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| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 02:38:14 -0700 |
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You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La sorella + +Author: Giambattista Della Porta + +Release Date: March 20, 2009 [EBook #28368] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SORELLA *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + + GIAMBATTISTA DELLA PORTA + + + + LE COMMEDIE + + + A CURA + DI + VINCENZO SPAMPANATO + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1911 + + + + + +LA SORELLA + + + +PERSONE CHE S'INTRODUCONO + + ATTILIO giovane + TRINCA suo servo + Balia di Sulpizia + EROTICO giovane + CLERIA giovane + PARDO vecchio + GULONE parasito + TRASIMACO capitano + PEDOLITRO vecchio + Suo figlio + COSTANZA vecchia + SULPIZIA giovane + ORGIO vecchio. + +Il luogo dove si rappresenta la favola è Nola. + + + + +ATTO I. + + +SCENA I. + +ATTILIO giovane, TRINCA servo. + + +ATTILIO. E ti disse che Pardo mio padre m'avea ammogliato con +Sulpizia? + +TRINCA. E mi disse che Pardo vostro padre v'avea ammogliato con +Sulpizia. + +ATTILIO. E la mia Cleria col capitano? + +TRINCA. E la vostra Cleria col capitano. + +ATTILIO. E che le nozze si facevano per la sera seguente? + +TRINCA. E che le nozze si facevano per la sera seguente. + +ATTILIO. E ti parea che lo dicesse da senno? + +TRINCA. E mi parea che lo dicesse da senno. + +ATTILIO. Mi rispondi con le medesime parole, e tanto seccamente, che +mi lasci mille desidèri di sapere. Nelle cose d'amore o d'importanza +bisogna dir tutte le minuzzarie, perché un minimo atto, una minima +parola mi potrebbe indrizzare al rimedio. + +TRINCA. Ve l'ho riferito con le medesime parole, che mi son state +dette, né piú né meno tantillo ve': non bisogna dimandarmene piú, che +non sarete per saperne altro tutto oggi. + +ATTILIO. S'affligessero cosí te, come me, non schivaresti cosí di +ragionarmene. + +TRINCA. E perché so che v'affliggono, però schivo di ragionarvene. + +ATTILIO. Se ben m'affliggono, pur nell'afflizione vi ritrovo qualche +piacer mischiato. Ma ne' travagli, dove mi trovo, ci sono per li tuoi +consigli; e meriteresti che ti spianasse le spalle, ché ancor tu ne +patissi la parte del mio affanno. + +TRINCA. O gran miseria è l'esser servo d'innamorati, i quali non sanno +star nel mezzo, ma sempre sugli eccessi. Quando si trovano nelle +calamitá, ti vengono con certe furie adosso, che vogli aiutargli con +l'opre o col consiglio, che non ti dan tempo a pensare. E l'uomo si +pone a pericolo della forca, se si scuopre: e se per qualche bella +invenzione il fatto succede bene, non si ricordano del consigliero e +attendono a sollazzarsi; ma, quando si scuoprono gl'inganni e si +veggono ne' pericoli, ti vogliono spianar le spalle, come ministri de' +loro danni. + +ATTILIO. Te l'ho detto come la sento. + +TRINCA. Ben sapete che il volersi sodisfare de illeciti amori e di +poco onesti desidèri suol partorir mostri d'infamia e di disgrazie, +perché non si conseguiscono se non con inganni e sceleratezze, le +quali al fin vengono a scoprirsi, e l'uomo cade poi in travagli +peggiori; ma a ciò m'indussero le vostre preghiere. + +ATTILIO. Ancor che te ne pregava, non dovevi aiutarmi. + +TRINCA. Non dicevate cosí allora, che, se non conseguivate la vostra +Cleria, volevate andar disperso per il mondo o ammazzarvi con le +vostre mani, e mi stavate con le ginocchia in terra pregandomi; e or +non vi ricordate, che con le mie astuzie vi ho posto a cavallo. + +ATTILIO. Anzi su un asino per esser scopato per tutto il mondo. + +TRINCA. Pacienza. + +ATTILIO. Orsú, che faremo per uscir di travaglio? + +TRINCA. I vostri travagli a voi s'appartengono. Con i vostri +portamenti piú tosto mi sforzate a disservirvi che a servirvi. + +ATTILIO. Rimedia con qualche medicina, tu che puoi. + +TRINCA. Non son medico, né fui mai a Padoa per istudiare. + +ATTILIO. Col tardar, la malattia mi potrebbe uccidere. + +TRINCA. Pigliate silopi e medicine che vi purghino il corpo. + +ATTILIO. Se tu non vuoi esser mio medico, sarò io tuo. Ti darò un +recipe di venti pugna sul mustaccio e di trenta calci nelle reni. + +TRINCA. No, no. + +ATTILIO. So che con due parole tu puoi far miracoli. + +TRINCA. Non son negromante, che fo miracoli con le parole. + +ATTILIO. Non ho visto al mondo piú colerico uomo di te, che avendoti +detto, burlando, che ti voleva spianar le spalle, te l'hai preso da +dovero. Se ben mostrava colera fuori, burlava dentro. Io offender te, +che sei tutto il mio bene? + +TRINCA. Ho da servirvi nelle cose oneste, no nelle scelerate. + +ATTILIO. Non è cosa onesta salvar l'onor e la vita di Cleria mia +insieme con me, che, succedendo quel che disegna mio padre, +m'ucciderei con le mie mani? + +TRINCA. Cosí dicevate allora. Non mi ci cogli piú. + +ATTILIO. M'hai servito altre volte con molta prontezza; e or, piú che +mai bisognoso del tuo aiuto, vengo con la medesima confidenza a +pregarti che adopri tutto il tuo sapere e ci metti tutto il tuo +studio. + +TRINCA. Il padron amorevole e grato fa sollecito il servidore. + +ATTILIO. Servimi, ché ti darò un paio di calze. + +TRINCA. Un paio di calci piú tosto. Ma voi vi promettete molto di me e +v'imaginati che con quella agevolezza che dite «aiutami», che subito +siate aiutato. L'invenzioni son facili a trovar, ma al riuscir ti +voglio: il dir e il fare non mangiano spesso in una tavola: credete di +me l'incredibile e pensate che possa l'impossibile. + +ATTILIO. So che dalla tua scuola sogliono uscir molte buone opre. + +TRINCA. Or, poiché m'avete per un tristo, vo' che ne veggiate +l'effetto. + +ATTILIO. Di grazia, di' presto, fa' presto. + +TRINCA. La prestezza è quella che guasta i negozi: bisogna maturo +consiglio e non prestezza. + +ATTILIO. Chi troppo consiglia, non fa nulla. + +TRINCA. Sappiate che niuno, meglio ch'Erotico vostro amico, può trarvi +dal pericolo dove siete. + +ATTILIO. Erotico, quanto prima m'era amico, tanto m'è or inimico: +l'amore è un violento effetto dell'anima nostra, cosí l'odio, che da +l'amor nasce, è crudelissimo. + +TRINCA. Come lo farete capace della veritá, vi servirá, come or ci +impedisce il servire. + +ATTILIO. Andiamo a trovarlo: ché usar viltá e cose che mi dispiacciono +vo' che per amor mi divenghino dilettevoli. + +TRINCA. Andiamo. + + +SCENA II. + +BALIA, EROTICO giovane. + + +BALIA. Ahi, quanto poco durano i diletti d'amore, e quanti sono quelli +che sovrastanno! Povera figlia, bisognarebbe aver un cuor di turco, +per non crepar di dolore. Ma dove troverò io Erotico, che è il +sostegno delle nostre speranze? + +EROTICO. Come dalla mattina il primo negozio va in fallo, tutti vanno +a roverscio in quel giorno. + +BALIA. Ma eccolo. Signor Erotico! + +EROTICO. O carissima balia! La fortuna muterá tenore, essendomi +incontrato con la tesoriera de' nostri amorosi secreti, con l'aurora +del mio sole. Che novella m'apporti della mia dolcissima Sulpizia? + +BALIA. Cattiva, la peggior che sia. + +EROTICO. Dimmela, non piú tardare. + +BALIA. Mi dispiace di darvela. + +EROTICO. Non dovevi cominciare, se non volevi darmela. + +BALIA. Sulpizia è maritata. + +EROTICO. E con chi? + +BALIA. Con Attilio. + +EROTICO. Ahi, fortuna traditora, e che potevi tu farmi peggio? + +BALIA. Vi ha fatto peggio: che Orgio suo zio vuol che per questa sera +si faccino le nozze, ché la brevitá del tempo ne priva di consigli e +di rimedi. + +EROTICO. Mi volevi dar una cattiva nuova, e or me ne dái due. + +BALIA. Fortuna non comincia per una né per due. + +EROTICO. Ecci forse altro? + +BALIA. Altro sí. + +EROTICO. Non piú, di grazia. + +BALIA. È forza dirlo per potervi rimediare. + +EROTICO. Oh, misero me! + +BALIA. S'è accorto il zio, ch'io sia stata la mezana de' vostri amori; +e m'ha proibito che non vada fuor di casa né che vi ragioni, con +grandissime ingiurie e minaccie. + +EROTICO. Questo è l'ultimo crollo delle nostre ruine, ché non possiam +avisarci, né conferirci insieme gli appuntamenti nostri. Sulpizia mia +che dice di ciò? come sta? + +BALIA. Sta piú innamorata e piú ostinata che mai. Voi sapete che, se +tutte le donne al principio son ritrose ad amare, come amor pone la +radice nella natura loro e vi penetra sul vivo, se ci attacca di modo +che non può piú sradicarsene. Pensate poi che sará, quando si generano +poi le radici delle radici? Ella sdegna la vita senza voi. + +EROTICO. Non deve sdegnarla, sapendo quanto amorevole e caro albergo +ha nel mio core, e la certezza che amo cosí lei, come ella ama me, e +come tutti i nostri pensieri son drizzati ad un segno. + +BALIA. Chi ama, teme, e teme sempre del peggio. + +EROTICO. Come può temere, se il nostro vicendevole amore cominciò da +fanciullezza, dalle nostre libere volontá concordi insieme, e +conservatosi poi sí lungo tempo che non basta maligna stella a disunir +tanta corrispondenza di amore? E se nel nostro amoroso corso ci accade +qualche intoppo, abbia speranza che un giorno ci ristoreremo con tanta +piú dolcezza, con quanta piú amarezza abbiamo passata una tempesta di +cosí maligna fortuna. + +BALIA. La tempesta, che voi dite, passerá subito; ma la sua +s'ingagliardisce da un rabbioso vento di gelosia, ché ha inteso che +Pardo disegna darvi Cleria per moglie, ed ella è insospettita che la +bellezza di Cleria non vi distorni da amar lei, onde arde di un doppio +fuoco: di amore e di gelosia. + +EROTICO. Io perda la vista degli occhi miei, se per altro gli ho a +caro, che per mirar la sua bellezza, e se posso mirar altro che lei. + +BALIA. Vi ricorda che se ben non è bella come Cleria, che voi ne sète +cagione. Che se gli occhi suoi son scoloriti, e i giri d'intorno +lividi, ricordatevi delle lacrime che l'avete fatto spargere, e quanto +il sonno è stato lontano da loro. Se il volto è pallido e sbigottito, +e la morte v'ha spiegato l'insegne sue, considerate i travagli e le +pene che le date, e il tosco di che la nodrite. Ché se la fortuna +volesse darle qualche sorte di contento, bisognarebbe che avesse un +altro cuore, che lo bastasse a soffrire, cosí il suo è avezzo a +soffrir sempre. + +EROTICO. O balia, quanto mi trafiggi il cuore in udirti! Io non potrei +dir mai l'imperio che han sovra di me la bontá, la bellezza, la grazia +e i suoi onesti costumi; e come per un secreto voler d'amore è cosí +impadronita della mia volontá, che non posso voler se non quello +ch'ella vuole. + +BALIA. Ma quanto ella è avanzata dalle bellezze del corpo di Cleria, +tanto ella avanza, con le bellezze dell'animo, Cleria di gran lunga. E +vedete l'esperienza, che voi non tanto l'avete disamata, quanto ella +con ogni forma di verace amore vi ave amato; non tanto voi +disprezzata, quanto ella v'ha riverito. Non datele voi tanti disgusti, +quanti ella se n'ha inghiottiti. E con la fede e costanza del suo +amore, ha vinto i vostri disamori, i dispreggi e le passioni; e nelle +voraci fiamme, dove gran tempo è consumata, morta e incenerita, quasi +novella fenice, è ravvivata a piú bella e chiara vita e rinovellata +sempre nel suo amore. Or di questa bellezza avrebbe a caro che ne +faceste paragone con quella di Cleria, ché, consideratala da presso, +la renderebbe fosca e contrafatta. E dove or nella sua faccia si +veggono scolpiti i trofei e le spoglie della vostra crudeltá, in +quella dell'animo vedreste la gloria della sua fede e i trionfi della +sua costanza. + +EROTICO. Balia, con le tue parole m'intorbidi l'animo di sorte che non +si rasserenará piú mai. Giuro per la sua vita--ché non ho qui in terra +maggior cosa da giurare--che nella maestá del suo volto vi riluce una +spezie d'imperio reale, che mi risveglia l'animo a gran desidèri di +gloria e m'innalza con gli occhi dell'intelletto a considerar quella +dell'animo suo senza pari: e mi servo di quella sua bellezza, come +occhiali, per innalzarmi a piú sublime grado di contemplazione, a quel +sommo bene, a quella celeste ineffabil bellezza, anzi fonte onde +scaturisce ogni bellezza. Però la priego, per quanto amor mi porta, +che non entri in tal pensiero; e mi doglio ch'io non posso aperto +mostrarle il cuore, ch'ivi vedrebbe risplender la sua bella imagine, +come in un lucido e polito specchio, e star tanto occupato e ripieno +di quella, che non v'è piú luogo per altre, e che son chiuse le vie a +tutte. E qual mai altra donna fu piú amorevole nella buona fortuna? +qual piú costante nell'adversa? qual piú presta ne' serviggi? qual +nell'assenza piú congionta col mio cuore? in qual altro cuore piú +generosi spirti e nobilissimi pensieri? O donna d'eroica e +incomparabil virtú! Onde, nel complimento di tante sue azioni mi son +piú confirmato nella venerazione della sua persona. + +BALIA. E che avendo ad esser di Cleria, vi supplica e vi scongiura, +ch'in ricompensa dell'amor suo o per merito della vostra grazia, che +in abito disconosciuto di paggio o di fantesca la riceviate in casa +ne' vostri serviggi: se non come moglie, almeno come ministra della +vostra felicitá e spettatrice del suo primo amore; e in quell'abito vi +mostrará in parte quell'umil servitú con la quale desidera servirvi +ogni ora. Prendetela per serva o per ischiava: ogni stato le sará +felice e ogni fatica dolce. + +EROTICO. Dille che, non potendo altro, entrarò in casa sua, e con un +pugnale mi vendicherò di quel barbaro e discortese suo zio; e in +quella dolcezza di vendetta m'ucciderò ancor io. + +BALIA. Vi ricordo che siate diligente. + +EROTICO. Potrei esser privo di giudizio e di valore in ogni cosa, ma +non in quello dove si tratta del suo serviggio. + +BALIA. Guardate, che vi sta mirando dalla fenestra e vi fa l'occhino: +salutatela e mandatele un bacio, se la volete rallegrare. + +EROTICO. Ecco, la saluto e la bacio. + +BALIA. Non vedete, che s'è inchinata da dentro la gelosia e vi ha +ribaciato? Che volete che le dica da vostra parte? + +EROTICO. Che si scriva queste parole nel core: che l'amor mio va +sempre crescendo di giorno in giorno, come crescono in lei la bellezza +e l'onorate sue azioni, e che non è per mancar mai: che non ho tempo +di trattenermi con lei, perché corro per rimediare a cosí strano +accidente. + +BALIA. Si duole che molti giorni sono, che non siate venuto a ragionar +con lei. + +EROTICO. Dille che non è mai giorno, che, delle ventiquattro ore che +sono, non ne ragioni sempre con lei le quarantotto. + +BALIA. Come, se non ci venete? + +EROTICO. La continua memoria che ho di lei, e quel ritratto, che mi +sta nel cuor dipinto per man di amore col pennello della imaginazione, +sta piú vivo nel mio core, che non ci sta l'anima istessa: ragionando +io con lei ed ella meco, ci raguagliamo e dogliamo insieme delle +miserie nostre. + +BALIA. Almeno passate di lá. + +EROTICO. Se non ci passo col corpo, ci passo con l'animo mille volte; +e quanto è miglior l'animo del corpo, tanto è piú degna quella vista +di questa. + +BALIA. A dio. + + +SCENA III. + +EROTICO, ATTILIO, TRINCA. + + +ATTILIO. Ecco, l'abbiam pur trovato al fine. + +EROTICO. (Non ci è piú fede al mondo, non si trova piú uomo di cui +possa fidarsi. Al tempo d'oggi la fede è ritrovata per ingannar la +fede. Ma io vo' tradir e ingannar ciascuno, poiché ciascuno cerca +tradir e ingannar me). + +ATTILIO. Parla da sé solo. + +TRINCA. Come quello che sta ne' travagli dove tu sei. + +EROTICO. (Vo' andarmene in qualche isola diserta, per non esser +ingannato da uomo piú. Sulpizia farsi d'altri, eh?). + +TRINCA. Forse che parla d'altro? + +ATTILIO. Come amor entra in un cuore, ne scaccia ogni altro pensiero, +perché vuol regnar solo. + +EROTICO. (Ma Idio non mi dia cosa che desio, se non ne farò vendetta +tale, qual merita il mio dolore e la rabbiosa gelosia). + +TRINCA. Salutatelo. + +ATTILIO. Signor Erotico, buon giorno. + +EROTICO. (Mi dá il buon giorno chi desia darmi il malanno. Ma sará ben +che gli parli; ché, se non posso impetrar da lui che la lasci, +impetrare almeno che la lasci per qualche giorno). Idio vi salvi, +signor Attilio. + +ATTILIO. Come state? + +EROTICO. Tal che non posso trovar modo per dolermi del mio dolore. + +ATTILIO. Di che vi dolete? + +EROTICO. Che non si trova piú fede né amicizia, perché un che mi +credea fidel amico, sotto color d'amicizia m'ha tradito e assassinato. + +ATTILIO. Costui sará il piú tristo uomo del mondo. + +EROTICO. Tal lo stimo io. + +ATTILIO. Ditemi, di grazia, chi sia il traditor di fede e assassino +d'amici, che prometto farne la vendetta per voi. + +EROTICO. È vostro grande amico. + +ATTILIO. Tanto piú dovete manifestarlomi, accioché possa guardarmi da +lui. + +EROTICO. Fareste ben a farlo, perché è ragionevole e debito vostro. + +ATTILIO. Come si chiama? + +EROTICO. Attilio. E voi sète quello che mi tradite e assassinate, e mi +fate il peggior officio che possa farsi; e avete un gran torto. + +ATTILIO. Avete voi torto maggiore aver una tal stima di me--e io vi +compatisco, perché sète fuor di voi stesso--perch'io son lealissimo +con gli amici. + +EROTICO. Ma vi prego per quella cara amicizia, che un tempo fu sí +perfetta e incorrotta fra noi, che mi siate cortese di quello ch'è +mio, per rigor di giustizia e per debito di amore... + +ATTILIO. Io non intendo il vostro parlare: o ch'io sia troppo goffo o +che voi non esprimete bene il vostro concetto. + +EROTICO. ... che non prendiate Sulpizia per consorte. + +ATTILIO. Deh, caro Erotico, chi ve lo dice? + +EROTICO. Tutta la cittá. Ma sappiate che Sulpizia è mio dono +irrevocabile, perché ci abbiamo data la fede di essere sposi, e i +nostri amori non son stati sterili: però non sarete per possederla +legitimamente mai per moglie, né senza gelosia. + +ATTILIO. Io prender la vostra Sulpizia per moglie? + +EROTICO. E sappiate che, se ben l'uomo per sé non val nulla, la +disperazione lo fa valoroso. Almeno trattenetevi per qualche tempo, +accioché non vedano gli occhi miei cosí nemico spettacolo e io abbia +tempo a partirmi per andar disperso per il mondo: cosí viverete senza +mio sospetto. + +ATTILIO. Voi potete promettervi di me come di voi stesso, perché stimo +voi come un altro me stesso; e vi do potestá che ve la godiate e +procacciate per moglie, ch'io vi rinunzio ogni interesse che +pretendesse in lei, e ve la rifiuto. + +EROTICO. Ella non è cosa di rifiuto, però non voglio crederlo. + +ATTILIO. Se non volete credere il vero, crederete il falso. + +EROTICO. E che credete ch'io creda? + +ATTILIO. Ogni altra cosa, fuor che la veritá. + +EROTICO. Piacesse a Dio che cosí fusse! + +ATTILIO. A Dio piace che cosí sia. + +EROTICO. Dubito che non lo diciate, ché, confidandomi nelle parole +vostre, mi attraversiate e la conseguiate con piú agevolezza. + +ATTILIO. Io stimo che i nostri travagli abbino gran somiglianza e +corrispondenza fra loro; ma accioché io non mi doglia di voi di quello +che voi vi dolete di me, vi narrerò il tutto, e vederete che, se voi +avete ragione, io non ho il torto. + +TRINCA. Signor Erotico, se voi non tacete, e voi, padrone, non +scoprite il fatto, consumaremo il giorno; e noi abbiamo carestia di +tempo. + +EROTICO. Io taccio e ascolto, e per ascoltar meglio comprarei un altro +paio di orecchie. + +ATTILIO. Sappiate che, trovandosi Pardo mio padre a' serviggi della +regina Bona in Polonia, ché la serviva di scalco, per stanziarvi piú +aggiatamente mandò a chiamar Costanza sua moglie e Cleria sua figlia, +allora bambina, da Nola, perché condusse me seco, ch'era un poco +grandetto. Accadde che, essendosi imbarcate in Bari per andar a +trovarlo, per una fiera tempesta non s'ebbe piú nuova di loro; talché +in avisi e in lettere a diversi amici, in diverse parti, s'andar +consumando il tempo e le speranze, e fra tanto si tenne suspeso il +dolore. Poi venne aviso come la barca era sommersa: e sommerse mio +padre in un mar di lacrime e in una amarissima memoria di lor duro +caso. Appresso s'ebbe nuova che, da alcune fuste di turchi rapite, +erano state condotte in Constantinopoli. Duo anni sono, ebbe nuova di +Costanza sua moglie, ch'era schiava di un bassá, che, per esser +decrepita, l'avrebbe venduta a buona derata; e che Cleria serviva un +sangiacco fuor di Costantinopoli. Pardo mio padre mi sforzò a far +questo viaggio, e mi diede trecento scudi per lo riscatto e altri per +lo viaggio, con lettere di favore a quei clarissimi in Vineggia, ché +di lá m'imbarcassi per Constantinopoli. Giunsi a Vineggia, in casa di +un napolitano, chiamato Pandolfo, dove sogliono alloggiare tutti i +passaggieri napolitani. Venne l'ora della cena, e ci sedemmo a tavola; +e una giovane, chiamata Sofia, ci serviva. Ella, nel