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+The Project Gutenberg EBook of Il pedante, by Francesco Belo
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: Il pedante
+ Commedie del Cinquecento
+
+Author: Francesco Belo
+
+Editor: Ireneo Sanesi
+
+Release Date: December 13, 2010 [EBook #34640]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PEDANTE ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
+generously made available by Editore Laterza and the
+Biblioteca Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+ COMMEDIE
+ DEL CINQUECENTO
+
+
+ A CURA
+ DI
+ IRENEO SANESI
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1912
+
+ PROPRIETÁ LETTERARIA
+
+ GENNAIO MCMXII--30148
+
+
+
+
+IL PEDANTE
+
+DI FRANCESCO BELO
+
+
+PERSONE
+
+ CURZIO amante
+ PRUDENZIO pedante
+ REPETITORE del pedante
+ RUFINO servo
+ MALFATTO servo
+ LUZIO scolaro
+ MINIO scolaro
+ TRAPPOLINO regazzo
+ MASTRO ANTONIO sonatore
+ FULVIA donna
+ IULIA donna
+ LIVIA giovane
+ RITA serva
+ CECA serva.
+
+
+
+
+PROLOGO
+
+
+Silenzio. Oh! spettatori, che ciccalar è questo? Di grazia, lasciate un
+po' questi vostri ragionamenti e ricordatevi che questo luogo non è
+Banchi ove si tiene el mercato delle usure e simonie e distupri e
+adultèri. E voi altri lasciate, di grazia, el mottegiare e 'l burlare
+altrui. Bastive l'avere ragionato un pezzo e aver vaghezzato a vostro
+modo. E credo bene che chi vi cercassi ai piedi vi trovarebbe forsi
+altro che sputo. Questi pedanti me intendono meglio ch'io non lo so
+dire. Che spegner è quello che si fa colá sú? Olá! Io dico bene a te,
+sí, della... Uhu! Vedi ch'io ti chiamarò a nome. Che bisogna che tu ti
+cacci cosí drieto a colui? Orsú! Di grazia, assettatevi el meglio che
+voi possete, se non che se spegneranno i lumi e poi farete le comedie
+alla muta. Odi, odi quel vizioso che dice con quell'altro diavolo:--Fa'
+che li spenghino, ché me vorria mettere intorno a queste donne e
+levargli quelle gioie e quei pendenti.--Ma tu non sai che vi potresti
+lasciar i tuoi? E se tu non sei savio, tu sarai balzato peggio che non è
+quel buffon da bastonate dell'asino. Odi quell'altro che dice:--Costui è
+un gran bravo.--Son bravo per certo, quando bisogna, com'ora. E non
+guardate ch'io sia giovane; ché ne ho date molte piú di punte, come piú
+pericolosi colpi degli altri, che non n'ho rillevate. E forsi che
+qualcuno ch'è qui ne può essere buon testimonio: ch'io non fo come fan
+molti che portono la spada per fare el crudele coi servitori e con le
+donne e stan sulle brusche cere, sul tagliar dei mostacci e brusciar
+delle porte e 'l far de' Trentuni. Ma dove diavolo mi sono io lasciato
+trasportar dalla còlera? Perdonatemi. Colui ne è stato cagione. Di che
+ragionavo io? Ah sí!... pregavo questi giovani, e cosí vi priego voi che
+desiderio avete de odire e intendere le cose del nostro Belo, che state
+cheti e che allargate e aprite bene el buco degli orecchi acciò che vi
+entri el senso de questa nostra comedia: ché, sí come voi sète capaci e
+buoni retentori delle altre materie, che non vi si abbi ad imputare a
+pecoragine el non aver tenuto bene a mente questa e massime non vi si
+facendo, per ora, altro argumento; ben che mi rendo certo che voi non
+farete vergogna né a voi né al vostro precettore, avendovi egli, sí come
+è il dover, fatt'una buona memoria locale. Questi piú attempati so che
+non bisogna ch'io li avvertisca; ché, sí come persone ripiene e di senno
+e di discrezione, benché si dica ch'ella è morta, taceranno. Quest'altre
+donne son certo che, per esser savie e avendo sentito riprender voi, si
+achetaranno, di sorte che pareranno mutole: ancor che elle, in simili
+luoghi, el piú delle fiate, parlino piú coi gesti che con la boca e
+fanno intendere a cenni tale che non ha né occhi né lingua. Ma, pur che
+voi non parliate, i' non mi curo del resto. Pur io vi veggio, mercé
+della vostra buona natura, tutte modeste e savie; e son certo che
+starete in ordine con vostro sommo piacere, aprendoci ben sú l'occhio
+per ricevere el nerbo o il verbo substenziale, per dire meglio, dei
+nostri ragionamenti. Ma avvertite, di grazia, di non pigliar a riverso
+el cotale, cioè il parlar nostro, come solete far qualche volta, per
+giuoco, con chi par a voi: ché io me nne adirarei; benché voi non sète
+sole, ch'oltr'ai giovani, buona parte di questi attempati vi tengono
+compagnia e piú quegli che nelle infelice corti, refugio di affamati e
+ricetto d'ignoranti, si allevono. La comedia è nova... Ecco ch'io sento
+giá sollevati i murmuratori che non possono star piú cheti. Diavolo,
+crepagli! Che avete? che vi manca? di che borbottate? Perché ho detto
+«nova», eh? Che volévivo forsi ch'io vi dicessi «vecchia»? Dio me nne
+guardi ch'io presenti alle Signorie Vostre cose che vi facessino
+stomacare! O non sapete voi che le cose vecchie vengono in fastidio e
+sanno di vieto? E, che sia el vero, adimandatene a questi giovani che,
+come se lle dice «l'è una vecchia», l'abborriscono e vi sputano su come
+che se avessino preso l'assenzio: oltra che le fugono, le biasmano, le
+vituperano e chiamanole streghe, maliarde, ruffiane, dispettose,
+ammazzapulce, rempiture del mondo e simile altre novelle. E, secondo me,
+non dicono la bugia. El medesmo fanno quest'altre giovane delicate che,
+come se li parla de qualche vecchio, tu le vedi quasi venir meno
+dall'angoscia; e tanto piú quanto se imbattono in certi aguzzi, saputi,
+inferruzzati, con le barbe e' capegli coloriti, che gli par loro di
+esser el gallo della contrada e non si accorgeno che pute loro el fiato
+o che han gli occhi guasti e di continuo gli colano e, quando sputono,
+fan certe gongole che verrebbono a schifo ai frati e sempre hanno uno
+starnuto e una corregia in ordine. Ed elle son savie a fugirli:
+altretanto ne farei io. Sí che, per questo, ve ho ditto ch'ella è nova,
+per ciò che tutte le cose nove piacciono e dilettono ad ognuno. State,
+adunque, cheti; e avvertite a non far cosa per la qual io ne abbi da far
+chiavare qualcuno di voi, a mal modo, in una pregione. La comedia si
+chiama _El pedante_, quale è persona che, con le lettere in mano,
+defenderá le ragioni sue. Né avete da pigliarve fastidio perché ella sia
+volgare, essendosi fatto a buon fine e per compiacer ai piú. Ma, se
+l'auttore avessi pensato che, per farla latina, vi fosse stata piú
+accetta, egli si sarebbe ingegnato, se non in tutto, almeno in parte, di
+contentarvi; e, se pur egli a ciò non fossi stato buono, si arebbe fatto
+aitare dal suo pedante. E, se i latini non fossino stati tali quali le
+Signorie Vostre avessino meritato, sarebbero stati almeno come sonno
+quelli de questi affumati procuratori che parlono peggio de un todesco
+quando si sforza de parlar italiano: ché 'l maggior piacere che
+potessino avere sarebbe che si abrusciassi e Diomede e Prisciano co'
+quali di continuo stanno in briga; e, pur che li venghi ben fatto, non
+si tengono a conscienzia, sotto le paci e le pigierie, rompergli el capo
+e farli el peggio che possono. Questa cittá è Roma. So che tutti la
+cognoscete. E, perché questi recitanti han ditto a questi musici che
+sonnino, io me nne andarò. E voi state cheti.
+
+
+
+
+ATTO I
+
+
+SCENA I
+
+CURZIO amante, RUFINO servo.
+
+
+CURZIO. Ell'è pur vero el proverbio che i despiaceri e i piaceri non
+sogliano mai venir soli. E, che ciò sia, in me misero e infelice veder
+si puote: ch'allevatomi al servizio del mio signore, dal quale
+giustamente gran premio delle mie lunghe fatighe aspettavo in guidardone
+di mei mal spesi anni, mi ha contra mia voglia dato moglie. Che sia
+maledetta tanta ingratitudine che oggidí si vede in questi nostri
+signori regnare! che, non sí tosto dai miseri servitori el servizio han
+ricevuto, che l'han posto in oblio. Tristo a chiunque si fida di loro!
+ché, insino ch'elli hanno necessitá del fatto tuo, t'empromettono, ti
+giurano, vogliano teco partire el Stato e darti le migliaia de scudi
+d'intrata e fannoti mille scritture, mille patenti, mille oblighi, ch'in
+ogni altra persona ch'ad onorato vivere attende vituperevole cosa
+sarebbe; per ciò che, come non hanno piú di bisogno di te, ti stracciono
+quanti contratti, quante scritture te hanno fatte e quello che giá fu
+tuo donano ad un altro e, se tu ti lamenti, cercono di farti uccidere e
+pensono che 'l mancar di fede sia loro molto onorevole e, se pur voglino
+mostrare de favorirti, ti dánno moglie sí come a me el mio signore ha
+fatto. Che tal contentezze veggia in lui qual egli ave data a me che,
+contra mia voglia, me l'ha fatta sposare! E sonno oggimai passati dui
+anni che, da che seco celebrai le nozze, me partii e vagando per il
+mondo a guisa di un desperato, ramaricandomi di me stesso che troppo
+alle lusinghevole sue parole ho creduto, ne sono andato: non perché io
+non mi aveggia ch'ella non sia nobile, savia e da bene; ma per ciò
+ch'io cognosco che questi signori, come ti hanno dato moglie, par loro
+di averti ristorato d'ogni tua fatica e, il piú delle fiate, te lla
+dánno a pruova. Oltr'a ciò, non fui sí tosto giunto qui in Roma ch'io
+arsi e ardo nell'amore di una belissima giovane e sí fattamente ch'altro
+che l'amata vista di suoi begli occhi sereni, che 'l sole di splendore
+avanzano, veder non desidero. E giá mi trovo tanto innanzi nel sfrenato
+appetito trascorso e seco venuto a tale (per esser povera) che spero in
+breve venir a capo di qualche mio buon disegno. Voglio andar, prima che
+sia piú tardi, sino in Banchi. Parte vederò se mi fossino ancor venuti
+danari da casa. O Rufino!
+
+RUFINO. Signore, che volete?
+
+CURZIO. Vien fuori e piglia la cappa; e spácciati. Che cosa fai?
+
+RUFINO. Andiamo. Io sono in ordine.
+
+CURZIO. Dimmi un poco, or che me ricordo: parlasti tu mai con la serva
+di Iulia?
+
+RUFINO. Io vel dissi pur iersera; ma voi non me ci desti orecchie.
+
+CURZIO. Io avevo altro in capo, a dirti el vero. Ma pur, che ti disse?
+
+RUFINO. Ella è mezza contenta; e spero... Basta.
+
+CURZIO. Come mezza contenta? Fa' ch'io te intenda.
+
+RUFINO. Volete altro, che si contentará di fare quanto vorrete voi?
+
+CURZIO. Dio lo voglia, ch'io, per me, non lo credo.
+
+RUFINO. Sará cosí certo. Ma...
+
+CURZIO. Ma che? Ché non parli? Che vòi dire?
+
+RUFINO. Voglio dire che ci è peggio, se Dio non vi aiuta.
+
+CURZIO. Come peggio?
+
+RUFINO. Peggio, signor sí: ch'ella ha un altro innamorato.
+
+CURZIO. Un altro innamorato? Va', ch'io non tel credo.
+
+RUFINO. Non è articolo di fede; ma ve ricordo ch'a tal otta lo
+potrestivo credere, che vi rincresceria.
+
+CURZIO. Come che me rincresceria? Parlame chiaro.
+
+RUFINO. La chiarezza è questa: che ci è chi la vole per moglie.
+
+CURZIO. E chi è questo prosuntuoso?
+
+RUFINO. È un pedante poltrone.
+
+CURZIO. Io so chi vòi dire, adesso. I' non ne ho paura di costui. Ma che
+certezze ne hai tu di questo?
+
+RUFINO. Hamelo detto Filippa ch'io vel dica. E io dubito che non vi
+sturbi.
+
+CURZIO. Sturbar lui mene?
+
+RUFINO. Signor sí. È perché non sapete che le donne sempre se attacano
+al peggio.
+
+CURZIO. Guardise pur ch'io non gl'impari a far le concordanzie a suo mal
+grado. Lui non mi deve cognoscere anco, ah?
+
+RUFINO. Voi avete el torto, ché le cose belle piacciono a ognuno.
+
+CURZIO. Tel concedo, questo. Ma non cognosce lui che quella non è farina
+da' suoi denti?
+
+RUFINO. Anzi, lui si pensa che, per aver quattro letteruzze affumate,
+che tutte le donne di questa cittá siano obligate a volergli bene.
+
+CURZIO. Non ne parliam piú. Caminamo: ch'io voglio che tu vadi poi
+insino a casa di Filippa e che concludi el tutto. E promettegli ciò
+ch'ella vuole.
+
+RUFINO. Se io gli prometto ciò ch'ella vole, noi stiam conci!
+
+CURZIO. E perché?
+
+RUFINO. Per ciò che non gli basteria un papato.
+
+CURZIO. Se intende ch'ella abbi a chiedere cose possibili e non quelle
+che non si ponno. Si sa bene ch'io non sono bastante a dargli delle
+stelle del cielo.
+
+
+SCENA II
+
+LUZIO e MINIO scolari, CECA serva.
+
+
+LUZIO. Lassame caminare, ché 'l mastro non me dia un cavallo; ché me par
+sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza
+la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta
+nell'aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme,
+adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li
+latini per li passivi e poi me vole leggere la _Boccolica_. Ma, alla
+fé, poi ch'io sono qua, voglio chiamare Minio e vedere se vole venire
+con esso meco alla scola: ben che lui non impara se non la santa croce.
+Tic, toc.
+
+CECA. Chi è lá?
+
+LUZIO. Ècci Minio, in casa?
+
+CECA. Sí, è. Che ne vòi fare?
+
+LUZIO. Ditegli se vol venir alla scola.
+
+CECA. Sí, sí. Aspetta.
+
+LUZIO. Cosí farò. Oh! cagna! come l'è fresco, stamattina! Alla fé, ch'io
+mi sono levato troppo a buon'ora. E me sono scordato de fare collazione,
+ch'è peggio: benché madonna me ha dato un quatrino ché me ne cómpari una
+ciambella.
+
+MINIO. Oh! bon dí, Luzio.
+
+LUZIO. Buon dí e buon anno. Vòi venire?
+
+MINIO. Sí, voglio. Andiamo.
+
+LUZIO. E dove è lo legno che tu porti?
+
+MINIO. Eccolo, e è piú grosso che non è lo tuo.
+
+LUZIO. Non è vero. Attenta un po' come pesa lo mio.
+
+MINIO. Gran mercé, ché lo tuo è piú bagnato! Per ciò...
+
+LUZIO. E lo mio è piú meglio. Ma dimme un po': chi era quella ch'era
+alla finestra?
+
+MINIO. Era la fantesca.
+
+LUZIO. Me credevo che fussi tua madre.
+
+MINIO. No. È piú bella madonna mia. Ma non sai, Luzio, ch'io ho una
+sorella che lo mastro li vole bene? E per ciò non me dá delli cavalli
+come fa a te.
+
+LUZIO. Ed essa vuole bene a lui?
+
+MINIO. Credo de sí, io. E lo mastro me ha promesso delli quatrini, veh!
+
+LUZIO. Io non lo sapevo, questo.
+
+MINIO. Manco lo sa madonna.
+
+LUZIO. Alla fé, ch'io gli voglio dire se se vole innamorare de sòrema
+ancora ma che non voglio mi dia delli cavalli.
+
+MINIO. Caminamo, ché non ci veda fermati: ché non dicessi che facemo le
+tristizie.
+
+
+SCENA III
+
+FULVIA donna, RITA serva, CECA serva.
+
+
+FULVIA. Non bisogna, Rita mia, ch'al primo né al secondo assalto della
+Fortuna ci sbigottiamo: ch'ancor che questa buona donna, madre de questa
+giovane della quale sí sconciamente el mio consorte, sí come saputo
+avemo, è invaghito, mostri non contentarsi ch'io, misera! in cambio
+della figliuola con esso lui mi giaccia (sí come saria el dovere,
+ch'elli è pur mio marito, del quale ora la mia sciagura e la mia
+disgrazia, senza colpa o cagione, privata me ne hanno), spero che la
+ragione che mi assecura a chiedergli le cose giuste e oneste la fará
+condiscendere ai voti mei.
+
+RITA. Grande errore fue, per certo, a farvi sposare, se ei non se ne
+contentava; e voi, perdonatemi, poco savia fosti a prenderlo.
+
+FULVIA. E che ci potevo fare io? Homelo forsi tolto da me? Certo che
+non; e tu lo sai.
+
+RITA. Orsú! Poi che avete questa fantasia, quanto piú presto possete
+cacciatevela; ché le cose che indugiano pigliano vizio.
+
+FULVIA. Io ho caro, Rita, che tu sia sempre stata meco in compagnia: ché
+della vita e fede mia verso di lui ne potrai far buona testimonianza;
+ch'io so ch'elli avea gran fede in te.
+
+RITA. Madonna, el luogo ove che noi ci troviamo e la buona e onorevole
+pratica delle sante donne ove voi state saranno cagione di rendervi
+chiara senz'altri testimoni apresso di lui.
+
+FULVIA. Ecco la casa. Idio ci aiuti, ché costei ci dia buona risposta.
+
+RITA. La dará bene, sí. Aspettate, ch'io pichiarò. Tic, toc.
+
+CECA. Chi è lá? che adimandate voi?
+
+RITA. Ècci la vostra patrona?
+
+CECA. Sí, è. Perché?
+
+RITA. Per bene. Madonna Fulvia mia patrona gli vorria parlare.
+
+CECA. Aspettate, che or ora li farò l'imbasciata.
+
+RITA. Tornate presto, di grazia.
+
+FULVIA. Accòstate in qua, Rita, acciò che non paia ch'io stia sola; ché
+tu sai ch'alle male lingue non mancaria che dire.
+
+RITA. Costei si sará forsi rotto el collo, ché bada tanto a darci la
+risposta.
+
+FULVIA. Qualche cosa deve aver a far, lei. Lassala pur stare.
+
+RITA. Volete ch'io ripichi?
+
+FULVIA. No, no; ché non dicessino pur cosí che noi avemo del fastidioso.
+
+CECA. Oh! Madonna, perdonateme se io sono stata troppo a ritornare, ché
+sono corsa drieto alla carne che si portava la gatta... volsi dire, la
+gatta si portava la carne.
+
+FULVIA. Ben, che dice la tua patrona?
+
+CECA. Che, madonna sí, che venghiate di sopra.
+
+
+SCENA IV
+
+PRUDENZIO mastro, MALFATTO servo.
+
+
+PRUDENZIO.
+
+ Omnia vincit amor et nos cedamus amori.
+
+Certamente pare, al giudizio dei periti, che totiens quotiens un uomo
+esce delli anni adolescentuli, verbi gratia un par nostro, non deceat
+sibi l'amare queste puellule tenere; benché dicitur che a fele, senio
+confetto, se lli convenga un mure tenero. Oh terque quaterque infelice
+Prudenzio! a cui poco le virtú e le lunghe lucubrazioni e i quotidiani
+studi prosunt. E ciò solo avviene ché li uomini sono inimicissimi delle
+virtú e delle Muse del castalio e pegaseo fonte; e, come li arieti o li
+irconi, con li corii aurati viveno, ché «sine doctrina vita est quasi
+mortis imago»; ed hanno sí la virtú conculcata che solo alle crapule
+attendono e incumbunt a rubare, a soppeditare el prossimo con mille
+versuzie e doli. Benché, noi non li stimiamo; quia, «cum recte vivis,
+non cures verba malorum». E cosí i miseri non se accorgeno che sono
+tanquam boves et oves et super pecora campi. E, se alcuno vole captare
+benevolenzia appresso di loro, bisogna che sia un testis iniquus, un
+garulo inquieto, un furcifer, un capestrunculo, un cinedulo
+calamistrato, un tonditore di monete, un lenone, uno inrumatore, un
+caupone tabernario inimico del politico vivere; e di quanti maggiori
+vizi è decorato tanto magis è accetto, quia «omne simile appetit sui
+simile». Ma solamente mihi tedet de non essere in grazia di questa
+radiante stella alla quale la famosa dea della pulcritudine non gli
+sarebbe ottima pedissequa et est lascivior hedo. E saria plus quam
+contentus s'io potessi coniugnerla nosco in coppula e vinculo
+matrimoniale. Né curarei di fargli fondo dotale di una nostra domo
+laterizia quale avemo empta in questa cittá, nella quale avemo consumpte
+molte pecunie in resarcirla. Ho decreto de mandargli un'apocha, una
+pagina, un epistolio in laude sua. Voglio andare al fòro per emere
+alcuna cosetta per prendere la corporale refezione e resarcire, cibando,
+el ieiuno ventre. O Malfatto!
