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+The Project Gutenberg EBook of Lucifero, by Mario Rapisardi
+
+This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+
+Title: Lucifero
+
+Author: Mario Rapisardi
+
+Release Date: September 16, 2007 [EBook #22641]
+
+Language: Italian
+
+Character set encoding: ISO-8859-1
+
+*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO ***
+
+
+
+
+Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
+Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe,
+http://dp.rastko.net. (This file was produced from images
+generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense
+- Milano)
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+
+
+
+ LUCIFERO
+
+ POEMA
+
+ DI
+
+ MARIO RAPISARDI.
+
+
+
+
+ MILANO,
+
+ LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA.
+ Corso Vittorio Emanuele, 26.
+
+ 1877.
+
+
+
+ PROPRIETÀ LETTERARIA.
+
+
+
+
+ _Coi tipi di G. Bernardoni._
+
+
+
+
+I
+
+ARGOMENTO.
+
+Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono.
+Lucifero s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai
+critici.--Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini
+alle finali battaglie del pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca
+da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata;
+commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare
+la sua storia.--L'Eroe si dispone al racconto.
+
+
+ Dio tacea da gran tempo. Ai consueti
+ Balli moveano in ciel gli astri, e con dura
+ Infallibile norma albe ed occasi
+ Il monotono Sol dava a la terra.
+ Reddían le nevi a biancheggiar le spalle
+ Del tremante dicembre; april venia
+ Col suo manto di fiori; arida e stanca
+ Movea la bionda està giù da' falciati
+ Campi a cercar le vive onde marine;
+ E, coronato il crin d'edra e di poma,
+ Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello
+ Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve
+ Nei colmi fianchi dei capaci tini.
+ Tutto seguía così l'alte, immutate
+ Leggi de la Natura, e nullo in terra
+ Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva
+ Strano silenzio del mai visto Iddio.
+ Abbandonati e solitarî intanto
+ Giacean per le infrequenti aule divine
+ I marmorei Celesti; e per le fredde
+ Vòlte il sacerdotal canto e la prece
+ Qual vano si perdea grido, che inalza
+ Da la rupe solinga il cacciatore,
+ Se mira dileguar giù ne la valle
+ Tra 'l sonante canneto il salvo augello.
+ Da fiero gel, da sacro orror comprese
+ Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri
+ Zelatori de l'are; e quando ai vani
+ Scrigni balzar vedeste arido e magro
+ L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi
+ Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,
+ Le scornate Indulgenze, orridamente
+ Su le madide tempie alto rizzârsi,
+ Come ad istrice, i crini, ed agitato
+ Tre volte e quattro tentennò il tricorno
+ Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo
+ Cupo s'alzò dai congiurati petti:
+ --La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi
+ Gl'increduli mortali!--
+ Alcun non arse
+ A la prece crudel fulmine in terra;
+ E i mortali rideano.
+ Udì quel riso
+ Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno
+ Il silenzio e la morte; oscure e fredde
+ Strisciavan su la sua fronte immortale
+ Strane larve di sfingi e di chimere,
+ Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta
+ Morte la luce e l'armonia sentiva.
+ --Qui in eterno starò? Favola indegna
+ Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo
+ Per istinto d'amor spregiai la vita?
+ No, si torni a la terra! Un nuovo io sento
+ Spirto d'amor, che mi discorre il petto:
+ Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova
+ Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono
+ Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io
+ Amerò, soffrirò; correrò il breve
+ Travaglioso cammin d'un uom mortale,
+ E, redento da l'opre e da l'amore,
+ Recherò a l'uom salute e morte a Dio.--
+ Così l'Eroe parlava, e i circostanti
+ Baratri tenebrosi si agitavano,
+ Come per improvviso urto di vento
+ Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,
+ Il piè forcuto e la bovina fronte
+ Mutò d'un tratto il favoloso iddio;
+ E dai lombi gagliardi e da le spalle
+ Le fuliggini tèrse e la stillante
+ Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,
+ Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto
+ La superba beltà d'un dio mortale.
+ Tramutato così, dal piceo trono
+ Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.
+ Ed esclamò:--L'infernal regno è sciolto;
+ Il mio regno è la terra!--
+ Ecco il subietto
+ Del canto mio. Classico o no, ne affido
+ L'occulto senso a voi, vergin consesso
+ D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove
+ La diva Arte in governo e i mal concessi
+ Talami de le Muse; e se agl'incerti
+ Occhi vostri si niega il delicato
+ De le Grazie sorriso e la suave
+ De le sacre fanciulle ispiratrici
+ Candida voluttà, dolce vi sia
+ Star su la soglia a noverar gli ardenti
+ Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno
+ Suon di celesti melodie le chiuse.
+ Odorate cortine, ed immortale
+ Vita in terra gli eletti: in simil guisa
+ Sta su la porta dei gelosi arèmi
+ La fida turba dei scemati servi,
+ Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore
+ De le belle Circasse. Alto e solenne
+ Officio è il vostro, e non indarno io chiamo
+ Il vostro nume auspice a me: voi soli
+ Le riposte misure e voi sapete
+ Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero
+ De l'occulte bellezze, e qual più giova
+ Tener modo e governo in sul tentato
+ Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa
+ Toccar si dee la tuba o la chitarra,
+ E metter l'ali al dorso e dar di sproni
+ Al Pegaso spumante, o nel tenace
+ Fren moderarne a tempo i perigliosi
+ Impeti giovanili, ed a che segno
+ E con che industria è depredar concesso
+ Del Meonio le carte, o del Tebano.
+ Pèra colui, che al necessario giogo
+ Prova sottrar la temeraria nuca,
+ E va a ruzzar licenzïoso, come
+ Selvatico puledro, per li campi
+ De la sfrenata fantasia! L'immensa
+ Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto
+ Perda il pazzo sudor, per cui tenea
+ Seder primo in Parnasso. Armati ed irti
+ D'alfabetiche cifre, unitamente
+ Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo
+ Tutti dal sapïente arco scoccate
+ I rettorici strali; onde il meschino,
+ Travagliato da l'onta e dal rimorso,
+ Egro ed insano a riparar s'affretti
+ Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno
+ Sia di spregio che d'ira, alta, pesante
+ Sul suo capo ostinato onda si aggrevi
+ Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute
+ Gli sfileran dinanzi ad una ad una
+ Le sdegnose gazzette; indifferenti
+ Si chiuderan su la sua faccia smorta
+ D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco
+ D'urlar strambotti contro al secol ladro,
+ Povero e solo abbraccerà la morte,
+ Non fia che le supreme ore gli allegri
+ L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.
+ Saldo così su cardini d'acciaro
+ Il tron vostro si gira, e vita e nome
+ Dal cieco umano folleggiar traete.
+ Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe
+ D'ardimentoso corridor, ritrova
+ Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;
+ E, quando fra le storte ànche ghermisce
+ Il picciol globo del dorato fimo,
+ L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo
+ A emular de l'audace aquila il volo.
+ S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra
+ Sorrideva l'aprile; entro al suo petto
+ Sorrideva l'amor. Sopra la cima
+ Del Caucaso famoso, onde s'appella
+ La giapetica stirpe, egli fu visto
+ Venir come in un sogno, e star d'incontro
+ A l'aurora nascente. Un invisibile
+ Spirto, qual di canora aura, fremea
+ Per le fibre del mondo, e più lucenti
+ Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:
+ Gli dan nome d'amor l'anime accese
+ Dei parlanti mortali; ed ei su tutte
+ Anime impera, e solo e senza legge
+ Il mar penetra e i monti e la selvaggia
+ Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,
+ Chè spirto è desso, e qual raggio di sole
+ Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto
+ Con secreta armonia mesce e ritempra.
+ Era per l'aria un fluttüar d'ardenti
+ Atomi mobilissimi di luce,
+ Una confusa, fluvïal fragranza
+ Di sconosciuti balsami, e suave
+ Musica di parole e di concenti
+ Misterïosi. Un'irrequieta e nuova
+ Delizïosa voluttà di sensi
+ Vaganti per immenso ètera, come
+ Rondini in cerca di lontani lidi,
+ Una dolcezza non provata mai
+ Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,
+ Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.
+ Sguardo volgendo per la vasta luce,
+ Muto restò, di giovinetto a modo,
+ Che raggiante di vita alfin ritrova
+ La sognata beltà dei suoi vent'anni.
+ Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero
+ Al fier proposto e a la ragion diè loco,
+ L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,
+ --E, dove sei, sclamò, tu che presumi
+ Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!
+ L'uman genio ti sfidai--
+ Il pugno strinse
+ Superbamente, eresse il fronte, e stette
+ Il fulmine aspettando, o la risposta.
+ Tacito intanto dal soggetto mare
+ S'apre l'indifferente occhio del sole
+ Su le cose create, e si ridesta
+ Giù per le valli intorno e la pianura
+ Il lieto suon de le fatiche umane.
+ --Sorgi, la terra è tua, proruppe allora
+ L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda
+ Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni
+ Preda al mondo tu fosti; e dal terreno
+ Pugno di fango, onde t'han detto uscito,
+ Non ti redense ancor la tua cotanta
+ Vita de l'alma audace e la sventura
+ Tua perpetua compagna. E che ti valse
+ Al par di te, trar da la creta i Numi,
+ Se al cospetto dei freddi simulacri
+ Dechinasti il ginocchio, e la superba
+ Libertà del pensier serva fu fatta
+ Di codarde paure? Or sorgi ed osa:
+ Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi
+ Son fuor de la Natura, e non ha vita
+ Tutto che il vol de la ragion trascende.
+ A che tra larve ìnesorate e vane
+ Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,
+ Se muta al cenno tuo trema e si prostra
+ La possente Natura? Ama e combatti!
+ L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,
+ Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!--
+ Tacque, e a l'ardito favellar commosse
+ Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi
+ La titanica rupe. Era nel monte
+ Negra, profonda, solitaria, intatta
+ Da umane orme e dagli astri una spelonca
+ Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno
+ Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi
+ Fianchi, qual di commosse ali e di strida,
+ Cupamente rintrona. Irati al verno
+ Vi piomban da l'opposta erta i torrenti
+ Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti
+ Mugulando spumeggiano; ma quando
+
+ Giungono al vallo de l'orrenda uscita,
+ Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,
+ Torba, pollente s'impaluda, e manda
+ Pestiferi mïasmi a chi la spira.
+ Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi
+ L'umanato Demonio, e con feroce
+ Piglio di scherno a contemplar si stava
+ L'orrido sito e il ciel. Da le profonde
+ Viscere allor del cieco antro una voce
+ Querula, lunga, dolorosa emerse
+ Come suon di sospir. Porse l'orecchio,
+ E s'appressò l'Eroe, quanto il permise
+ L'angusto varco e la stagnante gora,
+ Ed ascoltò:
+ --Di che perigli in cerca,
+ Misero! vai? Che stolta opra e che vano
+ Talento è il tuo di proseguir l'impresa,
+ Ch'io già per tempo incominciai, spregiando
+ La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi
+ Son fatto accorto, e di Prometeo il nome
+ Mal mi dieron le genti! E che non feci,
+ Che non diss'io per questa al pianto nata
+ Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda
+ Giacea nel lezzo de l'error, sì come
+ Belva cibando la caonia ghianda,
+ E altra legge nel mondo, altro governo
+ Non sapea che l'istinto: ad altri ignota
+ E a sè stessa giacea, scherno e vergogna
+ De le cose create, e le create
+ Cose, ignara di tutto, iva mescendo
+ Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi
+ Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo
+ Io sol più che a me stesso? E non cotanto
+ Mi punse il cor la fulminata fronte
+ Dei fratelli Titani, e non di sdegno
+ Arsi così per l'usurpate sedi
+ Del fuggiasco Saturno e pe' negletti
+ Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira
+ Destommi in cor la tribolata sorte
+ Degli umani infelici. Ardito e solo
+ Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce
+ Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno
+ Sprecava i doni al vegetale e al bruto,
+ E a l'uom, misero tanto, altro conforto
+ Non largía che il morir. Tutto ebbe allora
+ L'uomo infelice il mio favor: sol io
+ Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti
+ Arti e d'opre gentili e di gagliardi
+ Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono
+ Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi
+ Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne
+ Premio da ciò? Non che n'aver mercede,
+ L'invida rabbia arsi di Giove, e degno
+ Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda
+ Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,
+ Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci
+ Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno
+ E favola del mondo. E nè querela
+ Movo di ciò; chè il querelar non giova
+ A chi esente è di morte; e inesorata
+ L'ira è dei Numi, e inesorato al pari
+ L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto
+ Colser giammai di mie fatiche tante,
+ Del mio tanto soffrir le sconsolate
+ Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena
+ Da la tenebra antica, a l'infinita
+ Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco
+ Poco a lor parve ogni più grande acquisto;
+ Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda
+ Diedersi tutte, e del saver la sete
+ Arse in loro così l'alma e la vita,
+ Che a precoce vecchiezza e ad immatura
+ Morte fûr sacre e a maledir condutte
+ L'alto mio dono e il sagrificio mio!--
+ --Figlio di Temi, a lui rispose irato
+ L'inclito Pellegrino, e che perigli
+ Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,
+ Credi, io mi son, che si rivolta in fuga
+ A la prima minaccia, o nauta imbelle,
+ Che trema al più leggier spirto di vento,
+ E si chiude nel porto. In questa eterna
+ Rupe confitto, in verità, tu ignori
+ Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei
+ Carco di mal, di falsi mali agli altri
+ Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia
+ Questi vani compianti, e oltre misura
+ Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno
+ Tolto il senno davver le tue sciagure.
+ Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda
+ Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,
+ La compirò. Non già il saver, t'accerta,
+ Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,
+ Ma la nemica a ogni saver, la cieca
+ Credulità. Di false ombre e d'inganni
+ Essa vive nel mondo, e si fa gioco
+ De l'umana ragion; ma quest'azzurro
+ Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,
+ Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra
+ La ragion sederà; largo e securo
+ Spiegherà il vol su' mal temuti errori
+ Il redento intelletto; e allor che tutto
+ Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,
+ Questo ignaro di sè dio de la terra
+ Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero
+ A cercar non andrà larve e paure!--
+ Disse, e partía; ma lo rattenne un detto
+ Del pazïente Prometèo:
+ --S'hai grande
+ E pari, ei disse, agli alti accenti il core,
+ Deh! non partir così, quando m'hai dèsto
+ Tale un desío, che a lo sperar somiglia.
+ Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore
+ Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,
+ Che co' fulmini suoi Giove sedea
+ Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo
+ Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni
+ E col disprezzo mio la sua paura
+ E la sua crudeltà, però che immite
+ Più chi regna divien quanto più trema,
+ E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.
+ Solo di tutti io l'avvenir vedea
+ Securamente, e de la sua caduta
+ Presapeva il destin. Godi dei tuoi
+ Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,
+ O spensierato usurpator del cielo;
+ Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo
+ Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro
+ Come fil non ritorto, e me da questi
+ Ceppi redimerà; nè ti varranno,
+ Credi, i fulmini allor, chè assai più salda
+ Sarà del fulmin tuo la sua possanza.
+ Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo
+ Dei vaticinii miei sperdeano i venti!
+ Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno
+ Tiranno altro successe, e meco avvinto
+ Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.
+ Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto
+ E dopo assai di mali esperimento
+ L'alta speranza mia; nè agevol cosa
+ È il ridestarla, ed utile per certo
+ Non mi saría, quando più tetro e fiero
+ Sembra il dolor cui la speranza illuse.
+ Pur, se grave non t'è l'esser pietoso
+ A chi tanto per l'uom male sostenne,
+ Al mio partito interrogar rispondi:
+ Uom mortale sei tu? Qual t'assecura
+ O responso, o destino, onde presumi
+ Condurre a fin tant'onorata impresa?
+ Non t'illude il voler, che dei più saggi
+ Tal tiranno si fa, che par destino?
+ Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,
+ Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?
+ E se fondi in altrui le tue speranze,
+ Tanta han virtude ed armonia le genti,
+ Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,
+ Al trïonfo del ver movan secure?
+ Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto
+ L'immortal vita inutilmente, e assai
+ Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.--
+ --Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,
+ La discreta domanda. Uom saggio, in vero,
+ Io non terrò chi lusingato e spinto
+ Da una rosea speranza ad ardua impresa,
+ Pria non libra sè stesso, e con sottile,
+ Freddo giudicio non prevede, e scerne
+ I possibili eventi; anzi dà mano
+ Subita a l'opra, e ciecamente ai casi
+ Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.
+ Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte
+ Ti dirò le mie cose e l'esser mio,
+ Quando a colui che tanti uomini e tempi
+ Vide, e al fato durò con alma invitta,
+ Grato è ridir ciò che di gloria è degno.--
+ Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia
+ Pensieroso si assise. Alto a l'intorno
+ Spazïava il silenzio, e in larghi giri
+ Un'aquila le azzurre aure fendea.
+
+
+
+
+CANTO SECONDO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo
+degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i
+Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La
+guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei
+Numi.--Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno
+lo accoglie.--Un istinto di amore lo chiama sulla terra.--L'albero
+della scienza.--La tentazione.--Percosso nuovamente da Dio, ripiomba
+nell'inferno.--Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla
+terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del cielo
+dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente
+calunniato.
+
+
+ Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai
+ Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,
+ Ma da natura, immortal germe, io nacqui
+ Una a le cose, e da la luce ho il nome.
+ Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto
+ Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,
+ Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.
+ Però di studïose ombre e d'enimmi
+ Non cingerò il mio dir, chè nè maestro
+ Di misteri son io, nè a disdegnosa
+ Anima, che a sdegnosa alma favelli,
+ Dubbio o coverto il ragionar si addice.
