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+The Project Gutenberg EBook of I tre tiranni, by Agostino Ricchi
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: I tre tiranni
+ Commedie del Cinquecento
+
+Author: Agostino Ricchi
+
+Editor: Ireneo Sanesi
+
+Release Date: December 13, 2010 [EBook #34639]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: UTF-8
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I TRE TIRANNI ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online
+Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images
+generously made available by Editore Laterza and the
+Biblioteca Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+ COMMEDIE
+ DEL CINQUECENTO
+
+
+ A CURA
+ DI
+ IRENEO SANESI
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1912
+
+ PROPRIETÁ LETTERARIA
+
+ GENNAIO MCMXII--30148
+
+
+
+
+I TRE TIRANNI
+
+DI AGOSTINO RICCHI
+
+
+
+
+A LO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNORE
+
+IPPOLITO IL CARDINAL DE' MEDICI
+
+AGOSTINO RICCHI
+
+
+Se la eterna Maestá a le ostie, ai tempii ed a le statue piú che ai
+cori, agli animi ed a la fede riguardasse, quelli che a pena porgere
+agli altari suoi le picciole immagini ponno, disperando de le celesti
+grazie, di porgerli i fidi voti si rimarrebbero. Ma perché il grande
+Iddio piú gode de la fervida volontá dei cori che de la gonfiata
+superbia dei doni, ciascuno a la somma bontá ricorso, lá dove il freddo
+poter manca, supplisce con il caldo volere: ne la guisa che, ne lo
+offerire al gran vostro nome il primo parto del mio ancora acerbo
+ingegno, faccio io; rendendomi certo che stenderete in accettarlo la
+sacra destra con quella istessa natia clemenza con la quale il grande
+Artaserse abbassò la real bocca, l'acqua pura gustando che con le ruvide
+mani il semplice pastore rozzamente gli porse. E perché lo eccelso re
+vie piú si umiliò in ber l'anima che insieme con le onde del fiume il
+boscareccio uomo gli diede che nel ricevere i preziosi doni dei potenti
+signori non soleva, ancora l'Altezza Vostra si umilierá nel prendere il
+core che insieme con queste mie prime fatiche gli offerisco non
+altrimenti che si faccia in accettare gli alti poemi che i chiari
+prencipi de le sacre scuole de le lettere, in ciascun luogo, in ogni
+tempo ed a tutte le ore, li consacrano. Né si creda però che io sí
+temerario fossi che a voi, che obbietto degli onori siete, per onorarvi
+inviassi l'opra che io come in poco spazio di tempo forse con poca
+esperienza d'arte feci, ancora che a Dio, a cui né crescere né scemare
+si può di gloria, veggiamo, non misurando la grandezza sua, cantare
+inni, ardere incensi ed accender lumi; anzi perché (sí come le cose
+poste ne' tempii, per vili che sieno, di indegne degnissime diventano),
+essendo al magnanimo Ippolito consecrata, di bassa e negletta venga
+dagli uomini pregiata: ché, per tenere sculto ne la sua picciola fronte
+il pregiato nome vostro, i pellegrini spiriti che vi adorano la
+solleveranno con la medesima fortuna che dal tempo abbattuta colonna,
+per la riverenza de l'antico titolo che in essa si legge, si solleva. E
+se a me di ciò punto vien di onore, non altrimenti lo estimerò che
+soglino li umili sacerdoti i fumi degli odorati incensi e gli altri
+onori di che essi participano, ricognoscendo tutto da colui che è
+cagione in loro di tali grazie.
+
+Di Ferrara, a li XXV di luglio M.D.XXXIII.
+
+
+PERSONE
+
+ GIRIFALCO vecchio
+ PILASTRINO parasito
+ ORGILLA fante di Girifalco
+ SIRO }
+ TIMARO } servi di Crisaulo
+ CRISAULO nobile
+ FILENO servo di Crisaulo
+ FILOCRATE giovane
+ CALONIDE madre di Lúcia
+ LÚCIA figliuola
+ EPARO lavoratore
+ LISTAGIRO parasito
+ FRONESIA fante di Lúcia
+ ARTEMONA roffiana
+ COMPAGNI di Filocrate
+ DEMOFILO vecchio socero di Calonide.
+
+
+ARGUMENTO
+
+ Girifalco ama Lúcia e da Listagiro
+ e Pilastrino accorti parasiti
+ n'è beffato e punito. Ancor di questa
+ preso Crisaulo nobil, per astuzia
+ d'una roffiana e d'una sua fantesca
+ (che Filocrate giovan quale amava
+ li trasser de la mente, ond'ei impazzò,
+ e si partí romito), la si gode
+ sotto uno inganno d'oro, con parole
+ di volerla sposar. Tornato in questo
+ Filocrate di Spagna, in vece altrui,
+ pensandosi d'aver ne le man Lúcia,
+ si giace con la fante; qual poi sposa,
+ quando Crisaulo, sol da Amor costretto,
+ oltre ogni suo voler, si sposa Lúcia
+ e insieme con Calonide sua socera
+ congiunge Girifalco, giá beffato.
+
+
+
+
+PROLOGO
+
+
+MERCURIO.
+
+ Giove, che vive e regna suso in cielo,
+ come voi qui (la sua mercede) in terra,
+ m'avea mandato qui per i lamenti
+ ch'escono ognor qua giú da le gran mandre
+ dei filosofi nudi e dei poeti;
+ i quai, giá incominciati, or piú che mai
+ spessi e piatosi al ciel passando a schiere,
+ ne turban sí che m'avean commesso,
+ tutti a una voce, ch'io venga a pregarvi
+ e persuader che, per nostra quiete,
+ per vostra gloria e per piatá, vogliate
+ dar fine a tai miserie ond'essi ogni ora,
+ discacciati e mendici e disperati,
+ minaccian sotterrare i nostri onori.
+ E però quegli onde ciascuno ha vita
+ aría voluto ch'io vi protestassi,
+ quando non provediate ai lor bisogni,
+ che, senza alcun rispetto, lasceria
+ cadervi a dosso lo sdegno Aretino:
+ a cui diè forza fulminare i nomi
+ nel modo ch'egli suol talor per ira
+ fulminar l'alte torri. Ma, trovato
+ certi ch'ora qui voglion recitare
+ una comedia per vostro diporto,
+ per non mescolar cose altro che allegre,
+ lascerò questo ufficio. E perché un certo
+ parasito, ch'avea da parlar prima,
+ sorbito ha Bacco in modo che sta in dubbio
+ s'egli è nel nostro mondo o in quel d'altrui,
+ hanno voluto che da parte loro
+ io venga a dirvi quel che intenderete,
+ se m'ascoltate alquanto. Alti e cortesi
+ spettator degni, una comedia nova
+ (nova, dico, non mai piú vista o letta
+ o in alcun degli antichi ritrovata)
+ vi apporto, piena di giuochi e d'amore:
+ il cui tittol, per oggi, sará in vece
+ di quel che s'avria a dirvi in argumento
+ de l'istoria, perché voglio esser breve.
+ Son tre superbi e potenti signori
+ c'han de la vita nostra in mano il freno
+ e la governan come piace a loro.
+ E perché spesso, anzi il piú de le volte,
+ non giustamente in noi s'incrudeliscono,
+ onde ci vien disnor, disagi e morti,
+ l'autor di questa, che vorria mostrarvi
+ la natura di loro, i loro effetti,
+ li finge in tre persone che di pari
+ contendeno ad un fine; e cosí volse
+ chiamarla _I tre tiranni_. E questi sono,
+ come vedrete, Amor, Fortuna ed Oro.
+ Ma, perché ben sappiate la sua mente,
+ gli è piaciuto scostarsi cosí alquanto
+ dal modo e da l'usanze degli antichi:
+ ché, dove han sempre usato essi che il caso
+ e tutto quel che pongono in comedie
+ possa essere in un tempo o in un dí solo,
+ questi ora vuol che la presente scena,
+ sicondo che richiede la sua favola,
+ servi a piú giorni e notti in fine a uno anno.
+ E, benché si potesse aperto dire
+ che gli è così piaciuto, ha pur in vero
+ qualche ragione in sé: perché, sí come
+ si vive or con la vita del dí d'oggi
+ e non di quegli che fûrno giá un tempo,
+ e son vari i costumi, pare onesto
+ con questi le poesie, le prose, i versi,
+ li stili e l'uso ancor del recitare,
+ sicondo i tempi, si mutino e innovino.
+ Né vi offendano i nomi inusitati,
+ perché, per adattargli a le persone
+ e loro uffici, gli ha tratti dal greco:
+ e questo dice dei latini antichi
+ essere usanza; e in ciò gli ha seguitati.
+ Io vi direi piú cose da sua parte;
+ ma il tempo passa. Questa qui è Bologna.
+ Chi 'l crederá ch'oggi in sí picciol luogo
+ si sia ristretta? E pur è con effetto:
+ e in modo tal che sí superba e grande
+ forse non fu mai Troia, Atene o Roma.
+ Qui sta Crisaulo nobile; e qui Lúcia;
+ qua Girifalco; e di lá Pilastrino.
+ Eccol che viene in qua. Se sta in cervello,
+ potrete intender da lui meglio il tutto.
+ Siate sempre felici.
+
+
+
+
+ARGUMENTO
+
+
+PILASTRINO parasito.
+
+ Buona vita,
+ insieme con la pace di Marcone,
+ caso che vi fermiate con silenzio.
+ Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora
+ tante cicale e tanti cicaloni
+ s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate,
+ ciarlate forte, ch'io dirò cantando
+ il _Verbum caro_ o 'l _Chirielleisonne_.
+ Anzi, vo' dir, poi che non è peccato,
+ _O pecorar, quando anderastú al monte_
+ o vero il _Ritornando da Bologna_,
+ _La scarpa mi fa male in ponta_ o pure
+ _La vedovella quando dorme sola_.
+ Mi vien voglia di dire ad alta voce
+ il _Mal francioso_ di Stracin da Siena;
+ ma so che tutti lo sapete a mente
+ come il _Pater_ e l'_Ave_ e l'_a b c_.
+ Orsú! Farete tanto che a la fine
+ vi lascerò di pian come ser Zughi.
+ Par quasi che non sappia quel c'ho a dire.
+ Son costor che da ogni ora, qua di dietro,
+ mi stanno a festucar ch'io mi ricordi
+ non so che d'argomento o serviziale
+ o cristeo. Madonne, e voi, messeri,
+ io vel farei, s'io fossi uno speziale
+ sí come sono un bel cacapensieri
+ in campo azzurro. Ma vi voglio dire
+ di me, se a sorte non mi cognosceste.
+ Io sono un uomo, come voi vedete.
+ E mia madre fu donna da bon tempo.
+ E, avendo un giorno tolto una satolla
+ di biroldi e di trippe, venne pregna
+ di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese
+ mi fe' in cucina a piè del focolare:
+ ond'io la maledico mille volte,
+ ch'ella si morí in quello ben pasciuta
+ ed io sto sempre per morir di fame
+ e so ch'è sol per qualche suo peccato.
+ Ond'io volli, una volta, farmi frate
+ per viver lieto e non durar fatica;
+ e comperai i zoccoli e 'l cordone
+ (la cappa me la dava un mio parente):
+ ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno,
+ mi risolvei diventar parasito
+ acciò che il corpo non mi bestemmiasse
+ a petizion de l'anima da poca
+ che non mangia e non bee e non si vede
+ e vuol, la sciocca, mille cacherie
+ per gire in paradiso a far la ninfa
+ o ver la sposa. Or lasciamo andar questo;
+ e ritorniamo al da ben Pilastrino
+ (che così mi dimando) c'ha piú fede
+ ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco
+ che i frati al campanel del refettorio.
+ E certo, se vivesse oggi Margutte,
+ mi adoreria sí come adoro lui:
+ massimamente s'egli mi vedesse
+ pelare e rassettare a la moderna
+ le donne, le matrone e le massare
+ _et utriusque sexus_ fine ai vecchi.
+ Ma di che vi ridete? de' miei fatti?
+ Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri.
+ Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata!
+ Oh! co! co! co! Quanti cameleonti
+ che si pascon di vento! altri in amore,
+ fiutando le duchesse e le reine
+ (poi van con una slandra in Fiaccalcollo
+ a menarsi l'agresto a tutto pasto);
+ altri in sperar d'aver l'entrate grandi,
+ mangiando in interessi il ben futuro.
+ Quanto fariano il meglio a provedere
+ di pagar tutto quello c'hanno in dosso
+ a chi fatto ne l'ha credenza; e poi
+ rappattumarsi con la sua signora
+ che, per basciargli tuttavia la borsa,
+ gli fa gir di pecunia a la leggera!
+ Ma son giá di proposito sí uscito
+ che non so a che fine io vi favello
+ né ciò ch'avea da fare in questo luogo.
+ Sí, sí! Me ne ricordo: l'argomento.
+ Assettatevi tutti ben, ch'io possa
+ mettervel tutto ne la fantasia,
+ pel buco de l'orecchio, come s'usa.
+ Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro.
+ Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette,
+ per parlare in linguaggio veniziano,
+ non son mia arte; e, non vi entrando tutto
+ il brodo d'esse, non si fa nigotta.
+ Quanto meglio campeggia Pilastrino
+ ne la santa illustrissima cucina,
+ dando pro tribunal sentenze giuste
+ del cappon lesso e del fagiano arrosto,
+ del mangiar bianco e di quel sapor nero
+ che si cava de l'uva e di quel verde
+ che si trae de l'erbette fiorentine!
+ Oh com'io son ben dotto in ordinare
+ le buone gattafure genovesi!
+ Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia!
+ Cosí di queste nostre bolognesi.
+ Risolviamla pur qui. _Celi celorum_
+ altro non è, secondo il mio giudizio,
+ che 'l mangiar bene e il ber solennemente.
+ Non niego giá che il far quella faccenda
+ non mandi altrui piú sú che mona luna.
+ _Tamen_ un pasto buon pontificale
+ mi dá la vita. E, se ne l'altro mondo
+ si facesse talvolta colazione,
+ la morte mi faria poca paura;
+ ma, quand'io penso che non vi si mangia
+ e non vi si bee mai, divento matto.
+ Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino!
+ Non dico che mi mandi in purgatorio.
+ Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo,
+ ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi
+ e bea un ciantellin di malvagía
+ ne incaco Ferraone e Satenasso.
+ E quel poltron di Lucifero porco
+ facciami come vuol, se ben volesse
+ farmi in pasticci o in brodo o in gelatina.
+ Ma, per parer ch'io non parlo col vino,
+ vorria contarvi pur di questi pazzi:
+ di Girifalco vecchio; e di Crisaulo;
+ e quello scimonito di Filocrate
+ ch'al fin si mangia, in cambio di perdice,
+ la carne de la madre di san Luca
+ tutto l'anno avocata dei tinelli.
+ So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico
+ che la fante non sia una buona robba;
+ ma basta che li parve essere ai ferri
+ con Lúcia ch'era stata giá cagione
+ ch'egli aveva mandato il senno in poste.
+ Di Calonide taccio, c'ho rispetto
+ di mentovare invano una sua pari
+ che digiuna l'avvento. Or la vedrete
+ entrare in nozze come una donzella
+ (cosa da empir di risa gli orinali)
+ insieme con la figlia, ch'oramai
+ creggio che senta _tentationem carnis_.
+ State attenti, vi prego, senza strepito;
+ ché qui non vi si chiede né danari
+ né altro che vi debba dispiacere.
+ Un'altra volta comandate a noi.
+ Ora questa è la cena: io volli dire
+ la scena. E questo intorno è 'l Coliseo
+ dove sedete. Chi è stato a Roma
+ sa quel ch'egli è... Oh come mi rodeva!
+ Una rogna canina! Ma tacete.
+ Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante.
+ Oh che cera d'amante! O dio Cupido,
+ hai pur poca faccenda a travagliarti
+ con simil manigoldi! Se non pare
+ il _Testamento vecchio_ e l'_Imprincipio_!
+ Parla con seco istesso. Sará forza
+ legarlo, inanzi agosto, a la senese.
+ Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto.
+ Or di' sú, mestolon, cancar ti venga!
+
+
+
+
+ATTO I
+
+
+SCENA I
+
+ Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce
+ schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la
+ mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli
+ di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto
+ credere che fosse negromante.
+
+GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante.
+
+
+ GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue
+ in gioventú per non esser mendico
+ quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine,
+ tutto è niente; ché qui mai non puote
+ l'anima aver riposo in fin che dura
+ con la carne congiunta.
+
+ PILASTRINO. Oh bel dettato!
+ Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta
+ con la mostarda; ma vuole esser porco
+ di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione
+ ragioni anch'egli _de bene vivendo_?
+ Piace anche a me.
+
+ GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego,
+ o parla piano; ch'oggi ho poca voglia
+ di cianciar teco.
+
+ PILASTRINO. Tu sei pur lunatico,
+ Girifalco: perdonimmi i tuoi anni.
+ Deh guarda che natura! Or si lamenta,
+ or tace e fa il balordo, or ride, or piange,
+ or ciancia fuor di modo e si rallegra
+ e infuria; che talora ho meraviglia
+ ch'un che pratica teco, in otto giorni,
+ nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio,
+ un tratto, negromante? uomo composto
+ di sciatiche e catarri e d'avarizia,
+ d'ira e d'amore.
+
+ GIRIFALCO. Abbimi compassione.
+ Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
+ sfogar, ch'io moro.
+
+ PILASTRINO. Possa sfogar tanto
+ che ne rimanga agghiacciato per sempre.
+ Non restar giá per me.
+
+ GIRIFALCO. Sempre ho stentato;
+ né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo,
+ in questa vita, per non stentar sempre.
+ Ed or che l'etá mia richiederebbe
+ qualche riposo e d'animo e di corpo,
+ cosí dentro mi sento travagliato,
+ inquieto e confuso che desio
+ talor la morte come cosa dolce.
+ Ma non vorrei esser posto in sacrato,
+ se non pensassi fare, anzi quel punto,
+ vendetta e strazio di quella frittella
+ che n'è cagione.
+
+ PILASTRINO. E che pensi di fare?
+ se Dio ti guardi, come ha fatto i denti,
+ ancor la vista.
+
+ GIRIFALCO. Se mai viene il tempo...
+ Non vo' dire altro.
+
+ PILASTRINO. Forniscel di dire.
+ Che la farai, come ti vien dietro,
+ morir forse in sul buco? Oh guarda volto
+ da far morir le donne di martello!
+ Che sia impalato!
+
+ GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?
+
+ PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato;
+ e tu mi pasci qui pur di parole.
+ Saresti appunto buon, per la cappella
+ che si fa al Baracane, per un santo
+ in su l'altare o per un di quei voti
+ con le man giunte; ché non mangi o béi
+ ma vivi d'aere.
+
+ GIRIFALCO. Lascia: berem poi.
+ Anima mia, tu mi fai pur gran torto.
+ E poi per chi? Per un morto di fame,
+ un furfantello, un ladro, un giocatore,
+ un plebeo. Ma guardati, Filocrate;
+ ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria
+ che non mi vendicassi. Vatti sposa:
+ e to' per donna qualche ruffianaccia
+ per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio.
+ Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi!
+ In mal punto. Ah!
+
+ PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore.
+ Che fai? Par che rineghi anche il battesmo.
+ O Girifalco, tu sei diventato
+ un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio
+ e mostri esser saputo!
+
+ GIRIFALCO. Io son perduto
+ piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
+ Diavol!
+
+ PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
+ Sú! che ti porti presto.
+
+ GIRIFALCO. Che hai detto?
+
+ PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti
+ dov'è colei che ti può dar salute
+ e tòr d'angoscia.
+
+ GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto
+ prima ch'io n'esca.
+
+ PILASTRINO. Va'. Se non moro io
+ in questo mezzo, sará forse troppo
+ presto per te.
+
+ GIRIFALCO. Non vorrei esser nato
+ prima ch'esser cosí.
+
+ PILASTRINO. Fai grande errore
+ a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia,
+ e che direbbe de la tua incostanza?
+ Ché debbi pur saper che amano i vecchi
+ perché son fermi e potenti a durare
+ a le lor dolci pene; ove noi altri
+ reggiam di rado. E l'aspettare ancora
+ non ti debbe esser grave perché sai
+ ch'un tesoro sí fatto non s'acquista
+ in un mese o in uno anno. Ma puon caso
+ che n'aspettassi ancora venticinque
+ e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio?
+ ché allor forse saresti un'altra volta
+ tornato giovan, come ancor giá fosti,
+ e piú atto a l'amor ch'ora non sei.
+ Non perder la speranza.
+
+ GIRIFALCO. E che? Saremmo
+ forse come leggiam de la fenice,
+ noi innamorati?
+
+ PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti
+ fenice. Gli altri li vo' dir pipioni.
+ Ma, s'Amor non si muta di costume,
+ tengo scorciare a sí vecchia fenice
+ con l'ali il volo. Di fiere piú brave
+ ho giá domato.
+
+ GIRIFALCO. E perché son dannato?
+ Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene
+ che non ti lasci un pugno, che tu veda
+ le stelle a mezzo dí.
+
+ PILASTRINO. Non so vedere
+ altrimenti le stelle a mezzo giorno
+ se non sotto la botte; ma son certo
+ che non le vedrò giá sotto la tua,
+ subbio e telare, a mille opre d'aragna
+ ch'ivi tesse la muffa per vestirne
+ gli amici de l'aceto e del vin guasto.
+ Resta con Dio. So dir che sei persona
+ d'aver teco de' topi e de le mosche
+ in compagnia. E da lor sei fuggito,
+ così sei largo!
+
+ GIRIFALCO. Deh! non ti partire.
+ E dove, Pilastrino? Una parola
+ odi, se vuoi.
+
+ PILASTRINO. Non giá da quello orecchio.
+ Di': che ti manca?
+
+ GIRIFALCO. Cávali la cappa.
+ Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,
+ se non ti è grave.
+
+ ORGILLA. Or che se l'ha cavata,
+ il briacon, mio danno, se ogni mese
+ non ci torna a veder. Parti governo,
+ questo, di casa? Mi morrei se, un tratto,
+ non gli pesto a mio modo quel mostaccio.
+ Mettiam pur fuor la frasca.
+
+ PILASTRINO. Orsú, madonna!
+ Bisogna che abbi compassione un poco
+ al messere ancor tu, poi che tu vedi
+ come sta il poverin.
+
+ ORGILLA. La mala pasqua,
+ e presso che non dissi, che vi venga
+ a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia
+ per casa, poi, di questa massarizia
+ e non rugnisce? Saria manco male
+ se spendesse o comprasse della robba,
+ poi che vuol fare il grande.
+
+ PILASTRINO. Oh! Di' ben forte
+ che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci
+ quello che c'è.
+
+ ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato.
+ Tu sai pur che costui non mangia rape
+ cotte giá di tre dí né di pan cotto
+ minestra, come farai tu stamane;
+ né bee meschiati.
+
+ PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi.
+ Tra voi gridate e menate le mani,
+ pur ch'io panebri.
+
+ ORGILLA. Tu tirerai in fallo,
+ Pilastrin, questa volta, ché la carne
+ rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca?
+ le miei mutande?
+
+ PILASTRINO. Giá denno essere arse,
+ se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco
+ non cuoce o scalda.
+
+ GIRIFALCO. Pilastrin mio caro,
+ tu vedi. Tornerai da me stasera,
+ ché compreremo una libbra di lonza
+ per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto
+ che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo.
+ E mena l'indiano.
+
+ PILASTRINO. Hai ben pensato.
+ E che ci arem da cena?
+
+ GIRIFALCO. Non t'ho detto?
+
+ PILASTRINO. Non t'ho inteso.
+
+ GIRIFALCO. Una libbra di buon porco.
+
+ PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto?
+
+ GIRIFALCO. Quello
+ non basterá? Tu se' pure, oggi, strano!
+ Non t'empierebbe....
+
+ PILASTRINO. E sí! Dici da vero?
+ Tu vuoi tener me a cena con un'oncia
+ di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi
+ far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore
+ qualche volta ti trae del seminato.
+ E poi sei vecchio. Dammi a me i danari,
+ ché comprerò da cena onestamente.
+ E non esser sí scarso.
+
+ GIRIFALCO. Ecco i danari.
+ Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,
+ ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?
+ Questi quatrini... Sta'.
+
+ PILASTRINO. Non dubbitare:
+ ti porterò l'avanzo. Io voglio andare
+ a cercar di colui.
+
+ GIRIFALCO. Non v'è a bastanza?
+ Odi un poco.
+
+ PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado
+ caminando a le porte, or ch'è passato
+ il mercato, se trovassi qualcosa
+ e spender poco. Non uscir di casa.
+ Torno con lui stasera.
+
+ GIRIFALCO. Ecco, or costui
+ mi vuol brugiar di qualche bolognino
+ con queste parolette: ché son fatti
+ come 'l tizzone. Ma son bene allegro,
+ se mena il negromante. Entrerò in casa:
+ ché mi par di sentire un ventarello
+ non molto sano.
+
+
+SCENA II
+
+ Siro servo, non introdotto in altro luogo che in
+ questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e
+ questo è costume degli antichi comici.
+
+SIRO. TIMARO servi.
+
+
+ SIRO. Or veggio il lor cervello.
+ Innamorati? Che sia maladetto
+ quel giorno traditor che incominciai
+ a servir mai nessun! ché non mi manca
+ da starmi a casa mia ben da mio pari
+ e sto a straziarmi dietro a questi cani
+ che tengon servitori come gli osti
+ le bestie da vettura; e 'l dí non basta,
+ ché ancor s'ha a star la notte or qua, or lá
+ per lor capricci. Che sia strutto Amore
+ e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede!
+ Io mai nol vidi.
+
+ TIMARO. È Siro che ragiona.
+ Lasciamili accostar. So che camina!
+ O Siro, aspetta.
+
+ SIRO. Che vai tu cercando,
+ Timaro?
+
+ TIMARO. Sono uscito de la strada
+ per venirti dietro, ché sentiva
+ bastemmiar non so che.
+
+ SIRO. Sí, ch'io bastemmio
+ qualche volta me stesso; ché non posso
+ omai durar con questo insopportabile,
+ quasi ho detto, poltron.
+
+ TIMARO. Che c'è di nuovo?
+
+ SIRO. Ultimamente non m'ha minacciato
+ di fare e dire, s'io non truovo modo
+ ch'esca di questi affanni?
+
+ TIMARO. O dágli il modo.
+
+ SIRO. E come?
+
+ TIMARO. Che s'appicchi per la gola!
+
+ SIRO. Or non ho punto voglia di scherzare.
+ E' nol potrebbe fare altri che Dio
+ che l'ami, se non l'ama.
+
+ TIMARO. Sa bene egli
+ se l'ama o no.
+
+ SIRO. Non fosse egli piú vivo!
+ Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni
+ che non mi fermo mai, né dí né notte,
+ sol per saper di questo; e truovo al fine
+ ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa.
+ E questo è la cagion. L'ha sempre amata
+ un Filocrate giovin, qual si dice
+ che se la sposi in breve. Ora il padrone
+ vorria impedir che questo non seguisse.
+ E, per esser chi egli è ed ella vile,
+ vorria poterla avere a posta sua.
+ A che bisognerebbe che mutasse
+ l'animo, prima, in disamar chi ella ama;
+ e poi si fesse tal che sí grande odio
+ rivolgesse in amore; e poi la madre,
+ ch'è la piú saggia donna, intera e santa
+ di questa terra, consentisse a questo:
+ il che non potria far, penso, un reame.
+ E giá mille altri han lasciato l'impresa,
+ sol per esser la madre quel ch'ella è.
+ Potria forse anco star; ché non è 'l primo
+ miracol ch'abbia fatto, a' miei dí, l'oro.
+ Ma non voglio che mai per mezzo mio
+ faccia tal roffiania.
+
+ TIMARO. Farei ancor peggio,
+ per il padron, pur ch'ei mel comandasse.
+ Che ne puoi perder tu?
+
+ SIRO. Quello c'ho al mondo,
+ servendo un fuor di senno e disperato.
+ Ma ascolta. Non è solo. Girifalco
+ vecchio, sí avaro, anch'egli è in questo ballo
+ (ed era sí stimato!): ché un Listagiro
+ con Pilastrino e certi buon compagni
+ l'han messo sú ch'ella gli muor dietro.