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Vieni fuora. Non odi? a chi dico io?
+
+MALFATTO. Che ve piace, ehu?
+
+PRUDENZIO. Non hai verecundia a responder al precettore cosí
+temerariamente? Guarda pur, ch'io non ti dia un cavallo.
+
+MALFATTO. Sí! Sempre me volete dare li cavali, voi; e sempre me fate
+andare a piedi con le scarpe mezze rotte e mezze straziate.
+
+PRUDENZIO. Non piú parole; e fa' che tu stii cheto; e fa' che sempre non
+te abbiamo a fare uno epilogo sopra el vivere tuo. Háime inteso? perché
+non respondi? che guardi? a chi dico io?
+
+MALFATTO. Uhu! uhu! uhu!
+
+PRUDENZIO. Che parlar, che gesticoli de asino son questi?
+
+MALFATTO. Uhu! uhu! uhu!
+
+PRUDENZIO. Che sí ch'io ti farò parlare!
+
+MALFATTO. Perché volete che parli, se prima me dite ch'io stia cheto?
+
+PRUDENZIO. Io te ho detto che tu lassi parlare prima al mastro e che poi
+respondi. Dove sei andato, Malfatto? non odi?
+
+MALFATTO. Missere! missere!
+
+PRUDENZIO. Malanno che Dio te dia! Dico che venghi nosco.
+
+MALFATTO. E quando?
+
+PRUDENZIO. Extemplo; illico; che venghi statim.
+
+MALFATTO. Messer non. Non sono stato in nessun loco.
+
+PRUDENZIO. Malan che Dio ti dia! Certe tu es insanus.
+
+MALFATTO. Misser sí che son sano. Sonno le scarpe che sonno rotte.
+Ecole: vedete.
+
+PRUDENZIO. Che sí che, s'io torno in scola, te darò una spogliatura!
+
+MALFATTO. Ed io me ne andarò a letto, se me spogliarete.
+
+PRUDENZIO. Fa' ch'io non te l'abbia a ripilogare un'altra volta. Vieni
+meco.
+
+MALFATTO. E dove volete ch'io venga, adesso che vuol piovere?
+
+PRUDENZIO. E tu lassa piovere.
+
+MALFATTO. Be', sí, voi lo dite perché avete le scarpe sane: ma ché non
+me prestate le vostre, voi, a me e pigliateve le mie?
+
+PRUDENZIO. Tu vai optando ch'io non comperi l'altre nove.
+
+MALFATTO. Io non ne voglio se non doi, e non nove; ché non ho tanti
+piedi, io. Ma quando me le comparerete?
+
+PRUDENZIO. Domani omnino, idest per ogni modo.
+
+MALFATTO. O dateme le vostre oggi a me e pigliateve per voi quelle che
+me volete comparare domane.
+
+PRUDENZIO. Ego te supplico, per Deum immortalem.
+
+MALFATTO. Misser, volete lo pistello ancora?
+
+PRUDENZIO. Dove ambuli? dove vai?
+
+MALFATTO. Per lo mortale che me avete detto.
+
+PRUDENZIO. Odi qui ciò ch'io ti voglio dire.
+
+MALFATTO. Dite pur.
+
+PRUDENZIO. Ch'io, totis viribus...,
+
+MALFATTO. Misser sí.
+
+PRUDENZIO. ... farò cosa che tu sarai sodisfatto.
+
+MALFATTO. E lui ancora?
+
+PRUDENZIO. Quisnam? Chi lui?
+
+MALFATTO. Che ne so io?
+
+PRUDENZIO. Me par bene che non sai che te parli.
+
+MALFATTO. Ben. Patrone, io non voglio venire se non me date le scarpe.
+
+PRUDENZIO. Vieni; ch'io t'imprometto de dartele come noi tornamo.
+
+MALFATTO. Sí! come tornamo! Voi me ci volete cogliere come le altre
+volte. Non avete un quatrino.
+
+PRUDENZIO. Tira alle forche, temerario poltrone! Che sai tu se io ho
+nummi o no? Fa' che stii cheto e non amplius loqui. E basta.
+
+
+SCENA V
+
+CECA serva.
+
+
+Io, per me, farò ogni cosa pur che lo trovi. Va bene. Vuole ch'io vada
+sino a casa d'una certa Filippa che abita in Treio e ch'io veggia di
+parlar al servo di misser Curzio el quale è innamorato della figliuola.
+E hami imposto ch'io gli dica ch'ella è contenta e che, stanotte, ne
+venga su le tre ore, pur che del prezzo che molte fiate li ha mandato a
+offerire non gli venghi meno. Io mi maraviglio e nol posso credere, se
+nol vego, ch'ella si lassi in tanto errore trascorrere. E quella
+giovane, che molte fiate gli è venut'a parlare, credo che sia una
+cattiva pratica, la sua; e son certa che lei è quella che la conduce, a
+scavezzarsi el collo. Ma starai a vedere che questa mi sará una tale
+occasione ch'io potrò piú scopertamente accommodarmi a qualche mio
+piacere. E sai che molte fiate me ne ha parlato quel suo servitore di
+questa cosa, cioè de l'onor mio, con promissione de volermi sposare se
+io gli fo qualche piacere. Ma, alla fede, ch'io voglio che prima mi
+sposi; ch'io ne ho cotta la bocca e me delibero che non me ci coglia piú
+persona, s'io posso. I' vi son stata còlta dell'altre fiate su queste
+promesse; e si vuol dire che chi viene dal morto sa che cosa è piangere.
+El bello è che poi se ne vanno avantando come se gli fosse un grande
+onore. Alla fé, che i gatti ci averanno aperti gli occhi, a questo
+tratto. Ma será forsi meglio ch'io volti giú per questa strada qui che
+mi par piú corta assai.
+
+
+
+
+ATTO II
+
+
+SCENA I
+
+CURZIO amante, MALFATTO servo, TRAPPOLINO regazzo.
+
+
+CURZIO. Da ch'io mi levai per insino a quest'ora sono stato ad aspettar
+el patrone del banco ove mi sogliono venire i dinari da casa; né,
+possendo piú aspettarlo, punto dalla cieca passione, in qua ne son
+venuto. Ho lasciato Rufino che gli parli e che poi se ne vada sino a
+casa de Filippa. E, se la sorte mia buona vorrá ch'io giunga, sí come
+spero, a perfetto fine di questo mio amore, non che felice, ma con la
+istessa felicitá non cangiarei el stato e 'l grado mio. Solo un pensiero
+è quello che m'afflige: ch'ho inteso, aimè! che quel porco, poltrone,
+ignorantaccio di quel pedante suo vicino la vole per moglie e senza
+dote. Io l'ho incontrato poco è; e dogliomi de non gli aver parlato e
+fattogli intendere ch'ad altro attenda. Pur, s'el me si rintoppa
+innanzi, vo' sturargli gli orecchi di buona maniera. Ma, se io bene
+raffiguro, costui che viene di qua giú, alle fattezze e al vestire, l'è
+il servo suo. E' non può essere che costui non ne sappia qualche cosa di
+questo parentado. Me delibero de demandargnene.
+
+MALFATTO. Vedi ch'io non ci voglio venire e che piú presto me ne voglio
+andare a spasso per farte despetto.
+
+CURZIO. Oh quel giovane!
+
+MALFATTO. Vederemo chi sará piú poltrone, o lui o esso.
+
+CURZIO. Olá! Non odi?
+
+MALFATTO. Me chiamate io, voi?
+
+CURZIO. Sí, chiamo. Vien qua, ché ti voglio parlare.
+
+MALFATTO. O venite qua voi, ché te aspettarò.
+
+CURZIO. Ascolta solamente doi parole.
+
+MALFATTO. Voglio andare in Campo de fiore.
+
+CURZIO. Con chi stai tu?
+
+MALFATTO. Mò, mò; vedete: volete forsi niente?
+
+CURZIO. Oh! Tu me respondi a proposito!
+
+MALFATTO. Orsú! Basta. Son vostro serviziale.
+
+CURZIO. Costui deve esser matto. E' non sará quello che dico io. Anzi,
+l'è pur esso. Olá!
+
+MALFATTO. Missere, che vòi?
+
+CURZIO. Fatti un po' qui, di grazia. Con chi stai tu? chi è el tuo
+patrone?
+
+MALFATTO. L'è un mastro. Lo conoscete bene voi, sí. Ed è innamorato, che
+possa crepare!
+
+CURZIO. Sí, l'uno e l'altro.
+
+MALFATTO. Propriamente, esso e voi.
+
+CURZIO. Io dico lui e tu, bestia!
+
+MALFATTO. Dico bene cosí io ancora.
+
+CURZIO. Che diavolo di nova foggia de abito e di uomo è questa di
+costui?
+
+MALFATTO. Sapete come me chiamo io? oh quello! Me chiamo... Oh! oh! non
+te lo voglio dire.
+
+CURZIO. Se nol vòi dire, statti.
+
+MALFATTO. Che non te lo indovini de un quatrino. Me chiamo Malfatto,
+veh!
+
+CURZIO. So che non ti mentisce el nome. Ma dimmi un po': de chi è
+innamorato el tuo maestro?
+
+MALFATTO. D'una moglie.
+
+CURZIO. Che halla presa per moglie, forsi?
+
+MALFATTO. No, madonna, no. È che lui la vorria pigliar esso per moglie e
+vorria ch'essa stessi con lui e io con esso.
+
+CURZIO. Che diavolo parli? che hai? che dici?
+
+MALFATTO. Dico ch'ogni sempre lui vorria far... sapete?
+
+CURZIO. Che cosa vorria far? Che guardi? che tocchi?
+
+MALFATTO. Tocco che voi avete certe belle scarpe, pelose, nere. Volete
+cangiare con le mie?
+
+CURZIO. Son contento. Sta' fitto. Che farai?
+
+MALFATTO. Ve lle volevo cacciare e metterve queste mie che sono piú
+sane.
+
+CURZIO. Un'altra volta, poi; non adesso.
+
+MALFATTO. Ed io me ne voglio andare.
+
+CURZIO. Odi; ascolta. Non ti partire.
+
+MALFATTO. Sí; ma prestame tre quatrini.
+
+CURZIO. Son contento. Vieni con me, ch'io te lli voglio dare.
+
+MALFATTO. E dove volete ch'io venga?
+
+CURZIO. A casa mia.
+
+MALFATTO. Fit! mahu! cagna! Non me cci coglierete, no.
+
+CURZIO. E perché? di chi hai paura?
+
+MALFATTO. E che? Me voresti fare le male cose come fa lo mastro alli
+scolari, eh?
+
+CURZIO. So ch'el confessa senza tratto di corda.
+
+MALFATTO. Ché non me li date qua, se volete?
+
+CURZIO. Non ho dinari appresso. Vieni, su la fede mia.
+
+MALFATTO. Andiamo, sú! Volete che venga dinanzi o drieto?
+
+CURZIO. Vieni come vòi tu. Oh che dolce spasso è questo di costui! Ma
+starai a vedere che, pian piano, gli cavarò di bocca ogni cosa.
+
+MALFATTO. Son stracco. Io non posso piú caminare.
+
+CURZIO. Camina, camina, ché giá semo arrivati.
+
+MALFATTO. Sí! arrivati! E dove è la casa, che non la veggo?
+
+CURZIO. Eccola qui. Bussa un poco.
+
+MALFATTO. Tic, toc. Non ci è nessuno?
+
+TRAPPOLINO. Chi è lá?
+
+MALFATTO. È questo compagno.
+
+TRAPPOLINO. Che compagno? che compagno? gaglioffo che tu sei!
+
+MALFATTO. Olá! Parla con voi, vedete.
+
+CURZIO. Ché non vieni aprire, sciagurato?
+
+TRAPPOLINO. Oh patrone! Perdonateme; adesso vengo.
+
+MALFATTO. Sta con voi quello che dite?
+
+CURZIO. Sí che sta con meco. Perché?
+
+MALFATTO. E con chi dorme? con voi?
+
+CURZIO. Non. Dorme con un altro compagno.
+
+MALFATTO. Io dormo molto ben con lo mastro.
+
+CURZIO. Nel letto suo proprio?
+
+MALFATTO. Misser no. In camera; in un altro letto; in terra.
+
+TRAPPOLINO. Entrate.
+
+CURZIO. Vieni dentro, Malfatto.
+
+
+SCENA II
+
+FULVIA donna, IULIA donna, RITA serva.
+
+
+FULVIA. Non venite piú innanzi. Di grazia, tornatevi dentro.
+
+IULIA. Orsú! Andate in pace. Voi me avete intesa.
+
+FULVIA. Madonna sí.
+
+IULIA. Me avete ben fatto despiacere a non vi restare a desinare con
+esso meco.
+
+FULVIA. Sempre desino con esso voi. Di grazia, tornatevi di sopra.
+
+IULIA. Orsú! Buon giorno.
+
+FULVIA. Buon giorno e buon anno. Che dici tu, Rita, adesso? Molto stai
+sí cheta.
+
+RITA. Che volete ch'io dica?
+
+FULVIA. Che ne credi tu di questo mio pensiero?
+
+RITA. Io penso che Iddio ve adiutará; e che, quando egli saprá che voi
+l'abbiate seguito d'allora in qua che, senza legitima causa, vi lasciò,
+penso che se umiliará e che vi abbracciará e faravi carezze. E sonne
+certa, per ciò che cosí farei ancor io.
+
+FULVIA. Iddio, secondo el nostro bisogno, ci adiuti e ci consoli.
+
+RITA. Buono è di sperare in lui. È meglio che nel favore delli uomini,
+che sonno fallaci e buggiardi.
+
+FULVIA. Hai tu veduto quanto si è fatta pregare questa buona donna prima
+che si sia contentata?
+
+RITA. Be', madonna, non è da maravigliarsene: ché voi vedete ch'ella è
+povera; e ogni poco di bisbiglio che si levassi contro di lei sarebbe
+sufficiente a tôrgli ogni ventura.
+
+FULVIA. Tu dici el vero. Ma che te ne pare di Curzio?
+
+RITA. Circa a che cosa?
+
+FULVIA. Circa l'essersi innamorato.
+
+RITA. Io ve dirò el vero. Me par ch'abbi fatto bene.
+
+FULVIA. Bene, eh? Non ti cuoce a te: però parli a questo modo.
+
+RITA. Eh! madonna, vorrei che voi mi potessevo vedere el cuore; ché
+forsi mi terrestivo piú cara che non mi tenete.
+
+FULVIA. El veggio, pur troppo, quando tu dici ch'egli ha fatto bene.
+
+RITA. Io vi ho risposto a quel modo per ciò ch'ella è una galante
+giovane e degna d'essere amata (perdonateme voi) da maggior uomo che
+lui. Ed io, per me, se, come son donna, fossi un uomo e potesse, faria
+le pazzie.
+
+FULVIA. Tu sei molto furiosa da poco tempo in qua.
+
+RITA. Madonna, pregamo pur Iddio che la Ceca...
+
+FULVIA. Chi Ceca?
+
+RITA. ...la serva sua, facci qualche cosa di buono.
+
+FULVIA. Oh! Ben fará, sí: ch'ella è savia e lui ne ha voglia. Ma
+cominciamo, ch'ell'è tardo. E leviamoci di questa strada presto, acciò
+non c'intopassimo in lui: ch'io non vo' che sappia ch'io sia in Roma
+insino a tanto ch'io non l'ho in luogo ove che non mi possa fuggire.
+
+RITA. Voltate di qua, se vi piace, ché l'è piú corta.
+
+
+SCENA III
+
+MALFATTO servo, CECA serva.
+
+
+MALFATTO. Per santo Niente-benedetto, per la croce de Dio, che voglio
+andar adesso adesso, mò mò, a trovar l'oste che fa la taverna e darli
+questi quatrini e fare che me dia un quinto de vino e un pezzo de trippa
+prima che torni lo mastro: che so che gridará, ma ch'adesso che me ne
+ricordo, non ce voglio piú stare con lui; ché me voglio conciare con
+questo bono uomo che me ha dati li quatrini, che dice che vole ch'io li
+sia compagno. Ed holli raccusato lo patrone che fa l'innamorato con una
+qua a basso. Cancaro! Ecco, alla fé, quella che dice che me vole per
+marito. Alla fé, la voglio aspettare.
+
+CECA. Io ho trovato a punto el servo di Curzio e hogli fatto
+l'imbasciata. M'ha ditto ch'in casa di Filippa mi renderà la risposta.
+
+MALFATTO. Io voglio andare a trovarla, a fé. Bona sera.
+
+CECA. Oh! addio. Bona sera e 'l buon anno. Dove vai?
+
+MALFATTO. Venivo a ti. Come sto io?
+
+CECA. E che vòi tu ch'i' ne sappia come stai? Guarda ch'adimande da
+sciocco!
+
+MALFATTO. Io volevo dire come stai tu.
+
+CECA. Tieni le mani a te. Che farai?
+
+MALFATTO. Volevo toccare un po' qua dentro.
+
+CECA. Non se tocca qua dentro, se non se piange.
+
+MALFATTO. O aspetta un poco. Non te so' moglie io a te?
+
+CECA. Sta' da lunga, quando tu parli. Non ti accostar tanto, ché tu
+m'amorbi. Ché non te lavi, che puti com'una carogna?
+
+MALFATTO. Non ho la rogna, no. Vedi? Son bianco. Guarda un po'. Te
+voglio bene io a te, veh!
+
+CECA. Ed io a te. Siamo d'accordo.
+
+MALFATTO. O lassamete, adunque, montare adosso.
+
+CECA. Come adosso, bestia?
+
+MALFATTO. Sí, a cavallo; a questo modo.
+
+CECA. Fatt'in lá, poltrone!
+
+MALFATTO. Oh! Ceca mia, quando me vòi far far un figliolo?
+
+CECA. Taci, balordo! E dove trovi tu che gli omini faccino figlioli?
+
+MALFATTO. O fallo tu, adunque; e io te cci voglio aiutare.
+
+CECA. Ne arei ben voglia.
+
+MALFATTO. Che dici? Non sei contenta, Ceca mia bella?
+
+CECA. Sí, sí. Dimme un po': el tuo patrone compone piú versi?
+
+MALFATTO. Sí. È andato verso qua giú. Poco stará a tornare. Eh! non ti
+partire cosí presto, ché io ti darò questi quatrini.
+
+CECA. Damile, sú!
+
+MALFATTO. Eccoli. Vedi quanti sono!
+
+CECA. Gran mercé a te. Addio.
+
+MALFATTO. No, no. Cagna! Non ce voglio fare. Rendemeli.
+
+CECA. Come! Non me lli hai tu dati?
+
+MALFATTO. Sí; ma non voglio che tu te nne vada.
+
+CECA. Che vòi tu ch'io faccia qui fuori? Non hai tu vergogna de star
+nella strada a parlare con le femine?
+
+MALFATTO. Be'; rendime li mei quatrini, adunque.
+
+CECA. Non te lli voglio rendere. Non me lli hai dati?
+
+MALFATTO. Misser no, che non te lli ho dati. Rendime li mei quatrini;
+rendime li mei quatrini.
+
+CECA. Vedi come piange el gaglioffo!
+
+MALFATTO. Rendime li mei quatrini, dico.
+
+CECA. To', vatti con Dio.
+
+MALFATTO. E dove vòi tu ch'io vada?
+
+CECA. Va' dove vòi.
+
+MALFATTO. Odi. Andiamo insiemi a bevere un'ostaria alla foglietta de
+greco.
+
+CECA. Non posso, adesso. Recomandame al tuo mastro, sai?
+
+MALFATTO. Vòi ch'io li dica altro?
