diff options
| author | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 02:38:13 -0700 |
|---|---|---|
| committer | Roger Frank <rfrank@pglaf.org> | 2025-10-15 02:38:13 -0700 |
| commit | 061187d89673f3ee863cd5af5ac8b12cd31d6bbc (patch) | |
| tree | e11c129ce5eba5c3b8e577a668faa3deb1ecd746 | |
| -rw-r--r-- | .gitattributes | 3 | ||||
| -rw-r--r-- | 28355-8.txt | 4237 | ||||
| -rw-r--r-- | 28355-8.zip | bin | 0 -> 63871 bytes | |||
| -rw-r--r-- | LICENSE.txt | 11 | ||||
| -rw-r--r-- | README.md | 2 |
5 files changed, 4253 insertions, 0 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..6833f05 --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,3 @@ +* text=auto +*.txt text +*.md text diff --git a/28355-8.txt b/28355-8.txt new file mode 100644 index 0000000..847c543 --- /dev/null +++ b/28355-8.txt @@ -0,0 +1,4237 @@ +The Project Gutenberg EBook of La tabernaria, by Giambattista Della Porta + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: La tabernaria + +Author: Giambattista Della Porta + +Release Date: March 18, 2009 [EBook #28355] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TABERNARIA *** + + + + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + + + + + GIAMBATTISTA DELLA PORTA + + + + LE COMMEDIE + + + A CURA + DI + VINCENZO SPAMPANATO + + + VOLUME PRIMO + + + + BARI + GIUS. LATERZA & FIGLI + TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI + 1911 + + + + + +LA TABERNARIA + + + + +INTERLOCUTORI + + GIACOCO vecchio + GIACOMINO suo figlio + CAPPIO servo + LARDONE parasito + ANTIFILO innamorato + Spagnuolo + Pedante + ALTILIA giovane + LIMA balia + Tedesco + LIMOFORO + PSEUDONIMO + Capitano. + +La favola si rappresenta in Napoli. + + + + + +ATTO I. + + +SCENA I. + +GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO. + + +GIACOCO. Tate, petate e castagne infornate. Zitto, che ti venga la +pipetola; m'hai dato tante vernecalonne e vernecocche che m'hai fatto +venire le petecchie. Lassamo sti conti dell'uorco, Iacoviello mio, +figlio buono come lo buono iuorno, e ascota ca te boglio dicere: io me +ne vao a Posilipo, ca Smorfia lo parzonaro m'ha ditto ca vole +vendegnare; e se non ci vao e sto con tanti d'uocchi apierti, dell'uva +non me ne fa toccare n'aceno. + +GIACOMINO. Andate in buon'ora, Giacoco, mio caro padre, attendete alla +vostra salute da cui dipende tutta la nostra; ma quando sarete di +ritorno? + +GIACOCO. Crai, poscrai, poscrigni o piscrotte allo chiú chiú, ca la +vendegna ce la faccio brocioleare. Guardáte la casa, pigliatevi spasso +e sguazzate. + +CAPPIO. Se volete che sguazziamo, lasciateci denari assai. + +GIACOCO. Mò volea mettere no spruocco allo pertuso se non ci +rispondevi tu e bolivi danari: ca te venga la visintieria e ti si +secchi la lengua quanno li nuommeni! + +CAPPIO. Una dozina di ducati che ne lasciaste sarebbe ben poca. + +GIACOCO. Squágliamete denante, ca puozze sparafondare, ca m'hai dato +na pommardata dintro l'orecchia. Ca te sia data stoccata catalana alla +zezza manca, ca ce capa dintro lo Castiello co l'artigliarie e onne +cosa! non me ne mandare chiú de chesse giasteme, ca me fareste +diventare no pizzico de cenere. + +CAPPIO. Oimè! + +GIACOCO. Oimè, ca trona: va', frate mio, ca marzo se ne trase. + +CAPPIO. Non sguazzaremo dunque? + +GIACOCO. «Né mò né mai»--disse Cola da Trane. Iacoviello mio, sai ca +te boglio dicere? cerca dintro le saccocciole de chille cauze vecchie +meie, ca ce trovarai doe cincoranelle larghe, stipatelle; e mò ca +m'arrecordo, apri quello scrigno vecchio e cerca dintro chille +bertole, ca ce trovarai na cinquinella. Compráte robbe a bizeffe, +mangiate ad uocchie de puorco, satorateve a pietto de cavallo, bevete +a diluvio; e lassate qualche morzillo pe quanno torno. + +CAPPIO. Lasciatici alcun'altra cosa. + +GIACOCO. Guerregnao, chisto m'ha fatto la gatta: non aggio chiú +spanto, porrissivo sonare le campane de gloria. + +CAPPIO. Qualche cosetta almeno. + +GIACOCO. Te', all'uocchi tuoi! + +CAPPIO. Volete che pigliamo pane in credenza dal fornaio? + +GIACOCO. None, te dico. + +CAPPIO. Che solamente spendiamo quelle cincoranelle? + +GIACOCO. Sine, te dico. Non chiú parole, ca me se abbottano sti co.... +chiú de na guállara. + +CAPPIO. Metterò mano alla botte. + +GIACOCO. Se tu metti mano alla votte, io metterò mano alle bòtte pe +sse spalle: schitto che ti muovi a far delle toie, quanno torno te +faraggio provare che zuco renne cótena, pe l'arma delli muorti mei. +Iacoviello mio, me ne vao; covernamitte. + +CAPPIO. (Che non ci torni piú!). + +GIACOCO. Che hai vervesiato, chiattelluso, scummabruoccuoli, aguiento +da cancari? + +CAPPIO. Il Cielo vi facci tornar presto! + +GIACOCO. Vao, ca no me coglia notte pe la via. + + +SCENA II. + +CAPPIO, GIACOMINO. + + +CAPPIO. Mira avarizia di uomo, piatisce con i cimiteri e con i vermi e +risparmia come non avesse a morir mai. + +GIACOMINO. Quanto piú invecchia l'uomo, tanto l'avarizia piú +ringiovenisce: egli è cosí avaro come misero e cosí misero come avaro. + +CAPPIO. O che mai ne paressero vecchi! tutti avari, fastidiosi, +ritrosi, pazzi, rimbambiti; sempre minacciano, bestemiano, gridano, si +lamentano, né si contentano mai. + +GIACOMINO. Veramente quando l'uomo passa i quarant'anni doverebbe +morire e smorbare il mondo. Tutti perdono la memoria per non +ricordarsi di quando son stati giovani. + +CAPPIO. Anzi morire alli quaranta e lassar godere a' giovani com'han +essi goduto. Dice che vuol tornar presto: oh che quella parola fosse +tornata tossico che subito l'avesse ucciso! + +GIACOMINO. Certo, che quel tornar presto ci turba ogni disegno. + +CAPPIO. Intanto attendiamo a dar la battaglia al granaio, alla caneva +e a' formaggi. + +GIACOMINO. Bisogna attendere alla battaglia che amor mi dá nel cuore +con assalti piú atroci che ritrovar si possino. Non posso piú +resistere, mi rendo vinto, sono abbattuto e morto. + +CAPPIO. Se sète morto, requiescat in pace, provedasi di sepoltura. + +GIACOMINO. Cappio, ti burli di me? + +CAPPIO. Giá cominciate a freneticar senza febre. + +GIACOMINO. La febre amorosa mia è stata sempre continua e cosí ardente +nel cuore che non mi lascia mai per un sol momento. + +CAPPIO. Forse son resuscitati gli amori di Salerno? + +GIACOMINO. Non son resuscitati, perché non moriro mai. Sappia il mio +caro Cappio che dal dí che mi partii dalla mia Altilia l'anno passato +da Salerno, restai il piú misero ed infelice uomo che viva; ma ben +aventurato e felice che, in questa mia miseria ed infelicitade, la +memoria de' ricevuti favori e la speranza di avere a tornar presto a +rivederla son stati saporitissimo cibo alla fame e al digiuno de' miei +pensieri, che agl'incendi miei desideravano rinfrescamento; ché s'io +avessi voluto con importuna temeritá violar la modestia, la generositá +dell'animo suo e il merito del suo amore, arei conseguito da lei +quanto desideravo. + +CAPPIO. Per quanto accorger mi potei, ella altro non bersagliava che +avervi per isposo. + +GIACOMINO. Ella ha compito il bersaglio, ch'io altro non desidero che +averla per moglie. + +CAPPIO. Non so se l'avarizia di vostro padre contenterassi che voi +toglieste per moglie una figlia d'un maestro di scola e senza dote. + +GIACOMINO. I suoi costumi e la bellezza son tali che la rendono degna +di maggior uomo ch'io non sono, e senza dote. Queste doti apportano +piú danno al restituirle che ricchezza quando si prendono. E che +maggior tesoro della sua bellezza? Ella ave oro nei capelli, zafiri +negli occhi, rubini nelle labra e perle ne' denti. Qual miniera +produsse mai cosí fin oro o sí ricche gioie? O me sopra tutti gli +uomini felicissimo, s'io possedessi un tal tesoro! + +CAPPIO. Che ordinate che si facci? + +GIACOMINO. Or che l'assenza di mio padre ci porge la commoditá, vuo' +che subito vadi a Salerno. Tratta con Lima, la sua balia, archivio de' +nostri secreti amorosi, e con Lardone parasito, che oprino appo lei in +che luogo ed ora possiamo ritrovarci insieme, acciò possa satollar +questi occhi famelici della sua vista. E se pur questo mi negasse, che +miri almeno nel mio volto l'opera del suo valore. Del che se tu mi +compiaci, ti compiacerai poi d'avermi compiaciuto. + +CAPPIO. Oprar con Lima e con Lardone voi ben sapete che vi bisogna. + +GIACOMINO. Che cosa? + +CAPPIO. Un poco di musica. + +GIACOMINO. Come musica? + +CAPPIO. Porre in un fazzoletto alcuni scudi e poi dargli due +squassatine che rendano suono, perché il suono de' scudi si fa sentir +da lungi e fa piú dolce armonia di qualsivoglia istrumento, e massime +se son traboccanti. + +GIACOMINO. Pur bisogna disporgli. + +CAPPIO. Essi risponderanno e disporranno meglio di voi. + +GIACOMINO. Baciagli le mani da mia parte. + +CAPPIO. I scudi gli faranno i baciamani meglio che voi. + +GIACOMINO. Dove son questi scudi? + +CAPPIO. Pigliate i capelli d'Altilia che son di miniera, coceteli al +foco del vostro core, batteteli col martello, col quale amor vi +picchia, in verghe e fatene scudi; o vendete quei rubini, zafiri e +perle del suo volto, e cominciate a smaltir cosí gran tesoro. + +GIACOMINO. Quei capei tutti son lacci per incatenarmi ed appiccarmi. +Ma eccoti diece scudi che gli ho accoppiati col risparmio di +quest'anno a tal effetto. + +CAPPIO. Or sí, che il focile arde ed il martello lavora. + +GIACOMINO. Rinnova l'amor con Lima, ché ci porghi il suo aiuto; ché +questa mona Onesta sarebbe per corromper l'onestade. + +CAPPIO. Questi danari e il desiderio che ho di servirvi mi giongeranno +l'ali a' piedi e mi faran correr velocissimo. + +GIACOMINO. Pártiti or ora con quella prestezza che si richiede al mio +desiderio, ché la prestezza e diligenza è madre del buon esito delle +cose. + +CAPPIO. Entrate, ch'io provedendomi d'alcune cose per il viaggio, mi +porrò in camino. + + +SCENA III. + +LARDONE, ANTIFILO. + + +LARDONE. (O Cielo, che trovasse alcuno che mi ricevesse a pranso +questa mattina!). + +ANTIFILO. (O Cielo, o stelle, che v'ho fatt'io, che mi trattate cosí +male? O morte, perché sai c'ho in odio la vita, però non me la +togli?). + +LARDONE. (Ecco Antifilo, l'innamorato d'Altilia, concorrente +nell'amore con Giacomino, ma con disegual sorte: ché tanto Giacomino è +amato quant'egli è disamato da lei). + +ANTIFILO. (O Cielo, che amare ferite son queste? poiché mi son messo +ad amare una tigre, mi devo però io disperar del tutto? No, perché +nella disperazione suol sempre rinverdirsi qualche speranza). + +LARDONE. (Certo, che lo desiava incontrare, ché mi pregò Altilia, +incontrandolo gli donassi una lettera. Son certo che sarò il corriero +della mala novella; ma gli cercarò prima la mancia che la legga, ché +dopo letta so che mi odiará a morte). + +ANTIFILO. Ma non è Lardon quel che veggio, o forse il desiderio me lo +fa cosí parere? + +LARDONE. Lo vedi veramente; e v'ho servito secondo il vostro +desiderio. + +ANTIFILO. Dimmi, Lardone mio, come stia. + +LARDONE. Io non son medico che toccandovi il polso lo potessi sapere. + +ANTIFILO. Lo sai meglio d'un medico: se mi rechi lieta risposta alla +mia lettera, son vivo; se mala, son disperato della vita. Onde se +vedrò con effetto che m'hai servito bene, ti farò conoscere che da me +sarai servito assai meglio. + +LARDONE. Ho dato la lettera ad Altilia. + +ANTIFILO. E come debbo crederlo? + +LARDONE. Ecco la risposta per testimonio che gli l'ho data. + +ANTIFILO. E perché non me la dái, o illustrissimo mio Lardone? + +LARDONE. E tu perché non mi dái la mancia, o eccellentissimo mio +Antifilo? + +ANTIFILO. Te la darò doppo letta. + +LARDONE. Doppo che l'innamorato ha conseguito l'effetto con la sua +amata, non si ragiona piú de' mezi. + +ANTIFILO. Che vorresti dunque? + +LARDONE. Due scudi almeno. + +ANTIFILO. Eccoti due scudi l'un sopra l'altro. + +LARDONE. Poco mi si dá che l'un stia sopra o sotto dell'altro. Ma che +son scudi ch'han ali alle spalle ed a' piedi e corrono e volan via? + +ANTIFILO. O Lardone, se qua dentro risplenderá qualche favilla di +speranza, vedrai la mia liberalitá in altra forma. + +LARDONE. Leggete e vedrete. + +ANTIFILO. Oimè, mi trema la mano, e pare che sia paralitico. So che +qui dentro non ci può esser cosa che buona sia. Leggerò pure.--«Voi mi +chiamate selvaggia, ingrata, disamorevole, empia tigre, crudelissima +vipera e velenoso basilisco. Ma se son tigre, perché mi segui? se son +vipera, perché mi servi? se basilisco, perché mi miri? Lasciami dunque +vivere nella mia crudeltá, nella mia fierezza, ed ingratitudine, né +piú noiarmi con le tue importunitadi. Quando mai t'allettai ad amarmi? +quando in parole o atti di avermi a seguire? se col desiderio ti pasce +la speranza, quando ti ho dato io speranza che tu m'amassi? quando ti +promisi fedeltá in amore? Tu stesso, per un tuo disordinato appetito, +per un vano desiderio ed ostinata perfidia, mi hai sempre infastidita. +Sarei veramente crudele, se mi ti fossi mostrata al principio pietosa +e poi divenuta ingrata, se avessi promesso amarti e poi ritirata mi +fussi...».--O cuor di marmo, o anima di bronzo, o petto di diamante! +deh, perché non vo a precipitarmi? + +LARDONE. Veramente una turca, una cagna. + +ANTIFILO. Non vuo' piú legger per non morirmi affatto de disperazione. +Ma io vuo' leggerla solo per morire: a chi vive senza speranza, la +morte sola gli è medicina.--«... Dicovi che voi stesso sète cagione +del vostro male, voi stesso la fucina de' vostri strali, voi stesso +tessete fallacie, inganni e vani pensieri d'ingannar voi stesso. Tu +dici che t'ho innamorato con la vista; tu ben sai che ti ho sempre +scacciato con ogni mostra di sdegno. Se tu con la speranza hai sempre +ravvivato le tue fiamme, ed io te l'ho sempre incenerite con odi, +repulse ed ogni sorte de dispreggio: e perché dunque non disenganni te +stesso?...».--Ed io posso legger questo e non morire? O parole uscite +da' piú profondi luoghi del centro! O Lardone, e nel regno d'Amore +trovasi piú gran mostro? + +LARDONE. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure. + +ANTIFILO. «... Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a +mirarmi e che d'allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro +cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia +bellezza v'ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché +se voi non parete bello agli occhi miei, e se l'amore è atto della +libera volontá né si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa +ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io né per l'uno né per +l'altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e +contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con +venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie +tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de' suoi +sproporzionati e disordinati desidèri...».--O che parole magiche e +funeste, o tirannia d'amor non mai piú intesa! + +LARDONE. Certo, che dovreste odiarla quanto l'amate. + +ANTIFILO. Ahi! che non posso amar altra che quella che da' primi anni +cominciai ad amare.--«... Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi +manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo +m'ha spogliato della mia libera volontá, egli solo è la fatal esca de' +miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un +solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In +conclusione, io non posso amarvi, né se potessi vorrei. V'ho risposto +al giusto ed onesto».--O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O +fiera conclusione, che ad un colpo m'hai tronco l'anima e la vita. Io +ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi +sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego +l'inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti, +con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O +generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o +allevata fra l'orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de' piú +dirupati monti del Caucaso, solo ch'io avesse a vivere fra sí +amarissime pene!... E che fo che non vo ad appiccarmi con le mie mani, +acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d'una sí crudelissima +donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta +altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se +dovessi morir io, vuo' che costui muoia per le mie mani, acciò per la +costui morte ella muoia de disperazione. + + +SCENA IV. + +CAPPIO, LARDONE, ANTIFILO. + + +CAPPIO. (Questi mi par Lardone). + +LARDONE. (Questi mi par Cappio). O buono incontro! + +CAPPIO. O che miglior riscontro, perché sei venuto a tempo! + +LARDONE. Sarei venuto a tempo, se fossi ricevuto da te a pranso questa +mattina. + +CAPPIO. Che faccende ti conducono a Napoli? che porti di nuovo? + +LARDONE. Nulla di nuovo né fuori né dentro. Fuori ogni cosa è vecchia: +il mantello tanto logro e spelato che se due pedocchi facessero +questione insieme, non sarebbe fra loro un pelo che li partisse; il +giuppone e le calze paion reti di pescatori, tanto sono aperte, e temo +che un giorno il corpo se ne scappi fuori. Dentro ci è quella fame +antica che nacque nascendo meco, né morirá finché non muoia io. Di te +non dimando, perché sei vestito di nuovo e la faccia è piú tonda che +la luna in quintadecima. + +CAPPIO. Tu stai cosí magro ch'appena hai l'osso e la pelle. + +LARDONE. Sto in casa dove si mangia poco e si travaglia molto; sto con +quel pedante che è avaro e spilorcio quanto ce ne cape. In casa sua +mai mi veddi satollo di cucumeri; sempre il ventre entrato dentro, e +la bocca tanto asciutta che non posso aprirla per parlare. + +CAPPIO. Che sei venuto a far qui, in Napoli? + +ANTIFILO. (Mira questi forfanti come si sono accoppiati insieme! Vuo' +ascoltar che dicono). + +LARDONE. Al pedante l'è stato tolto il salario della lettura in +Salerno, ed egli vuole andarsene in Roma: e questa sera con la figlia +e la balia se ne vengono in Napoli; ed io vado innanzi, al Cerriglio, +col tedesco ad apparecchiar la cena. + +CAPPIO. Lardone, se cosí è, or è venuto il tempo che daremo un poco di +legno santo e di salsa alle tue veste e le guariremo della peluia che +l'ha fatto cadere il pelo; ed alla fame del tuo corpo gli daremo una +medicina di zuppe lombarde, di pignatte maritate, di capretti +allattati da due madri, di maccheroni fatti di molliche di pane e di +pelle di capponi bogliti nel brodo grasso di galli d'India. Per vini, +liquori di vini grechi, lacrime, moscatelli di amarene. Queste vivande +nuove ti scacciaranno dal corpo quella fame invecchiata che tu dici. + +LARDONE. O che prurito alla gola! Eccomi per servirti a piedi ed a +cavallo; ma intendiamo, che servigio volete da me? + +CAPPIO. Ben sai quanto Giacomino mio padrone muore per Altilia e +quanto è riamato da lei. Ben sai quante volte t'ha pieno il corpo e +fattoti mutar vesti come il serpe la primavera. + +LARDONE. Che vuoi dir per questo? + +CAPPIO. Giacoco, il vecchio, è gito a Posilipo alla vendemia, e noi +siamo rimasti soli in casa. Il padron giovane or m'inviava a Salerno +per avvisarvi che voleva venir colá; ma poiché si viene questa sera in +Napoli per alloggiare col tedesco nel Cerriglio, noi accomodaremo la +nostra casa in foggia di taberna, ed io sarò il tedesco--ché per esser +io stato per molti paesi, so alquanto di quei paesi.