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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-14 20:02:02 -0700 |
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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: I tre tiranni + Commedie del Cinquecento + +Author: Agostino Ricchi + +Editor: Ireneo Sanesi + +Release Date: December 13, 2010 [EBook #34639] + +Language: Italian + +Character set encoding: UTF-8 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I TRE TIRANNI *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + COMMEDIE + DEL CINQUECENTO + + + A CURA + DI + IRENEO SANESI + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1912 + + PROPRIETÁ LETTERARIA + + GENNAIO MCMXII--30148 + + + + +I TRE TIRANNI + +DI AGOSTINO RICCHI + + + + +A LO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNORE + +IPPOLITO IL CARDINAL DE' MEDICI + +AGOSTINO RICCHI + + +Se la eterna Maestá a le ostie, ai tempii ed a le statue piú che ai +cori, agli animi ed a la fede riguardasse, quelli che a pena porgere +agli altari suoi le picciole immagini ponno, disperando de le celesti +grazie, di porgerli i fidi voti si rimarrebbero. Ma perché il grande +Iddio piú gode de la fervida volontá dei cori che de la gonfiata +superbia dei doni, ciascuno a la somma bontá ricorso, lá dove il freddo +poter manca, supplisce con il caldo volere: ne la guisa che, ne lo +offerire al gran vostro nome il primo parto del mio ancora acerbo +ingegno, faccio io; rendendomi certo che stenderete in accettarlo la +sacra destra con quella istessa natia clemenza con la quale il grande +Artaserse abbassò la real bocca, l'acqua pura gustando che con le ruvide +mani il semplice pastore rozzamente gli porse. E perché lo eccelso re +vie piú si umiliò in ber l'anima che insieme con le onde del fiume il +boscareccio uomo gli diede che nel ricevere i preziosi doni dei potenti +signori non soleva, ancora l'Altezza Vostra si umilierá nel prendere il +core che insieme con queste mie prime fatiche gli offerisco non +altrimenti che si faccia in accettare gli alti poemi che i chiari +prencipi de le sacre scuole de le lettere, in ciascun luogo, in ogni +tempo ed a tutte le ore, li consacrano. Né si creda però che io sí +temerario fossi che a voi, che obbietto degli onori siete, per onorarvi +inviassi l'opra che io come in poco spazio di tempo forse con poca +esperienza d'arte feci, ancora che a Dio, a cui né crescere né scemare +si può di gloria, veggiamo, non misurando la grandezza sua, cantare +inni, ardere incensi ed accender lumi; anzi perché (sí come le cose +poste ne' tempii, per vili che sieno, di indegne degnissime diventano), +essendo al magnanimo Ippolito consecrata, di bassa e negletta venga +dagli uomini pregiata: ché, per tenere sculto ne la sua picciola fronte +il pregiato nome vostro, i pellegrini spiriti che vi adorano la +solleveranno con la medesima fortuna che dal tempo abbattuta colonna, +per la riverenza de l'antico titolo che in essa si legge, si solleva. E +se a me di ciò punto vien di onore, non altrimenti lo estimerò che +soglino li umili sacerdoti i fumi degli odorati incensi e gli altri +onori di che essi participano, ricognoscendo tutto da colui che è +cagione in loro di tali grazie. + +Di Ferrara, a li XXV di luglio M.D.XXXIII. + + +PERSONE + + GIRIFALCO vecchio + PILASTRINO parasito + ORGILLA fante di Girifalco + SIRO } + TIMARO } servi di Crisaulo + CRISAULO nobile + FILENO servo di Crisaulo + FILOCRATE giovane + CALONIDE madre di Lúcia + LÚCIA figliuola + EPARO lavoratore + LISTAGIRO parasito + FRONESIA fante di Lúcia + ARTEMONA roffiana + COMPAGNI di Filocrate + DEMOFILO vecchio socero di Calonide. + + +ARGUMENTO + + Girifalco ama Lúcia e da Listagiro + e Pilastrino accorti parasiti + n'è beffato e punito. Ancor di questa + preso Crisaulo nobil, per astuzia + d'una roffiana e d'una sua fantesca + (che Filocrate giovan quale amava + li trasser de la mente, ond'ei impazzò, + e si partí romito), la si gode + sotto uno inganno d'oro, con parole + di volerla sposar. Tornato in questo + Filocrate di Spagna, in vece altrui, + pensandosi d'aver ne le man Lúcia, + si giace con la fante; qual poi sposa, + quando Crisaulo, sol da Amor costretto, + oltre ogni suo voler, si sposa Lúcia + e insieme con Calonide sua socera + congiunge Girifalco, giá beffato. + + + + +PROLOGO + + +MERCURIO. + + Giove, che vive e regna suso in cielo, + come voi qui (la sua mercede) in terra, + m'avea mandato qui per i lamenti + ch'escono ognor qua giú da le gran mandre + dei filosofi nudi e dei poeti; + i quai, giá incominciati, or piú che mai + spessi e piatosi al ciel passando a schiere, + ne turban sí che m'avean commesso, + tutti a una voce, ch'io venga a pregarvi + e persuader che, per nostra quiete, + per vostra gloria e per piatá, vogliate + dar fine a tai miserie ond'essi ogni ora, + discacciati e mendici e disperati, + minaccian sotterrare i nostri onori. + E però quegli onde ciascuno ha vita + aría voluto ch'io vi protestassi, + quando non provediate ai lor bisogni, + che, senza alcun rispetto, lasceria + cadervi a dosso lo sdegno Aretino: + a cui diè forza fulminare i nomi + nel modo ch'egli suol talor per ira + fulminar l'alte torri. Ma, trovato + certi ch'ora qui voglion recitare + una comedia per vostro diporto, + per non mescolar cose altro che allegre, + lascerò questo ufficio. E perché un certo + parasito, ch'avea da parlar prima, + sorbito ha Bacco in modo che sta in dubbio + s'egli è nel nostro mondo o in quel d'altrui, + hanno voluto che da parte loro + io venga a dirvi quel che intenderete, + se m'ascoltate alquanto. Alti e cortesi + spettator degni, una comedia nova + (nova, dico, non mai piú vista o letta + o in alcun degli antichi ritrovata) + vi apporto, piena di giuochi e d'amore: + il cui tittol, per oggi, sará in vece + di quel che s'avria a dirvi in argumento + de l'istoria, perché voglio esser breve. + Son tre superbi e potenti signori + c'han de la vita nostra in mano il freno + e la governan come piace a loro. + E perché spesso, anzi il piú de le volte, + non giustamente in noi s'incrudeliscono, + onde ci vien disnor, disagi e morti, + l'autor di questa, che vorria mostrarvi + la natura di loro, i loro effetti, + li finge in tre persone che di pari + contendeno ad un fine; e cosí volse + chiamarla _I tre tiranni_. E questi sono, + come vedrete, Amor, Fortuna ed Oro. + Ma, perché ben sappiate la sua mente, + gli è piaciuto scostarsi cosí alquanto + dal modo e da l'usanze degli antichi: + ché, dove han sempre usato essi che il caso + e tutto quel che pongono in comedie + possa essere in un tempo o in un dí solo, + questi ora vuol che la presente scena, + sicondo che richiede la sua favola, + servi a piú giorni e notti in fine a uno anno. + E, benché si potesse aperto dire + che gli è così piaciuto, ha pur in vero + qualche ragione in sé: perché, sí come + si vive or con la vita del dí d'oggi + e non di quegli che fûrno giá un tempo, + e son vari i costumi, pare onesto + con questi le poesie, le prose, i versi, + li stili e l'uso ancor del recitare, + sicondo i tempi, si mutino e innovino. + Né vi offendano i nomi inusitati, + perché, per adattargli a le persone + e loro uffici, gli ha tratti dal greco: + e questo dice dei latini antichi + essere usanza; e in ciò gli ha seguitati. + Io vi direi piú cose da sua parte; + ma il tempo passa. Questa qui è Bologna. + Chi 'l crederá ch'oggi in sí picciol luogo + si sia ristretta? E pur è con effetto: + e in modo tal che sí superba e grande + forse non fu mai Troia, Atene o Roma. + Qui sta Crisaulo nobile; e qui Lúcia; + qua Girifalco; e di lá Pilastrino. + Eccol che viene in qua. Se sta in cervello, + potrete intender da lui meglio il tutto. + Siate sempre felici. + + + + +ARGUMENTO + + +PILASTRINO parasito. + + Buona vita, + insieme con la pace di Marcone, + caso che vi fermiate con silenzio. + Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora + tante cicale e tanti cicaloni + s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate, + ciarlate forte, ch'io dirò cantando + il _Verbum caro_ o 'l _Chirielleisonne_. + Anzi, vo' dir, poi che non è peccato, + _O pecorar, quando anderastú al monte_ + o vero il _Ritornando da Bologna_, + _La scarpa mi fa male in ponta_ o pure + _La vedovella quando dorme sola_. + Mi vien voglia di dire ad alta voce + il _Mal francioso_ di Stracin da Siena; + ma so che tutti lo sapete a mente + come il _Pater_ e l'_Ave_ e l'_a b c_. + Orsú! Farete tanto che a la fine + vi lascerò di pian come ser Zughi. + Par quasi che non sappia quel c'ho a dire. + Son costor che da ogni ora, qua di dietro, + mi stanno a festucar ch'io mi ricordi + non so che d'argomento o serviziale + o cristeo. Madonne, e voi, messeri, + io vel farei, s'io fossi uno speziale + sí come sono un bel cacapensieri + in campo azzurro. Ma vi voglio dire + di me, se a sorte non mi cognosceste. + Io sono un uomo, come voi vedete. + E mia madre fu donna da bon tempo. + E, avendo un giorno tolto una satolla + di biroldi e di trippe, venne pregna + di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese + mi fe' in cucina a piè del focolare: + ond'io la maledico mille volte, + ch'ella si morí in quello ben pasciuta + ed io sto sempre per morir di fame + e so ch'è sol per qualche suo peccato. + Ond'io volli, una volta, farmi frate + per viver lieto e non durar fatica; + e comperai i zoccoli e 'l cordone + (la cappa me la dava un mio parente): + ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno, + mi risolvei diventar parasito + acciò che il corpo non mi bestemmiasse + a petizion de l'anima da poca + che non mangia e non bee e non si vede + e vuol, la sciocca, mille cacherie + per gire in paradiso a far la ninfa + o ver la sposa. Or lasciamo andar questo; + e ritorniamo al da ben Pilastrino + (che così mi dimando) c'ha piú fede + ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco + che i frati al campanel del refettorio. + E certo, se vivesse oggi Margutte, + mi adoreria sí come adoro lui: + massimamente s'egli mi vedesse + pelare e rassettare a la moderna + le donne, le matrone e le massare + _et utriusque sexus_ fine ai vecchi. + Ma di che vi ridete? de' miei fatti? + Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri. + Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata! + Oh! co! co! co! Quanti cameleonti + che si pascon di vento! altri in amore, + fiutando le duchesse e le reine + (poi van con una slandra in Fiaccalcollo + a menarsi l'agresto a tutto pasto); + altri in sperar d'aver l'entrate grandi, + mangiando in interessi il ben futuro. + Quanto fariano il meglio a provedere + di pagar tutto quello c'hanno in dosso + a chi fatto ne l'ha credenza; e poi + rappattumarsi con la sua signora + che, per basciargli tuttavia la borsa, + gli fa gir di pecunia a la leggera! + Ma son giá di proposito sí uscito + che non so a che fine io vi favello + né ciò ch'avea da fare in questo luogo. + Sí, sí! Me ne ricordo: l'argomento. + Assettatevi tutti ben, ch'io possa + mettervel tutto ne la fantasia, + pel buco de l'orecchio, come s'usa. + Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro. + Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette, + per parlare in linguaggio veniziano, + non son mia arte; e, non vi entrando tutto + il brodo d'esse, non si fa nigotta. + Quanto meglio campeggia Pilastrino + ne la santa illustrissima cucina, + dando pro tribunal sentenze giuste + del cappon lesso e del fagiano arrosto, + del mangiar bianco e di quel sapor nero + che si cava de l'uva e di quel verde + che si trae de l'erbette fiorentine! + Oh com'io son ben dotto in ordinare + le buone gattafure genovesi! + Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia! + Cosí di queste nostre bolognesi. + Risolviamla pur qui. _Celi celorum_ + altro non è, secondo il mio giudizio, + che 'l mangiar bene e il ber solennemente. + Non niego giá che il far quella faccenda + non mandi altrui piú sú che mona luna. + _Tamen_ un pasto buon pontificale + mi dá la vita. E, se ne l'altro mondo + si facesse talvolta colazione, + la morte mi faria poca paura; + ma, quand'io penso che non vi si mangia + e non vi si bee mai, divento matto. + Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino! + Non dico che mi mandi in purgatorio. + Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo, + ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi + e bea un ciantellin di malvagía + ne incaco Ferraone e Satenasso. + E quel poltron di Lucifero porco + facciami come vuol, se ben volesse + farmi in pasticci o in brodo o in gelatina. + Ma, per parer ch'io non parlo col vino, + vorria contarvi pur di questi pazzi: + di Girifalco vecchio; e di Crisaulo; + e quello scimonito di Filocrate + ch'al fin si mangia, in cambio di perdice, + la carne de la madre di san Luca + tutto l'anno avocata dei tinelli. + So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico + che la fante non sia una buona robba; + ma basta che li parve essere ai ferri + con Lúcia ch'era stata giá cagione + ch'egli aveva mandato il senno in poste. + Di Calonide taccio, c'ho rispetto + di mentovare invano una sua pari + che digiuna l'avvento. Or la vedrete + entrare in nozze come una donzella + (cosa da empir di risa gli orinali) + insieme con la figlia, ch'oramai + creggio che senta _tentationem carnis_. + State attenti, vi prego, senza strepito; + ché qui non vi si chiede né danari + né altro che vi debba dispiacere. + Un'altra volta comandate a noi. + Ora questa è la cena: io volli dire + la scena. E questo intorno è 'l Coliseo + dove sedete. Chi è stato a Roma + sa quel ch'egli è... Oh come mi rodeva! + Una rogna canina! Ma tacete. + Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante. + Oh che cera d'amante! O dio Cupido, + hai pur poca faccenda a travagliarti + con simil manigoldi! Se non pare + il _Testamento vecchio_ e l'_Imprincipio_! + Parla con seco istesso. Sará forza + legarlo, inanzi agosto, a la senese. + Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto. + Or di' sú, mestolon, cancar ti venga! + + + + +ATTO I + + +SCENA I + + Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce + schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la + mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli + di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto + credere che fosse negromante. + +GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante. + + + GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue + in gioventú per non esser mendico + quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine, + tutto è niente; ché qui mai non puote + l'anima aver riposo in fin che dura + con la carne congiunta. + + PILASTRINO. Oh bel dettato! + Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta + con la mostarda; ma vuole esser porco + di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione + ragioni anch'egli _de bene vivendo_? + Piace anche a me. + + GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego, + o parla piano; ch'oggi ho poca voglia + di cianciar teco. + + PILASTRINO. Tu sei pur lunatico, + Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. + Deh guarda che natura! Or si lamenta, + or tace e fa il balordo, or ride, or piange, + or ciancia fuor di modo e si rallegra + e infuria; che talora ho meraviglia + ch'un che pratica teco, in otto giorni, + nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, + un tratto, negromante? uomo composto + di sciatiche e catarri e d'avarizia, + d'ira e d'amore. + + GIRIFALCO. Abbimi compassione. + Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto + sfogar, ch'io moro. + + PILASTRINO. Possa sfogar tanto + che ne rimanga agghiacciato per sempre. + Non restar giá per me. + + GIRIFALCO. Sempre ho stentato; + né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, + in questa vita, per non stentar sempre. + Ed or che l'etá mia richiederebbe + qualche riposo e d'animo e di corpo, + cosí dentro mi sento travagliato, + inquieto e confuso che desio + talor la morte come cosa dolce. + Ma non vorrei esser posto in sacrato, + se non pensassi fare, anzi quel punto, + vendetta e strazio di quella frittella + che n'è cagione. + + PILASTRINO. E che pensi di fare? + se Dio ti guardi, come ha fatto i denti, + ancor la vista. + + GIRIFALCO. Se mai viene il tempo... + Non vo' dire altro. + + PILASTRINO. Forniscel di dire. + Che la farai, come ti vien dietro, + morir forse in sul buco? Oh guarda volto + da far morir le donne di martello! + Che sia impalato! + + GIRIFALCO. A chi dici «impalato»? + + PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato; + e tu mi pasci qui pur di parole. + Saresti appunto buon, per la cappella + che si fa al Baracane, per un santo + in su l'altare o per un di quei voti + con le man giunte; ché non mangi o béi + ma vivi d'aere. + + GIRIFALCO. Lascia: berem poi. + Anima mia, tu mi fai pur gran torto. + E poi per chi? Per un morto di fame, + un furfantello, un ladro, un giocatore, + un plebeo. Ma guardati, Filocrate; + ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria + che non mi vendicassi. Vatti sposa: + e to' per donna qualche ruffianaccia + per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio. + Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi! + In mal punto. Ah! + + PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore. + Che fai? Par che rineghi anche il battesmo. + O Girifalco, tu sei diventato + un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio + e mostri esser saputo! + + GIRIFALCO. Io son perduto + piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo. + Diavol! + + PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire. + Sú! che ti porti presto. + + GIRIFALCO. Che hai detto? + + PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti + dov'è colei che ti può dar salute + e tòr d'angoscia. + + GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto + prima ch'io n'esca. + + PILASTRINO. Va'. Se non moro io + in questo mezzo, sará forse troppo + presto per te. + + GIRIFALCO. Non vorrei esser nato + prima ch'esser cosí. + + PILASTRINO. Fai grande errore + a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia, + e che direbbe de la tua incostanza? + Ché debbi pur saper che amano i vecchi + perché son fermi e potenti a durare + a le lor dolci pene; ove noi altri + reggiam di rado. E l'aspettare ancora + non ti debbe esser grave perché sai + ch'un tesoro sí fatto non s'acquista + in un mese o in uno anno. Ma puon caso + che n'aspettassi ancora venticinque + e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio? + ché allor forse saresti un'altra volta + tornato giovan, come ancor giá fosti, + e piú atto a l'amor ch'ora non sei. + Non perder la speranza. + + GIRIFALCO. E che? Saremmo + forse come leggiam de la fenice, + noi innamorati? + + PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti + fenice. Gli altri li vo' dir pipioni. + Ma, s'Amor non si muta di costume, + tengo scorciare a sí vecchia fenice + con l'ali il volo. Di fiere piú brave + ho giá domato. + + GIRIFALCO. E perché son dannato? + Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene + che non ti lasci un pugno, che tu veda + le stelle a mezzo dí. + + PILASTRINO. Non so vedere + altrimenti le stelle a mezzo giorno + se non sotto la botte; ma son certo + che non le vedrò giá sotto la tua, + subbio e telare, a mille opre d'aragna + ch'ivi tesse la muffa per vestirne + gli amici de l'aceto e del vin guasto. + Resta con Dio. So dir che sei persona + d'aver teco de' topi e de le mosche + in compagnia. E da lor sei fuggito, + così sei largo! + + GIRIFALCO. Deh! non ti partire. + E dove, Pilastrino? Una parola + odi, se vuoi. + + PILASTRINO. Non giá da quello orecchio. + Di': che ti manca? + + GIRIFALCO. Cávali la cappa. + Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco, + se non ti è grave. + + ORGILLA. Or che se l'ha cavata, + il briacon, mio danno, se ogni mese + non ci torna a veder. Parti governo, + questo, di casa? Mi morrei se, un tratto, + non gli pesto a mio modo quel mostaccio. + Mettiam pur fuor la frasca. + + PILASTRINO. Orsú, madonna! + Bisogna che abbi compassione un poco + al messere ancor tu, poi che tu vedi + come sta il poverin. + + ORGILLA. La mala pasqua, + e presso che non dissi, che vi venga + a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia + per casa, poi, di questa massarizia + e non rugnisce? Saria manco male + se spendesse o comprasse della robba, + poi che vuol fare il grande. + + PILASTRINO. Oh! Di' ben forte + che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci + quello che c'è. + + ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato. + Tu sai pur che costui non mangia rape + cotte giá di tre dí né di pan cotto + minestra, come farai tu stamane; + né bee meschiati. + + PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi. + Tra voi gridate e menate le mani, + pur ch'io panebri. + + ORGILLA. Tu tirerai in fallo, + Pilastrin, questa volta, ché la carne + rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca? + le miei mutande? + + PILASTRINO. Giá denno essere arse, + se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco + non cuoce o scalda. + + GIRIFALCO. Pilastrin mio caro, + tu vedi. Tornerai da me stasera, + ché compreremo una libbra di lonza + per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto + che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo. + E mena l'indiano. + + PILASTRINO. Hai ben pensato. + E che ci arem da cena? + + GIRIFALCO. Non t'ho detto? + + PILASTRINO. Non t'ho inteso. + + GIRIFALCO. Una libbra di buon porco. + + PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto? + + GIRIFALCO. Quello + non basterá? Tu se' pure, oggi, strano! + Non t'empierebbe.... + + PILASTRINO. E sí! Dici da vero? + Tu vuoi tener me a cena con un'oncia + di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi + far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore + qualche volta ti trae del seminato. + E poi sei vecchio. Dammi a me i danari, + ché comprerò da cena onestamente. + E non esser sí scarso. + + GIRIFALCO. Ecco i danari. + Piglia quel che bisogna. O Pilastrino, + ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta? + Questi quatrini... Sta'. + + PILASTRINO. Non dubbitare: + ti porterò l'avanzo. Io voglio andare + a cercar di colui. + + GIRIFALCO. Non v'è a bastanza? + Odi un poco. + + PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado + caminando a le porte, or ch'è passato + il mercato, se trovassi qualcosa + e spender poco. Non uscir di casa. + Torno con lui stasera. + + GIRIFALCO. Ecco, or costui + mi vuol brugiar di qualche bolognino + con queste parolette: ché son fatti + come 'l tizzone. Ma son bene allegro, + se mena il negromante. Entrerò in casa: + ché mi par di sentire un ventarello + non molto sano. + + +SCENA II + + Siro servo, non introdotto in altro luogo che in + questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e + questo è costume degli antichi comici. + +SIRO. TIMARO servi. + + + SIRO. Or veggio il lor cervello. + Innamorati? Che sia maladetto + quel giorno traditor che incominciai + a servir mai nessun! ché non mi manca + da starmi a casa mia ben da mio pari + e sto a straziarmi dietro a questi cani + che tengon servitori come gli osti + le bestie da vettura; e 'l dí non basta, + ché ancor s'ha a star la notte or qua, or lá + per lor capricci. Che sia strutto Amore + e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede! + Io mai nol vidi. + + TIMARO. È Siro che ragiona. + Lasciamili accostar. So che camina! + O Siro, aspetta. + + SIRO. Che vai tu cercando, + Timaro? + + TIMARO. Sono uscito de la strada + per venirti dietro, ché sentiva + bastemmiar non so che. + + SIRO. Sí, ch'io bastemmio + qualche volta me stesso; ché non posso + omai durar con questo insopportabile, + quasi ho detto, poltron. + + TIMARO. Che c'è di nuovo? + + SIRO. Ultimamente non m'ha minacciato + di fare e dire, s'io non truovo modo + ch'esca di questi affanni? + + TIMARO. O dágli il modo. + + SIRO. E come? + + TIMARO. Che