che essa non fa e oggi vuol +trovarsi seco. E di mia bocca glie ne voglio dire io, perché so mi +donerá qualche cosa. Però nol dissi a Samia. Lassami partire di qui +perché, vedendomi Fulvia, pensería che io fermo mi ci fussi per vedere +il suo negromante; che esser deve quel che esce di casa. + + +SCENA XX + +RUFFO negromante solo. + + +La cosa procede bene. Io spero ristorare le miserie mie e uscire di +questi stracci perché la mi ha dati di buon denari. Non potrei piú bel +giuoco avere alle mani. Costei è femina ricca e, per quel che io +comprendo, piú innamorata che savia. Se io non me inganno, credo che +trarrá ancor da maladetto senno; né io di minor ventura avevo bisogno. +Vedi, vedi che pur li sogni, alle volte, son veri. Questo è la fagiana +che, stanotte, sognai aver presa. Mi parea trarle molte penne della coda +e porle sopra il cappel mio. S'ella se lasserá prendere, che mi pare +omai di sí, io la spinnerò di maniera che bene ne staranno un pezzo i +fatti miei. Per mie' fé, che anche io mi saperrò dar buon tempo e vorrò +del buono. Oh! oh! che ventura! Ma che donna è quella che mi accenna? +Non la conosco. Lassami accostar piú a lei. + + +SCENA XXI + +RUFFO negromante, FANNIO servo vestito da donna. + + +RUFFO. Oh! oh! oh! Fannio, tanto te ha questo abito trasfigurato che non +ti ricognoscevo. + +FANNIO. Non son io buona robba? + +RUFFO. In ogni modo, sí. Andate a contentar quella scontenta. + +FANNIO. Contenta so io ben che non fia, a questa volta. + +RUFFO. Sí, sí, perché Lidio userá seco il sesso feminile. + +FANNIO. Messer sí. Be'. Possemo andare? di'. + +RUFFO. A posta vostra. Lidio è vestito? + +FANNIO. E' mi aspetta qui presso; e sta tanto bene che non è persona che +non lo pigliasse per donna. + +RUFFO. Oh! oh! quanto mi piace! Fulvia vi aspetta. Va', trova Lidio e da +lei ve n'andate. Io de qui intorno non mi partirò, per intendere poi a +che fine se arreca la cosa. Oh! oh! oh! Ella è, vedi, giá in su l'uscio. +Ben ha presto fatto quanto li dissi. + + +SCENA XXII + +FESSENIO servo, FULVIA. + + +FESSENIO. Or sei tu fuor di passion, madonna mia. + +FULVIA. Come? + +FESSENIO. Lidio è per te in maggior fiamma che tu per lui. Non prima gli +dissi quanto me imponesti che in ordine si misse; e a te ne viene. + +FULVIA. Fessenio mio, questa è nuova da altro che da calze; e certo ben +ti ristorerò. Odi, di sopra, che Calandro domanda i panni per uscir +fuori. Tira via, ché meco non te veda. Oh che commoditá! oh che piacere +mi fa! Ogni cosa comincia andarmi prospera. Lassami spingere fuora +questo uccellaccio acciò che io libera resti. + +FESSENIO. Ti so dir che questi amanti ristoreranno il tempo perso. E, se +Lidio fia savio, doverrá ben fermarla alla cosa di sua sorella, se mai +si ritrovassi. Calandro non sará in casa. Hanno viso per grande spazio +sollazzarsi insieme. Io posso andarmi a spasso. Ma oh! oh! oh! Vedi +Calandro che vien fuora. Lassami discostar di qui perché, fermandosi a +parlare qui meco, potria veder Lidio che omai deve arrivare. + + +SCENA XXIII + +CALANDRO, LIDIO maschio, LIDIO femina. + + +CALANDRO. Oh felice giorno per me! che non ho prima el piè fuor de +l'uscio che vedo apparire il mio galante sole e verso me venire. Ma, +oimè! Che saluto gli darò io? Dirò «buon dí»? Non è da mattina. «Buona +sera»? Non è tardi. «Dio t'aiuti»? Saluto da vetturali. Dirò «anima mia +bella»? Non è saluto. «Cor del corpo mio»? Detto da barbieri. «Viso de +angioletta»? Par da mercante. «Spirito divino»? Non è bevitrice. «Occhi +ladri»? Mal vocabulo. Oimè! la m'è giá adosso. Anima... cor... vis... +spi... och... Cancher ti venga! Oh castron che io sono! Avevo fallito. E +ben ho fatto a bastemiar quella perché questa qua è Santilla mia, non +quella. Buon dí... volsi dir, buona sera. In fede mia, la non è dessa: +m'ingannavo. La è questa qui. Mai non è. Ella è pur quella: lassami ire +da lei. Anzi, è pur questa. Parole! Ell'è quella. Or questa è la vita +mia. Anzi, è pur quell'altra. Anderò da lei. + +LIDIO maschio. Pillera! Questo matto mi stima donna; e è di me +innamorato; e mi verrá dreto fino a casa sua. Torniamo pur a casa +nostra. Spoglierommi e, piú al tardi, torneremo da Fulvia. + +CALANDRO. Eimè! Lei non è dessa. Infin, l'è quella che è andata lá per +la strada. Meglio è trovarla. + +LIDIO femina. Or che questa bestia non può vederci, entriamo in casa +presto. E vedi lá, drento all'uscio, Fulvia che ci accenna. Drento, sú! + + + + +ATTO IV + + +SCENA I + +FULVIA, SAMIA serva. + + +FULVIA. Samia! o Samia! + +SAMIA. Madoonna! + +FULVIA. Vien giú presto. + +SAMIA. Io veengo. + +FULVIA. Muoviti, trista ti faccia Dio! Muoviti! + +SAMIA. Eccomi: che vuoi? + +FULVIA. Va' via or ora, truova Ruffo dello spirito e digli che venga a +me subito subito. + +SAMIA. Vo sú pel velo. + +FULVIA. Che velo? Bestia! Tira via cosí; vola. + +SAMIA. Che diavol vuol dir tanta rabbia? E' mi par che l'abbia il +dimonio in corpo. E pur Lidio doverria avergliene cavato. + +FULVIA. Oh fraudolenti spiriti! oh sciocche umane menti! oh ingannata e +infelice Fulvia, che, non pur te sola offeso hai, ma ancora chi piú che +te stessa ami! Misera a me, che ho quel che cercai e trovato quel che +non volea! onde, se lo spirito remedio non ci pone, de uccidermi sono +disposta; perché manco amara è una voluntaria morte che una angosciosa +vita. Ma ecco Ruffo. Presto saperrò se sperar o disperar mi debbo. +Nissuno appare. Meglio è parlarli qui perché, in casa, le panche, le +sedie, le casse, le finestre stimo che abbino li orecchi. + + +SCENA II + +RUFFO negromante, FULVIA. + + +RUFFO. Che c'è, madonna? + +FULVIA. Le lacrime mie, assai piú che le parole, mostrar ti possono la +passion ch'io sento. + +RUFFO. Parla: che cosa è questa? Fulvia, non pianger. Madonna, che hai? + +FULVIA. Io non so, Ruffo, se o della ignoranzia mia o de l'inganno +vostro doler mi devo. + +RUFFO. Ah madonna! Che è quel che tu di'? + +FULVIA. O il cielo o il peccato mio o la malignitá dello spirito che +stato si sia, non so; ma, una volta, voi avete, oimè! di maschio in +femina converso Lidio mio. Tutto l'ho maneggiato e tócco; né altro del +solito ritrovo che la presenzia in lui. Ed io non tanto la privazion del +mio diletto piango