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+The Project Gutenberg EBook of La Calandria, by Bernardo Dovizi da Bibbiena
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: La Calandria
+ Commedie del Cinquecento
+
+Author: Bernardo Dovizi da Bibbiena
+
+Editor: Ireneo Sanesi
+
+Release Date: December 13, 2010 [EBook #34642]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CALANDRIA ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
+generously made available by Editore Laterza and the
+Biblioteca Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+
+ COMMEDIE
+ DEL CINQUECENTO
+
+
+ A CURA
+ DI
+ IRENEO SANESI
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1912
+
+ PROPRIETÁ LETTERARIA
+
+ GENNAIO MCMXII--30148
+
+
+
+
+LA CALANDRIA
+
+DI BERNARDO DOVIZI DA BIBBIENA
+
+
+INTERLOCUTORI
+
+ PROLOGO
+ ARGUMENTO
+ FESSENIO servo
+ POLINICO precettore
+ LIDIO adulescentulo
+ CALANDRO
+ SAMIA serva
+ RUFFO negromante
+ SANTILLA
+ FANNIO servo
+ FULVIA moglie di Calandro
+ MERETRICE
+ FACCHINO
+ SBIRRI di dogana.
+
+
+
+
+PROLOGO [DEL CASTIGLIONE]
+
+
+Voi sarete oggi spettatori d'una nova commedia intitulata _Calandria_:
+in prosa, non in versi; moderna, non antiqua; vulgare, non latina.
+_Calandria_ detta è da Calandro el quale voi troverrete sí sciocco che
+forse difficil vi fia di credere che Natura omo sí sciocco creasse giá
+mai. Ma, se viste o udite avete le cose di molti simili, e precipue
+quelle di Martino da Amelia (el quale crede la stella Diana essere suo'
+moglie, lui essere lo Amen, diventare donna, Dio, pesce ed arbore a
+posta sua), maraviglia non vi fia che Calandro creda e faccia le
+sciocchezze che vedrete. Rappresentandovi la commedia cose familiarmente
+fatte e dette, non parse allo autore usare il verso; considerato che e'
+si parla in prosa, con parole sciolte e non ligate. Che antiqua non sia
+dispiacer non vi dee, se di sano gusto vi trovate: per ciò che le cose
+moderne e nove delettano sempre e piacciono piú che le antique e le
+vecchie; le quale, per longo uso, sogliano sapere di vieto. Non è
+latina: però che, dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non
+sono, lo autore, che piacervi sommamente cerca, ha voluto farla vulgare;
+a fine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti. Oltre che,
+la lingua che Dio e Natura ci ha data non deve, appresso di noi, essere
+di manco estimazione né di minor grazia che la latina, la greca e la
+ebraica: alle quali la nostra non saria forse punto inferiore se la
+esaltassimo, la osservassimo, la polissimo con quella diligente cura che
+li greci e altri ferno la loro. Bene è di sé inimico chi l'altrui lingua
+stima piú che la sua propria. So io bene che la mia mi è sí cara che non
+la darei per quante lingue oggi si trovano. E cosí credo intervenga a
+voi. Però grato esser vi deve sentire la commedia nella lingua vostra.
+Avevo errato: nella nostra, non nella vostra, udirete la commedia; ché a
+parlare aviamo noi, voi a tacere. De' quali se sia chi dirá lo autore
+essere gran ladro di Plauto, lassiamo stare che a Plauto staria molto
+bene lo essere rubato per tenere, il moccicone, le cose sua senza una
+chiave, senza una custodia al mondo; ma lo autore giura, alla croce di
+Dio, che non gli ha furato questo (_facendo uno scoppio con la mano_); e
+vuole stare a paragone. E, che ciò sia vero, dice che si cerchi quanto
+ha Plauto e troverrassi che niente gli manca di quello che aver suole.
+E, se cosí è, a Plauto non è suto rubbato nulla del suo. Però non sia
+chi per ladro imputi lo autore. E, se pure alcuno ostinato ciò ardisse,
+sia pregato almeno di non vituperarlo accusandolo al bargello; ma vada a
+dirlo secretamente nell'orecchio a Plauto. Ma ecco qua chi vi porta lo
+Argumento. Preparatevi a pigliarlo bene, aprendo ben ciascuno il buco de
+l'orecchio.
+
+
+
+
+PROLOGO [DEL BIBBIENA]
+
+
+Oh che tranquillo sonno e che piacevol sogno m'ha rotto ser Giuliano con
+quella suo' voce da camera, che gli venga il canchero! Se mi donassi il
+miglior poder ch'egli abbi, non mi ristorerebbe del piacere che m'ha
+tolto svegliandomi. Io dormiva qua come un tasso e sognava d'aver
+trovato l'anel d'Angelica; quell'anel, dico, che chi lo portava in bocca
+non poteva esser veduto da persona. Pensate or voi, donne mie, se io era
+allegro di sí fatta ventura! Io faceva pensiero di andarmene invisibile
+alle casse di certi pigoloni avaracci, a' quali non si trarrebbe un
+grosso delle mani con le tanaglie di Nicodemo, e quivi volevo fare un
+ripulisti di tal sorte che non rimanessi loro un marcio quatrino. In
+ogni modo egli è un peccato che cotali miseracci abbin del fiato, poi
+che, per non spendere un soldo, tengano a patti quasi di lasciarsi morir
+di fame. Alle spese loro volevo io ragunar tanti denari che io comprassi
+due bonissime porzioni: chi sarebbe poi stato meglio di me, dite il
+vero? Pensava poi di vedere tutte le donne di Firenze quando si levano:
+e forse che i' non arei potuto farlo, potendo andar per tutto senza
+esser veduto!--So--diceva io--che non gioverá far meco lo schizzinoso di
+non voler esser vedute, perché le giugnerò in lato che non potranno
+nascondermisi!--E giá mi pareva essere a' ferri, quando, cosí dormendo,
+mi ricordai che stasera si faceva una veglia.--Orsú--diss'io--in anzi
+che i' faccia altro, vo' dare una scorribandola per queste case e vedere
+quel che fanno quelle donne che vi sono invitate.--Fatto il pensiero, mi
+pongo l'anello in bocca; e, parendomi di non poter esser veduto, entro
+in una casa. E truovo che 'l marito faceva un grande afrettare la moglie
+che andassi via presto, e non le dava tanto agio che la poveretta si
+potessi a pena assettare. Maraviglia'mi di tanta fretta che colui le
+faceva; e, considerando molto bene a ogni cosa, m'aveggo che il
+galantuomo aveva fatto assegnamento adosso alla fante, e però gli pareva
+mill'anni di levarsi la moglie dinanzi. Non vi dico se mi gonfiò lo
+stommaco vedendo che colui faceva sí poca stima della moglie giovane e
+bella, per andar dietro a una fante: e, s'io avessi potuto, l'arei
+confinato in una cucina a succiar broda e a leccare strofinacci, poi che
+n'è sí giotto; e starebbe, la state, molto bene a questi tali. Basta che
+poi si scusano con dire: «Ogni cosa è me' che moglie». Mi partii di
+quivi, mezzo sdegnato con lui; e, giunto in un'altra casa, truovo la
+moglie e il marito che facevano un gran contendere insieme. Ella
+piangeva, e voleva pur venir alla veglia, e diceva al marito:--Se voi
+non volevi che io v'andassi, bisognava dirlo prima e non mi lassar
+promettere. Voi volete pure che ognuno sappia chi voi sète, che
+maladetto sia il punto e l'ora che io mi maritai! cosí poteva io farmi
+monaca, se non ho mai a avere un piacere come l'altre.--Ben,
+be'--rispondeva il marito geloso,--veglie, eh? veglie, eh? Se tu volessi
+bene al tuo marito, tu non ti cureresti d'andarvi. Tu non sai bene quel
+che si fa a queste veglie. Statti, statti in casa meco; e sará molto
+meglio che andar notticon tutta notte.--Deh sí, lasciatemi
+andare--soggiugneva ella:--alle veglie si va una volta l'anno, e vaccene
+tante de l'altre: avete voi paura ch'io non sie mangiata?--Che belle
+parole! che vuol dir mangiata, cervellinuzza?--disse il geloso.--Oh!
+sta' costí, e non mi romper piú la testa.--Io messi mano a un legno, con
+animo di dargli venticinque bastonate per fargli uscire la gelosia del
+capo: ma pensai poi che fusse meglio lasciarne far la vendetta a lei,
+che, se sará savia, com'io credo, lo fará esser geloso di qualcosa. E
+forse che ci mancano e' giovani sfaccendati, in questa cittá! E' gli
+fará il dovere al dappochello: gli è ben vero che la gelosia non vien da
+altro che da dappocaggine. Anda'mene in un altro luogo: e trovai che la
+padrona si aveva messo il brigante in casa e, per non venire alla
+veglia, dava ad intendere al marito che un suo bambino, o bambina che si
+fusse, si sentiva male; e, per farlo piangere, non restava di
+pizzicarlo, talché 'l poverino né con lusinghe né con altro si
+rachetava. Onde ella diceva:--Vedi, marito mio, io non voglio lasciare
+questo povero bambino a guardia di fante e non son per venire alla
+veglia altrimenti. Ma facciam cosí: vavvi tu, acciò che non paia che noi
+faccián poca stima di chi ci ha invitati.--Il buono uomo, per non sentir
+quel pianto tutta notte, e non sapendo come potessi giovare al
+figliuolo, si uscí di casa e dette campo franco alla moglie, piú
+aveduta e piú savia di lui. Parvemi d'entrar poi in una altra casa e
+trovare la padrona che si faceva affibbiar dalla fante e le diceva:--Uh,
+sciocca, dappocuza! ancor non sai tu affibbiare una vesta? Comínciati di
+sotto, in malora!--A cui la fante rispondeva:--E che noia dá, che
+importa cominciarsi di sotto o di sopra? Quando io affibbiava
+quell'altra mia padrona, io cominciava pur sempre di sopra.--Sai tu
+perché?--rispondeva la padrona:--perché ella ha troppe le puppe grosse,
+e cominciavasi di sopra per tirarsele in giú a poco a poco acciò non
+apparissino sí ritte. Ma io, perché son magra ed ho il petto piccolo,
+bisogna, se io non voglio parer fatta colla pialla, che mi cominci
+affibbiar di sotto, acciò che io abbia un poco di apparienzia e non paia
+una spigolista; ben sai!--Oh quanto mi risi di questa astuzia da donne!
+Trova'ne, doppo questa, un'altra, piú vana che una zucca secca; la quale
+si stava in una sua anticameretta dintorno allo specchio, con un paio di
+mollettine in mano, e davasi una riveduta solenne alle ciglia; e, poi
+che si fu pelata e spelata a suo modo, messe mano a un fiaschetto pieno
+d'una certa aqua sbiancata, che pareva latte marcio, e con essa si lavò
+molto bene il viso e la gola per infino al petto. Doppo, presa la
+pezzetta di levante, si dipinse un viso che pareva una mascara modanese:
+e, poi che si fu lisciata a suo modo, cominciò a mettersi tanti fiori in
+seno e agli urecchi che la pareva un maggio; e, guardandosi nello
+specchio e parendole che non campeggiassino a suo modo, forse dieci
+volte li levò e ripose, tanto che mi venne a noia e me ne partii senza
+voler vederne la fine. Entrai in piú di diece altre case: e sempre
+sempre trovai donne che si lisciavano; e alcuna ne viddi che era aiutata
+dal marito, molto piú vano di lei.--Diacin ne vadia, con tanto
+lisciarsi!--diceva io fra me medesimo:--può egli essere che queste
+meschine non si accorghino che, per voler parer piú belle, si fanno
+maschere e si guastan la vita ed invechiano dieci anni inanzi al tempo e
+diventano grinze e isdentate o vero co' denti sí sudici e lordi che
+sarebbe manco schifo a baciar loro... presso che io non dissi qualche
+mala parola... che baciar loro la bocca? Quante ne è qui che, cariche di
+panni e del mal che Dio die loro, stanno intirizzate come statue e non
+si possan muovere, scoppiano di caldo e di affanno, per parer belle! E
+pensan forse, queste tali, esser tenute piú belle che l'altre? Le
+s'ingannano, perché belle son tenute quelle che né poco né molto le lor
+persone procurano.--Mi deliberai di rompere quanti fiaschetti di liscio
+e quante ampolle io trovava: e, stendendo la mano cosí nel sonno,
+credendo pigliare un fiaschetto, presi un orinale, pien d'altro che
+d'aqua d'angioli, per trarlo nel muro; e a punto lo batteva nel capo a
+ser Giuliano che m'era a canto per svegliarmi; e vi so dire che io
+l'arei profumato di buona sorte, se a punto in su quello egli non mi
+avessi svegliato, per impormi vi dicessi quello che si vergogna a dir
+lui. E questo è che certi sua amici gli avevan promesso di aver in
+ordine per questa sera una bella commedia; e lui, fidandosi di loro, non
+si è curato vederla o udirla, credendo che la commedia fussi, se non
+buona in tutta perfezione, almeno ragionevole: ma stamane, ch'egli l'ha
+udita provare, conosce che invero la non è degna di voi, e gli duole in
+sino al cuore che voi siate qui, parendoli d'avervi fatto perdere
+l'aconciatura. Onde vi prega vi degnate averlo per iscusato,
+promettendovi che, la prima volta tornerete in casa sua, vi fará sentire
+una commedia d'un'altra sorte e piú bella e sanza comparazione piú
+piacevole. Ma mi pare vedere che gli ará una bazza, perché questi
+gentiluomini sono tanto intenti a contemprare le bellezze di voi altre
+donne che poco o niente della commedia si cureranno. Di grazia,
+nobilissime donne, se pensate di far cosa grata a lui e a chi l'ha a
+recitare, mostratevi loro piú del solito favorevoli e benigne, acciò che
+la commedia quel manco gl'infastidisca. Che dite? faretelo? Non bisogna
+storcere il viso: chi di voi non vuol far questo, o li paressi stare a
+disagio, se ne può ire a suo' posta, ché l'uscio è aperto. Fate largo,
+lá! E chi resterá udirá la commedia che costoro hanno ordinato di fare,
+quale ella si sia, che forse vi fará ridere per la sua goffezza. Poco
+stará non so chi di loro a uscir fuora; e voi, donne, di grazia,
+spalancate bene il buco de l'urecchio vostro a ciò non ne perdiate una
+gocciola.
+
+
+
+
+ARGUMENTO
+
+
+Demetrio, cittadin di Modon, ebbe uno figliolo maschio chiamato Lidio e
+una femmina chiamata Santilla, amendua d'un parto nati, tanto di forma e
+di presenzia simili che, dove il vestire la differenzia non facea, non
+era chi l'uno dall'altro cognoscere potessi. Il che credere dovete:
+perché, lassando molti esempli che adducere vi potremmo, bastar vi deve
+quel degli due di sangue e di virtú nobilissimi frategli romani Antonio
+e Valerio Porcari; sí consimili che, ogn'ora, da tutta Roma è preso
+l'uno per l'altro. Alli dua putti ritorno a' quali, giá di anni sei,
+manca il padre. Li turchi prendeno e ardeno Modone uccidendo quanti
+trovano per la cittá. La nutrice loro e Fannio servo, per salvare
+Santilla, da maschio la vesteno e Lidio la chiamano, stimando il
+fratello da' turchi essere stato morto.
+
+Di Modon parteno. Tra via, son presi e prigioni in Costantinopoli
+condotti. Perillo mercante fiorentino tutti a tre li riscatta, a Roma
+seco gli mena, in casa sua li tiene: ove dimorando lungo tempo,
+ottimamente lo abito, i costumi e 'l parlar pigliano. E, questo giorno,
+Perillo vuole dare la sua figliuola per moglie alla detta Santilla, da
+ciascuno Lidio chiamata e per maschio sempre creduta. Lidio, il maschio,
+con Fessenio servo da Modon esce salvo; in Toscana e in Italia si
+conduce; ivi il vestire, il vivere e la lingua apprende. Essendo di anni
+diciassette in diciotto, a Roma viene, di Fulvia se innamora e,
+parimente da lei amato, piú volte, vestito da donna, seco a sollazzar si
+va. Dopo molti scambiamenti, Lidio e Santilla lietamente si riconoscano.
+Guardate or voi, aprendo ben l'occhio, a non scambiar l'un dall'altro.
+Però che io ve avvertisco che amendua d'una statura e d'una presenzia
+sono, amendua si chiamano Lidio, amendua ad un modo vestono, parlano,
+ridano, amendua sono oggi in Roma ed amendua or or qui comparir li
+vedrete. Né crediate però che, per negromanzia, sí presto da Roma
+venghino qui; per ciò che la terra che vedete qui è Roma. La quale giá
+esser soleva sí ampia, sí spaziosa, sí grande che, trionfando, molte
+cittá e paesi e fiumi largamente in se stessa riceveva; ed ora è sí
+piccola diventata che, come vedete, agiatamente cape nella cittá vostra.
+Cosí va il mondo.
+
+
+
+
+ATTO I
+
+
+SCENA I
+
+FESSENIO solo.
+
+
+Bene è vero che l'uomo mai un disegno non fa che la Fortuna un altro non
+ne faccia. Ecco, allor che noi pensavamo a Bologna quietarci, intese
+Lidio mio padrone Santilla sua sorella esser viva ed in Italia
+pervenuta. Onde, in un tratto, resuscitò in lui quello amore che gli
+portava, maggior che mai fratello a sorella portassi: perché, amendue de
+un parto nati, di volto, di persona, di parlare, di modi tanto simili
+gli fe' Natura che a Modon, talor vestendosi Lidio da fanciulla e
+Santilla da maschio, non pur li forestieri, ma non essa madre, non la
+propria nutrice sapea discernere qual fusse Lidio o qual fusse Santilla;
+e come gli dèi non gli ariano potuti fare piú simili, cosí parimente
+l'uno amava l'altro piú che se stesso. Però Lidio, che morta si pensava
+essere sua sorella, inteso lei essere salva, si messe ad investigare di
+lei. Ed a Roma pervenuti, sono giá quattro mesi, cercando sua sorella,
+trovò Fulvia romana. Della quale fieramente accesosi, con Calandro suo
+marito misse me per servo per condurre a fine lo amoroso suo disio: come
+subito condussi con satisfazione di lei; perché ella, di lui grandemente
+ardendo, di bel mezzo giorno, ha piú volte fatto andare a sollazzarsi
+seco Lidio vestito da donna Santilla chiamandosi. Ma pure esso, temendo
+che tal fiamma non si scoprisse, si è, da molti giorni in qua, mostro
+negligentissimo di lei fingendo di qua partire volersi. Laonde Fulvia è
+ora in passione e in furia tale che quiete alcuna non trova: e ora
+ricorre a maliastre, ad incantatrici, a negromanti che ricuperare le
+faccino lo amante suo come se perduto l'avesse; e ora me e quando Samia
+sua serva, conscia di tutto, manda a lui con preghi, con doni e con
+promessa di dare per moglie al suo figliuolo Santilla, se mai avviene
+che la si trovi. E tutto fa in maniera che, se 'l marito non avesse piú
+della pecora che de l'uomo, giá accorto se ne saria. E tutta la ruina
+caderia sopra me: per che mi bisogna bene sapere schermire. Io solo fo
+la impossibilitá. Nessuno potette mai servire a due ed io servo a tre:
+al marito, alla moglie e al proprio mio padrone; in modo che io non ho
+mai uno riposo al mondo. Né per ciò mi dolgo, perché chi in questo mondo
+sempre si sta ha il viver morto. Se vero è che un bon servo non deve mai
+avere ozio, io pur tanto non ne ho che possa pure stuzzicarmi li
+orecchi. E, se niente mi mancava, un'altra amorosa pratica mi è
+pervenuta alle mani, la qual mille anni parmi di conferire con Lidio che
+di qua viene. Ed, oh! oh! oh!, seco è quel Momo di Polinico suo
+precettore. Apparso è il delfino; tempesta fia. Voglio un poco starmi
+cosí da parte e udire quel che ragionano.
+
+
+SCENA II
+
+POLINICO precettore, LIDIO padrone, FESSENIO servo.
+
+
+POLINICO. Per certo, non mi saria mai caduto ne l'animo, Lidio, che tu a
+questo venissi; che, drieto andando a vani innamoramenti, sprezzatore de
+ogni virtú sei diventato. Ma di tutto do causa a quella bona creatura di
+Fessenio.
+
+FESSENIO. Per lo corpo...
+
+LIDIO. Non dir cosí, Polinico.
+
+POLINICO. Eh! Lidio, tutto so meglio che tu e che quel ribaldo del tuo
+servo.
+
+FESSENIO. A dispetto di... che io li...
+
+POLINICO. L'omo prudente pensa sempre quello li pò venire in contrario.
+
+FESSENIO. Eccoci su per le pedagogarie.
+
+POLINICO. Come questo vostro amore fia piú noto, oltre che in gran
+pericolo starai, tu sarai da tutti tenuto una bestia.
+
+FESSENIO. Pedagogo poltrone!