s'appicchi per la gola! + + SIRO. Or non ho punto voglia di scherzare. + E' nol potrebbe fare altri che Dio + che l'ami, se non l'ama. + + TIMARO. Sa bene egli + se l'ama o no. + + SIRO. Non fosse egli piú vivo! + Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni + che non mi fermo mai, né dí né notte, + sol per saper di questo; e truovo al fine + ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa. + E questo è la cagion. L'ha sempre amata + un Filocrate giovin, qual si dice + che se la sposi in breve. Ora il padrone + vorria impedir che questo non seguisse. + E, per esser chi egli è ed ella vile, + vorria poterla avere a posta sua. + A che bisognerebbe che mutasse + l'animo, prima, in disamar chi ella ama; + e poi si fesse tal che sí grande odio + rivolgesse in amore; e poi la madre, + ch'è la piú saggia donna, intera e santa + di questa terra, consentisse a questo: + il che non potria far, penso, un reame. + E giá mille altri han lasciato l'impresa, + sol per esser la madre quel ch'ella è. + Potria forse anco star; ché non è 'l primo + miracol ch'abbia fatto, a' miei dí, l'oro. + Ma non voglio che mai per mezzo mio + faccia tal roffiania. + + TIMARO. Farei ancor peggio, + per il padron, pur ch'ei mel comandasse. + Che ne puoi perder tu? + + SIRO. Quello c'ho al mondo, + servendo un fuor di senno e disperato. + Ma ascolta. Non è solo. Girifalco + vecchio, sí avaro, anch'egli è in questo ballo + (ed era sí stimato!): ché un Listagiro + con Pilastrino e certi buon compagni + l'han messo sú ch'ella gli muor dietro. + E fangli far l'amor seco ogni giorno: + cosa da smascellare. E, perché mai + non la vede, gli dicon che 'l difetto + vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone + è giá venuto a tale, in questa giostra, + di cosí scarso, che gli tran canóni + che ne portano il sangue. E va pensando + che Pilastrino, un tratto, il peli e strini + fine in su l'osso. Specchiati in quel nome. + Da l'altro canto mi par sí vedere + che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti) + faccia con colei tanto che la sposi. + Che ti parria di questo? + + TIMARO. Io non mi curo. + Sia come vuol. Non ho di questi impacci; + non penso tanto inanzi e mi contento + di questa vita: ben mangiare e bere + e gire a spasso, portato c'ho sú, + talor, come acqua e legne e governato + ben la mia stalla e spazzato la casa + e netto gli usuvigli di cucina, + le secchie e i caldaroni e, alcuna volta, + supplito anche ai bisogni de le fanti + che non mi lascian viver. + + SIRO. Sí, t'ho inteso. + Tu la discorri bene. + + TIMARO. Io me ne vado + di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo), + ché 'l padron non gridasse. + + SIRO. A posta tua. + Questi stan ben con queste simil gente + che sopportan com'asini venduti; + o ver gli adulatori. Io mi risolvo + di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro + ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno + (perché dice a suo modo) è seco il _totum_. + Io sarei sempre schiavo. + + +SCENA III + + Crisaulo batte il servitore e biasma forte con + Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore, + Pilastrino lo lascia. + +CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO. + + + CRISAULO. Basta. Ho inteso. + Ma parti che ci torni? + + FILENO. Eccol, per Dio. + Contava i passi; or corre. + + CRISAULO. Io son disposto... + A che sei stato tanto, manigoldo? + Ho voglia di... + + TIMARO. Signore, ho corso sempre. + Questo è 'l resto di tutto il fornimento, + d'infuor la sella che non è fornita. + S'avrá stasera. + + CRISAULO. Hai piú tu di bisogno + del baston che non ha di te la stalla. + Canaglie! ché non passa per la strada + civette o olocchi o per l'aere augelli + che non voglin vederli. + + TIMARO. È pure stato + il maestro che m'ha fatto indugiare + questo poco: ché non voleva darmi + quegli avanzi del drappo e stava a dire + che non è usanza e che none sta bene + a un vostro pari; e quasi bastemmiava. + Son ladri: sempre voglion sopra i pregi + di quel d'altrui. + + CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone! + Questi sono gli onor? Vo' che tu impari + per l'altre volte. + + TIMARO. Oimei, padron! Son morto. + + CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda. + Chi te l'avea commesso? + + TIMARO. Oh gramo a me! + + CRISAULO. S'io vi ritorno... + + TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi! + Morrò in duo dí. + + PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo. + Oh! co! Crepo di rise. Gli farai + smaltire i sughi, con quelle sopposte + che gli hai fatto nel viso da sedere. + Cosí si smuove il corpo ai manigoldi + che vogliono, a dispetto del padrone, + far massarizia: ma la medicina + non val niente, se non si continova + piú d'una volta il giorno. To', poltrone! + Come fa il morto! + + CRISAULO. Corre e va' riportali. + E di tua bocca di' che t'ho punito + di tanta villania: se non, con altro + la farem che con calci. + + TIMARO. Ben, messere. + Che ti possa esser mozza quella gamba, + prima ch'io ti riveggia! + + PILASTRINO. O va' pur via. + So che ti sentirai di quelli schiaffi, + per otto giorni almeno, a cavalcare. + Se avessi istaman fatto colazione, + non avrei sí goduto. O guarda dove + si truova esser condotto un gentiluomo! + Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro + per non dar luogo agli spirti che sempre + biasmano altrui; ed or, per quattro soldi, + avrá dato da dire a tutta piazza, + quest'ignorante. Ma che! Non importa: + perché sei cognosciuto da ciascuno + per l'uom che sei. + + CRISAULO. Ho sempre da natura + avuto questo, che d'alcuna cosa + non mi son dilettato quanto avere + il mondo tutto e, se fosse possibile, + l'inferno amico. E quegli che altra via + tengono, essendo nobili di sangue + e di gran facultá, debbiam chiamargli + animai brutti. Avarizia malnata, + d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni, + fraudi, ruine e morti, oro, tiranno + fatto di quello a cui ti fe' suggetto + chi tutto fe'! Come può tanto errore + fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso + che chi piú n'ha piú stenta e manco gode. + Ché nol fuggiamo? + + PILASTRINO. Ogni uom sa predicare; + e tanto piú di quel che poi non crede. + Certo è che l'oro è cosí maladetto + che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha, + contento o riposato. Ma vorrei + veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce + qualche rimedio. + + CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto + del nostro errar: ché lo veggiamo aperto; + né in alcun modo ne vogliamo uscire + o rimanerne. + + PILASTRINO. Tu non neghi, adunque, + essere in grande errore? + + CRISAULO. Errore. Ah quanto + fòra 'l meglio esser nato in vil capanne, + talora, e in boschi che ne l'alte case! + Chi nol pruova nol sa. + + PILASTRINO. Cosí sarebbe + piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo; + ché non mi truovo un soldo. + + CRISAULO. Senza dubbio. + + PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati + e le fortune. E tu sarai contento + sempre nel mio: e sí lieto e felice + e senza alcun pensier che non vorresti, + quando lo provi poi, per tutto il mondo + non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo, + torrò questi tuoi affanni. + + CRISAULO. E che potresti + cangiar se non que' panni e quella pelle? + o 'l vizio orrendo che non potrá mai + mancare in te? poi sai che non possiamo, + per noi stessi, cangiar stato e fortuna: + ché s'appartiene al ciel. + + PILASTRINO. Ti vo' insegnare. + Avremmo prima a tramutar la robba: + _verbi gratia_, la tua fa' che sia mia. + Tu voglio che ti chiami Pilastrino; + ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo, + non sol muterai nome, ma costumi, + stato e natura; e forse ancor la mente. + Proviam, se tu nol credi. + + CRISAULO. Io ti ringrazio; + ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio + ch'oggi ne venda a me. + + PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca! + Non ti si può appicare oggi niente + di questa mia dottrina. Io me ne vado. + Qui non si busca. + + CRISAULO. Sta', non ti partire; + fermati un poco. + + PILASTRINO. Non posso indugiare. + + CRISAULO. E che buona facenda? + + PILASTRINO. Un'altra volta, + se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto, + uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla, + ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni, + se mi vien fatta. + + CRISAULO. Non vo' sapere altro. + Guarda pur di non far qualche trabalzo + che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno, + non mi sai dir niente di colei? + Tu sei pur negligente! + + PILASTRINO. Ora non posso + dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera. + Ma vo' che sappi la piú bella berta + ch'io tramo adesso. + + CRISAULO. Non lo vo' sapere. + Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio. + Ier la vidi duo volte a la fenestra. + Felice giorno! + + PILASTRINO. Ed io piú di sei volte + la vidi, dopo bere; e l'abbracciai. + Chi è piú felice? + + CRISAULO. Aimè! Vita infelice, + quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni + ti scorga Amor, che giá condotta a tale + t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta + in tuo conforto che la morte istessa + o di lei la speranza? + + PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso. + Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, + pur come suole, a noverar le stelle + e gli animali e le donne e le piante; + i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere + dimanderá crudeli; e la fortuna + e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; + troverá tutti i santi, al fine, in fraude; + e vorrá far vendetta. Io voglio andare + a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, + fin che giunga la sera, anch'io a gridare + con le mezzette. + + CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce, + quando mai resterai di tôrti in gioco + questa mia miser'alma? e quando avranno + mai fin tante passioni? e le cocenti + fiamme fian spente? e quando fia mai vinta + da pietá cosí dura altera mente? + o di me sazia quella cruda voglia? + Certo, non mai; ché la mia sorte è tale + ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, + forse questa mia man ti fará lieta + di tanto desiderio e fia disciolta + l'alma d'esta prigion. + + FILENO. Fornisce, un tratto. + Che cosa è questa, tanto lamentarsi + e rinnegar la fé? che tanti stinchi? + tante prigion? Chi ti sentisse, certo, + giudicherebbe ch'aspettassi or ora + acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, + come le donne, di voler morire + d'ogni picciola cosa e avere in cima, + come lo sputo, il pianto. Se non fosse + ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, + in fine al cuore avrei or con fatica + ritenuto le risa. È pur vergogna + tanta viltá. + + CRISAULO. Dico che n'ho per sette + de' buon consigli. Ma questo non basta: + ché bisogna pazienza; di che i santi + mancan talora. + + FILENO. Eh! va': l'hai per costume + questo voler morire. E poi per chi? + Una fraschetta, che, chi la strizzasse + tutta, non n'usciria tanto di buono + che te n'ungessi un'unghia. + + +SCENA IV + + Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di + sposar Lúcia di corto. + +CALONIDE madre, FILOCRATE giovane, +LÚCIA figliuola, GIRIFALCO. + + + CALONIDE. Chi è giú? + + FILOCRATE. Io sono. Aprite. + + CALONIDE. Aspettami, figliuolo. + + FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse + che non ci avesse visto! Iddio ti guardi, + madre. Quanto m'allegro di vederti + cosí di buona voglia! ch'istanotte + non ho dormito mai, del dispiacere + ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse + Demofilo, iersera. + + CALONIDE. Anzi, ci vide: + e me ne dimandò; ma tanto seppi + bene acconciarla che poi non disse altro. + E di qui presi occasion d'entrare + ne' fatti tuoi; e, per fartela breve, + tanto ho saputo ben dir mal di te + che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso, + or n'è contento e l'ha rimessa in me. + Che faremo ora? + + FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo. + Questo è stato ben fatto: aver disposto + la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta. + Porgimi qui la man; ti do mia fede + di non mancare; e cosí fa' tu a me. + Quando farem le nozze? + + CALONIDE. Ora, a tua posta: + ché a me non manca se non provedere + a certe cosarelle; poi, del resto, + possiam farlo istasera. Ma indugiamo + ancor duo giorni perché a lui non paia + che siam corrivi. E tu fa' che non manchi. + A te ne sto. + + FILOCRATE. Perché? non è giá fatta? + + CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze: + ché non vo' star piú in questo struggimento, + ché importa troppo; e lo starne sospesa + non è sicuro. + + FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie; + altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella + mi toccasse la mano. + + CALONIDE. Oh! S'è per questo, + anco s'ha da far ben. Dálli la mano. + Orsú! A chi dico? + + FILOCRATE. Quando fia mai l'ora + per me tanto felice che, legati + d'eterno nodo, di tante fatiche + e tanti stenti al fin mi sia concesso + cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, + sí come mi cognosco al tutto indegno + d'un tal tesor, che non mi sia negato + da la mia sorte. + + CALONIDE. Lascia andar da canto + queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo + che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, + figliuolo, per potervi mantenere + sempre nel grado vostro con onore, + qualche onesto esercizio; ed io giá mai + non ti son per mancar. + + FILOCRATE. Lo voglio fare. + E son restato in fine a questo giorno + perché, mercé di lei, cosí inquieto + era di mente che ad altro pensare + non mi poteva dar che a dimostrarle + quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio + tanto esser de le suoi rare bellezze + superba e altera che non par si degni + accettarmi per suo. + + CALONIDE. Taci, figliuolo. + Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi + gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti + ti parrebbe col ver; ché tutta notte + m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno + non ci sei stato. In fine, ancora in sogno + ti chiama e piange e meco si lamenta + con dir che tu non l'ami; e ben talora + c'è che fare appagarla. + + LÚCIA. Oh che bugie! + Non è giá vero. + + CALONIDE. Cosí fosse manco + in tuo servigio come è da vantaggio + di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi + non staria bene a lei essere ardita + e parlar come me. Ma sia pur certo + che d'affezion ti avanza. + + FILOCRATE. Lúcia, è vero? + + LÚCIA. Che cosa? + + FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre. + + LÚCIA. Ha detto cose assai. + + FILOCRATE. Non ti ricordi? + Che tu ami tanto me quant'amo io te. + Ma non lo credo. + + LÚCIA. Tu non sei cristiano, + se tu credi sí poco. E perché questo + non creder, sí? + + FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti, + se cosí fosse. Or che rispondi a questo? + Non ti fare insegnar. + + LÚCIA. Faccia mia scusa + la fanciullezza mia, ché inver non so + darti risposta. + + CALONIDE. E che vuoi che risponda? + che non ha mai parlato con alcuno + quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. + Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio + passar di qua. + + FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza: + ché, secondo che ho inteso, è innamorato + costí di Lúcia e la torria per moglie. + Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! + Felice quella donna che l'avrá! + ché è tutto robba. + + CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò! + Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato + e gottoso vuol tôr donna ancor egli? + Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia? + Guarda che bella cera! + + LÚCIA. Par lo sposo + de la madre de' vecchi. + + CALONIDE. Io dico il padre + de' guattari che sono innamorati. + Non si può bussicar, tanto è pasciuto! + M'ha cosí cera che debbe esser nato + a la luna mancante. + + FILOCRATE. Eh! Il poverino + non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. + Gli è caduto il cimurro: avria bisogno + de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca! + Bella cosa ch'è un pazzo! + + CALONIDE. Orsú! Va' via, + ché non pensasse mal: ché sai com'oggi + si vive al mondo. + + GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato. + Mi parve pur veder lá non so chi; + ed or si fugge; e sento in qua romore. + Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io + ritorni in dietro, che non ritrovassi + quel che non vo cercando. + + +SCENA V + + Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente + e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la + cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore + ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di + Girifalco che non teneva famigli. + +PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano. + + + PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla! + + ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin? + + PILASTRINO. To' questa robba. + Non morrem giá di fame. + + ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente. + Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno. + Che vòl dir questo? È forse dodici anni + che sono in questa casa e sí ti giuro + che non ne ho visto mai per la metá. + Dimmi, di grazia. + + PILASTRINO. Non è tempo, adesso. + Fa' d'aver cura a questo, che stasera + ogni cosa sia cotto. + + ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco, + ch'io caschi morta, se prima non dici + la cosa come sta. + + PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica? + In casa s'ha da fare un par di nozze. + Bastiti questo. + + ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero. + + PILASTRINO. Attende qui. + + ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto. + + PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima. + Incomincia qui. Sú! + + ORGILLA. Mezzi i pollastri + arrosti e mezzi lessi e questa carne + a l'ordinario e mezzi anco i pipioni + faremo arrosto e gli altri in un tegame, + da far solo a l'odor levare i morti, + come so fare. + + PILASTRINO. Iddio ti benedica. + Tu sei saccente piú de la metá + ch'io non pensava. L'altre cose tutte + rimetto in te. + + ORGILLA. Che vuoi far lí da canto + di quel fagian? + + PILASTRINO. Lo voglio di mia mano + governare istasera: e imparerai + un modo onde potrai fare al messere + mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne, + i suoi stivali. Come torna, digli + che aspetti in casa; ché avrò il negromante + stasera meco. + + ORGILLA. E tu vai, Pilastrino? + Che m'hai promesso? + + PILASTRINO. Nulla. + + ORGILLA. Ah sciagurato! + Tornaci pure a cena. O vecchio matto, + dove hai lasciato andare il tuo cervello? + dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi + da incatenar che non farian mai quello + che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia + che non sia qualche tratto di costoro + di mala sorte. Eparo! o Eparo! + + EPARO. Ben? + + ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco! + + EPARO. Ben, madonna: + che ti manca? + + ORGILLA. Non altro se non quello + che hai tu e non ho io. + + EPARO. Non so che m'av'é + che questi pagni frusti qui di nogona + ed una capannuccia a ca' e l'asina + di mia moiera. Egghi negotta ancora + che sia per ti? + + ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina + di tua mogliera. + + EPARO. Mò non g'ho di quella + a far negotta é, ché l'è del suoccio. + Li faccio ben le spese e la somezo + e la governo ancor; ma l'è di lui. + Maidò, non g'ho da fare é. + + ORGILLA. O cappachione, + si vede pur che sei nato villano, + c'hai piú dura la pelle de la testa + e de la fronte che non han le bestie. + Vo' farti scorto. + + EPARO. E perché? Non ti intendo, + se Dio m'aida. + + ORGILLA. Perché spuntar fuora + non ti posson le corna de la testa. + E pur sei becco. + + EPARO. Parla ch'io t'intenda; + ché non son becchi ne' nossi paesi, + se non quegghi che ammontan le bestiuole. + I galli e le galline ancora l'hanno; + ma non l'ho é. + + ORGILLA. Ascolta, anima mia. + Che vuol dir che tu sei sí grossolano? + Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto + di qua in cucina. + + EPARO. E che tanto cianciare + e berlingar? Dimmi se vuoi covelle, + ché vo' spazzar la ca'. + + ORGILLA. Possi morire, + se tu vedesti mai camicia a donna. + Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono? + Va', sta pur con le capre. + + EPARO. Vagghi ti; + ché non sei buona se non da sbelare + e non sai che ti voglia. + + ORGILLA. Guarda razza + di matto scempio! Vorrei venir teco + ad esser tua mogliera a casa tua. + Te ne contenti? + + EPARO. N'ho d'avanzo n'una é. + Che credi, se ben siam grossi di pagni, + che siam poi asen? ché non è bastante + ad una donna sol tutto un comuno + di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte + n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta, + Orgilla me. + + ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua; + e porta sú tutt'oggi de le legna; + tramuta quei pietron che sono a basso; + e fa' netto il terrestre e la cantina + com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio! + Si voglion gli animali adoperare + solo a quel che son buoni. + + EPARO. Ben, madonna. + + +SCENA VI + + Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta + piú cose strane che v'ha veduto. + +FILENO, CRISAULO. + + + FILENO. Addio, vecchiona. Parti che ne facci + a dritto ed a traverso? E poi al padrone + porta mille ciancette e vuol che creda + che questa sia la prima che ha venduto + e quel che fa sol faccia per servirlo, + come intera e da bene! + + CRISAULO. Ecco Fileno. + Ringraziato sia Dio. Che nuove porti? + che t'ha risposto? verrá qui istasera? + ha fatto nulla? + + FILENO. Non l'ho ancor trovata; + ch'era, m'han detto, andata fuori al monte + a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato + che venghi, come giunge. + + CRISAULO. A chi parlasti? + + FILENO. A quei di casa, ché v'era una corte + che l'aspettava. Io so che quella strega + ha tutte le virtú cardinalesche + e l'arti liberali. Mi ricorda, + quand'entro in quella casa, de l'inferno, + a quel ch'ivi si vede. + + CRISAULO. Che dirai? + T'intendo ben. Sei stato fino a sera + lá, con qualche carogna che ha per casa, + ed or vuoi far la scusa. + + FILENO. Io non lo niego. + Ma non son giá carogne; ché, a la fede, + c'è di bei visi. + + CRISAULO. Tanto avestú fiato. + + FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda + l'opre belle che fa questa tua arpia. + Il collo torto, il volto consumato, + quegli occhi lagrimosi accompagnati + con l'abito fratino e i paternostri + che sempre biascia inganneriano il tempo + che inganna ognuno. + + CRISAULO. Di' che cosa è questa, + se lo sai dire. + + FILENO. Io te ne dirò parte. + Tu vedi prima una casaccia antica + fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze + fantastiche, affummate; e, per la casa, + vecchie sciancate che paion Creonte; + ed una infinitá di fanciullette + che tien (come faremmo noi i capponi + sotto la cesta) perché venghin belle. + E, quando poi son grasse e da qualcosa, + le vende, le trabalza e con danari + ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno + il lor proprio esercizio: una pesta ossa + e piú cose bizzarre; una crivella + le polveri e sementi; un'altra l'erbe + mette ne le strettoie e cava il sugo; + questa fa medicine; un'altra unguenti, + penso, da gambaracci e simil cose; + una è in lavar la trementina; e l'altra, + falserá sollimato e, con salnitro + e solforo, fará puzzar la casa. + E vedi poi, d'intorno, mille fatte + di lambicchi e campane da stillare, + bocce di vetro le piú contrafatte + del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe, + orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole. + Per le fenestre fiori, erbe e sementi, + radici, zucche, zucchelle e pignatte, + laveggi, pignattini e speziarie + e cose strane. E