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+The Project Gutenberg EBook of La sorella, by Giambattista Della Porta
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: La sorella
+
+Author: Giambattista Della Porta
+
+Release Date: March 20, 2009 [EBook #28368]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SORELLA ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+
+ GIAMBATTISTA DELLA PORTA
+
+
+
+ LE COMMEDIE
+
+
+ A CURA
+ DI
+ VINCENZO SPAMPANATO
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1911
+
+
+
+
+
+LA SORELLA
+
+
+
+PERSONE CHE S'INTRODUCONO
+
+ ATTILIO giovane
+ TRINCA suo servo
+ Balia di Sulpizia
+ EROTICO giovane
+ CLERIA giovane
+ PARDO vecchio
+ GULONE parasito
+ TRASIMACO capitano
+ PEDOLITRO vecchio
+ Suo figlio
+ COSTANZA vecchia
+ SULPIZIA giovane
+ ORGIO vecchio.
+
+Il luogo dove si rappresenta la favola è Nola.
+
+
+
+
+ATTO I.
+
+
+SCENA I.
+
+ATTILIO giovane, TRINCA servo.
+
+
+ATTILIO. E ti disse che Pardo mio padre m'avea ammogliato con
+Sulpizia?
+
+TRINCA. E mi disse che Pardo vostro padre v'avea ammogliato con
+Sulpizia.
+
+ATTILIO. E la mia Cleria col capitano?
+
+TRINCA. E la vostra Cleria col capitano.
+
+ATTILIO. E che le nozze si facevano per la sera seguente?
+
+TRINCA. E che le nozze si facevano per la sera seguente.
+
+ATTILIO. E ti parea che lo dicesse da senno?
+
+TRINCA. E mi parea che lo dicesse da senno.
+
+ATTILIO. Mi rispondi con le medesime parole, e tanto seccamente, che
+mi lasci mille desidèri di sapere. Nelle cose d'amore o d'importanza
+bisogna dir tutte le minuzzarie, perché un minimo atto, una minima
+parola mi potrebbe indrizzare al rimedio.
+
+TRINCA. Ve l'ho riferito con le medesime parole, che mi son state
+dette, né piú né meno tantillo ve': non bisogna dimandarmene piú, che
+non sarete per saperne altro tutto oggi.
+
+ATTILIO. S'affligessero cosí te, come me, non schivaresti cosí di
+ragionarmene.
+
+TRINCA. E perché so che v'affliggono, però schivo di ragionarvene.
+
+ATTILIO. Se ben m'affliggono, pur nell'afflizione vi ritrovo qualche
+piacer mischiato. Ma ne' travagli, dove mi trovo, ci sono per li tuoi
+consigli; e meriteresti che ti spianasse le spalle, ché ancor tu ne
+patissi la parte del mio affanno.
+
+TRINCA. O gran miseria è l'esser servo d'innamorati, i quali non sanno
+star nel mezzo, ma sempre sugli eccessi. Quando si trovano nelle
+calamitá, ti vengono con certe furie adosso, che vogli aiutargli con
+l'opre o col consiglio, che non ti dan tempo a pensare. E l'uomo si
+pone a pericolo della forca, se si scuopre: e se per qualche bella
+invenzione il fatto succede bene, non si ricordano del consigliero e
+attendono a sollazzarsi; ma, quando si scuoprono gl'inganni e si
+veggono ne' pericoli, ti vogliono spianar le spalle, come ministri de'
+loro danni.
+
+ATTILIO. Te l'ho detto come la sento.
+
+TRINCA. Ben sapete che il volersi sodisfare de illeciti amori e di
+poco onesti desidèri suol partorir mostri d'infamia e di disgrazie,
+perché non si conseguiscono se non con inganni e sceleratezze, le
+quali al fin vengono a scoprirsi, e l'uomo cade poi in travagli
+peggiori; ma a ciò m'indussero le vostre preghiere.
+
+ATTILIO. Ancor che te ne pregava, non dovevi aiutarmi.
+
+TRINCA. Non dicevate cosí allora, che, se non conseguivate la vostra
+Cleria, volevate andar disperso per il mondo o ammazzarvi con le
+vostre mani, e mi stavate con le ginocchia in terra pregandomi; e or
+non vi ricordate, che con le mie astuzie vi ho posto a cavallo.
+
+ATTILIO. Anzi su un asino per esser scopato per tutto il mondo.
+
+TRINCA. Pacienza.
+
+ATTILIO. Orsú, che faremo per uscir di travaglio?
+
+TRINCA. I vostri travagli a voi s'appartengono. Con i vostri
+portamenti piú tosto mi sforzate a disservirvi che a servirvi.
+
+ATTILIO. Rimedia con qualche medicina, tu che puoi.
+
+TRINCA. Non son medico, né fui mai a Padoa per istudiare.
+
+ATTILIO. Col tardar, la malattia mi potrebbe uccidere.
+
+TRINCA. Pigliate silopi e medicine che vi purghino il corpo.
+
+ATTILIO. Se tu non vuoi esser mio medico, sarò io tuo. Ti darò un
+recipe di venti pugna sul mustaccio e di trenta calci nelle reni.
+
+TRINCA. No, no.
+
+ATTILIO. So che con due parole tu puoi far miracoli.
+
+TRINCA. Non son negromante, che fo miracoli con le parole.
+
+ATTILIO. Non ho visto al mondo piú colerico uomo di te, che avendoti
+detto, burlando, che ti voleva spianar le spalle, te l'hai preso da
+dovero. Se ben mostrava colera fuori, burlava dentro. Io offender te,
+che sei tutto il mio bene?
+
+TRINCA. Ho da servirvi nelle cose oneste, no nelle scelerate.
+
+ATTILIO. Non è cosa onesta salvar l'onor e la vita di Cleria mia
+insieme con me, che, succedendo quel che disegna mio padre,
+m'ucciderei con le mie mani?
+
+TRINCA. Cosí dicevate allora. Non mi ci cogli piú.
+
+ATTILIO. M'hai servito altre volte con molta prontezza; e or, piú che
+mai bisognoso del tuo aiuto, vengo con la medesima confidenza a
+pregarti che adopri tutto il tuo sapere e ci metti tutto il tuo
+studio.
+
+TRINCA. Il padron amorevole e grato fa sollecito il servidore.
+
+ATTILIO. Servimi, ché ti darò un paio di calze.
+
+TRINCA. Un paio di calci piú tosto. Ma voi vi promettete molto di me e
+v'imaginati che con quella agevolezza che dite «aiutami», che subito
+siate aiutato. L'invenzioni son facili a trovar, ma al riuscir ti
+voglio: il dir e il fare non mangiano spesso in una tavola: credete di
+me l'incredibile e pensate che possa l'impossibile.
+
+ATTILIO. So che dalla tua scuola sogliono uscir molte buone opre.
+
+TRINCA. Or, poiché m'avete per un tristo, vo' che ne veggiate
+l'effetto.
+
+ATTILIO. Di grazia, di' presto, fa' presto.
+
+TRINCA. La prestezza è quella che guasta i negozi: bisogna maturo
+consiglio e non prestezza.
+
+ATTILIO. Chi troppo consiglia, non fa nulla.
+
+TRINCA. Sappiate che niuno, meglio ch'Erotico vostro amico, può trarvi
+dal pericolo dove siete.
+
+ATTILIO. Erotico, quanto prima m'era amico, tanto m'è or inimico:
+l'amore è un violento effetto dell'anima nostra, cosí l'odio, che da
+l'amor nasce, è crudelissimo.
+
+TRINCA. Come lo farete capace della veritá, vi servirá, come or ci
+impedisce il servire.
+
+ATTILIO. Andiamo a trovarlo: ché usar viltá e cose che mi dispiacciono
+vo' che per amor mi divenghino dilettevoli.
+
+TRINCA. Andiamo.
+
+
+SCENA II.
+
+BALIA, EROTICO giovane.
+
+
+BALIA. Ahi, quanto poco durano i diletti d'amore, e quanti sono quelli
+che sovrastanno! Povera figlia, bisognarebbe aver un cuor di turco,
+per non crepar di dolore. Ma dove troverò io Erotico, che è il
+sostegno delle nostre speranze?
+
+EROTICO. Come dalla mattina il primo negozio va in fallo, tutti vanno
+a roverscio in quel giorno.
+
+BALIA. Ma eccolo. Signor Erotico!
+
+EROTICO. O carissima balia! La fortuna muterá tenore, essendomi
+incontrato con la tesoriera de' nostri amorosi secreti, con l'aurora
+del mio sole. Che novella m'apporti della mia dolcissima Sulpizia?
+
+BALIA. Cattiva, la peggior che sia.
+
+EROTICO. Dimmela, non piú tardare.
+
+BALIA. Mi dispiace di darvela.
+
+EROTICO. Non dovevi cominciare, se non volevi darmela.
+
+BALIA. Sulpizia è maritata.
+
+EROTICO. E con chi?
+
+BALIA. Con Attilio.
+
+EROTICO. Ahi, fortuna traditora, e che potevi tu farmi peggio?
+
+BALIA. Vi ha fatto peggio: che Orgio suo zio vuol che per questa sera
+si faccino le nozze, ché la brevitá del tempo ne priva di consigli e
+di rimedi.
+
+EROTICO. Mi volevi dar una cattiva nuova, e or me ne dái due.
+
+BALIA. Fortuna non comincia per una né per due.
+
+EROTICO. Ecci forse altro?
+
+BALIA. Altro sí.
+
+EROTICO. Non piú, di grazia.
+
+BALIA. È forza dirlo per potervi rimediare.
+
+EROTICO. Oh, misero me!
+
+BALIA. S'è accorto il zio, ch'io sia stata la mezana de' vostri amori;
+e m'ha proibito che non vada fuor di casa né che vi ragioni, con
+grandissime ingiurie e minaccie.
+
+EROTICO. Questo è l'ultimo crollo delle nostre ruine, ché non possiam
+avisarci, né conferirci insieme gli appuntamenti nostri. Sulpizia mia
+che dice di ciò? come sta?
+
+BALIA. Sta piú innamorata e piú ostinata che mai. Voi sapete che, se
+tutte le donne al principio son ritrose ad amare, come amor pone la
+radice nella natura loro e vi penetra sul vivo, se ci attacca di modo
+che non può piú sradicarsene. Pensate poi che sará, quando si generano
+poi le radici delle radici? Ella sdegna la vita senza voi.
+
+EROTICO. Non deve sdegnarla, sapendo quanto amorevole e caro albergo
+ha nel mio core, e la certezza che amo cosí lei, come ella ama me, e
+come tutti i nostri pensieri son drizzati ad un segno.
+
+BALIA. Chi ama, teme, e teme sempre del peggio.
+
+EROTICO. Come può temere, se il nostro vicendevole amore cominciò da
+fanciullezza, dalle nostre libere volontá concordi insieme, e
+conservatosi poi sí lungo tempo che non basta maligna stella a disunir
+tanta corrispondenza di amore? E se nel nostro amoroso corso ci accade
+qualche intoppo, abbia speranza che un giorno ci ristoreremo con tanta
+piú dolcezza, con quanta piú amarezza abbiamo passata una tempesta di
+cosí maligna fortuna.
+
+BALIA. La tempesta, che voi dite, passerá subito; ma la sua
+s'ingagliardisce da un rabbioso vento di gelosia, ché ha inteso che
+Pardo disegna darvi Cleria per moglie, ed ella è insospettita che la
+bellezza di Cleria non vi distorni da amar lei, onde arde di un doppio
+fuoco: di amore e di gelosia.
+
+EROTICO. Io perda la vista degli occhi miei, se per altro gli ho a
+caro, che per mirar la sua bellezza, e se posso mirar altro che lei.
+
+BALIA. Vi ricorda che se ben non è bella come Cleria, che voi ne sète
+cagione. Che se gli occhi suoi son scoloriti, e i giri d'intorno
+lividi, ricordatevi delle lacrime che l'avete fatto spargere, e quanto
+il sonno è stato lontano da loro. Se il volto è pallido e sbigottito,
+e la morte v'ha spiegato l'insegne sue, considerate i travagli e le
+pene che le date, e il tosco di che la nodrite. Ché se la fortuna
+volesse darle qualche sorte di contento, bisognarebbe che avesse un
+altro cuore, che lo bastasse a soffrire, cosí il suo è avezzo a
+soffrir sempre.
+
+EROTICO. O balia, quanto mi trafiggi il cuore in udirti! Io non potrei
+dir mai l'imperio che han sovra di me la bontá, la bellezza, la grazia
+e i suoi onesti costumi; e come per un secreto voler d'amore è cosí
+impadronita della mia volontá, che non posso voler se non quello
+ch'ella vuole.
+
+BALIA. Ma quanto ella è avanzata dalle bellezze del corpo di Cleria,
+tanto ella avanza, con le bellezze dell'animo, Cleria di gran lunga. E
+vedete l'esperienza, che voi non tanto l'avete disamata, quanto ella
+con ogni forma di verace amore vi ave amato; non tanto voi
+disprezzata, quanto ella v'ha riverito. Non datele voi tanti disgusti,
+quanti ella se n'ha inghiottiti. E con la fede e costanza del suo
+amore, ha vinto i vostri disamori, i dispreggi e le passioni; e nelle
+voraci fiamme, dove gran tempo è consumata, morta e incenerita, quasi
+novella fenice, è ravvivata a piú bella e chiara vita e rinovellata
+sempre nel suo amore. Or di questa bellezza avrebbe a caro che ne
+faceste paragone con quella di Cleria, ché, consideratala da presso,
+la renderebbe fosca e contrafatta. E dove or nella sua faccia si
+veggono scolpiti i trofei e le spoglie della vostra crudeltá, in
+quella dell'animo vedreste la gloria della sua fede e i trionfi della
+sua costanza.
+
+EROTICO. Balia, con le tue parole m'intorbidi l'animo di sorte che non
+si rasserenará piú mai. Giuro per la sua vita--ché non ho qui in terra
+maggior cosa da giurare--che nella maestá del suo volto vi riluce una
+spezie d'imperio reale, che mi risveglia l'animo a gran desidèri di
+gloria e m'innalza con gli occhi dell'intelletto a considerar quella
+dell'animo suo senza pari: e mi servo di quella sua bellezza, come
+occhiali, per innalzarmi a piú sublime grado di contemplazione, a quel
+sommo bene, a quella celeste ineffabil bellezza, anzi fonte onde
+scaturisce ogni bellezza. Però la priego, per quanto amor mi porta,
+che non entri in tal pensiero; e mi doglio ch'io non posso aperto
+mostrarle il cuore, ch'ivi vedrebbe risplender la sua bella imagine,
+come in un lucido e polito specchio, e star tanto occupato e ripieno
+di quella, che non v'è piú luogo per altre, e che son chiuse le vie a
+tutte. E qual mai altra donna fu piú amorevole nella buona fortuna?
+qual piú costante nell'adversa? qual piú presta ne' serviggi? qual
+nell'assenza piú congionta col mio cuore? in qual altro cuore piú
+generosi spirti e nobilissimi pensieri? O donna d'eroica e
+incomparabil virtú! Onde, nel complimento di tante sue azioni mi son
+piú confirmato nella venerazione della sua persona.
+
+BALIA. E che avendo ad esser di Cleria, vi supplica e vi scongiura,
+ch'in ricompensa dell'amor suo o per merito della vostra grazia, che
+in abito disconosciuto di paggio o di fantesca la riceviate in casa
+ne' vostri serviggi: se non come moglie, almeno come ministra della
+vostra felicitá e spettatrice del suo primo amore; e in quell'abito vi
+mostrará in parte quell'umil servitú con la quale desidera servirvi
+ogni ora. Prendetela per serva o per ischiava: ogni stato le sará
+felice e ogni fatica dolce.
+
+EROTICO. Dille che, non potendo altro, entrarò in casa sua, e con un
+pugnale mi vendicherò di quel barbaro e discortese suo zio; e in
+quella dolcezza di vendetta m'ucciderò ancor io.
+
+BALIA. Vi ricordo che siate diligente.
+
+EROTICO. Potrei esser privo di giudizio e di valore in ogni cosa, ma
+non in quello dove si tratta del suo serviggio.
+
+BALIA. Guardate, che vi sta mirando dalla fenestra e vi fa l'occhino:
+salutatela e mandatele un bacio, se la volete rallegrare.
+
+EROTICO. Ecco, la saluto e la bacio.
+
+BALIA. Non vedete, che s'è inchinata da dentro la gelosia e vi ha
+ribaciato? Che volete che le dica da vostra parte?
+
+EROTICO. Che si scriva queste parole nel core: che l'amor mio va
+sempre crescendo di giorno in giorno, come crescono in lei la bellezza
+e l'onorate sue azioni, e che non è per mancar mai: che non ho tempo
+di trattenermi con lei, perché corro per rimediare a cosí strano
+accidente.
+
+BALIA. Si duole che molti giorni sono, che non siate venuto a ragionar
+con lei.
+
+EROTICO. Dille che non è mai giorno, che, delle ventiquattro ore che
+sono, non ne ragioni sempre con lei le quarantotto.
+
+BALIA. Come, se non ci venete?
+
+EROTICO. La continua memoria che ho di lei, e quel ritratto, che mi
+sta nel cuor dipinto per man di amore col pennello della imaginazione,
+sta piú vivo nel mio core, che non ci sta l'anima istessa: ragionando
+io con lei ed ella meco, ci raguagliamo e dogliamo insieme delle
+miserie nostre.
+
+BALIA. Almeno passate di lá.
+
+EROTICO. Se non ci passo col corpo, ci passo con l'animo mille volte;
+e quanto è miglior l'animo del corpo, tanto è piú degna quella vista
+di questa.
+
+BALIA. A dio.
+
+
+SCENA III.
+
+EROTICO, ATTILIO, TRINCA.
+
+
+ATTILIO. Ecco, l'abbiam pur trovato al fine.
+
+EROTICO. (Non ci è piú fede al mondo, non si trova piú uomo di cui
+possa fidarsi. Al tempo d'oggi la fede è ritrovata per ingannar la
+fede. Ma io vo' tradir e ingannar ciascuno, poiché ciascuno cerca
+tradir e ingannar me).
+
+ATTILIO. Parla da sé solo.
+
+TRINCA. Come quello che sta ne' travagli dove tu sei.
+
+EROTICO. (Vo' andarmene in qualche isola diserta, per non esser
+ingannato da uomo piú. Sulpizia farsi d'altri, eh?).
+
+TRINCA. Forse che parla d'altro?
+
+ATTILIO. Come amor entra in un cuore, ne scaccia ogni altro pensiero,
+perché vuol regnar solo.
+
+EROTICO. (Ma Idio non mi dia cosa che desio, se non ne farò vendetta
+tale, qual merita il mio dolore e la rabbiosa gelosia).
+
+TRINCA. Salutatelo.
+
+ATTILIO. Signor Erotico, buon giorno.
+
+EROTICO. (Mi dá il buon giorno chi desia darmi il malanno. Ma sará ben
+che gli parli; ché, se non posso impetrar da lui che la lasci,
+impetrare almeno che la lasci per qualche giorno). Idio vi salvi,
+signor Attilio.
+
+ATTILIO. Come state?
+
+EROTICO. Tal che non posso trovar modo per dolermi del mio dolore.
+
+ATTILIO. Di che vi dolete?
+
+EROTICO. Che non si trova piú fede né amicizia, perché un che mi
+credea fidel amico, sotto color d'amicizia m'ha tradito e assassinato.
+
+ATTILIO. Costui sará il piú tristo uomo del mondo.
+
+EROTICO. Tal lo stimo io.
+
+ATTILIO. Ditemi, di grazia, chi sia il traditor di fede e assassino
+d'amici, che prometto farne la vendetta per voi.
+
+EROTICO. È vostro grande amico.
+
+ATTILIO. Tanto piú dovete manifestarlomi, accioché possa guardarmi da
+lui.
+
+EROTICO. Fareste ben a farlo, perché è ragionevole e debito vostro.
+
+ATTILIO. Come si chiama?
+
+EROTICO. Attilio. E voi sète quello che mi tradite e assassinate, e mi
+fate il peggior officio che possa farsi; e avete un gran torto.
+
+ATTILIO. Avete voi torto maggiore aver una tal stima di me--e io vi
+compatisco, perché sète fuor di voi stesso--perch'io son lealissimo
+con gli amici.
+
+EROTICO. Ma vi prego per quella cara amicizia, che un tempo fu sí
+perfetta e incorrotta fra noi, che mi siate cortese di quello ch'è
+mio, per rigor di giustizia e per debito di amore...
+
+ATTILIO. Io non intendo il vostro parlare: o ch'io sia troppo goffo o
+che voi non esprimete bene il vostro concetto.
+
+EROTICO. ... che non prendiate Sulpizia per consorte.
+
+ATTILIO. Deh, caro Erotico, chi ve lo dice?
+
+EROTICO. Tutta la cittá. Ma sappiate che Sulpizia è mio dono
+irrevocabile, perché ci abbiamo data la fede di essere sposi, e i
+nostri amori non son stati sterili: però non sarete per possederla
+legitimamente mai per moglie, né senza gelosia.
+
+ATTILIO. Io prender la vostra Sulpizia per moglie?
+
+EROTICO. E sappiate che, se ben l'uomo per sé non val nulla, la
+disperazione lo fa valoroso. Almeno trattenetevi per qualche tempo,
+accioché non vedano gli occhi miei cosí nemico spettacolo e io abbia
+tempo a partirmi per andar disperso per il mondo: cosí viverete senza
+mio sospetto.
+
+ATTILIO. Voi potete promettervi di me come di voi stesso, perché stimo
+voi come un altro me stesso; e vi do potestá che ve la godiate e
+procacciate per moglie, ch'io vi rinunzio ogni interesse che
+pretendesse in lei, e ve la rifiuto.
+
+EROTICO. Ella non è cosa di rifiuto, però non voglio crederlo.
+
+ATTILIO. Se non volete credere il vero, crederete il falso.
+
+EROTICO. E che credete ch'io creda?
+
+ATTILIO. Ogni altra cosa, fuor che la veritá.
+
+EROTICO. Piacesse a Dio che cosí fusse!
+
+ATTILIO. A Dio piace che cosí sia.
+
+EROTICO. Dubito che non lo diciate, ché, confidandomi nelle parole
+vostre, mi attraversiate e la conseguiate con piú agevolezza.
+
+ATTILIO. Io stimo che i nostri travagli abbino gran somiglianza e
+corrispondenza fra loro; ma accioché io non mi doglia di voi di quello
+che voi vi dolete di me, vi narrerò il tutto, e vederete che, se voi
+avete ragione, io non ho il torto.
+
+TRINCA. Signor Erotico, se voi non tacete, e voi, padrone, non
+scoprite il fatto, consumaremo il giorno; e noi abbiamo carestia di
+tempo.
+
+EROTICO. Io taccio e ascolto, e per ascoltar meglio comprarei un altro
+paio di orecchie.