+
+CECA. Digli che se ne perda el seme d'un sí tristo corpo.
+
+MALFATTO. Basta. Gli dirò che tu voresti che te mettesse el seme in
+corpo.
+
+CECA. El malanno che Dio ti dia, bestia!
+
+MALFATTO. Te nne vai, eh? Voglio venire ancora io.
+
+CECA. E vatti con diavolo! Tu vorrai che te vega madonna e che gridi
+molto bene.
+
+MALFATTO. Orsú! Bona sera. Io me ne voglio andare in casa.
+
+CECA. Va' con diavolo!
+
+
+SCENA IV
+
+RUFINO solo.
+
+
+Io ho incontrata, poco è, la serva de Livia e hame ditto che la cosa è
+in ordine, pur che vi sieno i danari della dote che se gli è promessa, e
+ch'ella tornerá a riparlarmi in casa di Filippa. Io, per me, non so
+dove se gli caverá costui questi denari: ché non ha un quatrino né meno
+è per averne per qualche giorno; ch'il banco non ha avuto ancora aviso
+da casa. Certo deve essere ritornato, poi che la porta è aperta.
+Lásciamegli rendere la risposta d'ogni cosa speditamente acciò proveda
+a' casi sua.
+
+
+SCENA V
+
+PRUDENZIO pedante, MALFATTO servo.
+
+
+PRUDENZIO. Non me sono accorto di questo giottonciculo del famulo
+ch'inel mezzo del fòro, in nel conspetto di molti egregi ed
+eccellentissimi uomini, me ha derelicto mentre eravamo in circulo a
+discutere alcuni dubi delle peculiali virtú nostre. Ma testor Deum ch'io
+li voglio dare ad minus cento verberature. Certum est ch'io non fo bene
+a tenerlo, ché quanti báiuli, quanti inepti villichi sono in questa
+inclita e alma cittá tutti lo cognoscono, se li congratulano; e non si
+acconviene a me esser veduto con esso lui perché non si dica, appresso
+delli insipidi ideoti garuli e rinoceronti, che lo eximio maestro
+Prudenzio, eletto e approbato da Sua Santitá censore e maestro
+regionario con stipendio congruo e condecente ad un paro nostro, meni
+apud se un tal famulo. Sed «necessitas non habet legem», la necessitá,
+l'uopo non ha lege, qui a multum interest a noi el suo magisterio circa
+le cose veneree, stimulandone molto la concupiscenzia carnale. Et ipse è
+molto cognosciuto apresso della genitrice della mia unica, lepida,
+blandula, melliflua e morigerosa Livia, vero speculo di pulcritudine e
+di exemplare vertú: che, totiens quotiens me immemoro quei membricoli e'
+flavi capegli e li ocelli glauci co' supercilii leni biforcati, col
+pettusculo niveo, vera cassula et arcula ove ch'el nostro còrculo si
+latita e lo anellito de quella boccula roscicula che fiata un'aura, una
+fragranzia, uno odore manneo che tutto me letifica, e che io contemplo
+quella fenestrula, statim divengo un metamorfoseo. E, per quanto posso
+comprendere, gli piace molto ch'un par nostro l'ami. E «certum est quod
+natura dat»: non si può negare ch'essendo la maestá sua di sottile,
+acuto e peregrino ingegno, per consequenti è amica de' periti, savi e
+dotti uomini, quia melius est nomen bonum che non sono le richezze. Ma
+ecco el nostro insipido famulo ch'esce del ludo litterario.
+
+MALFATTO. Diavolo! Non passará mai piú nessuno delle ciambelle? ché
+vorria spendere questi quatrini.
+
+PRUDENZIO. Ah scelesto! Non curare: te castigarò bene, sí.
+
+MALFATTO. Oh mastro! Bon dí e bon anno. Ve sono venuto aspettare a casa
+e me sono stati donati questi.
+
+PRUDENZIO. E chi te lli ha dati? Ché non parli? Quis est ille che...
+
+MALFATTO. Che nascio sino pelle di te quello mastro.
+
+PRUDENZIO. Io dico questi. Chi te lli ha dati?
+
+MALFATTO. Uno che m'ha ditto che voi site un poltrone e che lo fuoco ve
+possa abrusciare.
+
+PRUDENZIO. E chi è questo?
+
+MALFATTO. E che voi sèti un certo che fa alli scolari...
+
+PRUDENZIO. Taci, famulo, carnifice.
+
+MALFATTO. E dove è la carne? Ve sognate, neh vero?
+
+PRUDENZIO. Quid latras?
+
+MALFATTO. Misser no, che non son latro. Non li ho robbati, alla fé.
+
+PRUDENZIO. Non curar, giotto, uso al lupanaro. T'imparerò de avermi
+derelicto mentre ero con quelli uomini eruditi nel foro.
+
+MALFATTO. Oh! adesso adesso sono uscito fuori.
+
+PRUDENZIO. Non respondes ad propositum.
+
+MALFATTO. Prosopito des los bondi.
+
+PRUDENZIO. Taci, temerario, poltrone, inepto! Dimi un po': perché te nne
+sei tornato a casa?
+
+MALFATTO. Perché me è piaciuto.
+
+PRUDENZIO. Cosí me rispondi? Adunque, io te devo dare da resarcire el
+ventre e farte le calighe e i diploidi e i pilei, e devi fare a tuo
+modo? Ma guarda pur ch'io non ti dia qualche alapa che non ti metti
+quattro denti nel gutture!
+
+MALFATTO. Per Dio! Patrone, missere, odite, per questa croce.
+
+PRUDENZIO. Che vòi ch'io oda? Vederai ch'io farò che, quando tu verrai
+meco, non te parterai dal latere nostro. Dimmi un po': chi te ha dato
+quelli quadranti?
+
+MALFATTO. Che quadranti?
+
+PRUDENZIO. Questi; questi nummi.
+
+MALFATTO. Son quatrini, son quatrini. Voi non ci vedete lume. Che me lli
+ha dati esso quello.
+
+PRUDENZIO. Quale?
+
+MALFATTO. Quello che dice che voi site un poltrone.
+
+PRUDENZIO. E cognoscelo tu?
+
+MALFATTO. Misser sí, che ve cognosce.
+
+PRUDENZIO. Io dico se tu lo cognosci; intendi bene.
+
+MALFATTO. Vedete se me cognosce, ché m'ha dati li quatrini.
+
+PRUDENZIO. È questo possibile, che tu non mi respondi a quello ch'io te
+interrogo? Io te ho detto se tu lo saperai ricognoscere, sí o no. Che
+dici tu?
+
+MALFATTO. Sí e no.
+
+PRUDENZIO. Iuro per deum Herculem che...
+
+MALFATTO. Non se chiamava Ercole, messer no.
+
+PRUDENZIO. Se io fosse cerciorato vendundarme la toga, voglio
+cognoscerlo e fargli dar molte vulnere da questi sicari famuli di questi
+magnifici eccellentissimi signori principi mei patroni sempre
+observantissimi e fargli cavar el cuor del corpore.
+
+MALFATTO. Oh! Mastro, ha ditto ancora che voi site un somaro.
+
+PRUDENZIO. Un asino, eh?
+
+MALFATTO. Misser no: un somaro.
+
+PRUDENZIO. E quo casu lui?
+
+MALFATTO. Non ho comparato caso, messer no. Avete fame, neh vero?
+
+PRUDENZIO. Io arei per manco de darte un equo, se tu non taci, che
+disputare. Gran cosa che questa inclita cittá magnanima sia cosí sterile
+del consorzio de' viri probi e sia fertile delli invidiosi inimici delle
+sacrosante, buone e megliori e optime vertú! E sono come l'ortiche che
+pultano a chiunque le tagne; e sono inepti a tutte le cose.
+
+MALFATTO. O misser, sapete? Ho trovata a quella... Oh! non me se
+recorda. Ah! ah! sí; la patrona de madonna Iulia.
+
+PRUDENZIO. Che patrona hai trovata? Ché non lo dici?
+
+MALFATTO. Quella che va fuori, che parla sempre con io.
+
+PRUDENZIO. E che ti ha detto?
+
+MALFATTO. Me ssi aricomanda e me ha ditto che me vol bene.
+
+PRUDENZIO. Andiamo all'ospizio, idest in domo; ch'io voglio che tu ci
+vadia per ogni modo quando averemo epulato. Camina.
+
+MALFATTO. Ecco, io vengo.
+
+
+
+
+ATTO III
+
+
+SCENA I
+
+RITA, MALFATTO, CECA.
+
+
+RITA. Idio sia quello che ci aiuti. La mia patrona è sí frettolosa che
+non può aspettare che costoro gli mandino a dire ciò ch'han fatto ma vol
+che ci vada io a solecitarla. In veritá, che li ho compassione, e
+grande; che, cosí giovane, la poverina si veggia, senza alcuna cagione,
+abandonata dal marito. Non so come Idio gli possa sostenere al mondo
+simili uomini e come non gli mandi un flagello adosso di sorte che sieno
+essempio a tutti gli altri sciagurati che pigliono le mogli e poi le
+lasciono nella malora. E quanti ve ne sonno ancora di quei ribaldi, che
+non stanno troppo lontani di qui, che tengono le mogli e la concubina! E
+quanti di quegli che fanno dormire e' fanciulli in mezzo a lui e alla
+moglie per saziare la loro corrotta e disonesta vita! E altri ch'in
+quante cittá sono andati in tante hanno sposata una donna e si pregiano
+di avere piú mogli a l'usanza turchesca. E de ciò quella ragione si
+tiene che si vuole di quelle cose che non sono nel mondo. Poi questi
+uomini si hanno prescritta una certa temeritá, una prosonzione, una
+ingiustissima legge, che li par loro che 'l tradire le mogli non sia
+peccato e che, per questo, non sieno degni di punizione e che sia
+vergogna l'innamorarsi della moglie e che, se elle fanno un minimo
+errore, subito debino essere punite e uccise. E, il piú delle fiate,
+loro stessi dei vitupèri ed errori delle mogli ne sono cagione: per ciò
+che, o per la ingordigia del danaio o degli uffici o per empirse el
+ventre e andar ben vestiti, gli menono in casa gli amici e fan poi vista
+di non lo sapere; e, come poi hanno piene le borse e che sono richi e
+che pensono salir a qualche grado, per parer valenti e che stimino
+l'onore, le uccidono, che sieno uccisi loro! Oimè! ch'io ne so tante de
+queste cose e ne cognosco tanti di questi tali, per quel poco ch'io ci
+sono stata in questa terra, ch'io potrei, mentre che vo per la strada,
+aditargli e mostrar cosí:--Ello n'è l'uno; ed ella l'altro, colá.--E chi
+piú di questo sciagurato del mio patrone meritaria che la moglie gli
+facessi vergogna? Cosí, tra me stessa parlando in còlera, com'è costume
+di noi altre vecchie, son giunta a casa de madonna Iulia. Tic, toc.
+Costoro non ci deveno essere. Tic. Ogni volta ch'io vengo qui me fo
+prima sentir a tutto el vicinato che me respondino.
+
+MALFATTO. Chi bussa? che vòi da la porta nostra?
+
+RITA. Chi è quello? ove sei tu?
+
+MALFATTO. Son qua. Non ci vedi lume? No, no. Da quest'altra banda.
+
+RITA. Adesso sí che ti vego. Che dici tu?
+
+MALFATTO. Dico: perché bussi all'uscio mio?
+
+RITA. Io credo che tu ti sogni, pecorone!
+
+MALFATTO. Alla fé, che me credevo che fosse lui. Orsú! Basta.
+
+RITA. Dimmi un poco, olá! Me sai dire se e' cci sono costoro?
+
+MALFATTO. Non ce sta nessuno che se chiami Costoro in quella casa.
+
+RITA. Dico se c'è la patrona.
+
+MALFATTO. Se non si è partita, io credo de sí, io. Ma bussate, bussate
+forte, ché ben ve responderanno.
+
+RITA. Vedine nessuno tu?
+
+MALFATTO. Sí: veggo la gatta. Volete che la chiami? Mis! mis! Non ce
+vole venire.
+
+RITA. Oh bestia balorda! Io pichiarò tanto che qualcuno si affacciará.
+
+MALFATTO. Bona notte. M'aricomando.
+
+RITA. Addio, addio. Tic, toc.
+
+MALFATTO. Oh! me ssi era scordato. Volete beverare de qua con noi, che
+iersera remissemo una cantina d'aqua fresca? Non respondete? Vostro
+danno!
+
+RITA. Costui, certo, deve essere qualche pazzo. Diavolo che costoro mi
+respondino! Tic.
+
+MALFATTO. M'aricomando, sapete? E' son vostro. E recomandateme alla
+Ceca.
+
+RITA. Va', non dubitare.
+
+MALFATTO. Me nne sto a voi, vedete.
+
+RITA. Sí, in nome de Dio.
+
+MALFATTO. E quando me nne renderete la sopposta? Missere, che volete?
+Ecco, vengo. Addio, addio. Olá! M'ha chiamato lo patrone.
+
+RITA. Va', che te rompi el collo! Guarda scemonito, che risponde
+sentendo pichiar la porta del vicino! Io vo' pur ripichiar tanto che
+qualcuno mi risponda. Tic, tic.
+
+CECA. Chi è la?
+
+RITA. Amici. Rengraziato sia Dio che voi me avite sentita!
+
+CECA. Perdonateci. Ci era fugita una gallina su pel tetto e a fatica
+l'avemo possuta repigliare. Che volete?
+
+RITA. Vorrei parlare con madonna.
+
+CECA. Aspettate, ch'io vi verrò a aprire.
+
+RITA. Sí, di grazia. Non mi posso consolar da quel scempio che...
+
+MALFATTO. Olá! Non ve hanno voluto aprire, eh?
+
+RITA. Odi che l'è tornato!
+
+MALFATTO. Che dite? O quella madonna!
+
+RITA. Sí, sí: apriranno adesso.
+
+MALFATTO. Diteme un poco: avete moglie voi? Perché non me respondete? Ve
+voglio bene io, sí, alla fede: demandatene un poco allo mastro. E vorrei
+dormire con teco, sempre, sempre. Te sono innamorato, sí, per Dio.
+
+RITA. Diavolo che venga mai piú!
+
+MALFATTO. Vòi che venga abasso e che te basi un poco?
+
+RITA. Eh, sciagurato, tristo!
+
+MALFATTO. O che sei vecchia e brutta? Fio. Cancaro te venga! Fio.
+
+RITA. Che non ci possi invecchiare!
+
+CECA. Oh Rita! Entrate.
+
+RITA. Non te curar, poltrone!
+
+CECA. Con chi l'avete?
+
+RITA. Con uno sciagurato ch'è a quella finestra.
+
+MALFATTO. Addio, Ceca mia. Vòi bene a io tu.
+
+RITA. Basta. Non te curar, gaglioffo tristo!
+
+CECA. Lassatelo dire, ché l'è una bestia. Venite qua. Ch'è della patrona
+vostra?
+
+RITA. Ne è bene.
+
+MALFATTO. Quando volemo fare quella cosa, Ceca? Te nne andate, eh? E io
+ancora.
+
+
+SCENA II
+
+LUZIO, PRUDENZIO, MALFATTO, MINIO.
+
+
+LUZIO. Oimè! Mastro mio, perdonateme, ché io non lo farò mai piú.
+
+PRUDENZIO. Pigliate, pigliate quel capestrunculo.
+
+LUZIO. Eh! mastro mio, non me _ammazetis_.
+
+PRUDENZIO. Giotto! cinedulo! A questo modo si fuge dal gimnasio, eh?
+Latruncolo! inimico del romano eloquio!
+
+LUZIO. Eh! mastro mio _bonus_, perdonateme.
+
+PRUDENZIO. No, no. Io te voglio dare mille vapulature acciò che tu
+essemplifichi gli altri condiscipuli tuoi. Olá! o Minio!
+
+MINIO. Che ve piace?
+
+PRUDENZIO. Postulame Malfatto.
+
+MINIO. Misser sí.
+
+LUZIO. Oimè, mastro! oimè!
+
+PRUDENZIO. «Qui parcit virge odit filium». Tacci, giottonciculo! ché chi
+non riprende con degne castigazioni el figliuolo l'ha in odio e non lo
+dilige.
+
+LUZIO. Eh! non me _datis in vias_, de grazia.
+
+PRUDENZIO. Immo, in via publica te volemo vapulare.
+
+MINIO. Ecco Malfatto, mastro.
+
+PRUDENZIO. Veni, accede, ambula.
+
+MALFATTO. Sí, sí, lo farò; misser sí.
+
+LUZIO. Oimè! oimè! oimè!
+
+PRUDENZIO. Malfatto, non odi, no? Vien qui.
+
+MALFATTO. Oh! parlate, parlate, ché non ve adormirete.
+
+PRUDENZIO. Camina, dico.
+
+LUZIO. Oh mamma mia!
+
+MALFATTO. Che volete adesso?
+
+PRUDENZIO. Piglia costui a cavallo.
+
+LUZIO. Oh Dio! oh Dio!
+
+PRUDENZIO. Sdelacciali prima le callighe.
+
+LUZIO. Eh! per lo amor de Dio! Io me ve aricomando.
+
+PRUDENZIO. Ché non gli sdelacci le calze, igniavio, insultissimo?
+
+MALFATTO. Non vole, vedete.
+
+LUZIO. Eh! mastro mio, _audiatis_ una parola.
+
+PRUDENZIO. Quid vis? che vòi?
+
+LUZIO. Non me sdelacciate le calze, di grazia, c'ho cacato nella camisa.
+
+PRUDENZIO. Alzalo dunque a quel modo, ché volo ut tu discas che totiens
+quotiens...
+
+MALFATTO. Non ce vole venire, vedete.
+
+PRUDENZIO. Alla fé, che, quando te do a fare i latini, voglio che tu li
+facci meglio che se fussino in vernacula lingua.
+
+LUZIO. Oimè! oimè! oimè! oimè!
+
+MALFATTO. Non me date a io, che ve venga lo cancaro!
+
+LUZIO. Oimè! oimè! Dio mio!
+
+MALFATTO. Oh potta del diavolo!
+
+PRUDENZIO. Molto l'hai lassato.
+
+MALFATTO. Perché m'ha mozzicato li denti co la rechia.
+
+PRUDENZIO. A questo modo, eh? tristo, venefico!
+
+LUZIO. Eh! mastro, vel prometto che 'l farò bene alla _fedis_.
+
+MALFATTO. Guarda scrizi da cani!
+
+PRUDENZIO. E quando?
+
+LUZIO. Quando _voletis_ voi.
+
+MALFATTO. So c'ha fatto piú male a me ch'a io. Mastro, guardate.
+
+PRUDENZIO. Non vòi obmutescere, publico lupanare? E tu com'è possibile,
+uomo nefario, ch'in tanti cotidiani lustri non abbi imparato a latinare
+un cosí dotto et elegante epilogo ch'un bubalo se ne sarebbe giá fatto
+ampiamente capace?
+
+MALFATTO. Mastro, date un po' la frusta a esso e io alzarò voi e lui ve
+dará un cavallo e poi tutti doi me cacciarete lo naso.
+
+PRUDENZIO. Poltrone ribaldo!
+
+MALFATTO. Non me agiognerete, no.
+
+PRUDENZIO. In nomine Domini, et tu fac istud tema. E avvertisci ch'io
+non ritorni nella pristina còlera, ché non sunt in potestate nostra
+primi motus.
+
+MALFATTO. Le prime mete, sí, sono in potestate vostra.
+
+PRUDENZIO. Alla fé, che te farò trepidare innanzi a noi.
+
+MALFATTO. Cancaro! Guarda li piedi!
+
+PRUDENZIO. E tu, Luzio, fa' che te ricordi ch'è verecundia alli optimi
+discipuli ignorare le cose del preceptore che disce e doce le buone
+educazioni. Fa' questo latino: «Mentre che lo mastro me dá li cavalli io
+tiro le corregge».
+
+LUZIO. «_Inter... inter mastrum..._».
+
+PRUDENZIO. Di' un'altra volta.
+
+LUZIO. Hem! hem!
+
+MALFATTO. Quelli con che si magna lo pane.
+
+PRUDENZIO. Lassalo dire. Attendi a te.
+
+LUZIO. «_Inter magistrum me dat caballos cum nerbo..._».
+
+MALFATTO. Quando andarasti al monte e quando.
+
+PRUDENZIO. Non vòi tacere, arcula de ignoranzia, latibulo di sporcizie,
+cloaca di fecce? Ma non curare, che tu non ascenderai mai alla catedra
+di Minerva.
+
+MALFATTO. Merda pur a te.
