summaryrefslogtreecommitdiff
diff options
context:
space:
mode:
authorRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 02:38:13 -0700
committerRoger Frank <rfrank@pglaf.org>2025-10-15 02:38:13 -0700
commit061187d89673f3ee863cd5af5ac8b12cd31d6bbc (patch)
treee11c129ce5eba5c3b8e577a668faa3deb1ecd746
initial commit of ebook 28355HEADmain
-rw-r--r--.gitattributes3
-rw-r--r--28355-8.txt4237
-rw-r--r--28355-8.zipbin0 -> 63871 bytes
-rw-r--r--LICENSE.txt11
-rw-r--r--README.md2
5 files changed, 4253 insertions, 0 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes
new file mode 100644
index 0000000..6833f05
--- /dev/null
+++ b/.gitattributes
@@ -0,0 +1,3 @@
+* text=auto
+*.txt text
+*.md text
diff --git a/28355-8.txt b/28355-8.txt
new file mode 100644
index 0000000..847c543
--- /dev/null
+++ b/28355-8.txt
@@ -0,0 +1,4237 @@
+The Project Gutenberg EBook of La tabernaria, by Giambattista Della Porta
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: La tabernaria
+
+Author: Giambattista Della Porta
+
+Release Date: March 18, 2009 [EBook #28355]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TABERNARIA ***
+
+
+
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+
+
+
+ GIAMBATTISTA DELLA PORTA
+
+
+
+ LE COMMEDIE
+
+
+ A CURA
+ DI
+ VINCENZO SPAMPANATO
+
+
+ VOLUME PRIMO
+
+
+
+ BARI
+ GIUS. LATERZA & FIGLI
+ TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
+ 1911
+
+
+
+
+
+LA TABERNARIA
+
+
+
+
+INTERLOCUTORI
+
+ GIACOCO vecchio
+ GIACOMINO suo figlio
+ CAPPIO servo
+ LARDONE parasito
+ ANTIFILO innamorato
+ Spagnuolo
+ Pedante
+ ALTILIA giovane
+ LIMA balia
+ Tedesco
+ LIMOFORO
+ PSEUDONIMO
+ Capitano.
+
+La favola si rappresenta in Napoli.
+
+
+
+
+
+ATTO I.
+
+
+SCENA I.
+
+GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO.
+
+
+GIACOCO. Tate, petate e castagne infornate. Zitto, che ti venga la
+pipetola; m'hai dato tante vernecalonne e vernecocche che m'hai fatto
+venire le petecchie. Lassamo sti conti dell'uorco, Iacoviello mio,
+figlio buono come lo buono iuorno, e ascota ca te boglio dicere: io me
+ne vao a Posilipo, ca Smorfia lo parzonaro m'ha ditto ca vole
+vendegnare; e se non ci vao e sto con tanti d'uocchi apierti, dell'uva
+non me ne fa toccare n'aceno.
+
+GIACOMINO. Andate in buon'ora, Giacoco, mio caro padre, attendete alla
+vostra salute da cui dipende tutta la nostra; ma quando sarete di
+ritorno?
+
+GIACOCO. Crai, poscrai, poscrigni o piscrotte allo chiú chiú, ca la
+vendegna ce la faccio brocioleare. Guardáte la casa, pigliatevi spasso
+e sguazzate.
+
+CAPPIO. Se volete che sguazziamo, lasciateci denari assai.
+
+GIACOCO. Mò volea mettere no spruocco allo pertuso se non ci
+rispondevi tu e bolivi danari: ca te venga la visintieria e ti si
+secchi la lengua quanno li nuommeni!
+
+CAPPIO. Una dozina di ducati che ne lasciaste sarebbe ben poca.
+
+GIACOCO. Squágliamete denante, ca puozze sparafondare, ca m'hai dato
+na pommardata dintro l'orecchia. Ca te sia data stoccata catalana alla
+zezza manca, ca ce capa dintro lo Castiello co l'artigliarie e onne
+cosa! non me ne mandare chiú de chesse giasteme, ca me fareste
+diventare no pizzico de cenere.
+
+CAPPIO. Oimè!
+
+GIACOCO. Oimè, ca trona: va', frate mio, ca marzo se ne trase.
+
+CAPPIO. Non sguazzaremo dunque?
+
+GIACOCO. «Né mò né mai»--disse Cola da Trane. Iacoviello mio, sai ca
+te boglio dicere? cerca dintro le saccocciole de chille cauze vecchie
+meie, ca ce trovarai doe cincoranelle larghe, stipatelle; e mò ca
+m'arrecordo, apri quello scrigno vecchio e cerca dintro chille
+bertole, ca ce trovarai na cinquinella. Compráte robbe a bizeffe,
+mangiate ad uocchie de puorco, satorateve a pietto de cavallo, bevete
+a diluvio; e lassate qualche morzillo pe quanno torno.
+
+CAPPIO. Lasciatici alcun'altra cosa.
+
+GIACOCO. Guerregnao, chisto m'ha fatto la gatta: non aggio chiú
+spanto, porrissivo sonare le campane de gloria.
+
+CAPPIO. Qualche cosetta almeno.
+
+GIACOCO. Te', all'uocchi tuoi!
+
+CAPPIO. Volete che pigliamo pane in credenza dal fornaio?
+
+GIACOCO. None, te dico.
+
+CAPPIO. Che solamente spendiamo quelle cincoranelle?
+
+GIACOCO. Sine, te dico. Non chiú parole, ca me se abbottano sti co....
+chiú de na guállara.
+
+CAPPIO. Metterò mano alla botte.
+
+GIACOCO. Se tu metti mano alla votte, io metterò mano alle bòtte pe
+sse spalle: schitto che ti muovi a far delle toie, quanno torno te
+faraggio provare che zuco renne cótena, pe l'arma delli muorti mei.
+Iacoviello mio, me ne vao; covernamitte.
+
+CAPPIO. (Che non ci torni piú!).
+
+GIACOCO. Che hai vervesiato, chiattelluso, scummabruoccuoli, aguiento
+da cancari?
+
+CAPPIO. Il Cielo vi facci tornar presto!
+
+GIACOCO. Vao, ca no me coglia notte pe la via.
+
+
+SCENA II.
+
+CAPPIO, GIACOMINO.
+
+
+CAPPIO. Mira avarizia di uomo, piatisce con i cimiteri e con i vermi e
+risparmia come non avesse a morir mai.
+
+GIACOMINO. Quanto piú invecchia l'uomo, tanto l'avarizia piú
+ringiovenisce: egli è cosí avaro come misero e cosí misero come avaro.
+
+CAPPIO. O che mai ne paressero vecchi! tutti avari, fastidiosi,
+ritrosi, pazzi, rimbambiti; sempre minacciano, bestemiano, gridano, si
+lamentano, né si contentano mai.
+
+GIACOMINO. Veramente quando l'uomo passa i quarant'anni doverebbe
+morire e smorbare il mondo. Tutti perdono la memoria per non
+ricordarsi di quando son stati giovani.
+
+CAPPIO. Anzi morire alli quaranta e lassar godere a' giovani com'han
+essi goduto. Dice che vuol tornar presto: oh che quella parola fosse
+tornata tossico che subito l'avesse ucciso!
+
+GIACOMINO. Certo, che quel tornar presto ci turba ogni disegno.
+
+CAPPIO. Intanto attendiamo a dar la battaglia al granaio, alla caneva
+e a' formaggi.
+
+GIACOMINO. Bisogna attendere alla battaglia che amor mi dá nel cuore
+con assalti piú atroci che ritrovar si possino. Non posso piú
+resistere, mi rendo vinto, sono abbattuto e morto.
+
+CAPPIO. Se sète morto, requiescat in pace, provedasi di sepoltura.
+
+GIACOMINO. Cappio, ti burli di me?
+
+CAPPIO. Giá cominciate a freneticar senza febre.
+
+GIACOMINO. La febre amorosa mia è stata sempre continua e cosí ardente
+nel cuore che non mi lascia mai per un sol momento.
+
+CAPPIO. Forse son resuscitati gli amori di Salerno?
+
+GIACOMINO. Non son resuscitati, perché non moriro mai. Sappia il mio
+caro Cappio che dal dí che mi partii dalla mia Altilia l'anno passato
+da Salerno, restai il piú misero ed infelice uomo che viva; ma ben
+aventurato e felice che, in questa mia miseria ed infelicitade, la
+memoria de' ricevuti favori e la speranza di avere a tornar presto a
+rivederla son stati saporitissimo cibo alla fame e al digiuno de' miei
+pensieri, che agl'incendi miei desideravano rinfrescamento; ché s'io
+avessi voluto con importuna temeritá violar la modestia, la generositá
+dell'animo suo e il merito del suo amore, arei conseguito da lei
+quanto desideravo.
+
+CAPPIO. Per quanto accorger mi potei, ella altro non bersagliava che
+avervi per isposo.
+
+GIACOMINO. Ella ha compito il bersaglio, ch'io altro non desidero che
+averla per moglie.
+
+CAPPIO. Non so se l'avarizia di vostro padre contenterassi che voi
+toglieste per moglie una figlia d'un maestro di scola e senza dote.
+
+GIACOMINO. I suoi costumi e la bellezza son tali che la rendono degna
+di maggior uomo ch'io non sono, e senza dote. Queste doti apportano
+piú danno al restituirle che ricchezza quando si prendono. E che
+maggior tesoro della sua bellezza? Ella ave oro nei capelli, zafiri
+negli occhi, rubini nelle labra e perle ne' denti. Qual miniera
+produsse mai cosí fin oro o sí ricche gioie? O me sopra tutti gli
+uomini felicissimo, s'io possedessi un tal tesoro!
+
+CAPPIO. Che ordinate che si facci?
+
+GIACOMINO. Or che l'assenza di mio padre ci porge la commoditá, vuo'
+che subito vadi a Salerno. Tratta con Lima, la sua balia, archivio de'
+nostri secreti amorosi, e con Lardone parasito, che oprino appo lei in
+che luogo ed ora possiamo ritrovarci insieme, acciò possa satollar
+questi occhi famelici della sua vista. E se pur questo mi negasse, che
+miri almeno nel mio volto l'opera del suo valore. Del che se tu mi
+compiaci, ti compiacerai poi d'avermi compiaciuto.
+
+CAPPIO. Oprar con Lima e con Lardone voi ben sapete che vi bisogna.
+
+GIACOMINO. Che cosa?
+
+CAPPIO. Un poco di musica.
+
+GIACOMINO. Come musica?
+
+CAPPIO. Porre in un fazzoletto alcuni scudi e poi dargli due
+squassatine che rendano suono, perché il suono de' scudi si fa sentir
+da lungi e fa piú dolce armonia di qualsivoglia istrumento, e massime
+se son traboccanti.
+
+GIACOMINO. Pur bisogna disporgli.
+
+CAPPIO. Essi risponderanno e disporranno meglio di voi.
+
+GIACOMINO. Baciagli le mani da mia parte.
+
+CAPPIO. I scudi gli faranno i baciamani meglio che voi.
+
+GIACOMINO. Dove son questi scudi?
+
+CAPPIO. Pigliate i capelli d'Altilia che son di miniera, coceteli al
+foco del vostro core, batteteli col martello, col quale amor vi
+picchia, in verghe e fatene scudi; o vendete quei rubini, zafiri e
+perle del suo volto, e cominciate a smaltir cosí gran tesoro.
+
+GIACOMINO. Quei capei tutti son lacci per incatenarmi ed appiccarmi.
+Ma eccoti diece scudi che gli ho accoppiati col risparmio di
+quest'anno a tal effetto.
+
+CAPPIO. Or sí, che il focile arde ed il martello lavora.
+
+GIACOMINO. Rinnova l'amor con Lima, ché ci porghi il suo aiuto; ché
+questa mona Onesta sarebbe per corromper l'onestade.
+
+CAPPIO. Questi danari e il desiderio che ho di servirvi mi giongeranno
+l'ali a' piedi e mi faran correr velocissimo.
+
+GIACOMINO. Pártiti or ora con quella prestezza che si richiede al mio
+desiderio, ché la prestezza e diligenza è madre del buon esito delle
+cose.
+
+CAPPIO. Entrate, ch'io provedendomi d'alcune cose per il viaggio, mi
+porrò in camino.
+
+
+SCENA III.
+
+LARDONE, ANTIFILO.
+
+
+LARDONE. (O Cielo, che trovasse alcuno che mi ricevesse a pranso
+questa mattina!).
+
+ANTIFILO. (O Cielo, o stelle, che v'ho fatt'io, che mi trattate cosí
+male? O morte, perché sai c'ho in odio la vita, però non me la
+togli?).
+
+LARDONE. (Ecco Antifilo, l'innamorato d'Altilia, concorrente
+nell'amore con Giacomino, ma con disegual sorte: ché tanto Giacomino è
+amato quant'egli è disamato da lei).
+
+ANTIFILO. (O Cielo, che amare ferite son queste? poiché mi son messo
+ad amare una tigre, mi devo però io disperar del tutto? No, perché
+nella disperazione suol sempre rinverdirsi qualche speranza).
+
+LARDONE. (Certo, che lo desiava incontrare, ché mi pregò Altilia,
+incontrandolo gli donassi una lettera. Son certo che sarò il corriero
+della mala novella; ma gli cercarò prima la mancia che la legga, ché
+dopo letta so che mi odiará a morte).
+
+ANTIFILO. Ma non è Lardon quel che veggio, o forse il desiderio me lo
+fa cosí parere?
+
+LARDONE. Lo vedi veramente; e v'ho servito secondo il vostro
+desiderio.
+
+ANTIFILO. Dimmi, Lardone mio, come stia.
+
+LARDONE. Io non son medico che toccandovi il polso lo potessi sapere.
+
+ANTIFILO. Lo sai meglio d'un medico: se mi rechi lieta risposta alla
+mia lettera, son vivo; se mala, son disperato della vita. Onde se
+vedrò con effetto che m'hai servito bene, ti farò conoscere che da me
+sarai servito assai meglio.
+
+LARDONE. Ho dato la lettera ad Altilia.
+
+ANTIFILO. E come debbo crederlo?
+
+LARDONE. Ecco la risposta per testimonio che gli l'ho data.
+
+ANTIFILO. E perché non me la dái, o illustrissimo mio Lardone?
+
+LARDONE. E tu perché non mi dái la mancia, o eccellentissimo mio
+Antifilo?
+
+ANTIFILO. Te la darò doppo letta.
+
+LARDONE. Doppo che l'innamorato ha conseguito l'effetto con la sua
+amata, non si ragiona piú de' mezi.
+
+ANTIFILO. Che vorresti dunque?
+
+LARDONE. Due scudi almeno.
+
+ANTIFILO. Eccoti due scudi l'un sopra l'altro.
+
+LARDONE. Poco mi si dá che l'un stia sopra o sotto dell'altro. Ma che
+son scudi ch'han ali alle spalle ed a' piedi e corrono e volan via?
+
+ANTIFILO. O Lardone, se qua dentro risplenderá qualche favilla di
+speranza, vedrai la mia liberalitá in altra forma.
+
+LARDONE. Leggete e vedrete.
+
+ANTIFILO. Oimè, mi trema la mano, e pare che sia paralitico. So che
+qui dentro non ci può esser cosa che buona sia. Leggerò pure.--«Voi mi
+chiamate selvaggia, ingrata, disamorevole, empia tigre, crudelissima
+vipera e velenoso basilisco. Ma se son tigre, perché mi segui? se son
+vipera, perché mi servi? se basilisco, perché mi miri? Lasciami dunque
+vivere nella mia crudeltá, nella mia fierezza, ed ingratitudine, né
+piú noiarmi con le tue importunitadi. Quando mai t'allettai ad amarmi?
+quando in parole o atti di avermi a seguire? se col desiderio ti pasce
+la speranza, quando ti ho dato io speranza che tu m'amassi? quando ti
+promisi fedeltá in amore? Tu stesso, per un tuo disordinato appetito,
+per un vano desiderio ed ostinata perfidia, mi hai sempre infastidita.
+Sarei veramente crudele, se mi ti fossi mostrata al principio pietosa
+e poi divenuta ingrata, se avessi promesso amarti e poi ritirata mi
+fussi...».--O cuor di marmo, o anima di bronzo, o petto di diamante!
+deh, perché non vo a precipitarmi?
+
+LARDONE. Veramente una turca, una cagna.
+
+ANTIFILO. Non vuo' piú legger per non morirmi affatto de disperazione.
+Ma io vuo' leggerla solo per morire: a chi vive senza speranza, la
+morte sola gli è medicina.--«... Dicovi che voi stesso sète cagione
+del vostro male, voi stesso la fucina de' vostri strali, voi stesso
+tessete fallacie, inganni e vani pensieri d'ingannar voi stesso. Tu
+dici che t'ho innamorato con la vista; tu ben sai che ti ho sempre
+scacciato con ogni mostra di sdegno. Se tu con la speranza hai sempre
+ravvivato le tue fiamme, ed io te l'ho sempre incenerite con odi,
+repulse ed ogni sorte de dispreggio: e perché dunque non disenganni te
+stesso?...».--Ed io posso legger questo e non morire? O parole uscite
+da' piú profondi luoghi del centro! O Lardone, e nel regno d'Amore
+trovasi piú gran mostro?
+
+LARDONE. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure.
+
+ANTIFILO. «... Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a
+mirarmi e che d'allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro
+cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia
+bellezza v'ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché
+se voi non parete bello agli occhi miei, e se l'amore è atto della
+libera volontá né si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa
+ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io né per l'uno né per
+l'altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e
+contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con
+venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie
+tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de' suoi
+sproporzionati e disordinati desidèri...».--O che parole magiche e
+funeste, o tirannia d'amor non mai piú intesa!
+
+LARDONE. Certo, che dovreste odiarla quanto l'amate.
+
+ANTIFILO. Ahi! che non posso amar altra che quella che da' primi anni
+cominciai ad amare.--«... Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi
+manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo
+m'ha spogliato della mia libera volontá, egli solo è la fatal esca de'
+miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un
+solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In
+conclusione, io non posso amarvi, né se potessi vorrei. V'ho risposto
+al giusto ed onesto».--O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O
+fiera conclusione, che ad un colpo m'hai tronco l'anima e la vita. Io
+ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi
+sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego
+l'inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti,
+con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O
+generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o
+allevata fra l'orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de' piú
+dirupati monti del Caucaso, solo ch'io avesse a vivere fra sí
+amarissime pene!... E che fo che non vo ad appiccarmi con le mie mani,
+acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d'una sí crudelissima
+donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta
+altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se
+dovessi morir io, vuo' che costui muoia per le mie mani, acciò per la
+costui morte ella muoia de disperazione.
+
+
+SCENA IV.
+
+CAPPIO, LARDONE, ANTIFILO.
+
+
+CAPPIO. (Questi mi par Lardone).
+
+LARDONE. (Questi mi par Cappio). O buono incontro!
+
+CAPPIO. O che miglior riscontro, perché sei venuto a tempo!
+
+LARDONE. Sarei venuto a tempo, se fossi ricevuto da te a pranso questa
+mattina.
+
+CAPPIO. Che faccende ti conducono a Napoli? che porti di nuovo?
+
+LARDONE. Nulla di nuovo né fuori né dentro. Fuori ogni cosa è vecchia:
+il mantello tanto logro e spelato che se due pedocchi facessero
+questione insieme, non sarebbe fra loro un pelo che li partisse; il
+giuppone e le calze paion reti di pescatori, tanto sono aperte, e temo
+che un giorno il corpo se ne scappi fuori. Dentro ci è quella fame
+antica che nacque nascendo meco, né morirá finché non muoia io. Di te
+non dimando, perché sei vestito di nuovo e la faccia è piú tonda che
+la luna in quintadecima.
+
+CAPPIO. Tu stai cosí magro ch'appena hai l'osso e la pelle.
+
+LARDONE. Sto in casa dove si mangia poco e si travaglia molto; sto con
+quel pedante che è avaro e spilorcio quanto ce ne cape. In casa sua
+mai mi veddi satollo di cucumeri; sempre il ventre entrato dentro, e
+la bocca tanto asciutta che non posso aprirla per parlare.
+
+CAPPIO. Che sei venuto a far qui, in Napoli?
+
+ANTIFILO. (Mira questi forfanti come si sono accoppiati insieme! Vuo'
+ascoltar che dicono).
+
+LARDONE. Al pedante l'è stato tolto il salario della lettura in
+Salerno, ed egli vuole andarsene in Roma: e questa sera con la figlia
+e la balia se ne vengono in Napoli; ed io vado innanzi, al Cerriglio,
+col tedesco ad apparecchiar la cena.