quanto el danno suo: ché, per me, privo si trova di +quel che piú si brama. Or hai la cagion di queste lacrime e per te +comprender puoi quel che io da te vorrei. + +RUFFO. Se, Fulvia, il pianto, che mal finger si può, testimonio di ciò +non mi facessi, a gran pena ti crederrei. Ma, stimando che vero sia, +penso che di te sola doler ti puoi perché io mi ricordo che tu +domandasti Lidio in forma di donna. Penso ora che lo spirito, per piú +compiutamente servirti, e nel sesso e ne l'abito di donna ha mandato a +te lo amante tuo. Ma poni fine al dolor tuo perché chi femina l'ha fatto +ancor maschio può rifarlo. + +FULVIA. Tutta consolar mi sento, parendomi che il fatto passato sia come +tu di'. Ma, se tu Lidio mio intero mi rendi, li denari, la robba e ciò +che io ho fia tuo. + +RUFFO. Or che so lo spirito esser ben volto verso te, ti dico +chiaramente che lo amante tuo tornerá maschio subito. Ma, per piú non +equivocare, di' chiaro quel che vuoi. + +FULVIA. La prima cosa, che se li renda il coltel della guaina mia, +intendi? + +RUFFO. Benissimo. + +FULVIA. E che in abito, non in sesso da donna torni a me. + +RUFFO. Se cosí staman parlavi, non seguiva questo errore: del quale ho +però piacere perché tu cognosca quanta sia la potenzia del mio spirto. + +FULVIA. Tra' mi presto di questa angoscia; ché, s'io nol vedo, non posso +rallegrarmi. + +RUFFO. Non solo il vedrai, ma con mano il toccherai. + +FULVIA. E tornerá oggi da me? + +RUFFO. Sono omai venti ore e poco teco star potria. + +FULVIA. Non mi curo dello stare, pur ch'io veda che maschio sia. + +RUFFO. E come può non bere chi assetato si trova al fonte? + +FULVIA. Verrá, dunque, oggi? + +RUFFO. Lo spirto tel fará venire subito, se vuole. Statti, dunque, +avvertente in su l'uscio. + +FULVIA. Non bisogna questo, perché, venendo da donna, in presenzia +d'ognuno può mostrarsi; perché non è chi per maschio il conosca. + +RUFFO. Basta. + +FULVIA. Ruffo mio, vivi lieto, ché mai piú povero sarai. + +RUFFO. E tu non piú scontenta. + +FULVIA. E quanto posso aspettarlo? + +RUFFO. Subito che sarò in casa. + +FULVIA. Ti manderò drieto Samia perché tu me avvisi quel che te ne dice +lo spirito. + +RUFFO. Fa' tu. E ricordati che anche lo amante si presenti spesso. + +FULVIA. Oh! oh! Non curare, ché ará denari e gioie a iosa. + +RUFFO. Resta in pace. Con gran ragione Amor si dipinge cieco perché chi +ama mai il ver non vede. Costei è per amor accecata sí ch'ella s'avvisa +che uno spirito possa fare una persona femina e maschio a posta sua: +come se altro fare non bisognasse che tagliare la radice de l'uomo e +farvi un fesso, e cosí formare una donna; e ricucire la bocca da basso +e appiccare un bischero, e cosí fare un maschio. Oh! oh! oh! amatoria +credulitá! Oh! oh! Ecco Lidio e Fannio giá spogliati. + + +SCENA III + +RUFFO negromante, LIDIO femina, FANNIO servo. + + +RUFFO. Vorrei che voi fusse ancor vestiti da donne. + +LIDIO femina. Perché? + +RUFFO. Per tornare da lei. Ah! ah! + +FANNIO. Di che cosí sconciamente ridi? + +RUFFO. Ah! ah! ah! ah! + +LIDIO femina. Di' sú: che hai? + +RUFFO. Ah! ah! ah! Fulvia, credendo che lo spirito abbi converso Lidio +in femina, supplica che or maschio ti rifaccia e che te rimandi da lei. + +LIDIO femina. Be', che gli hai promisso? + +RUFFO. Che tutto subito si fará. + +FANNIO. Bene hai fatto. + +RUFFO. Quando vi tornerai? + +LIDIO femina. Non so. + +RUFFO. Tu rispondi freddo. Non vuoi tornarvi? + +FANNIO. Si fará, sí. + +RUFFO. Cosí si faccia, perché io gli ho detto, per parte dello spirito, +ch'ella spesso ti presenti; e promisso m'ha di farlo. + +FANNIO. Vi torneremo. Non temere. + +RUFFO. E quando? + +FANNIO. Intesa certa nostra faccenda, ci rivestiremo e vi anderemo +subito. + +RUFFO. Non mancar, Lidio. Sin di qua mi par vedere la sua serva su +l'uscio. Non voglio che con voi mi veda. Addio. Ma oh! oh! oh! Fannio, +odi all'orecchio. Fa' che il barbafiorito usi or con Fulvia il pestello, +non il mortaro, intendi? + +FANNIO. Cosí fará. Va' via. + + +SCENA IV + +FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva. + + +FANNIO. Samia esce di casa. Tirati in qua sin che passi. + +LIDIO femina. Da sé parla. + +FANNIO. Taci e ascolta. + +SAMIA. Or va' impácciati con spirti, va'! che t'hanno ben concio Lidio +tuo. + +FANNIO. Di te parla. + +SAMIA. L'han fatto femina e ora lo vogliono far maschio. Oggi è il dí +delle tribulazioni sue e delle fatiche mie. E pur, se lo faranno, anderá +bene tutto. E presto il saperrò, perché la mi manda ad intenderlo dal +negromante; e all'amante prepara di dare di buon denari, come la intende +che abbia rifatta quella novella. + +FANNIO. Hai tu udito de' denari? + +LIDIO femina. Ho. + +FANNIO. Or prepariamoci a tornarvi. + +LIDIO femina. Certo, Fannio, tu se' fuor di te. Tu promesso hai a Ruffo +che noi ci torneremo; e non so come vuoi che vada questo fatto. + +FANNIO. Perché? + +LIDIO femina. Me ne domandi? Scempio! come se tu non sapessi ch'io son +femina! + +FANNIO. E poi? + +LIDIO femina. E poi, dice! Mò non sai tu, sciocco, che, s'io fo prova di +me, paleso quel ch'io sono, me stessa offendo, Ruffo perde il credito ed +essa scornata resta? Come vuoi che si faccia? + +FANNIO. Come, ah? + +LIDIO femina. Come, sí. + +FANNIO. Ove omini sono modi sono. + +LIDIO femina. Ma dove non sono se non donne, come saremo ella ed io, non +vi sará giá il modo. + +FANNIO. Tu sei sul burlare, sí? + +LIDIO femina. Su le berte sei tu. Io parlo da maladetto senno. + +FANNIO. Quando promissi che tu vi torneresti, a tutto avevo io ben +pensato. + +LIDIO femina. Or di': che? + +FANNIO. Non me hai tu detto che in camera scura stesti con lei? + +LIDIO femina. Sí. + +FANNIO. E sol con le mani teco parlava? + +LIDIO femina. Vero. + +FANNIO. Be', io verrò teco, come dianzi. + +LIDIO femina. Oh! oh! oh! a far che? + +FANNIO. Ascolta. Per serva. + +LIDIO femina. Mel so. + +FANNIO. Vestita come tu. + +LIDIO femina. E poi? + +FANNIO. Quando seco in camera sarai, fingi avermi a dire qualche cosa e +fuor di camera vieni. Tu resterai di fuori in loco mio, nota, ed io in +tuo scambio entrerò in camera: ove essa, sanza barba trovandomi, al buio +non discernerá chi si sia, o tu o io. E cosí crederrá che tu maschio +ritornato sia; allo spirito si giungerá credito; i denari verranno a +iosa; ed io con lei arò quel piacere. + +LIDIO femina. Ti do la fede mia, Fannio, ch'io non udii mai cosa con +maggior astuzia pensata. + +FANNIO. Adunque, io non errai a dire a Ruffo che noi vi torneremo. + +LIDIO femina. Non certo. Ma, intanto, saria pur bene intendere quel che +a casa nostra si fa di questo mio parentado. + +FANNIO. Questo è uno procacciar doglia e 'l proposito nostro è fuggire +la conclusione. + +LIDIO femina. Lo allungare non leva via la cosa. A quel saremo domane +che oggi semo. + +FANNIO. Chi sa? Chi scappa d'un punto ne schifa cento. L'andar da Fulvia +può giovare; nuocer no. + +LIDIO femina. Io son contenta. Ma va' prima presto a casa, per amor +mio, e da Tiresia intendi quello che vi si fa. Torna presto; e subito +anderemo da Fulvia. + +FANNIO. Ben di'. Cosí farò. + + +SCENA V + +LIDIO femina sola. + + +Oh infelice sesso feminile, che, non pur alle opere, ma ancora ai +pensieri sottoposto sei! Dovendo femina mostrarmi, non sol far ma pensar +cosa non so che riuscir mi possa. Deh misera me! Che debb'io fare? +Dovunche io mi volto, dalle angosce tanto circundata mi trovo che loco +non vedo onde salvar mi possa. Ma ecco di qua la serva di Fulvia che con +uno parla. Discosterommi fin che passa. + + +SCENA VI + +FESSENIO servo, SAMIA serva. + + +FESSENIO. In fine, che guai son questi? Di' sú. + +SAMIA. Naffe! Il demonio c'è intrato. + +FESSENIO. Come? + +SAMIA. Il negromante ha Lidio converso in donna. + +FESSENIO. Ah! ah! ah! ah! + +SAMIA. Tu te ne ridi? + +FESSENIO. Sí, io. + +SAMIA. Egli è 'l vangelo. + +FESSENIO. Eh! eh! eh! che sète matte! + +SAMIA. Tu mi pari una bestia. Cosí è, se tu vuoi o se tu non vuoi. +Fulvia l'ha tócco tutto e trovatolo femina; e del solito non gli è +rimasto se non la presenzia. + +FESSENIO. Ah! ah! E come fará, adunque? + +SAMIA. Tu nol credi e però non tel vo' dire. + +FESSENIO. Sí, fo, per questa croce. Di' pur: come si fará ora? + +SAMIA. Lo spirito lo rifará maschio. Vengo dal negromante che m'ha data +questa polizza ch'io la porti a Fulvia. + +FESSENIO. Lassamela leggere. + +SAMIA. Oimè! non fare, ché forse te ne avverria qualche male. + +FESSENIO. S'io dovesse cascar morto, vedere la voglio. + +SAMIA. Guarda, Fessenio, quel che fai. Le son cose da demoni. + +FESSENIO. Non mi dá noia. Mostra pur qua. + +SAMIA. Non far, dico. Ségnati prima, Fessenio. + +FESSENIO. Deh! dá' qua. + +SAMIA. Sí; ma vedi che in ciò sia tu piú muto che un pesce perché, se +mai si risapesse, trist'a noi! + +FESSENIO. Nol pensare. Dá' qua. + +SAMIA. Leggi forte, che intenda anch'io. + +FESSENIO. «Ruffo a Fulvia salute. Lo spirito sapeva che di maschio era +fatto femina Lidio tuo. Meco ne ha riso assai. Tu medesima cagion fusti +del suo danno e del tuo dispiacere; ma sta' sicura che allo amante tuo +rimetterá presto il ramo...». + +SAMIA. Che dice di ramo? + +FESSENIO. Che riará la coda, ha' lo inteso? «... e a te subito ne verrá. +E piú dice che egli arde di te tanto piú che prima, che altri che te piú +non ama, piú non stima, piú non conosce, piú non ha in memoria. Di ciò +non parlare perché gran scandolo ne seguiria. Mandali denari spesso; e +cosí allo spirito, per farlo a te grato e a me felice. Vivi lieta e di +me te ricorda che fidelmente ti servo». + +SAMIA. Or vedi s'egli è 'l vero che gli spiriti possino e sappin tutto? + +FESSENIO. Io resto il piú stupefatto omo del mondo. + +SAMIA. Voglio portar presto questa buona nuova a Fulvia. + +FESSENIO. Vatti con Dio. Oh potenzia del cielo! Debbo io però credere +che Lidio, per forza de incanti, sia converso in femina e che non amerá +né conoscerá se non Fulvia? Altro che 'l cielo nol potria fare. E pur +costei dice che Fulvia lo ha tócco con mano. Intendo vedere questo +miraculo prima che maschio ridiventi; e poi adorare questo negromante, +se cosí trovo. Per questa strada di qua a Lidio me ne vo; ché in casa +forse sará. + + + + +ATTO V + + +SCENA I + +SAMIA serva, LIDIO femina, LIDIO maschio. + + +SAMIA. Bene è vero che la donna è sopra la pecunia come il sole sopra il +ghiaccio; che, del continuo, lo strugge e consuma. Non prima lesse +Fulvia la polizza del negromante che la mi dette questa borsa de ducati +perché io a Lidio suo li porti. E vedilo a punto lá. Guarda se l'amica +tua, o Lidio, fa il dovere. Non odi, Lidio? Che aspetti? Piglia, o +Lidio. + +LIDIO femina. Eccomi. + +LIDIO maschio. Da' qua. + +SAMIA. Uh! uh! trista me! Aveva preso un granchio. Perdonami, messer. +Volevo costui, non te. Addio tu. Tu ascolta. + +LIDIO femina. El granchio pigli tu ora. Parla a me. Licenzia lui. + +SAMIA. El vero di' tu. La smemorata! Erravo io. Va' sano. Tu vieni a me. + +LIDIO maschio. Che «va' sano»? Voltati a me. + +SAMIA. Oh! oh! oh! A te, sí. Costui voglio, non te. Tu odi. Tu addio. + +LIDIO femina. Che «addio»? Non di' tu a me? Non son Lidio, io? + +SAMIA. Madesí. Desso sei tu; tu no. Te cerco io; tu va' al camin tuo. + +LIDIO maschio. Sei fuor di te. Guardami ben. Non son quello, io? + +SAMIA. Oh! oh! oh! Pur ti conobbi. Tu Lidio sei. Te voglio; te no. Tu +sta' discosto; tu piglia. + +LIDIO femina. Che «piglia»? Balorda! Son io; non lui. + +SAMIA. Cosí è. Erravo io. Tu hai ragione; tu il torto. Tu va' in pace; +tu togli. + +LIDIO maschio. Che fai tu, bestia? Par che vogli dargli a lui; e sai che +son nostri. + +LIDIO femina. Che «nostri»? Lassali a me. + +LIDIO maschio. Anzi, a me. + +LIDIO femina. Che a te? Lidio son io; non tu. + +LIDIO maschio. Dágli qua. + +LIDIO femina. Che «qua»? Dágli pur a me. + +SAMIA. Oh! oh! Per forza non voglio giá me li toglia alcuno di voi per +ciò che io griderrei ad alta voce. Ma state saldi. Lassatemi ben vedere +chi di voi è Lidio. Oh Dio! oh miraculosa maraviglia! Non è alcuno sí +simile a se stesso né la neve alla neve né l'uovo a l'uovo come è l'uno +all'altro di costoro: tal che non so discernere chi di voi Lidio si sia; +perché tu Lidio mi pari e tu Lidio pari, tu Lidio sei e tu Lidio sei. Ma +io or ben la ritroverrò. Ditemi: è alcuno di voi innamorato? + +LIDIO maschio. Sí. + +LIDIO femina. Sí. + +SAMIA. Chi? + +LIDIO maschio. Io. + +LIDIO femina. Io. + +SAMIA. Onde vengon questi denari? + +LIDIO