+ E fangli far l'amor seco ogni giorno:
+ cosa da smascellare. E, perché mai
+ non la vede, gli dicon che 'l difetto
+ vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone
+ è giá venuto a tale, in questa giostra,
+ di cosí scarso, che gli tran canóni
+ che ne portano il sangue. E va pensando
+ che Pilastrino, un tratto, il peli e strini
+ fine in su l'osso. Specchiati in quel nome.
+ Da l'altro canto mi par sí vedere
+ che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti)
+ faccia con colei tanto che la sposi.
+ Che ti parria di questo?
+
+ TIMARO. Io non mi curo.
+ Sia come vuol. Non ho di questi impacci;
+ non penso tanto inanzi e mi contento
+ di questa vita: ben mangiare e bere
+ e gire a spasso, portato c'ho sú,
+ talor, come acqua e legne e governato
+ ben la mia stalla e spazzato la casa
+ e netto gli usuvigli di cucina,
+ le secchie e i caldaroni e, alcuna volta,
+ supplito anche ai bisogni de le fanti
+ che non mi lascian viver.
+
+ SIRO. Sí, t'ho inteso.
+ Tu la discorri bene.
+
+ TIMARO. Io me ne vado
+ di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo),
+ ché 'l padron non gridasse.
+
+ SIRO. A posta tua.
+ Questi stan ben con queste simil gente
+ che sopportan com'asini venduti;
+ o ver gli adulatori. Io mi risolvo
+ di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro
+ ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno
+ (perché dice a suo modo) è seco il _totum_.
+ Io sarei sempre schiavo.
+
+
+SCENA III
+
+ Crisaulo batte il servitore e biasma forte con
+ Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore,
+ Pilastrino lo lascia.
+
+CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO.
+
+
+ CRISAULO. Basta. Ho inteso.
+ Ma parti che ci torni?
+
+ FILENO. Eccol, per Dio.
+ Contava i passi; or corre.
+
+ CRISAULO. Io son disposto...
+ A che sei stato tanto, manigoldo?
+ Ho voglia di...
+
+ TIMARO. Signore, ho corso sempre.
+ Questo è 'l resto di tutto il fornimento,
+ d'infuor la sella che non è fornita.
+ S'avrá stasera.
+
+ CRISAULO. Hai piú tu di bisogno
+ del baston che non ha di te la stalla.
+ Canaglie! ché non passa per la strada
+ civette o olocchi o per l'aere augelli
+ che non voglin vederli.
+
+ TIMARO. È pure stato
+ il maestro che m'ha fatto indugiare
+ questo poco: ché non voleva darmi
+ quegli avanzi del drappo e stava a dire
+ che non è usanza e che none sta bene
+ a un vostro pari; e quasi bastemmiava.
+ Son ladri: sempre voglion sopra i pregi
+ di quel d'altrui.
+
+ CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone!
+ Questi sono gli onor? Vo' che tu impari
+ per l'altre volte.
+
+ TIMARO. Oimei, padron! Son morto.
+
+ CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda.
+ Chi te l'avea commesso?
+
+ TIMARO. Oh gramo a me!
+
+ CRISAULO. S'io vi ritorno...
+
+ TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi!
+ Morrò in duo dí.
+
+ PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo.
+ Oh! co! Crepo di rise. Gli farai
+ smaltire i sughi, con quelle sopposte
+ che gli hai fatto nel viso da sedere.
+ Cosí si smuove il corpo ai manigoldi
+ che vogliono, a dispetto del padrone,
+ far massarizia: ma la medicina
+ non val niente, se non si continova
+ piú d'una volta il giorno. To', poltrone!
+ Come fa il morto!
+
+ CRISAULO. Corre e va' riportali.
+ E di tua bocca di' che t'ho punito
+ di tanta villania: se non, con altro
+ la farem che con calci.
+
+ TIMARO. Ben, messere.
+ Che ti possa esser mozza quella gamba,
+ prima ch'io ti riveggia!
+
+ PILASTRINO. O va' pur via.
+ So che ti sentirai di quelli schiaffi,
+ per otto giorni almeno, a cavalcare.
+ Se avessi istaman fatto colazione,
+ non avrei sí goduto. O guarda dove
+ si truova esser condotto un gentiluomo!
+ Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro
+ per non dar luogo agli spirti che sempre
+ biasmano altrui; ed or, per quattro soldi,
+ avrá dato da dire a tutta piazza,
+ quest'ignorante. Ma che! Non importa:
+ perché sei cognosciuto da ciascuno
+ per l'uom che sei.
+
+ CRISAULO. Ho sempre da natura
+ avuto questo, che d'alcuna cosa
+ non mi son dilettato quanto avere
+ il mondo tutto e, se fosse possibile,
+ l'inferno amico. E quegli che altra via
+ tengono, essendo nobili di sangue
+ e di gran facultá, debbiam chiamargli
+ animai brutti. Avarizia malnata,
+ d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni,
+ fraudi, ruine e morti, oro, tiranno
+ fatto di quello a cui ti fe' suggetto
+ chi tutto fe'! Come può tanto errore
+ fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso
+ che chi piú n'ha piú stenta e manco gode.
+ Ché nol fuggiamo?
+
+ PILASTRINO. Ogni uom sa predicare;
+ e tanto piú di quel che poi non crede.
+ Certo è che l'oro è cosí maladetto
+ che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha,
+ contento o riposato. Ma vorrei
+ veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce
+ qualche rimedio.
+
+ CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto
+ del nostro errar: ché lo veggiamo aperto;
+ né in alcun modo ne vogliamo uscire
+ o rimanerne.
+
+ PILASTRINO. Tu non neghi, adunque,
+ essere in grande errore?
+
+ CRISAULO. Errore. Ah quanto
+ fòra 'l meglio esser nato in vil capanne,
+ talora, e in boschi che ne l'alte case!
+ Chi nol pruova nol sa.
+
+ PILASTRINO. Cosí sarebbe
+ piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo;
+ ché non mi truovo un soldo.
+
+ CRISAULO. Senza dubbio.
+
+ PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati
+ e le fortune. E tu sarai contento
+ sempre nel mio: e sí lieto e felice
+ e senza alcun pensier che non vorresti,
+ quando lo provi poi, per tutto il mondo
+ non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo,
+ torrò questi tuoi affanni.
+
+ CRISAULO. E che potresti
+ cangiar se non que' panni e quella pelle?
+ o 'l vizio orrendo che non potrá mai
+ mancare in te? poi sai che non possiamo,
+ per noi stessi, cangiar stato e fortuna:
+ ché s'appartiene al ciel.
+
+ PILASTRINO. Ti vo' insegnare.
+ Avremmo prima a tramutar la robba:
+ _verbi gratia_, la tua fa' che sia mia.
+ Tu voglio che ti chiami Pilastrino;
+ ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo,
+ non sol muterai nome, ma costumi,
+ stato e natura; e forse ancor la mente.
+ Proviam, se tu nol credi.
+
+ CRISAULO. Io ti ringrazio;
+ ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio
+ ch'oggi ne venda a me.
+
+ PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca!
+ Non ti si può appicare oggi niente
+ di questa mia dottrina. Io me ne vado.
+ Qui non si busca.
+
+ CRISAULO. Sta', non ti partire;
+ fermati un poco.
+
+ PILASTRINO. Non posso indugiare.
+
+ CRISAULO. E che buona facenda?
+
+ PILASTRINO. Un'altra volta,
+ se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto,
+ uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla,
+ ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni,
+ se mi vien fatta.
+
+ CRISAULO. Non vo' sapere altro.
+ Guarda pur di non far qualche trabalzo
+ che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno,
+ non mi sai dir niente di colei?
+ Tu sei pur negligente!
+
+ PILASTRINO. Ora non posso
+ dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera.
+ Ma vo' che sappi la piú bella berta
+ ch'io tramo adesso.
+
+ CRISAULO. Non lo vo' sapere.
+ Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio.
+ Ier la vidi duo volte a la fenestra.
+ Felice giorno!
+
+ PILASTRINO. Ed io piú di sei volte
+ la vidi, dopo bere; e l'abbracciai.
+ Chi è piú felice?
+
+ CRISAULO. Aimè! Vita infelice,
+ quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni
+ ti scorga Amor, che giá condotta a tale
+ t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta
+ in tuo conforto che la morte istessa
+ o di lei la speranza?
+
+ PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso.
+ Addio; fa' pur da te. Questi incomincia,
+ pur come suole, a noverar le stelle
+ e gli animali e le donne e le piante;
+ i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere
+ dimanderá crudeli; e la fortuna
+ e la sua sorte iniqua e ingiuriosa;
+ troverá tutti i santi, al fine, in fraude;
+ e vorrá far vendetta. Io voglio andare
+ a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna,
+ fin che giunga la sera, anch'io a gridare
+ con le mezzette.
+
+ CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce,
+ quando mai resterai di tôrti in gioco
+ questa mia miser'alma? e quando avranno
+ mai fin tante passioni? e le cocenti
+ fiamme fian spente? e quando fia mai vinta
+ da pietá cosí dura altera mente?
+ o di me sazia quella cruda voglia?
+ Certo, non mai; ché la mia sorte è tale
+ ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve,
+ forse questa mia man ti fará lieta
+ di tanto desiderio e fia disciolta
+ l'alma d'esta prigion.
+
+ FILENO. Fornisce, un tratto.
+ Che cosa è questa, tanto lamentarsi
+ e rinnegar la fé? che tanti stinchi?
+ tante prigion? Chi ti sentisse, certo,
+ giudicherebbe ch'aspettassi or ora
+ acerba morte. Hai pur questo tuo pecco,
+ come le donne, di voler morire
+ d'ogni picciola cosa e avere in cima,
+ come lo sputo, il pianto. Se non fosse
+ ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce,
+ in fine al cuore avrei or con fatica
+ ritenuto le risa. È pur vergogna
+ tanta viltá.
+
+ CRISAULO. Dico che n'ho per sette
+ de' buon consigli. Ma questo non basta:
+ ché bisogna pazienza; di che i santi
+ mancan talora.
+
+ FILENO. Eh! va': l'hai per costume
+ questo voler morire. E poi per chi?
+ Una fraschetta, che, chi la strizzasse
+ tutta, non n'usciria tanto di buono
+ che te n'ungessi un'unghia.
+
+
+SCENA IV
+
+ Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di
+ sposar Lúcia di corto.
+
+CALONIDE madre, FILOCRATE giovane,
+LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.
+
+
+ CALONIDE. Chi è giú?
+
+ FILOCRATE. Io sono. Aprite.
+
+ CALONIDE. Aspettami, figliuolo.
+
+ FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse
+ che non ci avesse visto! Iddio ti guardi,
+ madre. Quanto m'allegro di vederti
+ cosí di buona voglia! ch'istanotte
+ non ho dormito mai, del dispiacere
+ ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse
+ Demofilo, iersera.
+
+ CALONIDE. Anzi, ci vide:
+ e me ne dimandò; ma tanto seppi
+ bene acconciarla che poi non disse altro.
+ E di qui presi occasion d'entrare
+ ne' fatti tuoi; e, per fartela breve,
+ tanto ho saputo ben dir mal di te
+ che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso,
+ or n'è contento e l'ha rimessa in me.
+ Che faremo ora?
+
+ FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo.
+ Questo è stato ben fatto: aver disposto
+ la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta.
+ Porgimi qui la man; ti do mia fede
+ di non mancare; e cosí fa' tu a me.
+ Quando farem le nozze?
+
+ CALONIDE. Ora, a tua posta:
+ ché a me non manca se non provedere
+ a certe cosarelle; poi, del resto,
+ possiam farlo istasera. Ma indugiamo
+ ancor duo giorni perché a lui non paia
+ che siam corrivi. E tu fa' che non manchi.
+ A te ne sto.
+
+ FILOCRATE. Perché? non è giá fatta?
+
+ CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze:
+ ché non vo' star piú in questo struggimento,
+ ché importa troppo; e lo starne sospesa
+ non è sicuro.
+
+ FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie;
+ altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella
+ mi toccasse la mano.
+
+ CALONIDE. Oh! S'è per questo,
+ anco s'ha da far ben. Dálli la mano.
+ Orsú! A chi dico?
+
+ FILOCRATE. Quando fia mai l'ora
+ per me tanto felice che, legati
+ d'eterno nodo, di tante fatiche
+ e tanti stenti al fin mi sia concesso
+ cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo,
+ sí come mi cognosco al tutto indegno
+ d'un tal tesor, che non mi sia negato
+ da la mia sorte.
+
+ CALONIDE. Lascia andar da canto
+ queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo
+ che si dia fine. E poi vo' che tu pigli,
+ figliuolo, per potervi mantenere
+ sempre nel grado vostro con onore,
+ qualche onesto esercizio; ed io giá mai
+ non ti son per mancar.
+
+ FILOCRATE. Lo voglio fare.
+ E son restato in fine a questo giorno
+ perché, mercé di lei, cosí inquieto
+ era di mente che ad altro pensare
+ non mi poteva dar che a dimostrarle
+ quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio
+ tanto esser de le suoi rare bellezze
+ superba e altera che non par si degni
+ accettarmi per suo.
+
+ CALONIDE. Taci, figliuolo.
+ Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi
+ gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti
+ ti parrebbe col ver; ché tutta notte
+ m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno
+ non ci sei stato. In fine, ancora in sogno
+ ti chiama e piange e meco si lamenta
+ con dir che tu non l'ami; e ben talora
+ c'è che fare appagarla.
+
+ LÚCIA. Oh che bugie!
+ Non è giá vero.
+
+ CALONIDE. Cosí fosse manco
+ in tuo servigio come è da vantaggio
+ di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi
+ non staria bene a lei essere ardita
+ e parlar come me. Ma sia pur certo
+ che d'affezion ti avanza.
+
+ FILOCRATE. Lúcia, è vero?
+
+ LÚCIA. Che cosa?
+
+ FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
+
+ LÚCIA. Ha detto cose assai.
+
+ FILOCRATE. Non ti ricordi?
+ Che tu ami tanto me quant'amo io te.
+ Ma non lo credo.
+
+ LÚCIA. Tu non sei cristiano,
+ se tu credi sí poco. E perché questo
+ non creder, sí?
+
+ FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti,
+ se cosí fosse. Or che rispondi a questo?
+ Non ti fare insegnar.
+
+ LÚCIA. Faccia mia scusa
+ la fanciullezza mia, ché inver non so
+ darti risposta.
+
+ CALONIDE. E che vuoi che risponda?
+ che non ha mai parlato con alcuno
+ quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate.
+ Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio
+ passar di qua.
+
+ FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza:
+ ché, secondo che ho inteso, è innamorato
+ costí di Lúcia e la torria per moglie.
+ Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale!
+ Felice quella donna che l'avrá!
+ ché è tutto robba.
+
+ CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò!
+ Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato
+ e gottoso vuol tôr donna ancor egli?
+ Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?
+ Guarda che bella cera!
+
+ LÚCIA. Par lo sposo
+ de la madre de' vecchi.
+
+ CALONIDE. Io dico il padre
+ de' guattari che sono innamorati.
+ Non si può bussicar, tanto è pasciuto!
+ M'ha cosí cera che debbe esser nato
+ a la luna mancante.
+
+ FILOCRATE. Eh! Il poverino
+ non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga.
+ Gli è caduto il cimurro: avria bisogno
+ de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca!
+ Bella cosa ch'è un pazzo!
+
+ CALONIDE. Orsú! Va' via,
+ ché non pensasse mal: ché sai com'oggi
+ si vive al mondo.
+
+ GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato.
+ Mi parve pur veder lá non so chi;
+ ed or si fugge; e sento in qua romore.
+ Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io
+ ritorni in dietro, che non ritrovassi
+ quel che non vo cercando.
+
+
+SCENA V
+
+ Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente
+ e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la
+ cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore
+ ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di
+ Girifalco che non teneva famigli.
+
+PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano.
+
+
+ PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla!
+
+ ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin?
+
+ PILASTRINO. To' questa robba.
+ Non morrem giá di fame.
+
+ ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente.
+ Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno.
+ Che vòl dir questo? È forse dodici anni
+ che sono in questa casa e sí ti giuro
+ che non ne ho visto mai per la metá.
+ Dimmi, di grazia.
+
+ PILASTRINO. Non è tempo, adesso.
+ Fa' d'aver cura a questo, che stasera
+ ogni cosa sia cotto.
+
+ ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco,
+ ch'io caschi morta, se prima non dici
+ la cosa come sta.
+
+ PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica?
+ In casa s'ha da fare un par di nozze.
+ Bastiti questo.
+
+ ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero.
+
+ PILASTRINO. Attende qui.
+
+ ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto.
+
+ PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima.
+ Incomincia qui. Sú!
+
+ ORGILLA. Mezzi i pollastri
+ arrosti e mezzi lessi e questa carne
+ a l'ordinario e mezzi anco i pipioni
+ faremo arrosto e gli altri in un tegame,
+ da far solo a l'odor levare i morti,
+ come so fare.
+
+ PILASTRINO. Iddio ti benedica.
+ Tu sei saccente piú de la metá
+ ch'io non pensava. L'altre cose tutte
+ rimetto in te.
+
+ ORGILLA. Che vuoi far lí da canto
+ di quel fagian?
+
+ PILASTRINO. Lo voglio di mia mano
+ governare istasera: e imparerai
+ un modo onde potrai fare al messere
+ mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne,
+ i suoi stivali. Come torna, digli
+ che aspetti in casa; ché avrò il negromante
+ stasera meco.
+
+ ORGILLA. E tu vai, Pilastrino?
+ Che m'hai promesso?
+
+ PILASTRINO. Nulla.
+
+ ORGILLA. Ah sciagurato!
+ Tornaci pure a cena. O vecchio matto,
+ dove hai lasciato andare il tuo cervello?
+ dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi
+ da incatenar che non farian mai quello
+ che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia
+ che non sia qualche tratto di costoro
+ di mala sorte. Eparo! o Eparo!
+
+ EPARO. Ben?
+
+ ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco!
+
+ EPARO. Ben, madonna:
+ che ti manca?
+
+ ORGILLA. Non altro se non quello
+ che hai tu e non ho io.
+
+ EPARO. Non so che m'av'é
+ che questi pagni frusti qui di nogona
+ ed una capannuccia a ca' e l'asina
+ di mia moiera. Egghi negotta ancora
+ che sia per ti?
+
+ ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina
+ di tua mogliera.
+
+ EPARO. Mò non g'ho di quella
+ a far negotta é, ché l'è del suoccio.
+ Li faccio ben le spese e la somezo
+ e la governo ancor; ma l'è di lui.
+ Maidò, non g'ho da fare é.
+
+ ORGILLA. O cappachione,
+ si vede pur che sei nato villano,
+ c'hai piú dura la pelle de la testa
+ e de la fronte che non han le bestie.
+ Vo' farti scorto.
+
+ EPARO. E perché? Non ti intendo,
+ se Dio m'aida.
+
+ ORGILLA. Perché spuntar fuora
+ non ti posson le corna de la testa.
+ E pur sei becco.
+
+ EPARO. Parla ch'io t'intenda;
+ ché non son becchi ne' nossi paesi,
+ se non quegghi che ammontan le bestiuole.
+ I galli e le galline ancora l'hanno;
+ ma non l'ho é.
+
+ ORGILLA. Ascolta, anima mia.
+ Che vuol dir che tu sei sí grossolano?
+ Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto
+ di qua in cucina.
+
+ EPARO. E che tanto cianciare
+ e berlingar? Dimmi se vuoi covelle,
+ ché vo' spazzar la ca'.
+
+ ORGILLA. Possi morire,
+ se tu vedesti mai camicia a donna.
+ Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono?
+ Va', sta pur con le capre.
+
+ EPARO. Vagghi ti;
+ ché non sei buona se non da sbelare
+ e non sai che ti voglia.
+
+ ORGILLA. Guarda razza
+ di matto scempio! Vorrei venir teco
+ ad esser tua mogliera a casa tua.
+ Te ne contenti?
+
+ EPARO. N'ho d'avanzo n'una é.
+ Che credi, se ben siam grossi di pagni,
+ che siam poi asen? ché non è bastante
+ ad una donna sol tutto un comuno
+ di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte
+ n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta,
+ Orgilla me.
+
+ ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua;
+ e porta sú tutt'oggi de le legna;
+ tramuta quei pietron che sono a basso;
+ e fa' netto il terrestre e la cantina
+ com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio!
+ Si voglion gli animali adoperare
+ solo a quel che son buoni.
+
+ EPARO. Ben, madonna.
+
+
+SCENA VI
+
+ Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta
+ piú cose strane che v'ha veduto.
+
+FILENO, CRISAULO.
+
+
+ FILENO. Addio, vecchiona. Parti che ne facci
+ a dritto ed a traverso? E poi al padrone
+ porta mille ciancette e vuol che creda
+ che questa sia la prima che ha venduto
+ e quel che fa sol faccia per servirlo,
+ come intera e da bene!
+
+ CRISAULO. Ecco Fileno.
+ Ringraziato sia Dio. Che nuove porti?
+ che t'ha risposto? verrá qui istasera?
+ ha fatto nulla?
+
+ FILENO. Non l'ho ancor trovata;
+ ch'era, m'han detto, andata fuori al monte
+ a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato
+ che venghi, come giunge.
+
+ CRISAULO. A chi parlasti?
+
+ FILENO. A quei di casa, ché v'era una corte
+ che l'aspettava. Io so che quella strega
+ ha tutte le virtú cardinalesche
+ e l'arti liberali. Mi ricorda,
+ quand'entro in quella casa, de l'inferno,
+ a quel ch'ivi si vede.
+
+ CRISAULO. Che dirai?
+ T'intendo ben. Sei stato fino a sera
+ lá, con qualche carogna che ha per casa,
+ ed or vuoi far la scusa.
+
+ FILENO. Io non lo niego.
+ Ma non son giá carogne; ché, a la fede,
+ c'è di bei visi.
+
+ CRISAULO. Tanto avestú fiato.
+
+ FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda
+ l'opre belle che fa questa tua arpia.
+ Il collo torto, il volto consumato,
+ quegli occhi lagrimosi accompagnati
+ con l'abito fratino e i paternostri
+ che sempre biascia inganneriano il tempo
+ che inganna ognuno.
+
+ CRISAULO. Di' che cosa è questa,
+ se lo sai dire.
+
+ FILENO. Io te ne dirò parte.
+ Tu vedi prima una casaccia antica
+ fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze
+ fantastiche, affummate; e, per la casa,
+ vecchie sciancate che paion Creonte;
+ ed una infinitá di fanciullette
+ che tien (come faremmo noi i capponi
+ sotto la cesta) perché venghin belle.
+ E, quando poi son grasse e da qualcosa,
+ le vende, le trabalza e con danari
+ ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno
+ il lor proprio esercizio: una pesta ossa
+ e piú cose bizzarre; una crivella
+ le polveri e sementi; un'altra l'erbe
+ mette ne le strettoie e cava il sugo;
+ questa fa medicine; un'altra unguenti,
+ penso, da gambaracci e simil cose;
+ una è in lavar la trementina; e l'altra,
+ falserá sollimato e, con salnitro
+ e solforo, fará puzzar la casa.
+ E vedi poi, d'intorno, mille fatte
+ di lambicchi e campane da stillare,
+ bocce di vetro le piú contrafatte
+ del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe,
+ orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole.
+ Per le fenestre fiori, erbe e sementi,
+ radici, zucche, zucchelle e pignatte,
+ laveggi, pignattini e speziarie
+ e cose strane. E ci vedrai d'augelli
+ piú membra; e piú animali scorticati;
+ e pelle e grassi e sangui come inchiostro;
+ unghie e capei morti.
+
+ CRISAULO. Io son giá sazio.
+ Non mi dir piú, ti prego.
+
+ FILENO. Odi ancor questa.
+ Oggi vidi stillare a una campana
+ che è fatta appunto com'un uom che s'abbia
+ le man miso in su' fianchi; che credetti
+ morir di rise. V'era cinque o sei
+ di quei visi affummati intorno al fuoco,
+ che parean le donzelle di Vulcano
+ giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra
+ passando, vidi in una gran caldaia
+ il piú schifo belletto, che a la prima
+ mi fe' voltar lo stomaco a vederlo,
+ ove dicevano esser perle e gioie,
+ oro e coralli. Poi ne vidi un altro
+ d'un'altra fatta, che v'era ammarcito
+ un mondo d'uova e colombi favacci
+ e teste di castroni e pilpistrelli
+ e piú grassi e biturri e piú pastocchi
+ che qualche volta.
+
+ CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto.
+ Fa' che si ceni. Che ora può essere?
+
+ FILENO. È passato di poco un'or di notte.
+ Entriamo in casa.
+
+
+SCENA VII
+
+ Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non
+ vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un
+ fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne
+ parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando
+ Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa
+ Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si
+ indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.
+
+FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO.
+
+
+ FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato
+ non può giá star; ché questa è pure appunto
+ l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare
+ un'altra volta. Vincer pur devrebbe
+ la lunga servitú, la mia pazienza
+ sí cruda mente. Visch'! visch'! isch!
+ Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene:
+ ché, s'io non ritornava, forse ch'ora
+ s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa.
+ Guarda come riluce! T'ho aspettato
+ qui, giá tre ore. Io non credo che pensi
+ a me, se non a caso; e, per quai merti,
+ o qual mio fallo, mi sei sí crudele?
+ Ci debbe esser di nuovo qualche amante
+ che ti de' tôr di mente la mia fede,
+ l'amor, la servitú che tanto tempo
+ hai visto in me.
+
+ FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate.
+ Ma con chi parla?
+
+ FILOCRATE. Prego che mi dica
+ la cagion del tuo indugio perché dentro
+ giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno
+ che forse anco avrei preso de' partiti.
+ Non vo' dire altro.
+
+ FRONESIA. Odi. Costui vaneggia.
+ Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello.
+ Parla con l'aere.
+
+ FILOCRATE. Tu non mi rispondi,
+ Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene
+ far tanto strazio di chi sai che t'ama
+ piú che la vita propria. Aimè, che torto!
+ Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico.
+ Non mi lasciare andar cosí istasera
+ beffato a casa, ch'io ti do mia fede
+ che te ne pentirai.
+
+ FRONESIA. Oh! co! co! Parla
+ a una testaccia, che v'ho steso sopra
+ un fassoletto.
+
+ FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto,
+ se ti muove piatá.
+
+ FRONESIA. Puoi aspettare.
+ Chi nasce matto non guarisce mai.
+ Il mal tuo non è a lune.
+
+ FILOCRATE. Deh! Se mai
+ ti venne in cuor del mio lungo servire
+ poco ricognosciuto e de la fede
+ e di quanto per te giá mai soffersi
+ amando e di giá tanti spesi giorni
+ ne' tuoi servigi render qualche cambio,
+ mostrami tutto in questo; e fammi grazia
+ d'una parola.
+
+ FRONESIA. Ve' che bella predica!
+ Cosa appunto da lui, oh! far l'amore
+ a una pignata e voler convertirla
+ con sí belle parole!
+
+ FILOCRATE. Aimè! che in vano
+ prego un sasso, una tigre e mi querelo.
+ Altronde porti i miei lamenti il vento;
+ ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi
+ di sentimento, poi che piace al cielo.
+ La prima non è giá, ma ben fia forse
+ l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai!
+
+ FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare,
+ ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia,
+ ché non venisse a sorte a la fenestra
+ e guastasse la torta. Oh! co! co! co!
+
+ FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede!
+ credeli il paternostro! Ahi reo costume!
+ Chi tanto ha posto in voi di falso e vano?
+ tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio?
+ Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse
+ la sorte mia, perché non peni sempre,
+ sempre non mi ritrovi in quello errore
+ in che ora sono e perché n'esca un tratto,
+ sí mi governa. Assai mi fia acquistato,
+ questa sera, d'aver l'empia natura
+ cognosciuto di voi. Prometto a Dio,
+ per l'avenir, come foco e veleno
+ e mortal peste, di fuggirvi sempre.
+ Troppo era lieto de la mia fortuna
+ che, sovr'ogni altra cosa desiata,
+ ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro
+ che tutto era a la mia futura vita
+ amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti
+ si ricoglie di voi e di tai fiori
+ tai fronde e rami suol vostra radice
+ produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata!
+ Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira
+ a tanta iniquitá punire è tarda.
+ Venga almen, poi, cosí grave e focosa
+ che n'arda anca il terren con le radici.
+ Voglio, prima, di questo consigliarmi
+ con Sofomide mio. E, se ci è via
+ che la possa lasciar, che a l'onor mio,
+ mancando, non mancassi, anzi morire
+ son risoluto che mi ponga in casa
+ un drago tal, sí velenosa vipera
+ m'allevi in seno.
+
+ PILASTRINO. Io sono stato un'ora
+ a sentir questo pazzo. Che può avere?
+ Tanti lamenti e tante bravarie!
+ Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia,
+ ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io
+ l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa.
+ Dico non è, potta de la fortuna!
+ ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co!
+ Io so che l'è col manico. La voglio
+ puor fra le cose del piovano Arlotto:
+ come quell'altra che fece Listagiro
+ per uscir di prigion; che si fe' morto
+ e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo,
+ se ne fuggí, pestato prima il volto
+ a un di quegli sbirri che 'l portavano
+ con un gran pugno. Or veggio ben che Amore
+ fa travedere appunto a questi sciocchi
+ come fa 'l vino a me. La vo' contare
+ in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma.
+ Io lancio de la fame; ché ho cercato
+ quest'altro parasito tutto il giorno.
+ Or mi risolvo che non è possibile
+ che ceniamo istasera. E che 'l vecchione
+ impari, un tratto, a fare a la civetta
+ in terzo con duo mastri di rapina!
+ Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio
+ per farla netta; ché a trovar Listagiro
+ non basteria 'l piú valente pilotto
+ che guardi carta. Io so che in Pizzimorti
+ non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo
+ né in Gattamarcia non è capitato.
+ Sempre che abbiam da far qualche bel tratto
+ par che intravenga questo. Fia forse ito
+ verso 'l tinel del cardinal de' Medici
+ a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore
+ devria adorar ciascun, poi che senz'esso
+ ogni virtú mendicherebbe un pane,
+ come soleva, _nunc et usque in seculi_.
+ Io mi muoio di fame; ed ho pensato
+ di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo,
+ scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine
+ a questo offizio per diman da sera.
+ Lasciami caminar, perché a la mensa
+ _beati primi_.
+
+
+
+
+ATTO II
+
+
+SCENA I
+
+ Artemona viene, in sul far del giorno, a parlare a
+ Crisaulo e li trae di mano un'altra soma di farina e
+ prometteli, sotto scusa di andare a stender camicie, di
+ parlare a Lúcia.
+
+ARTEMONA roffiana, TIMARO, CRISAULO.
+
+
+ ARTEMONA. Ta, ta. Saran tutti a letto.
+ Piace anche a me 'l dormir.
+
+ TIMARO. Chi batte giú?
+
+ ARTEMONA. Amici. Apri: son io.
+
+ TIMARO. Pare una donna.
+ E chi sei tu che vai cosí a quest'ora?
+ Oh brutta vecchia! Se non par la strega
+ che vadi in corso!
+
+ ARTEMONA. Dimmi: ove è Crisaulo?
+
+ TIMARO. E che buona faccenda? qualche polli,
+ cosí a buon'ora?
+
+ ARTEMONA. Quel che vuoi, speranza.
+ Non mi fare indugiar, ché non è ora
+ da star per via.
+
+ TIMARO. Non dubitar, figliuola,
+ ché non sarai rubbata.
+
+ ARTEMONA. Oh! Basterebbe
+ perder l'onor.
+
+ TIMARO. Che? la verginitá?
+ Se tu non perdi quelle che hai venduto...
+ che son piú d'un million.
+
+ ARTEMONA. Dissi l'onore.
+
+ TIMARO. Oh! l'onor c'hai struziato a mille amanti
+ e mille donne. Credo ch'omai d'altro
+ puoi perder poco.
+
+ ARTEMONA. Tu non l'hai chiamato.
+ Di' che son io, ché mi spedirá, forse.
+
+ TIMARO. Eccol che viene. Arruffati, barbuta.
+
+ ARTEMONA. Dio ti facci contento.
+
+ CRISAULO. E te meschina,
+ donna maestra di non dir mai vero
+ e vender ciancie.
+
+ ARTEMONA. E perché dici questo?
+ Ancor io non ti intendo.
+
+ CRISAULO. Son ben tante
+ quelle che tu ci fai che con fatica
+ te ne puoi ricordar; senza mille altre.
+ Ove m'hai fatto ultimamente andare,
+ che aspettai tanto e non vi fu persona?
+ Che vuoi ch'io pensi?
+
+ ARTEMONA. Oh! Di cotesto sai
+ che non tel dissi certo; ma pensava,
+ secondo che m'avea detto la fante,
+ che la vi andasse. Non ci ho colpa alcuna.
+ Dio sa'l cuor mio. Oh se tu fossi, figlio,
+ quel ch'io ti prego ognor!
+
+ CRISAULO. Non è in proposito.
+ E poi fai 'l grande meco.
+
+ ARTEMONA. Odi. Ti giuro
+ sopra l'anima mia che appunto or ora
+ son giunta a casa: ché da lune in qua
+ non mi son mai partita (io tel vo' dire)
+ d'un monastero; ch'una mia compagna
+ mi ci ha tenuto a lavar certi panni
+ del padre confessoro. Oh paradiso!
+ Biat'a lor che v'andranno!
+
+ CRISAULO. Io non ricerco
+ i tuoi travagli. Dimmi se facesti
+ di quella mia.
+
+ ARTEMONA. Sí, sí. Lasciami dire.
+ Da poi ch'io ti trovai v'ho messo mano;
+ e 'l dí dopo, in bel modo, feci a Lúcia,
+ ridendo, cenno di voler parlarli.
+ Ella non s'è mostrata in alcun modo
+ né di qua né di lá, ché sta in sul savio
+ per amor de la madre; ma dimane
+ la coglierò in soquadro, se crepasse.
+ Voglio tre o quattro de le tuoi camicie
+ piú belle per lavarle; e con degli altri
+ panni le stenderò ne la sua altana.
+ E lascia che a la prima non li parlo,
+ che farò qualche ben.
+
+ CRISAULO. Non ti dico altro
+ se non che quanto mai ce n'è bisogno:
+ ché so ben come sto. Fa' di servirmi
+ e serviti di me.
+
+ ARTEMONA. Ti vo' contare.
+ Quella farina, ch'è forse otto giorni
+ che mi mandasti a casa, il mio figliuolo,
+ quel maritato, venne, non ier l'altro,
+ quand'io non era in casa, e se la prese
+ dicendo che n'ha piú di me bisogno.
+ Ond'io son senza; e, per trattare or questa
+ tua impresa, non lavoro o faccio niente;
+ e cosí non guadagno: onde conviene
+ alfin ch'io stenti. Di darti fastidio
+ a me ne incresce. Abbimi per iscusa
+ che 'l bisogno mi fa forse far quello
+ che non feci mai piú.
+
+ CRISAULO. Basta. T'ho inteso.
+ Timaro, fa' portare a questa donna,
+ a casa, un'altra soma di farina;
+ e, se vuole ancor altro qui di casa,
+ dálli quello che vuole.
+
+ ARTEMONA. Oimè meschina!
+ Vivrò mai tanto che mi sia concesso
+ rendere in cambio di sí larghi doni,
+ non parole, ma fatti? E forse tali
+ che tu sempre cognosca tanto bene
+ non aver fatto, se ben poverina,
+ a donna ingrata. Certo, ch'io non posso,
+ almeno in render le debite grazie,
+ scioglier parola.
+
+ CRISAULO. Non grazie o parole.
+ Fa' ch'io sol veda, lá dove bisogna,
+ parole e fatti; ché so ben c'hai l'arte
+ e la lingua da far muovere un sasso,
+ non ch'una donna.
+
+ ARTEMONA. Vo' che sian gli effetti
+ che provin l'arte, l'amore e la fede.
+ Resta con Dio.
+
+ CRISAULO. Fa' di tenermi a mente.
+ Va'. La accompagna tu per fine a casa,
+ Timaro.
+
+ TIMARO. Ben, signor. Son de le nostre,
+ se séguiti cosí. Vecchia scanfarda,
+ sará ben forza ch'io ti cavi gli occhi,
+ se non sei onesta piú nel dimandare
+ per l'avenir. Ti farò lavorare,
+ se vòi viver crestosa. Oh! Parti bella?
+ Sgomborarmi la casa con le some!
+ Fa' conto di venir piú regolata;
+ ché, per Dio vero...
+
+
+SCENA II
+
+ Lúcia si lamenta di Filocrate e manda la fante a
+ cercarlo.
+
+LÚCIA, FRONESIA.
+
+
+ LÚCIA. Aimè, caro Filocrate!
+ Son pur passati giá tre giorni interi
+ e non ti veggio. Ove son le promesse
+ che cosí caldamente, tante volte,
+ a mia madre ed a me festi di tôrmi
+ e sempre amarmi? Di quante lusinghe,
+ quante false parole e quanti inganni
+ son sempre pieni, omini senza fede!
+ Quante son quelle che nel fin rimangono
+ da voi ingannate! Ahi quante crude morti!
+ quante passion portiam per creder troppo!
+ Non posso desiar di te vendetta;
+ né, potendo, vorria: perché piú quella
+ sopra di me verria che a te medesmo,
+ quando la ti venisse. Sol ti prego
+ che vogli aver di sí dogliosa vita
+ qualche pietade.
+
+ FRONESIA. Io te l'ho detto sempre
+ che non bisogna fare in lor disegno
+ mai di fermezza; ché son fatti appunto
+ come le foglie e, con modi e parole
+ e, come dicon, con lor servitú,
+ trattengon tutte. E, s'avesser con mille
+ commoditá, tutte gli son padrone;
+ tutte li fan morir. Poi, vedi, al fine,
+ i portamenti lor mostran l'amore
+ e il lor poco cervello.
+
+ LÚCIA. Orsú, Fronesia!
+ Voglio che vadi a dimandar di lui
+ in qualche luogo e che non torni a casa
+ se non me ne dái nuova interamente.
+ E pregal quanto puoi da parte mia
+ ch'io li vorrei parlar.
+
+ FRONESIA. Mi metto in via.
+ E lascia fare a me, ché non è un'ora
+ ch'io l'ho parlato. Ma tu, se madonna
+ gridasse, sappi trovar qualche iscusa.
+ Ed io son qui in un punto.
+
+ LÚCIA. Va', sorella:
+ e sappi far.
+
+
+SCENA III
+
+ Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da
+ Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il
+ vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto,
+ Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di
+ tornare a ora di cena.
+
+PILASTRINO, GIRIFALCO, LISTAGIRO parasito.
+
+
+ PILASTRINO. Buona sera, messere.
+
+ GIRIFALCO. Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli!
+ Ben mi pareva d'avervi sentito;
+ e però son venuto in su la porta
+ ad incontrarvi.
+
+ PILASTRINO. Come sta la cena?
+
+ GIRIFALCO. Sará in ordine a l'ora; ma, se pensi
+ di trattarmi cosí...
+
+ PILASTRINO. Perché?
+
+ GIRIFALCO. Spendesti
+ piú di mezzo il ducato.
+
+ PILASTRINO. Non è vero.
+ Eccoci a brontolare. Ah discrissione!
+ Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto,
+ acciò che meglio possiam ragionare
+ senza seccarci.
+
+ GIRIFALCO. Pilastrin, piú regola.
+ Non è poi meraviglia se stai sempre
+ malsano perché nuoce fuor di modo
+ il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo,
+ fa come, in un laveggio, mentre bolle,
+ puor l'acqua fredda che toglie il bollire:
+ onde nascon di poi l'infermitá,
+ come tu vedi.
+
+ PILASTRINO. Oh! co! co! Chi sentisse
+ parlar costui del modo e de la via
+ del non mangiar né ber non penserebbe
+ che fosse un Ippocrasso o un Gallinello?
+ Cosí c'è dotto!
+
+ GIRIFALCO. Per grazia di Dio,
+ sempre ho trovato che mi giova assai
+ non m'acciarpare. E vedi che ho passato
+ di molto il tempo che la maggior parte
+ non suol passare. Ma che c'è di nuovo?
+ In piazza che si fa?
+
+ PILASTRINO. Si vende e compra
+ de' frutti e de l'erbette; e qui di nuovo
+ avrem da cena.
+
+ GIRIFALCO. Tu sei sempre in berta.
+
+ PILASTRINO. Vuoi ch'io ne dica un'altra?
+
+ GIRIFALCO. Sí, di grazia.
+
+ PILASTRINO. Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo
+ fa del suo resto; ed or, per questa giostra,
+ apparecchia livree d'argento e d'oro,
+ infin per gli staffieri; ed ha comprato
+ ora un corsier cinquecento ducati.
+ Pensa se è bello!
+
+ GIRIFALCO. Tu non di' da vero.
+ E come 'l sai?
+
+ PILASTRINO. Ti voglio dir la cosa.
+ Passava ier da casa di Calonide.
+ Ed erano ivi aspettarlo a la porta
+ duo servi o tre. E mi fermai con loro,
+ alquanto, a ragionare; e intesi questo
+ con mille altre grandezze che di nuovo
+ fa per colei.
+
+ GIRIFALCO. Oimè! che mala nuova
+ è quella che mi porti, sciagurato!
+ Poi non debbe esser vero; e tu lo dici
+ per vedermi morire.
+
+ PILASTRINO. Oh! tu ti cangi
+ cosí di cera! E' par che abbi paura
+ di quel marcetto. N'è ben gran pericolo
+ che ti scavalchi!
+
+ GIRIFALCO. Or to' questi ristori,
+ Girifalco meschino. E sí, fu vero?
+ Era pur dentro in casa quel tignoso?
+ Vedesti 'l tu?
+
+ PILASTRINO. Sí, vidi poi a l'uscire,
+ che fu in sul buio; ma non so giá dirti
+ quel che v'avesse fatto.
+
+ GIRIFALCO. Aimè tapino!
+ Perché voglio piú viver? Prego il cielo
+ che faccia in modo ch'io mi rompa il collo
+ prima ch'abbi a morir di questa morte.
+ Cara la vita mia, non ti ricordi
+ giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto,
+ ché sai che 'l primo dí non ti cercava.
+ E tu ti innamorasti cosí forte
+ di me che non vivevi ben quel giorno
+ che non facevi dirmi qualche cosa.
+
+ LISTAGIRO. Lascia pur: ti trarem questi pensieri.
+
+ GIRIFALCO. Ed ora, che t'ho posto un poco amore,
+ sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi
+ per una nebbiarella. Che se, un tratto,
+ mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto
+ quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca!
+ Che sará poi?
+
+ PILASTRINO. Del tuo resto, s'io posso.
+
+ GIRIFALCO. Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato!
+ Ma ti voglio cavare a te de gli occhi
+ quel riso e quelle frasche.
+
+ PILASTRINO. E però è buono
+ che sia venuto qui questo mio amico;
+ perch'è persona che ti saprá dire
+ la cosa come sta e forse trarti
+ d'ogni tuo affanno.
+
+ GIRIFALCO. E che induggiamo, adunque?
+
+ PILASTRINO. Non si può far, di giorno. Poi, istasera,
+ dipoi cena, potrem mettervi mano
+ e far qualcosa buona. E, perché veda
+ ora qualcosa, mostrali la mano.
+ Guarda, maestro Abraham.
+
+ LISTAGIRO. Per contentarvi.
+
+ GIRIFALCO. Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni
+ vedesti man sí bella e dilicata,
+ colorita e ben fatta.
+
+ LISTAGIRO. Bella, bella,
+ se Dio mi guardi. Tu non debbi molto
+ curarla con saponi ed acqua fresca,
+ per ordinario.
+
+ GIRIFALCO. Sí, quando è l'estate.
+
+ LISTAGIRO. E 'l verno?
+
+ GIRIFALCO. Maffenò, ché allor mi lavo
+ sol con la calda.
+
+ LISTAGIRO. Ho veduto a la prima.
+ Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli!
+ oh che bei segni! oh! gran particolari
+ v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi
+ la piú felice man. Guarda, messere.
+ Non voglio far come che soglion certi
+ che dicon mille cose, poi fra tutte
+ non si ricoglie un vero. Io sempre dico
+ qualche particolar che sia notabile
+ e lascio le lunghezze. La man, prima,
+ è bella com'un cesso.
+
+ GIRIFALCO. Come «un cesso»?
+
+ LISTAGIRO. Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso
+ di veder tuttavia cose piú belle
+ quanto piú guardo. Quando non mi intendi,
+ talor, non ti curar; ché ora non puoi
+ esser tanto capace.
+
+ PILASTRINO. Orsú! Incomincia.
+
+ LISTAGIRO. Prima, per quello che si può vedere,
+ hai una vita lunga piú che n'abbi
+ altra visto giá mai. Viverai tanto
+ che, per vecchiezza, debbi andar carpone
+ per terra con le mani e verrai sordo,
+ orbo ed attratto: ma v'è tempo ancora
+ piú d'ottant'anni.
+
+ GIRIFALCO. Oh! Quello andar carpone
+ che non sia qualche mal! ché non ne ho visto
+ alcun cosí.
+
+ LISTAGIRO. Perché intraviene a pochi
+ tanto invecchiare. E non è poi gran cosa,
+ quand'altri si ci avvezza.
+
+ GIRIFALCO. E come è questo?
+ haine mai tu veduti?
+
+ PILASTRINO. Van per terra
+ co' piedi e con le man, per la vecchiezza,
+ come i cavalli e, quasi ogni stimana,
+ bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti,
+ per i gran calli che han sotto a le piante,
+ non potrian bussicarsi.
+
+ GIRIFALCO. Uimei! Che sento?
+ E mi bisognerá mettere ai piedi
+ i ferri con i chiodi?
+
+ LISTAGIRO. Sí; ma in modo
+ che non posson far mal, perché quei calli
+ vengono appunto duri com'un'unghia
+ d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi,
+ non si posson sentir.
+
+ GIRIFALCO. Dio me ne guardi!
+ Ché vo' inanzi morir dieci anni prima
+ che venire a cotesto; ché, in un giorno,
+ mi romperian le calze e gli scappini:
+ e forse mi dorriano.
+
+ LISTAGIRO. A questo, allora,
+ in qualche modo provederem noi.
+ La tua vita sará lieta e felice,
+ benché, per il passato, l'abbi avuta
+ alquanto travagliata; ché sei stato
+ uomo di grande ingegno e penso ch'abbi
+ fatto gran robba.
+
+ GIRIFALCO. Eh! cotesto, non molto:
+ ché sempre mai si spende e poi 'l guadagno
+ non risponde a un gran pezzo.
+
+ LISTAGIRO. E poi tu spendi
+ liberalmente, ché sei uomo largo.
+
+ PILASTRINO. Sí, tanto! nel forame.
+
+ LISTAGIRO. Ancor non penso
+ ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo,
+ ti se n'aspetta (per quello che mostrano
+ quelle linee che vedi in fra quei monti
+ che fan duo stelle) duo maschi a la fila,
+ perché si fa la congiunzion di Giove
+ ne la casa di Venus. E di questo
+ allegrati perché, per via di madre,
+ nasceran di bellissima progenie.
+ Al nascimento lor, che non c'è forse
+ mille anni, ti dirò de la lor vita
+ cose grandi. E, se questo non ti fosse
+ destinato dal ciel, giudicherei
+ che tu venissi, un tratto, ne la Chiesa
+ un gran privato.
+
+ GIRIFALCO. Cardinale? o che?
+
+ LISTAGIRO. Forse che sí; perché, giri a suo modo
+ il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza
+ felicitá.
+
+ GIRIFALCO. Se vien fatta quell'altra,
+ non vorrei esser papa.
+
+ PILASTRINO. Oh scempionaccio!
+ Ti trarrem ben l'amor.
+
+ LISTAGIRO. E de la vita
+ sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno
+ vede di lá dai monti.
+
+ GIRIFALCO. Questo è vero:
+ ché, quando voglio fare una cosa io...
+ Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona
+ non son giá infermo: ché, da questa poca
+ di gotta in fuori e certo mal di rene
+ e la pietra, che è giá forse vent'anni
+ che la sento, con questo catarretto...,
+ oh! co! co!...
+
+ PILASTRINO. Ti dia Iddio.
+
+ GIRIFALCO. ... aiuti anche a te...
+ ... mi sto assai bene.
+
+ LISTAGIRO. Orsú! Tien questo a mente.
+ Tu déi venire, anzi che passi troppo,
+ al desiato fin d'una tua impresa:
+ e fia per la virtú di duo pianeti
+ le cui opposizion debbon pure ora
+ mancare al fin di questa nuova luna.
+ E le cose che son giá lungamente
+ desiate verranno a buoni effetti.
+ Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere
+ il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti.
+ Ma ho detto appunto.
+
+ PILASTRINO. Basta. È da vantaggio.
+ Diamo una volta in piazza.
+
+ GIRIFALCO. Io non potrei,
+ maestro, ringraziarti a la metá
+ di quel che...
+
+ LISTAGIRO. Lascia andare or le parole.
+ Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni
+ di tanta sua virtú.
+
+ PILASTRINO. Studia la cena.
+
+ GIRIFALCO. Non furia, Pilastrino, perché Orgilla
+ mal può sola conciar tante vivande
+ quanto comprasti.
+
+ PILASTRINO. Avresti da allegrarti
+ e tenerti felice, che ho provisto
+ robba a bastanza: ch'io ti so dir certo
+ che t'avremmo mangiato al manco mezza
+ cotesta tua giubbessa in su le spalle
+ e da mano e nel petto; che sarebbe
+ com'un presciutto appunto.
+
+ LISTAGIRO. Oh! co! co! co!
+ Tu mi farai crepare. E la berretta?
+ Non n'hai fatto menzion. Che par caduta
+ nel catin de la morca di dogana
+ e sarebbe bastante a cento frati
+ de l'Osservanza a condire un minuto
+ di duo caldaie.
+
+ PILASTRINO. Quel si ci intendeva.
+
+
+SCENA IV
+
+ Artemona, parlando da sé, mostra di aver parlato a
+ Lúcia ed aver ricevuto da lei villania; e, in questo,
+ truova Fronesia che cercava di Filocrate. E, partitesi
+ l'una da l'altra, Fronesia si pensa di non cercar piú
+ Filocrate ma fare, in favor di Crisaulo, uno inganno a
+ Lúcia.
+
+ARTEMONA, FRONESIA.
+
+
+ ARTEMONA. Che farai, vecchia? Vuoi dare a Crisaulo
+ questa cattiva nuova? Io veggio certo
+ che non si fa per te. Gliel dirò pure;
+ ma in destro modo. E vo' veder s'io posso
+ farlo suonar di qualche bolognino
+ per riavermi di quella paura
+ che m'ha fatto colei. E, se non sono
+ al cane adesso, non ne vo' quattrino;
+ che mi farebbe far senza disagio
+ mille miei faccenduzze. Ecco Fronesia.
+ Non par quasi turbata punto in vista.
+ Debbe averla istimata forse anch'ella,
+ com'ho fatto io. E dove, cosí in furia?
+ Come andò poi la cosa?
+
+ FRONESIA. Eh! manco male.
+ Ha fatto pace meco.
+
+ ARTEMONA. Lo sapeva;
+ ché non fu mai tempesta che durasse.
+ Io t'arei da insegnar come hai da fare
+ che questo toro ti divenga agnello,
+ se potessi fermarti.
+
+ FRONESIA. Non è tempo,
+ ch'è troppo tardi. Ci vedrem dimane.
+ Non voglio piú cercarlo, poi che ho inteso
+ ch'è fuori in villa e non si sa pur dove.
+ Onde avrò luogo di fare un bel tratto
+ in favor di Crisaulo e far mio sforzo
+ di cavarneli al tutto de la mente:
+ ché, infin che sta cosí, non è possibile
+ che pensi ad altro; ché noi donne sempre
+ pigliamo il peggio. E, se fia suo marito,
+ sendo pover di robba e di parenti,
+ faranno amendui insieme i stentolini
+ ed a me sará forza procacciare
+ altronde il pan. Ma se, per opra mia,
+ venisse in mano di Crisaulo ricco,
+ so che gran doni non mi mancherebbono.
+ E, se piacesse a Dio che la sposasse,
+ sarebbe ella felice ed io, contenta,
+ me n'andrei seco. E di tutta la casa
+ sarei donna e madonna; e con alcuno
+ di quei bei giovanotti servitori
+ mi starei qualche volta a sollazzare;
+ e cosí lieta sguazzerei il mondo.
+ A la croce di Dio, che è ben pensata!
+ Diman voglio trovar la vecchia e seco
+ consigliarmi di questo; e che pensiamo
+ qualche malizia nuova.
+
+
+SCENA V
+
+ Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è
+ seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si
+ lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno
+ accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di
+ Fileno suo servo fedele, ritorna.
+
+ARTEMONA, CRISAULO, FILENO.
+
+
+ ARTEMONA. Io non pensava
+ piú di trovarti.
+
+ CRISAULO. Eccomi qui. Che nuove?
+
+ ARTEMONA. Cattive e dolorose.
+
+ CRISAULO. Aimè! Son morto.
+ Contami il tutto.
+
+ ARTEMONA. Eh! Non cosí cattive
+ che nochin con effetto, ché vedrai
+ che te la vo' domar; ma, per adesso,
+ si mostra aspretta.
+
+ CRISAULO. Sará tanto, al fine,
+ ch'io ne morrò. Dimmi come è passata,
+ di punto in punto.
+
+ ARTEMONA. Oggi vi sono stata:
+ e la fante mi la ha fatto parlare,
+ sotto quelle camicie; ed io da lunge
+ mi mossi per ordir la buona tela.
+ Ma costei se n'accorse nel principio:
+ onde mi colse ben, ché è gran ventura
+ ch'io ne sia ritornata senza offesa.
+ Ma ancor, per questo, non aver pensieri;
+ ché, anco che crepi, le vo' trar del capo
+ la bizzarria.
+
+ CRISAULO. Ben l'avev'io pensato:
+ ché la cognosco per la piú crudele,
+ la piú ingrata e scortese che nascesse
+ mai sotto il cielo. Ahi lasso sfortunato!
+ Questo è 'l buon guidardon di tanta fede?
+ Deh non foss'io mai nato!
+
+ ARTEMONA. Taci, dico.
+ Ascolta.
+
+ CRISAULO. Sí, s'io posso: ch'io mi sento
+ mancar l'anima dentro. Ma che fia?
+ Dopo tanta miseria, al fine, un giorno
+ verrá pur lieto e, dopo tante morti,
+ una che mi trarrá di questi affanni.
+ Questo s'acquista.
+
+ ARTEMONA. E va'; riserba altrove
+ tanta disperazion: ché, se sapessi
+ il lor cervello come è dentro fatto,
+ com'io so giá per mille, non potresti
+ se non sperar. Ti giuro, sopra questa
+ anima peccatrice, ch'io la tengo
+ piú sicura che s'io l'avessi in casa.
+ Ché, a dire il vero, non è cosa al mondo
+ sí varia e ad ogni vento tanto mobile
+ quanto è la mente lor. Nulla è si stabile
+ in lor che non si muti poi col tempo
+ e con ingegno ed arte.
+
+ CRISAULO. Io ben lo provo.
+ Orsú! Vo' che mi dica che ti pare
+ che abbiamo a fare; e cosí governarmi,
+ se per me si potrá.
+
+ ARTEMONA. Non ho tempo ora,
+ ché ti direi una mia fantasia
+ sopra di questo; ma ci voglio meglio
+ pensar. Lascia, ch'io vengo infra duo giorni
+ con qualche aiuto. Fa' che, in questo mezzo,
+ tu non ti pigli affanno.
+
+ CRISAULO. Iddio volesse
+ che lo potessi far!
+
+ ARTEMONA. Fa' di sforzarti.
+
+ CRISAULO. Deh! Perché non poss'io tante parole
+ formar col pianto o, co' sospiri ardenti,
+ dar tanto di valore a questi venti
+ che al cielo ancor de l'acerbe mie pene
+ giunga pietade? Ché giá qui mi pare
+ ch'ogni cosa mortal meco s'attristi,
+ meco pianga e sospiri e mostri in vista
+ di compassion sembiante; se non quella
+ che sol desia vedere in mezzo agli anni
+ quest'alma spenta. E giá condotta è a tale
+ che poco manca che sí dura vita
+ non abbandoni e si ritorni ignuda
+ al suo Fattor.