+
+CAPPIO. Lardone, se cosí è, or è venuto il tempo che daremo un poco di
+legno santo e di salsa alle tue veste e le guariremo della peluia che
+l'ha fatto cadere il pelo; ed alla fame del tuo corpo gli daremo una
+medicina di zuppe lombarde, di pignatte maritate, di capretti
+allattati da due madri, di maccheroni fatti di molliche di pane e di
+pelle di capponi bogliti nel brodo grasso di galli d'India. Per vini,
+liquori di vini grechi, lacrime, moscatelli di amarene. Queste vivande
+nuove ti scacciaranno dal corpo quella fame invecchiata che tu dici.
+
+LARDONE. O che prurito alla gola! Eccomi per servirti a piedi ed a
+cavallo; ma intendiamo, che servigio volete da me?
+
+CAPPIO. Ben sai quanto Giacomino mio padrone muore per Altilia e
+quanto è riamato da lei. Ben sai quante volte t'ha pieno il corpo e
+fattoti mutar vesti come il serpe la primavera.
+
+LARDONE. Che vuoi dir per questo?
+
+CAPPIO. Giacoco, il vecchio, è gito a Posilipo alla vendemia, e noi
+siamo rimasti soli in casa. Il padron giovane or m'inviava a Salerno
+per avvisarvi che voleva venir colá; ma poiché si viene questa sera in
+Napoli per alloggiare col tedesco nel Cerriglio, noi accomodaremo la
+nostra casa in foggia di taberna, ed io sarò il tedesco--ché per esser
+io stato per molti paesi, so alquanto di quei paesi.--Il pedante non
+mi conosce né mai fu in Napoli: stimará la nostra casa il Cerriglio; e
+venendo Altilia in casa nostra, puoi imaginarti se sará ben pasciuta
+di saporitissimi cibi.
+
+LARDONE. Dubito che questi cibi non mi strangolino.
+
+ANTIFILO. (Mira che diabolica invenzione per condurre Altilia in casa
+di Giacomino!).
+
+CAPPIO. Tu non ti morrai piú di fame.
+
+LARDONE. Ma di capestro.
+
+CAPPIO. Eh, tu vuoi la baia!
+
+LARDONE. Eh, tu mi drizzi al boia! Cappio, non vorrei ch'un altro
+cappio mi strangolasse.
+
+CAPPIO. Staremo sempre in festa e gioia.
+
+LARDONE. Ed io balzato in una galea.
+
+CAPPIO. Qui non ci è pericolo manco d'un filo.
+
+LARDONE. Ma d'una corda. E giá mi sento prurire il collo: come la
+calamita tira il ferro, cosí par che la forca mi tiri il collo molte
+miglia. Cappio, tu cerchi la mia rovina.
+
+CAPPIO. Anzi tu stesso cerchi la tua rovina: hai la ventura innanzi e
+non la conosci.
+
+LARDONE. Nol farò mai.
+
+CAPPIO. Per che ragione?
+
+LARDONE. Perché scoprendosi sarò appiccato.
+
+CAPPIO. Questa tua ragione è senza ragione, perché non basta a
+scoprirsi mai. L'inganno è tanto riuscibile che se pur si scoprisse,
+avemo molti modi di scolparti. Lardone, tu sai ch'io e tu ci
+conosciamo insieme, e tu non ti puoi nascondere dietro questo dito.
+Sai bene quante volte avemo mangiato e bevuto insieme a spese de'
+perdenti; tu sei un forfante, e le forfantarie l'ho imparate da te; se
+faremo questione, scoprirò bene che sei un forfante de ventiquattro
+carati. Tu sai i patti nostri: aiutarci l'un l'altro, ché cosí aremo i
+corpi pieni di buoni bocconi e le borse di contanti. Queste occasioni
+non accadono sempre: passano, e ci pentiremo. Quello è proprio
+sciagurato che si fa scappar di mano queste straordinarie venture: non
+mancare a te stesso. Di' sí e poi lascia fare a me, ché ne restarai
+ben contento e pagato.
+
+LARDONE. S'io dico sí, non farai tu, ma il boia, e tu vedrai.
+
+CAPPIO. Finiamola! In Surrento una vitella ha partorito una
+vitelluccia, e son due madri a lattarla.
+
+LARDONE. A queste figlianze diverrei compare io volentieri. Ma mentre
+ho denti da rodere piccioni e polli, e gola da tracannar vini
+brillanti, e stomaco da riempir di pastoni, io mi vuo' porre ad ogni
+periglio: meglio è che il boia mi stringa una volta la gola che la
+fame mi strangoli mille volte il giorno, e di gir nudo e crudo. Vuo'
+far quanto vuoi.
+
+CAPPIO. Ritorna in Salerno, fa' consapevole Altilia e Lima del
+conserto, e dirai al pedante ch'hai avisato il tedesco del Cerriglio,
+il quale ha detto alloggiarlo benissimo. Come sará qui, fingeremo che
+Altilia non si senta bene, e ci tratterremo qualche giorno in casa
+nostra; e tu e Lima sarete sodisfatti d'ogni vostra opera. E per voi
+solo si prepara un forno sempre pieno di pasticci in caldo.
+
+LARDONE. Ma la bocca del forno d'Altilia andrá in rovina. Con questo
+mi sconterò il mal pagato salario, i digiuni, le vigilie e le
+quarantine che mi fa far tutto l'anno in casa sua.
+
+CAPPIO. Sappi usar bene la tua forfantaria.
+
+LARDONE. Non bisogna avisarmelo, che questa fu arte di mia madre, ava
+e bisavola e di tutto il mio legnaggio. Va' presto e compra robba a
+bastanza, ch'io torno a dietro e condurrò la vacca in stalla; farò
+restare alcune robbe a dietro, acciò, mentre il maestro torna, il toro
+abbia agio di godersela.
+
+CAPPIO. Via presto, ch'io avvisarò il padrone, e apparecchiaremo la
+taberna.
+
+LARDONE. Avèrti che se non mi si attende quanto mi si promette,
+scoprirò ogni cosa e porrò sottosopra il mondo.
+
+ANTIFILO. (Tutto questo si tratta contro me. Andrò a Posilipo; farò
+gridar: «turchi! turchi!», di modo che Giacoco torni a casa e disturbi
+la macchina di Cappio; e non lasciarò modo di affligere Altilia e
+Giacomino, come eglino hanno me afflitto e sconsolato).
+
+
+SCENA V.
+
+GIACOMINO, CAPPIO.
+
+
+GIACOMINO. Oimè, Cappio, che fai?
+
+CAPPIO. Nulla.
+
+GIACOMINO. Come nulla?
+
+CAPPIO. Perché è fatto quasi ogni cosa.
+
+GIACOMINO. Come questo? tu sei qui ancora.
+
+CAPPIO. Giá pensavate ch'io fossi gionto a Salerno?
+
+GIACOMINO. Pensava che tu fossi piú amorevole al tuo padrone che non
+sei, e massime in cosa che egli desia cotanto.
+
+CAPPIO. Ed io vi dico che vi son stato piú amorevole che non stimate.
+Ho esseguito quanto m'avete imposto, con piú destrezza e diligenza che
+comandato m'avete.
+
+GIACOMINO. Se fosse come dici, giá saresti a Salerno.
+
+CAPPIO. Ed io ho ragionato con Lardone e fatto di modo che questa sera
+arete Altilia in casa vostra.
+
+GIACOMINO. Com'è possibile ch'abbi fatto quanto dici?
+
+CAPPIO. Questi son miracoli che sa fare il vostro Cappio.
+
+GIACOMINO. Tu ridi, m'arai detto la bugia.
+
+CAPPIO. Poiché stimate che v'abbia detto la bugia, non bisogna che piú
+ne parli.
+
+GIACOMINO. Non dico che nol credo perché nol creda, perché ogni
+innamorato crede e nelle cose che si desiderano si presta ancor fede
+alle bugie; ma dico che nol credo per soverchia voglia che ho che vero
+sia. So il valor del mio Cappio, a cui cede ogni malagevole impresa.
+
+CAPPIO. Or apparecchia il cuore per poter capire cosí smisurata
+allegrezza!
+
+GIACOMINO. Parla presto.
+
+CAPPIO. La tua Altilia è in Napoli.
+
+GIACOMINO. Altilia mia?
+
+CAPPIO. Altilia tua.
+
+GIACOMINO. In Napoli?
+
+CAPPIO. In Napoli.
+
+GIACOMINO. In casa mia?
+
+CAPPIO. In casa tua.
+
+GIACOMINO. La mia Altilia in Napoli e in casa mia?
+
+CAPPIO. La tua Altilia in Napoli e in casa tua, e cose maggior di
+queste.
+
+GIACOMINO. Che cose ponno essere maggior di queste?
+
+CAPPIO. Che dormirete insieme questa notte.
+
+GIACOMINO. Eh, Cappio mio, parla presto, ché tu mi strangoli piú che
+non farebbe un cappio di manigoldo.
+
+CAPPIO. Per dirtela in breve, il pedante va in Roma, ed ha mandato
+Lardone innanzi, al Cerriglio, a preparargli l'albergo, ché vien con
+Lima ed Altilia. ...
+
+GIACOMINO. Che ha a far questo con la mia felicitade?
+
+CAPPIO. ... Abbiam concertato con Lardone che, in luogo del Cerriglio,
+la porti in casa vostra accomodata in foggia di taberna.
+
+GIACOMINO. E come in cosí brevi parole rinchiudi cosí gran contento?
+Dimmelo piú distesamente.
+
+CAPPIO. Ve lo dirò per strada. Diamo mano a' fatti: andiamo a comprar
+galli d'India, polli, piccioni e fegatelli; e prepariamo l'osteria,
+che fra poco tempo saranno in Napoli.
+
+GIACOMINO. O cuor del mio spirito, o spirito dell'anima mia, o spirito
+ed anima del mio cuore, ti vedrò forse oggi e senza forse in Napoli ed
+in casa mia?
+
+CAPPIO. Come stai cosí attonito?
+
+GIACOMINO. Dubito di qualche tempesta che suol sempre attraversarsi
+alle gioie degl'innamorati.
+
+CAPPIO. Non perdiam tempo: andiam a preparar la casa, ed io a comprar
+robbe.
+
+GIACOMINO. Cosí si facci.
+
+
+
+
+ATTO II.
+
+
+SCENA I.
+
+GIACOMINO, CAPPIO.
+
+
+GIACOMINO. Paggi, scopate ed inacquate per tutto, portate qui la
+tavola e le sedie... . O Cielo, come sète pigri, non è maggior tarditá
+di quella che s'usa ov'è bisogno di prestezza... . Togli tu il mantile
+da quella parte ed io da questa, ché penda egualmente da tutte le
+parti... . Or sí, che sta bene. Accendete il fuoco che sia a bastanza,
+lavate i bicchieri, calate giú il giarro e il baccile per dar l'acqua
+alle mani, portate la saliera e i salvietti e i cortelli. Diasi fuoco
+alla profumiera, ch'essali il fumo odorato. Fate che serviate a cenno,
+ché il cenno è il segno delle taberne; se non, che voleranno per
+l'aria i piatti, e i bicchieri per la testa e su' volti.
+
+CAPPIO. Ecco i piccioni, polli, capponi e porchette, spiedi di
+fegatelli, pasticci e l'altre manifatture.
+
+GIACOMINO. O che sia tu benedetto, che con prestezza e diligenza hai
+avanzata la necessitá.
+
+CAPPIO. Me l'ho fatti prestar da un'altra taberna, pagandoli quello
+che si consumerá; e l'aremo in un tempo arrosti e allessi caldi caldi.
+
+GIACOMINO. Veramente, quando a te piace, non hai par in astuzia e
+diligenza.
+
+CAPPIO. Andrò ad attendere al fuoco e a vestirmi da tedesco.
+
+GIACOMINO. Ed io attenderò ad accomodar la taberna.
+
+
+SCENA II.
+
+ANTIFILO, SPAGNOLO.
+
+
+ANTIFILO. (Giá son stato a Posilipo con molti amici, e con gridi e
+rumori abbiam gridato: «turchi! turchi!»; e s'è posto in bisbiglio
+tutto il luogo, com'è solito farsi tutta l'estate: stimo che Giacoco
+sará tornato, ché tutti son fuggiti. Giá vedo l'apparato che s'ordina;
+cercherò alcuni che turbino questa festa e conduchino il pedante al
+Cerriglio).
+
+SPAGNOLO. ¡Oh cuanto mejor querria llegar á una venta adonde pudiese
+descansar esta noche, que estoy tan cansado que no puedo más menearme!
+Pobre pasajero, que de la guerra de Flandes ya que me debían veinte
+pagas, por no poder ser pagado, nos havemos alborotado y hecho los
+bandoleros, y viniendo á Napoles por tan largo viaje sin un maravedís,
+me he visto mil veces muerto de hambre, muchas veces desvalijado, y
+por tantas desdichas hay más de veinte dias que no como un bocado de
+pan ni un trago de vino, que no puedo tenerme en pié.
+
+ANTIFILO. (O come costui viene a proposito! svaligiato e morto di fame
+e prosontuoso. Basterá questo solo a disturbar tutto il convito e far
+manifesto l'inganno).
+
+SPAGNOLO. Oh Dios, cuando será V. M. servida volverme á mi tierra, que
+volvieria á mis manadas de ovejas y carneros para hartarme de queso y
+lache y de mucha fruta; partime de allá para hacerme caballero, y vine
+á estas partes del diablo, que nunca me veo harto de pan.
+
+ANTIFILO. Compañero, che vai cercando cosí a notte per qua?
+
+SPAGNOLO. Una venta adonde pudiese comer, dormir y descansarme.
+
+ANTIFILO. Mira esta venta, aquí está un ventero muy rico, y da las
+cosas muy barato, y están esperando unas putas y alcahuetos; séntate y
+coma que son medrosos, y con una cuchillada comerás sin pagar nada.
+
+SPAGNOLO. Doy muchas gracias á V. M. por el aviso; y entraré.
+
+ANTIFILO. Entraos allá, y haceis dar bien de comer.
+
+SPAGNOLO. Oh Dios, me pudiese hallar un poco de pan, vino y carne para
+comer esta noche, que en la guerra he estado pereciendo de hambre.
+
+
+SCENA III.
+
+GIACOMINO, CAPPIO, SPAGNOLO.
+
+
+GIACOMINO. Olá, chi sei che con tanta presunzione entri nella taberna?
+
+SPAGNOLO. Soy don Juan Cardon de Cardona.
+
+CAPPIO. Don Giovan Ladron de Ladroni, lascia quel pezzo di carne.
+
+SPAGNOLO. Era caido en tierra, y porque algun perro no lo comiese, lo
+he alzado de la tierra.
+
+CAPPIO. E per salvarlo te l'avevi posto sotto l'ascelle?
+
+SPAGNOLO. Ventero, quiero alojar esta noche en esta venta.
+
+CAPPIO. Qua non son ravanillos y cevollas; non ci è cena per te, ché
+la taberna è fatta per signori e cavalieri e non per un tuo pari.
+
+SPAGNOLO. Pese á tal, voto á tal, que yo soy tan bien nacido como el
+rey de Espana.
+
+CAPPIO. Povero re di Spagna, ch'ogni villano e capraro che vien da
+Spagna in Napoli dice esser cosí ben nato come lui!
+
+SPAGNOLO. Soy capitan aventajado y pariente de todos los grandes de
+España y vengo de la guerra de Flandes.
+
+CAPPIO. Ará guardato capre tutto il tempo di sua vita, e ora è parente
+di tutti i grandi di Spagna. Qua non ci è da mangiare né da dormire;
+va' in alcun'altra osteria.
+
+SPAGNOLO. No quiero más que dos anchovas con el aceite.
+
+GIACOMINO. Mira dimanda, che vuol mangiar chiodi con l'aceto! In
+questi paesi non si mangiano queste vivande.
+
+SPAGNOLO. «Anchovas» digo, «sardinas» con l'olio.
+
+CAPPIO. Oggi è giorno di carne: non avemo né sardelle né olio.
+
+SPAGNOLO. Almeno una minestra de garvansos.
+
+GIACOMINO. Vuole una minestra di canevaccio. Andate alle botteghe di
+tele, ché arete canevaccio quanto volete.
+
+SPAGNOLO. Vos quereis que os quebre la cabeza.
+
+GIACOMINO. Vuole la capezza dell'asino. E che ti vuoi appiccare? Va'
+in un'altra taberna.
+
+SPAGNOLO. Yo non me partiré de aquí, si me echasen todos los diablos
+del infierno. Si pongo mano á la espada, en dos golpecillos, _chis
+chas_, haré pedazos cuantos bodegones hay en todo el reino de Napoles.
+
+GIACOMINO. Cappio, caccia costui, ché un trattenimento tale non è bon
+per noi.
+
+CAPPIO. Se non vuoi partirti in buon'ora, te n'anderai in malora per
+te.
+
+GIACOMINO. Cappio, chiama quei smargiassi forastieri che alloggiano di
+sopra, ché diano quel castigo a costui che merita.
+
+SPAGNOLO. Con un tajo ó un rebés haré mil pedazos a cuantos quisieren
+echarme de aquí.
+
+CAPPIO. Vado a chiamarli.
+
+GIACOMINO. Camina presto.
+
+SPAGNOLO. Y llama todos los bandoleros de Flandes y todos los diablos
+del infierno, que de todos haré un monton.
+
+CAPPIO. O buon Dieu de Grandazzo, o diavolo de Paliermo, chi è cheddo
+cornuto, caparrone, viddano, pezziente, che mi va facendo lo giorgiu?
+ca se nesco fuori, co no pontapiede lo ietto sopra li ciaramiti.
+Taliate, quante palole ha sto beccu castratu, moneluso. Sto iannizzo
+battiam; aspetta no morziddu, ca pe ll'arma de patremu e de chi me
+figliau--e sia acciso, se me meno la chiavetta, lo sandali e lo
+guardanasu--piglio lo broccoliero e scindo a bassu, li scippo entrambu
+gli occhi e metteceli in mano, le sgangerò le corna e li scippu la
+lingua pe lo cozzu, con chista daga ienzo la stanza delle carne soie!
+E che pensi ch'haiu lo fecatu blancu come a tia, che te vuoi
+accoteddare co no canazu morretuso, fitienti? Non me tenite! Vostra
+Signuria me perdugne; ca se m'aspetta na picca, le scareco na
+coteddata che le taglio le nasche e le gambe co no cuorpo!
+
+SPAGNOLO. Aquí es menester menar las manos.
+
+GIACOMINO. Meglio per te che meni i piedi, ch'hai piú bisogno de'
+piedi che delle mani.
+
+SPAGNOLO. Válame Dios, ¿que hombre es este?
+
+GIACOMINO. Un siciliano indiavolato.
+
+CAPPIO. Mira che criar, che zanze, che bravositá xe questa. Donca un
+ladro, mariol, zaffo, razza de zaffi, assassin, gramo, disgraziatazzo,
+schiuma de canaia, mostazzo de cavra, piegora grinza, ingenerao d'un
+castronazzo, becco de quattro corna, s'è cazzao in questa osteria da
+por sottosovra questa casa? Al sangue de le seppie e de mie pantofole,
+se pongo mano alla cinquedea n'ará cattao la mala ventura: una
+stoccata che dago dentro il cor, te trarrò la testa in levante e 'l
+cao in ponente. Ti xe matto, a questa foza se tratta con un zentiluomo
+veneziano? A ti dico, spagnolo impettolao, pezzo d'aseno, se pi' stai
+qua un giozzetto, ti xe morto.
+
+GIACOMINO. O che terribil veneziano!
+
+SPAGNOLO. ¡Voto al Cielo que yo soy muerto!
+
+CAPPIO. Potenz in terra, pover spagnol meschinaz, al corpo de mi
+mader, che se te cazo in tel polmon questo temperarin, ti fare' tanti
+busi in tel polmon che non ne ha tanti un crivel, e ti fazo in mille
+pezzi. Ti venghi il cancher in tel cor, se cercasse in tutto el mondo,
+en Turcheria, en India e assai pi' en lá, ti non purisse accattar un
+oter come mi: mi son auter bravus che 'l sicilian, mi son un oter
+Rotolan che ammazzi pi' de trenta omen: va' via! ah venghi, ah venghi!
+A chi dic mi? partit con tutt'i diavoli del mondo, a chi dic mi?
+
+SPAGNOLO. ¡Dios me libre de tantos mirables hombres!
+
+
+SCENA IV.
+
+PEDANTE, ALTILIA, LIMA, LARDONE, CAPPIO.
+
+
+PEDANTE. Deo gratias. Giá siamo pervenuti all'antica Palepoli e
+moderna Napoli, uberrimo seminario degli oci e delle delizie. Salve o
+terque quaterque bella Napoli!
+
+ALTILIA. Oh che gentil Napoli! veramente piú bella e piú magnifica
+assai di quel che il mondo ne ragiona. Questo è il perpetuo nido di
+gentilezza, la reggia d'Amore che ha lasciato il suo Cipro per abitare
+in Napoli; questo è il palaggio delle grazie, riposo de' miei
+pensieri, ricetto delle mie speranze. Oh, come par che qui il sol piú
+chiaro risplenda che altrove! oh, quanto goderebbe il cor mio se non
+avesse a partirmi di qui mai!