+ Nuovi non già, ma da la turba illusa
+ Negletti veri io parlerò. Due sono
+ Le virtù, che le cose hanno in governo:
+ La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna
+ Genitrice visibile è di tutto,
+ La pesante materia ordina e muta
+ Per suo proprio valor; l'altro la informa
+ Di spirital possanza, e la solleva
+ Ad ardui voli e a magisteri egregi.
+ Ferrea, immota in sue leggi, una procede
+ Lenta così, che par che giaccia: inalza
+ Su le rovine, onde si allieta, il trono,
+ E da l'arida morte una perenne
+ Fonte di vita e di beltà deriva;
+ Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende
+ Tutte cose universe, in varia guisa,
+ Con poter vario e con legge diversa
+ Ogni via tenta, ogni regione esplora
+ Mobilissimo sempre, e tutto aborre
+ De la tarda materia il peso e il freno;
+ E quando avvien, che di misteri e d'ombre
+ L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,
+ La ragion de le cose occulta e serba,
+ Ei libero discorre, e si ribella
+ Ad imposte paure; apre e dischiava
+ Terre, cieli ed abissi; argini atterra,
+ Crea, muta, strugge, e a le domate forme
+ Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.
+ Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita
+ Abbian comune e necessaria, avversi
+ Son per intimo ingegno; onde tu vedi,
+ Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella
+ Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,
+ Sono eterni ambidue, però che morte
+ Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose
+ Da cotanto agitare ordine e vita.
+ Sparsi per gli antri, e fieramente soli
+ Vivean gli uomini primi, e nulla amica
+ Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.
+ Ispide pelli eran lor vesti, e rudi
+ Selci lor armi e sol conquisto il foco.
+ Da l'alte culle del fecondo Irano,
+ Procedendo, spandeansi a mala pena
+ Sui giapetici piani, e gl'inclementi
+ Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,
+ A nuove lotte s'accingean. Muggía
+ Dai britannici fiumi alto l'immane
+ Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,
+ S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro
+ L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;
+ Devastando correan l'irte spelèe,
+ D'umane carni esploratrici, e fuori
+ Dai frondosi dirupi a l'onde in riva
+ Calavasi il deforme orso e il velloso
+ Primigenio mammuto: oscura e pigra
+ Mole di membra, a cui nemico è il sole;
+ E tu, sovrano troglodita, astretto
+ Dal fecondo bisogno, a miglior prova
+ Sempre volgendo il multiforme ingegno,
+ Armi e industrie trovasti; onde più lieve
+ Ti fu il domar co'l lavorato renne
+ Le nemiche falangi. Apron le nubi
+ L'inesauste sorgenti, e senza freno
+ Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;
+ Entro al diluvïal baratro immenso
+ Spariscono le specie, in quel che, armato
+ Di novella virtù, l'uom passa i mari
+ Su la prima piròga, e, di recisi
+ Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,
+ Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.
+ Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise
+ Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno
+ D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,
+ Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,
+ Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre
+ Forme e il pensier nel duro selce espresse.
+ Però, quand'ei con lungo studio al rito
+ Del caro amor la sua fanciulla indusse,
+ Docil vide obbedire ai suoi talenti
+ Il tenace basalto; a l'agil fianco
+ Brunite armi precinse, e il flessüoso
+ Collo di lei, che gli gemea su'l petto,
+ Incoronò d'inteste ambre e di baci.
+ Or deggio dir, che, di regnar mal paga
+ Sovra i campi natii, la curïosa
+ Mente de l'uom s'insinüò nei cupi
+ Visceri de la terra, e ai fiammeggianti
+ Gnomi, che custodían l'ampie miniere,
+ Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste
+ Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?
+ Io benedico a voi, fiumi e torrenti,
+ Che giù dai fianchi dei materni Uràli
+ L'auree sabbie lucenti al pian recaste;
+ Ma più a la paziente opra, che il lieve
+ Stagno confuse e il risonante rame,
+ Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro
+ Abbracciamento mineral divelti,
+ S'arresero i metalli a l'uom tenace.
+ O pensiero immortal de l'uom che muore,
+ Te da prima io conobbi, e quinci unito
+ S'intrecciò a' fati umani il mio destino.
+ Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,
+ Per intima virtù svolge dal primo
+ Involucro, e, a la dolce aere credendo,
+ Crisalide novella, il picciol volo,
+ Co' fior de' campi il suo color confonde,
+ Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica
+ Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,
+ E cammina, cammina, e a nullo iddio
+ Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.
+ Ultimo forse e più perfetto anello
+ De la catena universale, ei tutto
+ Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana
+ Mutabil cosa e de la terra è il vero.
+ Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase
+ Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte
+ Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!
+ Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,
+ Fluttuar de' creati esseri il mesto
+ Figlio de l'uom, che riprodotta e viva
+ Non pur vedea nei circostanti oggetti
+ Tanta lite incompresa e tanto affanno,
+ Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta
+ L'esistenza sua poca iva ammirando
+ Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.
+ Di fantastici mostri e di chimere
+ Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,
+ Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra
+ Vide e un mistero, o una maggior possanza,
+ Là piegò la cervice e pose un Dio.
+ Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo
+ E tiranno de l'uom, da cui soltanto
+ Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.
+ Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto
+ Spazïar l'insegnato etere, or chiuso
+ Tra' fulmini precipitar su l'ale
+ Dei rotanti uragani, or sovra al dorso
+ Dei cavalli del mar correre i flutti
+ E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;
+ O ver come immortal fremito immenso
+ Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo
+ Degli avari terreni, e al vigilato
+ Solco apparir fra le compiute ariste.
+ Però quel che Dio fu, quale ancor vive,
+ E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto
+ Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,
+ O prospero, o maligno, arbitro è solo.
+ Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero
+ Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse
+ E le cose universe, il fronte oppose
+ Con indomito orgoglio, e una selvaggia
+ Voce di libertà gittògli incontro,
+ Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta
+ Prepossanza di Dio tenne equilibre
+ Con perenne agitar? Fu la feconda
+ Lite, che il mar de l'essere commove
+ Con assiduo flagello, e dai cozzanti
+ Corpi la luce e l'armonia deriva.
+ Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto
+ Padre di servitù, per fiero istinto,
+ Rubellossi da prima; essa al feroce
+ Andropòfago Iddio scosse la reggia
+ Vigilata dai fulmini; e dal fiero
+ Cozzo con lui tanta favilla emerse,
+ Che, mutata dagli anni in fiamma viva,
+ Tutto divorerà dei numi il regno.
+ O d'ogni libertà fonte primeva,
+ Madre d'inclite pugne, io ti saluto!
+ Tu co'l moto la vita, e co'l solenne
+ Fra le cose de l'alma egregio attrito
+ Luce dèsti e saper negli intelletti
+ E co'l saper la libertà, sublime
+ Pianta, che sol dov'è coltura alligna.
+ Te da la terra solitaria i saggi
+ Primamente avvisâr; te, spiratrice
+ Di terrigeni mostri a Dio rubelli,
+ Raffiguraro e coltivâr le genti,
+ E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,
+ Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,
+ Or discordia infinita, e, se paura
+ Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,
+ O fur da sacerdoti empî travolte,
+ Nome avesti d'errore e di menzogna
+ Tu, che ad onor del vero e de la luce
+ I misteri del cielo agiti e sperdi.
+ Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali
+ Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.
+ Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli
+ Troni d'Olimpo, il nèttare libando
+ D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,
+ Fra le dapi fumanti e le vezzose
+ Fanciulle che tesseangli inni e carole,
+ Cura de l'uom gli penetrava il petto.
+ Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti
+ Dal comando di lei, che Lite ha nome,
+ Quanti mai da la terra erano usciti
+ Terribili Titani, a cui la forza
+ Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;
+ E avventando ciascun li suoi cinquanta
+ Capi feroci e le altrettante braccia
+ Contro ai regni di Giove, orribilmente
+ Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.
+ Arse d'ira il tiranno, e forza a forza
+ Oppose, e vinse. Da le attinte altezze
+ Precipitâr gl'intrepidi gagliardi
+ Un dopo l'altro fulminati, e monti
+ Ed isole parean, che in un selvaggio
+ Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.
+ Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo
+ Di cotanta caduta, o sopra a tutti
+ Sventurato Titano? Eran pur folli
+ D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga
+ Maggior virtù, dove più grande e saldo
+ Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto
+ A pugnar contro a tutti e a vincer basti.
+ Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza
+ Di giganti trïonfa, o adamantina
+ Spada conquide, e solo a la modesta
+ Continua punta del pensier soggiace.
+ Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse
+ Furor d'atre procelle, a poco a poco,
+ Morsa dal flutto che le geme intorno,
+ Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,
+ E il flutto assiduo del pensier li rode.
+ Così Giove fu vinto, e in simil guisa
+ Vinto sarà chi gli successe. Or odi
+ Quel ch'io feci e farò. Da una malnata
+ Bordaglia rea, che da natura in dono
+ Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,
+ Ièova ne venne, un implacato iddio,
+ A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.
+ Solitario e funesto egli incombea
+ Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto
+ Dei tremanti mortali, e gran sepolcro
+ Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,
+ Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.
+ Io nel cielo era ancor, bello di tutti
+ Radïamenti. Era sorriso e luce,
+ Fragranze ed armonie del ciel la vita,
+ E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,
+ Si tenean tutti e si dicean beati.
+ Sol'io, spirito inquieto, indifferente
+ A quell'aprile, a quel banchetto eterno,
+ Sentía dentro a l'altera anima un vôto
+ Misterïoso, un mar senza confine,
+ Come una solitudine infinita
+ D'intorno a me, dentro di me: se avessi
+ Conosciuto l'amor, forse in cor mio
+ Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.
+ Poco mi parve il ciel, misera vita
+ L'eternità. Di strane opre, di voli,
+ Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie
+ Tal m'invase un desío, che sfere ed astri
+ Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia
+ D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra
+ Del mio stesso pensiere, o una diversa
+ Immagine con me nata, e divisa
+ Fatalmente da me. Dove mai, dove,
+ Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
+ O disïata e necessaria parte
+ De l'esser mio? Per entro a l'immortale
+ Anima mia tutto il mortal sentiva.
+ Infelice mi tenni. A Dio nel fronte
+ Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
+ Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi
+ Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
+ Io replicai, l'eterno vero; io voglio
+ Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!
+ Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
+ Nè pugnai già: sentía ch'era più grande
+ De lo sdegno di Dio la mia caduta.
+ Quale allor degli antichi astri mi accolse?
+ Nessun fuor che la terra, e de la terra
+ Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta
+ Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
+ Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
+ Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
+ Mugghiando si rompeano onde contr'onde;
+ Ma più cocenti assai dentro al mio petto
+ Combattendo bollían dubbî e speranze;
+ Salde e ferree correan sovra il mio capo
+ Di granito le vòlte, e assai più saldo
+ Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,
+ Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
+ Una voce incompresa: ama e cammina!
+ Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce
+ De la terra cercai; chi avria potuto
+ Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea
+ Fulminato, non vinto. È là, un occulto
+ Pensier diceami, è là sovra la terra
+ Il tuo destin, là di tue prove il campo,
+ Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,
+ Là fra tanto morir la vita alberga!
+ Mi trasformai la prima volta: ignoto
+ Corsi la terra, e al caro sole in vista
+ L'uom, la natura e l'esser mio compresi.
+ L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono
+ A piè dei suoi creati idoli il vidi
+ Vaneggiar paventoso, e legar tutta
+ L'anima ardita a un inconcusso altare
+ M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante
+ A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo
+ De la terra sorgea l'egregia pianta
+ D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico
+ Del veggente saper, che i tenebrosi
+ Spirti rischiara, le ruggía d'intorno
+ Con feroce divieto; onde alcun mai
+ Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.
+ Fu allor che con sottile arte la mente
+ Degli uomini tentai: simile a Dio
+ Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;
+ E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa
+ Brama, un'ardente, inestinguibil sete
+ Di saver, d'indagar l'ombre, che folte
+ Gli addensava d'intorno il Dio nemico,
+ Morse gli uomini tutti; e qual più viva
+ Sentì in cor la mia voce e il poter mio,
+ E per vie non segnate oltre si spinse
+ Al confin de la pavida ignoranza,
+ E interrogò con l'intelletto audace
+ Le piante e gli animai, la terra e gli astri,
+ Quei di mago ebbe nome e di ribelle.
+ Piombò quinci su'l capo ai maledetti
+ Figli di Cam la collera di Dio,
+ E assai d'essi perîr, non la pugnace
+ Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,
+ Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.
+ D'orgogliose speranze io mi pascea
+ Secretamente, ed oltre un mar d'affanni
+ Prevedea su la terra il mio trïonfo;
+ Ma fulminato dal geloso Iddio
+ Nuovamente io piombai nei tenebrosi
+ Baratri de la terra, ove il superbo
+ Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.
+ Ivi scendea talor qualche gagliardo
+ Intelletto di sofo o di poeta,
+ A cui fu colpa il propagar le nuove
+ Apocalissi del pensier mortale.
+ Rïardea la speranza entro al mio petto
+ Co'l suo venir, però che per ciascuna
+ Stella, che al fronte di Sofia s'accende,
+ De la Fede su'l crin spegnesi un sole.
+ Così durai gran tempo, e non già pago
+ De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque
+ Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
+ Una voce incompresa: ama e cammina!
+ Ritornai su la terra. Un mansüeto,
+ Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,
+ Predicava l'amor. Debole e solo
+ Egli parea, ma tutta era con esso
+ L'umanità. Stetti pensoso e muto
+ Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi
+ Egli pugnò; vinse morendo: cadde
+ Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo
+ E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno
+ Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
+ Per cercarlo, vid'io l'anime umane,
+ E su la terra derelitta e mesta,
+ Come in carcere vil, gemer la vita;
+ No, vittoria non è, gridai da l'imo
+ Petto, e furente mi scagliai per quanta
+ Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
+ No, vittoria non è questa, che il tempo,
+ L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;
+ Amor questo non è, ch'entro a una fatua
+ Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo
+ Cheto soppone a qual che sia flagello!
+ Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
+ Campo d'opre comuni e di travagli,
+ Non èremo la terra; uom, che nel pianto
+ Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
+ Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
+ Tremâr le infeminite anime al grido
+ Del mio potere; e Dio, fatto più forte
+ De l'umano terror, me per la mano
+ Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
+ E percosso e ferito indi nei cupi
+ Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne
+ Securamente vincitor. Dai ceppi,
+ Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
+ E mutando me stesso in mille guise
+ Ebbi regno nel mondo. Una venale
+ Turba di sacerdoti a cui nel nome
+ Abusato del Cristo, agevol cosa
+ Era il far degli altari empio mercato,
+ Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno
+ Degli uomini imputò; strani sembianti
+ Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
+ D'ogni umana salute e d'ogni amore
+ Il mio nome suonò; ma in faccia a questo
+ Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:
+ Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto
+ Su l'umane coscienze s'assidea
+ L'infallibile Domma: un paventoso
+ Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,
+ Che il mortale Pensier di ferri avvinto
+ Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.
+ Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;
+ L'ignoranza dei popoli il suo scudo,
+ Ed armi sue l'anátema e la scure.
+ Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga
+ Cosa per lui la sitibonda brama
+ D'ogni saper; frutto vietato il vero,
+ Colpa il voler, la libertà delitto,
+ E allora, oh! allor, superbamente il dico,
+ Menzogna, error, colpa e delitto io fui!--
+
+
+
+
+CANTO TERZO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad
+Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui
+viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo
+scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione,
+filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e
+Lutero.--Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la
+rivoluzione prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e
+republicana: la libertà sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra,
+d'America, di Francia.--Il canto della guigliottina.--Fecondità delle
+rovine.--Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle
+quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.--Finita così la
+narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la
+sua venuta.
+
+
+ Sopra la terra imperversava intanto
+ Un uragan di popoli. Sul vecchio
+ Tronco latin spirò l'aura del norte,
+ E il rinverdì; fra le disfatte genti
+ S'insinuò un gagliardo alito, un fremito
+ Di selvatica possa. A quella forma
+ Che al ritorno d'april, sotto al fecondo
+ Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco
+ Germe, che in grembo custodì dal fiero
+ Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime;
+ Tal serpea de l'uman genere in petto
+ Una nuova virtù, che a la secreta
+ Aura del mio pensiere apríasi il varco.
+ Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno
+ Le germaniche stirpi.--Oh! splenda un lume
+ Di verità su queste genti; un riso
+ Di libertà su le coscenze umane;
+ Sia concesso il pensier!--Questo ai pastori
+ Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia
+ Del Niceno consesso, ove a congiura
+ Tratti il cenno li avea d'un parricida.
+ Siccome folla di mendici, a cui
+ Cadan rotte le vesti e manchi il pane,
+ Tali sul freddo limitar premeansi
+ Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi
+ D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri
+ Del Cristo alunni, e su la fronte ardita
+ Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora
+ L'umanità. Sfida fu questa, a cui
+ Ostinata e mortal guerra successe.
+ Quinci la Fede della plebe: un'orba
+ Maga, che l'ignoranti anime impera,
+ E d'error vive ed a le stragi istíga;
+ Quindi colei, che luminosa incede
+ Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome:
+ Di severi intelletti arbitra e diva,
+ Sperimentando, essa li guida in loco
+ Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia;
+ Gli eterni de le cose atomi indaga,
+ L'essenze esplora, e a la cagion lontana
+ La varia prole degli effetti annoda.
+ Chi potría tutti annoverar di questa
+ Universa battaglia i campi e l'armi,
+ Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti?