+
+POLINICO. Perché, chi non dileggia e non odia li vani e li leggeri? Come
+diventato sei tu che, forestiero, ti sei posto ad amare. E chi? Una
+delle piú nobil donne di questa cittá. Fuggi, dico, e' pericoli di
+questo amore.
+
+LIDIO. Polinico, io son giovane; e la giovinezza è tutta sottoposta ad
+Amore. Le gravi cose si convengano a' piú maturi. Io non posso volere se
+non quello che Amor vuole: e mi sforza ad amare questa nobil donna piú
+che me stesso. Il che, quando mai si risapessi, credo che io ne sarò da
+molti piú reputato; per ciò che come in una donna è grandissimo senno il
+guardarsi da l'amore di maggior omo che ella non è, cosí è gran valore
+nelli omini di amare donne di piú alto lignaggio che essi non sono.
+
+FESSENIO. Oh bella risposta!
+
+POLINICO. Questi son termini insegnatili da quel tristo di Fessenio per
+metterlo sú.
+
+FESSENIO. Tristo se' tu.
+
+POLINICO. Mi maravigliavo che tu non volassi a turbar l'opere bone.
+
+FESSENIO. Adonque io non turberò le tua.
+
+POLINICO. Nulla è peggio che vedere la vita de' savi dependere dal
+parlare de' matti.
+
+FESSENIO. Piú saviamente l'ho consigliato io sempre che tu fatto non
+hai.
+
+POLINICO. Non puole essere superiore di consigli chi è inferiore di
+costumi. Non te ho prima cognosciuto, Fessenio, perché non t'arei tanto
+laudato a Lidio.
+
+FESSENIO. Avevo forse bisogno di tuo favore io, ah?
+
+POLINICO. Conosco ora essere ben vero che, in laudare altrui, spesso
+resta l'omo ingannato; in biasmarlo, non mai.
+
+FESSENIO. Tu stesso mostri la vanitá tua poi che laudavi chi non
+conoscevi. So io bene che, in parlare di te, non mi sono ingannato mai.
+
+POLINICO. Donque hai tu detto mal di me?
+
+FESSENIO. Tu stesso il di'.
+
+POLINICO. Pazienzia! Non intendo quistionar teco, ché saria uno gridare
+co' tuoni.
+
+FESSENIO. El fai perché non hai ragion meco.
+
+POLINICO. El fo per non usare altro che parole.
+
+FESSENIO. E che potresti tu mai farmi in cent'anni?
+
+POLINICO. El vederesti. E cosí, cosí...
+
+FESSENIO. Non stuzzicar, quando fumma el naso de l'orso.
+
+POLINICO. Deh! deh! Orsú! Non voglio con un servo...
+
+LIDIO. Orsú! Fessenio, non piú.
+
+FESSENIO. Non minacciare: ché, benché io sia vil servo, anco la mosca ha
+la sua collora; e non è sí picciol pelo che non abbi l'ombra sua,
+intendi?
+
+LIDIO. Taci, Fessenio.
+
+POLINICO. Lassami seguire con Lidio, se ti piace.
+
+FESSENIO. E dá del buon per la pace.
+
+POLINICO. Ascolta, Lidio. Sappi che Dio ci ha fatto due orecchi per
+udire assai.
+
+FESSENIO. Ed una sol bocca per parlar poco.
+
+POLINICO. Non parlo teco. Ogni mal fresco agevolmente si leva; ma poi,
+invecchiato, non mai. Levati, dico, da questo tuo amore.
+
+LIDIO. Perché?
+
+POLINICO. Non ve arai mai se non tormenti.
+
+LIDIO. Perché?
+
+POLINICO. Oimè! Non sai tu che i compagni d'amore sono ira, odii,
+inimicizie, discordie, ruine, povertá, suspezione, inquietudine, morbi
+perniziosi nelli animi de' mortali? Fuggi amor; fuggi.
+
+LIDIO. Oimè! Polinico, non posso.
+
+POLINICO. Perché?
+
+FESSENIO. Per mal che Dio ti dia.
+
+LIDIO. Alla potenzia sua ogni cosa è suggetta. E non è maggior dolcezza
+che acquistare quel che si desidera in amore, senza il quale non è cosa
+alcuna perfetta né virtuosa né gentile.
+
+FESSENIO. Non si può dir meglio.
+
+POLINICO. Non è maggior vizio in un servo che l'adulazione. E tu lui
+ascolti? Lidio mio, attendi a me.
+
+FESSENIO. Sí che gli è delicata robba!
+
+POLINICO. Amore è simile al foco che, postovi sopra zolfo o altra trista
+cosa, amorba l'omo.
+
+LIDIO. E, postovi incenso, aloe ed ambra, fa pure odore da resuscitare
+morti.
+
+FESSENIO. Ah! ah! Col laccio che fece resta preso Polinico.
+
+POLINICO. Ritorna, Lidio, alle cose laudabili.
+
+FESSENIO. Laudabile è accomodarsi al tempo.
+
+POLINICO. Laudabile è quel che è buono ed onesto. Te annunzio ci
+capiterai male.
+
+FESSENIO. El profeta ha parlato.
+
+POLINICO. Ricordoti che l'animo virtuoso non si muove per cupiditá.
+
+FESSENIO. Né si leva per paura.
+
+POLINICO. Tu pur male fai. E sai che gli è grande arroganzia sprezzare i
+consigli de' savi.
+
+FESSENIO. Mentre che savio te intituli, matto ti battezzi perché tu pur
+sai che non è maggior pazzia che tentare quello che non può ottenersi.
+
+POLINICO. Egli è meglio perdere dicendo il vero che vincere con le
+bugie.
+
+FESSENIO. El vero dico io come tu. Ma non son giá un messer tutto-biasma
+come sei tu; che, per quattro cuius che tu hai, sí savio esser ti pare
+che credi che ogni altro, da te in fuora, sia una bestia. E non sei però
+Salamone; né consideri che una cosa al vecchio, una al giovane, una ne'
+pericoli e una nel riposo si conviene. Tu, che vecchio sei, la vita
+tieni che a lui ricordi. Lidio, che giovane è, lassa che le cose faccia
+da giovane. E tu al tempo ed a quel che piace a Lidio te accomoda.
+
+POLINICO. Egli è ben vero che un padrone quanti ha piú servi tanti piú
+ha inimici. Costui ti conduce alle forche. E, quando mai altro mal non
+te ne avvenga, ne arai sempre tu rimordimento ne l'animo perché e' non
+è supplizio piú grave che la conscienzia delli errori commessi. E però
+lassa costei, Lidio.
+
+LIDIO. Tanto lassar posso io costei quanto il corpo l'ombra.
+
+POLINICO. Anzi, meglio faresti tu ad odiarla che a lassarla.
+
+FESSENIO. Oh! oh! oh! Non puole il vitello e vuol che porti el bue!
+
+POLINICO. Ella lasserá ben presto te, come da altri fia ricercata; ché
+le femine sono mutabili.
+
+LIDIO. Oh! oh! oh! Non sono tutte d'una fatta.
+
+POLINICO. Non son giá d'una apparienzia; ma sono ben tutte d'una natura.
+
+LIDIO. Gran fallacia pigli.
+
+POLINICO. O Lidio, leva el lume, che i volti veder non si possino, non è
+una differenzia al mondo da l'una all'altra. E sappi che a donna non si
+può credere, etiam poi che è morta.
+
+FESSENIO. Costui fa meglio che or or non li ricordava.
+
+POLINICO. Che?
+
+FESSENIO. Te accommodi benissimo al tempo.
+
+POLINICO. Anzi, dico bene il vero a Lidio.
+
+FESSENIO. Piú sú sta mona luna!
+
+POLINICO. In fine, che vuo' tu inferire?
+
+FESSENIO. Voglio inferire che tu ti accommodi al viver d'oggi.
+
+POLINICO. In che modo?
+
+FESSENIO. Allo essere inimico delle donne, come è quasi ognuno in questa
+corte. E però ne dici male. E iniquamente fai.
+
+LIDIO. Dice il vero Fessenio, perché laudar non si può quel che tu hai
+detto di loro: per ciò che sono quanto refrigerio e quanto bene ha il
+mondo e sanza le quali noi siamo disutili, inetti, duri e simili alle
+bestie.
+
+FESSENIO. Che bisogna dir tanto? Non sappiam noi che le donne sono sí
+degne che oggi non è alcuno che non le vadi imitando e che volentieri,
+con l'animo e col corpo, femina non diventi?
+
+POLINICO. Altra risposta non voglio darvi.
+
+FESSENIO. Altro in contrario dir non sai.
+
+POLINICO. Ricordo a te, Lidio, che gli è sempre da tôr via l'occasione
+del male e di nuovo ti conforto che tu voglia, per tuo bene, levarti da
+questi vani innamoramenti.
+
+LIDIO. Polinico, e' non è cosa al mondo che manco riceva il consiglio o
+la operazione in contrario che lo amore; la cui natura è tale che piú
+tosto per se stesso consumar si può che per gli altrui ricordi tôrsi
+via. E però, se pensi levarmi dallo amore di costei, tu cerchi abracciar
+l'ombra e pigliare il vento con le reti.
+
+POLINICO. E questo ben mi pesa: perché, dove esser solevi piú trattabile
+che cera, or piú ruvido mi pari che la piú alta rovere che si trovi. E
+sai tu come ell'è? Io ne lasserò il pensiero a te. E sappi che tu ci
+capiterai male.
+
+LIDIO. Io nol credo. E se pur ciò fia, non m'hai tu nelle tue lezioni
+mostro che è gran laude morire in amore e che bel fin fa chi bene amando
+more?
+
+POLINICO. Orsú! Fa' pure a tuo modo e di questa bestia qui. Presto
+presto potresti cognoscere con tuo danno li effetti d'amore.
+
+FESSENIO. Fermati, o Polinico. Sai tu che effetti fa amore?
+
+POLINICO. Che? bestia!
+
+FESSENIO. Quelli del tartufo, che a' giovani fa rizzar la ventura e a'
+vecchi tirar coregge.
+
+LIDIO. Ah! ah! ah!
+
+POLINICO. Eh! Lidio, tu te ne ridi e sprezzi le parole mie? Piú non te
+ne parlo; e di te a te lasso il pensiero; e me ne vo.
+
+FESSENIO. Col mal anno. Hai tu visto come e' finge il buono? Come se noi
+non cognoscessimo questo ipocrito poltrone! che ci ha tutti turbati in
+modo che io né narrare né tu ascoltar potremo certa bella cosa di
+Calandro.
+
+LIDIO. Di', di'; ché con questa dolcezza leverem l'amaritudine che ci ha
+lassata Polinico.
+
+
+SCENA III
+
+LIDIO, FESSENIO servo.
+
+
+LIDIO. Or parla.
+
+FESSENIO. Calandro, marito di Fulvia tua amorosa e padrone mio
+posticcio, che castrone è e tu becco fai, mentre che tu, li dí passati,
+da donna vestito, Santilla chiamatoti, andato da Fulvia e tornato sei,
+credendo che tu donna sia, si è forte di te invaghito e pregatomi che io
+faccia sí che egli ottenga questa sua amorosa: la qual sei tu. Io ho
+finto averci fatta grande opera; gli ho data speranza di condurla, ancor
+oggi, alle voglie sue.
+
+LIDIO. Questa è ben cosa da ridere. Ah! ah! ah! Ed or mi ricordo che,
+l'altro dí, tornando io da Fulvia in abito di donna, mi venne drieto un
+pezzo; ma non pensai che fusse per innamoramento. Si vuol mandarla
+innanzi.
+
+FESSENIO. Ti servirò bene: lassa fare a me. Gli mostrerò di novo aver
+fatti miraculi per lui; e sta' sicuro, Lidio, che egli piú crederrá a me
+che io non dirò a lui. Gli do spesso ad intendere le piú scempie cose
+del mondo per ciò che gli è il piú sufficiente lavaceci che tu vedessi
+mai. Potrei mille sua castronarie raccontarti; ma, acciò che io non vada
+ogni particularitá narrandoti, egli ha in sé sí profonde sciocchezze
+che, se una sola di quelle fusse in Salamone, in Aristotele o in Seneca,
+averebben forza di guastare ogni lor senno, ogni lor sapienzia. E quello
+che sommamente mi fa ridere delli fatti suoi è che gli pare essere sí
+bello e sí piacevole che e' s'avisa che quante lo vedeno subito se
+innamorino di lui, come se altro piú bel fante di lui non si trovasse in
+questa terra. In fine, come il vulgo usa dire, se mangiasse fieno,
+sarebbe un bue; perché poco meglio è che Martino da Amelia o Giovan
+Manente. Onde facil ci fia, in questo suo amorazzo, condurlo a quel che
+noi piú vorremo.
+
+LIDIO. Ah! ah! ah! Io sono per morir delle risa. Ma dimmi: credendo esso
+che io sia femina, e maschio essendo, quando esso fia da me, come anderá
+la cosa?
+
+FESSENIO. Lassa pur questa cura a me, ché tutto ben si condurrá. Ma oh!
+oh! oh! Vedilo lá. Va' via, ché teco non mi veda.
+
+
+SCENA IV
+
+CALANDRO, FESSENIO servo.
+
+
+CALANDRO. Fessenio!
+
+FESSENIO. Chi mi chiama? Oh padrone!
+
+CALANDRO. Or be', dimmi: che è di Santilla mia?
+
+FESSENIO. Di' tu quel che è di Santilla?
+
+CALANDRO. Sí.
+
+FESSENIO. Non lo so bene. Pur io credo che di Santilla sia quella veste,
+la camicia che l'ha indosso, el grembiule, i guanti e le pianelle
+ancora.
+
+CALANDRO. Che pianelle? che guanti? Imbriaco! Ti domandai, non di quello
+che è suo, ma come la stava.
+
+FESSENIO. Ah! ah! ah! Come la stava vuoi saper tu?
+
+CALANDRO. Messer sí.
+
+FESSENIO. Quando poco fa la vidi, ella stava ... aspetta! a sedere con
+la mano al volto; e, parlando io di te, intenta ascoltandomi, teneva gli
+occhi e la bocca aperta, con un poco di quella sua linguetta fuora,
+cosí.
+
+CALANDRO. Tu m'hai risposto tanto a proposito quanto voglio. Ma lassiamo
+ire. Donque l'ascolta volentieri, eh?
+
+FESSENIO. Come «ascolta»? Io l'ho giá acconcia in modo che fra poche ore
+tu arai lo attento tuo. Vuoi altro?
+
+CALANDRO. Fessenio mio, buon per te.
+
+FESSENIO. Cosí spero.
+
+CALANDRO. Certo. Fessenio, aiutami; ch'io sto male.
+
+FESSENIO. Oimè, padrone! Hai la febbre? Mostra.
+
+CALANDRO. No. Oh! oh! Che febbre? Bufalo! Dico che Santilla m'ha concio
+male.
+
+FESSENIO. T'ha battuto?
+
+CALANDRO. Oh! oh! oh! Tu se' grosso! Dico ch'ella m'ha inamorato forte.
+
+FESSENIO. Be', presto sarai da lei.
+
+CALANDRO. Andiamo dunque da lei.
+
+FESSENIO. Ci sono ancora di mali passi.
+
+CALANDRO. Non ci perder tempo.
+
+FESSENIO. Non dormirò.
+
+CALANDRO. Fallo.
+
+FESSENIO. El vedrai: ché or ora sarò qui con la risposta. Addio. Guarda
+lo gentile innamorato! Bel caso! Ah! ah! ah! D'un medesimo amante son
+morti la moglie e il marito. Oh! oh! oh! Vedi Samia serva di Fulvia che
+esce di casa. Alterata parmi; trama c'è. Ed essa sa il tutto. Da lei
+saperrò quel che in casa si fa.
+
+
+SCENA V
+
+FESSENIO servo, SAMIA serva.
+
+
+FESSENIO. Samia! o Samia! Aspetta, Samia.
+
+SAMIA. Oh! oh! Fessenio!
+
+FESSENIO. Che si fa in casa?
+
+SAMIA. A fé, non bene per la padrona.
+
+FESSENIO. Che c'è?
+
+SAMIA. La sta fresca.
+
+FESSENIO. Che ha?
+
+SAMIA. Non mel far dire.
+
+FESSENIO. Che?
+
+SAMIA. Troppa...
+
+FESSENIO. Troppa che?
+
+SAMIA. ... rabbia di...
+
+FESSENIO. Rabbia di che?
+
+SAMIA. ... trastullarsi con Lidio suo. Ha' lo inteso mò?
+
+FESSENIO. Oh! Questo sapevo io come tu.
+
+SAMIA. Tu non sai giá un'altra cosa.
+
+FESSENIO. Che?
+
+SAMIA. Che la mi manda a uno che fará fare a Lidio ciò che la vuole.
+
+FESSENIO. In che modo?
+
+SAMIA. Per via di canti.
+
+FESSENIO. Di canti?
+
+SAMIA. Messer sí.
+
+FESSENIO. E chi sará questo musico?
+
+SAMIA. Che vuoi tu fare di musico? Dico che vo a uno che lo fará amare,
+se crepasse.
+
+FESSENIO. Chi è costui?
+
+SAMIA. Ruffo negromante, che fa ciò che vuole.
+
+FESSENIO. Come cosí?
+
+SAMIA. Ha uno spirito favellario.
+
+FESSENIO. Familiare, vuoi dir tu.
+
+SAMIA. Non so ben dir queste parole. Basta che ben saprò dirgli che
+venga a madonna. Fatti con Dio. Vedi, olá! non ne parlare.
+
+FESSENIO. Non dubitare. Addio.
+
+
+SCENA VI
+
+SAMIA serva, RUFFO negromante.
+
+
+SAMIA. Egli è ancor sí buon'ora che Ruffo non sará ancor tornato a
+desinare. Meglio è guardare se in piazza fusse. Ed oh! oh! oh! ventura!
+Vedilo che va in lá. O Ruffo! o Ruffo! Non odi, Ruffo?
+
+RUFFO. Io pur mi volto né vedo chi mi chiama.
+
+SAMIA. Aspetta!
+
+RUFFO. Chi è costei?
+
+SAMIA. M'hai fatta tutta sudare.
+
+RUFFO. Be', che vuoi?
+
+SAMIA. La padrona mia ti prega che or ora tu vadi da lei.
+
+RUFFO. Chi è la padrona tua?
+
+SAMIA. Fulvia.
+
+RUFFO. Donna di Calandro?
+
+SAMIA. Quella, sí.
+
+RUFFO. Che vuol da me?
+
+SAMIA. Ella tel dirá.
+
+RUFFO. Non sta lá su la piazza?
+
+SAMIA. Ci son due passi. Andianne.
+
+RUFFO. Vattene innanzi ed io drieto a te ne vengo. Sarebbe mai costei
+nel numero dell'altre scempie a credere che io sia negromante e abbia
+quello spirito che molte sciocche dicano? Non posso errare ad intendere
+quel che la vuole. Ed in casa sua me n'entro prima che qui arrivi colui
+che in qua viene.
+
+
+SCENA VII
+
+FESSENIO servo, CALANDRO.
+
+
+FESSENIO. Or vedo ben che ancor li dèi hanno, come li mortali, del
+buffone. Ecco, Amore, che suole inviscare solo i cori gentili, s'è in
+Calandro pecora posto, che da lui non si parte; che ben mostra Cupido
+aver poca faccenda poi che entra in sí egregio babuasso. Ma il fa perché
+costui sia tra gli amanti come l'asino tra le scimie. E forse che non
+l'ha messo in bone mane? Ma la piuma è cascata nella pania.
+
+CALANDRO. O Fessenio! Fessenio!
+
+FESSENIO. Chi mi chiama? Oh padrone!
+
+CALANDRO. Hai tu vista Santilla?
+
+FESSENIO. Ho.
+
+CALANDRO. Che te ne pare?
+
+FESSENIO. Tu hai gusto. In fine, io credo che 'l fatto suo sia la piú
+sollazzevol cosa che si trovi in Maremma. Fa' ogni cosa per ottenerla.
+
+CALANDRO. Io l'arò, se io dovessi andar nudo e scalzo.
+
+FESSENIO. Imparate, amanti, questi bei detti.
+
+CALANDRO. Se io l'ho mai, tutta me la mangerò.
+
+FESSENIO. Mangiare? Ah! ah! Calandro, pietá di lei. Le fiere l'altre
+fiere mangiano; non gli omini le donne. Egli è ben vero che la donna si
+beve, non si mangia.
+
+CALANDRO. Come! si beve?
+
+FESSENIO. Si beve, sí.
+
+CALANDRO. O in che modo?
+
+FESSENIO. Nol sai?
+
+CALANDRO. Non certo.
+
+FESSENIO. Oh! Gran peccato che un tanto omo non sappi bere le donne!
+
+CALANDRO. Deh! insegnami.
+
+FESSENIO. Dirotti. Quando la baci, non la succi tu?
+
+CALANDRO. Sí.
+
+FESSENIO. E quando si beve, non si succia?
+
+CALANDRO. Sí.