+
+LARDONE. Oh come biancheggia il grasso in quei quarti di vitella! oh
+come gialleggiano quelle groppe de capponi, e come corporeggia quel
+rosso su le liste del bianco in quei presciutti, come carboneggia quel
+nero fra quelle reti di fegatelli, come pavoneggiano quelle provature
+fra quei riccami di salsiccioni!
+
+PEDANTE. Oh tu come asineggi e bufaleggi fra queste tue ingordigie!
+
+LARDONE. O fegadelli, trofei della mia fame! o salami, spoglie de'
+miei trionfi! o ricotte, o provature, gloria delle mie vittorie! o
+porchetta, come ti darei la man dritta passeggiando meco!
+
+PEDANTE. Oste, oh con quanta venerazione venemo a te lietabondi e
+gratulabondi!
+
+LARDONE. Domine magister, e io affamabondo e bibebondo!
+
+CAPPIO. Ben venute le Vostre Signorie! par di vere ca mi voler far
+scazzar: ponere le cappelle en teste. Ma mi nit intender quel
+«famabonde» e «bibebonde».
+
+LARDONE. Dico che vengo per disfamare l'affamata affamatagine del
+famoso mio affamamento.
+
+PEDANTE. Oste, nomina desinentia in «bondo» significant at tum come
+«moribondo» e «gemebondo», cioè, idest cum maxima voluntate moriendi
+et gemendi.
+
+LARDONE. Quanto dice in gramuffa, tutto viene dalla saviaggine e dalla
+sua litteratumma.
+
+PEDANTE. È questo il xenodochio del Cerriglio?
+
+LARDONE. Domine ita, non videbis quantum fegadellos, pullos, picciones
+e salsicciones?
+
+PEDANTE. Lardone, andiamo per i supellettili.
+
+LARDONE. Domine nonne; bisogna prima assaggiare i vini, apparecchiarsi
+da cena, e poi tornare a dietro per le robbe.
+
+CAPPIO. Lassa faghe a mi: provi cheste pottagie falsamico,
+scippacapelli e moscatelli.
+
+PEDANTE. Refiuto questi nomi infandi e nefandi di «scippacapelli» e
+«falsamico».
+
+CAPPIO. Patrone, cheste... cheste «falseamiche» star tanto dolce che,
+quando se beve, ti pensare che ire in curpe; no, va alle gambe a fare
+sgambette e cadere in terre. «Scippacapelli» stare tant gagliarde, ire
+al capo, e pare che scippe i capelli.
+
+PEDANTE. Dictum hoc per antonomasiam.
+
+LARDONE. Detto per cornamusa.
+
+PEDANTE. Lardone, tu sei cervello ottuso, apri il bugio dell'orecchie.
+«Antonomasia» è nome greco: «antos» vuol dir «contra»; «onoma
+onomatos» vuoi dire il «nome»: quasi, idest «contra nomen».
+«Scippacapelli», dolce che va fin a' capelli.
+
+CAPPIO. Mi non intender, signor d'ottobre.
+
+LARDONE. E tu intendi a me, che son signor novembre. Fa' che assaggi
+tutti i vini e prima il scippacapelli.
+
+CAPPIO. Eccolo, che star mirando.
+
+LARDONE. Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da
+se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in
+piú picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste piú che
+nettare e pania che inveschia!
+
+PEDANTE. Accelera il bere.
+
+LARDONE. Non son questi vini da bersi subito, ma prima farci un
+pochetto l'amore; poi accostarselo alla bocca pian piano con una
+maestá grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e
+gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un
+altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la
+bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giú nel ventre
+come fusse una medicina; e bevuto che n'arai un bicchiero, sta
+contemplando la battaglia che fan le membra, che tutte vogliono esser
+le prime a gustarlo: il cuor, primo, ne cava la quinta essenza, il
+polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la
+milza all'ultimo se ne succhia la parte sua. All'ultimo ti fa' una
+succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirá
+per una seconda bevuta, per un sciacquadente.
+
+PEDANTE. Presto, che stai addormentato sul bicchiero.
+
+LARDONE. Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei
+piú tosto sparger tutto il mio sangue che n'andasse una goccia per
+terra. Questo è vino d'una orecchia.
+
+PEDANTE. I vini dunque sono auriculati?
+
+LARDONE. «Vin d'una orecchia» è quello che è eccellente, che quando
+l'hai bevuto, va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma
+quando si scuote la testa dall'una parte all'altra, è segno che non
+val nulla. Oste, poni dell'altro vino.
+
+PEDANTE. Che rumore è questo che fai con la gola, glo glo, quando
+ingiotti?
+
+LARDONE. Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel «glo glo»
+son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l'onoro. Questo
+come si chiama?
+
+CAPPIO. Malvasia.
+
+PEDANTE. Lascia questo, ché il nome t'addita che è malvaggio.
+
+LARDONE. Anzi il contrario; ché «malvasia» non dice che sia malvaggio,
+ma dice: «mal, va' via», perché egli ti pone la sanitá nel corpo. E
+questo?
+
+CAPPIO. Lacrima.
+
+PEDANTE. Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto.
+
+LARDONE. Dicesi «lacrima», ché per la sua gagliardía ti fa venir le
+lacrime agli occhi.
+
+PEDANTE. Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ne ingurgitassi
+nella voragine del tuo ventre le cotile, le exabasi, gli acetabuli, i
+gutturni, i cantari, l'anfore, le paropsidi e i ceramini intieri
+intieri: hai bevuto per sei tedeschi.
+
+LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti.
+
+PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei
+vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «_spumantia vina
+Falerni_»?
+
+CAPPIO. Non intendere vostre linguagie.
+
+PEDANTE. N'hai del cecubo di Pozzuolo, dell'amineo di Vesuvio e del
+razente de' monti Falerni?
+
+CAPPIO. Aspette ne poche a io, che te porte le falanghine de Pezzulle,
+greco vesuviano e del trebiano.
+
+PEDANTE. Nomina desinentia in «ano» maximam dulcedinem significant et
+mihi summopere placent. Andiamo per i supellettili.
+
+LARDONE. Come posso partirmi, se queste porchette infilzate mi tengono
+incatenato, né posso distaccar la vista da questi salami, pollami?
+lasciatemi far un altro poco l'amore.
+
+PEDANTE. Dii talem avèrtite pestem, o sarcofago, o lupus luporum, o
+asine asinorum!
+
+LARDONE. Io asino e tu un bue, siamo bene accoppiati!
+
+PEDANTE. Tabernarie, io non cerco lauti obsòni né tanti pulpamenti,
+ché non ho quadranti da spendere. Una cena frugale.
+
+CAPPIO. Tas teich Gotz: te venghe le cancarelle, volere essere
+fregate!
+
+LARDONE. Oste, al tornar mi farai trovar apparecchiato un piatto di
+ravioli e di maccheroni strangolatori, tanto l'uno. Per Altilia uno di
+questi salsicciotti, che non è avvezza a mangiarne ancora. Tu, Lima,
+attáccati a questi salsiccioni, che so che ti piacciono.
+
+LIMA. M'appigliarò al tuo consiglio.
+
+CAPPIO. Tutte cheste cose trovare apparecchiate.
+
+LARDONE. Ma sopratutto il presto sia in capo della lista, che importa
+piú di tutto; ché non è peggio aver fame e stare aspettando a tavola.
+Se ci farai una minestra di trippa grassa, mettici della menta e
+zaffarano; che se per disgrazia non fosse ben netta e sentisse della
+madre, se è verde, abbiamo iscusa che sia la menta, se gialla, il
+zaffarano.
+
+CAPPIO. Tornare presto a cca.
+
+LARDONE. Quelle groppe pelate e grasse di quei capponi mi farebbon
+volare, non che trottare, e m'han posto in tanto appetito che sarei
+per mangiarmele crude.
+
+PEDANTE. Andiamo, che fai?
+
+LARDONE. Oste, riempi il ventre di questa porchetta di ficedole, tordi
+e altri uccelletti che, aprendo il ventre, si cavino ad uno ad uno,
+come uscivano i greci dal ventre del cavallo di Troia; fa' che si
+cuoca col suo succo e con quella sua crostina tenerella. Ahi, che non
+vorrei mai perderla di vista!
+
+PEDANTE. Galante innamorato! altri amoreggia con le donne, egli con li
+animali morti. Teutonice, potremo lassar qui le donne sole?
+
+CAPPIO. In cheste nostre ostelerie alloggiano vecchie fámine e con
+merdate.
+
+LARDONE. Ti sia dato al mustaccio.
+
+PEDANTE. Requiescite e date pausa alla lassitudine; fate che si
+prestoli la cena, ché da un pauculo di tempo tornaremo.
+
+LARDONE. Avertite, non mangiate senza noi.
+
+
+SCENA V.
+
+GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.
+
+
+ALTILIA. Il Ciel vi dia ogni contento, anima mia.
+
+GIACOMINO. E che maggior contento potria darmi la sorte che darmi voi?
+
+ALTILIA. E vi sia sempre lieta e propizia ogni stella.
+
+GIACOMINO. E qual piú gioconda e graziosa stella poteva oggi
+appresentarsi agli occhi miei? il cui splendor ne' suoi begli occhi
+con benignissimi aspetti influiscono nell'anima mia tante felici e
+sovraumane dolcezze e preziose rugiade di gioie, che vagheggiandole
+non posso conoscere qual sia maggiore, o lo splendor de' suoi raggi o
+quel ferventissimo fuoco che apporta seco; o qual sia piú la gioia di
+mirargli o l'ardor che ne succede, che non so come l'angustia del mio
+petto lo possa capire e ne possa godere insieme tante felicitadi.
+
+ALTILIA. E qual piú chiara luce poteva oggi rappresentarsi all'anima
+mia, nel cui lampeggio arde la piú chiara sfera del cielo? O vita
+dell'anima mia, o vita dell'anima mia!
+
+CAPPIO. State in cervello, padrone, che le sue parole son pregne di
+sostanza: è figlia di mastro ed è una dottoressa che l'impatta a
+Platone--ed ha le veste e tele.
+
+GIACOMINO. Ma che posso rispondere, s'alla tua presenza me si liga la
+lingua, stupefanno i sensi e in me stesso muoio? Le mie parole sono
+semplici, come m'escono dal cuore, solo avvivate dal desiderio del mio
+cuore. Bisognaria che avessi la sua dolcissima lingua in bocca per
+poterle ben rispondere.
+
+ALTILIA. A tanto amore non so come rispondere; non posso altro, in
+ricompensa, che donar me stessa a voi: e voi amando me, non amate me,
+ma una cosa vostra; né io son piú padrona di me stessa, ma sono una
+guardiana delle cose vostre.
+
+GIACOMINO. Ed io abbissato nel centro del mio niente, come posso pagar
+cosí gran dono? perché se possedessi la monarchia del mondo, non tanto
+potria donarvi che non restasse piú di quel che dato avessi. Troppo è
+grande la vostra bellezza, troppi sono i meriti dell'onore, della
+saviezza e di tante altre sue leggiadrissime parti, che partite in
+molte donne, molte se ne arricchirebbono: basta dir solo che in voi
+sieno tutte le grazie, costumi e bellezze che si trovano sparte in
+tutte l'altre, e che in voi sola la natura ha voluto mostrare
+l'eccellenza del suo valore.
+
+ALTILIA. Vorrei che poteste ascoltar quello che nel silenzio della
+lingua desidera palesargli il core: che se vi è pur alcuna cosa di
+buono, tutto vien da' raggi del tuo sole che m'indorano tutta; da
+quello viene ogni mio bene. Ma ditemi, cor mio, come avete sopportata
+l'assenza di tanti mesi che non m'avete veduta?
+
+GIACOMINO. In questa assenza ho provato di quelle crudeli e acerbe
+passioni che sanno far provare i vostri meriti. Ma pur in cosí
+infinito dolore m'ho meritato e guadagnato il premio della costanza e
+del valor della mia fede. Ho arso e bruciato bensí, ma in quelli miei
+incendi ho trovato quello alleggiamento che m'ave apportato la
+speranza di aver presto a rivederla, sperando che quegli occhi che mi
+avevano aperto il fianco, quelli poi avessero a risanar le mie piaghe.
+E voi, cor mio, come l'avete passata?
+
+ALTILIA. Io rapita nel pensiero delle vostre qualitá rare e
+inimitabili, ho pasciuto l'intelletto di certo inusitato diletto che
+solo m'ha sostenuto in vita, e fra cosí dolci inganni ingannando me
+stessa, ho passata la vita mia; né so che altro rispondervi che tutte
+le parole che devrebbono uscir dalla mia bocca, tutte escono dalla
+vostra.
+
+GIACOMINO. Che dici, o fidelissima ministra de' nostri secreti amori?
+
+LIMA. Che il Cielo stringa e conservi stretto cosí bel nodo d'amore,
+che non sia per sciorsi giamai.
+
+GIACOMINO. Non si sciorrá ben certo, ché non è il maggior ligame
+nell'amore che la somiglianza de costumi; onde il nodo è cosí
+strettamente ordito per le mani d'Amore che non bastará sciorsi dalla
+morte.
+
+LIMA. Ma poiché sète patti e contenti, ricevete l'un dall'altro il
+premio di tanto amore.
+
+GIACOMINO. Ma perché trattengo me stesso, dove la voglia mi sferza e
+mi sospinge?
+
+CAPPIO. A me par sciocchezza perdere il tempo in belle parole, che si
+potrebbe spendere in uso piú desiato e gradito: avete poco di tempo, e
+quel poco che avete ve lo torrá il ritorno del mastro or ora.
+
+LIMA. Giacomino, ve la do in podestá: vi prego a serbar con lei quel
+decoro che si conviene alla qualitá vostra e al suo onore.
+
+GIACOMINO. Anima mia, dal tempo che v'ho amata, v'ho amata sempre da
+sposa, ché tal mi pareva che meritassero le vostre parti; io per sposa
+v'accetto se ne son degno.
+
+LIMA. Or andate a riposarvi, o bella coppia d'amanti e sposi.
+
+CAPPIO. Anzi a faticar piú che mai.
+
+
+SCENA VI.
+
+LIMA, CAPPIO.
+
+
+CAPPIO. Lima, quei si vanno a godere, e noi vogliamo qui far la saliva
+in bocca?
+
+LIMA. Il tuo amore è come quello degli asini, che non dura se non la
+primavera; ma dimmi, che hai apparecchiato per darmi?
+
+CAPPIO. Il fuso per la tua conocchia e il pistello per il tuo mortaio;
+ché se non hai il pistello, come vorresti far la salsa, e se ti
+mancasse il fuso, come vorresti filare? E tu che m'hai apparecchiato?
+
+LIMA. La berretta per il tuo capo e la lanterna per la tua candela;
+ché non aresti con che coprirti il capo quando piove, e non avendo
+lanterna, il vento ti smorzarebbe la tua candela.
+
+CAPPIO. Orsú, entriamo ad accenderla; va' prima e ponti in ordine.
+
+LIMA. Noi stiamo sempre in ordine; ponti a ordine, e per non farmi
+aspettare, entra innanzi tu o vienmi dietro.
+
+CAPPIO. Entriamo, ché innanzi o dietro, poco m'importa.
+
+
+
+
+ATTO III.
+
+
+SCENA I.
+
+CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, LIMA.
+
+
+CAPPIO. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.
+
+GIACOMINO. Paggio, dá l'acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la
+tovaglia per asciugarle.
+
+CAPPIO. Sedetivi, di grazia.
+
+ALTILIA. Non tante cerimonie.
+
+GIACOMINO. Non son cerimonie ma nostro debito.
+
+ALTILIA. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de' nostri
+contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che
+scusa trovaremo che non l'abbiamo aspettato?
+
+CAPPIO. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano
+mai scuse. Diremo ch'eravate stanche, sí che venevate meno senza fare
+un poco di collazionetta.
+
+GIACOMINO. Cappio, accendi quella profumiera, ché spiri odore.
+
+ALTILIA. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri
+onorati costumi e gentilissime maniere.
+
+GIACOMINO. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.
+
+ALTILIA. A me sol piace quello ch'a voi piace. Ma voi perché non
+mangiate, anima mia?
+
+GIACOMINO. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di
+quei cibi ch'ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono
+terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto
+assomiglia alle vostre gote, e i gigli s'insuperbiscono della loro
+candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto
+son riguardevoli quanto rappresentano la sembianza degli occhi vostri,
+e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano
+i vostri denti; l'odori de' gelsomini tanto son grati quanto
+rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa
+deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori!
+
+ALTILIA. L'amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero.
+
+GIACOMINO. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti
+esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore
+dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei
+due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell'anima mia; or
+che saran l'altre cose che non si vedono?
+
+ALTILIA. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi?
+
+GIACOMINO. Ancor non ho cominciato, perché non so da dove incominciare
+a rimirarvi. Perché se miro il terso avorio della fronte, gli occhi mi
+rapiscono a riguardargli; se mi fermo negli occhi, mi sento invitar
+dalle gote a contemplarle; e appena mi drizzo a mirar quelle, la bocca
+mi strascina a contemplar i rubini de' suoi labri; e se rimiro il
+collo, ecco mi tirano le mammelle: talché confuso e stupefatto non so
+da dove cominciare. E come potria esser questo, se voi non foste stata
+fatta dalla natura con tutto il suo studio d'impoverir tutte le donne
+per arricchirne voi sola, e per contemplar le sue gran meraviglie e
+quanto ella sa fare? Onde non potrete esser tanto mirata che non siate
+tanto piú degna d'esser mirata e admirata. E se non posso lodar quanto
+devo, supplisca l'affezione.
+
+CAPPIO. Paggio, che fai che non porgi da bere?
+
+ALTILIA. Bevete, cor mio.
+
+GIACOMINO. Io non beverò mai, se voi non bevete prima e lasciate ch'io
+suchi quelle reliquie che son rimaste in quella parte del bicchiero
+ove han toccato le labra vostre, acciò con quelle io possa rinfrescar
+l'arsura dell'anima mia.
+
+ALTILIA. Però, anima mia, ho pregato voi prima che beveste, per aver
+io quel contento e provar io quella dolcezza che voi da me
+desideravate.
+
+GIACOMINO. Poiché il mio core è un eco del vostro core e l'un pensiero
+eco dell'altro, paggio, porta un bicchier grande, empilo tutto, acciò
+l'un goda della bevanda dell'altro. Deh, bevete per aggradirmi.
+
+ALTILIA. Non solo bever, ma vorrei darvi maggior contento di questo.
+
+CAPPIO. Con tantillo de cosa gli darete maggior contento.
+
+
+SCENA II.
+
+SPAGNOLO, GIACOMINO, CAPPIO, ALTILIA.
+
+
+SPAGNOLO. ¡Buen provecho hagan Vuestras Mercedes! Al señor caballero y
+á mi señora beso mil veces las manos.
+
+ALTILIA. Ben venghi, buon compagno!
+
+SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que he visto este caballero en la
+guerra de Flandes.
+
+GIACOMINO. Non vidi mai altro che Napoli e Salerno.
+
+SPAGNOLO. Y también he visto una señora en Flandes que par es de en
+todo á esta mujer, y por esto la quiero servir.
+
+ALTILIA. Vi ringrazio del favore.
+
+CAPPIO. (Mira che disgraziato e prosontuoso spagnolo! come si pone in
+dozena con questi gentiluomini! mira con che grandezza e sussiego si
+va accostando! Veggiamo dove riuscirá questa prattica).
+
+SPAGNOLO. Señor caballero, V. M. beba.
+
+GIACOMINO. Non ho ancor sete.
+
+SPAGNOLO. _Tus, tus, tus._
+
+CAPPIO. (Finge aver tosse: certo, che egli vorrá bere).
+
+GIACOMINO. Bevete voi, ché forse vi passará la tosse.
+
+SPAGNOLO. Bríndis á V. M., bríndis á mi señora.
+
+ALTILIA. Vi faremo ragione.
+
+SPAGNOLO. Quiero contar la jornada que havemos hecho en Flandes con el
+conde Mauricio.
+
+GIACOMINO. Non vogliamo udir cose malenconiche di guerre e occisioni,
+ma di amore e di piacere. Cappio, dágli del pane.
+
+CAPPIO. Eccoti del pane; e come hai mangiato e bevuto, vanne via.
+
+SPAGNOLO. Mi señora, quiero hacerte un bríndis.
+
+CAPPIO. (Non gli basta d'aver mangiato e bevuto, pur vuol ber di
+nuovo).
+
+ALTILIA. Vi faremo ragione.
+
+CAPPIO. (Mira come s'è seduto appresso la signora un poco! vedremo che
+a poco a poco ne caccerá quella, ed esso se ci porrá).