+ Sol taluno dirò. Di precursori
+ Italia è madre, e tre corone ha in fronte:
+ Regnò co'l brando e con le leggi in pria;
+ Poi, vinta i polsi e strazïata il petto,
+ Co'l pensiero regnò. Gemean le menti
+ Sotto al flagel d'una loquace, astuta
+ Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo
+ E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira,
+ Usurpando il poter doppio e gli aspetti,
+ Mutava con sottile arte in oscura
+ Fede il saper, la cattedra in altare.
+ Povera fra le genti iva e digiuna
+ D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta
+ Di fermo ospizio e d'onorate offerte,
+ Che s'avvenne in Telesio. Il venerando
+ Vecchio sedea pensosamente a l'ombra
+ De le selve native; e, pari al raggio
+ Novo del Sol, che tra le fronde e i rami
+ Scendea sereno a ricercargli il fronte,
+ Un arduo gli splendea dentro al pensiero
+ Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo
+ Riconobbe la santa esule, e incontro,
+ Sorridendo e tremando e con aperte
+ Braccia le córse. Una parola ardita
+ Quinci udiron le serve itale menti;
+ Impallidì l'orrida Sfinge; il duro
+ Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno
+ La casetta del sofo ara divenne.
+ Qual da le dilicate ántere aperte
+ Manda l'amante fiore al fior lontano
+ Il pòlline fecondo, e messaggero
+ Del casto bacio è il zeffiro d'aprile:
+ Tale il novo pensier, creduto a un novo
+ Magistero di cifre, inclite imprese
+ Maturò fra le ardenti anime; e il vanto
+ Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui
+ Da metallici tipi impresso, e in mille
+ Guise prodotto, agil discorre e vola
+ Il mortale pensier, visibil fatto.
+ Possa tu sei, che ogni confine, opposto
+ Fra gente e gente, indomita conquidi;
+ Fulmine sei, che la funesta e scura
+ Tirannia de l'error sfolgori e sperdi;
+ Luce sei tu, per che dovunque e in tutte
+ L'alme il sorriso d'ogni ver si svela,
+ Tu, nel commercio de l'idee, le sparse
+ Genti accomuni; in facile amistanza
+ Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi
+ L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani,
+ Che la specie de l'uom, devota a morte,
+ Un sol gigante ed immortal diviene.
+ Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro
+ Vase versata, altra figura assume,
+ Così, da la contesa alpe ad estranei
+ Climi varcando il pensier novo, in nova
+ Forma e in campo diverso e con altr'armi
+ Contro a un cieco poter sorse, e proruppe.
+ Trafficata, qual vil merce, passava
+ Da un giogo a l'altro la saturnia terra;
+ E i suoi figli rideano. Un rubicondo
+ Pastore e re, che di Leone il nome,
+ Ma l'alma avea d'un animal di Circe,
+ Banchettava su l'are, e il ciel vendea.
+ Venne un giorno d'oltralpe un battagliero
+ Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto
+ Il sassonico sangue, e calda al pari
+ Del suo sangue la fede.--Oh! ch'io nel vivo
+ Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo
+ Quest'anima disseti!--Io, ch'era presso,
+ Per man lo presi, e lo condussi in loco
+ Ove il sir de l'umane alme gioíva
+ Fra una ciurma di servi, a cui sul crine
+ Sedea per celia un ramoscel d'alloro,
+ Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa
+ La libertà. Del buon Leone intorno
+ Tripudïando oscenamente ignude
+ Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante
+ Come in un mar di placida quïete,
+ Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta
+ Sui suoi ginocchi, con la man lasciva
+ Stazzonando il venía lubricamente
+ Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo,
+ In abito or di scalco, or di poeta,
+ Compartía, strambottando in buon latino,
+ Cibi a le pance e a l'anime indulgenze.
+ Su la spalla battei de lo stupíto
+ Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo!
+ Arse in cor d'ira e di vergogna in volto
+ Il generoso, e a le natíe contrade
+ Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi
+ Si stringeano i fedeli al suo ritorno,
+ Dimandando di lui, che il ciel dispensa;
+ Ed ei tuonò:--Colui, che il ciel dispensa,
+ L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!--
+ Disse, e dal petto fremebondo il sacro
+ Abito svelse, e si lanciò nel mondo
+ Come guerrier contro a nemico armato.
+ Ululâr contro a lui, contro al pensiero,
+ Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi
+ Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui
+ Rettili del Loiola, e dentro ai petti
+ S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo
+ Lento velen vi sparsero, sperando
+ Che sepolta nel sonno, o nel terrore,
+ L'umana volontà tutta si spenga.
+ Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono
+ Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti
+ Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese
+ Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna
+ De le pecore sue non si smarrisse,
+ Al comando di lui prese il coltello,
+ E con celestïal garbo l'immerse
+ Ne la gola di mille. Un mar di sangue
+ Coprì la terra; il divo manigoldo
+ Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata
+ Barba, e pago dal suo trono sorrise
+ Come al settimo giorno. Io nel fumante
+ Sangue mi astersi, e fulminai la voce.
+ Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno
+ Pullulò da la strage onda di vita.
+ Gemina possa, è libertà: risveglia
+ Le menti in pria, poi discatena i polsi.
+ Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme;
+ Spada non ha chi i suoi diritti ignora.
+ Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta
+ Egli è certo la vita; e pur qual turpe
+ Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli?
+ E qual di tutte è servitù più infesta
+ Che servir, non volente, al ferreo cenno
+ D'assoluto signor? Popol che geme
+ Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna,
+ Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía
+ Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno.
+ Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge,
+ E a nessun mai de l'opre sue risponde,
+ Leggi non son, nè cittadini: ai sommi
+ Gradi i pessimi esalta; il buon deprime;
+ L'altrui sostanze impunemente invade;
+ Grandi e piccoli offende; il sangue sparge;
+ L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo.
+ Nè giustizia miglior, nè più felice
+ Stato è, per me, dove la plebe impera.
+ Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna
+ Testa ha due bocche: a divorar la prima,
+ A morder l'altra e a maledir dischiusa.
+ Vile in servire, in comandar superba,
+ Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre.
+ Miglior però d'ogni governo io tengo
+ Quel che al centro risiede, e da ogni estremo
+ Con eguale poter si tien diviso.
+ Quinci l'empia Licenza, a cui gradito
+ Cibo è la strage cittadina, e quindi
+ La Tirannide astuta; ed esso in mezzo
+ Sta, come ròcca, e per vegliante cura
+ Campa a un'ora dal male e al ben provvede.
+ Da l'estrano temuto, e riverito
+ Al par da' suoi, de la sua gente i dritti
+ Custodisce e difende, e, pur lasciando
+ A l'oprare d'ognun libero il campo,
+ Argine solo il dritto altrui gli oppone.
+ Così liberi tutti e tutti a un tempo
+ Servi sono a la Legge; e per diversa
+ Via, con varia fortuna e vario ingegno
+ Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti.
+ Questo però, qual ch'abbia forma e nome,
+ Libero stato io sovra gli altri estimo.
+ Nè pensar già che il buon desío m'accechi,
+ Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto
+ Ogni gente del mondo ormai si appressi.
+ Al novo grido del pensier ribelle
+ Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni
+ Precipitâr scettri purpurei e teste
+ Coronate di re. Surse su'l nudo
+ Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo,
+ Il suo tiranno a giudicar, piantosse.
+ E giudicò. Splendea nitida e bella,
+ Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo,
+ O Stüardo, la scure; e fredda, muta
+ Come il pensìer del rigido Cronvello,
+ Cadde, e libò con voluttà plebea
+ Il regio sangue di tue regie vene.
+ Rotolò ne la polve il tuo parlante
+ Capo, e le voci balbettate a pena
+ Da le labbra morenti entrâr nel petto
+ D'ogni re de la terra, a cui mutato
+ Sembrò il regno in abisso, in palco il trono.
+ Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante
+ L'americana Libertà, che troppo
+ Sentì al collo pesar l'anglico giogo;
+ E tu primo ne udisti il grido orrendo,
+ Redentor Vasintóno, a cui la spada
+ Sfolgoratrice d'assoluti imperi
+ Essa prima affidò. Scornata e vinta
+ L'altera Anglia soggiacque; e non le valse
+ Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere,
+ Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma
+ Durar su la contesa arce di Calpe,
+ Quando te non domò, te di nemici
+ Vincitore non pur, ma di te stesso.
+ Libertà allor sul grande istmo si assise
+ Vittorïosa, e ne le immense braccia
+ Ad un patto d'amor le genti accolse.
+ Sedea fra tanto una cortese e imbelle
+ Sovra il trono di Francia ombra di re.
+ Quinci un cortèo di pallide e lascive
+ Fantasme, e inciprïate ombre e superbi
+ Scheletri incappellati e rugginose
+ Armi vuote, che si tenean diritte,
+ Come fosser guerrieri; e quindi un vasto
+ Tumultüoso brulicar di vivi.
+ Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato!
+ Ed il popolo: Avanti, eguali tutti!
+ Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo;
+ E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo:
+ Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi!
+ E il magnifico Re, non per paura,
+ Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti,
+ Titubò, tentennò, si rassettò
+ Co'l mignolo sottil certi indiscreti
+ Ricci, che gli sfuggían da la parrucca,
+ E gridando: sto fermo, un gradin scese.
+ Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco.
+ Ed il Re scese ancora. Ancor non basta!
+ Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo;
+ Allor pari sarem!--Meglio per tutti;
+ Se non ami con noi viver nel fango
+ Un palco t'alzerem d'oro e di gemme;
+ Vieni, scendi e vedrai!--Scese; e la plebe
+ Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era
+ Nana, minuta, sbrindellata e scarna,
+ Diessi a ballonzolar bizzarramente
+ Tutta in giro al buon re.
+ --Balliam, balliamo:
+
+ La nostra gioia, il viver nostro è un'ora:
+ L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo.
+ Da l'una a l'altr'aurora,
+ Balliam, balliam, balliamo.
+
+ Balla con noi, buon re: noi non siam prenci,
+ Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro,
+ Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci,
+ E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro.
+
+ Balla con noi, buon re: vigile ognora
+ Tu pensavi al tuo popolo diletto:
+ E il popol tuo vegliava e veglia ancora
+ Per comporti a sue spese un cataletto.
+
+ Balla con noi, buon re; balliam, balliamo;
+ Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa:
+ Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo,
+ E tu, buono qual sei, dànne la testa!--
+
+ Era questo il baccar di quel tremendo
+ Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno,
+ S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti
+ Come liquido bronzo, e una trifronte
+ Furia formâr così gagliarda e fiera,
+ Che immoto stette a contemplarla il mondo.
+ Ella si scosse, e dietro a lei sparirono
+ I secoli; diè un grido, e tremâr quanti
+ Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse,
+ E fulminò: tempi, memorie, cose,
+ Troni ed altari, uomini e dii. La terra
+ Corse in tre passi; e a le rovine in cima,
+ Fra un oceano di sangue eretto un trono,
+ Lieta, guardando a l'avvenir, si assise.
+ Come allor, che dai campi aridi e brulli
+ Piomba co'l verno una tempesta, orrendo
+ Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde
+ Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi,
+ I fiumi in mar; crollan capanne e case,
+ E ti par tutto, ove che il guardo giri,
+ Un sepolcro di torbe acque la terra;
+ Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma
+ Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi
+ L'abbondevole umor, pullula intorno
+ Fuor del morbido limo ogni diversa
+ Vegetal vita, e variopinto e bello
+ D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto;
+ Così da le rovine alte e dal sangue
+ Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte,
+ Dan riparo a le genti e frutti al mondo.
+ Questi, ch'io noto con parlar fugace,
+ Inclito Prometèo, son, tra' maggiori
+ Fatti, per cui l'uman genere avanza,
+ I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio
+ La speme del mio cor s'accende e cresce.
+ Me più volte cacciò nei tenebrosi
+ Baratri il Dio, che al suo fatale è presso,
+ Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi,
+ E a l'estrema mi accingo, or che cotanto
+ Spazia nel Ver de l'uman genio il volo.
+ Però ti piaccia udir, come appuntando
+ L'uomo industre e tenace il vario ingegno
+ Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso,
+ Utili veri a la sua vita invenne.
+ Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi
+ Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso
+ Guida costante gli reggea la prora,
+ Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole.
+ Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva
+ Con vigile tenendo occhio, il nemico
+ Nembo tremava, che rapìagli il cielo.
+ Ma poi che la virtù primo conobbe
+ Del commisto magnete, il qual, sospinto
+ Da un istinto d'amor, volgesi al polo,
+ Un sottil, ben temprato ago ne trasse;
+ Mobilmente il librò sovra a un diritto
+ Fil d'intrepido ottone; entro una cava
+ Ciotola il custodì tutta di puro
+ Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno,
+ Diede a l'agile prua certo il governo.
+ Così per mari inesplorati, in traccia
+ D'un pensier, che parea sogno e deliro,
+ T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa,
+ Più de la punta del sottil congegno,
+ Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi,
+ Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine,
+ Dove il cielo si univa al mar crudele,
+ Tutto un mondo vedea la tua pupilla.
+ Esplorata così questa rotante
+ Sfera, che intorno al Sol l'anno misura
+ Più vasto al genio umano aere s'apría.
+ Crescean genti e città; crescean con elle,
+ Madri d'opere eccelse e d'aurea prole,
+ Le varie stirpi de' bisogni industri,
+ E d'un vol più veloce e più securo
+ Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva.
+ Qual parría del vapor più debil cosa?
+ Atro figlio de l'acqua e del selvaggio
+ Foco, di tutto genitor, si leva
+ Turbinando per l'aria, e l'aria offende
+ Di fosco, umido vel, sin che del tutto
+ Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo
+ Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo,
+ Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno,
+ Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti
+ In terribile guisa, e sì con fiero
+ Talento e con tal vivo urto li assale,
+ Che, fosse anche d'acciar la sua prigione,
+ Indomito la spezza; i perigliosi
+ Frantumi in alto, in cento versi avventa,
+ E con tuono improvviso all'aria esplode.
+ Di tal fiero poter con mente audace
+ L'uman genio si valse; accortamente
+ Il compose, il costrinse in ben attati
+ Cilindri, che dischiuso abbiano un varco;
+ Diè modo e verso al repentino istinto,
+ Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta,
+ E di guisa il domò, che or dentro a immoti
+ Dedaleï congegni urge, ed immani
+ Suste ad un cenno e ferrei magli elèva,
+ Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno
+ Propagando con vario ordine il moto,
+ Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo;
+ Or, d'un agile pino occulto in grembo,
+ Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti,
+ Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma
+ D'agile carro, sui voraci abissi
+ Rapidissimo scorre, e lidi e genti
+ In utili amistanze obliga e aduna.
+ Nè il mar vince soltanto; anche la terra
+ Con nuovo magistero a lui soggiace.
+ Varcar vedi per lui, quanto è distesa
+ Da l'igneo Sâra al gelido Trïone,
+ Tal fulmineo congegno, che animato
+ Mostro il diresti: un ferreo ed infernale
+ Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo
+ Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi
+ Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa;
+ Ed ecco, or per campagne umili e valli
+ Correr mugghiante e serpeggiar lo miri,
+ O lungo i fianchi d'un aëreo monte
+ Divincolando trascinar l'immane
+ Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo
+ Fuor dai pensili ponti alto fragore;
+ O la riva del mar tremulo al giorno
+ Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto
+ Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena,
+ Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche.
+ Di tante meraviglie a l'uom stromento
+ È il domato vapore. Or quelle ascolta,
+ Ch'opra il vigor del fulminante elettro.
+ O che chiuso ei si assieda, o che trascorra,
+ Tutto egli abita e muove: il ciel sublime
+ Turba e schiara a sua posta, or con sovrana
+ Possa adunando, or dispergendo i nembi;
+ La terra investe, agita i petti, e i germi
+ Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri
+ L'estro del ricco immaginar produce.
+ Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli,
+ L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile,
+ Tutto, qual serpeggiante anima, invade,
+ Per ogni cosa si conduce, e, come
+ Odio avesse ed amor, le simiglianti
+ Cose respinge, e le diverse attira;
+ Altre muta, altre scambia, altre dissolve.
+ Di questa forza onnipossente, occulta
+ Entro al sen de le cose e di sè stesso,
+ L'uom si avvisò meravigliando; e poi
+ Che al vulgare stupor, che inerte ammira,
+ L'acuto esame operator successe,
+ L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti
+ Ne investigò, ne misurò; gli azzurri
+ Dardi, per via di ben composti ingegni,
+ Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa
+ Al suo nume obbligò l'etereo foco,
+ Che il fulmine del ciel, già paventosa
+ Arma di Dio, terror de l'uomo e morte,
+ De l'umano pensier schiavo s'è fatto.
+ Affascinato da la tenue punta
+ D'un magnetico stil, che su dai colmi
+ Aërei tetti a vertice s'inalza,
+ Giù da le nubi rovinar tu il mira
+ Con fragore innocente, e sotto al cenno
+ Del tranquillo mortal cercar gli abissi.
+ Qui di doppio metal sorger tu vedi
+ Piccioletta colonna, a cui di pila
+ Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne
+ Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco,
+ Fra cui, molle di salsa onda, si spiega
+ L'indocile a l'elettro olida lana,
+ Con modesto artificio essa è costrutta.
+ Dentro ai vari elementi, in questa forma
+ Sovrapposti e congiunti, in un momento
+ Per innata virtù svolgesi e guizza
+ L'elettrica corrente; ai poli avversi
+ S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci
+ Svanirebbe per l'aria inutilmente,
+ Se ai due lati non fosse un magistero
+ Di metallici stami, in cui bentosto
+ La fulgurea scintilla entra, e propagasi
+ Precipite, e, fidata al tenue filo
+ Che ronzante a l'immenso aere si stende,
+ E i lidi estremi ed ogni gente unisce,
+ Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra
+ Qual dèmone; e non pur segni e parole,
+ Fidi messaggi del pensier, produce,
+ Ma, stupendo a veder, le desïate
+ Di chi lungi è da noi care sembianze
+ Fedelmente ritratte a noi presenta.