+
+ATTILIO. Sappiate che, trovandosi Pardo mio padre a' serviggi della
+regina Bona in Polonia, ché la serviva di scalco, per stanziarvi piú
+aggiatamente mandò a chiamar Costanza sua moglie e Cleria sua figlia,
+allora bambina, da Nola, perché condusse me seco, ch'era un poco
+grandetto. Accadde che, essendosi imbarcate in Bari per andar a
+trovarlo, per una fiera tempesta non s'ebbe piú nuova di loro; talché
+in avisi e in lettere a diversi amici, in diverse parti, s'andar
+consumando il tempo e le speranze, e fra tanto si tenne suspeso il
+dolore. Poi venne aviso come la barca era sommersa: e sommerse mio
+padre in un mar di lacrime e in una amarissima memoria di lor duro
+caso. Appresso s'ebbe nuova che, da alcune fuste di turchi rapite,
+erano state condotte in Constantinopoli. Duo anni sono, ebbe nuova di
+Costanza sua moglie, ch'era schiava di un bassá, che, per esser
+decrepita, l'avrebbe venduta a buona derata; e che Cleria serviva un
+sangiacco fuor di Costantinopoli. Pardo mio padre mi sforzò a far
+questo viaggio, e mi diede trecento scudi per lo riscatto e altri per
+lo viaggio, con lettere di favore a quei clarissimi in Vineggia, ché
+di lá m'imbarcassi per Constantinopoli. Giunsi a Vineggia, in casa di
+un napolitano, chiamato Pandolfo, dove sogliono alloggiare tutti i
+passaggieri napolitani. Venne l'ora della cena, e ci sedemmo a tavola;
+e una giovane, chiamata Sofia, ci serviva. Ella, nel volgermi gli
+occhi sopra, mi lanciò una fiamma nel core, che non cessò mai serpir
+per tutto, fin che non fece ben l'officio suo. Io, sentendomi le vene
+diseccate dal fuoco, chiedea da bere, e per rinfrescarmi e per godermi
+di quella divinissima vista piú da presso. Ma facea contrario effetto,
+perché amor avea mischiato veleno e fuoco in quel vino che mi
+avvelenava e uccideva in un tempo. Cosí, tra vivo e morto, non sapeva
+che mangiava o beveva o aveva; ma parea un di quei che si sognano
+mangiare: ché la mia cena fu la sua bellezza. Si levò la mensa, e
+tutto inebriato di amore, me ne andai a dormire, con speranza di
+riposare, pensandomi che l'infirmitá dell'animo fossero come quelle
+del corpo, che col sonno s'acchetassero. Ma il sonno fu peggio che la
+cena: perché l'infirmitá dell'animo nel giorno s'addormentano per la
+conversazione degli amici, ma nella quiete della notte si destano le
+pene e gli amorosi pensieri. Pur, verso l'alba, un leggier sogno
+m'occupò le luci: neanche quel sogno mi lasciava riposare, perché mi
+rappresentava le parole e gli atti di Sofia. Parlava seco de' miei
+tormenti, l'abbracciava e baciava; e, pensando abbracciar lei,
+abbracciava me stesso e le lenzuola, e finalmente tutte fur larve e
+imagini del desiderato bene. Vien Trinca la mattina a sollecitarmi che
+m'alzi per partire, e m'interrompe cosí gran piacere.
+
+EROTICO. V'alzaste, vi poneste in viaggio per riscattar la madre e la
+sorella.
+
+ATTILIO. Che madre? che sorella? che viaggio? Tutte queste cose in
+tanto odio mi caddero, che maggior dispiacere non potea sentire, se
+col pensiero caduto vi fussi. Cosí, fingendomi indisposto, ci
+componemmo con Pandolfo di riposarmi per alcun giorno in casa sua, non
+mancando mai con soffrenza e umiltá batter l'inespugnabil rocca del
+suo pudico core. Quando mi passava da presso, la toccava un poco; e
+tanto m'eran piú care quelle rapite dolcezze, con quanti piú piacevoli
+sdegni e con piú modestia mi eran contese. E veramente la modestia è
+quella che dá spirito e ravviva la bellezza. Al fin mi rese certo che
+non meno ella mi amava, ch'era amata da me; come era donzella e gentil
+donna, che desiderarla per altro modo che per moglie, era un perder
+tempo. E veramente le sue azioni e maniere erano tanto oneste e
+d'incorrotta pudicizia, che mi toglievano ogni ardir di usarle
+violenza; e i suoi costumi mostravano lo splendor de' suoi natali e,
+anco schiava, mostrava la dignitá del suo merito. Cosí mi trovai servo
+della serva e schiavo della schiava. Al fin pagai ducento ducati, che
+per tanti Pandolfo l'avea riscattata; e feci libera chi ligato mi
+avea. Ma non tanto la feci libera del corpo, quanto ella mi rimase
+serva con l'animo. La sposai e fui possessor della sua bellezza. ...
+
+TRINCA. Deh, rassumete il fatto in breve somma, che, se volete
+raccontargli ogni cosa appuntino, consumaremo il giorno.
+
+ATTILIO. ... Cosí consigliato da Trinca, scrissi a mio padre da
+Vineggia, come fossi in Constantinopoli, che Costanza sua moglie era
+morta, e che avea riscattato Cleria per ducento ducati, e con lei me
+ne veniva a Nola--e portai Sofia mia innamorata sotto nome di Cleria
+mia sorella.--dove fin ora con grandissima consolazione vissuti siamo.
+Or considera, Erotico caro, che voglia abbia io di aver la tua
+Sulpizia per moglie, che non cambiarei la mia Sofia per quante reine
+ha il mondo.
+
+EROTICO. Non ascoltai mai narrazion di comedia con piú piacere, perché
+mi toglie da un mar di travagli. Or ditemi, come potremo aiutarci l'un
+l'altro?
+
+ATTILIO. Ho fatto la parte mia in comedia, il resto tocca a Trinca.
+
+TRINCA. Ho caro che il signor Erotico ascolti la mia invenzione,
+accioché non m'ingannassi il giudizio. Ascoltate, e non mi replicate
+insin al fin del mio ragionamento. Pardo vuol maritar Cleria col
+capitano, perché non gli dá dote; e Gulone parasito tratta le nozze.
+Proporremo voi a Pardo con la medesima condizione; e come che voi sète
+di maggior merito, stimo che l'otterremo. Poi diremo che Attilio vuol
+prender Sulpizia, perché il vecchio lo desia molto, e vuol che si
+sposino per la sera che viene. Diremo che volete abitare insieme, come
+amici di molti anni, o nella vostra o nella sua casa: il giorno,
+Sulpizia sará moglie di Attilio, e Cleria di Erotico dalla cintura in
+su; la notte, Sulpizia di Erotico, e Cleria di Attilio dalla cintura
+in giú; e bisogna scambiar le mogli fin che vive il vecchio, il qual
+non potrá viver molto.
+
+EROTICO. Se sposerò Cleria, come potrò goder la mia Sulpizia? e se
+Attilio sposerá Sulpizia, come potrá goder la sua Cleria?
+
+TRINCA. Con la vostra impacienza interrompete me e turbate voi stesso:
+se mi ascoltavate, come v'ho detto da prima, intendevate il modo.
+Troveremo un amico, lo vestiremo da prete e diremo che sia il
+parocchiano; e sposeravvi. Come poi il vecchio sará morto, vi
+sposarete con i legitimi modi.
+
+EROTICO. Ah, ah, ah, come si può trovar il piú bel caso, e da ridere?
+
+ATTILIO. E da rider, sempre che ce ne ricordaremo. Giá il cuor, ch'era
+sepolto nella disperazione, comincia a ravvivarsi nella speranza.
+
+EROTICO. Ed il mio respira, ch'era giá morto nell'angoscia; e giá
+spero posseder la mia Sulpizia.
+
+ATTILIO. Ed io la mia Cleria.
+
+TRINCA. Ed io la forca o la galera, se si scuopre.
+
+ATTILIO. Speriamo che amore e la fortuna ci favoriranno.
+
+EROTICO. L'invenzione è tanto bella, che porta seco i rimedi di tutti
+gli infortuni che ci potessero intervenire.
+
+ATTILIO. Speriamo bene, che il mal non manca mai.
+
+EROTICO. La forza d'amore è incredibile, quando egli guida gli
+avvenimenti: però speriamo in lui, che, come ha vinto tutti i dèi,
+cosí vincerá la fortuna.
+
+ATTILIO. Amore innamorò tutte le cose, non mai la fortuna.
+
+EROTICO. Non ci avviliamo ne' contrari avvenimenti.
+
+TRINCA. Non piú consigli: è fatta la rissoluzione, comincisi
+l'essecuzione. Abbiam bisogno di prestezza, perché il tempo ne
+stringe; e quanto ci ha nociuto la passata tardanza, tanto ci giovi la
+presente prestezza: il mondo è goduto da solleciti.
+
+ATTILIO. Eccoci all'ubbidirti.
+
+TRINCA. Voi, Attilio, perché i vecchi sono ostinati, e i loro cervelli
+si muovono al moto della luna, umiliatevi a vostro padre. Gli ostinati
+si vincono piú tosto con l'umiltá che con l'arroganza; e mostrate
+desiderar Sulpizia, ché, sí come l'avarizia s'inganna con la
+liberalitá, cosí col mostrarsi volontoroso s'inganna chi vi crede. E
+voi, Erotico, parlandovi il vecchio di voler Cleria, mostrategli
+desiderarla.
+
+EROTICO. Sará pensiero mio particolare: fingerò ben la parte mia.
+
+TRINCA. Né bisogna mostrar tanto affetto, che paia affettato.
+
+ATTILIO. Che faremo del parasito che, s'almen non ci impedisce, ci
+differisce?
+
+EROTICO. Che del capitano?
+
+TRINCA. Lasciate fare a me, che fra il parasito e il capitano, e
+ambidue col padrone ci porrò tanta zizania, che scompigliarò e porrò
+sossopra quanto s'è fatto.
+
+EROTICO. Trinca, non potendoti or render premio condegno, ricevi
+almeno la mia confessione: che ricevo da te la vita e l'onore e quanto
+bene ho al mondo, e spero col tempo fartelo conoscere.
+
+ATTILIO. Trinca, questo serviggio ti porterá tanto utile, quanto
+serviggio che sia fatto a persona che faccia professione di conoscere
+i benefici.
+
+TRINCA. Fate che i fatti corrispondano alle parole. Partetevi, ché io
+vo a ritrovare il padrone, per cominciar ad ordir l'inganno.
+
+EROTICO. Mi parto: a dio.
+
+ATTILIO. Tra tanto andrò a casa; ché amor mi ha fatto bussola di
+naviganti, che, volgendola di qua e di lá quanto si voglia, come si
+lascia libera, da se stessa si riduce alla sua tramontana: cosí né per
+travagli che mi turbino, né per affanni che mi molestino, da una
+amorosa violenza mi sento tirar dove splende la chiara luce della mia
+stella.
+
+
+SCENA IV.
+
+CLERIA, ATTILIO, TRINCA.
+
+
+CLERIA. Attilio, anima mia, fermatevi costí, ché son stata gran pezza
+aspettandovi in fenestra, per avisarvi che, se un poco piú foste
+tardato, non areste trovata la vostra Cleria in casa.
+
+ATTILIO. Non vi dolete, occhio mio caro.
+
+CLERIA. Qual miseria è che pareggi la mia? Mi sento l'anima cosí
+ristretta nel cuore, che son per cader morta; né posso imaginarmi come
+questa tormentata anima possa reger questo tormentato mio corpo.
+
+ATTILIO. Non vi struggete, o signora, piú cara a me che la luce degli
+occhi miei.
+
+CLERIA. Pensavami che la fortuna,--poiché dall'uscir delle fascie
+cominciò a farmi guerra, avendomi da bambina fatta preda de' turchi,
+privatami de' miei cari genitori, fattami serva di genti barbare,
+ricomperata come schiava,--avesse mutato proposito e volesse
+ristorarmi de' danni passati col farmi ambiziosa del titolo di vostra
+schiava, il che lo stimava per mia somma ventura. Ma or mi fa peggio
+che mai, ché vuol rovinarmi in tutto; perché questo sospetto cosí
+m'inamarisce ogni bene, che mi toglie la speranza di non aver a sperar
+mai piú favilla di luce: e pur vivo? Son nata pur disgraziata!
+
+ATTILIO. Io, dal primo punto che vi viddi, fui cattivato nell'amor
+vostro: però assicurativi, signora, che non meno a me duole il
+separarmi da voi, che voi da me, parendomi impossibile che l'un possa
+vivere senza la vita de l'altro. E come potrei io vivere, se i spiriti
+miei non prendessero alimento da una certa virtú celeste, che sta
+occulta negli occhi vostri, dai quali prende vigor la mia vita? E
+tante volte mi ravvivo e rinasco nella mia istessa vita, quante volte
+vi miro. Son vostro, voglio esser vostro e, ancor che voi non voleste,
+pur son vostro; né tutto il mondo basta a far che non siate mia,
+poiché dalla vostra libera volontá me vi deste. Niuna cosa m'è cara
+piú di voi; e chi mi togliesse voi e mi desse tutto il mondo, non mi
+farebbe nulla, ché in voi sola è tutto quel ben che posso desiderare
+nella mia vita.
+
+Cleria. O caro, o caro cor mio, volete scemar i vostri meriti per
+accrescer i miei, che non ne ho niuno. Ma le vostre parole vengono
+dettate dalla vostra bontá, che avanzano di gran lunga i miei meriti:
+e tutte quelle lodi che mi date, tutte si piegano in voi, come i raggi
+del sole che, percotendo nei specchi, si piegan con piú forza: però,
+se alcuna cosa in me fusse di buono, tutto vien da voi stesso, che mi
+conferisce quelle qualitá che voi dite: però resto consolata nelle
+vostre consolazioni. Laonde con l'amor che mi portate, chiamate a
+consiglio il bel vostro discorso, e consideriamo s'è meglio fuggir di
+casa e andar dispersi per lo mondo. Conducetemi per dove volete, per
+luoghi deserti e senza via: vi son stata compagna nelle prospere, cosí
+vi sarò nelle fortune calamitose. È ferma deliberazione dell'anima mia
+non esservi renitente in cosa alcuna: non mi riterrá né muro né terra
+né cielo, seguane quel che si voglia; pur che sia insieme con voi,
+ogni luogo m'è patria, ogni fatica m'è dolce, niun pericolo mi
+spaventa. E veramente per amor non si denno stimar i pericoli.
+
+ATTILIO. Non vorrei, cuor mio, andando cosí di fuori, perder quello
+che ho in casa. Venendo con voi da Vineggia, mi parea esser un di quei
+che navigano di notte con una nave di cristallo, che temono sempre
+incontrarla e romperla in ogni scoglio.
+
+CLERIA. Se segue quel che disegna vostro padre, questa sera sará il
+fin della nostra giornata, e resterá per noi una notte perpetua; e
+certo saria una notte, ché d'allora innanzi non sperarei veder altro
+sole. Però facciamo come quelli che han fatto naufragio, che per non
+morire s'attaccano ad ogni tavola che s'incontrano.
+
+ATTILIO. Ahi, ch'essendo in casa mia, pensava esser in porto, dove
+sperava riposo di tutte le nostre amorose tempeste!
+
+CLERIA. Maladetto porto, dove s'affondano tutte le nostre speranze, e
+dove rabbiosi corsari cercano spogliarci de' nostri preciosi tesori:
+parvi bel porto questo?
+
+ATTILIO. Anima mia, con la speranza del bene rasserenate la mente e il
+volto, e con le lacrime non ci facciamo cosí tristo augurio, se non
+per altro, almeno per non dar tormento a me; ché a voi non piove una
+minima lacrimuccia dagli occhi, che a me tutti non siano rivi di
+sangue, che mi piovono dal cuore.
+
+TRINCA. E quando finiranno tante parole?
+
+CLERIA. Dolcissimo mio bene, non posso far che la miseria, dove mi
+trovo, non mi trafigga: bisognarebbe un cuor di sasso per non dolermi.
+Mi sforzerò chiuderla nel mio cuore, ché ho piú a caro il vostro
+contento, che di sfogare il mio dolore.
+
+ATTILIO. Statemi, di grazia, allegra e di buona voglia, ché il tempo
+suol apparar occasioni di remedi, e nelle adversitá far cuor franco e
+valoroso.
+
+TRINCA. Che tanti cicalamenti! Ecco vostro padre.
+
+ATTILIO. Trattienlo un poco.
+
+CLERIA. Venite su e rallegratemi.
+
+TRINCA. Sí, sí, cicalate un altro poco.
+
+ATTILIO. Non m'impedite, di grazia, che trattiamo cosa per uscir da
+affanni.
+
+CLERIA. E come?
+
+ATTILIO. Non ho tempo di dirlo.
+
+CLERIA. Perdonatemi di grazia, ché la dolcezza di parlar con voi mi fa
+trapassare i vostri comandamenti.
+
+TRINCA. Vostro padre v'è cosí da presso, che vi vede. Andate su e,
+poiché sète accordati in parole, accordatevi in fatti: informatela
+bene del negozio e fatecelo toccar con mano.
+
+
+SCENA V.
+
+PARDO vecchio, TRINCA.
+
+
+PARDO. Trinca, dove è Attilio?
+
+TRINCA. A casa; e stimo ch'abbia una gran facenda per le mani.
+
+PARDO. Io son molto mal sodisfatto di lui, perché non li vedo far cosa
+che mi vada a gusto: è tanto mutato da quel di prima, che non mi par
+desso. Da quel benedetto giorno--per non dir maladetto,--che menò la
+sorella da Costantinopoli, menò seco la cagione della sua ruina. Ahi,
+tardo mio pentimento! Tutti i suoi pensieri tendono all'ozio. Prima,
+se alzava inanzi giorno, andava alla messa, poi allo Studio, tornava a
+casa, si poneva a studiare; e quando era l'ora del desinare, con gran
+fatica lo poteva distaccar da' libri; poi si dicea l'ufficio della
+Madonna: tutto diligenza, ubidienza e divozione. Or, tutto il giorno
+in letto, non s'alza insin ad ora di desinare, non si parte da casa
+mai; ad ogni altro pensa fuor ch'allo studio; è divenuto insolente,
+mal creato, e mi beffeggia. Non va piú a messe, non dice officio; e la
+buona educazione, ch'ornava il suo nascimento, è tolta via da usanza
+cosí cattiva.
+
+TRINCA. Padrone, chi prattica con zoppi, al fin impara a zoppicare:
+vostro figlio è stato in Turchia, dove non s'odono messe, né si dicono
+uffici--ché ben sapete che i turchi son mali cristiani,--né si usa
+levar mattino, né si va a Studio; anzi coloro che attendono a simili
+cose, li chiamano _catamelechi_, cioè uomini di poco conto.
+
+PARDO. Tutto il giorno a gracchiar con la sorella, e rider fra loro; e
+quando io vi son presente, _pis pis_ dentro l'orecchie, e dagli atti e
+cenni conosco che si burlano de' fatti miei, si parlano in zergo e mi
+danno la baia, e stimano che non me ne accorga.
+
+TRINCA. Quello che voi chiamate zergo, son parole turchesche; e l'usa
+per farsi intendere dalla sorella che non intende ben l'italiano; e
+cosí mezo turchesco parlano delle cose di Costantinopoli.
+
+PARDO. Per dirtela, tratta troppo licenziosamente con la sorella: si
+baciano, si succhiano, si toccano, e fanno tutto il giorno alla lotta,
+l'un sopra l'altra, quasi che non se la pone di sotto.
+
+TRINCA. Son sorelle e fratelli carnali al fine, e il sangue tira e fa
+l'ufficio suo. E la legge maumettana di lá comanda che le sorelle e
+fratelli trattino fra loro con molta amorevolezza: sará bisogno
+smaumettarsi a poco a poco. Poi vostra figlia è allegra di condizione,
+burla volentieri, e or tanto maggiormente, che si vede libera dalla
+servitú turchesca e in casa di suo padre e fratello: e questa
+amorevolezza la chiamano in turchesco _tubalch_.
+
+PARDO. Io non voglio che non trattino insieme con molta amorevolezza,
+ma in fin ad un certo termine onesto e di creanza, e non con modi cosí
+disonesti e di scandalo a chi li vede. Son tali, che m'hanno scemato
+gran parte dell'amor che li portava; e se mi son mai pentito di cosa
+mal fatta, mi son pentito di averlo mandato in Turchia a riscattar la
+sorella, perché ho comprato il mio male, e, per ricovrar la figlia, ho
+perduto i danari, la figlia, il figlio e me stesso, per il dispiacer
+che mi dánno.
+
+TRINCA. In Turchia è usanza.
+
+PARDO. E pur con Turchia, Turchia: il canchero che ti mangi! tutte le
+mal creanze le scusi con Turchia. Ti conosco per un scappato da mille
+forche; quanto piú gli scusi, piú l'accusi: se pur son usanze
+turchesche, or che siamo tra cristiani, bisogna viver da cristiani.
+
+TRINCA. Se voi l'aveste maritata, sareste uscito da intrico.
+
+PARDO. Non ho trovato cosa a proposito.
+
+TRINCA. Sète di quei padri che prima muoiono, che maritano i figli,
+per non contentarsi mai.
+
+PARDO. Or ho deliberato dar Sulpizia per moglie ad Attilio, e vo' che
+mi ubedisca, cosí per l'obligo che mi tiene di figlio, come per
+l'onestá della dimanda, e come per l'amor che mi porta: ché l'amor e
+l'ubedienza son sorelle carnali.
+
+TRINCA. V'è tenuto per obligo, e farallo per cortesia e per amore.
+
+PARDO. Se ben è tenuto per obligo, facendolo per amore e cortesia,
+l'averò quello obligo io, che devo alla sua cortesia e amorevolezza. E
+vo' dar Cleria al capitano, e mi liberarò della servitú di aver femine
+a casa. Ho conchiuso iersera il parentado, e vo' che si sposino al
+tardi. In questo vorrei che usassi la tua astuzia, overo che non
+l'usassi contro me, ch'io non posso essere tanto studioso a
+guardarmene, quanto tu ingegnoso ad ingannarmi. Ben sai che ho san
+Mazzeo vicino a casa, e quel medico di casa Querciuolo, che ti suol
+medicare le spalle, quando il ricercano. Vorrei che li persuadessi a
+non esser ostinati, ché non venghi con loro a termini poco onorevoli,
+come non ho fatto per lo passato.
+
+TRINCA. Egli non ricusa Sulpizia, ce l'ho proferta da vostra parte: ne
+ha tanta voglia, che non vede l'ora che sia sera. Di Cleria non
+bisogna aver tanta fretta.
+
+PARDO. Che vuoi che se invecchi in casa e poi non trovi can che la
+fiuti? è meglio purgar la casa delle femine, che della peste. Avendo
+quel capitano, ará la buona ventura.
+
+TRINCA. Anzi l'arcimala ventura.
+
+PARDO. Che li manca?
+
+TRINCA. È troppo giovane: lasciamolo invecchiare un altro poco.
+
+PARDO. Non ha quarant'anni.
+
+TRINCA. Ha quaranta malanni. Ne ha piú di sessanta: e che altro sono
+quei peli bianchi, che un richiamo di giovani, che dieno quello a
+vostra figlia, che non può darle il marito? Egli è come un asino
+zoppo, a cui mancando le forze del suo natural potere, si cade tra
+via, bisogna alzarlo a due mani e porlo per la strada. E se ben si
+vanta che sia stato colonello e generale di esserciti, credo ch'adesso
+non servirebbe se non per lancia spezzata.
+
+PARDO. S'inchina assai volentieri a questo.
+
+TRINCA. Di ciò statene sicuro, sta l'importanza nel potersi drizzare.
+
+PARDO. È ricco.
+
+TRINCA. Sí, d'anni; ma povero di robbe e di cervello, puzza di
+fallito, e ogni giorno piglia dinari a perdita; e se ben s'ha
+consumato tutto il suo patrimonio a dadi, non consumará certo il
+matrimonio con vostra figlia. Con quelle sue bravaríe se vuol smaltir
+per quel che non è. Si pasce d'aria e vive di ruggiada come le cicale,
+mangia a tavola con la gloria e ambizione, e, essendo un becco, si
+vuol servir di vostra figlia per una vacca. E per mantener quel fumo
+del suo camino, quando ella non consentirá, con una furia di bastonate
+le fará far quel che vuole; talché mangiará sempre piú bastonate che
+pane.
+
+PARDO. È gentiluomo.
+
+TRINCA. Di casa Capodicervo, che ha piú corne in capo che capelli;
+suona di cornamusa, e s'udiranno per tutta Nola il suono de' suoi
+cornetti.
+
+PARDO. N'ho buona informazione dal parasito: ne sta innamorato. Di che
+ridi?
+
+TRINCA. Non rido che stia innamorato; ma chi si vuol innamorar di lui?
+E poi date credito a quel furfante, feccia d'uomo: li servirá per
+ruffiano a condurgli gli uomini a casa. Senza che, va dicendo mal di
+voi per Nola, che sète un pidocchioso; e fa le croniche della miseria
+di vostra casa: che sempre bevete il vin che si guasta, e, prima che
+finiate di ber quello, cominciate l'altro che si guasta; e che, quando
+viene a mangiar con voi, lo fate stentar in aspettar fino a
+mezogiorno; e che s'alza da tavola piú vòto che quando ci venne.
+Talché voi non l'invitate a mangiare, ma a digiuno, vigilia e
+penitenza.
+
+PARDO. Mira furfante, che si pone in bocca certi pezzi massicci di
+carne e certi bocconi tanto stravagantemente grandi, che non se li può
+voltar per la bocca, e li trabocca giú come li mandasse in una cloaca,
+e con tanta furia che non mangia, ma trangugia; non beve, ma tracanna,
+ingorga e fa grondare il vino nello stomaco; che noi appena cominciamo
+a scaramucciare, ch'egli ha finito il fatto d'arme, che par figlio
+della fame, padre del diluvio, nipote della carestia, e pone tanta
+robba in una volta in quella sua voragine, quanto basta una settimana
+in casa mia: par che la fame ce l'abbia inviato per castigo della casa
+mia.