+
+PRUDENZIO. S'io vengo lí...
+
+MALFATTO. Ché non ci venite? Fateve conto ch'io non saperò andar in un
+altro luoco!
+
+PRUDENZIO. Vade ad furcas.
+
+MALFATTO. Te venga pur a voi. Ha' visto che bella cosa, che non vol
+ch'i' canti?
+
+LUZIO. Come se declinano le coregge, mastro?
+
+PRUDENZIO. Hoc: crepidum, crepidi.
+
+LUZIO. «_... ego tiro crepida_».
+
+MALFATTO. Che diavolo descrezione è la vostra? Tutto oggi volete parlare
+voi.
+
+PRUDENZIO. S'io piglio un lapide, te farò... E tu fa' ch'un'altra volta
+non me meni tanto el capite.
+
+MALFATTO. Volete ch'io ve llo meni io, mastro?
+
+PRUDENZIO. Audi, Luti. Io te prometto quod, si bene facies, de non te
+dare equo un anno e farte, questo Santo Nicola, signore.
+
+MALFATTO. Ed io ancora voglio essere.
+
+PRUDENZIO. Tu non tanti facis mihi e...
+
+MALFATTO. Aspettate pur un poco, ché voglio andare per un'altra frusta
+ancor io.
+
+PRUDENZIO. Luzio, vatene dentro e incumbi alla lezione; ché statim te
+lla verrò a repetere.
+
+LUZIO. Misser sí.
+
+PRUDENZIO. Vien qui, tu altro. Credi ch'io te voglia dar un buon
+cavallo, se non sarai ubidiente?
+
+MINIO. Eh! mastro, perdonateme. Che volete ch'io faccia?
+
+PRUDENZIO. Io ti prometto de non ti dar mai cavallo se me farai un
+piacere. Altrimenti, pènsati che quolibet die io te nne darò uno.
+
+MINIO. Eh! non me date, ch'io ve voglio portar una buona cosa.
+
+PRUDENZIO. Io voglio che tu parli a tua sororia da parte nostra.
+
+MINIO. Oh! sapete, mastro...
+
+PRUDENZIO. Sta' cheto; lassa parlare al preceptore; non lo interrompere.
+E reportame la risposta.
+
+MINIO. Lo voglio fare, misser sí.
+
+PRUDENZIO. E noi te vorremo bene.
+
+MINIO. E sapete ch'ella è bella? ché, quando va al letto, ogni sempre
+dorme con meco ed è bianca e roscia.
+
+PRUDENZIO. Orsú! non piú. Torniamo dentro.
+
+
+SCENA III
+
+RITA, CECA.
+
+
+RITA. Caminamo, de grazia, Ceca, sorella, ch'ell'è tardo; e so che si
+lamentará di me c'ho temporeggiato troppo al ritornare.
+
+CECA. E che si lamenti. E poi è ella sí frettolosa che vogli esser
+servita sí presto?
+
+RITA. Io gli ho discrezione alla poverina per ciò che sta sola.
+
+CECA. Come sola? Non ha ella sí gran compagnia di monache?
+
+RITA. Gli è vero. Ma assai li par di esser sola quando non vi sono io.
+
+CECA. Questo si è tanto piú quanto si trova in questa terra ove persona
+non ci cognosce. Ma ditemi un poco, madonna Rita: avete marito voi?
+
+RITA. Io non so quello che me abbia, a dirti el vero.
+
+CECA. Come che non lo sapete?
+
+RITA. Dirotelo. Io mi maritai, son giá parecchi anni, e il signore
+nostro lo mandò in non so che sua bisogna forsi un mese doppo ch'io el
+tolsi; e, d'allora in qua, mai piú non l'ho veduto e temo ch'il sia piú
+tosto morto che no. Questo è el premio, sorella, che si acquista in
+servire i signori.
+
+CECA. De grazia, non ne ragioniam piú; ché non sta bene a noi, che siam
+femine, parlare de' fatti loro.
+
+RITA. Anzi, a noi sta bene, ché diremo el vero e saremo scusate per
+pazze.
+
+CECA. Non fate cosí, che ci potrebbono fare qualche cattivo scherzo.
+
+RITA. E che ci potreben mai fare?
+
+CECA. Che, eh? Dio ce nne guardi! Qualche trent'uno.
+
+RITA. Non ci faccino peggio che questo.
+
+CECA. O farci sfregiare, o una cosa simile, ché non mancano loro, no, i
+sviati e i ribaldi, ché, Dio grazia, ne hanno le case ripiene; ch'i
+buoni non vi vogliano stare per ciò che sono inimici del vizio.
+
+RITA. Ragionamo de altro, adunque.
+
+CECA. Voltiamo questo canto qui, ché scortaremo un pezzo di strada.
+
+RITA. Sí, de grazia, ch'io non vo' che me veda colui ch'esce di quella
+casa.
+
+CECA. E perché? chi è?
+
+RITA. Non vedete ch'ell'è Curzio, el mio patrone?
+
+CECA. Dite el vero. Leviamoci presto de qui.
+
+
+SCENA IV
+
+CURZIO, RUFINO, TRAPPOLINO, PRUDENZIO, MALFATTO.
+
+
+CURZIO. Quanta gioia, quanto piacere io sento, pietoso Amore, nol posso
+dire: ché, di me non obliandoti, nel mezzo di cotante miserie, di me sei
+stato ricordevole; di sorte che la mia donna, mossa a pietá, con darmi
+speranza di futuro bene, adolcisce l'amare mie angosce. E, per questo,
+i' sono sforzato d'impegnarmi e gli amici e quanti cognosco per compir
+alla promessa della dote ch'io gli ho fatto; insino a tanto che
+l'infelice mia consorte mi mandi qualche danaio da casa. Cosí mi levarò
+pur di sospetto di quel pedantaccio ignorante: ché non mi maraviglio se
+non di chi gli crede a tali uomini che sono piú tosto l'infamia del
+mondo che no. E forsi che questi che fanno el gentiluomo non se gli
+cacciano in casa? Ma non curare, che gli trattono bene! ché, non che li
+figliuoli e le figliuole, ma le mogli ancora li vituperano; e, ancor che
+non sia el vero, se ne vantono, ch'è il peggio. Ma, se questo sciagurato
+me ssi rintoppa innanzi, gli vo' dir quattro parole a mio modo e
+avvertirlo che si rimanga di andargli, ogni notte, a cantar all'uscio,
+se non vole ch'io li armi le schiene di bosco. O Rufino! Non odi?
+
+RUFINO. Signore, che volete?
+
+CURZIO. Chiama qui fuori Trappolino. Spedisciti, ch'ell'è tardo. Idio,
+aiutami in tanta necessitá in quanta ora me trovo.
+
+RUFINO. Ecco Trappolino, patrone.
+
+CURZIO. Fa' che tu non eschi di casa e, se venissi persona a dimandarmi,
+fatti lasciare l'imbasciata. Háime inteso?
+
+TRAPPOLINO. Signor sí.
+
+CURZIO. Vieni con esso meco, Rufino, ch'io voglio ch'andiamo a vedere se
+potessimo trovare qualche danaio in presto da chi sia.
+
+RUFINO. Io dubito che noi perderemo i passi, se andamo a speranza de
+altri.
+
+CURZIO. Come! Perché?
+
+RUFINO. Perché, oggidí, non si trova amico se non finto e a pena ve lli
+prestaranno sul pegno, non ch'altro.
+
+CURZIO. Tu dici el vero; ma la necessitá mi sforza de andar alla mercé
+loro. Ma dimmi un poco: dove dici tu che ti aspettará colei?
+
+RUFINO. Ve l'ho pur detto: in casa di Filippa.
+
+CURZIO. Orsú! Si vole che, come io sia in Banchi, tu te ne vadi fino a
+casa sua e che gli dichi ch'io non mancarò di andarvi per ogni modo
+stanotte e portarogli e' dinari.
+
+RUFINO. Cosí farò. Ah! ah! ah!
+
+CURZIO Che hai? di che te ridi?
+
+RUFINO. Rido, ché voi gli volete dare quelle cose che sète incerto di
+avere.
+
+CURZIO. Come ch'io ne sono incerto? Anzi, el contrario.
+
+RUFINO. Bastaria che voi li avessevo in cassa.
+
+CURZIO. Per mia fé, che, se io fossi certo d'andargli accatando, son per
+trovargli. Vadi el mondo come vole, che me delibero de non gli mancare.
+
+RUFINO. Sí, se potrete. Andate pur lá.
+
+CURZIO. Io poterò per certo. Non sai tu che Amore fa i seguaci suoi
+ingeniosi e scaltriti? Ma maledetto sia el signore ch'è cagione d'ogni
+mio danno!
+
+RUFINO. Patrone, è pazzia a dolersene; per ciò che di continuo ci sono
+nove materie da dire sui fatti loro e non trovo persona che se ne lodi.
+
+CURZIO. Non dire cosí, ché ve nne sonno pur assai de quegli che della
+loro servitú godeno. E, fra gli altri, el Belo, a cui la mercé del
+signore Francesco Orsino de Aragona abate de Farfa gli ha donato
+possessione e campi: di sorte ch'egli, per quello ch'io ne intendo, l'ha
+fatto ritornare ai studi da' quali, per essere poco pregiati appresso
+dei piú, allontanato se n'era.
+
+RUFINO. Ed io l'ho inteso molto da molti lodare; ma un fiore non fa
+primavera.
+
+CURZIO. Che val dir quel menar di capo e quel maravigliarsi che tu fai?
+A che pensi?
+
+RUFINO. Penso ch'io v'ho voluto dire una cosa parecchie volte e sempre
+mi è uscita di mente.
+
+CURZIO. Qualche bugia deve essere, però.
+
+RUFINO. O bugia o veritá, io vel vo' dire. Io mi sono giá imbattuto doi
+volte in una giovane che tutta a madonna Fulvia vostra si rassomeglia.
+
+CURZIO. E dove l'hai tu incontrata?
+
+RUFINO. Qua giú, che usciva de un certo monestero, e parvemi ch'ella
+avessi la Rita con esso lei.
+
+CURZIO. In che luogo sta quel monestero? come se chiama?
+
+RUFINO. Questo sí ch'io non so.
+
+CURZIO. Sai perché ch'io tel dico? Per ciò ch'io ancora mi sono giá
+parecchie volte imbattuto in una che tutta alla Rita se assomiglia; e,
+ogni volta che l'ho incontrata, me ssi è fugita dinanzi. Ma sai che si
+vuol fare? che, come te ssi rimbatte piú innanzi, tu gli va di dietro;
+ch'io me delibero di sapere s'ell'è dessa o no.
+
+PRUDENZIO. Impulsant campanicule.
+
+RUFINO. Patrone, ecco il vostro rivale.
+
+CURZIO. Guarda cera de furfante! Andiamogli incontro.
+
+PRUDENZIO. Bonum est quod ego, bono è ch'io vada sino alla Eccellenzia
+della Magnificenzia del reverendo illustrissimo mio unico perpetuo
+domino colendissimo del Monsignor mio; e partim andarò sino al
+barbitonsore. Non odi, villico, stabulatio, Malfatto?
+
+CURZIO. Stiamo a udire che dice.
+
+PRUDENZIO. Famulo, non odi? Vien qui, ché te voglio parlare.
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Vieni con noi sino all'emporio, ché mercaremo doi o tre oboli
+idest baiocchi de fercule per prandio.
+
+CURZIO. Addio, maestro.
+
+PRUDENZIO. Oh! Bona dies, magnifici mei patronissimi. Quomodo se habent,
+come stanno le Signorie Vostre?
+
+MALFATTO. Oh mastro! Questo è quello che me dette li quatrini: neh vero,
+quell'uomo?
+
+PRUDENZIO. Taci, se non che tu me farai convertire la ultrapelia in ira.
+
+MALFATTO. E me disse ancora che voi sète un poltrone.
+
+PRUDENZIO. Vade ad furcas, prosuntuoso.
+
+CURZIO. Oh che piacer è questo!
+
+PRUDENZIO. Io multum miror che la Eccellenzia Vostra abbi machinato
+contro di noi alcune parole ingiuriose come un seminario di mali.
+
+CURZIO. Io non so che cosa ve abbiate.
+
+PRUDENZIO. Dico che non convenit ad uno experto viro laniare el
+prossimo.
+
+CURZIO. Voi mi parete un pazzo. Che dite?
+
+PRUDENZIO. Benché, noi non le stimiamo; perché «esto forti animo cum sis
+damnatus inique».
+
+CURZIO. Voi fate un gran sgranellare di latini, oggi!
+
+MALFATTO. O quello! Dame un altro quatrino: vòi?
+
+PRUDENZIO. Basta. Non è questo el rigore de l'onestá.
+
+MALFATTO. Vo' melo dare, che te raccusarò lo mastro?
+
+PRUDENZIO. Metue magistrum tu et fac ut sis sermone modestus.
+
+MALFATTO. Parlate, parlate con lui che ve responderá.
+
+PRUDENZIO. Non se fa cosí, bone vir.
+
+CURZIO. Io credo che ve sognate. Con chi l'avete?
+
+PRUDENZIO. Questo nostro famulo ne ha referto che voi avete detto contro
+a l'onor nostro molta ingiuria. Ma ambula cum bonis et cetera.
+
+CURZIO. Che ambula? che ambula? Non ve vergognate, voi, che fate el
+savio, el grave, e andate tutta notte cantando, facendo le mattinate,
+come se fossivo un giovane de venti anni?
+
+MALFATTO. È vero, sí, e ce porta lo...
+
+PRUDENZIO. Non lo credi, no, che te farò cedere locum maiori?
+
+MALFATTO. Misser no, che non lo credo.
+
+PRUDENZIO. Bone vir, io credo che la Magnificenzia Vostra in tutto e per
+tutto e al tutto...
+
+RUFINO. State a udire.
+
+PRUDENZIO. ... sia da bene, savia e morigerosa e che la Spettabilitá Sua
+non cogitet ch'un paro nostro, disciplinato nelle liberale arti, incumba
+a simile vanitá: quia «vanitas vanitatum et omnia vanitas»; ché sapete
+bene che, nocturno tempore, vanno li vespertilioni.
+
+CURZIO. Ve possino venire a voi queste biasteme!
+
+MALFATTO. Ámenne. El cancaro ancora!
+
+PRUDENZIO. Odite. «Nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum».
+
+CURZIO. Oh! che bestia è questa?
+
+PRUDENZIO. E sí ve dico che «litem ferre cave».
+
+CURZIO. Che volete che cavi? che volete che cavi?
+
+MALFATTO. Dice lo vero. Non ce è da cavare qua.
+
+CURZIO. Sapete che dico a voi? che, se non sète savio, ve farò vedere
+che voi non sapete la santa croce.
+
+MALFATTO. Non è vero, misser. La sa; e me ha imparato a me sino al «be a
+ba, be e be».
+
+CURZIO. Voi non respondete? Molto state sí cheto.
+
+PRUDENZIO. Non rispondo quia «contra verbosus noli contendere verbis».
+Ma non crediate ch'io sia tanto aspernato o reietto perché portamo la
+toga, ché me resolvo che non me farete fuori del debito della iustizia e
+di quanto comandano le municipali leggi sacrosante iustiniane
+imperatorie per ciò che siamo in una delle inclite cittá del mondo.
+
+CURZIO. Voi fate un gran bravare.
+
+PRUDENZIO. Et in casu necessitatis me ne andarò ad osculare i piedi al
+clavigero portitore cellicolo, idest del beatissimo pontifex maximus, in
+nel suo proprio solio, quando pur me farete fuori del debito; bench'io
+non multi facio le parole vostre degne di reprensione.
+
+MALFATTO. O quello! Addio. _Fit_!
+
+PRUDENZIO. Ché noi non siamo per comportarci alcun dedeco, idest
+mancamento.
+
+MALFATTO. Mastro, volete far alle pugna con lui, che ve terrò la cappa?
+Voi me guardate? Dico da vero, alla fé.
+
+CURZIO. De grazia, mastro, avertite ai casi vostri.
+
+PRUDENZIO. Non bisogna minarci per essere catrafatto con l'ense ferreo e
+col pugione e col famulo satellito. Ma voi non sapete ancora quanto
+conato abino le umane lettere appresso i buoni discipuli concivi e
+munifici che sono copiosi di famuli e di gladiatori.
+
+CURZIO. Questa pecora gridará tutt'oggi.
+
+MALFATTO. O quello delli quatrini! che fai?
+
+PRUDENZIO. Testor Deum ch'io voglio andare nunc nunc al tribunale della
+Reverenzia dil Monsignor Governatore e dechiarargli pedetentim tutte le
+superfluitá che se fanno in questa terra alli omini del Gimnasio romano.
+
+RUFINO. Leviamocelli dinanzi, patrone.
+
+MALFATTO. Olá! Ve ne andate? non volete che venga, eh?
+
+CURZIO. Sí: ché non camini?
+
+PRUDENZIO. Per corpum meum...
+
+MALFATTO. Ché non dite a misser che me lassi venire?
+
+PRUDENZIO. Ah lingue viperee, defloratore de l'onor nostro!
+
+CURZIO. Non li respondere. Lassalo gridare.
+
+PRUDENZIO. Vien qua tu, sciagurato, insolentissimo. Vattene un poco
+dereto a coloro e vedi ove entrano e viennimelo subito a referire e
+guarda che tu non gli sperda.
+
+MALFATTO. Non me sperderò, no. Ma dove dite che vanno?
+
+PRUDENZIO. Lá giú per quel trivio.
+
+MALFATTO. Non erano se non doi, recordatevene bene, e non tre.
+
+PRUDENZIO. L'è vero. O camina, adunque; e torna tosto.
+
+MALFATTO. Quanto tosto volete ch'io venga? com'un sasso?
+
+PRUDENZIO. E camina, poltronee! ch'in questo mezzo voglio andare ad
+informandum curiam.
+
+MALFATTO. Oh mastro! oh mastro! Io non li veggio.
+
+PRUDENZIO. Va' correndo giú per quella via.
+
+MALFATTO. Per quale? per questa?
+
+PRUDENZIO. Per quella, sí.
+
+MALFATTO. Be', io voglio andar da quest'altra, io.
+
+PRUDENZIO. S'io vengo lá, te farò... Aspetta!
+
+MALFATTO. Ecco ch'io vo, sú.
+
+PRUDENZIO. Corri, che te rompi el collo!
+
+MALFATTO. Olá! Aspettateme, ché lo mastro vole che ve venga dereto.
+Mastro, caminano troppo forte. Io non li posso agiognere.
+
+PRUDENZIO. E va', sciagurato! E io partim andarò al bibliotecario ancora
+a riscuotere un chirografo, idest un libellulo scritto de nostra mano
+repleto d'ingeniosi e acuti e morali detti.
+
+
+SCENA V
+
+MINIO, REPETITORE, LUZIO.
+
+
+MINIO. _Valete._
+
+REPETITORE. Andate savi.
+
+LUZIO. _Valete._
+
+REPETITORE. Non fate stultizie.
+
+LUZIO. Alla fé, che lo mastro m'ha fatto molto male.
+
+MINIO. E che vo' dire che non me ha dato a mi?
+
+LUZIO. Non te ha dato: che ne so io?
+
+MINIO. Te vorria dir una cosa; ma non vorria che me raccusassi.
+
+LUZIO. Non te raccuso, alla fé.
+
+MINIO. Sí! sí! Non te lo credo.
+
+LUZIO. E dimmelo, de grazia: vòi?
+
+MINIO. O giurame prima, per la croce de Dio benedetta, de non me
+raccusare.
+
+LUZIO. Vedi, per questa croce, che non dirò niente.
+
+MINIO. Sai che me ha ditto lo mastro? che dica a mia sorella che lui li
+vole essere marito.
+
+LUZIO. E halla vista sòreta, esso?
+
+MINIO. Sí, che l'ha vista. E che li vol dare certe cose bone, ch'esso ce
+vorria venir a dormire stanotte.
+
+LUZIO. E tu vo' gnelo dire?
+
+MINIO. Ma se gnello voglio dire? Lo credo! ché m'ha promesso de non me
+dar delli cavalli, se io gnello dico, veh!
+
+LUZIO. Ed è bella sòreta?
+
+MINIO. Sí, ch'è bella; e tutta notte ioca con meco.
+
+LUZIO. E a che iocate?
+
+MINIO. Iocamo alle sculacciate. E madonna grida.
+
+LUZIO. Quanto vòi stare a tornare alla scola, tu?
+
+MINIO. Come averò pranzato. Non me vòi venir a chiamare?
+
+LUZIO. Sí, voglio. Aspettame, sai?