maschio. Da lei. + +LIDIO femina. Da l'amorosa. + +SAMIA. Oh fortuna! Ancor non son chiara. Ditemi: chi è l'amorosa? + +LIDIO maschio. Fulvia. + +LIDIO femina. Fulvia. + +SAMIA. Chi è il suo caro amante? + +LIDIO maschio. Io. + +LIDIO femina. Io. + +LIDIO maschio. Chi? tu? + +LIDIO femina. Io, sí. + +LIDIO maschio. Anzi, io. + +SAMIA. Uh! uh! uh! In malora! Mò che cosa è questa? Saldi! Qual Fulvia +dite voi? + +LIDIO maschio. La moglie di Calandro. + +LIDIO femina. La padrona tua. + +SAMIA. Tutt'una! Certo, o io sono impazzata o costoro hanno il demonio +adosso. Ma aspettate. Or la rinvengo. Ditemi: con che abito andaste da +lei? + +LIDIO maschio. Da donna. + +LIDIO femina. Da fanciulla. + +SAMIA. Oh cosa ridicula e dispettosa! Ma oh! oh! a questo la ritruovo. +In che tempo ha ella voluto lo amante suo? + +LIDIO maschio. Di dí. + +LIDIO femina. Di mezzo giorno. + +SAMIA. El fistolo de l'inferno non la rinverrebbe. Certo, questa è una +trama diabolica cosí condotta da quello spirito maladetto. Meglio è che +io, con li denari, a Fulvia me ne ritorni; e díegli poi essa a chi piú +gli piace. Sapete voi com'ell'è? Io non so a chi di voi darmegli. Fulvia +ben conoscerá il vero suo amante. Però chi di voi quello è a lei se ne +venga e da lei li ará. Restate in pace. + +LIDIO maschio. Non mi vedo nello specchio sí simile a me stesso com'è +colui simile al volto mio. A bell'agio saprò chi egli è. E perché queste +venture non vengono ogni dí e Fulvia intanto potria pentirsi, in fede +mia, meglio è che io, come soglio, spacciatamente da lei ritorni; ché +quelli denari non sono pochi. Sí: farò, a fé. + +LIDIO femina. Or questo è lo amante per cui io son tolta in scambio. Che +domin indugia tanto a tornar Fannio? Se qui or fussi, come esso disegnò, +torneremmo a Fulvia e forse ci beccheremmo sú quei denari: benché al +fatto mio pensar bisogna. + + +SCENA II + +FESSENIO servo, LIDIO femina, FANNIO servo. + + +FESSENIO. Né per via né in casa ho trovato Lidio. + +LIDIO femina. Or che debbo fare? + +FESSENIO. Sin che non mi chiarisco se vero è che femina fatto sia, non +sará ben di me. Ma oh! oh! oh! È e' quello? Non è. Sí, è. Non è desso. +È, sí! Molto fantastico parmi. + +LIDIO femina. Ahi fortuna! + +FESSENIO. Da sé parla. + +LIDIO femina. In che laberinto mi trovo io! + +FESSENIO. Che cosa fia? + +LIDIO femina. Devo io cosí subito rovinare? + +FESSENIO. Oimè! che ruina fia? + +LIDIO femina. Per esser troppo amato... + +FESSENIO. Che vuol dir questo? + +LIDIO femina. ... devo io questo abito lassare? + +FESSENIO. Aimè! Trama fia. E la voce sua parmi abbia preso assai del +feminile. + +LIDIO femina. ... e di questa libertá privarmi? + +FESSENIO. Sará pur vero. + +LIDIO femina. Or sarò io per femina conosciuto e non piú maschio tenuto? + +FESSENIO. Cascato è ne l'orcio il topo. + +LIDIO femina. Or da vero Santilla, e non piú Lidio, mi chiamerò. + +FESSENIO. Misero me! che la cosa è pur vera. + +LIDIO femina. Sia maladetta la mia mala sorte che morir non mi lassò il +dí che Modon fu preso. + +FESSENIO. Oh cieli avversi! come può questo farsi? Se da lui sentito non +l'avessi, mai creduto non l'arei. Lassameli parlare. O Lidio! + +LIDIO femina. Chi è quella bestia? + +FESSENIO. Sará pur vero anco questo, che Lidio non conosca se non +Fulvia sua? Bestia chiami me, eh? Come se tu non mi conoscessi! + +LIDIO femina. Non ti conobbi mai né di conoscerti mi curo. + +FESSENIO. Adunque, tu non conosci il servo tuo? + +LIDIO femina. Tu mio servo? + +FESSENIO. Se per tuo non mi vuoi, sarò d'altri. + +LIDIO femina. Va' in pace, va'; ché col vin parlar non intendo. + +FESSENIO. Col vino non parli tu giá; parlo io bene con la +smemorataggine. Ma non ti nasconder da me, ché li accidenti tuoi so io +bene come te. + +LIDIO femina. Che accidenti son li miei? + +FESSENIO. Per forza di negromanzia se' diventato femina. + +LIDIO femina. Io femina? + +FESSENIO. Femina, sí. + +LIDIO femina. Male il sai. + +FESSENIO. Però chiarir me ne voglio. + +LIDIO femina. Ah poltron! che vuoi tu fare? + +FESSENIO. So che io lo vederò. + +LIDIO femina. Ahi sciagurato! A questo modo, ah? + +FESSENIO. Con man lo toccherò, se me amazzassi. + +LIDIO femina. Ah prusuntuoso! Sta' discosto. O Fannio! o Fannio! A tempo +arrivi; corri qua. + +FANNIO. Che cosa è questa? + +LIDIO femina. Questo reo omo dice ch'io son femina; e a mio dispetto +vuol cercarmi. + +FANNIO. Che audacia a far ciò ti muove? + +FESSENIO. Che pazzia induce te a metterti tra 'l padron mio e me? + +FANNIO. Questo è tuo padrone? + +FESSENIO. Mio, sí. Perché? + +FANNIO. Buono uomo, tu pigli errore. So che né tu a lui servo né egli a +te padrone fu mai. A me, sí, bene egli ed io sempre a lui. + +FESSENIO. Né tu a costui servo né tu a lui padrone fusti giá mai. Io, +sí, ben tuo servo; tu, sí, bene mio padrone. Io sol il vero dico; voi +amendue mentite. + +LIDIO femina. Maraviglia non è che tu arrogantemente parli, se anche +prosuntuosamente operi. + +FESSENIO. Maraviglia non è che tu ignorantemente mi dismentichi, se +anche smemoratamente te stesso non conosci. + +FANNIO. Parlali dolcemente. + +LIDIO femina. Io me stesso non conosco? + +FESSENIO. Messer... volsi dir, madonna, non. Se tu te riconoscessi, me +ancor conosceresti. + +LIDIO femina. Io ben mi conosco. Chi tu te sia non ritruovo giá. + +FESSENIO. Di', piú correttamente, che tu hai trovato altri e perso te +stesso. + +LIDIO femina. E chi ho io trovato? + +FESSENIO. Tua sorella Santilla, che ora è in te, sendo tu femina. Hai +perso te stesso, perché non sei piú maschio, non sei piú Lidio. + +LIDIO femina. Qual Lidio? + +FESSENIO. Oh poveretto, che nulla ti ricorda! Deh! padrone, non ti +soviene egli essere Lidio da Modon, figliuolo di Demetrio, fratello di +Santilla, discipul di Polinico, padrone di Fessenio, innamorato di +Fulvia? + +LIDIO femina. Nota, Fannio, nota. Fulvia mi è ben ne l'animo e nella +memoria. + +FESSENIO. Mi sapeva bene che sol di Fulvia ti ricorderesti. D'altro no, +in modo affatturato sei! + + +SCENA III + +LIDIO maschio, FESSENIO, LIDIO femina, FANNIO. + + +LIDIO maschio. Fessenio! o Fessenio! + +FESSENIO. Che donna è quella che a sé m'accenna? Aspetta, tu, che a te +torno ora. + +LIDIO femina. Fannio, se