+
+TRINCA. E dice queste e altre cose.
+
+PARDO. Che altre?
+
+TRINCA. Mi vergogno di dirle.
+
+PARDO. Dille in tua malora, ché mi fai venir la rabbia.
+
+TRINCA. Dice che patite di non so che infirmitá di stomacali, e che ci
+avete tanto prorito, che andate cercando chi ve li gratti.
+
+PARDO. Mente e stramente per la gola.
+
+TRINCA. E dice averlo inteso da molti.
+
+PARDO. Mente per l'orecchie.
+
+TRINCA. Ed egli conosce all'odore esser cosí.
+
+PARDO. Mente per lo naso.
+
+TRINCA. E che lo stima esser verissimo.
+
+PARDO. Mente per lo cervello. E tu non sai che ciò è una bugia?
+
+TRINCA. E per questo è un ribaldo, perché dice quello che non fu mai;
+e il peggio è, che le genti lo credono, perché lo veggiono pratticare
+tanto domesticamente in casa vostra, che possa sapere i vostri
+secreti.
+
+PARDO. Lo castigherò ben io.
+
+TRINCA. Gulone è come il canchero che, quanto meglio lo nudrite, piú
+incancherisce e infistolisce.
+
+PARDO. Che rimedio ci sará?
+
+TRINCA. Quello degli infranciosati: con una dieta di pane e di acqua
+per quaranta giorni, ché lo consumi la fame e la sete in fin all'ossa.
+Come se li manca la biava, andrá via. Però torniamo a noi. È troppo
+gran peccato dar cosí degna figlia a quel cervellaccio che riesce cosí
+cattivo per ogni banda.
+
+PARDO. La vuol senza dote, e il maritar una figlia senza dote è
+qualche cosa: l'ho riscattata da' turchi e, or volendole dar dote,
+sarebbe un riscattarla di nuovo.
+
+TRINCA. Meritano i suoi buoni costumi d'esser riscattata diece volte,
+se bisognasse. Ma noi abbiamo Erotico piú ricco e nobile e d'altri
+costumi: e vi fa la medesima offerta.
+
+PARDO. Che faresti tu, se fusse tua figlia?
+
+TRINCA. Se fosse voi?
+
+PARDO. Fa' conto che ci sei: consigliami.
+
+TRINCA. Non per consigliarvi, ma essendo nell'esser vostro, questo
+partito mi parrebbe tanto buono, che non potrei dir di no.
+
+PARDO. Farò quanto tu dici: ché, non avendo errato mai con l'aviso de'
+tuoi avertimenti, voglio assicurarmi in questo ancora. Facciamo che
+amboduo si sposino per la sera.
+
+TRINCA. Come comandate.
+
+PARDO. Di' a mio figlio che si ponga in ordine, ch'io aviserò Orgio,
+zio di Sulpizia, del medesimo. Di' ad Erotico che venghi a trovarmi, e
+appuntiamo il tutto, ché, quando le persone sono d'accordo, è mal il
+differire, ché sempre si pone in mezo occasione di disturbi.
+
+TRINCA. Farò il tutto come m'imponete.
+
+
+
+
+ATTO II.
+
+
+SCENA I.
+
+GULONE parasito, solo.
+
+
+GULONE. Sempre ch'odo sputar filosofia da questi savioni, odo dir che
+la natura è stata a noi benignissima madre. O che mai nascessero piú
+filosofi, e che si perdesse, in tutto, il collegio e la razza loro!
+perché, quando discorro fra me, trovo tutto il contrario: che la
+natura ci è stata capitalissima nimica nel farci del modo che ci ha
+fatto. A che proposito far duo occhi, due orecchie, due faccie, due
+mani, due piedi, duo spalle, ed una bocca, dove sta tutta
+l'importanza? ché l'uomo vive per la bocca, e non per gli occhi né per
+l'orecchie. A che proposito far le budella cinquanta palmi lunghe,
+accioché peniamo tutto un giorno fin che il cibo si rassetti, si
+prepari e si smaltisca, e il gargarozzo, per lo quale sentiamo il
+gusto e l'esquisitezza de' cibi saporiti, di tre diti? ch'appena
+mangiato un boccone, cala giú, sparisce subito, come si mangiato non
+l'avesti? Doveva far il gargarozzo lungo un miglio, ché, calando giú
+per quello il cibo, durasse il diletto tutto un giorno; e le budelle
+far tre diti, dalla gola al buco di sotto, largo, aperto, che, subito
+inghiottito, uscisse fuori, e fusse l'introito uguale all'esito. A che
+proposito consumar tutto il corpo in gambe, in braccia e testa, e il
+ventre farlo picciolo? or non potea farlo come un sacco, per poter
+insaccar robbe assai? Che dispiacer si trova uguale a quello che di
+trovarsi in una tavola abondante e ben fornita di vivande e di vini
+eccellentissimi, poi aver un corpo picciolo e non poter divorare? ché
+tanta è la rabbia e la disperazione, che vorrei allora con un coltello
+forarmi la pancia per poterlo cavar fuori e tornare a riempirlo.
+Almeno ci avesse una apertura nel ventre, che si aprisse e serrasse
+con bottoni come le vesti, ché, dolendoci il ventre o essendo troppo
+pieno, potessimo guardar che cosa sia dentro, e poi tornar ad
+affibbiarlo. A me par che sia stata benignissima madre agli animali,
+perché ha fatto al bue, alla capra e agli uccelli una saccoccia alla
+gola, ché il cibo ingoiato si riceve in quella, e dopo mangiato
+ruminano quel cibo, e mangiano di nuovo, e si trattengono tutta la
+notte. Or non potea farne un'altra all'uomo? accioché, trovandosi a
+mangiar ne' tinelli, dove per la fretta bisogna tranguggiare i bocconi
+senza masticargli, poi quando fussimo a casa, li potessimo ruminar di
+nuovo? Ha fatto al Gulone un budello largo e breve, che, quando è ben
+satollato, passando per mezo a dui arbori stretti, scarica il cibo da
+dietro, e poi torna a satollarsi di nuovo? Non poteva la natura farmi
+una bestia come queste? darmi fame di lupo, bocca di rana, pancia di
+rospo, collo di grue, denti di cane, due lingue di serpe, stomaco di
+sturzo, che bevesse come cavallo, dormisse come ghiro e cacasse come
+una vacca?
+
+
+SCENA II.
+
+TRASIMACO capitano, GULONE.
+
+
+TRASIMACO. Riniego Marte, se non t'ammazzo; ché ti son gito cercando
+per tutte l'ostarie, dubitando che non fossi restato in pegno, per
+riscattarti.
+
+GULONE. M'hai interrotto un discorso che facea contro la natura.
+
+TRASIMACO. La natura fu sempre tua nemica, e sempre le fosti
+contrario.
+
+GULONE. Come uomo di poco spirito, non posso penetrar nella grandezza
+e magnificenza sua, né toccarne il fondo.
+
+TRASIMACO. Nascesti col cervello a roverscio, però tutte le tue cose
+vanno al roverso: schivi le cose straordinarie e ti servi del
+snaturale. La forca che ti appicchi per la gola!
+
+GULONE. Appicchimi per dove vole, ma non per la gola: la vo' intiera e
+sana per me.
+
+TRASIMACO. Ma dimmi s'hai ragionato con Pardo.
+
+GULONE. Sí, bene.
+
+TRASIMACO. L'hai detto che son un Rodomonte, un Alessandro Magno de'
+nostri tempi? non rispondi, furfante?
+
+GULONE. Non posso far ragionamenti, per la gola secca che ho.
+
+TRASIMACO. Tu a me menti per la gola? Mira a che pericolo ti poni.
+
+GULONE. Dico che, per la gola secca che ho, non posso formar
+ragionamenti.
+
+TRASIMACO. In somma hai conchiuso le nozze?
+
+GULONE. Se non bevo una voltarella e inumidisco il palato e la lingua
+e ristoro la virtú, vengo meno.
+
+TRASIMACO. Non puoi dir sí o no?
+
+GULONE. Son cosí affamato, che vedrei la fame nell'aria: il ventre sta
+vòto e si bacia con la schena di maladetti baci. Ascolta come
+gorgoglia.
+
+TRASIMACO. Che sei di razza di cavalli, che, quando stai digiuno, il
+ventre gorgoglia? Odi.
+
+GULONE. Non odo, ché le budelle fanno tanto rumore che m'impediscono
+l'udire.
+
+TRASIMACO. Non mi promettesti iersera darmi la risoluzione del
+matrimonio?
+
+GULONE. È vero che l'ho promesso; ma, venendo a casa vostra, mi
+incontrò un amico, mi portò a casa sua, e mi diè a ber vini tanto
+grandi e fumosi, che m'empirono lo stomaco e il capo di fumi, che non
+vedeva la via per tornare, e fu bisogno dormir a casa sua.
+
+TRASIMACO. Affogaggine! Mancar della promessa non è ufficio d'infame?
+
+GULONE. Veramente, sí; ché, se non fussi stato in fame, non sarei
+andato a casa sua, ma sarei venuto alla vostra.
+
+TRASIMACO. Dico che non è ufficio d'uomo da bene.
+
+GULONE. Io non fui mai uomo da bene, né ci voglio essere: se ci fussi,
+mi morrei di fame. Io son ladro, buggiardo, furfante e ruffiano, e
+cosí sguazzo il mondo.
+
+TRASIMACO. Cosí tratti gli amici?
+
+GULONE. Io non ho amici altro che il principe della Trippalda, che è
+il maggior amico che abbi: la trippa vacua è il maggior nemico.
+
+TRASIMACO. Ed è possibil che tu non vogli ragionar se non di mangiare?
+
+GULONE. E tu di donne e di amori? Non ci è differenza tra l'amor mio e
+il tuo: io fo l'amor con vitelle mongane, tu con vacche: carne ami tu,
+carne anco io: tu cruda e io cotta; e tanto è miglior l'amor mio del
+tuo, quanto è miglior la carne cotta della cruda. La carne cotta è
+saporita e odorata, la cruda puzza, è schiva e s'abborrisce; e come tu
+or fai l'amor con questa e or con quella, e sfoghi quei tuoi sfrenati
+desidèri: e io, contra una tavola ben abondante, come un sfrenato
+innamorato, or mordo poppe di vitelle fredde, or inghiotto i tordi
+grassi--che stringendoli con i denti, mi cola di qua e di lá il
+grasso,--or bacio becchieri e bottiglie, piene di vini brillanti e
+saltellanti, con saporitissimi baci, e sfogo l'ingordo desiderio del
+mio ventre. E mentre mi trastullo con questi, fo l'amor con le
+porchette, che si stanno arrostendo, pascendomi intanto di quei soavi
+odori.
+
+TRASIMACO. Io stimo che con quella gloria e animoso ardire con cui io
+entrerei in un steccato, tu in una tavola ben acconcia.
+
+GULONE. La tavola ben acconcia è il mio steccato, dove, con uno
+glorioso appetito e animosissimo ventre, mi riduco assai volentieri a
+scaramucciare e menar le mani.
+
+TRASIMACO. Non piú, ché ragionando di mangiare non finiresti tutto
+oggi. Hai conchiuse queste benedette nozze?
+
+GULONE. Ed è possibile che, come si tratta di ammogliarsi, vorrebbe
+ciascuno che le cose si trattassero a staffetta, e che volassero?
+Poveretti! non vedete che quanto piú presto la togliete, piú presto vi
+viene a fastidio, e vi pentirete?
+
+TRASIMACO. Sei molto pigro a trattare i negozi.
+
+GULONE. Son pigro, secondo il tuo desiderio; ma presto, secondo il
+mio: a chi desia non si fa cosa con tanta prestezza, che non paia
+tarda. Dice che, volendola senza dote, venghi a sposarla.
+
+TRASIMACO. Ti ringrazio della nuova.
+
+GULONE. Che pensi col ringraziamento avermi pagato, come se m'entrasse
+in corpo e me cavasse la fame e la sete? Troppa ingiuria fai tu al mio
+ventre.
+
+TRASIMACO. Troppa ingiuria fai tu alla mia liberalitá, ché sai che non
+tengo le mani chiuse, quando bisogna. Portami la risposta e vieni a
+mangiar meco, ch'io fra tanto farò porre in ordine e arò protezion del
+tuo ventre.
+
+GULONE. E io fra tanto porrò in ordine l'appetito.
+
+TRASIMACO. Vuoi che ci sia della lacrima?
+
+GULONE. Della lacrimissima.
+
+TRASIMACO. Del greco?
+
+GULONE. Del grechissimo.
+
+TRASIMACO. Ti aspetto con la buona nuova.
+
+GULONE. Novissima buonissima. Or batto: _toc, toc_.
+
+
+SCENA III.
+
+TRINCA, GULONE.
+
+
+TRINCA. Volpino, sali su quelle legna.
+
+GULONE. (Legna per far fuoco per lo banchetto, ché Pardo ha promesso
+invitarmi a pranso. Ma queste legne non mi fan buono augurio,
+canchero!).
+
+TRINCA. Ti venghi a mente recar le corde.
+
+GULONE. (Di cembali e di leuti, ché mi fará una musica. Ma appresso al
+«canchero», quel «ti venga» pur mi fa malo augurio).
+
+TRINCA. Non ti smenticar di cinquanta nespole acerbe.
+
+GULONE. (Son frutti dopo pasto; ma pur le nespole acerbe solemo
+chiamar le bòtte. Ma vien fuor Trinca).
+
+TRINCA. Gulone, che si fa?
+
+GULONE. Bene.
+
+TRINCA. Non è tua usanza.
+
+GULONE. Ti viene a visitar un tuo amico carissimo.
+
+TRINCA. Io non vo' amici carissimi, ma di buon prezzo, ché ho pochi
+dinari. Che sei venuto a far a quest'ora?
+
+GULONE. E tu non sai l'usanza mia?
+
+TRINCA. Non mi ricordo.
+
+GULONE. M'è venuta una disgrazia, la maggior che mi possa venire.
+
+TRINCA. Dimmela, se non è cosa di stato.
+
+GULONE. Mi muoio della maladetta fame: io son venuto a sguazzare col
+tuo padrone.
+
+TRINCA. Sguazzarai come un cavallo per un pantano: il mio padrone sta
+irato teco.
+
+GULONE. Scusa di mal pagatore: perché l'ho maritata la figlia, per non
+darmi la mancia, finge il colerico. Questo è il frutto dell'obligo?
+Va' e stenta tu. Io vo' che mi faccia il beveraggio bonissimo.
+
+TRINCA. Ha promesso farti buttar in un fiume, ché beva benissimo.
+
+GULONE. Che ha egli meco?
+
+TRINCA. Essendosi informato del capitano, ha ritrovato tutto il
+contrario di quanto gli hai detto; e se avesse fatto il matrimonio
+sotto la tua parola, arebbe annegata la figlia. Hai torto ingannarlo
+cosí.
+
+GULONE. Come egli ha ingannato me, cosí ho ingannato lui.
+
+TRINCA. Non sai tu ch'egli sostiene quelle sue grandezze con l'ombra
+delle bugie e con falsa fama? E il peggio è, che hai detto mal di lui
+al capitano...
+
+GULONE. Possa digiunar un mese, se è vero.
+
+TRINCA. Giurane su questa orecchia d'asino!
+
+GULONE. Ho sempre dubitato che fussi un asino; ma or che me ne mostri
+l'orecchio, ti stimerò tale da oggi avanti.
+
+TRINCA. ... Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi
+certe minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe
+torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte.
+
+GULONE. Trinca, è vero che ho detto che non posso aver peggio, quando
+le cose non son bene apparecchiate, ché il buon apparecchio è il
+quinto elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal
+cuoco, quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste
+di cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il
+salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si può far alle
+torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati sopra? il
+brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal
+impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente,
+dolce, gagliardo e piccante? ché ci bisognarebbe la fame arcigulonica
+per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e non del
+mancamento.
+
+TRINCA. Tu sai che sempre sei stato in capo alla tavola; e ogni cosa è
+venuto innanzi a te, e tu fai la parte e dái quel che ti piace a gli
+altri; e ti sei alzato da tavola con la faccia piú rossa di un gambaro
+boglito.
+
+GULONE. È vero.
+
+TRINCA. Perché dici il contrario, quando mangi con altri? e quando
+mangi con noi, dici mal di loro?
+
+GULONE. E perciò vuoi entrar in colera meco?
+
+TRINCA. Il capitano ha detto tant'altre cose di te al padrone, che non
+si direbbero di un boia.
+
+GULONE. Che può dolersi di me il capitano? Che sia maledetta quella
+puttana che lo cacò!
+
+TRINCA. Che, andando tu in casa sua, ti fará dar cinquanta bastonate.
+
+GULONE. Vada in bordello egli e la sua razza! (Queste son quelle legne
+che dicea poco innanzi, e cinquanta nespole acerbe).
+
+TRINCA. Il padrone ha giurato farti dar altre cinquanta bastonate.
+
+GULONE. Cinquanta bastonate piú o meno poco importa.
+
+TRINCA. Farti romper la testa e sfreggiarti il volto.
+
+GULONE. Facciami quel che vuole, gli sarò sempre amico e non mi
+allontanarò dalla sua tavola.
+
+TRINCA. Farti ligar in una camera terrena:...
+
+GULONE. (Queste son corde ch'io stimava di cembalo).
+
+TRINCA. ... e farti dieci crestieri il giorno, accioché evacui bene;
+poi attaccarti con i piedi in su, finché vomiti quanto hai mangiato in
+casa sua; poi darti due fette di pane il giorno e un becchiero
+d'acqua...
+
+GULONE. Cacasangue! Se mi ci coglie, mi facci il peggio che sa.
+Rompermi la testa, darmi cinquanta bastonate, cavarmi un occhio e
+sfreggiarmi la faccia, son cose ch'all'ultimo si ponno sopportare. Ma
+quel star a trippa vacua e senza mangiare, son cose insopportabili.
+
+TRINCA. ... Ha ordinato a Mazzafrusto e a Sgraffagnino che stieno alla
+posta, che subito entrato in casa ti attacchino bene.
+
+GULONE. Se mi lascio prendere da Mazzafrusto che mi frusti e ammazzi,
+e da Sgraffagnino che mi sgraffigni! a dio, a dio.
+
+TRINCA. Ascolta una parola...
+
+GULONE. Non ascolto parole.
+
+TRINCA. ... che importa molto.
+
+GULONE. Che cosa?
+
+TRINCA. Vieni, ché il padrone ti aspetta a tavola con un piatto di
+maccheroni straordinariamente grossi, che appena ti capiranno nella
+bocca.
+
+GULONE. Le tue parole m'hanno sconcio lo stomaco di sorte, che, se non
+vado a ristorarmelo altrove, non sará ben di me oggi.
+
+TRINCA. Oh, come scampa il poltrone! giá li par aver Mazzafrusto e
+Sgraffagnino alle spalle, che lo menino alla dieta. Il medesimo farò
+col capitano: porrò tanta zizania fra costoro, che li condurrò che
+venghino alle mani e si rompino le teste. Andrò al padron giovane a
+dirli quanto si è oprato in suo serviggio.
+
+
+SCENA IV.
+
+BALIA, EROTICO, PARDO.
+
+
+BALIA. Sulpizia smania e non trova luogo per la gelosia di Cleria; mi
+manda se può saper da Erotico alcuna cosa di nuovo.
+
+EROTICO. O balia, di' a Sulpizia mia, che trattiamo or cosa onde spero
+che sarem nostri.
+
+BALIA. Parlatemi, di grazia, piú particolarmente, e liberatela da tal
+passione.
+
+EROTICO. Basta, saprá ogni cosa, e verrò io a dirglielo. Ma parteti da
+me: presto, presto, scòstati.
+
+BALIA. Perché mi scacciate cosí da voi?
+
+EROTICO. Per cosa che importa, lo saprai poi: scòstati, allontánati da
+me.
+
+BALIA. Che fretta! orsú, mi parto.
+
+EROTICO. Vorrei l'avessi fatto prima che detto. (Veggio Pardo venir
+alla volta mia, e stimo che venghi a ragionarmi delle nozze: non
+vorrei che, veggendomi ragionar con una vecchia, entrasse in sospetto
+che stessi innamorato).
+
+BALIA. (Il cacciarmi che fa Erotico con tanta fretta da sé, mi fa
+sospettar qualche male. Veggio Pardo andar verso lui: qualche trama
+v'è).
+
+PARDO. (Veggio Erotico; e mi par certo un gentil giovane: vien a me,
+vo' riceverlo come figlio). Ben venghi il mio caro Erotico, il mio
+carissimo figliuolo.
+
+EROTICO. Dio vi accresca salute e vita, mio carissimo padre e padrone:
+padre in amore, padrone in riverenza. Vo' baciarvi le mani.
+
+PARDO. Non mi fate questo torto, ché non lo comporterò: volete
+vincerla pure?
+
+EROTICO. Perché è mio debito di farlo.
+
+PARDO. Poiché dite che mi sète figlio, potrete trattarmi come vi pare.
+
+EROTICO. E voi usando questi termini di cerimonie con me, è un quasi
+non tenermi per quell'amorevol figlio, che dite che io vi sia.
+
+PARDO. Copritivi.
+
+EROTICO. Desiderava in atto di riverenza star cosí; ma, poi che volete
+che mi cuopra, mi coprirò, essendo l'ubbidire un termine di creanza.
+
+PARDO. Cosí merita un par vostro, nobile, ben creato e virtuosissimo.
+
+EROTICO. Troppo gran cose stringete in breve fascio. Ma io vi resto
+con tanto maggior obligo, quanto meno conosco di meritarlo.
+
+PARDO. Giá stimo che Trinca mio servo e Attilio mio figliuolo v'abbino
+detto quanto desiderio io abbia di apparentar con voi...
+
+EROTICO. Ed il desiderio, che ho di servirvi, è cosí vivo e ardente,
+che non so che fare che da voi fossi creduto.
+
+BALIA. (Fanno fra lor molte belle parole: vediamo dove riusciranno).
+
+PARDO. ... e però darvi Cleria, la mia figlia, per moglie. ...
+
+EROTICO. Conosco non meritarla per le sue rare qualitá; ma l'accetto
+per l'affezion che le porto, e per desiderio che ho di servirla.
+
+BALIA. (Ohimè, parlano di dargli Cleria per moglie!).
+
+PARDO. ... E stimo ancor che v'abbino riferito, che non son per darle
+dote altrimente.
+
+EROTICO. Mi basta la dote delli suoi meriti, la qual è piú tosto
+soverchia che bastevole; e io mi terrò ricchissimo, se mi vedrò
+possessore di sí infinito tesoro di grazie: onde mi parrebbe farle
+gran torto se non la rifiutasse.
+
+PARDO. Io parlo chiaramente; ma contrastiamo dopo fatto il matrimonio.
+
+EROTICO. Io non posso trovar modo in ricompensar tanto beneficio, che
+mi si fa, in darmisi Cleria; e per mostrar quanto mi sia grata la
+parentela, io rifiuto ogni dote.
+
+BALIA. (Ragionano delle nozze di Cleria; e dice non voler dote. Giá si
+confrontano i contrasegni).
+
+PARDO. Stimo che abbiate visto Cleria, per saper se vi piace la sua
+bellezza.
+
+EROTICO. L'ho vista, e mi piace tanto, che non mi piacque altra giamai
+altro tanto. Cosí avesse auto ella maggior fortuna di aver conseguito
+sposo di maggior merito ch'io non sono, come ella è stata
+favoritissima dalla natura cosí delle bellezze del corpo come di
+quelle dell'animo.
+
+PARDO. Ve l'ho dimandato, perché so che avete gran tempo seguita
+Sulpizia, la nostra vicina; e non vorrei, dopo aver sposata la mia
+figliuola, tornaste a lei, che mal agevolmente si scordano i primi
+amori.
+
+EROTICO. Se ben molte volte m'avete visto passar per costá, l'ho fatto
+piú per passatempo che per amor che portassi a Sulpizia; e vi giuro
+che mai mi piacque.
+
+BALIA. (O Dio, che parole son quelle che sento? or chi crederebbe che
+fussero uscite da quella bocca, dalla quale poco innanzi ne son uscite
+l'altre di sí contrario tenore?).
+
+PARDO. Io non vorrei che la lingua fusse differente dal core.