--Il pedante non +mi conosce né mai fu in Napoli: stimará la nostra casa il Cerriglio; e +venendo Altilia in casa nostra, puoi imaginarti se sará ben pasciuta +di saporitissimi cibi. + +LARDONE. Dubito che questi cibi non mi strangolino. + +ANTIFILO. (Mira che diabolica invenzione per condurre Altilia in casa +di Giacomino!). + +CAPPIO. Tu non ti morrai piú di fame. + +LARDONE. Ma di capestro. + +CAPPIO. Eh, tu vuoi la baia! + +LARDONE. Eh, tu mi drizzi al boia! Cappio, non vorrei ch'un altro +cappio mi strangolasse. + +CAPPIO. Staremo sempre in festa e gioia. + +LARDONE. Ed io balzato in una galea. + +CAPPIO. Qui non ci è pericolo manco d'un filo. + +LARDONE. Ma d'una corda. E giá mi sento prurire il collo: come la +calamita tira il ferro, cosí par che la forca mi tiri il collo molte +miglia. Cappio, tu cerchi la mia rovina. + +CAPPIO. Anzi tu stesso cerchi la tua rovina: hai la ventura innanzi e +non la conosci. + +LARDONE. Nol farò mai. + +CAPPIO. Per che ragione? + +LARDONE. Perché scoprendosi sarò appiccato. + +CAPPIO. Questa tua ragione è senza ragione, perché non basta a +scoprirsi mai. L'inganno è tanto riuscibile che se pur si scoprisse, +avemo molti modi di scolparti. Lardone, tu sai ch'io e tu ci +conosciamo insieme, e tu non ti puoi nascondere dietro questo dito. +Sai bene quante volte avemo mangiato e bevuto insieme a spese de' +perdenti; tu sei un forfante, e le forfantarie l'ho imparate da te; se +faremo questione, scoprirò bene che sei un forfante de ventiquattro +carati. Tu sai i patti nostri: aiutarci l'un l'altro, ché cosí aremo i +corpi pieni di buoni bocconi e le borse di contanti. Queste occasioni +non accadono sempre: passano, e ci pentiremo. Quello è proprio +sciagurato che si fa scappar di mano queste straordinarie venture: non +mancare a te stesso. Di' sí e poi lascia fare a me, ché ne restarai +ben contento e pagato. + +LARDONE. S'io dico sí, non farai tu, ma il boia, e tu vedrai. + +CAPPIO. Finiamola! In Surrento una vitella ha partorito una +vitelluccia, e son due madri a lattarla. + +LARDONE. A queste figlianze diverrei compare io volentieri. Ma mentre +ho denti da rodere piccioni e polli, e gola da tracannar vini +brillanti, e stomaco da riempir di pastoni, io mi vuo' porre ad ogni +periglio: meglio è che il boia mi stringa una volta la gola che la +fame mi strangoli mille volte il giorno, e di gir nudo e crudo. Vuo' +far quanto vuoi. + +CAPPIO. Ritorna in Salerno, fa' consapevole Altilia e Lima del +conserto, e dirai al pedante ch'hai avisato il tedesco del Cerriglio, +il quale ha detto alloggiarlo benissimo. Come sará qui, fingeremo che +Altilia non si senta bene, e ci tratterremo qualche giorno in casa +nostra; e tu e Lima sarete sodisfatti d'ogni vostra opera. E per voi +solo si prepara un forno sempre pieno di pasticci in caldo. + +LARDONE. Ma la bocca del forno d'Altilia andrá in rovina. Con questo +mi sconterò il mal pagato salario, i digiuni, le vigilie e le +quarantine che mi fa far tutto l'anno in casa sua. + +CAPPIO. Sappi usar bene la tua forfantaria. + +LARDONE. Non bisogna avisarmelo, che questa fu arte di mia madre, ava +e bisavola e di tutto il mio legnaggio. Va' presto e compra robba a +bastanza, ch'io torno a dietro e condurrò la vacca in stalla; farò +restare alcune robbe a dietro, acciò, mentre il maestro torna, il toro +abbia agio di godersela. + +CAPPIO. Via presto, ch'io avvisarò il padrone, e apparecchiaremo la +taberna. + +LARDONE. Avèrti che se non mi si attende quanto mi si promette, +scoprirò ogni cosa e porrò sottosopra il mondo. + +ANTIFILO. (Tutto questo si tratta contro me. Andrò a Posilipo; farò +gridar: «turchi! turchi!», di modo che Giacoco torni a casa e disturbi +la macchina di Cappio; e non lasciarò modo di affligere Altilia e +Giacomino, come eglino hanno me afflitto e sconsolato). + + +SCENA V. + +GIACOMINO, CAPPIO. + + +GIACOMINO. Oimè, Cappio, che fai? + +CAPPIO. Nulla. + +GIACOMINO. Come nulla? + +CAPPIO. Perché è fatto quasi ogni cosa. + +GIACOMINO. Come questo? tu sei qui ancora. + +CAPPIO. Giá pensavate ch'io fossi gionto a Salerno? + +GIACOMINO. Pensava che tu fossi piú amorevole al tuo padrone che non +sei, e massime in cosa che egli desia cotanto. + +CAPPIO. Ed io vi dico che vi son stato piú amorevole che non stimate. +Ho esseguito quanto m'avete imposto, con piú destrezza e diligenza che +comandato m'avete. + +GIACOMINO. Se fosse come dici, giá saresti a Salerno. + +CAPPIO. Ed io ho ragionato con Lardone e fatto di modo che questa sera +arete Altilia in casa vostra. + +GIACOMINO. Com'è possibile ch'abbi fatto quanto dici? + +CAPPIO. Questi son miracoli che sa fare il vostro Cappio. + +GIACOMINO. Tu ridi, m'arai detto la bugia. + +CAPPIO. Poiché stimate che v'abbia detto la bugia, non bisogna che piú +ne parli. + +GIACOMINO. Non dico che nol credo perché nol creda, perché ogni +innamorato crede e nelle cose che si desiderano si presta ancor fede +alle bugie; ma dico che nol credo per soverchia voglia che ho che vero +sia. So il valor del mio Cappio, a cui cede ogni malagevole impresa. + +CAPPIO. Or apparecchia il cuore per poter capire cosí smisurata +allegrezza! + +GIACOMINO. Parla presto. + +CAPPIO. La tua Altilia è in Napoli. + +GIACOMINO. Altilia mia? + +CAPPIO. Altilia tua. + +GIACOMINO. In Napoli? + +CAPPIO. In Napoli. + +GIACOMINO. In casa mia? + +CAPPIO. In casa tua. + +GIACOMINO. La mia Altilia in Napoli e in casa mia? + +CAPPIO. La tua Altilia in Napoli e in casa tua, e cose maggior di +queste. + +GIACOMINO. Che cose ponno essere maggior di queste? + +CAPPIO. Che dormirete insieme questa notte. + +GIACOMINO. Eh, Cappio mio, parla presto, ché tu mi strangoli piú che +non farebbe un cappio di manigoldo. + +CAPPIO. Per dirtela in breve, il pedante va in Roma, ed ha mandato +Lardone innanzi, al Cerriglio, a preparargli l'albergo, ché vien con +Lima ed Altilia. ... + +GIACOMINO. Che ha a far questo con la mia felicitade? + +CAPPIO. ... Abbiam concertato con Lardone che, in luogo del Cerriglio, +la porti in casa vostra accomodata in foggia di taberna. + +GIACOMINO. E come in cosí brevi parole rinchiudi cosí gran contento? +Dimmelo piú distesamente. + +CAPPIO. Ve lo dirò per strada. Diamo mano a' fatti: andiamo a comprar +galli d'India, polli, piccioni e fegatelli; e prepariamo l'osteria, +che fra poco tempo saranno in Napoli. + +GIACOMINO. O cuor del mio spirito, o spirito dell'anima mia, o spirito +ed anima del mio cuore, ti vedrò forse oggi e senza forse in Napoli ed +in casa mia? + +CAPPIO. Come stai cosí attonito? + +GIACOMINO. Dubito di qualche tempesta che suol sempre attraversarsi +alle gioie degl'innamorati. + +CAPPIO. Non perdiam tempo: andiam a preparar la casa, ed io a comprar +robbe. + +GIACOMINO. Cosí si facci. + + + + +ATTO II. + + +SCENA I. + +GIACOMINO, CAPPIO. + + +GIACOMINO. Paggi, scopate ed inacquate per tutto, portate qui la +tavola e le sedie... . O Cielo, come sète pigri, non è maggior tarditá +di quella che s'usa ov'è bisogno di prestezza... . Togli tu il mantile +da quella parte ed io da questa, ché penda egualmente da tutte le +parti... . Or sí, che sta bene. Accendete il fuoco che sia a bastanza, +lavate i bicchieri, calate giú il giarro e il baccile per dar l'acqua +alle mani, portate la saliera e i salvietti e i cortelli. Diasi fuoco +alla profumiera, ch'essali il fumo odorato. Fate che serviate a cenno, +ché il cenno è il segno delle taberne; se non, che voleranno per +l'aria i piatti, e i bicchieri per la testa e su' volti. + +CAPPIO. Ecco i piccioni, polli, capponi e porchette, spiedi di +fegatelli, pasticci e l'altre manifatture. + +GIACOMINO. O che sia tu benedetto, che con prestezza e diligenza hai +avanzata la necessitá. + +CAPPIO. Me l'ho fatti prestar da un'altra taberna, pagandoli quello +che si consumerá; e l'aremo in un tempo arrosti e allessi caldi caldi. + +GIACOMINO. Veramente, quando a te piace, non hai par in astuzia e +diligenza. + +CAPPIO. Andrò ad attendere al fuoco e a vestirmi da tedesco. + +GIACOMINO. Ed io attenderò ad accomodar la taberna. + + +SCENA II. + +ANTIFILO, SPAGNOLO. + + +ANTIFILO. (Giá son stato a Posilipo con molti amici, e con gridi e +rumori abbiam gridato: «turchi! turchi!»; e s'è posto in bisbiglio +tutto il luogo, com'è solito farsi tutta l'estate: stimo che Giacoco +sará tornato, ché tutti son fuggiti. Giá vedo l'apparato che s'ordina; +cercherò alcuni che turbino questa festa e conduchino il pedante al +Cerriglio). + +SPAGNOLO. ¡Oh cuanto mejor querria llegar á una venta adonde pudiese +descansar esta noche, que estoy tan cansado que no puedo más menearme! +Pobre pasajero, que de la guerra de Flandes ya que me debían veinte +pagas, por no poder ser pagado, nos havemos alborotado y hecho los +bandoleros, y viniendo á Napoles por tan largo viaje sin un maravedís, +me he visto mil veces muerto de hambre, muchas veces desvalijado, y +por tantas desdichas hay más de veinte dias que no como un bocado de +pan ni un trago de vino, que no puedo tenerme en pié. + +ANTIFILO. (O come costui viene a proposito! svaligiato e morto di fame +e prosontuoso. Basterá questo solo a disturbar tutto il convito e far +manifesto l'inganno). + +SPAGNOLO. Oh Dios, cuando será V. M. servida volverme á mi tierra, que +volvieria á mis manadas de ovejas y carneros para hartarme de queso y +lache y de mucha fruta; partime de allá para hacerme caballero, y vine +á estas partes del diablo, que nunca me veo harto de pan. + +ANTIFILO. Compañero, che vai cercando cosí a notte per qua? + +SPAGNOLO. Una venta adonde pudiese comer, dormir y descansarme. + +ANTIFILO. Mira esta venta, aquí está un ventero muy rico, y da las +cosas muy barato, y están esperando unas putas y alcahuetos; séntate y +coma que son medrosos, y con una cuchillada comerás sin pagar nada. + +SPAGNOLO. Doy muchas gracias á V. M. por el aviso; y entraré. + +ANTIFILO. Entraos allá, y haceis dar bien de comer. + +SPAGNOLO. Oh Dios, me pudiese hallar un poco de pan, vino y carne para +comer esta noche, que en la guerra he estado pereciendo de hambre. + + +SCENA III. + +GIACOMINO, CAPPIO, SPAGNOLO. + + +GIACOMINO. Olá, chi sei che con tanta presunzione entri nella taberna? + +SPAGNOLO. Soy don Juan Cardon de Cardona. + +CAPPIO. Don Giovan Ladron de Ladroni, lascia quel pezzo di carne. + +SPAGNOLO. Era caido en tierra, y porque algun perro no lo comiese, lo +he alzado de la tierra. + +CAPPIO. E per salvarlo te l'avevi posto sotto l'ascelle? + +SPAGNOLO. Ventero, quiero alojar esta noche en esta venta. + +CAPPIO. Qua non son ravanillos y cevollas; non ci è cena per te, ché +la taberna è fatta per signori e cavalieri e non per un tuo pari. + +SPAGNOLO. Pese á tal, voto á tal, que yo soy tan bien nacido como el +rey de Espana. + +CAPPIO. Povero re di Spagna, ch'ogni villano e capraro che vien da +Spagna in Napoli dice esser cosí ben nato come lui! + +SPAGNOLO. Soy capitan aventajado y pariente de todos los grandes de +España y vengo de la guerra de Flandes. + +CAPPIO. Ará guardato capre tutto il tempo di sua vita, e ora è parente +di tutti i grandi di Spagna. Qua non ci è da mangiare né da dormire; +va' in alcun'altra osteria. + +SPAGNOLO. No quiero más que dos anchovas con el aceite. + +GIACOMINO. Mira dimanda, che vuol mangiar chiodi con l'aceto! In +questi paesi non si mangiano queste vivande. + +SPAGNOLO. «Anchovas» digo, «sardinas» con l'olio. + +CAPPIO. Oggi è giorno di carne: non avemo né sardelle né olio. + +SPAGNOLO. Almeno una minestra de garvansos. + +GIACOMINO. Vuole una minestra di canevaccio. Andate alle botteghe di +tele, ché arete canevaccio quanto volete. + +SPAGNOLO. Vos quereis que os quebre la cabeza. + +GIACOMINO. Vuole la capezza dell'asino. E che ti vuoi appiccare? Va' +in un'altra taberna. + +SPAGNOLO. Yo non me partiré de aquí, si me echasen todos los diablos +del infierno. Si pongo mano á la espada, en dos golpecillos, _chis +chas_, haré pedazos cuantos bodegones hay en todo el reino de Napoles. + +GIACOMINO. Cappio, caccia costui, ché un trattenimento tale non è bon +per noi. + +CAPPIO. Se non vuoi partirti in buon'ora, te n'anderai in malora per +te. + +GIACOMINO. Cappio, chiama quei smargiassi forastieri che alloggiano di +sopra, ché diano quel castigo a costui che merita. + +SPAGNOLO. Con un tajo ó un rebés haré mil pedazos a cuantos quisieren +echarme de aquí. + +CAPPIO. Vado a chiamarli. + +GIACOMINO. Camina presto. + +SPAGNOLO. Y llama todos los bandoleros de Flandes y todos los diablos +del infierno, que de todos haré un monton. + +CAPPIO. O buon Dieu de Grandazzo, o diavolo de Paliermo, chi è cheddo +cornuto, caparrone, viddano, pezziente, che mi va facendo lo giorgiu? +ca se nesco fuori, co no pontapiede lo ietto sopra li ciaramiti. +Taliate, quante palole ha sto beccu castratu, moneluso. Sto iannizzo +battiam; aspetta no morziddu, ca pe ll'arma de patremu e de chi me +figliau--e sia acciso, se me meno la chiavetta, lo sandali e lo +guardanasu--piglio lo broccoliero e scindo a bassu, li scippo entrambu +gli occhi e metteceli in mano, le sgangerò le corna e li scippu la +lingua pe lo cozzu, con chista daga ienzo la stanza delle carne soie! +E che pensi ch'haiu lo fecatu blancu come a tia, che te vuoi +accoteddare co no canazu morretuso, fitienti? Non me tenite! Vostra +Signuria me perdugne; ca se m'aspetta na picca, le scareco na +coteddata che le taglio le nasche e le gambe co no cuorpo! + +SPAGNOLO. Aquí es menester menar las manos. + +GIACOMINO. Meglio per te che meni i piedi, ch'hai piú bisogno de' +piedi che delle mani. + +SPAGNOLO. Válame Dios, ¿que hombre es este? + +GIACOMINO. Un siciliano indiavolato. + +CAPPIO. Mira che criar, che zanze, che bravositá xe questa. Donca un +ladro, mariol, zaffo, razza de zaffi, assassin, gramo, disgraziatazzo, +schiuma de canaia, mostazzo de cavra, piegora grinza, ingenerao d'un +castronazzo, becco de quattro corna, s'è cazzao in questa osteria da +por sottosovra questa casa? Al sangue de le seppie e de mie pantofole, +se pongo mano alla cinquedea n'ará cattao la mala ventura: una +stoccata che dago dentro il cor, te trarrò la testa in levante e 'l +cao in ponente. Ti xe matto, a questa foza se tratta con un zentiluomo +veneziano? A ti dico, spagnolo impettolao, pezzo d'aseno, se pi' stai +qua un giozzetto, ti xe morto. + +GIACOMINO. O che terribil veneziano! + +SPAGNOLO. ¡Voto al Cielo que yo soy muerto! + +CAPPIO. Potenz in terra, pover spagnol meschinaz, al corpo de mi +mader, che se te cazo in tel polmon questo temperarin, ti fare' tanti +busi in tel polmon che non ne ha tanti un crivel, e ti fazo in mille +pezzi. Ti venghi il cancher in tel cor, se cercasse in tutto el mondo, +en Turcheria, en India e assai pi' en lá, ti non purisse accattar un +oter come mi: mi son auter bravus che 'l sicilian, mi son un oter +Rotolan che ammazzi pi' de trenta omen: va' via! ah venghi, ah venghi! +A chi dic mi? partit con tutt'i diavoli del mondo, a chi dic mi? + +SPAGNOLO. ¡Dios me libre de tantos mirables hombres! + + +SCENA IV. + +PEDANTE, ALTILIA, LIMA, LARDONE, CAPPIO. + + +PEDANTE. Deo gratias. Giá siamo pervenuti all'antica Palepoli e +moderna Napoli, uberrimo seminario degli oci e delle delizie. Salve o +terque quaterque bella Napoli! + +ALTILIA. Oh che gentil Napoli! veramente piú bella e piú magnifica +assai di quel che il mondo ne ragiona. Questo è il perpetuo nido di +gentilezza, la reggia d'Amore che ha lasciato il suo Cipro per abitare +in Napoli; questo è il palaggio delle grazie, riposo de' miei +pensieri, ricetto delle mie speranze. Oh, come par che qui il sol piú +chiaro risplenda che altrove! oh, quanto goderebbe il cor mio se non +avesse a partirmi di qui mai! + +LARDONE. Oh come biancheggia il grasso in quei quarti di vitella! oh +come gialleggiano quelle groppe de capponi, e come corporeggia quel +rosso su le liste del bianco in quei presciutti, come carboneggia quel +nero fra quelle reti di fegatelli, come pavoneggiano quelle provature +fra quei riccami di salsiccioni! + +PEDANTE. Oh tu come asineggi e bufaleggi fra queste tue ingordigie! + +LARDONE. O fegadelli, trofei della mia fame! o salami, spoglie de' +miei trionfi! o ricotte, o provature, gloria delle mie vittorie! o +porchetta, come ti darei la man dritta passeggiando meco! + +PEDANTE. Oste, oh con quanta venerazione venemo a te lietabondi e +gratulabondi! + +LARDONE. Domine magister, e io affamabondo e bibebondo! + +CAPPIO. Ben venute le Vostre Signorie! par di vere ca mi voler far +scazzar: ponere le cappelle en teste. Ma mi nit intender quel +«famabonde» e «bibebonde». + +LARDONE. Dico che vengo per disfamare l'affamata affamatagine del +famoso mio affamamento. + +PEDANTE. Oste, nomina desinentia in «bondo» significant at tum come +«moribondo» e «gemebondo», cioè, idest cum maxima voluntate moriendi +et gemendi. + +LARDONE. Quanto dice in gramuffa, tutto viene dalla saviaggine e dalla +sua litteratumma. + +PEDANTE. È questo il xenodochio del Cerriglio? + +LARDONE. Domine ita, non videbis quantum fegadellos, pullos, picciones +e salsicciones? + +PEDANTE. Lardone, andiamo per i supellettili. + +LARDONE. Domine nonne; bisogna prima assaggiare i vini, apparecchiarsi +da cena, e poi tornare a dietro per le robbe. + +CAPPIO. Lassa faghe a mi: provi cheste pottagie falsamico, +scippacapelli e moscatelli. + +PEDANTE. Refiuto questi nomi infandi e nefandi di «scippacapelli» e +«falsamico». + +CAPPIO. Patrone, cheste... cheste «falseamiche» star tanto dolce che, +quando se beve, ti pensare che ire in curpe; no, va alle gambe a fare +sgambette e cadere in terre. «Scippacapelli» stare tant gagliarde, ire +al capo, e pare che scippe i capelli. + +PEDANTE. Dictum hoc per antonomasiam. + +LARDONE. Detto per cornamusa. + +PEDANTE. Lardone, tu sei cervello ottuso, apri il bugio dell'orecchie. +«Antonomasia» è nome greco: «antos» vuol dir «contra»; «onoma +onomatos» vuoi dire il «nome»: quasi, idest «contra nomen». +«Scippacapelli», dolce che va fin a' capelli. + +CAPPIO. Mi non intender, signor d'ottobre. + +LARDONE. E tu intendi a me, che son signor novembre. Fa' che assaggi +tutti i vini e prima il scippacapelli. + +CAPPIO. Eccolo, che star mirando. + +LARDONE. Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da +se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in +piú picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste piú che +nettare e pania che inveschia! + +PEDANTE. Accelera il bere. + +LARDONE. Non son questi vini da bersi subito, ma prima farci un +pochetto l'amore; poi accostarselo alla bocca pian piano con una +maestá grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e +gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un +altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la +bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giú nel ventre +come fusse una medicina; e bevuto che n'arai un bicchiero, sta +contemplando la battaglia che fan le membra, che tutte vogliono esser +le prime a gustarlo: il cuor, primo, ne cava la quinta essenza, il +polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la +milza all'ultimo se ne succhia la parte sua. All'ultimo ti fa' una +succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirá +per una seconda bevuta, per un sciacquadente. + +PEDANTE. Presto, che stai addormentato sul bicchiero. + +LARDONE. Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei +piú tosto sparger tutto il mio sangue che n'andasse una goccia per +terra. Questo è vino d'una orecchia. + +PEDANTE. I vini dunque sono auriculati? + +LARDONE. «Vin d'una orecchia» è quello che è eccellente, che quando +l'hai bevuto, va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma +quando si scuote la testa dall'una parte all'altra, è segno che non +val nulla. Oste, poni dell'altro vino. + +PEDANTE. Che rumore è questo che fai con la gola, glo glo, quando +ingiotti? + +LARDONE. Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel «glo glo» +son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l'onoro. Questo +come si chiama? + +CAPPIO. Malvasia. + +PEDANTE. Lascia questo, ché il nome t'addita che è malvaggio. + +LARDONE. Anzi il contrario; ché «malvasia» non dice che sia malvaggio, +ma dice: «mal, va' via», perché egli ti pone la sanitá nel corpo. E +questo? + +CAPPIO. Lacrima. + +PEDANTE. Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto. + +LARDONE. Dicesi «lacrima», ché per la sua gagliardía ti fa venir le +lacrime agli occhi. + +PEDANTE. Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ne ingurgitassi +nella voragine del tuo ventre le cotile, le exabasi, gli acetabuli, i +gutturni, i cantari, l'anfore, le paropsidi e i ceramini intieri +intieri: hai bevuto per sei tedeschi. + +LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti. + +PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei +vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «_spumantia vina +Falerni_»? + +CAPPIO. Non intendere vostre linguagie. + +PEDANTE. N'hai del cecubo di Pozzuolo, dell'amineo di Vesuvio e del +razente de' monti Falerni? + +CAPPIO. Aspette ne poche a io, che te porte le falanghine de Pezzulle, +greco vesuviano e del trebiano. + +PEDANTE. Nomina desinentia in «ano» maximam dulcedinem significant et +mihi summopere placent. Andiamo per i supellettili. + +LARDONE. Come posso partirmi, se queste porchette infilzate mi tengono +incatenato, né posso distaccar la vista da questi salami, pollami? +lasciatemi far un altro poco l'amore. + +PEDANTE. Dii talem avèrtite pestem, o sarcofago, o lupus luporum, o +asine asinorum! + +LARDONE. Io asino e tu un bue, siamo bene accoppiati! + +PEDANTE. Tabernarie, io non cerco lauti obsòni né tanti pulpamenti, +ché non ho quadranti da spendere. Una cena frugale. + +CAPPIO. Tas teich Gotz: te venghe le cancarelle, volere essere +fregate! + +LARDONE. Oste, al tornar mi farai trovar apparecchiato un piatto di +ravioli e di maccheroni strangolatori, tanto l'uno. Per Altilia uno di +questi salsicciotti, che non è avvezza a mangiarne ancora. Tu, Lima, +attáccati a questi salsiccioni, che so che ti piacciono. + +LIMA. M'appigliarò al tuo consiglio. + +CAPPIO. Tutte cheste cose trovare apparecchiate. + +LARDONE. Ma sopratutto il presto sia in capo della lista, che importa +piú di tutto; ché non è peggio aver fame e stare aspettando a tavola. +Se ci farai una minestra di trippa grassa, mettici della menta e +zaffarano; che se per disgrazia non fosse ben netta e sentisse della +madre, se è verde, abbiamo iscusa che sia la menta, se gialla, il +zaffarano. + +CAPPIO. Tornare presto a cca. + +LARDONE. Quelle groppe pelate e grasse di quei capponi mi farebbon +volare, non che trottare, e m'han posto in tanto appetito che sarei +per mangiarmele crude. + +PEDANTE. Andiamo, che fai? + +LARDONE. Oste, riempi il ventre di questa porchetta di ficedole, tordi +e altri uccelletti che, aprendo il ventre, si cavino ad uno ad uno, +come uscivano i greci dal ventre del cavallo di Troia; fa' che si +cuoca col suo succo e con quella sua crostina tenerella. Ahi, che non +vorrei mai perderla di vista! + +PEDANTE. Galante innamorato! altri amoreggia con le donne, egli con li +animali morti. Teutonice, potremo lassar qui le donne sole? + +CAPPIO. In cheste nostre ostelerie alloggiano vecchie fámine e con +merdate. + +LARDONE. Ti sia dato al mustaccio. + +PEDANTE. Requiescite e date pausa alla lassitudine; fate che si +prestoli la cena, ché da un pauculo di tempo tornaremo. + +LARDONE. Avertite, non mangiate senza noi. + + +SCENA V. + +GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO. + + +ALTILIA. Il Ciel vi dia ogni contento, anima mia. + +GIACOMINO. E che maggior contento potria darmi la sorte che darmi voi? + +ALTILIA. E vi sia sempre lieta e propizia ogni stella. + +GIACOMINO. E qual piú gioconda e graziosa stella poteva oggi +appresentarsi agli occhi miei? il cui splendor ne' suoi begli occhi +con benignissimi aspetti influiscono nell'anima mia tante felici e +sovraumane dolcezze e preziose rugiade di gioie, che vagheggiandole +non posso conoscere qual sia maggiore, o lo splendor de' suoi raggi o +quel ferventissimo fuoco che apporta seco; o qual sia piú la gioia di +mirargli o l'ardor che ne succede, che non so come l'angustia del mio +petto lo possa capire e ne possa godere insieme tante felicitadi. + +ALTILIA. E qual piú chiara luce poteva oggi rappresentarsi all'anima +mia, nel cui lampeggio arde la piú chiara sfera del cielo? O vita +dell'anima mia, o vita dell'anima mia! + +CAPPIO. State in cervello, padrone, che le sue parole son pregne di +sostanza: è figlia di mastro ed è una dottoressa che l'impatta a +Platone--ed ha le veste e tele. + +GIACOMINO. Ma che posso rispondere, s'alla tua presenza me si liga la +lingua, stupefanno i sensi e in me stesso muoio? Le mie parole sono +semplici, come m'escono dal cuore, solo avvivate dal desiderio del mio +cuore. Bisognaria che avessi la sua dolcissima lingua in bocca per +poterle ben rispondere. + +ALTILIA. A tanto amore non so come rispondere; non posso altro, in +ricompensa, che donar me stessa a voi: e voi amando me, non amate me, +ma una cosa vostra; né io son piú padrona di me stessa, ma sono una +guardiana delle cose vostre. + +GIACOMINO. Ed io abbissato nel centro del mio niente, come posso pagar +cosí gran dono? perché se possedessi la monarchia del mondo, non tanto +potria donarvi che non restasse piú di quel che dato avessi. Troppo è +grande la vostra bellezza, troppi sono i meriti dell'onore, della +saviezza e di tante altre sue leggiadrissime parti, che partite in +molte donne, molte se ne arricchirebbono: basta dir solo che in voi +sieno tutte le grazie, costumi e bellezze che si trovano sparte in +tutte l'altre, e che in voi sola la natura ha voluto mostrare +l'eccellenza del suo valore. + +ALTILIA. Vorrei che poteste ascoltar quello che nel silenzio della +lingua desidera palesargli il core: che se vi è pur alcuna cosa di +buono, tutto vien da' raggi del tuo sole che m'indorano tutta; da +quello viene ogni mio bene. Ma ditemi, cor mio, come avete sopportata +l'assenza di tanti mesi che non m'avete veduta? + +GIACOMINO. In questa assenza ho provato di quelle crudeli e acerbe +passioni che sanno far provare i vostri meriti. Ma pur in cosí +infinito dolore m'ho meritato e guadagnato il premio della costanza e +del valor della mia fede. Ho arso e bruciato bensí, ma in quelli miei +incendi ho trovato quello alleggiamento che m'ave apportato la +speranza di aver presto a rivederla, sperando che quegli occhi che mi +avevano aperto il fianco, quelli poi avessero a risanar le mie piaghe. +E voi, cor mio, come l'avete passata? + +ALTILIA. Io rapita nel pensiero delle vostre qualitá rare e +inimitabili, ho pasciuto l'intelletto di certo inusitato diletto che +solo m'ha sostenuto in vita, e fra cosí dolci inganni ingannando me +stessa, ho passata la vita mia; né so che altro rispondervi che tutte +le parole che devrebbono uscir dalla mia bocca, tutte escono dalla +vostra. + +GIACOMINO. Che dici, o fidelissima ministra de' nostri secreti amori? + +LIMA. Che il Cielo stringa e conservi stretto cosí bel nodo d'amore, +che non sia per sciorsi giamai. + +GIACOMINO. Non si sciorrá ben certo, ché non è il maggior ligame +nell'amore che la somiglianza de costumi; onde il nodo è cosí +strettamente ordito per le mani d'Amore che non bastará sciorsi dalla +morte. + +LIMA. Ma poiché sète patti e contenti, ricevete l'un dall'altro il +premio di tanto amore. + +GIACOMINO. Ma perché trattengo me stesso, dove la voglia mi sferza e +mi sospinge? + +CAPPIO. A me par sciocchezza perdere il tempo in belle parole, che si +potrebbe spendere in uso piú desiato e gradito: avete poco di tempo, e +quel poco che avete ve lo torrá il ritorno del mastro or ora. + +LIMA. Giacomino, ve la do in podestá: vi prego a serbar con lei quel +decoro che si conviene alla qualitá vostra e al suo onore. + +GIACOMINO. Anima mia, dal tempo che v'ho amata, v'ho amata sempre da +sposa, ché tal mi pareva che meritassero le vostre parti; io per sposa +v'accetto se ne son degno. + +LIMA. Or andate a riposarvi, o bella coppia d'amanti e sposi. + +CAPPIO. Anzi a faticar piú che mai. + + +SCENA VI. + +LIMA, CAPPIO. + + +CAPPIO. Lima, quei si vanno a godere, e noi vogliamo qui far la saliva +in bocca? + +LIMA. Il tuo amore è come quello degli asini, che non dura se non la +primavera; ma dimmi, che hai apparecchiato per darmi? + +CAPPIO. Il fuso per la tua conocchia e il pistello per il tuo mortaio; +ché se non hai il pistello, come vorresti far la salsa, e se ti +mancasse il fuso, come vorresti filare? E tu che m'hai apparecchiato? + +LIMA. La berretta per il tuo capo e la lanterna per la tua candela; +ché non aresti con che coprirti il capo quando piove, e non avendo +lanterna, il vento ti smorzarebbe la tua candela. + +CAPPIO. Orsú, entriamo ad accenderla; va' prima e ponti in ordine. + +LIMA. Noi stiamo sempre in ordine; ponti a ordine, e per non farmi +aspettare, entra innanzi tu o vienmi dietro. + +CAPPIO. Entriamo, ché innanzi o dietro, poco m'importa. + + + + +ATTO III. + + +SCENA I. + +CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, LIMA. + + +CAPPIO. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace. + +GIACOMINO. Paggio, dá l'acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la +tovaglia per asciugarle. + +CAPPIO. Sedetivi, di grazia. + +ALTILIA. Non tante cerimonie. + +GIACOMINO. Non son cerimonie ma nostro debito. + +ALTILIA. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de' nostri +contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che +scusa trovaremo che non l'abbiamo aspettato? + +CAPPIO. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano +mai scuse. Diremo ch'eravate stanche, sí che venevate meno senza fare +un poco di collazionetta. + +GIACOMINO. Cappio, accendi quella profumiera, ché spiri odore. + +ALTILIA. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri +onorati costumi e gentilissime maniere. + +GIACOMINO. Mangiate di questa vivanda, se vi piace. + +ALTILIA. A me sol piace quello ch'a voi piace. Ma voi perché non +mangiate, anima mia? + +GIACOMINO. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di +quei cibi ch'ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono +terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto +assomiglia alle vostre gote, e i gigli s'insuperbiscono della loro +candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto +son riguardevoli quanto rappresentano la sembianza degli occhi vostri, +e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano +i vostri denti; l'odori de' gelsomini tanto son grati quanto +rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa +deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori! + +ALTILIA. L'amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero. + +GIACOMINO. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti +esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore +dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei +due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell'anima mia; or +che saran l'altre cose che non si vedono? + +ALTILIA. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi? + +GIACOMINO. Ancor non ho cominciato, perché non so da dove incominciare +a rimirarvi. Perché se miro il terso avorio della fronte, gli occhi mi +rapiscono a riguardargli; se mi fermo negli occhi, mi sento invitar +dalle gote a contemplarle; e appena mi drizzo a mirar quelle, la bocca +mi strascina a contemplar i rubini de' suoi labri; e se rimiro il +collo, ecco mi tirano le mammelle: talché confuso e stupefatto non so +da dove cominciare. E come potria esser questo, se voi non foste stata +fatta dalla natura con tutto il suo studio d'impoverir tutte le donne +per arricchirne voi sola, e per contemplar le sue gran meraviglie e +quanto ella sa fare? Onde non potrete esser tanto mirata che non siate +tanto piú degna d'esser mirata e admirata. E se non posso lodar quanto +devo, supplisca l'affezione. + +CAPPIO. Paggio, che fai che non porgi da bere? + +ALTILIA. Bevete, cor mio. + +GIACOMINO. Io non beverò mai, se voi non bevete prima e lasciate ch'io +suchi quelle reliquie che son rimaste in quella parte del bicchiero +ove han toccato le labra vostre, acciò con quelle io possa rinfrescar +l'arsura dell'anima mia. + +ALTILIA. Però, anima mia, ho pregato voi prima che beveste, per aver +io quel contento e provar io quella dolcezza che voi da me +desideravate. + +GIACOMINO. Poiché il mio core è un eco del vostro core e l'un pensiero +eco dell'altro, paggio, porta un bicchier grande, empilo tutto, acciò +l'un goda della bevanda dell'altro. Deh, bevete per aggradirmi. + +ALTILIA. Non solo bever, ma vorrei darvi maggior contento di questo. + +CAPPIO. Con tantillo de cosa gli darete maggior contento. + + +SCENA II. + +SPAGNOLO, GIACOMINO, CAPPIO, ALTILIA. + + +SPAGNOLO. ¡Buen provecho hagan Vuestras Mercedes! Al señor caballero y +á mi señora beso mil veces las manos. + +ALTILIA. Ben venghi, buon compagno! + +SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que he visto este caballero en la +guerra de Flandes. + +GIACOMINO. Non vidi mai altro che Napoli e Salerno. + +SPAGNOLO. Y también he visto una señora en Flandes que par es de en +todo á esta mujer, y por esto la quiero servir. + +ALTILIA. Vi ringrazio del favore. + +CAPPIO. (Mira che disgraziato e prosontuoso spagnolo! come si pone in +dozena con questi gentiluomini! mira con che grandezza e sussiego si +va accostando! Veggiamo dove riuscirá questa prattica). + +SPAGNOLO. Señor caballero, V. M. beba. + +GIACOMINO. Non ho ancor sete. + +SPAGNOLO. _Tus, tus, tus._ + +CAPPIO. (Finge aver tosse: certo, che egli vorrá bere). + +GIACOMINO. Bevete voi, ché forse vi passará la tosse. + +SPAGNOLO. Bríndis á V. M., bríndis á mi señora. + +ALTILIA. Vi faremo ragione. + +SPAGNOLO. Quiero contar la jornada que havemos hecho en Flandes con el +conde Mauricio. + +GIACOMINO. Non vogliamo udir cose malenconiche di guerre e occisioni, +ma di amore e di piacere. Cappio, dágli del pane. + +CAPPIO. Eccoti del pane; e come hai mangiato e bevuto, vanne via. + +SPAGNOLO. Mi señora, quiero hacerte un bríndis. + +CAPPIO. (Non gli basta d'aver mangiato e bevuto, pur vuol ber di +nuovo). + +ALTILIA. Vi faremo ragione. + +CAPPIO. (Mira come s'è seduto appresso la signora un poco! vedremo che +a poco a poco ne caccerá quella, ed esso se ci porrá). + +SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que V. M. es la mas hermosa +señora que haya en todo el mundo, y merece que el rey la sierva, y por +esto la quiero servir yo. Tome V. M. este bocado. + +CAPPIO. (Eccolo seduto; a poco a poco mangia insieme con loro, e s'è +invitato da se stesso). + +SPAGNOLO. Tome este bocado, señora dama. + +ALTILIA. Vi ringrazio assai. + +SPAGNOLO. ¡Buen provecho haga! Bríndis, mi señora, yo bebo por la vida +del rey mi señor y per la salud d'está señora mia. + +CAPPIO. (Giá si è ingerito a mangiare e bere). + +SPAGNOLO. Tudesco, trahe aquí pichones, pavos, pullos y todas las +cosas que hay en la venta. + +CAPPIO. (Poiché s'è fatto padron della tavola, si vuol far padrone +ancor dell'osteria. Dubito che alfin non la baci). + +SPAGNOLO. Tudesco, trahe ropas, que á fe de caballero yo pagar todo. + +CAPPIO. (Da povero soldato s'è fatto cavaliero). + +SPAGNOLO. Señora, yo le quiero contar cuantos torneos he ganado y +cuantos gigantes he muerto, cuantos castellos encantados he derribado +entonces cuando yo fui caballero andante, y todas mis hazañas. + +CAPPIO. (M'arde il cor della prosunzion di costui). + +SPAGNOLO. Mi señora, no puedo mas sufrir la pasion que me da la +hermosura suya: perdóneme si me atrevo á tanto. + +GIACOMINO. Mira forfante! te imparerò creanza con un bastone!... A +baciarla! + +SPAGNOLO. ¡Á don Cardon de Cardona, palos! ¡á mi, palos! Voto á Dios, +que yo os mataré y á todo el mundo, que despoblaré todo el infierno. + +CAPPIO. ¡Don Ladron de Ladroni, toma esto! + +SPAGNOLO. Espera un poco aquí que yo tome mi espada y la capa, que con +ella castigaré mis agravios. + +CAPPIO. Ma par che veggio il padron che torna da Posilipo; anzi non +piú mi pare, perché è desso. Povero me, perché non vado ad impiccarmi? +Lo scampo stesso non basteria a scamparmi dalle sue mani. Padron, ecco +il vostro padre; entrate dentro e non vi fate vedere, ché io rimediarò +al tutto: lasciate cosí ogni cosa e attendete a quel che dico. + + +SCENA III. + +GIACOCO, CAPPIO. + + +GIACOCO. Sia ringraziato lo Cielo ca me veo a la casa mia! Quanno +arrivai a Posilipo, appena m'avea ciancoliati quattro muorzi, quanno +scappa Dio e fa buon iuorno, ca sento gridar «turchi! turchi!». Chilli +strilli me fecero scorreiare e chilli quattro muorzi me deventaro +tosseco. L'uocchio dello bifaro me se fece tantillo e le nateche me +facevano lappe lappe; ca se m'arrivavano, me ne sorchiavano commo +n'uovo friscu. In concrusione, me arronchio commo a cótena, subito +tocca ca se fa notte, me pongo le gambe ncuollo e me ne bróciolo a +Napole, che ancora le gambe me fanne iacovo iacovo; lo filatorio ca +avea ncuorpo m'ha fatto correre commo avesse cursito allo pallio, e io +ca fuieva e ca dicea a lettere de marzapane:--Iacocos votu facere e +gratia recepere!--O casa mia bella! ma sto tanto sorriésseto ca me +pare na taverna. O quante sausiccie, fecatelli, scartapelle e +marcangegne! me fanno cannagola e stare a cannapierto. + +CAPPIO. Bone vecchie, volere alloggiare a nostre ostelerie, ca te +faremo scazzare? + +GIACOCO. Ste vrache saiate! io non aggio voglia de bevere né de +mangiare. Sto mirando se chesta è la casa mia. + +CAPPIO. Avete prese scambie: cheste stare mi ostelerie, no vostre +case. + +GIACOCO. O ca io no so io, o chessa non è la casa mia; io no sto chiú +nchisto munno, sto dintro a n'autro munno; aspetta no poco, lassame +arrecordare meglio. Chesta è la casa de Coviello Cicula, appriesso la +casa de Cola Pertola, la terza è d'Aniello Suvaro, la quarta è de +Colambruoso e Iacovo dello Caso, appriesso veneno chelle caranfole e +carafuorchi, appriesso stava la casa mia: ma chesta me pare taberna. + +CAPPIO. Bone compánie, volere fare brindese. + +GIACOCO. No boglio fare Brinnese né Galipoli, ch'aggio chiú boglia de +dare sta capa pe ste mura: io sto fora de me, no sto ncelevriello, io +no saccio se sto cca o dove sia; voglio fare lo veveraggio a chi me lo +dice. + +CAPPIO. Merdamente, che tu stare un altre e chesta no stare casa tua. + +GIACOCO. Ora chisso è n'autro chiáieto; e me vuoi propio fare +imbertecare lo celevriello, ca me vuoi dare a ntennere ca io no so io. +Chissi chiáiti non servono; me vuoi dare a ntennere vessiche pe +lanterne o ca le femmene figliano pe le denocchie? aggio abbesuogno de +pataracchie? Chi sa se la paura delli turchi m'ave fatto deventare +pazzo? chi sa se dormo? Ma io non dormo, ca sento, e non me sonno. + +CAPPIO. Ah, ah, ah! + +GIACOCO. Mira cca sto todisco mbriaco ca ne lo cacciarissi da no campo +de fave, se ride delli fatti miei. Forse quarche mazzamauriello o +chillo che pozza squagliare diavolescamente m'avessero fatto deventare +la casa mia chiú lontana? Se fosse carnevale, diceria ca s'è +ammascarata e s'ha pigliata na mascara de taverna. Fuorze sto todisco +è pazzo o so pazzo io o semo pazzi tutti due; ma se fosse pazzo, come +forría venuto da Posilipo fino a Napole e non errare la via? + +CAPPIO. Tu stare imbriache, poter ire a dormire, perché te passare le +imbriachezze certe certe. + +GIACOCO. Tu sarrai quarche rifolo dello nfierno o chillo ca puozze +sparafondare. Dove voglio ire a dormire, ca no aggio casa? Vuoi ca +dorma miezo sta chiazza? O Cielo, ca vedesse Chiappino, ca me facesse +mparare la via! + +CAPPIO. Che omme stare chesse Chiappine? + +GIACOCO. No catarchio, no catámmaro peio ca non si' tu. + +CAPPIO. Tu mentire per le gole, ché cheste Chiappine stare gran omme +da bene. + +GIACOCO. Ora chesta è la ionta dello ruotolo, avere a competere co no +tavernaro. Basta, ca me ce hai cogliuto solo e de notte; se nce fosse +cca Chiappino, mò che sto ncepollato, te faria dare cinquanta smorfie +e schioccolate a sso celevriello. La mentita è morta e no bale. + +CAPPIO. Chiappino essere ommo onorato commo me stesso. + +GIACOCO. Scompimmola priesto, ca no pozzo scellebrareme con tico, che +te venga no cuofano de malanni. Me voglio partire, ca sta cosa è pe +venire a fietu. Te tengo alla camera de miezo; viene e famme na cura +co lo muto. + +CAPPIO. Mi volere serrare le ostellerie, bone notte, e se non la +volere, la mala notte. + + +SCENA IV. GIACOCO, CAPPIO. + + +GIACOCO. Serra, ca te sia serrata la canna dello manduoco co no +chiappo. O negrecato Iacuoco, ca no saccio che m'è ntravenuto, ca sto +peo che se fosse ncappato nmano de turchi. So stracco, ca so curzeto +commo a no fúrgolo, e me siento, ahie! morire de famme; e borria ca no +stráulo me strassinasse alla casa mia. O mamma mia, commo faraggio? ca +penso ca so spiritato e averaggio ncuorpo quarche spirito maligno, e +bisognará ca vaia a Surriento a fareme scongiurare. Non saccio che +fare; sto commo a no pollicino mpastorato alla stoppa. + +CAPPIO. O padron mio, che siate il ben trovato! + +GIACOCO. Eilá, fosse Chiappino chisto? eccotillo, isto è isso. Che +singhi lo ben trovato, ca ieva sulo e me parea ca ad ora ad ora me +fosse pigliata la mesura dello ioppone. + +CAPPIO. Come! tornate da Posilipo a quest'ora? + +GIACOCO. Chiappino, ch'aggio avuto na mala cacavessa, e lo Celo sa +quanti vernacchi me sono scappati, ca se non me ne appalorciava, bello +me ne rappoleiavano; e mò forría nmano de turchi. E mò stava mirando +sta casa! + +CAPPIO. Perché stavate mirando questa casa? + +GIACOCO. Pensava entrare alla casa mia e l'aggio trovata taverna; e no +todisco mbriaco me volea fare accussine, e se non era sapatino, me +carfettava a crepapanza, a serra de lino. + +CAPPIO. E voi stimate che questa sia casa vostra? Voi sète fuor di +cervello: questa è l'osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un +pezzo lontano di qua. + +GIACOCO. Me penzo ca me s'è sbotato lo celevriello dintro la +catarozzola, ca io no saccio se so isso o no, né chi pozzo essere. Ma +tu che vai sanzarianno a chest'ora per Napole? + +CAPPIO. Vostro figlio m'ha mandato al libraro per aver certi libri per +studiare tutta la notte. + +GIACOCO. Che libri? + +CAPPIO. _Barattolo ribaldo, Sal in aceto_ e _Paolo te castre._ + +GIACOCO. Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi. + +CAPPIO. Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest'ora fa un +freddo molto grande e s'è levata una tramontana penetrativa che fa +molto danno alle teste de vecchi. + +GIACOCO. Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso +chille cincoranelle? + +CAPPIO. Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana. +Copritevi la testa con la cappa, ché il vento non vi faccia danno. + +GIACOCO. Pell'arma de vávemo, ca dici buono. Coprela bene. + +CAPPIO. Sta bene cosí? + +GIACOCO. Tu m'hai coperto l'uocchi commo si fa alli farcuni co lo +cappelletto o commo alli cavalli marvasi quanno si strigliano. + +CAPPIO. Cosí bisogna coprire, che non offenda il vento. + +GIACOCO. E commo pozzo bedere la via? + +CAPPIO. Appoggiatevi al mio braccio, ch'io vi condurrò a casa; che la +notte è tanto oscura che, se foste con il capo scoperto, non vedreste +la via. + +GIACOCO. Orsú, caminiamo; mò dove siamo? + +CAPPIO. Ad Antuono speziale. + +GIACOCO. Chillo che fa le cure co lo schizzariello? + +CAPPIO. Signor sí. + +GIACOCO. Zitto zitto, ca non ce senta; ca l'autro iuorno me venne a +fare la cura e me mpizzai lo canniello tanto forte ca m'appe a +sparafundare, e poi fece lo vrodo tanto caudo che me scaudai tutto lo +codarino; e però non lo vuozzi pagare. E mò dove simmo? + +CAPPIO. A mastro Argallo che fa li brachieri. + +GIACOCO. Passammo a largo, ca m'aggio fatto fare lo vrachiere mio e +non l'aggio pagato ncora. Ma quanno arrivarimmo, ca songo allancato? + +CAPPIO. Anzi non sète a meza via, e volete esser gionto? + +GIACOCO. Me fae botare ntorno ntorno, come botasse lo filatorio o +commo a mulo ca bota lo centimmolo. + +CAPPIO. Perché vi meno per strade accortatoie. + +GIACOCO. Quanno arrivarimmo alli solachianielli? + +CAPPIO. Or ci siamo. + +GIACOCO. Arrássate dalla poteca de Giangilormo Spiccicaraso, ca m'ave +arrapezzate le scarpe e le devo dare cinco tornisi, e mò me vole +accosare. + +CAPPIO. Giá siamo gionti. + +GIACOCO. Tózzola la porta. + +CAPPIO. _Tic toc, tic toc._ + +GIACOCO. Quanto sta ad aprire sta madamma tráccola? Priesto, pettolosa +mezzacammisa, che te puozze rompere lo cuollo pe ssi scalandruni! + + +SCENA V. + +GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO. + + +GIACOMINO. Chi batte, olá? è questa l'ora da interrompere i studi? + +GIACOCO. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca +studi commo no cane! come mo me ne preo. + +CAPPIO. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non +va tutto in sudore; e se voi non l'aveste interrotto, non avrebbe +fatto altro tutta la notte. + +GIACOMINO. Chi è lá, dico? + +CAPPIO. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo. + +GIACOMINO. Vuoi burlarmi? + +CAPPIO. Venete e vedete. + +GIACOMINO. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine +guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; né de chissi +nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri +fin che se ci arreieno. + +CAPPIO. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello. + +GIACOCO. Batti, dico. + +CAPPIO. Sento i pantofoli per li gradi, che vien giú. + +GIACOMINO. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato. + +CAPPIO. (Anzi lo mal venuto, ché non ha potuto venire a peggior +tempo). + +GIACOMINO. Come a quest'ora? + +GIACOCO. Te lo diraggio suso, ca mò sto allancato de fatica. + + +SCENA VI. + +SPAGNOLO, GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO. + + +SPAGNOLO. Padron, dame mis alforjas, que he dejado en esta venta. + +GIACOCO. Che grassa de suvaro è chesta? ca vole sso messer +catruoppolo, barva d'annecchia, dalla casa mia? + +SPAGNOLO. Está tarde, llegué á esta venta y dejé aquí mis alforjas. + +GIACOCO. Dice ca lassai cca le forge dello naso e che la casa mia è +viento: chesta è cosa da me fare desperare. + +CAPPIO. Certo, che deve stare imbriaco. + +GIACOCO. E tu cacciale ssa mbriachezza da capo. + +SPAGNOLO. Digo que ayer llegué á esta venta, á esta taberna. + +GIACOCO. Ed io te dico ca la casa mia non è né vinti né trenta né +quaranta, e ca no è taverna. Chiappino, ca buole sto spagnuolo dalla +casa mia? + +CAPPIO. Deve esser qualche ladro, e sará qui nascosto per arrobbare. + +GIACOCO. E chesta è la guardia ca se fa alla casa mia? + +CAPPIO. Vien qui tu: come ti chiami? + +SPAGNOLO. Don Cardon de Cardona. + +CAPPIO. L'avete inteso con l'orecchie vostre che si chiama don Ladron +de Ladroni. + +SPAGNOLO. Vos mentís, que yo soy caballero, capitan aventajado y tan +bien nacido como el rey. + +GIACOCO. Chisso va cercanno piettene de tridece, e se me fa +nzorfare... . + +SPAGNOLO. Ayer tarde he comido en esta taberna con esto caballero y +con mujer muy hermosa, y hicimos muchos bríndis juntos. + +CAPPIO. Se non ti parti di qua, arai molte bastonate avantaggiate. + +GIACOCO. Se deve pensare ca a Napole se mpastorano li asini co le +saucicce e vorria arrobbare; e se non me sparafonda denanze, sarrá +buono zollato. + +SPAGNOLO. Si no me dais mis alforjas, os daré muchos palos en la +cabeza. + +GIACOCO. Dice ca ce vole dare pale e muzzone di capezze d'asino. + +SPAGNOLO. Calla, que soys borrachos. + +GIACOCO. Chessa è n'autra chiú bella: dice ca simmo vorraccie; pensa +ca vindimu nsalate. + +SPAGNOLO. Quiero mis alforjas. + +GIACOCO. Pe parte de fuorfece, te darrimmo no poco de mela iacciole e +grisommole. + +SPAGNOLO. No alojan en esta taberna sino putas y alcahuetos. + +GIACOMINO. Cappio, chiudili la bocca con un pugno, ché piú non parli. + +GIACOCO. Me pare ca no la vuoi ntennere e me esci dello semmenato. Che +ci vuoi le ciarammelle e lo colascione? + +SPAGNOLO. Á vos digo, bodeguero, gente malvada, que me dais mis ropas. + +GIACOCO. Dice ca simmo potecari de marva. Nui simmo potecari de +vernecocche e de nespole e le vendimmo a buon mercato. Ha la capo +tosta, ha pigliato la zirria de non se partire. + +GIACOMINO. Cappio, con un pugno fagli cadere un dente. + +GIACOCO. E da parte mia, dui scervecchie e dui seguzzuni. + +CAPPIO. Questo a don Ladron, quest'altro al capitan avantaggiato, e +questo al nato come il re. + +SPAGNOLO. Yo iré á tomar mi espada y en dos golpes, chis chas, os haré +mil pedazos. + +GIACOCO. N'arai reppoliata na bona remmenata de mazze, mò va' e torna +per l'autra: va' e vienici a fare no nudeco alla coda. + + +SCENA VII. + +PEDANTE, GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO, LARDONE. + + +PEDANTE. Tabernario! + +GIACOCO. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne +menti e arcimenti pe le canne della gola! + +PEDANTE. Avemo baiulato li suppellettili... + +GIACOCO. Che sopraletti e sottoletti? + +PEDANTE. ... et alia muliebria indumenta. + +GIACOCO. Io non veo né muli né iommente. Va', frate mio, e fatte fare +na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri. + +GIACOMINO. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon +senno. + +GIACOCO. Dimmi, si' ommo o lombardo, si' iudío o cristiano, ca no te +ntenno ca dici. + +PEDANTE. Sum vir probus et circumspectus procul dubio. + +GIACOCO. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m'ave cèra de +cristiano. + +GIACOMINO. Sará qualche pedante. + +GIACOCO. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia +gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso +mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no +zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere +senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va' vommeca e non me +rompere la capo. + +PEDANTE. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso, +diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis, +«capo», mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o +«la capa». + +GIACOCO. Giá chisso sbaría; manche se fosse no piccirillo della zizza, +parla allo sproposito. + +PEDANTE. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai +congrua collazione. + +GIACOCO. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi +scioscelle? + +PEDANTE. O che parlare absurdo e mal composto! + +GIACOCO. Mò vole no poco de composta de cetruli. + +PEDANTE. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste! + +GIACOCO. Non te l'aggio ditto ca vole composta d'agresta? + +PEDANTE. Dii immortales, ubique sunt angustiae! + +GIACOCO. È lo vero ca a Vico so ragoste. + +PEDANTE. Dov'è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio? + +GIACOCO. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello. + +PEDANTE. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt +Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto +Teviscone. + +GIACOCO. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t'addomanna +chesse cincorane? + +PEDANTE. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto +vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli. + +GIACOCO. In casa mia non c'è astraco né astraciello. + +PEDANTE. Io lasciai qui mia figlia per arrabone. + +GIACOCO. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco, +dove si' arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi. + +PEDANTE. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «_patienter +ferre memento_». O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli +anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche +cacademone nel capo. + +GIACOCO. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me +ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se +si' spiritato, fatte nciarmare. + +PEDANTE. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. +Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: +veramente che questo è il diversorio. + +GIACOCO. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio né diverso +aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio +scelevrar chiú con tico. + +PEDANTE. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto +trasmutare in casa. + +LARDONE. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste +parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare +pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia +caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e +s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il +mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, +come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son +diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino +sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere). + +GIACOCO. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è +deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, +o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio +da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita +mia commo chesta d'oie. + +PEDANTE. Lardone, che mastichi in bocca? + +LARDONE. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son +fuggiti dalla bocca. + +PEDANTE. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira +mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare. + +GIACOCO. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da +cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è +chisto? + +PEDANTE. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli +futuri. + +GIACOCO. Chiappino, fa' sta caretate, porta chisto all'osteria dello +Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se +voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche +manomerza. + +CAPPIO. Andiamo, ch'io vi condurrò al Cerriglio. + +LARDONE. (Io l'attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a +me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de' +fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il +vino foco. Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!). + +PEDANTE. Non vidi hominem di maggior pasto né di minor fatica di te. + +CAPPIO. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto. + +LARDONE. _Tic, toc, tic._ + + +SCENA VIII. + +TEDESCO, PEDANTE, LARDONE. + + +TEDESCO. Chi battere le porte delle nostre ostellerie? + +PEDANTE. Tito Melio Strozzi gimnasiarca! + +TEDESCO. Non capire tante gente le nostre ostellerie. + +PEDANTE. Sono solo e un famulo. + +TEDESCO. Se avere fame, ire in altra parte; qua avemo poche robbe. + +PEDANTE. Aprite, dico, le ianue a Tito Melio Strozza gimnasiarca. + +TEDESCO. Mi non aprire le porte a Tutto Merda Stronze de patriarche. + +PEDANTE. Aprite al gazofilazio delle dottrine. + +TEDESCO. Andare alle forche, parlare oneste! + +PEDANTE. Aprite le valve ad un grand'uomo. + +TEDESCO. Nostre ostelerie non capire la barba d'un grande omme. + +PEDANTE. Ho una rabbia exardescente che mi bolle nell'arterie. + +TEDESCO. Volere aprire mie porte con l'artellerie? + +PEDANTE. Infringerò i cardini e farò patefacere le valve. + +LARDONE. Non battete piú. Non udite che cala per le scale? + +TEDESCO. Ecco aperte. Dove stare quel grande omme? + +PEDANTE. Io son quel grande uomo. + +TEDESCO. Tu stare picciolette. Tu stare quel Tutto Merda Stronze de +patriarche? + +PEDANTE. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. «Tito» è il +prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, «gimnasiarca» +l'officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e +la rettorica. + +TEDESCO. Non stare bene, non avere bisogne de' rottori. + +PEDANTE. Datemi la mia sobole... + +TEDESCO. Qua non avere né sorbole né nespole, ... + +PEDANTE. ... insieme con la balia. + +TEDESCO. ... né ci stare bálice né stivale. + +PEDANTE. Nil aliud volo. + +TEDESCO. Dicere che volo e tu stare fermo. + +LARDONE. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo! +parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste, +avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che +abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l'altre +robbe? + +TEDESCO. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate +a fare i fatti vostri. + +LARDONE. Almeno dateci alloggiamento, ché a quest'ora non abbiamo dove +a dar di capo. + +TEDESCO. Alla fé, non capere altre gente: tutto star pieno de +passaggieri. + +LARDONE. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio. + +TEDESCO. Né per amor delle diable. + +LARDONE. Respondete almeno. + +PEDANTE. L'uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui. + + +SCENA IX. + +PEDANTE, LARDONE. + + +PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al +core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. +Sarò propalato per infame per tutto il mondo. + +LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato. + +PEDANTE. A te pare cosí? + +LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto +morto di fame e di sonno. + +PEDANTE. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di +affronto grande: a me per le donne e a te per la fame. + +LARDONE. A me non dá pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio +di fame. + +PEDANTE. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo. + +LARDONE. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che +sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai. + +PEDANTE. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa. + +LARDONE. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio +stommaco non si risenta. + +PEDANTE. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca +ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i +scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò +piú comparir fra letterati. + +LARDONE. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di +scrivere i fatti tuoi. + +PEDANTE. Il tuo male con una ricetta si guarirá. + +LARDONE. E quale? + +PEDANTE. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento +ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni; +pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di +vino: et fiat cibus et potus». + +LARDONE. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di +carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro +con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito +consolidarassi». + +PEDANTE. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo, +igitur, è stata violata; e io ne resto disperato. + +LARDONE. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá +in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la +buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine. + +PEDANTE. Ti par poco essermi tolta una figlia? + +LARDONE. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire, +che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo? + +PEDANTE. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare. + +LARDONE. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come +non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo. + +PEDANTE. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e +lasciarti bere fin che crepassi; e dire:--Vinum sitisti, vinum bibe. + +LARDONE. O che crepar dolce! + +PEDANTE. Il furto della figlia a chi «_habet acetum in corde_» importa +l'onore. + +LARDONE. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore: +si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo +non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti. + +PEDANTE. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore. + +LARDONE. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re +e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu? + +PEDANTE. Chi son questi reggi e imperadori? + +LARDONE. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari. + +PEDANTE. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante +volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu +una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella +spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna +contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire. + +LARDONE. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola +fare una disputa. + +PEDANTE. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis +familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza +licenza, vuo' cavarti un dente. + +LARDONE. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io +merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare +l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato +presciutto! + +PEDANTE. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti +par poco onore mandarti al «_senatus populusque romanus_» a fargli +intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far +reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle +tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri +grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo +gimnasio? ... + +LARDONE. E che sapete ben correre alla quintana. + +PEDANTE. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del +vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará +glorioso fin alla fin del mondo. ... + +LARDONE. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad +altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla, +una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio +modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú +tosto in galea che nel tuo Studio. + +PEDANTE. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá +e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta. + +LARDONE. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il +cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo +cervello. + +PEDANTE. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia, +che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha +transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo +insino a giorno. + +LARDONE. Or questo no. + +PEDANTE. Lasciami dire. + +LARDONE. Non voglio ascoltare. + +PEDANTE. Nil melius sobrietate. + +LARDONE. Nil peius affamatione. + +PEDANTE. Io non intendo questa tua grammatica. + +LARDONE. Né io la tua. + +PEDANTE. Dimmelo in volgare. + +LARDONE. Non si trovano parole per dichiararlo. + +PEDANTE. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte. +Ma sta' di buona voglia. + +LARDONE. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia? + + +SCENA X. + +LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO. + + +LIMOFORO. Sento lamenti. + +LARDONE. È segno ch'hai orecchie. + +LIMOFORO. È segno d'uomo sconsolato. O uomo da bene! + +LARDONE. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono +il primo di questo nome. + +LIMOFORO. Consòlati. + +LARDONE. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli? + +LIMOFORO. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo. + +LARDONE. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consòli. + +LIMOFORO. Non pianger dunque. + +LARDONE. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire. + +LIMOFORO. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da +altri: abbi pazienza. + +LARDONE. La pazienza non è rimedio da far passar la fame. + +ANTIFILO. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone! + +LARDONE. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è +rimasta a pena la cotica. + +ANTIFILO. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo. + +LARDONE. E il spirito è quello che ti risponde, ché il corpo è giá +morto. + +ANTIFILO. Che cosa è del maestro? + +LARDONE. Eccolo qui in carne e ossa. + +ANTIFILO. Sète qui voi, o mio caro maestro? + +PEDANTE. Ille ego, qui quondam... . + +ANTIFILO. E voi sète il mio maestro? + +PEDANTE. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete, +absumpto nel pelago delle miserie. + +ANTIFILO. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di +notte vi veggio in questa disgrazia? + +PEDANTE. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo. + +LIMOFORO. Non vi disperate; ché mai viene disgrazia che non trovi la +porta aperta per la grazia che segue. + +PEDANTE. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam +versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e +greca lingua. ... + +LARDONE. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua +dottrina. + +PEDANTE. ... E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono +io. Oh quanto perde Roma e l'Italia tutta, se si perde un par mio. + +ANTIFILO. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco. + +PEDANTE. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a' +tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e +me ne congratulo. + +LARDONE. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno, +ero quasi morto. + +PEDANTE. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina? + +LARDONE. Quello è giá digesto. + +LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora? + +PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «_in cimbalis male +sonantibus_», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago. + +LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta. + +LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte +empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a +salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato +dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete +talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e +medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo +che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un +magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia +l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli +occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di +Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi +manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per +sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú +tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da +bene. + + + + +ATTO IV. + + +SCENA I. + +GIACOMINO, CAPPIO. + + +GIACOMINO. O Cielo, che soave dolcezza, che ineffabile armonia può +trovarsi in questa vita che due cori congionti in un sol core, due +vite in una vita e due alme in un'alma d'un reciproco amor congionte, +dopo tante pene, lacrime e tormenti, giongere a quel da loro tanto +bramato bene? O diletto indicibile, o soavitá eroica, o piacere che +supera e avanza ogni altro piacere e diletto! Deh, ch'io non posso +trovar parole con le quali possa esprimere cotanta gioia! O veramente +felici e ben avventurati coloro che giongono a tanta altezza di gioia! +Misero me, che avendo gustato tanta dolcezza e accesomi in tanto +incendio intorno al core, come potrò mai vivere senza lei? ché essendo +d'un cor congionti insieme, d'un'alma e d'una fede, tanto sarebbe +separar l'un dall'altra quanto l'uno e l'altra viver senza la vita. +Disporrò quanto posso mio padre; e vedendolo ostinato a non voler +compiacermi, alfin farò a mio modo. Doppo l'effetto mi disse +piangendo:--Vi raccomando l'onor mio!--O che mirabile effetto è quello +che fan le lacrime delle donne ne' cuori degli amanti. Gli risposi:--E +come posso io compensar tanta liberalitá con tanto onore, con che voi +stessa concessa m'avete e la persona e l'onor vostro, se non con +l'atto del matrimonio?--Veramente la natura delle donne è tanto dolce +che, per duro che sia un cuore, lo fa subito tenero e liquefare in +lacrime. Ma par che mi senta un messo nel cuore, mandatomi dal mio +continuo pensiero, che dice che speri bene. + +CAPPIO. Padrone, vorrei lasciaste cotesto prologo, e pensiamo allo +scandolo che sia per avvenirne quando saprá il pedante che Altilia sia +stata trafugata e toltole l'onor suo; e sapete che Antifilo, vostro +contrario, non sta con le mani a cintola, ché una ne pensa l'oste e +l'altra il pellegrino. L'aiuterá per la gelosia che lo rode. + +GIACOMINO. Ma io con che occhio potrò mirar mio padre, quando egli +mirando negli occhi miei vedrá scolpita la mia disobedienza e che +della sua casa io n'abbi fatto taverna, fattolo aggirar per le strade +dal servitore? che gastigo aguaglierá la mia forfantaria? Amor mi +sollecita, il timor del padre mi spaventa e la ragion vuoi ch'io +l'ami. Cappio, non so che farmi, son rovinato del tutto. + +CAPPIO. Non siamo rovinati mentre siam vivi e vogliamo aiutarci. + +GIACOMINO. Io non so se son vivo o morto, né dove mi sia: son tanto +attuffato nel mar delle delizie ch'io non so che mi faccia. Pensa tu, +Cappio, che sei fuora di passione. + +CAPPIO. Né io son libero di passione, che sapendo il padrone ch'io son +stato l'inventore ed essecutore del tutto, non lascierá crudeltá che +non voglia esperimentar contro di me. Per ora non so pensar altro modo +che condur Altilia al Cerriglio e pregar il tedesco che dica al +pedante che, dall'ora che Altilia e la balia son state menate da lui +nell'osteria, l'hanno aspettato tutta la notte e anco senza cibo e +senza sonno; e che sappino ben fingere questa bugia. + +GIACOMINO. A prieghi aggiongeró qualche scudo, ché dica quella bugia: +ché se delle bugie se ne dicono le migliaia senza pagamento, quante se +ne diranno per denari? I danari son l'unguento de tutti i mali. Io vo +a chiamar le donne. + +CAPPIO. Presto, ch'ogni tardanza ci potrebbe apportar danno. (Questi +giovanetti doppo conseguito il lor desiderio non pensano piú allo +scandolo che ne può succedere. Io temo che de loro piaceri io n'abbi a +patir la pena). + + +SCENA II. + +GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO. + + +GIACOMINO. Anima mia, quanto la fortuna ci è stata favorevole in +avervi condotta a casa mia, tanto poi voltandoci le spalle n'è stata +disfavorevole, facendo venir mio padre da Posilipo e trovar la sua +casa fatta taberna, e venir poi lo spagnolo, poi venir vostro padre. +Giá avete visto il contrasto col mio padre. Noi per ovviare a questo +disordine avemo concertato condurvi al Cerriglio; e faremo che l'oste +dica che voi tutta la notte avete aspettato il suo ritorno. + +ALTILIA. Vita mia, potrete commandarmi e dispor di me come di cosa +vostra; solo vi priego m'adempiate quella promessa che per vostra +buona grazia m'avete fatta con quella volontá e prontezza con la quale +ho adempita la mia, e considerate quanto mal stanno insieme amore e +ingratitudine. + +GIACOMINO. Sappiate, signora, che voi sola sète l'oggetto d'ogni mio +pensiero, e che il vostro cuore è nel petto mio come il mio nel +vostro; e son fatto tanto suo che non spero esser mai piú mio, né +possedendo voi, curo di posseder piú cosa al mondo. E pensando che ho +da star questo poco di tempo senza voi, mi sento svellere il cuore +dalle piú interne viscere del mio petto. Sia per me maledetta +quell'ora e quel ponto che, stando senza voi, mai pensi ad altro che a +voi. + +ALTILIA. Vi ricordo che l'amor de' giovani ha per fine il diletto de' +loro amori, e che conseguito l'effetto svanisce l'affetto. + +GIACOMINO. Altilia, vita dell'anima mia, se ben ho avuto sempre +l'anima e gli occhi invaghiti della sua nobile sembianza, ho sempre +riverita l'onestá, i costumi e le rare sue qualitadi, e considerato +che nell'amore non è piú stretto ligame che la conformitá de' costumi. +Or queste qualitá fanno che conseguito l'effetto, piú vien sempre a +crescere l'affetto. + +ALTILIA. Io non merito d'essere amata né per bellezza né per raritá di +costumi, che in me non sono, ma perché v'ho amato con tutta la +tenerezza dell'anima mia: perché non son tanto ignorante che amandovi +tanto non meriti di esser riamata; ma essendo l'amor mio +straordinariamente grande, dubito che non mi abbiate fatto qualche +malia. + +GIACOMINO. La malia che l'ho fatta, mia reina, è che l'ho amata con +quella schiettezza di amore e lontana da ogni simulazione, che si +convenia; e saprá bene che il ricompenso d'amore è lontano da ogni +spezie di pagamento, ché l'amor si paga con amore. + +ALTILIA. Ahi, che il timor m'uccide! + +GIACOMINO. E di che temete, anima mia? + +ALTILIA. Che non può esser grand'amore ove non è gran téma, gran +sollecitudine e gran sospetto di quel che si deve e non deve temere. + +GIACOMINO. Questo dovrei temer io, che sapendo la natura delle donne +esser fragile, dolce e tenera e pronta alla mutazione, dubito che +lontano dagli occhi vostri non mi sepelliate nell'oblio; ché non è +cosa che nell'assenza piú si raffreddi che l'amore, e col nuovo +successore non si marcisca. + +ALTILIA. Se voi miraste nel centro dell'anima mia, vedreste veramente +ch'io in me muoio per vivere in voi; e la donazion che ho fatta di me +stessa a voi, è irrevocabile tra vivi, e ve ne ho dato giá il pacifico +possesso. + +LIMA. Signor Giacomino, se l'amor vostro nella lingua non è lontano +dal core, e se voi desiderate corrispondere al suo desiderio com'ella +ha corrisposto con i fatti ad ogni vostro desio, acciò l'essempio +della sua disonestá overo della troppa violenza d'amore non passi +nell'altre donne, ora m'assalta una improvisa astuzia di far che +Altilia sia vostra per sempre, né basterá uomo del mondo trarvela di +mano. + +GIACOMINO. Io con questo bagio che stampo nelle gote della mia reina, +ratifico quella promessa che l'ho fatta d'esser mia sposa e le ne do +la fede; e giuro per la sua, piú cara che la mia propria vita, che non +lascierò far cosa, per impossibil che sia, per conseguir lei, ché solo +l'amor non conosce difficoltá. + +LIMA. Ecco, v'apro il modo che non può ritrovarsi il migliore. +Sappiate ch'essendo assediata Napoli da' francesi sotto il general +monsieur de Leutrecche, una crudelissima peste assaltò il suo +essercito, Napoli e quasi tutto il Regno. I signori del governo, per +remediare alla commune ruina, strassinavano gli appestati su un carro +dalle proprie case ad un lazzaretto a San Gennaro, poco lontano da +Napoli, dove si governavano, e morendo si seppellivano in una grotta +quivi appresso. Ritrovandosi impestato Limoforo suo padre e Cleria sua +madre e Antifilo suo fratello, furo anch'essi come gli altri portati +in quel loco. Rimasi io sola con questa bambina in casa; io per non +incorrere nella medesima sciagura, la portai meco a Salerno, patria +mia. Era la mia casa appresso a quella del mastro di scola, il qual +veggendo la fanciulla bella e di spirito vivace e che portava nel +fronte scolpiti i suoi natali, le prese tanta affezione che se la +prese in casa insieme con me che l'allevasse--veggendo che la mia +povertá non bastava a sopplire,--dove l'ha nodrita e allevata sin al +dí d'oggi. + +GIACOMINO. Balia, io t'ho ascoltato fin ora con molta attenzione, né +posso imaginarmi dove sei per riuscire. + +LIMA. Ecco l'inganno. Ritrovate un amico confidente, informatelo di +quanto v'ho detto, e fate che s'incontri col maestro. Dichi chiamarsi +Limoforo, sua moglie Cleria, suo figlio Antifilo; mostrar i segni, i +tempi, l'istoria; e all'ultimo per testimonio chiamar me che +confermerò il tutto: che vuol che se gli restituisca la figlia. Egli +la restituirá, anzi l'ará a caro, liberandosi di averla a dotare e +condurla seco a Roma, e liberandosi da me, ché non ha molto a caro la +conversazion delle donne. Con questa finzione inorpellata di veritá +l'arete nelle mani; ed egli è uomo che crede la metá piú di quello che +se gli dice. + +GIACOMINO. O che sottilissima invenzione, e mi par proprio venutami +dal Cielo, né si potrebbe mai altra imaginarsi migliore. Le mano +all'opere. + +CAPPIO. Che sapete voi se Limoforo fosse morto dalla peste? + +LIMA. Rotto il campo, venni in Napoli; né per sovraumana diligenza che +vi oprassi, potei mai averne contezza di lui che, per esser dottore e +ricco, era in Napoli riconosciutissimo. + +GIACOMINO. O vita mia, se ti ho amata figlia d'un maestro di scola, +quanto or debbo amarti figlia d'un gentiluomo! E veramente i costumi +non m'hanno ingannato, che di gran lunga avanzano ogni nobiltade. + +CAPPIO. Non si perda piú tempo: andiamo al Cerriglio e cerchiamo +questo futuro nuovo Limoforo. + +LIMA. Giacomino mio, vi raccomando la mia figlia. + +GIACOMINO. Non bisogna raccomandare a me le cose mie né l'anima al suo +corpo. Cappio, batti la porta. + + +SCENA III. + +TEDESCO, CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, BALIA. + + +TEDESCO. Chi stare quelle grande asine che battere le porte delle mie +ostellerie con tanta furia? + +CAPPIO. Son io; apri. + +TEDESCO. Avere detto bene che stare un grande asene. + +CAPPIO. E tu arciasino ad aprire. + +TEDESCO. Mi patrone, che comandare Vostre Signorie? + +GIACOMINO. Tedesco mio, m'hai da fare un piacere di che non ti +pentirai. + +TEDESCO. Eccomi a vostre piacere. + +GIACOMINO. Vien questa gentildonna con la sua balia ad alloggiar nella +vostra osteria; vorrei che ti fosse raccomandata come la mia propria +vita. + +TEDESCO. Cheste stare poche servizie. + +GIACOMINO. Poi quando verrá suo padre a dimandarla, dirai che dall'ora +che l'ha lasciata in quest'osteria, hanno aspettato tutta la notte +senza cena e senza sonno. + +TEDESCO. Sue padre esser state cheste notte a mie ostellerie, e mi +aver risposto che non stare alogiate in case mie. + +GIACOMINO. E questo è quel piacere che ricerco da te, che dichi una +bugia per amor mio; e per questo piacere togli questo scudo e, +riuscendo bene il negozio, da questo principio conoscerai se saprò +remunerar bene il fine. + +TEDESCO. De cheste bugie noi avere grande abbondanzie e le vendemo a +bon mercato, anzi per nulla. Noi altre tedesche avere gran privilege +fare quanto piacere a nui, poi dire che stare imbriache. + +CAPPIO. Bisognarebbe, padrone, che fusse bene informato di quel che è +passato con l'altro tedesco, acciò le risposte fossero conforme alle +domande. + +GIACOMINO. Dici bene, però rèstati con queste signore e avvisa di +tutto quello che passò nella nostra taberna; e io andrò a trovar un +amico che finga Limoforo. Son vostro, anima mia. + +ALTILIA. Cor mio, non fate che, lontana dagli occhi, resti sepolta +nell'oblivione. + +GIACOMINO. Voi sète piú viva nell'anima mia che non ci è l'anima +istessa. Sparito è il mio sole, il mondo è in tenebre: come andrò dove +debbo, senza occhi e senza luce? + + +SCENA IV. + +LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO. + + +LIMOFORO. Dimmi, Lardone, minutamente e veramente il fatto come è +andato, ch'esser non può che tu non abbi tenuto le mani in questa +pasta. + +ANTIFILO. Comincia a narrar il fatto per lo filo. + +LARDONE. Se mi perdonate un fallo che ho commesso in questo fatto, +strassinato dalla gola, vi spianarò il tutto in due parole. + +LIMOFORO. Se dici il vero, ti sará perdonato. + +LARDONE. E che sicurtá me ne date? + +ANTIFILO. Io sarò il tuo mallevadore. + +PEDANTE. Ed io il tuo fideiussore. + +LARDONE. Se bene il gastigo che merito saria molto, pur perché non è +altro che una burla, merito piú liberamente il perdono. Giacomino, +mentre studiò leggi in Salerno, amò saldamente e onestissimamente +Altilia sua figliuola, desiderandola piú tosto per sua sposa che per +amore; e volendo andare il mio padrone in Roma, quando passava per +Napoli, mi commandò che io n'andassi al Cerriglio per preparargli +l'alloggiamento; e per mia mala sorte venendo qui, m'incontrai con +Cappio. ... + +LIMOFORO. Chi è questo Cappio? + +LARDONE. Il servo di Giacomino, l'inventore e l'essecutore di tutte le +forfanterie, un che fa veder la luna nel pozzo; e gli fu posto nome +Cappio dalla cuna, che durerá finché finirá con un cappio su la +forca. ... Tanto fe' che mi persuase che conducessi Altilia in casa +sua; che essendo gito il padre a Posilipo, arebbe trasformata la sua +casa in taberna. ... + +PEDANTE. O mirabile excogitatum, o inventum diabolicum: una bestia +venir in una stalla di Napoli per accoppiarsi con un'altra bestia! + +LARDONE. ... Venne Altilia in Napoli; la condussi in casa di Giacomino +col suo padre, invece del Cerriglio. ... + +PEDANTE. Ed io inscio et errabundo venni in questa taberna; e fummo +ricevuti con sedulo servizio e uberrimo apparato. + +LARDONE. ... Poi con iscusa di portar le restanti robbe, tornammo a +dietro e lasciammo Altilia e la balia nella taberna. Venne allor il +padre da Posilipo: fu necessario che sparisse la taberna; e tornando +io e il maestro, ché non si scoprisse l'astuzia, fummo discacciati +dalla casa. ... + +PEDANTE. Per cosí nefando flagizio meritaresti che fussi legato in un +asino al roverscio, con le braccia recinte al tergo, disnude, e poi da +uno inflammabondo e irabondo carnefice instantemente con un flagello +acuto fussi gastigato e con belluina rabie cruentato, adeo ut, usque +donec, finché querulo, miserabili eiulatu, efflassi la tua nefanda +animula. Ma che prima fusse disradicata la tua insaziabil mandibula +infin dalle fauci, che mai potessi abligurire. Ma vegnamo al quatenus. + +LARDONE. ... Questo è quel peccato del quale v'ho chiesto da prima il +perdono e che la gola mi aveva condotto a fare. La qual, ora, è tanto +vacua quanto mi pensava che or di soverchio mi doveva esser piena. + +LIMOFORO. Or, perché hai detto il vero, ti si perdoni. + +PEDANTE. Restò dunque