volgermi gli +occhi sopra, mi lanciò una fiamma nel core, che non cessò mai serpir +per tutto, fin che non fece ben l'officio suo. Io, sentendomi le vene +diseccate dal fuoco, chiedea da bere, e per rinfrescarmi e per godermi +di quella divinissima vista piú da presso. Ma facea contrario effetto, +perché amor avea mischiato veleno e fuoco in quel vino che mi +avvelenava e uccideva in un tempo. Cosí, tra vivo e morto, non sapeva +che mangiava o beveva o aveva; ma parea un di quei che si sognano +mangiare: ché la mia cena fu la sua bellezza. Si levò la mensa, e +tutto inebriato di amore, me ne andai a dormire, con speranza di +riposare, pensandomi che l'infirmitá dell'animo fossero come quelle +del corpo, che col sonno s'acchetassero. Ma il sonno fu peggio che la +cena: perché l'infirmitá dell'animo nel giorno s'addormentano per la +conversazione degli amici, ma nella quiete della notte si destano le +pene e gli amorosi pensieri. Pur, verso l'alba, un leggier sogno +m'occupò le luci: neanche quel sogno mi lasciava riposare, perché mi +rappresentava le parole e gli atti di Sofia. Parlava seco de' miei +tormenti, l'abbracciava e baciava; e, pensando abbracciar lei, +abbracciava me stesso e le lenzuola, e finalmente tutte fur larve e +imagini del desiderato bene. Vien Trinca la mattina a sollecitarmi che +m'alzi per partire, e m'interrompe cosí gran piacere. + +EROTICO. V'alzaste, vi poneste in viaggio per riscattar la madre e la +sorella. + +ATTILIO. Che madre? che sorella? che viaggio? Tutte queste cose in +tanto odio mi caddero, che maggior dispiacere non potea sentire, se +col pensiero caduto vi fussi. Cosí, fingendomi indisposto, ci +componemmo con Pandolfo di riposarmi per alcun giorno in casa sua, non +mancando mai con soffrenza e umiltá batter l'inespugnabil rocca del +suo pudico core. Quando mi passava da presso, la toccava un poco; e +tanto m'eran piú care quelle rapite dolcezze, con quanti piú piacevoli +sdegni e con piú modestia mi eran contese. E veramente la modestia è +quella che dá spirito e ravviva la bellezza. Al fin mi rese certo che +non meno ella mi amava, ch'era amata da me; come era donzella e gentil +donna, che desiderarla per altro modo che per moglie, era un perder +tempo. E veramente le sue azioni e maniere erano tanto oneste e +d'incorrotta pudicizia, che mi toglievano ogni ardir di usarle +violenza; e i suoi costumi mostravano lo splendor de' suoi natali e, +anco schiava, mostrava la dignitá del suo merito. Cosí mi trovai servo +della serva e schiavo della schiava. Al fin pagai ducento ducati, che +per tanti Pandolfo l'avea riscattata; e feci libera chi ligato mi +avea. Ma non tanto la feci libera del corpo, quanto ella mi rimase +serva con l'animo. La sposai e fui possessor della sua bellezza. ... + +TRINCA. Deh, rassumete il fatto in breve somma, che, se volete +raccontargli ogni cosa appuntino, consumaremo il giorno. + +ATTILIO. ... Cosí consigliato da Trinca, scrissi a mio padre da +Vineggia, come fossi in Constantinopoli, che Costanza sua moglie era +morta, e che avea riscattato Cleria per ducento ducati, e con lei me +ne veniva a Nola--e portai Sofia mia innamorata sotto nome di Cleria +mia sorella.--dove fin ora con grandissima consolazione vissuti siamo. +Or considera, Erotico caro, che voglia abbia io di aver la tua +Sulpizia per moglie, che non cambiarei la mia Sofia per quante reine +ha il mondo. + +EROTICO. Non ascoltai mai narrazion di comedia con piú piacere, perché +mi toglie da un mar di travagli. Or ditemi, come potremo aiutarci l'un +l'altro? + +ATTILIO. Ho fatto la parte mia in comedia, il resto tocca a Trinca. + +TRINCA. Ho caro che il signor Erotico ascolti la mia invenzione, +accioché non m'ingannassi il giudizio. Ascoltate, e non mi replicate +insin al fin del mio ragionamento. Pardo vuol maritar Cleria col +capitano, perché non gli dá dote; e Gulone parasito tratta le nozze. +Proporremo voi a Pardo con la medesima condizione; e come che voi sète +di maggior merito, stimo che l'otterremo. Poi diremo che Attilio vuol +prender Sulpizia, perché il vecchio lo desia molto, e vuol che si +sposino per la sera che viene. Diremo che volete abitare insieme, come +amici di molti anni, o nella vostra o nella sua casa: il giorno, +Sulpizia sará moglie di Attilio, e Cleria di Erotico dalla cintura in +su; la notte, Sulpizia di Erotico, e Cleria di Attilio dalla cintura +in giú; e bisogna scambiar le mogli fin che vive il vecchio, il qual +non potrá viver molto. + +EROTICO. Se sposerò Cleria, come potrò goder la mia Sulpizia? e se +Attilio sposerá Sulpizia, come potrá goder la sua Cleria? + +TRINCA. Con la vostra impacienza interrompete me e turbate voi stesso: +se mi ascoltavate, come v'ho detto da prima, intendevate il modo. +Troveremo un amico, lo vestiremo da prete e diremo che sia il +parocchiano; e sposeravvi. Come poi il vecchio sará morto, vi +sposarete con i legitimi modi. + +EROTICO. Ah, ah, ah, come si può trovar il piú bel caso, e da ridere? + +ATTILIO. E da rider, sempre che ce ne ricordaremo. Giá il cuor, ch'era +sepolto nella disperazione, comincia a ravvivarsi nella speranza. + +EROTICO. Ed il mio respira, ch'era giá morto nell'angoscia; e giá +spero posseder la mia Sulpizia. + +ATTILIO. Ed io la mia Cleria. + +TRINCA. Ed io la forca o la galera, se si scuopre. + +ATTILIO. Speriamo che amore e la fortuna ci favoriranno. + +EROTICO. L'invenzione è tanto bella, che porta seco i rimedi di tutti +gli infortuni che ci potessero intervenire. + +ATTILIO. Speriamo bene, che il mal non manca mai. + +EROTICO. La forza d'amore è incredibile, quando egli guida gli +avvenimenti: però speriamo in lui, che, come ha vinto tutti i dèi, +cosí vincerá la fortuna. + +ATTILIO. Amore innamorò tutte le cose, non mai la fortuna. + +EROTICO. Non ci avviliamo ne' contrari avvenimenti. + +TRINCA. Non piú consigli: è fatta la rissoluzione, comincisi +l'essecuzione. Abbiam bisogno di prestezza, perché il tempo ne +stringe; e quanto ci ha nociuto la passata tardanza, tanto ci giovi la +presente prestezza: il mondo è goduto da solleciti. + +ATTILIO. Eccoci all'ubbidirti. + +TRINCA. Voi, Attilio, perché i vecchi sono ostinati, e i loro cervelli +si muovono al moto della luna, umiliatevi a vostro padre. Gli ostinati +si vincono piú tosto con l'umiltá che con l'arroganza; e mostrate +desiderar Sulpizia, ché, sí come l'avarizia s'inganna con la +liberalitá, cosí col mostrarsi volontoroso s'inganna chi vi crede. E +voi, Erotico, parlandovi il vecchio di voler Cleria, mostrategli +desiderarla. + +EROTICO. Sará pensiero mio particolare: fingerò ben la parte mia. + +TRINCA. Né bisogna mostrar tanto affetto, che paia affettato. + +ATTILIO. Che faremo del parasito che, s'almen non ci impedisce, ci +differisce? + +EROTICO. Che del capitano? + +TRINCA. Lasciate fare a me, che fra il parasito e il capitano, e +ambidue col padrone ci porrò tanta zizania, che scompigliarò e porrò +sossopra quanto s'è fatto. + +EROTICO. Trinca, non potendoti or render premio condegno, ricevi +almeno la mia confessione: che ricevo da te la vita e l'onore e quanto +bene ho al mondo, e spero col tempo fartelo conoscere. + +ATTILIO. Trinca, questo serviggio ti porterá tanto utile, quanto +serviggio che sia fatto a persona che faccia professione di conoscere +i benefici. + +TRINCA. Fate che i fatti corrispondano alle parole. Partetevi, ché io +vo a ritrovare il padrone, per cominciar ad ordir l'inganno. + +EROTICO. Mi parto: a dio. + +ATTILIO. Tra tanto andrò a casa; ché amor mi ha fatto bussola di +naviganti, che, volgendola di qua e di lá quanto si voglia, come si +lascia libera, da se stessa si riduce alla sua tramontana: cosí né per +travagli che mi turbino, né per affanni che mi molestino, da una +amorosa violenza mi sento tirar dove splende la chiara luce della mia +stella. + + +SCENA IV. + +CLERIA, ATTILIO, TRINCA. + + +CLERIA. Attilio, anima mia, fermatevi costí, ché son stata gran pezza +aspettandovi in fenestra, per avisarvi che, se un poco piú foste +tardato, non areste trovata la vostra Cleria in casa. + +ATTILIO. Non vi dolete, occhio mio caro. + +CLERIA. Qual miseria è che pareggi la mia? Mi sento l'anima cosí +ristretta nel cuore, che son per cader morta; né posso imaginarmi come +questa tormentata anima possa reger questo tormentato mio corpo. + +ATTILIO. Non vi struggete, o signora, piú cara a me che la luce degli +occhi miei. + +CLERIA. Pensavami che la fortuna,--poiché dall'uscir delle fascie +cominciò a farmi guerra, avendomi da bambina fatta preda de' turchi, +privatami de' miei cari genitori, fattami serva di genti barbare, +ricomperata come schiava,--avesse mutato proposito e volesse +ristorarmi de' danni passati col farmi ambiziosa del titolo di vostra +schiava, il che lo stimava per mia somma ventura. Ma or mi fa peggio +che mai, ché vuol rovinarmi in tutto; perché questo sospetto cosí +m'inamarisce ogni bene, che mi toglie la speranza di non aver a sperar +mai piú favilla di luce: e pur vivo? Son nata pur disgraziata! + +ATTILIO. Io, dal primo punto che vi viddi, fui cattivato nell'amor +vostro: però assicurativi, signora, che non meno a me duole il +separarmi da voi, che voi da me, parendomi impossibile che l'un possa +vivere senza la vita de l'altro. E come potrei io vivere, se i spiriti +miei non prendessero alimento da una certa virtú celeste, che sta +occulta negli occhi vostri, dai quali prende vigor la mia vita? E +tante volte mi ravvivo e rinasco nella mia istessa vita, quante volte +vi miro. Son vostro, voglio esser vostro e, ancor che voi non voleste, +pur son vostro; né tutto il mondo basta a far che non siate mia, +poiché dalla vostra libera volontá me vi deste. Niuna cosa m'è cara +piú di voi; e chi mi togliesse voi e mi desse tutto il mondo, non mi +farebbe nulla, ché in voi sola è tutto quel ben che posso desiderare +nella mia vita. + +Cleria. O caro, o caro cor mio, volete scemar i vostri meriti per +accrescer i miei, che non ne ho niuno. Ma le vostre parole vengono +dettate dalla vostra bontá, che avanzano di gran lunga i miei meriti: +e tutte quelle lodi che mi date, tutte si piegano in voi, come i raggi +del sole che, percotendo nei specchi, si piegan con piú forza: però, +se alcuna cosa in me fusse di buono, tutto vien da voi stesso, che mi +conferisce quelle qualitá che voi dite: però resto consolata nelle +vostre consolazioni. Laonde con l'amor che mi portate, chiamate a +consiglio il bel vostro discorso, e consideriamo s'è meglio fuggir di +casa e andar dispersi per lo mondo. Conducetemi per dove volete, per +luoghi deserti e senza via: vi son stata compagna nelle prospere, cosí +vi sarò nelle fortune calamitose. È ferma deliberazione dell'anima mia +non esservi renitente in cosa alcuna: non mi riterrá né muro né terra +né cielo, seguane quel che si voglia; pur che sia insieme con voi, +ogni luogo m'è patria, ogni fatica m'è dolce, niun pericolo mi +spaventa. E veramente per amor non si denno stimar i pericoli. + +ATTILIO. Non vorrei, cuor mio, andando cosí di fuori, perder quello +che ho in casa. Venendo con voi da Vineggia, mi parea esser un di quei +che navigano di notte con una nave di cristallo, che temono sempre +incontrarla e romperla in ogni scoglio. + +CLERIA. Se segue quel che disegna vostro padre, questa sera sará il +fin della nostra giornata, e resterá per noi una notte perpetua; e +certo saria una notte, ché d'allora innanzi non sperarei veder altro +sole. Però facciamo come quelli che han fatto naufragio, che per non +morire s'attaccano ad ogni tavola che s'incontrano. + +ATTILIO. Ahi, ch'essendo in casa mia, pensava esser in porto, dove +sperava riposo di tutte le nostre amorose tempeste! + +CLERIA. Maladetto porto, dove s'affondano tutte le nostre speranze, e +dove rabbiosi corsari cercano spogliarci de' nostri preciosi tesori: +parvi bel porto questo? + +ATTILIO. Anima mia, con la speranza del bene rasserenate la mente e il +volto, e con le lacrime non ci facciamo cosí tristo augurio, se non +per altro, almeno per non dar tormento a me; ché a voi non piove una +minima lacrimuccia dagli occhi, che a me tutti non siano rivi di +sangue, che mi piovono dal cuore. + +TRINCA. E quando finiranno tante parole? + +CLERIA. Dolcissimo mio bene, non posso far che la miseria, dove mi +trovo, non mi trafigga: bisognarebbe un cuor di sasso per non dolermi. +Mi sforzerò chiuderla nel mio cuore, ché ho piú a caro il vostro +contento, che di sfogare il mio dolore. + +ATTILIO. Statemi, di grazia, allegra e di buona voglia, ché il tempo +suol apparar occasioni di remedi, e nelle adversitá far cuor franco e +valoroso. + +TRINCA. Che tanti cicalamenti! Ecco vostro padre. + +ATTILIO. Trattienlo un poco. + +CLERIA. Venite su e rallegratemi. + +TRINCA. Sí, sí, cicalate un altro poco. + +ATTILIO. Non m'impedite, di grazia, che trattiamo cosa per uscir da +affanni. + +CLERIA. E come? + +ATTILIO. Non ho tempo di dirlo. + +CLERIA. Perdonatemi di grazia, ché la dolcezza di parlar con voi mi fa +trapassare i vostri comandamenti. + +TRINCA. Vostro padre v'è cosí da presso, che vi vede. Andate su e, +poiché sète accordati in parole, accordatevi in fatti: informatela +bene del negozio e fatecelo toccar con mano. + + +SCENA V. + +PARDO vecchio, TRINCA. + + +PARDO. Trinca, dove è Attilio? + +TRINCA. A casa; e stimo ch'abbia una gran facenda per le mani. + +PARDO. Io son molto mal sodisfatto di lui, perché non li vedo far cosa +che mi vada a gusto: è tanto mutato da quel di prima, che non mi par +desso. Da quel benedetto giorno--per non dir maladetto,--che menò la +sorella da Costantinopoli, menò seco la cagione della sua ruina. Ahi, +tardo mio pentimento! Tutti i suoi pensieri tendono all'ozio. Prima, +se alzava inanzi giorno, andava alla messa, poi allo Studio, tornava a +casa, si poneva a studiare; e quando era l'ora del desinare, con gran +fatica lo poteva distaccar da' libri; poi si dicea l'ufficio della +Madonna: tutto diligenza, ubidienza e divozione. Or, tutto il giorno +in letto, non s'alza insin ad ora di desinare, non si parte da casa +mai; ad ogni altro pensa fuor ch'allo studio; è divenuto insolente, +mal creato, e mi beffeggia. Non va piú a messe, non dice officio; e la +buona educazione, ch'ornava il suo nascimento, è tolta via da usanza +cosí cattiva. + +TRINCA. Padrone, chi prattica con zoppi, al fin impara a zoppicare: +vostro figlio è stato in Turchia, dove non s'odono messe, né si dicono +uffici--ché ben sapete che i turchi son mali cristiani,--né si usa +levar mattino, né si va a Studio; anzi coloro che attendono a simili +cose, li chiamano _catamelechi_, cioè uomini di poco conto. + +PARDO. Tutto il giorno a gracchiar con la sorella, e rider fra loro; e +quando io vi son presente, _pis pis_ dentro l'orecchie, e dagli atti e +cenni conosco che si burlano de' fatti miei, si parlano in zergo e mi +danno la baia, e stimano che non me ne accorga. + +TRINCA. Quello che voi chiamate zergo, son parole turchesche; e l'usa +per farsi intendere dalla sorella che non intende ben l'italiano; e +cosí mezo turchesco parlano delle cose di Costantinopoli. + +PARDO. Per dirtela, tratta troppo licenziosamente con la sorella: si +baciano, si succhiano, si toccano, e fanno tutto il giorno alla lotta, +l'un sopra l'altra, quasi che non se la pone di sotto. + +TRINCA. Son sorelle e fratelli carnali al fine, e il sangue tira e fa +l'ufficio suo. E la legge maumettana di lá comanda che le sorelle e +fratelli trattino fra loro con molta amorevolezza: sará bisogno +smaumettarsi a poco a poco. Poi vostra figlia è allegra di condizione, +burla volentieri, e or tanto maggiormente, che si vede libera dalla +servitú turchesca e in casa di suo padre e fratello: e questa +amorevolezza la chiamano in turchesco _tubalch_. + +PARDO. Io non voglio che non trattino insieme con molta amorevolezza, +ma in fin ad un certo termine onesto e di creanza, e non con modi cosí +disonesti e di scandalo a chi li vede. Son tali, che m'hanno scemato +gran parte dell'amor che li portava; e se mi son mai pentito di cosa +mal fatta, mi son pentito di averlo mandato in Turchia a riscattar la +sorella, perché ho comprato il mio male, e, per ricovrar la figlia, ho +perduto i danari, la figlia, il figlio e me stesso, per il dispiacer +che mi dánno. + +TRINCA. In Turchia è usanza. + +PARDO. E pur con Turchia, Turchia: il canchero che ti mangi! tutte le +mal creanze le scusi con Turchia. Ti conosco per un scappato da mille +forche; quanto piú gli scusi, piú l'accusi: se pur son usanze +turchesche, or che siamo tra cristiani, bisogna viver da cristiani. + +TRINCA. Se voi l'aveste maritata, sareste uscito da intrico. + +PARDO. Non ho trovato cosa a proposito. + +TRINCA. Sète di quei padri che prima muoiono, che maritano i figli, +per non contentarsi mai. + +PARDO. Or ho deliberato dar Sulpizia per moglie ad Attilio, e vo' che +mi ubedisca, cosí per l'obligo che mi tiene di figlio, come per +l'onestá della dimanda, e come per l'amor che mi porta: ché l'amor e +l'ubedienza son sorelle carnali. + +TRINCA. V'è tenuto per obligo, e farallo per cortesia e per amore. + +PARDO. Se ben è tenuto per obligo, facendolo per amore e cortesia, +l'averò quello obligo io, che devo alla sua cortesia e amorevolezza. E +vo' dar Cleria al capitano, e mi liberarò della servitú di aver femine +a casa. Ho conchiuso iersera il parentado, e vo' che si sposino al +tardi. In questo vorrei che usassi la tua astuzia, overo che non +l'usassi contro me, ch'io non posso essere tanto studioso a +guardarmene, quanto tu ingegnoso ad ingannarmi. Ben sai che ho san +Mazzeo vicino a casa, e quel medico di casa Querciuolo, che ti suol +medicare le spalle, quando il ricercano. Vorrei che li persuadessi a +non esser ostinati, ché non venghi con loro a termini poco onorevoli, +come non ho fatto per lo passato. + +TRINCA. Egli non ricusa Sulpizia, ce l'ho proferta da vostra parte: ne +ha tanta voglia, che non vede l'ora che sia sera. Di Cleria non +bisogna aver tanta fretta. + +PARDO. Che vuoi che se invecchi in casa e poi non trovi can che la +fiuti? è meglio purgar la casa delle femine, che della peste. Avendo +quel capitano, ará la buona ventura. + +TRINCA. Anzi l'arcimala ventura. + +PARDO. Che li manca? + +TRINCA. È troppo giovane: lasciamolo invecchiare un altro poco. + +PARDO. Non ha quarant'anni. + +TRINCA. Ha quaranta malanni. Ne ha piú di sessanta: e che altro sono +quei peli bianchi, che un richiamo di giovani, che dieno quello a +vostra figlia, che non può darle il marito? Egli è come un asino +zoppo, a cui mancando le forze del suo natural potere, si cade tra +via, bisogna alzarlo a due mani e porlo per la strada. E se ben si +vanta che sia stato colonello e generale di esserciti, credo ch'adesso +non servirebbe se non per lancia spezzata. + +PARDO. S'inchina assai volentieri a questo. + +TRINCA. Di ciò statene sicuro, sta l'importanza nel potersi drizzare. + +PARDO. È ricco. + +TRINCA. Sí, d'anni; ma povero di robbe e di cervello, puzza di +fallito, e ogni giorno piglia dinari a perdita; e se ben s'ha +consumato tutto il suo patrimonio a dadi, non consumará certo il +matrimonio con vostra figlia. Con quelle sue bravaríe se vuol smaltir +per quel che non è. Si pasce d'aria e vive di ruggiada come le cicale, +mangia a tavola con la gloria e ambizione, e, essendo un becco, si +vuol servir di vostra figlia per una vacca. E per mantener quel fumo +del suo camino, quando ella non consentirá, con una furia di bastonate +le fará far quel che vuole; talché mangiará sempre piú bastonate che +pane. + +PARDO. È gentiluomo. + +TRINCA. Di casa Capodicervo, che ha piú corne in capo che capelli; +suona di cornamusa, e s'udiranno per tutta Nola il suono de' suoi +cornetti. + +PARDO. N'ho buona informazione dal parasito: ne sta innamorato. Di che +ridi? + +TRINCA. Non rido che stia innamorato; ma chi si vuol innamorar di lui? +E poi date credito a quel furfante, feccia d'uomo: li servirá per +ruffiano a condurgli gli uomini a casa. Senza che, va dicendo mal di +voi per Nola, che sète un pidocchioso; e fa le croniche della miseria +di vostra casa: che sempre bevete il vin che si guasta, e, prima che +finiate di ber quello, cominciate l'altro che si guasta; e che, quando +viene a mangiar con voi, lo fate stentar in aspettar fino a +mezogiorno; e che s'alza da tavola piú vòto che quando ci venne. +Talché voi non l'invitate a mangiare, ma a digiuno, vigilia e +penitenza. + +PARDO. Mira furfante, che si pone in bocca certi pezzi massicci di +carne e certi bocconi tanto stravagantemente grandi, che non se li può +voltar per la bocca, e li trabocca giú come li mandasse in una cloaca, +e con tanta furia che non mangia, ma trangugia; non beve, ma tracanna, +ingorga e fa grondare il vino nello stomaco; che noi appena cominciamo +a scaramucciare, ch'egli ha finito il fatto d'arme, che par figlio +della fame, padre del diluvio, nipote della carestia, e pone tanta +robba in una volta in quella sua voragine, quanto basta una settimana +in casa mia: par che la fame ce l'abbia inviato per castigo della casa +mia. + +TRINCA. E dice queste e altre cose. + +PARDO. Che altre? + +TRINCA. Mi vergogno di dirle. + +PARDO. Dille in tua malora, ché mi fai venir la rabbia. + +TRINCA. Dice che patite di non so che infirmitá di stomacali, e che ci +avete tanto prorito, che andate cercando chi ve li gratti. + +PARDO. Mente e stramente per la gola. + +TRINCA. E dice averlo inteso da molti. + +PARDO. Mente per l'orecchie. + +TRINCA. Ed egli conosce all'odore esser cosí. + +PARDO. Mente per lo naso. + +TRINCA. E che lo stima esser verissimo. + +PARDO. Mente per lo cervello. E tu non sai che ciò è una bugia? + +TRINCA. E per questo è un ribaldo, perché dice quello che non fu mai; +e il peggio è, che le genti lo credono, perché lo veggiono pratticare +tanto domesticamente in casa vostra, che possa sapere i vostri +secreti. + +PARDO. Lo castigherò ben io. + +TRINCA. Gulone è come il canchero che, quanto meglio lo nudrite, piú +incancherisce e infistolisce. + +PARDO. Che rimedio ci sará? + +TRINCA. Quello degli infranciosati: con una dieta di pane e di acqua +per quaranta giorni, ché lo consumi la fame e la sete in fin all'ossa. +Come se li manca la biava, andrá via. Però torniamo a noi. È troppo +gran peccato dar cosí degna figlia a quel cervellaccio che riesce cosí +cattivo per ogni banda. + +PARDO. La vuol senza dote, e il maritar una figlia senza dote è +qualche cosa: l'ho riscattata da' turchi e, or volendole dar dote, +sarebbe un riscattarla di nuovo. + +TRINCA. Meritano i suoi buoni costumi d'esser riscattata diece volte, +se bisognasse. Ma noi abbiamo Erotico piú ricco e nobile e d'altri +costumi: e vi fa la medesima offerta. + +PARDO. Che faresti tu, se fusse tua figlia? + +TRINCA. Se fosse voi? + +PARDO. Fa' conto che ci sei: consigliami. + +TRINCA. Non per consigliarvi, ma essendo nell'esser vostro, questo +partito mi parrebbe tanto buono, che non potrei dir di no. + +PARDO. Farò quanto tu dici: ché, non avendo errato mai con l'aviso de' +tuoi avertimenti, voglio assicurarmi in questo ancora. Facciamo che +amboduo si sposino per la sera. + +TRINCA. Come comandate. + +PARDO. Di' a mio figlio che si ponga in ordine, ch'io aviserò Orgio, +zio di Sulpizia, del medesimo. Di' ad Erotico che venghi a trovarmi, e +appuntiamo il tutto, ché, quando le persone sono d'accordo, è mal il +differire, ché sempre si pone in mezo occasione di disturbi. + +TRINCA. Farò il tutto come m'imponete. + + + + +ATTO II. + + +SCENA I. + +GULONE parasito, solo. + + +GULONE. Sempre ch'odo sputar filosofia da questi savioni, odo dir che +la natura è stata a noi benignissima madre. O che mai nascessero piú +filosofi, e che si perdesse, in tutto, il collegio e la razza loro! +perché, quando discorro fra me, trovo tutto il contrario: che la +natura ci è stata capitalissima nimica nel farci del modo che ci ha +fatto. A che proposito far duo occhi, due orecchie, due faccie, due +mani, due piedi, duo spalle, ed una bocca, dove sta tutta +l'importanza? ché l'uomo vive per la bocca, e non per gli occhi né per +l'orecchie. A che proposito far le budella cinquanta palmi lunghe, +accioché peniamo tutto un giorno fin che il cibo si rassetti, si +prepari e si smaltisca, e il gargarozzo, per lo quale sentiamo il +gusto e l'esquisitezza de' cibi saporiti, di tre diti? ch'appena +mangiato un boccone, cala giú, sparisce subito, come si mangiato non +l'avesti? Doveva far il gargarozzo lungo un miglio, ché, calando giú +per quello il cibo, durasse il diletto tutto un giorno; e le budelle +far tre diti, dalla gola al buco di sotto, largo, aperto, che, subito +inghiottito, uscisse fuori, e fusse l'introito uguale all'esito. A che +proposito consumar tutto il corpo in gambe, in braccia e testa, e il +ventre farlo picciolo? or non potea farlo come un sacco, per poter +insaccar robbe assai? Che dispiacer si trova uguale a quello che di +trovarsi in una tavola abondante e ben fornita di vivande e di vini +eccellentissimi, poi aver un corpo picciolo e non poter divorare? ché +tanta è la rabbia e la disperazione, che vorrei allora con un coltello +forarmi la pancia per poterlo cavar fuori e tornare a riempirlo. +Almeno ci avesse una apertura nel ventre, che si aprisse e serrasse +con bottoni come le vesti, ché, dolendoci il ventre o essendo troppo +pieno, potessimo guardar che cosa sia dentro, e poi tornar ad +affibbiarlo. A me par che sia stata benignissima madre agli animali, +perché ha fatto al bue, alla capra e agli uccelli una saccoccia alla +gola, ché il cibo ingoiato si riceve in quella, e dopo mangiato +ruminano quel cibo, e mangiano di nuovo, e si trattengono tutta la +notte. Or non potea farne un'altra all'uomo? accioché, trovandosi a +mangiar ne' tinelli, dove per la fretta bisogna tranguggiare i bocconi +senza masticargli, poi quando fussimo a casa, li potessimo ruminar di +nuovo? Ha fatto al Gulone un budello largo e breve, che, quando è ben +satollato, passando per mezo a dui arbori stretti, scarica il cibo da +dietro, e poi torna a satollarsi di nuovo? Non poteva la natura farmi +una bestia come queste? darmi fame di lupo, bocca di rana, pancia di +rospo, collo di grue, denti di cane, due lingue di serpe, stomaco di +sturzo, che bevesse come cavallo, dormisse come ghiro e cacasse come +una vacca? + + +SCENA II. + +TRASIMACO capitano, GULONE. + + +TRASIMACO. Riniego Marte, se non t'ammazzo; ché ti son gito cercando +per tutte l'ostarie, dubitando che non fossi restato in pegno, per +riscattarti. + +GULONE. M'hai interrotto un discorso che facea contro la natura. + +TRASIMACO. La natura fu sempre tua nemica, e sempre le fosti +contrario. + +GULONE. Come uomo di poco spirito, non posso penetrar nella grandezza +e magnificenza sua, né toccarne il fondo. + +TRASIMACO. Nascesti col cervello a roverscio, però tutte le tue cose +vanno al roverso: schivi le cose straordinarie e ti servi del +snaturale. La forca che ti appicchi per la gola! + +GULONE. Appicchimi per dove vole, ma non per la gola: la vo' intiera e +sana per me. + +TRASIMACO. Ma dimmi s'hai ragionato con Pardo. + +GULONE. Sí, bene. + +TRASIMACO. L'hai detto che son un Rodomonte, un Alessandro Magno de' +nostri tempi? non rispondi, furfante? + +GULONE. Non posso far ragionamenti, per la gola secca che ho. + +TRASIMACO. Tu a me menti per la gola? Mira a che pericolo ti poni. + +GULONE. Dico che, per la gola secca che ho, non posso formar +ragionamenti. + +TRASIMACO. In somma hai conchiuso le nozze? + +GULONE. Se non bevo una voltarella e inumidisco il palato e la lingua +e ristoro la virtú, vengo meno. + +TRASIMACO. Non puoi dir sí o no? + +GULONE. Son cosí affamato, che vedrei la fame nell'aria: il ventre sta +vòto e si bacia con la schena di maladetti baci. Ascolta come +gorgoglia. + +TRASIMACO. Che sei di razza di cavalli, che, quando stai digiuno, il +ventre gorgoglia? Odi. + +GULONE. Non odo, ché le budelle fanno tanto rumore che m'impediscono +l'udire. + +TRASIMACO. Non mi promettesti iersera darmi la risoluzione del +matrimonio? + +GULONE. È vero che l'ho promesso; ma, venendo a casa vostra, mi +incontrò un amico, mi portò a casa sua, e mi diè a ber vini tanto +grandi e fumosi, che m'empirono lo stomaco e il capo di fumi, che non +vedeva la via per tornare, e fu bisogno dormir a casa sua. + +TRASIMACO. Affogaggine! Mancar della promessa non è ufficio d'infame? + +GULONE. Veramente, sí; ché, se non fussi stato in fame, non sarei +andato a casa sua, ma sarei venuto alla vostra. + +TRASIMACO. Dico che non è ufficio d'uomo da bene. + +GULONE. Io non fui mai uomo da bene, né ci voglio essere: se ci fussi, +mi morrei di fame. Io son ladro, buggiardo, furfante e ruffiano, e +cosí sguazzo il mondo. + +TRASIMACO. Cosí tratti gli amici? + +GULONE. Io non ho amici altro che il principe della Trippalda, che è +il maggior amico che abbi: la trippa vacua è il maggior nemico. + +TRASIMACO. Ed è possibil che tu non vogli ragionar se non di mangiare? + +GULONE. E tu di donne e di amori? Non ci è differenza tra l'amor mio e +il tuo: io fo l'amor con vitelle mongane, tu con vacche: carne ami tu, +carne anco io: tu cruda e io cotta; e tanto è miglior l'amor mio del +tuo, quanto è miglior la carne cotta della cruda. La carne cotta è +saporita e odorata, la cruda puzza, è schiva e s'abborrisce; e come tu +or fai l'amor con questa e or con quella, e sfoghi quei tuoi sfrenati +desidèri: e io, contra una tavola ben abondante, come un sfrenato +innamorato, or mordo poppe di vitelle fredde, or inghiotto i tordi +grassi--che stringendoli con i denti, mi cola di qua e di lá il +grasso,--or bacio becchieri e bottiglie, piene di vini brillanti e +saltellanti, con saporitissimi baci, e sfogo l'ingordo desiderio del +mio ventre. E mentre mi trastullo con questi, fo l'amor con le +porchette, che si stanno arrostendo, pascendomi intanto di quei soavi +odori. + +TRASIMACO. Io stimo che con quella gloria e animoso ardire con cui io +entrerei in un steccato, tu in una tavola ben acconcia. + +GULONE. La tavola ben acconcia è il mio steccato, dove, con uno +glorioso appetito e animosissimo ventre, mi riduco assai volentieri a +scaramucciare e menar le mani. + +TRASIMACO. Non piú, ché ragionando di mangiare non finiresti tutto +oggi. Hai conchiuse queste benedette nozze? + +GULONE. Ed è possibile che, come si tratta di ammogliarsi, vorrebbe +ciascuno che le cose si trattassero a staffetta, e che volassero? +Poveretti! non vedete che quanto piú presto la togliete, piú presto vi +viene a fastidio, e vi pentirete? + +TRASIMACO. Sei molto pigro a trattare i negozi. + +GULONE. Son pigro, secondo il tuo desiderio; ma presto, secondo il +mio: a chi desia non si fa cosa con tanta prestezza, che non paia +tarda. Dice che, volendola senza dote, venghi a sposarla. + +TRASIMACO. Ti ringrazio della nuova. + +GULONE. Che pensi col ringraziamento avermi pagato, come se m'entrasse +in corpo e me cavasse la fame e la sete? Troppa ingiuria fai tu al mio +ventre. + +TRASIMACO. Troppa ingiuria fai tu alla mia liberalitá, ché sai che non +tengo le mani chiuse, quando bisogna. Portami la risposta e vieni a +mangiar meco, ch'io fra tanto farò porre in ordine e arò protezion del +tuo ventre. + +GULONE. E io fra tanto porrò in ordine l'appetito. + +TRASIMACO. Vuoi che ci sia della lacrima? + +GULONE. Della lacrimissima. + +TRASIMACO. Del greco? + +GULONE. Del grechissimo. + +TRASIMACO. Ti aspetto con la buona nuova. + +GULONE. Novissima buonissima. Or batto: _toc, toc_. + + +SCENA III. + +TRINCA, GULONE. + + +TRINCA. Volpino, sali su quelle legna. + +GULONE. (Legna per far fuoco per lo banchetto, ché Pardo ha promesso +invitarmi a pranso. Ma queste legne non mi fan buono augurio, +canchero!). + +TRINCA. Ti venghi a mente recar le corde. + +GULONE. (Di cembali e di leuti, ché mi fará una musica. Ma appresso al +«canchero», quel «ti venga» pur mi fa malo augurio). + +TRINCA. Non ti smenticar di cinquanta nespole acerbe. + +GULONE. (Son frutti dopo pasto; ma pur le nespole acerbe solemo +chiamar le bòtte. Ma vien fuor Trinca). + +TRINCA. Gulone, che si fa? + +GULONE. Bene. + +TRINCA. Non è tua usanza. + +GULONE. Ti viene a visitar un tuo amico carissimo. + +TRINCA. Io non vo' amici carissimi, ma di buon prezzo, ché ho pochi +dinari. Che sei venuto a far a quest'ora? + +GULONE. E tu non sai l'usanza mia? + +TRINCA. Non mi ricordo. + +GULONE. M'è venuta una disgrazia, la maggior che mi possa venire. + +TRINCA. Dimmela, se non è cosa di stato. + +GULONE. Mi muoio della maladetta fame: io son venuto a sguazzare col +tuo padrone. + +TRINCA. Sguazzarai come un cavallo per un pantano: il mio padrone sta +irato teco. + +GULONE. Scusa di mal pagatore: perché l'ho maritata la figlia, per non +darmi la mancia, finge il colerico. Questo è il frutto dell'obligo? +Va' e stenta tu. Io vo' che mi faccia il beveraggio bonissimo. + +TRINCA. Ha promesso farti buttar in un fiume, ché beva benissimo. + +GULONE. Che ha egli meco? + +TRINCA. Essendosi informato del capitano, ha ritrovato tutto il +contrario di quanto gli hai detto; e se avesse fatto il matrimonio +sotto la tua parola, arebbe annegata la figlia. Hai torto ingannarlo +cosí. + +GULONE. Come egli ha ingannato me, cosí ho ingannato lui. + +TRINCA. Non sai tu ch'egli sostiene quelle sue grandezze con l'ombra +delle bugie e con falsa fama? E il peggio è, che hai detto mal di lui +al capitano... + +GULONE. Possa digiunar un mese, se è vero. + +TRINCA. Giurane su questa orecchia d'asino! + +GULONE. Ho sempre dubitato che fussi un asino; ma or che me ne mostri +l'orecchio, ti stimerò tale da oggi avanti. + +TRINCA. ... Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi +certe minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe +torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte. + +GULONE. Trinca, è vero che ho detto che non posso aver peggio, quando +le cose non son bene apparecchiate, ché il buon apparecchio è il +quinto elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal +cuoco, quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste +di cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il +salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si può far alle +torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati sopra? il +brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal +impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente, +dolce, gagliardo e piccante? ché ci bisognarebbe la fame arcigulonica +per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e non del +mancamento. + +TRINCA. Tu sai che sempre sei stato in capo alla tavola; e ogni cosa è +venuto innanzi a te, e tu fai la parte e dái quel che ti piace a gli +altri; e ti sei alzato da tavola con la faccia piú rossa di un gambaro +boglito. + +GULONE. È vero. + +TRINCA. Perché dici il contrario, quando mangi con altri? e quando +mangi con noi, dici mal di loro? + +GULONE. E perciò vuoi entrar in colera meco? + +TRINCA. Il capitano ha detto tant'altre cose di te al padrone, che non +si direbbero di un boia. + +GULONE. Che può dolersi di me il capitano? Che sia maledetta quella +puttana che lo cacò! + +TRINCA. Che, andando tu in casa sua, ti fará dar cinquanta bastonate. + +GULONE. Vada in bordello egli e la sua razza! (Queste son quelle legne +che dicea poco innanzi, e cinquanta nespole acerbe). + +TRINCA. Il padrone ha giurato farti dar altre cinquanta bastonate. + +GULONE. Cinquanta bastonate piú o meno poco importa. + +TRINCA. Farti romper la testa e sfreggiarti il volto. + +GULONE. Facciami quel che vuole, gli sarò sempre amico e non mi +allontanarò dalla sua tavola. + +TRINCA. Farti ligar in una camera terrena:... + +GULONE. (Queste son corde ch'io stimava di cembalo). + +TRINCA. ... e farti dieci crestieri il giorno, accioché evacui bene; +poi attaccarti con i piedi in su, finché vomiti quanto hai mangiato in +casa sua; poi darti due fette di pane il giorno e un becchiero +d'acqua... + +GULONE. Cacasangue! Se mi ci coglie, mi facci il peggio che sa. +Rompermi la testa, darmi cinquanta bastonate, cavarmi un occhio e +sfreggiarmi la faccia, son cose ch'all'ultimo si ponno sopportare. Ma +quel star a trippa vacua e senza mangiare, son cose insopportabili. + +TRINCA. ... Ha ordinato a Mazzafrusto e a Sgraffagnino che stieno alla +posta, che subito entrato in casa ti attacchino bene. + +GULONE. Se mi lascio prendere da Mazzafrusto che mi frusti e ammazzi, +e da Sgraffagnino che mi sgraffigni! a dio, a dio. + +TRINCA. Ascolta una parola... + +GULONE. Non ascolto parole. + +TRINCA. ... che importa molto. + +GULONE. Che cosa? + +TRINCA. Vieni, ché il padrone ti aspetta a tavola con un piatto di +maccheroni straordinariamente grossi, che appena ti capiranno nella +bocca. + +GULONE. Le tue parole m'hanno sconcio lo stomaco di sorte, che, se non +vado a ristorarmelo altrove, non sará ben di me oggi. + +TRINCA. Oh, come scampa il poltrone! giá li par aver Mazzafrusto e +Sgraffagnino alle spalle, che lo menino alla dieta. Il medesimo farò +col capitano: porrò tanta zizania fra costoro, che li condurrò che +venghino alle mani e si rompino le teste. Andrò al padron giovane a +dirli quanto si è oprato in suo serviggio. + + +SCENA IV. + +BALIA, EROTICO, PARDO. + + +BALIA. Sulpizia smania e non trova luogo per la gelosia di Cleria; mi +manda se può saper da Erotico alcuna cosa di nuovo. + +EROTICO. O balia, di' a Sulpizia mia, che trattiamo or cosa onde spero +che sarem nostri. + +BALIA. Parlatemi, di grazia, piú particolarmente, e liberatela da tal +passione. + +EROTICO. Basta, saprá ogni cosa, e verrò io a dirglielo. Ma parteti da +me: presto, presto, scòstati. + +BALIA. Perché mi scacciate cosí da voi? + +EROTICO. Per cosa che importa, lo saprai poi: scòstati, allontánati da +me. + +BALIA. Che fretta! orsú, mi parto. + +EROTICO. Vorrei l'avessi fatto prima che detto. (Veggio Pardo venir +alla volta mia, e stimo che venghi a ragionarmi delle nozze: non +vorrei che, veggendomi ragionar con una vecchia, entrasse in sospetto +che stessi innamorato). + +BALIA. (Il cacciarmi che fa Erotico con tanta fretta da sé, mi fa +sospettar qualche male. Veggio Pardo andar verso lui: qualche trama +v'è). + +PARDO. (Veggio Erotico; e mi par certo un gentil giovane: vien a me, +vo' riceverlo come figlio). Ben venghi il mio caro Erotico, il mio +carissimo figliuolo. + +EROTICO. Dio vi accresca salute e vita, mio carissimo padre e padrone: +padre in amore, padrone in riverenza. Vo' baciarvi le mani. + +PARDO. Non mi fate questo torto, ché non lo comporterò: volete +vincerla pure? + +EROTICO. Perché è mio debito di farlo. + +PARDO. Poiché dite che mi sète figlio, potrete trattarmi come vi pare. + +EROTICO. E voi usando questi termini di cerimonie con me, è un quasi +non tenermi per quell'amorevol figlio, che dite che io vi sia. + +PARDO. Copritivi. + +EROTICO. Desiderava in atto di riverenza star cosí; ma, poi che volete +che mi cuopra, mi coprirò, essendo l'ubbidire un termine di creanza. + +PARDO. Cosí merita un par vostro, nobile, ben creato e virtuosissimo. + +EROTICO. Troppo gran cose stringete in breve fascio. Ma io vi resto +con tanto maggior obligo, quanto meno conosco di meritarlo. + +PARDO. Giá stimo che Trinca mio servo e Attilio mio figliuolo v'abbino +detto quanto desiderio io abbia di apparentar con voi... + +EROTICO. Ed il desiderio, che ho di servirvi, è cosí vivo e ardente, +che non so che fare che da voi fossi creduto. + +BALIA. (Fanno fra lor molte belle parole: vediamo dove riusciranno). + +PARDO. ... e però darvi Cleria, la mia figlia, per moglie. ... + +EROTICO. Conosco non meritarla per le sue rare qualitá; ma l'accetto +per l'affezion che le porto, e per desiderio che ho di servirla. + +BALIA. (Ohimè, parlano di dargli Cleria per moglie!). + +PARDO. ... E stimo ancor che v'abbino riferito, che non son per darle +dote altrimente. + +EROTICO. Mi basta la dote delli suoi meriti, la qual è piú tosto +soverchia che bastevole; e io mi terrò ricchissimo, se mi vedrò +possessore di sí infinito tesoro di grazie: onde mi parrebbe farle +gran torto se non la rifiutasse. + +PARDO. Io parlo chiaramente; ma contrastiamo dopo fatto il matrimonio. + +EROTICO. Io non posso trovar modo in ricompensar tanto beneficio, che +mi si fa, in darmisi Cleria; e per mostrar quanto mi sia grata la +parentela, io rifiuto ogni dote. + +BALIA. (Ragionano delle nozze di Cleria; e dice non voler dote. Giá si +confrontano i contrasegni). + +PARDO. Stimo che abbiate visto Cleria, per saper se vi piace la sua +bellezza. + +EROTICO. L'ho vista, e mi piace tanto, che non mi piacque altra giamai +altro tanto. Cosí avesse auto ella maggior fortuna di aver conseguito +sposo di maggior merito ch'io non sono, come ella è stata +favoritissima dalla natura cosí delle bellezze del corpo come di +quelle dell'animo. + +PARDO. Ve l'ho dimandato, perché so che avete gran tempo seguita +Sulpizia, la nostra vicina; e non vorrei, dopo aver sposata la mia +figliuola, tornaste a lei, che mal agevolmente si scordano i primi +amori. + +EROTICO. Se ben molte volte m'avete visto passar per costá, l'ho fatto +piú per passatempo che per amor