+
+EROTICO. Cavata mi sia la lingua insieme col core, se non è vero
+quanto io vi dico.
+
+BALIA. (Aiútati, lingua, avviluppa bugie e giuramenti, per ingannar
+qualche altra poverella).
+
+PARDO. Perdonatemi, se ne dimando con tanta instanza, perché dubito
+che, per qualche sdegno o martello passato tra voi, vogliate tor mia
+figlia. Io non ho altra che costei; e dandole un marito che sia stato
+innamorato di un'altra, non saria fra loro un contento giamai, però vi
+prego a dirmelo liberamente.
+
+EROTICO. Voi che mi sète padrone, potete comandarmi, non pregarmi.
+
+PARDO. Li vostri pari si pregano, non si comandano.
+
+EROTICO. Piú grazia ne ricevo quando mi comandate, che non è il
+servigio che vi servo. Ma s'io amai giamai Sulpizia, faccia Idio che
+non conseguisca alcun desiderio; né son per amarla per l'avvenire, ché
+sempre piú tosto l'ho odiata che amata, e m'ho fatto beffe di lei. Ho
+ben amata la vostra Cleria dal primo giorno che la viddi; ma il
+rispetto dell'amicizia fra me e Attilio me ha vietato che non lo
+scoprisse, per non offenderlo con la mia indegnitá. Ma, poiché da voi
+mi vien offerta, apro il cuore e ve lo paleso.
+
+BALIA. (Ahi, lingua traditrice e bugiarda, che ti sia cavata insin
+dalle radici! non bastava affermarcelo cosí semplicemente, se non
+confirmarcelo con giuramento?).
+
+PARDO. Talché posso assicurarmi che non amate Sulpizia?
+
+EROTICO. Di grazia, caro padre, non me la nominate piú, se non volete
+che la biestemme.
+
+BALIA. (O povera Sulpizia, disamata, beffata e bestemmiata).
+
+PARDO. Veramente, io non vi facea altra difficultá in queste nozze:
+non l'ho voluta conchiuder con mio figlio, fin che da voi non me ne
+fussi certificato, ch'io temea sempre di Sulpizia.
+
+EROTICO. O maladetta sia Sulpizia! ...
+
+BALIA. (Tu solo, e chi generotti!).
+
+EROTICO. ... che fosse morta ...
+
+BALIA. (Tu ucciso, e morto!).
+
+EROTICO. ... e squartata!
+
+BALIA. (E tu fatto in mille pezzi!).
+
+PARDO. Or che me ne sono assicurato, datemi la mano in segno del
+matrimonio.
+
+EROTICO. Ecco, volentieri ve la porgo.
+
+PARDO. Ed io la stringo e bacio, in segno di parentela. Non manca
+altro che al tardo vengati col prete, e la sposiate. Mangiaremo cosí
+alla domestica, e non facciamo come certi ignoranti, che nel banchetto
+spendono la metá della dote.
+
+EROTICO. Maggior grazia riceverei, s'andassimo a sposarla ora.
+
+PARDO. Andiamo fra tanto al sarto per le vesti.
+
+EROTICO. Andiamo dove comandate.
+
+
+SCENA V.
+
+BALIA sola.
+
+
+BALIA. O mondo immondo, o mondo tutto pieno di fallacie e d'inganni,
+or chi può vivere in te, che sia sicuro dalle tue insidie? O etá
+maladetta, o crudeltá, o barbarie, che a pena può adeguarsi col
+pensiero! O Erotico infidele e disleale! O Sulpizia troppo sincera e
+amorevole, per non dir troppo semplice e troppo sciocca! Dove è la
+fede che con tanti giuramenti fu data, e che tu osservata l'hai con
+tanta costanza dell'amor tuo? Taccino, come indegni di conversar fra
+gli uomini, coloro che incolpano le donne di volubilitá e
+d'inconstanza. Ite voi, donne, fidatevi de' giovani del tempo d'oggi,
+e massime di costoro di prima barba, larghi di promesse e ricchi di
+giuramenti, che in un punto amano e disamano, come li va il cervello:
+sono come i sparvieri, avidi sempre di nuove prede, che, se bene han
+un uccello preso nell'unghie, se ne veggono un altro, lasciano quello
+che hanno, per acquistar quello che va volando. Ecco perché Erotico mi
+scacciava da sé: e che trattava cosa buona per lei, e che molto
+l'importava. Misera Sulpizia! come restarai, poveretta, rinchiusa in
+una camera, mentre durerá la tua vita, a pianger la colpa della tua
+sciocchezza, d'aver creduto ad un uomo, con freggio d'infamia da non
+risanarsi piú mai. E come duo occhi suoi soli potranno piangere tanta
+sciagura? Ma ella volgerá la colpa sovra di me, come che del tutto sia
+stata cagione: si dolerá di me, mi biestemmará, come consigliera e
+adiutrice. Ma chi non arebbono ingannata tante lacrime, tanti suspiri
+e tanta ostinazione di star i mesi e gli anni intieri, di giorno al
+sol dell'estate, e le notti intiere al freddo, alle pioggie e a' tuoni
+dell'inverno? Non ho cuore di darle tal nuova: so che gridará,
+tramortirá, spiritará, diverrá forsennata. O Iddio, aiutaci tu, che
+puoi.
+
+
+SCENA VI.
+
+TRASIMACO, TRINCA.
+
+
+TRASIMACO. Quanto piú desidero Gulone, men lo posso incontrare...
+
+TRINCA. (Per trovar il padron, vo cercando per le strade, ed egli deve
+star rinchiuso in camera. Ma veggio il capitano con le sue solite e
+accessorie stravaganze. Oh, come viene a tempo! credo che succederá il
+negozio, poiché ogni cosa mi cade a proposito).
+
+TRASIMACO. ... per dimandargli se son concluse le nozze. ...
+
+TRINCA. (Senza che gli ne dimandi, son sconchiusissime).
+
+TRASIMACO. ... Ché, accapandosi per sua cagione, s'acquisterá
+l'amicizia mia e quella di Pardo. ...
+
+TRINCA. (Io porrò tra voi tanta discordia, ch'in eterno sarete
+inimici).
+
+TRASIMACO. ... E sarò possessore d'una donzella bellissima. ...
+
+TRINCA. (La donzella la deve aversi in corpo, e non è boccon da tuoi
+denti).
+
+TRASIMACO. ... So ch'a lei sará caro, quando saprá ch'io la ricerco.
+
+TRINCA. (Non bisogna sperarci, ch'altri la possiede prima di te).
+
+TRASIMACO. Veggio il servo della sua casa, ne dimandarò costui.
+
+TRINCA. (Fingerò non conoscerlo, per fargli piú creder quanto dico).
+
+TRASIMACO. Dimmi, galante uomo, Gulone è in casa vostra?
+
+TRINCA. Potrebbe ben essere, ché il mio padrone ha gran piacere quando
+dice mal d'altri.
+
+TRASIMACO. Mi sapresti dir se ragiona mai dell'eroiche virtú d'un
+capitano?
+
+TRINCA. Chi capitano?
+
+TRASIMACO. D'un detto il Fracasso che ritrovandosi l'altro giorno in
+mezo un squadron di scavezzacolli e di tagliacantoni, che lo volevano
+assassinare, egli scagliandosi in mezo a tutti, s'incanò talmente, che
+a furia di crudeli fendenti, di orrendi mandritti e di orribili
+stoccate, cacciandosegli innanzi, li ruppe, li fracassò e pose tutti
+in scompiglio. ...
+
+TRINCA. Sí, sí, d'un certo capitano che certi mascalzoni vennero per
+assaltarlo, ma ch'egli si salvò con una bella ritirata.
+
+TRASIMACO. ... Ed una notte, incontrandosi con birri che gli voleano
+tor l'armi, minuzzò il capitano con tutta la birraria.
+
+TRINCA. Mi ricordo che disse, che s'incontrò una notte con un bastone,
+che gli assettò molto bene il giubbone adosso.
+
+TRASIMACO. Dico di certe sue virtú illustri.
+
+TRINCA. Sí, sí, ch'era un gran musico...
+
+TRASIMACO. Come musico?
+
+TRINCA. ... che cantaria molto ben la _Girormetta_ su la striglia, che
+l'avea cantata tutto il tempo della sua vita.
+
+TRASIMACO. Non sará quel capitano che dico io.
+
+TRINCA. Un certo capitan Sconquasso o Fracasso o Babuasso, che s'avea
+posto questi nomi per spaventar le genti; che porta certi mustacci
+ingrifati e i peli della barba rabbuffati, con una ciera torta; e che
+parla con certi paroloni.
+
+TRASIMACO. Non me ne sazio, se non darò essempio a' pari suoi, se non
+sarò un specchio a gli occhi di ciascuno. Non basterá il cielo a
+scamparlo dalle mie mani, ancor che fiammeggi di lampi, ancor che
+rimbombi de tuoni. Non so se fra tanto potrò sospender lo sdegno.
+
+TRINCA. Sará forse vostro amico?
+
+TRASIMACO. Non lo conosco. Passate innanzi.
+
+TRINCA. Non vorrei che v'adiraste meco.
+
+TRASIMACO. Dio te ne guardi, ché caderesti morto.
+
+TRINCA. Ve l'ho dimandato, perché m'avete cera di capitano.
+
+TRASIMACO. Son cosí in fatti, come vi paio in ciera.
+
+TRINCA. E bisogno che rida, per non andar in pericolo di crepare.
+
+TRASIMACO. Di che ridete?
+
+TRINCA. Di nulla.
+
+TRASIMACO. So che non sète matto, che di nulla ridete; ditelo, di
+grazia, se pur qualche obligo non contende questa mia curiositá!
+
+TRINCA. Non è obligo di secretezza che possa impedirmi che non vi
+compiacessi; ma desidererei che non lo ridiceste ad altri, ché
+m'impediresti di non udir piú da lui delle sue castronerie.
+
+TRASIMACO. Che Marte sia irato con me, né mi dia forza di spopolar
+cittá, di sconfigere e disfar eserciti, se lo ridico; e perdonate alla
+mia curiositá.
+
+TRINCA. Egli l'onora di molti illustri titoli: d'un venerabil asino, e
+tanto grande, che basta per sei asini; di buggiardo, e che le veritá
+le tiene tanto secrete in corpo, che ci han fatto la ruggine; che non
+soffiò mai vento d'ambizione che non soffiasse in quel ballon del suo
+capo; e che nel tribunal della poltroneria, se si avesse a determinare
+chi fusse il magior poltron del mondo, senza dubio arebbe la sentenza
+in favore, perché basterebbe la sua poltroneria ad impoltronire tutti
+i poltroni del mondo; e che combatte piú con la lingua che con la
+spada...
+
+TRASIMACO. Benissimo.
+
+TRINCA. ... e che la sopraveste della sua nobiltá è un ragazzame. Dice
+che suo padre fu giudeo, sua madre lavandaia, sua ava puttana, suo zio
+boia ed egli ruffiano; che si tinge la barba per parer giovane; che li
+pende tra le gambe una borsa quanto una zucca; che ha mal francese di
+sette cotte; e che si vanta che il re di Francia lo vuol per suo
+compagno, stipendiato dal re Filippo, presentato dal Gran Turco, ma
+che si crepa della maladetta fame...
+
+TRASIMACO. Perché sparlar tanto di questo poveretto? che li venghi la
+peste alla lingua!
+
+TRINCA. ... Dice che l'invita a mangiar seco, e non mangia altro che
+vessiche sgonfiate; e che è tanta la sua spilorceria e spedaleria, che
+si parte morto di fame.
+
+TRASIMACO. Come può cicalar tanto?
+
+TRINCA. Ha lingua per sei cicaloni.
+
+TRASIMACO. Non devrebbe pratticar con lui.
+
+TRINCA. Dice che ci prattica per udir quelle sue millanterie, e se
+prende spasso de fatti suoi. Onde il padrone in modo se trafisse
+queste cose nel capo, che non sarebbe possibile cavarnele piú.
+
+TRASIMACO. Mi avete detto a bastanza, perché la materia abonda troppo.
+
+TRINCA. È piú di quello che mi avete dimandato.
+
+TRASIMACO. Se posso ricompensar la fatica che avete durata per me,
+comandate e sarete servito.
+
+TRINCA. È stato poco per sodisfar al debito mio con un par vostro.
+
+TRASIMACO. Restate in pace, buon rivelante.
+
+TRINCA. Andate in buon'ora, buon ascoltante, ser capitano.
+
+
+
+
+ATTO III.
+
+
+SCENA I.
+
+PEDOLITRO vecchio.
+
+
+PEDOLITRO. Ringraziato sia Idio, che pur son gionto al fin del mio
+viaggio, che son a Nola, patria mia. O Dio, che pericoli, che strazi,
+che fatiche, che spese! mangiar male, ber peggio, dormir in terra,
+assassinato dagli osti, da ladri, da fuorusciti e da vettorini. Oh,
+quanto si patisce fuor di casa sua! non lo può credere, se non chi lo
+soffre. Veramente, gran bisogno me ne trasse fuori, riscattar un
+figlio unico di man di turchi. Ma niuna altra cagione me ne caverá
+fuori, né figli né padri né anco per me stesso. Mai parea che finisse
+il viaggio, sempre ne restava a far piú del fatto. Le gambe ne han
+patito la penitenza. Mi vedo gionto a casa--e nol posso credere, né
+men che sia vivo, ma che qui sia gionto lo spirito mio. Ma chi è
+costui che vien in qua? certo è Pardo, mio antico amico. O, ben, che
+ho da trattar con lui. Signor Pardo, siate il ben trovato, non mi
+conoscete? Son Pedolitro vostro amico.
+
+SCENA II.
+
+PARDO. Pedolitro.
+
+PARDO. Chi si potrebbe conoscere cosí vecchio? e poi vestito alla
+turchesca? che sète stato prigione o ammalato, che avete cosí
+vigliacca ciera? perdonatemi, cioè macra e scolorita.
+
+PEDOLITRO. Il mal mangiare, il peggior bere e il molto patire.
+
+PARDO. Le tue vesti?
+
+PEDOLITRO. Me l'ho mangiate in Turchia.
+
+PARDO. In Turchia se mangiano vesti?
+
+PEDOLITRO. L'ho vendute e impegnate all'osterie per mangiare. Ma io mi
+rallegro che vi vedo piú allegro e giovane che non vi lasciai.
+
+PARDO. Donde si viene?
+
+PEDOLITRO. Da Costantinopoli, per riscattar questo mio figlio che da
+bambino mi fu rapito da' turchi.
+
+PARDO. E voi ancor ben venuto, caro figlio.
+
+PEDOLITRO. Io rispondo in sua vece, ché non sa parlar italiano: Che
+siate il ben trovato.
+
+PARDO. Ho grande allegrezza che siate tornato salvo.
+
+PEDOLITRO. L'allegrezza vi si raddoppiará, ch'io vi porto una buona
+nuova di lá.
+
+PARDO. Che forse il turco non arma alla primavera, e non infesterá le
+nostre marine?
+
+PEDOLITRO. Dico, buona per voi.
+
+PARDO. Voi siate il ben tornato, portandomi alcuna buona novella.
+
+PEDOLITRO. Costanza vostra moglie vi saluta.
+
+PARDO. Che forse dall'altro mondo?
+
+PEDOLITRO. Che altro mondo? io non so altro mondo che questo, né mai
+mi son partito di qua.
+
+PARDO. A che rinovellarmi la memoria e darmi questo dolore? ché mai mi
+ricordo della sua morte, ch'io non volessi esser morto mille volte.
+Costanza cara, io che fui cagion della tua rapina, son libero, e tu,
+per venir al mio comando, sei schiava. Oh, quanto la meritarei io la
+servitú che per me tu hai patito!
+
+PEDOLITRO. Voi piangete la viva, come fusse morta.
+
+PARDO. Come viva?
+
+PEDOLITRO. Come la stimate voi morta? se non è morta fra duo mesi, che
+son di lá partito, ella è piú viva e piú gagliarda che mai.
+
+PARDO. Ti fai beffe di me.
+
+PEDOLITRO. Anzi, mi par che voi vi facciate beffe di me. Ma chi v'ha
+detto che sia morta?
+
+PARDO. Attilio mio figlio e Trinca servo, i quali ho inviati col
+riscatto in Constantinopoli per lei e per Cleria mia figlia; e son
+alcuni mesi che son tornati di lá, e ha menato seco Cleria sua
+sorella, e mi ha riferito che Costanza era morta quattro anni sono;
+che se fusse stata viva, l'arebbe riscattata e condotta a Nola.
+
+PEDOLITRO. Anzi, ella è viva e sana; e di vostra figlia non si sa nova
+se sia morta o viva piú di dieci anni sono, ma si tien per fermo che
+sia morta; ch'un sangiacco, cui ella serviva, l'avea menata fuori; e
+si dubita, per la gelosia della moglie, che l'abbia avvelenata, che
+vostra moglie n'ebbe a morir di dolore.
+
+PARDO. Strane cose mi dite. Cleria è in mia casa; e il mio figlio e
+servo me l'han referito, quanto io vi referisco.
+
+PEDOLITRO. Ed io vi dico che tutto vi è stato falsamente referito,
+perché conosco vostra moglie, a Nola, prima che vi fusse rapita, e la
+conosco pur quattro anni in Constantinopoli, dove mi son fermato per
+riscattar il mio figlio. Anzi, né di vostro figlio né del servo ho
+inteso cosa alcuna in Constantinopoli.
+
+PARDO. Quasi che Constantinopoli fusse Nola, che si può saper chi vi
+cápiti.
+
+PEDOLITRO. Se ben Constantinopoli è una cittá grandissima, e piú di
+Napoli, le domeniche noi tutti cristiani ci veggiamo nel tempio di
+santa Sofia, dove ci ragguagliamo e consigliamo delle nostre fortune e
+ci aiutamo l'un l'altro.
+
+PARDO. Quanto piú dite, men vi credo.
+
+PEDOLITRO. Ma a che proposito volervi dir queste bugie? Ma io non vo'
+che mi crediate. Eccovi una lettera che vi manda: conoscete la sua
+mano?
+
+PARDO. Questa è la sua mano. O Dio, che stretta mi sento all'anima,
+che mi restò scolpita in mezo al cuore. Volesse Iddio che tu fussi
+viva, che verrei io in persona a riscuoterti; e quando non potessi,
+soffrirei in tua compagnia i tuoi dolori. Da che ti perdei, posso dir
+che non ho avuto un piacer in questa vita; e non meno l'ho amata
+morta, che l'amai viva.
+
+PEDOLITRO. Leggetela, e vedete quanto vi scrive; e conoscete, quanto
+vi ha referito vostro figlio e il servo, tutto è bugia, e quanto vero
+sia quel che vi dico.
+
+PARDO. Mi avisa avermi scritto molte lettere, e di niuna mai averne
+ricevuta risposta, né per lei esser mandato il riscatto; che spera
+esserle donata la libertá, e voler venirsene sola, come meglio potrá.
+
+PEDOLITRO. Credetemi ora?
+
+PARDO. Ed accioché voi crediate esser vero quanto vi ho detto, vo' che
+ragionate con mia figlia. Olá, fate venir qua Cleria per cosa che
+molto importa.
+
+PEDOLITRO. Fatela calar, ché mi piace che non troverete altro di quel
+che vi dico: che Costanza vostra moglie è viva, e di Cleria non si sa
+novella.
+
+
+SCENA III.
+
+CLERIA, PARDO, PEDOLITRO.
+
+
+CLERIA. Padre, che comandate?
+
+PARDO. Costui è venuto da Turchia...
+
+CLERIA. (Infelice me! costui sará venuto a far riscontro s'è vero che
+sia Cleria, e quanto falsamente l'abbiamo dato ad intendere).
+
+PARDO. ... e dice che Costanza sia viva.
+
+CLERIA. (Che affermarò? che negherò? io non so che debba affermar, né
+negare, né che mi fare. Oh, fosse qui Trinca!).
+
+PARDO. Dimandatela voi.
+
+CLERIA. (Bisogna star in cervello). Volesse Dio che Costanza mia madre
+fusse viva! Ma voi come lo sapete?
+
+PEDOLITRO. L'ho vista con questi occhi in Constantinopoli; e si duol
+del suo marito che in tanto tempo non abbi mandato a riscuoterla, e
+che Cleria sua figlia non sa se sia morta o viva, ma stima che piú
+tosto sia morta.
+
+CLERIA. Voi dite cose impossibili, e sète cosí bugiardo nell'uno come
+nell'altro. Mia madre, che so che è morta, dici che sia viva; e io,
+che viva sono, dici che morta sia.
+
+PEDOLITRO. Io non ci ho, in questo, interesse alcuno, né per conto
+d'interesse direi la bugia: e non essendo di natura bugiardo, godo nel
+dir la veritá.
+
+CLERIA. Dice che Cleria sia morta, e io viva sono: il testimonio t'è
+presente.
+
+PEDOLITRO. Ed io ti dico che tu Cleria non sei. Ma tu conosci chi son
+io?
+
+CLERIA. Certo, no.
+
+PEDOLITRO. Tu non sai chi sia io? riconoscimi bene.
+
+CLERIA. Quanto piú penso, men ti riconosco.
+
+PEDOLITRO. Perché schivi che gli occhi tuoi s'incontrino con i miei?
+ti vergogni, ti arrossisci e impallidisci.
+
+CLERIA. Perché odo cose di meraviglia.
+
+PEDOLITRO. Ed io ti conosco molto bene in casa di Pandolfo napolitano,
+che tiene alloggiamento in Veneggia, dove sogliono alloggiare tutti i
+peregrini napolitani.
+
+CLERIA. Che Pandolfo? che alloggiamenti? Quanto piú segni mi dái, men
+t'intendo.
+
+PEDOLITRO. Che parlo arabico o tartaresco? Fai della stordita, per non
+accettar la veritá.
+
+CLERIA. Fai tu del cattivo, per farmi accettare il falso.
+
+PEDOLITRO. Non m'hai servito duo mesi in casa di Pandolfo in Vineggia,
+quando cadei infermo duo anni sono?
+
+CLERIA. O Dio, che ascolto!
+
+PEDOLITRO. Dico che tu sei Sofia, intendi? a chi dico io?
+
+CLERIA. Non dici a me, che Sofia non sono, però non rispondo.
+
+PEDOLITRO. Mi piace piú tosto dispiacer a te e dir il vero, che piacer
+a molti e dir il falso: dico che tu sei Sofia sua serva.
+
+PARDO. Non è meraviglia se t'inganni, ché nieghi il nome di Cleria e
+le dái quel di Sofia: nieghi quel che vedi, e non conosci quel che ti
+sta innanzi.
+
+PEDOLITRO. Anzi, ella dice esser quella che non è, e niega quella che
+sia; e ancora persevera nella bugia.
+
+CLERIA. Anzi, tu pur ardisci d'infamarmi, che sia serva d'un
+alloggiatore.
+
+PEDOLITRO. Non sei dunque Sofia? poveretta, perché inganni te stessa?
+
+CLERIA. Non piaccia a Dio che fussi Sofia, che tu dici, che sería
+serva d'altri e non figlia d'un gentil uomo.
+
+PEDOLITRO. Ancor credete a costei?
+
+PARDO. Le stracredo.
+
+PEDOLITRO. Qual cagion vi muove, che crediate piú a costei che a me?
+
+PARDO. Io credo al mio figlio e al mio servo.
+
+PEDOLITRO. Fate male a credere a questi: guardatevi che non
+v'ingannino.
+
+PARDO. Chi è dunque costei?
+
+PEDOLITRO. Colei che vi dissi da principio.
+
+PARDO. Costei non è Cleria?
+
+CLERIA. (Cosí ti avesse rotto il collo per la strada!).
+
+PEDOLITRO. Non so perché mi cenni e mi fai cert'atti: che mi vuoi
+significare?
+
+CLERIA. Io cenni? io atti? veramente sei fuor di cervello.
+
+PARDO. Orsú, non moltiplichiamo in parole: figlia, sali su. Tu,
+Pedolitro, poiché sei forastiero, vieni a desinar meco.
+
+PEDOLITRO. Ho desinato. Andrò per saper alcuna novella de' miei.
+
+PARDO. Potrete voi e vostro figlio fermarvi in casa mia e riposarvi, e
+poi a bell'aggio andar cercando de' vostri parenti.
+
+PEDOLITRO. Non mi trattenete piú, di grazia.