Altilia e la balia, la notte, in poter di +Giacomino? + +LARDONE. Come v'ho detto. + +PEDANTE. Saran giá venuti all'illecebre amorose, agli amplessi +cupidinei e a' bagi desiderati! Come farem dunque per riconoscerla? + +LIMOFORO. Poiché non potiamo entrare nell'altrui case senza licenza +del Regente, andiamo, informiamolo del fatto, ché ne doni licenza +d'entrare in casa sua e porgli le mani adosso. + +LARDONE. Andiamo a dormire. + +PEDANTE. Abbiam piú voglia d'uccidere che di dormire. + +LARDONE. Giá s'è dato fuoco alla mina; poco stará a scoppiare e far +andar per l'aria l'inganno di Giacomino, se Cappio non rimediará con +alcun'altra contramina. + + +SCENA V. + +GIACOMINO, PSEUDONIMO. + + +GIACOMINO. Tu sai, Pseudonimo mio, se mi son sempre affaticato ne' +tuoi commandi; né mai ne feci tanti che non mi fosse restato desiderio +di farne de maggiori. + +PSEUDONIMO. Né io ho cessato di ricevergli, perché ho sempre avuto +desiderio de riservirceli: ché colui che rifiuta i servigi mostra che +non si diletta di farne ad altri; ed io resto vinto da tante cortesie, +e tanto piú mi sono stati cari quanto che gli ho ricevuti senza +dimandargli. + +GIACOMINO. Ricordatevi ancora. + +PSEUDONIMO. Non bisogna rammentarmi i benefici, né tanti prieghi né +tante parole, di forza che mi spingano piú degli oblighi che vi debbo. + +GIACOMINO. E sempre dove conoscerò servirvi, ancorché v'andasse la +vita, non mancarò mai. + +PSEUDONIMO. Queste vostre tanto amorevoli offerte le pagherò ben io +con piú efficaci operazioni. + +GIACOMINO. Ed or avendo bisogno di fidarmi d'un amico per tormi +dinanzi l'ostacolo di Antifilo, ho eletto voi fra i piú cari; poiché +in voi concorrono tutte quelle parti che sono necessarie in questo +effetto: voi forastiero non conosciuto in Napoli, sagace, accorto, +ricco di partiti e da sapersi risolvere in ogni occorrenza; talché +stimo sicuramente che voi sarete il principio, mezo e fine d'ogni mio +contento. + +PSEUDONIMO. Voi non potevate trovar uomo che volesse e potesse +servirvi meglio di me: ho animo e rissoluzione. Fate che me si mostri +quell'uomo, ché mi confido potervi condurre Altilia in casa vostra. + +GIACOMINO. Io non vorrei che confidaste tanto in voi stesso, perché +sogliono occorrere nel fatto cose che non si pensano mai: bisogna +pensar prima a quello che ne potrebbe occorrere. + +PSEUDONIMO. Non bisogna trovar il medico prima che venghi la malatia; +né io mi curo di pericoli che siano per avvenirmi, purché di me +restiate sodisfattissimo. + +GIACOMINO. Ricordatevi i nomi delle persone e dell'osteria e de' segni +delle persone. + +PSEUDONIMO. So ogni cosa tanto bene che lo potrei insegnare a voi, e +occorrendo rispondere ad alcuna cosa che io non sappi, non sarò tanto +goffo che non sappia risolvermi. + +GIACOMINO. Andiamo verso il Cerriglio, ché lo troveremo. Intanto io +andrò rammentando l'istoria, i nomi e i segni delle persone. + + +SCENA VI. + +LIMOFORO, CAPITANO, PEDANTE, GIACOCO. + + +LIMOFORO. Poiché il Regente ci ha favorito nella giustizia e ordinato +che si cerchi la casa di Giacoco, e ritrovandovisi Altilia e la balia, +si menino a casa nostra, e Giacomino in Vicaria; se avanzarete di +diligenza in esseguir questo mandato, noi avanzaremo nel premio di +quel che vi si deve. + +CAPITANO. Mostratemi la casa e vedrete ch'io vi servirò di buona +voglia e di miglior fede. Ma siate sicuro che Giacoco è un grand'omo +da bene. + +LIMOFORO. Per questa volta la bontá del padre poco valerá alla +cattivitá del figlio. + +PEDANTE. Me subscribo alla vostra sentenza. + +LIMOFORO. Maestro, mostratici la casa. + +PEDANTE. Ecco la malefica, prestigiosa, personata e larvata taberna +che parvo tempore, instantulo, si metamorfeo in casa d'un viro probo; +che se fosse nell'etá degli errabondi circumvaganti cavalieri di +Gallia, direi che fosse un de' palaggi incantati di Amadis de Gaula, +ove io con ludibriosa ludificazione, merente e lamentabile, ne fui +expulso. _Tic, toc._ + +GIACOCO. Che buoe, capitanio, frate mio, che con tanta auterezza e +sobervia e con tanti sbirri vieni a scassar le porte della casa mia, +manco se fussemo dello Mandracchio o dello Chiatamone? + +CAPITANO. Cosí m'è stato ordinato dal Regente della Vicaria. + +GIACOCO. Che bolete, in concrusione? + +LIMOFORO. La figlia e la balia di costui. + +GIACOCO. In casa mia non c'è autro ca na vaiassella, carosa, +coccevannella, cacatalluni; e se ci truovi autra perzona, voglio che +de zeppa e de pésole me portate presone. + +LIMOFORO. Capitano, entrate e fate l'offizio vostro. Non ti bisogna +recalcitrare con la giustizia. + +GIACOCO. Ommo da bene mio, che hai a fare con la casa mia? + +PEDANTE. Io venendo in Napoli per ospitare al Cerriglio, vostro +figlio--o maximum scelus!--ha posto una maschera a questa casa e ne +fece un xenodochio, dove lasciai la mia sobole con la balia; poi +tornando con le reliquie delle robbe, la taberna evanisce e trovai la +mia figlia sincopata. + +GIACOCO. Che era deventata copeta? + +PEDANTE. Sincope de medio tollet quod epentesis auget. Dico +«sincopata», ché avendola lasciata nella taberna, non ci trovai la +figlia né la balia: audistine? + +GIACOCO. Noi poco avemo abbesogno de sse gramuffe. Ma io non t'aggio +fatto accompagnare allo Cerriglio che la cercassi? + +PEDANTE. Testor tutti i celicoli e i terricoli che non ce la trovai, +et testor quel rutilante sidereo lume ch'io ne rimasi absorto e +dementato. + +CAPITANO. Padron, qui non son donne, altro che una fanciulla. + +GIACOCO. Iate into allo Cerriglio; cercate meglio, ca la trovarite. + +PEDANTE. Orsú, drizzamo colá il nostro gresso. + +LARDONE. Ecco il Cerriglio; io batto. _Tic, toc._ + + +SCENA VII. + +TEDESCO, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO. + + +TEDESCO. Got morgon. + +PEDANTE. Chiama il dio Demogorgone, bono augurio. Bona dies et annus! + +TEDESCO. Che volere, care padrune, de cheste ostellerie? + +PEDANTE. Duo verbiculi. + +TEDESCO. Non avere vermicoli cca. + +PEDANTE. Siam qui venuti con passo celere et pernice. + +TEDESCO. Non stare cca pernice né fasane; ire a cheste altre +ostellerie. + +PEDANTE. Voi conoscete me? + +TEDESCO. Si certe: voi stare quel Tutto Merde Stronze de patriarche. + +PEDANTE. Io mi chiamo Tito Melio Strozzi gimnasiarca. Non venni +iersera ad ospitare in questo vostro ospizio? + +TEDESCO. Dico ca mie ostellerie non stare ospitale; e veneste con uno +imbriago che se bevé tutte le vine de mie ostellerie. + +PEDANTE. Aedepol, maxime verum! + +TEDESCO. Bevé vine fauzamiche, scippacapil, moscatelle, trebiane e +vine falanghine de Pezzulle; e dicere vui che tutti li vini che +finivano in «ano», tutti stare vini eccellenti. + +PEDANTE. Sí bene. + +TEDESCO. Poi dicere ca volive ire a portare li sopraletti. + +PEDANTE. Le suppellettili, dissi. + +TEDESCO. E intanto apparecchiasse una cena da fregare. + +PEDANTE. Dissi:--Una cena frugale.--Non ti ho lasciato qui due donne? + +TEDESCO. Sí bene; e avere aspettate vui tutte le notte senza cena e +senza dormire. + +PEDANTE. Non fui io qui a prestolar questa mia figlia? + +TEDESCO. Voi non avete prestato figlie a me, ma sobole e bálice. + +PEDANTE. La mia sobole e balia. + +TEDESCO. E tornaste a portar mule e giumente. + +PEDANTE. Dissi:--Et alia muliebria indumenta. + +TEDESCO. Vui parlare con me d'une linguaggie turchesche, biscaino; e +me nit intender. + +PEDANTE. Mi dicesti che non v'erano donne, e mi serrasti le ianue nel +volto. + +TEDESCO. E mi stare ancora mezze imbriaghe, facere brindese con mie +compánie, e tutta la notte stare a scazzare. + +ANTIFILO. Queste son cose da far diventar pazzo altro cervello che non +è il mio! Voi parlate con tutti come se parlaste con i vostri scolari: +questo è che vi fa cadere in molti errori; che nuovo genere di pazzia +è questo? + +PEDANTE. Io non vuo' contaminare e imbastardire il mio mero +ciceroniano eloquio, con il vostro vernaculo, della piú eccellente +frase che si trova e ornato tutto delle figure di Ermogene. + +LIMOFORO. Fate venir le donne. + +TEDESCO. Le donne mò venire. Bisogna pagar le ostellerie del vine che +si ha bevute quell'imbriago e dell'alloggiamento delle donne. + +LIMOFORO. Quanto debbiamo per questo? + +TEDESCO. Duie ducate per le vine bevute, mez ducate per la stanza +delle donne e mez altre per il buon pro vi fazze. + +LIMOFORO. Eccoli. + +ANTIFILO. Maestro, come dite che vi sieno state trabalzate le donne, +se le trovate nel luogo dove le lasciaste? + +LIMOFORO. Non ci ha detto Lardone che Giacomino l'avea ricevute in +casa sua, mettendo la sua casa in taberna? + +PEDANTE. Io resto absorto e trasecolato: cose da insanire! Ma avendo +la mia figlia, son compote d'ogni mio desiderio. + +ANTIFILO. Certo, che saranno invenzioni di Cappio; ma pur che abbiamo +le donne, non si parli piú del passato. + + +SCENA VIII. + +ALTILIA, LIMA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO. + + +ALTILIA. O caro mio padre, come m'avete abbandonata cosí sola e con +tanto mio poco onore? ché, se non avesse avuta la mia balia meco, +m'avreste trovata morta di dispiacere. + +PEDANTE. Ecco che non m'ave abbandonata l'opifera speme, che giá era +per essalar l'anima! Tanto timor m'avea invaso d'averti smarrita che +stimava mai piú vederti; or possedo quanto l'animo mio ha concupito. + +LIMA. Senza cena e senza sonno non abbiam mai chiuso occhi per timore. + +PEDANTE. Limoforo, secondate a favorirmi, ché «melius est non +incipere, quam ab incepto turpiter desistere». + +LIMOFORO. Voi entrate in casa mia con le donne e riposatevi, mentre +noi andremo attorno col capitano a prender Giacomino che, secondo m'ha +referito Lardone, egli è stato l'autore dello strattagemma. + +ANTIFILO. Ed io restarò in casa a far compagnia alle donne. + +LIMOFORO. Tu vieni meco, ché il maestro ará cura di loro: che come +aremo Giacomino in Vicaria, cercheremo come passò il fatto e, +trovatolo colpevole, cercheremo il modo come le sia restituito l'onor +suo. + +ANTIFILO. Ma bisogna si facci il tutto con prestezza, ché Cappio con +un'altra nuova invenzione non ce la ritoglia dalle mani. + +LIMOFORO. Andiamo. + +ANTIFILO. Io in tanto aggiaccio e ardo: aggiaccio per la tema e ardo +per la speranza. + +PEDANTE. Ite bonis avibus. Figlia, entriamo in casa. + + +SCENA IX. + +GIACOMINO, PSEUDONIMO, PEDANTE. + + +GIACOMINO. Una bugia ben detta è madre dell'inganno... + +PSEUDONIMO. ... ed è sorella carnale del verisimile. + +GIACOMINO. All'amante è lecito usar ogni inganno e astuzia per +conseguir la sua amata. + +PSEUDONIMO. L'inganno è tanto verisimile che non mi dispero della +riuscita. + +GIACOMINO. Veramente le donne sono mirabili nelle invenzioni cattive, +come nelle buone non vagliono nulla; e meglio quelle che sovvengono +all'improvviso che le studiate. + +PSEUDONIMO. «D'inganno e di bugie si vive tutto il die, di bugie e +d'inganno si vive tutto l'anno». + +GIACOMINO. Di grazia, stiate in cervello che non andiamo per ingannar +altri e noi restiamo gl'ingannati; ché l'inganno molto mi preme. + +PSEUDONIMO. A me non sol preme ma m'opprime. + +GIACOMINO. Pseudonimo, vedete quel vecchio vicino alla porta? quello è +desso; accostatevi. + +PSEUDONIMO. M'accostarò pian piano. Questa è la casa che m'è stata +insegnata? Dimanderò costui; forse me ne dará contezza. O padrone! + +PEDANTE. Hem, quid est? domine, quid quaeris? perché infixis oculis e +con petulante obtúto mi guardate? + +PSEUDONIMO. Se mi sapeste dar nuova d'un Tito Melio Strozza +gimnasiarca. + +PEDANTE. (Costui non potrá esser se non un gran letterato e mio +devoto, sapendo il mio prenome, nome, cognome e officio). Quem +quaeritis, adsum. + +PSEUDONIMO. Voi dunque sète quel ch'io dimando? + +PEDANTE. Quellissimo--un superlativo volgarizato. + +PSEUDONIMO. O mia ventura che l'abbi trovato al primo. + +PEDANTE. Che prestolate da me? + +PSEUDONIMO. Cose d'importanza; né posso dirlevi se non ho prima piú +certa informazione della sua grandezza e mirabil sua sapienza. + +PEDANTE. (Costui è un gran rettorico, perché al principio capta la +benevolenza con le lodi). Non vedete la digna imperio facies? la mia +maestosa presenza? e che tutti cominus et eminus mi riveriscono? + +PSEUDONIMO. O amatissimo e venerabil Tito Melio Strozza gimnasiarca! +In quanto obligo mi trovo: mi trovo in un obligo obligatissimo, +obligato in modo senza potermene sciorre. + +PEDANTE. Dic, quaeso, di che cosa? + +PSEUDONIMO. Che senza altra richiesta m'avete raccolta e allevata una +mia figliola, e con tanta diligenza e dottrina che non averei potuto +allevarla io che le son padre. + +PEDANTE. Chi sète voi? + +PSEUDONIMO. Per non tenervi a bada, io son Limoforo, padre di Aurelia +che voi m'avete nodrita. + +PEDANTE. Voi, voi Limoforo? + +PSEUDONIMO. Io, io Limoforo al vostro servigio. + +PEDANTE. Di che cognome? + +PSEUDONIMO. De' Pignattelli. + +PEDANTE. Quanto tempo è che la perdeste? + +PSEUDONIMO. D'intorno a dicisette anni. + +PEDANTE. Di che etá era la figliuola? + +PSEUDONIMO. Di tre anni incirca. + +PEDANTE. Avea alcun'altra donna al suo famulizio? + +PSEUDONIMO. Una sua balia chiamata Lima. + +PEDANTE. Voi come la perdeste? + +PSEUDONIMO. Nel tempo della peste di Napoli, io appestato con la mia +moglie e figli fummo portati al lazaretto a San Gennaro, dove morí mia +moglie e il figlio, e restò la casa sola; e la balia, per timore che +non sortisse la medesima sciagura, se ne venne a Salerno. + +PEDANTE. Come sète stato tanto tempo a non cercarla? + +PSEUDONIMO. Come fui guarito, tornai a casa e la trovai tutta +svaliggiata. E perché non era ancor la peste estinta, andai a Surrento +mia patria, ove son dimorato molti anni; ritornato, feci ogni +diligenza per aver novella di lei o della sua balia. Or avutane +novella, son stato a Salerno per ritrovarvi; e m'han riferito che +eravate in Napoli nell'osteria del Cerriglio, per passare in Roma; e +ora ho inteso ch'eravate a questa casa. + +PEDANTE. Sapete alcuni stimmati ch'aveva ella nella persona? + +PSEUDONIMO. Nella mano sinistra una ferita che le fe' la balia, +cadendole dalle braccia; e un nevo rosso nella destra del collo, che +fu gola di sua madre d'una cirieggia. + +PEDANTE. Rivolgendomi per le cellule della memoria le cose prima +recensitemi da Lima, si conformano con tutte queste: estimo absque +dubio che costui sia il suo vero padre. + +PSEUDONIMO. Se la balia fosse viva, sarei certissimo che mi +conoscerebbe e sarebbe buon testimone della mia veritá. + +PEDANTE. La balia è viva; e curriculo l'andrò a chiamare. + +PSEUDONIMO. Ma ditemi, di grazia, come Aurelia mia venne in poter +vostro? + +PEDANTE. La balia, fuggendo da Napoli, venne a Salerno ad alloggiar +vicino alla mia casa. Io veggendo quella puellula di precellente +figura, con una cesarie aurea, con cincinni capreolati e vertigini +errabondi, d'una preclara indole che mi presaggiva la nobiltá del suo +sangue, mi rapí ad amarla e nodrirla come propria mia figlia. + +PSEUDONIMO. Io mi sforzarò pagarvi le spese fatte in quanto posso; ché +son certissimo che, per pagarvi l'amor con che l'avete allevata, non +sarei bastante pagarlo mai, se non con obligo di avervi a servir +mentre son vivo. + +PEDANTE. Io non vo' altri riscontri che sia vostra figlia; e ve la +ritorno volentieri, per essere io di genio molto alieno dalla natura +muliebre; e avendo a conferirmi in Roma, mi sarebbe molto incomodo +condurvi donne; né essendo cumulato de' beni della fortuna, come +potrei dotarla? + +PSEUDONIMO. Io non so se sogno o se son desto, poiché conseguisco +cosa, in un punto, che ho desiderato dicisette anni. Di grazia, +chiamatela ché la veggia, ché ogni momento mi par mill'anni. + +PEDANTE. Lima, Lima, vien qui con Altilia. + + +SCENA X. + +LIMA, ALTILIA, PEDANTE, PSEUDONIMO. + + +LIMA. Che commandate, padrone? + +PEDANTE. Chiama qui fuori Altilia. + +ALTILIA. Eccomi, che commandate, padre? + +PEDANTE. Lima, conosci quel gentiluomo? + +LIMA. Mi par di conoscerlo e di non conoscerlo. Giá mi par di +conoscerlo; ma non so dove... . + +PSEUDONIMO. Mirami bene. + +LIMA. Or lo raffiguro assai meglio. O Cielo, questo è Limoforo mio +antico padrone! + +PSEUDONIMO. O Lima, ch'io subito in vederti t'ho riconosciuta! + +LIMA. O padron caro, lascia che ti baci questi piedi e queste mani. + +PSEUDONIMO. Lascia che mi consoli un poco con mia figlia. + +PEDANTE. Altilia, riconosci il tuo vero padre? + +ALTILIA. Io mai ebbi altro padre che voi. + +PEDANTE. Io son stato tuo padre equivoco; questi è tuo padre univoco. + +PSEUDONIMO. Figlia, non posso piú tenermi che non ti abbracci. O +figlia ritrovata a tempo, quando meno sperava di ritrovarti! + +PEDANTE. Figlia, questo è quel tuo vero padre qual io stimava morto di +peste. + +ALTILIA. Padre, se non son venuta tosto a farvi riverenza, è stato che +io ho sempre stimato che costui fosse il mio vero padre. + +PSEUDONIMO. Lascia che t'abbracci un'altra volta, o cara figlia. + +ALTILIA. E ch'io di nuovo ti baci le mani, o mio carissimo padre. + +PEDANTE. O che lacrime stillanti dagli occhi per tenerezza! + +PSEUDONIMO. Questo mi par incredibile, e pur è possibile per mia +ventura, carissimo Tito Melio. Io non veggio mai l'ora di portarmela a +casa e consolarmi pienamente con lei; però datimi licenza, ché fra due +ore sarò con voi: ragionaremo del merito, e dell'obligo che vi devo, e +degli amorevoli offici prestiti a mia figlia, acciò prima che partiate +di qua per Roma, conosciate la mia affezione. Vi prego che mangiamo +insieme questa mattina in questa casetta, la qual da oggi innanzi sará +piú vostra che mia. + +ALTILIA. Padre mio, non mi abbandonate e non mi private di voi cosí +presto. Desidero che oggi ci riveggiamo insieme, e rendervi le grazie +di tanti favori e grazie che in tanto tempo m'avete fatte in casa +vostra. + +PEDANTE. Silenzio; faciam. Andate, ch'oggi ci rivederemo; ché vuo' dar +conto a questi gentiluomini che m'han tanto favorito, di quanto è +successo. + +PSEUDONIMO. A rivederci. + +PEDANTE. A rivederci. + + + + +ATTO V. + + +SCENA I. + +PEDANTE, ANTIFILO, LIMOFORO. + + +PEDANTE. Delibúto d'un insueto e subitaneo gaudio dell'insperato +successo, sento la mia persona eliquarsi in lacrime, che son quasi +prolapso in una epilepsia d'allegrezza, talché sono inabile a +soccombere al peso; poiché senza dispendio e senza aver a far +scrutinio d'un marito probo per collocare Altilia mia, l'ho restituita +al genuino suo padre. La donna in casa è un certum malum e una +verecundia incerta. + +LIMOFORO. Di grazia, fatemi partecipe di tanta vostra allegrezza. + +PEDANTE. È venuto il padre d'Altilia mia: ce l'ho restituita e son +evaso da un tanto discrimine. + +ANTIFILO. Dunque, Altilia non è vostra figlia? + +PEDANTE. D'amor sí bene, ma da me non ingenita. + +LIMOFORO. E come venne, ditemi di grazia, in poter vostro? + +PEDANTE. Vi dirò laconice, con brevi parole ma succiplenule. Venne in +Salerno, fuggente il grassante contagio napolitano, una pedissequa +ch'avea prestato il latticinio ad una puerula di facie spectanda et +insuper iucunda, la quale abitava nella mia vicinia. Io +circumspectando questa virguncula con uno inflexo et pertinace obtúto, +la scorgeva d'una modestosa e maestosa indole. Eran le parti del suo +corpo con una suprema eleganzia armonizate. Resideva negli occhi sui +una coruscante luce siderea con certi igniculi vivaculi spirantino +l'eleganzia del suo ingegno. Le guancie eran di latte, invermigliate +di purpuree rose. Vernavano nel volto i flosculi della sua futura +pulcritudine. Era d'un blando eloquio. La bocca con certi labricoli +che traean da lunge morsicanti e sorbicoli baci; con certe toberose +mammelle e lattabonde. Crescendo poi nell'etá florulenta, crebbe molto +morigerata e guardinga dell'onor suo. Io le presi affetto paterno, +come propria uscita dal mio alveo; ricevei ella e la balia nel mio +contubernio e ne presi il tirocinio: l'ho imbuta di varie lettere e +lingue dagli incunabuli. Dicevami la balia esser nata nobile; e +ritrovandosi forse il padre, n'arebbe ricevuto da lui de' prestiti +alimenti non picciola ricompensa. Io non ebbi mai