+
+FESSENIO. Be'! Allora che, basciando, succi una donna, tu te la bevi.
+
+CALANDRO. Parmi che sia cosí. Madesine! Ma pure io non mi ho mai beuto
+Fulvia mia; e pure baciata l'ho mille volte.
+
+FESSENIO. Oh! oh! oh! Tu non l'hai bevuta perché ancora essa ha baciato
+te e tanto di te ha succiato quanto tu di lei: per il che tu beuto lei
+non hai né ella te.
+
+CALANDRO. Or vedo ben, Fessenio, che tu sei piú dotto che Orlando,
+perché per certo cosí è; ché io non baciai mai lei che ella non baciassi
+me.
+
+FESSENIO. Oh! vedi tu se io il vero te dico?
+
+CALANDRO. Ma dimmi: una spagnuola, che sempre mi baciava le mani, perché
+se le voleva ella bere?
+
+FESSENIO. Bel secreto! Le spagnuole bacian le mani, non per amore che le
+ti portino né per bersi le mani, no; ma per succiarsi li anelli che si
+portano in dito.
+
+CALANDRO. O Fessenio, Fessenio, tu sai piú secreti delle donne...
+
+FESSENIO. Massime quelli della tua.
+
+CALANDRO. ... che un architetto.
+
+FESSENIO. To' lá! Architetto, ah?
+
+CALANDRO. Due anelli mi bevve quella spagnuola. Or io fo ben voto a Dio
+che io m'arò ben l'occhio di non esser beuto.
+
+FESSENIO. E tu savio.
+
+CALANDRO. Nissuna mi bacerá giá mai che lei non baci.
+
+FESSENIO. Calandro, abbivi avvertenza; perché, se una ti bevesse il
+naso, una gota o un occhio, tu resteresti il piú brutto omo del mondo.
+
+CALANDRO. Ci arò ben cura. Ma fa' pur che io abbi in braccio Santilla
+mia.
+
+FESSENIO. Lassa fare a me. Voglio ire ad ultimare in un tratto la cosa.
+
+CALANDRO. Cosí fa'. Ma presto.
+
+FESSENIO. Non ho se none andar lá; da qua ad un poco, tornerò a te con
+la conclusione.
+
+
+SCENA VIII
+
+RUFFO solo.
+
+
+Non deve l'omo mai disperarsi perché spesso vengano le venture quando
+altri non l'aspetta. Costei, come io pensai, crede che io abbi uno
+spirito. Ed, essendo fieramente d'un giovane accesa ed altro rimedio non
+giovandoli, al mio ricorre, pregandomi che io lo stringa andare da lei,
+di giorno, in forma di donna, promettendomi denari assai se io ne la
+contento: che credo di sí, per ciò che lo amante è un Lidio greco, amico
+e cognoscente mio per essere d'un medesimo paese che sono io; ed è anco
+mio amico Fannio suo servo. Però spero condurre la cosa in paro. A
+costei non ho promessa cosa certa, se prima con questo Lidio non parlo.
+La ventura ci piove in grembo, se ella fia presa da Lidio come da me.
+Orsú! A casa di Perillo mercante fiorentino, ove sta Lidio, me ne vo;
+ed, essendo ora di pranzo, forse in casa il troverrò.
+
+
+
+
+ATTO II
+
+
+SCENA I
+
+LIDIO femina, FANNIO servo e la NUTRICE.
+
+
+LIDIO femina. Assai è manifesto quanto sia miglior la fortuna degli
+uomini che quella delle donne. Ed io piú che l'altre l'ho per prova
+cognosciuto: per ciò che, da quel giorno in qua che Modon nostra patria
+fu arsa da' turchi, avendo sempre io vestito da maschio e Lidio
+chiamatomi (che cosí nome avea el mio suavissimo fratello), credendosi
+sempre ognun che io maschio sia, ho trovato venture tali che ben ne son
+stati li fatti nostri; ove che, se io nel vestire e nel nome mi fussi
+mostro essere donna, come sono in fatto, né il turco di cui eravamo
+schiavi ce aria venduti né forse Perillo riscossici, se saputo avesse
+che io femina fusse, onde in miserabil servitú sempre ci conveniva
+stare. Ed io or vi dico che, quando fussi maschio come son femina,
+sempre in tranquillo stato ci viveremmo: per ciò che, credendosi
+Perillo, come sapete, che io maschio sia, e fidelissimo nelli affari
+suoi avendomi trovato sempre, me ama tanto che vuol darmi per moglie
+Verginia unica figliuola sua e di tutti gli beni suoi farla erede. E,
+dicendomi el nipote che Perillo vuol, doman o l'altro, io la sposi, per
+conferire la cosa con voi, mia nutrice, e teco, Fannio mio servo, fuora
+di casa me ne sono venuta; e piena di tanto travaglio quanto io ben
+sento e voi pensar potete. E non so se...
+
+FANNIO. Taci, oimè! taci; a fin che costei, che afflitta verso noi
+viene, non attinga quel che parliamo.
+
+
+SCENA II
+
+SAMIA serva, LIDIO femina, FANNIO.
+
+
+SAMIA. Te so dir che l'ha ne l'ossa! Dice aver visto Lidio suo dalle
+finestre e mandami a favellarli. Tirandol da parte, li parlerò. Bona
+vita, messer.
+
+LIDIO femina. Ben venga.
+
+SAMIA. Due parole.
+
+LIDIO femina. Chi sei tu?
+
+SAMIA. Mi domandi chi sono?
+
+LIDIO femina. Cerco quel ch'io non so.
+
+SAMIA. El saperrai ora.
+
+LIDIO femina. Che vuoi?
+
+SAMIA. La padrona mia ti prega che tu voglia amarla come lei fa te e,
+quando ti piaccia, venire da lei.
+
+LIDIO femina. Non intendo. Chi è la padrona tua?
+
+SAMIA. Eh! Lidio, tu vuoi straziarmi, sí?
+
+LIDIO femina. Straziar vuoi tu me.
+
+SAMIA. Laudato sia Dio poi che tu non sai chi è Fulvia né me conosci.
+Orsú! sú! Che vuo' tu che io le dica?
+
+LIDIO femina. Buona donna, se altro non mi di', altro non te rispondo.
+
+SAMIA. Fingi non intendere, eh?
+
+LIDIO femina. Io non te intendo né ti conosco e manco d'intenderti e
+conoscerti mi curo. Va' in pace.
+
+SAMIA. Discretamente fai, certo. Alla croce di Dio, che io glie ne dirò
+bene.
+
+LIDIO femina. Dilli ciò che tu vuoi, pur che dinanzi mi ti levi in la
+tua mal'ora e sua.
+
+SAMIA. Va' pur lá. Ci starai se crepassi, greco taccagno, ché la mi
+manda al negromante. Ma, se cosí risponde lo spirito, trionfa Fulvia.
+
+LIDIO femina. Misera e trista la fortuna di noi donne! E queste cose
+inanzi mi si parano perché io tanto piú cognosca e pianga il danno del
+mio esser donna.
+
+FANNIO. Io arei pure voluto intendere il tutto da costei; ché nocer non
+potea.
+
+LIDIO femina. La cura piú grave tutte l'altre scaccia. Pur, se piú mi
+parlasse, piú grato me le mostrerrei.
+
+FANNIO. Io cognosco costei.
+
+LIDIO femina. Chi è?
+
+FANNIO. Samia serva di Fulvia gentildonna romana.
+
+LIDIO femina. Oh! oh! oh! Anch'io la cognosco, ora. Pazienzia! Ella ben
+nominò Fulvia.
+
+
+SCENA III
+
+LIDIO femina, FANNIO servo, RUFFO negromante.
+
+
+RUFFO. Oh! oh! oh!
+
+LIDIO femina. Che voce è quella?
+
+RUFFO. Vi sono andato cercando un pezzo.
+
+FANNIO. Addio, Ruffo. Che c'è?
+
+RUFFO. Buono.
+
+FANNIO. Che?
+
+RUFFO. Or lo saperrete.
+
+LIDIO femina. Aspetta, Ruffo. Odi, Tiresia. A casa te ne va' e vedi quel
+che fa Perillo nostro padrone circa al fatto di queste nozze mie; e,
+quando verrá lá Fannio, mandami per lui a raguagliare quello che vi si
+fa perché intendo oggi non lassarmi trovare per vedere se in me
+verificar si potesse quel che il vulgo dice: «Chi ha tempo ha vita». Va'
+via. Or di' tu, Ruffo, quel buon che ci porti.
+
+RUFFO. Benché novellamente vi cognoschi, pur molto vi amo, sendo tutti
+d'un paese; e li cieli occasion ce dánno che insieme ce intendiamo.
+
+LIDIO femina. Certo, da noi amato sei e teco sempre ce intenderemo
+volentieri. Ma che ce di' tu?
+
+RUFFO. Dirò brevemente. Udite. Una donna, di te, Lidio, innamorata,
+cerca che tu suo sia come ella è tua e dice che, non giovandoli altro
+mezzo, al mio ricorre. E la causa per che essa de l'opera mia mi
+richiede è perché, buttando de figure e punti e avendo pure ben la
+chiromanzia, tra le donne, che credule sono, ho fama d'essere un nobil
+negromante; e tengan per certo che io abbia uno spirito col quale elle
+s'avvisano che io faccia e disfaccia ciò che voglio. Il che io
+volentieri consento per ciò che spesso grandissimo utile e talor di
+belli piaceri con queste semplicette ne traggo: come si fará ora con
+costei, se savio sarai; però ch'ella vuole che io ti costringa andar da
+lei ed io, pensando teco intendermi, glie n'ho data qualche speranza. Se
+tu or vorrai, ricchi insieme diventeremo e tu di lei diletto trar
+potrai.
+
+LIDIO femina. Ruffo, in queste cose assai fraude intendo si fanno ed io,
+inesperto, facilmente potria esserci gabbato. Ma, fidandomi di te che
+sei il mezzano, non me ne discosterò allora che delibererò di farlo. Ci
+penseremo Fannio ed io. Ma dimmi: chi è costei?
+
+RUFFO. Una detta Fulvia, ricca, nobile e bella.
+
+FANNIO. Oh! oh! oh! La padrona di colei che or ora ti parlò.
+
+LIDIO femina. Vero dici.
+
+RUFFO. Come! La serva sua t'ha parlato?
+
+LIDIO femina. Or ora.
+
+RUFFO. E che le rispondesti?
+
+LIDIO femina. Me la levai dinanzi con villane parole.
+
+RUFFO. Non fu fuor di proposito. Ma, se piú ti parla, mostratele piú
+piacevole, se alla cosa attender vorremo.
+
+LIDIO femina. Cosí si fará.
+
+FANNIO. Dimmi, Ruffo: quando aría Lidio ad esser con lei?
+
+RUFFO. Quanto piú presto, meglio.
+
+FANNIO. A che ora?
+
+RUFFO. Di giorno.
+
+LIDIO femina. Oh! io saria visto.
+
+RUFFO. Vero. Ma la vole che lo spirito ti costringa andarvi in forma di
+donna.
+
+FANNIO. E che vuol far di lui, se la pensa lo spirito lo converta in
+donna?
+
+RUFFO. Penso volessi dire in abito, non in forma di donna. Pur ella cosí
+disse.
+
+LIDIO femina. È bella trama: hai tu notato, Fannio?
+
+FANNIO. Benissimo. E piacemi assai.
+
+RUFFO. Be', volete darli effetto?
+
+LIDIO femina. Da qua ad un poco te ne diremo l'animo nostro.
+
+RUFFO. Ove ci troverremo?
+
+FANNIO. Qui.
+
+LIDIO femina. E chi prima arriva l'altro aspetti.
+
+RUFFO. Ben di'. Addio.
+
+
+SCENA IV
+
+FANNIO servo, LIDIO femina.
+
+
+FANNIO. Li cieli ci porgono occasione conforme al pensier tuo di non te
+lassare trovare oggi, con ciò sia che, andando tu da costei, Iove non ti
+troverrebbe. Ed oltra di questo, scoprendola tu puttana, spesso da lei
+beccherai danari per pagarti il silenzio tuo a non parlarne. Oltra
+questo, è cosa da crepar delle risa. Tu donna sei; ella in forma di
+donna te adomanda; da lei anderai. Al provar quel che cerca, troverrá
+quel che non vuole.
+
+LIDIO femina. Vogliam farlo?
+
+FANNIO. Per altro nol dico.
+
+LIDIO femina. Be'. Va' a casa, intendi quel che vi si fa e trova li
+panni per vestirci. E me troverrai nella bottega di Franzino e
+risolveremo Ruffo al sí.
+
+FANNIO. Levati ancor tu di qui, perché colui che lá appare essere potria
+uno che Perillo mandasse per te.
+
+LIDIO femina. Non è de' nostri. Pur tu hai ben detto.
+
+
+SCENA V
+
+FESSENIO servo, FULVIA.
+
+
+FESSENIO. Voglio andare un poco da Fulvia, ché comparita su l'uscio la
+vedo, e mostrarle che Lidio vuol partirsi per vedere come se ne risente.
+
+FULVIA. Ben venga, Fessenio caro. Dimmi: che è di Lidio mio?
+
+FESSENIO. Non mi pare quel desso.
+
+FULVIA. Eimè! Di' sú: che ha?
+
+FESSENIO. Sta pure in fantasia di partirsi per cercare Santilla sua
+sorella.
+
+FULVIA. Eh lassa a me! Vuol partirsi?
+
+FESSENIO. Ve è vòlto, in fine.
+
+FULVIA. Fessenio mio, se tu vuoi l'util tuo, se tu ami il ben di Lidio,
+se tu stimi la salute mia, trovalo, persuadilo, pregalo, stringilo,
+suplicalo che per questo non si parta, perché io farò per tutta Italia
+cercar di lei; e, se avvien che si ritrovi, da mò, Fessenio mio, come
+t'ho detto altre fiate, li do la fede mia che io la darò per moglie a
+Flaminio mio unico figliuolo.
+
+FESSENIO. Vuoi che cosí gli prometta?
+
+FULVIA. Cosí ti giuro e cosí mi obligo.
+
+FESSENIO. Son certo che volentieri l'udirá perché è cosa da piacergli.
+
+FULVIA. Spacciata sono, se tu con lui non mi aiuti. Pregalo che salvi
+questa vita che è sua.
+
+FESSENIO. Farò quanto mi commetti; e per servirti vo a trovarlo a casa
+ove ora si trova.
+
+FULVIA. Non men farai per te, Fessenio mio, che per me. Addio.
+
+FESSENIO. Costei sta come pò; e, per Dio, ormai è d'aver compassione di
+lei. Fia bene che Lidio oggi, da donna vestito, come suole, venga da
+lei. E cosí fará perché non meno lo desidera che costei. Ma far prima
+bisogna la cosa di Calandro. Ed eccolo che giá torna. Dirogli avere
+ultimato il fatto suo.
+
+
+SCENA VI
+
+FESSENIO servo, CALANDRO.
+
+
+FESSENIO. Salve, padron, che ben salvo sei da che la salute ti porto.
+Dammi la mano.
+
+CALANDRO. La mano e i piedi.
+
+FESSENIO. Parti che i pronti detti gli sdrucciolino di bocca?
+
+CALANDRO. Che c'è?
+
+FESSENIO. Che, ah? El mondo è tuo; felice sei.
+
+CALANDRO. Che mi porti?
+
+FESSENIO. Santilla tua ti porto, che piú te ama che tu non ami lei e di
+esser teco piú brama che tu non brami; perché gli ho detto quanto tu se'
+liberale, bello e savio. Uh! uh! uh! Tal che la vuol, in fine, ciò che
+tu vuoi. Odi, padrone. Ella non sentí prima nominarti che io la viddi
+tutta accesa de l'amor tuo. Or sarai ben, tu, felice.
+
+CALANDRO. Tu di' il vero. E' mi par mille anni succiar quelle labra
+vermigliuzze e quelle gote vino e ricotta.
+
+FESSENIO. Buono! Volse dir sangue e latte.
+
+CALANDRO. Ahi, Fessenio! Imperator ti faccio.
+
+FESSENIO. Con che grazia l'amico accatta grazia!
+
+CALANDRO. Or andianne da lei.
+
+FESSENIO. Come da lei? E che? pensi tu ch'ella sia di bordello? Andar vi
+ti bisogna con ordine.
+
+CALANDRO. E come vi si anderá?
+
+FESSENIO. Coi piedi.
+
+CALANDRO. So bene. Ma dico: in che modo?
+
+FESSENIO. Hai a sapere che, se tu palesemente vi andasse, saresti visto.
+E però sono rimasto con lei, perché tu scoperto non sia e perché ella
+vituperata non resti, che tu in un forziero entri e, portato in camera
+sua, insieme quel piacere prendiate che vorrete tutti a due.
+
+CALANDRO. Vedi che io non v'andrò coi piedi come dicevi.
+
+FESSENIO. Ah! ah! ah! accorto amante! Tu di' il vero, in fine.
+
+CALANDRO. Non durerò fatica, non è vero, Fessenio?
+
+FESSENIO. Non, moccicon mio, no.
+
+CALANDRO. Dimmi: il forziero sará sí grande che io possa entrarvi tutto?
+
+FESSENIO. Mò che importa questo? Se non vi entrerai intero, ti farem di
+pezzi.
+
+CALANDRO. Come di pezzi?
+
+FESSENIO. Di pezzi, sí!
+
+CALANDRO. Oh! come?
+
+FESSENIO. Benissimo.
+
+CALANDRO. Di'.
+
+FESSENIO. Nol sai?
+
+CALANDRO. Non, per questa croce.
+
+FESSENIO. Se tu avesse navigato, il saperresti: perché aresti visto
+spesso che, volendo mettere in una piccola barca le centinara delle
+persone, non vi enterriano se non si scommettesse a chi le mani, a chi
+le braccia e a chi le gambe secondo il bisogno; e, cosí stivate, come
+l'altre mercanzie, a suolo a suolo, si acconciano sí che tengano poco
+loco.
+
+CALANDRO. E poi?
+
+FESSENIO. Poi, arrivati in porto, chi vuol si piglia e rinchiava il
+membro suo. E spesso anco avviene che, per inavvertenzia o per malizia,
+l'uno piglia el membro dell'altro e sel mette ove piú gli piace; e
+talvolta non gli torna bene perché toglie un membro piú grosso che non
+gli bisogna o una gamba piú corta della sua, onde ne diventa poi zoppo o
+sproporzionato, intendi?
+
+CALANDRO. Sí, certo. In buona fé, mi guarderò bene io che non mi sia nel
+forziero scambiato il membro mio.
+
+FESSENIO. Se tu a te medesimo non lo scambi, altro certo non te lo
+scambierá, andando tu solo in nel forziero: nel quale quando tu intero
+non cappia, dico che, come quelli che vanno in nave, ti potremo
+scommettere almen le gambe; con ciò sia che, avendo tu ad essere
+portato, tu non hai adoprarle.
+
+CALANDRO. E dove si scommette l'omo?
+
+FESSENIO. In tutti e' luoghi ove tu vedi svolgersi: come qui, qui, qui,
+qui... Vuo' lo sapere?
+
+CALANDRO. Te ne prego.
+
+FESSENIO. Tel mosterrò in un tratto, perché è facil cosa e si fa con un
+poco d'incanto. Dirai come dico io; ma in voce summissa, per ciò che,
+come tu punto gridasse, tutto si guasteria.
+
+CALANDRO. Non dubitare.
+
+FESSENIO. Proviamo, per ora, alla mano. Da' qua. E di' cosí:
+Ambracullac.
+
+CALANDRO. Anculabrac.
+
+FESSENIO. Tu hai fallito. Di' cosí: Ambracullac.
+
+CALANDRO. Alabracuc.
+
+FESSENIO. Peggio! Ambracullac.
+
+CALANDRO. Alucambrac.
+
+FESSENIO. Oimè! oimè! Or di' cosí: Am...
+
+CALANDRO. Am...
+
+FESSENIO. ... bra...
+
+CALANDRO. ... bra...
+
+FESSENIO. ... cul...
+
+CALANDRO. ... cul...
+
+FESSENIO. ... lac...
+
+CALANDRO. ... lac...
+
+FESSENIO. Bu...
+
+CALANDRO. Bu...
+
+FESSENIO. ... fo...
+
+CALANDRO. ... fo...
+
+FESSENIO. ... la...
+
+CALANDRO. ... la...
+
+FESSENIO. ... ccio...
+
+CALANDRO. ... ccio...
+
+FESSENIO. ... or...
+
+CALANDRO. ... or...
+
+FESSENIO. ... te la...
+
+CALANDRO. ... te la...
+
+FESSENIO. ... do.
+
+CALANDRO. Oh! oh! oh! ohi! ohi! oimè!
+
+FESSENIO. Tu guasteresti il mondo. Oh che maladetta sia tanta
+smemorataggine e si poca pazienzia! Ma, potta del cielo, non ti dissi
+pure ora che tu non dovevi gridare? Hai guasto lo 'ncanto.
+
+CALANDRO. El braccio hai tu guasto a me.