+
+SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que V. M. es la mas hermosa
+señora que haya en todo el mundo, y merece que el rey la sierva, y por
+esto la quiero servir yo. Tome V. M. este bocado.
+
+CAPPIO. (Eccolo seduto; a poco a poco mangia insieme con loro, e s'è
+invitato da se stesso).
+
+SPAGNOLO. Tome este bocado, señora dama.
+
+ALTILIA. Vi ringrazio assai.
+
+SPAGNOLO. ¡Buen provecho haga! Bríndis, mi señora, yo bebo por la vida
+del rey mi señor y per la salud d'está señora mia.
+
+CAPPIO. (Giá si è ingerito a mangiare e bere).
+
+SPAGNOLO. Tudesco, trahe aquí pichones, pavos, pullos y todas las
+cosas que hay en la venta.
+
+CAPPIO. (Poiché s'è fatto padron della tavola, si vuol far padrone
+ancor dell'osteria. Dubito che alfin non la baci).
+
+SPAGNOLO. Tudesco, trahe ropas, que á fe de caballero yo pagar todo.
+
+CAPPIO. (Da povero soldato s'è fatto cavaliero).
+
+SPAGNOLO. Señora, yo le quiero contar cuantos torneos he ganado y
+cuantos gigantes he muerto, cuantos castellos encantados he derribado
+entonces cuando yo fui caballero andante, y todas mis hazañas.
+
+CAPPIO. (M'arde il cor della prosunzion di costui).
+
+SPAGNOLO. Mi señora, no puedo mas sufrir la pasion que me da la
+hermosura suya: perdóneme si me atrevo á tanto.
+
+GIACOMINO. Mira forfante! te imparerò creanza con un bastone!... A
+baciarla!
+
+SPAGNOLO. ¡Á don Cardon de Cardona, palos! ¡á mi, palos! Voto á Dios,
+que yo os mataré y á todo el mundo, que despoblaré todo el infierno.
+
+CAPPIO. ¡Don Ladron de Ladroni, toma esto!
+
+SPAGNOLO. Espera un poco aquí que yo tome mi espada y la capa, que con
+ella castigaré mis agravios.
+
+CAPPIO. Ma par che veggio il padron che torna da Posilipo; anzi non
+piú mi pare, perché è desso. Povero me, perché non vado ad impiccarmi?
+Lo scampo stesso non basteria a scamparmi dalle sue mani. Padron, ecco
+il vostro padre; entrate dentro e non vi fate vedere, ché io rimediarò
+al tutto: lasciate cosí ogni cosa e attendete a quel che dico.
+
+
+SCENA III.
+
+GIACOCO, CAPPIO.
+
+
+GIACOCO. Sia ringraziato lo Cielo ca me veo a la casa mia! Quanno
+arrivai a Posilipo, appena m'avea ciancoliati quattro muorzi, quanno
+scappa Dio e fa buon iuorno, ca sento gridar «turchi! turchi!». Chilli
+strilli me fecero scorreiare e chilli quattro muorzi me deventaro
+tosseco. L'uocchio dello bifaro me se fece tantillo e le nateche me
+facevano lappe lappe; ca se m'arrivavano, me ne sorchiavano commo
+n'uovo friscu. In concrusione, me arronchio commo a cótena, subito
+tocca ca se fa notte, me pongo le gambe ncuollo e me ne bróciolo a
+Napole, che ancora le gambe me fanne iacovo iacovo; lo filatorio ca
+avea ncuorpo m'ha fatto correre commo avesse cursito allo pallio, e io
+ca fuieva e ca dicea a lettere de marzapane:--Iacocos votu facere e
+gratia recepere!--O casa mia bella! ma sto tanto sorriésseto ca me
+pare na taverna. O quante sausiccie, fecatelli, scartapelle e
+marcangegne! me fanno cannagola e stare a cannapierto.
+
+CAPPIO. Bone vecchie, volere alloggiare a nostre ostelerie, ca te
+faremo scazzare?
+
+GIACOCO. Ste vrache saiate! io non aggio voglia de bevere né de
+mangiare. Sto mirando se chesta è la casa mia.
+
+CAPPIO. Avete prese scambie: cheste stare mi ostelerie, no vostre
+case.
+
+GIACOCO. O ca io no so io, o chessa non è la casa mia; io no sto chiú
+nchisto munno, sto dintro a n'autro munno; aspetta no poco, lassame
+arrecordare meglio. Chesta è la casa de Coviello Cicula, appriesso la
+casa de Cola Pertola, la terza è d'Aniello Suvaro, la quarta è de
+Colambruoso e Iacovo dello Caso, appriesso veneno chelle caranfole e
+carafuorchi, appriesso stava la casa mia: ma chesta me pare taberna.
+
+CAPPIO. Bone compánie, volere fare brindese.
+
+GIACOCO. No boglio fare Brinnese né Galipoli, ch'aggio chiú boglia de
+dare sta capa pe ste mura: io sto fora de me, no sto ncelevriello, io
+no saccio se sto cca o dove sia; voglio fare lo veveraggio a chi me lo
+dice.
+
+CAPPIO. Merdamente, che tu stare un altre e chesta no stare casa tua.
+
+GIACOCO. Ora chisso è n'autro chiáieto; e me vuoi propio fare
+imbertecare lo celevriello, ca me vuoi dare a ntennere ca io no so io.
+Chissi chiáiti non servono; me vuoi dare a ntennere vessiche pe
+lanterne o ca le femmene figliano pe le denocchie? aggio abbesuogno de
+pataracchie? Chi sa se la paura delli turchi m'ave fatto deventare
+pazzo? chi sa se dormo? Ma io non dormo, ca sento, e non me sonno.
+
+CAPPIO. Ah, ah, ah!
+
+GIACOCO. Mira cca sto todisco mbriaco ca ne lo cacciarissi da no campo
+de fave, se ride delli fatti miei. Forse quarche mazzamauriello o
+chillo che pozza squagliare diavolescamente m'avessero fatto deventare
+la casa mia chiú lontana? Se fosse carnevale, diceria ca s'è
+ammascarata e s'ha pigliata na mascara de taverna. Fuorze sto todisco
+è pazzo o so pazzo io o semo pazzi tutti due; ma se fosse pazzo, come
+forría venuto da Posilipo fino a Napole e non errare la via?
+
+CAPPIO. Tu stare imbriache, poter ire a dormire, perché te passare le
+imbriachezze certe certe.
+
+GIACOCO. Tu sarrai quarche rifolo dello nfierno o chillo ca puozze
+sparafondare. Dove voglio ire a dormire, ca no aggio casa? Vuoi ca
+dorma miezo sta chiazza? O Cielo, ca vedesse Chiappino, ca me facesse
+mparare la via!
+
+CAPPIO. Che omme stare chesse Chiappine?
+
+GIACOCO. No catarchio, no catámmaro peio ca non si' tu.
+
+CAPPIO. Tu mentire per le gole, ché cheste Chiappine stare gran omme
+da bene.
+
+GIACOCO. Ora chesta è la ionta dello ruotolo, avere a competere co no
+tavernaro. Basta, ca me ce hai cogliuto solo e de notte; se nce fosse
+cca Chiappino, mò che sto ncepollato, te faria dare cinquanta smorfie
+e schioccolate a sso celevriello. La mentita è morta e no bale.
+
+CAPPIO. Chiappino essere ommo onorato commo me stesso.
+
+GIACOCO. Scompimmola priesto, ca no pozzo scellebrareme con tico, che
+te venga no cuofano de malanni. Me voglio partire, ca sta cosa è pe
+venire a fietu. Te tengo alla camera de miezo; viene e famme na cura
+co lo muto.
+
+CAPPIO. Mi volere serrare le ostellerie, bone notte, e se non la
+volere, la mala notte.
+
+
+SCENA IV. GIACOCO, CAPPIO.
+
+
+GIACOCO. Serra, ca te sia serrata la canna dello manduoco co no
+chiappo. O negrecato Iacuoco, ca no saccio che m'è ntravenuto, ca sto
+peo che se fosse ncappato nmano de turchi. So stracco, ca so curzeto
+commo a no fúrgolo, e me siento, ahie! morire de famme; e borria ca no
+stráulo me strassinasse alla casa mia. O mamma mia, commo faraggio? ca
+penso ca so spiritato e averaggio ncuorpo quarche spirito maligno, e
+bisognará ca vaia a Surriento a fareme scongiurare. Non saccio che
+fare; sto commo a no pollicino mpastorato alla stoppa.
+
+CAPPIO. O padron mio, che siate il ben trovato!
+
+GIACOCO. Eilá, fosse Chiappino chisto? eccotillo, isto è isso. Che
+singhi lo ben trovato, ca ieva sulo e me parea ca ad ora ad ora me
+fosse pigliata la mesura dello ioppone.
+
+CAPPIO. Come! tornate da Posilipo a quest'ora?
+
+GIACOCO. Chiappino, ch'aggio avuto na mala cacavessa, e lo Celo sa
+quanti vernacchi me sono scappati, ca se non me ne appalorciava, bello
+me ne rappoleiavano; e mò forría nmano de turchi. E mò stava mirando
+sta casa!
+
+CAPPIO. Perché stavate mirando questa casa?
+
+GIACOCO. Pensava entrare alla casa mia e l'aggio trovata taverna; e no
+todisco mbriaco me volea fare accussine, e se non era sapatino, me
+carfettava a crepapanza, a serra de lino.
+
+CAPPIO. E voi stimate che questa sia casa vostra? Voi sète fuor di
+cervello: questa è l'osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un
+pezzo lontano di qua.
+
+GIACOCO. Me penzo ca me s'è sbotato lo celevriello dintro la
+catarozzola, ca io no saccio se so isso o no, né chi pozzo essere. Ma
+tu che vai sanzarianno a chest'ora per Napole?
+
+CAPPIO. Vostro figlio m'ha mandato al libraro per aver certi libri per
+studiare tutta la notte.
+
+GIACOCO. Che libri?
+
+CAPPIO. _Barattolo ribaldo, Sal in aceto_ e _Paolo te castre._
+
+GIACOCO. Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi.
+
+CAPPIO. Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest'ora fa un
+freddo molto grande e s'è levata una tramontana penetrativa che fa
+molto danno alle teste de vecchi.
+
+GIACOCO. Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso
+chille cincoranelle?
+
+CAPPIO. Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana.
+Copritevi la testa con la cappa, ché il vento non vi faccia danno.
+
+GIACOCO. Pell'arma de vávemo, ca dici buono. Coprela bene.
+
+CAPPIO. Sta bene cosí?
+
+GIACOCO. Tu m'hai coperto l'uocchi commo si fa alli farcuni co lo
+cappelletto o commo alli cavalli marvasi quanno si strigliano.
+
+CAPPIO. Cosí bisogna coprire, che non offenda il vento.
+
+GIACOCO. E commo pozzo bedere la via?
+
+CAPPIO. Appoggiatevi al mio braccio, ch'io vi condurrò a casa; che la
+notte è tanto oscura che, se foste con il capo scoperto, non vedreste
+la via.
+
+GIACOCO. Orsú, caminiamo; mò dove siamo?
+
+CAPPIO. Ad Antuono speziale.
+
+GIACOCO. Chillo che fa le cure co lo schizzariello?
+
+CAPPIO. Signor sí.
+
+GIACOCO. Zitto zitto, ca non ce senta; ca l'autro iuorno me venne a
+fare la cura e me mpizzai lo canniello tanto forte ca m'appe a
+sparafundare, e poi fece lo vrodo tanto caudo che me scaudai tutto lo
+codarino; e però non lo vuozzi pagare. E mò dove simmo?
+
+CAPPIO. A mastro Argallo che fa li brachieri.
+
+GIACOCO. Passammo a largo, ca m'aggio fatto fare lo vrachiere mio e
+non l'aggio pagato ncora. Ma quanno arrivarimmo, ca songo allancato?
+
+CAPPIO. Anzi non sète a meza via, e volete esser gionto?
+
+GIACOCO. Me fae botare ntorno ntorno, come botasse lo filatorio o
+commo a mulo ca bota lo centimmolo.
+
+CAPPIO. Perché vi meno per strade accortatoie.
+
+GIACOCO. Quanno arrivarimmo alli solachianielli?
+
+CAPPIO. Or ci siamo.
+
+GIACOCO. Arrássate dalla poteca de Giangilormo Spiccicaraso, ca m'ave
+arrapezzate le scarpe e le devo dare cinco tornisi, e mò me vole
+accosare.
+
+CAPPIO. Giá siamo gionti.
+
+GIACOCO. Tózzola la porta.
+
+CAPPIO. _Tic toc, tic toc._
+
+GIACOCO. Quanto sta ad aprire sta madamma tráccola? Priesto, pettolosa
+mezzacammisa, che te puozze rompere lo cuollo pe ssi scalandruni!
+
+
+SCENA V.
+
+GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.
+
+
+GIACOMINO. Chi batte, olá? è questa l'ora da interrompere i studi?
+
+GIACOCO. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca
+studi commo no cane! come mo me ne preo.
+
+CAPPIO. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non
+va tutto in sudore; e se voi non l'aveste interrotto, non avrebbe
+fatto altro tutta la notte.
+
+GIACOMINO. Chi è lá, dico?
+
+CAPPIO. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo.
+
+GIACOMINO. Vuoi burlarmi?
+
+CAPPIO. Venete e vedete.
+
+GIACOMINO. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine
+guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; né de chissi
+nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri
+fin che se ci arreieno.
+
+CAPPIO. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello.
+
+GIACOCO. Batti, dico.
+
+CAPPIO. Sento i pantofoli per li gradi, che vien giú.
+
+GIACOMINO. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato.
+
+CAPPIO. (Anzi lo mal venuto, ché non ha potuto venire a peggior
+tempo).
+
+GIACOMINO. Come a quest'ora?
+
+GIACOCO. Te lo diraggio suso, ca mò sto allancato de fatica.
+
+
+SCENA VI.
+
+SPAGNOLO, GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.
+
+
+SPAGNOLO. Padron, dame mis alforjas, que he dejado en esta venta.
+
+GIACOCO. Che grassa de suvaro è chesta? ca vole sso messer
+catruoppolo, barva d'annecchia, dalla casa mia?
+
+SPAGNOLO. Está tarde, llegué á esta venta y dejé aquí mis alforjas.
+
+GIACOCO. Dice ca lassai cca le forge dello naso e che la casa mia è
+viento: chesta è cosa da me fare desperare.
+
+CAPPIO. Certo, che deve stare imbriaco.
+
+GIACOCO. E tu cacciale ssa mbriachezza da capo.
+
+SPAGNOLO. Digo que ayer llegué á esta venta, á esta taberna.
+
+GIACOCO. Ed io te dico ca la casa mia non è né vinti né trenta né
+quaranta, e ca no è taverna. Chiappino, ca buole sto spagnuolo dalla
+casa mia?
+
+CAPPIO. Deve esser qualche ladro, e sará qui nascosto per arrobbare.
+
+GIACOCO. E chesta è la guardia ca se fa alla casa mia?
+
+CAPPIO. Vien qui tu: come ti chiami?
+
+SPAGNOLO. Don Cardon de Cardona.
+
+CAPPIO. L'avete inteso con l'orecchie vostre che si chiama don Ladron
+de Ladroni.
+
+SPAGNOLO. Vos mentís, que yo soy caballero, capitan aventajado y tan
+bien nacido como el rey.
+
+GIACOCO. Chisso va cercanno piettene de tridece, e se me fa
+nzorfare... .
+
+SPAGNOLO. Ayer tarde he comido en esta taberna con esto caballero y
+con mujer muy hermosa, y hicimos muchos bríndis juntos.
+
+CAPPIO. Se non ti parti di qua, arai molte bastonate avantaggiate.
+
+GIACOCO. Se deve pensare ca a Napole se mpastorano li asini co le
+saucicce e vorria arrobbare; e se non me sparafonda denanze, sarrá
+buono zollato.
+
+SPAGNOLO. Si no me dais mis alforjas, os daré muchos palos en la
+cabeza.
+
+GIACOCO. Dice ca ce vole dare pale e muzzone di capezze d'asino.
+
+SPAGNOLO. Calla, que soys borrachos.
+
+GIACOCO. Chessa è n'autra chiú bella: dice ca simmo vorraccie; pensa
+ca vindimu nsalate.
+
+SPAGNOLO. Quiero mis alforjas.
+
+GIACOCO. Pe parte de fuorfece, te darrimmo no poco de mela iacciole e
+grisommole.
+
+SPAGNOLO. No alojan en esta taberna sino putas y alcahuetos.
+
+GIACOMINO. Cappio, chiudili la bocca con un pugno, ché piú non parli.
+
+GIACOCO. Me pare ca no la vuoi ntennere e me esci dello semmenato. Che
+ci vuoi le ciarammelle e lo colascione?
+
+SPAGNOLO. Á vos digo, bodeguero, gente malvada, que me dais mis ropas.
+
+GIACOCO. Dice ca simmo potecari de marva. Nui simmo potecari de
+vernecocche e de nespole e le vendimmo a buon mercato. Ha la capo
+tosta, ha pigliato la zirria de non se partire.
+
+GIACOMINO. Cappio, con un pugno fagli cadere un dente.
+
+GIACOCO. E da parte mia, dui scervecchie e dui seguzzuni.
+
+CAPPIO. Questo a don Ladron, quest'altro al capitan avantaggiato, e
+questo al nato come il re.
+
+SPAGNOLO. Yo iré á tomar mi espada y en dos golpes, chis chas, os haré
+mil pedazos.
+
+GIACOCO. N'arai reppoliata na bona remmenata de mazze, mò va' e torna
+per l'autra: va' e vienici a fare no nudeco alla coda.
+
+
+SCENA VII.
+
+PEDANTE, GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO, LARDONE.
+
+
+PEDANTE. Tabernario!
+
+GIACOCO. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne
+menti e arcimenti pe le canne della gola!
+
+PEDANTE. Avemo baiulato li suppellettili...
+
+GIACOCO. Che sopraletti e sottoletti?
+
+PEDANTE. ... et alia muliebria indumenta.
+
+GIACOCO. Io non veo né muli né iommente. Va', frate mio, e fatte fare
+na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.
+
+GIACOMINO. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon
+senno.
+
+GIACOCO. Dimmi, si' ommo o lombardo, si' iudío o cristiano, ca no te
+ntenno ca dici.
+
+PEDANTE. Sum vir probus et circumspectus procul dubio.
+
+GIACOCO. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m'ave cèra de
+cristiano.
+
+GIACOMINO. Sará qualche pedante.
+
+GIACOCO. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia
+gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso
+mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no
+zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere
+senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va' vommeca e non me
+rompere la capo.
+
+PEDANTE. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso,
+diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis,
+«capo», mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o
+«la capa».
+
+GIACOCO. Giá chisso sbaría; manche se fosse no piccirillo della zizza,
+parla allo sproposito.
+
+PEDANTE. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai
+congrua collazione.
+
+GIACOCO. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi
+scioscelle?
+
+PEDANTE. O che parlare absurdo e mal composto!
+
+GIACOCO. Mò vole no poco de composta de cetruli.
+
+PEDANTE. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste!
+
+GIACOCO. Non te l'aggio ditto ca vole composta d'agresta?
+
+PEDANTE. Dii immortales, ubique sunt angustiae!
+
+GIACOCO. È lo vero ca a Vico so ragoste.
+
+PEDANTE. Dov'è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio?
+
+GIACOCO. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello.
+
+PEDANTE. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt
+Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto
+Teviscone.
+
+GIACOCO. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t'addomanna
+chesse cincorane?
+
+PEDANTE. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto
+vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli.
+
+GIACOCO. In casa mia non c'è astraco né astraciello.
+
+PEDANTE. Io lasciai qui mia figlia per arrabone.
+
+GIACOCO. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco,
+dove si' arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi.
+
+PEDANTE. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «_patienter
+ferre memento_». O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli
+anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche
+cacademone nel capo.
+
+GIACOCO. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me
+ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se
+si' spiritato, fatte nciarmare.
+
+PEDANTE. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa.
+Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro:
+veramente che questo è il diversorio.
+
+GIACOCO. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio né diverso
+aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio
+scelevrar chiú con tico.
+
+PEDANTE. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto
+trasmutare in casa.
+
+LARDONE. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste
+parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare
+pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia
+caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e
+s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il
+mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce,
+come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son
+diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino
+sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).
+
+GIACOCO. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è
+deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio,
+o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio
+da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita
+mia commo chesta d'oie.
+
+PEDANTE. Lardone, che mastichi in bocca?
+
+LARDONE. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son
+fuggiti dalla bocca.
+
+PEDANTE. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira
+mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.
+
+GIACOCO. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da
+cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è
+chisto?
+
+PEDANTE. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli
+futuri.
+
+GIACOCO. Chiappino, fa' sta caretate, porta chisto all'osteria dello
+Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se
+voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche
+manomerza.
+
+CAPPIO. Andiamo, ch'io vi condurrò al Cerriglio.