+
+ FILENO. Caro padrone, affrena
+ questi tuoi pianti. Tu vuoi pur far lieti
+ i tuoi nimici e noi sempre tenere,
+ miseri, in duolo. Se non vuoi aver cura
+ a te medesmo, abbi almanco rispetto
+ a noi; che piú t'amiamo e piú nel cuore
+ abbiam le tuoi passion, gli affanni e pene
+ che piú ci affliggon che le nostre istesse.
+ Prendi questo leuto; e, per uscire
+ di tanto duolo, fa' che suoni e canti
+ qualche canzone allegra.
+
+ CRISAULO. Altro non posso
+ cantar se non di quel che dentro il cuore
+ mi muoverá.
+
+ FILENO. Sú! Non star piú; ch'io senta.
+
+ CRISAULO.
+
+ MADRIGALE
+
+ Non vedrá mai queste mie luci asciutte,
+ in alcun tempo, il cielo
+ né l'alma de le dolci fiamme spenta
+ per fin ch'ella si spogli,
+ lieta, del mortal velo,
+ lasciando il corpo e l'amorose lutte.
+ Alta luce, che accogli
+ l'anima ch'è contenta
+ in cosí dolce foco arder mai sempre,
+ con meno amare tempre
+ scorgi l'alma che è giunta all'ultim'ora;
+ poi che, morendo, ancor t'ama ed onora.
+
+ FILENO. Ah! Tu sei pur di bello in su la grossa!
+ Oh! Che canzone è quella, da cantare
+ il dí de' morti!
+
+ CRISAULO. Ahi! Luce di mia vita,
+ che al cor lasso di sí dolci pensieri
+ fosti esca un tempo, altro or da me non vuoi
+ che pianto e morte. È venuto omai l'ora.
+ La ti do volentieri.
+
+ FILENO. Aimè, padrone!
+
+ CRISAULO. Io passo. Potrai dirle tu con vero
+ ch'io son morto per lei.
+
+ FILENO. Timaro, corri;
+ porta aceto rosato e malvagía
+ e confessioni. Aimè! ch'io tremo tutto,
+ ché 'l padron si vien meno. O sommo Iddio,
+ chiunque puoi col sol benigno sguardo
+ al mio caro signor porgere aita,
+ deh! muovati pietá, se quella solo
+ ne gli spirti celesti vive e alberga;
+ né vogli di sí cruda e acerba morte
+ di chi piú che sé t'ama e sopra a tutti
+ li iddii t'onora esser cosí cagione.
+ Ma, se pur questo fosse in suo destino
+ e 'l ciel cosí dispuon che Amor questi occhi
+ lassi chiuda piangendo, a te mi volgo
+ (se feci mai perché benignamente
+ merti d'essere udito) che nel cielo
+ sei piú potente, Amore; e sol ti priego
+ che pria mi facci de la morte dono
+ (ch'io te la chieggio in grazia) che ciò segua:
+ ché assai piú amara e piena di spavento
+ questa mi fòra e quella men dogliosa,
+ lasciando in vita lui.
+
+ CRISAULO. Che fai, Fileno?
+ Mi pare aver sentito apparir, dentro
+ ne le tenebre mie dell'intelletto,
+ luce d'immortal guardo che gli oscuri
+ e dogliosi pensieri in parte m'abbia
+ riconfortato. E m'è venuto in mente,
+ quando si truova un poverino ignudo,
+ nel tempo de le nevi, essere, in luogo
+ diserto, sí aggelato che giá l'alma
+ si sia partita, pur restando alquanto
+ nel cuore ancor del caldo naturale,
+ che, venuto un allegro e ardente sole,
+ li porta, insieme con un dolce caldo,
+ la vita giá perduta.
+
+ FILENO. I caldi prieghi
+ sono stati, signor, che ho qui, piangendo,
+ porti a quel Sol che col suo divin raggio
+ sempre ti può far vivo.
+
+ CRISAULO. Non fia mai
+ in me dimenticato tanto amore.
+ Anzi, per fin che sará questa vita
+ meco, l'avrò con gli altri tuoi infiniti
+ buoni uffici nel cuore.
+
+
+SCENA VI
+
+ Pilastrino, avendo cenato col vecchio, esce ebbro di
+ casa: e, caduto di contra a la porta di Crisaulo, la
+ famiglia sua esce fuori con arme dubbitando di romori.
+
+PILASTRINO ebbro, FILENO.
+
+
+ PILASTRINO. Oh! oh! co! co!
+ Sta', sta', ch'io vengo. Ohu! Sú! sú! Listagiro,
+ corri, ché la casa trema, ca...cade.
+ Lascia, lascia 'l vecchio, ché affumma tutta.
+ Oh! co! co! Ve' ch'io 'l dissi. Eccola in terra.
+ L'addovinai pur. Leva! leva! Lasciami
+ spegn...gne...gne...gner quel mocchilone. Addio!
+ Sta' sú, Pilastrino, in su la persona.
+ Te n'hai fatt'una ben...ben...buona, a raso
+ canale. Oh! Stammi cosí bene allegro.
+ Sí, sí, gli è buono: ch'è piú dolce ch'essere
+ in su la pancia (oh che dolce morire!)
+ d'una vitella cotta col formaggio;
+ ch'è piú dolce che 'l mele. Oh! Cosí vogliono
+ esser gli uomini li...liberali! Ohu!
+ oh! co! Guarda come gira ben...bene
+ il tetto in su la piazza! So, so che nol
+ farebbe Iddio che non ci sia qui al mulin
+ di Bertaccio. Sta', sta', che viene. Eccolo.
+ Véllo. Sta' pur fermo. Non mi ti accostar,
+ ché son troppo stanco. Ecco lí quan...quante
+ belle donne! Se non mi pare 'l bor...boor...
+ borgo nuovo! Leva! leva! fugge! oh!
+ fugge sotto, ché 'l ciel ca...casca! Ve' che 'l
+ camino arde in cu...cucina. Sú! Leva
+ la torta. Ve' che mi struggo tutto, ahuè!
+ d'ambascia. Oh! S'io non pagassi un pan unto,
+ qui, il letto de la Gnesa, tan...tanto mi
+ vien sonno! Oimè! come mi duol lo stomaco
+ ne le budella! Ve', lá giú, quan... quante
+ pecorelle! Vo' saltare anch'io e ballar
+ d'allegrezza. Lasciami appoggiar prima
+ con la persona. Chiocciola marinella,
+ cava fuor le corna. Oh potta di santo...!
+ Par ch'abbi la febbre, cosí mi bolle
+ il fegato! Oh! Bogli bogli, calderon,
+ per dispetto del tuo padron. Oh! co! S'io
+ mi reggo d'allegrezza, ch'io diventi
+ speziale o sbirro. Lascia ch'io fornisca
+ questa, e vengo. Streppiti e calderoni,
+ ch'io li ho impegnati. E viva la ca...
+ Sta', non mi dar la spinta. Eccomi giú.
+ Oimei, c'ho rotto dentro! auhè!
+
+ FILENO. Chi è quello?
+ Timaro, chi è lá? Senti? Chi grida?
+ Che romore è? Che vuol dir, Pilastrino?
+ Tu non rispondi? È morto. Aiuto, aiuto!
+ Arme, arme! Fuori! ché gli è stato morto,
+ qui, Pilastrino. Accennami col dito
+ se ancor sei vivo.
+
+ PILASTRINO. Oh! oh! oimè meschino!
+
+ FILENO. Non c'è mal, non c'è mal.
+
+ PILASTRINO. Ben... ben sapeva
+ ch'oggi m'avea a venir qualche disgrazia.
+ S'io campo, faccio voto di vestirmi
+ pinzocora del terzo ordine. Oimei! oh!
+ che m'esce il fiato.
+
+ FILENO. Guarda lá gaglioffo!
+ Forse ch'io nol pensai che gli è ubbriaco,
+ questo impiccato? M'era giá venuto
+ il cuor, di compassione e di paura,
+ ad un granel di miglio. Che t'han fatto?
+ Di', Pilastrino.
+
+ PILASTRINO. Son caduto giú
+ da le mura de la ròcca. Oimei! Aiutami,
+ qua giú nel fosso, fratello, ch'io moro.
+ Vorrei la candela da benedire
+ e ben da bere in questo affanno.
+
+ FILENO. Parti
+ ch'abbia ben preso l'orso per gli orecchi,
+ questo poltron? Sta' sú, che sei ubbriaco
+ spolpato. Quel che avresti di bisogno
+ in questo mal sarebbe un braccio e un terzo
+ d'un buon querciuol. Questo porco da stalla,
+ ch'ogni tre dí si cuoce!
+
+ PILASTRINO. Tu non dici
+ il ver, se fossi mia madre. Ti vo' far
+ men... men... mentir per la gola. Aspettami,
+ assassino! ch'io ti voglio accusare.
+ Non camperai da le mie mani. È desso,
+ quel traditor, quel biroldaio, boia.
+ Ti vo' cavare il cuor, coglion, co l'unghie.
+ Lasciami pure arrizzare il ca... capo
+ ben... bene. Sta'. Tien... tienti alto. Oh! Bene!
+ Io me ne vado in chia... chiazzo Barletti
+ a ber con l'oste. Addio.
+
+
+
+
+ATTO III
+
+
+SCENA I
+
+ Listagiro e Pilastrino fanno uno incanto piacevole al
+ vecchio il quale, per mezzo di quello, pensa, la sera,
+ godersi di Lúcia; e, fattolo stracinare ai diavoli e
+ leggatolo sotto una scala, gli svaligian la casa e
+ rompengli i forzieri e escon fuori carichi di robbe con i
+ sacchetti in mano dei danari.
+
+LISTAGIRO, PILASTRINO, GIRIFALCO.
+
+
+ LISTAGIRO. O Pilastrino,
+ non mi stringer a questo perché sai
+ che la Chiesa lo vieta. E, se qualcuno
+ m'accusasse al Vicario, che sarebbe
+ atto a tenermi che non ruinassi?
+ So come fanno.
+
+ PILASTRINO. Tu puoi pur pensare
+ che, se ben non sapessi la natura
+ di quest'uomo da ben, non ardirei
+ dimandarti tal cosa; ma, per altro,
+ l'ho cognosciuto esser sí liberale
+ e per l'amico che vo' che tu 'l serva
+ per amor mio. Non pigliar piú lunghezze.
+ Mettiamvi mano.
+
+ LISTAGIRO. Io ti credo ogni cosa.
+ Ma questo tu sai pur che non si puote
+ fare in un punto, come pensa, forse:
+ perché bisogna prima comandare
+ che sia portata; e poi far ch'ogni notte
+ venga da sé, senza mandar per lei.
+ E questo poi non manca. Giá lo feci
+ per uno ambasciator di Portogallo
+ che mi donò cinquecento ducati
+ in tanti razzi: e feci che, in un'ora,
+ l'ebbe nel letto.
+
+ PILASTRINO. Non guardar giá a quello;
+ ché è ben persona, questo gentiluomo,
+ da farti il tuo dovere.
+
+ GIRIFALCO. Io t'imprometto,
+ se fai ch'io l'abbia in letto, di vestirti
+ tutto da capo a piè, senza mille altre
+ cose ch'io ti darò. Tu avrai prima
+ tanto guarnel che fará un bel giubbone,
+ che era fodra d'un saio di mio padre;
+ ed un paio di calze di scarlatto
+ a martingala, ch'ebbi dal Gonnella,
+ che ne l'avea donate il duca Borsio,
+ e non son fruste che un poco al ginocchio;
+ ed un par di pianelle come queste,
+ che non son rotte. Poi le scarpe nuove
+ comprerem questa pasqua.
+
+ PILASTRINO. Che ti pare?
+ Di' poi di nol servire!
+
+ LISTAGIRO. Io son forzato,
+ poi che ti veggio esser cosí magnanimo.
+ Mi vo' fidar di te. Le bolge e i libri
+ ch'oggi ti lasciai in man...?
+
+ PILASTRINO. Son ben qui presso.
+
+ LISTAGIRO. Ordina, adunque, come t'ho insegnato,
+ ogni cosa ivi in terra. Truova i cuori
+ di colombi e di gufi; e ben rassetta
+ tutti quegli instrumenti e quei sacchetti
+ e libri; e fa' da te quella orazione.
+ E consacra la casa in ogni canto
+ con quei licori. E troverai quel sangue
+ di fenice da far tutti i caratteri;
+ e la verga e la stola.
+
+ PILASTRINO. Sará fatto.
+
+ LISTAGIRO. Come sei ben gagliardo in su le gambe?
+ ché, a questo, non si siede.
+
+ GIRIFALCO. Eh! Sí, assai bene:
+ ché sto tal volta in piedi un'ora in piazza,
+ senza avervi che fare. Or pensa! A questo,
+ che l'ho sí caro, vo' far de le gambe
+ palanche.
+
+ LISTAGIRO. Oh bene! E de le braccia salci.
+ Ella è la vite che a le tue palanche
+ si leggherá co' salci. E questa tutta
+ sará la vigna.
+
+ PILASTRINO. E noi i lavoratori
+ che ricoglion il vin senza sementi,
+ sol per zappare e saper ben congiungere
+ le palanche a le viti.
+
+ LISTAGIRO. Sta' in cervello,
+ ch'io te la do istasera in ogni modo
+ anzi che vadi al letto; e poi l'avrai,
+ ogni sera, invisibile. E potrebbe
+ venirti ancora in odio per il troppo,
+ ché sei pur vecchio.
+
+ GIRIFALCO. Averò prima in odio
+ quest'occhi, questa vita e queste membra
+ che quel bocchin.
+
+ LISTAGIRO. Ci penserai poi tu.
+ Quanto tempo è che non sei confessato?
+ ché questo impediria.
+
+ GIRIFALCO. Mi confessava...
+ non mi ricordo quando.
+
+ LISTAGIRO. Or non c'è dubbio.
+ Le cose anderan ben.
+
+ PILASTRINO. Mi parria buono
+ avedimento a velargli la fronte
+ perché possa durare e, per le varie
+ cose, non s'abbarbagli e, all'apparire
+ de' diavoli, non tema.
+
+ GIRIFALCO. Fate voi
+ quel che vi pare il meglio. Ma, di grazia,
+ in che forma verranno?
+
+ LISTAGIRO. In varie forme.
+ Chi d'animai, chi di donne e di pesci
+ piglian la pelle; e chi ne la lor propria
+ vengono e son sí brutti che tremare
+ fanno in fine al solaio di paura;
+ e cosí in altri modi. E farti male
+ non posson, se di giá tu non parlassi;
+ ché allor ti salirian tutti a la pelle.
+ Pur, non ti farian mal; ma forse avresti
+ qualche paura. E, se pur tu volessi
+ segnarti o chiamar Dio, tien bene a mente
+ che ti porterian via. Ma, se vuoi nulla,
+ chiama il diavol per nome.
+
+ GIRIFALCO. E come ho a dire?
+ Satenasso? Così, pian piano? o forte?
+ Questo non ci verrá?
+
+ LISTAGIRO. Sí, sí; va bene.
+ Hai giá imparato. Ma chiamane un altro,
+ se questo non vi fosse.
+
+ GIRIFALCO. Gambatorta?
+
+ LISTAGIRO. Tutto sta bene. Si può incominciare.
+ Férmati cosí in mezzo.
+
+ GIRIFALCO. E voi sarete
+ diavoli? o pur cosí?
+
+ LISTAGIRO. Appunto! Questo
+ nol possiam far. No, no. Mutarci in diavoli?
+ Lascia pure andar tutti questi dubbi;
+ e dispuonti a la cosa.
+
+ GIRIFALCO. Eccomi qui.
+ Cari fratelli, mi vi raccomando
+ che non mi faccin mal.
+
+ LISTAGIRO. Or ciascun taci.
+ Férmati in questo cerchio; ed avertisci
+ di non parlar, se non come t'ho detto.
+ _Miástor, ániptos chiè dolichóschios,
+ teostighìs, cantílios chiè nodòs,
+ móscos apalotrephìs chiè ámpelos
+ frenomoròs, gereòs chiè phalacròs,
+ te claudo in hoc circulo et te invoco,
+ exorcizo et tibi ac tuis impero,
+ demon Maladies, ut ludifices
+ cum caracteribus vestri nominis
+ istum perditum_. E, per la gran virtú
+ di questi nomi tuoi, con le caterve
+ de la tua compagnia, fa' che ne venga
+ e porti Lúcia inanzi che trapassi
+ a l'orologio il termin di tre ore.
+ Fa' che tu non ti muova. Sta' piú ardito
+ su la vita.
+
+ PILASTRINO. Tien questa.
+
+ GIRIFALCO. Satenasso!
+
+ PILASTRINO. Non sono ancor venuti. Sta' paziente:
+ ché al terzo incanto...
+
+ LISTAGIRO. Porgemi quell'acqua.
+ _Auturgòs, chrismodòs, agauròs, criòs,
+ cladéutir, inófliz, antíphron, lícnos
+ chiè áutis táchistos, attende in tuo
+ circulo et argue, invoca, increpa omnes
+ demones a Sathana usque ad Saraboth:
+ nec deerit tibi virtus et vis in
+ mei nomine_. Lascia pur del cielo,
+ de la terra, de l'erbe e de le piante
+ le natural virtudi; e stringe forte
+ chi ti crede per forza, ché in fra poco
+ verrai un altro uomo.
+
+ PILASTRINO. Ferma!
+
+ GIRIFALCO. Satenasso!
+
+ PILASTRINO. Tien quest'altra, per burla.
+
+ GIRIFALCO. Gambatorta!
+
+ PILASTRINO. Sta', Girifalco, se ben fossi tócco:
+ ché vengono or.
+
+ LISTAGIRO. Senti com'io son destro!
+
+ GIRIFALCO. Maladies!
+
+ PILASTRINO. E 'l malanno! Taci, un tratto.
+ Lascia fornir l'incanto.
+
+ LISTAGIRO. _Párochros chiè
+ sapròs, hipnilòs, philárghiros, chriódis..._
+ Sú! Tien. Ben tócco.
+
+ GIRIFALCO. Oimei! M'ha rotto il capo.
+ Non poteva piú star. Mi portan via,
+ a l'inferno. Oimei! Orgilla! Aiutami.
+ Son morto. Oh!
+
+ LISTAGIRO. _Órseo, orchózo, chielévo,
+ epióntes_. Riportatel qua nel cerchio.
+ Fate che non vi ponga tutti quanti
+ ne le catene. Parvi che sia giusto
+ volernelo portare, in mia presenza,
+ sol per dire «oimei»?
+
+ PILASTRINO. Meriteriano
+ che gli leggassi tutti. Tun! tun! tun!
+
+ GIRIFALCO. Oimei, anima mia! ché sarò morto
+ prima ch'io t'abbi.
+
+ PILASTRINO. Or abbiam bello e fatto.
+
+ LISTAGIRO. Rimedio non v'è piú.
+
+ GIRIFALCO. Son morto. Aiuto!
+ Misericordia! Oimè! O Pilastrino,
+ m'han preso per il collo.
+
+ PILASTRINO. Oimei! Fo voto
+ Mi portano ancor me.
+
+ GIRIFALCO. San Gimignano!
+ Una testa di cera, s'io ne scampo.
+ Ribbaldella, sarai pur di me sazia,
+ che sei cagion di questo. O Satenasso,
+ perché mi legghi sí le mani e i piedi?
+ Lasciami, priego, ritornare a casa,
+ ché non sono ancor morto. E ti prometto
+ di mutar vita ed andare in un bosco
+ a mangiar l'erba e farmi un uomo santo.
+ Oimè! che la corata mi si schianta
+ di doglia; ché giá sento, in fin di qui,
+ rompere i miei cascioni che i vicini
+ denno rubbarmi. Che sia maladetto
+ mio padre e la mia madre e la mia balia
+ che non mi soffocorno quando nacqui,
+ per venire a tal punto! Ah, vita mia!
+ Dove debbe essere or quel boccolino?
+ Se tu 'l sapessi, di tanta disgrazia,
+ l'avresti pur per male. Oimei! O Lúcia!
+ Oimei! M'han rotto un braccio. Oimè! la testa.
+ Mi strozzan tuttavia. Sono a l'inferno,
+ in mezzo al fuoco.
+
+ PILASTRINO. È pure andata netta.
+
+ LISTAGIRO. Fa' in modo, Pilastrin, che non vegnamo
+ a le mani in fra noi.
+
+ PILASTRINO. Partirem tutto.
+ Nettiam pur presto.
+
+
+SCENA II
+
+ Fronesia, parlando con Lúcia, dimostra averle giá
+ contato quel che pensò cercando Filocrate; e di nuovo gne
+ le narra; e, messole in disgrazia Filocrate, le mostra che
+ fece male a dir villania a la roffiana e le persuade che,
+ per l'avenire, la tenga amica.
+
+FRONESIA, LÚCIA.
+
+
+ FRONESIA. Non l'avresti mai
+ pensato che ti avesse in questo modo
+ lasciata. O parti che questo sia amore,
+ a l'incontro di quel che porti a lui?
+ Ve' come v'ingannate a creder tanto
+ a chi vi fa buon viso! ché non fanno
+ profession d'altro che di darne ciance
+ e di tenerci in berta.
+
+ LÚCIA. Non si puote
+ con lor cognoscer tanto. Ma vedrai
+ ch'io vo', per l'avenir, mutar costume
+ e fuggirgli da lunge: perché, poi,
+ non si può far di non prestargli fede
+ o in tutto o in parte; tanto piú che quello
+ che noi vorremmo crediam facilmente.
+ Ma dimmi brevemente un'altra volta
+ come facesti.
+
+ FRONESIA. Ti par duro a crederlo?
+ Dico che giá l'avea cercato alquanto
+ quando intervenni esser fuor di Bologna
+ duo miglia. Ed io v'andai; ma, quando giunsi
+ appresso al luogo, ch'era una capanna,
+ mi venne incontra, forte borbotando.
+ E, quando mi cognobbe, a presti passi
+ tornava a dietro. Ed io forte 'l pregai
+ che si fermasse, ché da parte tua
+ li voleva parlare: onde si volse
+ e disse tutto quel che giá t'ho detto,
+ con arroganza; e, in presenza d'alcuni,
+ ci minacciava.
+
+ LÚCIA. Ti prometto certo
+ che m'è sí uscito de la fantasia
+ che non li son mai piú per voler bene,
+ se vivessi mill'anni.
+
+ FRONESIA. Hai da sapere
+ che è ben gran tempo che la sua natura
+ ho cognosciuto e forse l'avrei detto
+ inanzi che ora; ma ti li vedeva
+ troppo inclinata.
+
+ LÚCIA. Ora, per l'avenire,
+ forse li sarò manco.
+
+ FRONESIA. Oh! Mi facesti
+ il gran dispetto, ier, quando gridasti
+ con quella vecchia che trovasti meco:
+ non per altro se non che son poi genti
+ c'han pratiche infinite e dicon sempre
+ de' fatti d'altri; e d'una cosa tale
+ si laverá la bocca in mille luoghi.
+ Ed a te non stan ben sí fatti nomi,
+ perché sai quel che importa: tanto piú,
+ avendoti ora forse a maritare
+ ad altri che a Filocrate.
+
+ LÚCIA. E chi è quella?
+ Ha la cattiva cera.
+
+ FRONESIA. Non guardare
+ a quello: ché, se poi la cognoscessi,
+ avresti caro che ti fosse amica;
+ ché ha poche pari.
+
+ LÚCIA. E in che?
+
+ FRONESIA. Prima, ella cuce
+ e fa de le suoi man quello che vuole.
+ Fa poi profumi rari e d'ogni sorte
+ acque e belletti. Ed ha mille secreti
+ che vagliono a l'amore; che, se avessi,
+ inanzi questo, aúto la sua pratica,
+ ti avria saputo dir se pure in vero
+ questi t'amava. Ed io, per questo solo,
+ desiderava che pigliassi seco
+ pratica, perché poi potresti avere
+ da lei quel che volessi. Ma sei donna
+ troppo di tuo cervello.
+
+ LÚCIA. Me ne incresce,
+ a fé, d'averlo fatto; ma non puoti
+ lasciarla dir, quando la vidi entrare
+ in certe ciance.
+
+ FRONESIA. Non si vorria mai
+ rompersi con altrui cosí a la prima,
+ senza ascoltar ragion. Se non volevi
+ sentir parlar di quel giovin, che disse
+ volerti tanto ben, ma non devevi
+ dirnele sí con ira; ché, se forse
+ lo cognoscessi, ancor non ti parrebbe
+ uom da farsene beffe; ch'egli è pure
+ (anco che tu non vogli), in ogni cosa,
+ altr'uomo che Filocrate.
+
+ LÚCIA. Io lo so.
+
+ FRONESIA. Parti che bisognasse usare, adunque,
+ simil parole seco?
+
+ LÚCIA. A me sta male
+ dare audienza a tutte queste cose,
+ se non con quegli che m'avesser poi
+ a tôr per moglie.
+
+ FRONESIA. Se tu avessi fatto
+ miglior cera a costui, che sai che, al fine,
+ non ti sposasse? Parriati star bene?
+ Poco cervello! Come ti governi,
+ cosí ti troverai. Segui colui
+ ch'è venuto or villano in ogni cosa
+ lá dove prima fu sol di costumi!
+ Questi, ch'è giovan, bello, ricco e nobile
+ e cosí ti vuol ben...
+
+ LÚCIA. Che ne sai tu,
+ che ne parli cosí?
+
+ FRONESIA. Passo ogni giorno
+ quasi dal suo palazzo e bene spesso
+ vado sú da la madre. E, per tuo amore,
+ sempre mi viene in contra e mi saluta
+ e fa carezze. Ed ivi di continovo
+ usa colei; che avrá forse giá detto
+ di quella subbitezza.
+
+ LÚCIA. E questo pensi
+ che l'avrá detto a lui?
+
+ FRONESIA. Forse che sí.
+ Ma, quando ne li avesse ancora detto,
+ farem cosí. Direm che eri adirata
+ con la madonna, se ci torna piú;
+ perché l'ho giá piú volte detto che eri
+ cosí gentile. E tu, per l'avenire,
+ non ti portar cosí perché daresti
+ un nome attorno d'essere un gallaccio,
+ un'altieraccia: come san poi dire,
+ ché aggiungon sempre.
+
+ LÚCIA. È stato buon che m'abbi
+ fatta avertita, ché, per l'avenire,
+ ci avrò piú cura; perché veggio anch'io
+ che non sta bene.
+
+
+SCENA III
+
+ Artemona, cercando Crisaulo, si incontra in Pilastrino
+ rivestito de' panni del vecchio scorciati e rifatti; e li
+ dimanda di Crisaulo. E, non avendo da lui risposta a
+ proposito, lo lascia; e, trovato Crisaulo, li dá per
+ consiglio che dia parole a la madre di Lúcia di sposar la
+ figliuola.
+
+ARTEMONA, PILASTRINO, CRISAULO.
+
+
+ ARTEMONA. Io non so omai piú dove
+ cercar quest'uomo. Sará andato in villa.
+ Quel non è Pilastrin? Par diventato
+ gentiluomo; non è piú parasito.
+ È desso, per mia fé. Ne vien ridendo:
+ debbe aver fatto pace col boccale.
+ Questo è quello a cui piú crede Crisaulo
+ che al paternostro. Oh poveretti amanti!
+ U' son condotti!
+
+ PILASTRINO. Addio. Che fai, mia zia?
+ Quant'è che non magnasti qualche putto?
+ Ve' se non par la stria che, a questi giorni,
+ si scaldò il culo in piazza per avere
+ usato carnalmente con Lucifero!
+ Vedi bel naso fatto a campanello!
+ Tu sei pur tutta bella, anima mia.
+ Ti va' donar quatro di questi fichi,
+ se vuoi venir a stare un'ora meco
+ al necessario.
+
+ ARTEMONA. E che vorresti, poi,
+ pan perduto?
+
+ PILASTRINO. Vorrei farti i miei fatti,
+ costí, nel tuo grembial.