che portassi a Sulpizia; e vi giuro +che mai mi piacque. + +BALIA. (O Dio, che parole son quelle che sento? or chi crederebbe che +fussero uscite da quella bocca, dalla quale poco innanzi ne son uscite +l'altre di sí contrario tenore?). + +PARDO. Io non vorrei che la lingua fusse differente dal core. + +EROTICO. Cavata mi sia la lingua insieme col core, se non è vero +quanto io vi dico. + +BALIA. (Aiútati, lingua, avviluppa bugie e giuramenti, per ingannar +qualche altra poverella). + +PARDO. Perdonatemi, se ne dimando con tanta instanza, perché dubito +che, per qualche sdegno o martello passato tra voi, vogliate tor mia +figlia. Io non ho altra che costei; e dandole un marito che sia stato +innamorato di un'altra, non saria fra loro un contento giamai, però vi +prego a dirmelo liberamente. + +EROTICO. Voi che mi sète padrone, potete comandarmi, non pregarmi. + +PARDO. Li vostri pari si pregano, non si comandano. + +EROTICO. Piú grazia ne ricevo quando mi comandate, che non è il +servigio che vi servo. Ma s'io amai giamai Sulpizia, faccia Idio che +non conseguisca alcun desiderio; né son per amarla per l'avvenire, ché +sempre piú tosto l'ho odiata che amata, e m'ho fatto beffe di lei. Ho +ben amata la vostra Cleria dal primo giorno che la viddi; ma il +rispetto dell'amicizia fra me e Attilio me ha vietato che non lo +scoprisse, per non offenderlo con la mia indegnitá. Ma, poiché da voi +mi vien offerta, apro il cuore e ve lo paleso. + +BALIA. (Ahi, lingua traditrice e bugiarda, che ti sia cavata insin +dalle radici! non bastava affermarcelo cosí semplicemente, se non +confirmarcelo con giuramento?). + +PARDO. Talché posso assicurarmi che non amate Sulpizia? + +EROTICO. Di grazia, caro padre, non me la nominate piú, se non volete +che la biestemme. + +BALIA. (O povera Sulpizia, disamata, beffata e bestemmiata). + +PARDO. Veramente, io non vi facea altra difficultá in queste nozze: +non l'ho voluta conchiuder con mio figlio, fin che da voi non me ne +fussi certificato, ch'io temea sempre di Sulpizia. + +EROTICO. O maladetta sia Sulpizia! ... + +BALIA. (Tu solo, e chi generotti!). + +EROTICO. ... che fosse morta ... + +BALIA. (Tu ucciso, e morto!). + +EROTICO. ... e squartata! + +BALIA. (E tu fatto in mille pezzi!). + +PARDO. Or che me ne sono assicurato, datemi la mano in segno del +matrimonio. + +EROTICO. Ecco, volentieri ve la porgo. + +PARDO. Ed io la stringo e bacio, in segno di parentela. Non manca +altro che al tardo vengati col prete, e la sposiate. Mangiaremo cosí +alla domestica, e non facciamo come certi ignoranti, che nel banchetto +spendono la metá della dote. + +EROTICO. Maggior grazia riceverei, s'andassimo a sposarla ora. + +PARDO. Andiamo fra tanto al sarto per le vesti. + +EROTICO. Andiamo dove comandate. + + +SCENA V. + +BALIA sola. + + +BALIA. O mondo immondo, o mondo tutto pieno di fallacie e d'inganni, +or chi può vivere in te, che sia sicuro dalle tue insidie? O etá +maladetta, o crudeltá, o barbarie, che a pena può adeguarsi col +pensiero! O Erotico infidele e disleale! O Sulpizia troppo sincera e +amorevole, per non dir troppo semplice e troppo sciocca! Dove è la +fede che con tanti giuramenti fu data, e che tu osservata l'hai con +tanta costanza dell'amor tuo? Taccino, come indegni di conversar fra +gli uomini, coloro che incolpano le donne di volubilitá e +d'inconstanza. Ite voi, donne, fidatevi de' giovani del tempo d'oggi, +e massime di costoro di prima barba, larghi di promesse e ricchi di +giuramenti, che in un punto amano e disamano, come li va il cervello: +sono come i sparvieri, avidi sempre di nuove prede, che, se bene han +un uccello preso nell'unghie, se ne veggono un altro, lasciano quello +che hanno, per acquistar quello che va volando. Ecco perché Erotico mi +scacciava da sé: e che trattava cosa buona per lei, e che molto +l'importava. Misera Sulpizia! come restarai, poveretta, rinchiusa in +una camera, mentre durerá la tua vita, a pianger la colpa della tua +sciocchezza, d'aver creduto ad un uomo, con freggio d'infamia da non +risanarsi piú mai. E come duo occhi suoi soli potranno piangere tanta +sciagura? Ma ella volgerá la colpa sovra di me, come che del tutto sia +stata cagione: si dolerá di me, mi biestemmará, come consigliera e +adiutrice. Ma chi non arebbono ingannata tante lacrime, tanti suspiri +e tanta ostinazione di star i mesi e gli anni intieri, di giorno al +sol dell'estate, e le notti intiere al freddo, alle pioggie e a' tuoni +dell'inverno? Non ho cuore di darle tal nuova: so che gridará, +tramortirá, spiritará, diverrá forsennata. O Iddio, aiutaci tu, che +puoi. + + +SCENA VI. + +TRASIMACO, TRINCA. + + +TRASIMACO. Quanto piú desidero Gulone, men lo posso incontrare... + +TRINCA. (Per trovar il padron, vo cercando per le strade, ed egli deve +star rinchiuso in camera. Ma veggio il capitano con le sue solite e +accessorie stravaganze. Oh, come viene a tempo! credo che succederá il +negozio, poiché ogni cosa mi cade a proposito). + +TRASIMACO. ... per dimandargli se son concluse le nozze. ... + +TRINCA. (Senza che gli ne dimandi, son sconchiusissime). + +TRASIMACO. ... Ché, accapandosi per sua cagione, s'acquisterá +l'amicizia mia e quella di Pardo. ... + +TRINCA. (Io porrò tra voi tanta discordia, ch'in eterno sarete +inimici). + +TRASIMACO. ... E sarò possessore d'una donzella bellissima. ... + +TRINCA. (La donzella la deve aversi in corpo, e non è boccon da tuoi +denti). + +TRASIMACO. ... So ch'a lei sará caro, quando saprá ch'io la ricerco. + +TRINCA. (Non bisogna sperarci, ch'altri la possiede prima di te). + +TRASIMACO. Veggio il servo della sua casa, ne dimandarò costui. + +TRINCA. (Fingerò non conoscerlo, per fargli piú creder quanto dico). + +TRASIMACO. Dimmi, galante uomo, Gulone è in casa vostra? + +TRINCA. Potrebbe ben essere, ché il mio padrone ha gran piacere quando +dice mal d'altri. + +TRASIMACO. Mi sapresti dir se ragiona mai dell'eroiche virtú d'un +capitano? + +TRINCA. Chi capitano? + +TRASIMACO. D'un detto il Fracasso che ritrovandosi l'altro giorno in +mezo un squadron di scavezzacolli e di tagliacantoni, che lo volevano +assassinare, egli scagliandosi in mezo a tutti, s'incanò talmente, che +a furia di crudeli fendenti, di orrendi mandritti e di orribili +stoccate, cacciandosegli innanzi, li ruppe, li fracassò e pose tutti +in scompiglio. ... + +TRINCA. Sí, sí, d'un certo capitano che certi mascalzoni vennero per +assaltarlo, ma ch'egli si salvò con una bella ritirata. + +TRASIMACO. ... Ed una notte, incontrandosi con birri che gli voleano +tor l'armi, minuzzò il capitano con tutta la birraria. + +TRINCA. Mi ricordo che disse, che s'incontrò una notte con un bastone, +che gli assettò molto bene il giubbone adosso. + +TRASIMACO. Dico di certe sue virtú illustri. + +TRINCA. Sí, sí, ch'era un gran musico... + +TRASIMACO. Come musico? + +TRINCA. ... che cantaria molto ben la _Girormetta_ su la striglia, che +l'avea cantata tutto il tempo della sua vita. + +TRASIMACO. Non sará quel capitano che dico io. + +TRINCA. Un certo capitan Sconquasso o Fracasso o Babuasso, che s'avea +posto questi nomi per spaventar le genti; che porta certi mustacci +ingrifati e i peli della barba rabbuffati, con una ciera torta; e che +parla con certi paroloni. + +TRASIMACO. Non me ne sazio, se non darò essempio a' pari suoi, se non +sarò un specchio a gli occhi di ciascuno. Non basterá il cielo a +scamparlo dalle mie mani, ancor che fiammeggi di lampi, ancor che +rimbombi de tuoni. Non so se fra tanto potrò sospender lo sdegno. + +TRINCA. Sará forse vostro amico? + +TRASIMACO. Non lo conosco. Passate innanzi. + +TRINCA. Non vorrei che v'adiraste meco. + +TRASIMACO. Dio te ne guardi, ché caderesti morto. + +TRINCA. Ve l'ho dimandato, perché m'avete cera di capitano. + +TRASIMACO. Son cosí in fatti, come vi paio in ciera. + +TRINCA. E bisogno che rida, per non andar in pericolo di crepare. + +TRASIMACO. Di che ridete? + +TRINCA. Di nulla. + +TRASIMACO. So che non sète matto, che di nulla ridete; ditelo, di +grazia, se pur qualche obligo non contende questa mia curiositá! + +TRINCA. Non è obligo di secretezza che possa impedirmi che non vi +compiacessi; ma desidererei che non lo ridiceste ad altri, ché +m'impediresti di non udir piú da lui delle sue castronerie. + +TRASIMACO. Che Marte sia irato con me, né mi dia forza di spopolar +cittá, di sconfigere e disfar eserciti, se lo ridico; e perdonate alla +mia curiositá. + +TRINCA. Egli l'onora di molti illustri titoli: d'un venerabil asino, e +tanto grande, che basta per sei asini; di buggiardo, e che le veritá +le tiene tanto secrete in corpo, che ci han fatto la ruggine; che non +soffiò mai vento d'ambizione che non soffiasse in quel ballon del suo +capo; e che nel tribunal della poltroneria, se si avesse a determinare +chi fusse il magior poltron del mondo, senza dubio arebbe la sentenza +in favore, perché basterebbe la sua poltroneria ad impoltronire tutti +i poltroni del mondo; e che combatte piú con la lingua che con la +spada... + +TRASIMACO. Benissimo. + +TRINCA. ... e che la sopraveste della sua nobiltá è un ragazzame. Dice +che suo padre fu giudeo, sua madre lavandaia, sua ava puttana, suo zio +boia ed egli ruffiano; che si tinge la barba per parer giovane; che li +pende tra le gambe una borsa quanto una zucca; che ha mal francese di +sette cotte; e che si vanta che il re di Francia lo vuol per suo +compagno, stipendiato dal re Filippo, presentato dal Gran Turco, ma +che si crepa della maladetta fame... + +TRASIMACO. Perché sparlar tanto di questo poveretto? che li venghi la +peste alla lingua! + +TRINCA. ... Dice che l'invita a mangiar seco, e non mangia altro che +vessiche sgonfiate; e che è tanta la sua spilorceria e spedaleria, che +si parte morto di fame. + +TRASIMACO. Come può cicalar tanto? + +TRINCA. Ha lingua per sei cicaloni. + +TRASIMACO. Non devrebbe pratticar con lui. + +TRINCA. Dice che ci prattica per udir quelle sue millanterie, e se +prende spasso de fatti suoi. Onde il padrone in modo se trafisse +queste cose nel capo, che non sarebbe possibile cavarnele piú. + +TRASIMACO. Mi avete detto a bastanza, perché la materia abonda troppo. + +TRINCA. È piú di quello che mi avete dimandato. + +TRASIMACO. Se posso ricompensar la fatica che avete durata per me, +comandate e sarete servito. + +TRINCA. È stato poco per sodisfar al debito mio con un par vostro. + +TRASIMACO. Restate in pace, buon rivelante. + +TRINCA. Andate in buon'ora, buon ascoltante, ser capitano. + + + + +ATTO III. + + +SCENA I. + +PEDOLITRO vecchio. + + +PEDOLITRO. Ringraziato sia Idio, che pur son gionto al fin del mio +viaggio, che son a Nola, patria mia. O Dio, che pericoli, che strazi, +che fatiche, che spese! mangiar male, ber peggio, dormir in terra, +assassinato dagli osti, da ladri, da fuorusciti e da vettorini. Oh, +quanto si patisce fuor di casa sua! non lo può credere, se non chi lo +soffre. Veramente, gran bisogno me ne trasse fuori, riscattar un +figlio unico di man di turchi. Ma niuna altra cagione me ne caverá +fuori, né figli né padri né anco per me stesso. Mai parea che finisse +il viaggio, sempre ne restava a far piú del fatto. Le gambe ne han +patito la penitenza. Mi vedo gionto a casa--e nol posso credere, né +men che sia vivo, ma che qui sia gionto lo spirito mio. Ma chi è +costui che vien in qua? certo è Pardo, mio antico amico. O, ben, che +ho da trattar con lui. Signor Pardo, siate il ben trovato, non mi +conoscete? Son Pedolitro vostro amico. + +SCENA II. + +PARDO. Pedolitro. + +PARDO. Chi si potrebbe conoscere cosí vecchio? e poi vestito alla +turchesca? che sète stato prigione o ammalato, che avete cosí +vigliacca ciera? perdonatemi, cioè macra e scolorita. + +PEDOLITRO. Il mal mangiare, il peggior bere e il molto patire. + +PARDO. Le tue vesti? + +PEDOLITRO. Me l'ho mangiate in Turchia. + +PARDO. In Turchia se mangiano vesti? + +PEDOLITRO. L'ho vendute e impegnate all'osterie per mangiare. Ma io mi +rallegro che vi vedo piú allegro e giovane che non vi lasciai. + +PARDO. Donde si viene? + +PEDOLITRO. Da Costantinopoli, per riscattar questo mio figlio che da +bambino mi fu rapito da' turchi. + +PARDO. E voi ancor ben venuto, caro figlio. + +PEDOLITRO. Io rispondo in sua vece, ché non sa parlar italiano: Che +siate il ben trovato. + +PARDO. Ho grande allegrezza che siate tornato salvo. + +PEDOLITRO. L'allegrezza vi si raddoppiará, ch'io vi porto una buona +nuova di lá. + +PARDO. Che forse il turco non arma alla primavera, e non infesterá le +nostre marine? + +PEDOLITRO. Dico, buona per voi. + +PARDO. Voi siate il ben tornato, portandomi alcuna buona novella. + +PEDOLITRO. Costanza vostra moglie vi saluta. + +PARDO. Che forse dall'altro mondo? + +PEDOLITRO. Che altro mondo? io non so altro mondo che questo, né mai +mi son partito di qua. + +PARDO. A che rinovellarmi la memoria e darmi questo dolore? ché mai mi +ricordo della sua morte, ch'io non volessi esser morto mille volte. +Costanza cara, io che fui cagion della tua rapina, son libero, e tu, +per venir al mio comando, sei schiava. Oh, quanto la meritarei io la +servitú che per me tu hai patito! + +PEDOLITRO. Voi piangete la viva, come fusse morta. + +PARDO. Come viva? + +PEDOLITRO. Come la stimate voi morta? se non è morta fra duo mesi, che +son di lá partito, ella è piú viva e piú gagliarda che mai. + +PARDO. Ti fai beffe di me. + +PEDOLITRO. Anzi, mi par che voi vi facciate beffe di me. Ma chi v'ha +detto che sia morta? + +PARDO. Attilio mio figlio e Trinca servo, i quali ho inviati col +riscatto in Constantinopoli per lei e per Cleria mia figlia; e son +alcuni mesi che son tornati di lá, e ha menato seco Cleria sua +sorella, e mi ha riferito che Costanza era morta quattro anni sono; +che se fusse stata viva, l'arebbe riscattata e condotta a Nola. + +PEDOLITRO. Anzi, ella è viva e sana; e di vostra figlia non si sa nova +se sia morta o viva piú di dieci anni sono, ma si tien per fermo che +sia morta; ch'un sangiacco, cui ella serviva, l'avea menata fuori; e +si dubita, per la gelosia della moglie, che l'abbia avvelenata, che +vostra moglie n'ebbe a morir di dolore. + +PARDO. Strane cose mi dite. Cleria è in mia casa; e il mio figlio e +servo me l'han referito, quanto io vi referisco. + +PEDOLITRO. Ed io vi dico che tutto vi è stato falsamente referito, +perché conosco vostra moglie, a Nola, prima che vi fusse rapita, e la +conosco pur quattro anni in Constantinopoli, dove mi son fermato per +riscattar il mio figlio. Anzi, né di vostro figlio né del servo ho +inteso cosa alcuna in Constantinopoli. + +PARDO. Quasi che Constantinopoli fusse Nola, che si può saper chi vi +cápiti. + +PEDOLITRO. Se ben Constantinopoli è una cittá grandissima, e piú di +Napoli, le domeniche noi tutti cristiani ci veggiamo nel tempio di +santa Sofia, dove ci ragguagliamo e consigliamo delle nostre fortune e +ci aiutamo l'un l'altro. + +PARDO. Quanto piú dite, men vi credo. + +PEDOLITRO. Ma a che proposito volervi dir queste bugie? Ma io non vo' +che mi crediate. Eccovi una lettera che vi manda: conoscete la sua +mano? + +PARDO. Questa è la sua mano. O Dio, che stretta mi sento all'anima, +che mi restò scolpita in mezo al cuore. Volesse Iddio che tu fussi +viva, che verrei io in persona a riscuoterti; e quando non potessi, +soffrirei in tua compagnia i tuoi dolori. Da che ti perdei, posso dir +che non ho avuto un piacer in questa vita; e non meno l'ho amata +morta, che l'amai viva. + +PEDOLITRO. Leggetela, e vedete quanto vi scrive; e conoscete, quanto +vi ha referito vostro figlio e il servo, tutto è bugia, e quanto vero +sia quel che vi dico. + +PARDO. Mi avisa avermi scritto molte lettere, e di niuna mai averne +ricevuta risposta, né per lei esser mandato il riscatto; che spera +esserle donata la libertá, e voler venirsene sola, come meglio potrá. + +PEDOLITRO. Credetemi ora? + +PARDO. Ed accioché voi crediate esser vero quanto vi ho detto, vo' che +ragionate con mia figlia. Olá, fate venir qua Cleria per cosa che +molto importa. + +PEDOLITRO. Fatela calar, ché mi piace che non troverete altro di quel +che vi dico: che Costanza vostra moglie è viva, e di Cleria non si sa +novella. + + +SCENA III. + +CLERIA, PARDO, PEDOLITRO. + + +CLERIA. Padre, che comandate? + +PARDO. Costui è venuto da Turchia... + +CLERIA. (Infelice me! costui sará venuto a far riscontro s'è vero che +sia Cleria, e quanto falsamente l'abbiamo dato ad intendere). + +PARDO. ... e dice che Costanza sia viva. + +CLERIA. (Che affermarò? che negherò? io non so che debba affermar, né +negare, né che mi fare. Oh, fosse qui Trinca!). + +PARDO. Dimandatela voi. + +CLERIA. (Bisogna star in cervello). Volesse Dio che Costanza mia madre +fusse viva! Ma voi come lo sapete? + +PEDOLITRO. L'ho vista con questi occhi in Constantinopoli; e si duol +del suo marito che in tanto tempo non abbi mandato a riscuoterla, e +che Cleria sua figlia non sa se sia morta o viva, ma stima che piú +tosto sia morta. + +CLERIA. Voi dite cose impossibili, e sète cosí bugiardo nell'uno come +nell'altro. Mia madre, che so che è morta, dici che sia viva; e io, +che viva sono, dici che morta sia. + +PEDOLITRO. Io non ci ho, in questo, interesse alcuno, né per conto +d'interesse direi la bugia: e non essendo di natura bugiardo, godo nel +dir la veritá. + +CLERIA. Dice che Cleria sia morta, e io viva sono: il testimonio t'è +presente. + +PEDOLITRO. Ed io ti dico che tu Cleria non sei. Ma tu conosci chi son +io? + +CLERIA. Certo, no. + +PEDOLITRO. Tu non sai chi sia io? riconoscimi bene. + +CLERIA. Quanto piú penso, men ti riconosco. + +PEDOLITRO. Perché schivi che gli occhi tuoi s'incontrino con i miei? +ti vergogni, ti arrossisci e impallidisci. + +CLERIA. Perché odo cose di meraviglia. + +PEDOLITRO. Ed io ti conosco molto bene in casa di Pandolfo napolitano, +che tiene alloggiamento in Veneggia, dove sogliono alloggiare tutti i +peregrini napolitani. + +CLERIA. Che Pandolfo? che alloggiamenti? Quanto piú segni mi dái, men +t'intendo. + +PEDOLITRO. Che parlo arabico o tartaresco? Fai della stordita, per non +accettar la veritá. + +CLERIA. Fai tu del cattivo, per farmi accettare il falso. + +PEDOLITRO. Non m'hai servito duo mesi in casa di Pandolfo in Vineggia, +quando cadei infermo duo anni sono? + +CLERIA. O Dio, che ascolto! + +PEDOLITRO. Dico che tu sei Sofia, intendi? a chi dico io? + +CLERIA. Non dici a me, che Sofia non sono, però non rispondo. + +PEDOLITRO. Mi piace piú tosto dispiacer a te e dir il vero, che piacer +a molti e dir il falso: dico che tu sei Sofia sua serva. + +PARDO. Non è meraviglia se t'inganni, ché nieghi il nome di Cleria e +le dái quel di Sofia: nieghi quel che vedi, e non conosci quel che ti +sta innanzi. + +PEDOLITRO. Anzi, ella dice esser quella che non è, e niega quella che +sia; e ancora persevera nella bugia. + +CLERIA. Anzi, tu pur ardisci d'infamarmi, che sia serva d'un +alloggiatore. + +PEDOLITRO. Non sei dunque Sofia? poveretta, perché inganni te stessa? + +CLERIA. Non piaccia a Dio che fussi Sofia, che tu dici, che sería +serva d'altri e non figlia d'un gentil uomo. + +PEDOLITRO. Ancor credete a costei? + +PARDO. Le stracredo. + +PEDOLITRO. Qual cagion vi muove, che crediate piú a costei che a me? + +PARDO. Io credo al mio figlio e al mio servo. + +PEDOLITRO. Fate male a credere a questi: guardatevi che non +v'ingannino. + +PARDO. Chi è dunque costei? + +PEDOLITRO. Colei che vi dissi da principio. + +PARDO. Costei non è Cleria? + +CLERIA. (Cosí ti avesse rotto il collo per la strada!). + +PEDOLITRO. Non so perché mi cenni e mi fai cert'atti: che mi vuoi +significare? + +CLERIA. Io cenni? io atti? veramente sei fuor di cervello. + +PARDO. Orsú, non moltiplichiamo in parole: figlia, sali su. Tu, +Pedolitro, poiché sei forastiero, vieni a desinar meco. + +PEDOLITRO. Ho desinato. Andrò per saper alcuna novella de' miei. + +PARDO. Potrete voi e vostro figlio fermarvi in casa mia e riposarvi, e +poi a bell'aggio andar cercando de' vostri parenti. + +PEDOLITRO. Non mi trattenete piú, di grazia. + +PARDO. Almeno lasciate vostro figlio in casa mia, e voi andate +cercando. Se li trovate vivi, verrete per vostro figlio; se non, +restarete ad alloggiar meco. + +PEDOLITRO. Questa cortesia accetto, che mio figlio resti con voi, +mentre andrò cercando. + +PARDO. Veramente, la venuta di costui m'ha posto in grandissima +confusione; la mano di mia moglie è vera: perché costoro m'han detto, +che sia morta? Dice che conosce costei in casa di un alloggiatore, e +chiamata Sofia. A che proposito affermarlo cosí costantemente, se non +fusse vero? E mi son