ci vedrai d'augelli + piú membra; e piú animali scorticati; + e pelle e grassi e sangui come inchiostro; + unghie e capei morti. + + CRISAULO. Io son giá sazio. + Non mi dir piú, ti prego. + + FILENO. Odi ancor questa. + Oggi vidi stillare a una campana + che è fatta appunto com'un uom che s'abbia + le man miso in su' fianchi; che credetti + morir di rise. V'era cinque o sei + di quei visi affummati intorno al fuoco, + che parean le donzelle di Vulcano + giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra + passando, vidi in una gran caldaia + il piú schifo belletto, che a la prima + mi fe' voltar lo stomaco a vederlo, + ove dicevano esser perle e gioie, + oro e coralli. Poi ne vidi un altro + d'un'altra fatta, che v'era ammarcito + un mondo d'uova e colombi favacci + e teste di castroni e pilpistrelli + e piú grassi e biturri e piú pastocchi + che qualche volta. + + CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto. + Fa' che si ceni. Che ora può essere? + + FILENO. È passato di poco un'or di notte. + Entriamo in casa. + + +SCENA VII + + Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non + vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un + fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne + parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando + Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa + Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si + indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro. + +FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO. + + + FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato + non può giá star; ché questa è pure appunto + l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare + un'altra volta. Vincer pur devrebbe + la lunga servitú, la mia pazienza + sí cruda mente. Visch'! visch'! isch! + Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene: + ché, s'io non ritornava, forse ch'ora + s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa. + Guarda come riluce! T'ho aspettato + qui, giá tre ore. Io non credo che pensi + a me, se non a caso; e, per quai merti, + o qual mio fallo, mi sei sí crudele? + Ci debbe esser di nuovo qualche amante + che ti de' tôr di mente la mia fede, + l'amor, la servitú che tanto tempo + hai visto in me. + + FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate. + Ma con chi parla? + + FILOCRATE. Prego che mi dica + la cagion del tuo indugio perché dentro + giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno + che forse anco avrei preso de' partiti. + Non vo' dire altro. + + FRONESIA. Odi. Costui vaneggia. + Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello. + Parla con l'aere. + + FILOCRATE. Tu non mi rispondi, + Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene + far tanto strazio di chi sai che t'ama + piú che la vita propria. Aimè, che torto! + Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico. + Non mi lasciare andar cosí istasera + beffato a casa, ch'io ti do mia fede + che te ne pentirai. + + FRONESIA. Oh! co! co! Parla + a una testaccia, che v'ho steso sopra + un fassoletto. + + FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto, + se ti muove piatá. + + FRONESIA. Puoi aspettare. + Chi nasce matto non guarisce mai. + Il mal tuo non è a lune. + + FILOCRATE. Deh! Se mai + ti venne in cuor del mio lungo servire + poco ricognosciuto e de la fede + e di quanto per te giá mai soffersi + amando e di giá tanti spesi giorni + ne' tuoi servigi render qualche cambio, + mostrami tutto in questo; e fammi grazia + d'una parola. + + FRONESIA. Ve' che bella predica! + Cosa appunto da lui, oh! far l'amore + a una pignata e voler convertirla + con sí belle parole! + + FILOCRATE. Aimè! che in vano + prego un sasso, una tigre e mi querelo. + Altronde porti i miei lamenti il vento; + ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi + di sentimento, poi che piace al cielo. + La prima non è giá, ma ben fia forse + l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai! + + FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare, + ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia, + ché non venisse a sorte a la fenestra + e guastasse la torta. Oh! co! co! co! + + FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede! + credeli il paternostro! Ahi reo costume! + Chi tanto ha posto in voi di falso e vano? + tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio? + Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse + la sorte mia, perché non peni sempre, + sempre non mi ritrovi in quello errore + in che ora sono e perché n'esca un tratto, + sí mi governa. Assai mi fia acquistato, + questa sera, d'aver l'empia natura + cognosciuto di voi. Prometto a Dio, + per l'avenir, come foco e veleno + e mortal peste, di fuggirvi sempre. + Troppo era lieto de la mia fortuna + che, sovr'ogni altra cosa desiata, + ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro + che tutto era a la mia futura vita + amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti + si ricoglie di voi e di tai fiori + tai fronde e rami suol vostra radice + produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata! + Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira + a tanta iniquitá punire è tarda. + Venga almen, poi, cosí grave e focosa + che n'arda anca il terren con le radici. + Voglio, prima, di questo consigliarmi + con Sofomide mio. E, se ci è via + che la possa lasciar, che a l'onor mio, + mancando, non mancassi, anzi morire + son risoluto che mi ponga in casa + un drago tal, sí velenosa vipera + m'allevi in seno. + + PILASTRINO. Io sono stato un'ora + a sentir questo pazzo. Che può avere? + Tanti lamenti e tante bravarie! + Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia, + ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io + l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa. + Dico non è, potta de la fortuna! + ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co! + Io so che l'è col manico. La voglio + puor fra le cose del piovano Arlotto: + come quell'altra che fece Listagiro + per uscir di prigion; che si fe' morto + e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo, + se ne fuggí, pestato prima il volto + a un di quegli sbirri che 'l portavano + con un gran pugno. Or veggio ben che Amore + fa travedere appunto a questi sciocchi + come fa 'l vino a me. La vo' contare + in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma. + Io lancio de la fame; ché ho cercato + quest'altro parasito tutto il giorno. + Or mi risolvo che non è possibile + che ceniamo istasera. E che 'l vecchione + impari, un tratto, a fare a la civetta + in terzo con duo mastri di rapina! + Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio + per farla netta; ché a trovar Listagiro + non basteria 'l piú valente pilotto + che guardi carta. Io so che in Pizzimorti + non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo + né in Gattamarcia non è capitato. + Sempre che abbiam da far qualche bel tratto + par che intravenga questo. Fia forse ito + verso 'l tinel del cardinal de' Medici + a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore + devria adorar ciascun, poi che senz'esso + ogni virtú mendicherebbe un pane, + come soleva, _nunc et usque in seculi_. + Io mi muoio di fame; ed ho pensato + di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo, + scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine + a questo offizio per diman da sera. + Lasciami caminar, perché a la mensa + _beati primi_. + + + + +ATTO II + + +SCENA I + + Artemona viene, in sul far del giorno, a parlare a + Crisaulo e li trae di mano un'altra soma di farina e + prometteli, sotto scusa di andare a stender camicie, di + parlare a Lúcia. + +ARTEMONA roffiana, TIMARO, CRISAULO. + + + ARTEMONA. Ta, ta. Saran tutti a letto. + Piace anche a me 'l dormir. + + TIMARO. Chi batte giú? + + ARTEMONA. Amici. Apri: son io. + + TIMARO. Pare una donna. + E chi sei tu che vai cosí a quest'ora? + Oh brutta vecchia! Se non par la strega + che vadi in corso! + + ARTEMONA. Dimmi: ove è Crisaulo? + + TIMARO. E che buona faccenda? qualche polli, + cosí a buon'ora? + + ARTEMONA. Quel che vuoi, speranza. + Non mi fare indugiar, ché non è ora + da star per via. + + TIMARO. Non dubitar, figliuola, + ché non sarai rubbata. + + ARTEMONA. Oh! Basterebbe + perder l'onor. + + TIMARO. Che? la verginitá? + Se tu non perdi quelle che hai venduto... + che son piú d'un million. + + ARTEMONA. Dissi l'onore. + + TIMARO. Oh! l'onor c'hai struziato a mille amanti + e mille donne. Credo ch'omai d'altro + puoi perder poco. + + ARTEMONA. Tu non l'hai chiamato. + Di' che son io, ché mi spedirá, forse. + + TIMARO. Eccol che viene. Arruffati, barbuta. + + ARTEMONA. Dio ti facci contento. + + CRISAULO. E te meschina, + donna maestra di non dir mai vero + e vender ciancie. + + ARTEMONA. E perché dici questo? + Ancor io non ti intendo. + + CRISAULO. Son ben tante + quelle che tu ci fai che con fatica + te ne puoi ricordar; senza mille altre. + Ove m'hai fatto ultimamente andare, + che aspettai tanto e non vi fu persona? + Che vuoi ch'io pensi? + + ARTEMONA. Oh! Di cotesto sai + che non tel dissi certo; ma pensava, + secondo che m'avea detto la fante, + che la vi andasse. Non ci ho colpa alcuna. + Dio sa'l cuor mio. Oh se tu fossi, figlio, + quel ch'io ti prego ognor! + + CRISAULO. Non è in proposito. + E poi fai 'l grande meco. + + ARTEMONA. Odi. Ti giuro + sopra l'anima mia che appunto or ora + son giunta a casa: ché da lune in qua + non mi son mai partita (io tel vo' dire) + d'un monastero; ch'una mia compagna + mi ci ha tenuto a lavar certi panni + del padre confessoro. Oh paradiso! + Biat'a lor che v'andranno! + + CRISAULO. Io non ricerco + i tuoi travagli. Dimmi se facesti + di quella mia. + + ARTEMONA. Sí, sí. Lasciami dire. + Da poi ch'io ti trovai v'ho messo mano; + e 'l dí dopo, in bel modo, feci a Lúcia, + ridendo, cenno di voler parlarli. + Ella non s'è mostrata in alcun modo + né di qua né di lá, ché sta in sul savio + per amor de la madre; ma dimane + la coglierò in soquadro, se crepasse. + Voglio tre o quattro de le tuoi camicie + piú belle per lavarle; e con degli altri + panni le stenderò ne la sua altana. + E lascia che a la prima non li parlo, + che farò qualche ben. + + CRISAULO. Non ti dico altro + se non che quanto mai ce n'è bisogno: + ché so ben come sto. Fa' di servirmi + e serviti di me. + + ARTEMONA. Ti vo' contare. + Quella farina, ch'è forse otto giorni + che mi mandasti a casa, il mio figliuolo, + quel maritato, venne, non ier l'altro, + quand'io non era in casa, e se la prese + dicendo che n'ha piú di me bisogno. + Ond'io son senza; e, per trattare or questa + tua impresa, non lavoro o faccio niente; + e cosí non guadagno: onde conviene + alfin ch'io stenti. Di darti fastidio + a me ne incresce. Abbimi per iscusa + che 'l bisogno mi fa forse far quello + che non feci mai piú. + + CRISAULO. Basta. T'ho inteso. + Timaro, fa' portare a questa donna, + a casa, un'altra soma di farina; + e, se vuole ancor altro qui di casa, + dálli quello che vuole. + + ARTEMONA. Oimè meschina! + Vivrò mai tanto che mi sia concesso + rendere in cambio di sí larghi doni, + non parole, ma fatti? E forse tali + che tu sempre cognosca tanto bene + non aver fatto, se ben poverina, + a donna ingrata. Certo, ch'io non posso, + almeno in render le debite grazie, + scioglier parola. + + CRISAULO. Non grazie o parole. + Fa' ch'io sol veda, lá dove bisogna, + parole e fatti; ché so ben c'hai l'arte + e la lingua da far muovere un sasso, + non ch'una donna. + + ARTEMONA. Vo' che sian gli effetti + che provin l'arte, l'amore e la fede. + Resta con Dio. + + CRISAULO. Fa' di tenermi a mente. + Va'. La accompagna tu per fine a casa, + Timaro. + + TIMARO. Ben, signor. Son de le nostre, + se séguiti cosí. Vecchia scanfarda, + sará ben forza ch'io ti cavi gli occhi, + se non sei onesta piú nel dimandare + per l'avenir. Ti farò lavorare, + se vòi viver crestosa. Oh! Parti bella? + Sgomborarmi la casa con le some! + Fa' conto di venir piú regolata; + ché, per Dio vero... + + +SCENA II + + Lúcia si lamenta di Filocrate e manda la fante a + cercarlo. + +LÚCIA, FRONESIA. + + + LÚCIA. Aimè, caro Filocrate! + Son pur passati giá tre giorni interi + e non ti veggio. Ove son le promesse + che cosí caldamente, tante volte, + a mia madre ed a me festi di tôrmi + e sempre amarmi? Di quante lusinghe, + quante false parole e quanti inganni + son sempre pieni, omini senza fede! + Quante son quelle che nel fin rimangono + da voi ingannate! Ahi quante crude morti! + quante passion portiam per creder troppo! + Non posso desiar di te vendetta; + né, potendo, vorria: perché piú quella + sopra di me verria che a te medesmo, + quando la ti venisse. Sol ti prego + che vogli aver di sí dogliosa vita + qualche pietade. + + FRONESIA. Io te l'ho detto sempre + che non bisogna fare in lor disegno + mai di fermezza; ché son fatti appunto + come le foglie e, con modi e parole + e, come dicon, con lor servitú, + trattengon tutte. E, s'avesser con mille + commoditá, tutte gli son padrone; + tutte li fan morir. Poi, vedi, al fine, + i portamenti lor mostran l'amore + e il lor poco cervello. + + LÚCIA. Orsú, Fronesia! + Voglio che vadi a dimandar di lui + in qualche luogo e che non torni a casa + se non me ne dái nuova interamente. + E pregal quanto puoi da parte mia + ch'io li vorrei parlar. + + FRONESIA. Mi metto in via. + E lascia fare a me, ché non è un'ora + ch'io l'ho parlato. Ma tu, se madonna + gridasse, sappi trovar qualche iscusa. + Ed io son qui in un punto. + + LÚCIA. Va', sorella: + e sappi far. + + +SCENA III + + Pilastrino e Listagiro vengono, avanti ora di cena, da + Girifalco, temendo che, per la troppa roba comprata, il + vecchio fosse sdegnato; e, trovandolo meglio disposto, + Listagiro li guarda la mano; e partensi con ordine di + tornare a ora di cena. + +PILASTRINO, GIRIFALCO, LISTAGIRO parasito. + + + PILASTRINO. Buona sera, messere. + + GIRIFALCO. Oh! Siate i ben venuti, i miei figliuoli! + Ben mi pareva d'avervi sentito; + e però son venuto in su la porta + ad incontrarvi. + + PILASTRINO. Come sta la cena? + + GIRIFALCO. Sará in ordine a l'ora; ma, se pensi + di trattarmi cosí... + + PILASTRINO. Perché? + + GIRIFALCO. Spendesti + piú di mezzo il ducato. + + PILASTRINO. Non è vero. + Eccoci a brontolare. Ah discrissione! + Orsú! Fa' che beviamo almeno, un tratto, + acciò che meglio possiam ragionare + senza seccarci. + + GIRIFALCO. Pilastrin, piú regola. + Non è poi meraviglia se stai sempre + malsano perché nuoce fuor di modo + il ber cosí ad ogni ora; ché, nel corpo, + fa come, in un laveggio, mentre bolle, + puor l'acqua fredda che toglie il bollire: + onde nascon di poi l'infermitá, + come tu vedi. + + PILASTRINO. Oh! co! co! Chi sentisse + parlar costui del modo e de la via + del non mangiar né ber non penserebbe + che fosse un Ippocrasso o un Gallinello? + Cosí c'è dotto! + + GIRIFALCO. Per grazia di Dio, + sempre ho trovato che mi giova assai + non m'acciarpare. E vedi che ho passato + di molto il tempo che la maggior parte + non suol passare. Ma che c'è di nuovo? + In piazza che si fa? + + PILASTRINO. Si vende e compra + de' frutti e de l'erbette; e qui di nuovo + avrem da cena. + + GIRIFALCO. Tu sei sempre in berta. + + PILASTRINO. Vuoi ch'io ne dica un'altra? + + GIRIFALCO. Sí, di grazia. + + PILASTRINO. Questo ci abbiam di nuovo: che Crisaulo + fa del suo resto; ed or, per questa giostra, + apparecchia livree d'argento e d'oro, + infin per gli staffieri; ed ha comprato + ora un corsier cinquecento ducati. + Pensa se è bello! + + GIRIFALCO. Tu non di' da vero. + E come 'l sai? + + PILASTRINO. Ti voglio dir la cosa. + Passava ier da casa di Calonide. + Ed erano ivi aspettarlo a la porta + duo servi o tre. E mi fermai con loro, + alquanto, a ragionare; e intesi questo + con mille altre grandezze che di nuovo + fa per colei. + + GIRIFALCO. Oimè! che mala nuova + è quella che mi porti, sciagurato! + Poi non debbe esser vero; e tu lo dici + per vedermi morire. + + PILASTRINO. Oh! tu ti cangi + cosí di cera! E' par che abbi paura + di quel marcetto. N'è ben gran pericolo + che ti scavalchi! + + GIRIFALCO. Or to' questi ristori, + Girifalco meschino. E sí, fu vero? + Era pur dentro in casa quel tignoso? + Vedesti 'l tu? + + PILASTRINO. Sí, vidi poi a l'uscire, + che fu in sul buio; ma non so giá dirti + quel che v'avesse fatto. + + GIRIFALCO. Aimè tapino! + Perché voglio piú viver? Prego il cielo + che faccia in modo ch'io mi rompa il collo + prima ch'abbi a morir di questa morte. + Cara la vita mia, non ti ricordi + giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto, + ché sai che 'l primo dí non ti cercava. + E tu ti innamorasti cosí forte + di me che non vivevi ben quel giorno + che non facevi dirmi qualche cosa. + + LISTAGIRO. Lascia pur: ti trarem questi pensieri. + + GIRIFALCO. Ed ora, che t'ho posto un poco amore, + sei sí ritrosa! E forse ancor mi cambi + per una nebbiarella. Che se, un tratto, + mi dá fra l'unghie, ne vo' fare appunto + quel che fo d'un pidocchio. Oh! ah! ca! ca! + Che sará poi? + + PILASTRINO. Del tuo resto, s'io posso. + + GIRIFALCO. Ghiottoncella, che m'hai cavato il fiato! + Ma ti voglio cavare a te de gli occhi + quel riso e quelle frasche. + + PILASTRINO. E però è buono + che sia venuto qui questo mio amico; + perch'è persona che ti saprá dire + la cosa come sta e forse trarti + d'ogni tuo affanno. + + GIRIFALCO. E che induggiamo, adunque? + + PILASTRINO. Non si può far, di giorno. Poi, istasera, + dipoi cena, potrem mettervi mano + e far qualcosa buona. E, perché veda + ora qualcosa, mostrali la mano. + Guarda, maestro Abraham. + + LISTAGIRO. Per contentarvi. + + GIRIFALCO. Ecco. Guarda, maestro, se a' tuoi giorni + vedesti man sí bella e dilicata, + colorita e ben fatta. + + LISTAGIRO. Bella, bella, + se Dio mi guardi. Tu non debbi molto + curarla con saponi ed acqua fresca, + per ordinario. + + GIRIFALCO. Sí, quando è l'estate. + + LISTAGIRO. E 'l verno? + + GIRIFALCO. Maffenò, ché allor mi lavo + sol con la calda. + + LISTAGIRO. Ho veduto a la prima. + Oh bella vita! oh bei monti! oh begli anguli! + oh che bei segni! oh! gran particolari + v'è da vedere! Io, per me, mai non vidi + la piú felice man. Guarda, messere. + Non voglio far come che soglion certi + che dicon mille cose, poi fra tutte + non si ricoglie un vero. Io sempre dico + qualche particolar che sia notabile + e lascio le lunghezze. La man, prima, + è bella com'un cesso. + + GIRIFALCO. Come «un cesso»? + + LISTAGIRO. Attendimi, se vuoi. Dissi: non cesso + di veder tuttavia cose piú belle + quanto piú guardo. Quando non mi intendi, + talor, non ti curar; ché ora non puoi + esser tanto capace. + + PILASTRINO. Orsú! Incomincia. + + LISTAGIRO. Prima, per quello che si può vedere, + hai una vita lunga piú che n'abbi + altra visto giá mai. Viverai tanto + che, per vecchiezza, debbi andar carpone + per terra con le mani e verrai sordo, + orbo ed attratto: ma v'è tempo ancora + piú d'ottant'anni. + + GIRIFALCO. Oh! Quello andar carpone + che non sia qualche mal! ché non ne ho visto + alcun cosí. + + LISTAGIRO. Perché intraviene a pochi + tanto invecchiare. E non è poi gran cosa, + quand'altri si ci avvezza. + + GIRIFALCO. E come è questo? + haine mai tu veduti? + + PILASTRINO. Van per terra + co' piedi e con le man, per la vecchiezza, + come i cavalli e, quasi ogni stimana, + bisogna ancor ferrargli; ché, altrimenti, + per i gran calli che han sotto a le piante, + non potrian bussicarsi. + + GIRIFALCO. Uimei! Che sento? + E mi bisognerá mettere ai piedi + i ferri con i chiodi? + + LISTAGIRO. Sí; ma in modo + che non posson far mal, perché quei calli + vengono appunto duri com'un'unghia + d'un cavallo e, se ben v'entrano i chiodi, + non si posson sentir. + + GIRIFALCO. Dio me ne guardi! + Ché vo' inanzi morir dieci anni prima + che venire a cotesto; ché, in un giorno, + mi romperian le calze e gli scappini: + e forse mi dorriano. + + LISTAGIRO. A questo, allora, + in qualche modo provederem noi. + La tua vita sará lieta e felice, + benché, per il passato, l'abbi avuta + alquanto travagliata; ché sei stato + uomo di grande ingegno e penso ch'abbi + fatto gran robba. + + GIRIFALCO. Eh! cotesto, non molto: + ché sempre mai si spende e poi 'l guadagno + non risponde a un gran pezzo. + + LISTAGIRO. E poi tu spendi + liberalmente, ché sei uomo largo. + + PILASTRINO. Sí, tanto! nel forame. + + LISTAGIRO. Ancor non penso + ch'abbi figliuoli; ma, in fra poco tempo, + ti se n'aspetta (per quello che mostrano + quelle linee che vedi in fra quei monti + che fan duo stelle) duo maschi a la fila, + perché si fa la congiunzion di Giove + ne la casa di Venus. E di questo + allegrati perché, per via di madre, + nasceran di bellissima progenie. + Al nascimento lor, che non c'è forse + mille anni, ti dirò de la lor vita + cose grandi. E, se questo non ti fosse + destinato dal ciel, giudicherei + che tu venissi, un tratto, ne la Chiesa + un gran privato. + + GIRIFALCO. Cardinale? o che? + + LISTAGIRO. Forse che sí; perché, giri a suo modo + il ciel, che ti s'aspetta poi in vecchiezza + felicitá. + + GIRIFALCO. Se vien fatta quell'altra, + non vorrei esser papa. + + PILASTRINO. Oh scempionaccio! + Ti trarrem ben l'amor. + + LISTAGIRO. E de la vita + sei talora infermiccio; ma 'l tuo ingegno + vede di lá dai monti. + + GIRIFALCO. Questo è vero: + ché, quando voglio fare una cosa io... + Orsú! Non vo' lodarmi. Di persona + non son giá infermo: ché, da questa poca + di gotta in fuori e certo mal di rene + e la pietra, che è giá forse vent'anni + che la sento, con questo catarretto..., + oh! co! co!... + + PILASTRINO. Ti dia Iddio. + + GIRIFALCO. ... aiuti anche a te... + ... mi sto assai bene. + + LISTAGIRO. Orsú! Tien questo a mente. + Tu déi venire, anzi che passi troppo, + al desiato fin d'una tua impresa: + e fia per la virtú di duo pianeti + le cui opposizion debbon pure ora + mancare al fin di questa nuova luna. + E le cose che son giá lungamente + desiate verranno a buoni effetti. + Però sia allegro. Or non vo' qui discorrere + il ciel di cerchio in cerchio e i loro aspetti. + Ma ho detto appunto. + + PILASTRINO. Basta. È da vantaggio. + Diamo una volta in piazza. + + GIRIFALCO. Io non potrei, + maestro, ringraziarti a la metá + di quel che... + + LISTAGIRO. Lascia andare or le parole. + Ringrazia il cielo che ci ha fatti degni + di tanta sua virtú. + + PILASTRINO. Studia la cena. + + GIRIFALCO. Non furia, Pilastrino, perché Orgilla + mal può sola conciar tante vivande + quanto comprasti. + + PILASTRINO. Avresti da allegrarti + e tenerti felice, che ho provisto + robba a bastanza: ch'io ti so dir certo + che t'avremmo mangiato al manco mezza + cotesta tua giubbessa in su le spalle + e da mano e nel petto; che sarebbe + com'un presciutto appunto. + + LISTAGIRO. Oh! co! co! co! + Tu mi farai crepare. E la berretta? + Non n'hai fatto menzion. Che par caduta + nel catin de la morca di dogana + e sarebbe bastante a cento frati + de l'Osservanza a condire un minuto + di duo caldaie. + + PILASTRINO. Quel si ci intendeva. + + +SCENA IV + + Artemona, parlando da sé, mostra di aver parlato a + Lúcia ed aver ricevuto da lei villania; e, in questo, + truova Fronesia che cercava di Filocrate. E, partitesi + l'una da l'altra, Fronesia si pensa di non cercar piú + Filocrate ma fare, in favor di Crisaulo, uno inganno a + Lúcia. + +ARTEMONA, FRONESIA. + + + ARTEMONA. Che farai, vecchia? Vuoi dare a Crisaulo + questa cattiva nuova? Io veggio certo + che non si fa per te. Gliel dirò pure; + ma in destro modo. E vo' veder s'io posso + farlo suonar di qualche bolognino + per riavermi di quella paura + che m'ha fatto colei. E, se non sono + al cane adesso, non ne vo' quattrino; + che mi farebbe far senza disagio + mille miei faccenduzze. Ecco Fronesia. + Non par quasi turbata punto in vista. + Debbe averla istimata forse anch'ella, + com'ho fatto io. E dove, cosí in furia? + Come andò poi la cosa? + + FRONESIA. Eh! manco male. + Ha fatto pace meco. + + ARTEMONA. Lo sapeva; + ché non fu mai