+
+ ARTEMONA. Guarda sgarbato!
+
+ PILASTRINO. Oh! Mi vien la gran voglia, se sapessi...
+
+ ARTEMONA. E di che?
+
+ PILASTRINO. ... di sederti in su la faccia
+ senza le brache. Gli è pur fatto a posta
+ quel tuo nasin per farmi un argomento.
+ Deh! vien, ti priego; ch'è piú d'otto giorni
+ che n'ho bisogno.
+
+ ARTEMONA. Io t'ho per iscusato,
+ ché sei ubbriaco; ché t'avrei fino ora
+ cavato gli occhi. Dimmi, se tu sai:
+ ove è Crisaulo?
+
+ PILASTRINO. Cosí nol sapessi!
+ ch'è non so quanto ch'era giú da basso,
+ in cantina, di sopra, a la fenestra,
+ che dormiva nel letto.
+
+ ARTEMONA. Io son piú matta
+ a parlar con costui!... Vatti in mal'ora;
+ vatti imbriaca.
+
+ PILASTRINO. Voglio andarvi or ora.
+ Son tanto allegro che non par ch'io possa,
+ d'allegrezza, tenermi in su le gambe.
+ Vedi che ho dato, un tratto, un pugno e un calcio
+ a questa povertá, madre tignosa
+ del freddo e de la fame e de' pedocchi.
+ Ma non potrò durare in questo stato,
+ ché la bontá suol sempre il fondamento
+ esser de la miseria; e, s'io in quel punto
+ era da bene, ora sarei mendico.
+ Voglio mutar costumi, or c'ho la robba,
+ e diventar un asino.
+
+ ARTEMONA. È quattro ore
+ che t'ho cercato. Ho pensato una via
+ e l'ho in parte giá messa ad effetto.
+ A me par buona:...
+
+ CRISAULO. Non mi indugiar. Dillo.
+
+ ARTEMONA. ... perché veggiam che a noi sarebbe assai
+ poter, per ora, solo avere audienza;
+ e, se questo facciamo, il resto è nulla.
+ E certo verria fatta, se dái ciance
+ che la torresti tu, com'io feci oggi
+ con la madre; e lo fei come da me.
+ Ella, benché mostrasse di nol credere,
+ sí volentieri par che l'ascoltasse
+ ch'io penso che la cosa di Filocrate
+ sia prolungata. E chi ha tempo ha vita.
+ Che pare a te?
+
+ CRISAULO. Mi piace, se a te piace.
+
+ ARTEMONA. Ma ti bisogna molto essere accorto,
+ in questa cosa, perché non pensassimo
+ prender chi poi, nel fin, prendesse noi:
+ ché anzi vorrei morir che simil cosa
+ venisse per mio mezzo.
+
+ CRISAULO. E perché questo?
+
+ ARTEMONA. Perché bisogneria che tu facessi
+ conto sol di fuggire o co' parenti
+ venir forte a le mani.
+
+ CRISAULO. Io non ho cura
+ d'altri che di me stesso, in questi casi.
+ Pur, perché vada ben, piglia tu il modo:
+ ch'io son per ubbidirti.
+
+ ARTEMONA. Vederemo
+ quel che si potrá far. Forse domane
+ io le riparlerò. Fa' d'esser savio,
+ in dar parole, e non lasciar ridurti
+ piú lá di quel ch'io ti terrò ammonito:
+ ché Amore è cieco e vuol con gli occhi d'altri
+ esser guidato e dal senno d'altrui
+ aver governo; onde 'l fingiam fanciullo
+ e nudo perché è cosa naturale,
+ non trovata da noi, e alato e lieve
+ perché 'l suo star non dura mai gran tempo.
+
+
+SCENA IV
+
+ Filocrate, ritornato di fuori, vien per veder Lúcia. E,
+ avendolo visto Fronesia da la fenestra, li va in contra, e
+ falli un altro tradimento improviso con il quale ingannò
+ ancora Lúcia. Per questo poi Filocrate, la sera,
+ impazzisce.
+
+FILOCRATE, FRONESIA, LÚCIA.
+
+
+ FILOCRATE. Vivace Amor, che negli affanni cresci,
+ che dolci lacci e quai catene d'oro
+ son quelle con che i tuoi suggetti alleghi?
+ con quai fiamme gli accendi? e di quai pene
+ dolcemente gli affliggi? e con quai punte
+ gli sproni e muovi? e come, in mezzo al corso,
+ gli affreni e stringi? Quel non sente affanni,
+ doglie, travagli, vigilie o fatiche
+ che a te non serve. Non gusta dolcezza
+ sovr'ogni altra dolcezza o beatitudine
+ chi 'l tuo mal non soffrisce. Prima l'alma
+ lascerá queste travagliate membra
+ ch'io possa mai (per gran ragion ch'io n'abbia)
+ di te dimenticarmi e non mai sempre
+ esserti servo.
+
+ FRONESIA. Addio. Sia 'l ben tornato.
+ La mia padrona ti si raccomanda,
+ la qual mi manda a te (perché t'abbiamo
+ visto in fin di lá giú in piè de la strada)
+ a pregarti, di grazia, che per ora
+ non passi in alcun modo lá da casa,
+ ché Demofilo è in loggia. E la cagione
+ di questo ti vorria dire istasera
+ a le tre ore: che tu ci venissi,
+ ma bene accompagnato, perché forse,
+ non istimando, interverrieti male.
+ Cosí ti priego che tu sia contento
+ e che torni istasera. E che sia il vero,
+ di subito ch'io giungo in su la porta,
+ te ne dará segnale; e tu allor volgi
+ a dietro. Sei contento?
+
+ FILOCRATE. Son sforzato
+ esser contento, poi che cosí, in questo
+ contento, chi potria me sovr'ogni altro
+ far felice e contento?
+
+ FRONESIA. Vien pian piano.
+
+ FILOCRATE. E che sará venuto ora di nuovo,
+ sfortunato Filocrate, oltre a tante
+ giá passate disgrazie? Iddio pur voglia
+ che non sia intervenuto ora qualcosa
+ che di lei insieme e d'esta afflitta vita
+ mi faccia privo.
+
+ FRONESIA. Lúcia, buona nuova.
+
+ LÚCIA. E che mi può venire in questo stato
+ che mi possa allegrar?
+
+ FRONESIA. Passa Filocrate.
+ Debbe esser ritornato a l'uccelliera.
+ Fatti a vederlo.
+
+ LÚCIA. Ah fosse pure il vero!
+
+ FRONESIA. Dico che passa giú.
+
+ LÚCIA. Guarda se alcuno
+ è in su la strada.
+
+ FRONESIA. Non veggio persona.
+ Io so che s'è attillato! Non par quello
+ che vidi allora.
+
+ LÚCIA. Aimè, ben mio! Mi fosse
+ concesso almen di venirti abbracciare,
+ ché tanto mi sei stato, a questi giorni,
+ nel cuore! Oh! Guarda, guarda che si volge!
+ Vedi, Fronesia, che, come ci ha viste,
+ si fugge? Non avranno mai fin queste
+ tuoi scortesie? Or per prova cognosco
+ quello che ad altrui mai avrei creduto.
+ Tu sai pur quant'io t'amo. Ed, in dispregio
+ de la mia vita, m'hai vòlto le spalle
+ perché, dopo sí lunghi e amari pianti,
+ da te non abbi un sol breve conforto
+ di vederti almen tanto quanto, senza
+ tua noia, il passar qui mi concedesse:
+ come forse anca (chi sapesse il vero)
+ t'era bisogno.
+
+ FRONESIA. Appágati di questo,
+ Lúcia. C'è peggio.
+
+ LÚCIA. E che mi può far peggio?
+
+ FRONESIA. Volesse Iddio che cosí fosse il vero!
+ ché sarei piú contenta.
+
+ LÚCIA. Dimmi tutto
+ quello che c'è, se mi vuoi far piacere.
+ Non indugiar.
+
+ FRONESIA. Questo non farò io:
+ ché so meglio di te se sia piacere
+ intender cose tali; e poi non voglio,
+ per l'affezion che gli hai.
+
+ LÚCIA. Omai di questo
+ non mi san piú per tôr passion né affanno,
+ visto quanto in lui regni villania
+ e ingratitudine; anzi, il grande amore
+ è vòlto in odio.
+
+ FRONESIA. Tel vo' dir. Suo danno!
+ Io era, poco fa, sú, a la fenestra,
+ quando il vidi apparir lá giú lá giú.
+ E, d'allegrezza, non potei soffrire
+ di venirti a chiamar; ma gli andai in contra
+ e, giuntolo al fornaio, il salutai
+ da parte tua. Ma non patí ch'appresso
+ gli andassi, ché mi fece un viso arcigno,
+ come quel giorno; e, minacciando forte,
+ parlava da ubbriacco. Io mi li tolsi
+ dinanzi e, nel parlar che fe', mi parve
+ sentirli dir che istasera a tre ore
+ tu l'aspettassi, ché volea venire
+ a punirti di tanta iniquitá
+ e tanti tradimenti; e forse in modo
+ (dicea) che non fara' peccati, dopo:
+ onde mi ritornai, correndo, a casa.
+ E tremo ancora.
+
+ LÚCIA. E questo è vero? Oimè!
+
+ FRONESIA. Cosí fosse altrimenti!
+
+ LÚCIA. E che fará?
+
+ FRONESIA. Potrebbe venir qui con una schiera
+ di quei suoi soldatacci; e tôrti a forza
+ e far quello che vuole e porti poi
+ in vergogna del mondo.
+
+ LÚCIA. Oimè meschina!
+ E che farem? Non voglio che mi truovi.
+ Anderò a stare a casa di mia zia;
+ e lo dirò a mia madre, poi che 'l cielo
+ cosí dispuon di me.
+
+ FRONESIA. Non è da fare,
+ ché non si potria poi trarli del capo
+ qualche mal. Tu sai pur com'ella è fatta:
+ che non vuol che lo guardi, se non quando
+ ella è in presenza. Ho pensato un bel modo.
+ Fa' com'io ti dirò. Va' che istasera
+ l'aspettiamo a quell'ora; e, se 'l vediamo,
+ voglio che tu li dica due parole
+ come t'insegnerò.
+
+ LÚCIA. Farò a tuo modo.
+ Ma pur che non ci tirino de' sassi,
+ come ci veggian qui!
+
+ FRONESIA. Non dubbitare:
+ provederemo a tutto. Andiam di sopra
+ e ci consiglieremo. E sará buono
+ che 'l sappia ancor la vecchia.
+
+
+SCENA V
+
+ Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e
+ mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per
+ andargli a sotterrare.
+
+PILASTRINO, CRISAULO.
+
+
+ PILASTRINO. Addio. Rallegrati
+ meco, Crisaulo.
+
+ CRISAULO. Di cotesti panni
+ a la civile?
+
+ PILASTRINO. Appunto! C'è ancor meglio.
+ Voglio che noi ridiam, se mi prometti
+ di tacer sempre.
+
+ CRISAULO. Cosí ti prometto.
+
+ PILASTRINO. È fatto il becco a l'oca. Oh! co! co! co!
+ Son pure allegro.
+
+ CRISAULO. Tu puoi sí crepare,
+ ch'io non ti intendo.
+
+ PILASTRINO. Quello innamorato,
+ quel nostro amico, mentre che aspettava
+ che gli fosse portato la sua dea,
+ la sera, a letto, per negromanzia,
+ i diavol l'han portato. Ed io l'ho fatto,
+ al forzier de' danari... Oh! co! co! co!...
+
+ CRISAULO. Oh! Dillo, un tratto.
+
+ PILASTRINO. ... la barba di stoppa.
+ Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato
+ la maestra e' testicoli.
+
+ CRISAULO. Ed è vero?
+ Come non è crepato di passione,
+ il poverino?
+
+ PILASTRINO. Se è morto, suo danno!
+ Io so ben che sta mal, se non ha tratto
+ le loffe al vento.
+
+ CRISAULO. L'ho pensato sempre,
+ in questa intrinsichezza, che a la fine
+ li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi
+ con Pilastrini. Io so che, questa volta,
+ tu l'hai saputa far senza mollette.
+ Ma, a dire il ver, la ladroncellaria
+ è troppa grande.
+
+ PILASTRINO. Sí! L'hai bello e detto!
+ Chi non gli avesse fatto un tale scherzo,
+ non avria mai imparato in questo mondo
+ come si vive, quell'uomo di legno.
+ Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi;
+ ch'era cosí in amore omai perduto
+ che facilmente, un tratto, da se stesso
+ si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto
+ di tutti questi affanni; perché penso
+ che questo sará stato medicina
+ a farli uscir l'amor da le calcagna.
+ Cosí non sentirá l'amare pene
+ che lo facevan talor dare al diavolo.
+ E non saria gran cosa che morisse
+ da buon cristiano, un giorno, a lo spedale;
+ onde sarebbe stato co' danari
+ sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi
+ quel che dice 'l diverbio che «_de rebus
+ que male diviserunt non gaudebis
+ tertius heredes_».
+
+ CRISAULO. Va'; sta' pur discosto:
+ meco non partirai.
+
+ PILASTRINO. Oh che dolcezza
+ a maneggiar queste patacche gialle!
+ Ne giova piú che del fuoco l'inverno
+ e del fresco l'estate e d'un buon greco
+ quando son riscaldato nel parlare.
+ Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele
+ e piú assai che 'l mangiare a la taverna
+ e poi dormire! perché, senza questi,
+ quel paradiso è chiuso e ne intraviene
+ com'a' viandanti, ne' tempi di peste,
+ senza la fede. Io non vorrei qui, ora,
+ il piú bel cul che mai mostrasse augello
+ pelato ne lo spiedi o ver di donna
+ vergine abbracciamenti. Questo è degno
+ piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile
+ che mi fa tutto qui struggere in oglio.
+ Or non mi meraviglio se quel vecchio
+ tanto è vivuto piú che non deveva
+ senza mangiare o ber; perché mi penso
+ che si pascesse d'esta dolcitudine,
+ come farebbe ognun.
+
+ CRISAULO. Guarda che in te
+ non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo,
+ non ti faccin morir con un capestro:
+ ché sai ben che a la fin...
+
+ PILASTRINO. Tu hai poco ingegno.
+ Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola.
+ Or credo ben che quel Giupiter, Giove,
+ quando s'innamorò, si rivolgesse
+ in questa forma. Guarda gran fatica
+ ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse!
+ ché, se fosse la Morte inorpellata
+ con questo, gli anderia dietro ciascuno
+ né sarebbe secura nel suo regno.
+ Ch'altro è vedere una gran verga d'oro
+ che 'l viso d'una donna! E questo il pruova:
+ che veggiamo adornarne un lucernaio
+ e parere una sposa.
+
+ CRISAULO. Altro non s'ama,
+ oggi, altro non s'onora; e saria degno
+ di tanto onor, se non avesse seco
+ sempre tanto di amaro e tante pene
+ e tante passioni.
+
+ PILASTRINO. Io voglio ire ora
+ a sotterrargli, che non veggian mai
+ piú l'aria: perché gli è d'una natura
+ che a chi non l'ama sbudellatamente
+ s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale;
+ al ritornar, di poi, ne vien gottoso,
+ vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte,
+ siam morti prima che di nuovo a noi
+ sia ritornato.
+
+ CRISAULO. Non è giá possibile
+ che 'nsieme con amor non venga a pari
+ la gelosia. Chi l'avria mai creduto
+ che, a questo modo, in fine a Pilastrino,
+ sol per aver danar, divenga avaro?
+ Oh! Va' pur lá.
+
+
+
+
+ATTO IV
+
+
+SCENA I
+
+ Filocrate viene a tre ore, accompagnato, per parlare a
+ Lúcia, la quale li dice, per consiglio di Fronesia, una
+ gran villania; ed egli, per il non sperato tradimento,
+ divien furioso.
+
+FILOCRATE, COMPAGNI, FRONESIA, LÚCIA.
+
+
+ FILOCRATE. Fatevi qui da canto,
+ appresso al muro, ché non diam sospetto
+ a chi passa; e guardate bene intorno,
+ se vedeste qualcosa; e fate solo
+ quel ch'io farei per voi.
+
+ COMPAGNI. Sí; va' pur via.
+ Non ho paura ch'abbiamo istasera
+ a insanguinar le spade. Anzi, son certo
+ che potrem far l'amore a la sicura,
+ qui, con questi pilastri.
+
+ FRONESIA. Hai gente teco?
+
+ FILOCRATE. Sí ben.
+
+ FRONESIA. Fatevi tutti insieme in qua.
+
+ FILOCRATE. Visch! Si vuol pure far desiderare.
+ Or siam qui tutti.
+
+ FRONESIA. Sta', ché vien. Son qui.
+
+ LÚCIA. Filocrate, odi. Tu hai fatto bene
+ a venir qui stasera; ché, in presenza
+ di questi tuoi, voglio che interamente
+ sappia l'animo mio: perché, forse
+ con danno tuo, non cresca in quello errore
+ ove sí bruttamente or sei perduto.
+ Mi sono accorta del tuo scelerato
+ e disonesto amore; e, se non fosse
+ che a me starebbe mal che, per mio conto,
+ venissero omicidii, non sarei
+ tanto indugiata che di tale ardire
+ fossi punito sí come tu merti:
+ ché poco mi costava. Or questo è 'l tutto.
+ Ti priego forte (e cosí ancor da parte
+ di mia madre perché cognosce anch'ella
+ l'animo tuo villano) che tu lasci
+ e ti rimanga di passar di qua
+ ed al tutto ti levi de la mente
+ di avermi piú per donna o per amica.
+ E quando, seguitando la tua via,
+ non faccia conto de le mie parole,
+ se ben sei un furfante, un sciagurato,
+ farem che tu cognosca l'error tuo
+ in qualche modo. E la cagion di questo,
+ essendo un ladroncello come sei,
+ meglio di me lo debbi saper tu,
+ con questi tuoi; ché volevate insieme
+ menarmi via.
+
+ FILOCRATE. Che dici, Lúcia cara?
+ Odi. Hoti fatto forse dispiacere
+ a venir qua? Non voglia usar tant'ira
+ con me tuo servo.
+
+ LÚCIA. Abbrevia queste ciance.
+ Toglimiti dinanzi.
+
+ FILOCRATE. Ah scelerata!
+ fonte di tradimenti! intero albergo
+ d'iniquitá! femina ingrata e rea!
+ insolente ubbriaca! Questo è quello
+ che mi volevi dire, in ricompenso
+ de le buone promesse che fino ora
+ m'hai sempre dato? Ah sfacciata! che mai
+ ad alcun tenderai sí fatte reti.
+ Questo è 'l buon merto (ah scelerata Circe!)
+ del mio servir? Lasciami, te ne priego,
+ far sí giusta vendetta e che tal peste
+ togli a davanti a chi, non cognoscendo
+ com'io fosse per essere ingannato...
+ Lascia! lascia! ché questo non è 'l primo.
+ Non ti varranno...
+
+ COMPAGNI. Resta! resta! sta'!
+ Tienlo. Non odi? Toglili quell'arme.
+ E che volevi far? Poco cervello!
+ Pórti con una...
+
+ FILOCRATE. Lascia, oimei!
+ ché vo' sfondar quell'uscio e le fenestre.
+ Stelle crudeli, e che vo' far di questa
+ mia vita? State un poco. Aimei! Son morto.
+ Non mi menate via.
+
+ COMPAGNI. Vien: non gridare.
+ Piglial di lá. Sú! Ben. Con manco strepito
+ che si può. Zitto!
+
+ FILOCRATE. Taci, taci, taci!
+ Leva, leva! Ognun corra ai malandrini.
+ M'avete assassinato. Ah traditori!
+ E dove mi portate? Lascia qui.
+ Non è la tua. Non mi legate stretto,
+ ché non voglio fuggire. A le prigioni, ah?
+ Morrò pur dunque, un tratto, e farò sazi
+ quegli avoltori ch'entro il petto ogni ora
+ pasco col core: anzi, una donna; io mento:
+ una fera crudele. A quanto strazio
+ m'hai riserbato, Amore? Anzi, son morto.
+ Dico che no. Ah! Cecco di Bertella,
+ aiutami, che sia scannato a brenti!
+ E tu, Giannosso, che sia scorticato!
+ Chi l'avria mai creduto? A questo modo
+ mi lascian stracinare a la famiglia.
+ Deh! Lasciami spogliar; to' questi panni;
+ non li vo' piú. Son diventato un altro.
+ Voglio volar. Lasciami questo braccio,
+ ché mi vo' gittar giú da quella torre.
+ Odi, fratello. Deh! Va' di' a mia madre
+ che or ora sono stato assassinato
+ e che, s'io campo...
+
+ COMPAGNI. Sí, camperai bene.
+ Non ti pigliar pensieri. Entriamo in casa.
+ Poi che è cosí, facciam che si confessi
+ anzi che venga a peggio.
+
+
+SCENA II
+
+ Avendo sentito Pilastrino romore ne la strada, che
+ erano i compagni di Filocrate che lo portavano a forza a
+ casa, esce in camiscia fuori e fugge: dubbitando che non
+ sia Listagiro preso da la giustizia.
+
+PILASTRINO.
+
+
+ Cacasangue!
+ So che ho aúto una vecchia paura!
+ Parti che l'abbian preso? Addio, Listagiro.
+ Sempre con gli scredenti si guadagna.
+ Ha racconto la burla a mille frasche
+ che l'avran poi tradito. Io vo' fuggire.
+ L'ho detto sempre ch'è stato uno scherzo
+ che merita la forca; e che nol dica.
+ Non ci vo' piú pensare. Oh poverino!
+ ch'era sí destro! Io so che son saltato
+ del letto senza mettermi il farsetto.
+ S'io aspettava, mi ci avrebben còlto.
+ Ma non sentii sí presto quel romore
+ ch'io me l'addovinai. Or che son fuora
+ non dubbito di nulla. Voglio andare
+ a casa di Crisaulo e, come è giorno,
+ intenderem la cosa. Ma son certo
+ che ha bello e tratto: ché 'l governatore,
+ pria mancherá la giustizia a se stessa,
+ ch'egli li manchi. Ma che indugio qui?
+ Non è tempo da starsi.
+
+
+SCENA III
+
+ Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio
+ per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le dá
+ intenzione che Crisaulo la sposerá.
+
+ARTEMONA, LÚCIA, CALONIDE.
+
+
+ ARTEMONA. Oh! Non pensare:
+ ché lo vidi a la prima che tu eri
+ d'altro adirata. E però feci poca
+ stima de le parole, ché altrimenti
+ non ci sarei tornata: ché, dove uso,
+ son troppo avezza ad esser ben veduta
+ e accarezzata.
+
+ LÚCIA. E che vorresti mai?
+ che ti pigliassi in braccio e ti basciassi
+ com'un bambino? Tu sei troppa grande!
+ Eccoti qui de' baci quanto vuoi.
+ Queste non son carezze?
+
+ ARTEMONA. Ah luce mia,
+ piú bella e risplendente d'ogni stella
+ e piú cortese di ciascuna donna!
+ Ho giá con tante donzelle par tue
+ praticato e mi par che a te ciascuna
+ ceda di tanto quanto al mio bel sole
+ cede, nel cielo, ogni stella minore.
+ Però non ti debbe esser meraviglia
+ s'un giovinetto, a la prima, si perde
+ in te e ti si dona; ché, s'io voglio
+ dirti la veritá, come mi vedi,
+ son quasi innamorata anch'io di te.
+ Foss'io pur uomo!
+
+ LÚCIA. E perché? che faresti?
+
+ ARTEMONA. Altra felicitá non vorrei al mondo
+ ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse,
+ non vorresti vedermi.
+
+ LÚCIA. Tu ti inganni.
+ Fossi quel che volessi, non potrei
+ se non esserti amica.
+
+ ARTEMONA. Oh! Questo, fallo
+ al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo
+ quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me,
+ che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle
+ fate profession d'esser crudeli
+ e di lasciar morir prima la gente
+ che li porgessi aita d'un sol guardo
+ o d'una paroletta; ma, nel fine,
+ tornan sopra di voi: non me n'impaccio.
+ Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama
+ apprezzar cosí poco. Tieni a mente
+ che al pentirci siam noi sempre le prime,
+ come l'ultime a creder.
+
+ LÚCIA. Non t'intendo.
+ Parla piú chiaro.
+
+ ARTEMONA. Io so che vuoi mostrare
+ esser di tutte l'altre la piú savia
+ e piú da ben.
+
+ LÚCIA. Perché?
+
+ ARTEMONA. Perché tu sola
+ vuoi governarti al contrario de l'altre
+ che non son manco belle o meno oneste
+ che ti sia tu.
+
+ LÚCIA. E in che?
+
+ ARTEMONA. Dico che l'altre
+ tutte fan buona cera a chi con vero
+ veden che l'ami; e non è donna al mondo
+ che non abbia piacer d'essere amata,
+ come tu mostri.
+
+ LÚCIA. Io sono, in queste cose,
+ nata troppo infelice e disgraziata.
+ E però mi risolvo sempre mai,
+ quanto potrò, fuggirle perché insieme
+ fuggirò quei travagli e quelle pene
+ che fanno altrui morire innanzi al tempo.
+ Io l'ho provato e cognosco oramai
+ quel ch'è 'l cervel d'uno uomo.
+
+ ARTEMONA. Tu mi strazi.
+ Io priego Iddio che faccia, in penitenza
+ di tanto mancamento, che tu pianga,
+ un tratto, per qualcun, come or ne ridi:
+ ché forse allor mi terresti piú cara.
+ Ecco tua madre. Voglio andar da lei.
+ Come ne parlo piú...
+
+ LÚCIA. Sta': non andare.
+ Quando tornerai in qua? verrai stasera?
+ Non odi?
+
+ ARTEMONA. S'io verrò, tu mi vedrai.
+ Calonide, buon dí.
+
+ CALONIDE. Dio ti contenti,
+ Artemona. Tu hai una buona cera.
+ Buon pro ti faccia.
+
+ ARTEMONA. Cosí dice ognuno.
+ Ma non lo credo lor, ché le mie gambe
+ mi dicon quel ch'io son.
+
+ CALONIDE. Di', per tua fé:
+ come la fai con gli anni?
+
+ ARTEMONA. Oh! bene, bene:
+ ché passan via che non li veggio a pena;
+ e mi fan cosí buona compagnia
+ ch'altro dolor non ho sempre nel cuore
+ se non che non stan meco o ver, partiti,
+ non ritornan mai piú.
+
+ CALONIDE. Questo intraviene
+ a tutti. Che hai di nuovo?
+
+ ARTEMONA. Io ci ho sol questo
+ (e son venuta a posta per saperne
+ da te la veritá): ho inteso dire
+ c'hai spedito giá a fatto la faccenda
+ di Lúcia tua; benché non posso crederlo,
+ per quel che mi dicesti ultimamente
+ che non volevi farlo, inteso pure
+ de la persona la condizion trista.
+ E tanto piú ch'io dissi che quell'altro
+ volea pensarci e che potrebbe stare,
+ a quello ch'io vedeva, che, a la fine,
+ se l'avesse sposata. Or ti risolvo
+ ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data,
+ fa' ch'io lo sappi.
+
+ CALONIDE. Io te lo dissi, allora,
+ che non s'è fatto nulla di Filocrate
+ né s'è per far; ché, se mi ritornasse
+ carico d'oro, non glie la darei.
+ Poi ti dico de l'altro: che non voglio
+ che noi pensiam tant'alto, perché poi
+ non ci venisse come quella fola
+ di colui che voleva andare in cielo
+ con le penne di cera.
+
+ ARTEMONA. Non fai nulla,
+ se guardi a queste cose. Tu sei savia.
+ Sappia pigliare il tempo: ché i partiti
+ sono oggi scarsi.
+
+ CALONIDE. Ascolta. Non vorrei
+ che si dicesse, poi, che avessi fatto,
+ per fargliela pigliar, qualche malia
+ o qualche tratto che non fosse onesto;
+ perché sa ben ciascun quanto in fra loro
+ sono i gradi ineguali.
+
+ ARTEMONA. Lascia a lui
+ pensare a questo; ché a te non sta male,
+ s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi;
+ e lascia dir ciascun.