ben accorto che arrossiva, impallediva, +respondendo s'intricava, e non sapea quello che dicessi, e m'accorsi +che l'accennava. Ma quello, che m'accresce il sospetto, è che in +questo intrigo se ci trova intrigato il Trinca, che è il maggior +trincato, furbo, allievo di forche, maestro di furberie. L'astuzia sua +m'è di vergogna e di danno: e quando della vergogna poco conto ne +facessi, ci è il danno di piú di cinquecento ducati. Ma ecco che +vengono molto allegri. Vedrò come si risolveranno in questo fatto. + + +SCENA IV. + +TRINCA, ATTILIO, PARDO, TURCO. + + +TRINCA. Padron, il vostro figlio sta in punto per le nozze, e vi +priega che l'affrettiate. + +ATTILIO. Sta medesimamente Erotico ad ogni nostro comando. + +PARDO. Ben, chi vi disse che Costanza mia moglie era morta, e che +Cleria fusse viva? Quando voi foste a Constantinopoli? perché non +rispondi? Chi non risponde subbito, sta pensando alla scusa. + +TRINCA. Come, non son stato io a Constantinopoli? + +PARDO. Né tu né mio figlio. + +TRINCA. Io non so come voi dite. + +ATTILIO. (Ohimè, siamo rovinati!). + +PARDO. Che rispondi? + +TRINCA. Chi v'ha informato del contrario? + +ATTILIO. (Come ti risolverai, Trinca?). + +PARDO. Pedolitro, nostro cittadino, venuto ora di Constantinopoli, che +ci andò quattro anni sono per riscuoter cotesto suo figlio; e mi ha +recato lettera di mano di mia moglie che desia venire, e che di Cleria +non si sa novella, molti anni sono. ... + +ATTILIO. (Mira la fortuna, a che ponto ha condotto costui di Turchia). + +PARDO. ... Dice che quella è Sofia, serva d'un allogiator in Vineggia: +l'ho fatto affrontar insieme, e ce l'ha mantenuto in faccia. + +ATTILIO. (Siamo spediti, non v'è piú rimedio. Trinca è perduto +d'animo). + +TRINCA. Padron, è cosí vero quanto v'ho detto, quanto l'amor che vi +porto; e se trovarete il contrario, vo' che mi ponghiate in galera. + +PARDO. Senza il tuo volere, ti ci porrò. + +TRINCA. Vien qua tu: come tuo padre ha detto una buggiarda buggia? +rispondimi. Vedete che tace. + +PARDO. A che ti affatichi parlargli? non risponde, perché non intende +l'italiano. + +TRINCA. Gli parlerò in turchesco. Tu non mi scapperai. Cabrasciam +ogniboraf, enbusaim Constantinopla? + +ATTILIO. (O buon Trinca, o illustrissimo Trinca). + +TURCO. Ben belmen ne sensulers. + +PARDO. Che dice? + +TRINCA. Che suo padre non fu mai in Constantinopoli. + +PARDO. Dove dunque fu per riscuoterlo? + +TRINCA. Carigar camboco maio ossasando? + +TURCO. Ben sem belmen. + +TRINCA. Dice che sono stati in Negroponte. + +PARDO. Da Negroponte in Constantinopoli ci sono molte miglia. +Dimandagli che camino han fatto per venire in Italia. + +TRINCA. Ossasando nequet, nequet poter levar cosir Italia? + +TURCO. Sachina busumbasce agrirse. + +TRINCA. Dice che son venuti per mare, e non passati per Vineggia. + +PARDO. O Dio, che umori stravaganti sono negli uomini! Che cosa ha +spinto colui a dirmi cosí gran bugia, che sia stato a Vineggia, e +portarmi una lettera di mano di mia moglie? Che mondo è questo? + +TRINCA. Bisognarebbe far un mondo a vostro modo, o riformarlo. Han +falsificato la mano di vostra moglie, per farvi qualche burla. + +PARDO. Certo che dovea star ubbriaco; e giá lo tengo per tale, che +stava rosso nel volto. + +TRINCA. L'avete indovinata: e or gli lo vo' dimandare. Siati marfus +naincon catalai nulai? + +TURCO. Vare hecc. + +TRINCA. Ho detto _marfus_ che vuol dire ubbriaco; ha detto che poco +inanzi è intrato in una osteria nel viaggio, appresso Nola, e che ha +bevuto molto bene, e che andava cadendo per la strada, e che appena or +si potea reggere in piedi. + +ATTILIO. (O Trinca divino, e come l'hai ben saldata!). + +PARDO. Come in quelle due parole ha potuto dir tanto? + +TRINCA. La lingua turchesca in poche parole dice cose assai. + +PARDO. Orsú, ha voluto burlar Pedolitro. Quando ritorna, li vo' far un +scorno da vergognarsene, e l'arò da oggi innanzi in quella opinione +che si conviene. Andate a trovar Erotico; cercate Orgio, zio di +Sulpizia, e diteli che stia apparecchiato per questa sera. + + +SCENA V. + +PEDOLITRO, PARDO, TURCO. + + +PEDOLITRO. Ho ritrovato vivo un mio fratello cugino; or vo' andar con +mio figlio a casa sua. Della amorevole offerta, signor Pardo, ve ne +resto obligatissimo. + +PARDO. Pedolitro, la giusta cagion, che me ne dái, mi fa prorompere in +tanta rusticitá. Ditemi si avete imparato in Turchia a beffeggiar gli +amici. + +PEDOLITRO. Né qui né in Turchia è convenevole. + +PARDO. Perché darmi ad intendere che sète stato in Constantinopoli e +visto mia moglie Costanza, e Cleria mia figlia chiamata Sofia e +conosciutala serva d'un alloggiamento in Vineggia? + +PEDOLITRO. Tal è, qual vi ho detto. + +PARDO. Come l'avete vista in Vineggia, se voi non vi sète mai stato? + +PEDOLITRO. Ci son stato a mio dispetto duo mesi infermo. + +PARDO. Se sète stato in Negroponte e venuto in Napoli per mare, come +sète stato in Vineggia? + +PEDOLITRO. In Negroponte? e quando? chi v'ha detto queste bugie +peggior delle prime? + +PARDO. Tuo figlio. + +PEDOLITRO. Come mio figlio ha potuto dirvele, se non sa parlar +italiano? + +PARDO. Trinca, il mio servo, l'ha parlato in turchesco, che l'ha +imparato a parlar in Constantinopoli. + +PEDOLITRO. Questo ha detto mio figlio? + +PARDO. Anzi, di piú, che avete bevuto nell'osterie e state imbriaco, e +non sapete dove abbiate il cervello. + +PEDOLITRO. Mi fo la croce. Ierusalas adhuc moluc acoce ras marisco, +viscelei havvi havute carbulah? + +TURCO. Ercercheter biradam suledi, ben belmen ne sulodii. + +PEDOLITRO. Dice che è vero che un uomo l'ha parlato, ma che non +intendeva che dicesse. Comis purce sulemes. + +PARDO. Perché dunque li rispondeva? + +PEDOLITRO. Accian sembilir belmes mie sulemes? + +TURCO. Accian ben cioch soler ben sen belmen sen cioch soler. + +PEDOLITRO. Dice che, quantunque gli rispondesse e li dicesse che non +intendeva quello che se li dicesse, pur gli parlava. Aman hierl cheret +marfus soler, ben men comam me sulemes? + +TURCO. Aman hierl cheret marfus soler ben men comam me sulemes. + +PEDOLITRO. Dice che sempre dicea _marfus_; ma non possea imaginarsi +che cercava da lui. Io stimo che il vostro Trinca sia un gran trincato +e buggiardo e volpe vecchia. + +PARDO. Dite voi che sia sí bugiardo? + +PEDOLITRO. Ho errato in dir bugiardo, ma bugiardone. + +PARDO. Voi accrescete l'ingiuria. + +PEDOLITRO. Anzi dico bugiardissimo; anzi tengo per certo che vi abbi +beffato. + +PARDO. Non so che mi fa ostinato in saper la veritá di questo fatto. +Di grazia, se mi amate, ditemi chiaramente se mi avete detto la +veritá. + +PEDOLITRO. V'ho detto la veritá, e ne torrei ogni pena per +confirmarla, se ne fusse bisogno. Restate sano, che vo' andar a quel +mio cugino. + +PARDO. E voi andate salvo, poiché sète fatto libero. + +PEDOLITRO. Ghidelum auglancic. + +TURCO. Ghidelum baba. + +PARDO. Io credo che si se cercasse per tutto il mondo fra vecchi +canuti il piú balordo, stordito, goffo e scimunito, che sarebbe da me +di gran lunga avanzato di balordaggine e di sciocchezza, perché +m'accorgo che sono stato beffato, aggirato da quel furfante di Trinca +e da mio figlio. L'esser stato credulo n'è stato cagione; e con aver +sempre creduto che le bugie accompagnano ordinariamente le sue parole, +e che mi voleva ingannare, non m'ha giovato crederlo. Ma s'io non me +vendico, creda egli certissimo che sia goffo da vero, come mi stima. +M'ha fatto sborsar trecento scudi e fattomi re de danari; ma io lo +farò diventar re di bastoni. Mi vergogno di me stesso, ardo d'ira e di +sdegno, ma suspico che trama d'amore ne sia cagione. Ma ecco mi +sovragionge quest'altra seccaggine del capitano. Non so che voglia +questa bestia da me; fuggirò per quella strada. + +SCENA VI. + +TRASIMACO, PARDO. + +TRASIMACO. Fermatevi, gentiluomo, nella cui figlia è fondato il +trionfo della illustre mia generazione. + +PARDO. Ho da far altro, perdonatemi. + +TRASIMACO. Sappiati che gli occhi balenanti e altitonanti di vostra +figlia han fatto piú effetto nel mio cuore, che le bombarde e +artigliarie ne' fianchi de' baluardi: onde io, che prendo le cittá, +castelli e campi, son preso e ligato dalle sue bellezze. Sí che, +deposta l'orribilitá del mio rigore e ammollita la feritá, vengo a +chiederlavi per moglie, per non far mancar al mondo la razza de pari +miei, e far una dozina di Marti, un'altra di Bellone, di Orlandi e di +Rodomonti, e arricchirne il mondo: onde può tenersi la piú fortunata e +felice donna che viva, e cosí voi a cui non poca autoritá vi recará la +qualitá della mia persona. + +PARDO. Non ho tempo da spendere in chiacchiere. + +TRASIMACO. Fermatevi, dispetto di Marte. Si trattengono a ragionar +meco la maestá di quel di Spagna e del Gran Turco, e voi non vi +degnate ascoltarmi. + +PARDO. Spedetela in brevi parole. + +TRASIMACO. Quanto v'ha detto di me quel furfante di Gulone, tutto è +mentita. + +PARDO. M'ha detto che sète un gran capitano e ricco e veritiero. + +TRASIMACO. E se fosse un par mio, lo disfidarei, nudo, con meza cappa, +ad uccidersi meco in un steccato, ché per manco d'un pelo ci son +entrato cinquanta volte. + +PARDO. Poco me se dá. + +TRASIMACO. E son cavaliero da tutti i quarti: cerchesi nel mio +parentado, tutte son croci di Malta, di S. Stefano, di S. Giacomo e di +Calatrava. + +PARDO. Forse dubitavano che non li fusse pisciato adosso. + +TRASIMACO. E quando veniva a mangiar meco, ho fatto come son solito di +far a' miei squadroni: il pan a monti, i buoi a quarti, i capretti a +squadre, il vino a botti: e se butta piú in casa mia, che non se ne +vede in quelle de' gran signori. + +PARDO. Ben bene. + +TRASIMACO. E vo' che veggiate che conto tengono di me i principi del +mondo: ho pieno il petto, i calzoni e le valiggie di lettere che mi +mandano. Ecco quella a punto del Gran Turco: All'illustrissimo e +strenuissimo cavaliero, il capitan Trasimaco de Sconquassi, mio +carissimo amico e generalissimo delle mie genti. Ecco quella del re +Filippo: Al venerabilissimo e stupendissimo capitan Sconquasso de +Sconquassi de Squassamenti, mio _lugar teniente_ e general de' miei +esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio amatissimo Colonello +e Maestro, sotto il quale ho imparato la milizia. Ecco quella de' +veneziani e di altre republiche, ch'io non ne tengo conto; e io non +son uomo di bugie, ma m'è cara la veritá. + +PARDO. È tanto cara, che la serbate per voi; né ve ne cavarebbe una di +bocca quante tanaglie ha il mondo. + +TRASIMACO. Però non bisogna dar credito a furfanti; e volendo +informarvi chi sia, andate in Persia e dimandate di me, che feci nella +guerra fra turchi e persiani; andate in Tartaria e dimandate al Gran +Can; andate al Giappone e dimandatene il re Quabacondono; gite +nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e dimandate alli caccichi +Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro, Ciapoton, Totonoga e +Caracura, e altri e altri: cosí saprete chi sono. + +PARDO. Mi vo' partir or ora per cotesti luoghi, e come mi sarò +informato, tratteremo del matrimonio. A dio. + +TRASIMACO. Almeno vi parteste con piú creanza; ma t'escusa la +vecchiaia, che tutto il mondo non ti scapparebbe dalle mie mani. Assai +mi curo io di tua figlia! Ho le regine che mi pregano: mi dava una sua +figlia il Turco, s'accettava il bellerbeiato della Grecia; una sorella +il Principe di Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina +Lisabetta d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua +protezion contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito; +ché or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un +vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi +diventar cosí ignorante. + + +SCENA VII. + +TRINCA, TRASIMACO. + + +TRINCA. (Ecco il capitano. O che maladetta sia la bestia, che ha piú +dell'asino che del cavallo: non ho visto maggior poltrone che mangi +pane: vorrei farlo venire alle strette col parasito: gonfiarò il +ballon del suo capo con mantaci di vantamenti). + +TRASIMACO. Férmati, o tu, di grazia; ch'or che ferve l'ardor dell'ira, +e son tutto rabbia e furore, e la colera mi soverchia--ché l'induggio, +che si frapone alle vendette, allarga le ferite del cuore,--vo' che +sii spettatore del castigo, che vo' dar a quel poltron di Gulone, +perché sei stato relator delle mie ingiurie. + +TRINCA. Io non vorrei che ti attaccassi adosso inimicizia cosí grande; +e bisognerá grand'animo a torsela con esso. + +TRASIMACO. Puttanaccia, che me la faresti attaccare. Ho tanto animo +che non lo cape il mondo tutto, e, standovi dentro, mi par di star in +forno; desiderarei che fussero mille mondi, per stanziarvi piú a +largo. Povero Alessandro Magno, che lo capiva un solo! + +TRINCA. Parlate basso, di grazia, che non fusse qui da presso, e vi +sentisse. + +TRASIMACO. Sia maladetta quella maladettaccia sgualdrinaccia della +fortuna, che mi fa udir questo. Ch'io parli basso? qual barba d'uomo +mi basta a far paura? Vo' gridar che mi oda: vo' chiamarlo. O Gulone, +Gulone, o furfantissimo Gulone! + +TRINCA. Egli ha poca voglia di far bene: verrá gonfio d'ira a far +questioni. + +TRASIMACO. Lo farò scoppiare a calci. Va', chiamalo da parte mia. + +TRINCA. Andrò a far l'ambasciata a vostro rischio: avertite che +capitarete male: bilanciate prima e contrapesate le vostre forze. + +TRASIMACO. Io, quando avampo di furia e di sdegno, son piú furibondo e +ho piú furie adosso che le furie dell'inferno; e voltando gli occhi +furiosi sopra alcuno, i lampi che n'escono fuori, lo brusciano vivo +vivo. Lo farei fuggire, ancor che fusse Marte: sappi che son nato +dentro le miniere di ferro, nodrito fra gli acciai; né il mio cuor +ebbe mai altro oggetto che infringere, ingoiare e smaltir gli uomini e +i cavalli, armati di metalli e di bronzo. + +TRINCA. Quando Gulone ha fame, è bravo, è un mezo Orlando. + +TRASIMACO. Egli bravo? o Marte, e chi è al mondo di me piú bravo, che +fo venir la quartana all'istessa bravura? Se fusse altro che tu, che +ardissi dirmi questo, li schiacciarei la testa com'una caldarrosta. +Come egli si vedrá intorno questa statuaccia del mio corpo, queste +spallaccie di Atlante, con questi torreggianti gamboni, con queste +nerborute braccia fulminar la mia taglianasi, troncabraccia e +mietigambe, tu vedrai i motivi che fará. Considera se son bravo, vedi +che viso sfreggiato. + +TRINCA. Piú bravo fu quello che te lo sfreggiò! + +TRASIMACO. Voglio dir che non fuggo né volto le spalle. + +TRINCA. Né quello fuggí o ti voltò le spalle, quando sfreggiotti il +viso. + +TRASIMACO. Ma bisogna allontanarsi da me, ché, quando ho prese l'armi +e sto in furia di menar le mani, l'ira ministra fuoco e fiamme: cosí +m'incarno e m'insanguino, la vista mi s'accieca di sorte, che non +conosco né amici né parenti, tutti gli guasto egualmente; e le +tintinnate della mia spada s'odono un miglio. + +TRINCA. Eccolo che viene: o che portamento bizarro! + +TRASIMACO. O che portamento da bestia. + +TRINCA. (Stimo che oggi arò a crepar delle risa: sapendo quanto l'uno +e l'altro sia poltronissimo, sarò spettatore di un mirabil duello). +Sará ben che m'allontani io. + +TRASIMACO. Fai da savio pòrti al sicuro. Ben venuto il poltrone. + + +SCENA VIII. + +GULONE, TRASIMACO, TRINCA. + + +GULONE. Ben trovato il poltronissimo. + +TRASIMACO. La mala ventura ti ci ha condotto, ché ti ammazzi. + +GULONE. Sí, pidocchi, come sei uso. + +TRINCA. Capitano, ti vuoi uccider con Gulone? + +TRASIMACO. Sí, bene. + +TRINCA. E tu, Gulone, ti vuoi uccider col capitano? + +GULONE. Volentieri. + +TRINCA. Orsú, fatela da valent'uomini, uccidetevi insieme. + +TRASIMACO. A me non conviene por la mia autoritá in bilancia con un +par suo. O molto indegno della grandezza dell'animo mio! E poi a +questo duello ci manca una degna corona di signori e di cavalieri +spettatori, che mi dessero poi quello applauso che merito, e +rendessero la mia vittoria piú famosa. Poi, per non esser la sua +profession d'armi, vo' che ceda l'impeto dell'ira alla ragione e alla +nobiltá della mia creanza: gli vo' far conoscere che son vero nobile, +e cosí vo' vivere e morire, però non voglio competere altrimente con +lui. + +TRINCA. Ah, capitan valoroso, cosí vi fate fuggire di mano un'occasion +di farvi illustre? non saresti un pusillanimo, se schivaste un cosí +onorato pericolo? + +TRASIMACO. Vien qua tu; è vero che hai detto mal di me? ché vo' farti +in mille pezzi, ti guasterò tutto. + +GULONE. Sí, che è vero. + +TRASIMACO. Or, poiché hai confessato il vero, ti vo' perdonare. Tristo +te, se me dicevi la bugia, tanto m'è nemica. + +GULONE. Io voglio dir di nuovo mal di te. + +TRASIMACO. Fatti in lá che non lo senta, ché non me ne curo. + +GULONE. Io vo' che tu lo senta. + +TRASIMACO. Tu mi vai punzecchiando e mi offendi troppo +indiscretamente: non lo comporterò, cancaro! + +GULONE. Ti venga a mente come m'hai disfidato: e son rissoluto +uccidermi teco. + +TRASIMACO. Arcitonante Giove, che audacia è la tua? Tu mi fai +inserpentire, inantropofagare, improcustire, inneronire: con un +sgraffio ti sconquasserò tutto, ti sganghererò le mascelle e i denti, +che non potrai piú mangiare. + +GULONE. Ed io quella lingua, che non potrai dir bugie. + +TRASIMACO. Ti sminuzzerò le braccia, che non ti potrai piú imboccare. + +GULONE. Ti romperò quella testa busa, priva di cervello, ché non vi +nascano tanti grilli. + +TRASIMACO. Ti torcerò quel collo, che non dará tanta briga al +manigoldo, quando ti ará a strozzare: cosí non divorerai tante +panelle, ché hai fatto carestia alle botteghe. + +GULONE. O che manigoldo amorevole, o che franca lancia. + +TRASIMACO. O che franca pancia. Ti farò dir altrimente, quando ti +vedrai intorno questo fianco di balovardo... + +GULONE. Bel balordo che sei. + +TRASIMACO. ... con questa spada in mano... + +GULONE. Con un spedo piú tosto, ché saresti meglio guattero di +tinelli. + +TRASIMACO. ... frapparti il viso. + +GULONE. Tu non hai altro che frappe. + +TRASIMACO. Non sei uso, com'io, alle batterie. + +GULONE. Alle baratterie sei uso tu. + +TRASIMACO. Alle bòtte di bombarde e di artegliarie. + +GULONE. Di correggie, stimo io. + +TRASIMACO. Mira il furfante che, burlandosi di me, scherza con la +morte. Fatti indietro, poltrone. + +GULONE. Ti sei fatto indietro tu, prima che lo dicessi. Tu sei come il +gallo d'India: gonfia la gola, arrossisce la cresta, apre l'ali e le +batte intorno, e sbuffa come si volesse far qualche gran cosa, poi si +ritira. Férmati, schiuma de forfanti. + +TRASIMACO. A tradimento, ah? cosí se tratta con i pari miei, +trattenermi su le parole e poi attraversarmi le braccia? Falla da +gentiluomo. + +GULONE. Non fui mai gentiluomo: la farò da quel che sono. +Ingenòcchiati, raccomanda l'anima a Dio. + +TRASIMACO. E che, mi vuoi ammazzare? + +GULONE. Tu sei indovino. + +TRASIMACO. Se fussi indovino, non sarei venuto a questo termine: +almeno fammi una grazia, fammi viver due ore sole. + +GULONE. Perché due ore? + +TRASIMACO. Che mi mangi quello apparecchio che avea fatto in casa per +te; e, dopo mangiato, fammi morire, ché morrò contento. + +GULONE. Che apparecchio era il tuo? + +TRASIMACO. Una porchetta con una crustina sopra, che, masticandola, ti +stride sotto i denti, poi si dilegua in latte in bocca; un +pasticciotto di ostreghe boglite nel lor medesimo umore, che fanno a +lor stesse un intingolo suavissimo, con certi aromati che ti fanno +trasecolar la gola; un tegame di beccafighi con lardo e presciutto e +cime tenere di zucche, di cui l'odore farebbe risuscitar i morti; una +torta alla lombarda; con un vin prezioso di amarene che bacia, morde e +dá calci. + +GULONE. Ahi, traditore, mi cavi l'anima col tuo apparecchio: e' par +che mi tocchino la cima del fegado. Se con l'imaginazione ne godo, che +sarebbe quando fussimo su l'atto prattico? e lo dici a tempo, che ho +lo stomaco piú vóto d'una vessica sgonfiata, e il pulmone brusciato +per la sete. Ma tu mi vuoi tirar dietro questo tuo cibo, come i mastri +di caccia tirano gli astori e li falconi; però a te non mancherá di +mangiare: ti darò alcune nespole, che te le mangi per amor mio; e +comincia ad assaggiarle, ché, per esserno un poco acerbe, non so come +le manderai giú. + +TRASIMACO. Ah, furfante! genti a piè, genti a cavallo, soldati, +centurioni, dove sète? Olá, para, piglia! paggi, staffieri: e quando +sarai stracco? + +GULONE. Ecco, son stracco e ti lascio. + + +SCENA IX. + +TRASIMACO, TRINCA. + + +TRASIMACO. Amico, son partiti? + +TRINCA. Sí, bene. + +TRASIMACO. E non ci è rimasto alcuno? + +TRINCA. Niuno. + +TRASIMACO. Mirate, di