+
+FESSENIO. Non ti puoi piú scommetter, sai?
+
+CALANDRO. Come farò, dunque?
+
+FESSENIO. Torrò, in fine, forziero sí grande che vi entrerai intero.
+
+CALANDRO. Oh! cosí sí. Va' e trovalo in modo che io non mi abbia a
+scommettere, per l'amor di Dio! perché questo braccio m'amazza.
+
+FESSENIO. Cosí farò in un tratto.
+
+CALANDRO. Io anderò in mercato, e tornerò qui subito.
+
+FESSENIO. Ben di'. Addio. Sará or ben ch'i' trovi Lidio e seco ordini
+questa cosa della quale ci fia da ridere tutto questo anno. Or vo via
+sanza parlare altrimenti a Samia che lá su l'uscio veggo borbottare da
+sé.
+
+
+SCENA VII
+
+SAMIA serva, FULVIA.
+
+
+SAMIA. Come va il mondo! Non è ancora un mese passato che Lidio, della
+mia padrona ardendo, voleva ad ogni ora esser seco; e poi che vidde lei
+bene accesa di lui, la stima quanto il fango. E, se a questa cosa
+remedio non si pone, certo Fulvia ci fará drento error di sorte che
+tutta la cittá ne sará piena. E ho fantasia che li fratelli di Calandro,
+fin da mò, alcuna cosa non abbino spiato, perché altro non stima, altro
+non pensa e d'altro non ragiona che di Lidio. Bene è vero che chi ha
+amore in seno sempre ha li sproni al fianco. Or voglia il cielo che a
+bene ne esca.
+
+FULVIA. Samia!
+
+SAMIA. Odila che di sopra mi chiama. Ará dalle finestre visto Lidio, ché
+lá lo vedo parlare con non so chi. O forse vorrá rimandarmi a Ruffo.
+
+FULVIA. Saaamia!
+
+SAMIA. Veeengo.
+
+
+SCENA VIII
+
+LIDIO femina, FANNIO servo.
+
+
+LIDIO femina. Cosí t'ha detto Tiresia?
+
+FANNIO. Sí.
+
+LIDIO femina. E del parentado mio come di cosa conclusa si parla in
+casa?
+
+FANNIO. Cosí sta.
+
+LIDIO femina. E Virginia ne è lieta?
+
+FANNIO. Non cape in sé.
+
+LIDIO femina. E si preparano le nozze?
+
+FANNIO. Tutta la casa è in faccende.
+
+LIDIO femina. E credeno che io ne sia contenta?
+
+FANNIO. Lo tengano per fermo.
+
+LIDIO femina. Oh infelice Santilla! Quel che ad altri giova solo a me
+nuoce. Le amorevolezze di Perillo e della moglie verso me mi sono
+acutissimi strali per non poter fare el desiderio loro né quel che
+sarebbe il ben mio. Deh! me avesse Dio dato per luce tenebre, per vita
+morte e per cuna sepultura allor che io del materno ventre uscii; da
+che, in quel punto che io nacqui, morir dovea la ventura mia. Oh sanza
+fin beato, fratello dulcissimo, se, come io credo, nella patria morto
+restasti! Or che farò io, meschina Santilla? ché cosí omai chiamar mi
+posso, e non piú Lidio. Femina sono, e conviemmi esser marito! Se io
+sposo costei, subito cognoscerá che io femina e non maschio sono; e, da
+me scornati, el padre e la madre e la figlia porriano farmi uccidere.
+Negar di sposarla non posso; e, se pur niego di farlo, sdegnati, a casa
+maladetta me ne manderanno. Se paleso esser femina, io medesima a me
+stessa fo il danno. Tener cosí la cosa piú non posso. Misera a me! ché,
+da uno lato, ho il precipizio; da l'altro, e' lupi.
+
+FANNIO. Non te disperare, ché forse e' cieli non te abbandoneranno. A me
+par che si segua el parer tuo di non te lassar trovare oggi da Perillo;
+e lo andare da colei viene a proposito; e io li panni da donna, per
+vestirti, ho in ordine. Chi scampa d'un punto ne schiva mille.
+
+LIDIO femina. Ogni cosa farò. Ma dove è quel Ruffo?
+
+FANNIO. Rimanemo che chi prima arrivava l'altro aspettassi.
+
+LIDIO femina. Meglio è che Ruffo aspetti noi. Leviamoci di qui, perché
+colui che è lá non ci veda, se fusse alcuno che per ordine di Perillo me
+cercasse: se ben de' sua non mi pare.
+
+
+SCENA IX
+
+FESSENIO servo, CALANDRO.
+
+
+FESSENIO. Non potria meglio esser ordinata la cosa. Lidio da donna si
+veste e in la sua camera terrena Calandro aspetta e da fanciulla
+galantissima se gli mosterrá. Poi, al far quella novella, chiuse le
+finestre, una scanfarda a canto se gli metterá: attento che di sí grossa
+pasta è il gocciolone che l'asino dal rosignolo non discerneria. Vedilo
+che ne viene tutto allegro. Contentiti el ciel, padrone.
+
+CALANDRO. E te, Fessenio mio. È in ordine il forzieri?
+
+FESSENIO. Tutto. E vi starai drento sanza snodarti pure un capello, pur
+che bene vi ti acconci drento.
+
+CALANDRO. Meglio del mondo! Ma dimmi una cosa ch'io non so.
+
+FESSENIO. Che?
+
+CALANDRO. Arò io a stare nel forziero desto o adormentato?
+
+FESSENIO. Oh salatissimo quesito! Come desto o adormentato? Ma non sai
+tu che in su' cavalli si sta desto, nelle strade si camina, alla tavola
+si mangia, nelle panche si siede, ne' letti si dorme e ne' forzieri si
+muore?
+
+CALANDRO. Come si muore?
+
+FESSENIO. Si muore, sí. Perché?
+
+CALANDRO. Cagna! L'è mala cosa.
+
+FESSENIO. Moristi tu mai?
+
+CALANDRO. Non, ch'io sappia.
+
+FESSENIO. Come sai, adonque, che l'è mala cosa, se tu mai non moristi?
+
+CALANDRO. E tu se' mai morto?
+
+FESSENIO. Oh! oh! oh! oh! Mille millanta, che tutta notte canta.
+
+CALANDRO. È gran pena?
+
+FESSENIO. Come el dormire.
+
+CALANDRO. Ho a morir, io?
+
+FESSENIO. Sí, andando nel forziero.
+
+CALANDRO. E chi morirá me?
+
+FESSENIO. Ti morirai da te stesso.
+
+CALANDRO. E come si fa a morire?
+
+FESSENIO. El morire è una favola. Poi che nol sai, son contento a dirti
+el modo.
+
+CALANDRO. Deh sí! Di' sú.
+
+FESSENIO. Si chiude gli occhi; si tiene le mani cortese; si torce le
+braccia; stassi fermo fermo, cheto cheto; non si vede, non si sente cosa
+che altri si faccia o ti dica.
+
+CALANDRO. Intendo. Ma il fatto sta come si fa poi a rivivere.
+
+FESSENIO. Questo è bene uno de' piú profondi secreti che abbi tutto il
+mondo e quasi nessuno il sa. E sia certo che ad altri nol direi giá mai;
+ma a te son contento dirlo. Ma vedi, per tua fé, Calandro mio, che ad
+altra persona del mondo tu non lo palesi mai.
+
+CALANDRO. Io te giuro che io non lo dirò ad alcuno; ed anche, se tu
+vuoi, non lo dirò a me stesso.
+
+FESSENIO. Ah! ah! A te stesso sono io ben contento che tu 'l dica; ma
+solo ad uno orecchio, a l'altro non giá.
+
+CALANDRO. Or insegnamelo.
+
+FESSENIO. Tu sai, Calandro, che altra differenzia non è dal vivo al
+morto se none in quanto che il morto non se move mai e il vivo sí. E
+però, quando tu faccia come io ti dirò, sempre risusciterai.
+
+CALANDRO. Di' sú.
+
+FESSENIO. Col viso tutto alzato al cielo si sputa in sú; poi con tutta
+la persona si dá una scossa, cosí; poi s'apre gli occhi, si parla e si
+muove i membri. Allor la Morte si va con Dio e l'omo ritorna vivo. E
+sta' sicuro, Calandro mio, che chi fa questo non è mai, mai morto. Or
+puoi tu ben dire d'avere cosí bel secreto quanto sia in tutto l'universo
+ed in Maremma.
+
+CALANDRO. Certo, io l'ho ben caro. Ed or saprò morire e rivivere a mie'
+posta.
+
+FESSENIO. Madesí, padron buaccio.
+
+CALANDRO. E tutto farò benissimo.
+
+FESSENIO. Credolo.
+
+CALANDRO. Vuo' tu, per veder se io so ben far, ch'i' provi un poco?
+
+FESSENIO. Ah! ah! Non sará male; ma guarda a farlo bene.
+
+CALANDRO. Tu 'l vedrai. Or guarda. Eccomi.
+
+FESSENIO. Torci la bocca. Piú ancora; torci bene; per l'altro verso; piú
+basso. Oh! oh! Or muori a posta tua. Oh! Bene. Che cosa è a far con
+savi! Chi aría mai imparato a morir sí bene come ha fatto questo valente
+omo? El quale more di fuora eccellentemente. Se cosí bene di drento
+more, non sentirá cosa che io gli faccia; e cognoscerollo a questo. Zas!
+Bene. Zas! Benissimo. Zas! Optime. Calandro! o Calandro! Calandro!
+
+CALANDRO. Io son morto, i' son morto.
+
+FESSENIO. Diventa vivo, diventa vivo. Sú! sú! ché, alla fé, tu muori
+galantemente. Sputa in sú.
+
+CALANDRO. Oh! oh! uh! oh! oh! uh! uh! Certo, gran male hai fatto a
+rinvivermi.
+
+FESSENIO. Perché?
+
+CALANDRO. Cominciavo a vedere l'altro mondo di lá.
+
+FESSENIO. Tu lo vedrai bene a tuo agio nel forziero.
+
+CALANDRO. Mi par mill'anni.
+
+FESSENIO. Orsú! Poi che tu sai sí ben morire e risuscitare, non è da
+perder tempo.
+
+CALANDRO. Or via! sú!
+
+FESSENIO. Nooo! Con ordine vuol farsi tutto, a fin che Fulvia non se ne
+accorga. Con lei fingendo andare in villa, a casa di Menicuccio te ne
+vieni; ove troverrai me con tutte le cose che fanno di mestiero.
+
+CALANDRO. Ben di'. Cosí farò or ora, ché la bestia sta parata.
+
+FESSENIO. Mostra. Che l'hai in ordine?
+
+CALANDRO. Ah! ah! Dico che 'l mulo, drento a l'uscio, è sellato.
+
+FESSENIO. Ah! ah! ah! Intendeva quella novella.
+
+CALANDRO. Mi par mille anni esser a cavallo; ma in su quella angioletta
+di paradiso.
+
+FESSENIO. Angioletta, ah? Va' pur lá. Se io non mi inganno, la
+castroneria si congiungerá oggi con la lordezza. E debbe or montare a
+cavallo. Voglio avviarmi inanzi e dire a quella vezzosa porca che in
+ordine sia e me aspetti. Oh! oh! oh! Vedi Calandro giá montato.
+Miraculosa gagliardia di quel muletto che porta cosí sconcio
+elefantaccio!
+
+
+SCENA X
+
+CALANDRO, FULVIA.
+
+
+CALANDRO. Fulvia! o Fulvia!
+
+FULVIA. Messer, che vuoi?
+
+CALANDRO. Fatti alla finestra.
+
+FULVIA. Che c'è?
+
+CALANDRO. Vuoi altro? Io vo insino in villa, ché Flaminio nostro non si
+consumi drieto alle cacce.
+
+FULVIA. Ben fai. Quando tornerai?
+
+CALANDRO. Forse stasera. Fatti con Dio.
+
+FULVIA. Va' in pace, col mal anno. Guarda che vezzoso marito mi detteno
+li frategli miei! che mi fa venire in angoscia pure a vedello.
+
+
+
+
+ATTO III
+
+
+SCENA I
+
+FESSENIO servo solo.
+
+
+Ecco, o spettatori, le spoglie amorose. Chi cerca che se gli apicchi
+gentilezza, acume, accorgimento queste veste compri ed alquanto indosso
+le porti: perché di quel vago Calandro sono, tanto astuto che, d'un
+giovane innamorato, si crede che fanciulla sia; di quel che ha tanto
+della divinitá che muore e risuscita a posta sua. Chi comprar le vuole
+dinari porga; ché io, come cose d'omo giá passato di questa vita,
+vendere le posso. Prima si messe da morto nel forziero che arrivato
+fusse. Ah! ah! ah! Cosí Lidio galantemente da donna vestito aspetta con
+allegrezza questo vezzoso amante che, a dire il vero, è piú schifo che
+Bramante. Io son corso inanzi perché qua mi trovi la scanfarda che io ho
+ordinato per questo conto. Ed eccola che a me ne viene. E vedi anco lá,
+col forzieri, el facchino; el quale si pensa portare preziosa mercanzia
+e non sa che ella è la piú vile che in questa terra sia. Nessuno vuol le
+veste? no? Addio, dunque, spettatori. Andrò a congiungere il castron con
+la troia. Restate in pace.
+
+
+SCENA II
+
+MERETRICE, FESSENIO, FACCHINO, SBIRRI di dogana, CALANDRO.
+
+
+MERETRICE. Eccomi, Fessenio. Andianne.
+
+FESSENIO. Lassa andare innanzi questo forziero nostro. Non di lá, no,
+facchino. Va' pur dritto.
+
+MERETRICE. Che vi è drento?
+
+FESSENIO. Vi è, anima mia bella, robba da te.
+
+MERETRICE. Che?
+
+FESSENIO. Sete e panni.
+
+MERETRICE. Di chi sono?
+
+FESSENIO. Di colui con chi sguazzar dèi, viso bello.
+
+MERETRICE. Oh! e me ne dará qualche cosa?
+
+FESSENIO. Sí, se farai ben quel che t'ho detto.
+
+MERETRICE. Lassa pur governallo a me.
+
+FESSENIO. Fa' che, sopra tutto, tu ti ricordi, nota, di chiamarti
+Santilla e di tutte l'altre cose che io t'ho detto.
+
+MERETRICE. Non mancherò d'un pelo.
+
+FESSENIO. Altrimenti non aresti un baghero.
+
+MERETRICE. Tutto farò benissimo. Ma oh! oh! oh! Che voglian questi
+sbirri dal facchino?
+
+FESSENIO. Oimè! Salda, cheta! Ascolta.
+
+SBIRRI. Di' sú: che è qui drento?
+
+FACCHINO. Mò che soie mi?
+
+SBIRRI. Sei stato in doana?
+
+FACCHINO. Non mi.
+
+SBIRRI. Che c'è drento? Di' sú.
+
+FACCHINO. Non l'ho visto o verto mi.
+
+SBIRRI. Dillo, poltron!
+
+FACCHINO. El me fu deccio che 'l ghera seda e pagni.
+
+SBIRRI. Sede?
+
+FACCHINO. Madesine.
+
+SBIRRI. È chiavato?
+
+FACCHINO. E' crezo de no mi.
+
+SBIRRI. Le son perdute. Posa giú.
+
+FACCHINO. Eh! no, misser.
+
+SBIRRI. Posa, poltron! Tu vorrai che io ti soni, sí
+
+FESSENIO. Oimè! oimè! La va male. Spacciato è il fatto nostro; ogni cosa
+è guasta; tutto è scoperto; ruinati siamo.
+
+MERETRICE. Che cosa è?
+
+FESSENIO. Rotto è il disegno.
+
+MERETRICE. Parla, Fessenio: che c'è?
+
+FESSENIO. Aiutami, Sofilla.
+
+MERETRICE. Che vuoi?
+
+FESSENIO. Piangi, lamentati, grida, scapigliati. Cosí! sú!
+
+MERETRICE. Perché?
+
+FESSENIO. Presto lo saperrai.
+
+MERETRICE. Ecco. Oh! oh! oh! uha!
+
+SBIRRI. Oh! oh! oh! Questo è un morto.
+
+FESSENIO. Che fate? Olá! che cercate?
+
+SBIRRI. Il facchino ci disse esserci cosa da gabella e troviamo che c'è
+un morto.
+
+FESSENIO. Un morto è.
+
+SBIRRI. Chi è?
+
+FESSENIO. Il marito di questa poveretta. Non vedete come si dispera?
+
+SBIRRI. Perché cosí il portate nel forziero?
+
+FESSENIO. A dirvi il vero, per ingannare la brigata.
+
+SBIRRI. O perché?
+
+FESSENIO. Saremmo da ognuno scacciati.
+
+SBIRRI. La cagione?
+
+FESSENIO. È morto di peste.
+
+SBIRRI. Di peste? Oimè! Io che l'ho tócco!
+
+FESSENIO. Tuo danno.
+
+SBIRRI. E dove il portate?
+
+FESSENIO. A sotterrarlo in qualche fossa; o, cosí, il forziero e lui
+butteremo in un fiume.
+
+CALANDRO. Ohu! ehu! ohu! Ad annegarmi, eh? Io non son morto, no,
+ribaldi!
+
+FESSENIO. Oh! Ognun si fugge per paura. O Sofilla! facchino! O Sofilla!
+facchino! Sí! Va', giungeli tu! El diavol non gli faria voltare in qua.
+Va', poi, impacciati con pazzi, tu! Va'!
+
+
+SCENA III
+
+CALANDRO, FESSENIO.
+
+
+CALANDRO. Ah poltron Fessenio! Mi volevi annegare, eh?
+
+FESSENIO. Eimè! Eh! padron, perché mi vuo' battere?
+
+CALANDRO. Domandi perché, tristo, ah?
+
+FESSENIO. Sí. Perché?
+
+CALANDRO. Il meriti, sciagurato ribaldo!
+
+FESSENIO.
+
+ Miser chi del ben far sempre ha mal merto.
+
+Adunque tu me offendi perché t'ho salvato?
+
+CALANDRO. E che salvamento è questo?
+
+FESSENIO. Che, ah? Dissi a quel modo perché tu non fussi portato in
+doana.
+
+CALANDRO. E che era, quando ben m'avessin portato lá?
+
+FESSENIO. Che era, eh? Tu meritavi che io vi t'avessi lassato portare; e
+arestilo veduto.
+
+CALANDRO. Che domin era?
+
+FESSENIO. E' par che ci nascessi pure oggi. Eri còlto in frodo; eri
+preso; e te ariano poi venduto come l'altre cose che son còlte in frodo.
+
+CALANDRO. Maaa... Tu facesti molto bene, adonque. Perdonami, Fessenio.
+
+FESSENIO. Un'altra volta, aspetta il fine prima che ti corrucci. Mio
+danno, se io non te ne pago.
+
+CALANDRO. Cosí farò. Ma dimmi: chi era quella, cosí brutta, che fuggiva
+via?
+
+FESSENIO. Chi era, ah? non la cognosci?
+
+CALANDRO. No.
+
+FESSENIO. È la Morte che teco era nel forziero.
+
+CALANDRO. Meco?
+
+FESSENIO. Teco, sí.
+
+CALANDRO. Oh! oh! lo non la vidi mai lá drento meco.
+
+FESSENIO. Oh buono! Tu non vedi anco il sonno, quando dormi; né la sete,
+quando bevi; né la fame, quando mangi. Ed anco, se tu vuoi dirmi il
+vero, or che tu vivi, tu non vedi la vita; e pure è teco.
+
+CALANDRO. Certo, no, ch'io non la veggo.
+
+FESSENIO. Cosí non si vede la morte, quando si muore.
+
+CALANDRO. Perché si è fuggito il facchino?
+
+FESSENIO. Per paura della morte: sí che temo che a Santilla oggi andar
+non potrai.
+
+CALANDRO. Morto son se oggi con lei non sono.
+
+FESSENIO. Io non saprei in ciò che farmi: se giá tu non pigliasse un
+poco di fatica.
+
+CALANDRO. Fessenio, per essere con lei farò ogni cosa, sino andare
+scalzo a letto.
+
+FESSENIO. Ah! ah! Scalzo a letto, ah? Questo è troppo. Non piaccia a
+Dio.
+
+CALANDRO. Di' pur sú.
+
+FESSENIO. Ti bisogna, in fine, esser facchino. Tu sei sí travisato di
+abito e, per essere stato morto un pezzo, nel viso se' sí cambiato che
+non fia chi ti conosca. Io mi presenterò lá come legnaiuolo che fatto
+abbi il forziero. Santilla comprenderá subito come il fatto sta, perché
+ella è piú savia che una sibilla. E insieme farete il bisogno.
+
+CALANDRO. Oh! Tu hai ben pensato. Per amar suo porterei e' cestoni.
+
+FESSENIO. Oh! oh! Grande ardire costui ha. Orsú! Piglia. Alto! O diavol!
+Tu caschi. Sta' forte. Ha' lo bene?
+
+CALANDRO. Benissimo.