+
+ CALONIDE. Di' che mi parli
+ e qualcosa sará. Ma voglio prima
+ ben consigliarla.
+
+ ARTEMONA. Questo fie ben fatto.
+ Cosí son per ridirgli. Poi, dimane,
+ vedrò che venga in qua.
+
+ CALONIDE. Come ti piace.
+ Deh! prega Iddio per me che questa cosa
+ si faccia, se fia il meglio.
+
+ ARTEMONA. Sempre io 'l faccio.
+
+ CALONIDE. Piglia questi duo soldi.
+
+ ARTEMONA. Dio vel meriti
+ e san Francesco. Tu ci sei pur giunta!
+ Non ti varrá il consiglio e l'orazioni,
+ ché l'avrai in barba. Bisogna cervello,
+ in queste cose! Ora qui non manca altro
+ se non ch'ei venga qua duo volte o tre
+ e sappia governarsi. Io penso un tratto.
+ Non passò ancor duo giorni.
+
+
+SCENA IV
+
+ Filocrate, cognosciuto il suo errore, esce vestito di
+ sacco predicando ed, in penitenza del suo fallo, dilibera
+ andare a San Iacopo di Galizia; ed è da Pilastrino e Fileno
+ beffato e straziato.
+
+FILOCRATE vestito di sacco, PILASTRINO, FILENO.
+
+
+ FILOCRATE. Troppo tardi,
+ lasso! sí grande errore ho cognosciuto.
+ Noi, che siam nati a la gloria del cielo,
+ lasciarsi al senso, che è de la ragione
+ nimico, involgere in sí brutta vita!
+ Divota gente, anime benedette,
+ populo eletto, in fin che Dio ne lascia
+ il tempo a farlo, tornate, vi priego,
+ a penitenza. Riguardate tutte
+ le cose inferiori; e troverete
+ esser la corruzione e annullazione
+ il fin di loro. Volgetevi poi
+ a le parti de l'anima; e vedrete,
+ con ragioni e per pruova, essere eterna
+ fatta da Dio sol perché fosse erede
+ del ben suo eterno.
+
+ PILASTRINO. Ecco! Ve' un nuovo pazzo!
+
+ FILENO. Da poi che 'l mondo fu, fu pien di matti,
+ da que' duo primi matti. Or tutti quanti
+ par che d'ogni paese piovin qui
+ per influsso di cieli.
+
+ PILASTRINO. Quanta gente
+ li corre dietro! Mi fa ricordare
+ quando la Mannarona uscia di casa.
+ Deh! che possiate diventar civette!
+ Guarda che furia!
+
+ FILENO. Mi par di cognoscerlo:
+ e non so dove mi possa aver visto
+ questo birbon.
+
+ FILOCRATE. Miseri a voi! Che vale
+ a tal felicitade esser chiamati,
+ se, a forza poi de lo stimul migliore,
+ fate insieme mortal l'anima e 'l corpo
+ come le bestie?
+
+ FILENO. Certo, io lo cognosco;
+ e non saprei dir come.
+
+ PILASTRINO. Potria stare.
+ È un di questi che, con bullettini
+ ed altre truffarie c'han sempre seco,
+ cercan del mondo. Oh! Se non par Filocrate!
+ Guardalo ben. Quel che toglieva Lúcia.
+ Che ti par? non è desso? Io ho a morire,
+ tanto ne godo!
+
+ FILENO. Non può anch'essere altri.
+ Oh pazzarone! E che è stato questo?
+ Accostiamci ancor noi.
+
+ FILOCRATE. Io non posso altro
+ se non, andando per il mondo a sempre
+ sopportar caldo, freddo, fame e sete
+ e fatiche e passar tra gl'infideli
+ predicando la fede e sol per zelo
+ di caritá morir, pregar per voi
+ il Signore ed ancor per ciascun altro
+ che è fuor di strada.
+
+ PILASTRINO. E che! Non è gran cosa!
+ Questi non fu mai savio. Oh! co! ahuè!
+ Sta' fermo qui.
+
+ FILENO. Che porchitá è la tua?
+ Che aspetti? Tu lo guardi cosí forte,
+ o Pilastrin?
+
+ PILASTRINO. Lo voglio affigurare.
+ Li vo' toccar la man, ché siam parenti.
+ Filocrate crestoso, hai pur rubbato
+ la spoglia d'un saccone? e t'hai con essa
+ vestito? A questo estremo di prudenza
+ t'han pur condotto i tuoi ruvidi amori?
+ Guarda che cera! Non pare il legato
+ de la peste e la fame?
+
+ FILOCRATE. Va', fratello,
+ a la tua via: se pur non vuoi venire
+ di compagnia a visitare il corpo
+ del baron di Galizia.
+
+ PILASTRINO. Oh spennacchiato!
+ Chi vuol venire a venderci cristei!
+ Di', malandrino! E che non t'ha voluto
+ aprir la porta, a quel che t'è incontrato
+ cosí brutto accidente? Oh! Sta'! Sí, sí.
+ Or mi ricordo: l'ha giá rotta seco.
+ Non li vòlse rispondere. A la fede,
+ che de' volere andare al prete Ianni,
+ per intronato, in su quella galea
+ che s'ha da armar di frati, artieri e pazzi.
+ E debbe anco aver buona provigione,
+ per portar la semente degli sciochi
+ che a lor parrá gran cosa: ché la nostra
+ nasce di qua, senza esser coltivata,
+ ne le case, ne' muri e ne la rena,
+ come fa la bacicchia. Toh poltrone!
+ Ve' se non fa 'l piagnon, che sia scannato
+ da le zenzale! Non so che mi tiene
+ che non ti peli quella barba schifa
+ e lorda.
+
+ FILOCRATE. Dio ti dia cognoscimento,
+ pazienza a me; poi che m'ha fatto degno
+ de la sua grazia.
+
+ PILASTRINO. Dio ti dia 'l mal anno
+ e la pasqua peggior, ladroncellaccio!
+ Son piú omo da ben che non sei tu.
+ Che sí, se m'accaneggi, ciarlatano,
+ la farem con le pugna!
+
+ FILENO. Ah! Discrizione!
+ È troppo, Pilastrin: lascialo stare.
+ Togliamcene, piú presto, un poco spasso.
+
+ FILOCRATE. «Apparecchiate la strada al Signore»,
+ diceva il gran Battista nel diserto,
+ per convertire ogni selvaggio core
+ e, con la penitenza, farne aperto
+ il buon sentier che giá l'antica gente
+ chiuso n'avea facendol duro ed erto.
+ Quale è donna di voi che non si pente
+ e non rompe nel cor durezza tanta
+ ch'altrui in vecchiezza poi suol far dolente?
+ Rompete il ghiaccio che d'intorno ammanta
+ i freddi petti; e di pietá s'accenda
+ l'alma, ch'Amor vi faccia lieta e santa.
+ Ma veggio che convien che altra via prenda;
+ ché 'l predicar fra duri sassi e tigre
+ non è possibil che mai frutto renda.
+ Alme gentil, non siate al ben far pigre.
+
+ PILASTRINO. Guarda se 'l cielo è giusto! Io so che questi,
+ tra 'l non aver danari e tra l'amore,
+ si trova fatto, e in cosí poco tempo,
+ uomo da ben. Ghiottone, scelerato,
+ c'hai qui gabbato il boia che a la forca
+ t'aspettava col diavolo! Or vuoi andare
+ per il mondo e gabbar Domeneddio
+ e gli uomini?
+
+ FILENO. Troppo è; lascialo andare.
+ Che pensi guadagnar da un simil pazzo?
+ Torniamo in piazza.
+
+ PILASTRINO. Non ti potrei dire
+ che voglia m'è venuto in cima a l'unghie
+ di dare a sto poltron pien di peccati
+ una man di punzoni! Ma non voglio,
+ ora che sono acconcio, ruinarmi.
+ Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto
+ o pure un gran signor? Parti che sappia,
+ quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci
+ e farci gioco al vulgo? I premi, poi,
+ son le crocce, la paglia e 'l boccalone.
+ Ecco Artemona. Addio.
+
+ FILENO. Va' pure. Amore?
+ Certo, non veggio in questa nostra vita
+ pazzia piú chiara o vergogna e ruina
+ piú evidente. E, per gli uomini savi,
+ s'avria solo a fuggir la dolce entrata:
+ ché, come ci siam dentro, è poi l'uscita
+ assai piú stretta ed erta che non fu
+ quella del laberinto. Ché di questo
+ alcun non n'uscí mai per forza o ingegno
+ di filo o di spaghetti.
+
+
+SCENA V
+
+ Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli
+ racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che
+ ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E,
+ in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo
+ amore che sono circa il mangiare e il bere.
+
+PILASTRINO, ARTEMONA.
+
+
+ PILASTRINO. Sai per sette.
+ Sempre ho sperato in te.
+
+ ARTEMONA. Omai la cosa
+ passa per suoi piè.
+
+ PILASTRINO. Saresti donna
+ da governare Stati. Ma vorrei,
+ quand'hai guarito tutti gli altri amori,
+ che dessi ancor qualche rimedio al mio
+ a cui fei don di me fin ne le fasce;
+ ed è quel che mi strugge e fa beato
+ solo a pensarvi.
+
+ ARTEMONA. Fa' ch'io sappia il tutto
+ e lascia fare a me.
+
+ PILASTRINO. È un gran signore:
+ ch'altro che di pensier la vita nostra
+ nutrisce; ed a sua posta la dilegua,
+ mal grado nostro.
+
+ ARTEMONA. Séguita, ch'io t'ho...
+
+ PILASTRINO. Non è 'l mio, come il loro, una fraschetta
+ che non vede e non ode e porta l'ali
+ per fuggirli di man, quando gli ha dato
+ qualche percossa; né porta saette
+ o dardi da impiagar; né a' suoi suggetti
+ porge se no piacere; e dentro ai petti
+ non mette fuochi o fiamme; anzi, egli stesso
+ le vuol soffrir, per non le dare a noi.
+ Cosí le morti, i martíri e i dolori,
+ per dar vita a noi altri, egli sopporta:
+ onde, s'io l'amo!
+
+ ARTEMONA. Non dir piú: t'ho inteso.
+ Il tuo amore è 'l boccale.
+
+ PILASTRINO. Tu l'hai detto:
+ con la minestra e la carne e la torta
+ e tutti gli animai, gli uccelli e pesci
+ e ancor con tutte le manifatture
+ de l'arte di cucina. Parti ch'abbia
+ perduto il senno, come soglion gli altri
+ innamorati?
+
+ ARTEMONA. Tu sei troppo savio.
+ Ne son teco, di questo. A dire il vero,
+ io truovo un gran piacere nel mangiare
+ e nel ber ben.
+
+ PILASTRINO. Perché tu hai cervello.
+ Uno ignorante non sappria parlarne.
+ Questo è l'amor divino che i dottori
+ dicon ch'è cosí santo.
+
+ ARTEMONA. Di', di grazia:
+ ché, se fosse cosí, vorrei provare
+ a fargli qualche voto.
+
+ PILASTRINO. Vorrei dirti
+ prima l'antica sua genealogia.
+ Ma saria cosa lunga.
+
+ ARTEMONA. E come è fatto?
+ di cera?
+
+ PILASTRINO. Non ne vidi mai ritratto:
+ come intraviene ancor di molti idii
+ che fanno il grande e non si mostran mai
+ in forma alcuna. Ma, se noi vogliamo
+ far giudizio di lui come si debbe,
+ lo trovarem cosí dolce e soave
+ e sí perfetto che giudicherai
+ ch'in ciel sia la sua sedia sopra Giove,
+ non che a quel loro, ch'è lá sú un ragazzo,
+ uno schiavetto.
+
+ ARTEMONA. Non si può dir contra.
+
+ PILASTRINO. Se non fosse un noioso, un fottivento,
+ non faria quel che fa. Se fosse grande
+ nel ciel, com'essi dicon, non sarebbe
+ ingiusto, instabil, fraudulente, iniquo,
+ micidial. Ma fa un ritratto a punto
+ da quel ch'egli è. Non troverai solo uno
+ che si doglia del nostro e si lamenti
+ ch'egli li strazi: come sempre loro,
+ con tanti pianti.
+
+ ARTEMONA. Sí; ma quando, poi,
+ siam ben pasciuti, in noi manca l'amore
+ e 'l desiderio de la cosa amata.
+ Ed in loro è il contrario.
+
+ PILASTRINO. E cosí in me:
+ perché son com'un sacco senza fondo;
+ ché, se 'l Ren fosse vino o ver minestra,
+ io mi torrei a sorbirlo tutto a un fiato
+ a la tedesca.
+
+ ARTEMONA. E come a la tedesca?
+
+ PILASTRINO. Non m'hai veduto mai bere a la botte,
+ pisciando a un tempo? ché, in un sesto d'ora,
+ ne bevrò tanto che a l'uscir lo vedi
+ negro come a l'entrare. A queste sere,
+ con un soldato che m'alloggia in casa
+ vinsi, giuocando a questo, dieci corbe
+ d'un buon trebbian.
+
+ ARTEMONA. Debbe essere un bel giuoco.
+ Ma 'l vino è troppo caro. Oh bella cosa!
+ Almen non s'ha passioni, in questo amore,
+ né pianti né sospiri.
+
+ PILASTRINO. Sento tutto
+ appunto come loro: benché mai
+ non abbia aúto voglia di morire,
+ com'ogni or dicon essi.
+
+ ARTEMONA. Di': in che modo?
+
+ PILASTRINO. Prima, non è mai stato al mondo alcuno
+ verso l'amata sua sí forte acceso
+ quanto son io: perché, se è il lor d'un mese,
+ d'un anno o dieci, io giá son quaranta anni
+ che lo portai del corpo di mia madre;
+ perché nacqui con esso e i nostri antichi
+ tutti, in millanta gradi, sono stati
+ perduti in questo.
+
+ ARTEMONA. Questo omai si sa.
+
+ PILASTRINO. E benché, qualche volta, di goderla
+ abbia qualche contento, provo spesso
+ l'amare pene, gli affanni, i martíri,
+ i travagli e l'angosce, che, non solo
+ non prova innamorato, ma pur donna,
+ s'è sopra a parto, non gli sente tali,
+ quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora
+ senza entrare in cantina.
+
+ ARTEMONA. Io te lo credo.
+
+ PILASTRINO. Le contentezze, le beatitudini
+ e le gioie e i piacer gusto ne l'anima,
+ e nel corpo a un tempo, quand'io vado
+ a mangiar con qualcuno ove si trovi
+ la mia padrona.
+
+ ARTEMONA. Questi son buon punti.
+ Mi pari un Salamon. Saresti buono
+ a leggerne in iscranna.
+
+ PILASTRINO. E poi le fiamme
+ ardenti, che loro han sempre nel cuore,
+ sent'io spesso per tutto e, qualche volta,
+ in modo ch'io ne sudo e bagno tutta
+ la camiscia e le brache, quando posso
+ pigliar, sotto le volte, al magazzino,
+ la grazia di san Paulo con quel greco
+ ch'io bevvi l'altra sera.
+
+ ARTEMONA. E, per ventura,
+ debbi veder tutti quegli animali,
+ aspiti, bisce, tarantole e serpi,
+ come se fossi in banco.
+
+ PILASTRINO. Bene spesso.
+ M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo
+ come la neve al foco e al vento nebbia,
+ s'io sto, l'inverno, che non magni sempre
+ e mi scaldi col vino.
+
+ ARTEMONA. Siam piú d'uno.
+
+ PILASTRINO. Io, finalmente, come fanno loro,
+ esco di me, divento furioso,
+ divento povero e cosí ridiculo.
+ Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano,
+ con ogni studio, per la cosa amata
+ (il che il piú de le volte gli intraviene),
+ venir mendíci; io sono stato sempre
+ e, s'io non era savio, sarei ancora
+ per l'avenire. E in tutte queste cose
+ sento dolcezza. E tanto piú, se sono
+ in quelle fiamme, in quei caldi che pare
+ che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli
+ aperti tutti, com'un frate santo,
+ e gli angeli suonare. Io canto e ballo.
+ E poi mi par ch'io cado giú a ruina
+ in un rio fresco fresco che talvolta
+ (ti dico il ver) mi fa di contentezza
+ pisciarmi sotto.
+
+ ARTEMONA. Questo l'ho provato
+ piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro
+ che bere il vin senz'acqua.
+
+ PILASTRINO. Non fa male
+ a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni,
+ ché ne potrei contar piú di trecento
+ millia novanta dodici. E ben spesso
+ mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo
+ sotto una scala o in cánova o in cucina
+ o sotto un desco; e poi non mi ricordo
+ se andai la sera al letto o se vi fui
+ portato da qualcuno. E sí mi pare
+ aver sognato le piú nuove cose
+ del mondo! Cosí loro ancora abbracciano
+ il loro amore in sogno e di poi, desti,
+ non fan che lamentarsi. Dice l'uno:
+ --Beato insogno!--e, di languir contento,
+ d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola
+ d'un dolce pianto...
+
+ ARTEMONA. Ah! ca! A quanti intraviene!
+
+ PILASTRINO. Dunque non mento. L'altro chiama il cielo
+ crudel che in quella tanta dolcitudine
+ non l'ha fatto morire o ver concesso
+ di non destarsi mai. Cosí facc'io,
+ se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto.
+ Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre
+ in quello stato. Ma poi, come indugio
+ ogni poco, incomincio a sentir dentro
+ gli asprissimi dolori de la fame:
+ ond'io mi adiro e squarto e maledico;
+ e, se pur sono in luogo che non possa
+ farlo forte a mio modo, da me dico
+ la messa piana, come ne l'incanto
+ faceva Girifalco. Ma vo' dirti.
+ Sento un sonno assalirmi che non posso
+ tener piú gli occhi aperti.
+
+ ARTEMONA. Sí: t'ho inteso.
+ Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo,
+ ch'era cotto a l'usato.
+
+
+SCENA VI
+
+ Crisaulo, avendo parlato con Calonide, le promette
+ ultimamente di sposar la figliuola e si fa conceder da lei
+ di dirle duo parole: le quali, come poi si vedrá, fûrno di
+ sorte che egli ottenne per quelle, la sera medesima, quanto
+ desiderava.
+
+CRISAULO, CALONIDE.
+
+
+ CRISAULO. Io ti ringrazio
+ de l'affezion. Ma vegnamo a la fine.
+ Piú volte abbiam parlato; e cosí Artemona
+ t'ha detto la mia mente. Or ti concludo,
+ e dico espresso, se ne sei contenta,
+ ch'io sono in ogni modo risoluto
+ di tôrla per mia donna e di sposarla:
+ ché altro non truovo, al fine, in questo mondo
+ che contentarsi; e so che può di lei
+ contentarsi ciascuno.
+
+ CALONIDE. Io t'avea dato,
+ figliuol, tempo tre giorni, ché potessi
+ pensarvi bene; perché queste cose
+ so come vanno e questo grande amore
+ non dura sempre. Ma, poi ch'in te veggio
+ cosí gran desiderio, non mi pare
+ di poterti mancar; ma ben cognosco
+ quanto sconvenga a te tôrre una donna
+ sí poverina.
+
+ CRISAULO. Queste son parole.
+ Piú robba o manco, non ne faccio stima;
+ ché le ricchezze e i ben de la fortuna,
+ per se istessi, non dan nobiltá.
+ Cerco una donna che sia ricca e nobile
+ di costumi e virtú; di che son certo
+ quant'ella è ben dotata. Ma vo' prima
+ che mi conceda (pure in tua presenza)
+ ch'or io le dica qui sol duo parole;
+ perché voglio saper ben la sua mente
+ prima ch'altro si faccia.
+
+ CALONIDE. È bene onesto.
+
+ CRISAULO. Potrai star tu da canto; ed io da lei
+ vo' quest'ultimo sí: poi, fra duo giorni,
+ farem le nozze.
+
+ CALONIDE. Ti vo' contentare.
+ Ma promettimi, prima, non dire altro
+ che cosa onesta.
+
+ CRISAULO. Hai in me sí poca fede?
+
+ CALONIDE. Orsú! Entra in casa.
+
+
+SCENA VII
+
+ Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo
+ venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo
+ mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a
+ Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo
+ alcune contese, pur si dispuone a fare.
+
+TIMARO, PILASTRINO, CRISAULO, FILENO.
+
+
+ TIMARO. Olá! Non c'è nessuno?
+ So ch'io gli sveglierò o che la porta
+ anderá in terra.
+
+ PILASTRINO. Chi è giú? Corri al fuoco,
+ impazzato! Son fatte le limosine.
+ Che cerchi tu?
+
+ TIMARO. Non gridar di lí, boia!
+ Deh! scendi a basso.
+
+ PILASTRINO. Tu vuoi pur la baia!
+ Che dimandi? ché vo' tornare al letto.
+ Che discrezione!
+
+ TIMARO. Vedi u' son condotto!
+ Cerco di Pilastrin.
+
+ PILASTRINO. Mi par che uccelli
+ la fava. Non mi batter piú la porta.
+ Debbi essere ubbriaco.
+
+ TIMARO. Apri qui, fiera!
+ Ti taglierò un'orecchia.
+
+ PILASTRINO. Questa volta,
+ voglio che tenga di mula di medico
+ cosí come sei bravo.
+
+ TIMARO. Quello è desso;
+ è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora
+ di andare al letto? Mi bisogna averlo
+ con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego;
+ fatti fuori.
+
+ PILASTRINO. Tu m'hai rotto la testa.
+
+ TIMARO. Ascoltami. Crisaulo...
+
+ PILASTRINO. Io non vi sono.
+
+ TIMARO. ... ora t'aspetta a far colazion seco
+ e ti vorria parlar.
+
+ PILASTRINO. Sí, sí: è Timaro.
+ Non t'aveva pur anco cognosciuto.
+ Eccomi a te.
+
+ TIMARO. Credo che, questa volta,
+ ti parrá forse amara.
+
+ PILASTRINO. Andiam pur via.
+
+ TIMARO. Che cosa è di te tanto? Non possiamo
+ giá piú vederti.
+
+ PILASTRINO. Queste ghiottoncelle
+ m'han cavato 'l cervel de la memoria
+ in modo ch'io non posso piú, senz'esse,
+ vivere un'ora.
+
+ TIMARO. E che! Sei innamorato?
+ Di' il vero.
+
+ PILASTRINO. Se sapessi come m'hanno
+ concio! Non posso piú mangiare o bere,
+ quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi,
+ mentre ch'io beo, se prima non è vòto
+ il fiasco. E sento spesso tante pene
+ che mi stempero tutto; e, in quel, talora
+ vado al luogo comune. E degli affanni
+ non ti dico; perché ne porto addosso
+ quanto un somaro, di quegli degli altri.
+ Pensa de' miei!
+
+ TIMARO. Anche ti venga il grosso!
+ Non puoi giá uscir di quello.
+
+ PILASTRINO. Tu non credi,
+ che abbi una innamorata?
+
+ TIMARO. Sí, lo credo,
+ ch'abbi una sfondorata, ché pur una
+ n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti
+ che fanno una plus quam perfetta lorda,
+ port'essa la corona e non li manca
+ se non esser fregiata in sul mostaccio.
+ Ma a te piace cosí.
+
+ PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia...
+ Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra
+ con le man piene...
+
+ TIMARO. E che! Di palafreni?
+
+ PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna
+ che porga tanto a te.
+
+ TIMARO. Gli è ragionevole
+ che i belli sempre si faccin pagare.
+ L'ordine è questo.
+
+ PILASTRINO. Ma per te si guasta;
+ ché sei sí bello e non v'è forse alcuna
+ che ti voglia pagar!
+
+ TIMARO. Bel non son io.
+
+ PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo
+ che, qualche volta, se tu fossi appunto
+ come ti tieni, faresti vergogna
+ a Narciso; e per te morria, ogni giorno,
+ un migliaio di donne; e si farebbe
+ forse, ai lor prieghi, che fossi dannato
+ a vita nel torrone.
+
+ TIMARO. Cianciatore!
+ Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo
+ che torna anch'egli a casa.
+
+ PILASTRINO. Ci ha veduti.
+ Andiam da lui, ché aspetta.
+
+ CRISAULO. Ben venuto.
+
+ PILASTRINO. Ben ti venga, poi c'hai per me mandato
+ perché merendi teco.
+
+ CRISAULO. Ascolta, prima,
+ quello che t'ho da dir: poi, se vorrai,
+ potrai mangiare.
+
+ PILASTRINO. Oh! Se bevessi prima,
+ t'ascolterei pur troppo volentieri
+ e con pazienza.
+
+ CRISAULO. Orsú! Non mel far dire
+ duo volte o tre.
+
+ PILASTRINO. Di' presto quel che vuoi.
+
+ CRISAULO. Tu ti sei governato in un tal modo
+ di quel tuo tradimento che potresti
+ essern'ancor pentito; e giá, fin ora,
+ saresti forse in man de la giustizia,
+ se non fosse che t'hanno riguardato
+ sol per mio amore. Or lascia andar le ciance
+ e fa' che la sua robba torni a casa.
+ Altrimenti ti dico che 'l maggiore
+ nimico ch'abbi a aver voglio esser io.
+ Ma non penso che manchi.
+
+ PILASTRINO. Hai detto assai:
+ ma non t'intendo.
+
+ CRISAULO. Ti farò sturare
+ gli orecchi, per mia fé. Dico che omai
+ le tuoi ghiottonarie sono scoperte
+ e che, se tu non rendi a Girifalco
+ la robba sua, ti vo' far pigliar io
+ e darti a l'auditore.
+
+ PILASTRINO. Oimè meschino!
+ Questa è la colazion che mi volevi
+ dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure
+ quel che ti par; ché tu predichi, appunto
+ come facea quell'altro, nel diserto.
+ Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai
+ morir ricco che viver poi stentando
+ in povertá. Non ne farem niente.
+ Guarda la gamba, che mi lasci mettere
+ nel giubbon del comune!
+
+ CRISAULO. Tienlo! piglia!
+ Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora
+ appicar, cosí caldo, per la gola.
+ È cotto, e vuol fuggire! È dato giú.
+ Rimenatel pur qua.
+
+ FILENO. La lepre è giunta.
+ E che volevi far cosí a fuggire?
+ Sta' pur, ch'io t'ho.
+
+ CRISAULO. Va'; corri al capitano,
+ Timaro, da mia parte; e fa' che mandi
+ qui dieci sbirri, ché li voglio dare
+ uno assassino.
+
+ PILASTRINO. Oimè! Misericordia!
+
+ CRISAULO. Usarla in te sarebbe cosa iniqua:
+ ché sei un ladrone e non vuoi ravederti.
+ Sarai pagato adesso.
+
+ PILASTRINO. Odi, Fileno?
+ Dice che tu mi lasci. Non hai inteso?
+ Lasciami, dico: sono ancor digiuno;
+ voglio ire a casa.
+
+ FILENO. Anca a digiun potresti
+ dar con le scarpe la benedizione.
+ Sta' pur qui fermo.
+
+ PILASTRINO. Ti prego, Crisaulo.
+ Deh! Non mi lasciar metter piú paura,
+ ché mi sento venir la febbre fredda.
+ Manda a dir che non venga il capitano.
+ Ne li vo' render parte.
+
+ CRISAULO. Tutti, tutti.
+ Pensa se piacque a lui l'essergli tolti,
+ quando è si grave a te, che gli hai rubbati,
+ restituirgli!
+
+ PILASTRINO. Mi farai morire
+ com'un uom disperato. Se fai questo,
+ non camperò duo dí.
+
+ CRISAULO. Va'. Son contento.
+ Porta qui tutto quello c'hai del suo.
+ Ed io, perché non mora, ti prometto
+ di lasciartene il terzo; gli altri voglio
+ rendergliel'io.
+
+ PILASTRINO. Lo voglio fare, orsú!
+ Ché pure, in vero, non potrei tenergli
+ senza peccato; e forse ancora, un tratto,
+ glieli rendeva io istesso.
+
+ CRISAULO. Mal per lui,
+ se stava a questo!
+
+
+
+
+ATTO V
+
+
+SCENA I
+
+ Filocrate, ritornato di Spagna, piú che mai nel suo
+ amore acceso, per entrare in casa di Lúcia e non esser
+ cognosciuto, viene in abito di pelegrino dimandando
+ limosina in lingua spagnuola; ed è a la fine da la madre
+ accettato in una corte come pover'uomo: ove, con Demofilo
+ socero di Calonide, entra ne le lodi de l'imperatore e di
+ piú principi.