io sapessi che mio fratel vivo fusse, di +speranza non sperata sarei or piena; perché vederei lui essere quello +per cui costui me ha còlto in scambio. + +FANNIO. Tu non sai anche lui essere morto. + +LIDIO femina. Non giá. + +FANNIO. Però certo è che Lidio nostro è quel che e' ci dice; e che è +vivo; e che è qua. E quasi quasi mi par raffigurar costui esser +Fessenio. + +LIDIO femina. Oh Dio! Tutto il core, per nuova tenerezza e letizia, +mancar mi sento. + +FESSENIO. Ancor non son ben chiaro se sei tu Lidio o pur quella. Lassa +che io meglio ti riguardi. + +LIDIO maschio. Saresti tu mai imbriaco? + +FESSENIO. Sei desso, sí; e sei anche maschio. + +LIDIO maschio. Io voglio, or ora, andar lá dove sai. + +FESSENIO. Orsú! Vanne a Fulvia, va', mercatante di campagna; che darai +olio e piglierai denari. + +LIDIO femina. Or be': che di' tu? + +FESSENIO. Se cosa fatto o detto t'ho che dispiaciuta ti sia, perdonami; +ché or m'accorgo che per il padron mio ti presi in scambio. + +LIDIO femina. Chi è il padron tuo? + +FESSENIO. Un Lidio da Modon, tanto a te simile che pensai te esser lui. + +LIDIO femina. Fannio mio, uh! uh! uh! La cosa è chiara. Come è il nome +tuo? + +FESSENIO. Fessenio, al vostro piacere. + +LIDIO femina. Felici semo: non c'è piú dubbio. Oh Fessenio mio caro! mio +caro Fessenio! mio sei tu. + +FESSENIO. Che tante carezze? No, no. Per tuo mi vorresti, ah? Se io +dissi dianzi esser tuo, mentivo per la gola: né io tuo servo sono né tu +mio padron sei. Io altro padrone ho; tu altro servo ti procaccia. + +LIDIO femina. Tu mio sei ed io tua sono. + +FANNIO. Deh, il mio Fessenio! + +FESSENIO. Che voglion dire tanti abbracciamenti? Oh! oh! oh! Trama c'è +sotto. + +FANNIO. Andianne qua da parte, che tutto ti diremo. Questa è Santilla +sorella di Lidio tuo padrone. + +FESSENIO. Santilla nostra? + +FANNIO. Piano. Essa è. Io son Fannio. + +FESSENIO. Oh Fannio mio! + +FANNIO. Non far qui dimostrazion, per buon rispetto. Fermo e cheto! + + +SCENA IV + +SAMIA, FESSENIO, LIDIO femina, FANNIO. + + +SAMIA. Oimè! uh! uh! uh! trista me! Oh povera padrona mia, che, in un +tratto, svergognata e ruinata sei! + +FESSENIO. Ch'hai tu, Samia? + +SAMIA. Oh sventurata Fulvia! + +FESSENIO. Che cosa è questa? + +SAMIA. O Fessenio mio, ruinati semo. + +FESSENIO. Che c'è? di' sú. + +SAMIA. Pessime nuove. + +FESSENIO. Che? + +SAMIA. Li fratelli di Calandro hanno trovato Lidio tuo con Fulvia e +mandato per Calandro e per li fratelli di lei, che venghino a casa per +svergognarla; e forse poi uccideranno Lidio. + +FESSENIO. Oimè! Che cosa è questa? Oh sventurato padron mio! Lo hanno +preso? + +SAMIA. Non giá. + +FESSENIO. Perché non si è fuggito? + +SAMIA. Perché Fulvia pensa, prima che Calandro e li fratelli di lei si +trovino ed a casa arrivino, che il negromante lo faccia di nuovo femina; +e cosí levar la vergogna a sé e il periculo a Lidio. Ove che, se esso +fuggendo si salvasse, Fulvia vituperata resteria. Però, volando, mi +manda al negromante per questo conto. Addio. + +FESSENIO. Odi. Fermati un poco. In che luogo di casa è Lidio? + +SAMIA. Egli e Fulvia nella camera terrena. + +FESSENIO. Non ha, dirieto, la finestra bassa? + +SAMIA. Potria, per lí, andarsene a posta sua. + +FESSENIO. Non per questo ne domando io. Dimmi: sará, ora, chi impedisca +ad alcuno lo ire lá drento a detta camera? + +SAMIA. Quasi nissuno. Tutti son corsi, al rumore, all'uscio della +camera. + +FESSENIO. Samia, questa cosa del negromante è pazzia. Se brami salvare +la padrona, torna a casa e, con buon modo, leva de l'andito, se alcuno +per sorte vi fusse. + +SAMIA. Farò quel che di'; ma guarda che la cosa non se ruini affatto. + +FESSENIO. Non temer. Va' via. + +LIDIO femina. Eimè! Fessenio mio, voglia il cielo che, in uno stante, +ritrovato e riperduto mio fratello non abbia e che, ad un tempo, renduta +la vita e data la morte non mi sia. + +FESSENIO. Qui non bisogna lamenti; il caso ricerca che il rimedio sia +non men presto che savio. Nissun ci vede. Piglia i panni di Fannio e i +tuoi da' a lui. Sú! presto!... Oh! cosí!... Piglia questo. Metti sú... +Cosí stai ben troppo. Non dubitare: meco ne vieni. Tu, Fannio, aspetta. +A te, Santilla, mostrerò quanto a far hai. + +FANNIO. In che travaglio ha posto la fortuna il caso di questi due, +fratello e sorella! Sará oggi il maggior affanno o la maggior letizia +che avessin mai, secondo che la cosa se butterá. Ben fece il cielo l'uno +e l'altra simili, non pur di apparenzia, ma ancor di fortuna. Sono +amendue in loco che forza è che uno abbia quel bene e quel male che ará +l'altro. Sin che il fine non vedo, né allegrar né attristar mi posso; né +timor certo né certa speranza in cor mi siede. Or piaccia al cielo che +la cosa a quel fin si riduca che Lidio e Santilla di tanto travaglio e +periculo eschino. Io, aspettando quel che avvenir di questo fatto deve, +qua da parte mi ritirerò soletto. + + +SCENA V + +LIDIO maschio solo. + + +D'un gran periculo uscito sono; e, a gran pena, io medesimo non so come. +Io ero, si può dir, prigione e di Fulvia e di me piangeva l'infelice +sorte quando ecco uno, menato da Fessenio, salta in camera dalla +finestra di dreto. E subito vestissi de' panni miei e me dei suoi. E +fuor me ne ha mandato Fessenio, senza che persona mi abbia visto, +dicendomi:--Tutto è acconcio benissimo; sta' contento.