+
+FESSENIO. Orsú! Va' inanzi; fermati all'uscio: e io, cosí, di drieto a
+te ne vengo. Quanto sta bene questa bestia sotto la soma! Sciocco
+animalaccio! Intanto che io menerò, per l'uscio di drieto, quella
+scanfarda, bisognerá pure che Lidio si lassi baciar da costui. Ma, se
+gli baci sui li fiano fastidiosi, li parranno poi piú suavi quelli di
+Fulvia. Ma ecco Samia. Non ha visto Calandro. Dirolli due parole. E la
+bestia stará tanto piú carica.
+
+
+SCENA IV
+
+FESSENIO servo, SAMIA serva.
+
+
+FESSENIO. Onde vieni?
+
+SAMIA. Da quel negromante a chi, per la strada di lá, ella poco fa mi
+mandò.
+
+FESSENIO. Che dic'egli?
+
+SAMIA. Che presto verrá da lei.
+
+FESSENIO. Eh! eh! eh! Che son bubole? Io vo a trovar Lidio per obedire a
+quanto madonna mi commise dianzi.
+
+SAMIA. È egli in casa?
+
+FESSENIO. Sí.
+
+SAMIA. Che credi di lui?
+
+FESSENIO. A dirlo a te, non bene. Pure non so.
+
+SAMIA. Basta. Noi stiamo fresche!
+
+FESSENIO. Addio.
+
+
+SCENA V
+
+SAMIA serva, FULVIA.
+
+
+SAMIA. Ti so dire che la va bene! ché né da Lidio né dallo spirito porto
+cosa che buona sia. Questa è la volta che Fulvia si dispera. Vedila che
+appare su l'uscio.
+
+FULVIA. Tu sei stata tanto a tornare!
+
+SAMIA. Non ho, prima che or ora, trovato Ruffo.
+
+FULVIA. Che dice?
+
+SAMIA. Niente, pare a me.
+
+FULVIA. Pure?
+
+SAMIA. Che lo spirito gli ha risposto... Oh! come diss'egli? Non me ne
+ricordo.
+
+FULVIA. Sia col malanno, cervel d'oca.
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! Io me ne ricordo. Dice che gli ha risposto anghibuo.
+
+FULVIA. Ambiguo, vuoi dir tu.
+
+SAMIA. A quel modo, sí.
+
+FULVIA. Non dice altro?
+
+SAMIA. Che di nuovo lo pregherrá.
+
+FULVIA. Altro?
+
+SAMIA. Che, volendo servirti, verrá a dirtelo subito.
+
+FULVIA. Misera a me! che non ne sará nulla. Ma Lidio?
+
+SAMIA. Fa quel conto di te che delle scarpe vecchie.
+
+FULVIA. Ha' lo trovato?
+
+SAMIA. E parlatoli.
+
+FULVIA. Dimmi, dimmi: che c'è?
+
+SAMIA. L'arai per male?
+
+FULVIA. Oimè! che c'è? Di' sú.
+
+SAMIA. In fin, e' par che non te cognoscessi mai.
+
+FULVIA. Che mi di' tu?
+
+SAMIA. Cosí sta mò.
+
+FULVIA. A che il comprendesti?
+
+SAMIA. Mi rispose in modo che mi fe' paura.
+
+FULVIA. Forse finse burlare teco.
+
+SAMIA. Non m'aría svillaneggiata.
+
+FULVIA. Non sapesti forse dire.
+
+SAMIA. Meglio non m'imponesti.
+
+FULVIA. Era forse accompagnato.
+
+SAMIA. Lo tirai da parte.
+
+FULVIA. Forse parlasti troppo forte.
+
+SAMIA. Quasi all'orecchio.
+
+FULVIA. In fin, che ti disse?
+
+SAMIA. Mi scacciò da sé.
+
+FULVIA. Dunque, piú non mi ama?
+
+SAMIA. Né te ama né ti stima.
+
+FULVIA. Cosí credi?
+
+SAMIA. Ne son certa.
+
+FULVIA. Lassa me! che odo io?
+
+SAMIA. Tu intendi.
+
+FULVIA. E di me non ti domandò?
+
+SAMIA. Anzi, disse non saper chi tu fussi.
+
+FULVIA. Dunque, m'ha dismenticata?
+
+SAMIA. Se non te odia pur, bene ne vai.
+
+FULVIA. Ahi cieli avversi! Certo, or cognosco lui spietato e me misera.
+Ahi quanto è trista la fortuna della donna! e come è male appagato lo
+amore di molte nelli amanti! Ahi trista me! che troppo amai. Lassa! che
+ad altri tanto mi diedi che non sono piú mia. Deh, cieli! perché non
+fate che Lidio me ami come io lui amo? o che io fugga lui come esso me
+fugge? Ahi crudel! che chiedo io? Disamar e fuggir Lidio mio? Ah! certo,
+questo né far posso né voglio; anzi, penso io stessa trovarlo. E perché
+non mi è lecito da omo vestirmi una sol volta e trovar lui, come esso,
+da donna vestito, spesso è venuto a trovar me? Ragionevol è. Ed egli è
+ben tale che merita che questa e maggior cosa si faccia per lui. Perché
+far nol devo? perché non vo? perché perdo io la mia giovinezza? Non è
+dolor pari a quello de una donna che si trova aver perso la sua
+giovinezza in vano. Fresca sta chi crede, in vecchiezza, ristorarla.
+Quando troverrò io uno amante cosí fatto? quando arò io tempo andarlo a
+trovare, come al presente, che egli è in casa e che il mio marito è di
+fuora? chi mel vieta? chi mi tiene? Certo, sí farò, ché ben mi accorsi
+che Ruffo interamente non si confidava disporre lo spirito per me. Li
+ministri non operano mai bene come colui a cui tocca; non eleggono il
+tempo commodo; non mostrano lo effetto de l'amante. Se io da lui vo,
+vedrá le mie lacrime, sentirá e' mie' lamenti, udirá e' mie' preghi.. Or
+butteromegli ai piedi, or fingerò morire, or al collo le braccia li
+circunderò: e come sará mai sí crudele che a pietá di me non si mova? Le
+parole amorose, per li orecchi dal core ricevute, hanno piú forza che
+stimar non si può e alli amanti quasi ogni cosa è possibile. Cosí spero;
+cosí far voglio. Or da omo a vestir mi vo. Tu, Samia, su l'uscio resta:
+né lassar fermarsici alcuno, acciò che io, a l'uscire di casa,
+cognosciuta non fusse. Tutto farò subito.
+
+
+SCENA VI
+
+SAMIA serva, FULVIA.
+
+
+SAMIA. Oh povere e infelici donne! a quanto male siamo noi sottoposte
+quando ad Amore sottoposte siamo! Ecco, Fulvia, che giá tanto prudente
+era, ora, di costui accesa, non cognosce cosa che si faccia. Non
+possendo aver Lidio suo, a trovarlo va vestita da omo; sanza pensar
+quanti mali avvenir ne potriano, quando mai si sapesse. Forse ch'ella
+non è bene appagata? che ha dato a costui la robba, l'onore e le carne;
+ed esso tanto la stima quanto il fango. Ben semo noi tutte sventurate.
+Eccola che giá ne viene da omo vestita. Parti che l'abbia fatto presto?
+
+FULVIA. Tu intendi. Vo a trovar Lidio. Tu resta qui; e tien l'uscio
+serrato, mentre che io vo e torno.
+
+SAMIA. Cosí farò. Guarda come va!
+
+
+SCENA VII
+
+FULVIA sola.
+
+
+Nulla è, certo, che Amore altri a fare non costringa. Io, che giá sanza
+compagnia a gran pena di camera uscita non sarei, or, da amor spinta,
+vestita da uomo fuor di casa me ne vo sola. Ma, se quella era timida
+servitú, questa è generosa libertá. A casa sua, benché alquanto discosto
+sia, me ne dirizzo, ché ben so dove sta. E farò lá sentirmi, ché far lo
+posso; perché altri non vi è che la sua vecchiarella e forse anche
+Fessenio, a' quali tutto è noto. Nessuno mi conoscerá: onde questa cosa
+non si saprá giá mai; e, se pur si dovessi sapere, egli è meglio fare e
+pentirsi che starsi e pentirsi.
+
+
+SCENA VIII
+
+SAMIA sola.
+
+
+Ella va a darsi piacere; e, dove io la biasimava, or la scuso e laudo
+perché chi amor non gusta non sa che cosa sia la dolcezza del mondo ed è
+una bella bestia. So ben io che altro ben non sento, se non quando mi
+trovo col mio amante Lusco spenditore. Semo in casa soli ed egli è qui
+nella corte. Meglio è che, cosí drento all'uscio serrato, ci sollazziamo
+insieme. La padrona m'insegna che anch'io mi dia bel tempo. Matto è chi
+non sa pigliare e' piaceri quando può averli con ciò sia che il fastidio
+e la noia, sempre che altri ne vuole, sieno apparecchiati. Luuusco!
+
+
+SCENA IX
+
+FESSENIO servo.
+
+
+Non serrar. Olá! Non odi? Ma non importa. Ben mi fia aperto: ché, or che
+Calandro è con la vaga scanfarda condotta da me per la via di lá, voglio
+ire a narrare il fatto a Fulvia che so ne creperá delle risa. Ed invero
+la cosa è tale che faria ridere li morti. Bei misteri doverranno essere
+li loro! Or vado a Fulvia.
+
+
+SCENA X
+
+FESSENIO fuor de l'uscio. SAMIA dentro.
+
+
+FESSENIO. Tic, toc; tic, toc. Sète sordi? Oh! oh! Tic, toc. Aprite. Oh!
+oh! Tic, toc. Non udite?
+
+SAMIA. Chi picchia?
+
+FESSENIO. Fessenio tuo. Samia, apri.
+
+SAMIA. Ora.
+
+FESSENIO. Perché non apri?
+
+SAMIA. Io mi alzo per metter la chiave nella toppa.
+
+FESSENIO. Presto, se vuoi.
+
+SAMIA. Non truovo il buco.
+
+FESSENIO. Or escine.
+
+SAMIA. Eh! eh! eimè! non si può ancora.
+
+FESSENIO. Perché?
+
+SAMIA. Il buco è pieno.
+
+FESSENIO. Soffia nella chiave.
+
+SAMIA. Fo meglio.
+
+FESSENIO. Che?
+
+SAMIA. Scuoto quant'io posso.
+
+FESSENIO. Che indugi?
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! Laudato sia il manico della vanga, Fessenio, ché ho
+fatto el bisogno ed ho tutta unta la chiave perché meglio apri.
+
+FESSENIO. Or apri.
+
+SAMIA. Fatto è. Non senti tu ch'io schiavo? Or entra a tuo piacere.
+
+FESSENIO. Che voglian dire tante serrature?
+
+SAMIA. Fulvia ha voluto che oggi si chiavi l'uscio.
+
+FESSENIO. Perché?
+
+SAMIA. A te può dirsi tutto. Vestita da omo, è ita a trovar Lidio.
+
+FESSENIO. Oh! Samia, che mi di' tu?
+
+SAMIA. Tu hai inteso. Io ho a stare coll'uscio serrato e aprire quando
+la viene. Vatti con Dio.
+
+
+SCENA XI
+
+FESSENIO servo solo.
+
+
+Or vedo bene esser vero che nessuna cosa è, quantunche grave e dubiosa,
+che far non ardisca chi ferventemente ama: come fa costei, la qual se
+n'è ita a casa di Lidio né sa che suo marito lá si trova. Il quale,
+posto che male accorto sia, non potrá però fare che di lei mal non
+pensi, vedendola in quell'abito e in quel loco sola; e forse in modo se
+ne adirerá che a' parenti di lei il fará noto. Voglio andar lá presto
+per vedere se, in alcun modo, a questo riparar potessi. Ma oh! oh! oh!
+Che cosa è questa? Oh! oh! oh! Fulvia che, oh! oh!, Calandro da prigion
+ne mena. Che domin è questo? Starommi cosí da parte per udire e vedere a
+che si riduce la cosa.
+
+
+SCENA XII
+
+FULVIA, CALANDRO.
+
+
+FULVIA. Oh valente marito! Questa è la villa dove andar dicevi? A questo
+modo, ah? Non hai da far tanto a casa tua che tu vai sviandoti altrove?
+Misera me! A chi porto io tanto amore? e a chi tanta fede servo? Or so
+perché, le notti passate, non mi ti sei mai appressato: come quello
+che, avendo a scaricare le some altrove, volevi arrivare fresco
+cavalieri in battaglia. In fede mia, non so come io mi tengo che io non
+ti cavi gli occhi. E forse che non pensavi ascosamente farmi questo
+inganno? Ma, per mie' fé, tanto sa altri quanto tu. E, a questa ora, in
+questo abito, d'altri non fidandomi, io propria son venuta per trovarti.
+E cosí ti meno, come tu sei degno, sozzo cane, per svergognarti e perché
+ognuno prenda compassione di me che tanti oltraggi da te sopporto,
+ingrato! E pensi tu, dolente, se io rea femina fussi come tu reo omo
+sei, che modo mi mancasse da sollazzarmi con altro come tu con altra ti
+sollazzi? Non credere: perché io né sí vecchia né sí brutta sono che
+rifiutata fussi, se piú a me stessa che alla tua gaglioffezza rispetto
+non avessi avuto. Vivi sicuro che ben vendicata mi sarei contro a colei
+che a canto ti trovai. Ma va' pur lá. Non abbia mai cosa che mi piaccia,
+se non te ne pago e di lei non mi vendico.
+
+CALANDRO. Hai finito?
+
+FULVIA. Sí.
+
+CALANDRO. Col mal anno, lassa che mi corrucci io, non tu, dispettosa!
+ché m'hai cavato del paradiso mondano e toltomi ogni mio sollazzo.
+Fastidiosa! Tu non vali le scarpette vecchie sue, che la mi fa piú
+carezze e meglio mi bacia che tu non fai. Ella mi piace piú che la zuppa
+del vin dolce; e luce piú che la stella Diana; e ha piú magnificenzia
+che la Quintadecima; e è piú astuta che la fata Morgana. Sí che tu non
+te l'aresti inghiottita, no, malvagia femina che tu sei! E se tu mai le
+fai male, trista a te!
+
+FULVIA. Orsú! Non piú! In casa, in casa. Apri. Olá! Apri.
+
+
+SCENA XIII
+
+FESSENIO servo solo.
+
+
+O Fessenio, che è questo che tu veduto hai? O Amore, quanto è la
+potenzia tua! Qual poeta, qual dottore, qual filosofo potria mai
+mostrare quelli accorgimenti, quelle astuzie che fai tu a chi séguita
+la tua insegna? Ogni sapienzia, ogni dottrina di qualunche altro è tarda
+respetto alla tua. Qual altra, sanza amore, averia avuto tale
+accorgimento che di sí gran periculo escita fusse come costei? Mai non
+vidi malizia simile. Ella se ferma in su l'uscio. Anderò da lei e le
+darò speranza di Lidio suo perché è d'avere ormai compassione della
+poveretta.
+
+
+SCENA XIV
+
+FULVIA, FESSENIO servo, SAMIA serva.
+
+
+FULVIA. Guarda, Fessenio mio, se io sgraziata sono! ché, in loco di
+Lidio, trovai questa bestia di mio marito, col quale mi son però
+salvata.
+
+FESSENIO. Tutto ho visto. Tirati piú drento, ché altri in questi panni
+non ti veda.
+
+FULVIA. Ben ricordi. El gran disio d'esser con Lidio in modo mi accecò
+che piú oltre non pensai. Ma dimmi, Fessenio caro: hai trovato Lidio
+mio?
+
+FESSENIO. Corre il sangue ov'è la percossa. Ho.
+
+FULVIA. Sí?
+
+FESSENIO. Sí.
+
+FULVIA. Be', Fessenio mio: che dice? Dimmi.
+
+FESSENIO. Non partirá cosí presto.
+
+FULVIA. Doh Dio! Quando potrò io parlar seco?
+
+FESSENIO. Forse anche oggi; e, quando con Calandro ti vidi, a lui me ne
+andavo per disporlo a venire da te.
+
+FULVIA. Fallo, Fessenio mio, ché buon per te! E la vita mia te
+raccomando.
+
+FESSENIO. Farò tutto perché a te venga; e a lui ne vo. Resta in pace.
+
+FULVIA. In pace, eh? In guerra e in lamenti resterò io. Tu alla pace mia
+vai, ché a Lidio vai.
+
+FESSENIO. Addio.
+
+FULVIA. Fessenio mio, torna presto.
+
+FESSENIO. Cosí farò.
+
+FULVIA. Ahi infelice Fulvia! Se io cosí troppo sto, certo io me morirò!
+Misera! che far devo?
+
+SAMIA. Forse lo spirito lo moverá.
+
+FULVIA. Deh! Samia, poi che il negromante sta tanto a venire, torna a
+ritrovarlo.
+
+SAMIA. Cosí mi pare; e non ci voglio perder tempo.
+
+FULVIA. Raccomandagli questa cosa. E torna presto.
+
+SAMIA. Subito che l'ho trovato.
+
+
+SCENA XV
+
+SAMIA serva, RUFFO negromante.
+
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! Gran ventura! Ecco Ruffo. Contentiti el cielo.
+
+RUFFO. Che cerchi, Samia?
+
+SAMIA. Consumasi di sapere quello che hai fatto della faccenda sua.
+
+RUFFO. Credo si condurrá in porto.
+
+SAMIA. E quando?
+
+RUFFO. Verrò a dire a Fulvia il tutto.
+
+SAMIA. Tu stai pur troppo a far questa cosa.
+
+RUFFO. Samia, le son trame che non si fanno al gitto. Bisogna accozzare
+stelle, parole, acque, erbe, pietre e tante bazzicature che è forza che
+ci vada tempo.
+
+SAMIA. Se voi il fate pur poi...
+
+RUFFO. Ne ho ferma speranza.
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! Conosci tu l'amante?
+
+RUFFO. Non certo.
+
+SAMIA. È quel lá.
+
+RUFFO. El conosci ben, tu?
+
+SAMIA. Non è anco due ore che io gli parlai.
+
+RUFFO. Che ti disse?
+
+SAMIA. Mi si mostrò piú aspro che un tribulo.
+
+RUFFO. Va', parlali ora per vedere se lo spirito l'ha punto raddolcito.
+
+SAMIA. Ti pare?
+
+RUFFO. Te ne prego.
+
+SAMIA. A lui ne vo.
+
+RUFFO. Olá! Tórnatene poi per di lá a Fulvia; e io ne verrò subito a
+lei.
+
+SAMIA. Fatto è.
+
+RUFFO. Fin che costei parla a Lidio, mi starò qui apparato.
+
+
+SCENA XVI
+
+FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva.
+
+
+FANNIO. O Lidio, ecco in verso noi la serva di Fulvia. Nota che ha nome
+Samia. Rispondeli dolcemente.
+
+LIDIO femina. Cosí pensavo.
+
+SAMIA. Sei tu piú turbato?
+
+LIDIO femina. No, Dio, no. Samia mia, perdonami, ché in altro caso io
+ero occupato ed ero quasi fuor di me, tal ch'io non so quel che mi ti
+dissi. Ma dimmi: che è di Fulvia mia?
+
+SAMIA. Vuo' lo sapere?
+
+LIDIO femina. Non per altro te ne ricerco.
+
+SAMIA. Domandane il cor tuo.
+
+LIDIO femina. Non posso.
+
+SAMIA. Perché?
+
+LIDIO femina. O non sai che 'l cor mio è con lei?
+
+SAMIA. Tanto faccia Iddio sani delle reni voi altri amatori quanto voi
+dite mai il vero. Dianzi non poteva costui sentire ricordarla; e or mi
+vuol far credere che altro bene non ha che lei. Come se io non sapessi
+che tu non l'ami e non vuoi venire dove la sia!
+
+LIDIO femina. Anzi, mi si strugge la vita infin che seco non mi trovo.
+
+SAMIA. Alla croce di Dio, che lo spirito potria pure aver lavorato da
+buon senno. Tu verrai, dunque, come suoli?
+
+LIDIO femina. Che vuol dir «come suoli»?
+
+SAMIA. Dico, in forma di donna.
+
+LIDIO femina. Bee', sí: come l'altre volte.
+
+SAMIA. Oh che nuova porto io a Fulvia! Non voglio star piú teco. E
+tornerommene per la strada di dreto perché altri non mi veda, partendo
+da te, entrare in casa. Addio.
+
+LIDIO femina. Addio.
+
+
+SCENA XVII
+
+LIDIO femina, FANNIO servo, RUFFO negromante.
+
+
+LIDIO femina. Hai tu udito, Fannio?
+
+FANNIO. Sí; e notato quel «come suoli». Certo, per altro sei còlto in
+iscambio.
+
+LIDIO femina. Cosí è vero.
+
+FANNIO. Sará bene avvertirne Ruffo che a punto a noi torna.
+
+RUFFO. Or be', che vuoi fare?
+
+LIDIO femina. Ti par cosa da lassare?