+
+PARDO. Almeno lasciate vostro figlio in casa mia, e voi andate
+cercando. Se li trovate vivi, verrete per vostro figlio; se non,
+restarete ad alloggiar meco.
+
+PEDOLITRO. Questa cortesia accetto, che mio figlio resti con voi,
+mentre andrò cercando.
+
+PARDO. Veramente, la venuta di costui m'ha posto in grandissima
+confusione; la mano di mia moglie è vera: perché costoro m'han detto,
+che sia morta? Dice che conosce costei in casa di un alloggiatore, e
+chiamata Sofia. A che proposito affermarlo cosí costantemente, se non
+fusse vero? E mi son ben accorto che arrossiva, impallediva,
+respondendo s'intricava, e non sapea quello che dicessi, e m'accorsi
+che l'accennava. Ma quello, che m'accresce il sospetto, è che in
+questo intrigo se ci trova intrigato il Trinca, che è il maggior
+trincato, furbo, allievo di forche, maestro di furberie. L'astuzia sua
+m'è di vergogna e di danno: e quando della vergogna poco conto ne
+facessi, ci è il danno di piú di cinquecento ducati. Ma ecco che
+vengono molto allegri. Vedrò come si risolveranno in questo fatto.
+
+
+SCENA IV.
+
+TRINCA, ATTILIO, PARDO, TURCO.
+
+
+TRINCA. Padron, il vostro figlio sta in punto per le nozze, e vi
+priega che l'affrettiate.
+
+ATTILIO. Sta medesimamente Erotico ad ogni nostro comando.
+
+PARDO. Ben, chi vi disse che Costanza mia moglie era morta, e che
+Cleria fusse viva? Quando voi foste a Constantinopoli? perché non
+rispondi? Chi non risponde subbito, sta pensando alla scusa.
+
+TRINCA. Come, non son stato io a Constantinopoli?
+
+PARDO. Né tu né mio figlio.
+
+TRINCA. Io non so come voi dite.
+
+ATTILIO. (Ohimè, siamo rovinati!).
+
+PARDO. Che rispondi?
+
+TRINCA. Chi v'ha informato del contrario?
+
+ATTILIO. (Come ti risolverai, Trinca?).
+
+PARDO. Pedolitro, nostro cittadino, venuto ora di Constantinopoli, che
+ci andò quattro anni sono per riscuoter cotesto suo figlio; e mi ha
+recato lettera di mano di mia moglie che desia venire, e che di Cleria
+non si sa novella, molti anni sono. ...
+
+ATTILIO. (Mira la fortuna, a che ponto ha condotto costui di Turchia).
+
+PARDO. ... Dice che quella è Sofia, serva d'un allogiator in Vineggia:
+l'ho fatto affrontar insieme, e ce l'ha mantenuto in faccia.
+
+ATTILIO. (Siamo spediti, non v'è piú rimedio. Trinca è perduto
+d'animo).
+
+TRINCA. Padron, è cosí vero quanto v'ho detto, quanto l'amor che vi
+porto; e se trovarete il contrario, vo' che mi ponghiate in galera.
+
+PARDO. Senza il tuo volere, ti ci porrò.
+
+TRINCA. Vien qua tu: come tuo padre ha detto una buggiarda buggia?
+rispondimi. Vedete che tace.
+
+PARDO. A che ti affatichi parlargli? non risponde, perché non intende
+l'italiano.
+
+TRINCA. Gli parlerò in turchesco. Tu non mi scapperai. Cabrasciam
+ogniboraf, enbusaim Constantinopla?
+
+ATTILIO. (O buon Trinca, o illustrissimo Trinca).
+
+TURCO. Ben belmen ne sensulers.
+
+PARDO. Che dice?
+
+TRINCA. Che suo padre non fu mai in Constantinopoli.
+
+PARDO. Dove dunque fu per riscuoterlo?
+
+TRINCA. Carigar camboco maio ossasando?
+
+TURCO. Ben sem belmen.
+
+TRINCA. Dice che sono stati in Negroponte.
+
+PARDO. Da Negroponte in Constantinopoli ci sono molte miglia.
+Dimandagli che camino han fatto per venire in Italia.
+
+TRINCA. Ossasando nequet, nequet poter levar cosir Italia?
+
+TURCO. Sachina busumbasce agrirse.
+
+TRINCA. Dice che son venuti per mare, e non passati per Vineggia.
+
+PARDO. O Dio, che umori stravaganti sono negli uomini! Che cosa ha
+spinto colui a dirmi cosí gran bugia, che sia stato a Vineggia, e
+portarmi una lettera di mano di mia moglie? Che mondo è questo?
+
+TRINCA. Bisognarebbe far un mondo a vostro modo, o riformarlo. Han
+falsificato la mano di vostra moglie, per farvi qualche burla.
+
+PARDO. Certo che dovea star ubbriaco; e giá lo tengo per tale, che
+stava rosso nel volto.
+
+TRINCA. L'avete indovinata: e or gli lo vo' dimandare. Siati marfus
+naincon catalai nulai?
+
+TURCO. Vare hecc.
+
+TRINCA. Ho detto _marfus_ che vuol dire ubbriaco; ha detto che poco
+inanzi è intrato in una osteria nel viaggio, appresso Nola, e che ha
+bevuto molto bene, e che andava cadendo per la strada, e che appena or
+si potea reggere in piedi.
+
+ATTILIO. (O Trinca divino, e come l'hai ben saldata!).
+
+PARDO. Come in quelle due parole ha potuto dir tanto?
+
+TRINCA. La lingua turchesca in poche parole dice cose assai.
+
+PARDO. Orsú, ha voluto burlar Pedolitro. Quando ritorna, li vo' far un
+scorno da vergognarsene, e l'arò da oggi innanzi in quella opinione
+che si conviene. Andate a trovar Erotico; cercate Orgio, zio di
+Sulpizia, e diteli che stia apparecchiato per questa sera.
+
+
+SCENA V.
+
+PEDOLITRO, PARDO, TURCO.
+
+
+PEDOLITRO. Ho ritrovato vivo un mio fratello cugino; or vo' andar con
+mio figlio a casa sua. Della amorevole offerta, signor Pardo, ve ne
+resto obligatissimo.
+
+PARDO. Pedolitro, la giusta cagion, che me ne dái, mi fa prorompere in
+tanta rusticitá. Ditemi si avete imparato in Turchia a beffeggiar gli
+amici.
+
+PEDOLITRO. Né qui né in Turchia è convenevole.
+
+PARDO. Perché darmi ad intendere che sète stato in Constantinopoli e
+visto mia moglie Costanza, e Cleria mia figlia chiamata Sofia e
+conosciutala serva d'un alloggiamento in Vineggia?
+
+PEDOLITRO. Tal è, qual vi ho detto.
+
+PARDO. Come l'avete vista in Vineggia, se voi non vi sète mai stato?
+
+PEDOLITRO. Ci son stato a mio dispetto duo mesi infermo.
+
+PARDO. Se sète stato in Negroponte e venuto in Napoli per mare, come
+sète stato in Vineggia?
+
+PEDOLITRO. In Negroponte? e quando? chi v'ha detto queste bugie
+peggior delle prime?
+
+PARDO. Tuo figlio.
+
+PEDOLITRO. Come mio figlio ha potuto dirvele, se non sa parlar
+italiano?
+
+PARDO. Trinca, il mio servo, l'ha parlato in turchesco, che l'ha
+imparato a parlar in Constantinopoli.
+
+PEDOLITRO. Questo ha detto mio figlio?
+
+PARDO. Anzi, di piú, che avete bevuto nell'osterie e state imbriaco, e
+non sapete dove abbiate il cervello.
+
+PEDOLITRO. Mi fo la croce. Ierusalas adhuc moluc acoce ras marisco,
+viscelei havvi havute carbulah?
+
+TURCO. Ercercheter biradam suledi, ben belmen ne sulodii.
+
+PEDOLITRO. Dice che è vero che un uomo l'ha parlato, ma che non
+intendeva che dicesse. Comis purce sulemes.
+
+PARDO. Perché dunque li rispondeva?
+
+PEDOLITRO. Accian sembilir belmes mie sulemes?
+
+TURCO. Accian ben cioch soler ben sen belmen sen cioch soler.
+
+PEDOLITRO. Dice che, quantunque gli rispondesse e li dicesse che non
+intendeva quello che se li dicesse, pur gli parlava. Aman hierl cheret
+marfus soler, ben men comam me sulemes?
+
+TURCO. Aman hierl cheret marfus soler ben men comam me sulemes.
+
+PEDOLITRO. Dice che sempre dicea _marfus_; ma non possea imaginarsi
+che cercava da lui. Io stimo che il vostro Trinca sia un gran trincato
+e buggiardo e volpe vecchia.
+
+PARDO. Dite voi che sia sí bugiardo?
+
+PEDOLITRO. Ho errato in dir bugiardo, ma bugiardone.
+
+PARDO. Voi accrescete l'ingiuria.
+
+PEDOLITRO. Anzi dico bugiardissimo; anzi tengo per certo che vi abbi
+beffato.
+
+PARDO. Non so che mi fa ostinato in saper la veritá di questo fatto.
+Di grazia, se mi amate, ditemi chiaramente se mi avete detto la
+veritá.
+
+PEDOLITRO. V'ho detto la veritá, e ne torrei ogni pena per
+confirmarla, se ne fusse bisogno. Restate sano, che vo' andar a quel
+mio cugino.
+
+PARDO. E voi andate salvo, poiché sète fatto libero.
+
+PEDOLITRO. Ghidelum auglancic.
+
+TURCO. Ghidelum baba.
+
+PARDO. Io credo che si se cercasse per tutto il mondo fra vecchi
+canuti il piú balordo, stordito, goffo e scimunito, che sarebbe da me
+di gran lunga avanzato di balordaggine e di sciocchezza, perché
+m'accorgo che sono stato beffato, aggirato da quel furfante di Trinca
+e da mio figlio. L'esser stato credulo n'è stato cagione; e con aver
+sempre creduto che le bugie accompagnano ordinariamente le sue parole,
+e che mi voleva ingannare, non m'ha giovato crederlo. Ma s'io non me
+vendico, creda egli certissimo che sia goffo da vero, come mi stima.
+M'ha fatto sborsar trecento scudi e fattomi re de danari; ma io lo
+farò diventar re di bastoni. Mi vergogno di me stesso, ardo d'ira e di
+sdegno, ma suspico che trama d'amore ne sia cagione. Ma ecco mi
+sovragionge quest'altra seccaggine del capitano. Non so che voglia
+questa bestia da me; fuggirò per quella strada.
+
+SCENA VI.
+
+TRASIMACO, PARDO.
+
+TRASIMACO. Fermatevi, gentiluomo, nella cui figlia è fondato il
+trionfo della illustre mia generazione.
+
+PARDO. Ho da far altro, perdonatemi.
+
+TRASIMACO. Sappiati che gli occhi balenanti e altitonanti di vostra
+figlia han fatto piú effetto nel mio cuore, che le bombarde e
+artigliarie ne' fianchi de' baluardi: onde io, che prendo le cittá,
+castelli e campi, son preso e ligato dalle sue bellezze. Sí che,
+deposta l'orribilitá del mio rigore e ammollita la feritá, vengo a
+chiederlavi per moglie, per non far mancar al mondo la razza de pari
+miei, e far una dozina di Marti, un'altra di Bellone, di Orlandi e di
+Rodomonti, e arricchirne il mondo: onde può tenersi la piú fortunata e
+felice donna che viva, e cosí voi a cui non poca autoritá vi recará la
+qualitá della mia persona.
+
+PARDO. Non ho tempo da spendere in chiacchiere.
+
+TRASIMACO. Fermatevi, dispetto di Marte. Si trattengono a ragionar
+meco la maestá di quel di Spagna e del Gran Turco, e voi non vi
+degnate ascoltarmi.
+
+PARDO. Spedetela in brevi parole.
+
+TRASIMACO. Quanto v'ha detto di me quel furfante di Gulone, tutto è
+mentita.
+
+PARDO. M'ha detto che sète un gran capitano e ricco e veritiero.
+
+TRASIMACO. E se fosse un par mio, lo disfidarei, nudo, con meza cappa,
+ad uccidersi meco in un steccato, ché per manco d'un pelo ci son
+entrato cinquanta volte.
+
+PARDO. Poco me se dá.
+
+TRASIMACO. E son cavaliero da tutti i quarti: cerchesi nel mio
+parentado, tutte son croci di Malta, di S. Stefano, di S. Giacomo e di
+Calatrava.
+
+PARDO. Forse dubitavano che non li fusse pisciato adosso.
+
+TRASIMACO. E quando veniva a mangiar meco, ho fatto come son solito di
+far a' miei squadroni: il pan a monti, i buoi a quarti, i capretti a
+squadre, il vino a botti: e se butta piú in casa mia, che non se ne
+vede in quelle de' gran signori.
+
+PARDO. Ben bene.
+
+TRASIMACO. E vo' che veggiate che conto tengono di me i principi del
+mondo: ho pieno il petto, i calzoni e le valiggie di lettere che mi
+mandano. Ecco quella a punto del Gran Turco: All'illustrissimo e
+strenuissimo cavaliero, il capitan Trasimaco de Sconquassi, mio
+carissimo amico e generalissimo delle mie genti. Ecco quella del re
+Filippo: Al venerabilissimo e stupendissimo capitan Sconquasso de
+Sconquassi de Squassamenti, mio _lugar teniente_ e general de' miei
+esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio amatissimo Colonello
+e Maestro, sotto il quale ho imparato la milizia. Ecco quella de'
+veneziani e di altre republiche, ch'io non ne tengo conto; e io non
+son uomo di bugie, ma m'è cara la veritá.
+
+PARDO. È tanto cara, che la serbate per voi; né ve ne cavarebbe una di
+bocca quante tanaglie ha il mondo.
+
+TRASIMACO. Però non bisogna dar credito a furfanti; e volendo
+informarvi chi sia, andate in Persia e dimandate di me, che feci nella
+guerra fra turchi e persiani; andate in Tartaria e dimandate al Gran
+Can; andate al Giappone e dimandatene il re Quabacondono; gite
+nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e dimandate alli caccichi
+Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro, Ciapoton, Totonoga e
+Caracura, e altri e altri: cosí saprete chi sono.
+
+PARDO. Mi vo' partir or ora per cotesti luoghi, e come mi sarò
+informato, tratteremo del matrimonio. A dio.
+
+TRASIMACO. Almeno vi parteste con piú creanza; ma t'escusa la
+vecchiaia, che tutto il mondo non ti scapparebbe dalle mie mani. Assai
+mi curo io di tua figlia! Ho le regine che mi pregano: mi dava una sua
+figlia il Turco, s'accettava il bellerbeiato della Grecia; una sorella
+il Principe di Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina
+Lisabetta d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua
+protezion contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito;
+ché or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un
+vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi
+diventar cosí ignorante.
+
+
+SCENA VII.
+
+TRINCA, TRASIMACO.
+
+
+TRINCA. (Ecco il capitano. O che maladetta sia la bestia, che ha piú
+dell'asino che del cavallo: non ho visto maggior poltrone che mangi
+pane: vorrei farlo venire alle strette col parasito: gonfiarò il
+ballon del suo capo con mantaci di vantamenti).
+
+TRASIMACO. Férmati, o tu, di grazia; ch'or che ferve l'ardor dell'ira,
+e son tutto rabbia e furore, e la colera mi soverchia--ché l'induggio,
+che si frapone alle vendette, allarga le ferite del cuore,--vo' che
+sii spettatore del castigo, che vo' dar a quel poltron di Gulone,
+perché sei stato relator delle mie ingiurie.
+
+TRINCA. Io non vorrei che ti attaccassi adosso inimicizia cosí grande;
+e bisognerá grand'animo a torsela con esso.
+
+TRASIMACO. Puttanaccia, che me la faresti attaccare. Ho tanto animo
+che non lo cape il mondo tutto, e, standovi dentro, mi par di star in
+forno; desiderarei che fussero mille mondi, per stanziarvi piú a
+largo. Povero Alessandro Magno, che lo capiva un solo!
+
+TRINCA. Parlate basso, di grazia, che non fusse qui da presso, e vi
+sentisse.
+
+TRASIMACO. Sia maladetta quella maladettaccia sgualdrinaccia della
+fortuna, che mi fa udir questo. Ch'io parli basso? qual barba d'uomo
+mi basta a far paura? Vo' gridar che mi oda: vo' chiamarlo. O Gulone,
+Gulone, o furfantissimo Gulone!
+
+TRINCA. Egli ha poca voglia di far bene: verrá gonfio d'ira a far
+questioni.
+
+TRASIMACO. Lo farò scoppiare a calci. Va', chiamalo da parte mia.
+
+TRINCA. Andrò a far l'ambasciata a vostro rischio: avertite che
+capitarete male: bilanciate prima e contrapesate le vostre forze.
+
+TRASIMACO. Io, quando avampo di furia e di sdegno, son piú furibondo e
+ho piú furie adosso che le furie dell'inferno; e voltando gli occhi
+furiosi sopra alcuno, i lampi che n'escono fuori, lo brusciano vivo
+vivo. Lo farei fuggire, ancor che fusse Marte: sappi che son nato
+dentro le miniere di ferro, nodrito fra gli acciai; né il mio cuor
+ebbe mai altro oggetto che infringere, ingoiare e smaltir gli uomini e
+i cavalli, armati di metalli e di bronzo.
+
+TRINCA. Quando Gulone ha fame, è bravo, è un mezo Orlando.
+
+TRASIMACO. Egli bravo? o Marte, e chi è al mondo di me piú bravo, che
+fo venir la quartana all'istessa bravura? Se fusse altro che tu, che
+ardissi dirmi questo, li schiacciarei la testa com'una caldarrosta.
+Come egli si vedrá intorno questa statuaccia del mio corpo, queste
+spallaccie di Atlante, con questi torreggianti gamboni, con queste
+nerborute braccia fulminar la mia taglianasi, troncabraccia e
+mietigambe, tu vedrai i motivi che fará. Considera se son bravo, vedi
+che viso sfreggiato.
+
+TRINCA. Piú bravo fu quello che te lo sfreggiò!
+
+TRASIMACO. Voglio dir che non fuggo né volto le spalle.
+
+TRINCA. Né quello fuggí o ti voltò le spalle, quando sfreggiotti il
+viso.
+
+TRASIMACO. Ma bisogna allontanarsi da me, ché, quando ho prese l'armi
+e sto in furia di menar le mani, l'ira ministra fuoco e fiamme: cosí
+m'incarno e m'insanguino, la vista mi s'accieca di sorte, che non
+conosco né amici né parenti, tutti gli guasto egualmente; e le
+tintinnate della mia spada s'odono un miglio.
+
+TRINCA. Eccolo che viene: o che portamento bizarro!
+
+TRASIMACO. O che portamento da bestia.
+
+TRINCA. (Stimo che oggi arò a crepar delle risa: sapendo quanto l'uno
+e l'altro sia poltronissimo, sarò spettatore di un mirabil duello).
+Sará ben che m'allontani io.
+
+TRASIMACO. Fai da savio pòrti al sicuro. Ben venuto il poltrone.
+
+
+SCENA VIII.
+
+GULONE, TRASIMACO, TRINCA.
+
+
+GULONE. Ben trovato il poltronissimo.
+
+TRASIMACO. La mala ventura ti ci ha condotto, ché ti ammazzi.
+
+GULONE. Sí, pidocchi, come sei uso.
+
+TRINCA. Capitano, ti vuoi uccider con Gulone?
+
+TRASIMACO. Sí, bene.
+
+TRINCA. E tu, Gulone, ti vuoi uccider col capitano?
+
+GULONE. Volentieri.
+
+TRINCA. Orsú, fatela da valent'uomini, uccidetevi insieme.
+
+TRASIMACO. A me non conviene por la mia autoritá in bilancia con un
+par suo. O molto indegno della grandezza dell'animo mio! E poi a
+questo duello ci manca una degna corona di signori e di cavalieri
+spettatori, che mi dessero poi quello applauso che merito, e
+rendessero la mia vittoria piú famosa. Poi, per non esser la sua
+profession d'armi, vo' che ceda l'impeto dell'ira alla ragione e alla
+nobiltá della mia creanza: gli vo' far conoscere che son vero nobile,
+e cosí vo' vivere e morire, però non voglio competere altrimente con
+lui.
+
+TRINCA. Ah, capitan valoroso, cosí vi fate fuggire di mano un'occasion
+di farvi illustre? non saresti un pusillanimo, se schivaste un cosí
+onorato pericolo?
+
+TRASIMACO. Vien qua tu; è vero che hai detto mal di me? ché vo' farti
+in mille pezzi, ti guasterò tutto.
+
+GULONE. Sí, che è vero.
+
+TRASIMACO. Or, poiché hai confessato il vero, ti vo' perdonare. Tristo
+te, se me dicevi la bugia, tanto m'è nemica.
+
+GULONE. Io voglio dir di nuovo mal di te.
+
+TRASIMACO. Fatti in lá che non lo senta, ché non me ne curo.
+
+GULONE. Io vo' che tu lo senta.
+
+TRASIMACO. Tu mi vai punzecchiando e mi offendi troppo
+indiscretamente: non lo comporterò, cancaro!
+
+GULONE. Ti venga a mente come m'hai disfidato: e son rissoluto
+uccidermi teco.
+
+TRASIMACO. Arcitonante Giove, che audacia è la tua? Tu mi fai
+inserpentire, inantropofagare, improcustire, inneronire: con un
+sgraffio ti sconquasserò tutto, ti sganghererò le mascelle e i denti,
+che non potrai piú mangiare.
+
+GULONE. Ed io quella lingua, che non potrai dir bugie.
+
+TRASIMACO. Ti sminuzzerò le braccia, che non ti potrai piú imboccare.
+
+GULONE. Ti romperò quella testa busa, priva di cervello, ché non vi
+nascano tanti grilli.
+
+TRASIMACO. Ti torcerò quel collo, che non dará tanta briga al
+manigoldo, quando ti ará a strozzare: cosí non divorerai tante
+panelle, ché hai fatto carestia alle botteghe.
+
+GULONE. O che manigoldo amorevole, o che franca lancia.
+
+TRASIMACO. O che franca pancia. Ti farò dir altrimente, quando ti
+vedrai intorno questo fianco di balovardo...
+
+GULONE. Bel balordo che sei.
+
+TRASIMACO. ... con questa spada in mano...
+
+GULONE. Con un spedo piú tosto, ché saresti meglio guattero di
+tinelli.
+
+TRASIMACO. ... frapparti il viso.
+
+GULONE. Tu non hai altro che frappe.
+
+TRASIMACO. Non sei uso, com'io, alle batterie.
+
+GULONE. Alle baratterie sei uso tu.
+
+TRASIMACO. Alle bòtte di bombarde e di artegliarie.
+
+GULONE. Di correggie, stimo io.
+
+TRASIMACO. Mira il furfante che, burlandosi di me, scherza con la
+morte. Fatti indietro, poltrone.
+
+GULONE. Ti sei fatto indietro tu, prima che lo dicessi. Tu sei come il
+gallo d'India: gonfia la gola, arrossisce la cresta, apre l'ali e le
+batte intorno, e sbuffa come si volesse far qualche gran cosa, poi si
+ritira. Férmati, schiuma de forfanti.
+
+TRASIMACO. A tradimento, ah? cosí se tratta con i pari miei,
+trattenermi su le parole e poi attraversarmi le braccia? Falla da
+gentiluomo.
+
+GULONE. Non fui mai gentiluomo: la farò da quel che sono.
+Ingenòcchiati, raccomanda l'anima a Dio.
+
+TRASIMACO. E che, mi vuoi ammazzare?
+
+GULONE. Tu sei indovino.
+
+TRASIMACO. Se fussi indovino, non sarei venuto a questo termine:
+almeno fammi una grazia, fammi viver due ore sole.
+
+GULONE. Perché due ore?
+
+TRASIMACO. Che mi mangi quello apparecchio che avea fatto in casa per
+te; e, dopo mangiato, fammi morire, ché morrò contento.
+
+GULONE. Che apparecchio era il tuo?
+
+TRASIMACO. Una porchetta con una crustina sopra, che, masticandola, ti
+stride sotto i denti, poi si dilegua in latte in bocca; un
+pasticciotto di ostreghe boglite nel lor medesimo umore, che fanno a
+lor stesse un intingolo suavissimo, con certi aromati che ti fanno
+trasecolar la gola; un tegame di beccafighi con lardo e presciutto e
+cime tenere di zucche, di cui l'odore farebbe risuscitar i morti; una
+torta alla lombarda; con un vin prezioso di amarene che bacia, morde e
+dá calci.