+
+MINIO. Son contento. Addio.
+
+LUZIO. Addio. Bon dí.
+
+
+
+
+ATTO IV
+
+
+SCENA I
+
+MASTRO ANTONIO, REPETITORE.
+
+
+MASTRO ANTONIO. Mi non ghe posso catare ancuo negun che me chiami acciò
+che mi ghe faza una maitina; e no ghe ho invidia a persona del mondo per
+saver fare una romanesca, una pavana. Alle guagnelle de san Zacaria, che
+voio andare a casa de sto mistro di scola che m'ha pregao che me ghe
+vaga a veerlo, ché vol che ghe faga no so che servizio. Questa e' xe la
+porta. Voio battere. Tic, tac. E' non responde ninguno. Tic, toc.
+
+REPETITORE. Quis est ille?
+
+MASTRO ANTONIO. Bon dí, bon dí, misier.
+
+REPETITORE. Bene veniat, bene veniat.
+
+MASTRO ANTONIO. A son mastro Antonio. Trin, trin.
+
+REPETITORE. Quid postulatis?
+
+MASTRO ANTONIO. Misier sí, a son vegnuo a posta.
+
+REPETITORE. Che volete?
+
+MASTRO ANTONIO. Viegno da spasso da San Roco.
+
+REPETITORE. Tu recto tramite rispondi.
+
+MASTRO ANTONIO. Sí, sí, misier sí. Che se n'è fatto de quel vostro
+mistro?
+
+REPETITORE. Non est in domi.
+
+MASTRO ANTONIO. Che desi? Non ghe sè in Roma?
+
+REPETITORE. Dico domi, domi.
+
+MASTRO ANTONIO. Missier sí. E' me l'ha be' ditto che ghe vegna.
+
+REPETITORE. Oh che pulchra festa ch'è questa!
+
+MASTRO ANTONIO. De grazia, vegnite un pochetin abasso, ché voio parlar
+con Vostra Magnificenzia.
+
+REPETITORE. Aspettate, ché nunc venio.
+
+MASTRO ANTONIO. El voio aspettar a ogne modo. Trin, trin, trin.
+
+REPETITORE. Bona dies, Dominatio Sua.
+
+MASTRO ANTONIO. A no sudo, no; a so' be' stracco. Che xe del mistro?
+
+REPETITORE. È andato a negoziare.
+
+MASTRO ANTONIO. Ello me disse che mi vegnesse a zercarlo.
+
+REPETITORE. Se volete venire in casa, fate voi.
+
+MASTRO ANTONIO. Sí, de grazia: ve nne priego.
+
+
+SCENA II
+
+PRUDENZIO, MALFATTO.
+
+
+PRUDENZIO. Promitto, per Deum vivum, che, non tam cito me vide la
+eccellentissima e reverendissima Signoria del monsignore illustrissimo
+signor governatore della ortodoxa fede e militante, phano episcopus e
+gastigatissimo censore e defensore acerrimo della iustizia, quod Deus
+conservet incolumen, col quale avemo contratta gran familiaritá, che
+statim me chiamò a sé e postulòmi ch'andassi negoziando. Io gli exposi
+la temeritá dell'inconsiderato uomo e il flagizio perpetrato contro di
+noi come se fossimo qualche incognito viro. Io voglio formarli un
+libello de ingiuria, certo che la Sua Signoria mutuo amore me ssi è
+offerto. Ma pare che hodie sia certo un lustro intercalare per noi; ché
+lo infido bibliotecario non ha manco compita l'opera per la quale gli ho
+saluti inanzi venti quadranti. Sed ecce a punto Malfatto che torna. O
+Malfatto!
+
+MALFATTO. Me par sentir... Oh! è lo mastro. A fé, site lo ben venuto.
+
+PRUDENZIO. Et tu quoque.
+
+MALFATTO. E dove è lo coco, patrone? Io non lo vego.
+
+PRUDENZIO. Io dico, tu ancora.
+
+MALFATTO. Basta: tant'è. E voi dove sète stato, patrone?
+
+PRUDENZIO. Fui al bibliotecario e al loco gerente del Monarca, idest
+Governatore, ch'è nostro alumno.
+
+MALFATTO. Sono uomini questi che dite o sono bestie?
+
+PRUDENZIO. Sei bestia insolentissima tu, bubone!
+
+MALFATTO. Che ne so io? Me par che voi non parlate come li altri, però.
+
+PRUDENZIO. Che altri? che altri? ché tutti li altri insiemi non sanno la
+decima parte de quello che sanno le mie crepide. Ma dimmi: andasti tu
+dietro a coloro?
+
+MALFATTO. A chi coloro?
+
+PRUDENZIO. Com'a chi? A quelli ch'io te dissi.
+
+MALFATTO. Non me avete ditto niente, ch'io me ricordi.
+
+PRUDENZIO. Come! Non te dissi che tu andassi dietro a quelli che ti
+avevano dati quelli nummi?
+
+MALFATTO. Io non so che vi vogliate dire.
+
+PRUDENZIO. Ah furcifer! demente! stolido!
+
+MALFATTO. Aspettate, ché me cci voglio un po' pensare.
+
+PRUDENZIO. Videbis che tu te serai posto a ludere in qualche fòro o in
+qualche latere con le alee; ed io, cerciorandomene, te scoriarò
+vapulandote con la scutica, ché me delibero che tu non ludi se non col
+troco.
+
+MALFATTO. Patrone, voi sète errato, ch'io non me nne ricordo.
+
+PRUDENZIO. Dic parumper: non te aricordi tu?
+
+MALFATTO. Ben sapete che misser sí.
+
+PRUDENZIO. Cur non desinis? perché non me lassi parlare?
+
+MALFATTO. Perché io so quello che volete dire, però.
+
+PRUDENZIO. Ché non lo dici, adunque?
+
+MALFATTO. Che volete che dica?
+
+PRUDENZIO. Se sei andato dereto a coloro.
+
+MALFATTO. A chi coloro? a quali? Fate che ve intenda.
+
+PRUDENZIO. Guarda viro impudente, latibulo di spurcizia! Dime un poco:
+chi te dette quelli quatrini?
+
+MALFATTO. Quello che ve disse poltrone.
+
+PRUDENZIO. Andastegli tu dietro?
+
+MALFATTO. Misser sí.
+
+PRUDENZIO. Hai tu saputo chi sono?
+
+MALFATTO. Misser sí: sono doi omini.
+
+PRUDENZIO. Ben sai che non sono doi equi. Vedi risposta de insipido! Non
+vedesti tu almeno dove entrorno?
+
+MALFATTO. Misser sí: in una casa, che ha una porta, quando si vole
+entrare dentro; e desopra ha poi le finestre e lo tetto ancora con li
+focolari.
+
+PRUDENZIO. Oh insulsissimo Cerbero ignorante! Povera Cerere e Bacco, a
+chi lascieno epulare sí infelicemente i frutti loro! Ecco che noi locuti
+sumus con monsignore, col vertice, col culmine della sacrosanta
+iustizia: e non arò fatto nihil; e terrammi Sua Signoria un mendace a
+posta di questo bubalo!
+
+MALFATTO. _Fu!_ Perdonateli, ché è scapato da esso, da questo rotto
+straciato.
+
+PRUDENZIO. Ah temerario! Non sai tu che «non sis ventosus si vis bonus
+esse videri»? Et stringe os et crepitum.
+
+MALFATTO. Però l'ho fatto: per non crepare.
+
+PRUDENZIO. Taci, inconsiderato adolescente! È possibile che non ti
+aricordi ove stia quella casa dove che sono entrati coloro?
+
+MALFATTO. Chi ve l'ha detto?
+
+PRUDENZIO. Dicemolo noi.
+
+MALFATTO. Be', lassateli dire, ché non dicono lo vero.
+
+PRUDENZIO. Se non guardassimo che tu sei un demente, te imparariamo a
+rispondere ai maggiori tuoi piú cautamente che non fai.
+
+MALFATTO. Voi avete torto a dir villania a lui. Ma sapete dove sta
+quella casa, mò che me ricordo?
+
+PRUDENZIO. Dove? ché non parli?
+
+MALFATTO. Sta de qua. Vedete; guardate bene.
+
+PRUDENZIO. Di' pur via; séguita.
+
+MALFATTO. No, no: io ho sbagliato. Sta da quest'altra banda; e poi se
+volta cosí, e cosí, e se agionge poi lá, e vassi poi in qua. E cosí la
+trovate.
+
+PRUDENZIO. Questo sarebbe uno enucleare.
+
+MALFATTO. Oh! tengo ben a ment'io, sí.
+
+PRUDENZIO. Tanto magnassi mai tu! Ma so che tutte le opere mie me
+succedono oggi extra votum.
+
+MALFATTO. Patrone, bon dí. Io voglio andar a micto.
+
+PRUDENZIO. Va', che te fragni le crure! Chi demone me ha posta questa
+bestiola dinanzi? ché nihil prodest, idest che non giova el monirlo né
+di gastigarlo; immo, de male in peius. Ma suo danno, quia sibi luditur.
+
+
+SCENA III
+
+CECA, MINIO, IULIA, LIVIA.
+
+
+CECA. Oh che l'è da bene! oh che l'è la buona giovane, quella madonna
+Fulvia! Per certo che, ora ch'io ho inteso el tutto, li ho quella
+compassione che alle povere bisognose e vedove aver si deve. Grande
+infelicitá l'è certo la sua, ché né vedova né maritata se gli può dire;
+ma molto... Domino! Esce di casa piangendo Minio; e madonna è sulla
+porta.
+
+MINIO. Eh! mamma mia, perdonateme.
+
+IULIA. Vien qui, giottoncello! Piglialo, Ceca.
+
+CECA. Che cosa hai tu fatto?
+
+MINIO. Eh Dio! aiutame, Ceca mia.
+
+IULIA. Menalo qui da me; piglialo pei capegli.
+
+MINIO. Eh Dio mio!
+
+CECA. Vieni; non dubitare: ché non ti fará male, no.
+
+IULIA. Giottone, ti credevi fugire, eh? E dove volevi andare, ch'io non
+ti trovassi?
+
+MINIO. Oimè! perdonatemi, mamma mia.
+
+CECA. Madonna, non piú, di grazia. Vanne dentro tu.
+
+MINIO. Oimè! Oimè!
+
+IULIA. Aspetta pur, ché queste non son nulla a rispetto di quelle che io
+ti darò. Vanne pur lá.
+
+CECA. Che cosa ve ha egli fatto?
+
+IULIA. Ma non si curi, quel pedante tristo, sciagurato!...
+
+CECA. E chi, madonna? el maestro?
+
+IULIA. El maestro, sí.
+
+CECA. E per che cosa?
+
+IULIA. Come per che cosa? El mando alla scola perché gl'impari le vertú,
+e quello mel fa un ribaldo!
+
+CECA. Madonna, oggidí non si può la persona fidar di nessuno; e i
+maestri propri son quegli che gli fanno viziosi e cattivi, che
+meritarebbono el fuoco, la maggior parte.
+
+IULIA. El poltrone l'ha mandato perché gli scusi ruffiano.
+
+CECA. E con chi?
+
+IULIA. Con la sorella, con Livia. Forsi che con meco?
+
+CECA. A pena el posso credere.
+
+IULIA. L'è pur cosí. Ma non si curi!... Basta. S'io non ne lli impago,
+laméntise di me. Gli darò una tal moglie che forsi gli rencrescerá.
+Bastaria ch'io non ci stessi per nulla in casa.
+
+CECA. E che gli ha mandato a dire, se Idio vi guardi?
+
+IULIA. Io non l'ho possuto troppo bene intendere, ché gli parlava
+all'orechio; ma io me delibero che me dica ogni cosa a suon di frustate.
+
+CECA. Madonna, quanto piú presto ve lla levate de casa è meglio per voi.
+
+IULIA. Non piú: basta. Qualche cosa será.
+
+LIVIA. Madonna, Minio non vol star cheto.
+
+IULIA. Digli che, se io vengo di sopra, ch'io gli romperò el capo.
+
+LIVIA. A punto piglia lo bastone per darme, vedete?
+
+IULIA. Andiamo dentro.
+
+CECA. Fuggi, Minio, ch'ecco madonna. Livia, ditegli che fugga, ché
+madonna nol trovi.
+
+LIVIA. Di' quanto vòi, che nol credo. Che sí, fraschetta,
+tristarello!...
+
+
+SCENA IV
+
+MALFATTO, PRUDENZIO, MASTRO ANTONIO.
+
+
+MALFATTO. Sí, sí, domane! Aspettate pur. Sempre me mandano fuori e io
+prometto di servirli come meritano. Me nne voglio andar a spasso tutto
+oggi e non ce voglio tornare per un pezzo. E, se vole delli patroni da
+comandare, che se lli trovi. Guarda compagni de merda! Vole ch'io vada a
+chiamare un certo scolaro che vole che venga adesso. Sí, sí! È bello e
+venuto.
+
+PRUDENZIO. Adhuc sei lí, eh? Non odi, insolente famulo, no?
+
+MALFATTO. Oh! crepa, crepa, ché non te voglio respondere.
+
+PRUDENZIO. A chi parlo io? Olá!
+
+MALFATTO. Sí, sí! oh qua!
+
+PRUDENZIO. Malfatto, vòltate, che te volti el carnifice! O Malfatto! o
+poltrone!
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Dilli che venghi statim, ché l'aspettamo a prandio.
+
+MALFATTO. Sí; misser sí.
+
+PRUDENZIO. E che verrá tempestive.
+
+MALFATTO. Ve possa cader sul capo la tempesta!
+
+PRUDENZIO. Vade cito et rede.
+
+MALFATTO. Me voglio metter a correre acciò che non me veda.
+
+PRUDENZIO. Non odi, no? El poltrone, agricola, foditore, rustico ha
+passato el domo e non l'ha postulato. Certo ch'in qualcun altro suo
+negozio se andará ad occupare. Ma...
+
+MASTRO ANTONIO. Volemo andare a disnare, misiere? ché sè ora.
+
+PRUDENZIO. No, no. Aspettiamo un poco questo puerculo nostro discipulo,
+nunzio di certe nostre imbasciate.
+
+MASTRO ANTONIO. E sè molto lontano?
+
+PRUDENZIO. In capite a questa via deambulatoria. E ho necessitá di
+parlar con lui sotto un brieve epilogo prima che saturi el ventre; ché
+non posso contrastar alla petulanzia carnale e cagion è che vadia con la
+barba squalida e faccia con li oculi un profluvio di lacrime.
+
+MASTRO ANTONIO. Questa sè una mala trama.
+
+PRUDENZIO. Io el so, ché contremisco totiens quotiens cogito nelli
+estuanti desiri per li quali son leso che me fanno come un viro furente.
+Pur, nihilominus, speramo che, mediante el buon naturale discorso che ci
+troviamo e la sua buona e larga natura educata di continuo nei
+laboriosi studi, posser ridurla in uxoria fede, quia est viro potens. E
+cosí, refrigerando e sanando le vulnere ch'ho nel corculo e nello èpate,
+in rubeo si divertirá el colore busseo.
+
+MASTRO ANTONIO. Non bisogna battere, ché sè averta la porta.
+
+PRUDENZIO. Non posso stare ad exemplificarvi, al presente. Andate, ch'io
+ne verrò statim.
+
+MASTRO ANTONIO. Stasí pur quanto che ve piase.
+
+PRUDENZIO. Costui se cogita d'essere un vafro uomo et è un ideota che
+non degerisce le parole nostre. Io temo che quello insolente iactabundo
+del servo, poco obsequente ai nostri precepti, non incumba a
+qualch'altro spurcissimo negozio e il nostro, per ingiusta oblivione,
+non interlassi.
+
+
+SCENA V
+
+CURZIO, RUFINO, TRAPPOLINO.
+
+
+CURZIO. Se io avessi guadagnati oggi mille scudi non mi sarebbono stati
+sí cari, ancor ch'io ne abbia di bisogno, come mi è stato caro lo aver
+provato costui: ch'ogni volta che m'incontrava, e tu lo sai, sempre
+voleva ch'io lo affannassi; e ora, che de picol summa di dinari l'ho
+richiesto, tu l'hai sentito quello che m'ha risposto e con quanti
+preambuli e paroline si è scusato.
+
+RUFINO. Patrone, io ve ricordo che, se piú ne avessivo rechiesti, piú ne
+arestivo trovati ch'el medesmo vi arebbono detto.
+
+CURZIO. Vedi che 'l nostro banchieri ne ha aiutato inel bisogno con una
+sola polizza delle nostre senza altri contratti o cavillazioni.
+
+RUFINO. Io me ne sono maravigliato, ché sogliano questi mercanti essere
+sufistichi, schizzinosi, ch'a pena si fidono di loro stessi nel conto
+del danaio.
+
+CURZIO. Acceleramo i passi; andiamone in casa, acciò ch'io me possa
+mettere in ordine per ritrovarmi stanotte con la mia Livia.
+
+RUFINO. Eh! patrone, perdonatemi. Se voi ve fossete guidato per mio
+conseglio, buon per voi!
+
+CURZIO. Come! Che buon per me? che aresti fatto?
+
+RUFINO. Avria mandato per madonna Fulvia.
+
+CURZIO. E pur lá ritorni.
+
+RUFINO. Ci torno, signor sí; e ritornaròvi sempre, ché voi non avete
+però causa di volergli male.
+
+CURZIO. Io, per me, non gli vo' male. Tu hai torto.
+
+RUFINO. Assai mal me pare che li vogliate, quando la tenete lontana da
+voi. Ma ricordatevi che lei è donna ed è bella e giovane; e, se voi che
+sète uomo non possete contrastare ai stimoli della carne, che fará lei
+ch'è di piú fragile e di piú debole complessione?
+
+CURZIO. Rufino, tu vedi ch'io volentieri ascolto i consegli tuoi. Ma ti
+priego che, per adesso, non ne parliamo. Lasciamo passare un po' qualche
+giorno ancora; e poi qualche cosa sará.
+
+RUFINO. Eimè, che non ne farete altro! per ciò che, se nne avessivo
+voglia, lo farestivo senza aspettare che vi uscissino questi danari
+delle mani, che sono perduti per voi. E non so che vi conoschiate piú in
+costei ch'in vostra moglie; ché, per mia fé, val piú un'ogna del piede
+suo che non tutta lei insieme.
+
+CURZIO. Tu non la vedi come la vedo io: però parli cosí. Poi io non me
+la piglio per moglie.
+
+RUFINO. E' si dice ben cosí; ma...
+
+CURZIO. Ma che?
+
+RUFINO. Voglio dire ch'ell'è peggio: ché le moglie patiscono di quelle
+cose che non patiscono le concubine. Oltre che vi pelano e vi tirano
+sino al sangue. Ed èvvi vergogna e danno all'anima e alla borsa.
+
+CURZIO. Non posso io desordinare una volta?
+
+RUFINO. Fate voi. Vi priego che non l'aviate per male, ché l'amore ch'io
+vi porto mel fa dire e la pace ch'io vorrei vedere in casa vostra.
+
+CURZIO. Credolo. Ma vattene innanzi e fa' oprire.
+
+RUFINO. Signor sí.
+
+CURZIO. Certo, gran sorte è stata la mia a trovar, in tanto bisogno,
+questi denari.
+
+RUFINO. Tic, tic. Costui deve essere in cantina.
+
+CURZIO. Non ci deve essere in casa, neh vero?
+
+RUFINO. Io non vel so dire. Tic, tac.
+
+CURZIO. Ripichia, ripichia meglio.
+
+RUFINO. Che volete pichiare? Questo è un perder di tempo. Tic.
+
+CURZIO. Fatti conto ch'el deve dormire.
+
+RUFINO. Piú presto deve esser morto.
+
+CURZIO. Di questo ne sei cagione tu.
+
+RUFINO. E perché io?
+
+CURZIO. Perché, se tu lo gastigassi qualche volta, sarebbe piú avertito
+alle cose mie che non è. Ma non piú. Va' e ripichia un'altra volta; e,
+se non risponde, gitta giú la porta, ch'io voglio entrare per ogni modo.
+
+RUFINO. Cosí farò. Tic, tac, toc.
+
+TRAPPOLINO. Chi è lá? chi è lá? chi è lá?
+
+RUFINO. Malan che Dio ti dia!
+
+TRAPPOLINO. Te dia el malanno e la mala pasqua a te. Oh patrone!
+Perdonateme.
+
+CURZIO. Non ti curar, forca! Vieni, vieni a oprire.
+
+TRAPPOLINO. Adesso.
+
+CURZIO. Che domino poteva far costui?