+
+LARDONE. (Io l'attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a
+me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de'
+fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il
+vino foco. Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).
+
+PEDANTE. Non vidi hominem di maggior pasto né di minor fatica di te.
+
+CAPPIO. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto.
+
+LARDONE. _Tic, toc, tic._
+
+
+SCENA VIII.
+
+TEDESCO, PEDANTE, LARDONE.
+
+
+TEDESCO. Chi battere le porte delle nostre ostellerie?
+
+PEDANTE. Tito Melio Strozzi gimnasiarca!
+
+TEDESCO. Non capire tante gente le nostre ostellerie.
+
+PEDANTE. Sono solo e un famulo.
+
+TEDESCO. Se avere fame, ire in altra parte; qua avemo poche robbe.
+
+PEDANTE. Aprite, dico, le ianue a Tito Melio Strozza gimnasiarca.
+
+TEDESCO. Mi non aprire le porte a Tutto Merda Stronze de patriarche.
+
+PEDANTE. Aprite al gazofilazio delle dottrine.
+
+TEDESCO. Andare alle forche, parlare oneste!
+
+PEDANTE. Aprite le valve ad un grand'uomo.
+
+TEDESCO. Nostre ostelerie non capire la barba d'un grande omme.
+
+PEDANTE. Ho una rabbia exardescente che mi bolle nell'arterie.
+
+TEDESCO. Volere aprire mie porte con l'artellerie?
+
+PEDANTE. Infringerò i cardini e farò patefacere le valve.
+
+LARDONE. Non battete piú. Non udite che cala per le scale?
+
+TEDESCO. Ecco aperte. Dove stare quel grande omme?
+
+PEDANTE. Io son quel grande uomo.
+
+TEDESCO. Tu stare picciolette. Tu stare quel Tutto Merda Stronze de
+patriarche?
+
+PEDANTE. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. «Tito» è il
+prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, «gimnasiarca»
+l'officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e
+la rettorica.
+
+TEDESCO. Non stare bene, non avere bisogne de' rottori.
+
+PEDANTE. Datemi la mia sobole...
+
+TEDESCO. Qua non avere né sorbole né nespole, ...
+
+PEDANTE. ... insieme con la balia.
+
+TEDESCO. ... né ci stare bálice né stivale.
+
+PEDANTE. Nil aliud volo.
+
+TEDESCO. Dicere che volo e tu stare fermo.
+
+LARDONE. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo!
+parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste,
+avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che
+abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l'altre
+robbe?
+
+TEDESCO. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate
+a fare i fatti vostri.
+
+LARDONE. Almeno dateci alloggiamento, ché a quest'ora non abbiamo dove
+a dar di capo.
+
+TEDESCO. Alla fé, non capere altre gente: tutto star pieno de
+passaggieri.
+
+LARDONE. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio.
+
+TEDESCO. Né per amor delle diable.
+
+LARDONE. Respondete almeno.
+
+PEDANTE. L'uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui.
+
+
+SCENA IX.
+
+PEDANTE, LARDONE.
+
+
+PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al
+core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto.
+Sarò propalato per infame per tutto il mondo.
+
+LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.
+
+PEDANTE. A te pare cosí?
+
+LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto
+morto di fame e di sonno.
+
+PEDANTE. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di
+affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.
+
+LARDONE. A me non dá pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio
+di fame.
+
+PEDANTE. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.
+
+LARDONE. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che
+sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.
+
+PEDANTE. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa.
+
+LARDONE. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio
+stommaco non si risenta.
+
+PEDANTE. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca
+ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i
+scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò
+piú comparir fra letterati.
+
+LARDONE. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di
+scrivere i fatti tuoi.
+
+PEDANTE. Il tuo male con una ricetta si guarirá.
+
+LARDONE. E quale?
+
+PEDANTE. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento
+ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni;
+pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di
+vino: et fiat cibus et potus».
+
+LARDONE. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di
+carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro
+con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito
+consolidarassi».
+
+PEDANTE. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo,
+igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.
+
+LARDONE. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá
+in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la
+buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.
+
+PEDANTE. Ti par poco essermi tolta una figlia?
+
+LARDONE. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire,
+che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?
+
+PEDANTE. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.
+
+LARDONE. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come
+non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.
+
+PEDANTE. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e
+lasciarti bere fin che crepassi; e dire:--Vinum sitisti, vinum bibe.
+
+LARDONE. O che crepar dolce!
+
+PEDANTE. Il furto della figlia a chi «_habet acetum in corde_» importa
+l'onore.
+
+LARDONE. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore:
+si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo
+non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.
+
+PEDANTE. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore.
+
+LARDONE. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re
+e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?
+
+PEDANTE. Chi son questi reggi e imperadori?
+
+LARDONE. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari.
+
+PEDANTE. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante
+volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu
+una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella
+spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna
+contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.
+
+LARDONE. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola
+fare una disputa.
+
+PEDANTE. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis
+familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza
+licenza, vuo' cavarti un dente.
+
+LARDONE. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io
+merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare
+l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato
+presciutto!
+
+PEDANTE. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti
+par poco onore mandarti al «_senatus populusque romanus_» a fargli
+intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far
+reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle
+tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri
+grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo
+gimnasio? ...
+
+LARDONE. E che sapete ben correre alla quintana.
+
+PEDANTE. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del
+vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará
+glorioso fin alla fin del mondo. ...
+
+LARDONE. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad
+altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla,
+una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio
+modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú
+tosto in galea che nel tuo Studio.
+
+PEDANTE. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá
+e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.
+
+LARDONE. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il
+cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo
+cervello.
+
+PEDANTE. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia,
+che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha
+transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo
+insino a giorno.
+
+LARDONE. Or questo no.
+
+PEDANTE. Lasciami dire.
+
+LARDONE. Non voglio ascoltare.
+
+PEDANTE. Nil melius sobrietate.
+
+LARDONE. Nil peius affamatione.
+
+PEDANTE. Io non intendo questa tua grammatica.
+
+LARDONE. Né io la tua.
+
+PEDANTE. Dimmelo in volgare.
+
+LARDONE. Non si trovano parole per dichiararlo.
+
+PEDANTE. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte.
+Ma sta' di buona voglia.
+
+LARDONE. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?
+
+
+SCENA X.
+
+LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
+
+
+LIMOFORO. Sento lamenti.
+
+LARDONE. È segno ch'hai orecchie.
+
+LIMOFORO. È segno d'uomo sconsolato. O uomo da bene!
+
+LARDONE. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono
+il primo di questo nome.
+
+LIMOFORO. Consòlati.
+
+LARDONE. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli?
+
+LIMOFORO. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo.
+
+LARDONE. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consòli.
+
+LIMOFORO. Non pianger dunque.
+
+LARDONE. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire.
+
+LIMOFORO. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da
+altri: abbi pazienza.
+
+LARDONE. La pazienza non è rimedio da far passar la fame.
+
+ANTIFILO. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone!
+
+LARDONE. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è
+rimasta a pena la cotica.
+
+ANTIFILO. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo.
+
+LARDONE. E il spirito è quello che ti risponde, ché il corpo è giá
+morto.
+
+ANTIFILO. Che cosa è del maestro?
+
+LARDONE. Eccolo qui in carne e ossa.
+
+ANTIFILO. Sète qui voi, o mio caro maestro?
+
+PEDANTE. Ille ego, qui quondam... .
+
+ANTIFILO. E voi sète il mio maestro?
+
+PEDANTE. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete,
+absumpto nel pelago delle miserie.
+
+ANTIFILO. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di
+notte vi veggio in questa disgrazia?
+
+PEDANTE. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo.
+
+LIMOFORO. Non vi disperate; ché mai viene disgrazia che non trovi la
+porta aperta per la grazia che segue.
+
+PEDANTE. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam
+versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e
+greca lingua. ...
+
+LARDONE. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua
+dottrina.
+
+PEDANTE. ... E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono
+io. Oh quanto perde Roma e l'Italia tutta, se si perde un par mio.
+
+ANTIFILO. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco.
+
+PEDANTE. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a'
+tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e
+me ne congratulo.
+
+LARDONE. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno,
+ero quasi morto.
+
+PEDANTE. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina?
+
+LARDONE. Quello è giá digesto.
+
+LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora?
+
+PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «_in cimbalis male
+sonantibus_», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.
+
+LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta.
+
+LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte
+empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a
+salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato
+dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete
+talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e
+medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo
+che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un
+magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia
+l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli
+occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di
+Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi
+manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per
+sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú
+tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da
+bene.
+
+
+
+
+ATTO IV.
+
+
+SCENA I.
+
+GIACOMINO, CAPPIO.
+
+
+GIACOMINO. O Cielo, che soave dolcezza, che ineffabile armonia può
+trovarsi in questa vita che due cori congionti in un sol core, due
+vite in una vita e due alme in un'alma d'un reciproco amor congionte,
+dopo tante pene, lacrime e tormenti, giongere a quel da loro tanto
+bramato bene? O diletto indicibile, o soavitá eroica, o piacere che
+supera e avanza ogni altro piacere e diletto! Deh, ch'io non posso
+trovar parole con le quali possa esprimere cotanta gioia! O veramente
+felici e ben avventurati coloro che giongono a tanta altezza di gioia!
+Misero me, che avendo gustato tanta dolcezza e accesomi in tanto
+incendio intorno al core, come potrò mai vivere senza lei? ché essendo
+d'un cor congionti insieme, d'un'alma e d'una fede, tanto sarebbe
+separar l'un dall'altra quanto l'uno e l'altra viver senza la vita.
+Disporrò quanto posso mio padre; e vedendolo ostinato a non voler
+compiacermi, alfin farò a mio modo. Doppo l'effetto mi disse
+piangendo:--Vi raccomando l'onor mio!--O che mirabile effetto è quello
+che fan le lacrime delle donne ne' cuori degli amanti. Gli risposi:--E
+come posso io compensar tanta liberalitá con tanto onore, con che voi
+stessa concessa m'avete e la persona e l'onor vostro, se non con
+l'atto del matrimonio?--Veramente la natura delle donne è tanto dolce
+che, per duro che sia un cuore, lo fa subito tenero e liquefare in
+lacrime. Ma par che mi senta un messo nel cuore, mandatomi dal mio
+continuo pensiero, che dice che speri bene.
+
+CAPPIO. Padrone, vorrei lasciaste cotesto prologo, e pensiamo allo
+scandolo che sia per avvenirne quando saprá il pedante che Altilia sia
+stata trafugata e toltole l'onor suo; e sapete che Antifilo, vostro
+contrario, non sta con le mani a cintola, ché una ne pensa l'oste e
+l'altra il pellegrino. L'aiuterá per la gelosia che lo rode.
+
+GIACOMINO. Ma io con che occhio potrò mirar mio padre, quando egli
+mirando negli occhi miei vedrá scolpita la mia disobedienza e che
+della sua casa io n'abbi fatto taverna, fattolo aggirar per le strade
+dal servitore? che gastigo aguaglierá la mia forfantaria? Amor mi
+sollecita, il timor del padre mi spaventa e la ragion vuoi ch'io
+l'ami. Cappio, non so che farmi, son rovinato del tutto.
+
+CAPPIO. Non siamo rovinati mentre siam vivi e vogliamo aiutarci.
+
+GIACOMINO. Io non so se son vivo o morto, né dove mi sia: son tanto
+attuffato nel mar delle delizie ch'io non so che mi faccia. Pensa tu,
+Cappio, che sei fuora di passione.
+
+CAPPIO. Né io son libero di passione, che sapendo il padrone ch'io son
+stato l'inventore ed essecutore del tutto, non lascierá crudeltá che
+non voglia esperimentar contro di me. Per ora non so pensar altro modo
+che condur Altilia al Cerriglio e pregar il tedesco che dica al
+pedante che, dall'ora che Altilia e la balia son state menate da lui
+nell'osteria, l'hanno aspettato tutta la notte e anco senza cibo e
+senza sonno; e che sappino ben fingere questa bugia.
+
+GIACOMINO. A prieghi aggiongeró qualche scudo, ché dica quella bugia:
+ché se delle bugie se ne dicono le migliaia senza pagamento, quante se
+ne diranno per denari? I danari son l'unguento de tutti i mali. Io vo
+a chiamar le donne.
+
+CAPPIO. Presto, ch'ogni tardanza ci potrebbe apportar danno. (Questi
+giovanetti doppo conseguito il lor desiderio non pensano piú allo
+scandolo che ne può succedere. Io temo che de loro piaceri io n'abbi a
+patir la pena).
+
+
+SCENA II.
+
+GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.
+
+
+GIACOMINO. Anima mia, quanto la fortuna ci è stata favorevole in
+avervi condotta a casa mia, tanto poi voltandoci le spalle n'è stata
+disfavorevole, facendo venir mio padre da Posilipo e trovar la sua
+casa fatta taberna, e venir poi lo spagnolo, poi venir vostro padre.
+Giá avete visto il contrasto col mio padre. Noi per ovviare a questo
+disordine avemo concertato condurvi al Cerriglio; e faremo che l'oste
+dica che voi tutta la notte avete aspettato il suo ritorno.
+
+ALTILIA. Vita mia, potrete commandarmi e dispor di me come di cosa
+vostra; solo vi priego m'adempiate quella promessa che per vostra
+buona grazia m'avete fatta con quella volontá e prontezza con la quale
+ho adempita la mia, e considerate quanto mal stanno insieme amore e
+ingratitudine.
+
+GIACOMINO. Sappiate, signora, che voi sola sète l'oggetto d'ogni mio
+pensiero, e che il vostro cuore è nel petto mio come il mio nel
+vostro; e son fatto tanto suo che non spero esser mai piú mio, né
+possedendo voi, curo di posseder piú cosa al mondo. E pensando che ho
+da star questo poco di tempo senza voi, mi sento svellere il cuore
+dalle piú interne viscere del mio petto. Sia per me maledetta
+quell'ora e quel ponto che, stando senza voi, mai pensi ad altro che a
+voi.
+
+ALTILIA. Vi ricordo che l'amor de' giovani ha per fine il diletto de'
+loro amori, e che conseguito l'effetto svanisce l'affetto.
+
+GIACOMINO. Altilia, vita dell'anima mia, se ben ho avuto sempre
+l'anima e gli occhi invaghiti della sua nobile sembianza, ho sempre
+riverita l'onestá, i costumi e le rare sue qualitadi, e considerato
+che nell'amore non è piú stretto ligame che la conformitá de' costumi.
+Or queste qualitá fanno che conseguito l'effetto, piú vien sempre a
+crescere l'affetto.
+
+ALTILIA. Io non merito d'essere amata né per bellezza né per raritá di
+costumi, che in me non sono, ma perché v'ho amato con tutta la
+tenerezza dell'anima mia: perché non son tanto ignorante che amandovi
+tanto non meriti di esser riamata; ma essendo l'amor mio
+straordinariamente grande, dubito che non mi abbiate fatto qualche
+malia.
+
+GIACOMINO. La malia che l'ho fatta, mia reina, è che l'ho amata con
+quella schiettezza di amore e lontana da ogni simulazione, che si
+convenia; e saprá bene che il ricompenso d'amore è lontano da ogni
+spezie di pagamento, ché l'amor si paga con amore.
+
+ALTILIA. Ahi, che il timor m'uccide!
+
+GIACOMINO. E di che temete, anima mia?
+
+ALTILIA. Che non può esser grand'amore ove non è gran téma, gran
+sollecitudine e gran sospetto di quel che si deve e non deve temere.
+
+GIACOMINO. Questo dovrei temer io, che sapendo la natura delle donne
+esser fragile, dolce e tenera e pronta alla mutazione, dubito che
+lontano dagli occhi vostri non mi sepelliate nell'oblio; ché non è
+cosa che nell'assenza piú si raffreddi che l'amore, e col nuovo
+successore non si marcisca.
+
+ALTILIA. Se voi miraste nel centro dell'anima mia, vedreste veramente
+ch'io in me muoio per vivere in voi; e la donazion che ho fatta di me
+stessa a voi, è irrevocabile tra vivi, e ve ne ho dato giá il pacifico
+possesso.
+
+LIMA. Signor Giacomino, se l'amor vostro nella lingua non è lontano
+dal core, e se voi desiderate corrispondere al suo desiderio com'ella
+ha corrisposto con i fatti ad ogni vostro desio, acciò l'essempio
+della sua disonestá overo della troppa violenza d'amore non passi
+nell'altre donne, ora m'assalta una improvisa astuzia di far che
+Altilia sia vostra per sempre, né basterá uomo del mondo trarvela di
+mano.
+
+GIACOMINO. Io con questo bagio che stampo nelle gote della mia reina,
+ratifico quella promessa che l'ho fatta d'esser mia sposa e le ne do
+la fede; e giuro per la sua, piú cara che la mia propria vita, che non
+lascierò far cosa, per impossibil che sia, per conseguir lei, ché solo
+l'amor non conosce difficoltá.
+
+LIMA. Ecco, v'apro il modo che non può ritrovarsi il migliore.
+Sappiate ch'essendo assediata Napoli da' francesi sotto il general
+monsieur de Leutrecche, una crudelissima peste assaltò il suo
+essercito, Napoli e quasi tutto il Regno. I signori del governo, per
+remediare alla commune ruina, strassinavano gli appestati su un carro
+dalle proprie case ad un lazzaretto a San Gennaro, poco lontano da
+Napoli, dove si governavano, e morendo si seppellivano in una grotta
+quivi appresso. Ritrovandosi impestato Limoforo suo padre e Cleria sua
+madre e Antifilo suo fratello, furo anch'essi come gli altri portati
+in quel loco. Rimasi io sola con questa bambina in casa; io per non
+incorrere nella medesima sciagura, la portai meco a Salerno, patria
+mia. Era la mia casa appresso a quella del mastro di scola, il qual
+veggendo la fanciulla bella e di spirito vivace e che portava nel
+fronte scolpiti i suoi natali, le prese tanta affezione che se la
+prese in casa insieme con me che l'allevasse--veggendo che la mia
+povertá non bastava a sopplire,--dove l'ha nodrita e allevata sin al
+dí d'oggi.
+
+GIACOMINO. Balia, io t'ho ascoltato fin ora con molta attenzione, né
+posso imaginarmi dove sei per riuscire.
+
+LIMA. Ecco l'inganno. Ritrovate un amico confidente, informatelo di
+quanto v'ho detto, e fate che s'incontri col maestro. Dichi chiamarsi
+Limoforo, sua moglie Cleria, suo figlio Antifilo; mostrar i segni, i
+tempi, l'istoria; e all'ultimo per testimonio chiamar me che
+confermerò il tutto: che vuol che se gli restituisca la figlia. Egli
+la restituirá, anzi l'ará a caro, liberandosi di averla a dotare e
+condurla seco a Roma, e liberandosi da me, ché non ha molto a caro la
+conversazion delle donne. Con questa finzione inorpellata di veritá
+l'arete nelle mani; ed egli è uomo che crede la metá piú di quello che
+se gli dice.
+
+GIACOMINO. O che sottilissima invenzione, e mi par proprio venutami
+dal Cielo, né si potrebbe mai altra imaginarsi migliore. Le mano
+all'opere.
+
+CAPPIO. Che sapete voi se Limoforo fosse morto dalla peste?
+
+LIMA. Rotto il campo, venni in Napoli; né per sovraumana diligenza che
+vi oprassi, potei mai averne contezza di lui che, per esser dottore e
+ricco, era in Napoli riconosciutissimo.
+
+GIACOMINO. O vita mia, se ti ho amata figlia d'un maestro di scola,
+quanto or debbo amarti figlia d'un gentiluomo! E veramente i costumi
+non m'hanno ingannato, che di gran lunga avanzano ogni nobiltade.
+
+CAPPIO. Non si perda piú tempo: andiamo al Cerriglio e cerchiamo
+questo futuro nuovo Limoforo.
+
+LIMA. Giacomino mio, vi raccomando la mia figlia.
+
+GIACOMINO. Non bisogna raccomandare a me le cose mie né l'anima al suo
+corpo. Cappio, batti la porta.
+
+
+SCENA III.
+
+TEDESCO, CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, BALIA.
+
+
+TEDESCO. Chi stare quelle grande asine che battere le porte delle mie
+ostellerie con tanta furia?
+
+CAPPIO. Son io; apri.
+
+TEDESCO. Avere detto bene che stare un grande asene.
+
+CAPPIO. E tu arciasino ad aprire.
+
+TEDESCO. Mi patrone, che comandare Vostre Signorie?
+
+GIACOMINO. Tedesco mio, m'hai da fare un piacere di che non ti
+pentirai.
+
+TEDESCO. Eccomi a vostre piacere.
+
+GIACOMINO. Vien questa gentildonna con la sua balia ad alloggiar nella
+vostra osteria; vorrei che ti fosse raccomandata come la mia propria
+vita.