+
+GULONE. Ahi, traditore, mi cavi l'anima col tuo apparecchio: e' par
+che mi tocchino la cima del fegado. Se con l'imaginazione ne godo, che
+sarebbe quando fussimo su l'atto prattico? e lo dici a tempo, che ho
+lo stomaco piú vóto d'una vessica sgonfiata, e il pulmone brusciato
+per la sete. Ma tu mi vuoi tirar dietro questo tuo cibo, come i mastri
+di caccia tirano gli astori e li falconi; però a te non mancherá di
+mangiare: ti darò alcune nespole, che te le mangi per amor mio; e
+comincia ad assaggiarle, ché, per esserno un poco acerbe, non so come
+le manderai giú.
+
+TRASIMACO. Ah, furfante! genti a piè, genti a cavallo, soldati,
+centurioni, dove sète? Olá, para, piglia! paggi, staffieri: e quando
+sarai stracco?
+
+GULONE. Ecco, son stracco e ti lascio.
+
+
+SCENA IX.
+
+TRASIMACO, TRINCA.
+
+
+TRASIMACO. Amico, son partiti?
+
+TRINCA. Sí, bene.
+
+TRASIMACO. E non ci è rimasto alcuno?
+
+TRINCA. Niuno.
+
+TRASIMACO. Mirate, di grazia, con diligenza.
+
+TRINCA. Niuno: ché tante parole?
+
+TRASIMACO. E vi paion parole queste? son tutte bòtte e gagliardissime
+e di gran carico.
+
+TRINCA. Veramente, carico delle vostre atlantiche spalle. Ma dove è la
+vostra bravura? come nebbia, il vento l'ha portata via, e s'è sparita.
+
+TRASIMACO. Fortuna cagnaccia! Orlando non volea combatter se non con
+un solo; e io aver cento assassini sopra!
+
+TRINCA. Non fu piú di un solo.
+
+TRASIMACO. Fur piú di cento con l'arme in asta. Trinca. Non vi fur
+arme, solo l'asta.
+
+TRASIMACO. Fur piú di cento, ti dico.
+
+TRINCA. Non piú di uno, canchero! ti dico.
+
+TRASIMACO. Cento cancheri, ti dico io.
+
+TRINCA. Chi lo può saper meglio di me, che vi fui presente, e l'ho
+visto con questi occhi?
+
+TRASIMACO. Chi lo può saper meglio di me, che ho patito le maladette
+bòtte su le braccia, sul collo e su le spalle, che andavano tutte a
+pieno, e parea che cadessero dal cielo?
+
+TRINCA. Non fu piú di un solo.
+
+TRASIMACO. Come? se mi sentiva piú legni addosso che non ha un bosco;
+e dove mi voltava, non vedeva altro che bastoni e cielo, e mi pareva
+che tutte le legne del mondo si fussero congiurate contro le mie
+spalle.
+
+TRINCA. Non fu piú di un solo, ti dico.
+
+TRASIMACO. Se avesse avuto cento braccia come Briareo, non potea far
+tanto macello: mi scoppettizava, mi bombardeggiava su le spalle, a
+guisa di batteria.
+
+TRINCA. Un solo fu.
+
+TRASIMACO. Perché non avisarmi? sei uomo di poca discrezione.
+
+TRINCA. Mi pensava che volessi usar qualche stratagemma di guerra,
+qualche astuzia di gran capitano.
+
+TRASIMACO. Io non consumo tempo in astuzie e stratagemme militari, mi
+risolvo alla prima.
+
+TRINCA. Stimava che volessi straccarlo; e come fusse stracco delle
+braccia, saltargli adosso e strangolarlo.
+
+TRASIMACO. Io mi terrei a vergogna uccider genti stracche, non son
+cose da pari miei vincer con astuzie; ma poiché era un solo, perché
+non entrar in mezo e avisarmi?
+
+TRINCA. Dio me ne guardi, che mi fusse posto in mezo: mi avisasti
+prima, che, quando stavi infuriato, ammazzavi gli amici e gli nemici.
+
+TRASIMACO. È vero quanto dici; ma, essendo un solo, dovevi avisarmi.
+
+TRINCA. Vi sète portato, con le spalle, da un Orlando, e avete fatto
+un gran resistere; non l'arebbon sofferte dieci asini e dieci muli: e
+con poco decoro avete difeso il gran decoro della vostra capitanía.
+
+TRASIMACO. Ci ho fatto il callo a simil battaglie, non è questa la
+prima volta: eccomi qui sano e salvo, in carne e in ossa; mi è passato
+il dolore, e sento piú dolore che sia stato un solo, che delle bòtte.
+
+TRINCA. Lo potete andare a trovare, se volete far la vendetta.
+
+TRASIMACO. Bisogna tempo e commodo per le vendette, e non correre a
+furia. E poiché s'è fuggito, mi si rimollisce lo sdegno. Vo'
+perdonargli; e come soglio vincer tutti, cosí vo' vincere me stesso.
+Viva, viva! e io insieme con lui. A dio.
+
+TRINCA. A dio. Non ho visto poltron simile a costui, a giorni miei.
+
+
+
+
+ATTO IV.
+
+SCENA I.
+
+CONSTANZA vecchia, sola.
+
+
+CONSTANZA. Io non posso se non infinitamente ringraziare Idio, poiché
+egli infinitamente m'ha favorito. Chi credesse mai che, stata
+vent'anni schiava in man de turchi, mi fusse donata la libertá dal mio
+padrone, per esser omai decrepita, e postami, con alcuni cristiani
+riscattati in compagnia, in una nave, venisse a Vineggia e indi a Nola
+mia patria? O terreno desiderato del paese! o aria, quanto mi sei piú
+cara di tutte l'arie del mondo! Se la fortuna mi favorisse in farmi
+trovar Pardo, il mio marito, e Attilio, il mio figlio, vivi, le
+perdonarei la servitú di vent'anni e la perdita di Cleria mia figlia;
+mi faria dimenticar de tutti i passati disaggi; né io arei che piú
+desiderar in questa vita. Ma veggio un giovane venir costá; dimanderò
+di lui.
+
+
+SCENA II.
+
+TRINCA, ATTILIO, CONSTANZA.
+
+
+TRINCA. Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s'è dileguato in
+semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci
+avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui
+oprato felicemente.
+
+ATTILIO. Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto giá in
+disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la
+rimediasti assai bene.
+
+TRINCA. Una bugia a tempo val tant'oro.
+
+CONSTANZA. Gentiluomini, mi sapreste voi dir se Pardo Mastrillo fusse
+vivo?
+
+ATTILIO. È vivo e in buona sanitade ancora.
+
+TRINCA. (Cosí fusse egli morto e sotterra!).
+
+CONSTANZA. Ed Attilio suo figliuolo?
+
+ATTILIO. E Attilio parimente.
+
+CONSTANZA. Idio, per colmarmi d'ogni contentezza, m'ha voluto
+racconsolar con la vita di l'uno e di l'altro.
+
+ATTILIO. Chi sète voi, che tanto vi rallegrate della lor vita?
+
+CONSTANZA. Son una donna che, quando Pardo e Attilio sapessero ch'io
+son viva e qui venuta, ne arebbono quella allegrezza che ne ho io.
+
+ATTILIO. Ditelo, di grazia.
+
+CONSTANZA. A voi non appertiene saperlo.
+
+ATTILIO. E forse me s'appertiene piú che ad altri, perché io son
+Attilio suo figliuolo.
+
+CONSTANZA. Ed io son Constanza tua madre, che or giunge da
+Constantinopoli, con assai piú desiderio di vedervi che della propria
+mia acquistata libertade.
+
+TRINCA. (Ecco l'altra perturbatrice d'ogni nostro bel disegno).
+
+ATTILIO. (O Idio, che non si può nel mondo godere un bene, che non sia
+mischiato di alcun male: ecco, acquistando la madre, perdo il mio
+bene).
+
+TRINCA. (Avemo resistito al primo impeto della fortuna; or non si può
+piú, alla gran tempesta che ne ondeggia intorno).
+
+ATTILIO. (O mal, come vieni presto! o ben, come vieni tardo!).
+
+TRINCA. (La sua venuta scompiglia quanto abbiam tessuto della nostra
+tela; e se l'altre se han potuto rimediare, a questa non ci ha rimedio
+alcuno).
+
+ATTILIO. (Ho pregato Idio, che mi facesse veder mia madre, per non
+esser cosa, che piú desiderasse di vedere; or che la veggio,
+desidererei esser morto per non vederla, ché perdo Cleria, e io non
+vedrò mai piú cosa che mi piaccia). Voi dunque sète Constanza?
+
+CONSTANZA. Io son quella infelice donna che venti anni son stata
+schiava di genti barbare.
+
+ATTILIO. O madre, quanto mi sarebbe stata cara la tua venuta, se a piú
+opportuno tempo venuta fosse.
+
+CONSTANZA. Figlio, non intendo che vogliate dire.
+
+ATTILIO. Dico che in ogni tempo che voi foste venuta, fuor che in
+questo, la vostra venuta mi sarebbe stata oltre modo gratissima.
+
+CONSTANZA. (Mi pensava che benigna fortuna m'avesse condotta in porto,
+alla mia patria conducendomi; ma or da contraria tempesta mi veggio
+risospinta fuori: la mia venuta, che stimava che fosse desiosamente
+desiderata, la veggio esser scacciata con fastidio). Figlio, se il mio
+venir ti apporta qualche noia, di grazia fammene consapevole.
+
+ATTILIO. Madre, la cagion di ciò non può raccontarsi senza fastidio;
+entrate in casa, che è ben di ragione che avendo sofferta tanti anni
+la servitú di quei cani e tanti travagli nel viaggio, che vi
+riposiate; ma togliete a me ogni riposo, perché, entrando voi, ne
+cacciate me: sète voi fatta libera, per pormi in servitú: voi
+acquistate la patria, io perdo la patria e quanto possedeva. Né arei
+pensato mai che la vostra venuta fosse stata accompagnata da tanta
+amaritudine.
+
+CONSTANZA. Figlio, non mi trafissero mai tanto i morsi della servitú,
+quanto or mi trafiggono i vostri dispiaceri. Onde vi prego per quello
+amor, che è ragionevol che mi portiate, che mi manifestiate la cagione
+del disturbo; ch'io, cosí povera feminella come sono, sarò da tanto di
+tornarmene in Napoli e viver mendicando disconosciuta, per non darvi
+vergogna: che, se ben la nobiltá nelle miserie fa risvegliar i spiriti
+generosi e signorili, con l'esser stata tanti anni schiava son spenti
+in tutto.
+
+ATTILIO. Conosco, carissima madre, avervi offeso, e però mi vergogno
+manifestarlovi.
+
+CONSTANZA. L'offese de' figli alle madri non passano la pelle: non
+sará mai tanto grande, che non sia vinta dall'affetto materno. Voi
+tacete? Manifestatela, figlio, ché troverete quel che vi dico.
+
+ATTILIO. Madre, se promettete di perdonarmi e di rimediarvi, che di un
+male non se ne faccino molti, vi spiegherò il fatto come passi.
+
+CONSTANZA. Ti giuro, figlio, per quella grande affezion che ti porto,
+che spenderei questo avanzo di vita in tuo serviggio. Che se non
+m'adoperassi per un figlio, per chi debbo adoprarmi io?
+
+ATTILIO. Poiché cosí volete, vi scoprirò il tutto. Mi mandò mio padre
+con trecento scudi in Constantinopoli, per lo vostro riscatto. Venni
+in Vineggia per imbarcarmi per colá, e m'innamorai di una giovane
+bellissima, spesi i trecento ducati nel suo riscatto, la sposai,
+tornai a Nola, e diedi ad intendere a mio padre che voi eravate morta,
+e che avea riscattata Cleria, la mia sorella. E sotto nome di Cleria è
+stata ricevuta, per non dargli tal disgusto in quel poco tempo che
+potrá sopravivere. Or voi, entrando in casa e dicendo che quella non è
+Cleria vostra figlia, lo farete morir di dolore, né si terrebbe
+sodisfatto se non mi diseredasse e mi cacciassi fuor di casa.
+
+CONSTANZA. E s'io dicessi che quella fusse Cleria mia figlia, ti saria
+di contento?
+
+ATTILIO. Grandissimo.
+
+CONSTANZA. Vi prometto dirlo; e l'accetterò per figliuola e per mia
+dilettissima nuora, mentre vivo, per amor vostro. Non sapete voi che
+le madri condescendono agevolmente a i desideri de' figliuoli, e li
+sono aiutrici verso i padri?
+
+ATTILIO. Madre, ciò facendo vi arò piú obligo che della vita che
+donato mi avete, quando mi partoriste; ché, amando costei piú
+dell'istessa vita, donandomi costei, mi donate la vera vita.
+
+TRINCA. Ma bisogna, padrona, quando v'incontrate, usar quelle
+accoglienze come si fosse la propria Cleria vostra figlia; e
+dimandandovi di alcune cose, le sappiate rispondere e, di quelle che
+non sapete, tacere.
+
+CONSTANZA. Non son tanto goffa, che non sapesse fingere questo poco; e
+quando mai far non lo sapessi, l'amor che vi porto, mi sará miglior
+maestro che costui: so quello che si debba dire e tacere, e non me lo
+farò dir piú d'una volta.
+
+ATTILIO. Trinca, sali su, fa' calar mio padre, che venghi a ricever la
+sua moglie tanto desiderata; e avisa la mia Cleria del trattato.
+
+TRINCA. Volentieri.
+
+ATTILIO. Or l'accoglienze, madre cara, che non vi ho fatte al primo
+incontro, datemi licenza che le facci ora, che possa abbracciarvi e
+baciarvi a modo mio. Madre, cara sopra tutte le madri, madre che mi
+sei per natura e per obligo, madre che due volte dái la vita al tuo
+figliuolo, che farò, mentre sarò vivo, per disubligarmi da tanto
+beneficio?
+
+CONSTANZA. Poco è, figliuolo, quello che domandi che faccia per amor
+tuo; e prima che qui giungessi, ho desiata occasione di servirvi
+tutti.
+
+ATTILIO. Ecco mio padre.
+
+
+SCENA III.
+
+PARDO, CONSTANZA, ATTILIO.
+
+
+PARDO. O Constanza, carne mia, sei tu dessa over io non son io? o è
+forse questo un sogno? o fingo imagini a me stesso del desiderato
+bene? Tu sei ben dessa, e me ne sono assicurato, che con piú d'una
+guardatura ho confrontato l'imagine tua con quella che nel cuor
+impressa mi lasciasti.
+
+CONSTANZA. O marito, marito caro, che, avendo perduta la speranza di
+non averti mai piú a rivedere, or veggendoti e abbracciandoti, non lo
+credo.
+
+PARDO. O moglie cara, o quanto ho pianto il mio peccato di averti
+mandato a chiamar da casa tua per condurti in Polonia, preponendo la
+mia comoditá al tuo discomodo.
+
+CONSTANZA. Posso dir che, tenendovi cosí abbracciato, tengo la cosa
+piú desiderata che abbia al mondo.
+
+PARDO. Ed io l'anima mia; ché, rimasto senza te, rimasi un cadavero.
+Oh quanto mi sei or cara viva, poiché tanto t'ho pianta morta? ché,
+avendo mandato il mio figlio in Turchia col riscatto, mi riferí
+ch'eravate morta. Piaccia a Dio s'allonghi tanto la vita mia, che
+faccia a te quella servitú che per mia cagione hai fatta a quei cani.
+
+CONSTANZA. Bastami che m'amiate per l'avvenire, quanto m'amavate
+prima, o che m'amiate a par di quello, che v'amo io: che mi fará
+subito dismenticare de' disaggi della passata servitude.
+
+PARDO. Moglie, mi sento venire meno per l'allegrezza.
+
+CONSTANZA. Ed io non posso tener le lacrime.
+
+PARDO. Vo' che abbiate un'altra allegrezza, che veggiate Cleria vostra
+figlia.
+
+CONSTANZA. O Dio, che sommamente desio vederla.
+
+PARDO. Attilio, va' su e fa' calar la tua sorella.
+
+ATTILIO. Vado.
+
+PARDO. Come sète venuta cosí sola.
+
+CONSTANZA. Lungo tempo bisogna, consorte mio, a narrar sí lunga
+istoria della servitú sofferta fra quei cani, de' lunghissimi travagli
+del viaggio, che non son stati minori.
+
+PARDO. Ecco la tua figlia Cleria. Oh come, nel vedersi l'un l'altra,
+son tramortite ambedue! Oh, quanto è l'amor grande tra la madre e i
+figli! O Dio, che sará questo? o Cleria, o Cleria, o Constanza mia,
+risvegliatevi!
+
+
+SCENA IV.
+
+CLERIA, CONSTANZA, PARDO, TRINCA.
+
+
+CLERIA. O cara madre, o madre!
+
+CONSTANZA. O figlia, o figlia!
+
+PARDO. Mira, figlio, che affezione, che non puon saziarsi
+d'abbracciarsi e di stringersi. Mira che lacrime mescolate di dolore e
+di dolcezza. Orsú, non piú abbracciare e piangere; e non conturbate
+col pianto cosí desiderato contento.
+
+ATTILIO. Padre, mira che non ponno parlare.
+
+CONSTANZA. Ed è pur vero, o figlia, che da poi sí lungo tempo ti
+riveggia?
+
+CLERIA. O madre, come insperatamente vi veggio!
+
+Costanza. Mentre eri tu, figlia, meco, la servitú mi era leggiera e
+assai dolci i travagli, e per te mi smenticava di quella fortuna; ma,
+dopo che da me fosti separata, me si raddoppiaro gli affanni e ogni
+piacere m'era dispiacevole e noioso.
+
+CLERIA. Imaginatevi, cara madre, che non conoscendo al mondo altra che
+voi, e poi essendomi tolta, che disperazione era la mia.
+
+CONSTANZA. Figlia cara, come ti trovo in casa di tuo padre?
+
+CLERIA. Separata da voi, fui comprata da un sangiacco, e avanzando io
+in etá, s'invaghí di me quel cane; la moglie ne divenne gelosa, e,
+quando ei si partí per affari del Gran Signore, mi consegnò ad un
+servo, che mi vendesse. Cosí capitando mio fratello in Constantinopoli,
+mi riscattò da quello e mi condusse qui a casa seco.
+
+CONSTANZA. Sia lode a Dio del tutto.
+
+PARDO. Troppo sarete lunghe, se volete qui raguagliarvi delle passate
+fortune. Entrate, moglie, a riposarvi; che non mancherá tempo a
+questo. Attilio, aiuta tua madre; io, tua sorella.
+
+ATTILIO. Cosí faremo.
+
+
+SCENA V.
+
+TRINCA, CONSTANZA, ATTILIO.
+
+
+TRINCA. Padrona, non siamo stati defraudati della speranza nostra,
+perché avete oprato piú di quel che ne prometteste: veramente l'amor
+della madre avanza tutti gli altri. Che lacrime ardenti ho visto
+sparger da gli occhi vostri! che affettuosi abbracciamenti! che vivi
+motivi di materni affetti! Sto per inchinarmi e baciarvi i piedi, per
+tanto obligo che v'ho per rispetto del mio padrone, e del mio; che,
+scoprendosi l'inganno, era spacciato il fatto mio.
+
+ATTILIO. Il fingere è stato tanto naturale, che confesso l'arte aver
+superato la natura. E chi sarebbe stato che, veggendovi, non avesse
+giurato che quella fusse la tua vera Cleria? e voi la sua madre? O
+cara madre sovra tutte le madri, lasciate che vi baci le mani: e
+quando mai potrò ricompensarvi cotanta affezione?
+
+CONSTANZA. Figlio, non bisogna che m'abbiate obligo alcuno per ciò,
+perch'io non ho finto cosa alcuna. La giovane, che innanzi condotta mi
+avete, è la vera Cleria tua sorella, ché insiememente fummo rapite da'
+turchi.
+
+ATTILIO. Ohimè, che dici?
+
+CONSTANZA. Quel che la conscienza mi sforza a dire.
+
+ATTILIO. Cleria è mia sorella?
+
+CONSTANZA. Cosí tua sorella, come io tua madre: conceputi d'un istesso
+seme, portati nove mesi e partoriti dal medesimo ventre mio.
+
+ATTILIO. O crudeli effetti di fortuna, o essempi di somma infelicitá,
+o infelice versaglio di compassione! e qual penitenza emenderá il mio
+fallo? Dunque, sarò marito e fratello di mia sorella, padre de miei
+nipoti e zio de miei figliuoli? sarò genero vostro e di mio padre?
+
+CONSTANZA. Figlio, l'ignoranza fa men colpevole l'errore del tuo non
+fallo. Guardati per l'avvenire non abusar la conversazione e l'amor di
+tua sorella, amala di puro e sincero amore: se la tocchi, toccala come
+sorella; se l'abbracci, abbracciala come sorella, ché, abbracciandola
+altrimenti, abbracciaresti la tua infamia e vitupèro.
+
+ATTILIO. O madre, come può esser questo? che ricordandomi de quei
+primi fiori colti della sua bellezza, de' passati piaceri che ho
+gustati nella sua conversazione, delle godute bellezze e de' posseduti
+tesori delle sue grazie, che non cerchi spenger quelli ardenti e
+infocati effetti di amore nel godimento della sua persona?
+
+CONSTANZA. Avézzati a poco a poco a non mirarla, perché dalla vista
+dell'amata persona cresce la fiamma nell'intime midolle; avézzati a
+non parlarle, perché le parole son via alla concupiscenza: fuggi,
+quanto puoi, di trovarti da solo a solo con ella, accioché l'occasione
+non susciti l'uso, e ti conduca a qualche reo e biasmevol fine;
+allontánati da lei per qualche tempo, perché la lontananza degli occhi
+genera la lontananza dal cuore, e con generosa pazienza sopporta lo
+sforzo della tua inclinazione.
+
+ATTILIO. Ahi, che non per cangiar loco si cangia il core; e se il
+luogo disunisce, amore unisce i cuori. E queste cose son facili a
+persuadere, ma impossibili ad essequirsi.
+
+CONSTANZA. Lascia pensieri cosí sensuali e desidèri cosí brutti, e
+lasciatevi governare dal freno della ragione.
+
+ATTILIO. Pazzo è chi stima ch'uno innamorato possa reggersi da freno
+di ragione, perché l'animo è in tutto offuscato dall'amorose passioni.
+
+CONSTANZA. Trovatevi un'altra sposa od innamorata piú bella.
+
+ATTILIO. Amor non vuol cambio. O Cleria, in un medesimo tempo ti
+racquisto e ti perdo. Ritenerti non lece, ricusarti non posso:
+racquisto una sorella, perdo una sposa; e tu medesimamente acquisti un
+fratello, ma perdi un amante. O gran mutazione de' nostri desidèri! O
+padre, non puoi dolerti piú di me, che t'abbia ingannato e non dettoti
+il vero: mi desti danari per riscattar la sorella e la madre, ecco
+v'ho riscattata la sorella e condottala a casa tua: e hai avuto da me
+quanto hai desiderato. Né io posso dolermi se non di me stesso, perché
+solo ho ingannato me stesso.
+
+CONSTANZA. Figlio, del male almen n'è uscito un tal bene.
+
+ATTILIO. Ahi, che tanto movimento di sangue, che mi occupò il core
+nella prima vista, stimava che fosse dalla tua bellezza; ma era dalla
+forza del sangue, perché eravamo nati di un medesimo sangue; e io
+sciocco non me ne accorgeva. O madre, quanto m'è cara la tua venuta,
+tanto m'è acerba: questo giorno me ti dá e me ti toglie: nel giorno,
+che hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo è il primo giorno
+che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che è forza che mi parta dalla
+casa, dalla vita e dal mondo tutto.
+
+CONSTANZA. Chi ti vieta, o figlio, che non vivi e stia in casa tua?
+
+ATTILIO. O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per
+vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non può scampar in modo
+alcuno, gli è assai men grave il morire. La morte è un dolce porto de'
+miseri, a niuno è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa
+mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché
+con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo essiglio per
+non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo
+incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore è quel ch'io sento,
+o qual miseria è che pareggi la mia? o che gran meraviglia è ch'io
+viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in
+casa mia, onde niuno mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per
+esser tu troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O
+leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i
+costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o
+quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in
+questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della
+vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e
+l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente
+acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo,
+senza suspetto che tratti piú mai con la sorella.