+
+RUFINO. Fatevi conto ch'el dove a merendare.
+
+CURZIO. Fa' che tu gne llo ricordi la prima volta ch'erra, se tu me vòi
+esser amico.
+
+TRAPPOLINO. Buon dí. Entrate.
+
+CURZIO. Non curar, giotton, forfantello!
+
+
+SCENA VI
+
+MALFATTO, CECA, IULIA.
+
+
+MALFATTO. Vedi mò che non ho voluto fare a modo del patrone, che li
+venga el cancaro a lui e a chi lo vede adesso! Ma, alla fé, che li
+voglio stracciare tutti li libri. Ben li trovarò io, sí; ché non li
+giovará de averli nascosti sotto lo letto. Oh! Adesso sé che voglio
+achiamar quello che lui me disse che sta qua dentro. Tic, tac.
+
+CECA. Chi è la?
+
+MALFATTO. Oh! Simo noi. Tic.
+
+CECA. Chi è? non odi?
+
+MALFATTO. Te l'ho pur detto. Tic, tac.
+
+CECA. Perché pichi? non odi, no?
+
+MALFATTO. Perché me piace. Toc, tac.
+
+CECA. Che sí che ti trarò d'un sasso nel capo!
+
+MALFATTO. Voglio bussar per dispetto tuo, adesso. Tic.
+
+CECA. Non l'odi, poltrone, no?
+
+MALFATTO. Sí, sí. Tic. So ch'io voglio bussare.
+
+CECA. Tu non me credi, Malfatto, neh vero?
+
+MALFATTO. Che vòi? che hai? Oh Ceca mia bella!
+
+CECA. Che vòi? che adimandi?
+
+MALFATTO. Volevo stare con meco abracciato.
+
+CECA. Tira alle forche! Lèvate de lí, dico! Aspetta pur ch'io venghi giú
+con un bastone, ché ti farò fugir piú che di passo.
+
+MALFATTO. Oh diavolo! Non fare, ché te voglio bene, io; e poi me cci ha
+mandato lo mastro.
+
+CECA. E che vole? Ché non lo dici?
+
+MALFATTO. Vole quel cotale che sta qua.
+
+CECA. Come se chiama?
+
+MALFATTO. Lo mastro lo sa.
+
+CECA. O va' e fattelo redire.
+
+MALFATTO. Non voglio, ché lui me ha ditto ch'io venga qua a pichiare.
+Tic, tac, toc.
+
+CECA. L'è la festa del pichiare, questa. Tu non lo credi, eh?
+
+MALFATTO. E che hai paura? che spezzi l'uscio? la porta?
+
+CECA. Aspetta, aspetta el bastone.
+
+MALFATTO. Eh! non far. Odi, odi. Oh Ceca!
+
+CECA. Che vòi?
+
+MALFATTO. Eh! non fare, de grazia, ché lo mastro me cci ha mandato.
+
+CECA. Malan che Dio te dia, a te e a lui!
+
+MALFATTO. Ascolta un poco. Oh madonna quella! Chiama un po', de grazia,
+quel cotale.
+
+CECA. Che cotale? Perché non parli?
+
+MALFATTO. Vorria che tu me chiamassi quello che mena.
+
+CECA. Tu devi esser imbriacco.
+
+MALFATTO. Per questa croce, che non ho ancora beuto. Odi, odi; non te
+spartire. Oh cancaro! S'io torno al mastro e dico che non me hanno
+voluto aprire, me dará delle staffilate. Io so che voglio bussare. Tic,
+toc, tac.
+
+CECA. Tu non lo credi, neh vero?
+
+MALFATTO. Che vòi ch'io creda?
+
+CECA. Che te farò andare a pichiare altrove.
+
+MALFATTO. Oh! non sono stato io.
+
+CECA. E chi è stato?
+
+MALFATTO. Uno ch'è andato lá giú adesso. Ma, de grazia, chiamame un poco
+quello che mena, ché lo vole lo mastro.
+
+CECA. Tu vòi forsi Minio.
+
+MALFATTO. Sí, cancaro li venga!
+
+CECA. Venga pur a te. Aspetta, ch'ora lo chiamo.
+
+MALFATTO. Vedi che pur me ssi è ricordato lo nome. Oh che poco cervello!
+Gran cosa ch'io non tengo troppo bene a mente! e sono cosí grande!
+
+CECA. Dove sei? non odi? Oh poco-in-testa!
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+CECA. Adesso viene abasso.
+
+MALFATTO. Sí, sí, venga pur, ché lo mastro l'aspetta ed è un pezzo che
+sta in ordine.
+
+IULIA. Chi è quello che vole Minio?
+
+MALFATTO. Simo noi, ché lo vole lo mastro.
+
+IULIA. Dilli, al tuo maestro, che l'è un gran sciagurato.
+
+MALFATTO. È ben vero, sí.
+
+IULIA. E è un tristo e un gaglioffo; e che, se non è savio, gli farò
+romper el capo.
+
+MALFATTO. Sí, che non possa sedere. Oh! che l'è gran poltrone, alla fé.
+
+IULIA. Basta. Digli pure ch'io non voglio che mio figliuolo vadia piú
+alla scola sua; ché non vo' che mel faccia un ruffiano.
+
+MALFATTO. È ben ruffiano, sí.
+
+IULIA. Chi?
+
+MALFATTO. Minio, quello vostro.
+
+IULIA. El malanno che ti venga! Io dico el maestro tuo.
+
+MALFATTO. Dico ben cosí io ancora. Ma diteme un poco, o madonna: perché
+non me date moglie?
+
+IULIA. E che ne vòi far della moglie, bestia?
+
+MALFATTO. La voglio abracciare nello letto, cosí, vedete.
+
+IULIA. Fatti in lá, poltrone! se non hai voglia ch'io ti dia d'una
+pianella inel mostaccio.
+
+MALFATTO. Perdonateme; ch'alla fé, io ve llo vorria fare per bene. E chi
+dorme con voi, la sera, quando è notte?
+
+IULIA. Vedi adimanda scioca! Per certo, che questa di costui è una dolce
+pazzia. Non ci dorme nessuno. Perché?
+
+MALFATTO. Perché sí. Non avete paura delli lenconi, voi, quando state
+sola?
+
+IULIA. Hai tu altro che dire?
+
+MALFATTO. Madonna sí; un'altra cosa. Ma io non vorria che voi me dessivo
+delle pugna.
+
+IULIA. Pènsati che, si tu non parli saviamente, ch'io te lle darò; e
+saranno buone.
+
+MALFATTO. Be', io non ve la voglio dire. Cagna! Voi sète troppo crudela.
+
+IULIA. Orsú! Vatti con Dio, va'; e di' al tuo maestro che, se non è
+savio, io gli farò fare uno scherzo che se pentirá d'avermi mai
+cognosciuta.
+
+MALFATTO. Orsú! Basta: bon dí. Io li farò l'imbasciata e diroli che
+quello che mena lo volete per voi.
+
+IULIA. Dilli quello che ti pare.
+
+MALFATTO. Me aricomando alla Vostra madonna Signoria. Alla fé, per
+questa croce, se non che me venga mò mò lo cancaro, se non sono giá
+innamorato de essa. Oh! che l'è bella, diavolo! Oh! quasi che vorria che
+me mandassi spesso, lo mastro. Ma vorria che me facessi dormire con
+essa; ché so che me vole bene, ché, quando me parlava, me guardava e
+rideva. E chi sa? Forsi che ancora me pigliará per moglie; e essa me
+sará marito; e faremo delli figliuoli; e essi poi me chiamaranno tata,
+missere; e io compararò uno asino per andare a cavallo a spasso; e
+montarò in groppa a essa; e faremo a dormire tutti doi l'uno sopra
+l'altro. Oh cagna! Me pare d'averla giá in braccio e de basarla e de
+mozzicarla e de voltarme con essa, cosí, per lo letto e tirare delle
+corregge, cosí. _Fu._ Oh che possa venire lo male francioso allo
+patrone! Mò che me sse ricorda, se aranno magnato ogni cosa. Oimè! oimè!
+la parte mia! Oimè! che non me averanno lassato manco della menestra.
+
+
+
+
+ATTO V
+
+
+SCENA I
+
+MALFATTO, PRUDENZIO, REPETITORE.
+
+
+MALFATTO. Non ce voglio andare. Andatece voi, che ve venga el cancaro!
+Non site boni se non a farme caminare. Che diavolo de furfanti! che mai
+non me lassano star un'ora in pace. O aspettate, che adesso vengo.
+Vederá ch'io sarò piú matto che pazzo a non ce andare.
+
+REPETITORE. Iam vesperascit, domine. Chi è lá giú? Olá!
+
+MALFATTO. Sí, sí! grida pure!
+
+REPETITORE. Chi è al nostro hostio? Olá! Non odi, no? Come hai nome?
+
+MALFATTO. Non te lo voglio dire.
+
+REPETITORE. Sei Malfatto nostro?
+
+MALFATTO. Sono el malanno che Dio te dia!
+
+REPETITORE. Domine, el vostro insolente pincerna si è prostato in terra
+come un cadavero.
+
+MALFATTO. Hai veduto che sempre «va' via, va' via»?
+
+REPETITORE. Oh Malfatto! Fuggi, ch'ecco el maestro.
+
+MALFATTO. Alla fé, ch'io ho deliberato trovarme un altro garzone, ché
+non voglio stare piú con lui.
+
+PRUDENZIO. Ove è questo abominevole mostro prosontuoso? Non odi, no?
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Perché non vai dove t'ho detto?
+
+MALFATTO. Perché non me piace.
+
+PRUDENZIO. Adunque devi stare con noi e devemoti stipendiare e hai da
+fare a modo tuo, eh? No, no, no!
+
+MALFATTO. Sí, sí, sí! Hai visto che festa è questa?
+
+PRUDENZIO. Malfatto, vien qua. Audi duo verba.
+
+MALFATTO. Non voglio verberare io, ché sono scorrociato.
+
+PRUDENZIO. Tu hai torto. Audi parumper che...
+
+MALFATTO. Sí! Sempre me date la baia.
+
+PRUDENZIO. E quando mai te avemo data la baia noi?
+
+MALFATTO. Ogni sempre mai che parlate, ché non ve intendo.
+
+PRUDENZIO. Audi. Testor Deum omnipotentem...
+
+MALFATTO. Ve possa venire a voi!
+
+PRUDENZIO. Taci: lassame parlare.
+
+MALFATTO. Sí; ma non biastemate.
+
+PRUDENZIO. È il diavolo, a parlare con simili ignoranti che non
+comprendono i sensi delle litterali parole. Ma vacci, se Dio te guardi
+la grazia nostra; e dilli che venga subito, ché avemo da parlarli de
+cosa importante.
+
+MALFATTO. Volete che venga solo o accompagnato?
+
+PRUDENZIO. Come piacerá a lui.
+
+MALFATTO. E che volete? che dorma con voi?
+
+PRUDENZIO. E va', che tu sei una bestia! Ma odi. Guarda qui.
+
+MALFATTO. Non voglio piú guardare. Ma, come torno, voglio far un altro
+patto con voi e, se non ce vorrete stare, ve nne andarete con Dio.
+
+PRUDENZIO. Vien presto, sai?
+
+MALFATTO. Verrò quando parerá a me.
+
+
+SCENA II
+
+FULVIA, RITA, MINIO, CECA.
+
+
+FULVIA. Caminiamo, Rita, ché l'è notte.
+
+RITA. Vostro danno! Perché non siamo andate piú a bon'otta?
+
+FULVIA. Non te ll'ho io detto? per non m'imbattere in Curzio, ch'io non
+volevo che me cci vedessi entrare.
+
+RITA. Madonna, ecco la porta. Aspettate, ch'io pichiarò.
+
+FULVIA. Sí, de grazia.
+
+RITA. Idio ci aiuti. Tic, toc.
+
+MINIO. Chi è lá?
+
+RITA. Amici. Simo noi.
+
+MINIO. E chi sète voi?
+
+RITA. Siamo quelle donne. Ècci madonna Iulia in casa?
+
+MINIO. Si, è. Aspettate, ch'io la chiamarò.
+
+RITA. Orsú! Va' presto e spácciati.
+
+FULVIA. Che te ha detto?
+
+RITA. Ho parlato col figliuolo. Adesso fará l'imbasciata.
+
+FULVIA. Acòstameti qui, ché non paia ch'io stia sola.
+
+CECA. Chi è quella che vole madonna?
+
+RITA. Siamo noi. Oh Ceca!
+
+CECA. Perché non entrate, che l'è aperto?
+
+FULVIA. E che ne sapemo noi?
+
+CECA. Dio vel perdoni. Che bisogna che voi pichiate, che sète patrona de
+ogni cosa?
+
+FULVIA. Per grazia de madonna Iulia, non perché noi lo meritiamo.
+
+RITA. Andate lá sú e pregamo Dio che ce la mandi buona.
+
+
+SCENA III
+
+PRUDENZIO, REPETITORE.
+
+
+PRUDENZIO. De grazia, propter amorem Dei, fate che veniat cito.
+
+REPETITORE. Lassate pur far a me.
+
+PRUDENZIO. E racomandateme all'amita sua.
+
+REPETITORE. Lassate pur fare l'excusatorie a me.
+
+PRUDENZIO. Caminate, ché iam est multum sero.
+
+REPETITORE. Non ve conturbamini. Tornate pur dentro.
+
+PRUDENZIO. Audiatis, domine. Oh missere!
+
+REPETITORE. Che piace alla Magnificenzia Vostra?
+
+PRUDENZIO. Potrete dirli, se pur nol volessino lassar venire, che voi lo
+soziarete incolumen e senza lesione alcuna.
+
+REPETITORE. Io ve ho inteso. State sano e vivete in tripudio, ch'io ve
+llo condurrò omnino e portarovi risposta sodisfattoria.
+
+PRUDENZIO. M'aricomando alla loquacitá vostra.
+
+REPETITORE. Gran cosa che li uomini discreti e periti nelle lettere, e
+che hanno il cerebro ripieno di lucubrazioni e di prischi exempli, e
+nelli anni adolescentuli sieno stati discordanti alle blandizie e faci
+veneree e alle lascivie e crapule, in nella senectu fiunt bis pueri! Ma
+tedet mihi che 'l mio precettore urisca inelle viscere come arida
+stipula. Ma será buono ch'io volti giú per questa viècula acciò che piú
+presto me espedisca da questo negozio.
+
+
+SCENA IV
+
+CURZIO, RUFINO, CECA.
+
+
+CURZIO. Sollécitati, esci qui fuori. Giá son presso che tre ore e non
+será se non buono ch'io me invii pian piano in lá. Oh Amore! Guidami,
+non mi lasciar perire in sí profundo pelago de incomparabile leticia;
+per ciò che, senza l'aiuto tuo, sono come fragile barca vicin'al porto
+da contrari venti combattuta. Per certo, ch'al desiderio ch'io al
+presente me trovo, non pur una brevissima notte come fia questa ch'in
+somma felicitá trapassar aspetto, ma quella che Ercole produsse, o se
+ella fosse piú lunga che l'anno, una minima parte de l'ardor mio
+potrebbe estinguere. Costui tarda pur assai a venire. Oh Rufino!
+
+RUFINO. Eccomi, signore.
+
+CURZIO. Vieni presto, ché l'è tardo.
+
+RUFINO. Or ora sarò da voi.
+
+CURZIO. Deh! camina; non tardar piú, de grazia.
+
+RUFINO. Eccome. Andiamo.
+
+CURZIO. Hai tu avertito colui che stanghi bene la porta?
+
+RUFINO. Signor sí. Ma io saria de parere che voi me lassassivo
+ritornare, ché non sta bene la casa sola.
+
+CURZIO. Sta ben pur troppo, ché non stiamo in terra de ladri.
+
+RUFINO. Non è questo: ma la commoditá suol fare li uomini e le donne
+cattive.
+
+CURZIO. Be', io non voglio restar di notte fuori di casa senza te; e
+tanto piú in simili luoghi. E che so io se mi bisognassi cosa alcuna?
+
+RUFINO. E che volete che vi bisogni?
+
+CURZIO. E che ne so io? Solo Idio sa el secreto dei cuori umani.
+
+RUFINO. Fate adunque come vi pare, ch'io, a dirve il vero, ho caro di
+trovarmi sempre appresso di voi; ch'accadendo, vi possa mostrare
+l'affezione ch'io vi porto.
+
+CURZIO. Io ne sono chiaro pur troppo, Rufino; e, dallo esserti io
+patrone in poi, tutto el resto è commune fra te e me: e tu lo sai. Ma
+dimmi, or che me ricordo: porti tu i danari?
+
+RUFINO. Signor sí: eccoli.
+
+CURZIO. Avertisci che non ti caschino.
+
+RUFINO. Non dubitate. Ma, da qui a un poco, potrete ben dire che vi
+sieno caduti.
+
+CURZIO. Anzi, farò conto de avergli alogati in buona parte. E dicoti
+che, se io avessi meglio el modo che non ho, che non mi pensarei mai di
+spendere el mio danaio bene se non quando io lo dessi a qualche donna:
+ché certamente le sono l'onor del mondo per le quali l'uomo,
+argumentando, a perfetta cognizione delle bellezze del cielo suol
+venire. E quale è quel cuore sí efferato, sí inumano che, drizzando gli
+occhi in un bel volto, che, ad un'otta, non perda l'ardire e l'orgoglio
+e riverente non se gli inchini e voluntario pregione non se gli renda?
+Io, certo, le amo, le adoro, le reverisco, per ciò che sono degne
+d'essere sopra tutti li altri uomini essaltate e reverite mediante i
+buoni effetti che da loro ne segueno.
+
+RUFINO. Patrone, voi lodate quello che molti biasmano.
+
+CURZIO. Questi sono simie, che paiono e non sono uomini; e, per la
+spurcizia dei vizi ch'egli hanno, inei quai cercano di sotrarre altrui
+per aver piú compagni acciò piú licito gli sia el peccare,
+maliziosamente parlano. Ma questo non è maraviglia, ché dicono male de
+Idio, ben lo possino ancor dire di esse. Non ti niego che non ve nne
+siano delle cattive; ma in tanto numero ch'è!... Ma par che voglia el
+destino che de quella sola ribalda che è al mondo cento scrittori ne
+parlino come se loro mancassi altra materia da scrivere. Ma non se dice
+però de tanti uomini infami e vituperosi che si scriveno; e, se di
+questi che oggidí viveno se nne facessi istoria, si legerebbono altre
+che Pasifae e che Medee! Poi non si accorgeno questi tali maledici che,
+biasmando le donne, biasmano loro stessi, essendo la donna, come
+vogliano i savi, la metá di noi. Ma vattene innanzi; e pichia e fa'
+oprire. E questi tali dichino tanto che crepino.
+
+RUFINO. Ámenne. Aspettate qui, se vi pare.
+
+CURZIO. Odi. Oh Rufino!
+
+RUFINO. Che vi piace?
+
+CURZIO. A che modo gli dirai, che non se nne accorghino li vicini?
+
+RUFINO. Giá mi ha detto Filippa ch'io dica che sono el fratello della
+Ceca.
+
+CURZIO. Or vanne, adunque. Odi un'altra cosa.
+
+RUFINO. Dite: che volete?
+
+CURZIO. Tu sai che avemo inteso che quel pedante poltrone, ogni notte,
+gli viene a cantare a l'uscio non so che canzoni. Vorrei che tu gli
+rompessi el capo in qualche bel modo, che non si accorgessi chi fussi
+stato, se pur ci viene stanotte.
+
+RUFINO. State de bona voglia, che vi prometto di servirve.
+
+CURZIO. Va'! Pichia, adunque.
+
+RUFINO. Io so certo che costoro ci deveno aspettare. Tic.
+
+CECA. Chi è la giú?
+
+RUFINO. Sono el fratello della Ceca vostra.
+
+CECA. Chi sei? Antonio?
+
+RUFINO. Madonna sí.
+
+CECA. Tu sia el ben venuto. Aspetta, ch'io ti vengo a oprire.
+
+RUFINO. Zi! Patrone, acostatevi.
+
+CURZIO. O Dio, aiutame.
+
+RUFINO. Acostatevi piú alla porta.
+
+CURZIO. Che te hanno detto?
+
+RUFINO. Adesso vengono a oprire.
+
+CECA. Entrate, olá! Non fate rumore.
+
+
+SCENA V
+
+LUZIO, MALFATTO, TRAPPOLINO, PRUDENZIO.
+
+
+LUZIO. Guarda pur che tu non me dichi le bugie, che il mastro me voglia
+e poi non sia lo vero.