grazia, con diligenza. + +TRINCA. Niuno: ché tante parole? + +TRASIMACO. E vi paion parole queste? son tutte bòtte e gagliardissime +e di gran carico. + +TRINCA. Veramente, carico delle vostre atlantiche spalle. Ma dove è la +vostra bravura? come nebbia, il vento l'ha portata via, e s'è sparita. + +TRASIMACO. Fortuna cagnaccia! Orlando non volea combatter se non con +un solo; e io aver cento assassini sopra! + +TRINCA. Non fu piú di un solo. + +TRASIMACO. Fur piú di cento con l'arme in asta. Trinca. Non vi fur +arme, solo l'asta. + +TRASIMACO. Fur piú di cento, ti dico. + +TRINCA. Non piú di uno, canchero! ti dico. + +TRASIMACO. Cento cancheri, ti dico io. + +TRINCA. Chi lo può saper meglio di me, che vi fui presente, e l'ho +visto con questi occhi? + +TRASIMACO. Chi lo può saper meglio di me, che ho patito le maladette +bòtte su le braccia, sul collo e su le spalle, che andavano tutte a +pieno, e parea che cadessero dal cielo? + +TRINCA. Non fu piú di un solo. + +TRASIMACO. Come? se mi sentiva piú legni addosso che non ha un bosco; +e dove mi voltava, non vedeva altro che bastoni e cielo, e mi pareva +che tutte le legne del mondo si fussero congiurate contro le mie +spalle. + +TRINCA. Non fu piú di un solo, ti dico. + +TRASIMACO. Se avesse avuto cento braccia come Briareo, non potea far +tanto macello: mi scoppettizava, mi bombardeggiava su le spalle, a +guisa di batteria. + +TRINCA. Un solo fu. + +TRASIMACO. Perché non avisarmi? sei uomo di poca discrezione. + +TRINCA. Mi pensava che volessi usar qualche stratagemma di guerra, +qualche astuzia di gran capitano. + +TRASIMACO. Io non consumo tempo in astuzie e stratagemme militari, mi +risolvo alla prima. + +TRINCA. Stimava che volessi straccarlo; e come fusse stracco delle +braccia, saltargli adosso e strangolarlo. + +TRASIMACO. Io mi terrei a vergogna uccider genti stracche, non son +cose da pari miei vincer con astuzie; ma poiché era un solo, perché +non entrar in mezo e avisarmi? + +TRINCA. Dio me ne guardi, che mi fusse posto in mezo: mi avisasti +prima, che, quando stavi infuriato, ammazzavi gli amici e gli nemici. + +TRASIMACO. È vero quanto dici; ma, essendo un solo, dovevi avisarmi. + +TRINCA. Vi sète portato, con le spalle, da un Orlando, e avete fatto +un gran resistere; non l'arebbon sofferte dieci asini e dieci muli: e +con poco decoro avete difeso il gran decoro della vostra capitanía. + +TRASIMACO. Ci ho fatto il callo a simil battaglie, non è questa la +prima volta: eccomi qui sano e salvo, in carne e in ossa; mi è passato +il dolore, e sento piú dolore che sia stato un solo, che delle bòtte. + +TRINCA. Lo potete andare a trovare, se volete far la vendetta. + +TRASIMACO. Bisogna tempo e commodo per le vendette, e non correre a +furia. E poiché s'è fuggito, mi si rimollisce lo sdegno. Vo' +perdonargli; e come soglio vincer tutti, cosí vo' vincere me stesso. +Viva, viva! e io insieme con lui. A dio. + +TRINCA. A dio. Non ho visto poltron simile a costui, a giorni miei. + + + + +ATTO IV. + +SCENA I. + +CONSTANZA vecchia, sola. + + +CONSTANZA. Io non posso se non infinitamente ringraziare Idio, poiché +egli infinitamente m'ha favorito. Chi credesse mai che, stata +vent'anni schiava in man de turchi, mi fusse donata la libertá dal mio +padrone, per esser omai decrepita, e postami, con alcuni cristiani +riscattati in compagnia, in una nave, venisse a Vineggia e indi a Nola +mia patria? O terreno desiderato del paese! o aria, quanto mi sei piú +cara di tutte l'arie del mondo! Se la fortuna mi favorisse in farmi +trovar Pardo, il mio marito, e Attilio, il mio figlio, vivi, le +perdonarei la servitú di vent'anni e la perdita di Cleria mia figlia; +mi faria dimenticar de tutti i passati disaggi; né io arei che piú +desiderar in questa vita. Ma veggio un giovane venir costá; dimanderò +di lui. + + +SCENA II. + +TRINCA, ATTILIO, CONSTANZA. + + +TRINCA. Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s'è dileguato in +semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci +avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui +oprato felicemente. + +ATTILIO. Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto giá in +disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la +rimediasti assai bene. + +TRINCA. Una bugia a tempo val tant'oro. + +CONSTANZA. Gentiluomini, mi sapreste voi dir se Pardo Mastrillo fusse +vivo? + +ATTILIO. È vivo e in buona sanitade ancora. + +TRINCA. (Cosí fusse egli morto e sotterra!). + +CONSTANZA. Ed Attilio suo figliuolo? + +ATTILIO. E Attilio parimente. + +CONSTANZA. Idio, per colmarmi d'ogni contentezza, m'ha voluto +racconsolar con la vita di l'uno e di l'altro. + +ATTILIO. Chi sète voi, che tanto vi rallegrate della lor vita? + +CONSTANZA. Son una donna che, quando Pardo e Attilio sapessero ch'io +son viva e qui venuta, ne arebbono quella allegrezza che ne ho io. + +ATTILIO. Ditelo, di grazia. + +CONSTANZA. A voi non appertiene saperlo. + +ATTILIO. E forse me s'appertiene piú che ad altri, perché io son +Attilio suo figliuolo. + +CONSTANZA. Ed io son Constanza tua madre, che or giunge da +Constantinopoli, con assai piú desiderio di vedervi che della propria +mia acquistata libertade. + +TRINCA. (Ecco l'altra perturbatrice d'ogni nostro bel disegno). + +ATTILIO. (O Idio, che non si può nel mondo godere un bene, che non sia +mischiato di alcun male: ecco, acquistando la madre, perdo il mio +bene). + +TRINCA. (Avemo resistito al primo impeto della fortuna; or non si può +piú, alla gran tempesta che ne ondeggia intorno). + +ATTILIO. (O mal, come vieni presto! o ben, come vieni tardo!). + +TRINCA. (La sua venuta scompiglia quanto abbiam tessuto della nostra +tela; e se l'altre se han potuto rimediare, a questa non ci ha rimedio +alcuno). + +ATTILIO. (Ho pregato Idio, che mi facesse veder mia madre, per non +esser cosa, che piú desiderasse di vedere; or che la veggio, +desidererei esser morto per non vederla, ché perdo Cleria, e io non +vedrò mai piú cosa che mi piaccia). Voi dunque sète Constanza? + +CONSTANZA. Io son quella infelice donna che venti anni son stata +schiava di genti barbare. + +ATTILIO. O madre, quanto mi sarebbe stata cara la tua venuta, se a piú +opportuno tempo venuta fosse. + +CONSTANZA. Figlio, non intendo che vogliate dire. + +ATTILIO. Dico che in ogni tempo che voi foste venuta, fuor che in +questo, la vostra venuta mi sarebbe stata oltre modo gratissima. + +CONSTANZA. (Mi pensava che benigna fortuna m'avesse condotta in porto, +alla mia patria conducendomi; ma or da contraria tempesta mi veggio +risospinta fuori: la mia venuta, che stimava che fosse desiosamente +desiderata, la veggio esser scacciata con fastidio). Figlio, se il mio +venir ti apporta qualche noia, di grazia fammene consapevole. + +ATTILIO. Madre, la cagion di ciò non può raccontarsi senza fastidio; +entrate in casa, che è ben di ragione che avendo sofferta tanti anni +la servitú di quei cani e tanti travagli nel viaggio, che vi +riposiate; ma togliete a me ogni riposo, perché, entrando voi, ne +cacciate me: sète voi fatta libera, per pormi in servitú: voi +acquistate la patria, io perdo la patria e quanto possedeva. Né arei +pensato mai che la vostra venuta fosse stata accompagnata da tanta +amaritudine. + +CONSTANZA. Figlio, non mi trafissero mai tanto i morsi della servitú, +quanto or mi trafiggono i vostri dispiaceri. Onde vi prego per quello +amor, che è ragionevol che mi portiate, che mi manifestiate la cagione +del disturbo; ch'io, cosí povera feminella come sono, sarò da tanto di +tornarmene in Napoli e viver mendicando disconosciuta, per non darvi +vergogna: che, se ben la nobiltá nelle miserie fa risvegliar i spiriti +generosi e signorili, con l'esser stata tanti anni schiava son spenti +in tutto. + +ATTILIO. Conosco, carissima madre, avervi offeso, e però mi vergogno +manifestarlovi. + +CONSTANZA. L'offese de' figli alle madri non passano la pelle: non +sará mai tanto grande, che non sia vinta dall'affetto materno. Voi +tacete? Manifestatela, figlio, ché troverete quel che vi dico. + +ATTILIO. Madre, se promettete di perdonarmi e di rimediarvi, che di un +male non se ne faccino molti, vi spiegherò il fatto come passi. + +CONSTANZA. Ti giuro, figlio, per quella grande affezion che ti porto, +che spenderei questo avanzo di vita in tuo serviggio. Che se non +m'adoperassi per un figlio, per chi debbo adoprarmi io? + +ATTILIO. Poiché cosí volete, vi scoprirò il tutto. Mi mandò mio padre +con trecento scudi in Constantinopoli, per lo vostro riscatto. Venni +in Vineggia per imbarcarmi per colá, e m'innamorai di una giovane +bellissima, spesi i trecento ducati nel suo riscatto, la sposai, +tornai a Nola, e diedi ad intendere a mio padre che voi eravate morta, +e che avea riscattata Cleria, la mia sorella. E sotto nome di Cleria è +stata ricevuta, per non dargli tal disgusto in quel poco tempo che +potrá sopravivere. Or voi, entrando in casa e dicendo che quella non è +Cleria vostra figlia, lo farete morir di dolore, né si terrebbe +sodisfatto se non mi diseredasse e mi cacciassi fuor di casa. + +CONSTANZA. E s'io dicessi che quella fusse Cleria mia figlia, ti saria +di contento? + +ATTILIO. Grandissimo. + +CONSTANZA. Vi prometto dirlo; e l'accetterò per figliuola e per mia +dilettissima nuora, mentre vivo, per amor vostro. Non sapete voi che +le madri condescendono agevolmente a i desideri de' figliuoli, e li +sono aiutrici verso i padri? + +ATTILIO. Madre, ciò facendo vi arò piú obligo che della vita che +donato mi avete, quando mi partoriste; ché, amando costei piú +dell'istessa vita, donandomi costei, mi donate la vera vita. + +TRINCA. Ma bisogna, padrona, quando v'incontrate, usar quelle +accoglienze come si fosse la propria Cleria vostra figlia; e +dimandandovi di alcune cose, le sappiate rispondere e, di quelle che +non sapete, tacere. + +CONSTANZA. Non son tanto goffa, che non sapesse fingere questo poco; e +quando mai far non lo sapessi, l'amor che vi porto, mi sará miglior +maestro che costui: so quello che si debba dire e tacere, e non me lo +farò dir piú d'una volta. + +ATTILIO. Trinca, sali su, fa' calar mio padre, che venghi a ricever la +sua moglie tanto desiderata; e avisa la mia Cleria del trattato. + +TRINCA. Volentieri. + +ATTILIO. Or l'accoglienze, madre cara, che non vi ho fatte al primo +incontro, datemi licenza che le facci ora, che possa abbracciarvi e +baciarvi a modo mio. Madre, cara sopra tutte le madri, madre che mi +sei per natura e per obligo, madre che due volte dái la vita al tuo +figliuolo, che farò, mentre sarò vivo, per disubligarmi da tanto +beneficio? + +CONSTANZA. Poco è, figliuolo, quello che domandi che faccia per amor +tuo; e prima che qui giungessi, ho desiata occasione di servirvi +tutti. + +ATTILIO. Ecco mio padre. + + +SCENA III. + +PARDO, CONSTANZA, ATTILIO. + + +PARDO. O Constanza, carne mia, sei tu dessa over io non son io? o è +forse questo un sogno? o fingo imagini a me stesso del desiderato +bene? Tu sei ben dessa, e me ne sono assicurato, che con piú d'una +guardatura ho confrontato l'imagine tua con quella che nel cuor +impressa mi lasciasti. + +CONSTANZA. O marito, marito caro, che, avendo perduta la speranza di +non averti mai piú a rivedere, or veggendoti e abbracciandoti, non lo +credo. + +PARDO. O moglie cara, o quanto ho pianto il mio peccato di averti +mandato a chiamar da casa tua per condurti in Polonia, preponendo la +mia comoditá al tuo discomodo. + +CONSTANZA. Posso dir che, tenendovi cosí abbracciato, tengo la cosa +piú desiderata che abbia al mondo. + +PARDO. Ed io l'anima mia; ché, rimasto senza te, rimasi un cadavero. +Oh quanto mi sei or cara viva, poiché tanto t'ho pianta morta? ché, +avendo mandato il mio figlio in Turchia col riscatto, mi riferí +ch'eravate morta. Piaccia a Dio s'allonghi tanto la vita mia, che +faccia a te quella servitú che per mia cagione hai fatta a quei cani. + +CONSTANZA. Bastami che m'amiate per l'avvenire, quanto m'amavate +prima, o che m'amiate a par di quello, che v'amo io: che mi fará +subito dismenticare de' disaggi della passata servitude. + +PARDO. Moglie, mi sento venire meno per l'allegrezza. + +CONSTANZA. Ed io non posso tener le lacrime. + +PARDO. Vo' che abbiate un'altra allegrezza, che veggiate Cleria vostra +figlia. + +CONSTANZA. O Dio, che sommamente desio vederla. + +PARDO. Attilio, va' su e fa' calar la tua sorella. + +ATTILIO. Vado. + +PARDO. Come sète venuta cosí sola. + +CONSTANZA. Lungo tempo bisogna, consorte mio, a narrar sí lunga +istoria della servitú sofferta fra quei cani, de' lunghissimi travagli +del viaggio, che non son stati minori. + +PARDO. Ecco la tua figlia Cleria. Oh come, nel vedersi l'un l'altra, +son tramortite ambedue! Oh, quanto è l'amor grande tra la madre e i +figli! O Dio, che sará questo? o Cleria, o Cleria, o Constanza mia, +risvegliatevi! + + +SCENA IV. + +CLERIA, CONSTANZA, PARDO, TRINCA. + + +CLERIA. O cara madre, o madre! + +CONSTANZA. O figlia, o figlia! + +PARDO. Mira, figlio, che affezione, che non puon saziarsi +d'abbracciarsi e di stringersi. Mira che lacrime mescolate di dolore e +di dolcezza. Orsú, non piú abbracciare e piangere; e non conturbate +col pianto cosí desiderato contento. + +ATTILIO. Padre, mira che non ponno parlare. + +CONSTANZA. Ed è pur vero, o figlia, che da poi sí lungo tempo ti +riveggia? + +CLERIA. O madre, come insperatamente vi veggio! + +Costanza. Mentre eri tu, figlia, meco, la servitú mi era leggiera e +assai dolci i travagli, e per te mi smenticava di quella fortuna; ma, +dopo che da me fosti separata, me si raddoppiaro gli affanni e ogni +piacere m'era dispiacevole e noioso. + +CLERIA. Imaginatevi, cara madre, che non conoscendo al mondo altra che +voi, e poi essendomi tolta, che disperazione era la mia. + +CONSTANZA. Figlia cara, come ti trovo in casa di tuo padre? + +CLERIA. Separata da voi, fui comprata da un sangiacco, e avanzando io +in etá, s'invaghí di me quel cane; la moglie ne divenne gelosa, e, +quando ei si partí per affari del Gran Signore, mi consegnò ad un +servo, che mi vendesse. Cosí capitando mio fratello in Constantinopoli, +mi riscattò da quello e mi condusse qui a casa seco. + +CONSTANZA. Sia lode a Dio del tutto. + +PARDO. Troppo sarete lunghe, se volete qui raguagliarvi delle passate +fortune. Entrate, moglie, a riposarvi; che non mancherá tempo a +questo. Attilio, aiuta tua madre; io, tua sorella. + +ATTILIO. Cosí faremo. + + +SCENA V. + +TRINCA, CONSTANZA, ATTILIO. + + +TRINCA. Padrona, non siamo stati defraudati della speranza nostra, +perché avete oprato piú di quel che ne prometteste: veramente l'amor +della madre avanza tutti gli altri. Che lacrime ardenti ho visto +sparger da gli occhi vostri! che affettuosi abbracciamenti! che vivi +motivi di materni affetti! Sto per inchinarmi e baciarvi i piedi, per +tanto obligo che v'ho per rispetto del mio padrone, e del mio; che, +scoprendosi l'inganno, era spacciato il fatto mio. + +ATTILIO. Il fingere è stato tanto naturale, che confesso l'arte aver +superato la natura. E chi sarebbe stato che, veggendovi, non avesse +giurato che quella fusse la tua vera Cleria? e voi la sua madre? O +cara madre sovra tutte le madri, lasciate che vi baci le mani: e +quando mai potrò ricompensarvi cotanta affezione? + +CONSTANZA. Figlio, non bisogna che m'abbiate obligo alcuno per ciò, +perch'io non ho finto cosa alcuna. La giovane, che innanzi condotta mi +avete, è la vera Cleria tua sorella, ché insiememente fummo rapite da' +turchi. + +ATTILIO. Ohimè, che dici? + +CONSTANZA. Quel che la conscienza mi sforza a dire. + +ATTILIO. Cleria è mia sorella? + +CONSTANZA. Cosí tua sorella, come io tua madre: conceputi d'un istesso +seme, portati nove mesi e partoriti dal medesimo ventre mio. + +ATTILIO. O crudeli effetti di fortuna, o essempi di somma infelicitá, +o infelice versaglio di compassione! e qual penitenza emenderá il mio +fallo? Dunque, sarò marito e fratello di mia sorella, padre de miei +nipoti e zio de miei figliuoli? sarò genero vostro e di mio padre? + +CONSTANZA. Figlio, l'ignoranza fa men colpevole l'errore del tuo non +fallo. Guardati per l'avvenire non abusar la conversazione e l'amor di +tua sorella, amala di puro e sincero amore: se la tocchi, toccala come +sorella; se l'abbracci, abbracciala come sorella, ché, abbracciandola +altrimenti, abbracciaresti la tua infamia e vitupèro. + +ATTILIO. O madre, come può esser questo? che ricordandomi de quei +primi fiori colti della sua bellezza, de' passati piaceri che ho +gustati nella sua conversazione, delle godute bellezze e de' posseduti +tesori delle sue grazie, che non cerchi spenger quelli ardenti e +infocati effetti di amore nel godimento della sua persona? + +CONSTANZA. Avézzati a poco a poco a non mirarla, perché dalla vista +dell'amata persona cresce la fiamma nell'intime midolle; avézzati a +non parlarle, perché le parole son via alla concupiscenza: fuggi, +quanto puoi, di trovarti da solo a solo con ella, accioché l'occasione +non susciti l'uso, e ti conduca a qualche reo e biasmevol fine; +allontánati da lei per qualche tempo, perché la lontananza degli occhi +genera la lontananza dal cuore, e con generosa pazienza sopporta lo +sforzo della tua inclinazione. + +ATTILIO. Ahi, che non per cangiar loco si cangia il core; e se il +luogo disunisce, amore unisce i cuori. E queste cose son facili a +persuadere, ma impossibili ad essequirsi. + +CONSTANZA. Lascia pensieri cosí sensuali e desidèri cosí brutti, e +lasciatevi governare dal freno della ragione. + +ATTILIO. Pazzo è chi stima ch'uno innamorato possa reggersi da freno +di ragione, perché l'animo è in tutto offuscato dall'amorose passioni. + +CONSTANZA. Trovatevi un'altra sposa od innamorata piú bella. + +ATTILIO. Amor non vuol cambio. O Cleria, in un medesimo tempo ti +racquisto e ti perdo. Ritenerti non lece, ricusarti non posso: +racquisto una sorella, perdo una sposa; e tu medesimamente acquisti un +fratello, ma perdi un amante. O gran mutazione de' nostri desidèri! O +padre, non puoi dolerti piú di me, che t'abbia ingannato e non dettoti +il vero: mi desti danari per riscattar la sorella e la madre, ecco +v'ho riscattata la sorella e condottala a casa tua: e hai avuto da me +quanto hai desiderato. Né io posso dolermi se non di me stesso, perché +solo ho ingannato me stesso. + +CONSTANZA. Figlio, del male almen n'è uscito un tal bene. + +ATTILIO. Ahi, che tanto movimento di sangue, che mi occupò il core +nella prima vista, stimava che fosse dalla tua bellezza; ma era dalla +forza del sangue, perché eravamo nati di un medesimo sangue; e io +sciocco non me ne accorgeva. O madre, quanto m'è cara la tua venuta, +tanto m'è acerba: questo giorno me ti dá e me ti toglie: nel giorno, +che hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo è il primo giorno +che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che è forza che mi parta dalla +casa, dalla vita e dal mondo tutto. + +CONSTANZA. Chi ti vieta, o figlio, che non vivi e stia in casa tua? + +ATTILIO. O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per +vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non può scampar in modo +alcuno, gli è assai men grave il morire. La morte è un dolce porto de' +miseri, a niuno è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa +mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché +con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo essiglio per +non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo +incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore è quel ch'io sento, +o qual miseria è che pareggi la mia? o che gran meraviglia è ch'io +viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in +casa mia, onde niuno mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per +esser tu troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O +leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i +costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o +quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in +questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della +vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e +l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente +acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo, +senza suspetto che tratti piú mai con la sorella. + +CONSTANZA. O che disgrazia è la mia! pensava dar allegrezza alla mia +casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava +che scampata dalla servitú di genti barbare e ricovratami nella mia +casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma +sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi, +povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una +miserabil tragedia. Ahi, che non è cosa stabile o felice sotto le +stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto. + +TRINCA. Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in +aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri. + + +SCENA VI. + +EROTICO, ATTILIO, TRINCA. + + +EROTICO. Attilio mio, che rammarichi son i tuoi? Qual sí grave +accidente ti tien l'animo cosí occupato, che t'ha trafigurato il +sembiante? Voi tacete? forse non è cosí grave il dolor vostro? + +ATTILIO. Tal, che men grave non può trovarsi. La fortuna opra cose +impossibili, ma possibili per farmi misero. + +EROTICO. Deh, narratemi la cagione. + +ATTILIO. Deh, lasciami accompagnato dalla mia miseria, che viva in +quella, poiché cosí comanda la mia disgrazia; e non vogliate saperla. + +EROTICO. Ditela, ché non è mal senza rimedio. + +ATTILIO. Solo al mio male non può trovarsi rimedio. O voi, che con +medicine cercate fuggir la morte, venete a scambiarla con la mia vita; +ché, quanto piú chiamo la morte per rimedio de' miei mali, ella da me +piú s'allontana. Che sia maladetta l'ora che nacqui, maladetto chi mi +pose nella cuna, e maladetto chi mi diede il latte che bevei! + +EROTICO. Siate, o amico, conforme a voi stesso nella passata vita: che +animo debole è il vostro? ingannato piú tosto dal dolore che dalla +ragione? Che? s'è scoverto forse, che avete ingannato vostro padre e +l'avete tolto i danari? + +ATTILIO. Anzi s'è confirmato che non è stato ingannato, e son stati +spesi i danari in quello che proprio desiderava. + +EROTICO. Forse la vostra Cleria v'è stata tolta da casa, e avete +carestia della sua vista? + +ATTILIO. Sta in casa, né se ne partirá piú mai, e morrò per la troppa +copia. + +EROTICO. V'è stato forse interdetto il poter trattare e il ragionar +con lei? + +ATTILIO. Anzi, piú trattar e conversar con lei senza sospetto; e sarò +un nuovo Tantalo, star affamato in mezo i frutti che li pendono +intorno, e assetato in mezo l'acqua. + +EROTICO. S'è forse scoverto che non sia vostra sorella? + +ATTILIO. Anzi, perché s'è scoverta mia sorella. + +EROTICO. Di che dunque vi dolete, s'è creduto quello che con tanta +diligenza avete finto? + +ATTILIO. L'esser scoverta mia sorella ha rotto tutti i miei e vostri +disegni. + +EROTICO. Parlate troppo confuso, distinguete, troppo gran cose dite in +brevi parole. + +ATTILIO. Il mio male è di sí perversa sorte, che l'animo s'inorridisce +di spavento e la lingua non basta manifestarlo. + +EROTICO. Dillomi tu, Trinca. + +TRINCA. È gionta Costanza sua madre poco fa da Turchia, e ha detto che +Cleria è sua vera sorella carnale. + +EROTICO. Cleria sua sorella? o mostruoso accidente, o caso inaudito! + +ATTILIO. O amor iniquo, e qual peccato commisi io mai, che avessi ad +innamorarmi di mia sorella? O Cleria, che mai t'avessi vista, o +avendoti vista non mi fossi piaciuta tanto, né ti avessi amata con sí +fervido amore! Oimè, che son fuor di cervello: non so chi sia stato, +chi sia, né chi debba essere. Son dispettoso, colerico e disperato: +dubito che non s'apra la terra e m'inghiottisca, né so come mi +sostegna. Son odioso agli uomini e a Dio, né so se viva al mondo uomo +di me piú disgraziato. + +EROTICO. Il vostro miserabilissimo caso è degno di compassione e mi ha +commosso l'animo; e il buon amico deve esser officioso in dar +consiglio e aiuto al suo amico nella cattiva fortuna, e nol facendo ne +ha da render conti alle leggi dell'amicizia. Ma io confesso che non so +né che aiuto né che consiglio possa darvi. Ma che pensate di fare? + +ATTILIO. Morire per far meco morire la morte mia: ogni cosa mi +dispiace, eccetto la morte: però piangerò tanto, sospirerò tanto, +finché essalerò lo spirito per la bocca e stillerò per gli occhi +l'avanzo della mia vita. + +EROTICO. Deprimete tanto caldo e tanta furia di amore. + +ATTILIO. Amor quanto piú si cerca deprimere, piú si rinforza. + +EROTICO. Il tempo alleggiará il dolore. + +ATTILIO. Ahi, che il tempo non scancellará dal cor mio sí bella +imagine, che con tanta fermezza ci fu impressa, né scancellará la +memoria delle gioie passate. E che son altro quei ricordi che seminari +inesausti di dolori? + +EROTICO. Mirando altre bellezze di donne, ti smenticherai delle sue. + +ATTILIO. Ed in qual troverò io quell'aria celeste che si vede in quel +suo volto divino? in qual quelle suavi parole che parean uscire da la +bocca de gli oracoli? dove quelli atti pieni di maestá? dove i tesori +della sua bellezza? + +EROTICO. La pacienza fa il tutto. + +ATTILIO. O che debol rimedio è la pacienza! + +EROTICO. Fate della necessitá volontá, e passarete bene. Ma a voi, che +vi detta il pensiero? + +ATTILIO. Molte cose mi vanno per la fantasia, ma una sola riuscibile: +partirmi e andar disperso per il mondo. + +EROTICO. Dove anderete? + +ATTILIO. Dove non è via, dove non sono genti, al sole, alla neve, alle +tempeste. + +EROTICO. Chi vi fará compagnia? + +ATTILIO. Sdegni, confusioni, spaventi, dolori, gemiti, suspiri e +disperati pensieri. + +EROTICO. Che commoditá portarete per i disaggi de' camini? + +ATTILIO. Angoscie, amaritudini, la morte istessa. + +EROTICO. Di che viverete? + +ATTILIO. Della propria morte. + +EROTICO. Deh, caro amico, non lasciarti cosí trasportar dal dolore! E +quel legame d'amicizia, che insieme ne stringe, mi astringe che non ti +lasci partire. + +ATTILIO. A dio, caro amico. Quando ti ricorderai del mio pietoso caso, +vengati pietá di me; non ho mancato dalla mia parte a far che Sulpizia +fusse la tua. Trinca, resta felice, e Dio ti facci servir piú +fortunato padrone di me: mi dispiace non poterti dar condegno premio +de' tuoi fideli serviggi, ché mai nacque piú degno servo di te sotto +le stelle: abbi compassion di me, che non posso sodisfarti, che, se +gli oblighi restassero nell'anima dopo la morte, ti resterei obligato +in eterno. + +EROTICO. Dimmi, caro fratello, come Cleria saprá il principio della +tua partita, non sará il fin della sua vita? che sai che deliberazione +ará ella fatta, e desia fartene consapevole? Onde, se non bastano i +miei prieghi, per quel nome di Cleria, che ti fu sí caro un tempo, che +vi fermiate per questa notte sola in casa mia. Consigliamoci fra noi, +che dobbiam fare. Non è gran tempo questo che vi domando. Inviamo +Trinca, intanto, in casa vostra, e sappiamo che dica o faccia Cleria, +perché io ti vo' far compagnia. + +ATTILIO. Quel nome di Cleria, che fu prima lo spirito della mia vita, +or è morte della mia vita; però, se m'amate, non me la nominate piú. +Amor prima ci giunse, or crudel fortuna ci disgiunge; né ho altra +speranza, che sol morte ne congionga. Io vo' andarmene solo; ché come +il mio dolore è solo e senza pari, cosí solo e senza compagno vo' +andar tapinando; e non m'uccidete piú con l'aver pietá di me. Ahi, che +mi voglio partire, e non posso, ché tutti i spiriti miei son occupati +da un mortale dolore! Trinca, or che vai in sua casa, dille che il suo +fratello va a morire, che pianga la mia morte, che non mi potrá +avvenir cosa piú cara, che veder le mie essequie onorate dalle sue +lacrime. + +TRINCA. (Erotico caro, or che sta cosí addolorato, forsennato e +inesorabile, tiriamolo in casa vostra, ché gli innamorati si assordano +a' consigli che li son dati; ch'io andrò in casa fra tanto). + +EROTICO. Attilio fratello, perdonami, si t'uso violenza in +strascinarti in casa mia. + +ATTILIO. Oimè, chi mi tira? dove sono? deh, perché, amico, non +m'aiuti? + + +SCENA VII. + +PARDO, GULONE. + + +PARDO. (E pur mi capita innanzi questo ghiottonaccio). + +GULONE. (Ecco questo vecchio di Caronte, spavento di cimiteri: non +posso fuggirlo). Signor Pardo, Idio vi dia il buon giorno. + +PARDO. E a te dia Dio il malanno e la mala pasqua. + +GULONE. Par che siate adirato meco. + +PARDO. Toglimiti dinanzi, che mi vien voglia farti cader da bocca +cotesti tuoi denti. + +GULONE. Poca offesa t'han fatto sempre i denti miei. + +PARDO. Me l'ha fatta la tua lingua. + +GULONE. La mia lingua v'ha sempre lodato. + +PARDO. Le lodi ch'escono dalla lingua di un par tuo, son vergogne +degli uomini da bene. + +GULONE. La mia lingua mai offese alcuno. + +PARDO. Hai la lingua doppia come quella delle serpi, che punge e +avvelena; però sparisci via, assassin, furfante. + +GULONE. Avete potestá dirmi quel che volete, perché vi son schiavo. +Morrei piú tosto che restar di non mangiar teco, e ci mangiarò oggi a +vostro dispetto. + +PARDO. T'ho detto che sei un furfante. + +GULONE. Ed io vi dico che sète uomo da bene. Avemo detto una bugia per +uno. + +PARDO. Fa' che tu non accosti piú alla tavola mia. + +GULONE. Che diavolo stimi, che se non ho la tavola con mesal bianco, +ornato di frondi e di fiori, e di salvietti fatti a torrioni, che non +sappia mangiare? buon vino e buona carne fa l'effetto. + +PARDO. Non te n'è mancato in casa mia. + +GULONE. Sí, carne di asino, di quelli che portano le pietre per le +fabriche, tutti pieni di cancheri e di guidaleschi: e se pur qualche +pollo, senza testa, senza piedi e senza ali, e senza fegadelli e +ventricelli, che te ne servivi per l'insalate, ti veniva tronco a +tavola, che parea che fosse stato alla rotta di Ravenna. Bisognan +pollastroni e galli d'India intieri intieri, ogni cosa a tavola alla +tedesca, i catini pieni, e ogni un piglia quel che vuole. + +PARDO. Creanza de pari tuoi! dopo aver diluviato e tracannato a tuo +modo, vai dicendo il contrario. + +GULONE. Minestre fredde e vin caldo, che bisognava tormi da tavola piú +morto di fame, che quando ci venni. + +PARDO. Mi dispiace l'onor che ti ho fatto; ma tu non pratticherai piú +meco. + +GULONE. Ed a che mi può servir la tua vecchiezza? a darmi consiglio? +Io non ho bisogno di consiglio, né fo mai cosa con consiglio. + +PARDO. Se non vai via, chiamerò alcun di casa, che ti spezzi l'ossa. + +GULONE. Chiama Mazzafrusto o Sgraffagnino che mi prendano. + +PARDO. Vo' entrarmene in casa, per tormi questa bestia dinanzi. + +GULONE. A tuo dispetto, or vo ad un banchetto in casa d'un amico. + + +SCENA VIII. + +SULPIZIA, EROTICO. + + +SULPIZIA. (Ecco il turbator della mia pace; e pur ardisce alzar gli +occhi su le mie fenestre!). + +EROTICO. (Se l'imaginazione non mi rappresenta il falso, mi par che un +chiaro splendore del mio sole venghi a ferirmi gli occhi: ella è pur +dessa. Vo' salutarla). Io vi saluterei, signora, se non facessi il +contrario, perché ogni salute e ben ch'io spero, non può venirmi +altronde, se non da lei. Ma faccivi Idio cosí lieta e contenta, come +v'ha fatto la piú bella e graziosa dell'universo. + +SULPIZIA. Rendati Idio cosí infelice e disgraziato, come tu hai me +reso infelice e disgraziata. + +EROTICO. Oimè, che è quel che sento? sète voi dessa, over io son un +altro? e che parole son quelle che odo? + +SULPIZIA. Quelle che mi detta il dolore, partorite da giusto sdegno, e +quelle di che la tua infedeltá me ne dá cagione. + +EROTICO. E da quella bocca di perle e di oro posson uscir parole tanto +odiose? Di grazia, se lo fate da scherzo, non le dite da vero. E che +altro è dirmi questo, che scannarmi con le man vostre? + +SULPIZIA. Toglitime dinanzi, brutto cane. + +EROTICO. O anima mia, se da te mi scacci, a chi devo ricorrer io? dove +mi scacci, se le tue bellezze mi tengono legato con troppo saldi +legami, e la luce de tuoi begli occhi m'è sí cara, che come nuova +farfalla corro ad accendermi e morire in sí bel foco? + +SULPIZIA. Le tante cortesie, ricevute da me, non meritavano tal +guiderdone. + +EROTICO. Ho conosciuto veramente tanta gran cortesia non meritarla; ma +la vostra gentilezza me ne ha fatto degno. + +SULPIZIA. Queste paroline melate usi tu per ingannar le povere +semplicelle, per giongere a quel termine che desiate, e poi lasciarle. +Ingannevoli volpi, che non desiate di noi se non la pelle. Sei forse +ritornato per farmi alcuna nuova offesa? + +EROTICO. E che offesa vi feci mai, o mia generosa signora? E se pur vi +sentite offesa da me, fate che lo sappia, che la confessarò e mi +sottoporrò ad ogni penitenza; e da quella sarete forzata confessare +che non vi ho offeso. + +SULPIZIA. Dimmi, traditore, ch'offesa ti feci io mai, se non l'averti +amato piú del dovere? quanto tempo son stata nemica di me stessa per +amar te? ché ti diedi l'imperio d'ogni mia volontá e comprai il tuo +amore a costo dell'onor mio. All'ultimo, per guiderdone, spenta la +vergogna, la giustizia e l'onestá, tradesti l'amore, la sposa e la +fede; e mi lasci beffeggiata, schernita e rifiutata. + +EROTICO. Io schernir voi? e quando fu altro desiderio in me, che di +servirvi e onorarvi e spender la vita per l'onor vostro? se non come +voi meritevole, almeno come le deboli forze mie. Ed è possibile--o +amarissimo nodrimento della mia vita!--che da miei suspiri, e dalle +lacrime ardenti che spargono gli occhi miei, non sia scaldato +quell'agghiacciato gelo del vostro cuore, e non vi faccino piena fede +della mia innocenza? E le tante esperienze fatte dell'amor mio non +v'hanno giá fatta chiara quanto io v'ami? Qual iniquo destino ha +turbata la serenitá de' nostri cuori, quella suavitá, quella dolcezza +di due anime congionte insieme, come son state sí gran tempo le +nostre? dove è quella fede che fu sí sincera fra noi? + +SULPIZIA. Toltoti sia quel cuore fallace e disleale da quel petto, +nido dove non si covano mai se non inganni e tradimenti; e quella +lingua traditrice e bugiarda, la qual usi se non per ingannar coloro +che si fidano in quelle tue parole. E come io sperava fede da un +cuore, ove non ce ne fu mai? + +EROTICO. Io non posso altro rispondervi che, come signora e reina che +mi sète, v'è lecito fare e dirmi ogni ingiuria che volete. Ma non son +questi i frutti, che sperava dalla vostra gentilezza e dalla nobiltá +dell'animo suo, che per ragion di mondo e per giustizia sète obligata +di rendermi. + +SULPIZIA. Or che lo sdegno m'ha tolto quel velo dagli occhi, che cieca +mi rendeva, e conosciuti i tuoi tradimenti, ti vo' fare ammazzare, e +poi ammazzarmi io ancora; e mi consolarò nella mia morte con la tua +morte. Ti publicarò per quello assassin che sei, che ancor dopo la +morte resti l'infamia tua; farò che non goderai di questo tuo nuovo +amore, ché, scoverte le tue furfantarie, ti abbi il mondo per quel che +sei. Spu, spu! + +EROTICO. Ahi, che la tigre non è cosí fiera, e non è fera tanto +efferata come la donna bella; e una bella si dee fuggir come una fera. +Voi volete farmi ammazzare? fermatevi, signora, e vi priego, se pur +v'è rimasta qualche reliquia viva del primo amore, che vi degnate di +esser spettatrice di questo ultimo segno, che posso darvi +dell'infinito amor che v'ho portato e che vi porto, perché dinanzi a +gli occhi vostri, come a mio idolo terreno, vo' trafiggermi con questa +spada, e consegrarmi vittima vostra. Misero me, che sdegno è questo? +che donna sdegnata è peggio che tigre. Dubito che alcuno non l'abbi +dato qualche falsa informazione di me, e me le abbi figurato per +disleale e discortese. O forse che le donne sono volubili: e come la +luna fa una volta il mese, elle si voltano cinquanta volte il giorno; +o forse quando la luna è scema di lume, a lor le si scema il cervello. +Sono come fanciulli, che vogliono e non vogliono, e non san star in un +proposito, o sono mobili come il vento--e chi s'impregna di vento, +partorisce aria;--o perché sono vogliose e desiderano sempre cose +nuove; o forse è lor costume peculiare di dar sempre dispiaceri e +tormenti a coloro da' quali si conoscono essere amate e riverite. Né +si contentano della signoria de nostri corpi, se non sono tiranne +dell'anima ancora; e vogliono che commettiamo idolatria in amar loro, +come si fussero dèe. E quando il diavolo per lor mezo fece peccar +l'uomo, ci lasciò quella maladetta diabolica ambizione d'esser adorate +come lui; né lasciano di tormentarci mai, se non vedono che sono +adorate. O maladetti piaceri, che si gustano in amore; ché, se pur +alcun se ne gusta, vien sempre mescolato con la paura di aver a finir +fra poco tempo; anzi, quanto piú ti vedi amar fuor di misura, piú dá +certo presaggio d'aver piú tosto a finire. E la fortuna, per esser +femina, è sempre instabile e inconstante. Sperava questa sera +sposarla: ecco la nostra favola ha mutato faccia. Ella è cosí meco +sdegnata, che non sia per rappacificarsi piú giamai. Almen incontrasse +la balia, ché m'informasse da lei, che ingiuria è quella che dice aver +da me ricevuta. Ma eccola che vien.--Balia, tu sia la ben trovata. + + +SCENA IX. + +BALIA, EROTICO. + + +BALIA. Io non vo' dirti il mal trovato. Ma mi meraviglio come non ti +vergogni di comparirmi dinanzi. + +EROTICO. A me questo? + +BALIA. A te questo. + +EROTICO. E dici da vero? + +BALIA. E ti par che in un tale accidente non si parli da vero? + +EROTICO. Tutte due se sono accordate contro me. Ed è possibile che non +possa conoscere donde proceda questo sdegno? che non apro la bocca per +dimandare, che mi saltano adosso infuriate, che non mi lasciano dir le +mie ragioni? + +BALIA. Pensava che i piaceri, che ti fussero stati fatti, ti avessero +posto in obligo da non sciortene giamai; ma tutto è stato fatto al +vento, malvaggio, ingrataccio, che tu sei. + +EROTICO. È possibile che le donne abbino a pigliar tutte le cose per +la punta, né vogliono ascoltar cosa, se non quelle che si confanno +alla natura loro? + +BALIA. Cosa da gentiluomo! dopo cavate le voglie, van le povere donne +per le lingue del volgo e per le bocche degli uominacci, e raccontate +per essempio d'infelici. + +EROTICO. Ascoltami due parole, per amor de Dio. + +BALIA. Non bisognan piú belle parole né lacrime, instrumenti da +ingannar le povere donnecciuole. L'amore è converso in odio, e il +piangere accresce lo sdegno. + +EROTICO. Ed è possibile che non vogli lasciar l'ira per un poco e +ascoltar le mie ragioni? + +BALIA. M'incolerisco di sorte, che se mai mi dispiacque d'esser donna, +mi dispiace ora; ché si fussi uomo come te, ti caverei quelle +intestine dal corpo. Ma, se non me ti togli dinanzi, cosí donna come +sono, ti caverò cotesti occhi con i diti, e ti strapparò il naso dalla +faccia con i denti; e me ne insanguinarei insino all'unghie, cane +ingrato e disconoscente. + +EROTICO. O che tu sei fuora di te o che ti sogni? che diavol t'ho +fatto io, che non puoi temprar la lingua dall'ingiurie e narrarmi il +fatto come passi? + +BALIA. Non posso piú patire l'importunitá e la mala creanza di costui. + +EROTICO. Meglio sará entrarmene ad Attilio e tormi dinanzi l'occasione +di qualche nuovo errore. + +BALIA. Veggio Orgio, e m'ha vista ragionar con Erotico, disgraziata +me! + + +SCENA X. + +ORGIO, BALIA. + + +ORGIO. A dio, buona donna. + +BALIA. Sí, che son buona donna, e se nol credi, te ne giurerò! + +ORGIO. Ti ho colta sul fatto, non puoi piú negarlo. Giá m'hai chiarito +di quanto ne stava suspetto. + +BALIA. Che gran cosa che m'abbiate visto parlar con un giovane? + +ORGIO. Che parlavi di cose di stato, di astrologia o di filosofia? + +BALIA. Non si può dunque parlar d'altre cose? + +ORGIO. Le baliaccie, che han figliane da marito, parlando con i +giovani, non puon dar buon odor di loro. Né fu mai figlia puttana, che +la madre o la balia non le sia stata ruffiana. + +BALIA. Non vi potete doler di me, padron mio. + +ORGIO. Se tu m'avesti stimato padrone, e non una bestia, non mi aresti +trattato nel modo che m'hai trattato. + +BALIA. Di che vi dolete di me? + +ORGIO. Chi ha portate e riportate l'ambasciate fra quel giovane e +Sulpizia? o ridotti i loro amori nel termine dove or sono? + +BALIA. Volete dunque dir che vostra nipote sia una puttana, e io una +ruffiana? + +ORGIO. Sotto sí onorata maestra non potea imparar altre opre di quelle +ch'ave imparate. + +BALIA. Questo guadagno dopo la servitú di trent'anni in casa vostra? + +ORGIO. Questo guadagno io con te, dopo averti amata e onorata +trent'anni in casa mia, che al fin avesti a svergognarmi la nipote? + +BALIA. Mai la casa vostra è stata cosí onorata e riverita, come mentre +ci son stata io. + +ORGIO. Mi doglio ritrovarmi qui nella strada publica, che non vorrei +far i vicini consapevoli de fatti miei, ché per risposta ti vorrei far +cader questi pochi denti che ti sono restati in bocca, e trarti quei +pochi capelli che ti ha lasciati il mal francese; ma faremo i nostri +conti in casa, quando manco ci pensarai. + +BALIA. In casa vostra non entrerò piú mai, poiché in tal stima ci son +tenuta. + +ORGIO. Tu ci entrerai per tuo dispetto, se