+
+TEDESCO. Cheste stare poche servizie.
+
+GIACOMINO. Poi quando verrá suo padre a dimandarla, dirai che dall'ora
+che l'ha lasciata in quest'osteria, hanno aspettato tutta la notte
+senza cena e senza sonno.
+
+TEDESCO. Sue padre esser state cheste notte a mie ostellerie, e mi
+aver risposto che non stare alogiate in case mie.
+
+GIACOMINO. E questo è quel piacere che ricerco da te, che dichi una
+bugia per amor mio; e per questo piacere togli questo scudo e,
+riuscendo bene il negozio, da questo principio conoscerai se saprò
+remunerar bene il fine.
+
+TEDESCO. De cheste bugie noi avere grande abbondanzie e le vendemo a
+bon mercato, anzi per nulla. Noi altre tedesche avere gran privilege
+fare quanto piacere a nui, poi dire che stare imbriache.
+
+CAPPIO. Bisognarebbe, padrone, che fusse bene informato di quel che è
+passato con l'altro tedesco, acciò le risposte fossero conforme alle
+domande.
+
+GIACOMINO. Dici bene, però rèstati con queste signore e avvisa di
+tutto quello che passò nella nostra taberna; e io andrò a trovar un
+amico che finga Limoforo. Son vostro, anima mia.
+
+ALTILIA. Cor mio, non fate che, lontana dagli occhi, resti sepolta
+nell'oblivione.
+
+GIACOMINO. Voi sète piú viva nell'anima mia che non ci è l'anima
+istessa. Sparito è il mio sole, il mondo è in tenebre: come andrò dove
+debbo, senza occhi e senza luce?
+
+
+SCENA IV.
+
+LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.
+
+
+LIMOFORO. Dimmi, Lardone, minutamente e veramente il fatto come è
+andato, ch'esser non può che tu non abbi tenuto le mani in questa
+pasta.
+
+ANTIFILO. Comincia a narrar il fatto per lo filo.
+
+LARDONE. Se mi perdonate un fallo che ho commesso in questo fatto,
+strassinato dalla gola, vi spianarò il tutto in due parole.
+
+LIMOFORO. Se dici il vero, ti sará perdonato.
+
+LARDONE. E che sicurtá me ne date?
+
+ANTIFILO. Io sarò il tuo mallevadore.
+
+PEDANTE. Ed io il tuo fideiussore.
+
+LARDONE. Se bene il gastigo che merito saria molto, pur perché non è
+altro che una burla, merito piú liberamente il perdono. Giacomino,
+mentre studiò leggi in Salerno, amò saldamente e onestissimamente
+Altilia sua figliuola, desiderandola piú tosto per sua sposa che per
+amore; e volendo andare il mio padrone in Roma, quando passava per
+Napoli, mi commandò che io n'andassi al Cerriglio per preparargli
+l'alloggiamento; e per mia mala sorte venendo qui, m'incontrai con
+Cappio. ...
+
+LIMOFORO. Chi è questo Cappio?
+
+LARDONE. Il servo di Giacomino, l'inventore e l'essecutore di tutte le
+forfanterie, un che fa veder la luna nel pozzo; e gli fu posto nome
+Cappio dalla cuna, che durerá finché finirá con un cappio su la
+forca. ... Tanto fe' che mi persuase che conducessi Altilia in casa
+sua; che essendo gito il padre a Posilipo, arebbe trasformata la sua
+casa in taberna. ...
+
+PEDANTE. O mirabile excogitatum, o inventum diabolicum: una bestia
+venir in una stalla di Napoli per accoppiarsi con un'altra bestia!
+
+LARDONE. ... Venne Altilia in Napoli; la condussi in casa di Giacomino
+col suo padre, invece del Cerriglio. ...
+
+PEDANTE. Ed io inscio et errabundo venni in questa taberna; e fummo
+ricevuti con sedulo servizio e uberrimo apparato.
+
+LARDONE. ... Poi con iscusa di portar le restanti robbe, tornammo a
+dietro e lasciammo Altilia e la balia nella taberna. Venne allor il
+padre da Posilipo: fu necessario che sparisse la taberna; e tornando
+io e il maestro, ché non si scoprisse l'astuzia, fummo discacciati
+dalla casa. ...
+
+PEDANTE. Per cosí nefando flagizio meritaresti che fussi legato in un
+asino al roverscio, con le braccia recinte al tergo, disnude, e poi da
+uno inflammabondo e irabondo carnefice instantemente con un flagello
+acuto fussi gastigato e con belluina rabie cruentato, adeo ut, usque
+donec, finché querulo, miserabili eiulatu, efflassi la tua nefanda
+animula. Ma che prima fusse disradicata la tua insaziabil mandibula
+infin dalle fauci, che mai potessi abligurire. Ma vegnamo al quatenus.
+
+LARDONE. ... Questo è quel peccato del quale v'ho chiesto da prima il
+perdono e che la gola mi aveva condotto a fare. La qual, ora, è tanto
+vacua quanto mi pensava che or di soverchio mi doveva esser piena.
+
+LIMOFORO. Or, perché hai detto il vero, ti si perdoni.
+
+PEDANTE. Restò dunque Altilia e la balia, la notte, in poter di
+Giacomino?
+
+LARDONE. Come v'ho detto.
+
+PEDANTE. Saran giá venuti all'illecebre amorose, agli amplessi
+cupidinei e a' bagi desiderati! Come farem dunque per riconoscerla?
+
+LIMOFORO. Poiché non potiamo entrare nell'altrui case senza licenza
+del Regente, andiamo, informiamolo del fatto, ché ne doni licenza
+d'entrare in casa sua e porgli le mani adosso.
+
+LARDONE. Andiamo a dormire.
+
+PEDANTE. Abbiam piú voglia d'uccidere che di dormire.
+
+LARDONE. Giá s'è dato fuoco alla mina; poco stará a scoppiare e far
+andar per l'aria l'inganno di Giacomino, se Cappio non rimediará con
+alcun'altra contramina.
+
+
+SCENA V.
+
+GIACOMINO, PSEUDONIMO.
+
+
+GIACOMINO. Tu sai, Pseudonimo mio, se mi son sempre affaticato ne'
+tuoi commandi; né mai ne feci tanti che non mi fosse restato desiderio
+di farne de maggiori.
+
+PSEUDONIMO. Né io ho cessato di ricevergli, perché ho sempre avuto
+desiderio de riservirceli: ché colui che rifiuta i servigi mostra che
+non si diletta di farne ad altri; ed io resto vinto da tante cortesie,
+e tanto piú mi sono stati cari quanto che gli ho ricevuti senza
+dimandargli.
+
+GIACOMINO. Ricordatevi ancora.
+
+PSEUDONIMO. Non bisogna rammentarmi i benefici, né tanti prieghi né
+tante parole, di forza che mi spingano piú degli oblighi che vi debbo.
+
+GIACOMINO. E sempre dove conoscerò servirvi, ancorché v'andasse la
+vita, non mancarò mai.
+
+PSEUDONIMO. Queste vostre tanto amorevoli offerte le pagherò ben io
+con piú efficaci operazioni.
+
+GIACOMINO. Ed or avendo bisogno di fidarmi d'un amico per tormi
+dinanzi l'ostacolo di Antifilo, ho eletto voi fra i piú cari; poiché
+in voi concorrono tutte quelle parti che sono necessarie in questo
+effetto: voi forastiero non conosciuto in Napoli, sagace, accorto,
+ricco di partiti e da sapersi risolvere in ogni occorrenza; talché
+stimo sicuramente che voi sarete il principio, mezo e fine d'ogni mio
+contento.
+
+PSEUDONIMO. Voi non potevate trovar uomo che volesse e potesse
+servirvi meglio di me: ho animo e rissoluzione. Fate che me si mostri
+quell'uomo, ché mi confido potervi condurre Altilia in casa vostra.
+
+GIACOMINO. Io non vorrei che confidaste tanto in voi stesso, perché
+sogliono occorrere nel fatto cose che non si pensano mai: bisogna
+pensar prima a quello che ne potrebbe occorrere.
+
+PSEUDONIMO. Non bisogna trovar il medico prima che venghi la malatia;
+né io mi curo di pericoli che siano per avvenirmi, purché di me
+restiate sodisfattissimo.
+
+GIACOMINO. Ricordatevi i nomi delle persone e dell'osteria e de' segni
+delle persone.
+
+PSEUDONIMO. So ogni cosa tanto bene che lo potrei insegnare a voi, e
+occorrendo rispondere ad alcuna cosa che io non sappi, non sarò tanto
+goffo che non sappia risolvermi.
+
+GIACOMINO. Andiamo verso il Cerriglio, ché lo troveremo. Intanto io
+andrò rammentando l'istoria, i nomi e i segni delle persone.
+
+
+SCENA VI.
+
+LIMOFORO, CAPITANO, PEDANTE, GIACOCO.
+
+
+LIMOFORO. Poiché il Regente ci ha favorito nella giustizia e ordinato
+che si cerchi la casa di Giacoco, e ritrovandovisi Altilia e la balia,
+si menino a casa nostra, e Giacomino in Vicaria; se avanzarete di
+diligenza in esseguir questo mandato, noi avanzaremo nel premio di
+quel che vi si deve.
+
+CAPITANO. Mostratemi la casa e vedrete ch'io vi servirò di buona
+voglia e di miglior fede. Ma siate sicuro che Giacoco è un grand'omo
+da bene.
+
+LIMOFORO. Per questa volta la bontá del padre poco valerá alla
+cattivitá del figlio.
+
+PEDANTE. Me subscribo alla vostra sentenza.
+
+LIMOFORO. Maestro, mostratici la casa.
+
+PEDANTE. Ecco la malefica, prestigiosa, personata e larvata taberna
+che parvo tempore, instantulo, si metamorfeo in casa d'un viro probo;
+che se fosse nell'etá degli errabondi circumvaganti cavalieri di
+Gallia, direi che fosse un de' palaggi incantati di Amadis de Gaula,
+ove io con ludibriosa ludificazione, merente e lamentabile, ne fui
+expulso. _Tic, toc._
+
+GIACOCO. Che buoe, capitanio, frate mio, che con tanta auterezza e
+sobervia e con tanti sbirri vieni a scassar le porte della casa mia,
+manco se fussemo dello Mandracchio o dello Chiatamone?
+
+CAPITANO. Cosí m'è stato ordinato dal Regente della Vicaria.
+
+GIACOCO. Che bolete, in concrusione?
+
+LIMOFORO. La figlia e la balia di costui.
+
+GIACOCO. In casa mia non c'è autro ca na vaiassella, carosa,
+coccevannella, cacatalluni; e se ci truovi autra perzona, voglio che
+de zeppa e de pésole me portate presone.
+
+LIMOFORO. Capitano, entrate e fate l'offizio vostro. Non ti bisogna
+recalcitrare con la giustizia.
+
+GIACOCO. Ommo da bene mio, che hai a fare con la casa mia?
+
+PEDANTE. Io venendo in Napoli per ospitare al Cerriglio, vostro
+figlio--o maximum scelus!--ha posto una maschera a questa casa e ne
+fece un xenodochio, dove lasciai la mia sobole con la balia; poi
+tornando con le reliquie delle robbe, la taberna evanisce e trovai la
+mia figlia sincopata.
+
+GIACOCO. Che era deventata copeta?
+
+PEDANTE. Sincope de medio tollet quod epentesis auget. Dico
+«sincopata», ché avendola lasciata nella taberna, non ci trovai la
+figlia né la balia: audistine?
+
+GIACOCO. Noi poco avemo abbesogno de sse gramuffe. Ma io non t'aggio
+fatto accompagnare allo Cerriglio che la cercassi?
+
+PEDANTE. Testor tutti i celicoli e i terricoli che non ce la trovai,
+et testor quel rutilante sidereo lume ch'io ne rimasi absorto e
+dementato.
+
+CAPITANO. Padron, qui non son donne, altro che una fanciulla.
+
+GIACOCO. Iate into allo Cerriglio; cercate meglio, ca la trovarite.
+
+PEDANTE. Orsú, drizzamo colá il nostro gresso.
+
+LARDONE. Ecco il Cerriglio; io batto. _Tic, toc._
+
+
+SCENA VII.
+
+TEDESCO, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.
+
+
+TEDESCO. Got morgon.
+
+PEDANTE. Chiama il dio Demogorgone, bono augurio. Bona dies et annus!
+
+TEDESCO. Che volere, care padrune, de cheste ostellerie?
+
+PEDANTE. Duo verbiculi.
+
+TEDESCO. Non avere vermicoli cca.
+
+PEDANTE. Siam qui venuti con passo celere et pernice.
+
+TEDESCO. Non stare cca pernice né fasane; ire a cheste altre
+ostellerie.
+
+PEDANTE. Voi conoscete me?
+
+TEDESCO. Si certe: voi stare quel Tutto Merde Stronze de patriarche.
+
+PEDANTE. Io mi chiamo Tito Melio Strozzi gimnasiarca. Non venni
+iersera ad ospitare in questo vostro ospizio?
+
+TEDESCO. Dico ca mie ostellerie non stare ospitale; e veneste con uno
+imbriago che se bevé tutte le vine de mie ostellerie.
+
+PEDANTE. Aedepol, maxime verum!
+
+TEDESCO. Bevé vine fauzamiche, scippacapil, moscatelle, trebiane e
+vine falanghine de Pezzulle; e dicere vui che tutti li vini che
+finivano in «ano», tutti stare vini eccellenti.
+
+PEDANTE. Sí bene.
+
+TEDESCO. Poi dicere ca volive ire a portare li sopraletti.
+
+PEDANTE. Le suppellettili, dissi.
+
+TEDESCO. E intanto apparecchiasse una cena da fregare.
+
+PEDANTE. Dissi:--Una cena frugale.--Non ti ho lasciato qui due donne?
+
+TEDESCO. Sí bene; e avere aspettate vui tutte le notte senza cena e
+senza dormire.
+
+PEDANTE. Non fui io qui a prestolar questa mia figlia?
+
+TEDESCO. Voi non avete prestato figlie a me, ma sobole e bálice.
+
+PEDANTE. La mia sobole e balia.
+
+TEDESCO. E tornaste a portar mule e giumente.
+
+PEDANTE. Dissi:--Et alia muliebria indumenta.
+
+TEDESCO. Vui parlare con me d'une linguaggie turchesche, biscaino; e
+me nit intender.
+
+PEDANTE. Mi dicesti che non v'erano donne, e mi serrasti le ianue nel
+volto.
+
+TEDESCO. E mi stare ancora mezze imbriaghe, facere brindese con mie
+compánie, e tutta la notte stare a scazzare.
+
+ANTIFILO. Queste son cose da far diventar pazzo altro cervello che non
+è il mio! Voi parlate con tutti come se parlaste con i vostri scolari:
+questo è che vi fa cadere in molti errori; che nuovo genere di pazzia
+è questo?
+
+PEDANTE. Io non vuo' contaminare e imbastardire il mio mero
+ciceroniano eloquio, con il vostro vernaculo, della piú eccellente
+frase che si trova e ornato tutto delle figure di Ermogene.
+
+LIMOFORO. Fate venir le donne.
+
+TEDESCO. Le donne mò venire. Bisogna pagar le ostellerie del vine che
+si ha bevute quell'imbriago e dell'alloggiamento delle donne.
+
+LIMOFORO. Quanto debbiamo per questo?
+
+TEDESCO. Duie ducate per le vine bevute, mez ducate per la stanza
+delle donne e mez altre per il buon pro vi fazze.
+
+LIMOFORO. Eccoli.
+
+ANTIFILO. Maestro, come dite che vi sieno state trabalzate le donne,
+se le trovate nel luogo dove le lasciaste?
+
+LIMOFORO. Non ci ha detto Lardone che Giacomino l'avea ricevute in
+casa sua, mettendo la sua casa in taberna?
+
+PEDANTE. Io resto absorto e trasecolato: cose da insanire! Ma avendo
+la mia figlia, son compote d'ogni mio desiderio.
+
+ANTIFILO. Certo, che saranno invenzioni di Cappio; ma pur che abbiamo
+le donne, non si parli piú del passato.
+
+
+SCENA VIII.
+
+ALTILIA, LIMA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.
+
+
+ALTILIA. O caro mio padre, come m'avete abbandonata cosí sola e con
+tanto mio poco onore? ché, se non avesse avuta la mia balia meco,
+m'avreste trovata morta di dispiacere.
+
+PEDANTE. Ecco che non m'ave abbandonata l'opifera speme, che giá era
+per essalar l'anima! Tanto timor m'avea invaso d'averti smarrita che
+stimava mai piú vederti; or possedo quanto l'animo mio ha concupito.
+
+LIMA. Senza cena e senza sonno non abbiam mai chiuso occhi per timore.
+
+PEDANTE. Limoforo, secondate a favorirmi, ché «melius est non
+incipere, quam ab incepto turpiter desistere».
+
+LIMOFORO. Voi entrate in casa mia con le donne e riposatevi, mentre
+noi andremo attorno col capitano a prender Giacomino che, secondo m'ha
+referito Lardone, egli è stato l'autore dello strattagemma.
+
+ANTIFILO. Ed io restarò in casa a far compagnia alle donne.
+
+LIMOFORO. Tu vieni meco, ché il maestro ará cura di loro: che come
+aremo Giacomino in Vicaria, cercheremo come passò il fatto e,
+trovatolo colpevole, cercheremo il modo come le sia restituito l'onor
+suo.
+
+ANTIFILO. Ma bisogna si facci il tutto con prestezza, ché Cappio con
+un'altra nuova invenzione non ce la ritoglia dalle mani.
+
+LIMOFORO. Andiamo.
+
+ANTIFILO. Io in tanto aggiaccio e ardo: aggiaccio per la tema e ardo
+per la speranza.
+
+PEDANTE. Ite bonis avibus. Figlia, entriamo in casa.
+
+
+SCENA IX.
+
+GIACOMINO, PSEUDONIMO, PEDANTE.
+
+
+GIACOMINO. Una bugia ben detta è madre dell'inganno...
+
+PSEUDONIMO. ... ed è sorella carnale del verisimile.
+
+GIACOMINO. All'amante è lecito usar ogni inganno e astuzia per
+conseguir la sua amata.
+
+PSEUDONIMO. L'inganno è tanto verisimile che non mi dispero della
+riuscita.
+
+GIACOMINO. Veramente le donne sono mirabili nelle invenzioni cattive,
+come nelle buone non vagliono nulla; e meglio quelle che sovvengono
+all'improvviso che le studiate.
+
+PSEUDONIMO. «D'inganno e di bugie si vive tutto il die, di bugie e
+d'inganno si vive tutto l'anno».
+
+GIACOMINO. Di grazia, stiate in cervello che non andiamo per ingannar
+altri e noi restiamo gl'ingannati; ché l'inganno molto mi preme.
+
+PSEUDONIMO. A me non sol preme ma m'opprime.
+
+GIACOMINO. Pseudonimo, vedete quel vecchio vicino alla porta? quello è
+desso; accostatevi.
+
+PSEUDONIMO. M'accostarò pian piano. Questa è la casa che m'è stata
+insegnata? Dimanderò costui; forse me ne dará contezza. O padrone!
+
+PEDANTE. Hem, quid est? domine, quid quaeris? perché infixis oculis e
+con petulante obtúto mi guardate?
+
+PSEUDONIMO. Se mi sapeste dar nuova d'un Tito Melio Strozza
+gimnasiarca.
+
+PEDANTE. (Costui non potrá esser se non un gran letterato e mio
+devoto, sapendo il mio prenome, nome, cognome e officio). Quem
+quaeritis, adsum.
+
+PSEUDONIMO. Voi dunque sète quel ch'io dimando?
+
+PEDANTE. Quellissimo--un superlativo volgarizato.
+
+PSEUDONIMO. O mia ventura che l'abbi trovato al primo.
+
+PEDANTE. Che prestolate da me?
+
+PSEUDONIMO. Cose d'importanza; né posso dirlevi se non ho prima piú
+certa informazione della sua grandezza e mirabil sua sapienza.
+
+PEDANTE. (Costui è un gran rettorico, perché al principio capta la
+benevolenza con le lodi). Non vedete la digna imperio facies? la mia
+maestosa presenza? e che tutti cominus et eminus mi riveriscono?
+
+PSEUDONIMO. O amatissimo e venerabil Tito Melio Strozza gimnasiarca!
+In quanto obligo mi trovo: mi trovo in un obligo obligatissimo,
+obligato in modo senza potermene sciorre.
+
+PEDANTE. Dic, quaeso, di che cosa?
+
+PSEUDONIMO. Che senza altra richiesta m'avete raccolta e allevata una
+mia figliola, e con tanta diligenza e dottrina che non averei potuto
+allevarla io che le son padre.
+
+PEDANTE. Chi sète voi?