+
+RUFFO. Eh! eh! eh! L'amico si risente. E ne hai bene ragione, Lidio,
+ché, per certo, l'è un sole.
+
+LIDIO femina. La conosco e so dove sta a punto.
+
+FANNIO. Se ne trarrá piacere.
+
+RUFFO. Ed utile.
+
+FANNIO. Se io, Ruffo, ben le tuo' parole notai, tu dicesti dianzi che,
+altro mezzo non giovandoli, ella al tuo ricorre: da che comprendo che ha
+tentato piú la pratica. A noi di ciò non fu mai parlato. Però è da
+creder che Lidio, qui, sie còlto in iscambio per un altro, come oggi ha
+fatto la sua serva: per il che è necessario che tu, a cautela, dica a
+Fulvia, per parte dello spirto, che di cosa passata non parli mai piú;
+perché il fatto potria scoprirsi e gran scandalo riuscirne. Avvertisci
+bene.
+
+RUFFO. Ben notasti; saviamente ricordi. Cosí farò. Orsú! Qui non è da
+dire altro. A' fatti. Io a lei me ne vo; voi in ordin vi mettete.
+
+LIDIO femina. Va' e torna, ché in punto ci troverrai.
+
+FANNIO. Lidio, avíati. Io, or or, drieto a te ne vengo. Ruffo, duo
+parole.
+
+RUFFO. Che c'è?
+
+FANNIO. Io ti dirò un secreto tanto a proposito di questa cosa quanto tu
+mai immaginar non potresti. Ma guarda che tu non lo dica, poi.
+
+RUFFO. Non mi lassi avere Dio cosa che io brami, se io ne parlerò giá
+mai.
+
+FANNIO. Vedi, Ruffo, tu rovineresti me e leveresti a te l'utile che
+trarrai di questa pratica.
+
+RUFFO. Non temer. Di' sú.
+
+FANNIO. Sappi che Lidio mio padrone è ermafrodito.
+
+RUFFO. E che importa questo merdafiorito?
+
+FANNIO. Ermafrodito, dico io. Diavol! tu se' grosso!
+
+RUFFO. Be', che vuol dire?
+
+FANNIO. Tu nol sai?
+
+RUFFO. Per ciò il dimando.
+
+FANNIO. Ermafroditi sono quelli che hanno l'uno e l'altro sesso.
+
+RUFFO. Ed è Lidio uno di quelli?
+
+FANNIO. Sí, dico.
+
+RUFFO. Ed ha il sesso da donna e la radice d'uomo?
+
+FANNIO. Messer sí.
+
+RUFFO. Te giuro, alle guagnele, che mi è sempre parso che Lidio tuo
+abbia, nella voce e anco ne' modi, un poco del feminile.
+
+FANNIO. E per quello sappi che, questa volta, userá con Fulvia solo il
+sesso feminile per ciò che, avendolo ella domandato in forma di donna, e
+donna trovandolo, dará tanta fede allo spirito che poi la te adorerá.
+
+RUFFO. Questa è una delle piú belle trame che io sentissi mai. E ti so
+dire che e' denari verranno a staia.
+
+FANNIO. Fatt'è. Come è liberale?
+
+RUFFO. Liberale, dimandi? Gli amanti serran la borsa con la fronde del
+porro; perché i ducati, e' panni, il bestiame, li offizi, le possessioni
+e la vita darieno coloro che aman come costei.
+
+FANNIO. Tutto mi consoli.
+
+RUFFO. Consolato hai tu me con quel barbafiorito.
+
+FANNIO. Piacemi che tu nol sappi nominare perché, volendo, noi saprai
+poi ridire.
+
+RUFFO. Or vattene a Lidio; e vestitevi. Io me ne vo a Fulvia e dirò che
+ará lo attento suo.
+
+FANNIO. Adunque, io sarò la serva.
+
+RUFFO. Ben sai. Siate in ordine quando a voi tornerò.
+
+FANNIO. In un tratto. Ben feci a trovare i panni ancor per me.
+
+
+SCENA XVIII
+
+RUFFO negromante, SAMIA serva.
+
+
+RUFFO. Sin qui la cosa va in modo che li cieli non me l'ariano potuta
+ordinar meglio. Se Samia è per di lá arrivata a casa, Fulvia deve
+aspettarmi. Mosterrolle lo spirito aver fatto tutto e che le bisogna,
+con questa immaginetta, dire alcune parole e far certe cose che li
+parranno tutte a proposito d'incantesimi. E ricorderolle che di cosa
+successa e seguita in questo amore suo e ch'io seco faccia, fuor che
+alla serva sua, con altri non ne parli. Farò tutto subito e fuor me ne
+tornerò. E vedi in su l'uscio comparsa Samia.
+
+SAMIA. Entra presto, Ruffo, e va' da Fulvia lá in quella camera terrena;
+perché, su di sopra, è Calandro pecora.
+
+
+SCENA XIX
+
+SAMIA serva, FESSENIO servo.
+
+
+SAMIA. Ove vai, Fessenio?
+
+FESSENIO. Alla padrona.
+
+SAMIA. Non puoi ora parlarli.
+
+FESSENIO. Perché?
+
+SAMIA. È col negromante.
+
+FESSENIO. Deh! lassami entrare.
+
+SAMIA. In fine, non si può.
+
+FESSENIO. Son tutte bubole.
+
+SAMIA. Bubole son le tua.
+
+FESSENIO. Sono un... presso ch'io non ti dissi. Or io darò una volta e
+tornerò a Fulvia.
+
+SAMIA. Ben farai.
+
+FESSENIO. Se Fulvia sapesse quel ch'io so, non se cureria di spirti;
+perché Lidio brama piú d'esser con lei che essa non fa e oggi vuol
+trovarsi seco. E di mia bocca glie ne voglio dire io, perché so mi
+donerá qualche cosa. Però nol dissi a Samia. Lassami partire di qui
+perché, vedendomi Fulvia, pensería che io fermo mi ci fussi per vedere
+il suo negromante; che esser deve quel che esce di casa.
+
+
+SCENA XX
+
+RUFFO negromante solo.
+
+
+La cosa procede bene. Io spero ristorare le miserie mie e uscire di
+questi stracci perché la mi ha dati di buon denari. Non potrei piú bel
+giuoco avere alle mani. Costei è femina ricca e, per quel che io
+comprendo, piú innamorata che savia. Se io non me inganno, credo che
+trarrá ancor da maladetto senno; né io di minor ventura avevo bisogno.
+Vedi, vedi che pur li sogni, alle volte, son veri. Questo è la fagiana
+che, stanotte, sognai aver presa. Mi parea trarle molte penne della coda
+e porle sopra il cappel mio. S'ella se lasserá prendere, che mi pare
+omai di sí, io la spinnerò di maniera che bene ne staranno un pezzo i
+fatti miei. Per mie' fé, che anche io mi saperrò dar buon tempo e vorrò
+del buono. Oh! oh! che ventura! Ma che donna è quella che mi accenna?
+Non la conosco. Lassami accostar piú a lei.
+
+
+SCENA XXI
+
+RUFFO negromante, FANNIO servo vestito da donna.
+
+
+RUFFO. Oh! oh! oh! Fannio, tanto te ha questo abito trasfigurato che non
+ti ricognoscevo.
+
+FANNIO. Non son io buona robba?
+
+RUFFO. In ogni modo, sí. Andate a contentar quella scontenta.
+
+FANNIO. Contenta so io ben che non fia, a questa volta.
+
+RUFFO. Sí, sí, perché Lidio userá seco il sesso feminile.
+
+FANNIO. Messer sí. Be'. Possemo andare? di'.
+
+RUFFO. A posta vostra. Lidio è vestito?
+
+FANNIO. E' mi aspetta qui presso; e sta tanto bene che non è persona che
+non lo pigliasse per donna.
+
+RUFFO. Oh! oh! quanto mi piace! Fulvia vi aspetta. Va', trova Lidio e da
+lei ve n'andate. Io de qui intorno non mi partirò, per intendere poi a
+che fine se arreca la cosa. Oh! oh! oh! Ella è, vedi, giá in su l'uscio.
+Ben ha presto fatto quanto li dissi.
+
+
+SCENA XXII
+
+FESSENIO servo, FULVIA.
+
+
+FESSENIO. Or sei tu fuor di passion, madonna mia.
+
+FULVIA. Come?
+
+FESSENIO. Lidio è per te in maggior fiamma che tu per lui. Non prima gli
+dissi quanto me imponesti che in ordine si misse; e a te ne viene.
+
+FULVIA. Fessenio mio, questa è nuova da altro che da calze; e certo ben
+ti ristorerò. Odi, di sopra, che Calandro domanda i panni per uscir
+fuori. Tira via, ché meco non te veda. Oh che commoditá! oh che piacere
+mi fa! Ogni cosa comincia andarmi prospera. Lassami spingere fuora
+questo uccellaccio acciò che io libera resti.
+
+FESSENIO. Ti so dir che questi amanti ristoreranno il tempo perso. E, se
+Lidio fia savio, doverrá ben fermarla alla cosa di sua sorella, se mai
+si ritrovassi. Calandro non sará in casa. Hanno viso per grande spazio
+sollazzarsi insieme. Io posso andarmi a spasso. Ma oh! oh! oh! Vedi
+Calandro che vien fuora. Lassami discostar di qui perché, fermandosi a
+parlare qui meco, potria veder Lidio che omai deve arrivare.
+
+
+SCENA XXIII
+
+CALANDRO, LIDIO maschio, LIDIO femina.
+
+
+CALANDRO. Oh felice giorno per me! che non ho prima el piè fuor de
+l'uscio che vedo apparire il mio galante sole e verso me venire. Ma,
+oimè! Che saluto gli darò io? Dirò «buon dí»? Non è da mattina. «Buona
+sera»? Non è tardi. «Dio t'aiuti»? Saluto da vetturali. Dirò «anima mia
+bella»? Non è saluto. «Cor del corpo mio»? Detto da barbieri. «Viso de
+angioletta»? Par da mercante. «Spirito divino»? Non è bevitrice. «Occhi
+ladri»? Mal vocabulo. Oimè! la m'è giá adosso. Anima... cor... vis...
+spi... och... Cancher ti venga! Oh castron che io sono! Avevo fallito. E
+ben ho fatto a bastemiar quella perché questa qua è Santilla mia, non
+quella. Buon dí... volsi dir, buona sera. In fede mia, la non è dessa:
+m'ingannavo. La è questa qui. Mai non è. Ella è pur quella: lassami ire
+da lei. Anzi, è pur questa. Parole! Ell'è quella. Or questa è la vita
+mia. Anzi, è pur quell'altra. Anderò da lei.
+
+LIDIO maschio. Pillera! Questo matto mi stima donna; e è di me
+innamorato; e mi verrá dreto fino a casa sua. Torniamo pur a casa
+nostra. Spoglierommi e, piú al tardi, torneremo da Fulvia.
+
+CALANDRO. Eimè! Lei non è dessa. Infin, l'è quella che è andata lá per
+la strada. Meglio è trovarla.
+
+LIDIO femina. Or che questa bestia non può vederci, entriamo in casa
+presto. E vedi lá, drento all'uscio, Fulvia che ci accenna. Drento, sú!
+
+
+
+
+ATTO IV
+
+
+SCENA I
+
+FULVIA, SAMIA serva.
+
+
+FULVIA. Samia! o Samia!
+
+SAMIA. Madoonna!
+
+FULVIA. Vien giú presto.
+
+SAMIA. Io veengo.
+
+FULVIA. Muoviti, trista ti faccia Dio! Muoviti!
+
+SAMIA. Eccomi: che vuoi?
+
+FULVIA. Va' via or ora, truova Ruffo dello spirito e digli che venga a
+me subito subito.
+
+SAMIA. Vo sú pel velo.
+
+FULVIA. Che velo? Bestia! Tira via cosí; vola.
+
+SAMIA. Che diavol vuol dir tanta rabbia? E' mi par che l'abbia il
+dimonio in corpo. E pur Lidio doverria avergliene cavato.
+
+FULVIA. Oh fraudolenti spiriti! oh sciocche umane menti! oh ingannata e
+infelice Fulvia, che, non pur te sola offeso hai, ma ancora chi piú che
+te stessa ami! Misera a me, che ho quel che cercai e trovato quel che
+non volea! onde, se lo spirito remedio non ci pone, de uccidermi sono
+disposta; perché manco amara è una voluntaria morte che una angosciosa
+vita. Ma ecco Ruffo. Presto saperrò se sperar o disperar mi debbo.
+Nissuno appare. Meglio è parlarli qui perché, in casa, le panche, le
+sedie, le casse, le finestre stimo che abbino li orecchi.
+
+
+SCENA II
+
+RUFFO negromante, FULVIA.
+
+
+RUFFO. Che c'è, madonna?
+
+FULVIA. Le lacrime mie, assai piú che le parole, mostrar ti possono la
+passion ch'io sento.
+
+RUFFO. Parla: che cosa è questa? Fulvia, non pianger. Madonna, che hai?
+
+FULVIA. Io non so, Ruffo, se o della ignoranzia mia o de l'inganno
+vostro doler mi devo.
+
+RUFFO. Ah madonna! Che è quel che tu di'?
+
+FULVIA. O il cielo o il peccato mio o la malignitá dello spirito che
+stato si sia, non so; ma, una volta, voi avete, oimè! di maschio in
+femina converso Lidio mio. Tutto l'ho maneggiato e tócco; né altro del
+solito ritrovo che la presenzia in lui. Ed io non tanto la privazion del
+mio diletto piango quanto el danno suo: ché, per me, privo si trova di
+quel che piú si brama. Or hai la cagion di queste lacrime e per te
+comprender puoi quel che io da te vorrei.
+
+RUFFO. Se, Fulvia, il pianto, che mal finger si può, testimonio di ciò
+non mi facessi, a gran pena ti crederrei. Ma, stimando che vero sia,
+penso che di te sola doler ti puoi perché io mi ricordo che tu
+domandasti Lidio in forma di donna. Penso ora che lo spirito, per piú
+compiutamente servirti, e nel sesso e ne l'abito di donna ha mandato a
+te lo amante tuo. Ma poni fine al dolor tuo perché chi femina l'ha fatto
+ancor maschio può rifarlo.
+
+FULVIA. Tutta consolar mi sento, parendomi che il fatto passato sia come
+tu di'. Ma, se tu Lidio mio intero mi rendi, li denari, la robba e ciò
+che io ho fia tuo.
+
+RUFFO. Or che so lo spirito esser ben volto verso te, ti dico
+chiaramente che lo amante tuo tornerá maschio subito. Ma, per piú non
+equivocare, di' chiaro quel che vuoi.
+
+FULVIA. La prima cosa, che se li renda il coltel della guaina mia,
+intendi?
+
+RUFFO. Benissimo.
+
+FULVIA. E che in abito, non in sesso da donna torni a me.
+
+RUFFO. Se cosí staman parlavi, non seguiva questo errore: del quale ho
+però piacere perché tu cognosca quanta sia la potenzia del mio spirto.
+
+FULVIA. Tra' mi presto di questa angoscia; ché, s'io nol vedo, non posso
+rallegrarmi.
+
+RUFFO. Non solo il vedrai, ma con mano il toccherai.
+
+FULVIA. E tornerá oggi da me?
+
+RUFFO. Sono omai venti ore e poco teco star potria.
+
+FULVIA. Non mi curo dello stare, pur ch'io veda che maschio sia.
+
+RUFFO. E come può non bere chi assetato si trova al fonte?
+
+FULVIA. Verrá, dunque, oggi?
+
+RUFFO. Lo spirto tel fará venire subito, se vuole. Statti, dunque,
+avvertente in su l'uscio.
+
+FULVIA. Non bisogna questo, perché, venendo da donna, in presenzia
+d'ognuno può mostrarsi; perché non è chi per maschio il conosca.
+
+RUFFO. Basta.
+
+FULVIA. Ruffo mio, vivi lieto, ché mai piú povero sarai.
+
+RUFFO. E tu non piú scontenta.
+
+FULVIA. E quanto posso aspettarlo?
+
+RUFFO. Subito che sarò in casa.
+
+FULVIA. Ti manderò drieto Samia perché tu me avvisi quel che te ne dice
+lo spirito.
+
+RUFFO. Fa' tu. E ricordati che anche lo amante si presenti spesso.
+
+FULVIA. Oh! oh! Non curare, ché ará denari e gioie a iosa.
+
+RUFFO. Resta in pace. Con gran ragione Amor si dipinge cieco perché chi
+ama mai il ver non vede. Costei è per amor accecata sí ch'ella s'avvisa
+che uno spirito possa fare una persona femina e maschio a posta sua:
+come se altro fare non bisognasse che tagliare la radice de l'uomo e
+farvi un fesso, e cosí formare una donna; e ricucire la bocca da basso
+e appiccare un bischero, e cosí fare un maschio. Oh! oh! oh! amatoria
+credulitá! Oh! oh! Ecco Lidio e Fannio giá spogliati.
+
+
+SCENA III
+
+RUFFO negromante, LIDIO femina, FANNIO servo.
+
+
+RUFFO. Vorrei che voi fusse ancor vestiti da donne.
+
+LIDIO femina. Perché?
+
+RUFFO. Per tornare da lei. Ah! ah!
+
+FANNIO. Di che cosí sconciamente ridi?
+
+RUFFO. Ah! ah! ah! ah!
+
+LIDIO femina. Di' sú: che hai?
+
+RUFFO. Ah! ah! ah! Fulvia, credendo che lo spirito abbi converso Lidio
+in femina, supplica che or maschio ti rifaccia e che te rimandi da lei.
+
+LIDIO femina. Be', che gli hai promisso?
+
+RUFFO. Che tutto subito si fará.
+
+FANNIO. Bene hai fatto.
+
+RUFFO. Quando vi tornerai?
+
+LIDIO femina. Non so.
+
+RUFFO. Tu rispondi freddo. Non vuoi tornarvi?
+
+FANNIO. Si fará, sí.
+
+RUFFO. Cosí si faccia, perché io gli ho detto, per parte dello spirito,
+ch'ella spesso ti presenti; e promisso m'ha di farlo.
+
+FANNIO. Vi torneremo. Non temere.
+
+RUFFO. E quando?
+
+FANNIO. Intesa certa nostra faccenda, ci rivestiremo e vi anderemo
+subito.
+
+RUFFO. Non mancar, Lidio. Sin di qua mi par vedere la sua serva su
+l'uscio. Non voglio che con voi mi veda. Addio. Ma oh! oh! oh! Fannio,
+odi all'orecchio. Fa' che il barbafiorito usi or con Fulvia il pestello,
+non il mortaro, intendi?
+
+FANNIO. Cosí fará. Va' via.
+
+
+SCENA IV
+
+FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva.
+
+
+FANNIO. Samia esce di casa. Tirati in qua sin che passi.
+
+LIDIO femina. Da sé parla.
+
+FANNIO. Taci e ascolta.
+
+SAMIA. Or va' impácciati con spirti, va'! che t'hanno ben concio Lidio
+tuo.
+
+FANNIO. Di te parla.
+
+SAMIA. L'han fatto femina e ora lo vogliono far maschio. Oggi è il dí
+delle tribulazioni sue e delle fatiche mie. E pur, se lo faranno, anderá
+bene tutto. E presto il saperrò, perché la mi manda ad intenderlo dal
+negromante; e all'amante prepara di dare di buon denari, come la intende
+che abbia rifatta quella novella.
+
+FANNIO. Hai tu udito de' denari?
+
+LIDIO femina. Ho.
+
+FANNIO. Or prepariamoci a tornarvi.
+
+LIDIO femina. Certo, Fannio, tu se' fuor di te. Tu promesso hai a Ruffo
+che noi ci torneremo; e non so come vuoi che vada questo fatto.
+
+FANNIO. Perché?
+
+LIDIO femina. Me ne domandi? Scempio! come se tu non sapessi ch'io son
+femina!
+
+FANNIO. E poi?
+
+LIDIO femina. E poi, dice! Mò non sai tu, sciocco, che, s'io fo prova di
+me, paleso quel ch'io sono, me stessa offendo, Ruffo perde il credito ed
+essa scornata resta? Come vuoi che si faccia?
+
+FANNIO. Come, ah?
+
+LIDIO femina. Come, sí.
+
+FANNIO. Ove omini sono modi sono.
+
+LIDIO femina. Ma dove non sono se non donne, come saremo ella ed io, non
+vi sará giá il modo.
+
+FANNIO. Tu sei sul burlare, sí?
+
+LIDIO femina. Su le berte sei tu. Io parlo da maladetto senno.
+
+FANNIO. Quando promissi che tu vi torneresti, a tutto avevo io ben
+pensato.
+
+LIDIO femina. Or di': che?
+
+FANNIO. Non me hai tu detto che in camera scura stesti con lei?
+
+LIDIO femina. Sí.
+
+FANNIO. E sol con le mani teco parlava?
+
+LIDIO femina. Vero.
+
+FANNIO. Be', io verrò teco, come dianzi.
+
+LIDIO femina. Oh! oh! oh! a far che?