tempesta che durasse. + Io t'arei da insegnar come hai da fare + che questo toro ti divenga agnello, + se potessi fermarti. + + FRONESIA. Non è tempo, + ch'è troppo tardi. Ci vedrem dimane. + Non voglio piú cercarlo, poi che ho inteso + ch'è fuori in villa e non si sa pur dove. + Onde avrò luogo di fare un bel tratto + in favor di Crisaulo e far mio sforzo + di cavarneli al tutto de la mente: + ché, infin che sta cosí, non è possibile + che pensi ad altro; ché noi donne sempre + pigliamo il peggio. E, se fia suo marito, + sendo pover di robba e di parenti, + faranno amendui insieme i stentolini + ed a me sará forza procacciare + altronde il pan. Ma se, per opra mia, + venisse in mano di Crisaulo ricco, + so che gran doni non mi mancherebbono. + E, se piacesse a Dio che la sposasse, + sarebbe ella felice ed io, contenta, + me n'andrei seco. E di tutta la casa + sarei donna e madonna; e con alcuno + di quei bei giovanotti servitori + mi starei qualche volta a sollazzare; + e cosí lieta sguazzerei il mondo. + A la croce di Dio, che è ben pensata! + Diman voglio trovar la vecchia e seco + consigliarmi di questo; e che pensiamo + qualche malizia nuova. + + +SCENA V + + Artemona, trovato Crisaulo, li narra quello che è + seguito de la sua imbasciata e lo lascia mentre egli si + lamenta d'Amore: in che poi forte crescendo, preso da uno + accidente di cuore, si vien meno; e, per una orazione di + Fileno suo servo fedele, ritorna. + +ARTEMONA, CRISAULO, FILENO. + + + ARTEMONA. Io non pensava + piú di trovarti. + + CRISAULO. Eccomi qui. Che nuove? + + ARTEMONA. Cattive e dolorose. + + CRISAULO. Aimè! Son morto. + Contami il tutto. + + ARTEMONA. Eh! Non cosí cattive + che nochin con effetto, ché vedrai + che te la vo' domar; ma, per adesso, + si mostra aspretta. + + CRISAULO. Sará tanto, al fine, + ch'io ne morrò. Dimmi come è passata, + di punto in punto. + + ARTEMONA. Oggi vi sono stata: + e la fante mi la ha fatto parlare, + sotto quelle camicie; ed io da lunge + mi mossi per ordir la buona tela. + Ma costei se n'accorse nel principio: + onde mi colse ben, ché è gran ventura + ch'io ne sia ritornata senza offesa. + Ma ancor, per questo, non aver pensieri; + ché, anco che crepi, le vo' trar del capo + la bizzarria. + + CRISAULO. Ben l'avev'io pensato: + ché la cognosco per la piú crudele, + la piú ingrata e scortese che nascesse + mai sotto il cielo. Ahi lasso sfortunato! + Questo è 'l buon guidardon di tanta fede? + Deh non foss'io mai nato! + + ARTEMONA. Taci, dico. + Ascolta. + + CRISAULO. Sí, s'io posso: ch'io mi sento + mancar l'anima dentro. Ma che fia? + Dopo tanta miseria, al fine, un giorno + verrá pur lieto e, dopo tante morti, + una che mi trarrá di questi affanni. + Questo s'acquista. + + ARTEMONA. E va'; riserba altrove + tanta disperazion: ché, se sapessi + il lor cervello come è dentro fatto, + com'io so giá per mille, non potresti + se non sperar. Ti giuro, sopra questa + anima peccatrice, ch'io la tengo + piú sicura che s'io l'avessi in casa. + Ché, a dire il vero, non è cosa al mondo + sí varia e ad ogni vento tanto mobile + quanto è la mente lor. Nulla è si stabile + in lor che non si muti poi col tempo + e con ingegno ed arte. + + CRISAULO. Io ben lo provo. + Orsú! Vo' che mi dica che ti pare + che abbiamo a fare; e cosí governarmi, + se per me si potrá. + + ARTEMONA. Non ho tempo ora, + ché ti direi una mia fantasia + sopra di questo; ma ci voglio meglio + pensar. Lascia, ch'io vengo infra duo giorni + con qualche aiuto. Fa' che, in questo mezzo, + tu non ti pigli affanno. + + CRISAULO. Iddio volesse + che lo potessi far! + + ARTEMONA. Fa' di sforzarti. + + CRISAULO. Deh! Perché non poss'io tante parole + formar col pianto o, co' sospiri ardenti, + dar tanto di valore a questi venti + che al cielo ancor de l'acerbe mie pene + giunga pietade? Ché giá qui mi pare + ch'ogni cosa mortal meco s'attristi, + meco pianga e sospiri e mostri in vista + di compassion sembiante; se non quella + che sol desia vedere in mezzo agli anni + quest'alma spenta. E giá condotta è a tale + che poco manca che sí dura vita + non abbandoni e si ritorni ignuda + al suo Fattor. + + FILENO. Caro padrone, affrena + questi tuoi pianti. Tu vuoi pur far lieti + i tuoi nimici e noi sempre tenere, + miseri, in duolo. Se non vuoi aver cura + a te medesmo, abbi almanco rispetto + a noi; che piú t'amiamo e piú nel cuore + abbiam le tuoi passion, gli affanni e pene + che piú ci affliggon che le nostre istesse. + Prendi questo leuto; e, per uscire + di tanto duolo, fa' che suoni e canti + qualche canzone allegra. + + CRISAULO. Altro non posso + cantar se non di quel che dentro il cuore + mi muoverá. + + FILENO. Sú! Non star piú; ch'io senta. + + CRISAULO. + + MADRIGALE + + Non vedrá mai queste mie luci asciutte, + in alcun tempo, il cielo + né l'alma de le dolci fiamme spenta + per fin ch'ella si spogli, + lieta, del mortal velo, + lasciando il corpo e l'amorose lutte. + Alta luce, che accogli + l'anima ch'è contenta + in cosí dolce foco arder mai sempre, + con meno amare tempre + scorgi l'alma che è giunta all'ultim'ora; + poi che, morendo, ancor t'ama ed onora. + + FILENO. Ah! Tu sei pur di bello in su la grossa! + Oh! Che canzone è quella, da cantare + il dí de' morti! + + CRISAULO. Ahi! Luce di mia vita, + che al cor lasso di sí dolci pensieri + fosti esca un tempo, altro or da me non vuoi + che pianto e morte. È venuto omai l'ora. + La ti do volentieri. + + FILENO. Aimè, padrone! + + CRISAULO. Io passo. Potrai dirle tu con vero + ch'io son morto per lei. + + FILENO. Timaro, corri; + porta aceto rosato e malvagía + e confessioni. Aimè! ch'io tremo tutto, + ché 'l padron si vien meno. O sommo Iddio, + chiunque puoi col sol benigno sguardo + al mio caro signor porgere aita, + deh! muovati pietá, se quella solo + ne gli spirti celesti vive e alberga; + né vogli di sí cruda e acerba morte + di chi piú che sé t'ama e sopra a tutti + li iddii t'onora esser cosí cagione. + Ma, se pur questo fosse in suo destino + e 'l ciel cosí dispuon che Amor questi occhi + lassi chiuda piangendo, a te mi volgo + (se feci mai perché benignamente + merti d'essere udito) che nel cielo + sei piú potente, Amore; e sol ti priego + che pria mi facci de la morte dono + (ch'io te la chieggio in grazia) che ciò segua: + ché assai piú amara e piena di spavento + questa mi fòra e quella men dogliosa, + lasciando in vita lui. + + CRISAULO. Che fai, Fileno? + Mi pare aver sentito apparir, dentro + ne le tenebre mie dell'intelletto, + luce d'immortal guardo che gli oscuri + e dogliosi pensieri in parte m'abbia + riconfortato. E m'è venuto in mente, + quando si truova un poverino ignudo, + nel tempo de le nevi, essere, in luogo + diserto, sí aggelato che giá l'alma + si sia partita, pur restando alquanto + nel cuore ancor del caldo naturale, + che, venuto un allegro e ardente sole, + li porta, insieme con un dolce caldo, + la vita giá perduta. + + FILENO. I caldi prieghi + sono stati, signor, che ho qui, piangendo, + porti a quel Sol che col suo divin raggio + sempre ti può far vivo. + + CRISAULO. Non fia mai + in me dimenticato tanto amore. + Anzi, per fin che sará questa vita + meco, l'avrò con gli altri tuoi infiniti + buoni uffici nel cuore. + + +SCENA VI + + Pilastrino, avendo cenato col vecchio, esce ebbro di + casa: e, caduto di contra a la porta di Crisaulo, la + famiglia sua esce fuori con arme dubbitando di romori. + +PILASTRINO ebbro, FILENO. + + + PILASTRINO. Oh! oh! co! co! + Sta', sta', ch'io vengo. Ohu! Sú! sú! Listagiro, + corri, ché la casa trema, ca...cade. + Lascia, lascia 'l vecchio, ché affumma tutta. + Oh! co! co! Ve' ch'io 'l dissi. Eccola in terra. + L'addovinai pur. Leva! leva! Lasciami + spegn...gne...gne...gner quel mocchilone. Addio! + Sta' sú, Pilastrino, in su la persona. + Te n'hai fatt'una ben...ben...buona, a raso + canale. Oh! Stammi cosí bene allegro. + Sí, sí, gli è buono: ch'è piú dolce ch'essere + in su la pancia (oh che dolce morire!) + d'una vitella cotta col formaggio; + ch'è piú dolce che 'l mele. Oh! Cosí vogliono + esser gli uomini li...liberali! Ohu! + oh! co! Guarda come gira ben...bene + il tetto in su la piazza! So, so che nol + farebbe Iddio che non ci sia qui al mulin + di Bertaccio. Sta', sta', che viene. Eccolo. + Véllo. Sta' pur fermo. Non mi ti accostar, + ché son troppo stanco. Ecco lí quan...quante + belle donne! Se non mi pare 'l bor...boor... + borgo nuovo! Leva! leva! fugge! oh! + fugge sotto, ché 'l ciel ca...casca! Ve' che 'l + camino arde in cu...cucina. Sú! Leva + la torta. Ve' che mi struggo tutto, ahuè! + d'ambascia. Oh! S'io non pagassi un pan unto, + qui, il letto de la Gnesa, tan...tanto mi + vien sonno! Oimè! come mi duol lo stomaco + ne le budella! Ve', lá giú, quan... quante + pecorelle! Vo' saltare anch'io e ballar + d'allegrezza. Lasciami appoggiar prima + con la persona. Chiocciola marinella, + cava fuor le corna. Oh potta di santo...! + Par ch'abbi la febbre, cosí mi bolle + il fegato! Oh! Bogli bogli, calderon, + per dispetto del tuo padron. Oh! co! S'io + mi reggo d'allegrezza, ch'io diventi + speziale o sbirro. Lascia ch'io fornisca + questa, e vengo. Streppiti e calderoni, + ch'io li ho impegnati. E viva la ca... + Sta', non mi dar la spinta. Eccomi giú. + Oimei, c'ho rotto dentro! auhè! + + FILENO. Chi è quello? + Timaro, chi è lá? Senti? Chi grida? + Che romore è? Che vuol dir, Pilastrino? + Tu non rispondi? È morto. Aiuto, aiuto! + Arme, arme! Fuori! ché gli è stato morto, + qui, Pilastrino. Accennami col dito + se ancor sei vivo. + + PILASTRINO. Oh! oh! oimè meschino! + + FILENO. Non c'è mal, non c'è mal. + + PILASTRINO. Ben... ben sapeva + ch'oggi m'avea a venir qualche disgrazia. + S'io campo, faccio voto di vestirmi + pinzocora del terzo ordine. Oimei! oh! + che m'esce il fiato. + + FILENO. Guarda lá gaglioffo! + Forse ch'io nol pensai che gli è ubbriaco, + questo impiccato? M'era giá venuto + il cuor, di compassione e di paura, + ad un granel di miglio. Che t'han fatto? + Di', Pilastrino. + + PILASTRINO. Son caduto giú + da le mura de la ròcca. Oimei! Aiutami, + qua giú nel fosso, fratello, ch'io moro. + Vorrei la candela da benedire + e ben da bere in questo affanno. + + FILENO. Parti + ch'abbia ben preso l'orso per gli orecchi, + questo poltron? Sta' sú, che sei ubbriaco + spolpato. Quel che avresti di bisogno + in questo mal sarebbe un braccio e un terzo + d'un buon querciuol. Questo porco da stalla, + ch'ogni tre dí si cuoce! + + PILASTRINO. Tu non dici + il ver, se fossi mia madre. Ti vo' far + men... men... mentir per la gola. Aspettami, + assassino! ch'io ti voglio accusare. + Non camperai da le mie mani. È desso, + quel traditor, quel biroldaio, boia. + Ti vo' cavare il cuor, coglion, co l'unghie. + Lasciami pure arrizzare il ca... capo + ben... bene. Sta'. Tien... tienti alto. Oh! Bene! + Io me ne vado in chia... chiazzo Barletti + a ber con l'oste. Addio. + + + + +ATTO III + + +SCENA I + + Listagiro e Pilastrino fanno uno incanto piacevole al + vecchio il quale, per mezzo di quello, pensa, la sera, + godersi di Lúcia; e, fattolo stracinare ai diavoli e + leggatolo sotto una scala, gli svaligian la casa e + rompengli i forzieri e escon fuori carichi di robbe con i + sacchetti in mano dei danari. + +LISTAGIRO, PILASTRINO, GIRIFALCO. + + + LISTAGIRO. O Pilastrino, + non mi stringer a questo perché sai + che la Chiesa lo vieta. E, se qualcuno + m'accusasse al Vicario, che sarebbe + atto a tenermi che non ruinassi? + So come fanno. + + PILASTRINO. Tu puoi pur pensare + che, se ben non sapessi la natura + di quest'uomo da ben, non ardirei + dimandarti tal cosa; ma, per altro, + l'ho cognosciuto esser sí liberale + e per l'amico che vo' che tu 'l serva + per amor mio. Non pigliar piú lunghezze. + Mettiamvi mano. + + LISTAGIRO. Io ti credo ogni cosa. + Ma questo tu sai pur che non si puote + fare in un punto, come pensa, forse: + perché bisogna prima comandare + che sia portata; e poi far ch'ogni notte + venga da sé, senza mandar per lei. + E questo poi non manca. Giá lo feci + per uno ambasciator di Portogallo + che mi donò cinquecento ducati + in tanti razzi: e feci che, in un'ora, + l'ebbe nel letto. + + PILASTRINO. Non guardar giá a quello; + ché è ben persona, questo gentiluomo, + da farti il tuo dovere. + + GIRIFALCO. Io t'imprometto, + se fai ch'io l'abbia in letto, di vestirti + tutto da capo a piè, senza mille altre + cose ch'io ti darò. Tu avrai prima + tanto guarnel che fará un bel giubbone, + che era fodra d'un saio di mio padre; + ed un paio di calze di scarlatto + a martingala, ch'ebbi dal Gonnella, + che ne l'avea donate il duca Borsio, + e non son fruste che un poco al ginocchio; + ed un par di pianelle come queste, + che non son rotte. Poi le scarpe nuove + comprerem questa pasqua. + + PILASTRINO. Che ti pare? + Di' poi di nol servire! + + LISTAGIRO. Io son forzato, + poi che ti veggio esser cosí magnanimo. + Mi vo' fidar di te. Le bolge e i libri + ch'oggi ti lasciai in man...? + + PILASTRINO. Son ben qui presso. + + LISTAGIRO. Ordina, adunque, come t'ho insegnato, + ogni cosa ivi in terra. Truova i cuori + di colombi e di gufi; e ben rassetta + tutti quegli instrumenti e quei sacchetti + e libri; e fa' da te quella orazione. + E consacra la casa in ogni canto + con quei licori. E troverai quel sangue + di fenice da far tutti i caratteri; + e la verga e la stola. + + PILASTRINO. Sará fatto. + + LISTAGIRO. Come sei ben gagliardo in su le gambe? + ché, a questo, non si siede. + + GIRIFALCO. Eh! Sí, assai bene: + ché sto tal volta in piedi un'ora in piazza, + senza avervi che fare. Or pensa! A questo, + che l'ho sí caro, vo' far de le gambe + palanche. + + LISTAGIRO. Oh bene! E de le braccia salci. + Ella è la vite che a le tue palanche + si leggherá co' salci. E questa tutta + sará la vigna. + + PILASTRINO. E noi i lavoratori + che ricoglion il vin senza sementi, + sol per zappare e saper ben congiungere + le palanche a le viti. + + LISTAGIRO. Sta' in cervello, + ch'io te la do istasera in ogni modo + anzi che vadi al letto; e poi l'avrai, + ogni sera, invisibile. E potrebbe + venirti ancora in odio per il troppo, + ché sei pur vecchio. + + GIRIFALCO. Averò prima in odio + quest'occhi, questa vita e queste membra + che quel bocchin. + + LISTAGIRO. Ci penserai poi tu. + Quanto tempo è che non sei confessato? + ché questo impediria. + + GIRIFALCO. Mi confessava... + non mi ricordo quando. + + LISTAGIRO. Or non c'è dubbio. + Le cose anderan ben. + + PILASTRINO. Mi parria buono + avedimento a velargli la fronte + perché possa durare e, per le varie + cose, non s'abbarbagli e, all'apparire + de' diavoli, non tema. + + GIRIFALCO. Fate voi + quel che vi pare il meglio. Ma, di grazia, + in che forma verranno? + + LISTAGIRO. In varie forme. + Chi d'animai, chi di donne e di pesci + piglian la pelle; e chi ne la lor propria + vengono e son sí brutti che tremare + fanno in fine al solaio di paura; + e cosí in altri modi. E farti male + non posson, se di giá tu non parlassi; + ché allor ti salirian tutti a la pelle. + Pur, non ti farian mal; ma forse avresti + qualche paura. E, se pur tu volessi + segnarti o chiamar Dio, tien bene a mente + che ti porterian via. Ma, se vuoi nulla, + chiama il diavol per nome. + + GIRIFALCO. E come ho a dire? + Satenasso? Così, pian piano? o forte? + Questo non ci verrá? + + LISTAGIRO. Sí, sí; va bene. + Hai giá imparato. Ma chiamane un altro, + se questo non vi fosse. + + GIRIFALCO. Gambatorta? + + LISTAGIRO. Tutto sta bene. Si può incominciare. + Férmati cosí in mezzo. + + GIRIFALCO. E voi sarete + diavoli? o pur cosí? + + LISTAGIRO. Appunto! Questo + nol possiam far. No, no. Mutarci in diavoli? + Lascia pure andar tutti questi dubbi; + e dispuonti a la cosa. + + GIRIFALCO. Eccomi qui. + Cari fratelli, mi vi raccomando + che non mi faccin mal. + + LISTAGIRO. Or ciascun taci. + Férmati in questo cerchio; ed avertisci + di non parlar, se non come t'ho detto. + _Miástor, ániptos chiè dolichóschios, + teostighìs, cantílios chiè nodòs, + móscos apalotrephìs chiè ámpelos + frenomoròs, gereòs chiè phalacròs, + te claudo in hoc circulo et te invoco, + exorcizo et tibi ac tuis impero, + demon Maladies, ut ludifices + cum caracteribus vestri nominis + istum perditum_. E, per la gran virtú + di questi nomi tuoi, con le caterve + de la tua compagnia, fa' che ne venga + e porti Lúcia inanzi che trapassi + a l'orologio il termin di tre ore. + Fa' che tu non ti muova. Sta' piú ardito + su la vita. + + PILASTRINO. Tien questa. + + GIRIFALCO. Satenasso! + + PILASTRINO. Non sono ancor venuti. Sta' paziente: + ché al terzo incanto... + + LISTAGIRO. Porgemi quell'acqua. + _Auturgòs, chrismodòs, agauròs, criòs, + cladéutir, inófliz, antíphron, lícnos + chiè áutis táchistos, attende in tuo + circulo et argue, invoca, increpa omnes + demones a Sathana usque ad Saraboth: + nec deerit tibi virtus et vis in + mei nomine_. Lascia pur del cielo, + de la terra, de l'erbe e de le piante + le natural virtudi; e stringe forte + chi ti crede per forza, ché in fra poco + verrai un altro uomo. + + PILASTRINO. Ferma! + + GIRIFALCO. Satenasso! + + PILASTRINO. Tien quest'altra, per burla. + + GIRIFALCO. Gambatorta! + + PILASTRINO. Sta', Girifalco, se ben fossi tócco: + ché vengono or. + + LISTAGIRO. Senti com'io son destro! + + GIRIFALCO. Maladies! + + PILASTRINO. E 'l malanno! Taci, un tratto. + Lascia fornir l'incanto. + + LISTAGIRO. _Párochros chiè + sapròs, hipnilòs, philárghiros, chriódis..._ + Sú! Tien. Ben tócco. + + GIRIFALCO. Oimei! M'ha rotto il capo. + Non poteva piú star. Mi portan via, + a l'inferno. Oimei! Orgilla! Aiutami. + Son morto. Oh! + + LISTAGIRO. _Órseo, orchózo, chielévo, + epióntes_. Riportatel qua nel cerchio. + Fate che non vi ponga tutti quanti + ne le catene. Parvi che sia giusto + volernelo portare, in mia presenza, + sol per dire «oimei»? + + PILASTRINO. Meriteriano + che gli leggassi tutti. Tun! tun! tun! + + GIRIFALCO. Oimei, anima mia! ché sarò morto + prima ch'io t'abbi. + + PILASTRINO. Or abbiam bello e fatto. + + LISTAGIRO. Rimedio non v'è piú. + + GIRIFALCO. Son morto. Aiuto! + Misericordia! Oimè! O Pilastrino, + m'han preso per il collo. + + PILASTRINO. Oimei! Fo voto + Mi portano ancor me. + + GIRIFALCO. San Gimignano! + Una testa di cera, s'io ne scampo. + Ribbaldella, sarai pur di me sazia, + che sei cagion di questo. O Satenasso, + perché mi legghi sí le mani e i piedi? + Lasciami, priego, ritornare a casa, + ché non sono ancor morto. E ti prometto + di mutar vita ed andare in un bosco + a mangiar l'erba e farmi un uomo santo. + Oimè! che la corata mi si schianta + di doglia; ché giá sento, in fin di qui, + rompere i miei cascioni che i vicini + denno rubbarmi. Che sia maladetto + mio padre e la mia madre e la mia balia + che non mi soffocorno quando nacqui, + per venire a tal punto! Ah, vita mia! + Dove debbe essere or quel boccolino? + Se tu 'l sapessi, di tanta disgrazia, + l'avresti pur per male. Oimei! O Lúcia! + Oimei! M'han rotto un braccio. Oimè! la testa. + Mi strozzan tuttavia. Sono a l'inferno, + in mezzo al fuoco. + + PILASTRINO. È pure andata netta. + + LISTAGIRO. Fa' in modo, Pilastrin, che non vegnamo + a le mani in fra noi. + + PILASTRINO. Partirem tutto. + Nettiam pur presto. + + +SCENA II + + Fronesia, parlando con Lúcia, dimostra averle giá + contato quel che pensò cercando Filocrate; e di nuovo gne + le narra; e, messole in disgrazia Filocrate, le mostra che + fece male a dir villania a la roffiana e le persuade che, + per l'avenire, la tenga amica. + +FRONESIA, LÚCIA. + + + FRONESIA. Non l'avresti mai + pensato che ti avesse in questo modo + lasciata. O parti che questo sia amore, + a l'incontro di quel che porti a lui? + Ve' come v'ingannate a creder tanto + a chi vi fa buon viso! ché non fanno + profession d'altro che di darne ciance + e di tenerci in berta. + + LÚCIA. Non si puote + con lor cognoscer tanto. Ma vedrai + ch'io vo', per l'avenir, mutar costume + e fuggirgli da lunge: perché, poi, + non si può far di non prestargli fede + o in tutto o in parte; tanto piú che quello + che noi vorremmo crediam facilmente. + Ma dimmi brevemente un'altra volta + come facesti. + + FRONESIA. Ti par duro a crederlo? + Dico che giá l'avea cercato alquanto + quando intervenni esser fuor di Bologna + duo miglia. Ed io v'andai; ma, quando giunsi + appresso al luogo, ch'era una capanna, + mi venne incontra, forte borbotando. + E, quando mi cognobbe, a presti passi + tornava a dietro. Ed io forte 'l pregai + che si fermasse, ché da parte tua + li voleva parlare: onde si volse + e disse tutto quel che giá t'ho detto, + con arroganza; e, in presenza d'alcuni, + ci minacciava. + + LÚCIA. Ti prometto certo + che m'è sí uscito de la fantasia + che non li son mai piú per voler bene, + se vivessi mill'anni. + + FRONESIA. Hai da sapere + che è ben gran tempo che la sua natura + ho cognosciuto e forse l'avrei detto + inanzi che ora; ma ti li vedeva + troppo inclinata. + + LÚCIA. Ora, per l'avenire, + forse li sarò manco. + + FRONESIA. Oh! Mi facesti + il gran dispetto, ier, quando gridasti + con quella vecchia che trovasti meco: + non per altro se non che son poi genti + c'han pratiche infinite e dicon sempre + de' fatti d'altri; e d'una cosa tale + si laverá la bocca in mille luoghi. + Ed a te non stan ben sí fatti nomi, + perché sai quel che importa: tanto piú, + avendoti ora forse a maritare + ad altri che a Filocrate. + + LÚCIA. E chi è quella? + Ha la cattiva cera. + + FRONESIA. Non guardare + a quello: ché, se poi la cognoscessi, + avresti caro che ti fosse amica; + ché ha poche pari. + + LÚCIA. E in che? + + FRONESIA. Prima, ella cuce + e fa de le suoi man quello che vuole. + Fa poi profumi rari e d'ogni sorte + acque e belletti. Ed ha mille secreti + che vagliono a l'amore; che, se avessi, + inanzi questo, aúto la sua pratica, + ti avria saputo dir se pure in vero + questi t'amava. Ed io, per questo solo, + desiderava che pigliassi seco + pratica, perché poi potresti avere + da lei quel che volessi. Ma sei donna + troppo di tuo cervello. + + LÚCIA. Me ne incresce, + a fé, d'averlo fatto; ma non puoti + lasciarla dir, quando la vidi entrare + in certe ciance. + + FRONESIA. Non si vorria mai + rompersi con altrui cosí a la prima, + senza ascoltar ragion. Se non volevi + sentir parlar di quel giovin, che disse + volerti tanto ben, ma non devevi + dirnele sí con ira; ché, se forse + lo cognoscessi, ancor non ti parrebbe + uom da farsene beffe; ch'egli è pure + (anco che tu non vogli), in ogni cosa, + altr'uomo che Filocrate. + + LÚCIA. Io lo so. + + FRONESIA. Parti che bisognasse usare, adunque, + simil parole seco? + + LÚCIA. A me sta male + dare audienza a tutte queste cose, + se non con quegli che m'avesser poi + a tôr per moglie. + + FRONESIA. Se tu avessi fatto + miglior cera a costui, che sai che, al fine, + non ti sposasse? Parriati star bene? + Poco cervello! Come ti governi, + cosí ti troverai. Segui colui + ch'è venuto or villano in ogni cosa + lá dove prima fu sol di costumi! + Questi, ch'è giovan, bello, ricco e nobile + e cosí ti vuol ben... + + LÚCIA. Che ne sai tu, + che ne parli cosí? + + FRONESIA. Passo ogni giorno + quasi dal suo palazzo e bene spesso + vado sú da la madre. E, per tuo amore, + sempre mi viene in contra e mi saluta + e fa carezze. Ed ivi di continovo + usa colei; che avrá forse giá detto + di quella subbitezza. + + LÚCIA. E questo pensi + che l'avrá detto a lui? + + FRONESIA. Forse che sí. + Ma, quando ne li avesse ancora detto, + farem cosí. Direm che eri adirata + con la madonna, se ci torna piú; + perché l'ho giá piú volte detto che eri + cosí gentile. E tu, per l'avenire, + non ti portar cosí perché daresti + un nome attorno d'essere un gallaccio, + un'altieraccia: come san poi dire, + ché aggiungon sempre. + + LÚCIA. È stato buon che m'abbi + fatta avertita, ché, per l'avenire, + ci avrò piú cura; perché veggio anch'io + che non sta bene. + + +SCENA III + + Artemona, cercando Crisaulo, si incontra in Pilastrino + rivestito de' panni del vecchio scorciati e rifatti; e li + dimanda di Crisaulo. E, non avendo da lui risposta a + proposito, lo lascia; e, trovato Crisaulo, li dá per + consiglio che dia parole a la madre di Lúcia di sposar la + figliuola. + +ARTEMONA, PILASTRINO, CRISAULO. + + + ARTEMONA. Io non so omai piú dove + cercar quest'uomo. Sará andato in villa. + Quel non è Pilastrin? Par diventato + gentiluomo; non è piú parasito. + È desso, per mia fé. Ne vien ridendo: + debbe aver fatto pace col boccale. + Questo è quello a cui piú crede Crisaulo + che al paternostro. Oh poveretti amanti! + U' son condotti! + + PILASTRINO. Addio. Che fai, mia zia? + Quant'è che non magnasti qualche putto? + Ve' se non par la stria che, a questi giorni, + si scaldò il culo in piazza per avere + usato carnalmente con Lucifero! + Vedi bel naso fatto a campanello! + Tu sei pur tutta bella, anima mia. + Ti va' donar quatro di questi fichi, + se vuoi venir a stare un'ora meco + al necessario. + + ARTEMONA. E che vorresti, poi, + pan perduto? + + PILASTRINO. Vorrei farti i miei fatti, + costí, nel tuo grembial. + + ARTEMONA. Guarda sgarbato! + + PILASTRINO. Oh! Mi vien la gran voglia, se sapessi... + + ARTEMONA. E di che? + + PILASTRINO. ... di sederti in su la faccia + senza le brache. Gli è pur fatto a posta + quel tuo nasin per farmi un argomento. + Deh! vien, ti priego; ch'è piú d'otto giorni + che n'ho bisogno. + + ARTEMONA. Io t'ho per iscusato, + ché sei ubbriaco; ché t'avrei fino ora + cavato gli occhi. Dimmi, se tu sai: + ove è Crisaulo? + + PILASTRINO. Cosí nol sapessi! + ch'è non so quanto ch'era giú da basso, + in cantina, di sopra, a la fenestra, + che dormiva nel letto. + + ARTEMONA. Io son piú matta + a parlar con costui!... Vatti in mal'ora; + vatti imbriaca. + + PILASTRINO. Voglio andarvi or ora. + Son tanto allegro che non par ch'io possa, + d'allegrezza, tenermi in su le gambe. + Vedi che ho dato, un tratto, un pugno e un calcio + a questa povertá, madre tignosa + del freddo e de la fame e de' pedocchi. + Ma non potrò durare in questo stato, + ché la bontá suol sempre il fondamento + esser de la miseria; e, s'io in quel punto + era da bene, ora sarei mendico. + Voglio mutar costumi, or c'ho la robba, + e diventar un asino. + + ARTEMONA. È quattro ore + che t'ho cercato. Ho pensato una via + e l'ho in parte giá messa ad effetto. + A me par buona:... + + CRISAULO. Non mi indugiar. Dillo. + + ARTEMONA. ... perché veggiam che a noi sarebbe assai + poter, per ora, solo avere audienza; + e, se questo facciamo, il resto è nulla. + E certo verria fatta, se dái ciance + che la torresti tu, com'io feci oggi + con la madre; e lo fei come da me. + Ella, benché mostrasse di nol credere, + sí volentieri par che l'ascoltasse + ch'io penso che la cosa di Filocrate + sia prolungata. E chi ha tempo ha vita. + Che pare a te? + + CRISAULO. Mi piace, se a te piace. + + ARTEMONA. Ma ti bisogna molto essere accorto, + in questa cosa, perché non pensassimo + prender chi poi, nel fin, prendesse noi: + ché anzi vorrei morir che simil cosa + venisse per mio mezzo. + + CRISAULO. E perché questo? + + ARTEMONA. Perché bisogneria che tu facessi + conto sol di fuggire o co' parenti + venir forte a le mani. + + CRISAULO. Io non ho cura + d'altri che di me stesso, in questi casi. + Pur, perché vada ben, piglia tu il modo: + ch'io son per ubbidirti. + + ARTEMONA. Vederemo + quel che si potrá far. Forse domane + io le riparlerò. Fa' d'esser savio, + in dar parole, e non lasciar ridurti + piú lá di quel ch'io ti terrò ammonito: + ché Amore è cieco e vuol con gli occhi d'altri + esser guidato e dal senno d'altrui + aver governo; onde 'l fingiam fanciullo + e nudo perché è cosa naturale, + non trovata da noi, e alato e lieve + perché 'l suo star non dura mai gran tempo. + + +SCENA IV + + Filocrate, ritornato di fuori, vien per veder Lúcia. E, + avendolo visto Fronesia da la fenestra, li va in contra, e + falli un altro tradimento improviso con il quale ingannò + ancora Lúcia. Per questo poi Filocrate, la sera, + impazzisce. + +FILOCRATE, FRONESIA, LÚCIA. + + + FILOCRATE. Vivace Amor, che negli affanni cresci, + che dolci lacci e quai catene d'oro + son quelle con che i tuoi suggetti alleghi? + con quai fiamme gli accendi? e di quai pene + dolcemente gli affliggi? e con quai punte + gli sproni e muovi? e come, in mezzo al corso, + gli affreni e stringi? Quel non sente affanni, + doglie, travagli, vigilie o fatiche + che a te non serve. Non gusta dolcezza + sovr'ogni altra dolcezza o beatitudine + chi 'l tuo mal non soffrisce. Prima l'alma + lascerá queste travagliate membra + ch'io possa mai (per gran ragion ch'io n'abbia) + di te dimenticarmi e non mai sempre + esserti servo. + + FRONESIA. Addio. Sia 'l ben tornato. + La mia padrona ti si raccomanda, + la qual mi manda a te (perché t'abbiamo + visto in fin di lá giú in piè de la strada) + a pregarti, di grazia, che per ora + non passi in alcun modo lá da casa, + ché Demofilo è in loggia. E la cagione + di questo ti vorria dire istasera + a le tre ore: che tu ci venissi, + ma bene accompagnato, perché forse, + non istimando, interverrieti male. + Cosí ti priego che tu sia contento + e che torni istasera. E che sia il vero, + di subito ch'io giungo in su la porta, + te ne dará segnale; e tu allor volgi + a dietro. Sei contento? + + FILOCRATE. Son sforzato + esser contento, poi che cosí, in questo + contento, chi potria me sovr'ogni altro + far felice e contento? + + FRONESIA. Vien pian piano. + + FILOCRATE. E che sará venuto ora di nuovo, + sfortunato Filocrate, oltre a tante + giá passate disgrazie? Iddio pur voglia + che non sia intervenuto ora qualcosa + che di lei insieme e d'esta afflitta vita + mi faccia privo. + + FRONESIA. Lúcia, buona nuova. + + LÚCIA. E che mi può venire in questo stato + che mi possa allegrar? + + FRONESIA. Passa Filocrate. + Debbe esser ritornato a l'uccelliera. + Fatti a vederlo. + + LÚCIA. Ah fosse pure il vero! + + FRONESIA. Dico che passa giú. + + LÚCIA. Guarda se alcuno + è in su la strada. + + FRONESIA. Non veggio persona. + Io so che s'è attillato! Non par quello + che vidi allora. + + LÚCIA. Aimè, ben mio! Mi fosse + concesso almen di venirti abbracciare, + ché tanto mi sei stato, a questi giorni, + nel cuore! Oh! Guarda, guarda che si volge! + Vedi, Fronesia, che, come ci ha viste, + si fugge? Non avranno mai fin queste + tuoi scortesie? Or per prova cognosco + quello che ad altrui mai avrei creduto. + Tu sai pur quant'io t'amo. Ed, in dispregio + de la mia vita, m'hai vòlto le spalle + perché, dopo sí lunghi e amari pianti, + da te non abbi un sol breve conforto + di vederti almen tanto quanto, senza + tua noia, il passar qui mi concedesse: + come forse anca (chi sapesse il vero) + t'era bisogno. + + FRONESIA. Appágati di questo, + Lúcia. C'è peggio. + + LÚCIA. E che mi può far peggio? + + FRONESIA. Volesse Iddio che cosí fosse il vero! + ché sarei piú contenta. + + LÚCIA. Dimmi tutto + quello che c'è, se mi vuoi far piacere. + Non indugiar. + + FRONESIA. Questo non farò io: + ché so meglio di te se sia piacere + intender cose tali; e poi non voglio, + per l'affezion che gli hai. + + LÚCIA. Omai di questo + non mi san piú per tôr passion né affanno, + visto quanto in lui regni villania + e ingratitudine; anzi, il grande amore + è vòlto in odio. + + FRONESIA. Tel vo' dir. Suo danno! + Io era, poco fa, sú, a la fenestra, + quando il vidi apparir lá giú lá giú. + E, d'allegrezza, non potei soffrire + di venirti a chiamar; ma gli andai in contra + e, giuntolo al fornaio, il salutai + da parte tua. Ma non patí ch'appresso + gli andassi, ché mi fece un viso arcigno, + come quel giorno; e, minacciando forte, + parlava da ubbriacco. Io mi li tolsi + dinanzi e, nel parlar che fe', mi parve + sentirli dir che istasera a tre ore + tu l'aspettassi, ché volea venire + a punirti di tanta iniquitá + e tanti tradimenti; e forse in modo + (dicea) che non fara' peccati, dopo: + onde mi ritornai, correndo, a casa. + E tremo ancora. + + LÚCIA. E questo è vero? Oimè! + + FRONESIA. Cosí fosse altrimenti! + + LÚCIA. E che fará? + + FRONESIA. Potrebbe venir qui con una schiera + di quei suoi soldatacci; e tôrti a forza + e far quello che vuole e porti poi + in vergogna del mondo. + + LÚCIA. Oimè meschina! + E che farem? Non voglio che mi truovi. + Anderò a stare a casa di mia zia; + e lo dirò a mia madre, poi che 'l cielo + cosí dispuon di me. + + FRONESIA. Non è da fare, + ché non si potria poi trarli del capo + qualche mal. Tu sai pur com'ella è fatta: + che non vuol che lo guardi, se non quando + ella è in presenza. Ho pensato un bel modo. + Fa' com'io ti dirò. Va' che istasera + l'aspettiamo a quell'ora; e, se 'l vediamo, + voglio che tu li dica due parole + come t'insegnerò. + + LÚCIA. Farò a tuo modo. + Ma pur che non ci tirino de' sassi, + come ci veggian qui! + + FRONESIA. Non dubbitare: + provederemo a tutto. Andiam di sopra + e ci consiglieremo. E sará buono + che 'l sappia ancor la vecchia. + + +SCENA V + + Pilastrino si viene a rallegrare con Crisaulo e + mostrali un sacchetto di scudi; e poi si parte da lui per + andargli a sotterrare. + +PILASTRINO, CRISAULO. + + + PILASTRINO. Addio. Rallegrati + meco, Crisaulo. + + CRISAULO. Di cotesti panni + a la civile? + + PILASTRINO. Appunto! C'è ancor meglio. + Voglio che noi ridiam, se mi prometti + di tacer sempre. + + CRISAULO. Cosí ti prometto. + + PILASTRINO. È fatto il becco a l'oca. Oh! co! co! co! + Son pure allegro. + + CRISAULO. Tu puoi sí crepare, + ch'io non ti intendo. + + PILASTRINO. Quello innamorato, + quel nostro amico, mentre che aspettava + che gli fosse portato la sua dea, + la sera, a letto, per negromanzia, + i diavol l'han portato. Ed io l'ho fatto, + al forzier de' danari... Oh! co! co! co!... + + CRISAULO. Oh! Dillo, un tratto. + + PILASTRINO. ... la barba di stoppa. + Fatti in qua. Che son questi? M'è ingrossato + la maestra e' testicoli. + + CRISAULO. Ed è vero? + Come non è crepato di passione, + il poverino? + + PILASTRINO. Se è morto, suo danno! + Io so ben che sta mal, se non ha tratto + le loffe al vento. + + CRISAULO. L'ho pensato sempre, + in questa intrinsichezza, che a la fine + li mostreresti quel ch'è l'impacciarsi + con Pilastrini. Io so che, questa volta, + tu l'hai saputa far senza mollette. + Ma, a dire il ver, la ladroncellaria + è troppa grande. + + PILASTRINO. Sí! L'hai bello e detto! + Chi non gli avesse fatto un tale scherzo, + non avria mai imparato in questo mondo + come si vive, quell'uomo di legno. + Ed or, chi sa? potrebbe ravedersi; + ch'era cosí in amore omai perduto + che facilmente, un tratto, da se stesso + si sarebbe appiccato. Or io l'ho tratto + di tutti questi affanni; perché penso + che questo sará stato medicina + a farli uscir l'amor da le calcagna. + Cosí non sentirá l'amare pene + che lo facevan talor dare al diavolo. + E non saria gran cosa che morisse + da buon cristiano, un giorno, a lo spedale; + onde sarebbe stato co' danari + sempre un giudeo. Poi, par che tu non sappi + quel che dice 'l diverbio che «_de rebus + que male diviserunt non gaudebis + tertius heredes_». + + CRISAULO. Va'; sta' pur discosto: + meco non partirai. + + PILASTRINO. Oh che dolcezza + a maneggiar queste patacche gialle! + Ne giova piú che del fuoco l'inverno + e del fresco l'estate e d'un buon greco + quando son riscaldato nel parlare. + Oro, piú dolce che 'l zuccaro e 'l mele + e piú assai che 'l mangiare a la taverna + e poi dormire! perché, senza questi, + quel paradiso è chiuso e ne intraviene + com'a' viandanti, ne' tempi di peste, + senza la fede. Io non vorrei qui, ora, + il piú bel cul che mai mostrasse augello + pelato ne lo spiedi o ver di donna + vergine abbracciamenti. Questo è degno + piú d'ogni cosa e tanto dolce e amabile + che mi fa tutto qui struggere in oglio. + Or non mi meraviglio se quel vecchio + tanto è vivuto piú che non deveva + senza mangiare o ber; perché mi penso + che si pascesse d'esta dolcitudine, + come farebbe ognun. + + CRISAULO. Guarda che in te + non facciano il contrario; che, anzi 'l tempo, + non ti faccin morir con un capestro: + ché sai ben che a la fin... + + PILASTRINO. Tu hai poco ingegno. + Deh! Non mi ricordare i morti, a tavola. + Or credo ben che quel Giupiter, Giove, + quando s'innamorò, si rivolgesse + in questa forma. Guarda gran fatica + ch'ebbe, a far ch'una donna l'abbracciasse! + ché, se fosse la Morte inorpellata + con questo, gli anderia dietro ciascuno + né sarebbe secura nel suo regno. + Ch'altro è vedere una gran verga d'oro + che 'l viso d'una donna! E questo il pruova: + che veggiamo adornarne un lucernaio + e parere una sposa. + + CRISAULO. Altro non s'ama, + oggi, altro non s'onora; e saria degno + di tanto onor, se non avesse seco + sempre tanto di amaro e tante pene + e tante passioni. + + PILASTRINO. Io voglio ire ora + a sotterrargli, che non veggian mai + piú l'aria: perché gli è d'una natura + che a chi non l'ama sbudellatamente + s'ingegna di fuggire, e in questo ha l'ale; + al ritornar, di poi, ne vien gottoso, + vecchio e sí lento che, 'l piú de le volte, + siam morti prima che di nuovo a noi + sia ritornato. + + CRISAULO. Non è giá possibile + che 'nsieme con amor non venga a pari + la gelosia. Chi l'avria mai creduto + che, a questo modo, in fine a Pilastrino, + sol per aver danar, divenga avaro? + Oh! Va' pur lá. + + + + +ATTO IV + + +SCENA I + + Filocrate viene a tre ore, accompagnato, per parlare a + Lúcia, la quale li dice, per consiglio di Fronesia, una + gran villania; ed egli, per il non sperato tradimento, + divien furioso. + +FILOCRATE, COMPAGNI, FRONESIA, LÚCIA. + + + FILOCRATE. Fatevi qui da canto, + appresso al muro, ché non diam sospetto + a chi passa; e guardate bene intorno, + se vedeste qualcosa; e fate solo + quel ch'io farei per voi. + + COMPAGNI. Sí; va' pur via. + Non ho paura ch'abbiamo istasera + a insanguinar le spade. Anzi, son certo + che potrem far l'amore a la sicura, + qui, con questi pilastri. + + FRONESIA. Hai gente teco? + + FILOCRATE. Sí ben. + + FRONESIA. Fatevi tutti insieme in qua. + + FILOCRATE. Visch! Si vuol pure far desiderare. + Or siam qui tutti. + + FRONESIA. Sta', ché vien. Son qui. + + LÚCIA. Filocrate, odi. Tu hai fatto bene + a venir qui stasera; ché, in presenza + di questi tuoi, voglio che interamente + sappia l'animo mio: perché, forse + con danno tuo, non cresca in quello errore + ove sí bruttamente or sei perduto. + Mi sono accorta del tuo scelerato + e disonesto amore; e, se non fosse + che a me starebbe mal che, per mio conto, + venissero omicidii, non sarei + tanto indugiata che di tale ardire + fossi punito sí come tu merti: + ché poco mi costava. Or questo è 'l tutto. + Ti priego forte (e cosí ancor da parte + di mia madre perché cognosce anch'ella + l'animo tuo villano) che tu lasci + e ti rimanga di passar di qua + ed al tutto ti levi de la mente + di avermi piú per donna o per amica. + E quando, seguitando la tua via, + non faccia conto de le mie parole, + se ben sei un furfante, un sciagurato, + farem che tu cognosca l'error tuo + in qualche modo. E la cagion di questo, + essendo un ladroncello come sei, + meglio di me lo debbi saper tu, + con questi tuoi; ché volevate insieme + menarmi via. + + FILOCRATE. Che dici, Lúcia cara? + Odi. Hoti fatto forse dispiacere + a venir qua? Non voglia usar tant'ira + con me tuo servo. + + LÚCIA. Abbrevia queste ciance. + Toglimiti dinanzi. + + FILOCRATE. Ah scelerata! + fonte di tradimenti! intero albergo + d'iniquitá! femina ingrata e rea! + insolente ubbriaca! Questo è quello + che mi volevi dire, in ricompenso + de le buone promesse che fino ora + m'hai sempre dato? Ah sfacciata! che mai + ad alcun tenderai sí fatte reti. + Questo è 'l buon merto (ah scelerata Circe!) + del mio servir? Lasciami, te ne priego, + far sí giusta vendetta e che tal peste + togli a davanti a chi, non cognoscendo + com'io fosse per essere ingannato... + Lascia! lascia! ché questo non è 'l primo. + Non ti varranno... + + COMPAGNI. Resta! resta! sta'! + Tienlo. Non odi? Toglili quell'arme. + E che volevi far? Poco cervello! + Pórti con una... + + FILOCRATE. Lascia, oimei! + ché vo' sfondar quell'uscio e le fenestre. + Stelle crudeli, e che vo' far di questa + mia vita? State un poco. Aimei! Son morto. + Non mi menate via. + + COMPAGNI. Vien: non gridare. + Piglial di lá. Sú! Ben. Con manco strepito + che si può. Zitto! + + FILOCRATE. Taci, taci, taci! + Leva, leva! Ognun corra ai malandrini. + M'avete assassinato. Ah traditori! + E dove mi portate? Lascia qui. + Non è la tua. Non mi legate stretto, + ché non voglio fuggire. A le prigioni, ah? + Morrò pur dunque, un tratto, e farò sazi + quegli avoltori ch'entro il petto ogni ora + pasco col core: anzi, una donna; io mento: + una fera crudele. A quanto strazio + m'hai riserbato, Amore? Anzi, son morto. + Dico che no. Ah! Cecco di Bertella, + aiutami, che sia scannato a brenti! + E tu, Giannosso, che sia scorticato! + Chi l'avria mai creduto? A questo modo + mi lascian stracinare a la famiglia. + Deh! Lasciami spogliar; to' questi panni; + non li vo' piú. Son diventato un altro. + Voglio volar. Lasciami questo braccio, + ché mi vo' gittar giú da quella torre. + Odi, fratello. Deh! Va' di' a mia madre + che or ora sono stato assassinato + e che, s'io campo... + + COMPAGNI. Sí, camperai bene. + Non ti pigliar pensieri. Entriamo in casa. + Poi che è cosí, facciam che si confessi + anzi che venga a peggio. + + +SCENA II + + Avendo sentito Pilastrino romore ne la strada, che + erano i compagni di Filocrate che lo portavano a forza a + casa, esce in camiscia fuori e fugge: dubbitando che non + sia Listagiro preso da la giustizia. + +PILASTRINO. + + + Cacasangue! + So che ho aúto una vecchia paura! + Parti che l'abbian preso? Addio, Listagiro. + Sempre con gli scredenti si guadagna. + Ha racconto la burla a mille frasche + che l'avran poi tradito. Io vo' fuggire. + L'ho detto sempre ch'è stato uno scherzo + che merita la forca; e che nol dica. + Non ci vo' piú pensare. Oh poverino! + ch'era sí destro! Io so che son saltato + del letto senza mettermi il farsetto. + S'io aspettava, mi ci avrebben còlto. + Ma non sentii sí presto quel romore + ch'io me l'addovinai. Or che son fuora + non dubbito di nulla. Voglio andare + a casa di Crisaulo e, come è giorno, + intenderem la cosa. Ma son certo + che ha bello e tratto: ché 'l governatore, + pria mancherá la giustizia a se stessa, + ch'egli li manchi. Ma che indugio qui? + Non è tempo da starsi. + + +SCENA III + + Artemona, parlando con Lúcia, fa destramente offizio + per Crisaulo: e, parlando poi con la madre, le dá + intenzione che Crisaulo la sposerá. + +ARTEMONA, LÚCIA, CALONIDE. + + + ARTEMONA. Oh! Non pensare: + ché lo vidi a la prima che tu eri + d'altro adirata. E però feci poca + stima de le parole, ché altrimenti + non ci sarei tornata: ché, dove uso, + son troppo avezza ad esser ben veduta + e accarezzata. + + LÚCIA. E che vorresti mai? + che ti pigliassi in braccio e ti basciassi + com'un bambino? Tu sei troppa grande! + Eccoti qui de' baci quanto vuoi. + Queste non son carezze? + + ARTEMONA. Ah luce mia, + piú bella e risplendente d'ogni stella + e piú cortese di ciascuna donna! + Ho giá con tante donzelle par tue + praticato e mi par che a te ciascuna + ceda di tanto quanto al mio bel sole + cede, nel cielo, ogni stella minore. + Però non ti debbe esser meraviglia + s'un giovinetto, a la prima, si perde + in te e ti si dona; ché, s'io voglio + dirti la veritá, come mi vedi, + son quasi innamorata anch'io di te. + Foss'io pur uomo! + + LÚCIA. E perché? che faresti? + + ARTEMONA. Altra felicitá non vorrei al mondo + ch'esserti appresso. Ma poi, quando io fosse, + non vorresti vedermi. + + LÚCIA. Tu ti inganni. + Fossi quel che volessi, non potrei + se non esserti amica. + + ARTEMONA. Oh! Questo, fallo + al tuo Crisaulo, ch'omai sai pur certo + quanto che t'ami; e l'avrai fatto a me, + che t'amo pur di cuor. Ma voi fanciulle + fate profession d'esser crudeli + e di lasciar morir prima la gente + che li porgessi aita d'un sol guardo + o d'una paroletta; ma, nel fine, + tornan sopra di voi: non me n'impaccio. + Ma non è giá 'l dover chi tanto v'ama + apprezzar cosí poco. Tieni a mente + che al pentirci siam noi sempre le prime, + come l'ultime a creder. + + LÚCIA. Non t'intendo. + Parla piú chiaro. + + ARTEMONA. Io so che vuoi mostrare + esser di tutte l'altre la piú savia + e piú da ben. + + LÚCIA. Perché? + + ARTEMONA. Perché tu sola + vuoi governarti al contrario de l'altre + che non son manco belle o meno oneste + che ti sia tu. + + LÚCIA. E in che? + + ARTEMONA. Dico che l'altre + tutte fan buona cera a chi con vero + veden che l'ami; e non è donna al mondo + che non abbia piacer d'essere amata, + come tu mostri. + + LÚCIA. Io sono, in queste cose, + nata troppo infelice e disgraziata. + E però mi risolvo sempre mai, + quanto potrò, fuggirle perché insieme + fuggirò quei travagli e quelle pene + che fanno altrui morire innanzi al tempo. + Io l'ho provato e cognosco oramai + quel ch'è 'l cervel d'uno uomo. + + ARTEMONA. Tu mi strazi. + Io priego Iddio che faccia, in penitenza + di tanto mancamento, che tu pianga, + un tratto, per qualcun, come or ne ridi: + ché forse allor mi terresti piú cara. + Ecco tua madre. Voglio andar da lei. + Come ne parlo piú... + + LÚCIA. Sta': non andare. + Quando tornerai in qua? verrai stasera? + Non odi? + + ARTEMONA. S'io verrò, tu mi vedrai. + Calonide, buon dí. + + CALONIDE. Dio ti contenti, + Artemona. Tu hai una buona cera. + Buon pro ti faccia. + + ARTEMONA. Cosí dice ognuno. + Ma non lo credo lor, ché le mie gambe + mi dicon quel ch'io son. + + CALONIDE. Di', per tua fé: + come la fai con gli anni? + + ARTEMONA. Oh! bene, bene: + ché passan via che non li veggio a pena; + e mi fan cosí buona compagnia + ch'altro dolor non ho sempre nel cuore + se non che non stan meco o ver, partiti, + non ritornan mai piú. + + CALONIDE. Questo intraviene + a tutti. Che hai di nuovo? + + ARTEMONA. Io ci ho sol questo + (e son venuta a posta per saperne + da te la veritá): ho inteso dire + c'hai spedito giá a fatto la faccenda + di Lúcia tua; benché non posso crederlo, + per quel che mi dicesti ultimamente + che non volevi farlo, inteso pure + de la persona la condizion trista. + E tanto piú ch'io dissi che quell'altro + volea pensarci e che potrebbe stare, + a quello ch'io vedeva, che, a la fine, + se l'avesse sposata. Or ti risolvo + ch'egli 'l fará. Se l'avessi giá data, + fa' ch'io lo sappi. + + CALONIDE. Io te lo dissi, allora, + che non s'è fatto nulla di Filocrate + né s'è per far; ché, se mi ritornasse + carico d'oro, non glie la darei. + Poi ti dico de l'altro: che non voglio + che noi pensiam tant'alto, perché poi + non ci venisse come quella fola + di colui che voleva andare in cielo + con le penne di cera. + + ARTEMONA. Non fai nulla, + se guardi a queste cose. Tu sei savia. + Sappia pigliare il tempo: ché i partiti + sono oggi scarsi. + + CALONIDE. Ascolta. Non vorrei + che si dicesse, poi, che avessi fatto, + per fargliela pigliar, qualche malia + o qualche tratto che non fosse onesto; + perché sa ben ciascun quanto in fra loro + sono i gradi ineguali. + + ARTEMONA. Lascia a lui + pensare a questo; ché a te non sta male, + s'ei fosse ancor da piú. Fa' che la sposi; + e lascia dir ciascun. + + CALONIDE. Di' che mi parli + e qualcosa sará. Ma voglio prima + ben consigliarla. + + ARTEMONA. Questo fie ben fatto. + Cosí son per ridirgli. Poi, dimane, + vedrò che venga in qua. + + CALONIDE. Come ti piace. + Deh! prega Iddio per me che questa cosa + si faccia, se fia il meglio. + + ARTEMONA. Sempre io 'l faccio. + + CALONIDE. Piglia questi duo soldi. + + ARTEMONA. Dio vel meriti + e san Francesco. Tu ci sei pur giunta! + Non ti varrá il consiglio e l'orazioni, + ché l'avrai in barba. Bisogna cervello, + in queste cose! Ora qui non manca altro + se non ch'ei venga qua duo volte o tre + e sappia governarsi. Io penso un tratto. + Non passò ancor duo giorni. + + +SCENA IV + + Filocrate, cognosciuto il suo errore, esce vestito di + sacco predicando ed, in penitenza del suo fallo, dilibera + andare a San Iacopo di Galizia; ed è da Pilastrino e Fileno + beffato e straziato. + +FILOCRATE