non di buona voglia. + +BALIA. Io per forza? + +ORGIO. Tu sí, e ti strascinerò per li capelli. + +BALIA. Oimè, oimè, vicini, aiuto, aiuto! + +ORGIO. Ci bisognano uomini e non asini, a governar queste bestie. + + + + +ATTO V. + + +SCENA I. + +BALIA sola. + + +BALIA. A questo modo, eh? come l'infame e le cattive? Per ogni minimo +disdegnuccio, subito sbalza di casa, e delle buon'opre di tanti anni +non ce ne ricordiamo; né basta il caricarci di male parole, ma di +bastonate ancora. Le bastonate dunque sono il prezzo della servitú di +trent'anni? E come le vecchie sien cagion de tutti i mali: «Caccia la +vecchia, uccidi la vecchia, impicca la vecchia e squarta la vecchia». +Ma appiccata e squartata sia da dovero, s'io non me ne vendico: se non +posso vendicarmene con le mani, me ne vendicarò come posso: ne farò +tal vendetta, che non ti vanterai di avermi fatto ingiuria. Me ne +andrò alla casa di Pardo; e li manifesterò un fatto, che li farò +sborsar molte migliaia di scudi; e so che cavandosegli quei scudi di +mano, li fará peggio che se li cavasse il fegato, il polmone e il +core. Forse che gli rincresce, all'assassino, del mal fatto? o viene a +darmi qualche buona parola per sodisfazione e acchetarmi? Mira in che +stima mi tiene! Ma perché piú perdo tempo in lamentarmi, e non batto +la porta di Pardo? _Toc_. + + +SCENA II. + +PARDO, BALIA. + + +PARDO. Che buona nuova, balia mia? + +BALIA. Vengo con buona intenzione di farvi bene. + +PARDO. Ed io vi ricevo con miglior volontá. + +BALIA. Vi priego per l'antica amicizia che è stata fra noi, per la +vicinanza e per l'etá vostra veneranda, che piacciavi darmi udienza +per poco tempo. + +PARDO. Balia mia, ho gran piacere che me si porga occasione +d'impiegarmi ne' tuoi comandi, per aver tanto tempo conversato fra noi +domesticamente, come buoni vicini. + +BALIA. Vengo a scoprirvi alcuni secreti di Orgio, che v'importano, +poiché egli per i suoi mali trattamenti non mi dá cagione che gli +abbia a nascondere. + +PARDO. Mala cosa è porsi fra dua che son stati gran tempo amici; che, +raffreddatosi quell'impeto della colera, si riconciliano insieme e +restano poi nemici i mezani. + +BALIA. Non ci è luogo di riconciliazione piú, né che speri mai piú +entrar in casa sua, poiché egli mi ha dato delle bastonate cosí +sconciamente. + +PARDO. Se ben v'ha trattato male per ira, giá non ne morrai per +questo. + +BALIA. Orgio, dopo la servitú di trent'anni, mi paga con prezzo di +tanta ingratitudine. + +PARDO. Ma che sète per dirmi? + +BALIA. Sappiate che Cleria, che vi fu rapita da turchi, e vi costò +tanti dinari a riscattarla, non è vostra figlia, ma è Sulpizia, figlia +di Filogono; e quella Sulpizia, che è in casa nostra, è Cleria vostra +figliuola. + +PARDO. Come dite voi questo? e come lo sapete? + +BALIA. Lo dico, che niuno lo può saper meglio di me, ed è cosí. Quando +voi generaste la vostra Cleria, la deste alla moglie di Filogono, che +la lattasse, perché egli era allor poverello ed era vostro vicino: +ella si lattò la sua Sulpizia, che ora è in casa vostra, e a me diede +a lattare la vostra Cleria, sotto nome di Sulpizia. + +PARDO. E perché tanto assassinamento? + +BALIA. Perché voi eravate in quel tempo, come ora sète, oltra modo +ricchissimo, ed egli poverissimo: ché, dando a voi la sua figliuola, +l'avreste maritata nobilissimamente, e la vostra figliuola, essendo +egli poverissimo, l'arebbe umilmente collocata, con speranza che, dopo +la vostra morte, si fussero scoverti a lei per veri padre e madre, e +ch'ella fusse costretta poi darli onorevol vitto, e da sua pari. +Eccovi la cagione. + +PARDO. E può cader in cuor di uomo un cosí nefando pensiero? + +BALIA. Ma la morte privò l'uno e l'altra di tanta speranza, e Idio ne +ha fatto la vendetta per voi, ch'essendo eglino venuti poi in miglior +fortuna, arebbono voluto manifestarvi l'inganno e riaver indietro la +loro figliuola; ma vi fu rapita da turchi: e allora piansero +amaramente il peccato e il gastigo di Dio, e se ne moriro ambiduoi di +disperazione e di doglia. Ma Filogono lasciò la robba ad Orgio suo +fratello, con condizione che, riavendosi la loro Sulpizia, cioè la da +voi stimata Cleria, se li consignassero diecimila ducati di dote, e, +non ricuperandosi, si dessero alla vera vostra Cleria, cioè la stimata +loro Sulpizia, duemila ducati per lo suo casamento, e il restante +ereditasse Orgio suo fratello. Or, scoprendosi che la vostra Cleria è +figlia vera di Filogono, sará forzato questo furfante darle diecimila +ducati di dote: e cosí io li vengo a far questo danno e le mie +vendette. + +PARDO. Ma che certezza arò io, che la vostra Sulpizia sia la mia vera +Cleria? + +BALIA. Sulpizia vostra è di pel rosso, come voi sète; gli occhi +azurri, come i vostri; e il volto simile al vostro: e, se ben vi +ricordate, ha una macchia rossa nel braccio sinistro, come goccia di +vin rosso. + +PARDO. O Dio, veramente mi ricordo di quella macchia rossa, e parmi or +di vederla; e nella vostra Cleria mai piú ve l'ho vista. Ma io non +conseguisca mai desiderio in mia vita, se, sempre che ho vista +Sulpizia, non mi sentiva un certo movimento di sangue per la persona, +tra carne e pelle, e non potea imaginarmene la cagione. La natura +veramente facea l'ufficio suo, e per una certa occulta affezione l'ho +sempre richiesta ad Orgio per darla per moglie ad Attilio, e ancor +senza dote. O Dio, in che peccato era io per incorrere! Ma ben fece +Orgio, che non lo volea mai consentire. E da che Attilio mi ha +condotta la vostra Sulpizia in casa, non mi ha avuto mai grazia, né +l'ho mirata mai di buon occhio. O vecchio per tanti anni deluso! Ma +sai tu chi ha fatto il testamento di Filogono? + +BALIA. È quel notaio che sta appresso la casa vostra. + +PARDO. Lo conosco benissimo. Voi potrete trattenervi in casa mia, +finché vi torni commodo, se non volete tornar nella vostra: e +trattarete con Costanza mia moglie, che oggi è gionta da Turchia, e +ragionate de' signali, finché vada al notaio e veda il testamento di +Filogono; ché ritrovandosi vero quanto dici, come so che è ben vero, +ne arai tal mancia, che ne restarai sodisfatta. + +BALIA. Non ricerco altrimente mancia di ciò: mi gravava la conscienza +sopra questo, e mi vendico di quel scostumato vecchiaccio che mi ha +cosí bestialmente mal concia. + + +SCENA III. + +ORGIO solo. + + +ORGIO. Veramente l'ira è una mala consigliera, e trasporta l'uomo a +cose, che poi non se ne può piú ritirare, perché l'animo alterato è +cagion di molti moti disordinati. La rabbia troppo acuta, che mi mosse +cosí subito, fe' che mi ricordasse piú tosto dell'error suo che del +debito mio; perché d'una cosa, che ne potea far passaggio, ha fatto +che non abbia avuto rispetto alla servitú di trent'anni, onde io +medesimo son stato ministro del mio male. Ho visto la balia ragionar +lunghissimamente con Pardo, e son certo che l'ará rivelato della +figlia quanto è stato occulto fin ora, perché non ci era altri vivo +che lo sapessi. Dogliomi del mio fratello, che d'una cosa, che volea +ch'ad altri fusse occulta, non dovea farne consapevole una +fantescaccia: ché le cose, che si devono tener occulte, non deve +l'uomo fidarle a persona: ché, se l'uom istesso non può tener secrete +le cose sue, come si spera ch'altri le voglia tener secrete? Si guardò +di me, che l'era fratello, e si fidò della balia; ché non lo seppi +mai, se non quando fece testamento. E ho per certo che questa cicalona +ce l'ará raccontato, perché ho visto ancora Pardo avviarsi per quella +strada, dove abita il notaio, per veder il testamento. O veritá, +quanto sei difficile a nascondere, o quanto facile a discoprire, che +non può l'uomo tanto giú sepelirti, quanto piú tu assumi di sopra! Giá +par che di ora in ora me lo veggia di sopra, con gridi, con minaccie e +con ingiurie, che gli restituisca la figliuola sua e che mi tolga la +mia: e il peggio sará, che bisogna che sborsi diecimila ducati per la +sua dote. Conosco aver errato; ché non dovea cosí rigorosamente +castigar la balia, e dovea considerar ch'era vecchia, che i vecchi per +se stessi sono colerici e ritrosi. Ma ogni uomo, che spunta di lá, mi +par che sia Pardo e che dica:--Dammi la mia Cleria e togliti la tua +Sulpizia. Ma eccolo che viene, e alla volta mia. Idio mi aiuti. + + +SCENA IV. + +PARDO, ORGIO. + + +PARDO. Fermatevi, Orgio, che ho da parlarvi. ... + +ORGIO. (Questa ragionata non sará buona per me: che li torni la +figlia). + +PARDO. ... So che siamo vecchi e arrivamo agli ottanta, e abbiamo a +star assai meno al mondo, che non siamo stati: anzi abbiamo il piede +in staffa per partirci per l'altro mondo, dove non ci è ritorno. ... + +ORGIO. (Il prologo della predica). Questo è il peggio. + +PARDO. ... E morti che siamo, abbiamo a render stretto conto delle +nostre azioni a Dio, e molto piú delle restituzioni delle robbe, né si +rimette il peccato se non se restituisce il rubbato. ... + +ORGIO. (Quando dovemo riscuotere, siamo predicatori; quando dovemo +pagare, siamo diavoli). + +PARDO. ... Or che siam vivi, possiam rimediare a quello che non +possiamo, essendo morti. E tristi coloro che lasciano gli eredi, che +restituiscano; che, come la robba ha fatto carne e sangue con l'uomo, +non si restituisce piú mai. ... + +ORGIO. Di grazia, venghiamo al fatto: ché giá è passata quaraesima, e +mi volete far ascoltar la predica. + +PARDO. Vostro fratello, di benedetta memoria... + +ORGIO. (Di maladetta!). + +PARDO. ... mi scambiò la figlia, tenendosi la mia propria, e mi diè la +sua per la mia. ... + +ORGIO. Ascoltate. + +PARDO. Ascoltate, di grazia, voi, e non m'interrompete, accioché non +cominciate a negar la veritá, e poi, negata, la vogliate defendere fin +alla morte; e vengamo a liti, contrasti e questioni. Non accade +nasconder quel che è palese: ho visto il testamento; e quel che lascia +a sua figlia, quando si palesi il fatto, è quanto vi dico. + +ORGIO. Io so ben che... + +PARDO. ... Dio ce 'l perdoni! che essendomi tolta da turchi, ho +mandato mio figliuolo sin in Constantinopoli a riscattarla; e mi costa +piú di cinquecento ducati, senza l'altre spese e travagli. Però +toglietevi la vostra Sulpizia e restituitime la mia Cleria. + +ORGIO. ... ancor ch'io potessi con qualche convenevole scusa +difendermi da questa calunnia, io non so farlo; ma confesso +liberamente che mio fratello ebbe torto. + +PARDO. Di grazia, non entriamo in rettoriche; né bisogna mi doniate +quello che non mi potete vendere. Vo' la mia figlia. + +ORGIO. Di grazia, non vi alterate e non alzate cosí la voce. +Toglietevi la vostra figlia, ma non l'onor mio; ché, restituendovi poi +la figlia, voi non potete restituirmi l'onore. Toglietevela quando +volete, ché non vi si niega. + +PARDO. Sia ringraziata la bontá divina, che prima scoverto si sia che +sposati insieme; e che abbiamo spedito un negozio senza farci sentir +dal mondo: e resteremo amici, come siamo stati sempre. Andiamo a casa +mia o nella vostra, a far il cambio. + +ORGIO. Eccomi pronto a quanto volete. + +PARDO. Venete a casa mia, che mangiaremo insieme, e poi ragionaremo de +fatti nostri. + +ORGIO. Non posso, ho che fare, ci vengo con l'animo. + +PARDO. Vo' che ci vengáti in persona; e per la porta di dietro +mandaremo a chiamar Sulpizia vostra, ch'io spasimo di vederla: e vi +prego, concedetemi questa grazia. + +ORGIO. Faccisi quanto comandate. + + +SCENA V. + +EROTICO, ATTILIO. + + +EROTICO. (Mira fortuna! m'è forza di confortar costui, e ho bisogno di +esser confortato io). Fermatevi, ché voglio esser partecipe delle +vostre fatiche e compagno nelle vostre sciagure; ché le nostre fortune +poiché hanno una conformitá fra loro, andiamo insieme. + +ATTILIO. Avendo per compagno un amico cosí caro come voi sète, la mia +sciagura diverrebbe fortuna: però vo' andarmene solo e disperato. + +EROTICO. Il disperarsi è un tradir se stesso, e, tradendo voi, tradite +me insieme con voi: però consultiamoci un poco. + +ATTILIO. L'anima mia è in tanta confusione, che non ci è luogo alcuno +per consolazione. + +EROTICO. Ascoltate una parola. + +ATTILIO. Non ho tempo. + +EROTICO. Vi spedirò subito. + +ATTILIO. Son contento; ma fate presto. + +EROTICO. A cosí maladetto, insolito e sregolato accidente, andandoci +con buon ordine, è temperamento di effetto. + +ATTILIO. Orsú, hai finito? + +EROTICO. Non mi accurtate il tempo che mi avete dato. + +ATTILIO. Voi lo prolungate piú di quello che v'ho promesso. Ho tanto +in odio il mondo, questo sol, questa luce, che vorrei esser mille +passi sotterra per non vedergli. + +EROTICO. Andiamo, come volete; ma non sarebbe bene aspettar Trinca, +per saper qualche cosa di Cleria? che fa, che dice, che spera? + +ATTILIO. Fa quello istesso che fo io; e mi affligono piú i suoi che i +miei dolori, però schiverò di udirlo. + +EROTICO. Ed io vo ancor disperato, non potendomi imaginar la cagione, +come Sulpizia sia cosí meco adirata. + +ATTILIO. O casa, io mi parto per non averti a veder piú mai. Tu pur +fosti ricetto un tempo di ogni mia gioia e consolazione: prego Idio, +che resti cosí contenta colei che alberga in te, quanto io mi parto +mal contento e disconsolato. + +EROTICO. Attilio, tu m'hai mostro le lacrime; e stimo che non siano +uomini al mondo piú disperati di noi. Ma veggio uscir Trinca da casa +vostra molto allegro: aspettiamo, fin che ne sappiamo la cagione. + + +SCENA VI. + +TRINCA, EROTICO, ATTILIO. + + +TRINCA. (O Dio, e dove troverò Attilio, il mio padrone, e Erotico, per +dargli cosí buona nuova?). + +EROTICO. Cerca di noi, e ci vuol dar una buona nuova. + +ATTILIO. Niuna buona nuova può esser per me, se non che Cleria fusse +mia moglie; ma ciò non potendo essere, dunque non è buona per me. + +TRINCA. (Dove andrò, in casa di Erotico over in piazza? ma stimo che +sien partiti per disperati). + +EROTICO. Trinca, volgeti a noi. + +TRINCA. Io non posso piú celar l'allegrezza, e bisogno che sfoghi. +V'apporto una grande allegrezza. + +ATTILIO. Ne ho perduto ogni speranza. + +EROTICO. Si dee piú tosto perder la vita che la speranza. + +TRINCA. Consolatelo, signor Erotico. + +EROTICO. Non può consolare il compagno, chi non può consolar se +stesso. + +ATTILIO. L'allegrezza, che tu dici, è come quell'olio che si pone alla +lucerna, quando sta per spengersi. + +TRINCA. Per secreta volontá di chi può il tutto, quel caso disturbator +delle nostre felicitá or s'è rivolto in accommodar le nostre +difficoltá; e possiam dir che siate morti e ravvivati in un punto. + +EROTICO. Trinca, ancor che la tua allegrezza vera non l'estimi, pur +godo nell'imaginazione delle tue parole. + +TRINCA. Vi prometto far ambiduoi contenti. + +EROTICO. Troppo prometti. + +ATTILIO. La fortuna traditora pur mi lusinga con nuove speranze, e pur +le credo. Costui mi dice che mi renderá contento, e son certo che è +impossibile, e pur mi piace d'intenderlo. + +TRINCA. Stammi allegro, padrone, ché è trovata la tua vera sorella. + +ATTILIO. E questo è il mio dolore. Ma sempre che sento nominar +sorella, sento un orror scuotersi per tutta la persona. + +TRINCA. E cosí arai la tua moglie desiderata. + +ATTILIO. Cose contrarie: è trovata la sorella e arai la moglie +desiata. Cosí, Trinca, ti beffi del tuo padrone? + +TRINCA. Avete il torto a dirlo. Voi arete la vostra Sulpizia ed +Erotico la sua Cleria. + +ATTILIO. Or ti beffi di l'uno e di l'altro. + +TRINCA. Io dico il vero all'uno e all'altro. Sappiate che per un +mirabile accidente, per un benevolo incontro di fortuna, è successa +cosa tutta contraria a quella che minacciava la presente confusione. + +ATTILIO. Dammi un succinto raguaglio del fatto. + +TRINCA. Orgio, avendo visto la balia ragionar con Erotico, la batté +sconciamente. + +EROTICO. Oimè, che dici? questa è una mala nuova per me. + +TRINCA. Da questo disordine è nata la vostra allegrezza: ché la balia +se ne venne a Pardo, e l'ha manifestato che, quando partorí Costanza e +diede a lattar Cleria alla moglie di Filogono, scambiò le bambine, e +ritornò la sua Sulpizia a Costanza e si tenne la vera Cleria. A +signali Costanza ha trovato vero quanto ha detto. Pardo andò ad Orgio, +e minacciandolo l'ha scoverto il tutto. In questo Costanza con tanti +bei modi s'è oprata con Pardo suo marito, che ottenne Sulpizia, figlia +di Filogono, cioè la vostra Cleria, per vostra moglie con diecimila +ducati di dote, che li lasciò il padre, ritrovandosi: dicendogli non +deversi far resistenza a quello, che con tanti meravigliosi +avvenimenti avea disposto l'alta bontá di Dio, ma lasciarsi guidar da +lei. + +ATTILIO. Oimè, che io mi sento incapace di tanta allegrezza, dubito +che non mi suffochi l'animo. Ahi, che non potendola caper il mio +petto, se ne versa fuori la miglior parte. + +TRINCA. Cosí dal flusso e riflusso del mar della vostra fortuna, fra +suavi scherzi e vari errori, sète stato ributtato al porto di salute. + +ATTILIO. O madre, o cara madre, o tre volte madre, perché tre volte +m'hai donato l'essere! O cieli troppo potenti, troppo influenti! o +stupori, o meraviglie grandi, che da moglie mi diventi sorella e da +sorella moglie! Ma Cleria che facea? + +TRINCA. Piangeva la poverella amarissimamente; e, non potendo esser +vostra moglie, purché fusse amata da voi, si contentava non solo +d'esservi sorella, ma umilissima schiava. + +ATTILIO. Dunque Sulpizia è la nostra Cleria sorella? Erotico caro, +poiché nelle angustie mi sète stato caro compagno, vo' che ancora mi +siate nelle prospere: non potendo con alcun premio meritar la vostra +affezione, vi prometto Cleria per moglie, poiché per bellezza, per +etade e per altre nobilissime parti, l'uno è ben degno dell'altra. + +EROTICO. Voi sempre foste la mettá dell'anima mia; or tutta è vostra, +e non ci resta piú alcun'altra parte del mio: e son tutto in anima e +in corpo vostro. Perché dandomi Sulpizia, mi duoni la vita; e posso +dir da oggi innanzi ch'io son vivo per voi, e però vivo per voi. + +TRINCA. Non bisogna che voi ce la promettiate, perché è sua: che, +scovertasi vostra sorella, la balia s'oprò tanto con Costanza e con +Pardo, che fusse data a voi; e io ricordando al padrone l'appuntamento +di oggi, si son convenuti insieme che sia vostra moglie. + +EROTICO. O Dio, che nuova! + +ATTILIO. Ed altro che di calze e di giubbone. + +EROTICO. E perché mi dái contentezza di tanta importanza, te si +prepara nuovo guiderdone, che partecipi delle nostre consolazioni. + +TRINCA. Or sei contento? + +ATTILIO. E consolato ancora. I miei sensi sono tanto occupati dalla +improvisa dolcezza, che non posso gustar piacere dell'allegrezza; e se +non muoio or di dolcezza, non morrò piú mai. Che fa mia madre? + +TRINCA. Sta con un piacer grandissimo, ch'essendo stata disturbatrice +delle vostre gioie, or è stata aiutrice delle vostre consolazioni; e +mi dá ordine, perché son aggionte nozze a nozze, che s'aggiungano +feste a feste, conviti a conviti, e balli a balli. + +ATTILIO. Or da un amor cosí strano, mostruoso e fuor del naturale, +cosí malagevole da sperarsene bene, n'è riuscito cosí onorato +matrimonio. E se ben Idio permette alcuna volta cose che dispiacciono, +lo fa per trarne poi un grandissimo bene, come è accaduto a noi. + +EROTICO. Se vi partevate disperato, or non areste avuto questo +contento. + +ATTILIO. M'hai fatto bene, non volendo. + +TRINCA. Questa volta abbiamo avuto piú ventura che senno. Giá s'è +inviato a chiamar Sulpizia per la porta del giardino, e vi stanno +aspettando con gran disio di sposarse; e me hanno inviato fuori a +chiamarvi col prete da vero, e non col falso parrocchiano. + +EROTICO. Entriamo, non facciamo aspettarci. + +ATTILIO. Andiam, fratel mio. + +TRINCA. Spettatori, costoro non usciranno piú fuori; ché, come seranno +appresso le loro spose, non li distaccarebbono dalle lor falde tutti +gli argani del mondo, ché tira piú un pelo del manto delle donne, che +diece paia di buoi. Partetevi; e se non è stata di tanta aspettazione +come desiavate, almeno favorite l'animo col solito applauso. + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of La sorella, by Giambattista Della Porta + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SORELLA *** + +***** This file should be named 28368-8.txt or 28368-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/2/8/3/6/28368/ + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + http://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/28368-8.zip b/28368-8.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..544693a --- /dev/null +++ b/28368-8.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. 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