+
+MALFATTO. Alla fé, non dico bugie io. E me llo ave ditto ancora
+quell'altro che stava con quello, con esso.
+
+LUZIO. Ché diavolo non parli che sii inteso?
+
+MALFATTO. Orsú! Andamo, che te llo dirò poi domattina, fraschetta!
+
+LUZIO. Oh! tu me dice villania, sciagurato!
+
+MALFATTO. Me ciancio con teco. Ma andiamo un poco qua, ché voglio
+parlare a un mio compagno.
+
+LUZIO. Come ha nome?
+
+MALFATTO. Non te llo voglio dire. Ecco la casa. Aspettateme voi, Luzio,
+ché voglio bussare.
+
+LUZIO. Sí; ma spácciate.
+
+MALFATTO. Tic, toc. Oh de casa! oh nesciuno! oh quello! Tic. Non ci deve
+essere, neh vero?
+
+LUZIO. No, che non ci deve essere. Andiamo con Dio.
+
+MALFATTO. Lassame bussare tre altre volte, prima. Tic. E una.
+
+TRAPPOLINO. Chi è lá? Olá!
+
+MALFATTO. Amici. Simo io.
+
+TRAPPOLINO. El cancaro che te venga! Che vòi?
+
+MALFATTO. Ché non respondi tu, adesso?
+
+TRAPPOLINO. Respondi pur tu, ché parlo con teco.
+
+LUZIO. Che dici tu? Olá!
+
+MALFATTO. Che vòi che dica, o Luzio?
+
+LUZIO. Dilli quello che ti pare. Che me fa a me?
+
+TRAPPOLINO. Chi sei tu che hai bussato?
+
+MALFATTO. Sono un certo omo da bene.
+
+TRAPPOLINO. Tu devi avere cattivi vicini, neh vero?
+
+MALFATTO. Sí, sí, sto qua vicino; e vorria parlare a colui che sta qua
+dentro.
+
+TRAPPOLINO. Chi è? come ha nome?
+
+MALFATTO. Non me ssi aricorda a me. O Luzio, come se chiama quello ch'io
+te dissi ch'io cercavo?
+
+LUZIO. E che ne so io? A me lo dimandi? Tu non hai buon cervello.
+
+MALFATTO. Dove sei andato? Olá! Tic.
+
+TRAPPOLINO. Che te manca? non me vedi?
+
+MALFATTO. Sai? lo vorria, adesso che me aricordo, quello delli quatrini.
+
+TRAPPOLINO. Se non me dici altro, tu starai di fuori.
+
+MALFATTO. Non cognosci tu quell'uomo grande cosí, che me parlava ieri?
+
+TRAPPOLINO. Tu devi essere qualche pazzo.
+
+LUZIO. Tu l'hai a punto indovinato.
+
+MALFATTO. Sí, sono la merda!
+
+TRAPPOLINO. O va' magna, va'. Bona sera.
+
+MALFATTO. Te nne vai, eh? Odi, di grazia; ascolta un'altra volta.
+
+TRAPPOLINO. Che vòi, prosontuoso?
+
+LUZIO. Ché non li gitti qualche pitale nel capo, si lo hai? E levatello
+dinanzi.
+
+MALFATTO. Eh! non far, de grazia, fratello: vòi?
+
+TRAPPOLINO. Son contento. Ma dimme: chi adimandi?
+
+MALFATTO. Adimando che vorria parlare di portante a lui.
+
+TRAPPOLINO. Chi diavolo sei tu?
+
+MALFATTO. So' quello. Eh! de grazia, non me buttare la testa nello
+pitale.
+
+LUZIO. Se tu non vieni, te lassarò Malfatto, veh!
+
+MALFATTO. Aspetta un altro poco. Oh quello! E tu come te chiami?
+
+TRAPPOLINO. E che ne vòi tu sapere, bestia?
+
+MALFATTO. Lo vorria sapere perché, quando te trovassi, te vorria dire
+«bon dí».
+
+TRAPPOLINO. Te llo dirò poi, un altro giorno di questa stimana.
+
+MALFATTO. Che sta male lo patrone tuo, eh?
+
+TRAPPOLINO. E va' alle forche, sciagurato!
+
+MALFATTO. Orsú! Basta. Adunque recomandami a esso e dilli ch'a lui
+sempre sempre...
+
+LUZIO. E camina, se vòi! Non vedi tu che parli col vento, ché colui s'è
+partito?
+
+MALFATTO. Be', io volevo che facessi l'imbasciata a quel compagno.
+
+LUZIO. Tutti te lli fai compagni. Non te vergogni? Ma va' bussa, va'.
+
+MALFATTO. O aspetta un poco. Tic, toc.
+
+PRUDENZIO. Chi impulsa l'hostio?
+
+LUZIO. _Ego sum, domine._
+
+PRUDENZIO. Bene veniat. Oh! Magnifico misser Antonio, fate introire il
+nostro discipulo.
+
+MALFATTO. Vedi mò che t'ho ditto lo vero?
+
+LUZIO. Oh! tu sei el buon figliolo! Ma sta' cheto, de grazia.
+
+MALFATTO. Voglio parlare per dispetto tuo, voglio parlare; misser sí,
+che voglio parlare. Vedi mò!
+
+
+SCENA VI
+
+REPETITORE.
+
+
+Non credo ch'un equo con tanta velocitá avessi itinerato al domo del
+condiscipulo come sono andato io per gratularmi al precettore. E non
+l'ho trovato: ché me hanno referto i domestici suoi di casa ch'ipse e
+una col famulo nostro illico s'era partito e che andavano per questa
+strada vicino allo emporio. Non so dove mel possa reperire e
+maravigliomi che, s'ell'è cosí, de non lo avere obviato. Pur temo che
+quello insolente non l'abbia condutto in qualche cauponaria e che non
+emino per i quadranti qualche vasculo de mulso, per il che se
+ebriaranno. Ed è un peccato, ché quel Luzio è di bona indole e di
+capacissimo ingenio; ma quel furcifer è bene uno inepto ai litterali
+costumi e facilmente potrá conducerlo a qualche precipizio. Ho
+deliberato, benché mi sia laborioso, prima che torni a casa, andare sin
+qui a questo caupone e concernere con ocello de línceo se ivi
+stanziassino, per ciò che Malfatto con ipso ha molta intrinseca
+familiaritá.
+
+
+SCENA VII
+
+PRUDENZIO, MASTRO ANTONIO, LUZIO, MALFATTO, RUFINO.
+
+
+PRUDENZIO. Non avete ancora accordato quel vostro instrumento?
+
+MASTRO ANTONIO. Misier sí. Andemo pur lá.
+
+PRUDENZIO. Dove domino è questo nostro discipulo? A chi dico io? Oh
+Malfatto!
+
+MALFATTO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Vieni qua e fa' che animadverti.
+
+MALFATTO. La berta me la date voi, alla fé.
+
+PRUDENZIO. Taci. Va' e chiama quel pincerna.
+
+MALFATTO. Che pincio volete?
+
+PRUDENZIO. Luzio, Luzio. Dove è?
+
+MALFATTO. È qua dentro.
+
+PRUDENZIO. Be', dilli che venga qua de fuori.
+
+MASTRO ANTONIO. Questo sè un bel fante per la Vostra Signoria!
+
+MALFATTO. Mastro, io credo che lui non ce vorrá venire.
+
+PRUDENZIO. Fa' quello ch'io ti dico e non voler indovinare.
+
+MALFATTO. Io non indovino; ma voi vederete che lui non ce verrá.
+
+PRUDENZIO. E pur lí torni, temerario insolente!
+
+MALFATTO. Orsú! Vederete che sará come ho ditto noi.
+
+MASTRO ANTONIO. Oh che gran piegora sè questa!
+
+PRUDENZIO. Iuro, per Deum, ch'io non voglio piú che me stanzi in casa,
+ché l'è un morbo quotidiano.
+
+LUZIO. Bona sera, magister.
+
+MALFATTO. E io ancora bona sera.
+
+PRUDENZIO. Tórnate dentro, tu; e fa' che non eschi di quello agniporto,
+se non vòi ch'io te...
+
+MALFATTO. Non me bravate almanco.
+
+PRUDENZIO. Tu nol credi che ti farò respondere con minor rigore che non
+fai? Spidisciti. Vanne de sopra.
+
+MALFATTO. De sopra a chi volete ch'io vada? a voi o a questo compagno?
+
+LUZIO. A me pur no.
+
+PRUDENZIO. Va'; e serra quella porta, dico.
+
+MALFATTO. Cosí?
+
+PRUDENZIO. Va' prima dentro tu.
+
+MALFATTO. Orsú! Basta. Non volete che venga con voi, ma io me nne voglio
+andare alla finestra.
+
+MASTRO ANTONIO. Oh! cosí, fradello; va' presto.
+
+PRUDENZIO. Questo insolente par che se burli di ciò che gli dicemo.
+
+MASTRO ANTONIO. Andemo, mistro, ché sè tardo.
+
+PRUDENZIO. Non avemo de andar piú innanzi. Sonate un poco el vostro
+liuto.
+
+MASTRO ANTONIO. Sí, sí; lassate el cargo a mi. Trin, trin.
+
+PRUDENZIO. Oh bono! oh bono! Cantate alquanto.
+
+MALFATTO. So' ben qua, sí. Ve vego bene, sí.
+
+MASTRO ANTONIO. Questo canto non sè troppo bono.
+
+MALFATTO. Sto alla finestra. Oh Luzio! Non me senti, eh?
+
+MASTRO ANTONIO. A dirò ben una canzona, s'el ve piase.
+
+PRUDENZIO. Ve restarò con vinculo perpetuo de obligazione astretto.
+
+MALFATTO. Voi non respondete? So' ben io, sí.
+
+MASTRO ANTONIO.
+
+ Mi sé tanto innamorao
+ in sta donna mia vicina,
+ che me dá gran disciplina,
+ che me vedo desperao.
+ Gnao, gno, gao, gnao.
+ Mi sè tanto innamorao.
+
+MALFATTO. Voglio cantar io ancora. Gao, gnao, gao, gao, misser sí.
+
+MASTRO ANTONIO. Oh! fa' si che tasa quel zotarello.
+
+PRUDENZIO. S'io vengo lá sú...
+
+MALFATTO. E come ce verrete, che la porta è serrata?
+
+PRUDENZIO. Tu vederai se noi la apriremo poi.
+
+MALFATTO. O provateci un poco.
+
+PRUDENZIO. Per lo amor de Dio, sta' cheto.
+
+MALFATTO. Son contento, sú!
+
+MASTRO ANTONIO. Volete che canti piú?
+
+PRUDENZIO. Non piú voi, per adesso, no; lassate canere a questo nostro
+discipulo. Di' sú, tu: spácciati.
+
+MALFATTO. I' non posso stare cheto. Io voglio parlare. Che cosa fate?
+Olá!
+
+LUZIO.
+
+ _O quam puellarum pulcherrima tempore certe.
+ Sis nostro liceat mi sequerere mei, heu._
+
+MALFATTO. Oh! te dia Dio!
+
+LUZIO.
+
+ _Heu miurum miserum nihil mea carmina curas.
+ Me mori cogis nempe profecto quidem._
+
+MASTRO ANTONIO. Ancora sè piú? Oh! vo' siu piú doto d'Orlando.
+
+LUZIO.
+
+ _Parcere subiectis, quod cadunt alba ligustra:
+ amen dico tibi certa rede coco._
+
+MASTRO ANTONIO. Oh bono! oh bono! Hali composti la Magnificenzia Vostra
+questi strambotti?
+
+PRUDENZIO. Al commando della Signoria Vostra.
+
+MASTRO ANTONIO. Voi site lo primo omo del mondo.
+
+PRUDENZIO. Per grazia vostra, non che lo meritiamo.
+
+MALFATTO. So' stato a cacare, veh, Luzio! Adesso so' revenuto.
+
+PRUDENZIO. Sonate, ché volemo cantare ancor noi.
+
+MASTRO ANTONIO. Volete questa? Trin, trin, trin.
+
+MALFATTO. Non me vòi respondere, eh, Luzio? Basta.
+
+LUZIO. E sta' cheto, se vòi.
+
+MALFATTO. Voglio cantare io ancora.
+
+ Afatte alla finestra dello muro
+ e mostrame lo pertuso dello...
+
+PRUDENZIO. Tristo sciagurato! S'io trovo un lapide....
+
+RUFINO. Che sí che ve farò andar a cantare altrove?
+
+MASTRO ANTONIO. Cancaro! Che tira i sassi?
+
+MALFATTO. Ah! ah! Fate alle sassate, eh?
+
+PRUDENZIO. Quid est? che cosa è questo?
+
+MASTRO ANTONIO. Vedete che ne tragono.
+
+RUFINO. Diavolo coglili!
+
+PRUDENZIO. Fateve in qua, come dice el barbato Catone: «Rumores fuge».
+
+MASTRO ANTONIO. Pel corpo mio, che m'ha sfracassao el liuto.
+
+PRUDENZIO. Oh! tedet mihi. A questo modo se trattano li omini nelle vie
+publiche che stanno a pernoctare in gaudio, eh, latroni insolenti?
+
+RUFINO. Aspettate un poco.
+
+PRUDENZIO. Ah cane villatico! Latri da longa con li lapidi, eh?
+Trucidatore publico! pusillanimo!
+
+MASTRO ANTONIO. Vo' tornarme indrio aziò non me daga qualche botta nel
+cavo.
+
+MALFATTO. Vedete mò che starete de fora.
+
+PRUDENZIO. Ah ribaldo! Vieni a oprire.
+
+MALFATTO. Non ce voglio venir, adesso.
+
+RUFINO. Domino che non ne coglia qualcuno!
+
+PRUDENZIO. Oimè! oimè! Vieni a opri, sciagurato!
+
+MALFATTO. Non ce voglio venire perché non dite da vero.
+
+PRUDENZIO. Sí, dico, alla fede.
+
+MALFATTO. E io dico de no; ché me date la baia.
+
+PRUDENZIO. Alla fé, che, se tu non vieni a oprire, ch'io te farò el piú
+tristo uomo di Roma.
+
+MALFATTO. Ecco, sú: ma sto incorato de non ci venire.
+
+MASTRO ANTONIO. Mistro, pagheme el liuto, ché me lo avete fatto rompere.
+
+PRUDENZIO. Non ne voglio se non quanto me dannará el rigore della
+inviolabile iustizia.
+
+MASTRO ANTONIO. Mi no ghe so tante cose. Dico che me lo paghé, ché sè el
+dovere. E no guardé che mi sia vecchio, ché me farò ammazzare per el
+mio.
+
+PRUDENZIO. De grazia, non ce bravate.
+
+MASTRO ANTONIO. Tant'è: mi digo che son vegnuo a dar piasere a Vostra
+Magnificenzia e no vorria me ne vegnissi danno.
+
+PRUDENZIO. Tu hai el torto.
+
+MASTRO ANTONIO. No sè questa la via de pagarmelo.
+
+MALFATTO. Ché non entrate? Adesso non avete prescia, eh?
+
+MASTRO ANTONIO. Per la fé mia, che prima me darí el pegno.
+
+MALFATTO. Dice el vero. Dateli un pugno.
+
+PRUDENZIO. Audi, fili mi e fratello cordiale.
+
+MASTRO ANTONIO. Mi no voio tante feste, digo.
+
+PRUDENZIO. Non me andate, de grazia, tentando de pazienzia; ché, se ci
+revoltaremo, vi parerá che non è necessario de stare a vociferare qui
+come un demente.
+
+MASTRO ANTONIO. Mentite pur vu; e, se no me paghé, farò...
+
+PRUDENZIO. Odite. Non entriamo in su le parole altercatorie. Parlate
+equamente, e basta.
+
+MALFATTO. Sta' a vedere che faremo alle pugna.
+
+MASTRO ANTONIO. Vegní qua, digo: ché, se me guardi Dio, no fuziré in
+casa.
+
+PRUDENZIO. Aspetta parumper. Luzio, va' correndo; e portame la scuriata,
+ch'i par nostri non sono per intrare in palestra con li baiuli.
+
+MASTRO ANTONIO. Che balestre, che balestre, vecchio pazzo!
+
+MALFATTO. Oh! cosí fate! Mò ve voglio bene, io.
+
+PRUDENZIO. A questo modo, mastro Antonio? che ve ho amato da patre!
+
+MALFATTO. Mastro, strappateli la barba.
+
+PRUDENZIO. Aiuta qua, Malfatto.
+
+MASTRO ANTONIO. I' no posso piú.
+
+MALFATTO. Sí! Non me aiutate, quando fo alle pugna io.
+
+MASTRO ANTONIO. A son fatigao troppo. Ove domino e' sè la bretta?
+
+MALFATTO. Tirateve sú le brache, mastro.
+
+PRUDENZIO. Nunquam, mai, edepol, me aria imaginato questo. Ma vanne
+dentro, tu; e portame quello ense.
+
+MALFATTO. Dove?
+
+PRUDENZIO. Per la machera.
+
+MALFATTO. Misser sí, farete molto bene.
+
+PRUDENZIO. E portame el clipeo ancora. Oh Luzio!
+
+LUZIO. Che volete?
+
+PRUDENZIO. Portame el clipeo e la machera nostra.
+
+LUZIO. Misser sí!
+
+MASTRO ANTONIO. Lagame andar con Dio.
+
+PRUDENZIO. Te nne vai, eh? vecchio insano, pedicatore, mentuloso,
+inrumatore pieno di marisce! A questo modo alli uomini stipendiati dal
+Gimnasio romano, eh? Non curare, predone, depopulatore e turbatore della
+quiete nostra!
+
+MALFATTO. Se nne è fugito, mastro, ché ha avuto paura. Ma avete relevato
+voi.
+
+PRUDENZIO. Questa è la retribuzione che ci rendi, eh? adultero, mèco!
+
+MALFATTO. Alla fé, mastro, che avete cantato molto bene, questa sera.
+
+LUZIO. Ecco qua: tenete.
+
+PRUDENZIO. Ah scevo uomo! latrina fetida! Te farò vedere se un par tuo,
+inquilino, agricola, incola et accola, transfuga della patria sua, uso
+andare famulando e rusticando per li tuguri alieni resarcendo el ventre
+fetido e exausto, debbia un par nostro, òrto nella cittá romulea,
+soppeditare, inmemore delli suffragi ricevuti nella nostra mansione.
+
+MALFATTO. Ché non pigliate quella spada e correteli dereto? ch'io ve cci
+voglio lassar andare.
+
+LUZIO. Se nne è andato. Non ce è, no, mastro.
+
+PRUDENZIO. Non si curi! So bene che non ospitará piú in casa nostra.
+
+MALFATTO. Meglio andamo a dormire, ché se cce passará questa stizza.
+
+PRUDENZIO. Non me romper la testa.
+
+MALFATTO. Che so io? Lo dico perché potrete cantare ancora domani a
+sera.
+
+PRUDENZIO. Taci, se non vòi ch'io ti trasverberi con quell'ense.
+
+
+SCENA VIII
+
+REPETITORE, RUFINO, PRUDENZIO, MALFATTO.
+
+
+REPETITORE. In fine, non est ordo ch'io possa trovar el famulo acciò
+che, per letificazione del maestro, potessi conclamare dinanzi la casa
+della dignissima sua Livia. E, perché è giá la seconda vigilia, non
+voglio andare perdendo piú el tempo in cercarlo quia pavesco de non me
+incontrare in qualche furone e che conatamente non mi spolii sino alla
+interulla, non che del palio: benché abbi, poco fa, obviati i berruari
+che vanno facendo le excubie nocturne purgando la cittá di cattivi
+commerzi. Ma chi è questo ch'esce de casa della nostra vicina? Será
+buono ch'io mi nasconda insino a tanto che se va con Dio.
+
+RUFINO. Oh insperata, oh buona nuova! oh buono incontro! E chi pensato
+aría mai questo? Oh savio e prudente conseglio di donna!
+
+REPETITORE. Io voglio avicinarmegli alquanto.
+
+RUFINO. Va' tu e di' poi che le donne han poco cervello! E forsi che 'l
+patrone non si credeva godere con la figliuola di madonna Iulia?
+
+REPETITORE. Che domino sará?
+
+RUFINO. E chi pensato aría mai che la moglie del mio patrone... Ché son
+oggi mai piú di doi anni che la sposò contro a sua voglia per sodisfare
+ai prieghi del signore, che a un povero servitore son comandamenti...,
+
+REPETITORE. Oh salata parabola!
+
+RUFINO. ... ed avevala lasciata ed erasene venuto a Roma...
+
+REPETITORE. Caput mundi.