+
+CONSTANZA. O che disgrazia è la mia! pensava dar allegrezza alla mia
+casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava
+che scampata dalla servitú di genti barbare e ricovratami nella mia
+casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma
+sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi,
+povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una
+miserabil tragedia. Ahi, che non è cosa stabile o felice sotto le
+stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto.
+
+TRINCA. Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in
+aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri.
+
+
+SCENA VI.
+
+EROTICO, ATTILIO, TRINCA.
+
+
+EROTICO. Attilio mio, che rammarichi son i tuoi? Qual sí grave
+accidente ti tien l'animo cosí occupato, che t'ha trafigurato il
+sembiante? Voi tacete? forse non è cosí grave il dolor vostro?
+
+ATTILIO. Tal, che men grave non può trovarsi. La fortuna opra cose
+impossibili, ma possibili per farmi misero.
+
+EROTICO. Deh, narratemi la cagione.
+
+ATTILIO. Deh, lasciami accompagnato dalla mia miseria, che viva in
+quella, poiché cosí comanda la mia disgrazia; e non vogliate saperla.
+
+EROTICO. Ditela, ché non è mal senza rimedio.
+
+ATTILIO. Solo al mio male non può trovarsi rimedio. O voi, che con
+medicine cercate fuggir la morte, venete a scambiarla con la mia vita;
+ché, quanto piú chiamo la morte per rimedio de' miei mali, ella da me
+piú s'allontana. Che sia maladetta l'ora che nacqui, maladetto chi mi
+pose nella cuna, e maladetto chi mi diede il latte che bevei!
+
+EROTICO. Siate, o amico, conforme a voi stesso nella passata vita: che
+animo debole è il vostro? ingannato piú tosto dal dolore che dalla
+ragione? Che? s'è scoverto forse, che avete ingannato vostro padre e
+l'avete tolto i danari?
+
+ATTILIO. Anzi s'è confirmato che non è stato ingannato, e son stati
+spesi i danari in quello che proprio desiderava.
+
+EROTICO. Forse la vostra Cleria v'è stata tolta da casa, e avete
+carestia della sua vista?
+
+ATTILIO. Sta in casa, né se ne partirá piú mai, e morrò per la troppa
+copia.
+
+EROTICO. V'è stato forse interdetto il poter trattare e il ragionar
+con lei?
+
+ATTILIO. Anzi, piú trattar e conversar con lei senza sospetto; e sarò
+un nuovo Tantalo, star affamato in mezo i frutti che li pendono
+intorno, e assetato in mezo l'acqua.
+
+EROTICO. S'è forse scoverto che non sia vostra sorella?
+
+ATTILIO. Anzi, perché s'è scoverta mia sorella.
+
+EROTICO. Di che dunque vi dolete, s'è creduto quello che con tanta
+diligenza avete finto?
+
+ATTILIO. L'esser scoverta mia sorella ha rotto tutti i miei e vostri
+disegni.
+
+EROTICO. Parlate troppo confuso, distinguete, troppo gran cose dite in
+brevi parole.
+
+ATTILIO. Il mio male è di sí perversa sorte, che l'animo s'inorridisce
+di spavento e la lingua non basta manifestarlo.
+
+EROTICO. Dillomi tu, Trinca.
+
+TRINCA. È gionta Costanza sua madre poco fa da Turchia, e ha detto che
+Cleria è sua vera sorella carnale.
+
+EROTICO. Cleria sua sorella? o mostruoso accidente, o caso inaudito!
+
+ATTILIO. O amor iniquo, e qual peccato commisi io mai, che avessi ad
+innamorarmi di mia sorella? O Cleria, che mai t'avessi vista, o
+avendoti vista non mi fossi piaciuta tanto, né ti avessi amata con sí
+fervido amore! Oimè, che son fuor di cervello: non so chi sia stato,
+chi sia, né chi debba essere. Son dispettoso, colerico e disperato:
+dubito che non s'apra la terra e m'inghiottisca, né so come mi
+sostegna. Son odioso agli uomini e a Dio, né so se viva al mondo uomo
+di me piú disgraziato.
+
+EROTICO. Il vostro miserabilissimo caso è degno di compassione e mi ha
+commosso l'animo; e il buon amico deve esser officioso in dar
+consiglio e aiuto al suo amico nella cattiva fortuna, e nol facendo ne
+ha da render conti alle leggi dell'amicizia. Ma io confesso che non so
+né che aiuto né che consiglio possa darvi. Ma che pensate di fare?
+
+ATTILIO. Morire per far meco morire la morte mia: ogni cosa mi
+dispiace, eccetto la morte: però piangerò tanto, sospirerò tanto,
+finché essalerò lo spirito per la bocca e stillerò per gli occhi
+l'avanzo della mia vita.
+
+EROTICO. Deprimete tanto caldo e tanta furia di amore.
+
+ATTILIO. Amor quanto piú si cerca deprimere, piú si rinforza.
+
+EROTICO. Il tempo alleggiará il dolore.
+
+ATTILIO. Ahi, che il tempo non scancellará dal cor mio sí bella
+imagine, che con tanta fermezza ci fu impressa, né scancellará la
+memoria delle gioie passate. E che son altro quei ricordi che seminari
+inesausti di dolori?
+
+EROTICO. Mirando altre bellezze di donne, ti smenticherai delle sue.
+
+ATTILIO. Ed in qual troverò io quell'aria celeste che si vede in quel
+suo volto divino? in qual quelle suavi parole che parean uscire da la
+bocca de gli oracoli? dove quelli atti pieni di maestá? dove i tesori
+della sua bellezza?
+
+EROTICO. La pacienza fa il tutto.
+
+ATTILIO. O che debol rimedio è la pacienza!
+
+EROTICO. Fate della necessitá volontá, e passarete bene. Ma a voi, che
+vi detta il pensiero?
+
+ATTILIO. Molte cose mi vanno per la fantasia, ma una sola riuscibile:
+partirmi e andar disperso per il mondo.
+
+EROTICO. Dove anderete?
+
+ATTILIO. Dove non è via, dove non sono genti, al sole, alla neve, alle
+tempeste.
+
+EROTICO. Chi vi fará compagnia?
+
+ATTILIO. Sdegni, confusioni, spaventi, dolori, gemiti, suspiri e
+disperati pensieri.
+
+EROTICO. Che commoditá portarete per i disaggi de' camini?
+
+ATTILIO. Angoscie, amaritudini, la morte istessa.
+
+EROTICO. Di che viverete?
+
+ATTILIO. Della propria morte.
+
+EROTICO. Deh, caro amico, non lasciarti cosí trasportar dal dolore! E
+quel legame d'amicizia, che insieme ne stringe, mi astringe che non ti
+lasci partire.
+
+ATTILIO. A dio, caro amico. Quando ti ricorderai del mio pietoso caso,
+vengati pietá di me; non ho mancato dalla mia parte a far che Sulpizia
+fusse la tua. Trinca, resta felice, e Dio ti facci servir piú
+fortunato padrone di me: mi dispiace non poterti dar condegno premio
+de' tuoi fideli serviggi, ché mai nacque piú degno servo di te sotto
+le stelle: abbi compassion di me, che non posso sodisfarti, che, se
+gli oblighi restassero nell'anima dopo la morte, ti resterei obligato
+in eterno.
+
+EROTICO. Dimmi, caro fratello, come Cleria saprá il principio della
+tua partita, non sará il fin della sua vita? che sai che deliberazione
+ará ella fatta, e desia fartene consapevole? Onde, se non bastano i
+miei prieghi, per quel nome di Cleria, che ti fu sí caro un tempo, che
+vi fermiate per questa notte sola in casa mia. Consigliamoci fra noi,
+che dobbiam fare. Non è gran tempo questo che vi domando. Inviamo
+Trinca, intanto, in casa vostra, e sappiamo che dica o faccia Cleria,
+perché io ti vo' far compagnia.
+
+ATTILIO. Quel nome di Cleria, che fu prima lo spirito della mia vita,
+or è morte della mia vita; però, se m'amate, non me la nominate piú.
+Amor prima ci giunse, or crudel fortuna ci disgiunge; né ho altra
+speranza, che sol morte ne congionga. Io vo' andarmene solo; ché come
+il mio dolore è solo e senza pari, cosí solo e senza compagno vo'
+andar tapinando; e non m'uccidete piú con l'aver pietá di me. Ahi, che
+mi voglio partire, e non posso, ché tutti i spiriti miei son occupati
+da un mortale dolore! Trinca, or che vai in sua casa, dille che il suo
+fratello va a morire, che pianga la mia morte, che non mi potrá
+avvenir cosa piú cara, che veder le mie essequie onorate dalle sue
+lacrime.
+
+TRINCA. (Erotico caro, or che sta cosí addolorato, forsennato e
+inesorabile, tiriamolo in casa vostra, ché gli innamorati si assordano
+a' consigli che li son dati; ch'io andrò in casa fra tanto).
+
+EROTICO. Attilio fratello, perdonami, si t'uso violenza in
+strascinarti in casa mia.
+
+ATTILIO. Oimè, chi mi tira? dove sono? deh, perché, amico, non
+m'aiuti?
+
+
+SCENA VII.
+
+PARDO, GULONE.
+
+
+PARDO. (E pur mi capita innanzi questo ghiottonaccio).
+
+GULONE. (Ecco questo vecchio di Caronte, spavento di cimiteri: non
+posso fuggirlo). Signor Pardo, Idio vi dia il buon giorno.
+
+PARDO. E a te dia Dio il malanno e la mala pasqua.
+
+GULONE. Par che siate adirato meco.
+
+PARDO. Toglimiti dinanzi, che mi vien voglia farti cader da bocca
+cotesti tuoi denti.
+
+GULONE. Poca offesa t'han fatto sempre i denti miei.
+
+PARDO. Me l'ha fatta la tua lingua.
+
+GULONE. La mia lingua v'ha sempre lodato.
+
+PARDO. Le lodi ch'escono dalla lingua di un par tuo, son vergogne
+degli uomini da bene.
+
+GULONE. La mia lingua mai offese alcuno.
+
+PARDO. Hai la lingua doppia come quella delle serpi, che punge e
+avvelena; però sparisci via, assassin, furfante.
+
+GULONE. Avete potestá dirmi quel che volete, perché vi son schiavo.
+Morrei piú tosto che restar di non mangiar teco, e ci mangiarò oggi a
+vostro dispetto.
+
+PARDO. T'ho detto che sei un furfante.
+
+GULONE. Ed io vi dico che sète uomo da bene. Avemo detto una bugia per
+uno.
+
+PARDO. Fa' che tu non accosti piú alla tavola mia.
+
+GULONE. Che diavolo stimi, che se non ho la tavola con mesal bianco,
+ornato di frondi e di fiori, e di salvietti fatti a torrioni, che non
+sappia mangiare? buon vino e buona carne fa l'effetto.
+
+PARDO. Non te n'è mancato in casa mia.
+
+GULONE. Sí, carne di asino, di quelli che portano le pietre per le
+fabriche, tutti pieni di cancheri e di guidaleschi: e se pur qualche
+pollo, senza testa, senza piedi e senza ali, e senza fegadelli e
+ventricelli, che te ne servivi per l'insalate, ti veniva tronco a
+tavola, che parea che fosse stato alla rotta di Ravenna. Bisognan
+pollastroni e galli d'India intieri intieri, ogni cosa a tavola alla
+tedesca, i catini pieni, e ogni un piglia quel che vuole.
+
+PARDO. Creanza de pari tuoi! dopo aver diluviato e tracannato a tuo
+modo, vai dicendo il contrario.
+
+GULONE. Minestre fredde e vin caldo, che bisognava tormi da tavola piú
+morto di fame, che quando ci venni.
+
+PARDO. Mi dispiace l'onor che ti ho fatto; ma tu non pratticherai piú
+meco.
+
+GULONE. Ed a che mi può servir la tua vecchiezza? a darmi consiglio?
+Io non ho bisogno di consiglio, né fo mai cosa con consiglio.
+
+PARDO. Se non vai via, chiamerò alcun di casa, che ti spezzi l'ossa.
+
+GULONE. Chiama Mazzafrusto o Sgraffagnino che mi prendano.
+
+PARDO. Vo' entrarmene in casa, per tormi questa bestia dinanzi.
+
+GULONE. A tuo dispetto, or vo ad un banchetto in casa d'un amico.
+
+
+SCENA VIII.
+
+SULPIZIA, EROTICO.
+
+
+SULPIZIA. (Ecco il turbator della mia pace; e pur ardisce alzar gli
+occhi su le mie fenestre!).
+
+EROTICO. (Se l'imaginazione non mi rappresenta il falso, mi par che un
+chiaro splendore del mio sole venghi a ferirmi gli occhi: ella è pur
+dessa. Vo' salutarla). Io vi saluterei, signora, se non facessi il
+contrario, perché ogni salute e ben ch'io spero, non può venirmi
+altronde, se non da lei. Ma faccivi Idio cosí lieta e contenta, come
+v'ha fatto la piú bella e graziosa dell'universo.
+
+SULPIZIA. Rendati Idio cosí infelice e disgraziato, come tu hai me
+reso infelice e disgraziata.
+
+EROTICO. Oimè, che è quel che sento? sète voi dessa, over io son un
+altro? e che parole son quelle che odo?
+
+SULPIZIA. Quelle che mi detta il dolore, partorite da giusto sdegno, e
+quelle di che la tua infedeltá me ne dá cagione.
+
+EROTICO. E da quella bocca di perle e di oro posson uscir parole tanto
+odiose? Di grazia, se lo fate da scherzo, non le dite da vero. E che
+altro è dirmi questo, che scannarmi con le man vostre?
+
+SULPIZIA. Toglitime dinanzi, brutto cane.
+
+EROTICO. O anima mia, se da te mi scacci, a chi devo ricorrer io? dove
+mi scacci, se le tue bellezze mi tengono legato con troppo saldi
+legami, e la luce de tuoi begli occhi m'è sí cara, che come nuova
+farfalla corro ad accendermi e morire in sí bel foco?
+
+SULPIZIA. Le tante cortesie, ricevute da me, non meritavano tal
+guiderdone.
+
+EROTICO. Ho conosciuto veramente tanta gran cortesia non meritarla; ma
+la vostra gentilezza me ne ha fatto degno.
+
+SULPIZIA. Queste paroline melate usi tu per ingannar le povere
+semplicelle, per giongere a quel termine che desiate, e poi lasciarle.
+Ingannevoli volpi, che non desiate di noi se non la pelle. Sei forse
+ritornato per farmi alcuna nuova offesa?
+
+EROTICO. E che offesa vi feci mai, o mia generosa signora? E se pur vi
+sentite offesa da me, fate che lo sappia, che la confessarò e mi
+sottoporrò ad ogni penitenza; e da quella sarete forzata confessare
+che non vi ho offeso.
+
+SULPIZIA. Dimmi, traditore, ch'offesa ti feci io mai, se non l'averti
+amato piú del dovere? quanto tempo son stata nemica di me stessa per
+amar te? ché ti diedi l'imperio d'ogni mia volontá e comprai il tuo
+amore a costo dell'onor mio. All'ultimo, per guiderdone, spenta la
+vergogna, la giustizia e l'onestá, tradesti l'amore, la sposa e la
+fede; e mi lasci beffeggiata, schernita e rifiutata.
+
+EROTICO. Io schernir voi? e quando fu altro desiderio in me, che di
+servirvi e onorarvi e spender la vita per l'onor vostro? se non come
+voi meritevole, almeno come le deboli forze mie. Ed è possibile--o
+amarissimo nodrimento della mia vita!--che da miei suspiri, e dalle
+lacrime ardenti che spargono gli occhi miei, non sia scaldato
+quell'agghiacciato gelo del vostro cuore, e non vi faccino piena fede
+della mia innocenza? E le tante esperienze fatte dell'amor mio non
+v'hanno giá fatta chiara quanto io v'ami? Qual iniquo destino ha
+turbata la serenitá de' nostri cuori, quella suavitá, quella dolcezza
+di due anime congionte insieme, come son state sí gran tempo le
+nostre? dove è quella fede che fu sí sincera fra noi?
+
+SULPIZIA. Toltoti sia quel cuore fallace e disleale da quel petto,
+nido dove non si covano mai se non inganni e tradimenti; e quella
+lingua traditrice e bugiarda, la qual usi se non per ingannar coloro
+che si fidano in quelle tue parole. E come io sperava fede da un
+cuore, ove non ce ne fu mai?
+
+EROTICO. Io non posso altro rispondervi che, come signora e reina che
+mi sète, v'è lecito fare e dirmi ogni ingiuria che volete. Ma non son
+questi i frutti, che sperava dalla vostra gentilezza e dalla nobiltá
+dell'animo suo, che per ragion di mondo e per giustizia sète obligata
+di rendermi.
+
+SULPIZIA. Or che lo sdegno m'ha tolto quel velo dagli occhi, che cieca
+mi rendeva, e conosciuti i tuoi tradimenti, ti vo' fare ammazzare, e
+poi ammazzarmi io ancora; e mi consolarò nella mia morte con la tua
+morte. Ti publicarò per quello assassin che sei, che ancor dopo la
+morte resti l'infamia tua; farò che non goderai di questo tuo nuovo
+amore, ché, scoverte le tue furfantarie, ti abbi il mondo per quel che
+sei. Spu, spu!
+
+EROTICO. Ahi, che la tigre non è cosí fiera, e non è fera tanto
+efferata come la donna bella; e una bella si dee fuggir come una fera.
+Voi volete farmi ammazzare? fermatevi, signora, e vi priego, se pur
+v'è rimasta qualche reliquia viva del primo amore, che vi degnate di
+esser spettatrice di questo ultimo segno, che posso darvi
+dell'infinito amor che v'ho portato e che vi porto, perché dinanzi a
+gli occhi vostri, come a mio idolo terreno, vo' trafiggermi con questa
+spada, e consegrarmi vittima vostra. Misero me, che sdegno è questo?
+che donna sdegnata è peggio che tigre. Dubito che alcuno non l'abbi
+dato qualche falsa informazione di me, e me le abbi figurato per
+disleale e discortese. O forse che le donne sono volubili: e come la
+luna fa una volta il mese, elle si voltano cinquanta volte il giorno;
+o forse quando la luna è scema di lume, a lor le si scema il cervello.
+Sono come fanciulli, che vogliono e non vogliono, e non san star in un
+proposito, o sono mobili come il vento--e chi s'impregna di vento,
+partorisce aria;--o perché sono vogliose e desiderano sempre cose
+nuove; o forse è lor costume peculiare di dar sempre dispiaceri e
+tormenti a coloro da' quali si conoscono essere amate e riverite. Né
+si contentano della signoria de nostri corpi, se non sono tiranne
+dell'anima ancora; e vogliono che commettiamo idolatria in amar loro,
+come si fussero dèe. E quando il diavolo per lor mezo fece peccar
+l'uomo, ci lasciò quella maladetta diabolica ambizione d'esser adorate
+come lui; né lasciano di tormentarci mai, se non vedono che sono
+adorate. O maladetti piaceri, che si gustano in amore; ché, se pur
+alcun se ne gusta, vien sempre mescolato con la paura di aver a finir
+fra poco tempo; anzi, quanto piú ti vedi amar fuor di misura, piú dá
+certo presaggio d'aver piú tosto a finire. E la fortuna, per esser
+femina, è sempre instabile e inconstante. Sperava questa sera
+sposarla: ecco la nostra favola ha mutato faccia. Ella è cosí meco
+sdegnata, che non sia per rappacificarsi piú giamai. Almen incontrasse
+la balia, ché m'informasse da lei, che ingiuria è quella che dice aver
+da me ricevuta. Ma eccola che vien.--Balia, tu sia la ben trovata.
+
+
+SCENA IX.
+
+BALIA, EROTICO.
+
+
+BALIA. Io non vo' dirti il mal trovato. Ma mi meraviglio come non ti
+vergogni di comparirmi dinanzi.
+
+EROTICO. A me questo?
+
+BALIA. A te questo.
+
+EROTICO. E dici da vero?
+
+BALIA. E ti par che in un tale accidente non si parli da vero?
+
+EROTICO. Tutte due se sono accordate contro me. Ed è possibile che non
+possa conoscere donde proceda questo sdegno? che non apro la bocca per
+dimandare, che mi saltano adosso infuriate, che non mi lasciano dir le
+mie ragioni?
+
+BALIA. Pensava che i piaceri, che ti fussero stati fatti, ti avessero
+posto in obligo da non sciortene giamai; ma tutto è stato fatto al
+vento, malvaggio, ingrataccio, che tu sei.
+
+EROTICO. È possibile che le donne abbino a pigliar tutte le cose per
+la punta, né vogliono ascoltar cosa, se non quelle che si confanno
+alla natura loro?
+
+BALIA. Cosa da gentiluomo! dopo cavate le voglie, van le povere donne
+per le lingue del volgo e per le bocche degli uominacci, e raccontate
+per essempio d'infelici.
+
+EROTICO. Ascoltami due parole, per amor de Dio.
+
+BALIA. Non bisognan piú belle parole né lacrime, instrumenti da
+ingannar le povere donnecciuole. L'amore è converso in odio, e il
+piangere accresce lo sdegno.
+
+EROTICO. Ed è possibile che non vogli lasciar l'ira per un poco e
+ascoltar le mie ragioni?
+
+BALIA. M'incolerisco di sorte, che se mai mi dispiacque d'esser donna,
+mi dispiace ora; ché si fussi uomo come te, ti caverei quelle
+intestine dal corpo. Ma, se non me ti togli dinanzi, cosí donna come
+sono, ti caverò cotesti occhi con i diti, e ti strapparò il naso dalla
+faccia con i denti; e me ne insanguinarei insino all'unghie, cane
+ingrato e disconoscente.
+
+EROTICO. O che tu sei fuora di te o che ti sogni? che diavol t'ho
+fatto io, che non puoi temprar la lingua dall'ingiurie e narrarmi il
+fatto come passi?
+
+BALIA. Non posso piú patire l'importunitá e la mala creanza di costui.
+
+EROTICO. Meglio sará entrarmene ad Attilio e tormi dinanzi l'occasione
+di qualche nuovo errore.
+
+BALIA. Veggio Orgio, e m'ha vista ragionar con Erotico, disgraziata
+me!
+
+
+SCENA X.
+
+ORGIO, BALIA.
+
+
+ORGIO. A dio, buona donna.
+
+BALIA. Sí, che son buona donna, e se nol credi, te ne giurerò!
+
+ORGIO. Ti ho colta sul fatto, non puoi piú negarlo. Giá m'hai chiarito
+di quanto ne stava suspetto.
+
+BALIA. Che gran cosa che m'abbiate visto parlar con un giovane?
+
+ORGIO. Che parlavi di cose di stato, di astrologia o di filosofia?
+
+BALIA. Non si può dunque parlar d'altre cose?
+
+ORGIO. Le baliaccie, che han figliane da marito, parlando con i
+giovani, non puon dar buon odor di loro. Né fu mai figlia puttana, che
+la madre o la balia non le sia stata ruffiana.
+
+BALIA. Non vi potete doler di me, padron mio.
+
+ORGIO. Se tu m'avesti stimato padrone, e non una bestia, non mi aresti
+trattato nel modo che m'hai trattato.
+
+BALIA. Di che vi dolete di me?
+
+ORGIO. Chi ha portate e riportate l'ambasciate fra quel giovane e
+Sulpizia? o ridotti i loro amori nel termine dove or sono?
+
+BALIA. Volete dunque dir che vostra nipote sia una puttana, e io una
+ruffiana?
+
+ORGIO. Sotto sí onorata maestra non potea imparar altre opre di quelle
+ch'ave imparate.
+
+BALIA. Questo guadagno dopo la servitú di trent'anni in casa vostra?
+
+ORGIO. Questo guadagno io con te, dopo averti amata e onorata
+trent'anni in casa mia, che al fin avesti a svergognarmi la nipote?
+
+BALIA. Mai la casa vostra è stata cosí onorata e riverita, come mentre
+ci son stata io.
+
+ORGIO. Mi doglio ritrovarmi qui nella strada publica, che non vorrei
+far i vicini consapevoli de fatti miei, ché per risposta ti vorrei far
+cader questi pochi denti che ti sono restati in bocca, e trarti quei
+pochi capelli che ti ha lasciati il mal francese; ma faremo i nostri
+conti in casa, quando manco ci pensarai.