--In modo che da +un grandissimo dolore mi trovo in grandissima contentezza. Fessenio, +cosí dalla finestra, rimase a parlare con Fulvia. Bene è che io mi stia +cosí, qui intorno, per vedere a quel che si riduce la cosa. Ed oh! oh! +oh! Ben va. Lieta comparsa è Fulvia su l'uscio. + + +SCENA VI + +FULVIA sola. + + +Travaglio è certo stato per me in questo giorno; ma ringrazio il cielo +che di tutti li accidenti felicemente uscita sono. E il fine del +periculo presente mi porta incredibile iocunditá; perché, non pur ha +salvato l'onore a me e la vita a Lidio, ma sará cagione che con lui +potrò essere piú spesso e piú facilmente. Chi ora è di me piú lieto non +deve esser mortale. + + +SCENA VII + +CALANDRO. + + +E vi meno perché vediate l'onore che l'ha fatto a voi e a me. E, poi che +l'arò tutta pesta, menatela a casa il diavolo, perché non voglio in casa +questa vergogna. Guardate se ella è bene sfacciata! che la sta su +l'uscio, come la fusse la buona e la bella. + + +SCENA VIII + +CALANDRO, FULVIA. + + +CALANDRO. Tu sei qui, malvagia femina? ed hai animo di aspettarmici, +sappiendo che m'hai fatte le corna? Non so come io mi tenga che io non +ti tragga la vita del corpo. Ma prima voglio uccidere, a' tua occhi +veggenti, colui che tu hai in camera, ribalda! E poi, con le mie mani, a +te cavar gli occhi della testa. + +FULVIA. Oimè, marito mio! Mò che cosa è quella che te muove a fare me +rea femina, che non sono, e te crudele omo, ove fin qui non fusti mai? + +CALANDRO. Oh svergognata! Ancor hai ardir di parlare? Come se noi non +sapessimo che in camera hai, vestito da donna, lo amante tuo! + +FULVIA. Fratelli miei, costui cerca che vi faccia palese quel che io ho +sempre ascoso: cioè la pazienzia mia e li oltraggi che, tuttodí, mi fa +questo fastidioso; ché non è moglie sí fedele né peggio trattata come +sono io. E che non si vergogna a dire che io li metto le corna! + +CALANDRO. Sí, che gli è il vero, trista femina! E ora voglio mostrarlo +a' tuoi fratelli. + +FULVIA. Intrate e vedete chi io ho in camera e come questo fiero +bacarozzo l'ucciderá. Sú! venite. + + +SCENA IX + +LIDIO maschio solo. + + +Fessenio mio disse la cosa esser acconcia; ma non ne vedo segno e con +sospetto ne sto. Colui, con chi Fessenio i panni scambiar mi fece, non +conobbi. Fessenio fuor non viene. Calandro, Fulvia minacciando, è +intrato in casa. Egli è matto furioso e forse le fará villania. Ma, se +romor in casa sento, al corpo di me, ch'i' salterò drento e difenderò +lei o per lei morirò. Amante non sia chi coraggioso non è. + + +SCENA X + +FANNIO servo, LIDIO maschio. + + +FANNIO. Vedi lá Lidio o, vogliam dir, Santilla. Non ha fatto niente. +Riscambiamo. Togli li tuoi; rendemi li panni miei. + +LIDIO maschio. Che scambiamenti di' tu? + +FANNIO. Sí poco è che scambiare Fessenio ce li fece che pur ricordar te +ne déi. Dá' qua questi e piglia li tuoi. + +LIDIO maschio. Mi ricordo, sí, averli scambiati; ma questi non son giá +quelli ch'io detti a te. + +FANNIO. Tu non mi pari in te. Mò crederrestú mai che io ne avessi fatto +mercanzia? + +LIDIO maschio. Non mi dare impaccio. Ecco Fessenio. + + +SCENA XI + +FESSENIO servo solo. + + +Oh! oh! oh! bella cosa! Credevon mò, sotto abito di donna, trovare un +garzone che con Fulvia si sollazzassi; e volevano uccidere lui e +vituperar lei. Ma, trovato che è una fanciulla, tutti si sono +rasserenati, tenendo Fulvia la piú pudica donna del mondo. Ed ella con +onore ed io con estrema letizia resto. Santilla, da loro licenziata, +tutta contenta fuor ne viene. Vedi anche lá Lidio. + + +SCENA XII + +SANTILLA, FESSENIO servo, LIDIO, FANNIO servo. + + +SANTILLA. Eh! Fessenio, dov'è mio fratello? + +FESSENIO. Vedilo lá, ancor con li panni che tu li desti. Andiamo a lui. +Lidio, conosci tu costei? + +LIDIO. Non certo. Dimmi chi ella è. + +FESSENIO. Quella che, in tuo loco, con Fulvia rimase; quella che tanto +hai cercato. + +LIDIO. Chi? + +FESSENIO. Santilla tua. + +LIDIO. Mia sorella? + +SANTILLA. Tua sorella sono; e tu mio fratel sei. + +LIDIO. Tu sei Santilla mia? Or ti conosco: dessa sei. Oh sorella cara, +da me tanto desiderata e cerca! Or son contento; or ho adempiuto il +desiderio mio; or piú affanno avere non posso. + +SANTILLA. Deh, fratel dulcissimo! Io pur te vedo e sento. A pena creder +posso che tu desso sia, vivo trovandoti ove io per morto lunga stagion +te ho pianto. Or tanto maggior letizia mi porta la salute tua quanto io +manco la aspettavo. + +LIDIO. E tu, sorella, tanto piú cara mi sei quanto io, per te, oggi +salvato mi trovo: ove che, se tu non eri, forse ucciso stato sarei. + +SANTILLA. Ora aranno fine li suspiri e li pianti miei. Questo è Fannio, +servo nostro, che sempre fidelmente servito mi ha. + +LIDIO. Oh! oh! oh! Fannio mio, ben di te mi ricordo. Avendo tu servito a +una, te hai due persone obligato; e certo di noi ben contento ti terrai. + +FANNIO. Maggior contento aver non posso che vivo e con Santilla vederti. + +SANTILLA. Ché cosí fisso guardi, Fessenio caro? + +FESSENIO. Ché non vidi mai omo ad omo simile come è l'uno all'altro di +voi. Ed or vedo la cagione per che seguíti son oggi tanti begli +scambiamenti. + +SANTILLA. Vero di'. + +LIDIO. Belli son certo; e piú che non sapete voi. + +FESSENIO. Di ciò a bell'agio parleremo. Attendasi oggi a quel che piú +importa. Dissi lá drento a Fulvia questa esser Santilla tua sorella: di +che ella si mostrò oltra modo contenta; e conchiusemi al tutto volere +che sia moglie a Flaminio suo figliuolo. + +SANTILLA. Or mi fai chiara perché ella, lá in camera, teneramente +baciandomi, disse cosí a me:--Chi di noi piú contento sia non so. Lidio +ha trovata la sorella; io la figliuola; e tu il marito.-- + +LIDIO. La cosa può tenersi per fatta. + +FANNIO. Un'altra ce n'è, forse miglior che questa. + +LIDIO. Quale? + +FANNIO. Come dice Fessenio, tanto simili sète di persona che non è chi +non ci abbi a restare ingannato. + +SANTILLA. So quel che vuoi dire: che Lidio, da noi instrutto, in loco +mio entri e pigli per moglie la figliuola di Perillo la qual voglian +dare a me. + +LIDIO. Ed è chiaro, questo? + +SANTILLA. Piú chiaro che 'l sole; piú vero che 'l vero. + +LIDIO. Oh felici noi! Vedi che pure, doppo gran pioggia, viene +bellissimo sereno. Staremo meglio che a Modon. + +FESSENIO. Tanto meglio quanto Italia è piú degna della Grecia, quanto +Roma è piú nobil che Modon e quanto vaglion piú due ricchezze che una. E +tutti trionferemo. + +LIDIO. Orsú! Andiamo a fare il tutto. + +FESSENIO. Spettatori, le nozze si faran domane. Chi veder le +vuole non si parta. Chi 'l disagio dell'aspettare fuggir cerca a sua +posta se ne vada. Qui, per ora, altro a far non se ha. +_Valete et plaudite._ + + + + +NOTA + + +AVVERTENZE GENERALI + +Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in +questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata +della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui +occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti +quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno +ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi +e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa +da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si +restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da +Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero +potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi +diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale +scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed +estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie, +ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti +rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle +tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si +manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli +inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce +al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di +forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, +invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto +posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche +modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho +disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente +cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra +esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione. + +La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del +Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho +da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli +_Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son +comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano +assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a +discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso +valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici), +le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata +anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e +«_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»; +«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»; +«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e +«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e +«_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e +«_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí +via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche +che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e +corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_», +«_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure +dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve, +in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, +dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al +secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze +ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello +stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú +o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di +questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione, +le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di +usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole +spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando +si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di +allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini, +infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di +avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche +scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse +straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che +giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente +suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa +testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole +e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando +vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni +ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di +scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il +voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere +essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico, +dell'anarchia. + + 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel + Libro della Poetica d'Aristotele; con la traduttione del + medesimo Libro, in Lingua Volgare. Con privilegio_. In + Vinegia, presso Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine + l'anno: M.D.LXXV], p. 29. + + 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, + Laterza, 1910), 242 (nov. I, .16) + +Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur +necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II +degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob +alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa +moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del +«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste +a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente +«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato +ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare +confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano +preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho +creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un +«_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non +sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati +(«_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_» +che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima +persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_» +(«_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso +opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione +al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, +rigorosamente attenuto. + + +LA CALANDRIA + +Di questa fortunatissima commedia si fecero, nel corso del secolo XVI, +una ventina di edizioni. Poi, dopo la lunga dimenticanza del Seicento +(durante il quale sembra che non se ne sia avuta nessuna nuova +impressione), essa fu piú volte ristampata nei secoli XVIII e XIX: a +Firenze nel 1720; a Napoli verso il 1730; a Livorno nel 1786; a Milano +nel 1808; pure a Milano, per cura di Eugenio Camerini (Carlo Tèoli), nel +1863; a Roma nel 1887; e di nuovo a Firenze, nel 1888, insieme ad altre +commedie raccolte dal Piccini (Jarro) nel primo volume del suo _Teatro +italiano antico_[3]. Io riproduco il testo della prima stampa, +rarissima, che apparve a Siena nel 1521, un anno dopo la morte +dell'autore. Essa reca sul frontespizio il seguente titolo nel quale è +pur compreso l'elenco dei personaggi: _Commedia elegantissima | in prosa +nuovamente composta per Messer Bernardo da Bibiena. | Intitulata +Calandria. | Interlocutori. | Prologo: Argumento: Fessenio servo: +Polynico preceptore: | Lydio adulescentulo: Calandro: Samya serva: Ruffo +negro- | mante: Santylla: Fannio servo: Fulvia moglie di Calandro: | +Meretrice: Facchino: Sbirri di doghana [in fine, nel tergo dell'ultima +carta: Finita la Commedia di Calandro. Stam- | pata in la Magnifica +Cipta di Siena: per | Michelangelo di Bart.