+
+FANNIO. Ascolta. Per serva.
+
+LIDIO femina. Mel so.
+
+FANNIO. Vestita come tu.
+
+LIDIO femina. E poi?
+
+FANNIO. Quando seco in camera sarai, fingi avermi a dire qualche cosa e
+fuor di camera vieni. Tu resterai di fuori in loco mio, nota, ed io in
+tuo scambio entrerò in camera: ove essa, sanza barba trovandomi, al buio
+non discernerá chi si sia, o tu o io. E cosí crederrá che tu maschio
+ritornato sia; allo spirito si giungerá credito; i denari verranno a
+iosa; ed io con lei arò quel piacere.
+
+LIDIO femina. Ti do la fede mia, Fannio, ch'io non udii mai cosa con
+maggior astuzia pensata.
+
+FANNIO. Adunque, io non errai a dire a Ruffo che noi vi torneremo.
+
+LIDIO femina. Non certo. Ma, intanto, saria pur bene intendere quel che
+a casa nostra si fa di questo mio parentado.
+
+FANNIO. Questo è uno procacciar doglia e 'l proposito nostro è fuggire
+la conclusione.
+
+LIDIO femina. Lo allungare non leva via la cosa. A quel saremo domane
+che oggi semo.
+
+FANNIO. Chi sa? Chi scappa d'un punto ne schifa cento. L'andar da Fulvia
+può giovare; nuocer no.
+
+LIDIO femina. Io son contenta. Ma va' prima presto a casa, per amor
+mio, e da Tiresia intendi quello che vi si fa. Torna presto; e subito
+anderemo da Fulvia.
+
+FANNIO. Ben di'. Cosí farò.
+
+
+SCENA V
+
+LIDIO femina sola.
+
+
+Oh infelice sesso feminile, che, non pur alle opere, ma ancora ai
+pensieri sottoposto sei! Dovendo femina mostrarmi, non sol far ma pensar
+cosa non so che riuscir mi possa. Deh misera me! Che debb'io fare?
+Dovunche io mi volto, dalle angosce tanto circundata mi trovo che loco
+non vedo onde salvar mi possa. Ma ecco di qua la serva di Fulvia che con
+uno parla. Discosterommi fin che passa.
+
+
+SCENA VI
+
+FESSENIO servo, SAMIA serva.
+
+
+FESSENIO. In fine, che guai son questi? Di' sú.
+
+SAMIA. Naffe! Il demonio c'è intrato.
+
+FESSENIO. Come?
+
+SAMIA. Il negromante ha Lidio converso in donna.
+
+FESSENIO. Ah! ah! ah! ah!
+
+SAMIA. Tu te ne ridi?
+
+FESSENIO. Sí, io.
+
+SAMIA. Egli è 'l vangelo.
+
+FESSENIO. Eh! eh! eh! che sète matte!
+
+SAMIA. Tu mi pari una bestia. Cosí è, se tu vuoi o se tu non vuoi.
+Fulvia l'ha tócco tutto e trovatolo femina; e del solito non gli è
+rimasto se non la presenzia.
+
+FESSENIO. Ah! ah! E come fará, adunque?
+
+SAMIA. Tu nol credi e però non tel vo' dire.
+
+FESSENIO. Sí, fo, per questa croce. Di' pur: come si fará ora?
+
+SAMIA. Lo spirito lo rifará maschio. Vengo dal negromante che m'ha data
+questa polizza ch'io la porti a Fulvia.
+
+FESSENIO. Lassamela leggere.
+
+SAMIA. Oimè! non fare, ché forse te ne avverria qualche male.
+
+FESSENIO. S'io dovesse cascar morto, vedere la voglio.
+
+SAMIA. Guarda, Fessenio, quel che fai. Le son cose da demoni.
+
+FESSENIO. Non mi dá noia. Mostra pur qua.
+
+SAMIA. Non far, dico. Ségnati prima, Fessenio.
+
+FESSENIO. Deh! dá' qua.
+
+SAMIA. Sí; ma vedi che in ciò sia tu piú muto che un pesce perché, se
+mai si risapesse, trist'a noi!
+
+FESSENIO. Nol pensare. Dá' qua.
+
+SAMIA. Leggi forte, che intenda anch'io.
+
+FESSENIO. «Ruffo a Fulvia salute. Lo spirito sapeva che di maschio era
+fatto femina Lidio tuo. Meco ne ha riso assai. Tu medesima cagion fusti
+del suo danno e del tuo dispiacere; ma sta' sicura che allo amante tuo
+rimetterá presto il ramo...».
+
+SAMIA. Che dice di ramo?
+
+FESSENIO. Che riará la coda, ha' lo inteso? «... e a te subito ne verrá.
+E piú dice che egli arde di te tanto piú che prima, che altri che te piú
+non ama, piú non stima, piú non conosce, piú non ha in memoria. Di ciò
+non parlare perché gran scandolo ne seguiria. Mandali denari spesso; e
+cosí allo spirito, per farlo a te grato e a me felice. Vivi lieta e di
+me te ricorda che fidelmente ti servo».
+
+SAMIA. Or vedi s'egli è 'l vero che gli spiriti possino e sappin tutto?
+
+FESSENIO. Io resto il piú stupefatto omo del mondo.
+
+SAMIA. Voglio portar presto questa buona nuova a Fulvia.
+
+FESSENIO. Vatti con Dio. Oh potenzia del cielo! Debbo io però credere
+che Lidio, per forza de incanti, sia converso in femina e che non amerá
+né conoscerá se non Fulvia? Altro che 'l cielo nol potria fare. E pur
+costei dice che Fulvia lo ha tócco con mano. Intendo vedere questo
+miraculo prima che maschio ridiventi; e poi adorare questo negromante,
+se cosí trovo. Per questa strada di qua a Lidio me ne vo; ché in casa
+forse sará.
+
+
+
+
+ATTO V
+
+
+SCENA I
+
+SAMIA serva, LIDIO femina, LIDIO maschio.
+
+
+SAMIA. Bene è vero che la donna è sopra la pecunia come il sole sopra il
+ghiaccio; che, del continuo, lo strugge e consuma. Non prima lesse
+Fulvia la polizza del negromante che la mi dette questa borsa de ducati
+perché io a Lidio suo li porti. E vedilo a punto lá. Guarda se l'amica
+tua, o Lidio, fa il dovere. Non odi, Lidio? Che aspetti? Piglia, o
+Lidio.
+
+LIDIO femina. Eccomi.
+
+LIDIO maschio. Da' qua.
+
+SAMIA. Uh! uh! trista me! Aveva preso un granchio. Perdonami, messer.
+Volevo costui, non te. Addio tu. Tu ascolta.
+
+LIDIO femina. El granchio pigli tu ora. Parla a me. Licenzia lui.
+
+SAMIA. El vero di' tu. La smemorata! Erravo io. Va' sano. Tu vieni a me.
+
+LIDIO maschio. Che «va' sano»? Voltati a me.
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! A te, sí. Costui voglio, non te. Tu odi. Tu addio.
+
+LIDIO femina. Che «addio»? Non di' tu a me? Non son Lidio, io?
+
+SAMIA. Madesí. Desso sei tu; tu no. Te cerco io; tu va' al camin tuo.
+
+LIDIO maschio. Sei fuor di te. Guardami ben. Non son quello, io?
+
+SAMIA. Oh! oh! oh! Pur ti conobbi. Tu Lidio sei. Te voglio; te no. Tu
+sta' discosto; tu piglia.
+
+LIDIO femina. Che «piglia»? Balorda! Son io; non lui.
+
+SAMIA. Cosí è. Erravo io. Tu hai ragione; tu il torto. Tu va' in pace;
+tu togli.
+
+LIDIO maschio. Che fai tu, bestia? Par che vogli dargli a lui; e sai che
+son nostri.
+
+LIDIO femina. Che «nostri»? Lassali a me.
+
+LIDIO maschio. Anzi, a me.
+
+LIDIO femina. Che a te? Lidio son io; non tu.
+
+LIDIO maschio. Dágli qua.
+
+LIDIO femina. Che «qua»? Dágli pur a me.
+
+SAMIA. Oh! oh! Per forza non voglio giá me li toglia alcuno di voi per
+ciò che io griderrei ad alta voce. Ma state saldi. Lassatemi ben vedere
+chi di voi è Lidio. Oh Dio! oh miraculosa maraviglia! Non è alcuno sí
+simile a se stesso né la neve alla neve né l'uovo a l'uovo come è l'uno
+all'altro di costoro: tal che non so discernere chi di voi Lidio si sia;
+perché tu Lidio mi pari e tu Lidio pari, tu Lidio sei e tu Lidio sei. Ma
+io or ben la ritroverrò. Ditemi: è alcuno di voi innamorato?
+
+LIDIO maschio. Sí.
+
+LIDIO femina. Sí.
+
+SAMIA. Chi?
+
+LIDIO maschio. Io.
+
+LIDIO femina. Io.
+
+SAMIA. Onde vengon questi denari?
+
+LIDIO maschio. Da lei.
+
+LIDIO femina. Da l'amorosa.
+
+SAMIA. Oh fortuna! Ancor non son chiara. Ditemi: chi è l'amorosa?
+
+LIDIO maschio. Fulvia.
+
+LIDIO femina. Fulvia.
+
+SAMIA. Chi è il suo caro amante?
+
+LIDIO maschio. Io.
+
+LIDIO femina. Io.
+
+LIDIO maschio. Chi? tu?
+
+LIDIO femina. Io, sí.
+
+LIDIO maschio. Anzi, io.
+
+SAMIA. Uh! uh! uh! In malora! Mò che cosa è questa? Saldi! Qual Fulvia
+dite voi?
+
+LIDIO maschio. La moglie di Calandro.
+
+LIDIO femina. La padrona tua.
+
+SAMIA. Tutt'una! Certo, o io sono impazzata o costoro hanno il demonio
+adosso. Ma aspettate. Or la rinvengo. Ditemi: con che abito andaste da
+lei?
+
+LIDIO maschio. Da donna.
+
+LIDIO femina. Da fanciulla.
+
+SAMIA. Oh cosa ridicula e dispettosa! Ma oh! oh! a questo la ritruovo.
+In che tempo ha ella voluto lo amante suo?
+
+LIDIO maschio. Di dí.
+
+LIDIO femina. Di mezzo giorno.
+
+SAMIA. El fistolo de l'inferno non la rinverrebbe. Certo, questa è una
+trama diabolica cosí condotta da quello spirito maladetto. Meglio è che
+io, con li denari, a Fulvia me ne ritorni; e díegli poi essa a chi piú
+gli piace. Sapete voi com'ell'è? Io non so a chi di voi darmegli. Fulvia
+ben conoscerá il vero suo amante. Però chi di voi quello è a lei se ne
+venga e da lei li ará. Restate in pace.
+
+LIDIO maschio. Non mi vedo nello specchio sí simile a me stesso com'è
+colui simile al volto mio. A bell'agio saprò chi egli è. E perché queste
+venture non vengono ogni dí e Fulvia intanto potria pentirsi, in fede
+mia, meglio è che io, come soglio, spacciatamente da lei ritorni; ché
+quelli denari non sono pochi. Sí: farò, a fé.
+
+LIDIO femina. Or questo è lo amante per cui io son tolta in scambio. Che
+domin indugia tanto a tornar Fannio? Se qui or fussi, come esso disegnò,
+torneremmo a Fulvia e forse ci beccheremmo sú quei denari: benché al
+fatto mio pensar bisogna.
+
+
+SCENA II
+
+FESSENIO servo, LIDIO femina, FANNIO servo.
+
+
+FESSENIO. Né per via né in casa ho trovato Lidio.
+
+LIDIO femina. Or che debbo fare?
+
+FESSENIO. Sin che non mi chiarisco se vero è che femina fatto sia, non
+sará ben di me. Ma oh! oh! oh! È e' quello? Non è. Sí, è. Non è desso.
+È, sí! Molto fantastico parmi.
+
+LIDIO femina. Ahi fortuna!
+
+FESSENIO. Da sé parla.
+
+LIDIO femina. In che laberinto mi trovo io!
+
+FESSENIO. Che cosa fia?
+
+LIDIO femina. Devo io cosí subito rovinare?
+
+FESSENIO. Oimè! che ruina fia?
+
+LIDIO femina. Per esser troppo amato...
+
+FESSENIO. Che vuol dir questo?
+
+LIDIO femina. ... devo io questo abito lassare?
+
+FESSENIO. Aimè! Trama fia. E la voce sua parmi abbia preso assai del
+feminile.
+
+LIDIO femina. ... e di questa libertá privarmi?
+
+FESSENIO. Sará pur vero.
+
+LIDIO femina. Or sarò io per femina conosciuto e non piú maschio tenuto?
+
+FESSENIO. Cascato è ne l'orcio il topo.
+
+LIDIO femina. Or da vero Santilla, e non piú Lidio, mi chiamerò.
+
+FESSENIO. Misero me! che la cosa è pur vera.
+
+LIDIO femina. Sia maladetta la mia mala sorte che morir non mi lassò il
+dí che Modon fu preso.
+
+FESSENIO. Oh cieli avversi! come può questo farsi? Se da lui sentito non
+l'avessi, mai creduto non l'arei. Lassameli parlare. O Lidio!
+
+LIDIO femina. Chi è quella bestia?
+
+FESSENIO. Sará pur vero anco questo, che Lidio non conosca se non
+Fulvia sua? Bestia chiami me, eh? Come se tu non mi conoscessi!
+
+LIDIO femina. Non ti conobbi mai né di conoscerti mi curo.
+
+FESSENIO. Adunque, tu non conosci il servo tuo?
+
+LIDIO femina. Tu mio servo?
+
+FESSENIO. Se per tuo non mi vuoi, sarò d'altri.
+
+LIDIO femina. Va' in pace, va'; ché col vin parlar non intendo.
+
+FESSENIO. Col vino non parli tu giá; parlo io bene con la
+smemorataggine. Ma non ti nasconder da me, ché li accidenti tuoi so io
+bene come te.
+
+LIDIO femina. Che accidenti son li miei?
+
+FESSENIO. Per forza di negromanzia se' diventato femina.
+
+LIDIO femina. Io femina?
+
+FESSENIO. Femina, sí.
+
+LIDIO femina. Male il sai.
+
+FESSENIO. Però chiarir me ne voglio.
+
+LIDIO femina. Ah poltron! che vuoi tu fare?
+
+FESSENIO. So che io lo vederò.
+
+LIDIO femina. Ahi sciagurato! A questo modo, ah?
+
+FESSENIO. Con man lo toccherò, se me amazzassi.
+
+LIDIO femina. Ah prusuntuoso! Sta' discosto. O Fannio! o Fannio! A tempo
+arrivi; corri qua.
+
+FANNIO. Che cosa è questa?
+
+LIDIO femina. Questo reo omo dice ch'io son femina; e a mio dispetto
+vuol cercarmi.
+
+FANNIO. Che audacia a far ciò ti muove?
+
+FESSENIO. Che pazzia induce te a metterti tra 'l padron mio e me?
+
+FANNIO. Questo è tuo padrone?
+
+FESSENIO. Mio, sí. Perché?
+
+FANNIO. Buono uomo, tu pigli errore. So che né tu a lui servo né egli a
+te padrone fu mai. A me, sí, bene egli ed io sempre a lui.
+
+FESSENIO. Né tu a costui servo né tu a lui padrone fusti giá mai. Io,
+sí, ben tuo servo; tu, sí, bene mio padrone. Io sol il vero dico; voi
+amendue mentite.
+
+LIDIO femina. Maraviglia non è che tu arrogantemente parli, se anche
+prosuntuosamente operi.
+
+FESSENIO. Maraviglia non è che tu ignorantemente mi dismentichi, se
+anche smemoratamente te stesso non conosci.
+
+FANNIO. Parlali dolcemente.
+
+LIDIO femina. Io me stesso non conosco?
+
+FESSENIO. Messer... volsi dir, madonna, non. Se tu te riconoscessi, me
+ancor conosceresti.
+
+LIDIO femina. Io ben mi conosco. Chi tu te sia non ritruovo giá.
+
+FESSENIO. Di', piú correttamente, che tu hai trovato altri e perso te
+stesso.
+
+LIDIO femina. E chi ho io trovato?
+
+FESSENIO. Tua sorella Santilla, che ora è in te, sendo tu femina. Hai
+perso te stesso, perché non sei piú maschio, non sei piú Lidio.
+
+LIDIO femina. Qual Lidio?
+
+FESSENIO. Oh poveretto, che nulla ti ricorda! Deh! padrone, non ti
+soviene egli essere Lidio da Modon, figliuolo di Demetrio, fratello di
+Santilla, discipul di Polinico, padrone di Fessenio, innamorato di
+Fulvia?
+
+LIDIO femina. Nota, Fannio, nota. Fulvia mi è ben ne l'animo e nella
+memoria.
+
+FESSENIO. Mi sapeva bene che sol di Fulvia ti ricorderesti. D'altro no,
+in modo affatturato sei!
+
+
+SCENA III
+
+LIDIO maschio, FESSENIO, LIDIO femina, FANNIO.
+
+
+LIDIO maschio. Fessenio! o Fessenio!
+
+FESSENIO. Che donna è quella che a sé m'accenna? Aspetta, tu, che a te
+torno ora.
+
+LIDIO femina. Fannio, se io sapessi che mio fratel vivo fusse, di
+speranza non sperata sarei or piena; perché vederei lui essere quello
+per cui costui me ha còlto in scambio.
+
+FANNIO. Tu non sai anche lui essere morto.
+
+LIDIO femina. Non giá.
+
+FANNIO. Però certo è che Lidio nostro è quel che e' ci dice; e che è
+vivo; e che è qua. E quasi quasi mi par raffigurar costui esser
+Fessenio.
+
+LIDIO femina. Oh Dio! Tutto il core, per nuova tenerezza e letizia,
+mancar mi sento.
+
+FESSENIO. Ancor non son ben chiaro se sei tu Lidio o pur quella. Lassa
+che io meglio ti riguardi.
+
+LIDIO maschio. Saresti tu mai imbriaco?
+
+FESSENIO. Sei desso, sí; e sei anche maschio.
+
+LIDIO maschio. Io voglio, or ora, andar lá dove sai.
+
+FESSENIO. Orsú! Vanne a Fulvia, va', mercatante di campagna; che darai
+olio e piglierai denari.
+
+LIDIO femina. Or be': che di' tu?
+
+FESSENIO. Se cosa fatto o detto t'ho che dispiaciuta ti sia, perdonami;
+ché or m'accorgo che per il padron mio ti presi in scambio.
+
+LIDIO femina. Chi è il padron tuo?
+
+FESSENIO. Un Lidio da Modon, tanto a te simile che pensai te esser lui.
+
+LIDIO femina. Fannio mio, uh! uh! uh! La cosa è chiara. Come è il nome
+tuo?
+
+FESSENIO. Fessenio, al vostro piacere.
+
+LIDIO femina. Felici semo: non c'è piú dubbio. Oh Fessenio mio caro! mio
+caro Fessenio! mio sei tu.
+
+FESSENIO. Che tante carezze? No, no. Per tuo mi vorresti, ah? Se io
+dissi dianzi esser tuo, mentivo per la gola: né io tuo servo sono né tu
+mio padron sei. Io altro padrone ho; tu altro servo ti procaccia.
+
+LIDIO femina. Tu mio sei ed io tua sono.
+
+FANNIO. Deh, il mio Fessenio!
+
+FESSENIO. Che voglion dire tanti abbracciamenti? Oh! oh! oh! Trama c'è
+sotto.
+
+FANNIO. Andianne qua da parte, che tutto ti diremo. Questa è Santilla
+sorella di Lidio tuo padrone.
+
+FESSENIO. Santilla nostra?
+
+FANNIO. Piano. Essa è. Io son Fannio.
+
+FESSENIO. Oh Fannio mio!
+
+FANNIO. Non far qui dimostrazion, per buon rispetto. Fermo e cheto!
+
+
+SCENA IV
+
+SAMIA, FESSENIO, LIDIO femina, FANNIO.
+
+
+SAMIA. Oimè! uh! uh! uh! trista me! Oh povera padrona mia, che, in un
+tratto, svergognata e ruinata sei!
+
+FESSENIO. Ch'hai tu, Samia?
+
+SAMIA. Oh sventurata Fulvia!
+
+FESSENIO. Che cosa è questa?
+
+SAMIA. O Fessenio mio, ruinati semo.
+
+FESSENIO. Che c'è? di' sú.
+
+SAMIA. Pessime nuove.
+
+FESSENIO. Che?
+
+SAMIA. Li fratelli di Calandro hanno trovato Lidio tuo con Fulvia e
+mandato per Calandro e per li fratelli di lei, che venghino a casa per
+svergognarla; e forse poi uccideranno Lidio.
+
+FESSENIO. Oimè! Che cosa è questa? Oh sventurato padron mio! Lo hanno
+preso?
+
+SAMIA. Non giá.
+
+FESSENIO. Perché non si è fuggito?