+
+RUFINO. ... per non la vedere, solo per far dispetto a chi ne era stato
+cagione ch'egli l'avessi sposata. Ma la buona moglie, sí come la
+necessitá suol fare astuti e scaltriti li uomini...,
+
+REPETITORE. Cosí è, per Dio.
+
+RUFINO. ... venutagli dietro in Roma, in un monasterio di sante donne
+per insino al giorno de oggi è dimorata; indi tanto e' modi e 'l vivere
+del marito investigando è andata che, dello amor suo accortasi, ha
+saputo sí fare che sconosciutamente si è colcata con esso lui in casa de
+questa buona donna.
+
+REPETITORE. Bonum! Prosit.
+
+RUFINO. E, nel mezzo delli assalti d'amore, io, che dinanzi all'uscio
+della camera stavo a giacere, sentei un derotto pianto; e il patrone,
+con preghiere, con lusinghe, con sconiuri, sentivo che la cagione di ciò
+li adimandava. Ed eccoti, in questo, venire madonna Iulia con la sua
+serva e con el lume in mano; e, chiamatomi, mi dice:--Sta' sú, ch'io
+voglio che tu veghi stanotte cosa che te piacerá.--
+
+REPETITORE. Non piacerá giá al precettore.
+
+RUFINO. Cosí, vestitomi, entrai seco in camera: ove ella, chiamato per
+nome el patrone, gli disse ch'ella era per contentarlo di molto piú che
+lui non li avea saputo adimandare.
+
+REPETITORE. Costui è molto loquace persona.
+
+RUFINO. Cosí la giovane, ch'insino allora avea tenuta seco nel letto e
+per buona pezza sollazzatosi con esso lei, si era levata e, gittatosi
+sopra della camiscia un camorrino, comparí dinanzi a lui ch'a parlare
+con madonna Iulia posto si era. Ma non sí tosto egli la vide che, tutto
+smarrito, gridò:--Oh consorte mia!--
+
+REPETITORE. El resto potemo pensare le Signorie Nostre.
+
+RUFINO. Ed ella, gittatasegli ai piedi con un coltello in mano,
+pregavalo che piú tosto che della assenzia sua della vita privar la
+volessi.
+
+REPETITORE. Buona nova deveno avere costoro.
+
+RUFINO. Quivi sopragiunse la serva. E, ricominciato a pregare da capo,
+tanto ferno ch'il patrone, ch'immobile stava e a pena gli occhi pregni
+di lacrime da dosso levar gli poteva, quasi di se stesso vergognandosi,
+cominciò a commemorare le cose passate e, aducendo me per testimonio,
+l'abracciava e baciava...,
+
+REPETITORE. Alla barba nostra!
+
+RUFINO. ... giurando e promettendogli che, si come ella per fede e per
+amore guadagnato se llo aveva, cosí voler sempre apresso di lei vivere.
+E cosí, revestitosi, dopo lungo ragionamento che hanno avuto insiemi con
+madonna Iulia, me hanno imposto ch'io venghi a chiamare questo maestro
+vicino loro. Credo li vorranno far sposare quella giovane, che 'l mal
+prode li faccia! Ma io non so se lo trovarò svegliato. Pur credo che sí.
+Non può essere che di quanti sassi che gli ho tirati non gne nne abbi
+còlto qualcuno. I' vo' pichiare, insomma. Tic, tac.
+
+REPETITORE. Non so che me fare, se io interrogo a costui che cosa vole.
+
+RUFINO, Certo saranno adormiti. Tic, toc, tac.
+
+MALFATTO. Chi è lá abasso?
+
+RUFINO. Respondesti pur, quando non potesti fare altro.
+
+MALFATTO. Misser no. Non ce è altri qua che lui, esso e io.
+
+RUFINO. Con chi l'hai? a chi respondi?
+
+MALFATTO. Orsú! Bona sera.
+
+RUFINO. Malanno che Idio te dia! Tic, tac.
+
+MALFATTO. Che vòi? che hai?
+
+RUFINO. Ècci el tuo patrone in casa?
+
+MALFATTO. Che patrone? che patrone? Io non ho se non un compagno che sta
+qua dentro che se chiama lo mastro.
+
+RUFINO. Va'; e digli che venga un poco abasso.
+
+MALFATTO. Sí, sí: ce so' bello e andato.
+
+REPETITORE. Io me lli voglio scoprire. Ch'adimandate voi?
+
+RUFINO. Voglio questo mastro di scola che sta qui. Perché?
+
+MALFATTO. Site doi adesso. E' ve veggo bene, sí.
+
+REPETITORE. Volete forsi parlare con lui?
+
+RUFINO. Sí, voglio.
+
+REPETITORE. Aspetta, adunque. Oh Malfatto! Tic, tac.
+
+MALFATTO. Che te manca a ti altro?
+
+REPETITORE. Opri questo hostio.
+
+MALFATTO. Non ce è oste qua. Sta piú lá abasso la taverna.
+
+REPETITORE. E vieni a oprire!
+
+MALFATTO. Aspetta, ch'io vengo adesso. Ah! ah! ah! ah! Te llo credevi,
+eh?
+
+REPETITORE. Oh! tu sei el bello apro!
+
+MALFATTO. Misser no, che non voglio aprire. Vòi che te llo dica meglio?
+
+REPETITORE. S'io vengo de sopra, te farò un servizio che sarai memor di
+me.
+
+MALFATTO. _Fu!_ Alla faccia tua e del compagno ancora.
+
+RUFINO. Oh poltrone, tristo, sciagurato! Vien qua giú! vien giú!
+
+MALFATTO. Vien sú! vien sú, tu!
+
+RUFINO. Apri la porta e vederai se io ci verrò.
+
+MALFATTO. Son contento. Ma dimmi: hai naso freddo tu?
+
+RUFINO. Diavolo ch'io trovi un sasso, stanotte!
+
+REPETITORE. Eh! non fate, omo da bene. Eh! non fate, per amor nostro;
+ché l'è uno stolto e vi sarebbe detrimento a vapularlo.
+
+RUFINO. Per lo corpo... Uh! Uhu!
+
+MALFATTO. Non bisogna bravare, no, ch'io non ho paura, adesso che sto
+alla finestra.
+
+REPETITORE. Io te accusarò bene, sí.
+
+MALFATTO. O va' a fiume, va'; ch'io voglio ir al letto, io.
+
+RUFINO. Va', che non te nne rizzi mai piú!
+
+REPETITORE. Aspettate, ch'io pichiarò di sorte che me farò intendere
+allo maestro. Toc, tac, tic.
+
+PRUDENZIO. Chi impulsa la porta? Olá!
+
+REPETITORE. Ego sum, sono io.
+
+PRUDENZIO. Sei forsi el nostro substituto del ludo litterario?
+
+REPETITORE. Domine, ita.
+
+RUFINO. De corpo a tutti doi!
+
+PRUDENZIO. Chi è colui ch'è in vostro consorzio?
+
+REPETITORE. L'è uno che vole...
+
+RUFINO. Ve ho da parlare de cosa importante.
+
+PRUDENZIO. E da parte de chi?
+
+RUFINO. Venite a basso, se volete, che ve llo dirò.
+
+PRUDENZIO. Adesso vengo.
+
+REPETITORE. Che bona nova è questa?
+
+RUFINO. Come lui viene abasso, lo saperete.
+
+REPETITORE. Sono forsi cose d'amore?
+
+RUFINO. De grazia, non me llo adimandate; ch'io non vel voglio dire, se
+non ci è lui.
+
+MALFATTO. E io starò alla finestra a despetto tuo, sí.
+
+PRUDENZIO. Bene veneritis. Che dite, magnifico?
+
+RUFINO. Che me guadagno della buona nova?
+
+PRUDENZIO. Voglio che ve lucrate, per amor nostro, un paro de chiroteche
+bene olenti.
+
+RUFINO. Che cosa sono queste che me volete dare? Fate ch'io ve intenda.
+
+REPETITORE. Un paro de guanti.
+
+RUFINO. Che guanti! che guanti! Io mi maraveglio de voi.
+
+PRUDENZIO. Dite pur, ché ve promettemo una bona bibalia.
+
+REPETITORE. Cioè, una buona mancia.
+
+RUFINO. Orsú! Date qua la mano. Livia, questa vostra vicina...,
+
+MALFATTO. Olá! Levateve de sotto, ch'io voglio pisciare.
+
+PRUDENZIO. Non vòi stare, no, ignaro, insolente?
+
+RUFINO. ... è vostra moglie.
+
+PRUDENZIO. Oh fratello! Io te voglio essere servus servorum et
+osculartene le mani.
+
+MALFATTO. Guardate ch'io tiro un sasso.
+
+REPETITORE. Oh! tu sei el bel tristo!
+
+PRUDENZIO. E quando sará questo, patrone mio?
+
+RUFINO. Come quando? Adesso; or ora.
+
+MALFATTO. Ecco lo sasso. Sentite? olá!
+
+RUFINO. Fate stare cheto colui.
+
+PRUDENZIO. Taci, tu. Ma che avete a far la Signoria Vostra con lei?
+
+RUFINO. Son servitore de un suo parente el quale ora è in casa con esso
+lei e me ha mandato a chiamarvi; ché la madre e lui sono contenti che
+voi la sposiate stanotte per ogni modo. E, se voi sète savio, non vi
+ci pensarete per ciò che, se aspettate a domatina, ve nne potrestivo
+pentire; ché c'è altri che voi che la vole.
+
+PRUDENZIO. Non, per lo amor de Dio. Fate che non si dia a nessuno, ché
+la voglio io.
+
+MALFATTO. Oh de sotto! Volete che tiri?
+
+REPETITORE. E va' in mal'ora, poltrone!
+
+MALFATTO. Son piú omo da bene che non simo noi.
+
+PRUDENZIO. Lèvate de lí.
+
+MALFATTO. Non me nne voglio levare.
+
+RUFINO. Orsú! Se volite venire, speditevi; se non, me nne voglio andare,
+ché l'è tardo.
+
+PRUDENZIO. Odite, omo da bene. Noi ve ringraziamo: e certamente ch'un
+po' di suspetto è quello che mi tiene cosí ambiguo del venire; perciò
+che non è molto che simo stati assaltati qui nella strada da un certo
+maestro Antonio.
+
+RUFINO. Venite, non dubitate; ch'io vi prometto de farvi far domatina la
+pace per ogni modo con esso lui.
+
+PRUDENZIO. Io verrò, adunque. O sustituto nostro!
+
+REPETITORE. Che ve piace?
+
+PRUDENZIO. Portateme un poco quella toga rubea nuptiale.
+
+REPETITORE. Ecco. Adesso.
+
+MALFATTO. Cagna! Lassame fugire sotto el letto.
+
+RUFINO. Be', dove è la mancia che me volete dare?
+
+PRUDENZIO. Io vi prometto... com'è el nome vostro?...
+
+RUFINO. Rufino.
+
+PRUDENZIO. ... eccellentissimo patrone mio singularissimo misser Rufino,
+voler componer in laude vostra uno epigramma.
+
+RUFINO. Che volete che faccia de vostra composizione, io? c'ho piú caro
+un carlino che non quanti scartabelli si trovano, ch'io appena li so
+leggere.
+
+PRUDENZIO. Un'altra cosa. Come voi farete figlioli, voglio che li
+mandate alla nostra scuola senza mercede.
+
+RUFINO. E come volete ch'io li abbia, se non ho moglie?
+
+PRUDENZIO. Be', quando la pigliarete poi.
+
+RUFINO. Voi me avete bello e chiarito.
+
+PRUDENZIO. State de buona voglia, ché non mancaremo de fare el
+debitoribus nostris.
+
+RUFINO. Volete venire o no? Ve dirò el vero: voi me parete un altro.
+Bona notte.
+
+PRUDENZIO. Eh! non partite, de grazia. Olá! Spacciateve.
+
+REPETITORE. Ecco. Voltateve, ch'io ve llo metterò.
+
+PRUDENZIO. Gratias ago. Non volete venire ancor voi?
+
+REPETITORE. Signor sí.
+
+PRUDENZIO. Me par mill'anni d'essere coram quel soavio, blandulo e niveo
+corpusculo.
+
+MALFATTO. So' ben qua, sí. Non me avete trovato, no.
+
+RUFINO. Caminate innanzi.
+
+MALFATTO. Voglio venire io ancora, olá!
+
+PRUDENZIO. Fa' che non ti parta da quel lime.
+
+MALFATTO. Lima a vostra posta.
+
+REPETITORE. Rèstate, ché adesso adesso retornaremo.
+
+MALFATTO. No, no: io non voglio venire. Aspettateme pure.
+
+RUFINO. Entratevene lá dentro e spacciatevi acciò possiate dar ordine
+stanotte alle nozze de domani. Io, in questo mezzo, voglio tornar a
+chiamare Malfatto, ch'io voglio menarlo per ogni modo con esso noi.
+
+PRUDENZIO. Odite. Io ho pensato che, avendosi a far le nuptie, voi siate
+nostro architriclino.
+
+REPETITORE. Come piace alla Spectabilitá Vostra. Ma speditevi; entrate
+dentro.
+
+PRUDENZIO. Andate prima voi e fate intendere che noi venimo.
+
+REPETITORE. Cosí farò.
+
+PRUDENZIO. Or vederò pure quel rutilante e coruscante ocello e prenderò
+alquanti basioli da quella boccula ch'è un fonte scaturiente di nettare
+e palpitarò le eburnee e nivee manule fabricate, create, plasmate,
+cresciute et aucte et educate nel clustro sidereo dallo opifero Iove.
+
+RUFINO. Camina, camina pure: non dubitare.
+
+MALFATTO. E dove vòi ch'io camini?
+
+RUFINO. A trovar lo mastro tuo che ha pigliato moglie.
+
+MALFATTO. E tu come te chiami?
+
+RUFINO. Me chiamo Rufino. E camina, se vòi, ché l'è tardo!
+
+MALFATTO. Oh Ruffiano! Aspetta un poco.
+
+RUFINO. Non posso, ché ho da fare.
+
+MALFATTO. Va' pur, adunque, ch'io verrò bene, sí. Oh venga el cancaro!
+M'è uscito un piè della scarpa e non lo posso trovare. Alla fé, che
+voglio buttare via quest'altra ancora per dispetto. E, voi altri, bona
+notte e bon anno, eh? perché è corsa la festa, è fatto lo palio.
+Scuppiate tutti li piedi e le mani per allegrezza. Addio, addio.
+
+
+
+
+NOTA
+
+
+AVVERTENZE GENERALI
+
+Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in
+questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata
+della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui
+occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti
+quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno
+ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi
+e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa
+da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si
+restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da
+Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero
+potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi
+diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale
+scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed
+estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie,
+ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti
+rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle
+tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si
+manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli
+inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce
+al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di
+forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa,
+invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto
+posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche
+modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho
+disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente
+cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra
+esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.
+
+La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del
+Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho
+da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli
+_Scrittori_. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son
+comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano
+assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a
+discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso
+valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici),
+le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata
+anarchia. Troviamo «_io_» e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e
+«_hablar_»; «_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»;
+«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»;
+«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e
+«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» e
+«_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e «_aqui_» e
+«_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e «_tambien_»; e cosí
+via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá di espressioni grafiche
+che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e
+corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «_yo_», «_hablar_»,
+«_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», «_noche_», «_allá_»? oppure
+dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve,
+in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi,
+dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al
+secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze
+ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello
+stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú
+o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di
+questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione,
+le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l'autore abbia inteso di
+usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole
+spagnuole (per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando
+si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di
+allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini,
+infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di
+avere «interposto», nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, «qualche
+scena in lingua spagnuola italianata, accioché manco paresse
+straniera»[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che
+giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente
+suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa
+testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole
+e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando
+vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni
+ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di
+scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il
+voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere
+essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico,
+dell'anarchia.
+
+ 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della
+ Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro,
+ in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso
+ Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV],
+ p. 29.
+
+ 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910),
+ 242 (nov. I, .16)
+
+Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur
+necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II
+degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob
+alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa
+moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del
+«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste
+a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente
+«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però allontanato
+ogni qual volta la mancanza dell'accento o del «_h_» potesse ingenerare
+confusioni ed equivoci. Per es., un «_alla_» o un «_alli_», che sembrano
+preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho
+creduto bene di accentarli («_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un
+«_andare_» o un «_ire_», che possono prendersi per infiniti mentre non
+sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati
+(«_resucitaré, andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_»
+che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima
+persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «_haber_»
+(«_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso
+opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione
+al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi,
+rigorosamente attenuto.
+
+
+IL PEDANTE
+
+Due edizioni ne registra il Mazzuchelli, entrambe fatte in Roma dai
+fratelli Dorico nel 1529 e nel 1538[3]; e la diligenza del Mazzuchelli
+era, di solito, cosí grande che difficilmente si può negar fede alla sua
+testimonianza[4]. Ma quella del 1529 né trovò il Salza, che alla
+commedia del Belo dedicò uno studio speciale[5], né sono riuscito a
+trovare io medesimo. Riproduco, dunque, la stampa del 1538 che ha questo
+titolo: _El Pedan-| te Comedia de Fran- | cesco Belo romano_ [in fine:
+_Stampata in Roma per Valerio Dorico & Loygi | fratelli Bresciani in
+Campo di Fiore | nel'Anno del nostro Signore. | M.D.XXXVIII_]. Delle
+ovvie correzioni di errori tipografici non rendo conto, come non ne
+rendo conto per le altre commedie. Ma sí noto alcuni pochi emendamenti
+congetturali che potrebbero anche non esser giusti e che, per ciò,
+devono essere sottoposti al giudizio dei lettori insieme con la lezione
+originale. A. II, sc. 3: «voglio andar... a trovar l'oste... e fare che
+me dia un quinto de vino e un pezzo de trippa» (ediz.: «... un quello de
+vino...»).--A. IV, sc. 1: «no ghe ho invidia a persona del mondo per
+saver fare una romanesca, una pavana» (ediz.: «... una romansecha una
+pauana»; e «romansecha» potrebbe anche stare per «romanza»).--A. V, sc.
+6: «Ho deliberato... andare sin qui a questo caupone e concernere con
+ocello de linceo se ivi stanziassino» (ediz.: «... se uui
+stantissino»).--Non ho saputo, invece, emendare queste parole di
+Malfatto nell'a. II, sc. 5: «Che [veramente, l'ediz. ha, come altrove,
+«Ch'»] nascio si no pelle di te quello mastro». Il «Che nascio» parrebbe
+richiamarci a un interrogativo «Che ne so?»; e il «di te» potrebbe
+essere un «dite» («dite, quello mastro»): ma le parole mediane «si no
+pelle» non vedo proprio come possan correggersi. Per ciò riporto tutta
+intera la frase cosí come si trova nell'edizione.--E anche riproduco
+tali quali, persino nella punteggiatura, i tre distici latini cantati da
+Luzio nell'a. V, sc. 7. Non dánno noia, in essi, gli strafalcioni perché
+tali strafalcioni potrebbero essere stati voluti a bella posta
+dall'autore per canzonare la ridicola buaggine del pedante. Nessuna
+difficoltá ad ammettere che il «_parcere_» abbia qui funzione
+d'imperativo; e che il «_rede_» sia usato invece di «_redi_»; e,
+persino, che le due parole «_mi sequerere_» possano fondersi in un'unica
+parola «_misequerere_», grottesca deformazione di «_miserere_». Ma il
+male è che, anche ammettendo ciò, non si riesce a cavar dal primo e dal
+terzo distico nessun chiaro significato. Vedano, dunque, i lettori di
+esercitare il loro acume critico e di risolvere per se medesimi quelle
+difficoltá che a me sono rimaste insolubili.
+
+ 3. _Gli scrittori d'Italia_, II^2, 714.
+
+ 4. La quale è indirettamente confermata da un errore
+ dell'ALLACCI, _Drammaturgia_; che, alla col. 615, registra
+ una sola edizione di Roma, Dorico, 1629: dove il 1629 sta,
+ certo, per il 1529.
+
+ 5. _Una commedia pedantesca del Cinquecento_ in _Miscellanea
+ di studi critici edita in onore di Arturo Graf_, Bergamo,
+ Istit. ital. d'arti graf., 1903, p. 431 sgg.
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of Il pedante, by Francesco Belo
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PEDANTE ***
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+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
+individual work is in the public domain in the United States and you are
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+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
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+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
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+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
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+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
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+any statements concerning tax treatment of donations received from
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+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
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+works.
+
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+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
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+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
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+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
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