+ Ma a che produrre il favellar? Che detto
+ Sarà che il vol de l'uman genio adegue?
+ Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno
+ Le alate ore del dì segna e divide?
+ E l'elastica e grave aria, che preme
+ Su le suddite cose, e il caldo e il gielo
+ Con ingegno sottil pesi e misuri?
+ O come, armato la pupilla inferma
+ Di veggenti cristalli, al ciel li appunta
+ Con alto ardir, gli astri gelosi esplora,
+ E, penetrando un oceán di fiamme,
+ Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri?
+ La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo,
+ Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede
+ Riverente il governo. Un sol, sol uno
+ Maligno error nei regni suoi si ostina,
+ E quell'uno cadrà. Più forte io sento
+ Favellarmi l'amor; già di mortali
+ Forme il fantasma del cor mio si veste;
+ Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto
+ Volo, per tanta via, per tanti affanni
+ L'uomo mortal contro a l'error si eresse,
+ Credi, non pur possibile e secura,
+ Ma vicina, imminente, agevol cosa
+ È la morte del Nume e il mio trïonfo!--
+ Disse, e giù per la china aspra e romita
+ Concitato avvïossi. Alto un saluto
+ Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno
+ Strana e gagliarda un'armonia si desta:
+ Ei viene, egli s'avanza;
+ Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
+ Non firmamenti, o báratri,
+ Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
+ Sorgete a lui d'intorno,
+ O sepolti ne l'ira; e voi, che fate
+ Traffico di terreni odî, dal vostro
+ Usurpato soggiorno
+ Levatevi! Tremate
+ Da la cortina dei venduti altari,
+ Voi, che potenti di menzogne, il foco
+ Del dissidio apprendete; e al reo costume
+ De le plebi insensate
+ Esca porgete, ed affilate acciari.
+ Raggio non ha di lume
+ La mente vostra, e non ha tetto o loco
+ Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri
+ Mastri d'insidie, o neri
+ Viventi covi di serpenti, o mostri
+ D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi,
+ Ministri d'ira, apostoli d'errore,
+ A terra alfin; costui che viene è Amore!
+ Ei viene, egli s'avanza;
+ Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi;
+ Non firmamenti, o báratri,
+ Ma le tende de l'uom son la sua stanza!
+ O derelitti e miseri
+ Figli devoti a povertà, reietti
+ Da splendidi banchetti,
+ Servi cenciosi a la spezzata gleba,
+ Che fertile e ridente,
+ Il molle ozio nutrìca
+ Di fastosa Ignoranza;
+ A voi dura e nemica
+ Madrigna, invidiosa
+ Pur d'un vil tozzo bruno
+ Che pugna duramente
+ Con l'affilato dente
+ Pria che sfami il plebeo fianco digiuno;
+ Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete
+ Da le arene di Libia a la restía
+ Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia
+ Sotto al flagello de l'assiduo sole,
+ Crudo signore anch'esso,
+ Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti!
+ Parla cotal parola
+ Costui che vien, per cui,
+ De l'opre e degli affanni
+ Santificati a la feconda scola,
+ L'alma e la destra amica
+ Di provvida fatica,
+ Porger potranno tutti
+ De la finor vietata arbore ai frutti!
+
+ Ei viene, egli si avanza;
+ Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi!
+ Non firmamenti, o báratri
+ Ma le tende de l'uom son la sua stanza.
+ Voi, che in abietto e vile
+ Ozio distesi, il turpe viver molle
+ Annoverate dal fuggir de l'ore,
+ Schiavi imbelli del core
+ Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra!
+ Tal giudice v'è sopra,
+ Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona.
+ Nè del ceruleo sangue
+ Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro
+ Peso di scrigno avaro,
+ Solo a capricci di lussuria aperto;
+ Nè, meno ignobil merto,
+ Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle
+ Nipote da gagliardi avi discende,
+ Qual da la salma d'un illustre antico
+ Discende il vil lombrìco.
+ Industre ed ingegnosa
+ Gente, ai travagli del pensiero avvezza
+ Come ad opra di man, combatte ed osa
+ Assidua ed animosa,
+ Ed a mezzo il cammin mai non assonna.
+ Da le vulgari ed ime
+ Sedi s'inalza a mal contesa altezza,
+ E, rampogna sublime
+ Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime,
+ Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna!
+ Tal suonava d'intorno al Pellegrino
+ Meravigliosa un'armonia, fra tanto
+ Che, incoronato di superba luce,
+ Sul superbo suo capo il Sol splendea.
+
+
+
+
+CANTO QUARTO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti
+luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla
+morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo
+incantato e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto
+di Ebe, e le domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo
+e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.
+
+
+ Concitato così le spalle tòrse
+ A la scitica rupe, e dentro al petto,
+ Siccome vena di sboccanti lave,
+ Giovane e forte gli bollía la vita.
+ Solo e pensoso ei va, come solinga
+ Per gli spazî del ciel tacita nube,
+ Nè gli cal se la bianca alba gli rida,
+ Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga
+ L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;
+ Perocchè diva è la sua tempra, e nulla
+ Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.
+ Solo e pensoso ei va: monti e dirupi
+ E foreste e deserti indifferente
+ Lasciasi a tergo, e par nave, che muta
+ Solchi le tenebrose onde sospinta
+ Da prosperi aquiloni. Il flutto varca
+ De lo spumante, ingiurïoso Arasse;
+ Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama
+ Le Amazzoni omicide; le spelonche
+ Orride mira e le ferrate valli
+ Dei Cálibi feroci; e dei cotanti
+ Popolati di fiabe incliti lochi
+ O si scorda, o non cura, o ver sorride.
+ Ma di te si sovvenne, in su la sponda
+ Del propontide stretto, Ero infelice;
+ E il mar querulo ancor di tanto lutto
+ Ricercando con gli occhi e le nascenti
+ Per l'azzurro del ciel candide stelle:
+ --Ecco il talamo vostro, ecco le faci
+ Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:
+ Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno
+ Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno
+ Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo
+ Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,
+ Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!
+ Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;
+ Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio
+ Ed un sospiro; un talamo e una fossa;
+ Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!
+ Oh! l'amore, oh! la morte!--
+ In tali avvolto
+ Meste e leggiadre fantasie d'amore
+ Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti
+ Per tanto flutto verginali amplessi
+ E la pronuba face e il fato estremo
+ Invidïando al garzoncel d'Abido,
+ Sentì quasi pietà d'esser sì solo.
+ Mentre ei vaga così di terra in terra,
+ E amor solo il comanda, ad altre piagge
+ Volano i canti miei: su le ridenti
+ Piagge di Tempe, asil di giovanette,
+ Ninfe, amanti di rose e di garzoni.
+ Come canestro di ben culti fiori,
+ Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,
+ Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,
+ Quando Grecia fioría, Numi e poeti.
+ Coronata di selva, entro ad opaca
+ Valle per ben chiomati olmi canori
+ E per canto d'augelli e suon di rivi,
+ Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,
+ E, quai Titani, a lei stanno d'intorno
+ Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri
+ Gioghi di monti, da le cui pendici,
+ Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe
+ Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,
+ Quando più torve lo mordean l'Erinni,
+ Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse
+ S'addossavano ancor rocce su rocce
+ Senza varco di uscita; e brulla e mesta
+ Era la terra. Arse di rabbia il fero
+ Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto
+ Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti
+ Gl'iperborei macigni; inorriditi
+ Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro
+ Al furente Almeníde. Amena e bella
+ Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume
+ In memoria del dio. Fra sempre verdi
+ Gramigne e giunchi flessuösi e fiori
+ Esso ha il lubrico letto, ed or si volve
+ Querulo come rivo, or mugolante
+ Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno
+ Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,
+ Or limpido e sonante al ciel risplende
+ Come lama d'argento, ed ai lavacri
+ Il polveroso mandrïan conforta.
+ Pingue così di spume e di tributi
+ Scende superbo a fecondar la valle,
+ E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno
+ E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,
+ Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda
+ E sdegnosa altresì; però che un tratto
+ Su l'ampio dorso del Penèo galleggia
+ Lieve e cheto com'olio, indi si parte
+ Solissimo fra' giunchi, e vien per via
+ Mordendo argini e siepi ed involando
+ Iridati lapilli e tenui fiori,
+ Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce
+ Con allegro susurro il giovin flutto.
+ Cercan la sua romita onda al merigge
+ Sitibonde le capre, e tarde e stanche
+ Giù da l'erta si calano le vacche
+ Al tinnío de le pensili campane,
+ Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso
+ Il rubesto caprar zufola al vento.
+ Venían furtive un dì sopra la riva
+ Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe
+ Le ritonde sembianze, e su l'eburnee
+ Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza
+ Degli estivi solstizî, e mezzo ignude
+ Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,
+ Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti
+ Palpitavan, celati entro ai cespugli,
+ L'insidïosi giovanetti, e nulla
+ Prendean cura di greggi, o di ritorno,
+ O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito
+ Fuor mai si spinse, e disïoso e folle
+ Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,
+ Clamorose echeggiar sentivi intorno
+ Femminee strida, ed agitate e rotte
+ Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo,
+ Fuggon le donzellette, e vesti e pepli
+ Scambian confuse, e tremanti avviluppansi
+ Ne le riverse tuniche, e pe'l lido
+ Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono
+ Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,
+ Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli
+ Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi
+ Rosee forme fuggenti, e scappan dardi
+ Di voluttà. Riedon delusi intanto
+ I giovincelli, e s'affollan sul piano
+ Clamorosi, anelanti, ed un si loda
+ Del proprio ardire, e ride e si fa gioco
+ Del ritroso compagno; un leva a cielo
+ La beltà de l'amica; altri fa mostra
+ D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta
+ Sorrisi e baci e occulte intelligenze
+ Di vicini ritrovi; e va del caso
+ Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.
+ Così a le danze ed ai trastulli amica
+ Tempe fioriva un dì, quando nei bruni
+ Letti del mar dormía cieco ed ignoto
+ Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta
+ Come vedova or siede; e s'anco aprile
+ Va per uso a recar le sue ghirlande
+ Su quell'orbe contrade, e van le stelle
+ A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,
+ Ben puoi dire, che senso han tutte cose
+ Di ricordi gentili, e son fedeli,
+ Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.
+ Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse
+ Ispide macchie al croceo Sol biancheggia
+ Qualche muta capanna, ove, costretto
+ Di scarse lane il macerato fianco,
+ Numera i penitenti anni nel duolo
+ Il romito calòcero, che nulla
+ Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo
+ Forse dar più non puote, offre al Signore.
+ Sola, fra questi incolti èremi, in vetta
+ D'un'aërea collina, a cui sorride
+ Primo dagli orti il giovinetto sole,
+ Una strana magion sorger tu miri
+ Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente
+ Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora
+ Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,
+ Or circonfusa d'un'argentea luce
+ A dolce meditar l'anime invita.
+ Danza d'intorno a lei con grazïoso
+ Florivolo tripudio il fresco Aprile,
+ Che le penne del dorso e il facil volo
+ Ivi gran tratto e volentieri oblía,
+ Fin che non giunga a discacciarlo il verno.
+ Sentono il suo fecondo alito i fiori,
+ E su su da le intatte erbe, che tremolano
+ Riscintillanti al candido mattino,
+ Schiudon l'auree corolle, innamorate
+ D'agili silfi; ed ei, per la diffusa
+ Luce che lo circonda e le volanti
+ Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,
+ E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,
+ L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,
+ A un concento d'amor tempra e concorda.
+ Mira a la lunge il credulo romito,
+ Come spera di Sol, fulger l'ostello,
+ E suonar l'aure insolite armonie
+ Stupefatto ode, ed incantevol mostro
+ Di spiriti lo crede, asil di fate
+ Suäditrici di lascivi amplessi.
+ Pende un tratto con doppio animo, e quando
+ Nel travolto pensier dèmoni e ninfe
+ Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi
+ Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,
+ Trepidante di là togliesi, e il foco
+ Del vorace desio, che il cor gli afferra,
+ Nel pensiero di Dio spegner presume.
+ --Piombi il foco del ciel su l'empie mura,
+ Quinci a notte passando, esclama il vecchio
+ Merciaiolo di Sira; al maledetto
+ Spirito che vi ha stanza aprasi il nero
+ Regno di Belzebù!--Sporge le braccia
+ Imprecando in tal guisa; e, borbottando
+ Per l'erma notte altre più ree parole,
+ Riattizza la pipa: in fosche e spesse
+ Nugole fuor da le sonanti labbra
+ Sbuca il putido fumo, e con sinistro
+ Gorgoglío geme la tartarea canna.
+ Ma di lui men feroce, in su la china
+ De le valli fiorite, allor che intera
+ Guarda l'estiva luna entro lo specchio
+ De le chete fontane, e a le tranquille
+ Brezze dei monti flettono la cima
+ L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,
+ Men feroce di lui fermasi e guata
+ Il giovinetto pastorel, che vide
+ Un dì ne la pensosa ora dei vespri
+ Vaga passar di sotto ai pergolati
+ De l'aërea magione una bellissima
+ Immagin di fanciulla, e non sa forse
+ Il semplicetto mandrïan, se cosa
+ Fosse di sogno, o di mortal figura
+ Non fallace apparenza. Entro al pensiero
+ Quella leggiadra visïon tuttora
+ Vagolando gli nuota, a quella forma
+ Che vediam ne la verde onda d'un lago
+ D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,
+ E ne par forse innamorato e mesto
+ Spirto, dannato ad abitar quell'acque.
+ Sui disfatti scaglioni il giovinetto
+ Appo il fonte si asside, e la stanchezza
+ Dei lunghi giorni e la stagion cocente
+ Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri
+ Fra le vergini rose e le modeste
+ Edere de le siepi, or tu gli reca
+ Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora
+ Derivar da la dolce arpa l'ignota
+ Di quell'aureo palagio abitatrice,
+ Ebe, il misterïoso astro di Tempe,
+ Ebe, l'arcana visïon d'amore.
+ Ella è colà: nei taciti giardini
+ Pari a le stelle uscì; candida e sola,
+ Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira
+ Pei fioriti vïali, ecco, domanda
+ Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,
+ Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto
+ Ne la pensile rete ella distende
+ Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura
+ Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
+ Spinge tra fronda e fronda il curïoso
+ Raggio la luna, ed al tremar dei rami
+ Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.
+ Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda
+ Fate di danze, innamorati augelli:
+ Bacio d'amor su quella fronte intatta
+ Finor non si posò; pronube danze
+ Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,
+ Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
+ Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira
+ L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa
+ Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco
+ S'apre a fatica a la materna luce;
+ Onda, che parta il marinar co'l remo,
+ Mormorando s'aduna, e corre al lido;
+ Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura
+ Abbandonatamente a l'aura ondeggia.
+ Or vedete, ella sorge; a la vocale
+ Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro
+ Sedil, tessuto di costanti bossi,
+ Mollemente si adagia, e al fuggitivo
+ Tremulo raggio de l'occidue stelle
+ La mesta del suo cor voce confida:
+
+ --Date a la terra i fiori,
+ Date i coralli al mar;
+ Ad ogni cor gli amori,
+ Ad ogni dio l'altar.
+ Abbia ogni nembo un'ìride,
+ Ogni astro i suoi splendori;
+ Date a la terra i fiori,
+ Date i coralli al mar.
+
+ Ma, rieda il verno o il maggio,
+ Mesta e soletta io son;
+ Muto è del cielo il raggio,
+ Triste è de l'arpa il suon;
+ Qual vana ala di zeffiro
+ Passo nel mio vïaggio,
+ E, rieda il verno o il maggio,
+ Mesta e soletta io son.
+
+ O immagini lucenti
+ Di più felici dì,
+ Sogni de l'arte ardenti,
+ Il vostro april sfiorì;
+ Invan chiedo le olimpiche
+ Forme a le nuove genti,
+ O immagini lucenti
+ Di più felici dì.
+
+ La giovinezza, il riso,
+ Le grazie ed il piacer
+ Fuggon tremanti al viso
+ De l'inamabil Ver;
+ Fuggon su l'ali rosee
+ Del vago error conquiso
+ La giovinezza, il riso,
+ Le grazie ed il piacer.--
+
+ Ella così cantò. Sul limitare
+ Appresentossi un pellegrin. Dai muti
+ Sottoposti sentieri, a stilla a stilla
+ Bevuta avea la voluttà secreta
+ Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,
+ Che le brine del cielo avido beve
+ Ne le tiepide sere; e a forza tratto
+ Ivi venía, per quel secreto istinto
+ Che l'altera rivolge aquila al sole.
+ --La Ragion sia con voi, grave e solenne
+ Esclamò su la soglia; un pellegrino
+ Chiede ospitalità.--
+ Lo sguardo eresse
+ A lo strano saluto Ebe, e tremante,
+ Attonita mirò quella bizzarra
+ Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse
+ Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero
+ Gioco gli fan così su la persona
+ Le acute ombre notturne e l'auree faci,
+ Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva
+ Apparenza di spirto, ivi per voce
+ D'incantesimi tratto.
+ --O pellegrino,
+ Così a dir prese con trepida voce
+ L'inclita giovinetta; ove di cibo
+ Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata
+ Gente ed a case inospitali e dure
+ Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo
+ Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente
+ Viene in tal guisa a visitar la terra.