+
+SAMIA. Perché Fulvia pensa, prima che Calandro e li fratelli di lei si
+trovino ed a casa arrivino, che il negromante lo faccia di nuovo femina;
+e cosí levar la vergogna a sé e il periculo a Lidio. Ove che, se esso
+fuggendo si salvasse, Fulvia vituperata resteria. Però, volando, mi
+manda al negromante per questo conto. Addio.
+
+FESSENIO. Odi. Fermati un poco. In che luogo di casa è Lidio?
+
+SAMIA. Egli e Fulvia nella camera terrena.
+
+FESSENIO. Non ha, dirieto, la finestra bassa?
+
+SAMIA. Potria, per lí, andarsene a posta sua.
+
+FESSENIO. Non per questo ne domando io. Dimmi: sará, ora, chi impedisca
+ad alcuno lo ire lá drento a detta camera?
+
+SAMIA. Quasi nissuno. Tutti son corsi, al rumore, all'uscio della
+camera.
+
+FESSENIO. Samia, questa cosa del negromante è pazzia. Se brami salvare
+la padrona, torna a casa e, con buon modo, leva de l'andito, se alcuno
+per sorte vi fusse.
+
+SAMIA. Farò quel che di'; ma guarda che la cosa non se ruini affatto.
+
+FESSENIO. Non temer. Va' via.
+
+LIDIO femina. Eimè! Fessenio mio, voglia il cielo che, in uno stante,
+ritrovato e riperduto mio fratello non abbia e che, ad un tempo, renduta
+la vita e data la morte non mi sia.
+
+FESSENIO. Qui non bisogna lamenti; il caso ricerca che il rimedio sia
+non men presto che savio. Nissun ci vede. Piglia i panni di Fannio e i
+tuoi da' a lui. Sú! presto!... Oh! cosí!... Piglia questo. Metti sú...
+Cosí stai ben troppo. Non dubitare: meco ne vieni. Tu, Fannio, aspetta.
+A te, Santilla, mostrerò quanto a far hai.
+
+FANNIO. In che travaglio ha posto la fortuna il caso di questi due,
+fratello e sorella! Sará oggi il maggior affanno o la maggior letizia
+che avessin mai, secondo che la cosa se butterá. Ben fece il cielo l'uno
+e l'altra simili, non pur di apparenzia, ma ancor di fortuna. Sono
+amendue in loco che forza è che uno abbia quel bene e quel male che ará
+l'altro. Sin che il fine non vedo, né allegrar né attristar mi posso; né
+timor certo né certa speranza in cor mi siede. Or piaccia al cielo che
+la cosa a quel fin si riduca che Lidio e Santilla di tanto travaglio e
+periculo eschino. Io, aspettando quel che avvenir di questo fatto deve,
+qua da parte mi ritirerò soletto.
+
+
+SCENA V
+
+LIDIO maschio solo.
+
+
+D'un gran periculo uscito sono; e, a gran pena, io medesimo non so come.
+Io ero, si può dir, prigione e di Fulvia e di me piangeva l'infelice
+sorte quando ecco uno, menato da Fessenio, salta in camera dalla
+finestra di dreto. E subito vestissi de' panni miei e me dei suoi. E
+fuor me ne ha mandato Fessenio, senza che persona mi abbia visto,
+dicendomi:--Tutto è acconcio benissimo; sta' contento.--In modo che da
+un grandissimo dolore mi trovo in grandissima contentezza. Fessenio,
+cosí dalla finestra, rimase a parlare con Fulvia. Bene è che io mi stia
+cosí, qui intorno, per vedere a quel che si riduce la cosa. Ed oh! oh!
+oh! Ben va. Lieta comparsa è Fulvia su l'uscio.
+
+
+SCENA VI
+
+FULVIA sola.
+
+
+Travaglio è certo stato per me in questo giorno; ma ringrazio il cielo
+che di tutti li accidenti felicemente uscita sono. E il fine del
+periculo presente mi porta incredibile iocunditá; perché, non pur ha
+salvato l'onore a me e la vita a Lidio, ma sará cagione che con lui
+potrò essere piú spesso e piú facilmente. Chi ora è di me piú lieto non
+deve esser mortale.
+
+
+SCENA VII
+
+CALANDRO.
+
+
+E vi meno perché vediate l'onore che l'ha fatto a voi e a me. E, poi che
+l'arò tutta pesta, menatela a casa il diavolo, perché non voglio in casa
+questa vergogna. Guardate se ella è bene sfacciata! che la sta su
+l'uscio, come la fusse la buona e la bella.
+
+
+SCENA VIII
+
+CALANDRO, FULVIA.
+
+
+CALANDRO. Tu sei qui, malvagia femina? ed hai animo di aspettarmici,
+sappiendo che m'hai fatte le corna? Non so come io mi tenga che io non
+ti tragga la vita del corpo. Ma prima voglio uccidere, a' tua occhi
+veggenti, colui che tu hai in camera, ribalda! E poi, con le mie mani, a
+te cavar gli occhi della testa.
+
+FULVIA. Oimè, marito mio! Mò che cosa è quella che te muove a fare me
+rea femina, che non sono, e te crudele omo, ove fin qui non fusti mai?
+
+CALANDRO. Oh svergognata! Ancor hai ardir di parlare? Come se noi non
+sapessimo che in camera hai, vestito da donna, lo amante tuo!
+
+FULVIA. Fratelli miei, costui cerca che vi faccia palese quel che io ho
+sempre ascoso: cioè la pazienzia mia e li oltraggi che, tuttodí, mi fa
+questo fastidioso; ché non è moglie sí fedele né peggio trattata come
+sono io. E che non si vergogna a dire che io li metto le corna!
+
+CALANDRO. Sí, che gli è il vero, trista femina! E ora voglio mostrarlo
+a' tuoi fratelli.
+
+FULVIA. Intrate e vedete chi io ho in camera e come questo fiero
+bacarozzo l'ucciderá. Sú! venite.
+
+
+SCENA IX
+
+LIDIO maschio solo.
+
+
+Fessenio mio disse la cosa esser acconcia; ma non ne vedo segno e con
+sospetto ne sto. Colui, con chi Fessenio i panni scambiar mi fece, non
+conobbi. Fessenio fuor non viene. Calandro, Fulvia minacciando, è
+intrato in casa. Egli è matto furioso e forse le fará villania. Ma, se
+romor in casa sento, al corpo di me, ch'i' salterò drento e difenderò
+lei o per lei morirò. Amante non sia chi coraggioso non è.
+
+
+SCENA X
+
+FANNIO servo, LIDIO maschio.
+
+
+FANNIO. Vedi lá Lidio o, vogliam dir, Santilla. Non ha fatto niente.
+Riscambiamo. Togli li tuoi; rendemi li panni miei.
+
+LIDIO maschio. Che scambiamenti di' tu?
+
+FANNIO. Sí poco è che scambiare Fessenio ce li fece che pur ricordar te
+ne déi. Dá' qua questi e piglia li tuoi.
+
+LIDIO maschio. Mi ricordo, sí, averli scambiati; ma questi non son giá
+quelli ch'io detti a te.
+
+FANNIO. Tu non mi pari in te. Mò crederrestú mai che io ne avessi fatto
+mercanzia?
+
+LIDIO maschio. Non mi dare impaccio. Ecco Fessenio.
+
+
+SCENA XI
+
+FESSENIO servo solo.
+
+
+Oh! oh! oh! bella cosa! Credevon mò, sotto abito di donna, trovare un
+garzone che con Fulvia si sollazzassi; e volevano uccidere lui e
+vituperar lei. Ma, trovato che è una fanciulla, tutti si sono
+rasserenati, tenendo Fulvia la piú pudica donna del mondo. Ed ella con
+onore ed io con estrema letizia resto. Santilla, da loro licenziata,
+tutta contenta fuor ne viene. Vedi anche lá Lidio.
+
+
+SCENA XII
+
+SANTILLA, FESSENIO servo, LIDIO, FANNIO servo.
+
+
+SANTILLA. Eh! Fessenio, dov'è mio fratello?
+
+FESSENIO. Vedilo lá, ancor con li panni che tu li desti. Andiamo a lui.
+Lidio, conosci tu costei?
+
+LIDIO. Non certo. Dimmi chi ella è.
+
+FESSENIO. Quella che, in tuo loco, con Fulvia rimase; quella che tanto
+hai cercato.
+
+LIDIO. Chi?
+
+FESSENIO. Santilla tua.
+
+LIDIO. Mia sorella?
+
+SANTILLA. Tua sorella sono; e tu mio fratel sei.
+
+LIDIO. Tu sei Santilla mia? Or ti conosco: dessa sei. Oh sorella cara,
+da me tanto desiderata e cerca! Or son contento; or ho adempiuto il
+desiderio mio; or piú affanno avere non posso.
+
+SANTILLA. Deh, fratel dulcissimo! Io pur te vedo e sento. A pena creder
+posso che tu desso sia, vivo trovandoti ove io per morto lunga stagion
+te ho pianto. Or tanto maggior letizia mi porta la salute tua quanto io
+manco la aspettavo.
+
+LIDIO. E tu, sorella, tanto piú cara mi sei quanto io, per te, oggi
+salvato mi trovo: ove che, se tu non eri, forse ucciso stato sarei.
+
+SANTILLA. Ora aranno fine li suspiri e li pianti miei. Questo è Fannio,
+servo nostro, che sempre fidelmente servito mi ha.
+
+LIDIO. Oh! oh! oh! Fannio mio, ben di te mi ricordo. Avendo tu servito a
+una, te hai due persone obligato; e certo di noi ben contento ti terrai.
+
+FANNIO. Maggior contento aver non posso che vivo e con Santilla vederti.
+
+SANTILLA. Ché cosí fisso guardi, Fessenio caro?
+
+FESSENIO. Ché non vidi mai omo ad omo simile come è l'uno all'altro di
+voi. Ed or vedo la cagione per che seguíti son oggi tanti begli
+scambiamenti.
+
+SANTILLA. Vero di'.
+
+LIDIO. Belli son certo; e piú che non sapete voi.
+
+FESSENIO. Di ciò a bell'agio parleremo. Attendasi oggi a quel che piú
+importa. Dissi lá drento a Fulvia questa esser Santilla tua sorella: di
+che ella si mostrò oltra modo contenta; e conchiusemi al tutto volere
+che sia moglie a Flaminio suo figliuolo.
+
+SANTILLA. Or mi fai chiara perché ella, lá in camera, teneramente
+baciandomi, disse cosí a me:--Chi di noi piú contento sia non so. Lidio
+ha trovata la sorella; io la figliuola; e tu il marito.--
+
+LIDIO. La cosa può tenersi per fatta.
+
+FANNIO. Un'altra ce n'è, forse miglior che questa.
+
+LIDIO. Quale?
+
+FANNIO. Come dice Fessenio, tanto simili sète di persona che non è chi
+non ci abbi a restare ingannato.
+
+SANTILLA. So quel che vuoi dire: che Lidio, da noi instrutto, in loco
+mio entri e pigli per moglie la figliuola di Perillo la qual voglian
+dare a me.
+
+LIDIO. Ed è chiaro, questo?
+
+SANTILLA. Piú chiaro che 'l sole; piú vero che 'l vero.
+
+LIDIO. Oh felici noi! Vedi che pure, doppo gran pioggia, viene
+bellissimo sereno. Staremo meglio che a Modon.
+
+FESSENIO. Tanto meglio quanto Italia è piú degna della Grecia, quanto
+Roma è piú nobil che Modon e quanto vaglion piú due ricchezze che una. E
+tutti trionferemo.
+
+LIDIO. Orsú! Andiamo a fare il tutto.
+
+FESSENIO. Spettatori, le nozze si faran domane. Chi veder le
+vuole non si parta. Chi 'l disagio dell'aspettare fuggir cerca a sua
+posta se ne vada. Qui, per ora, altro a far non se ha.
+_Valete et plaudite._
+
+
+
+
+NOTA
+
+
+AVVERTENZE GENERALI
+
+Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in
+questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata
+della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui
+occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti
+quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno
+ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi
+e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa
+da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si
+restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da
+Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero
+potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi
+diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale
+scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed
+estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie,
+ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti
+rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle
+tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si
+manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli
+inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce
+al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di
+forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa,
+invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto
+posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche
+modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho
+disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente
+cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra
+esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.
+
+La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del
+Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho
+da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli
+_Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son
+comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano
+assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a
+discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso
+valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici),
+le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata
+anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e
+«_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»;
+«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»;
+«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e
+«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e
+«_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e
+«_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí
+via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche
+che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e
+corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_»,
+«_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure
+dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve,
+in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi,
+dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al
+secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze
+ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello
+stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú
+o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di
+questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione,
+le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di
+usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole
+spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando
+si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di
+allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini,
+infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di
+avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche
+scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse
+straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che
+giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente
+suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa
+testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole
+e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando
+vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni
+ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di
+scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il
+voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere
+essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico,
+dell'anarchia.
+
+ 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel
+ Libro della Poetica d'Aristotele; con la traduttione del
+ medesimo Libro, in Lingua Volgare. Con privilegio_. In
+ Vinegia, presso Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine
+ l'anno: M.D.LXXV], p. 29.
+
+ 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari,
+ Laterza, 1910), 242 (nov. I, .16)
+
+Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur
+necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II
+degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob
+alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa
+moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del
+«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste
+a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente
+«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato
+ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare
+confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano
+preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho
+creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un
+«_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non
+sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati
+(«_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_»
+che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima
+persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_»
+(«_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso
+opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione
+al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi,
+rigorosamente attenuto.
+
+
+LA CALANDRIA
+
+Di questa fortunatissima commedia si fecero, nel corso del secolo XVI,
+una ventina di edizioni. Poi, dopo la lunga dimenticanza del Seicento
+(durante il quale sembra che non se ne sia avuta nessuna nuova
+impressione), essa fu piú volte ristampata nei secoli XVIII e XIX: a
+Firenze nel 1720; a Napoli verso il 1730; a Livorno nel 1786; a Milano
+nel 1808; pure a Milano, per cura di Eugenio Camerini (Carlo Tèoli), nel
+1863; a Roma nel 1887; e di nuovo a Firenze, nel 1888, insieme ad altre
+commedie raccolte dal Piccini (Jarro) nel primo volume del suo _Teatro
+italiano antico_[3]. Io riproduco il testo della prima stampa,
+rarissima, che apparve a Siena nel 1521, un anno dopo la morte
+dell'autore. Essa reca sul frontespizio il seguente titolo nel quale è
+pur compreso l'elenco dei personaggi: _Commedia elegantissima | in prosa
+nuovamente composta per Messer Bernardo da Bibiena. | Intitulata
+Calandria. | Interlocutori. | Prologo: Argumento: Fessenio servo:
+Polynico preceptore: | Lydio adulescentulo: Calandro: Samya serva: Ruffo
+negro- | mante: Santylla: Fannio servo: Fulvia moglie di Calandro: |
+Meretrice: Facchino: Sbirri di doghana [in fine, nel tergo dell'ultima
+carta: Finita la Commedia di Calandro. Stam- | pata in la Magnifica
+Cipta di Siena: per | Michelangelo di Bart.º Fiorentino | ad instantia
+di Maestro Giovanni | di Alixandro Libraro. A di | xxix. d'Aprile. Nelli
+| Anni del Signore. | 1521_]. Precede alla commedia una breve lettera
+dedicatoria in latino, che qui non occorre riferire, del «bibliopola»
+Giovanni d'Alessandro al signor «_Bandino Bandineo senensi decano quam
+meritissimo patrono unico_» in data «_Senis ex officina nostra. xiiii.
+cal. martias. M.D.xxi_».
+
+ 3. Si vedano: ALLACCI, _Drammaturgia accresciuta e
+ continuata fino all'anno_ MDCCL, Venezia, Pasquali, 1755, col.
+ 155; PANZER, _Annales typografici_, Norimberga, 1793-1803, X,
+ 155; BRUNET, _Manuel du libraire_, Parigi, 1860-65, II, 773-4
+ e _Supplément,_ I, 409; GRAESSE, _Trésor de livres rares et
+ précieux_, Dresda, 1859-67, II, 412 (e anche 236); SALVIOLI,
+ _Bibliografia universale del teatro drammatico italiano_, I
+ (Venezia, 1903), 599.
+
+Che il titolo della commedia sia propriamente _Calandria_, e non
+Calandra, come recano, non si sa perché, quasi tutte le stampe, è cosa
+indubitabile. Giá notò il Ginguené doversi preferire la prima alla
+seconda forma per la ragione che in essa commedia si contengono «_les
+aventures et les hauts faits de Calandro_»[4]. E, ai nostri tempi, piú
+precisamente e piú chiaramente osservò il Gaspary che il titolo della
+prima stampa «è il titolo esatto (la commedia di Calandro), foggiato
+come _Asinaria, Cistellaria, Cassaria, Cofanaria, Vaccaria,
+Aridosia_»[5]. Ciò non ostante, la duplicitá dei titoli offerta dalle
+edizioni (nelle quali, anzi, ripeto, prevale di gran lunga la forma
+errata) si ripercosse, com'è naturale, anche nelle scritture dei critici
+e degli storici: perpetuandosi cosí una deplorevole confusione che è
+sperabile non abbia piú ad aver luogo dopo la presente ristampa. La
+quale, dunque, si fonda, come ho giá detto, su quella senese del 1521;
+ma non su di essa esclusivamente. A correggerne o compierne, infatti,
+alcuni errori e scorrezioni e omissioni mi ha giovato quest'altra
+edizione, di poco posteriore alla prima, che afferma, nientemeno, di
+derivare direttamente dall'autografo del cardinal da Bibbiena: _La
+Calandra | Comedia nobilissima et ridicu- | losa, tratta dallo originale
+| del proprio autore. | MDXXVI_ [e innanzi al Prologo: _Comedia
+nobilissima et ri- | diculosa intitolata Ca- | landra composta per | il
+Reverendiss. Car- | dinale di Santa | Maria importi- | co da Bibiena_; e
+in fine: _Stampata in Vinegia per Zuanantonio et fratel- | li da Sabio.
+Ad instantia di Messer Nicolo et | Dominico fratelli del Iesu. |
+M.D.XXVI_][6]. E, talvolta, ho pur tenuto presente l'altra edizione
+curatane dal Ruscelli: _Delle Comedie | elette | novamente raccolte in-
+| sieme, con le correttioni, & annotationi di | Girolamo Ruscelli, |
+Libro primo. | Nel quale si contengono l'infrascritte Comedie. | La
+Calandra del Cardinal Bibiena. | La Mandragola del Machiavello, | Il
+Sacrificio, & gli Ingannati degl'intronati. | L'Alessandro, & l'Amor
+costante del Piccolomini. | In Venetia. MDLIIII [in fine: In Venetia per
+Plinio | Pietrasanta, MDLIIII_][7].
+
+ 4. _Histoire littéraire d'Italie_, VI (Milano, Giusti, 1821),
+ 166.
+
+ 5. _Storia della letteratura italiana_, Torino,
+ Loescher, 1891, II^2, 300.
+
+ 6. Che derivi dall'originale non credo, poiché giá nel titolo
+ se ne allontana sicuramente. Ad ogni modo, per ciò che
+ riguarda la commedia, questa edizione dové esser condotta
+ su una buona e corretta copia. Del prologo, invece (che è,
+ come dico nel testo, non del Bibbiena, ma del Castiglione),
+ l'editore ebbe certo fra mano una trascrizione infelicissima
+ che altera e guasta stranamente la genuina forma
+ castilionesca.
+
+ 7. La _Calandria_ non ha un suo proprio frontespizio
+ e tien subito dietro a quello generale della raccolta. Lo
+ hanno, invece, le altre commedie che sono comprese nella
+ raccolta medesima.
+
+Mi resta, per ultimo, da avvertire che il prologo pubblicato in tutte le
+stampe come del Bibbiena è invece quello che fu composto da Baldassarre
+Castiglione per la prima rappresentazione urbinate del 1513: essendo il
+vero prologo dell'autore della Calandria pervenuto troppo tardi ad
+Urbino ed essendo anche troppo lungo perché l'attore che doveva
+recitarlo si confidasse di mandarlo a memoria. Ciò fu dimostrato, con
+quasi assoluta certezza, da Isidoro Del Lungo; il quale fece conoscere
+per la prima volta, pubblicandolo da uno scartafaccio autografo e
+convenientemente illustrandolo, questo vero e ignoto e delizioso prologo
+del faceto scrittore casentinese[8]. Io li pubblico entrambi:
+rispettando cosí la tradizione secolare e ristabilendo, al tempo stesso,
+la veritá.
+
+ 8. _Florentia, uomini e cose del Quattrocento_, Firenze, Barbèra,
+ 1897, p. 364 sgg. Il testo del prologo, che qui si riproduce
+ con alcune lievi modificazioni di ortografia e di
+ punteggiatura, è a pp. 374-8.]
+
+
+
+
+
+
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+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
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+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
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+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
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+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
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+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
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