vestito di sacco, PILASTRINO, FILENO. + + + FILOCRATE. Troppo tardi, + lasso! sí grande errore ho cognosciuto. + Noi, che siam nati a la gloria del cielo, + lasciarsi al senso, che è de la ragione + nimico, involgere in sí brutta vita! + Divota gente, anime benedette, + populo eletto, in fin che Dio ne lascia + il tempo a farlo, tornate, vi priego, + a penitenza. Riguardate tutte + le cose inferiori; e troverete + esser la corruzione e annullazione + il fin di loro. Volgetevi poi + a le parti de l'anima; e vedrete, + con ragioni e per pruova, essere eterna + fatta da Dio sol perché fosse erede + del ben suo eterno. + + PILASTRINO. Ecco! Ve' un nuovo pazzo! + + FILENO. Da poi che 'l mondo fu, fu pien di matti, + da que' duo primi matti. Or tutti quanti + par che d'ogni paese piovin qui + per influsso di cieli. + + PILASTRINO. Quanta gente + li corre dietro! Mi fa ricordare + quando la Mannarona uscia di casa. + Deh! che possiate diventar civette! + Guarda che furia! + + FILENO. Mi par di cognoscerlo: + e non so dove mi possa aver visto + questo birbon. + + FILOCRATE. Miseri a voi! Che vale + a tal felicitade esser chiamati, + se, a forza poi de lo stimul migliore, + fate insieme mortal l'anima e 'l corpo + come le bestie? + + FILENO. Certo, io lo cognosco; + e non saprei dir come. + + PILASTRINO. Potria stare. + È un di questi che, con bullettini + ed altre truffarie c'han sempre seco, + cercan del mondo. Oh! Se non par Filocrate! + Guardalo ben. Quel che toglieva Lúcia. + Che ti par? non è desso? Io ho a morire, + tanto ne godo! + + FILENO. Non può anch'essere altri. + Oh pazzarone! E che è stato questo? + Accostiamci ancor noi. + + FILOCRATE. Io non posso altro + se non, andando per il mondo a sempre + sopportar caldo, freddo, fame e sete + e fatiche e passar tra gl'infideli + predicando la fede e sol per zelo + di caritá morir, pregar per voi + il Signore ed ancor per ciascun altro + che è fuor di strada. + + PILASTRINO. E che! Non è gran cosa! + Questi non fu mai savio. Oh! co! ahuè! + Sta' fermo qui. + + FILENO. Che porchitá è la tua? + Che aspetti? Tu lo guardi cosí forte, + o Pilastrin? + + PILASTRINO. Lo voglio affigurare. + Li vo' toccar la man, ché siam parenti. + Filocrate crestoso, hai pur rubbato + la spoglia d'un saccone? e t'hai con essa + vestito? A questo estremo di prudenza + t'han pur condotto i tuoi ruvidi amori? + Guarda che cera! Non pare il legato + de la peste e la fame? + + FILOCRATE. Va', fratello, + a la tua via: se pur non vuoi venire + di compagnia a visitare il corpo + del baron di Galizia. + + PILASTRINO. Oh spennacchiato! + Chi vuol venire a venderci cristei! + Di', malandrino! E che non t'ha voluto + aprir la porta, a quel che t'è incontrato + cosí brutto accidente? Oh! Sta'! Sí, sí. + Or mi ricordo: l'ha giá rotta seco. + Non li vòlse rispondere. A la fede, + che de' volere andare al prete Ianni, + per intronato, in su quella galea + che s'ha da armar di frati, artieri e pazzi. + E debbe anco aver buona provigione, + per portar la semente degli sciochi + che a lor parrá gran cosa: ché la nostra + nasce di qua, senza esser coltivata, + ne le case, ne' muri e ne la rena, + come fa la bacicchia. Toh poltrone! + Ve' se non fa 'l piagnon, che sia scannato + da le zenzale! Non so che mi tiene + che non ti peli quella barba schifa + e lorda. + + FILOCRATE. Dio ti dia cognoscimento, + pazienza a me; poi che m'ha fatto degno + de la sua grazia. + + PILASTRINO. Dio ti dia 'l mal anno + e la pasqua peggior, ladroncellaccio! + Son piú omo da ben che non sei tu. + Che sí, se m'accaneggi, ciarlatano, + la farem con le pugna! + + FILENO. Ah! Discrizione! + È troppo, Pilastrin: lascialo stare. + Togliamcene, piú presto, un poco spasso. + + FILOCRATE. «Apparecchiate la strada al Signore», + diceva il gran Battista nel diserto, + per convertire ogni selvaggio core + e, con la penitenza, farne aperto + il buon sentier che giá l'antica gente + chiuso n'avea facendol duro ed erto. + Quale è donna di voi che non si pente + e non rompe nel cor durezza tanta + ch'altrui in vecchiezza poi suol far dolente? + Rompete il ghiaccio che d'intorno ammanta + i freddi petti; e di pietá s'accenda + l'alma, ch'Amor vi faccia lieta e santa. + Ma veggio che convien che altra via prenda; + ché 'l predicar fra duri sassi e tigre + non è possibil che mai frutto renda. + Alme gentil, non siate al ben far pigre. + + PILASTRINO. Guarda se 'l cielo è giusto! Io so che questi, + tra 'l non aver danari e tra l'amore, + si trova fatto, e in cosí poco tempo, + uomo da ben. Ghiottone, scelerato, + c'hai qui gabbato il boia che a la forca + t'aspettava col diavolo! Or vuoi andare + per il mondo e gabbar Domeneddio + e gli uomini? + + FILENO. Troppo è; lascialo andare. + Che pensi guadagnar da un simil pazzo? + Torniamo in piazza. + + PILASTRINO. Non ti potrei dire + che voglia m'è venuto in cima a l'unghie + di dare a sto poltron pien di peccati + una man di punzoni! Ma non voglio, + ora che sono acconcio, ruinarmi. + Vedi Amoraccio! Parti che sia un putto + o pure un gran signor? Parti che sappia, + quando ci ha sotto i piedi, arragazzarci + e farci gioco al vulgo? I premi, poi, + son le crocce, la paglia e 'l boccalone. + Ecco Artemona. Addio. + + FILENO. Va' pure. Amore? + Certo, non veggio in questa nostra vita + pazzia piú chiara o vergogna e ruina + piú evidente. E, per gli uomini savi, + s'avria solo a fuggir la dolce entrata: + ché, come ci siam dentro, è poi l'uscita + assai piú stretta ed erta che non fu + quella del laberinto. Ché di questo + alcun non n'uscí mai per forza o ingegno + di filo o di spaghetti. + + +SCENA V + + Artemona, parlando con Pilastrino, mostra averli + racconto l'offizio che ha fatto per Crisaulo e quello che + ha pensato perché egli fra poco ottenga, come si vedrá. E, + in questo, Pilastrino le narra tutti li accidenti del suo + amore che sono circa il mangiare e il bere. + +PILASTRINO, ARTEMONA. + + + PILASTRINO. Sai per sette. + Sempre ho sperato in te. + + ARTEMONA. Omai la cosa + passa per suoi piè. + + PILASTRINO. Saresti donna + da governare Stati. Ma vorrei, + quand'hai guarito tutti gli altri amori, + che dessi ancor qualche rimedio al mio + a cui fei don di me fin ne le fasce; + ed è quel che mi strugge e fa beato + solo a pensarvi. + + ARTEMONA. Fa' ch'io sappia il tutto + e lascia fare a me. + + PILASTRINO. È un gran signore: + ch'altro che di pensier la vita nostra + nutrisce; ed a sua posta la dilegua, + mal grado nostro. + + ARTEMONA. Séguita, ch'io t'ho... + + PILASTRINO. Non è 'l mio, come il loro, una fraschetta + che non vede e non ode e porta l'ali + per fuggirli di man, quando gli ha dato + qualche percossa; né porta saette + o dardi da impiagar; né a' suoi suggetti + porge se no piacere; e dentro ai petti + non mette fuochi o fiamme; anzi, egli stesso + le vuol soffrir, per non le dare a noi. + Cosí le morti, i martíri e i dolori, + per dar vita a noi altri, egli sopporta: + onde, s'io l'amo! + + ARTEMONA. Non dir piú: t'ho inteso. + Il tuo amore è 'l boccale. + + PILASTRINO. Tu l'hai detto: + con la minestra e la carne e la torta + e tutti gli animai, gli uccelli e pesci + e ancor con tutte le manifatture + de l'arte di cucina. Parti ch'abbia + perduto il senno, come soglion gli altri + innamorati? + + ARTEMONA. Tu sei troppo savio. + Ne son teco, di questo. A dire il vero, + io truovo un gran piacere nel mangiare + e nel ber ben. + + PILASTRINO. Perché tu hai cervello. + Uno ignorante non sappria parlarne. + Questo è l'amor divino che i dottori + dicon ch'è cosí santo. + + ARTEMONA. Di', di grazia: + ché, se fosse cosí, vorrei provare + a fargli qualche voto. + + PILASTRINO. Vorrei dirti + prima l'antica sua genealogia. + Ma saria cosa lunga. + + ARTEMONA. E come è fatto? + di cera? + + PILASTRINO. Non ne vidi mai ritratto: + come intraviene ancor di molti idii + che fanno il grande e non si mostran mai + in forma alcuna. Ma, se noi vogliamo + far giudizio di lui come si debbe, + lo trovarem cosí dolce e soave + e sí perfetto che giudicherai + ch'in ciel sia la sua sedia sopra Giove, + non che a quel loro, ch'è lá sú un ragazzo, + uno schiavetto. + + ARTEMONA. Non si può dir contra. + + PILASTRINO. Se non fosse un noioso, un fottivento, + non faria quel che fa. Se fosse grande + nel ciel, com'essi dicon, non sarebbe + ingiusto, instabil, fraudulente, iniquo, + micidial. Ma fa un ritratto a punto + da quel ch'egli è. Non troverai solo uno + che si doglia del nostro e si lamenti + ch'egli li strazi: come sempre loro, + con tanti pianti. + + ARTEMONA. Sí; ma quando, poi, + siam ben pasciuti, in noi manca l'amore + e 'l desiderio de la cosa amata. + Ed in loro è il contrario. + + PILASTRINO. E cosí in me: + perché son com'un sacco senza fondo; + ché, se 'l Ren fosse vino o ver minestra, + io mi torrei a sorbirlo tutto a un fiato + a la tedesca. + + ARTEMONA. E come a la tedesca? + + PILASTRINO. Non m'hai veduto mai bere a la botte, + pisciando a un tempo? ché, in un sesto d'ora, + ne bevrò tanto che a l'uscir lo vedi + negro come a l'entrare. A queste sere, + con un soldato che m'alloggia in casa + vinsi, giuocando a questo, dieci corbe + d'un buon trebbian. + + ARTEMONA. Debbe essere un bel giuoco. + Ma 'l vino è troppo caro. Oh bella cosa! + Almen non s'ha passioni, in questo amore, + né pianti né sospiri. + + PILASTRINO. Sento tutto + appunto come loro: benché mai + non abbia aúto voglia di morire, + com'ogni or dicon essi. + + ARTEMONA. Di': in che modo? + + PILASTRINO. Prima, non è mai stato al mondo alcuno + verso l'amata sua sí forte acceso + quanto son io: perché, se è il lor d'un mese, + d'un anno o dieci, io giá son quaranta anni + che lo portai del corpo di mia madre; + perché nacqui con esso e i nostri antichi + tutti, in millanta gradi, sono stati + perduti in questo. + + ARTEMONA. Questo omai si sa. + + PILASTRINO. E benché, qualche volta, di goderla + abbia qualche contento, provo spesso + l'amare pene, gli affanni, i martíri, + i travagli e l'angosce, che, non solo + non prova innamorato, ma pur donna, + s'è sopra a parto, non gli sente tali, + quando ne sto, da poi ch'è giorno, un'ora + senza entrare in cantina. + + ARTEMONA. Io te lo credo. + + PILASTRINO. Le contentezze, le beatitudini + e le gioie e i piacer gusto ne l'anima, + e nel corpo a un tempo, quand'io vado + a mangiar con qualcuno ove si trovi + la mia padrona. + + ARTEMONA. Questi son buon punti. + Mi pari un Salamon. Saresti buono + a leggerne in iscranna. + + PILASTRINO. E poi le fiamme + ardenti, che loro han sempre nel cuore, + sent'io spesso per tutto e, qualche volta, + in modo ch'io ne sudo e bagno tutta + la camiscia e le brache, quando posso + pigliar, sotto le volte, al magazzino, + la grazia di san Paulo con quel greco + ch'io bevvi l'altra sera. + + ARTEMONA. E, per ventura, + debbi veder tutti quegli animali, + aspiti, bisce, tarantole e serpi, + come se fossi in banco. + + PILASTRINO. Bene spesso. + M'agghiaccio, poi, e m'affreddo e mi risolvo + come la neve al foco e al vento nebbia, + s'io sto, l'inverno, che non magni sempre + e mi scaldi col vino. + + ARTEMONA. Siam piú d'uno. + + PILASTRINO. Io, finalmente, come fanno loro, + esco di me, divento furioso, + divento povero e cosí ridiculo. + Ed in questo ho avantaggio: ch'essi cercano, + con ogni studio, per la cosa amata + (il che il piú de le volte gli intraviene), + venir mendíci; io sono stato sempre + e, s'io non era savio, sarei ancora + per l'avenire. E in tutte queste cose + sento dolcezza. E tanto piú, se sono + in quelle fiamme, in quei caldi che pare + che 'l mondo giri. E talor veggio i cieli + aperti tutti, com'un frate santo, + e gli angeli suonare. Io canto e ballo. + E poi mi par ch'io cado giú a ruina + in un rio fresco fresco che talvolta + (ti dico il ver) mi fa di contentezza + pisciarmi sotto. + + ARTEMONA. Questo l'ho provato + piú d'una volta anch'io; ma non vien da altro + che bere il vin senz'acqua. + + PILASTRINO. Non fa male + a chi v'è usato. Non vo' dir de' sogni, + ché ne potrei contar piú di trecento + millia novanta dodici. E ben spesso + mi sogno: e poi, svegliato, mi ritrovo + sotto una scala o in cánova o in cucina + o sotto un desco; e poi non mi ricordo + se andai la sera al letto o se vi fui + portato da qualcuno. E sí mi pare + aver sognato le piú nuove cose + del mondo! Cosí loro ancora abbracciano + il loro amore in sogno e di poi, desti, + non fan che lamentarsi. Dice l'uno: + --Beato insogno!--e, di languir contento, + d'abbracciar l'ombre e imbrattar le lenzuola + d'un dolce pianto... + + ARTEMONA. Ah! ca! A quanti intraviene! + + PILASTRINO. Dunque non mento. L'altro chiama il cielo + crudel che in quella tanta dolcitudine + non l'ha fatto morire o ver concesso + di non destarsi mai. Cosí facc'io, + se mi truovo, in quel sogno, ben pasciuto. + Allor vorrei che 'l mondo stesse sempre + in quello stato. Ma poi, come indugio + ogni poco, incomincio a sentir dentro + gli asprissimi dolori de la fame: + ond'io mi adiro e squarto e maledico; + e, se pur sono in luogo che non possa + farlo forte a mio modo, da me dico + la messa piana, come ne l'incanto + faceva Girifalco. Ma vo' dirti. + Sento un sonno assalirmi che non posso + tener piú gli occhi aperti. + + ARTEMONA. Sí: t'ho inteso. + Va' dormi; n'hai bisogno. Io 'l vidi al primo, + ch'era cotto a l'usato. + + +SCENA VI + + Crisaulo, avendo parlato con Calonide, le promette + ultimamente di sposar la figliuola e si fa conceder da lei + di dirle duo parole: le quali, come poi si vedrá, fûrno di + sorte che egli ottenne per quelle, la sera medesima, quanto + desiderava. + +CRISAULO, CALONIDE. + + + CRISAULO. Io ti ringrazio + de l'affezion. Ma vegnamo a la fine. + Piú volte abbiam parlato; e cosí Artemona + t'ha detto la mia mente. Or ti concludo, + e dico espresso, se ne sei contenta, + ch'io sono in ogni modo risoluto + di tôrla per mia donna e di sposarla: + ché altro non truovo, al fine, in questo mondo + che contentarsi; e so che può di lei + contentarsi ciascuno. + + CALONIDE. Io t'avea dato, + figliuol, tempo tre giorni, ché potessi + pensarvi bene; perché queste cose + so come vanno e questo grande amore + non dura sempre. Ma, poi ch'in te veggio + cosí gran desiderio, non mi pare + di poterti mancar; ma ben cognosco + quanto sconvenga a te tôrre una donna + sí poverina. + + CRISAULO. Queste son parole. + Piú robba o manco, non ne faccio stima; + ché le ricchezze e i ben de la fortuna, + per se istessi, non dan nobiltá. + Cerco una donna che sia ricca e nobile + di costumi e virtú; di che son certo + quant'ella è ben dotata. Ma vo' prima + che mi conceda (pure in tua presenza) + ch'or io le dica qui sol duo parole; + perché voglio saper ben la sua mente + prima ch'altro si faccia. + + CALONIDE. È bene onesto. + + CRISAULO. Potrai star tu da canto; ed io da lei + vo' quest'ultimo sí: poi, fra duo giorni, + farem le nozze. + + CALONIDE. Ti vo' contentare. + Ma promettimi, prima, non dire altro + che cosa onesta. + + CRISAULO. Hai in me sí poca fede? + + CALONIDE. Orsú! Entra in casa. + + +SCENA VII + + Timaro va a dimandar Pilastrino a casa sua per farlo + venir da Crisaulo; e lo truova dormendo ed, a la fine, lo + mena. E Crisaulo li ordina che debbi render la robba sua a + Girifalco: il che egli, per non poter fare altro, dopo + alcune contese, pur si dispuone a fare. + +TIMARO, PILASTRINO, CRISAULO, FILENO. + + + TIMARO. Olá! Non c'è nessuno? + So ch'io gli sveglierò o che la porta + anderá in terra. + + PILASTRINO. Chi è giú? Corri al fuoco, + impazzato! Son fatte le limosine. + Che cerchi tu? + + TIMARO. Non gridar di lí, boia! + Deh! scendi a basso. + + PILASTRINO. Tu vuoi pur la baia! + Che dimandi? ché vo' tornare al letto. + Che discrezione! + + TIMARO. Vedi u' son condotto! + Cerco di Pilastrin. + + PILASTRINO. Mi par che uccelli + la fava. Non mi batter piú la porta. + Debbi essere ubbriaco. + + TIMARO. Apri qui, fiera! + Ti taglierò un'orecchia. + + PILASTRINO. Questa volta, + voglio che tenga di mula di medico + cosí come sei bravo. + + TIMARO. Quello è desso; + è Pilastrin. Parti che ha scelto l'ora + di andare al letto? Mi bisogna averlo + con le buone. Odi, o Pilastrin: ti prego; + fatti fuori. + + PILASTRINO. Tu m'hai rotto la testa. + + TIMARO. Ascoltami. Crisaulo... + + PILASTRINO. Io non vi sono. + + TIMARO. ... ora t'aspetta a far colazion seco + e ti vorria parlar. + + PILASTRINO. Sí, sí: è Timaro. + Non t'aveva pur anco cognosciuto. + Eccomi a te. + + TIMARO. Credo che, questa volta, + ti parrá forse amara. + + PILASTRINO. Andiam pur via. + + TIMARO. Che cosa è di te tanto? Non possiamo + giá piú vederti. + + PILASTRINO. Queste ghiottoncelle + m'han cavato 'l cervel de la memoria + in modo ch'io non posso piú, senz'esse, + vivere un'ora. + + TIMARO. E che! Sei innamorato? + Di' il vero. + + PILASTRINO. Se sapessi come m'hanno + concio! Non posso piú mangiare o bere, + quand'io dormo; o dormir né chiuder occhi, + mentre ch'io beo, se prima non è vòto + il fiasco. E sento spesso tante pene + che mi stempero tutto; e, in quel, talora + vado al luogo comune. E degli affanni + non ti dico; perché ne porto addosso + quanto un somaro, di quegli degli altri. + Pensa de' miei! + + TIMARO. Anche ti venga il grosso! + Non puoi giá uscir di quello. + + PILASTRINO. Tu non credi, + che abbi una innamorata? + + TIMARO. Sí, lo credo, + ch'abbi una sfondorata, ché pur una + n'è la tua Gnesa; ché, in tutte le parti + che fanno una plus quam perfetta lorda, + port'essa la corona e non li manca + se non esser fregiata in sul mostaccio. + Ma a te piace cosí. + + PILASTRINO. Sí! L'ho piú a noia... + Ma ti ricordo che 'l venirmi incontra + con le man piene... + + TIMARO. E che! Di palafreni? + + PILASTRINO. Di tanto, forse, che non hai nessuna + che porga tanto a te. + + TIMARO. Gli è ragionevole + che i belli sempre si faccin pagare. + L'ordine è questo. + + PILASTRINO. Ma per te si guasta; + ché sei sí bello e non v'è forse alcuna + che ti voglia pagar! + + TIMARO. Bel non son io. + + PILASTRINO. Almanco tu ti tieni. E forse in modo + che, qualche volta, se tu fossi appunto + come ti tieni, faresti vergogna + a Narciso; e per te morria, ogni giorno, + un migliaio di donne; e si farebbe + forse, ai lor prieghi, che fossi dannato + a vita nel torrone. + + TIMARO. Cianciatore! + Di' pur, ch'è l'arte tua. Ecco Crisaulo + che torna anch'egli a casa. + + PILASTRINO. Ci ha veduti. + Andiam da lui, ché aspetta. + + CRISAULO. Ben venuto. + + PILASTRINO. Ben ti venga, poi c'hai per me mandato + perché merendi teco. + + CRISAULO. Ascolta, prima, + quello che t'ho da dir: poi, se vorrai, + potrai mangiare. + + PILASTRINO. Oh! Se bevessi prima, + t'ascolterei pur troppo volentieri + e con pazienza. + + CRISAULO. Orsú! Non mel far dire + duo volte o tre. + + PILASTRINO. Di' presto quel che vuoi. + + CRISAULO. Tu ti sei governato in un tal modo + di quel tuo tradimento che potresti + essern'ancor pentito; e giá, fin ora, + saresti forse in man de la giustizia, + se non fosse che t'hanno riguardato + sol per mio amore. Or lascia andar le ciance + e fa' che la sua robba torni a casa. + Altrimenti ti dico che 'l maggiore + nimico ch'abbi a aver voglio esser io. + Ma non penso che manchi. + + PILASTRINO. Hai detto assai: + ma non t'intendo. + + CRISAULO. Ti farò sturare + gli orecchi, per mia fé. Dico che omai + le tuoi ghiottonarie sono scoperte + e che, se tu non rendi a Girifalco + la robba sua, ti vo' far pigliar io + e darti a l'auditore. + + PILASTRINO. Oimè meschino! + Questa è la colazion che mi volevi + dare? Oh che nuova acerba! Ma fa' pure + quel che ti par; ché tu predichi, appunto + come facea quell'altro, nel diserto. + Ché anzi voglio morir: ch'è meglio assai + morir ricco che viver poi stentando + in povertá. Non ne farem niente. + Guarda la gamba, che mi lasci mettere + nel giubbon del comune! + + CRISAULO. Tienlo! piglia! + Pigliatel presto, ché 'l vo' fare or ora + appicar, cosí caldo, per la gola. + È cotto, e vuol fuggire! È dato giú. + Rimenatel pur qua. + + FILENO. La lepre è giunta. + E che volevi far cosí a fuggire? + Sta' pur, ch'io t'ho. + + CRISAULO. Va'; corri al capitano, + Timaro, da mia parte; e fa' che mandi + qui dieci sbirri, ché li voglio dare + uno assassino. + + PILASTRINO. Oimè! Misericordia! + + CRISAULO. Usarla in te sarebbe cosa iniqua: + ché sei un ladrone e non vuoi ravederti. + Sarai pagato adesso. + + PILASTRINO. Odi, Fileno? + Dice che tu mi lasci. Non hai inteso? + Lasciami, dico: sono ancor digiuno; + voglio ire a casa. + + FILENO. Anca a digiun potresti + dar con le scarpe la benedizione. + Sta' pur qui fermo. + + PILASTRINO. Ti prego, Crisaulo. + Deh! Non mi lasciar metter piú paura, + ché mi sento venir la febbre fredda. + Manda a dir che non venga il capitano. + Ne li vo' render parte. + + CRISAULO. Tutti, tutti. + Pensa se piacque a lui l'essergli tolti, + quando è si grave a te, che gli hai rubbati, + restituirgli! + + PILASTRINO. Mi farai morire + com'un uom disperato. Se fai questo, + non camperò duo dí. + + CRISAULO. Va'. Son contento. + Porta qui tutto quello c'hai del suo. + Ed io, perché non mora, ti prometto + di lasciartene il terzo; gli altri voglio + rendergliel'io. + + PILASTRINO. Lo voglio fare, orsú! + Ché pure, in vero, non potrei tenergli + senza peccato; e forse ancora, un tratto, + glieli rendeva io istesso. + + CRISAULO. Mal per lui, + se stava a questo! + + + + +ATTO V + + +SCENA I + + Filocrate, ritornato di Spagna, piú che mai nel suo + amore acceso, per entrare in casa di Lúcia e non esser + cognosciuto, viene in abito di pelegrino dimandando + limosina in lingua spagnuola; ed è a la fine da la madre + accettato in una corte come pover'uomo: ove, con Demofilo + socero di Calonide, entra ne le lodi de l'imperatore e di + piú principi. + +FILOCRATE ritornato pelegrino, FRONESIA, CALONIDE, DEMOFILO vecchio. + + + FILOCRATE. Ai de mi! O personas + de bien, aiudadme con limosna. O quien + hallasse alguna alma tan devota + la qual oviesse piedad d'este pobre + peregrin, maldispuesto, que a llegado + a estos dias del sepulcro! O muger + de bien, llamadme un po a vuestra señora; + que io me muero de necessidad, + por que pasa de ocho dias que io + camino con la fiebre. + + FRONESIA. Oh che fastidio! + Ti s'è pur fatto giá due volte o tre + limosina. Ma siete certe genti + che vi fermate a la prima in un luogo + e pensate ivi, senza andare attorno, + aver le spese. Bisogna, fratello, + andar cercando come fanno gli altri. + Non hai detto che chiami mia madonna? + + FILOCRATE. A sí: llamadme a vuestra señora. + + FRONESIA. Questo fia poco. + + FILOCRATE. O triste de quien es + pobre! porque ia en estos tiempos + no se halla quien bien aga. O dichoso + si una vez muriesse! A lo menos + holgaria por salir de tanta pena. + + CALONIDE. Che vuol quel peregrin? + + FRONESIA. Parlerai seco. + + FILOCRATE. Solo me bastaria estare allá + en cubierto: porque, no solo estoi + muriendo, mas aun aeste aire + me acaba la vida y haze que + me consume. + + CALONIDE. E che vuoi tu, pover'uomo? + Siam poveri ancor noi, come tu vedi, + e di quel poco di ben che si fa + ti si fa parte. Se non foste tanti, + ne verria piú per un. + + FILOCRATE. Solo, señora, + queria una merced: que me dexasses + estar allá debaxo a quel portal, + porque soi cierto que, estando allí + una noche, acostado en quella paia, + resucitaré sin dubda; que estoi mas + que muerto del trabaio. + + CALONIDE. Entrar lá dentro? + + FILOCRATE. No deseo otra cosa. + + CALONIDE. Oh poverino! + Che cosa è questa vita! Il mio fratello, + questo non posso far; ché dal messere + ho commission di non lasciare entrare + in casa alcuno, per questi sospetti + di peste che sono or per tutto il mondo. + Uno spedale è qui vicino. + + FILOCRATE. O Dios + del cielo! que bien sé io do he stado + y quam limpio soi de sospecha; porque + el mal no es otra cosa que fiebre + iuntamente con las passiones + y tan longas fatiguas. + + FRONESIA. Potria dire + cosí, tre dí, che non lo intenderei + se non per discrezione. + + CALONIDE. Io non saprei + giá parlar come lor; ma diria