+
+FILOCRATE ritornato pelegrino, FRONESIA, CALONIDE, DEMOFILO vecchio.
+
+
+ FILOCRATE. Ai de mi! O personas
+ de bien, aiudadme con limosna. O quien
+ hallasse alguna alma tan devota
+ la qual oviesse piedad d'este pobre
+ peregrin, maldispuesto, que a llegado
+ a estos dias del sepulcro! O muger
+ de bien, llamadme un po a vuestra señora;
+ que io me muero de necessidad,
+ por que pasa de ocho dias que io
+ camino con la fiebre.
+
+ FRONESIA. Oh che fastidio!
+ Ti s'è pur fatto giá due volte o tre
+ limosina. Ma siete certe genti
+ che vi fermate a la prima in un luogo
+ e pensate ivi, senza andare attorno,
+ aver le spese. Bisogna, fratello,
+ andar cercando come fanno gli altri.
+ Non hai detto che chiami mia madonna?
+
+ FILOCRATE. A sí: llamadme a vuestra señora.
+
+ FRONESIA. Questo fia poco.
+
+ FILOCRATE. O triste de quien es
+ pobre! porque ia en estos tiempos
+ no se halla quien bien aga. O dichoso
+ si una vez muriesse! A lo menos
+ holgaria por salir de tanta pena.
+
+ CALONIDE. Che vuol quel peregrin?
+
+ FRONESIA. Parlerai seco.
+
+ FILOCRATE. Solo me bastaria estare allá
+ en cubierto: porque, no solo estoi
+ muriendo, mas aun aeste aire
+ me acaba la vida y haze que
+ me consume.
+
+ CALONIDE. E che vuoi tu, pover'uomo?
+ Siam poveri ancor noi, come tu vedi,
+ e di quel poco di ben che si fa
+ ti si fa parte. Se non foste tanti,
+ ne verria piú per un.
+
+ FILOCRATE. Solo, señora,
+ queria una merced: que me dexasses
+ estar allá debaxo a quel portal,
+ porque soi cierto que, estando allí
+ una noche, acostado en quella paia,
+ resucitaré sin dubda; que estoi mas
+ que muerto del trabaio.
+
+ CALONIDE. Entrar lá dentro?
+
+ FILOCRATE. No deseo otra cosa.
+
+ CALONIDE. Oh poverino!
+ Che cosa è questa vita! Il mio fratello,
+ questo non posso far; ché dal messere
+ ho commission di non lasciare entrare
+ in casa alcuno, per questi sospetti
+ di peste che sono or per tutto il mondo.
+ Uno spedale è qui vicino.
+
+ FILOCRATE. O Dios
+ del cielo! que bien sé io do he stado
+ y quam limpio soi de sospecha; porque
+ el mal no es otra cosa que fiebre
+ iuntamente con las passiones
+ y tan longas fatiguas.
+
+ FRONESIA. Potria dire
+ cosí, tre dí, che non lo intenderei
+ se non per discrezione.
+
+ CALONIDE. Io non saprei
+ giá parlar come lor; ma diria poche
+ cose che non l'intenda perché, inanzi
+ che Lúcia fosse grande, n'ha Demofilo
+ sempre tenuto in casa di scolari
+ quasi tutti spagnuoli.
+
+ FILOCRATE. Mi señora,
+ tiengo a vos sola de ablar dos palabras.
+
+ CALONIDE. Tiratevi da canto. Volentieri.
+ Di' 'l tuo bisogno.
+
+ FILOCRATE. Io soi bien nascido
+ y en buena ciubdad y de mui noble
+ familla; y, por haver prometido
+ d'ir al Sepulchro, soi venido a este
+ fin y malaventura. Y, estando
+ a sí, alende de otras passiones,
+ es otra mui maior; que tiengo a qui
+ cientos ducados, sin algunas ioias.
+ No sé come hazer porque no me mate
+ algun ladrone, estando a si a dormir
+ de fuera: por lo qual, cara señora,
+ solo por esta noche, os suplico
+ que me dexeis entrar; que, a la mañana,
+ io me iré. Y, porque he oido dezir
+ de vuestra mucha bondad, he osado
+ descobrir a vos todos mis secretos
+ confiando de vos.
+
+ CALONIDE. Puoi ben fidarti.
+ Orsú! Entra in casa. Ed io vado a Demofilo
+ a pregarlo che voglia esser contento,
+ tanto che ti riabbi d'esto male,
+ che ti stia qui.
+
+ FRONESIA. In vero, m'ha ben cera
+ d'uomo da bene: me ne crepa il cuore.
+ Tristo a quel che si truova in tal disgrazie
+ sbandonato da tutti! Cosí suole
+ far la fortuna: nulla è, in questo mondo,
+ di fermo che 'l ben far. Par che simigli
+ una persona e non saprei dir chi.
+ Ecco 'l messer.
+
+ DEMOFILO. Donde sei, peregrino?
+
+ FILOCRATE. Soi spañol y natural de Cordova,
+ muy buena patria, y tan bien de buena
+ familla. Aora soi en vuestras manos.
+ De gracia, havedmi compassion.
+
+ DEMOFILO. Appunto.
+ Non ti pigliar fastidio, ché potrai
+ star qui per fin che tu sia ben sanato;
+ e farò governarti da fratello.
+ Ma ben m'incresce non poter tenerti
+ come vorrei perché, in fin che non passa
+ bene il sospetto, non ci veggio modo
+ d'accettarti sú in casa.
+
+ FILOCRATE. Soi contiento
+ con eso. Non quiero otra cosa.
+ Dios os pague el gualardon.
+
+ DEMOFILO. Sapresti
+ darmi nuova d'un signor Fabio Negri
+ di Valenza?
+
+ FILOCRATE. En verdad no le cognosco.
+
+ DEMOFILO. Che si fa in quelle bande? che si dice
+ di nuovo?
+
+ FILOCRATE. Quando io me partí da quellas
+ partes, se hazian grandes allegrias
+ y fiestas y triumphos; porque havian
+ nuevas de la tornada muy felice
+ de Su cesarea Maiestad (y esto
+ por toda Spagna). La qual es tan de-
+ seada que cada ora les parece
+ mas de un año. Y en special
+ la emperatriz que tan cortés a havido
+ el cielo ne las dotes de la anima
+ quanto de la fortuna. Y asimismo
+ se aderecavan iustas y torneos
+ para quando aia llegado con tanta
+ gloria y vencimiento.
+
+ DEMOFILO. Ai tempi nostri
+ non si ricorda che, da Adamo in qua,
+ sia nato alcun dal ciel piú largamente
+ dotato e favorito e sovr'ogni altro
+ fatto felice; non cavando alcuni
+ passati imperatori o capitani.
+ Che se la nostra etá fosse sí ornata
+ di scrittor degni come fu l'antica,
+ non si ricorderebbe piú, in esempio
+ dei piú famosi e illustri semidei,
+ Augusti, Arsacidi o Iustiniani:
+ ché la fama maggior di Carlo quinto,
+ come fa 'l sol con le minori stelle,
+ offuscherebbe i loro accesi lumi.
+
+ FILOCRATE. Ciertamente sus grandes vitorias
+ y empresas honrosas y magnanimos
+ hechos muy felices dexaran
+ tal fama de Su alta Maiestad
+ que, sin scrittores o poetas, haran
+ que su nombre siempre viva, sin
+ falta alguna, despues de mil mondos.
+ Y specialmente por esta vitoria
+ que a avido en Ungaria contra el Turco;
+ la qual a seido nuestra redemption
+ y fortification y esaltation
+ y aumento de la nuestra santa
+ y catholica fé. Donde el vuestro
+ marques del Vasto, de Su Maiestad
+ capitan diño, con illustres obras
+ a ganado tal nombre que qualquiere
+ gentilhombre parece desear
+ non menos de seguir la gherra por
+ militar vascio al dominio de tan
+ generoso señor; que el desea
+ la eterna gloria y accrecientamiento
+ de las vitorias a lo emperador
+ su rey señor. Dichosa edad nuestra,
+ que de tan glorioso emperador
+ sta governada y tan bien regida!
+
+ DEMOFILO. Felice è certo questa nostra etade
+ quanto altra mai ne fu, quanto ne fia
+ dopo i dí nostri: poi che 'l ciel l'onora
+ d'un pontefice tal che l'alta sede
+ non manco adorna e imperla e ingemma e inostra,
+ con le rare eccellenze e con la fama
+ de l'opre chiare, ch'ella il suo bel nome
+ rischiari e 'l renda a le future genti
+ colmo di gloria e d'immortali onori.
+ Il cui chiaro valor, se tanto vivo
+ che giunga a la vecchiezza, spero ancora
+ veder rinovellar (come d'alloro
+ esce ramo piú vivo) in due gran piante.
+ Ippolito fia l'un, giá adorno e carco
+ di fama tal che l'Indo e le Colonne
+ passa colma d'onor, dal tempo sciolta.
+ Il qual vedrem, cinto di perle e d'oro
+ e verdi fronde, anzi che cangi il pelo,
+ giungere in cima a l'onorato calle
+ per l'istesso sentieri onde ora sale;
+ e fare al gran valor forse secondi
+ i patri onori; e, come vivo sole,
+ dar lume a questo e quell'altro emispero
+ con sí soave raggio che si eterni
+ la primavera: a che pensando, parmi
+ veder tornata giá l'etá de l'oro.
+ L'altro, Alessandro; che al valore antico
+ del grande antecessore, ne' verdi anni,
+ succede sí che par giá che sostiene
+ ogni speranza che ha 'l Tosco e il Latino.
+ Taccio or del gran legnaggio piú ministri
+ i quai, se avesse aúto ai primi tempi
+ Roma, via piú d'onor l'ariano ornata
+ che né Fabrizio né Caton né Scipio:
+ il gran Salviati, un Tomaso, un Francesco;
+ un di prudenza, un di bontade esempio
+ e l'altro di giustizia, il Guicciardino;
+ il qual la terra nostra or teme ed ama.
+ Ei ben si può dar vanto d'esser nato
+ per governar provincie, imperii e regni:
+ di che, non sol s'allegra l'Arno e Ibero,
+ ma tutto quello che la santa Chiesa
+ onora ed ama; onde confuso trema,
+ sotto il nome Clemente di pastore,
+ non manco che giá fesse il fiero artiglio
+ del Lion valoroso, ogni gran fiera
+ ed ogni lupo al bel gregge nimico.
+
+ FILOCRATE. Esta fama se a adquirido nuestro
+ muy Santo Padre, en todo el mondo, con
+ muchas pias y buenas obras; la qual
+ durará tanto quanto del tiempo
+ el movimento. O quanto deve olgarse
+ todo el mondo! que con tanto amor,
+ aora ultimamente, y entera fé
+ an firmado ambos y fortificado
+ los fondamentos de la eterna paz;
+ que no solo seran siempre unidos
+ mas tomas una vida y una alma:
+ porque, al fin de todo, su unidad
+ es asimismo de todo el mondo
+ y de nuestra santa fé.
+
+ DEMOFILO. Gli è certo:
+ ché sempre, uniti i capi de le cose,
+ stanno unite anche lor; tanto piú quelle
+ che da quelle son rette e governate
+ come è 'l mondo da lor. Portali cena;
+ ché passa il tempo, cosí, ragionando,
+ che non si vede.
+
+
+SCENA II
+
+ Pilastrino, ricercando qualche suo amico vecchio per
+ mangiar seco, si imbatte in Girifalco e, per ire a cena
+ seco, lo invita a cenar con lui; ed è dal vecchio scorto,
+ onde il disegno vien fallato.
+
+PILASTRINO, GIRIFALCO.
+
+
+ PILASTRINO. Che farai istasera,
+ Pilastrino? S'accosta ora di cena,
+ e tu in casa non hai né pan né fuoco.
+ Sono ora in piazza. Lasciami cercare
+ se trovassi qualcun di questi miei
+ amici vecchi; e non avrò a comprare:
+ ch'oramai m'incomincia a increscer troppo,
+ cosí mi truovo stretto di danari,
+ poi che Crisaulo mi fe' render quello
+ ch'era mio di ragione! Or, come spendo
+ un quattrino, mi par che mi sia tratto
+ un dente de' migliori che abbia in bocca,
+ che gli ho piú cari la metá che gli occhi.
+ Ma guardo pure e non ci veggio alcuno.
+ Quel non è Girifalco? Orsú! Mi voglio
+ apparecchiare a una magra cena.
+ Girifalco da ben, Dio ti contenti.
+ Ti son pur servitor: ma sei un cert'uomo
+ che non mi degni; o che tu m'abbia in odio,
+ non so perché.
+
+ GIRIFALCO. T'ho in luogo di fratello.
+
+ PILASTRINO. Toccala qui. Vo' che istasera facci
+ una bontá: che venga a cenar meco,
+ se mi vuoi ben.
+
+ GIRIFALCO. Non posso.
+
+ PILASTRINO. Dissi bene
+ che non mi degneresti. Non ci è peggio
+ che essere, in questo mondo, pover'uomo;
+ ch'ognun ti fugge. Avrem di buon pipioni
+ in colombaia; e buon vin ne le bótte;
+ e 'l pan, se non è poi bianco a tuo modo,
+ manda per esso a casa.
+
+ GIRIFALCO. S'io potessi,
+ non mi aresti a pregare.
+
+ PILASTRINO. E dove ceni?
+
+ GIRIFALCO. A casa.
+
+ PILASTRINO. Vedi che tu mi rifiuti.
+
+ GIRIFALCO. Dimmi altro, se vuoi nulla.
+
+ PILASTRINO. Oh! Va', ch'io voglio,
+ per non cenar da me, venir teco io
+ a casa tua.
+
+ GIRIFALCO. Perdonami. Non posso.
+
+ PILASTRINO. E perché questo? Oh! co! La cosa è guasta.
+ Oh! che spilorcio!
+
+ GIRIFALCO. Ho forestieri a casa.
+ Un'altra volta, poi.
+
+ PILASTRINO. Ed io che sono?
+ Arei pensato aver luogo nel letto
+ ove tu dormi. T'ho pure ancor fatto
+ qualche piacer.
+
+ GIRIFALCO. No, no. Sono oratori
+ de' veniziani. Parti che sia onesto
+ che venga a star fra lor?
+
+ PILASTRINO. Sono oratore
+ anch'io, per questo; ma non so concludere.
+ Non avrò premio da la mia republica.
+ Vatti con Dio. S'io non ti pelo, un tratto,
+ quella barbaccia nido di piattoni,
+ non sarò mai contento. Volpe vecchia!
+ ché non penso, cercando tutto il mondo,
+ si ritruovasse un che sopra il quattrino
+ fosse piú scozzonato. Se potesse
+ chi te n'ha giá fatt'una farne un'altra,
+ forse che perderesti il ciaccolare
+ e lo schermo.
+
+
+SCENA III
+
+ Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per
+ l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova
+ Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito.
+ E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre
+ e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che
+ aveva al collo.
+
+TIMARO, FILENO, CRISAULO.
+
+
+ TIMARO. Addio, Fileno.
+ M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava.
+ Tu non mi ci corrai. Son quasi stato
+ per non tornar. Mi sta a metter paura.
+ So che venni correndo un pezzo in giú
+ prima ch'io mi fermassi.
+
+ FILENO. Io la sapeva.
+ Non restò giá da me che nol dicessi,
+ che cosí potea armare un paracuore.
+ E sei fuggito? Che avesti paura?
+ dei morti?
+
+ TIMARO. A la fé, sí, cosí a la prima;
+ ma non fuggiva. Poi vidi venire
+ non so chi camminando per la strada:
+ onde mi entrò paura; e m'appiattai
+ e poi venni correndo in fin qua giú,
+ che non mi son fermato.
+
+ FILENO. Se non fosse
+ per non far qui romor, ti caverei
+ quell'arme tutte e ti concerei in modo
+ che ti ricorderesti, manigoldo,
+ sempre di questa sera.
+
+ TIMARO. Orsú! Sta' fermo;
+ lasciami star. Lo saperá il padron, veh!
+ Eccolo.
+
+ FILENO. Corri lá! Tien quella scala.
+ Buon pro ti faccia.
+
+ CRISAULO. Pian! Senza romore.
+ Timaro, va', corri ora e trova Artemona.
+ Dálle questa collana; e sappia dirle
+ ch'io glie la mando perché da lei intenda
+ almen parte di mia sorte felice
+ a cui si truova esser stata presente.
+ Chi è piú contento al mondo?
+
+ FILENO. È ben passata.
+ Saranno pur finiti tanti pianti.
+ Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene
+ quanto possa in noi l'oro che le porte
+ che fosser di diamante rompe e spezza.
+ Pensa che ci può il cor d'una donzella!
+ Con questo ci ha insegnato vincer Giove
+ la castitá e l'onor, se fosse in carne.
+ Di': come andò?
+
+ CRISAULO. Deh! non mi molestare,
+ ché di dolcezza il cor mi si diparte.
+ Poi, un'altra volta.
+
+
+SCENA IV
+
+ Filocrate, il qual, come povero, in abito di pelegrino,
+ era fermatosi ne la corte di Lúcia, con consentimento loro,
+ in su certa paglia, vede Crisaulo andar da lei ed uscirne;
+ e minaccia tutti e duo di ammazzarli, pure in lingua
+ spagnuola, perché ancora non appare che si sia scoperto.
+
+FILOCRATE solo.
+
+
+ Ai porque no me a dado
+ el cielo, pues que era ia de tanta
+ servidumbre salido, de allí léjos
+ morir allá donde el morir podia
+ venir con men dolor? Quisa sará
+ que, con la morte sua, mucho allá
+ contiento andaré; si de un tan grande
+ ultrage yo saco venganza. Quiero ir
+ allá, como el buelva esta noche;
+ y hazer de maniera que su cru-
+ el condition y tan mala natura
+ sea castigada; en exemplo de l'otras
+ que siempre tales costumbres tienen.
+ Quiero que esta man castighe a todos
+ dos y despues me ya mas contento
+ saque de tanto trabaio y pena.
+
+
+SCENA V
+
+ Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la
+ felicitá che in quella notte li concesse e racconta a
+ Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo
+ persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di
+ partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come,
+ stretto da amore, dubbitava di fare.
+
+CRISAULO, FILENO.
+
+
+ CRISAULO. Grazie immortal ti rendo, grande Iddio,
+ chiunque sei del cielo e de la terra
+ governator, di sí gran benefizio
+ e largo dono; e a te, maggior pianeta,
+ ch'ogni cosa terrena col tuo lume
+ governi e reggi (che giá tante volte,
+ al dipartir, mi lasciasti sí pieno
+ di pensier tristi, ed al ritorno, poi,
+ lontan da ogni riposo a tragger guai),
+ che, rivolgendo altrove il chiaro giorno,
+ lasciando dietro a te l'ombrosa notte,
+ a tanto mio contento desti luogo.
+ Luna, e tu parimente, che porgesti,
+ velando il chiaro viso di piú oscure
+ e fosche nubi, a tal felicitá
+ favor, non sará mai mia lingua stanca
+ in pregar chi che sia che lo può fare
+ ne le tue contentezze; e che ritornino
+ i dolci abbracciamenti de lo amato
+ Endimion quanto mai lieti e spessi.
+ Benigne stelle, cui chiamai sovente
+ in testimonio di mia vita acerba,
+ ma sempre in vano, onde crudeli ed empie
+ vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo
+ che mi vaglia a formar degne parole
+ in rendervi le grazie ch'io vi debbo.
+ Cor lasso, che di lagrime e sospiri
+ vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto
+ quasi a l'estremo, come puoi di tanta
+ dolcezza esser capace? Occhi, che primi
+ foste a soffrire e mandar dentro al core
+ il dolce amaro, ché non fate segno
+ di cosí gran letizia? ch'or vi involge
+ in dolce pianto, come, in questa notte,
+ vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge
+ ogni tristezza, quanto vi fu prima,
+ ogni riposo. E tu, lingua mia frale,
+ che giá sí spesso, ne l'alte sue lodi,
+ cantando, davi a le acerbe mie pene
+ alleggiamento ed a le fiamme lena,
+ or quanto mai ne l'onorato nome
+ spende tue forze; sí che 'l vivo lume
+ veggiam dritto poggiar verso le stelle
+ onde discese.
+
+ FILENO. Vorrei che finissi,
+ Crisaulo, oramai sí lunga predica;
+ e mi partissi cosí gran piacere
+ quanto tu non capisci.
+
+ CRISAULO. Sono allegro,
+ certo, in tal modo che, ne la soverchia
+ dolcezza, il cor mio lasso sente pena.
+ Non mi dir nulla.
+
+ FILENO. Vo' che tu lo dica;
+ ché mi fai stare appeso per i piedi.
+ Non ti far piú pregare.
+
+ CRISAULO. Io son forzato.
+ Eccotel brevemente.
+
+ FILENO. Orsú! Incomincia.
+
+ CRISAULO. Tu déi saper sí come ier, parlando
+ con Calonide, molto la pregai
+ mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia.
+ Ella, che vive come al tempo antico,
+ senza molte parole fu contenta
+ e si tirò da banda.
+
+ FILENO. Questa è bella!
+ Accostare il tizzone al zolfanello
+ ed aspettar da canto che non brugi!
+ E le parlasti?
+
+ CRISAULO. Ora ti dico il tutto.
+ Questo le dissi:--Cognoscer puoi certo,
+ Lúcia, che siamo omai condotti a tale
+ ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo
+ e tu di me. Però vo' che mi attendi,
+ ché ti vo' confidare un mio secreto.
+ Io son diviso giá da mio fratello
+ perché sopra di te non abbi alcuno
+ ne la mia casa ma ne sia signora.
+ E perché il nostro aver, per il passato,
+ maneggiav'io, mi truovo da appiattare
+ un cassettino ov'io missi da canto
+ molti ducati e gioie: ond'io ti prego
+ che mostri avere in te giudizio e ingegno,
+ ché li salviamo; e fidarsi d'altrui
+ cognoscer déi da te che non sta bene.
+ Io verrò qui istasera a le cinque ore.
+ Fa' che mi attenda.--E le mostrai de l'orto
+ la fenestrella. E dissi:--Come dorme
+ tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco
+ e insegnerotti quel che vo' che faccia.--
+ Semplicemente (come puoi pensare)
+ la mi rispuose che non sapea come
+ levarsi, che la madre non sentisse.
+ Rimase, al fin, di farlo. E la pregai
+ che facesse che alcun mai nol sapesse
+ e che a la madre ancor trovasse iscusa
+ perché non s'avedesse di tal cosa.
+ Non ti dico altro. La mi venne fatta.
+ E cosí fu la fin d'ogni mio affanno
+ e 'l principio d'un sí felice stato
+ ch'io quasi par che a me istesso nol creda.
+ Che te ne pare?
+
+ FILENO. Io, non sol mi stupisco,
+ ma, dentro, d'allegrezza mi confondo.
+ Bene è venuta a tempo: ché comprata
+ l'hai con tanti disagi e tanti pianti
+ e tante amare notti e tanti giorni
+ che appena mi risolvo se ciò basti
+ a compensar tante fatiche e danni.
+ Hai ben da ringraziar tutti li iddii
+ di tanto dono; ch'io cognosco certo,
+ se questo non riusciva, la sposavi.
+ Oh che bel fregio a sí onorata casa!
+ Che direbbe ciascuno?
+
+ CRISAULO. È vero e certo
+ ch'io la sposava o che sarebbe in breve
+ seguíto la mia morte; ché non basta
+ il nostro ingegno a schifar le fortune
+ e i casi avversi che sono imminenti.
+ Che possiam contra 'l ciel?
+
+ FILENO. Bisogna, adunque,
+ uscir d'errore ed a l'antico male
+ porger rimedio, poi che v'è gagliardo.
+ Fuggiam, per qualche dí, l'occasione,
+ che fa peccar talor l'anime elette,
+ ed andianne a diporto; ove vedrai
+ ogni virtute ed ogni sentimento
+ surgere in te come da morte a vita.
+ Lasciati governare.
+
+ CRISAULO. Io sono stato,
+ un tempo, appunto com'un uom che è morto
+ e non esce di pena; e in stato tale
+ mi son trovato che ho portato invidia
+ a chi morio giá un tempo o mai non nacque.
+ E fui giá tal che or sol la rimembranza
+ mi toglie parte del piacer presente.
+ Or che posso gioir, lasciami alquanto
+ restare ove è 'l mio core e la mia vita,
+ se tu non vuoi ch'io mora.
+
+ FILENO. Addio, Crisaulo.
+ Dissi ben io che ci saria che fare
+ che tu voglia ora uscir de la calcina,
+ ch'altrui non par sentir mai che l'offenda
+ per fin che non l'ha roso in fine a l'osso.
+ A te verrá come al villanel suole,
+ che, per cogliere il mele ai nidi d'api,
+ si ferma sí che, prima che si parta,
+ guasto n'ha malamente gli occhi e 'l volto.
+ Voglio che ti governi in ogni modo
+ come t'ho detto, ché quel poco amaro
+ in questo ha seco utilitá infinita.
+ Andianne, com'è giorno.
+
+ CRISAULO. Sia a tuo modo.
+ Cosí farem, ché anch'io cognosco certo
+ che fia 'l mio meglio. Ma non potrò starvi:
+ ché ci morrò in duo dí.
+
+ FILENO. Sí! T'è piú sano
+ che non è 'l cavar sangue agli impestati.
+ Ed è ben peste quella che ti ha preso!
+ Né certo ti devrebbe esser sí grave:
+ perché non si terria impiastro perfetto,
+ se non cuocesse al mal; né medicina
+ fu dolce al gusto mai che fosse sana.
+
+
+SCENA VI
+
+ Artemona si mostra con la collana al collo che ebbe da
+ Crisaulo. E, dicendo alcune cose che sono introdotte come
+ certa conclusione sopra de l'oro, è da Pilastrino trovata.
+ Il quale le fa uno assalto per tôrgliela con violenza; ma
+ non li riesce, ché è interrotto da la gente che al gridare
+ di lei correva.
+
+ARTEMONA sola, PILASTRINO.
+
+
+ ARTEMONA. Crisaulo mio da ben, questa è ben stata
+ una mancia piú degna che 'l mio merto
+ non richiedeva. Io so che l'è ducale.
+ Oh Dio! Potessi almen portarla sempre,
+ che non si disdicesse! ché mi penso,
+ per la allegrezza che mi reca al cuore,
+ farebbe piú mia vita che non fia
+ lunga venti anni. Oh! mi par d'esser bella!
+ Che benedetto sia chi me l'ha data
+ e la sua casa e tutti i suoi parenti!
+ Or vorrei che passasse per la strada
+ qualche bel giovanetto; ché son certa
+ che, cosí vecchia, gli anderei a gusto.
+ Oro sopran, quante son le macagne
+ e' difetti che copri! quanti i visi,
+ che forse senza te parrian di fango,
+ che gli fai risplendenti e pien di grazia!
+ Spècchiati in me, che in alcun tempo bella
+ giá mai non fui, ed or, che son pur vecchia,
+ risplendo giá com'un bacin forbito.
+ Di questo aspetto è 'l sol; questo le stelle
+ mostra sí chiare; e questo è qui fra noi
+ padron di quanto il sol girando vede.
+ Questo dá tutti i ben, tutti i piaceri,
+ tutti i contenti; e, fuor di questo, è nulla
+ che a noi sia a grado. E di qui tutti i mali,
+ tutte le sceleraggini ed inganni,
+ i furti, le rapine e gli omicidii,
+ le iniquitá, gli stupri, i sacrilegi,
+ l'invidie e gli odii e quanto ha di piggiore
+ la nostra vita in sé pullula e nasce.
+ Per questo al padre e la madre e i parenti
+ vegnam nemici; ed occidiamo i figli;
+ e, per vil pregio, vendiam l'alma spesso.
+ Questo è stato tenuto iddio, gran tempo,
+ ed adorato, come è ancora il sole
+ e la luna e le stelle in certe parti.
+ E questo è tutto per la sua bellezza:
+ onde nasce sí fatta gelosia
+ che gli uomini, talora, a poco a poco
+ rodendo, mena a vergognose morti.