moglie, che ho amato +le donne d'un amor socratico o platonico. Or essendo venuto il +prelibato suo padre, l'ha riconosciuta; e io doppo le debite richieste +gli l'ho restituita. + +ANTIFILO. Dubito che non siate stato ingannato. + +PEDANTE. Non posso esser stato deluso, perché era uomo circonspetto +con le mani chiroticate: da segni della figliuola e dell'istoria della +sua vita, me ne rendei certo; ma pur, dubitabondo e renuente, chiamata +la balia e seco confabulando, si riconobbero insieme. E senz'altra +replica gli consegnai l'una e l'altra. + +ANTIFILO. (O morte, perché non m'uccidi? Mi sono affaticato tutto oggi +per scapparla dalle mani di Giacomino e dalle trappole di Cappio, +fatto venir il padre da Posilipo, mandato uomini alla taberna, fatto +cercarla dal capitano; alfin ridotta in casa mia, con nuovi inganni me +l'han robbata. O speranze, o vani pensieri d'innamorati, come +spariscono in un momento! o cose del mondo come sète varie e +instabili!). Maestro mio, dalle cose da voi dette io non posso in +alcun modo persuadermi che voi non siate stato ingannato. Come sono +accadute tante cose in un'ora, che son state sepolte tanto tempo? come +in questo ponto è venuto il padre da casa del diavolo per torvela? +Poiché la casa di Giacomino si trasformò in taberna, come cercata al +Cerriglio non v'era, e poi cercata di nuovo si trovi, e subito +ricuperata è stata subito rubbata? Stimo che giochino a chi sa meglio +trappoleggiare. + +LIMOFORO. Come disse che si chiamava suo padre, sua madre e la +fanciulla? + +PEDANTE. Il padre, Limoforo; la madre, Cleria; e la fanciulla, +Aurelia. + +LIMOFORO. Voi perché la chiamate Altilia? + +PEDANTE. Per esser cresciuta alta e procèra della persona e della +virtú, l'ho posto nome Altilia. + +LIMOFORO. (Io mi sento un certo spirito favellar nel core che costei +sia mia figlia. Che favellare? anzi sollecitare e spingere a saperne +il vero). Ditemi, ove è costui che dice esser suo padre? + +PEDANTE. Egli è introgresso in questa domuncula seu domicilio. + +LIMOFORO. Di grazia, chiamatelo, che tutto fia per vostro bene. + +PEDANTE. _Tic, toc, tic._ + + +SCENA II. + +PSEUDONIMO, LIMOFORO, PEDANTE, ANTIFILO. + + +PSEUDONIMO. Che commandate, mio carissimo maestro? + +PEDANTE. Questo gentiluomo ha caro ragionarvi. + +ANTIFILO. (O che cèra di manigoldo, che malencolia, che occhi ficcati +in dentro piccioli, che naso grifagno! E come in corpo sí mostruoso +può albergar anima che buona sia?). + +PEDANTE. (In anima malevola non intrabit sapientia). + +PSEUDONIMO. Eccomi al vostro commando. + +LIMOFORO. Desidero sapere il vostro nome. + +PSEUDONIMO. Io? Limoforo. + +LIMOFORO. Di che cognome? + +PSEUDONIMO. Pignattelli. + +LIMOFORO. Di che cittá? + +PSEUDONIMO. Di Surrento, se ben ho abitato in Napoli. + +LIMOFORO. Quando venisti in Napoli? + +PSEUDONIMO. Iersera. + +LIMOFORO. La cagione? + +PSEUDONIMO. Ebbi novella ch'una mia figliuola e balia che gran tempo +non avea viste, erano in Napoli. + +LIMOFORO. Come le perdeste? + +PSEUDONIMO. Essendo la peste in Napoli, m'appestai io, la moglie e il +figlio, e fummo strassinati al lazaretto; restò la casa sola; morí la +moglie e il figlio. Tornando in Napoli trovai la casa vuota di uomeni +e di robbe; mi ricovrai in Sorrento, né piú mai ebbi contezza della +figlia o della balia. + +LIMOFORO. (Questo è un altro me; anzi se ricorda delle cose che non me +ne ricordo io). Ma ditemi un poco, come si chiamava la moglie? + +PSEUDONIMO. Cleria. + +LIMOFORO. Il figlio? + +PSEUDONIMO. Antifilo. + +LIMOFORO. La balia? + +PSEUDONIMO. Lima. + +LIMOFORO. Di che tempo era la figliuola? + +PSEUDONIMO. Di duo in tre anni. + +LIMOFORO. Avea alcun segno la figliuola nella persona? + +PSEUDONIMO. Una ferita nella man sinistra che si fe' cadendo dalle +braccia della balia; e una macchia rossa, nella mammella destra, che +diceva essere una gola d'una cirieggia della madre. + +LIMOFORO. Dico che a puntino accadde questo a me nel tempo della peste +di Napoli; e quanto tu hai detto di te stesso, tutto quello son io. Io +Limoforo Pignatello di Surrento, io m'appestai con la moglie e il +figlio: morí mia moglie, restò la casa sola con Aurelia e la balia +Lima; e guarito, tornando trovai la casa vuota e sbaliggiata e mi +ricovrai in Surrento; e la figlia avea quella ferita e macchia ch'hai +tu detto. O che tu sei diventato me o che io son diventato te. + +PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né son altro diventato. + +LIMOFORO. Forse ci siamo scambiati insieme. + +PSEUDONIMO. Mai viddi uomo tanto simile a me che mi fusse scambiato in +lui. + +LIMOFORO. Forse siamo un'anima in duo corpi? + +PSEUDONIMO. L'anima mia stette sempre con me, né si partí mai dal +corpo mio per animarne un altro. + +PEDANTE. Se fussimo al tempo di Pittagora, che diceva che morendo uno +l'anima di quello transmigrava in un altro, io direi che costui fusse +morto e l'anima sua passata nel tuo corpo; ma questi è vivo. + +LIMOFORO. O tu sei me o io son te. + +PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né fui mai te. + +LIMOFORO. Quanto voi avete detto di voi, tutto è impossibile. + +PSEUDONIMO. Come impossibile, s'è stato, è e sará sempre? + +PEDANTE. (Hem, quid audio?). + +ANTIFILO. (Che dite voi di questo fatto, il mio caro maestro?). + +PEDANTE. (Quid dicam vel quid cogitem, nescio. Dubito sia un paradosso +di furfantaria, e noi restaremo condennati alle spese. Se fosse stato +un avocato, non arebbe potuto dir tante bugie in un attimo). + +ANTIFILO. (Oimè, dubito che Altilia d'innamorata mi diverrá sorella!). + +PSEUDONIMO. Io son calato giú per farvi grazia. + +LIMOFORO. Anzi, per mia disgrazia. Volete voi saper chi sète, volete +che ve lo dica? + +PSEUDONIMO. Io so ben chi sono, né bisogna che mi sia detto. + +LIMOFORO. Tu non sei Limoforo; ma vorresti esserci per ingannar me, +che sono il vero Limoforo. + +PEDANTE. Tarde venisti, domine. + +PSEUDONIMO. Son venuto molto presto, piú che aresti voluto; e mal per +voi. + +LIMOFORO. Tu veramente sei un furfante, un truffatore. + +PSEUDONIMO. Voi molto vi discomponete verso di me. + +LIMOFORO. Perché n'ho ragione. + +PSEUDONIMO. Che ragione? + +LIMOFORO. Che per tormi la figlia, m'hai occupato il nome e l'esser +mio. + +PSEUDONIMO. Ed io questo medesimo dirò di te. + +PEDANTE. Mira che viso invetriato! Tu sei un spurio e adulterino +Limoforo. + +LIMOFORO. E ti basta l'animo di negarlo? + +PSEUDONIMO. Sí ben, perché dico il vero. + +ANTIFILO. Va' t'appicca. + +PSEUDONIMO. Va' e appiccati tu che lo meriti, ché tu vuoi truffar me. + +ANTIFILO. Tu dici che Antifilo è morto di peste; io sono Antifilo, e +io son vivo a tuo dispetto. Padre, meritarebbe che costui fosse preso +da' birri e balzato in una galea. + +LIMOFORO. Giá tace: la veritá e la vergogna gli chiude la bocca, ché +non sa che rispondere. + +PEDANTE. Meritarebbe che questo falsiloquo fosse ben castigato. + +PSEUDONIMO. Ascoltate la veritá. + +LIMOFORO. Ascoltiamo che dice la bocca della veritá. + +PSEUDONIMO. Chiamiamo la balia; ella chiarirá chi sia il vero Limoforo +di noi duo. + +LIMOFORO. Che si chiami. + +PSEUDONIMO. _Tic, toc, tic._ Cala qua giú, Lima. + + +SCENA III. + +LIMA, PEDANTE, PSEUDONIMO, LIMOFORO, ANTIFILO. + + +LIMA. Che commandate, signor Limoforo mio padrone? + +PSEUDONIMO. Che dichi chi di noi sia veramente Limoforo. + +LIMA. Che dimande son queste? voi sète Limoforo, il mio antico +padrone. + +PSEUDONIMO. Chi è costui che mi sta presso? + +LIMA. Io non lo conosco, ... + +LIMOFORO. Non mi conosci, eh! e io subito, in veder te, t'ho +riconosciuta. Ma raffigurami meglio. + +LIMA. ... né tampoco mi ricordo avervi giamai visto. + +LIMOFORO. Non ti ricordi del tuo antico padrone Limoforo? + +LIMA. Signor Limoforo...: dico, forastiero, veramente che non vi +cognosco. + +LIMOFORO. Pur mi chiami Limoforo; e tu non volendo, a tuo dispetto la +lingua ti manifesta i secreti del core. Ma questi chi è? + +LIMA. Limoforo Pignatelli, marito di Cleria mia padrona, il qual +avendolo stimato morto col suo figlio, ho sempre onorata la sua morte +con molte lacrime. + +PEDANTE. Dii boni, quid audio? or in me regresso conosco che son stato +deluso. + +LIMOFORO. Ecco che mentre piú ti raffiguro, ti vedo nel fronte il +segno di quella ferita che ti fe' Cleria mia moglie, quando ti cadde +Aurelia di braccio. Ma dimmi, nuovo Limoforo, come si chiamava il +marito di Lima? + +PSEUDONIMO. Che imperio avete sopra di me, che sia costretto a +rispondere a quanto mi dimandate? Non me ne ricordo. + +LIMOFORO. Tu non lo pòi sapere, che mai conoscesti Lima né Limoforo. +Ma dimmi, Lima, non ti trovò mia moglie a giacere con Barbetta nostro +famiglio, e con un bastone ti fe' quella ferita ch'hai nella mano, ti +cacciò di casa, e poi a preghiere d'amici fosti ricevuta? Questi +secreti li sa questo tuo Limoforo? + +PSEUDONIMO. Non mi ricordo di tal cosa. + +LIMOFORO. Mostra la ferita ch'hai nella mano. + +LIMA. Non vo' mostrare le mie carni a persona del mondo. + +LIMOFORO. Non eri cosí quando eri giovane: ché mirandoti solo alcuno, +prima che te lo chiedesse, ce le mostravi; e le tenevi coperte solo +perché le mosche ti davano fastidio. + +LIMA. Non so quel che vi diciate. + +LIMOFORO. O Cielo, che non mi par di creder quel che veggio né di +creder quel che è vero; e pur mi sento morir di desiderio di veder mia +figlia. + +ANTIFILO. Lima, chiama la tua figliana. + +PEDANTE. Io tremo nel meditullio del mio core per tanti inopinati +accidenti d'oggi. O Giacomino malus, o Cappio peior, o Pseudonimoforus +pessimus! O quam malum est habere foeminas pulcherrimas in domo! + + +SCENA IV. + +CAPITANO, GIACOMINO, PEDANTE, LIMOFORO, PSEUDONIMO. + + +CAPITANO. Limoforo, eccovi Giacomino che, senza ch'io lo meni +prigione, egli da se stesso viene ad imprigionarsi. + +GIACOMINO. Io non vengo qui a scusarmi, ma vengo a ricever castigo +della mia colpa, se lo merito; se non, perdono e cortesia. + +CAPITANO. Limoforo, se non volete aver pietá di lui, abbiatela di suo +padre: usateli qualche cortesia. + +LIMOFORO. Ma che cortesia potrá sperar da me, s'egli m'ha offeso +nell'onore, ché so che questa notte non avrá dormito? Mi dispiace +nell'alma d'usargli discortesia. Ma ditemi, che ho da fare? + +GIACOMINO. Eccomi a pagar quell'offesa con quel pagamento con che +soglionsi pagare simili offese. + +LIMOFORO. Ditemi questi pagamenti. + +GIACOMINO. Io dal primo giorno ch'io vidi la bellezza, l'onestá, i +costumi e un tesoro di tanti meriti e di tutte le grandezze della +natura in vostra figlia, feci un fermo proposito, averla per moglie; +né mai mi cadde pensiero contaminar la candidezza della sua onestá +d'una minima macchia; e or disprezzo e aborrisco la vita avendo a +viver senza lei, e son tutto disposto e confirmato in questo pensiero, +che o mi la concediate per isposa o che m'ammazziate qui or ora. +Eccomi qui genocchione, eccovi il petto e la gola: prendete quella +vendetta che vi piace. E se forse vi par che per nobiltá o ricchezza +non ne sia degno, ne sono almen degno per il grande amor che le porto. + +LIMOFORO. Giacomino, converrebbe che voi perdeste la vita in pago di +tanto ardimento; ma questo libero procedere con me fa che con voi +ancor liberamente proceda: come avete voi del grande in cosí grande +eccesso, cosí voglio io ancora aver del grande in perdonarvi; e come +uomo che stimate l'onor mio, cosí voglio ancor io stimar la vostra +vita. + +GIACOMINO. Ed ancora io voglio aver del grande: di cotanto perdono +restarvene in tutta la vita obbligatissimo. + +LIMOFORO. E vo' che ancora voi abbiate del grande in perdonare a me, +che abbi commandato a prendervi prigione; ché, or sapendo le rare +qualitá che in voi sono, come gentiluomo di onor che sète, considerate +che in cosa dove vi sia l'onore, non si porta rispetto a persona +alcuna. + +GIACOMINO. Ma che non fa amore? rompe le leggi, supera ogni difficoltá +e fa che non si miri a nulla. + +LIMOFORO. Capitano, lascia costui e lega quest'altro che, avendo +usurpata la mia persona, per cotal mentita merita un degnissimo +castigo. + +GIACOMINO. Carissimo Limoforo, poiché avete perdonato la mia offesa, +convien anco perdonar l'offesa di colui che v'ha offeso per mia +cagione. Questo mio caro amico ha posto la vita e l'onor suo in +periglio per aiutar me; il quale, per posseder per moglie la vostra +amatissima figlia, m'ha servito per istrumento quando io avea posto in +disperazione la terra per non perderla. + +LIMOFORO. Poiché l'ingiuria che m'ha fatta è riuscita in mio +grandissimo onore, e ho conosciuta la mia carissima figlia, come +cagione della mia felicitá vo' che se gli perdoni. Capitano, liberate +quest'altro che vo' che non solo sia libero ma che ancor mi sia +carissimo amico, perché non è piccola cosa aver un tal per amico né +aver un tal per inimico. + +PSEUDONIMO. Io non so se tanto debbo vergognarmi delle cose passate +quanto rallegrarmi delle cose presenti. Ma come potrò mai sciorme di +tanto obligo dove oggi m'avete posto? Io me ne vo con un monte +d'obligo sopra le spalle, pregandovi mi porga occasione di tormelo da +dosso; mi parto. + +PEDANTE. La dolcedine delle recensite parole di tutti m'hanno invaso +di tanta tenerezza che giá succresce il foco che m'avevano acceso +negli inflammabondi precordi. + +GIACOMINO. Ma in tanti oblighi ch'io v'ho non isdegnate che vi +s'accresca quest'altro, di venir a mio padre per impetrar da lui +grazia ch'abbi passati e rotti i confini dell'obedienza, e dargli +questa ultima sodisfazione di aver tolto moglie senza sua licenza. + +LIMOFORO. Faccisi quanto s'estende il mio potere in servirvi. Andiamo +a vostro padre. + +GIACOMINO. Eccolo che vien fuori. + + +SCENA V. + +LIMOFORO, GIACOCO, GIACOMINO, PEDANTE. + + +LIMOFORO. Giacoco, presentiamo vostro figlio dinanzi a voi, acciò voi +ne siate giudice d'aver a punirlo o liberarlo. + +GIACOCO. Io no saccio la cosa commo è iuta: sciarvogliatemi lo +gliuómmero dallo capo, ca po ve responderaggio. + +LIMOFORO. Vostro figlio a tempo che studiò a Salerno, s'innamorò di +mia figlia stimata allora figlia d'un maestro di scuola; e sapendo +ch'oggi veniva in Napoli per passare in Roma e che doveva alloggiare +al Cerriglio, trasformò la vostra casa in taverna con l'aiuto d'un suo +servitore chiamato Cappio, ... + +GIACOCO. Chisto è lo cunto dell'uorco! + +LIMOFORO. ... dove fe' alloggiar mia figlia. Voi poi tornando da +Posilipo, bisognò che la taverna mutasse faccia; e venendo il maestro +poi per alloggiar con la figlia, lo scacciar da casa con occasione; e +restò mia figlia sola e sola con vostro figlio: ben sapete che il +diavolo mai dorme. Io sapendo questo fui al Regente della Vicaria; +ebbi ordine si cercasse la casa vostra e si pigliasse prigioniero +vostro figlio, se ne facesse atto publico, né si procedesse alla +consueta e solita giustizia. Ecco, lo poniamo a voi, prigione; +sappiamo quanto siate uomo da bene: giudicatelo voi, ché ne restaremo +tutti contenti della vostra sentenza. + +GIACOCO. Patrone mio, Bossignoria co ssa cera d'emperatore m'ave +affattorato, e me potite commannare a bacchetta. Considerate ca no +aggio autro figlio che chisso, ca è stato lo cacanidolo di tutti li +figli mei. + +LIMOFORO. Né io ho altra figlia che costei. + +GIACOCO. Iacoviello mio, cheste negregate cose ca me fai ntennere, me +spertosano lo core. Ih, sse belle cose! Io pensava ca tu studiassi a +_Ribando_; mò abbesogna che studia a _Paolo che te castre_, a far le +biscazze. Che se ne puozza scendere commo a fiore de cocozza! + +GIACOMINO. Padre, ho errato, lo conosco; ma se miraste la bellezza, +l'onestá e i nobili costumi d'Altilia, ivi vedreste la colpa e la +discolpa dell'error mio; e in questa elezione son stato piú fortunato +che saggio. + +GIACOCO. Poiché le cose passate non ponno tornare dereto, abbesogna +remediare lo meglio che se pote. Io lo remetto a Bossignoria; e la +supplico ca, se isso ha mancato de descrizzione, Bossignoria, faccia +mescoliata mia!, non mancate de compassione. + +LIMOFORO. Io non son per mancargli di compassione se non mi si +mancherá di dovere da vostra parte: ben sapete le sodisfazioni che si +cercano in simili offese. + +GIACOCO. Bella faccia mia, te puoi nformare in chesta cittate ca +dintro lo parentato mio no nc'è quarche chiavettiere o sosomellaro; se +no te sdigni d'apparentare co mico, io te lo do pe schiavuottolo +ncatenato. Iacoviello, figlio mio, io voglio ca te nzuri a gusto toio, +pur che essa sia femmena onorata e te dia buona dote. + +GIACOMINO. Padre, troppo sarebbe cara l'onestá, se l'onestá di tutte +le donne fossero come l'onestá d'Altilia mia. + +GIACOCO. Parlammo mò della dote, che è la ionta dello ruotolo; ché +l'oro nnaura e noropella tutti li defietti delle mogliere, che se +fosse brutta, desonorata, sopervia e fastidiosa, l'oro la fa parer +bella e complitissima. + +LIMOFORO. Io li darò dote quanto saprá dimandarmi, che non ho altra +figlia. + +GIACOMINO. Ed io troppo torto farrei all'infinito tesoro delle sue +qualitá, se cercasse altra dote che la sua persona: poco o nulla è la +mia qualitá al suo gran merito. + +GIACOCO. Ti dico che ne zeppolie ssa bona dote, che è autro che +bellezzetudine. + +GIACOMINO. Padre, per questa disubedienza che ho fatto in aver preso +moglie senza vostra ubedienza, l'emendarò con una continua osservanza +di servitú e di amore fin alla morte; e il medesimo a mio suocero: ma +tanto piú grande quanto meno conosco di meritarla. + +GIACOCO. Iacoviello mio, co ssa mostra d'affezione e con cheste parole +nzuccarate, m'hai addociuta la collera che m'avea nzorfato lo core. Io +te fo erede di tutta la mia robba che val piú di quarantamila ducati. + +LIMOFORO. Veramente in questo amore s'è portato troppo da leggiero. + +GIACOCO. No se rascione chiú delle cose passate; perché ognuno vuole +scusare le sue rascioni e accrescer quelle del compagno, e cosí +l'ingiurie si vengono a rinfrescare: da mone nnante non se ne parle +chiú. + +GIACOMINO. Padre, m'avete a fare un'altra grazia, di perdonare a +Cappio, perché io l'ho sforzato a fare quanto s'è fatto. E se +Pseudonimo falsificò la sua persona, tutto fu per mia cagione. Né si +può dire inganno, anzi tutto è stato fatto per forza d'amore: onde poi +è riuscito in cosí buon successo che Limoforo abbi ricuperata la sua +figlia, Antifilo non abbi preso per moglie la sorella, il maestro +libero di non aver a dotar e maritar la figlia, anzi ricevuto il +compenso delle sue fatiche, e io arricchito di cosí gran tesoro. + +GIACOCO. Si perdoni a tutti, che nquesta commune allegrezza non resti +alcun discontiento; se bene è stato no piezzo de catapiezzo d'aseno. +Pedante. «_Mihi gaudeo, tibi gratulor_»--disse Cicerone,--o mi +Iacobule, del mirifico amore portato alla mia sobole. + +GIACOCO. Figlio, chiama la mogliera toia, ca poi che avimmo stancate +l'orecchie in ausoliare le virtute soie, si rallegrino gli uocchi di +vederela. + + +SCENA VI. + +GIACOCO, GIACOMINO, ALTILIA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO. + + +GIACOCO. O che bello piezzo de femmena, o che uocchi cennarielli, o +che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri +mozzicarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la +state chesta te fará frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na +coperta. E perché non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame, +basame? + +GIACOMINO. Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core. + +GIACOCO. Iacoviello mio, appiendi na cepolla squillitica alla fenestra +soia e pastenace la valleriana, che no ce pozzano le ianare per la +nvidia. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia +l'ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e +spronamentato. + +ALTILIA. Egli non è mal cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò +con buona intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá. + +GIACOMINO. O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire +in tanta gioia, accioché il mondo con le sue aversitá non ci +meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso nelle cose d'amore. + +ALTILIA. Ed io vorrei morir mai per godermi di sí compita felicitá. + +GIACOCO. Orsú, pozza essere alla bon'ora. + +GIACOMINO. O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da cosí oscura +e infelicissima notte! + +ANTIFILO. O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi fosti +cosí disamorevole e ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi +fosti stata, avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata +amara e acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde +le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi +sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via. + +ALTILIA. Fratello carissimo, or si spenga l'amor della carne e da oggi +innanzi divenghi amor di sangue. + +PEDANTE. Antiphile mi, tarde venisti. + +LIMOFORO. Figlia, sei stata tanti anni senza padre; or in un punto +n'hai acquistati tre: l'un vero che son io, l'altro falso che s'era +fatto me, e il maestro che t'ave allevata come padre. + +ALTILIA. Poiché io non posso esser figlia se non d'un padre, amerò voi +con quel vero amore che dee amare un'amorevole e obedientissima +figlia; il maestro che m'allevò con tanta caritá e affetto paterno, +l'amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come +istrumento della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non finto. + +LIMOFORO. Maestro mio, per riservirvi in parte l'obligo grande che vi +tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore, +restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io, +e sarete serviti e amati con quell'amore ch'avete amata e servita la +figlia mia, mentre che viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma, +che giá sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle +letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre servito. + +PEDANTE. Maximas vobis ago gratias. + +GIACOCO. Iacoviello mio, veo ca d'allegrezza no capi dintro la pelle, +e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de +mogliereta, e te par mill'anni di parpezzare no poco e darli quattro +vasi a pizzichini e farle quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella +sta notte a no bello nennillo. + +GIACOMINO. Poiché le ricchezze che non si spendono nei bisogni, sono +miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a +casa nostra. + +GIACOCO. Perdòname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio +spendere manco na spagliocca: chisse ne reppoleiano na mangiata e nui +restammo affritti e negrecati. + +GIACOMINO. Mi tengo a grande incontro non invitarli. + +GIACOCO. E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto de foglie +torzute, no sanguinaccio e na meuza zoffritta. + +PEDANTE. Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiaminsi i musici, e +con sibili tonanti e con belle circumvoluzioni di choree s'onori +questa copula matrimoniale. + +GIACOMINO. Sí bene, chiamiamo suoni per i balli. + +GIACOCO. Basta no vottafuoco, na cètola, no calascione e no zucozuco. + +GIACOMINO. Ci rimediarò ben io. + +GIACOCO. Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore +per le vertude vostre, veo ca ve ascevolite de famme. Per darve +sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui cosí auto auto, a +primo vi cacciarimmo innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo +lo fecato, le stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro +no furno na bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona +frittata, e vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve +menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve +annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case +vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti +tutti e bolliti, menuzzati e annegati. + +PEDANTE. Spectatores, valete et plaudite. + + + + + +FINE DEL VOLUME PRIMO. + + +INDICE + + + La sorella pag. 1 + + La carbonaria » 95 + + La fantesca » 191 + + La tabernaria » 307 + + + + + + +End of Project Gutenberg's La tabernaria, by Giambattista Della Porta + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TABERNARIA *** + +***** This file should be named 28355-8.txt or 28355-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + https://www.gutenberg.org/2/8/3/5/28355/ + +Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed +Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously +made available by Editore Laterza and the Biblioteca +Italiana at +http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. Special rules, +set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to +copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to +protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project +Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you +charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you +do not charge anything for copies of this eBook, complying with the +rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose +such as creation of derivative works, reports, performances and +research. They may be modified and printed and given away--you may do +practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is +subject to the trademark license, especially commercial +redistribution. + + + +*** START: FULL LICENSE *** + +THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE +PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK + +To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free +distribution of electronic works, by using or distributing this work +(or any other work associated in any way with the phrase "Project +Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project +Gutenberg-tm License (available with this file or online at +https://gutenberg.org/license). + + +Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm +electronic works + +1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm +electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to +and accept all the terms of this license and intellectual property +(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all +the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy +all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession. +If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project +Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the +terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or +entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. + +1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be +used on or associated in any way with an electronic work by people who +agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few +things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works +even without complying with the full terms of this agreement. See +paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project +Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement +and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic +works. See paragraph 1.E below. + +1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation" +or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project +Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the +collection are in the public domain in the United States. If an +individual work is in the public domain in the United States and you are +located in the United States, we do not claim a right to prevent you from +copying, distributing, performing, displaying or creating derivative +works based on the work as long as all references to Project Gutenberg +are removed. Of course, we hope that you will support the Project +Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by +freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of +this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with +the work. You can easily comply with the terms of this agreement by +keeping this work in the same format with its attached full Project +Gutenberg-tm License when you share it without charge with others. + +1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern +what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in +a constant state of change. If you are outside the United States, check +the laws of your country in addition to the terms of this agreement +before downloading, copying, displaying, performing, distributing or +creating derivative works based on this work or any other Project +Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning +the copyright status of any work in any country outside the United +States. + +1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: + +1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate +access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently +whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the +phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project +Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed, +copied or distributed: + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + +1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived +from the public domain (does not contain a notice indicating that it is +posted with permission of the copyright holder), the work can be copied +and distributed to anyone in the United States without paying any fees +or charges. If you are redistributing or providing access to a work +with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the +work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1 +through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the +Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or +1.E.9. + +1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted +with the permission of the copyright holder, your use and distribution +must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional +terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked +to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the +permission of the copyright holder found at the beginning of this work. + +1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm +License terms from this work, or any files containing a part of this +work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. + +1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this +electronic work, or any part of this electronic work, without +prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with +active links or immediate access to the full terms of the Project +Gutenberg-tm License. + +1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, +compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any +word processing or hypertext form. However, if you provide access to or +distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than +"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version +posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org), +you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a +copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon +request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other +form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm +License as specified in paragraph 1.E.1. + +1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, +performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works +unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. + +1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing +access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided +that + +- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from + the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method + you already use to calculate your applicable taxes. The fee is + owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he + has agreed to donate royalties under this paragraph to the + Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments + must be paid within 60 days following each date on which you + prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax + returns. Royalty payments should be clearly marked as such and + sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the + address specified in Section 4, "Information about donations to + the Project Gutenberg Literary Archive Foundation." + +- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies + you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he + does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm + License. You must require such a user to return or + destroy all copies of the works possessed in a physical medium + and discontinue all use of and all access to other copies of + Project Gutenberg-tm works. + +- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any + money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the + electronic work is discovered and reported to you within 90 days + of receipt of the work. + +- You comply with all other terms of this agreement for free + distribution of Project Gutenberg-tm works. + +1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm +electronic work or group of works on different terms than are set +forth in this agreement, you must obtain permission in writing from +both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael +Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the +Foundation as set forth in Section 3 below. + +1.F. + +1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable +effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread +public domain works in creating the Project Gutenberg-tm +collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic +works, and the medium on which they may be stored, may contain +"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or +corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual +property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a +computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by +your equipment. + +1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right +of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project +Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project +Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all +liability to you for damages, costs and expenses, including legal +fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT +LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE +PROVIDED IN PARAGRAPH F3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE +TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE +LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR +INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH +DAMAGE. + +1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a +defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can +receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a +written explanation to the person you received the work from. If you +received the work on a physical medium, you must return the medium with +your written explanation. The person or entity that provided you with +the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a +refund. If you received the work electronically, the person or entity +providing it to you may choose to give you a second opportunity to +receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy +is also defective, you may demand a refund in writing without further +opportunities to fix the problem. + +1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth +in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER +WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO +WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. + +1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied +warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. +If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the +law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be +interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by +the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any +provision of this agreement shall not void the remaining provisions. + +1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the +trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone +providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance +with this agreement, and any volunteers associated with the production, +promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works, +harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, +that arise directly or indirectly from any of the following which you do +or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm +work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any +Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause. + + +Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm + +Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of +electronic works in formats readable by the widest variety of computers +including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at https://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +https://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact +information can be found at the Foundation's web site and official +page at https://pglaf.org + +For additional contact information: + Dr. Gregory B. Newby + Chief Executive and Director + gbnewby@pglaf.org + + +Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation + +Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide +spread public support and donations to carry out its mission of +increasing the number of public domain and licensed works that can be +freely distributed in machine readable form accessible by the widest +array of equipment including outdated equipment. Many small donations +($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt +status with the IRS. + +The Foundation is committed to complying with the laws regulating +charities and charitable donations in all 50 states of the United +States. Compliance requirements are not uniform and it takes a +considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up +with these requirements. We do not solicit donations in locations +where we have not received written confirmation of compliance. To +SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any +particular state visit https://pglaf.org + +While we cannot and do not solicit contributions from states where we +have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition +against accepting unsolicited donations from donors in such states who +approach us with offers to donate. + +International donations are gratefully accepted, but we cannot make +any statements concerning tax treatment of donations received from +outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. + +Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation +methods and addresses. Donations are accepted in a number of other +ways including including checks, online payments and credit card +donations. To donate, please visit: https://pglaf.org/donate + + +Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic +works. + +Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm +concept of a library of electronic works that could be freely shared +with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project +Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. + + +Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed +editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. +unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily +keep eBooks in compliance with any particular paper edition. + + +Most people start at our Web site which has the main PG search facility: + + https://www.gutenberg.org + +This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, +including how to make donations to the Project Gutenberg Literary +Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to +subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/28355-8.zip b/28355-8.zip Binary files differnew file mode 100644 index 0000000..2a76907 --- /dev/null +++ b/28355-8.zip diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..274643b --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #28355 (https://www.gutenberg.org/ebooks/28355) |