º Fiorentino | ad instantia +di Maestro Giovanni | di Alixandro Libraro. A di | xxix. d'Aprile. Nelli +| Anni del Signore. | 1521_]. Precede alla commedia una breve lettera +dedicatoria in latino, che qui non occorre riferire, del «bibliopola» +Giovanni d'Alessandro al signor «_Bandino Bandineo senensi decano quam +meritissimo patrono unico_» in data «_Senis ex officina nostra. xiiii. +cal. martias. M.D.xxi_». + + 3. Si vedano: ALLACCI, _Drammaturgia accresciuta e + continuata fino all'anno_ MDCCL, Venezia, Pasquali, 1755, col. + 155; PANZER, _Annales typografici_, Norimberga, 1793-1803, X, + 155; BRUNET, _Manuel du libraire_, Parigi, 1860-65, II, 773-4 + e _Supplément,_ I, 409; GRAESSE, _Trésor de livres rares et + précieux_, Dresda, 1859-67, II, 412 (e anche 236); SALVIOLI, + _Bibliografia universale del teatro drammatico italiano_, I + (Venezia, 1903), 599. + +Che il titolo della commedia sia propriamente _Calandria_, e non +Calandra, come recano, non si sa perché, quasi tutte le stampe, è cosa +indubitabile. Giá notò il Ginguené doversi preferire la prima alla +seconda forma per la ragione che in essa commedia si contengono «_les +aventures et les hauts faits de Calandro_»[4]. E, ai nostri tempi, piú +precisamente e piú chiaramente osservò il Gaspary che il titolo della +prima stampa «è il titolo esatto (la commedia di Calandro), foggiato +come _Asinaria, Cistellaria, Cassaria, Cofanaria, Vaccaria, +Aridosia_»[5]. Ciò non ostante, la duplicitá dei titoli offerta dalle +edizioni (nelle quali, anzi, ripeto, prevale di gran lunga la forma +errata) si ripercosse, com'è naturale, anche nelle scritture dei critici +e degli storici: perpetuandosi cosí una deplorevole confusione che è +sperabile non abbia piú ad aver luogo dopo la presente ristampa. La +quale, dunque, si fonda, come ho giá detto, su quella senese del 1521; +ma non su di essa esclusivamente. A correggerne o compierne, infatti, +alcuni errori e scorrezioni e omissioni mi ha giovato quest'altra +edizione, di poco posteriore alla prima, che afferma, nientemeno, di +derivare direttamente dall'autografo del cardinal da Bibbiena: _La +Calandra | Comedia nobilissima et ridicu- | losa, tratta dallo originale +| del proprio autore. | MDXXVI_ [e innanzi al Prologo: _Comedia +nobilissima et ri- | diculosa intitolata Ca- | landra composta per | il +Reverendiss. Car- | dinale di Santa | Maria importi- | co da Bibiena_; e +in fine: _Stampata in Vinegia per Zuanantonio et fratel- | li da Sabio. +Ad instantia di Messer Nicolo et | Dominico fratelli del Iesu. | +M.D.XXVI_][6]. E, talvolta, ho pur tenuto presente l'altra edizione +curatane dal Ruscelli: _Delle Comedie | elette | novamente raccolte in- +| sieme, con le correttioni, & annotationi di | Girolamo Ruscelli, | +Libro primo. | Nel quale si contengono l'infrascritte Comedie. | La +Calandra del Cardinal Bibiena. | La Mandragola del Machiavello, | Il +Sacrificio, & gli Ingannati degl'intronati. | L'Alessandro, & l'Amor +costante del Piccolomini. | In Venetia. MDLIIII [in fine: In Venetia per +Plinio | Pietrasanta, MDLIIII_][7]. + + 4. _Histoire littéraire d'Italie_, VI (Milano, Giusti, 1821), + 166. + + 5. _Storia della letteratura italiana_, Torino, + Loescher, 1891, II^2, 300. + + 6. Che derivi dall'originale non credo, poiché giá nel titolo + se ne allontana sicuramente. Ad ogni modo, per ciò che + riguarda la commedia, questa edizione dové esser condotta + su una buona e corretta copia. Del prologo, invece (che è, + come dico nel testo, non del Bibbiena, ma del Castiglione), + l'editore ebbe certo fra mano una trascrizione infelicissima + che altera e guasta stranamente la genuina forma + castilionesca. + + 7. La _Calandria_ non ha un suo proprio frontespizio + e tien subito dietro a quello generale della raccolta. Lo + hanno, invece, le altre commedie che sono comprese nella + raccolta medesima. + +Mi resta, per ultimo, da avvertire che il prologo pubblicato in tutte le +stampe come del Bibbiena è invece quello che fu composto da Baldassarre +Castiglione per la prima rappresentazione urbinate del 1513: essendo il +vero prologo dell'autore della Calandria pervenuto troppo tardi ad +Urbino ed essendo anche troppo lungo perché l'attore che doveva +recitarlo si confidasse di mandarlo a memoria. Ciò fu dimostrato, con +quasi assoluta certezza, da Isidoro Del Lungo; il quale fece conoscere +per la prima volta, pubblicandolo da uno scartafaccio autografo e +convenientemente illustrandolo, questo vero e ignoto e delizioso prologo +del faceto scrittore casentinese[8]. Io li pubblico entrambi: +rispettando cosí la tradizione secolare e ristabilendo, al tempo stesso, +la veritá. + + 8. _Florentia, uomini e cose del Quattrocento_, Firenze, Barbèra, + 1897, p. 364 sgg. Il testo del prologo, che qui si riproduce + con alcune lievi modificazioni di ortografia e di + punteggiatura, è a pp. 374-8.] + + + + + + +End of Project Gutenberg's La Calandria, by Bernardo Dovizi da Bibbiena + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CALANDRIA *** + +***** This file should be named 34642-8.txt or 34642-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/3/4/6/4/34642/ + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + http://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/34642-8.zip b/34642-8.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..bf9d781 --- /dev/null +++ b/34642-8.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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