+ Però siedi e t'allegra; e mentre intorno
+ Movan le ancelle ad imbandir le cene,
+ E a sprimacciare e ricovrir di schiette
+ Coltri le piume al tuo riposo amiche,
+ Dir ti piaccia il tuo nome e le native
+ Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,
+ A le fogge straniere e al portamento
+ Uom venturoso e non vulgar ti estimo.--
+ Egli sorrise e s'adagiò. Siccome
+ Tenera foglia al susurrar del vento
+ Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura
+ Goda cullarsi e presentir l'onore
+ Dei colmi bocci e del nettareo frutto,
+ O che, del nembo aütunnal presaga,
+ L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa
+ Trepidava ne l'alma al novo aspetto
+ De l'orgoglioso Pellegrino, e muta
+ Pendea da lui, qual candido corimbo
+ Che dal solingo muricciòl de l'orto,
+ Quando zeffiro tace, immobil pende.
+ Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero
+ Ospite, e come può, cerca con gli occhi
+ Disïosi tradir tutta in un punto
+ La dolcezza improvvisa, onde si strugge
+ Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto
+ Nei grandi occhi di lei, con lenta voce
+ Diè principio al suo dire:
+ --Ospite, ov'io
+ Dar potessi la fede ai tanti miti,
+ Di che memore è il loco, io di mortali
+ Questo l'asil non crederei, ma antica
+ Stanza di numi; ma nel cielo i numi
+ Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo
+ Regnator de la terra; ond'io con esso
+ Primamente mi allegro, e son superbo
+ D'esser con te. Pur molte fiate e molte
+ Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi
+ Raccontar la mia storia, e tu non senza
+ Terror l'udresti, perocchè diverso
+ Molto son io di quel che sembro, e fama
+ E possanza ed impero ho anch'io nel mondo
+ Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace
+ Saper tanto di me, che altera cosa
+ Il silenzio non sembri e folle il vanto,
+ Brevemente dirò. Su l'immortale
+ Cardine del Pensiero, inclito padre
+ Di stupendi artificî, erto il mio trono
+ S'alza come alpe, e nulla a me di fronte
+ Nel creato universo altra si estolle
+ Nemica forza emulatrice, tranne
+ La gran larva di Dio. Fiero e superbo
+ Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta
+ Region dei cieli e la miglior presume
+ Frenar sotto il suo scettro, e il radïante
+ Popol degli astri e il dolce aere e la luce
+ Al mio regno involar, ma questa bruna
+ Picciola sfera, ove si affanna e preme
+ Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde
+ Alme al Vero devote e al culto mio
+ Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno
+ Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,
+ Darò, nè guari, e di mia man la morte!--
+ --Tu bestemmî, stranier! raccapricciando
+ Ebe esclamò; tremar mi fai!--
+ Su'l labbro
+ Pose ei l'indice in croce, e altero in atto
+ Silenzio indisse, e proseguì:
+ --Pugnammo
+ Con diverse armi sempre, e spirò incerta
+ L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso
+ Firmamento del ciel, rigido, immoto
+ L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco
+ Fosse a la colpa del mestier divino,
+ Sotto triplice larva il ciel governa.
+ Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto
+ Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo
+ Arrestarne potría; come insanita
+ Tiade balza la terra a l'aër cieco,
+ E l'etere si spande, e il mare ondeggia,
+ E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto
+ Lo spensierato iddio pasce le nari
+ Del bruciaticcio di venali incensi,
+ E a soffiar vuote bolle di sapone,
+ Che a la luce del Sol gli sembran stelle,
+ Sciupa l'eternità. Ferrei governi
+ E immote norme ed assoluti imperi
+ A l'incontro io dispregio, e avverso al fato
+ E a la Natura sto; m'agito e vivo
+ Fra le cose create, e son de l'alma
+ La libertà. Stupido e fiero ei regna
+ Immobilmente, ed or di püerili
+ Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo
+ Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui
+ E d'anfibî ministri e d'evirate
+ Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza
+ Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno
+ Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,
+ Di libere e gagliarde alme il difendo
+ Liberamente. O amore, o affanno, o colpa
+ Di scïenza e di luce, o istinto e vita
+ Di verità, di libertà, se merto
+ Altro non hai che la tortura e il rogo,
+ Se altro nome non hai fuor che delitto,
+ Ecco, a la terra io fermamente il grido:
+ Altare è il rogo, ed il delitto è dio!--
+ Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni
+ Omeri scosse, e sollevò la faccia
+ Con fantastico ardir. Pavida, incerta
+ Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota
+ Purpurea fiamma le scendea nel petto
+ Agitandole il cor. Sorse a la fine
+ Tacita; con gentile atto la destra
+ Cortesemente al forestier profferse,
+ E al cheto asil dei suoi verginei sogni
+ Conturbata si volse. Ei con l'acceso
+ Sguardo la cinse; com'etereo foco
+ Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto
+ D'eterno amor le fibre intime ardente,
+ Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!
+
+
+
+
+CANTO QUINTO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme
+sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del
+trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli
+di Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di
+Focione, di Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno
+all'Eroe, e lo beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel
+sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.
+
+
+ Ma qual riposo mai, qual mai quïete
+ Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
+ Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
+ Sì fiero caso a la tua vita appresta?
+ Come fil di corallo entro a le chete
+ Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
+ Amor sen vien furtivo e taciturno,
+ Sen viene al cor qual ladroncel notturno.
+
+ Su le deserte, angoscïose piume
+ Ella inquieta si volge, ella sospira;
+ E, qual lieve farfalla intorno al lume,
+ Amor non visto intorno a lei si aggira;
+ Gira per l'aria, e com'è suo costume,
+ Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
+ E de lo strano Eroe le reca innante
+ Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.
+
+ Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
+ Fan le audaci parole a lei ritorno,
+ Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
+ Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
+ Ed or le parla de la sua fortuna,
+ Muto or la guarda, or le si asside intorno;
+ Ed ella, a par di bianca aërea face,
+ Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.
+
+ Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
+ Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
+ Taceva anco la notte, e rade e lente
+ Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
+ Un zeffiro gentil da l'orïente
+ Le vaghe ali movea di brine asperse,
+ E ad ogni fior de le ben culte aiuole
+ Dolci olezzi traea, dolci parole.
+
+ Diceva a l'aura il fiore:--Aura pietosa,
+ Che mi porti le brine alme e vivaci,
+ Deh! per poco su me l'ali riposa
+ L'ali dolci così, così fugaci;
+ Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
+ Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
+ Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
+ Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!--
+
+ --Sorgi, dicea con lamentevol grido
+ Presso a la rosa il tenero usignolo;
+ Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
+ Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
+ Già il candido mattin sorge dal lido,
+ E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
+ Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
+ Tu sei l'amore, e l'armonia son io.--
+
+ Questo udía pe'l giardin la vereconda
+ Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
+ Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
+ E un'Ombra vide, o di veder le parve;
+ Stette, il respir contenne, e a la gioconda
+ Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
+ Mise ella un grido, e pallida divenne;
+ Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.
+
+ --Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
+ M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
+ Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
+ Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
+ Ogni raggio d'onor fia per me spento,
+ Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
+ In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
+ La vita, il trono, la vittoria acquisto.
+
+ Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
+ Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
+ Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
+ O eterna Idea, che umana forma or prendi;
+ Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
+ Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
+ Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
+ Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.
+
+ Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
+ Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
+ T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
+ E immenso è l'amor mio siccome il mare:
+ Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
+ La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
+ Sola virtù di questa fragil salma,
+ Luce de la pupilla, aria de l'alma!--
+
+ Così dicendo, a l'odorato lembo
+ De le vesti di lei dolce si appiglia;
+ Ella pavida in atto, al vergin grembo
+ Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
+ E qual fussia gentil, che dopo il nembo
+ Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
+ Stillante di pudor la faccia bella,
+ Senza il fronte levar, così favella:
+
+ --Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
+ Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
+ Deh! chi mai la possente arte ti apprese
+ Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
+ Ben questi alberi muti e le scoscese
+ Rupi verrían commossi a tanto affetto,
+ E amor risponderían, d'amore istrutti,
+ Le dure querce e gl'infecondi flutti.
+
+ Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
+ Il fior di questa mia povera vita,
+ Se le gioie del mondo e i giorni allegri
+ Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
+ Qui passan gli anni miei romiti e negri,
+ E m'è la speme del morir gradita;
+ Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
+ Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.--
+
+ Tal parla, e in verginale atto la faccia
+ Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
+ E minacciar vorría, ma la minaccia
+ Le muore su le labbra in un sospiro.
+ Ebbro, anelante, con aperte braccia,
+ --Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
+ Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
+ Senza luce d'amor viver non dèi.
+
+ No, non fia ver, che senz'amore al mondo
+ Volga tua vita abbandonata e sola,
+ Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
+ Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
+ Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
+ La forte ala d'amor penetra e vola,
+ Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
+ Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.
+
+ Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
+ Raggio di sole e manto irto di neve,
+ Vol di farfalla e profumo di fiore,
+ Tutto passa così rapido e lieve;
+ Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
+ E l'istante d'amor forse è il più breve;
+ Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
+ Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.
+
+ Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
+ Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
+ Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
+ Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
+ Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
+ Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
+ Come ad olmo consorte edera o vite
+ L'alme unirem sovra a le bocche unite!--
+
+ Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
+ Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
+ E un'armonia suonò per l'aër vano,
+ Ch'armonia parve, e baci erano forse.
+ Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
+ Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
+ E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
+ Specchiar l'altra mirò la propria immago.
+
+ V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva
+ Di bei fiori non è, non è di foglie,
+ Ma al tocco sol, come se fosse viva,
+ Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;
+ Nome il volgo le dà di sensitiva,
+ E senso di pudor certo essa accoglie,
+ Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,
+ Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.
+
+ Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno
+ Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;
+ Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,
+ E il cor le fugge a la risposta insieme:
+ --Stranier, caro stranier, per questa almeno
+ Secreta ambascia, che m'affanna e preme,
+ Deh! per questa ti prego alma soletta,
+ L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.
+
+ Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,
+ Se a l'audace voler tua possa è uguale,
+ Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,
+ Nuova di giovinezza onda immortale;
+ Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;
+ Che men funesto a noi vibri il suo strale;
+ Che a questa vecchia gente infastidita
+ Riedan le Grazie a rifiorir la vita!
+
+ E se tanto non puoi, dammi che a questa
+ Terra, che non m'intende, alfin m'invole;
+ Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,
+ Che sepolta nel ver l'anima vuole.
+ Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,
+ Ch'io mi confonda in un raggio di sole,
+ Ch'io naufraghi coi miei poveri numi
+ In un mare di luce e di profumi!--
+
+ --Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,
+ Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,
+ E alle fole, che il mito aureo compose,
+ I nostri involïam superbi cori:
+ Il trono de l'amor son queste rose;
+ Tutti son ne la vita i suoi splendori;
+ È qui sovra la terra il ciel che agogni,
+ Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!
+
+ Vivi a la terra e a me: vivi al governo
+ Di questo amor, che fiamma è del pensiero,
+ Di questo universal giovane eterno,
+ Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;
+ Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,
+ Tempo ed eternità, verbo e mistero,
+ Principio e fine del mortal cammino,
+ Fede, legge, virtù, vita, destino.
+
+ Vieni con me; per l'infinita via
+ L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;
+ L'opra e l'amor son la ricchezza mia,
+ Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:
+ Aquila altera per l'aria natía
+ Al Sol va incontro, e schiva è di catene;
+ I nembi sfida, i turbini sovrasta,
+ Libera muor; la libertà le basta.
+
+ Noi liberi così, per vario corso,
+ Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,
+ E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,
+ De l'ali sue ne rifarà le vele.
+ A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,
+ Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;
+ Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,
+ Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!--
+
+ Favellando così, giuso a la valle
+ Avean, senza saper, già vòlti i passi,
+ E incerti si seguían, qual due farfalle,
+ Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;
+ Ma quando s'avvisâr del vario calle
+ De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,
+ Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta
+ Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.
+
+ Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe
+ Guancial trovò sul molle suol proteso,
+ Nè le miti verbene e le superbe
+ Rose andâr liete del vergineo peso:
+ Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe
+ Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,
+ E gli spiriti erranti in su le chete
+ Labbra le avviva, e geme, e le ripete:
+
+ --Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
+ Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
+ Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
+ Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
+ Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
+ Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
+ Come ad olmo consorte edera o vite
+ L'alme unirem sovra a le bocche unite.--
+
+ Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
+ Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
+ Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
+ Splender mirò de la Ragione il regno;
+ Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
+ Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
+ E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
+ Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.
+
+ Sconosciuta fra tanto a la ventura
+ L'innamorata coppia oltre cammina,
+ E or d'un côlto villaggio entran le mura,
+ Or cercano la valle, or la collina;
+ Posan or su la sponda, or ne l'oscura
+ Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
+ La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
+ Per essi: amor; l'eternità un momento.
+
+ Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
+ Le nitide versâr perle dal crine,
+ Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
+ Il sacro Attico suol videro alfine;
+ E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
+ Le Cecropie toccâr mura divine,
+ Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
+ Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.
+
+ Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
+ L'urne riversa il vigile Cefiso,
+ Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
+ Crescea corone un dì l'aureo narciso.
+ Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
+ La pelasgica rupe appo l'Illiso,
+ Or rupe incolta, ma d'illustre prove
+ Già campo a la fatal figlia di Giove.
+
+ Di pentelici marmi, in su la cima,
+ L'inconcusso delúbro alto sorgea,
+ E d'opre egregie e sagrificî opima
+ Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
+ Fra l'argive falangi inclita e prima
+ Sovente essa l'invitta asta scotea;
+ E al lampo sol del venerando aspetto
+ Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.
+
+ Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
+ Temprate in Lemno a le celesti incudi,
+ E libera de l'irto elmo l'augusta
+ Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
+ Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
+ Spirava il riso di men ferrei studi;
+ E a l'ombra del vocal delfico alloro
+ Venían le Muse, e s'assidea fra loro.
+
+ Tra i ruderi famosi e le dirute
+ Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
+ Pensieroso guardò l'are cadute
+ E i fòri e del deserto ágora il piano
+ E il monte del tremato Are e le mute
+ Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
+ E d'un dio su la testa infranta e nera
+ Umor versò, che nettare non era.
+
+ Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
+ S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
+ Pende la luna, e sovra a la gentile
+ Bionda testa di lei sorride e trema.
+ Pensoso egli è più de l'usato stile;
+ È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
+ E nuotando le vanno incerte e scure
+ Cento memorie in cor, cento paure.
+
+ Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
+ Del sen le fa con le protese braccia;
+ E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
+ De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
+ Velò la fronte ipocrita la luna,
+ Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
+ Come vecchia pinzochera far suole
+ Al caro suon di lubriche parole.
+
+ Disse alfin la fanciulla:--Oh! se sapessi
+ Che paure ho nel core! Ai giorni miei
+ Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
+ E amore e vita ed avvenir mi sei.
+ Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
+ Come rondin deserta io mi morrei,
+ Io mi morrei così!--Tacque, e gli avvolse
+ Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.
+
+ Poi riprendea piangendo:--Era fatale
+ Quest'amor, più di te, più di me forte;
+ Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
+ E infranse e ribadì le mie ritorte.
+ Sento che tu non sei cosa mortale,
+ Ma ne le braccia tue sento la morte;
+ Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
+ L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.--
+
+ Non risponde colui: torbido, immoto
+ Per le tenebre lunghe il guardo intende;
+ Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
+ Di larve brulicar l'aria comprende:
+ Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
+ E incerta su di lor la luna splende;
+ E a lui d'intorno in apparenze strane
+ Prendon fogge e sembianze e voci umane.
+
+ Parla un'Ombra così:--Socrate fui,
+ E tra' mortali un'altra volta io vegno,
+ Chè contro a questi nebulosi e bui,
+ Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
+ Solo del vero io parlerò, di lui,
+ Ch'unico iddio su la natura ha regno;
+ E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
+ Beverò la cicuta un'altra volta!--
+
+ Sorge un'altr'Ombra, e dice:--Al vulgo iniquo,
+ Che tanto omai del suo poter presume,
+ Tal esempio darò, che da l'obliquo
+ Calle il ritragga d'ogni rio costume;
+ Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
+ Splender non può di Libertade il lume;
+ E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
+ Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.--
+
+ Sparve, e un'altra a dir prese:--O voi ch'eletti
+ Foste in terra a portar le regie some,
+ Al patrio ben primi volgete i petti,
+ E le stranie falangi allor fien dóme.
+ Codro son io; dei popoli soggetti
+ Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
+ Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
+ Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.--
+
+ S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
+ Su le stanche pupille il sonno scese,
+ E sovr'esso a la terra arida e brulla
+ Le strenue membra il Pellegrin distese.
+ Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
+ Per lo pian solitario o vide o intese;
+ Ma al dileguar de le notturne larve
+ Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.
+
+ Mostro ei mirò, che lungo e macilento
+ Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
+ Come punta di falce adunco ha il mento,
+ D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
+ Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
+ Intrecciate di scope ispide e nere;
+ Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
+ E su la testa un gran cappel da prete.
+
+ Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
+ Dentro al placido rio salta e gavazza,
+ Così intorno al dormente agile in atto
+ Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
+ Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
+ Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
+ Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
+ E così lo deride e lo sbeffeggia:
+
+ --Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
+ Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
+ Così la fede dei mortali hai scossa?
+ Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
+ Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
+ Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
+ O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
+ Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!--
+
+ Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
+ Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
+ Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
+ Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
+ Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
+ Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
+ Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
+ Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.
+
+
+
+
+CANTO SESTO.
+
+ARGOMENTO.
+
+L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla
+Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e
+naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano
+salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della
+fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuoi
+perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo;
+armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il
+nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla
+pugna.--Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a
+ferirlo.--L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla
+giovinetta.
+
+
+ Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,
+ Cui bacia il flutto de l'icario mare,
+ Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi
+ Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua
+ Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo
+ L'ala del suo pensiero; e per le ardenti
+ Regïoni dei suoi sogni, vestita
+ Di crescenti speranze e di fulgori
+ Non toccati giammai, vede una sponda,
+ Che, libera e temuta in fra le genti,
+ L'ampia de la Ragione arbore edùca.
+ Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella
+ L'abietta lingua popolar, ma schiva
+ Com'è d'umili cose, ella a buon dritto
+ Titol di capo assume e di cervello.
+ Ivi la tenda ei pianterà: superba
+ Patria di sogni ella a sè chiama e attira,
+ Qual per forza d'istinto, il venturoso
+ Arcangelo umanato, a cui nel petto
+ Con eterno bollor balzano i sogni.
+ Sotto al suo piè monotona fra tanto
+ Brontola la rotante èlica; fischiano
+ Gli euri a l'antenne; mormoran confuse
+ Voci di meraviglia e di vendetta
+ Le solcate, saltanti acque; al governo
+ Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta
+ Nel suo madido manto alzasi al cielo
+ Coronata di muti astri la notte.
+ Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste
+ Onde, su cui passa leggera e certa
+ Con le fiamme nel sen quella nuotante
+ Fra tanta immensità piccola prora,
+ E ai solenni ardimenti inorgoglito
+ Dei suoi cari mortali, osa con questa
+ Baldanzosa jattanza alzar la voce:
+
+ --Piega al cenno de l'uom, piega la testa,
+ O superba di nomi Iside antica,
+ E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!
+
+ V'è tale abitator su questa aprica,
+ Ultima sfera, che al tuo passo intorno
+ Volge ignorata, e tu scemi a fatica,
+
+ V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,
+ Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,
+ Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.
+
+ L'idra orrenda del male erra quei lidi,
+ Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe
+ Prematura e fatal morte a quei nidi;
+
+ Ma dal sen degli affanni e de le tombe
+ Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto
+ Quanto più giù la vil creta procombe;
+
+ E l'uom col serto del martirio e il santo
+ Peso del suo dolor, nauta immortale,
+ L'onde si accinge a navigar del pianto;
+
+ E, rompendo co'l petto il mar fatale,
+ Pur morendo, procede, e su l'impure
+ Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.
+
+ E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure
+ Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono
+ Armi il tuo grido, e veste hai di paure.
+ Questo verme immortale ebbe tal dono,
+ Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero
+ Su le rovine tue piánta il suo trono.
+
+ Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero
+ Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo
+ Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.
+
+ Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo
+ Regno precidi, o ver di lidi avari
+ Inciampo opponi periglioso e tardo;
+
+ Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari,
+ Con l'onda tua nei suoi congegni occulta,
+ Fa mari i monti, e fa montagne i mari.
+
+ Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta
+ Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo
+ Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta
+ Libero, invitto, onnipossente, eterno!--
+
+ Udì il vanto oltraggioso e la superba
+ Sfida la Dea, che tutte cose impera,
+ E da le sedi adamantine, eccelse,
+ Ove, occulta al creato, erge il suo trono,
+ Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome
+ Commiserando a questa ultima sfera,
+ Bruna ed ultima tanto e tanto audace.
+ Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele
+ L'ignifera carena, e fra' tranquilli
+ Miraggi de le fate argenteo il dorso
+ Scopríano a la notturna aere i delfini,
+ Pazzamente esultando; e già non lungi
+ Nereggiava agl'incerti occhi la sponda,
+ Che udì del tapinello Aci il lamento,
+ Quando il fiero Ciclope eragli sopra
+ Con geloso consiglio; e già tra' cupi
+ Firmamenti d'azzurro, erti ed immani
+ Spiccava agli astri, qual fumante altare,
+ Gli affocati cratèri Etna superbo,
+ Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante
+ Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa,
+ Di sulfureo vapor l'aria si tinse,
+ Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti
+ Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti.
+ Balzò dagli antri de la terra un vasto
+ Sanguinoso fantasma; in tortuöse
+ Rapide spire si elevò, diffuse
+ Per li nordici campi orrido il crine,
+ Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti
+ Cerchi gl'impaüriti astri costrinse.
+ Guardò l'Eroe senza sgomento al petto
+ La boreäl meteora, e a le stupìte
+ Genti, che su la tolda erano accórse
+ A mirar tanto caso, e di paura
+ Avean gelido il core e verde il viso,
+ Insegnò, come seppe, in dir cortese
+ Il magnetico evento; allor che sorto
+ Da le funi riposte, ove grand'ora
+ Scialbo e sparuto era rimasto assiso
+ Certo frate Iginaldo, in modo strano
+ Trampolando sui piè, sciolse la lingua
+ Ai soliti sermoni. Era costui
+ Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo,
+ Pallido come cece, istrice al fronte,
+ Falco a lo sguardo: un subbio benedetto,
+ A cui tutta ravvolta era la trama,
+ Che ordita avea con fine arte il Loiola.
+ Corsa gran parte avea d'Asia; pescato
+ Con la rete di Pietro alme e moneta
+ Per la sposa di Cristo, e al Franco lido
+ Quinci movea per sovvenir le afflitte
+ Dai novelli cimenti anime pie.
+ Di Lucifero il detto e il paventoso
+ Mormorar de la ciurma, a quella strana
+ Apparenza di cielo, ei tosto accolse
+ Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro
+ Di fulminar con la parola audace
+ L'alme corrotte e l'empietà dei tempi,
+ Gittossi a' piedi il brevïario, strinse
+ Ne la tremula destra il crocifisso,
+ Che tenea, qual pugnale, a la cintura,
+ E in questa guisa a favellar proruppe:
+ --Prostratevi, tremate; ululi e pianti
+ Alzate, o genti de la terra; il crine
+ Di polvere spargete! Ecco, si appressa
+ L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore
+ Sbuca fuor da le sue stanze, e discende
+ Come nembo d'autunno. Ardono i cieli
+ A l'irata presenza, e piovon fiamme
+ Su le terre di Sòdoma; qual cera
+ Squaglian monti e palagi; orridi e neri
+ Bollon com'olio i flutti; apron le gole
+ I mille abissi de la terra, e inghiottono
+ Le falangi del tristo. Empî! di falsi
+ Idoli e di scïenze occulte e maghe
+ Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio
+ Profanato del Cristo; il santo avete
+ Patrimonio di Pier fra voi diviso;
+ Gozzovigliato fra le stragi; aperto
+ Con mille punte di tortura il grembo
+ De la madre di tutti; i figli spinti
+ Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue,
+ Con vile e frodolente arte spremuto,
+ Tracannando qual vino, ebbri e feroci,
+ Incoronati d'empietà, vi siete
+ Sopra l'ossa dei santi eretto il trono!
+ Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia
+ Il Signor degli eserciti, e l'immondo
+ Trono di Belzebù, come vil coccio
+ Infrangerà! Questo che in ciel vedete
+ È il giudizio di Dio!--
+ --Questo è il rossore
+ Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!--Una
+ voce gridò.
+ --Questo è l'inferno,
+ Riprese il frate, che divora e strugge
+ Le falangi degli empî!--
+ --O forse il sangue,
+ Che han versato ogni tempo i manigoldi
+ Di Vaticano!--
+ --Odo fra noi la voce
+ De l'eresía; Satana è qui; perduti
+ Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!--
+ Dicea, quando dal mar torbido e negro
+ Mugulando una sconcia onda levosse,
+ Contro al legno proruppe, e lieve in guisa
+ L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo
+ Una povera foglia. Orridamente
+ Cigolaron le antenne; urlâr concordi
+ I venti e i passaggier, le ciurme e il mare,
+ E, dal fiero sospinto urto improvviso,
+ Balenò, traballò, rovescion cadde
+ Il loquace profeta, e destò il riso
+ Ai mal fermi su' piè trepidi astanti,
+ Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto
+ Con muta gravità saltando aggirasi
+ La rugosa bertuccia, o ver, seduta
+ Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo
+ Dente a spellar secco virgulto, e il guardo
+ Volge furtivo ai curïosi intorno,
+ Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto
+ Balza a l'opposto lato, i bianchi denti
+ Digrigna, batte le palpebre, e torna
+ Con guardinga incuranza al giro usato;
+ Così in piè balzò il frate, il sospettoso
+ Occhio intorno girò, forbì le sozze
+ Palme, scosse la tunica, e, l'adunca
+ Faccia a la tenebrosa aria levando,
+ Umile e grave accovacciossi; aprì
+ L'unto breviario, e mormorò latine
+ Forse bestemmie, che parean preghiere.
+ Giù dagli astri in quel punto, a par di scura
+ Aquila, che a l'ovil piombi improvviso,
+ Precipitava una procella, e il core
+ Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi
+ Come monti di piombo, ingombran tutta
+ Del ciel la faccia le sulfuree nubi;
+ Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda
+ Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti.
+ Quinci aquilon prorompe, e quindi irato
+ Si scatena il ponente, e in un sol groppo
+ Pugnan, come Titani: un le pesanti
+ Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia
+ Con immenso fragor; l'altro dai fondi
+ Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo
+ Furibondo le avventa, e sfida Iddio.
+ Qual da robusto giocator, compulso
+ Dal dentato bracciale, a l'altro avverso
+ Il ben gonfio pallon balza e resulta,
+ Tal de l'onde in balía, dei venti in preda,
+ Di qua spinto e di là, s'agita e batte
+ Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso
+ Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba
+ Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa
+ Come cosa perduta. A l'aër nero
+ Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso
+ Suon di strida e di preci, un disperato
+ Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo
+ Battagliar con la morte, e inconsüeta
+ Fratellanza di pianti e di paure.
+ Tu sol, fra tanto perdimento, il petto
+ Non apristi a la tema, inclito amico
+ Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio
+ Adoprando al governo, e da ogni parte
+ Con diva ressa esercitando il grido
+ Su le pavide ciurme, il cigolante
+ Pino a le voratrici acque contendi.
+ E là, dove nel mar libico schiude
+ La selvaggia di Sardo isola il seno,
+ Ben ridotto l'avresti, ove già fermo
+ Di tutti la madrigna Isi in quel giorno
+ Non avesse nel cor l'esizio estremo.
+ Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso
+ Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio
+ Avviluppò fiaccate arbori e sarte,
+ E fin dentro ai secreti antri, ove occulto
+ L'impellente vapor mugola e ferve,
+ Vïolento introdusse il flutto avverso.
+ Scoppian, travolti nei dedalei fianchi,
+ Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito
+ Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa
+ Il perduto naviglio; e orrenda, immensa
+ Fra le rovine e il mare urla la Morte.
+ Era fra tanti derelitti, a cui
+ Piomba certo su 'l capo il danno estremo,
+ La leggiadra Isolina; a le ginocchia
+ Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca,
+ Scompigliata negli atti e negli accenti
+ Fra' singhiozzi pregò:--Deh! mi salvate,
+ Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda,
+ Ch'io muoia almen fra le sue braccia!--Un'onda
+ In questo dir si sollevò; travolse
+ La giovinetta, e de l'Eroe lontano,
+ Come fiore divelto, in mar la spinse.
+ Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora
+ Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo
+ Di rapir la gentil preda a la morte,
+ Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.
+ Trabalzati dal turbo erran gl'infranti
+ Pini su' flutti, e con sinistri e neri
+ Serpeggiamenti ingombrano gli abissi
+ Tenebrosi del mar: sembran natanti
+ Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde
+ Ballin pazza una ridda a far più triste
+ De' disperati naufraghi la morte.
+ Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta
+ Desolata pietà sol di lei cerca,
+ Sol si affanna per lei, che tutte in core
+ Le sopite d'amor fiamme gli avviva.
+ Biancheggiar vede alfin come un'incerta
+ Forma, cullata abbandonatamente
+ Da men torbidi flutti, e sembra cosa
+ Di visïon, che tremoli a lo sguardo
+ D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa
+ Entro a un vel di canore acque e di spume,
+ Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte.
+ Stranamente l'Eroe spinse la voce,
+ Pari ad artigliatrice aquila, quando
+ Disertar vede il nido, e da le nubi
+ Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta;
+ E a quella volta ambo le braccia e il petto
+ Affaticò. La cara supplicante
+ Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso
+ L'alza, l'impone al grande òmero, e forte
+ Serrandola co 'l braccio a mezza vita,
+ Con ambo i piè squarcia di forza il flutto.
+ Ella respira ancor; la fuggitiva
+ Pupilla per le vaste ombre dilata,
+ E un caro astro ricerca, il derelitto
+ Astro de l'amor suo.--Cessate, o venti,
+ T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite,
+ Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa
+ Serbar quest'infelice alma a l'amore!--
+ Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso
+ Con le braccia convulse a una raminga
+ Botte aggrappato disperatamente
+ Scòrse il misero frate: un moribondo
+ Topo ei parea, che, a la grommata riva
+ D'un impuro padùle a ber venuto,
+ Vi trabocchi per caso: il miserello
+ Stride pietosamente, i neri e furbi
+ Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso
+ Si travaglia d'intorno a un galleggiante
+ Sughero, che da' piè sempre gli sfugge,
+ E, invan le gambe picciolette a un tempo
+ Dimenando e la coda, alza a fior d'onda
+ Tenero il muso, i grigi orecchi appunta,
+ Finchè, domato da la sorte acerba,
+ Riman su l'acqua tumido e supino.
+ L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta
+ Si disserrò, qual su l'ingorda sula
+ Piomba il labbo animoso: a la codarda
+ Voratrice la vasta ala non giova;
+ Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto
+ Cibo a l'audace assalitor concede.
+ Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto,
+ Che a cavalcion su le cerchiate doghe
+ Con gran pena ei salía: per la pelata
+ Nuca agguantollo; al soverchiante flutto
+ L'abbandonò; su la girevol cimba
+ Pontò forte la destra, e su d'un salto
+ Vi si assise, e gridò:--Frate, il tuo regno
+ De la terra non è, non è del mare:
+ Io t'insegno il vangel!--Guaiva il frate,
+ Tapinandosi indarno, e rotte e fioche
+ Voci mettea:--Non vo' morir, non devo
+ Così presto morir! Come San Pietro
+ Tu solchi il mar; salvami tu!--
+ --Profeta
+ Non son, nè figlio di profeta, eppure
+ Veggio che in gran peccato esser tu devi:
+ Troppo temi il morir!--
+ --Sono in peccato,
+ Hai detto il vero, in gran peccato io sono:
+ Vo' confessarmi a te!--
+ --Volgiti ai santi;
+ Il demonio son io.--
+ --Sàtana, o Cristo,
+ T'adorerò, pur che mi salvi!--
+ --Assai
+ Facile è in ver la fede tua: rinneghi
+ Dunque la legge cui finor servisti?--
+ --Pur che sia salvo, io la rinnego!--
+ --In molle
+ Rèstati adunque, e non aver paura
+ De le fiamme d'inferno!--
+ Il moribondo
+ Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse
+ La giovinetta; su la fredda e bianca
+ Fronte baciolla; le spirò su' labbri
+ Una dolce parola: ella era muta
+ Come la morte. Egli proruppe:--È bello,
+ Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa
+ Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!--
+ Era già piano il mar, taciti i venti,
+ Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi
+ Tremolavan per l'aere i fuggitivi
+ Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti
+ Con le perle su 'l crin venía l'aurora.
+ Correa spinta dall'aure a fior di spume
+ La cimba portentosa, e verso ai cari
+ Lidi movea; quando al tenace amplesso
+ D'un terribile sogno Iddio si tolse
+ Scapigliato ed ansante:
+ --Ove, ove siete,
+ Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno
+ Gli arcangeli non veggo e il formidato
+ Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli
+ L'inno de la mia gloria; alzano il riso
+ Gl'increduli mortali, e l'inconcusso
+ Trono de la mia luce, ecco, diventa
+ Tenebroso sepolcro ai passi miei.
+ Rompete il laccio dei melliflui sonni,
+ Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento
+ Sibilar per le vive aure lo strido
+ De l'umano Pensier; sorge di nuovo
+ Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari
+ Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito
+ D'umane carni e d'ardimenti invitti,
+ Contro al nostro poter pugna co 'l riso.
+ Dormite pur, beate alme, sognate
+ L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda
+ Mai consunta degli astri e le piovute
+ Manne del paradiso; e tu, dai regni
+ Contrastati del mondo, oltre il confine
+ De la fallibil creta alza l'imbelle
+ Tuo desiderio, e bamboleggia e trema,
+ Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi
+ Nereggiar miri un crudo fato, e senta
+ Mormorar fra' consorti astri una voce
+ Di superba minaccia, io quel nemico
+ Spirto di libertà, ch'agita i petti,
+ Soffocherò!--
+ Disse, e l'usbergo usato,
+ Che tutto era di nebbie e di paure,
+ Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse
+ Ègida, che le avverse anime impietra;
+ Strinse nel pugno la fulminea spada,
+ E d'immenso clamore il ciel confuse.
+ Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni,
+ Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste
+ Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi
+ Alïando venían, simili a incerti
+ Pigolanti piccioni, ove tra' sonni
+ Del temuto falcon sentan lo strido.
+ Videli appena il Dio, che da le soglie
+ Polverose de' cieli il dubitante
+ Per lunghi ozî ed età passo togliea,
+ Con fier cipiglio borbottando; e, in petto
+ Mal frenando la gialla ira, tre volte
+ Rotò sovra la testa il brando ignudo,
+ --E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo,
+ Plebe del cielo infeminita! Ai molli
+ Suoni de l'infingarde arpe voi date
+ L'anima tutta, e le divine essenze
+ Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti!
+ Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade
+ Ogni cosa crëata, e dio diventa,
+ Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari,
+ Con pacifico studio divorate
+ I banchetti celesti, e con le belle
+ Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!--
+ Girò, in tal dire, anco una volta il brando,
+ E partito saría, se da la folta
+ Dei trepidanti arcangeli non fosse
+ Sorto innanzi Michel, l'adamantina
+ Spada del cielo. A le incostanti aduso
+ Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi
+ Con ischietto sorriso, e,--Qual talento,
+ Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice
+ La pugna a voi? Lucifero ha vestite
+ Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella;
+ Ma rotto è forse il brando mio? Su lui
+ Disagevole è tanto il mio trïonfo?
+ Ben altre volte io gliel provai. Smettete
+ L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono
+ Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi
+ Il comandar, a me il servir si aspetta.--
+ Così parlava, ed il canuto mento
+ Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza
+ Volea prima da lui svolgersi il nume,
+ Poi fiero in vista e mal frenando un riso,
+ Ritrasse il piè dal limitar: le indotte
+ Armi svestì; senza mirarlo in fronte
+ Al diletto campion la pugna indisse,
+ E, calcando ai superbi astri la faccia,
+ Su l'aureo trono in maestà si assise.
+ Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca
+ De la bella sua morta iva mescendo
+ Dal profondo del cor lagrime e baci.
+ Mestamente fendea l'onde, e nel raggio
+ Dei purpurei crepuscoli diffuso
+ Vagolava il suo spirto oltre la vita.
+ Saltò da l'etra in quell'istante il forte
+ Messaggero di Dio, tutto ne l'armi
+ Coruscanti precluso, e parea stella
+ Portatrice di stragi. A sommo il flutto
+ Contro al gagliardo nuotator piantosse,
+ Precidendogli il lido, e con superbe
+ Voci il tentò:
+ --Riedi, insensato, ai neri
+ Baratri tuoi; quest'aure e questa luce
+ Non son per te. Del tuo Signor dispregi
+ Il divieto così? Ben del suo sdegno
+ T'è noto il peso e del mio brando. Lascia
+ Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo
+ Provar l'ira del Padre e il braccio mio!--
+ Guardollo in fronte, e con sorriso amaro
+ Gli rispose l'Eroe:
+ --Superbo e vôto
+ È il tuo parlar, qual si conviene a servo
+ D'assoluto signor. Gonfio de l'aura
+ D'un fatuo nume, opre millanti e cose,
+ Che son, più che vittorie, onte e dispregi.
+ Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono
+ D'una futil minaccia il pensier mio
+ Svïar provate da l'ardita impresa,
+ Per cui tutta cadrà da' vostri petti
+ La superba jattanza. Ebbri del fumo
+ Dei vaporati sagrificî, il guardo
+ Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi
+ Anni di gloria e non caduco impero
+ V'impromettete. Al par di voi, securo
+ Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo
+ Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde,
+ E favola e ludibrio oggi è il suo nome
+ Ai più vili del mondo. E voi, voi pure,
+ E non guari, cadrete; e su le vostre
+ Fiere cervici striderà la punta
+ Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo
+ De l'umana ragion, che tutto arriva,
+ Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma
+ Dentro al sepolcro degl'imposti errori;
+ Ma trono eretto su l'error non dura;
+ Al tuo cieco signor la terra il grida!--
+ Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta,
+ E verso al lido si spingea. Tremendo
+ Fulminò l'aïzzato angelo il grido,
+ Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta
+ Spada calò. Su la sua cara estinta
+ Piegò il nemico il petto, e nulla oppose
+ A la spada fatal destrezza o scudo.
+ Balena il mar sinistramente; a l'aure
+ Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma,
+ Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge.
+ Vide il portento, e scompigliossi in core
+ Il guerriero di Dio; nè però a mezzo
+ Lascia la pugna: smisurate, immense
+ Spiega l'ali gagliarde, e si disserra
+ Contro al ribelle nuotator. Qual suole
+ Orgoglioso tacchino, ove al guardato
+ Beccatoio appressar veda un digiuno
+ Ramingante mastin, smetter l'usata
+ Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta
+ Caruncula, e assalir tremendo in vista
+ Il mal sofferto esplorator; s'aggira
+ Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi
+ L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida,
+ E il bèzzica a la coda e lo flagella,
+ Tacito e imperturbato ei mette il muso
+ Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa;
+ Tale il divo campion con le robuste
+ Penne il superbo Pellegrin combatte
+ Rotëandogli intorno.
+ Ai cari lidi
+ Questi si affretta, e con parole acerbe
+ Lo stanco assalitor punge e motteggia:
+ --Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti
+ Soglie giammai de la magion paterna
+ Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa,
+ Credi, il fermar sopra le vie del fato
+ Il pensiero de l'uom: pari a torrente
+ Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre
+ Per sentiero infinito, e, non che un solo,
+ Mille Dii non potrían romperne il corso!--
+ In così dir, prese la riva; irato
+ L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento,
+ Come vapor di nebbia vespertina,
+ Che s'innalzi dal mar: vela un istante
+ I purpurei del Sol placidi occasi,
+ Poi si scioglie a la brezza.
+ Il Pellegrino
+ Diede un forte sospir; la cara estinta
+ Su l'arena depose; e poi che l'ebbe
+ Tersa, come potea, del flutto amaro,
+ La guardò lungamente; una leggera
+ Zolla le impose, e muto e senza pianto,
+ Pari a fantasma, in riva al mar si assise.
+
+
+
+
+CANTO SETTIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della
+madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la
+famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce
+miseramente tra' flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero;
+il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè
+stesso.--Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della
+gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle
+Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.--Alla vista
+delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di
+quella guerra.
+
+
+ Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni
+ De la bella Isolina? Io, quando i cari
+ Giorni ripenso, che l'amor ne diede
+ Tutti sparsi di luce, e la promessa,
+ Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto;
+ E il ciel rigido miro, e con le cento
+ Ali del mio desir navigo il mare,
+ Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti
+ Tanti negri fantasmi; un'infinita
+ Pena, un'angoscia indefinita e nova
+ S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti
+ Casi pensando de la pia fanciulla,
+ Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango.
+ Giovinetta infelice! Un cheto e lieve
+ Raggio di fuggitivo astro parea
+ Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era
+ Negli sguardi e nell'alma; ala odorata
+ Di vespertino venticello estivo
+ Somigliavan sue voci, e chiaro e santo
+ Era l'amor, che le accendea la vita.
+ Un giovinetto da la lunga chioma,
+ Esile e mesto e tutto alma negli occhi,
+ Era il dolce amor suo: povero ed egro
+ Vaneggiator, che le natíe contrade
+ E la terra dei suoi padri e le sante
+ Braccia materne abbandonava; e il nero
+ Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto,
+ Empía d'inclite forme illuminate
+ Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide
+ La beltà d'Isolina. Era straniera
+ Agli occhi suoi quella beltà; straniera
+ Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente
+ Cosa straniero il suo pensier; ma in core
+ Da gran tempo sedeagli, ospite ignota,
+ Quella forma leggiadra; e sentì allora,
+ Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro
+ Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi,
+ Era la patria sua, l'aurea contrada
+ Dei sogni suoi; non là, dove la morte
+ Sedea su le dilette ossa paterne,
+ Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa,
+ Piangea la madre sua vedova e stanca.
+ Da quel giorno si amâr. Livide e torte
+ Lingueggiâr fra le care alme le sozze
+ Ironie de la plebe; ai giovanili
+ Passi, intèsta di fior, tese la rete
+ L'insidïosa ipocrisia; ma grande
+ Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi
+ Battezzati nel pianto i primi amplessi.
+ Scorrazzavano un dì, come fanciulli,
+ Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno
+ Mar di tiepidi raggi e di fragranze
+ Nuotavano le cose, e tutto fiori
+ Salìa sui monti il giovinetto aprile.
+ Dolcemente anelando ella si assise
+ Sotto il bruno laureto; e lieta in core
+ Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta
+ Giovinezza d'amor, con puerile
+ Malizïoso rampognar severo
+ Provocava l'amico.--A nulla buono,
+ Dicea, sei tu; girato ho in un istante
+ Tutto quanto il viale, e tutti ho colti
+ I suoi fiori più bei: guarda;--e su l'erbe
+ Sciorinava il suo bianco grembiuletto
+ Tutto colmo di fiori. Egli porgea,
+ Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono,
+ Dicea, son io fuor che a rubarti i baci.
+ Furtivamente fra le foglie e i rami
+ S'insinua il sole, e di minute e lievi
+ Agitate da l'aure ombre ricama
+ Quelle giovani fronti e le diffuse
+ Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside.
+ --Quanto io devo a l'amore, egli diceva,
+ Quanto a la tua pietosa anima io deggio,
+ O mia buona Isolina! Agli occhi miei
+ Cangiato è il mondo; di mai visti fiori
+ Mi sorride la terra; una lucente
+ Indefinita regïon di sogni
+ Mi si schiude ne l'alma, e la più bella
+ De le speranze mie m'albeggia in core.
+ Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi
+ Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti
+ Dubbi e fallace illusïon di sensi
+ Mi sembrava la vita: inutil gioco
+ Di crudeli potenze, agli occhi occulte,
+ Ma paventate qual visibil cosa
+ Da la paura onniveggente. In mano
+ D'un fiero iddio balzar vidi la terra
+ Come inutil crepunda; ai sanguinosi
+ Ludi, a le prede con ferin costume
+ Correr le schiatte dei mortali; eterno
+ Gravar su le ribelli anime il piede
+ La matrigna Natura; e tra le spire
+ Di velenosi abbracciamenti, oppressa
+ Da ignoti e strazianti incubi, indarno
+ Tender la moribonda Arte a le stelle.
+ Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco
+ Occhio de l'uomo m'involai; coi morti
+ Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa
+ Ebbi così, che i miei giorni infelici
+ Sol ne la speme de la morte amai.
+ Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo
+ D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo
+ Me stesso in me: caro portento è questo
+ Ch'io sol devo a l'amor!--
+ Ne le tremanti
+ Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra
+ Picciola testa d'angeletta, e lunghe
+ Lunghe carezze le facea coi baci.
+ Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto
+ I più freschi, e i più belli; e mormorando
+ Un'allegra canzon de le sue valli,
+ Li girava in ghirlanda, e col securo
+ Volo de la ridente anima il giorno
+ De le sue nozze precorrea.
+ --Di freschi
+ Fiori odorosi, io vo' la mia corona
+ In quel giorno beato: a par di questa
+ Tesserla io vo' di zàgare fragranti,
+ Che a me son tanto care, e simbol sono
+ Del nostro amor: te ne rammenti? il primo
+ Foglio che mi scrivesti un conteneva
+ Di quei teneri fiorì. Oh! come allora
+ Sarem felici! Andran confusi e tristi
+ I cattivi del mondo, e i nostri amplessi
+ Saran da Dio santificati. È amara
+ Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo
+ Fra due cori che s'amano: somiglia
+ Sibilo di serpente in mezzo al canto
+ Melodïoso di felici augelli;
+ Grido somiglia di sinistro augello,
+ Che rompa a sera l'armonia d'un primo
+ Giuramento d'amor. No, no; non voglio,
+ Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri
+ La maledica turba, e ne sia d'uopo
+ Velar di mal sofferte ombre il sorriso
+ De l'amor nostro immensurato: io voglio,
+ Che testimòni a la letizia nostra
+ Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore
+ Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta,
+ Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce
+ Lasciar per te queste mie valli; il caro
+ Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto
+ Tante volte fanciulla; i gelsomini,
+ Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía,
+ Sai? la gaggía de l'orticel materno,
+ Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena,
+ Che dir? non penso pur, che lasciar deggio
+ La mia povera mamma: io son cattiva,
+ Non è ver? ma per te!--
+ Gonfî di pianto
+ Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori
+ Con inqueta mestizia, e riprendea
+ Poi con tremula voce:
+ --Io, sai? non voglio
+ Viver lontan da la tua mamma: un solo
+ Tetto ne accoglierà; seder mi è caro
+ A la mensa dei tuoi; guardar le stelle
+ Da le finestre de la tua stanzetta;
+ L'aure spirar che tu spirasti; assisa
+ Presso l'immagin del tuo caro estinto
+ Di te parlar con la tua mamma; seco
+ Portar la croce, e consolar d'alcuna
+ Speme di gioia il suo lungo dolore.
+ Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude
+ Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?--
+ Giunse un foglio in quel punto:
+ --Unico mio,
+ Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca
+ Di più lungo soffrir trascino i giorni
+ De la mia vedovanza, io ti sospiro,
+ Io ti cerco dovunque, e le deserte
+ Braccia protendo, e non ti trovo, e piango.
+ Dove sei, dove sei, che più non torni
+ A questo petto abbandonato, a queste
+ Case del padre tuo, che, di te prive,
+ Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute
+ Sembran solo aspettar la morte mia?
+ Dove sei, figlio mio, che più non odo
+ La voce tua; che più non torni a sera
+ A sedermi da canto, a dirmi i cari
+ Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi
+ Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto?
+ Tutto, figlio, così, tutto oblïasti
+ L'affetto mio? Del genitor non serbi
+ Memoria alcuna? Ah! così poca e breve
+ Ala di tempo, e così nova terra
+ Covre quei suoi diletti occhi, che calde
+ Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami,
+ Risponderà. Deh! così mesta e sola
+ Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada?
+ Così dunque morire, anzi ch'io muoia,
+ Deve la mia speranza ultima, e al piede
+ Mirar deggio spezzato in un sol punto
+ L'estremo idolo mio? Già non fûr queste
+ Le tue promesse; e non cotal conforto
+ Da tanto amor m'impromettea! Lontano
+ Dai piangenti occhi miei, fatto straniero
+ Al materno cordoglio, il fior tu libi
+ De le gioie del mondo; io bacio i cari
+ Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo
+ Letto, come solea, sprimaccio a sera
+ Con materno costume; al picciol desco
+ La tua seggiola appongo; al consueto
+ Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo
+ Scricchiar da lungi inutilmente aspetto;
+ E forse allor che tu beato in braccio
+ Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati
+ Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi
+ D'ogni umano conforto abbandonata
+ La madre tua ti benedice, e muore!--
+ Pallide e mute si guardâr negli occhi
+ Quelle due fulminate anime. Ei sorse
+ Freddo, anelante, scompigliato; al petto
+ Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte
+ Mal frenando i singhiozzi, e una parola
+ Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
+ E, gittandogli al collo ambe le braccia,
+ In lagrime proruppe, e cor non ebbe
+ Di contendere il figlio a una morente.
+ Ei partì con la notte. A la finestra
+ Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre
+ Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese
+ L'anima tutta; aspettò ancor; le parve,
+ Che pentito ei tornasse; a una lontana
+ Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
+ Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo
+ Vide il bianco viale, a la notturna
+ Brezza ondeggiar con murmure indistinto
+ Le due file d'acacie, e a la sinistra
+ Luna uggiolar sentì a la lunga i cani,
+ Sul freddo letticciòl, come perduta
+ Cosa, piombò; ne le deserte coltri
+ Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
+ Toccò Giorgio il natío lido; anelando
+ Le vie percorse; a le paterne case
+ Volò; ma fredda era la soglia; al vento
+ Sbattean le imposte abbandonate, e nera
+ Regina per li vuoti anditi, avvolta
+ Ne le vesti materne, iva la Morte.
+ Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude
+ Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
+ Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse,
+ Balzando indietro inorridito. Immota
+ Ella il mirò; da le profonde occhiaie
+ Balenò un fatuo lume; armò le vôte
+ Mandibole d'un fiero urlo, e rispose:
+ --La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa
+ Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!--
+ Grido non diè, non diè gemito o pianto
+ Lo sventurato, e ne le grandi e fredde
+ Braccia gittossi di colei, che sola
+ Di sue vedove case avea l'impero.
+ Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni
+ D'Isolina sul cor passano i giorni;
+ Passan sovra al suo cor gl'inganni alati
+ Del suo tempo felice, e più s'infosca
+ Co'l cader d'ogni dì la sua speranza.
+ Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci
+ Nidi de l'amor suo? Ne le materne
+ Braccia obliò le sue promesse? In preda
+ D'improvviso dolor s'agita, o il freddo
+ Calcolo sul gentile animo scende,
+ E a men umile preda il cor gli adesca?
+ Ella dubbia così: facil maestra
+ La lontananza è di sospetti, e fabro
+ Di torture il silenzio. Ai consüeti
+ Lochi si adduce; il solito viale
+ Percorre; ne la memore stanzetta,
+ Presso il camin, di fronte al caro specchio
+ Spïator di lor baci, a l'ora usata,
+ Tutti i giorni si asside; e poi che inganna
+ Lungamente così l'ore infelici,
+ E tutta sola, abbandonata, incerta
+ Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa,
+ Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo
+ Detto, che a consolarla alcun le porga,
+ Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola.
+ Sinistramente al suo pallido volto
+ Irridevan le amiche; e la ben mesta
+ Anima cruccïando ivan co'l vezzo
+ Di maligni sussurri.
+ --Un venturiero
+ Era al certo colui!--
+ --Povera stolta!
+ Già toccar le parea gli astri co'l dito!--
+ --Altro! Prostrate e pallide al suo piede
+ Bice e Laura vedea!--
+ --Cinta d'alloro,
+ Come le anguille, in groppa al suo poeta
+ Credea varcar l'eternità!--
+ --Ma il remo
+ Dice a l'onda che passa: io ti saluto!
+ E l'ape dice al fior: verrò tra poco!--
+ --E l'ingenua sposina aspetta ancora
+ L'asin che voli, e l'amor suo che torni!--
+ Tanto dolor la povera Isolina
+ Onta cotal più non sostenne: ai cari
+ Tetti involossi; abbandonò nel pianto
+ La materna dolcezza; e, le notturne
+ Ombre spregiando e le natíe paure,
+ La dolente sua vita al mar commise.