+ Questo può tutto; e di qui ciò ch'è al mondo
+ è governato a' suoi debiti fini.
+ Tanto mi piaccio di sí bella cosa
+ ch'io dubito che alfin (come quell'altro)
+ di me, senza specchiarmi, mi innamori.
+ Ché non penso, sí grinza come sono,
+ che alcun mi rifiutasse.
+
+ PILASTRINO. Sei in amore, ah?
+ Eccomi. Piaci a me, vecchia crestosa.
+ Posa in un punto giú quella catena,
+ se non vuoi ch'io ti mandi il collo ai piedi.
+ A chi dico io?
+
+ ARTEMONA. Sta' fermo. Oimè meschina!
+ Sai ben ch'io ti cognosco, Pilastrino.
+ Lasciami stare. Oimei!
+
+ PILASTRINO. Ed anco i miei
+ voglion qualcosa loro. Tu non odi?
+ Lasciala qui; ch'io ti caverò gli occhi,
+ s'io ci metto le mani.
+
+ ARTEMONA. Oimè! Ladrone!
+ Prima mi caverai la vita e 'l fiato
+ e gli occhi e 'l cuor che di man la catena,
+ se non mi scanni; e, se 'l fai, ti predíco
+ che, inanzi un mese, tu sarai appiccato.
+ Lasciami, adunque.
+
+ PILASTRINO. Dico ch'io la voglio.
+ Dammi la corda, ch'io mi vo' appiccare.
+ Posala giú, ch'io ti pesterò l'ossa.
+ E chiude quella bocca di ranocchia;
+ ché, ad altro suon che di cembalo o pivi,
+ ti farò far la tosa e mazzacrocca.
+ Scanfarda, che sei uscita de l'inferno,
+ e vuoi le cose mie a forza, tu!
+ Ti taglierò le man.
+
+ ARTEMONA. Misericordia!
+ Fuor, vicin! Tutti fuor! ch'io son giá morta;
+ ché un ladro m'ha assalito in su la strada.
+ Mi taglia il collo.
+
+ PILASTRINO. Se tu te ne vanti...
+ Cosí si fa, poltrona! Aspetta, aspetta!
+ ch'io te la caverò d'in mezzo al cuore
+ e se l'avessi chiusa nel cervello.
+ Roffianaccia! scorziera!
+
+ ARTEMONA. È giá fuggito.
+ So ben chi è. Non son tre giorni a notte.
+
+
+SCENA VII
+
+ Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi
+ per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si
+ lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la
+ fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e
+ come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di
+ vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in
+ aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di
+ Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il
+ suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella
+ che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser
+ cosí volontà de' cieli, se la sposa.
+
+FILOCRATE solo, FRONESIA.
+
+
+ FILOCRATE. Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele!
+ di quanto assenzio che, per farmi al mondo
+ unico esempio d'ogni sventurato,
+ gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco
+ nel core i dolci frutti recato hanno!
+ Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro
+ opprimen l'alma! Oimè, lasso! Che vale
+ uman consiglio? poi che ne' miei danni
+ s'arma il ciel tutto e, con la rea fortuna,
+ in me congiura perché il debil filo
+ d'una vita meschina, in mezzo agli anni,
+ tronchin le Parche. Ma condotta omai
+ la veggio a tal che, senza alcun ritegno,
+ corre lá dove è spinta dal destino.
+ Che cosa è, in questa vita, aver le stelle
+ contrarie e 'l cielo! ché, se pur ci viene
+ nulla di quel che ne faria felici,
+ subito in mortal tòsco lo converte
+ quest'empia che dichiam Sorte o Fortuna.
+ Quanto fòra il tuo meglio, se giá mai
+ non avessi gustato il dolce cibo
+ che sí tosto è poi vòlto in amara esca!
+ Dato è a me in sorte una piú acerba pena
+ di quella che si dice ne l'inferno
+ portar Tantalo ingordo: perché a lui
+ il veder sol quel ch'ama è duro scempio
+ e non ne poter tôr; ma quel che 'l gusta
+ e poi gli è tolto e 'l vede son fatt'io.
+ Ché ben cognosco che quella persona
+ debbe esser che si aspetta che la sposi:
+ ond'io resto a me scherno e al mondo gioco.
+ Ho tante volte di fuggir provato
+ l'eterna mia ruina e sol per questo
+ corso son giá da l'uno a l'altro sole.
+ Ma sempre con piú scorno mi rimena
+ il mio destino ove convien ch'io mora,
+ alfin, dopo piú morti.
+
+ FRONESIA. È disperato.
+ Io vengo, peregrin, perché ti sento
+ piangere e sospirare e con lamenti
+ esprimer non so che di acerbo e reo;
+ tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge
+ mi muovo tutta dal capo alle piante,
+ sol di pietá. Non aver dubbio o téma,
+ per esser, come sei, qui, forastieri
+ in terre altrui; ché sarai governato
+ da me come tu fossi mio fratello.
+ E, se altra cosa è pur che sí t'addoglia,
+ mi serebbe piacer (se 'l si può dire)
+ intender la cagion; perché potrebbe
+ forse a cosí gran mal, se non rimedio,
+ trovarsi almen per noi qualche conforto.
+ Non mel voglia celar.
+
+ FILOCRATE. Se alcuno è al mondo
+ che possa avere nel mio mal rimedio,
+ penso che l'abbi tu; benché sia poco,
+ e di parole. E poi, del resto, il male
+ è giunto a tal ch'omai piú cosa umana
+ non li può dar conforto.
+
+ FRONESIA. Dillo, adunque;
+ ch'io ti prometto quel che in questa vita
+ onestamente per me si può fare
+ in ogni cosa.
+
+ FILOCRATE. Accetta questo, prima;
+ e dammi realmente la tua fede
+ di quello che ti voglio dimandare
+ dirmi la veritá.
+
+ FRONESIA. Son ben villana
+ a pigliar sí gran dono! Pur, l'accetto,
+ offerendomi a te parata sempre.
+ T'impegno la mia fede. E sí ti giuro
+ di non mancar, sopra l'anima mia,
+ se gli è cosa ch'io sappia; e dirti il vero,
+ come farei al frate.
+
+ FILOCRATE. Io t'ho parlato
+ or ne la lingua nostra per vedere
+ se mi ricognoscevi; ma son certo
+ che ti son tanto fuor di fantasia
+ che non te ne ricordi. Io son Filocrate,
+ Fronesia cara.
+
+ FRONESIA. Che sento oggi dire?
+ Filocrate sei tu? Sí! È desso, a fede.
+ Lasciamiti abbracciar, ché di dolcezza
+ e di compassion m'hai mosso il core.
+ Piango e non so di che. Quasi nol credo.
+ Non t'arei in mill'anni affigurato;
+ ché pari un altro.
+
+ FILOCRATE. Aimè! Son bene un altro:
+ cangiato di presenza negli affanni;
+ ma quello sventurato di mai sempre.
+ Io piango di dolcezza e di dolore:
+ ché mi veggio condotto, al fin, lá dove
+ mi fia la morte men dogliosa e grave;
+ da poi che piace al ciel.
+
+ FRONESIA. Lascia andar questo.
+ E raccontami presto ogni tua pena
+ e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo
+ con disio d'aiutarti.
+
+ FILOCRATE. Ah sfortunato!
+ Onde mai incominciar mi fia concesso?
+ Donna sleale, al tuo trionfo altero,
+ che fia di crudeltá mista con fraude,
+ voglio che aggiunga queste spoglie frali,
+ vinte da te, da te distrutte e sparte,
+ in esempio d'altrui.
+
+ FRONESIA. Deh! Affrena alquanto
+ questi lamenti e le lagrime e 'l duolo.
+ Dimmi quel c'ho da fare.
+
+ FILOCRATE. A queste notti,
+ chi era quello che sí destro entrava
+ ne le camere vostre? Ove è l'onore?
+ ove è la castitá? dove è l'offizio
+ che conveniva a saputa servente?
+ Devevil comportar?
+
+ FRONESIA. Guarda, Filocrate,
+ che non ti inganni; perché veramente
+ io non intendo quel che voglia dire.
+ Son molte volte, quando altrui è infermo,
+ che par veder le cose piú che espresse
+ e non è altro che 'l cervel che varia.
+ E come andò?
+
+ FILOCRATE. Per chi bene e chi male.
+ Per te devette ir mal, per Lúcia bene.
+ Confessalo oramai.
+
+ FRONESIA. Sappilo Iddio;
+ ché tu potresti dir cosí vent'anni,
+ ch'io non ti intenderei. Se guardi bene,
+ certo vedrai che sará stato un sogno
+ o ver fantasma. Io non saprei che dirti
+ sopra di questo.
+
+ FILOCRATE. Non lo negar piú;
+ ch'omai incomincio a perder la pazienza.
+ Pensa se san negar, quando a me istesso
+ nega quello che sa che ho giá veduto!
+ Non so se ero intronato o se 'l cervello
+ mi vacillava o se cosí mi penso
+ o se qualcun mel fe' veder d'incanto,
+ la sera inanzi a ier, che una persona
+ per una scala entrò ne la fenestra
+ che guarda l'orto ove era Lúcia.
+
+ FRONESIA. Lúcia?
+
+ FILOCRATE. Sí, Lúcia. E v'eri tu.
+
+ FRONESIA. Io?
+
+ FILOCRATE. Sí. Piú forte.
+ Iersera ci venni io in persona
+ come mi vedi: ond'ella ancor si rise
+ perché, fuor de l'usanza di quell'altro,
+ venni di corte e prima fui partito
+ che tu te ne accorgessi; ché eri dentro.
+ E l'animo mio fu sol di vendetta.
+ Ma la sorte non volse perché, quando
+ la vidi sola ivi aspettar quell'altro,
+ dimenticato ogni onta, l'abbracciai
+ (cosí morto foss'io, inanzi quel punto!);
+ ed allor vidi che mi tolse in cambio:
+ ch'ella forte mi strinse e mi pregava
+ che passassi di lá. Paionti sogni?
+ o pur che con effetto io fossi desso?
+ Or vuoi negarlo?
+
+ FRONESIA. Non posso, volendo.
+ Meschina a me! Ti dimando perdono.
+ Non era giá promessa da attenere
+ appalesare una sí fatta infamia
+ e scoprir tale error.
+
+ FILOCRATE. Basta: io sapeva
+ come faresti. Or dimmi la persona
+ a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio,
+ il guiderdon di tante mie fatiche
+ non mai concesso a me.
+
+ FRONESIA. Quello è Crisaulo
+ (come debbi saper, gran cavalieri)
+ il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú,
+ la de' sposare.
+
+ FILOCRATE. E questo è senza fallo?
+
+ FRONESIA. Altro non resta se non che dimane
+ li metta de le nozze in man l'anello.
+ L'altre cose sai tu come sono ite.
+ Ma ti voglio pur dir che tu ti menti
+ d'averla aúta in braccio...
+
+ FILOCRATE. E pure ancora
+ non ti si può far vero?
+
+ FRONESIA. ... perché quella
+ con chi scherzasti parla ora qui teco.
+ Vedi che t'ingannasti?
+
+ FILOCRATE. E come fu?
+ Sarresti mai tu quella? Anima mia,
+ dimmel liberamente; ché, se è vero,
+ poscia che ci ha condotti il cielo a questo,
+ ti prometto sposarti.
+
+ FRONESIA. Hai pur giá detto
+ ch'io ti tirava per menarti dentro
+ ove Lúcia aspettava il suo Crisaulo.
+ Onde ne rimaniam tutti beffati,
+ ma dolcemente; e tutti e tre in tal modo
+ l'un con l'altro ci siam rimescolati
+ che appena ritroviamo i propri nomi.
+ Io fui giá Lúcia; e tu fosti Crisaulo,
+ secondo ch'io pensava; e da me, a sorte,
+ in me credendo d'averla ingannata,
+ fu da inganno difesa la padrona.
+ E tu facesti com'un uom che sogna
+ cosa che li sia a grado, che poi, desto,
+ trova tutto il contrario. Ma Crisaulo
+ (se non è ritenuto da qualcuno
+ de' suoi perché nol faccia) ora, in fra poco,
+ forse che dará fine a la comedia
+ con far da vero.
+
+ FILOCRATE. Basta: ora io son chiaro.
+ Vedi, al fin, come volge la fortuna!
+ Poi che noi siamo a questo e che vediamo
+ che in questo modo l'ha guidata il cielo,
+ segua quello che debbe: ché 'l destino
+ non si può mai fuggir. Se ti contenti,
+ ti vo' sposare, in questo modo appunto:
+ che ci diamo or la fede, se di Lúcia
+ si fan le nozze; perché vo', se a sorte
+ non fosse fatta, come giá promessa
+ mi fu, poterla, se mi parrá, tôrre.
+ Dimmi se ti contenti.
+
+ FRONESIA. Sí, ben mio,
+ poi che ti piace; e ci siam cognosciuti,
+ come a Dio piacque che governa il tutto;
+ ed è stato fra noi, giá tanto tempo,
+ amore e fede. Or durerá in eterno
+ il dolce nodo che non fia mai sciolto
+ fino a l'ultimo giorno.
+
+ FILOCRATE. Orsú, Fronesia,
+ giá tanto amata! Tu sei la mia sposa.
+ Serberai questo anello; e poi le nozze
+ farem, quando ci paia tempo e luogo.
+ Sei chiamata di sopra.
+
+
+SCENA VIII
+
+ Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni,
+ apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco
+ Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da
+ sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di
+ Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è
+ Pilastrino il quale, giunti a casa, dá licenzia con dir
+ che, di poi cena, si faranno gli sposalizi.
+
+CRISAULO, GIRIFALCO, PILASTRINO, CALONIDE, FRONESIA.
+
+
+ CRISAULO. Io l'ho detto
+ dal primo giorno, che l'andar di fuori
+ era appunto al mio male erba trastulla;
+ ma nondimen, per esser poi iscusato,
+ non ho voluto mancar d'ogni sforzo.
+ Ma non è in poter nostro.
+
+ GIRIFALCO. Eh! Questo è poco,
+ Crisaulo, ché sei tal che potrai sempre
+ vivere in questo mondo con onore,
+ se ben ti biasmi il popolo e la plebe:
+ perché questo è lor proprio né alcun vive
+ dai lor morsi securo; e spesso i morti
+ gli sentono anche lor dentro a la terra.
+ E questo è, per il piú, che è gente vòta
+ di robba e di pensieri; e altro non hanno
+ u' esercitar la lor maligna mente
+ che ne' fatti d'altrui. Ma un ben nato
+ non sará tinto di cotesta macchia
+ né assai né poco.
+
+ PILASTRINO. È ver. Sol si conviene
+ a simil gentarelle il biasimare:
+ vizio che trovò il diavol de l'inferno.
+ Lascia pur dir chi vuol, ch'è piú d'un mese
+ ch'io veggio, appunto come or veggio te,
+ una gran fame. Oh! Pensa, a queste nozze,
+ s'io m'affaticherò che vadin bene
+ i boccon giú! ché, se devessi ancora
+ durar tre giorni in quella cosa dolce,
+ me ne voglio saziar; né mai partirmi
+ per fin che 'l ventre non mi dice:--Tura.--
+ Andiam pur lá.
+
+ CRISAULO. Ma non è ancor gran cosa:
+ ché, quando ben riguardo a le parole
+ che fûr tra noi, non veggio, senza carco
+ e senza dar gran macchia a l'onor mio,
+ poter ritrarmi da sí fatta impresa.
+ È ver che tempo fu ch'io non pensai
+ d'averlo a fare: onde, piú del dovere,
+ son stato di parole liberale
+ per venire a la fin del mio disegno.
+ Or veggio meglio che nol posso fare
+ e mancare a' miei detti: ond'io, in ciò, voglio
+ che la necessitá l'errore iscusi.
+ Ma non ti veggio, Girifalco, lieto
+ com'io vorrei.
+
+ GIRIFALCO. Io son pur troppo allegro:
+ tanto che non mi par d'esser capace
+ di tanta gioia; onde l'alma, in se istessa
+ talor rivolta, si stupisce e quasi
+ non crede ch'in vecchiezza tanto bene
+ le venga quanto è questo di tal donna
+ e sí da bene.
+
+ PILASTRINO. E che! Sei fatto sposo,
+ padre degli anni, ove tutti i difetti
+ c'ha la vecchiezza in sé son giá scoperti?
+ È vero o mi berteggi?
+
+ CRISAULO. Tu nol credi,
+ eh, Pilastrino? Gli è pur troppo vero.
+ Credilo a me, che sono stato il mezzo.
+ Calonide è la sposa; e sallo Iddio,
+ s'io ci ho durato punto di fatica!
+ Pur si contenta; e ne vedrai gli effetti,
+ come siam giunti. E ben ci fia che ridere:
+ che parrá certo, appresso a lui, la sposa
+ piú che donzella.
+
+ PILASTRINO. Io vado a sotterarmi
+ per disperato sotto a la mia botte.
+ Ma ci voglio un pitaffio ch'io m'ho fatto
+ per mia memoria.
+
+ CRISAULO. Dillo.
+
+ PILASTRINO. Falli onore.
+ «Qui giace un ch'ebbe nome Pilastrino.
+ Vivo, tanto m'amò che disperato
+ morio mancando in me lo spirto e el vino».
+
+ CRISAULO. Ha odor d'antico.
+
+ PILASTRINO. No. Ci manca questo:
+ «Visse di baie e morí disperato,
+ vedendo andare a nozze un che col tempo
+ contendea d'anni».
+
+ CRISAULO. Ah! ca!
+
+ PILASTRINO. Gli è pure il vero.
+ Non vedi che non ha pur le gengíe?
+ Povera Orgilla, so che l'avrá buona
+ come lo sa! ché questo è appunto un tôrgli
+ la sua provenda de la mangiatoia.
+ Or non manca se non ch'io mi rassetti
+ per poter ben mandar per le mascelle
+ i denti a scrocco e far d'altro che d'esca
+ farina macinata a duo palmenti.
+ Oh! Scherza e salta e pigliati sollazzo
+ or, Pilastrin, ché di troppa dolcezza
+ par che ti senta andar tutto in condime.
+ Oh! Ve' che starò, un tratto, un giorno allegro!
+ ché è giá quindici dí che sono stato
+ come le donne quando han le lor cose,
+ fortuna ladra!
+
+ CRISAULO. E che debbo dire io?
+ ch'in duo sol giorni era giá fatto tale
+ ch'ora mi pare uscir di sepultura
+ e tornar vivo. E sarei morto, certo,
+ se non me ne campava la speranza
+ di tornare ove fosse e fare in modo
+ ch'ambo siam prima d'esta salma scossi
+ che lontani o divisi; in fin che 'l cielo,
+ che ci ha congiunti, ne divida e sparta.
+ Dica pur quanto vuol ciascun; ché, al fine,
+ è pazzo quel che ne' propri interessi,
+ per viver sol sotto costumi e usanze,
+ se ne governa come piace altrui.
+ Usciremo or d'affanno.
+
+ PILASTRINO. Tocca forte,
+ ché non posson sentir.
+
+ CALONIDE. Va'. Guarda a l'uscio,
+ Fronesia. E tu vatti governa, Lúcia,
+ con i panni ordinari; ché Crisaulo
+ oggi verrá come ancor venne ieri.
+ Forse non piace a Dio. Qualcun de' suoi
+ l'avrá tenuto.
+
+ FRONESIA. Apri, apri; è lui; è Crisaulo
+ con molta gente. Oh che felice giorno!
+ Lúcia, torna di qua.
+
+ CALONIDE. Di' 'l vero? È desso?
+ Èvvi il mio Girifalco? Andiamgli incontra.
+ Suonisi ogni strumento e facciam festa.
+ Abbraccia il tuo Crisaulo. O Girifalco,
+ non v'aspettava piú. Ringrazio Iddio
+ ch'in sí poco ha condotto ad un bel fine
+ sí onesta impresa.
+
+ GIRIFALCO. Ed io ringrazio prima
+ il cielo e poi voi duo che a la mia vita
+ dato avete soccorso; ché non era
+ possibil che durasse piú dieci anni.
+ Or son felice, al mondo.
+
+ CALONIDE. Entriamo in casa.
+ Fronesia, or puoi chiamare il tuo Filocrate,
+ ché è giunto il fin de' desidèri nostri.
+ Saran tre nozze insieme in una festa.
+ E, perché è tardi e passerebbe l'ora,
+ è meglio cenar, prima. A le quattro ore
+ potrá tornar ciascuno.
+
+
+SCENA IX
+
+ PILASTRINO dá licenzia.
+
+
+ Avete inteso,
+ brigate? Non si balla, inanzi cena;
+ ché ci ha fatto restar tanto per via
+ questo gottoso ch'è passato l'ora
+ di far le cerimonie de li sposi:
+ onde siete pregati da madonna
+ prima andarvene al letto e poi cenare.
+ E, se vorrete pur tornar dimane
+ e lasciarci istasera queste donne,
+ vi fia concesso piú che volentieri.
+ Noi li darem da cena e da dormire
+ e li farem sí buona compagnia
+ che loro istesse vi confesseranno
+ che non vorriano esser tornate a casa:
+ ché balleremo, al suon de le lettiere,
+ tutta la notte. Or pigliate il partito,
+ ché la cena vogliam far qui tra noi.
+ Ma sento giá un odor, che par d'arrosto,
+ entrarmi nel cervello. Addio. Vi lascio.
+ Vado in cucina. Fate ch'io non abbia
+ a cacciarvi con altro che parole.
+
+
+
+
+NOTA
+
+
+AVVERTENZE GENERALI
+
+Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in
+questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata
+della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui
+occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti
+quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno
+ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi
+e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa
+da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si
+restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da
+Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero
+potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi
+diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale
+scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed
+estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie,
+ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti
+rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle
+tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si
+manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli
+inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce
+al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di
+forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa,
+invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto
+posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche
+modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho
+disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente
+cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra
+esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.
+
+La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle
+stampe del Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema
+ortografico nulla ho da dire perché è quel medesimo che fu
+adottato per tutti i volumi degli _Scrittori_. Piuttosto è
+necessario che io renda conto del come mi son comportato rispetto
+alle parti spagnuole o dialettali che si trovano assai di
+frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a
+discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che
+dico di esso valga, benché in minor proporzione, anche per
+i vari dialetti italici), le stampe del Cinquecento ci offrono
+lo spettacolo di una scapigliata anarchia. Troviamo «_io_»
+e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e «_hablar_»;
+«_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»;
+«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»;
+«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e
+«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_»
+e «_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e
+«_aqui_» e «_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e
+«_tambien_»; e cosí via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá
+di espressioni grafiche che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte
+ad un'espressione unica e corretta e scrivere, per es., in tutti i
+casi, «_yo_», «_hablar_», «_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_»,
+«_noche_», «_allá_»? oppure dovevo mantenere questo strano
+ma pur significativo disordine? Mi parve, in principio, che
+fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, dopo
+avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al
+secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze
+ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto
+dello stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la
+sua piú o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male,
+anzi è bene, che di questa sua conoscenza e pronunzia restino,
+anche nella nostra edizione, le tracce. In secondo luogo,
+può ben darsi che l'autore abbia inteso di usare promiscuamente
+parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole spagnuole
+(per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando
+si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio
+di allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero.
+Il Piccolomini, infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica
+d'Aristotele_ di avere «interposto», nell'_Amor costante_ e
+nell'_Alessandro_, «qualche scena in lingua spagnuola italianata,
+accioché manco paresse straniera»[1]. Il quale italianizzamento
+dello spagnuolo, oltre che giovare a render piú intelligibile
+il discorso, era anche naturalmente suggerito dalla realtá;
+come possiam rilevare dalla seguente preziosa testimonianza
+del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole e
+mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando
+vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni
+ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di
+scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore
+il voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di
+dovere essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore:
+conservatore, dico, dell'anarchia.
+
+ 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della
+ Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro,
+ in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso
+ Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV],
+ p. 29.
+
+ 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910),
+ 242 (nov. I, .16)
+
+Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur
+necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II
+degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob
+alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa
+moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del
+«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste
+a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente
+«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però
+allontanato ogni qual volta la mancanza dell'accento o del
+«_h_» potesse ingenerare confusioni ed equivoci. Per es., un
+«_alla_» o un «_alli_», che sembrano preposizioni articolate
+italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho creduto bene di accentarli
+(«_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un «_andare_» o un «_ire_»,
+che possono prendersi per infiniti mentre non sono che la prima
+persona singolare del futuro, li ho pure accentati («_resucitaré,
+andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_»
+che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia
+la prima persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo
+«_haber_» («_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte
+quando mi sia parso opportuno. Ma ciò non infirma punto
+il general criterio di conservazione al quale, come piú sopra
+dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, rigorosamente attenuto.
+
+
+I TRE TIRANNI
+
+Ecco il titolo della sola stampa che di questa commedia sia stata
+fatta dal Cinquecento ad oggi: _Comedia di Agostino Ricchi da Lucca,
+intittolata i Tre Tiranni. Recitata in Bologna a N. Signore, et a
+Cesare, Il giorno de la Commemoratione de la Corona di sua Maestá. Con
+Privilegio Apostolico, et Venitiano M.D.XXXIII [in fine: Stampata in
+Vinegia per Bernardino de Vitali, A di xiiij di Settembre del
+MDXXXIII_]. Precedono la commedia una lettera dedicatoria dell'autore
+stesso a Ippolito de' Medici, che io qui riproduco, e un avvertimento
+«ai lettori» di Alessandro Vellutello, che ometto, come troppo lungo e
+di troppo scarso interesse. Delle correzioni da me introdotte basterá
+indicar le seguenti. A. I, sc. 5: «ch'io caschi morta» (ediz.: «ch'io
+corri morta»).--A. II, sc. 1: «Non dubitar, figliuola» (ediz.: «Non
+dubitar lola»).--A. II, sc. 6: «men... men... mentir per la gola»
+(ediz.: «... morir per la gola»).--A. III, sc. 1. Dei molti
+epiteti greci, coi quali Listagiro designa il diavolo da lui
+invocato, cambio «_ágniptos_» in «_ániptos_» (ἄνιπτος),
+«_Cantíglios_» in «_cantílios_» (κανθήλιος) e «_criau_»
+in «_criós_» (κριός); lascio immutati un «_cladéutir_» e un
+«_inófliz_» e un «_orchózo_» che non mi riescono chiari;
+e parimente conservo un «_chielévo_» nel quale non so se
+siano da riconoscere le due parole «_chiè lévo_» (καὶ λεύω)
+o l'unica parola «_chelévo_» (κελεύω). Quanto agli accenti,
+che nell'edizione sono a volta a volta bene o mal collocati
+o anche del tutto omessi, li pongo sempre su quelle sillabe
+ove devono effettivamente trovarsi secondo l'accentuazione greca.
+In fine, poiché l'invocazione di Listagiro è diretta al demone
+Maladies, mi è parso necessario, lá dove la stampa legge
+«per la gran virtú di questi nomi suoi», cambiare «suoi» in
+«tuo».--A. V, sc. 4: «_de allí léjos_» (ediz.: «_de alli llesos_»);
+«_si de un tan grande ultrage yo saco venganza_» (ediz.: «_... ae
+sacho vengan_»); «_me ya mas contento saque_» (ediz.: «_me yu...
+sache_»). Scrivo «_saco_» e «_saque_» invece di «_sacho_»
+e «_sache_» perché piú chiaro apparisca che si hanno qui due
+forme del verbo «_sacar_» e perché si eviti l'equivoco col
+suono palatale «_ch_» quale è nel «_mucho_» e nel «_noche_»
+di questa medesima scena. Compio il «_vengan_» nel modo che
+mi sembra piú naturale, quantunque non sia da escludere la
+possibilitá che si abbia qui l'infinito sostantivato «_vengar_».
+Quanto all'«_ae_», che non dá alcun senso ed è certamente
+un errore, lo muto in «_yo_».--A. V, sc. 5: «un sí felice stato ch'io
+quasi par che a me istesso nol creda» (ediz.: «... mil creda»).
+
+
+
+
+
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+works. See paragraph 1.E below.
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+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
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+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
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+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
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+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
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+ gbnewby@pglaf.org
+
+
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+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
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+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
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