+
+PSEUDONIMO. Per non tenervi a bada, io son Limoforo, padre di Aurelia
+che voi m'avete nodrita.
+
+PEDANTE. Voi, voi Limoforo?
+
+PSEUDONIMO. Io, io Limoforo al vostro servigio.
+
+PEDANTE. Di che cognome?
+
+PSEUDONIMO. De' Pignattelli.
+
+PEDANTE. Quanto tempo è che la perdeste?
+
+PSEUDONIMO. D'intorno a dicisette anni.
+
+PEDANTE. Di che etá era la figliuola?
+
+PSEUDONIMO. Di tre anni incirca.
+
+PEDANTE. Avea alcun'altra donna al suo famulizio?
+
+PSEUDONIMO. Una sua balia chiamata Lima.
+
+PEDANTE. Voi come la perdeste?
+
+PSEUDONIMO. Nel tempo della peste di Napoli, io appestato con la mia
+moglie e figli fummo portati al lazaretto a San Gennaro, dove morí mia
+moglie e il figlio, e restò la casa sola; e la balia, per timore che
+non sortisse la medesima sciagura, se ne venne a Salerno.
+
+PEDANTE. Come sète stato tanto tempo a non cercarla?
+
+PSEUDONIMO. Come fui guarito, tornai a casa e la trovai tutta
+svaliggiata. E perché non era ancor la peste estinta, andai a Surrento
+mia patria, ove son dimorato molti anni; ritornato, feci ogni
+diligenza per aver novella di lei o della sua balia. Or avutane
+novella, son stato a Salerno per ritrovarvi; e m'han riferito che
+eravate in Napoli nell'osteria del Cerriglio, per passare in Roma; e
+ora ho inteso ch'eravate a questa casa.
+
+PEDANTE. Sapete alcuni stimmati ch'aveva ella nella persona?
+
+PSEUDONIMO. Nella mano sinistra una ferita che le fe' la balia,
+cadendole dalle braccia; e un nevo rosso nella destra del collo, che
+fu gola di sua madre d'una cirieggia.
+
+PEDANTE. Rivolgendomi per le cellule della memoria le cose prima
+recensitemi da Lima, si conformano con tutte queste: estimo absque
+dubio che costui sia il suo vero padre.
+
+PSEUDONIMO. Se la balia fosse viva, sarei certissimo che mi
+conoscerebbe e sarebbe buon testimone della mia veritá.
+
+PEDANTE. La balia è viva; e curriculo l'andrò a chiamare.
+
+PSEUDONIMO. Ma ditemi, di grazia, come Aurelia mia venne in poter
+vostro?
+
+PEDANTE. La balia, fuggendo da Napoli, venne a Salerno ad alloggiar
+vicino alla mia casa. Io veggendo quella puellula di precellente
+figura, con una cesarie aurea, con cincinni capreolati e vertigini
+errabondi, d'una preclara indole che mi presaggiva la nobiltá del suo
+sangue, mi rapí ad amarla e nodrirla come propria mia figlia.
+
+PSEUDONIMO. Io mi sforzarò pagarvi le spese fatte in quanto posso; ché
+son certissimo che, per pagarvi l'amor con che l'avete allevata, non
+sarei bastante pagarlo mai, se non con obligo di avervi a servir
+mentre son vivo.
+
+PEDANTE. Io non vo' altri riscontri che sia vostra figlia; e ve la
+ritorno volentieri, per essere io di genio molto alieno dalla natura
+muliebre; e avendo a conferirmi in Roma, mi sarebbe molto incomodo
+condurvi donne; né essendo cumulato de' beni della fortuna, come
+potrei dotarla?
+
+PSEUDONIMO. Io non so se sogno o se son desto, poiché conseguisco
+cosa, in un punto, che ho desiderato dicisette anni. Di grazia,
+chiamatela ché la veggia, ché ogni momento mi par mill'anni.
+
+PEDANTE. Lima, Lima, vien qui con Altilia.
+
+
+SCENA X.
+
+LIMA, ALTILIA, PEDANTE, PSEUDONIMO.
+
+
+LIMA. Che commandate, padrone?
+
+PEDANTE. Chiama qui fuori Altilia.
+
+ALTILIA. Eccomi, che commandate, padre?
+
+PEDANTE. Lima, conosci quel gentiluomo?
+
+LIMA. Mi par di conoscerlo e di non conoscerlo. Giá mi par di
+conoscerlo; ma non so dove... .
+
+PSEUDONIMO. Mirami bene.
+
+LIMA. Or lo raffiguro assai meglio. O Cielo, questo è Limoforo mio
+antico padrone!
+
+PSEUDONIMO. O Lima, ch'io subito in vederti t'ho riconosciuta!
+
+LIMA. O padron caro, lascia che ti baci questi piedi e queste mani.
+
+PSEUDONIMO. Lascia che mi consoli un poco con mia figlia.
+
+PEDANTE. Altilia, riconosci il tuo vero padre?
+
+ALTILIA. Io mai ebbi altro padre che voi.
+
+PEDANTE. Io son stato tuo padre equivoco; questi è tuo padre univoco.
+
+PSEUDONIMO. Figlia, non posso piú tenermi che non ti abbracci. O
+figlia ritrovata a tempo, quando meno sperava di ritrovarti!
+
+PEDANTE. Figlia, questo è quel tuo vero padre qual io stimava morto di
+peste.
+
+ALTILIA. Padre, se non son venuta tosto a farvi riverenza, è stato che
+io ho sempre stimato che costui fosse il mio vero padre.
+
+PSEUDONIMO. Lascia che t'abbracci un'altra volta, o cara figlia.
+
+ALTILIA. E ch'io di nuovo ti baci le mani, o mio carissimo padre.
+
+PEDANTE. O che lacrime stillanti dagli occhi per tenerezza!
+
+PSEUDONIMO. Questo mi par incredibile, e pur è possibile per mia
+ventura, carissimo Tito Melio. Io non veggio mai l'ora di portarmela a
+casa e consolarmi pienamente con lei; però datimi licenza, ché fra due
+ore sarò con voi: ragionaremo del merito, e dell'obligo che vi devo, e
+degli amorevoli offici prestiti a mia figlia, acciò prima che partiate
+di qua per Roma, conosciate la mia affezione. Vi prego che mangiamo
+insieme questa mattina in questa casetta, la qual da oggi innanzi sará
+piú vostra che mia.
+
+ALTILIA. Padre mio, non mi abbandonate e non mi private di voi cosí
+presto. Desidero che oggi ci riveggiamo insieme, e rendervi le grazie
+di tanti favori e grazie che in tanto tempo m'avete fatte in casa
+vostra.
+
+PEDANTE. Silenzio; faciam. Andate, ch'oggi ci rivederemo; ché vuo' dar
+conto a questi gentiluomini che m'han tanto favorito, di quanto è
+successo.
+
+PSEUDONIMO. A rivederci.
+
+PEDANTE. A rivederci.
+
+
+
+
+ATTO V.
+
+
+SCENA I.
+
+PEDANTE, ANTIFILO, LIMOFORO.
+
+
+PEDANTE. Delibúto d'un insueto e subitaneo gaudio dell'insperato
+successo, sento la mia persona eliquarsi in lacrime, che son quasi
+prolapso in una epilepsia d'allegrezza, talché sono inabile a
+soccombere al peso; poiché senza dispendio e senza aver a far
+scrutinio d'un marito probo per collocare Altilia mia, l'ho restituita
+al genuino suo padre. La donna in casa è un certum malum e una
+verecundia incerta.
+
+LIMOFORO. Di grazia, fatemi partecipe di tanta vostra allegrezza.
+
+PEDANTE. È venuto il padre d'Altilia mia: ce l'ho restituita e son
+evaso da un tanto discrimine.
+
+ANTIFILO. Dunque, Altilia non è vostra figlia?
+
+PEDANTE. D'amor sí bene, ma da me non ingenita.
+
+LIMOFORO. E come venne, ditemi di grazia, in poter vostro?
+
+PEDANTE. Vi dirò laconice, con brevi parole ma succiplenule. Venne in
+Salerno, fuggente il grassante contagio napolitano, una pedissequa
+ch'avea prestato il latticinio ad una puerula di facie spectanda et
+insuper iucunda, la quale abitava nella mia vicinia. Io
+circumspectando questa virguncula con uno inflexo et pertinace obtúto,
+la scorgeva d'una modestosa e maestosa indole. Eran le parti del suo
+corpo con una suprema eleganzia armonizate. Resideva negli occhi sui
+una coruscante luce siderea con certi igniculi vivaculi spirantino
+l'eleganzia del suo ingegno. Le guancie eran di latte, invermigliate
+di purpuree rose. Vernavano nel volto i flosculi della sua futura
+pulcritudine. Era d'un blando eloquio. La bocca con certi labricoli
+che traean da lunge morsicanti e sorbicoli baci; con certe toberose
+mammelle e lattabonde. Crescendo poi nell'etá florulenta, crebbe molto
+morigerata e guardinga dell'onor suo. Io le presi affetto paterno,
+come propria uscita dal mio alveo; ricevei ella e la balia nel mio
+contubernio e ne presi il tirocinio: l'ho imbuta di varie lettere e
+lingue dagli incunabuli. Dicevami la balia esser nata nobile; e
+ritrovandosi forse il padre, n'arebbe ricevuto da lui de' prestiti
+alimenti non picciola ricompensa. Io non ebbi mai moglie, che ho amato
+le donne d'un amor socratico o platonico. Or essendo venuto il
+prelibato suo padre, l'ha riconosciuta; e io doppo le debite richieste
+gli l'ho restituita.
+
+ANTIFILO. Dubito che non siate stato ingannato.
+
+PEDANTE. Non posso esser stato deluso, perché era uomo circonspetto
+con le mani chiroticate: da segni della figliuola e dell'istoria della
+sua vita, me ne rendei certo; ma pur, dubitabondo e renuente, chiamata
+la balia e seco confabulando, si riconobbero insieme. E senz'altra
+replica gli consegnai l'una e l'altra.
+
+ANTIFILO. (O morte, perché non m'uccidi? Mi sono affaticato tutto oggi
+per scapparla dalle mani di Giacomino e dalle trappole di Cappio,
+fatto venir il padre da Posilipo, mandato uomini alla taberna, fatto
+cercarla dal capitano; alfin ridotta in casa mia, con nuovi inganni me
+l'han robbata. O speranze, o vani pensieri d'innamorati, come
+spariscono in un momento! o cose del mondo come sète varie e
+instabili!). Maestro mio, dalle cose da voi dette io non posso in
+alcun modo persuadermi che voi non siate stato ingannato. Come sono
+accadute tante cose in un'ora, che son state sepolte tanto tempo? come
+in questo ponto è venuto il padre da casa del diavolo per torvela?
+Poiché la casa di Giacomino si trasformò in taberna, come cercata al
+Cerriglio non v'era, e poi cercata di nuovo si trovi, e subito
+ricuperata è stata subito rubbata? Stimo che giochino a chi sa meglio
+trappoleggiare.
+
+LIMOFORO. Come disse che si chiamava suo padre, sua madre e la
+fanciulla?
+
+PEDANTE. Il padre, Limoforo; la madre, Cleria; e la fanciulla,
+Aurelia.
+
+LIMOFORO. Voi perché la chiamate Altilia?
+
+PEDANTE. Per esser cresciuta alta e procèra della persona e della
+virtú, l'ho posto nome Altilia.
+
+LIMOFORO. (Io mi sento un certo spirito favellar nel core che costei
+sia mia figlia. Che favellare? anzi sollecitare e spingere a saperne
+il vero). Ditemi, ove è costui che dice esser suo padre?
+
+PEDANTE. Egli è introgresso in questa domuncula seu domicilio.
+
+LIMOFORO. Di grazia, chiamatelo, che tutto fia per vostro bene.
+
+PEDANTE. _Tic, toc, tic._
+
+
+SCENA II.
+
+PSEUDONIMO, LIMOFORO, PEDANTE, ANTIFILO.
+
+
+PSEUDONIMO. Che commandate, mio carissimo maestro?
+
+PEDANTE. Questo gentiluomo ha caro ragionarvi.
+
+ANTIFILO. (O che cèra di manigoldo, che malencolia, che occhi ficcati
+in dentro piccioli, che naso grifagno! E come in corpo sí mostruoso
+può albergar anima che buona sia?).
+
+PEDANTE. (In anima malevola non intrabit sapientia).
+
+PSEUDONIMO. Eccomi al vostro commando.
+
+LIMOFORO. Desidero sapere il vostro nome.
+
+PSEUDONIMO. Io? Limoforo.
+
+LIMOFORO. Di che cognome?
+
+PSEUDONIMO. Pignattelli.
+
+LIMOFORO. Di che cittá?
+
+PSEUDONIMO. Di Surrento, se ben ho abitato in Napoli.
+
+LIMOFORO. Quando venisti in Napoli?
+
+PSEUDONIMO. Iersera.
+
+LIMOFORO. La cagione?
+
+PSEUDONIMO. Ebbi novella ch'una mia figliuola e balia che gran tempo
+non avea viste, erano in Napoli.
+
+LIMOFORO. Come le perdeste?
+
+PSEUDONIMO. Essendo la peste in Napoli, m'appestai io, la moglie e il
+figlio, e fummo strassinati al lazaretto; restò la casa sola; morí la
+moglie e il figlio. Tornando in Napoli trovai la casa vuota di uomeni
+e di robbe; mi ricovrai in Sorrento, né piú mai ebbi contezza della
+figlia o della balia.
+
+LIMOFORO. (Questo è un altro me; anzi se ricorda delle cose che non me
+ne ricordo io). Ma ditemi un poco, come si chiamava la moglie?
+
+PSEUDONIMO. Cleria.
+
+LIMOFORO. Il figlio?
+
+PSEUDONIMO. Antifilo.
+
+LIMOFORO. La balia?
+
+PSEUDONIMO. Lima.
+
+LIMOFORO. Di che tempo era la figliuola?
+
+PSEUDONIMO. Di duo in tre anni.
+
+LIMOFORO. Avea alcun segno la figliuola nella persona?
+
+PSEUDONIMO. Una ferita nella man sinistra che si fe' cadendo dalle
+braccia della balia; e una macchia rossa, nella mammella destra, che
+diceva essere una gola d'una cirieggia della madre.
+
+LIMOFORO. Dico che a puntino accadde questo a me nel tempo della peste
+di Napoli; e quanto tu hai detto di te stesso, tutto quello son io. Io
+Limoforo Pignatello di Surrento, io m'appestai con la moglie e il
+figlio: morí mia moglie, restò la casa sola con Aurelia e la balia
+Lima; e guarito, tornando trovai la casa vuota e sbaliggiata e mi
+ricovrai in Surrento; e la figlia avea quella ferita e macchia ch'hai
+tu detto. O che tu sei diventato me o che io son diventato te.
+
+PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né son altro diventato.
+
+LIMOFORO. Forse ci siamo scambiati insieme.
+
+PSEUDONIMO. Mai viddi uomo tanto simile a me che mi fusse scambiato in
+lui.
+
+LIMOFORO. Forse siamo un'anima in duo corpi?
+
+PSEUDONIMO. L'anima mia stette sempre con me, né si partí mai dal
+corpo mio per animarne un altro.
+
+PEDANTE. Se fussimo al tempo di Pittagora, che diceva che morendo uno
+l'anima di quello transmigrava in un altro, io direi che costui fusse
+morto e l'anima sua passata nel tuo corpo; ma questi è vivo.
+
+LIMOFORO. O tu sei me o io son te.
+
+PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né fui mai te.
+
+LIMOFORO. Quanto voi avete detto di voi, tutto è impossibile.
+
+PSEUDONIMO. Come impossibile, s'è stato, è e sará sempre?
+
+PEDANTE. (Hem, quid audio?).
+
+ANTIFILO. (Che dite voi di questo fatto, il mio caro maestro?).
+
+PEDANTE. (Quid dicam vel quid cogitem, nescio. Dubito sia un paradosso
+di furfantaria, e noi restaremo condennati alle spese. Se fosse stato
+un avocato, non arebbe potuto dir tante bugie in un attimo).
+
+ANTIFILO. (Oimè, dubito che Altilia d'innamorata mi diverrá sorella!).
+
+PSEUDONIMO. Io son calato giú per farvi grazia.
+
+LIMOFORO. Anzi, per mia disgrazia. Volete voi saper chi sète, volete
+che ve lo dica?
+
+PSEUDONIMO. Io so ben chi sono, né bisogna che mi sia detto.
+
+LIMOFORO. Tu non sei Limoforo; ma vorresti esserci per ingannar me,
+che sono il vero Limoforo.
+
+PEDANTE. Tarde venisti, domine.
+
+PSEUDONIMO. Son venuto molto presto, piú che aresti voluto; e mal per
+voi.
+
+LIMOFORO. Tu veramente sei un furfante, un truffatore.
+
+PSEUDONIMO. Voi molto vi discomponete verso di me.
+
+LIMOFORO. Perché n'ho ragione.
+
+PSEUDONIMO. Che ragione?
+
+LIMOFORO. Che per tormi la figlia, m'hai occupato il nome e l'esser
+mio.
+
+PSEUDONIMO. Ed io questo medesimo dirò di te.
+
+PEDANTE. Mira che viso invetriato! Tu sei un spurio e adulterino
+Limoforo.
+
+LIMOFORO. E ti basta l'animo di negarlo?
+
+PSEUDONIMO. Sí ben, perché dico il vero.
+
+ANTIFILO. Va' t'appicca.
+
+PSEUDONIMO. Va' e appiccati tu che lo meriti, ché tu vuoi truffar me.
+
+ANTIFILO. Tu dici che Antifilo è morto di peste; io sono Antifilo, e
+io son vivo a tuo dispetto. Padre, meritarebbe che costui fosse preso
+da' birri e balzato in una galea.
+
+LIMOFORO. Giá tace: la veritá e la vergogna gli chiude la bocca, ché
+non sa che rispondere.
+
+PEDANTE. Meritarebbe che questo falsiloquo fosse ben castigato.
+
+PSEUDONIMO. Ascoltate la veritá.
+
+LIMOFORO. Ascoltiamo che dice la bocca della veritá.
+
+PSEUDONIMO. Chiamiamo la balia; ella chiarirá chi sia il vero Limoforo
+di noi duo.
+
+LIMOFORO. Che si chiami.
+
+PSEUDONIMO. _Tic, toc, tic._ Cala qua giú, Lima.
+
+
+SCENA III.
+
+LIMA, PEDANTE, PSEUDONIMO, LIMOFORO, ANTIFILO.
+
+
+LIMA. Che commandate, signor Limoforo mio padrone?
+
+PSEUDONIMO. Che dichi chi di noi sia veramente Limoforo.
+
+LIMA. Che dimande son queste? voi sète Limoforo, il mio antico
+padrone.
+
+PSEUDONIMO. Chi è costui che mi sta presso?
+
+LIMA. Io non lo conosco, ...
+
+LIMOFORO. Non mi conosci, eh! e io subito, in veder te, t'ho
+riconosciuta. Ma raffigurami meglio.
+
+LIMA. ... né tampoco mi ricordo avervi giamai visto.
+
+LIMOFORO. Non ti ricordi del tuo antico padrone Limoforo?
+
+LIMA. Signor Limoforo...: dico, forastiero, veramente che non vi
+cognosco.
+
+LIMOFORO. Pur mi chiami Limoforo; e tu non volendo, a tuo dispetto la
+lingua ti manifesta i secreti del core. Ma questi chi è?
+
+LIMA. Limoforo Pignatelli, marito di Cleria mia padrona, il qual
+avendolo stimato morto col suo figlio, ho sempre onorata la sua morte
+con molte lacrime.
+
+PEDANTE. Dii boni, quid audio? or in me regresso conosco che son stato
+deluso.
+
+LIMOFORO. Ecco che mentre piú ti raffiguro, ti vedo nel fronte il
+segno di quella ferita che ti fe' Cleria mia moglie, quando ti cadde
+Aurelia di braccio. Ma dimmi, nuovo Limoforo, come si chiamava il
+marito di Lima?
+
+PSEUDONIMO. Che imperio avete sopra di me, che sia costretto a
+rispondere a quanto mi dimandate? Non me ne ricordo.
+
+LIMOFORO. Tu non lo pòi sapere, che mai conoscesti Lima né Limoforo.
+Ma dimmi, Lima, non ti trovò mia moglie a giacere con Barbetta nostro
+famiglio, e con un bastone ti fe' quella ferita ch'hai nella mano, ti
+cacciò di casa, e poi a preghiere d'amici fosti ricevuta? Questi
+secreti li sa questo tuo Limoforo?
+
+PSEUDONIMO. Non mi ricordo di tal cosa.
+
+LIMOFORO. Mostra la ferita ch'hai nella mano.
+
+LIMA. Non vo' mostrare le mie carni a persona del mondo.