+
+BALIA. In casa vostra non entrerò piú mai, poiché in tal stima ci son
+tenuta.
+
+ORGIO. Tu ci entrerai per tuo dispetto, se non di buona voglia.
+
+BALIA. Io per forza?
+
+ORGIO. Tu sí, e ti strascinerò per li capelli.
+
+BALIA. Oimè, oimè, vicini, aiuto, aiuto!
+
+ORGIO. Ci bisognano uomini e non asini, a governar queste bestie.
+
+
+
+
+ATTO V.
+
+
+SCENA I.
+
+BALIA sola.
+
+
+BALIA. A questo modo, eh? come l'infame e le cattive? Per ogni minimo
+disdegnuccio, subito sbalza di casa, e delle buon'opre di tanti anni
+non ce ne ricordiamo; né basta il caricarci di male parole, ma di
+bastonate ancora. Le bastonate dunque sono il prezzo della servitú di
+trent'anni? E come le vecchie sien cagion de tutti i mali: «Caccia la
+vecchia, uccidi la vecchia, impicca la vecchia e squarta la vecchia».
+Ma appiccata e squartata sia da dovero, s'io non me ne vendico: se non
+posso vendicarmene con le mani, me ne vendicarò come posso: ne farò
+tal vendetta, che non ti vanterai di avermi fatto ingiuria. Me ne
+andrò alla casa di Pardo; e li manifesterò un fatto, che li farò
+sborsar molte migliaia di scudi; e so che cavandosegli quei scudi di
+mano, li fará peggio che se li cavasse il fegato, il polmone e il
+core. Forse che gli rincresce, all'assassino, del mal fatto? o viene a
+darmi qualche buona parola per sodisfazione e acchetarmi? Mira in che
+stima mi tiene! Ma perché piú perdo tempo in lamentarmi, e non batto
+la porta di Pardo? _Toc_.
+
+
+SCENA II.
+
+PARDO, BALIA.
+
+
+PARDO. Che buona nuova, balia mia?
+
+BALIA. Vengo con buona intenzione di farvi bene.
+
+PARDO. Ed io vi ricevo con miglior volontá.
+
+BALIA. Vi priego per l'antica amicizia che è stata fra noi, per la
+vicinanza e per l'etá vostra veneranda, che piacciavi darmi udienza
+per poco tempo.
+
+PARDO. Balia mia, ho gran piacere che me si porga occasione
+d'impiegarmi ne' tuoi comandi, per aver tanto tempo conversato fra noi
+domesticamente, come buoni vicini.
+
+BALIA. Vengo a scoprirvi alcuni secreti di Orgio, che v'importano,
+poiché egli per i suoi mali trattamenti non mi dá cagione che gli
+abbia a nascondere.
+
+PARDO. Mala cosa è porsi fra dua che son stati gran tempo amici; che,
+raffreddatosi quell'impeto della colera, si riconciliano insieme e
+restano poi nemici i mezani.
+
+BALIA. Non ci è luogo di riconciliazione piú, né che speri mai piú
+entrar in casa sua, poiché egli mi ha dato delle bastonate cosí
+sconciamente.
+
+PARDO. Se ben v'ha trattato male per ira, giá non ne morrai per
+questo.
+
+BALIA. Orgio, dopo la servitú di trent'anni, mi paga con prezzo di
+tanta ingratitudine.
+
+PARDO. Ma che sète per dirmi?
+
+BALIA. Sappiate che Cleria, che vi fu rapita da turchi, e vi costò
+tanti dinari a riscattarla, non è vostra figlia, ma è Sulpizia, figlia
+di Filogono; e quella Sulpizia, che è in casa nostra, è Cleria vostra
+figliuola.
+
+PARDO. Come dite voi questo? e come lo sapete?
+
+BALIA. Lo dico, che niuno lo può saper meglio di me, ed è cosí. Quando
+voi generaste la vostra Cleria, la deste alla moglie di Filogono, che
+la lattasse, perché egli era allor poverello ed era vostro vicino:
+ella si lattò la sua Sulpizia, che ora è in casa vostra, e a me diede
+a lattare la vostra Cleria, sotto nome di Sulpizia.
+
+PARDO. E perché tanto assassinamento?
+
+BALIA. Perché voi eravate in quel tempo, come ora sète, oltra modo
+ricchissimo, ed egli poverissimo: ché, dando a voi la sua figliuola,
+l'avreste maritata nobilissimamente, e la vostra figliuola, essendo
+egli poverissimo, l'arebbe umilmente collocata, con speranza che, dopo
+la vostra morte, si fussero scoverti a lei per veri padre e madre, e
+ch'ella fusse costretta poi darli onorevol vitto, e da sua pari.
+Eccovi la cagione.
+
+PARDO. E può cader in cuor di uomo un cosí nefando pensiero?
+
+BALIA. Ma la morte privò l'uno e l'altra di tanta speranza, e Idio ne
+ha fatto la vendetta per voi, ch'essendo eglino venuti poi in miglior
+fortuna, arebbono voluto manifestarvi l'inganno e riaver indietro la
+loro figliuola; ma vi fu rapita da turchi: e allora piansero
+amaramente il peccato e il gastigo di Dio, e se ne moriro ambiduoi di
+disperazione e di doglia. Ma Filogono lasciò la robba ad Orgio suo
+fratello, con condizione che, riavendosi la loro Sulpizia, cioè la da
+voi stimata Cleria, se li consignassero diecimila ducati di dote, e,
+non ricuperandosi, si dessero alla vera vostra Cleria, cioè la stimata
+loro Sulpizia, duemila ducati per lo suo casamento, e il restante
+ereditasse Orgio suo fratello. Or, scoprendosi che la vostra Cleria è
+figlia vera di Filogono, sará forzato questo furfante darle diecimila
+ducati di dote: e cosí io li vengo a far questo danno e le mie
+vendette.
+
+PARDO. Ma che certezza arò io, che la vostra Sulpizia sia la mia vera
+Cleria?
+
+BALIA. Sulpizia vostra è di pel rosso, come voi sète; gli occhi
+azurri, come i vostri; e il volto simile al vostro: e, se ben vi
+ricordate, ha una macchia rossa nel braccio sinistro, come goccia di
+vin rosso.
+
+PARDO. O Dio, veramente mi ricordo di quella macchia rossa, e parmi or
+di vederla; e nella vostra Cleria mai piú ve l'ho vista. Ma io non
+conseguisca mai desiderio in mia vita, se, sempre che ho vista
+Sulpizia, non mi sentiva un certo movimento di sangue per la persona,
+tra carne e pelle, e non potea imaginarmene la cagione. La natura
+veramente facea l'ufficio suo, e per una certa occulta affezione l'ho
+sempre richiesta ad Orgio per darla per moglie ad Attilio, e ancor
+senza dote. O Dio, in che peccato era io per incorrere! Ma ben fece
+Orgio, che non lo volea mai consentire. E da che Attilio mi ha
+condotta la vostra Sulpizia in casa, non mi ha avuto mai grazia, né
+l'ho mirata mai di buon occhio. O vecchio per tanti anni deluso! Ma
+sai tu chi ha fatto il testamento di Filogono?
+
+BALIA. È quel notaio che sta appresso la casa vostra.
+
+PARDO. Lo conosco benissimo. Voi potrete trattenervi in casa mia,
+finché vi torni commodo, se non volete tornar nella vostra: e
+trattarete con Costanza mia moglie, che oggi è gionta da Turchia, e
+ragionate de' signali, finché vada al notaio e veda il testamento di
+Filogono; ché ritrovandosi vero quanto dici, come so che è ben vero,
+ne arai tal mancia, che ne restarai sodisfatta.
+
+BALIA. Non ricerco altrimente mancia di ciò: mi gravava la conscienza
+sopra questo, e mi vendico di quel scostumato vecchiaccio che mi ha
+cosí bestialmente mal concia.
+
+
+SCENA III.
+
+ORGIO solo.
+
+
+ORGIO. Veramente l'ira è una mala consigliera, e trasporta l'uomo a
+cose, che poi non se ne può piú ritirare, perché l'animo alterato è
+cagion di molti moti disordinati. La rabbia troppo acuta, che mi mosse
+cosí subito, fe' che mi ricordasse piú tosto dell'error suo che del
+debito mio; perché d'una cosa, che ne potea far passaggio, ha fatto
+che non abbia avuto rispetto alla servitú di trent'anni, onde io
+medesimo son stato ministro del mio male. Ho visto la balia ragionar
+lunghissimamente con Pardo, e son certo che l'ará rivelato della
+figlia quanto è stato occulto fin ora, perché non ci era altri vivo
+che lo sapessi. Dogliomi del mio fratello, che d'una cosa, che volea
+ch'ad altri fusse occulta, non dovea farne consapevole una
+fantescaccia: ché le cose, che si devono tener occulte, non deve
+l'uomo fidarle a persona: ché, se l'uom istesso non può tener secrete
+le cose sue, come si spera ch'altri le voglia tener secrete? Si guardò
+di me, che l'era fratello, e si fidò della balia; ché non lo seppi
+mai, se non quando fece testamento. E ho per certo che questa cicalona
+ce l'ará raccontato, perché ho visto ancora Pardo avviarsi per quella
+strada, dove abita il notaio, per veder il testamento. O veritá,
+quanto sei difficile a nascondere, o quanto facile a discoprire, che
+non può l'uomo tanto giú sepelirti, quanto piú tu assumi di sopra! Giá
+par che di ora in ora me lo veggia di sopra, con gridi, con minaccie e
+con ingiurie, che gli restituisca la figliuola sua e che mi tolga la
+mia: e il peggio sará, che bisogna che sborsi diecimila ducati per la
+sua dote. Conosco aver errato; ché non dovea cosí rigorosamente
+castigar la balia, e dovea considerar ch'era vecchia, che i vecchi per
+se stessi sono colerici e ritrosi. Ma ogni uomo, che spunta di lá, mi
+par che sia Pardo e che dica:--Dammi la mia Cleria e togliti la tua
+Sulpizia. Ma eccolo che viene, e alla volta mia. Idio mi aiuti.
+
+
+SCENA IV.
+
+PARDO, ORGIO.
+
+
+PARDO. Fermatevi, Orgio, che ho da parlarvi. ...
+
+ORGIO. (Questa ragionata non sará buona per me: che li torni la
+figlia).
+
+PARDO. ... So che siamo vecchi e arrivamo agli ottanta, e abbiamo a
+star assai meno al mondo, che non siamo stati: anzi abbiamo il piede
+in staffa per partirci per l'altro mondo, dove non ci è ritorno. ...
+
+ORGIO. (Il prologo della predica). Questo è il peggio.
+
+PARDO. ... E morti che siamo, abbiamo a render stretto conto delle
+nostre azioni a Dio, e molto piú delle restituzioni delle robbe, né si
+rimette il peccato se non se restituisce il rubbato. ...
+
+ORGIO. (Quando dovemo riscuotere, siamo predicatori; quando dovemo
+pagare, siamo diavoli).
+
+PARDO. ... Or che siam vivi, possiam rimediare a quello che non
+possiamo, essendo morti. E tristi coloro che lasciano gli eredi, che
+restituiscano; che, come la robba ha fatto carne e sangue con l'uomo,
+non si restituisce piú mai. ...
+
+ORGIO. Di grazia, venghiamo al fatto: ché giá è passata quaraesima, e
+mi volete far ascoltar la predica.
+
+PARDO. Vostro fratello, di benedetta memoria...
+
+ORGIO. (Di maladetta!).
+
+PARDO. ... mi scambiò la figlia, tenendosi la mia propria, e mi diè la
+sua per la mia. ...
+
+ORGIO. Ascoltate.
+
+PARDO. Ascoltate, di grazia, voi, e non m'interrompete, accioché non
+cominciate a negar la veritá, e poi, negata, la vogliate defendere fin
+alla morte; e vengamo a liti, contrasti e questioni. Non accade
+nasconder quel che è palese: ho visto il testamento; e quel che lascia
+a sua figlia, quando si palesi il fatto, è quanto vi dico.
+
+ORGIO. Io so ben che...
+
+PARDO. ... Dio ce 'l perdoni! che essendomi tolta da turchi, ho
+mandato mio figliuolo sin in Constantinopoli a riscattarla; e mi costa
+piú di cinquecento ducati, senza l'altre spese e travagli. Però
+toglietevi la vostra Sulpizia e restituitime la mia Cleria.
+
+ORGIO. ... ancor ch'io potessi con qualche convenevole scusa
+difendermi da questa calunnia, io non so farlo; ma confesso
+liberamente che mio fratello ebbe torto.
+
+PARDO. Di grazia, non entriamo in rettoriche; né bisogna mi doniate
+quello che non mi potete vendere. Vo' la mia figlia.
+
+ORGIO. Di grazia, non vi alterate e non alzate cosí la voce.
+Toglietevi la vostra figlia, ma non l'onor mio; ché, restituendovi poi
+la figlia, voi non potete restituirmi l'onore. Toglietevela quando
+volete, ché non vi si niega.
+
+PARDO. Sia ringraziata la bontá divina, che prima scoverto si sia che
+sposati insieme; e che abbiamo spedito un negozio senza farci sentir
+dal mondo: e resteremo amici, come siamo stati sempre. Andiamo a casa
+mia o nella vostra, a far il cambio.
+
+ORGIO. Eccomi pronto a quanto volete.
+
+PARDO. Venete a casa mia, che mangiaremo insieme, e poi ragionaremo de
+fatti nostri.
+
+ORGIO. Non posso, ho che fare, ci vengo con l'animo.
+
+PARDO. Vo' che ci vengáti in persona; e per la porta di dietro
+mandaremo a chiamar Sulpizia vostra, ch'io spasimo di vederla: e vi
+prego, concedetemi questa grazia.
+
+ORGIO. Faccisi quanto comandate.
+
+
+SCENA V.
+
+EROTICO, ATTILIO.
+
+
+EROTICO. (Mira fortuna! m'è forza di confortar costui, e ho bisogno di
+esser confortato io). Fermatevi, ché voglio esser partecipe delle
+vostre fatiche e compagno nelle vostre sciagure; ché le nostre fortune
+poiché hanno una conformitá fra loro, andiamo insieme.
+
+ATTILIO. Avendo per compagno un amico cosí caro come voi sète, la mia
+sciagura diverrebbe fortuna: però vo' andarmene solo e disperato.
+
+EROTICO. Il disperarsi è un tradir se stesso, e, tradendo voi, tradite
+me insieme con voi: però consultiamoci un poco.
+
+ATTILIO. L'anima mia è in tanta confusione, che non ci è luogo alcuno
+per consolazione.
+
+EROTICO. Ascoltate una parola.
+
+ATTILIO. Non ho tempo.
+
+EROTICO. Vi spedirò subito.
+
+ATTILIO. Son contento; ma fate presto.
+
+EROTICO. A cosí maladetto, insolito e sregolato accidente, andandoci
+con buon ordine, è temperamento di effetto.
+
+ATTILIO. Orsú, hai finito?
+
+EROTICO. Non mi accurtate il tempo che mi avete dato.
+
+ATTILIO. Voi lo prolungate piú di quello che v'ho promesso. Ho tanto
+in odio il mondo, questo sol, questa luce, che vorrei esser mille
+passi sotterra per non vedergli.
+
+EROTICO. Andiamo, come volete; ma non sarebbe bene aspettar Trinca,
+per saper qualche cosa di Cleria? che fa, che dice, che spera?
+
+ATTILIO. Fa quello istesso che fo io; e mi affligono piú i suoi che i
+miei dolori, però schiverò di udirlo.
+
+EROTICO. Ed io vo ancor disperato, non potendomi imaginar la cagione,
+come Sulpizia sia cosí meco adirata.
+
+ATTILIO. O casa, io mi parto per non averti a veder piú mai. Tu pur
+fosti ricetto un tempo di ogni mia gioia e consolazione: prego Idio,
+che resti cosí contenta colei che alberga in te, quanto io mi parto
+mal contento e disconsolato.
+
+EROTICO. Attilio, tu m'hai mostro le lacrime; e stimo che non siano
+uomini al mondo piú disperati di noi. Ma veggio uscir Trinca da casa
+vostra molto allegro: aspettiamo, fin che ne sappiamo la cagione.
+
+
+SCENA VI.
+
+TRINCA, EROTICO, ATTILIO.
+
+
+TRINCA. (O Dio, e dove troverò Attilio, il mio padrone, e Erotico, per
+dargli cosí buona nuova?).
+
+EROTICO. Cerca di noi, e ci vuol dar una buona nuova.
+
+ATTILIO. Niuna buona nuova può esser per me, se non che Cleria fusse
+mia moglie; ma ciò non potendo essere, dunque non è buona per me.
+
+TRINCA. (Dove andrò, in casa di Erotico over in piazza? ma stimo che
+sien partiti per disperati).
+
+EROTICO. Trinca, volgeti a noi.
+
+TRINCA. Io non posso piú celar l'allegrezza, e bisogno che sfoghi.
+V'apporto una grande allegrezza.
+
+ATTILIO. Ne ho perduto ogni speranza.
+
+EROTICO. Si dee piú tosto perder la vita che la speranza.
+
+TRINCA. Consolatelo, signor Erotico.
+
+EROTICO. Non può consolare il compagno, chi non può consolar se
+stesso.
+
+ATTILIO. L'allegrezza, che tu dici, è come quell'olio che si pone alla
+lucerna, quando sta per spengersi.
+
+TRINCA. Per secreta volontá di chi può il tutto, quel caso disturbator
+delle nostre felicitá or s'è rivolto in accommodar le nostre
+difficoltá; e possiam dir che siate morti e ravvivati in un punto.
+
+EROTICO. Trinca, ancor che la tua allegrezza vera non l'estimi, pur
+godo nell'imaginazione delle tue parole.
+
+TRINCA. Vi prometto far ambiduoi contenti.
+
+EROTICO. Troppo prometti.
+
+ATTILIO. La fortuna traditora pur mi lusinga con nuove speranze, e pur
+le credo. Costui mi dice che mi renderá contento, e son certo che è
+impossibile, e pur mi piace d'intenderlo.
+
+TRINCA. Stammi allegro, padrone, ché è trovata la tua vera sorella.
+
+ATTILIO. E questo è il mio dolore. Ma sempre che sento nominar
+sorella, sento un orror scuotersi per tutta la persona.
+
+TRINCA. E cosí arai la tua moglie desiderata.
+
+ATTILIO. Cose contrarie: è trovata la sorella e arai la moglie
+desiata. Cosí, Trinca, ti beffi del tuo padrone?
+
+TRINCA. Avete il torto a dirlo. Voi arete la vostra Sulpizia ed
+Erotico la sua Cleria.
+
+ATTILIO. Or ti beffi di l'uno e di l'altro.
+
+TRINCA. Io dico il vero all'uno e all'altro. Sappiate che per un
+mirabile accidente, per un benevolo incontro di fortuna, è successa
+cosa tutta contraria a quella che minacciava la presente confusione.
+
+ATTILIO. Dammi un succinto raguaglio del fatto.
+
+TRINCA. Orgio, avendo visto la balia ragionar con Erotico, la batté
+sconciamente.
+
+EROTICO. Oimè, che dici? questa è una mala nuova per me.
+
+TRINCA. Da questo disordine è nata la vostra allegrezza: ché la balia
+se ne venne a Pardo, e l'ha manifestato che, quando partorí Costanza e
+diede a lattar Cleria alla moglie di Filogono, scambiò le bambine, e
+ritornò la sua Sulpizia a Costanza e si tenne la vera Cleria. A
+signali Costanza ha trovato vero quanto ha detto. Pardo andò ad Orgio,
+e minacciandolo l'ha scoverto il tutto. In questo Costanza con tanti
+bei modi s'è oprata con Pardo suo marito, che ottenne Sulpizia, figlia
+di Filogono, cioè la vostra Cleria, per vostra moglie con diecimila
+ducati di dote, che li lasciò il padre, ritrovandosi: dicendogli non
+deversi far resistenza a quello, che con tanti meravigliosi
+avvenimenti avea disposto l'alta bontá di Dio, ma lasciarsi guidar da
+lei.
+
+ATTILIO. Oimè, che io mi sento incapace di tanta allegrezza, dubito
+che non mi suffochi l'animo. Ahi, che non potendola caper il mio
+petto, se ne versa fuori la miglior parte.
+
+TRINCA. Cosí dal flusso e riflusso del mar della vostra fortuna, fra
+suavi scherzi e vari errori, sète stato ributtato al porto di salute.
+
+ATTILIO. O madre, o cara madre, o tre volte madre, perché tre volte
+m'hai donato l'essere! O cieli troppo potenti, troppo influenti! o
+stupori, o meraviglie grandi, che da moglie mi diventi sorella e da
+sorella moglie! Ma Cleria che facea?
+
+TRINCA. Piangeva la poverella amarissimamente; e, non potendo esser
+vostra moglie, purché fusse amata da voi, si contentava non solo
+d'esservi sorella, ma umilissima schiava.
+
+ATTILIO. Dunque Sulpizia è la nostra Cleria sorella? Erotico caro,
+poiché nelle angustie mi sète stato caro compagno, vo' che ancora mi
+siate nelle prospere: non potendo con alcun premio meritar la vostra
+affezione, vi prometto Cleria per moglie, poiché per bellezza, per
+etade e per altre nobilissime parti, l'uno è ben degno dell'altra.
+
+EROTICO. Voi sempre foste la mettá dell'anima mia; or tutta è vostra,
+e non ci resta piú alcun'altra parte del mio: e son tutto in anima e
+in corpo vostro. Perché dandomi Sulpizia, mi duoni la vita; e posso
+dir da oggi innanzi ch'io son vivo per voi, e però vivo per voi.
+
+TRINCA. Non bisogna che voi ce la promettiate, perché è sua: che,
+scovertasi vostra sorella, la balia s'oprò tanto con Costanza e con
+Pardo, che fusse data a voi; e io ricordando al padrone l'appuntamento
+di oggi, si son convenuti insieme che sia vostra moglie.
+
+EROTICO. O Dio, che nuova!
+
+ATTILIO. Ed altro che di calze e di giubbone.
+
+EROTICO. E perché mi dái contentezza di tanta importanza, te si
+prepara nuovo guiderdone, che partecipi delle nostre consolazioni.
+
+TRINCA. Or sei contento?
+
+ATTILIO. E consolato ancora. I miei sensi sono tanto occupati dalla
+improvisa dolcezza, che non posso gustar piacere dell'allegrezza; e se
+non muoio or di dolcezza, non morrò piú mai. Che fa mia madre?
+
+TRINCA. Sta con un piacer grandissimo, ch'essendo stata disturbatrice
+delle vostre gioie, or è stata aiutrice delle vostre consolazioni; e
+mi dá ordine, perché son aggionte nozze a nozze, che s'aggiungano
+feste a feste, conviti a conviti, e balli a balli.
+
+ATTILIO. Or da un amor cosí strano, mostruoso e fuor del naturale,
+cosí malagevole da sperarsene bene, n'è riuscito cosí onorato
+matrimonio. E se ben Idio permette alcuna volta cose che dispiacciono,
+lo fa per trarne poi un grandissimo bene, come è accaduto a noi.
+
+EROTICO. Se vi partevate disperato, or non areste avuto questo
+contento.
+
+ATTILIO. M'hai fatto bene, non volendo.
+
+TRINCA. Questa volta abbiamo avuto piú ventura che senno. Giá s'è
+inviato a chiamar Sulpizia per la porta del giardino, e vi stanno
+aspettando con gran disio di sposarse; e me hanno inviato fuori a
+chiamarvi col prete da vero, e non col falso parrocchiano.
+
+EROTICO. Entriamo, non facciamo aspettarci.
+
+ATTILIO. Andiam, fratel mio.
+
+TRINCA. Spettatori, costoro non usciranno piú fuori; ché, come seranno
+appresso le loro spose, non li distaccarebbono dalle lor falde tutti
+gli argani del mondo, ché tira piú un pelo del manto delle donne, che
+diece paia di buoi. Partetevi; e se non è stata di tanta aspettazione
+come desiavate, almeno favorite l'animo col solito applauso.
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of La sorella, by Giambattista Della Porta
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SORELLA ***
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+works. See paragraph 1.E below.
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+WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
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+provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
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+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
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+that arise directly or indirectly from any of the following which you do
+or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
+work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
+Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
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+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of computers
+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
+people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
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+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
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+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
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+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
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+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
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+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
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+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for
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