poche + cose che non l'intenda perché, inanzi + che Lúcia fosse grande, n'ha Demofilo + sempre tenuto in casa di scolari + quasi tutti spagnuoli. + + FILOCRATE. Mi señora, + tiengo a vos sola de ablar dos palabras. + + CALONIDE. Tiratevi da canto. Volentieri. + Di' 'l tuo bisogno. + + FILOCRATE. Io soi bien nascido + y en buena ciubdad y de mui noble + familla; y, por haver prometido + d'ir al Sepulchro, soi venido a este + fin y malaventura. Y, estando + a sí, alende de otras passiones, + es otra mui maior; que tiengo a qui + cientos ducados, sin algunas ioias. + No sé come hazer porque no me mate + algun ladrone, estando a si a dormir + de fuera: por lo qual, cara señora, + solo por esta noche, os suplico + que me dexeis entrar; que, a la mañana, + io me iré. Y, porque he oido dezir + de vuestra mucha bondad, he osado + descobrir a vos todos mis secretos + confiando de vos. + + CALONIDE. Puoi ben fidarti. + Orsú! Entra in casa. Ed io vado a Demofilo + a pregarlo che voglia esser contento, + tanto che ti riabbi d'esto male, + che ti stia qui. + + FRONESIA. In vero, m'ha ben cera + d'uomo da bene: me ne crepa il cuore. + Tristo a quel che si truova in tal disgrazie + sbandonato da tutti! Cosí suole + far la fortuna: nulla è, in questo mondo, + di fermo che 'l ben far. Par che simigli + una persona e non saprei dir chi. + Ecco 'l messer. + + DEMOFILO. Donde sei, peregrino? + + FILOCRATE. Soi spañol y natural de Cordova, + muy buena patria, y tan bien de buena + familla. Aora soi en vuestras manos. + De gracia, havedmi compassion. + + DEMOFILO. Appunto. + Non ti pigliar fastidio, ché potrai + star qui per fin che tu sia ben sanato; + e farò governarti da fratello. + Ma ben m'incresce non poter tenerti + come vorrei perché, in fin che non passa + bene il sospetto, non ci veggio modo + d'accettarti sú in casa. + + FILOCRATE. Soi contiento + con eso. Non quiero otra cosa. + Dios os pague el gualardon. + + DEMOFILO. Sapresti + darmi nuova d'un signor Fabio Negri + di Valenza? + + FILOCRATE. En verdad no le cognosco. + + DEMOFILO. Che si fa in quelle bande? che si dice + di nuovo? + + FILOCRATE. Quando io me partí da quellas + partes, se hazian grandes allegrias + y fiestas y triumphos; porque havian + nuevas de la tornada muy felice + de Su cesarea Maiestad (y esto + por toda Spagna). La qual es tan de- + seada que cada ora les parece + mas de un año. Y en special + la emperatriz que tan cortés a havido + el cielo ne las dotes de la anima + quanto de la fortuna. Y asimismo + se aderecavan iustas y torneos + para quando aia llegado con tanta + gloria y vencimiento. + + DEMOFILO. Ai tempi nostri + non si ricorda che, da Adamo in qua, + sia nato alcun dal ciel piú largamente + dotato e favorito e sovr'ogni altro + fatto felice; non cavando alcuni + passati imperatori o capitani. + Che se la nostra etá fosse sí ornata + di scrittor degni come fu l'antica, + non si ricorderebbe piú, in esempio + dei piú famosi e illustri semidei, + Augusti, Arsacidi o Iustiniani: + ché la fama maggior di Carlo quinto, + come fa 'l sol con le minori stelle, + offuscherebbe i loro accesi lumi. + + FILOCRATE. Ciertamente sus grandes vitorias + y empresas honrosas y magnanimos + hechos muy felices dexaran + tal fama de Su alta Maiestad + que, sin scrittores o poetas, haran + que su nombre siempre viva, sin + falta alguna, despues de mil mondos. + Y specialmente por esta vitoria + que a avido en Ungaria contra el Turco; + la qual a seido nuestra redemption + y fortification y esaltation + y aumento de la nuestra santa + y catholica fé. Donde el vuestro + marques del Vasto, de Su Maiestad + capitan diño, con illustres obras + a ganado tal nombre que qualquiere + gentilhombre parece desear + non menos de seguir la gherra por + militar vascio al dominio de tan + generoso señor; que el desea + la eterna gloria y accrecientamiento + de las vitorias a lo emperador + su rey señor. Dichosa edad nuestra, + que de tan glorioso emperador + sta governada y tan bien regida! + + DEMOFILO. Felice è certo questa nostra etade + quanto altra mai ne fu, quanto ne fia + dopo i dí nostri: poi che 'l ciel l'onora + d'un pontefice tal che l'alta sede + non manco adorna e imperla e ingemma e inostra, + con le rare eccellenze e con la fama + de l'opre chiare, ch'ella il suo bel nome + rischiari e 'l renda a le future genti + colmo di gloria e d'immortali onori. + Il cui chiaro valor, se tanto vivo + che giunga a la vecchiezza, spero ancora + veder rinovellar (come d'alloro + esce ramo piú vivo) in due gran piante. + Ippolito fia l'un, giá adorno e carco + di fama tal che l'Indo e le Colonne + passa colma d'onor, dal tempo sciolta. + Il qual vedrem, cinto di perle e d'oro + e verdi fronde, anzi che cangi il pelo, + giungere in cima a l'onorato calle + per l'istesso sentieri onde ora sale; + e fare al gran valor forse secondi + i patri onori; e, come vivo sole, + dar lume a questo e quell'altro emispero + con sí soave raggio che si eterni + la primavera: a che pensando, parmi + veder tornata giá l'etá de l'oro. + L'altro, Alessandro; che al valore antico + del grande antecessore, ne' verdi anni, + succede sí che par giá che sostiene + ogni speranza che ha 'l Tosco e il Latino. + Taccio or del gran legnaggio piú ministri + i quai, se avesse aúto ai primi tempi + Roma, via piú d'onor l'ariano ornata + che né Fabrizio né Caton né Scipio: + il gran Salviati, un Tomaso, un Francesco; + un di prudenza, un di bontade esempio + e l'altro di giustizia, il Guicciardino; + il qual la terra nostra or teme ed ama. + Ei ben si può dar vanto d'esser nato + per governar provincie, imperii e regni: + di che, non sol s'allegra l'Arno e Ibero, + ma tutto quello che la santa Chiesa + onora ed ama; onde confuso trema, + sotto il nome Clemente di pastore, + non manco che giá fesse il fiero artiglio + del Lion valoroso, ogni gran fiera + ed ogni lupo al bel gregge nimico. + + FILOCRATE. Esta fama se a adquirido nuestro + muy Santo Padre, en todo el mondo, con + muchas pias y buenas obras; la qual + durará tanto quanto del tiempo + el movimento. O quanto deve olgarse + todo el mondo! que con tanto amor, + aora ultimamente, y entera fé + an firmado ambos y fortificado + los fondamentos de la eterna paz; + que no solo seran siempre unidos + mas tomas una vida y una alma: + porque, al fin de todo, su unidad + es asimismo de todo el mondo + y de nuestra santa fé. + + DEMOFILO. Gli è certo: + ché sempre, uniti i capi de le cose, + stanno unite anche lor; tanto piú quelle + che da quelle son rette e governate + come è 'l mondo da lor. Portali cena; + ché passa il tempo, cosí, ragionando, + che non si vede. + + +SCENA II + + Pilastrino, ricercando qualche suo amico vecchio per + mangiar seco, si imbatte in Girifalco e, per ire a cena + seco, lo invita a cenar con lui; ed è dal vecchio scorto, + onde il disegno vien fallato. + +PILASTRINO, GIRIFALCO. + + + PILASTRINO. Che farai istasera, + Pilastrino? S'accosta ora di cena, + e tu in casa non hai né pan né fuoco. + Sono ora in piazza. Lasciami cercare + se trovassi qualcun di questi miei + amici vecchi; e non avrò a comprare: + ch'oramai m'incomincia a increscer troppo, + cosí mi truovo stretto di danari, + poi che Crisaulo mi fe' render quello + ch'era mio di ragione! Or, come spendo + un quattrino, mi par che mi sia tratto + un dente de' migliori che abbia in bocca, + che gli ho piú cari la metá che gli occhi. + Ma guardo pure e non ci veggio alcuno. + Quel non è Girifalco? Orsú! Mi voglio + apparecchiare a una magra cena. + Girifalco da ben, Dio ti contenti. + Ti son pur servitor: ma sei un cert'uomo + che non mi degni; o che tu m'abbia in odio, + non so perché. + + GIRIFALCO. T'ho in luogo di fratello. + + PILASTRINO. Toccala qui. Vo' che istasera facci + una bontá: che venga a cenar meco, + se mi vuoi ben. + + GIRIFALCO. Non posso. + + PILASTRINO. Dissi bene + che non mi degneresti. Non ci è peggio + che essere, in questo mondo, pover'uomo; + ch'ognun ti fugge. Avrem di buon pipioni + in colombaia; e buon vin ne le bótte; + e 'l pan, se non è poi bianco a tuo modo, + manda per esso a casa. + + GIRIFALCO. S'io potessi, + non mi aresti a pregare. + + PILASTRINO. E dove ceni? + + GIRIFALCO. A casa. + + PILASTRINO. Vedi che tu mi rifiuti. + + GIRIFALCO. Dimmi altro, se vuoi nulla. + + PILASTRINO. Oh! Va', ch'io voglio, + per non cenar da me, venir teco io + a casa tua. + + GIRIFALCO. Perdonami. Non posso. + + PILASTRINO. E perché questo? Oh! co! La cosa è guasta. + Oh! che spilorcio! + + GIRIFALCO. Ho forestieri a casa. + Un'altra volta, poi. + + PILASTRINO. Ed io che sono? + Arei pensato aver luogo nel letto + ove tu dormi. T'ho pure ancor fatto + qualche piacer. + + GIRIFALCO. No, no. Sono oratori + de' veniziani. Parti che sia onesto + che venga a star fra lor? + + PILASTRINO. Sono oratore + anch'io, per questo; ma non so concludere. + Non avrò premio da la mia republica. + Vatti con Dio. S'io non ti pelo, un tratto, + quella barbaccia nido di piattoni, + non sarò mai contento. Volpe vecchia! + ché non penso, cercando tutto il mondo, + si ritruovasse un che sopra il quattrino + fosse piú scozzonato. Se potesse + chi te n'ha giá fatt'una farne un'altra, + forse che perderesti il ciaccolare + e lo schermo. + + +SCENA III + + Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lúcia per + l'ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova + Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. + E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fenestre + e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che + aveva al collo. + +TIMARO, FILENO, CRISAULO. + + + TIMARO. Addio, Fileno. + M'avrebbe dato troppo, s'io aspettava. + Tu non mi ci corrai. Son quasi stato + per non tornar. Mi sta a metter paura. + So che venni correndo un pezzo in giú + prima ch'io mi fermassi. + + FILENO. Io la sapeva. + Non restò giá da me che nol dicessi, + che cosí potea armare un paracuore. + E sei fuggito? Che avesti paura? + dei morti? + + TIMARO. A la fé, sí, cosí a la prima; + ma non fuggiva. Poi vidi venire + non so chi camminando per la strada: + onde mi entrò paura; e m'appiattai + e poi venni correndo in fin qua giú, + che non mi son fermato. + + FILENO. Se non fosse + per non far qui romor, ti caverei + quell'arme tutte e ti concerei in modo + che ti ricorderesti, manigoldo, + sempre di questa sera. + + TIMARO. Orsú! Sta' fermo; + lasciami star. Lo saperá il padron, veh! + Eccolo. + + FILENO. Corri lá! Tien quella scala. + Buon pro ti faccia. + + CRISAULO. Pian! Senza romore. + Timaro, va', corri ora e trova Artemona. + Dálle questa collana; e sappia dirle + ch'io glie la mando perché da lei intenda + almen parte di mia sorte felice + a cui si truova esser stata presente. + Chi è piú contento al mondo? + + FILENO. È ben passata. + Saranno pur finiti tanti pianti. + Sempre ho sperato; ch'io sapeva bene + quanto possa in noi l'oro che le porte + che fosser di diamante rompe e spezza. + Pensa che ci può il cor d'una donzella! + Con questo ci ha insegnato vincer Giove + la castitá e l'onor, se fosse in carne. + Di': come andò? + + CRISAULO. Deh! non mi molestare, + ché di dolcezza il cor mi si diparte. + Poi, un'altra volta. + + +SCENA IV + + Filocrate, il qual, come povero, in abito di pelegrino, + era fermatosi ne la corte di Lúcia, con consentimento loro, + in su certa paglia, vede Crisaulo andar da lei ed uscirne; + e minaccia tutti e duo di ammazzarli, pure in lingua + spagnuola, perché ancora non appare che si sia scoperto. + +FILOCRATE solo. + + + Ai porque no me a dado + el cielo, pues que era ia de tanta + servidumbre salido, de allí léjos + morir allá donde el morir podia + venir con men dolor? Quisa sará + que, con la morte sua, mucho allá + contiento andaré; si de un tan grande + ultrage yo saco venganza. Quiero ir + allá, como el buelva esta noche; + y hazer de maniera que su cru- + el condition y tan mala natura + sea castigada; en exemplo de l'otras + que siempre tales costumbres tienen. + Quiero que esta man castighe a todos + dos y despues me ya mas contento + saque de tanto trabaio y pena. + + +SCENA V + + Crisaulo, ritornando a casa, ringrazia il cielo de la + felicitá che in quella notte li concesse e racconta a + Fileno la istoria tutta succintamente; ed è da lui in modo + persuasoli il partirsi de la cittá che si dispuone di + partir la mattina a giorno, per non averla a sposare; come, + stretto da amore, dubbitava di fare. + +CRISAULO, FILENO. + + + CRISAULO. Grazie immortal ti rendo, grande Iddio, + chiunque sei del cielo e de la terra + governator, di sí gran benefizio + e largo dono; e a te, maggior pianeta, + ch'ogni cosa terrena col tuo lume + governi e reggi (che giá tante volte, + al dipartir, mi lasciasti sí pieno + di pensier tristi, ed al ritorno, poi, + lontan da ogni riposo a tragger guai), + che, rivolgendo altrove il chiaro giorno, + lasciando dietro a te l'ombrosa notte, + a tanto mio contento desti luogo. + Luna, e tu parimente, che porgesti, + velando il chiaro viso di piú oscure + e fosche nubi, a tal felicitá + favor, non sará mai mia lingua stanca + in pregar chi che sia che lo può fare + ne le tue contentezze; e che ritornino + i dolci abbracciamenti de lo amato + Endimion quanto mai lieti e spessi. + Benigne stelle, cui chiamai sovente + in testimonio di mia vita acerba, + ma sempre in vano, onde crudeli ed empie + vi dissi, non è alcun mortal mio sforzo + che mi vaglia a formar degne parole + in rendervi le grazie ch'io vi debbo. + Cor lasso, che di lagrime e sospiri + vivesti un tempo, ond'eri giá ridotto + quasi a l'estremo, come puoi di tanta + dolcezza esser capace? Occhi, che primi + foste a soffrire e mandar dentro al core + il dolce amaro, ché non fate segno + di cosí gran letizia? ch'or vi involge + in dolce pianto, come, in questa notte, + vi ha dato il ciel, discacciando a voi lunge + ogni tristezza, quanto vi fu prima, + ogni riposo. E tu, lingua mia frale, + che giá sí spesso, ne l'alte sue lodi, + cantando, davi a le acerbe mie pene + alleggiamento ed a le fiamme lena, + or quanto mai ne l'onorato nome + spende tue forze; sí che 'l vivo lume + veggiam dritto poggiar verso le stelle + onde discese. + + FILENO. Vorrei che finissi, + Crisaulo, oramai sí lunga predica; + e mi partissi cosí gran piacere + quanto tu non capisci. + + CRISAULO. Sono allegro, + certo, in tal modo che, ne la soverchia + dolcezza, il cor mio lasso sente pena. + Non mi dir nulla. + + FILENO. Vo' che tu lo dica; + ché mi fai stare appeso per i piedi. + Non ti far piú pregare. + + CRISAULO. Io son forzato. + Eccotel brevemente. + + FILENO. Orsú! Incomincia. + + CRISAULO. Tu déi saper sí come ier, parlando + con Calonide, molto la pregai + mi concedesse ch'io parlassi a Lúcia. + Ella, che vive come al tempo antico, + senza molte parole fu contenta + e si tirò da banda. + + FILENO. Questa è bella! + Accostare il tizzone al zolfanello + ed aspettar da canto che non brugi! + E le parlasti? + + CRISAULO. Ora ti dico il tutto. + Questo le dissi:--Cognoscer puoi certo, + Lúcia, che siamo omai condotti a tale + ch'esser non può ch'io non sia sempre tuo + e tu di me. Però vo' che mi attendi, + ché ti vo' confidare un mio secreto. + Io son diviso giá da mio fratello + perché sopra di te non abbi alcuno + ne la mia casa ma ne sia signora. + E perché il nostro aver, per il passato, + maneggiav'io, mi truovo da appiattare + un cassettino ov'io missi da canto + molti ducati e gioie: ond'io ti prego + che mostri avere in te giudizio e ingegno, + ché li salviamo; e fidarsi d'altrui + cognoscer déi da te che non sta bene. + Io verrò qui istasera a le cinque ore. + Fa' che mi attenda.--E le mostrai de l'orto + la fenestrella. E dissi:--Come dorme + tua madre, verrai qui, ché gli avrò meco + e insegnerotti quel che vo' che faccia.-- + Semplicemente (come puoi pensare) + la mi rispuose che non sapea come + levarsi, che la madre non sentisse. + Rimase, al fin, di farlo. E la pregai + che facesse che alcun mai nol sapesse + e che a la madre ancor trovasse iscusa + perché non s'avedesse di tal cosa. + Non ti dico altro. La mi venne fatta. + E cosí fu la fin d'ogni mio affanno + e 'l principio d'un sí felice stato + ch'io quasi par che a me istesso nol creda. + Che te ne pare? + + FILENO. Io, non sol mi stupisco, + ma, dentro, d'allegrezza mi confondo. + Bene è venuta a tempo: ché comprata + l'hai con tanti disagi e tanti pianti + e tante amare notti e tanti giorni + che appena mi risolvo se ciò basti + a compensar tante fatiche e danni. + Hai ben da ringraziar tutti li iddii + di tanto dono; ch'io cognosco certo, + se questo non riusciva, la sposavi. + Oh che bel fregio a sí onorata casa! + Che direbbe ciascuno? + + CRISAULO. È vero e certo + ch'io la sposava o che sarebbe in breve + seguíto la mia morte; ché non basta + il nostro ingegno a schifar le fortune + e i casi avversi che sono imminenti. + Che possiam contra 'l ciel? + + FILENO. Bisogna, adunque, + uscir d'errore ed a l'antico male + porger rimedio, poi che v'è gagliardo. + Fuggiam, per qualche dí, l'occasione, + che fa peccar talor l'anime elette, + ed andianne a diporto; ove vedrai + ogni virtute ed ogni sentimento + surgere in te come da morte a vita. + Lasciati governare. + + CRISAULO. Io sono stato, + un tempo, appunto com'un uom che è morto + e non esce di pena; e in stato tale + mi son trovato che ho portato invidia + a chi morio giá un tempo o mai non nacque. + E fui giá tal che or sol la rimembranza + mi toglie parte del piacer presente. + Or che posso gioir, lasciami alquanto + restare ove è 'l mio core e la mia vita, + se tu non vuoi ch'io mora. + + FILENO. Addio, Crisaulo. + Dissi ben io che ci saria che fare + che tu voglia ora uscir de la calcina, + ch'altrui non par sentir mai che l'offenda + per fin che non l'ha roso in fine a l'osso. + A te verrá come al villanel suole, + che, per cogliere il mele ai nidi d'api, + si ferma sí che, prima che si parta, + guasto n'ha malamente gli occhi e 'l volto. + Voglio che ti governi in ogni modo + come t'ho detto, ché quel poco amaro + in questo ha seco utilitá infinita. + Andianne, com'è giorno. + + CRISAULO. Sia a tuo modo. + Cosí farem, ché anch'io cognosco certo + che fia 'l mio meglio. Ma non potrò starvi: + ché ci morrò in duo dí. + + FILENO. Sí! T'è piú sano + che non è 'l cavar sangue agli impestati. + Ed è ben peste quella che ti ha preso! + Né certo ti devrebbe esser sí grave: + perché non si terria impiastro perfetto, + se non cuocesse al mal; né medicina + fu dolce al gusto mai che fosse sana. + + +SCENA VI + + Artemona si mostra con la collana al collo che ebbe da + Crisaulo. E, dicendo alcune cose che sono introdotte come + certa conclusione sopra de l'oro, è da Pilastrino trovata. + Il quale le fa uno assalto per tôrgliela con violenza; ma + non li riesce, ché è interrotto da la gente che al gridare + di lei correva. + +ARTEMONA sola, PILASTRINO. + + + ARTEMONA. Crisaulo mio da ben, questa è ben stata + una mancia piú degna che 'l mio merto + non richiedeva. Io so che l'è ducale. + Oh Dio! Potessi almen portarla sempre, + che non si disdicesse! ché mi penso, + per la allegrezza che mi reca al cuore, + farebbe piú mia vita che non fia + lunga venti anni. Oh! mi par d'esser bella! + Che benedetto sia chi me l'ha data + e la sua casa e tutti i suoi parenti! + Or vorrei che passasse per la strada + qualche bel giovanetto; ché son certa + che, cosí vecchia, gli anderei a gusto. + Oro sopran, quante son le macagne + e' difetti che copri! quanti i visi, + che forse senza te parrian di fango, + che gli fai risplendenti e pien di grazia! + Spècchiati in me, che in alcun tempo bella + giá mai non fui, ed or, che son pur vecchia, + risplendo giá com'un bacin forbito. + Di questo aspetto è 'l sol; questo le stelle + mostra sí chiare; e questo è qui fra noi + padron di quanto il sol girando vede. + Questo dá tutti i ben, tutti i piaceri, + tutti i contenti; e, fuor di questo, è nulla + che a noi sia a grado. E di qui tutti i mali, + tutte le sceleraggini ed inganni, + i furti, le rapine e gli omicidii, + le iniquitá, gli stupri, i sacrilegi, + l'invidie e gli odii e quanto ha di piggiore + la nostra vita in sé pullula e nasce. + Per questo al padre e la madre e i parenti + vegnam nemici; ed occidiamo i figli; + e, per vil pregio, vendiam l'alma spesso. + Questo è stato tenuto iddio, gran tempo, + ed adorato, come è ancora il sole + e la luna e le stelle in certe parti. + E questo è tutto per la sua bellezza: + onde nasce sí fatta gelosia + che gli uomini, talora, a poco a poco + rodendo, mena a vergognose morti. + Questo può tutto; e di qui ciò ch'è al mondo + è governato a' suoi debiti fini. + Tanto mi piaccio di sí bella cosa + ch'io dubito che alfin (come quell'altro) + di me, senza specchiarmi, mi innamori. + Ché non penso, sí grinza come sono, + che alcun mi rifiutasse. + + PILASTRINO. Sei in amore, ah? + Eccomi. Piaci a me, vecchia crestosa. + Posa in un punto giú quella catena, + se non vuoi ch'io ti mandi il collo ai piedi. + A chi dico io? + + ARTEMONA. Sta' fermo. Oimè meschina! + Sai ben ch'io ti cognosco, Pilastrino. + Lasciami stare. Oimei! + + PILASTRINO. Ed anco i miei + voglion qualcosa loro. Tu non odi? + Lasciala qui; ch'io ti caverò gli occhi, + s'io ci metto le mani. + + ARTEMONA. Oimè! Ladrone! + Prima mi caverai la vita e 'l fiato + e gli occhi e 'l cuor che di man la catena, + se non mi scanni; e, se 'l fai, ti predíco + che, inanzi un mese, tu sarai appiccato. + Lasciami, adunque. + + PILASTRINO. Dico ch'io la voglio. + Dammi la corda, ch'io mi vo' appiccare. + Posala giú, ch'io ti pesterò l'ossa. + E chiude quella bocca di ranocchia; + ché, ad altro suon che di cembalo o pivi, + ti farò far la tosa e mazzacrocca. + Scanfarda, che sei uscita de l'inferno, + e vuoi le cose mie a forza, tu! + Ti taglierò le man. + + ARTEMONA. Misericordia! + Fuor, vicin! Tutti fuor! ch'io son giá morta; + ché un ladro m'ha assalito in su la strada. + Mi taglia il collo. + + PILASTRINO. Se tu te ne vanti... + Cosí si fa, poltrona! Aspetta, aspetta! + ch'io te la caverò d'in mezzo al cuore + e se l'avessi chiusa nel cervello. + Roffianaccia! scorziera! + + ARTEMONA. È giá fuggito. + So ben chi è. Non son tre giorni a notte. + + +SCENA VII + + Filocrate, vedendo in casa di Lúcia farsi apparecchi + per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si + lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la + fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e + come, la sera avanti, era ito da Lúcia con animo di + vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in + aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di + Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il + suo desiderio. Ed ègli da Fronesia discoperto come quella + che egli pensò esser Lúcia fu essa: onde, veduto pur esser + cosí volontà de' cieli, se la sposa. + +FILOCRATE solo, FRONESIA. + + + FILOCRATE. Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele! + di quanto assenzio che, per farmi al mondo + unico esempio d'ogni sventurato, + gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco + nel core i dolci frutti recato hanno! + Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro + opprimen l'alma! Oimè, lasso! Che vale + uman consiglio? poi che ne' miei danni + s'arma il ciel tutto e, con la rea fortuna, + in me congiura perché il debil filo + d'una vita meschina, in mezzo agli anni, + tronchin le Parche. Ma condotta omai + la veggio a tal che, senza alcun ritegno, + corre lá dove è spinta dal destino. + Che cosa è, in questa vita, aver le stelle + contrarie e 'l cielo! ché, se pur ci viene + nulla di quel che ne faria felici, + subito in mortal tòsco lo converte + quest'empia che dichiam Sorte o Fortuna. + Quanto fòra il tuo meglio, se giá mai + non avessi gustato il dolce cibo + che sí tosto è poi vòlto in amara esca! + Dato è a me in sorte una piú acerba pena + di quella che si dice ne l'inferno + portar Tantalo ingordo: perché a lui + il veder sol quel ch'ama è duro scempio + e non ne poter tôr; ma quel che 'l gusta + e poi gli è tolto e 'l vede son fatt'io. + Ché ben cognosco che quella persona + debbe esser che si aspetta che la sposi: + ond'io resto a me scherno e al mondo gioco. + Ho tante volte di fuggir provato + l'eterna mia ruina e sol per questo + corso son giá da l'uno a l'altro sole. + Ma sempre con piú scorno mi rimena + il mio destino ove convien ch'io mora, + alfin, dopo piú morti. + + FRONESIA. È disperato. + Io vengo, peregrin, perché ti sento + piangere e sospirare e con lamenti + esprimer non so che di acerbo e reo; + tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge + mi muovo tutta dal capo alle piante, + sol di pietá. Non aver dubbio o téma, + per esser, come sei, qui, forastieri + in terre altrui; ché sarai governato + da me come tu fossi mio fratello. + E, se altra cosa è pur che sí t'addoglia, + mi serebbe piacer (se 'l si può dire) + intender la cagion; perché potrebbe + forse a cosí gran mal, se non rimedio, + trovarsi almen per noi qualche conforto. + Non mel voglia celar. + + FILOCRATE. Se alcuno è al mondo + che possa avere nel mio mal rimedio, + penso che l'abbi tu; benché sia poco, + e di parole. E poi, del resto, il male + è giunto a tal ch'omai piú cosa umana + non li può dar conforto. + + FRONESIA. Dillo, adunque; + ch'io ti prometto quel che in questa vita + onestamente per me si può fare + in ogni cosa. + + FILOCRATE. Accetta questo, prima; + e dammi realmente la tua fede + di quello che ti voglio dimandare + dirmi la veritá. + + FRONESIA. Son ben villana + a pigliar sí gran dono! Pur, l'accetto, + offerendomi a te parata sempre. + T'impegno la mia fede. E sí ti giuro + di non mancar, sopra l'anima mia, + se gli è cosa ch'io sappia; e dirti il vero, + come farei al frate. + + FILOCRATE. Io t'ho parlato + or ne la lingua nostra per vedere + se mi ricognoscevi; ma son certo + che ti son tanto fuor di fantasia + che non te ne ricordi. Io son Filocrate, + Fronesia cara. + + FRONESIA. Che sento oggi dire? + Filocrate sei tu? Sí! È desso, a fede. + Lasciamiti abbracciar, ché di dolcezza + e di compassion m'hai mosso il core. + Piango e non so di che. Quasi nol credo. + Non t'arei in mill'anni affigurato; + ché pari un altro. + + FILOCRATE. Aimè! Son bene un altro: + cangiato di presenza negli affanni; + ma quello sventurato di mai sempre. + Io piango di dolcezza e di dolore: + ché mi veggio condotto, al fin, lá dove + mi fia la morte men dogliosa e grave; + da poi che piace al ciel. + + FRONESIA. Lascia andar questo. + E raccontami presto ogni tua pena + e quel che vuoi da me; ch'io qui t'attendo + con disio d'aiutarti. + + FILOCRATE. Ah sfortunato! + Onde mai incominciar mi fia concesso? + Donna sleale, al tuo trionfo altero, + che fia di crudeltá mista con fraude, + voglio che aggiunga queste spoglie frali, + vinte da te, da te distrutte e sparte, + in esempio d'altrui. + + FRONESIA. Deh! Affrena alquanto + questi lamenti e le lagrime e 'l duolo. + Dimmi quel c'ho da fare. + + FILOCRATE. A queste notti, + chi era quello che sí destro entrava + ne le camere vostre? Ove è l'onore? + ove è la castitá? dove è l'offizio + che conveniva a saputa servente? + Devevil comportar? + + FRONESIA. Guarda, Filocrate, + che non ti inganni; perché veramente + io non intendo quel che voglia dire. + Son molte volte, quando altrui è infermo, + che par veder le cose piú che espresse + e non è altro che 'l cervel che varia. + E come andò? + + FILOCRATE. Per chi bene e chi male. + Per te devette ir mal, per Lúcia bene. + Confessalo oramai. + + FRONESIA. Sappilo Iddio; + ché tu potresti dir cosí vent'anni, + ch'io non ti intenderei. Se guardi bene, + certo vedrai che sará stato un sogno + o ver fantasma. Io non saprei che dirti + sopra di questo. + + FILOCRATE. Non lo negar piú; + ch'omai incomincio a perder la pazienza. + Pensa se san negar, quando a me istesso + nega quello che sa che ho giá veduto! + Non so se ero intronato o se 'l cervello + mi vacillava o se cosí mi penso + o se qualcun mel fe' veder d'incanto, + la sera inanzi a ier, che una persona + per una scala entrò ne la fenestra + che guarda l'orto ove era Lúcia. + + FRONESIA. Lúcia? + + FILOCRATE. Sí, Lúcia. E v'eri tu. + + FRONESIA. Io? + + FILOCRATE. Sí. Piú forte. + Iersera ci venni io in persona + come mi vedi: ond'ella ancor si rise + perché, fuor de l'usanza di quell'altro, + venni di corte e prima fui partito + che tu te ne accorgessi; ché eri dentro. + E l'animo mio fu sol di vendetta. + Ma la sorte non volse perché, quando + la vidi sola ivi aspettar quell'altro, + dimenticato ogni onta, l'abbracciai + (cosí morto foss'io, inanzi quel punto!); + ed allor vidi che mi tolse in cambio: + ch'ella forte mi strinse e mi pregava + che passassi di lá. Paionti sogni? + o pur che con effetto io fossi desso? + Or vuoi negarlo? + + FRONESIA. Non posso, volendo. + Meschina a me! Ti dimando perdono. + Non era giá promessa da attenere + appalesare una sí fatta infamia + e scoprir tale error. + + FILOCRATE. Basta: io sapeva + come faresti. Or dimmi la persona + a cui concesso ha il cielo, in mio dispregio, + il guiderdon di tante mie fatiche + non mai concesso a me. + + FRONESIA. Quello è Crisaulo + (come debbi saper, gran cavalieri) + il qual l'ha tolta; e, fra due giorni al piú, + la de' sposare. + + FILOCRATE. E questo è senza fallo? + + FRONESIA. Altro non resta se non che dimane + li metta de le nozze in man l'anello. + L'altre cose sai tu come sono ite. + Ma ti voglio pur dir che tu ti menti + d'averla aúta in braccio... + + FILOCRATE. E pure ancora + non ti si può far vero? + + FRONESIA. ... perché quella + con chi scherzasti parla ora qui teco. + Vedi che t'ingannasti? + + FILOCRATE. E come fu? + Sarresti mai tu quella? Anima mia, + dimmel liberamente; ché, se è vero, + poscia che ci ha condotti il cielo a questo, + ti prometto sposarti. + + FRONESIA. Hai pur giá detto + ch'io ti tirava per menarti dentro + ove Lúcia aspettava il suo Crisaulo. + Onde ne rimaniam tutti beffati, + ma dolcemente; e tutti e tre in tal modo + l'un con l'altro ci siam rimescolati + che appena ritroviamo i propri nomi. + Io fui giá Lúcia; e tu fosti Crisaulo, + secondo ch'io pensava; e da me, a sorte, + in me credendo d'averla ingannata, + fu da inganno difesa la padrona. + E tu facesti com'un uom che sogna + cosa che li sia a grado, che poi, desto, + trova tutto il contrario. Ma Crisaulo + (se non è ritenuto da qualcuno + de' suoi perché nol faccia) ora, in fra poco, + forse che dará fine a la comedia + con far da vero. + + FILOCRATE. Basta: ora io son chiaro. + Vedi, al fin, come volge la fortuna! + Poi che noi siamo a questo e che vediamo + che in questo modo l'ha guidata il cielo, + segua quello che debbe: ché 'l destino + non si può mai fuggir. Se ti contenti, + ti vo' sposare, in questo modo appunto: + che ci diamo or la fede, se di Lúcia + si fan le nozze; perché vo', se a sorte + non fosse fatta, come giá promessa + mi fu, poterla, se mi parrá, tôrre. + Dimmi se ti contenti. + + FRONESIA. Sí, ben mio, + poi che ti piace; e ci siam cognosciuti, + come a Dio piacque che governa il tutto; + ed è stato fra noi, giá tanto tempo, + amore e fede. Or durerá in eterno + il dolce nodo che non fia mai sciolto + fino a l'ultimo giorno. + + FILOCRATE. Orsú, Fronesia, + giá tanto amata! Tu sei la mia sposa. + Serberai questo anello; e poi le nozze + farem, quando ci paia tempo e luogo. + Sei chiamata di sopra. + + +SCENA VIII + + Crisaulo, non avendo potuto patir fuori che duo giorni, + apparisce in su la scena andando a sposar Lúcia; ed ha seco + Girifalco il quale si dichiara, nel parlar loro, avere da + sposar Calonide: il che si mostra essere stato per mezzo di + Crisaulo. Vanno adunque insieme ragionando; e con loro è + Pilastrino il quale, giunti a casa, dá licenzia con dir + che, di poi cena, si faranno gli sposalizi. + +CRISAULO, GIRIFALCO, PILASTRINO, CALONIDE, FRONESIA. + + + CRISAULO. Io l'ho detto + dal primo giorno, che l'andar di fuori + era appunto al mio male erba trastulla; + ma nondimen, per esser poi iscusato, + non ho voluto mancar d'ogni sforzo. + Ma non è in poter nostro. + + GIRIFALCO. Eh! Questo è poco, + Crisaulo, ché sei tal che potrai sempre + vivere in questo mondo con onore, + se ben ti biasmi il popolo e la plebe: + perché questo è lor proprio né alcun vive + dai lor morsi securo; e spesso i morti + gli sentono anche lor dentro a la terra. + E questo è, per il piú, che è gente vòta + di robba e di pensieri; e altro non hanno + u' esercitar la lor maligna mente + che ne' fatti d'altrui. Ma un ben nato + non sará tinto di cotesta macchia + né assai né poco. + + PILASTRINO. È ver. Sol si conviene + a simil gentarelle il biasimare: + vizio che trovò il diavol de l'inferno. + Lascia pur dir chi vuol, ch'è piú d'un mese + ch'io veggio, appunto come or veggio te, + una gran fame. Oh! Pensa, a queste nozze, + s'io m'affaticherò che vadin bene + i boccon giú! ché, se devessi ancora + durar tre giorni in quella cosa dolce, + me ne voglio saziar; né mai partirmi + per fin che 'l ventre non mi dice:--Tura.-- + Andiam pur lá. + + CRISAULO. Ma non è ancor gran cosa: + ché, quando ben riguardo a le parole + che fûr tra noi, non veggio, senza carco + e senza dar gran macchia a l'onor mio, + poter ritrarmi da sí fatta impresa. + È ver che tempo fu ch'io non pensai + d'averlo a fare: onde, piú del dovere, + son stato di parole liberale + per venire a la fin del mio disegno. + Or veggio meglio che nol posso fare + e mancare a' miei detti: ond'io, in ciò, voglio + che la necessitá l'errore iscusi. + Ma non ti veggio, Girifalco, lieto + com'io vorrei. + + GIRIFALCO. Io son pur troppo allegro: + tanto che non mi par d'esser capace + di tanta gioia; onde l'alma, in se istessa + talor rivolta, si stupisce e quasi + non crede ch'in vecchiezza tanto bene + le venga quanto è questo di tal donna + e sí da bene. + + PILASTRINO. E che! Sei fatto sposo, + padre degli anni, ove tutti i difetti + c'ha la vecchiezza in sé son giá scoperti? + È vero o mi berteggi? + + CRISAULO. Tu nol credi, + eh, Pilastrino? Gli è pur troppo vero. + Credilo a me, che sono stato il mezzo. + Calonide è la sposa; e sallo Iddio, + s'io ci ho durato punto di fatica! + Pur si contenta; e ne vedrai gli effetti, + come siam giunti. E ben ci fia che ridere: + che parrá certo, appresso a lui, la sposa + piú che donzella. + + PILASTRINO. Io vado a sotterarmi + per disperato sotto a la mia botte. + Ma ci voglio un pitaffio ch'io m'ho fatto + per mia memoria. + + CRISAULO. Dillo. + + PILASTRINO. Falli onore. + «Qui giace un ch'ebbe nome Pilastrino. + Vivo, tanto m'amò che disperato + morio mancando in me lo spirto e el vino». + + CRISAULO. Ha odor d'antico. + + PILASTRINO. No. Ci manca questo: + «Visse di baie e morí disperato, + vedendo andare a nozze un che col tempo + contendea d'anni». + + CRISAULO. Ah! ca! + + PILASTRINO. Gli è pure il vero. + Non vedi che non ha pur le gengíe? + Povera Orgilla, so che l'avrá buona + come lo sa! ché questo è appunto un tôrgli + la sua provenda de la mangiatoia. + Or non manca se non ch'io mi rassetti + per poter ben mandar per le mascelle + i denti a scrocco e far d'altro che d'esca + farina macinata a duo palmenti. + Oh! Scherza e salta e pigliati sollazzo + or, Pilastrin, ché di troppa dolcezza + par che ti senta andar tutto in condime. + Oh! Ve' che starò, un tratto, un giorno allegro! + ché è giá quindici dí che sono stato + come le donne quando han le lor cose, + fortuna ladra! + + CRISAULO. E che debbo dire io? + ch'in duo sol giorni era giá fatto tale + ch'ora mi pare uscir di sepultura + e tornar vivo. E sarei morto, certo, + se non me ne campava la speranza + di tornare ove fosse e fare in modo + ch'ambo siam prima d'esta salma scossi + che lontani o divisi; in fin che 'l cielo, + che ci ha congiunti, ne divida e sparta. + Dica pur quanto vuol ciascun; ché, al fine, + è pazzo quel che ne' propri interessi, + per viver sol sotto costumi e usanze, + se ne governa come piace altrui. + Usciremo or d'affanno. + + PILASTRINO. Tocca forte, + ché non posson sentir. + + CALONIDE. Va'. Guarda a l'uscio, + Fronesia. E tu vatti governa, Lúcia, + con i panni ordinari; ché Crisaulo + oggi verrá come ancor venne ieri. + Forse non piace a Dio. Qualcun de' suoi + l'avrá tenuto. + + FRONESIA. Apri, apri; è lui; è Crisaulo + con molta gente. Oh che felice giorno! + Lúcia, torna di qua. + + CALONIDE. Di' 'l vero? È desso? + Èvvi il mio Girifalco? Andiamgli incontra. + Suonisi ogni strumento e facciam festa. + Abbraccia il tuo Crisaulo. O Girifalco, + non v'aspettava piú. Ringrazio Iddio + ch'in sí poco ha condotto ad un bel fine + sí onesta impresa. + + GIRIFALCO. Ed io ringrazio prima + il cielo e poi voi duo che a la mia vita + dato avete soccorso; ché non era + possibil che durasse piú dieci anni. + Or son felice, al mondo. + + CALONIDE. Entriamo in casa. + Fronesia, or puoi chiamare il tuo Filocrate, + ché è giunto il fin de' desidèri nostri. + Saran tre nozze insieme in una festa. + E, perché è tardi e passerebbe l'ora, + è meglio cenar, prima. A le quattro ore + potrá tornar ciascuno. + + +SCENA IX + + PILASTRINO dá licenzia. + + + Avete inteso, + brigate? Non si balla, inanzi cena; + ché ci ha fatto restar tanto per via + questo gottoso ch'è passato l'ora + di far le cerimonie de li sposi: + onde siete pregati da madonna + prima andarvene al letto e poi cenare. + E, se vorrete pur tornar dimane + e lasciarci istasera queste donne, + vi fia concesso piú che volentieri. + Noi li darem da cena e da dormire + e li farem sí buona compagnia + che loro istesse vi confesseranno + che non vorriano esser tornate a casa: + ché balleremo, al suon de le lettiere, + tutta la notte. Or pigliate il partito, + ché la cena vogliam far qui tra noi. + Ma sento giá un odor, che par d'arrosto, + entrarmi nel cervello. Addio. Vi lascio. + Vado in cucina. Fate ch'io non abbia + a cacciarvi con altro che parole. + + + + +NOTA + + +AVVERTENZE GENERALI + +Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in +questo e in altri successivi volumi rimando alla parte giá pubblicata +della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui +occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti +quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno +ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi +e il Della Porta) la cui operositá drammatica fu cosí vasta e complessa +da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si +restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da +Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero +potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi +diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale +scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed +estetici. Ho badato, cioè, non solo all'intima bellezza delle commedie, +ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti +rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietá delle +tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si +manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli +inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce +al declinar del secolo stesso, v'è gran differenza di spiriti, se non di +forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, +invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto +posteriori _drames larmoyants_. Per ciò, a rappresentare, in qualche +modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho +disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente +cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra +esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione. + +La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle +stampe del Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema +ortografico nulla ho da dire perché è quel medesimo che fu +adottato per tutti i volumi degli _Scrittori_. Piuttosto è +necessario che io renda conto del come mi son comportato rispetto +alle parti spagnuole o dialettali che si trovano assai di +frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a +discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che +dico di esso valga, benché in minor proporzione, anche per +i vari dialetti italici), le stampe del Cinquecento ci offrono +lo spettacolo di una scapigliata anarchia. Troviamo «_io_» +e «_yo_»; «_estoi_» e «_estoy_»; «_ablar_» e «_hablar_»; +«_che_» e «_que_»; «_debaxo_» e «_debascio_» e «_debajo_»; +«_magnana_» e «_mañana_»; «_engannar_» e «_engagnar_» e «_engañar_»; +«_acer_» e «_hacer_» e «_azer_» e «_hazer_» e «_fazer_»; «_vieio_» e +«_viejo_»; «_mui_» e «_muy_»; «_nocce_» e «_noche_»; «_allá_» +e «_agliá_»; «_a_» e «_á_»; «_á chi_» e «_á qui_» e «_a qui_» e +«_aqui_» e «_aquí_»; «_por que_» e «_porque_»; «_tan bien_» e +«_tambien_»; e cosí via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicitá +di espressioni grafiche che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte +ad un'espressione unica e corretta e scrivere, per es., in tutti i +casi, «_yo_», «_hablar_», «_que_», «_mañana_», «_hacer_», «_muy_», +«_noche_», «_allá_»? oppure dovevo mantenere questo strano +ma pur significativo disordine? Mi parve, in principio, che +fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, dopo +avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al +secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze +ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto +dello stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la +sua piú o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, +anzi è bene, che di questa sua conoscenza e pronunzia restino, +anche nella nostra edizione, le tracce. In secondo luogo, +può ben darsi che l'autore abbia inteso di usare promiscuamente +parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole spagnuole +(per es. «_yo_», «_engagnar_» o «_engañar_»): sicché, quando +si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio +di allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. +Il Piccolomini, infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica +d'Aristotele_ di avere «interposto», nell'_Amor costante_ e +nell'_Alessandro_, «qualche scena in lingua spagnuola italianata, +accioché manco paresse straniera»[1]. Il quale italianizzamento +dello spagnuolo, oltre che giovare a render piú intelligibile +il discorso, era anche naturalmente suggerito dalla realtá; +come possiam rilevare dalla seguente preziosa testimonianza +del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole e +mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando +vogliono parlar italiano»[2]. Ciò spiega, non pur le oscillazioni +ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di +scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore +il voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di +dovere essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: +conservatore, dico, dell'anarchia. + + 1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della + Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro, + in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso + Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV], + p. 29. + + 2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910), + 242 (nov. I, .16) + +Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur +necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II +degl'_Ingannati_ rimanere un «_lamas hermosas mozas_» e un «_ellacca ob +alcatieta_» che sono stati rispettivamente ridotti a «_la mas hermosa +moza_» e «_vellacca alcahueta_». E cosí, nell'uso degli accenti e del +«_h_» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste +a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente +«_á_» e «_a_», «_hacer_» e «_acer_» ecc., me ne son però +allontanato ogni qual volta la mancanza dell'accento o del +«_h_» potesse ingenerare confusioni ed equivoci. Per es., un +«_alla_» o un «_alli_», che sembrano preposizioni articolate +italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho creduto bene di accentarli +(«_allá, allí_»); un «_resucitare_» o un «_andare_» o un «_ire_», +che possono prendersi per infiniti mentre non sono che la prima +persona singolare del futuro, li ho pure accentati («_resucitaré, +andaré, iré_»); e ho fatto precedere dal «_h_» un «_e_» +che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia +la prima persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo +«_haber_» («_he_»); e altre simili modificazioni ho introdotte +quando mi sia parso opportuno. Ma ciò non infirma punto +il general criterio di conservazione al quale, come piú sopra +dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, rigorosamente attenuto. + + +I TRE TIRANNI + +Ecco il titolo della sola stampa che di questa commedia sia stata +fatta dal Cinquecento ad oggi: _Comedia di Agostino Ricchi da Lucca, +intittolata i Tre Tiranni. Recitata in Bologna a N. Signore, et a +Cesare, Il giorno de la Commemoratione de la Corona di sua Maestá. Con +Privilegio Apostolico, et Venitiano M.D.XXXIII [in fine: Stampata in +Vinegia per Bernardino de Vitali, A di xiiij di Settembre del +MDXXXIII_]. Precedono la commedia una lettera dedicatoria dell'autore +stesso a Ippolito de' Medici, che io qui riproduco, e un avvertimento +«ai lettori» di Alessandro Vellutello, che ometto, come troppo lungo e +di troppo scarso interesse. Delle correzioni da me introdotte basterá +indicar le seguenti. A. I, sc. 5: «ch'io caschi morta» (ediz.: «ch'io +corri morta»).--A. II, sc. 1: «Non dubitar, figliuola» (ediz.: «Non +dubitar lola»).--A. II, sc. 6: «men... men... mentir per la gola» +(ediz.: «... morir per la gola»).--A. III, sc. 1. Dei molti +epiteti greci, coi quali Listagiro designa il diavolo da lui +invocato, cambio «_ágniptos_» in «_ániptos_» (ἄνιπτος), +«_Cantíglios_» in «_cantílios_» (κανθήλιος) e «_criau_» +in «_criós_» (κριός); lascio immutati un «_cladéutir_» e un +«_inófliz_» e un «_orchózo_» che non mi riescono chiari; +e parimente conservo un «_chielévo_» nel quale non so se +siano da riconoscere le due parole «_chiè lévo_» (καὶ λεύω) +o l'unica parola «_chelévo_» (κελεύω). Quanto agli accenti, +che nell'edizione sono a volta a volta bene o mal collocati +o anche del tutto omessi, li pongo sempre su quelle sillabe +ove devono effettivamente trovarsi secondo l'accentuazione greca. +In fine, poiché l'invocazione di Listagiro è diretta al demone +Maladies, mi è parso necessario, lá dove la stampa legge +«per la gran virtú di questi nomi suoi», cambiare «suoi» in +«tuo».--A. V, sc. 4: «_de allí léjos_» (ediz.: «_de alli llesos_»); +«_si de un tan grande ultrage yo saco venganza_» (ediz.: «_... ae +sacho vengan_»); «_me ya mas contento saque_» (ediz.: «_me yu... +sache_»). Scrivo «_saco_» e «_saque_» invece di «_sacho_» +e «_sache_» perché piú chiaro apparisca che si hanno qui due +forme del verbo «_sacar_» e perché si eviti l'equivoco col +suono palatale «_ch_» quale è nel «_mucho_» e nel «_noche_» +di questa medesima scena. Compio il «_vengan_» nel modo che +mi sembra piú naturale, quantunque non sia da escludere la +possibilitá che si abbia qui l'infinito sostantivato «_vengar_». +Quanto all'«_ae_», che non dá alcun senso ed è certamente +un errore, lo muto in «_yo_».--A. V, sc. 5: «un sí felice stato ch'io +quasi par che a me istesso nol creda» (ediz.: «... mil creda»). + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of I tre tiranni, by Agostino Ricchi + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I TRE TIRANNI *** + +***** This file should be named 34639-0.txt or 34639-0.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/3/4/6/3/34639/ + +Produced by Claudio Paganelli, Barbara Magni and the Online +Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images +generously made available by Editore Laterza and the +Biblioteca Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + http://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/34639-0.zip b/34639-0.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..545daff --- /dev/null +++ b/34639-0.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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