+
+LIMOFORO. Non eri cosí quando eri giovane: ché mirandoti solo alcuno,
+prima che te lo chiedesse, ce le mostravi; e le tenevi coperte solo
+perché le mosche ti davano fastidio.
+
+LIMA. Non so quel che vi diciate.
+
+LIMOFORO. O Cielo, che non mi par di creder quel che veggio né di
+creder quel che è vero; e pur mi sento morir di desiderio di veder mia
+figlia.
+
+ANTIFILO. Lima, chiama la tua figliana.
+
+PEDANTE. Io tremo nel meditullio del mio core per tanti inopinati
+accidenti d'oggi. O Giacomino malus, o Cappio peior, o Pseudonimoforus
+pessimus! O quam malum est habere foeminas pulcherrimas in domo!
+
+
+SCENA IV.
+
+CAPITANO, GIACOMINO, PEDANTE, LIMOFORO, PSEUDONIMO.
+
+
+CAPITANO. Limoforo, eccovi Giacomino che, senza ch'io lo meni
+prigione, egli da se stesso viene ad imprigionarsi.
+
+GIACOMINO. Io non vengo qui a scusarmi, ma vengo a ricever castigo
+della mia colpa, se lo merito; se non, perdono e cortesia.
+
+CAPITANO. Limoforo, se non volete aver pietá di lui, abbiatela di suo
+padre: usateli qualche cortesia.
+
+LIMOFORO. Ma che cortesia potrá sperar da me, s'egli m'ha offeso
+nell'onore, ché so che questa notte non avrá dormito? Mi dispiace
+nell'alma d'usargli discortesia. Ma ditemi, che ho da fare?
+
+GIACOMINO. Eccomi a pagar quell'offesa con quel pagamento con che
+soglionsi pagare simili offese.
+
+LIMOFORO. Ditemi questi pagamenti.
+
+GIACOMINO. Io dal primo giorno ch'io vidi la bellezza, l'onestá, i
+costumi e un tesoro di tanti meriti e di tutte le grandezze della
+natura in vostra figlia, feci un fermo proposito, averla per moglie;
+né mai mi cadde pensiero contaminar la candidezza della sua onestá
+d'una minima macchia; e or disprezzo e aborrisco la vita avendo a
+viver senza lei, e son tutto disposto e confirmato in questo pensiero,
+che o mi la concediate per isposa o che m'ammazziate qui or ora.
+Eccomi qui genocchione, eccovi il petto e la gola: prendete quella
+vendetta che vi piace. E se forse vi par che per nobiltá o ricchezza
+non ne sia degno, ne sono almen degno per il grande amor che le porto.
+
+LIMOFORO. Giacomino, converrebbe che voi perdeste la vita in pago di
+tanto ardimento; ma questo libero procedere con me fa che con voi
+ancor liberamente proceda: come avete voi del grande in cosí grande
+eccesso, cosí voglio io ancora aver del grande in perdonarvi; e come
+uomo che stimate l'onor mio, cosí voglio ancor io stimar la vostra
+vita.
+
+GIACOMINO. Ed ancora io voglio aver del grande: di cotanto perdono
+restarvene in tutta la vita obbligatissimo.
+
+LIMOFORO. E vo' che ancora voi abbiate del grande in perdonare a me,
+che abbi commandato a prendervi prigione; ché, or sapendo le rare
+qualitá che in voi sono, come gentiluomo di onor che sète, considerate
+che in cosa dove vi sia l'onore, non si porta rispetto a persona
+alcuna.
+
+GIACOMINO. Ma che non fa amore? rompe le leggi, supera ogni difficoltá
+e fa che non si miri a nulla.
+
+LIMOFORO. Capitano, lascia costui e lega quest'altro che, avendo
+usurpata la mia persona, per cotal mentita merita un degnissimo
+castigo.
+
+GIACOMINO. Carissimo Limoforo, poiché avete perdonato la mia offesa,
+convien anco perdonar l'offesa di colui che v'ha offeso per mia
+cagione. Questo mio caro amico ha posto la vita e l'onor suo in
+periglio per aiutar me; il quale, per posseder per moglie la vostra
+amatissima figlia, m'ha servito per istrumento quando io avea posto in
+disperazione la terra per non perderla.
+
+LIMOFORO. Poiché l'ingiuria che m'ha fatta è riuscita in mio
+grandissimo onore, e ho conosciuta la mia carissima figlia, come
+cagione della mia felicitá vo' che se gli perdoni. Capitano, liberate
+quest'altro che vo' che non solo sia libero ma che ancor mi sia
+carissimo amico, perché non è piccola cosa aver un tal per amico né
+aver un tal per inimico.
+
+PSEUDONIMO. Io non so se tanto debbo vergognarmi delle cose passate
+quanto rallegrarmi delle cose presenti. Ma come potrò mai sciorme di
+tanto obligo dove oggi m'avete posto? Io me ne vo con un monte
+d'obligo sopra le spalle, pregandovi mi porga occasione di tormelo da
+dosso; mi parto.
+
+PEDANTE. La dolcedine delle recensite parole di tutti m'hanno invaso
+di tanta tenerezza che giá succresce il foco che m'avevano acceso
+negli inflammabondi precordi.
+
+GIACOMINO. Ma in tanti oblighi ch'io v'ho non isdegnate che vi
+s'accresca quest'altro, di venir a mio padre per impetrar da lui
+grazia ch'abbi passati e rotti i confini dell'obedienza, e dargli
+questa ultima sodisfazione di aver tolto moglie senza sua licenza.
+
+LIMOFORO. Faccisi quanto s'estende il mio potere in servirvi. Andiamo
+a vostro padre.
+
+GIACOMINO. Eccolo che vien fuori.
+
+
+SCENA V.
+
+LIMOFORO, GIACOCO, GIACOMINO, PEDANTE.
+
+
+LIMOFORO. Giacoco, presentiamo vostro figlio dinanzi a voi, acciò voi
+ne siate giudice d'aver a punirlo o liberarlo.
+
+GIACOCO. Io no saccio la cosa commo è iuta: sciarvogliatemi lo
+gliuómmero dallo capo, ca po ve responderaggio.
+
+LIMOFORO. Vostro figlio a tempo che studiò a Salerno, s'innamorò di
+mia figlia stimata allora figlia d'un maestro di scuola; e sapendo
+ch'oggi veniva in Napoli per passare in Roma e che doveva alloggiare
+al Cerriglio, trasformò la vostra casa in taverna con l'aiuto d'un suo
+servitore chiamato Cappio, ...
+
+GIACOCO. Chisto è lo cunto dell'uorco!
+
+LIMOFORO. ... dove fe' alloggiar mia figlia. Voi poi tornando da
+Posilipo, bisognò che la taverna mutasse faccia; e venendo il maestro
+poi per alloggiar con la figlia, lo scacciar da casa con occasione; e
+restò mia figlia sola e sola con vostro figlio: ben sapete che il
+diavolo mai dorme. Io sapendo questo fui al Regente della Vicaria;
+ebbi ordine si cercasse la casa vostra e si pigliasse prigioniero
+vostro figlio, se ne facesse atto publico, né si procedesse alla
+consueta e solita giustizia. Ecco, lo poniamo a voi, prigione;
+sappiamo quanto siate uomo da bene: giudicatelo voi, ché ne restaremo
+tutti contenti della vostra sentenza.
+
+GIACOCO. Patrone mio, Bossignoria co ssa cera d'emperatore m'ave
+affattorato, e me potite commannare a bacchetta. Considerate ca no
+aggio autro figlio che chisso, ca è stato lo cacanidolo di tutti li
+figli mei.
+
+LIMOFORO. Né io ho altra figlia che costei.
+
+GIACOCO. Iacoviello mio, cheste negregate cose ca me fai ntennere, me
+spertosano lo core. Ih, sse belle cose! Io pensava ca tu studiassi a
+_Ribando_; mò abbesogna che studia a _Paolo che te castre_, a far le
+biscazze. Che se ne puozza scendere commo a fiore de cocozza!
+
+GIACOMINO. Padre, ho errato, lo conosco; ma se miraste la bellezza,
+l'onestá e i nobili costumi d'Altilia, ivi vedreste la colpa e la
+discolpa dell'error mio; e in questa elezione son stato piú fortunato
+che saggio.
+
+GIACOCO. Poiché le cose passate non ponno tornare dereto, abbesogna
+remediare lo meglio che se pote. Io lo remetto a Bossignoria; e la
+supplico ca, se isso ha mancato de descrizzione, Bossignoria, faccia
+mescoliata mia!, non mancate de compassione.
+
+LIMOFORO. Io non son per mancargli di compassione se non mi si
+mancherá di dovere da vostra parte: ben sapete le sodisfazioni che si
+cercano in simili offese.
+
+GIACOCO. Bella faccia mia, te puoi nformare in chesta cittate ca
+dintro lo parentato mio no nc'è quarche chiavettiere o sosomellaro; se
+no te sdigni d'apparentare co mico, io te lo do pe schiavuottolo
+ncatenato. Iacoviello, figlio mio, io voglio ca te nzuri a gusto toio,
+pur che essa sia femmena onorata e te dia buona dote.
+
+GIACOMINO. Padre, troppo sarebbe cara l'onestá, se l'onestá di tutte
+le donne fossero come l'onestá d'Altilia mia.
+
+GIACOCO. Parlammo mò della dote, che è la ionta dello ruotolo; ché
+l'oro nnaura e noropella tutti li defietti delle mogliere, che se
+fosse brutta, desonorata, sopervia e fastidiosa, l'oro la fa parer
+bella e complitissima.
+
+LIMOFORO. Io li darò dote quanto saprá dimandarmi, che non ho altra
+figlia.
+
+GIACOMINO. Ed io troppo torto farrei all'infinito tesoro delle sue
+qualitá, se cercasse altra dote che la sua persona: poco o nulla è la
+mia qualitá al suo gran merito.
+
+GIACOCO. Ti dico che ne zeppolie ssa bona dote, che è autro che
+bellezzetudine.
+
+GIACOMINO. Padre, per questa disubedienza che ho fatto in aver preso
+moglie senza vostra ubedienza, l'emendarò con una continua osservanza
+di servitú e di amore fin alla morte; e il medesimo a mio suocero: ma
+tanto piú grande quanto meno conosco di meritarla.
+
+GIACOCO. Iacoviello mio, co ssa mostra d'affezione e con cheste parole
+nzuccarate, m'hai addociuta la collera che m'avea nzorfato lo core. Io
+te fo erede di tutta la mia robba che val piú di quarantamila ducati.
+
+LIMOFORO. Veramente in questo amore s'è portato troppo da leggiero.
+
+GIACOCO. No se rascione chiú delle cose passate; perché ognuno vuole
+scusare le sue rascioni e accrescer quelle del compagno, e cosí
+l'ingiurie si vengono a rinfrescare: da mone nnante non se ne parle
+chiú.
+
+GIACOMINO. Padre, m'avete a fare un'altra grazia, di perdonare a
+Cappio, perché io l'ho sforzato a fare quanto s'è fatto. E se
+Pseudonimo falsificò la sua persona, tutto fu per mia cagione. Né si
+può dire inganno, anzi tutto è stato fatto per forza d'amore: onde poi
+è riuscito in cosí buon successo che Limoforo abbi ricuperata la sua
+figlia, Antifilo non abbi preso per moglie la sorella, il maestro
+libero di non aver a dotar e maritar la figlia, anzi ricevuto il
+compenso delle sue fatiche, e io arricchito di cosí gran tesoro.
+
+GIACOCO. Si perdoni a tutti, che nquesta commune allegrezza non resti
+alcun discontiento; se bene è stato no piezzo de catapiezzo d'aseno.
+Pedante. «_Mihi gaudeo, tibi gratulor_»--disse Cicerone,--o mi
+Iacobule, del mirifico amore portato alla mia sobole.
+
+GIACOCO. Figlio, chiama la mogliera toia, ca poi che avimmo stancate
+l'orecchie in ausoliare le virtute soie, si rallegrino gli uocchi di
+vederela.
+
+
+SCENA VI.
+
+GIACOCO, GIACOMINO, ALTILIA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.
+
+
+GIACOCO. O che bello piezzo de femmena, o che uocchi cennarielli, o
+che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri
+mozzicarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la
+state chesta te fará frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na
+coperta. E perché non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame,
+basame?
+
+GIACOMINO. Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core.
+
+GIACOCO. Iacoviello mio, appiendi na cepolla squillitica alla fenestra
+soia e pastenace la valleriana, che no ce pozzano le ianare per la
+nvidia. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia
+l'ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e
+spronamentato.
+
+ALTILIA. Egli non è mal cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò
+con buona intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá.
+
+GIACOMINO. O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire
+in tanta gioia, accioché il mondo con le sue aversitá non ci
+meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso nelle cose d'amore.
+
+ALTILIA. Ed io vorrei morir mai per godermi di sí compita felicitá.
+
+GIACOCO. Orsú, pozza essere alla bon'ora.
+
+GIACOMINO. O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da cosí oscura
+e infelicissima notte!
+
+ANTIFILO. O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi fosti
+cosí disamorevole e ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi
+fosti stata, avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata
+amara e acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde
+le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi
+sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.
+
+ALTILIA. Fratello carissimo, or si spenga l'amor della carne e da oggi
+innanzi divenghi amor di sangue.
+
+PEDANTE. Antiphile mi, tarde venisti.
+
+LIMOFORO. Figlia, sei stata tanti anni senza padre; or in un punto
+n'hai acquistati tre: l'un vero che son io, l'altro falso che s'era
+fatto me, e il maestro che t'ave allevata come padre.
+
+ALTILIA. Poiché io non posso esser figlia se non d'un padre, amerò voi
+con quel vero amore che dee amare un'amorevole e obedientissima
+figlia; il maestro che m'allevò con tanta caritá e affetto paterno,
+l'amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come
+istrumento della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non finto.
+
+LIMOFORO. Maestro mio, per riservirvi in parte l'obligo grande che vi
+tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore,
+restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io,
+e sarete serviti e amati con quell'amore ch'avete amata e servita la
+figlia mia, mentre che viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma,
+che giá sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle
+letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre servito.
+
+PEDANTE. Maximas vobis ago gratias.
+
+GIACOCO. Iacoviello mio, veo ca d'allegrezza no capi dintro la pelle,
+e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de
+mogliereta, e te par mill'anni di parpezzare no poco e darli quattro
+vasi a pizzichini e farle quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella
+sta notte a no bello nennillo.
+
+GIACOMINO. Poiché le ricchezze che non si spendono nei bisogni, sono
+miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a
+casa nostra.
+
+GIACOCO. Perdòname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio
+spendere manco na spagliocca: chisse ne reppoleiano na mangiata e nui
+restammo affritti e negrecati.
+
+GIACOMINO. Mi tengo a grande incontro non invitarli.
+
+GIACOCO. E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto de foglie
+torzute, no sanguinaccio e na meuza zoffritta.
+
+PEDANTE. Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiaminsi i musici, e
+con sibili tonanti e con belle circumvoluzioni di choree s'onori
+questa copula matrimoniale.
+
+GIACOMINO. Sí bene, chiamiamo suoni per i balli.
+
+GIACOCO. Basta no vottafuoco, na cètola, no calascione e no zucozuco.
+
+GIACOMINO. Ci rimediarò ben io.
+
+GIACOCO. Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore
+per le vertude vostre, veo ca ve ascevolite de famme. Per darve
+sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui cosí auto auto, a
+primo vi cacciarimmo innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo
+lo fecato, le stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro
+no furno na bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona
+frittata, e vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve
+menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve
+annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case
+vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti
+tutti e bolliti, menuzzati e annegati.
+
+PEDANTE. Spectatores, valete et plaudite.
+
+
+
+
+
+FINE DEL VOLUME PRIMO.
+
+
+INDICE
+
+
+ La sorella pag. 1
+
+ La carbonaria » 95
+
+ La fantesca » 191
+
+ La tabernaria » 307
+
+
+
+
+
+
+End of Project Gutenberg's La tabernaria, by Giambattista Della Porta
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TABERNARIA ***
+
+***** This file should be named 28355-8.txt or 28355-8.zip *****
+This and all associated files of various formats will be found in:
+ https://www.gutenberg.org/2/8/3/5/28355/
+
+Produced by Claudio Paganelli and the Online Distributed
+Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously
+made available by Editore Laterza and the Biblioteca
+Italiana at
+http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia)
+
+
+Updated editions will replace the previous one--the old editions
+will be renamed.
+
+Creating the works from public domain print editions means that no
+one owns a United States copyright in these works, so the Foundation
+(and you!) can copy and distribute it in the United States without
+permission and without paying copyright royalties. Special rules,
+set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
+copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to
+protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project
+Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you
+charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you
+do not charge anything for copies of this eBook, complying with the
+rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose
+such as creation of derivative works, reports, performances and
+research. They may be modified and printed and given away--you may do
+practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is
+subject to the trademark license, especially commercial
+redistribution.
+
+
+
+*** START: FULL LICENSE ***
+
+THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
+PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
+
+To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
+distribution of electronic works, by using or distributing this work
+(or any other work associated in any way with the phrase "Project
+Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
+Gutenberg-tm License (available with this file or online at
+https://gutenberg.org/license).
+
+
+Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm
+electronic works
+
+1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
+electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
+and accept all the terms of this license and intellectual property
+(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
+the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy
+all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession.
+If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
+Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the
+terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
+entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.
+
+1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
+used on or associated in any way with an electronic work by people who
+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
+individual work is in the public domain in the United States and you are
+located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
+copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
+works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
+are removed. Of course, we hope that you will support the Project
+Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
+freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
+this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
+the work. You can easily comply with the terms of this agreement by
+keeping this work in the same format with its attached full Project
+Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
+a constant state of change. If you are outside the United States, check
+the laws of your country in addition to the terms of this agreement
+before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
+creating derivative works based on this work or any other Project
+Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning
+the copyright status of any work in any country outside the United
+States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate
+access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
+whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
+phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
+Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
+copied or distributed:
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
+from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
+posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
+and distributed to anyone in the United States without paying any fees
+or charges. If you are redistributing or providing access to a work
+with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
+work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
+through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
+Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
+1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
+with the permission of the copyright holder, your use and distribution
+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
+terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked
+to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
+permission of the copyright holder found at the beginning of this work.
+
+1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
+1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
+electronic work, or any part of this electronic work, without
+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
+Gutenberg-tm License.
+
+1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
+compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
+word processing or hypertext form. However, if you provide access to or
+distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
+"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
+posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
+you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
+copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
+request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
+form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
+License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
+that
+
+- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is
+ owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
+ has agreed to donate royalties under this paragraph to the
+ Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments
+ must be paid within 60 days following each date on which you
+ prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
+ returns. Royalty payments should be clearly marked as such and
+ sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
+ address specified in Section 4, "Information about donations to
+ the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."
+
+- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or
+ destroy all copies of the works possessed in a physical medium
+ and discontinue all use of and all access to other copies of
+ Project Gutenberg-tm works.
+
+- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
+ money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days
+ of receipt of the work.
+
+- You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
+electronic work or group of works on different terms than are set
+forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
+both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
+Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the
+Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
+collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
+works, and the medium on which they may be stored, may contain
+"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
+corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
+property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
+computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
+your equipment.
+
+1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
+of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
+Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
+Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
+liability to you for damages, costs and expenses, including legal
+fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
+LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
+PROVIDED IN PARAGRAPH F3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
+TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
+LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
+INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
+DAMAGE.
+
+1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
+defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
+receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
+written explanation to the person you received the work from. If you
+received the work on a physical medium, you must return the medium with
+your written explanation. The person or entity that provided you with
+the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
+refund. If you received the work electronically, the person or entity
+providing it to you may choose to give you a second opportunity to
+receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy
+is also defective, you may demand a refund in writing without further
+opportunities to fix the problem.
+
+1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
+in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
+WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
+WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
+
+1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
+warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
+If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
+law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
+interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
+the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
+provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
+
+1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
+trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
+providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
+with this agreement, and any volunteers associated with the production,
+promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
+harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
+that arise directly or indirectly from any of the following which you do
+or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
+work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
+Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
+
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of computers
+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
+people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at https://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+https://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at https://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit https://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including including checks, online payments and credit card
+donations. To donate, please visit: https://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
+ https://www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
diff --git a/28355-8.zip b/28355-8.zip
new file mode 100644
index 0000000..2a76907
--- /dev/null
+++ b/28355-8.zip
Binary files differ
diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt
new file mode 100644
index 0000000..6312041
--- /dev/null
+++ b/LICENSE.txt
@@ -0,0 +1,11 @@
+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
+
+Procedures for determining public domain status are described in
+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
+
+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
diff --git a/README.md b/README.md
new file mode 100644
index 0000000..274643b
--- /dev/null
+++ b/README.md
@@ -0,0 +1,2 @@
+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for
+eBook #28355 (https://www.gutenberg.org/ebooks/28355)