+ O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi
+ Freddi baci l'avvinse; addormentolla
+ Nei letti suoi, pria che donarla al novo
+ Ferreo dolor, che l'attendea sul lido.
+ Su la fossa di lei, presso a la sponda
+ Or Lucifero siede. Alta d'intorno
+ Spazia la notte; silenziosa e poca
+ Tremula su le grigie acque la luna;
+ Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci
+ Mormora il labbro suo: rupe il diresti,
+ Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi,
+ Spinga ai venti la cresta, e di confuso
+ Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio.
+ Scuro e immoto così pende l'Eroe
+ Su la zolla pietosa. Amor, che preda
+ Fa di giovani vite, e ne la cara
+ Lucida vita de le cose alberga,
+ D'ansie superbe e di grandi ale instrutto,
+ Dominar l'ombre ama talor; vïaggia
+ Oltre la vita; e, di regnar mal pago
+ Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
+ Scende ne l'urne a interrogar la morte.
+ Tremò allor su le care ossa la luce
+ D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve
+ Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia,
+ Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
+ Come al sole d'april, da le materne
+ Lucide foglie in vago giro inteste,
+ La candida magnolia alza il bocciòlo,
+ Così dal grembo de la fatua luce
+ Una bianca si svolge aërea forma,
+ A cui brune e diffuse erran le chiome,
+ E diffusi per l'aure i rosei veli
+ Dïafani a la luce. Il Pellegrino
+ Ravvisò la sua morta.
+ --Oh! così lievi
+ Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
+ Docil così, buona così è la morte,
+ Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente?
+ Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove
+ La prece mia? pietà ti tragge a questa,
+ Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?--
+ Tremava ella, e tacea; languide intorno
+ Volgea le luci pe'l deserto lido,
+ Come chi chieda ai circostanti oggetti
+ Una persona lungamente attesa,
+ E tutta in quel disío l'anima intenda.
+ --Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi
+ Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
+ È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
+ Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
+ Ei s'accovaccia ne la calma; infiora
+ D'albe spume gli abissi; ignudi e belli
+ Manda intorno a danzar silfi e sirene,
+ Che funesta han la voce; alita un cheto
+ Sopor sovra le sue vittime; e quando
+ Più sicure esse van sognando il lido,
+ Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia
+ Su le rotte acque a gavazzar la morte.
+ Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi,
+ Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori,
+ Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi,
+ Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno
+ Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori,
+ Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!--
+ Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta
+ Cadea la luna; impallidía la bella
+ Sospirosa al partir; tendea le braccia
+ Egli, e gemea:
+ --Deh! non fuggir, t'arresta!
+ Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli;
+ Tue son le perle del mattin; tue sono
+ L'armonie di quest'aure; è tua la vita!
+ Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa
+ Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi
+ Regni del mio pensier! Da le voraci
+ Onde non io le tue candide membra,
+ Non io la tua beltà tolsi agli abissi,
+ Perchè deserta, in peregrina stanza,
+ Ospite de le fredde ombre ti aggiri;
+ Nè alfin la morte al voto mio t'arrese,
+ Perchè al tornar de la dïurna luce
+ La negra terra ad abitar tu scenda.
+ No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo,
+ Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira
+ Vita più bella, ed a l'amor vivrai!--
+ Dicea, come piangesse, e facea forza
+ Di caldi amplessi e di sospiri al fato.
+ S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto
+ L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia.
+ --Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste
+ Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre
+ Non di futili sogni amor si pasce.
+ Opra incessante è Amor: vita a l'inerte
+ Polve non spira ei già, ma su l'inerte
+ Polve l'onor d'illustri fatti accende.
+ Non vedi tu qual turbine di guerra
+ Del provocato Reno agita i lidi,
+ E, al suon de le fatali armi di Brenno,
+ Tutte d'Europa impallidir le genti?
+ Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi
+ Fulminati di Mario, ombre feroci,
+ Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire
+ Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone
+ Due glorïosi popoli prorompono
+ Come oceàni. Mugola dai fondi
+ Tenebrosi la Senna; e da l'inulto
+ Elba i carri fulminei a le vegliate
+ Mura di Faramondo Arminio avventa.
+ Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio
+ Spreca in vôta fatica: a lui sembianti
+ Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte
+ L'opra non gitta ad impossibil cosa!--
+ Sentì la voce del suo spirto, e il core
+ De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente
+ Voluttà di battaglie. Il sommo attinse
+ De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi
+ Le due genti mirò.
+ Pari a procella,
+ Che su'l mar piombi, le Borussie querce
+ Lascian le congiurate aquile al cenno
+ Del germanico Giove: immenso, orrendo
+ Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori
+ Trïonfati in Sadòva; e un'omicida
+ Smania di pugne in tutti i cor si desta.
+ Quanti dal borëale urto sospinti
+ Sovra il campo del mar rotano i flutti,
+ Tanti e alteri così levansi i figli
+ De la rigida Odèra; e quei vi sono,
+ Che fermezza di membra e d'alma han pari
+ A l'Ercinia materna alpe, e l'audace
+ Sassone, che nel freddo Albi s'infianca,
+ E il fedele ai suoi re Bavaro, onore
+ Dei Vindelici piani; e quanta forza
+ Di strenua gioventù fra la superba
+ Vistola e il serpeggiante Emo si accampa.
+ Da l'onor di sì forte oste precinta,
+ Splendida come Sol, move la possa
+ Di Brandeburgo. Rigida e severa
+ L'augusta diva del pensier vien seco:
+ Prestantissima dea, che da le fredde
+ Mute vigilie, onde le cose indaga,
+ Vien de l'opre al fragor, però che vano
+ Senza l'opre è il pensiero; i radïosi
+ Regni abbandona e il puro ètere, dove
+ Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose
+ Noriche selve, ov'ha più fidi altari,
+ Accorre, auspice dea; popoli e prenci
+ Duci ispira e guerrieri; inconsuëte
+ Armi rivela, ordigni nuovi appresta,
+ Terre esplora e nemici, e grande e prima
+ Sfida la morte, e del trïonfo è certa.
+ Udì il suon di tant'armi, e tremò in core
+ L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso
+ Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte,
+ Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto
+ Mirando al piè l'antico scettro e il brando,
+ A satollar l'ira e la fame, il rostro
+ Nel cor de l'adescato Ungaro infisse.
+ L'udì la borëal Dania, feconda
+ Genitrice di popoli, e ne l'armi
+ Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo
+ Petto una tempestosa ira le rugge
+ Contro al superbo assalitor di genti,
+ Che, di numero prode e di cor vile,
+ La sconfisse nel sangue; i palpitanti
+ Visceri le cercò; chiamò la belva
+ Dormitante su l'Istro; e su le offese
+ Sedi di Sondemburgo, orridi in vista,
+ Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape.
+ Ma nel cor non tremò, non trasse il brando
+ A far più salda la ragion dei forti,
+ La glorïosa Itala donna. Assisa
+ Su la sponda regal d'Arno, secura
+ Ne la fortezza sua, le genti e l'opre
+ E la fugace ora propizia e il fato
+ Sagacemente interroga; compone
+ Le impronte ire dei figli; obliga al giogo
+ Del suo voler le avverse anime; affrena
+ L'empia licenza popolar; flagella
+ L'ambigua turba, che nel dubbio annida;
+ Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni,
+ Cui legge è l'ira e sola patria il ventre;
+ E, men d'acciar che di giustizia armata,
+ Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono.
+ Dentro la cerchia de le mura antiche
+ Non si contenne il valor Franco. Al grido
+ Del vandalico orgoglio, ai provocati
+ Campi volò, primo volò, nè volle
+ Misurar l'armi e interrogar la sorte.
+ Aquila, che dal curvo etere mira
+ Disertar su la negra alpe i suoi nidi,
+ Gli accorti agguati e le fulminee canne
+ Del cacciator non sa: piomba da l'alto
+ Con terribile strido, e pugna, e muore.
+ --Dove corri, o fatale aquila, al lampo
+ Del glorïoso tricolor vessillo
+ Lucifero gridò; figli de l'armi,
+ Dove correte voi? Grido di oppressi
+ Non vi chiamò, non amor patrio accese
+ Tanto vampo di guerra: inclita e grande
+ Sovra il trono del mondo alto si asside
+ La patria vostra, e sol co'l nome impera.
+ Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio
+ Da che labbro partì? Chi le secure
+ Aure turbò di tanta pace, e immerse
+ In un mar di perigli il luminoso
+ Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto?
+ Fu la malnata Idra del vulgo, il destro
+ Livor dei vili. Abito assunse e volto
+ Di libertà; con tumida parola
+ Provocò le dormenti ire; commosse
+ Con sonante lusinga il cor dei forti;
+ Piaggiò con prostituta arte l'oscena
+ Turba armata di lingua e di cor nuda;
+ Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua
+ Ambizïon fea nido, e sotto al manto
+ Involava a mortal guardo il venduto
+ Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda.
+ Così strisciando tortuösamente
+ A l'aureo cocchio arrampicossi, dove
+ Sedea, temuto Automedonte, il senno
+ Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati
+ Mòrsi reggea l'intempestiva foga
+ Dei volanti cavalli, e parea Febo
+ Portatore del giorno. A lui, da canto
+ Quella furia si assise; un sopor lieve
+ Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume
+ Dei veggenti consigli; ond'ei le forti
+ Redini rallentò su le spumanti
+ Briglie dei corridori. Un urlo mise
+ L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse
+ Co'l freddo soffio le veglianti cure,
+ Che custodían con cento occhi al governo,
+ E da l'altezza dei lucenti alberghi
+ Per la lubrica china i fieri alipedi
+ Abbandonò. T'arresta, empia e mentita
+ Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza
+ De l'antica virtù, se t'arde ancora
+ L'onor di Francia e la tua gloria i polsi,
+ Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti
+ Accorgimenti e de le pronte spade!
+ Sorgi; a la furibonda idra le cento
+ Creste conculca; e a quella rea, che il freno
+ Con falsi nomi a l'oprar tuo contende,
+ La man caccia su'l volto, e la sbugiarda!
+ Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida
+ Dal mar britanno a la regal Pirene
+ Ogni gente, ogni petto; orrido io sento
+ Il fragor de la pugna; e quando a mille
+ Divora i prodi la fulminea morte
+ Su le ripe contese, una linguarda
+ Turba su le fraterne ossa s'impanca,
+ E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!--
+
+
+
+
+CANTO OTTAVO.
+
+ARGOMENTO.
+
+La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra
+in Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed
+obbrobrio a chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è
+condotto al macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione
+del proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La
+petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non
+senza dubitare un istante del suo trionfo.
+
+
+ Io l'ho visto cader, morir l'ho visto
+ L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;
+ Tutto sbucar di Teuta il popol misto
+ Da l'empie selve e dominar le sorti;
+ Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,
+ Straziar le genti e gavazzar sui morti;
+ Piegar la fronte a l'ultime sconfitte
+ L'inclito Sir de le falangi invitte!
+
+ O sventura, e fia ver? Caduto in fondo
+ Di rea fortuna, che non tien mai fede,
+ Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,
+ Di Quirino parea l'unico erede?
+ Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,
+ L'armi chinar d'un vincitore al piede?
+ Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,
+ L'armi, che già dettâr leggi a la terra?
+
+ Ahi! così non solean rieder dal campo
+ Sotto duce miglior di Francia i figli!
+ L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo
+ Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli;
+ L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,
+ Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
+ Lo san le valicate alpi, lo sanno
+ L'ispido Scita e il mercator Britanno;
+
+ E il sai tu pur, che là su' fumiganti
+ Campi di Iena fulminato e fiâcco
+ L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
+ Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
+ Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
+ Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
+ Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
+ Vincer non san, morir non san gli eroi?
+
+ Morir volean, tutti morir! Dai colli
+ Cari a la Mosa, ove Turenna nacque,
+ Ruïnavano a morte, e facean molli
+ Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.
+ Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
+ Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque;
+ Vide la morte, e con terribil gioia
+ Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!
+
+ E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
+ Lucifero lo vide. Allora a un punto
+ Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
+ Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
+ Si volse il duce, il fier caval contenne,
+ D'ira non men che di stupor compunto,
+ --E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
+ Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.
+
+ Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
+ La speme al petto, al dir l'ora già manca;
+ Mi assegna il fato un breve istante, e poco
+ Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
+ Mira; in un cerchio di strage e di foco
+ Ne serra il vincitor da destra a manca;
+ Pria che cedere a lui questa mia spada,
+ Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!--
+
+ --Non è ancor tempo di morir, riprese
+ L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
+ Alma non ha chi de l'avverse imprese
+ Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
+ Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
+ Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
+ Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
+ Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.
+
+ Non io, che la superba alma fiaccai
+ Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
+ Non io, quel dì che il mio destin mirai
+ Di Marindàl sui piani avverso e nero,
+ Piansi perduto il mio nome, o spronai
+ Negli abissi di morte il mio destriero;
+ Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
+ Ad imprese più belle, e venni e vinsi.
+
+ Cedi così. Nè libero, nè solo,
+ Come al comando, oggi al morir tu sei:
+ Di generosi petti inclito stuolo
+ Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
+ Freme la patria tua, che mira al suolo
+ I figli suoi; questi almen serba a lei;
+ S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
+ Abbia almen chi per lei combatter possa!
+
+ Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
+ Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
+ Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
+ Far tue vendette con l'oprar suo fello:
+ Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
+ Predica in piazza, e traffica in bordello;
+ Sovrani, che saran servi al più destro,
+ Frolli eroi da polenta, o da capestro!--
+
+ Disse, e ridendo un cotal riso altero,
+ Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
+ E ratto s'involò come il pensiero
+ Dove il nembo di morte era più folto.
+ Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
+ Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
+ Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
+ Nuova vision, nuovo portento ei mira.
+
+ Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
+ L'isola illustre al suo sguardo apparío,
+ Splendida del fulgor di mille sogli,
+ Riverita sì come ara d'un dio:
+ Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
+ La fortuna posò del suo gran Zio,
+ Simile al Sol, che da l'eteree tende
+ In grembo a l'oceàn placido scende.
+
+ --Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
+ E consolata al ciel la fronte eresse;
+ Han pur luce i tramonti, e glorïosa
+ Voce di fama han le catene istesse!--
+ Tal disse, e a la guaína disdegnosa
+ Il fiero acciar con man lenta concesse.
+ Un'orribile voce allor fu udita:
+ Reso è l'Imperator, Francia è tradita!
+
+ --Chi di resa parlò? L'empia parola
+ Chi proferì? Parola infame è questa!
+ Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
+ E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
+ Finchè un palpito al cor, finchè una sola
+ Stilla di sangue ed un respir ne resta,
+ Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
+ Traditor chi il suäde, empio chi il dice!--
+
+ Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
+ Ne la vittoria sua Teuta procede,
+ E i vinti eroi, che maledían morendo,
+ Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
+ Piega intanto il vessil franco, e tremendo
+ Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
+ Piega, si avvolge, al suol lento declina
+ Qual cometa, che volga a la marina.
+
+ Al fero, indegno, inusitato aspetto
+ Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
+ Qual rompe il brando, e dal ferito petto
+ Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
+ Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
+ Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
+ Chi schernisce al suo duce, e con amara
+ Voce gli grida: A morir, vile, impara!
+
+ Mandò allor la francese aquila un grido
+ Alto così che ne rimbomba il cielo;
+ L'ale staccò da lo stendardo infido,
+ Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
+ L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
+ Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
+ Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
+ Lucifero discende, e volge i passi
+
+ Pensieroso colà, dove l'irata
+ Aquila artigliatrice il vol protende;
+ Ov'ebbra di vendette e di peccata
+ La fortuna di Francia alza le tende.
+ Mille de la fatal Senna a l'entrata
+ Trova l'Eroe strane chimere orrende,
+ Sfingi fallaci e sozze furie immani,
+ Mostri di cento bocche e cento mani.
+
+ Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
+ Furia fra quante mai vivono al sole,
+ Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
+ Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
+ Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
+ D'anfibî mostri e tumide figliuole,
+ Che, nutrite di fango e di vendette,
+ Nome portan di gazze e di gazzette.
+
+ Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
+ Sì varie son di fogge e di favelle,
+ Di color, di costume e di sembiante,
+ Che tante voci non udì Babelle:
+ Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
+ Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
+ E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
+ Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.
+
+ Gracchiano tutto dì folte, importune,
+ Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
+ E al latrar de le vaste epe digiune
+ Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
+ Apostoli da piazze e da tribune,
+ Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
+ Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
+ Pensan coi labbri, e senton con le pance.
+
+ Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
+ Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
+ Inquiete, ansanti, curïose, folte
+ Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
+ Sorgono a mille intorno a lor le stolte
+ Menzogne alate e i pallidi Timori
+ E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
+ E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.
+
+ Libertà v'è; su l'abborrita reggia
+ Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
+ Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
+ E in tumide promesse il tempo spreca;
+ Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
+ Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
+ Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
+ Scudo oppone di frasi e di proteste.
+
+ Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
+ E d'idropiche ciarle impregna i venti,
+ E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
+ In un mar d'aforismi e d'argomenti:
+ Aërostati eroi, rabule in toga,
+ Frontespizî di libri e cavadenti,
+ Tutti saltati a l'imperar supremo
+ Qual dal fòro mendace e qual dal remo.
+
+ Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
+ Usa egualmente, e desta ire e litigi;
+ Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
+ Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
+ Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
+ Le franche genti, e son tanti i prodigi,
+ Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
+ Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.
+
+ Ahi! miracoli vani! E che mai giova
+ Disperato valor, cui manchi il forte
+ Senno, che le falangi ordina, e a prova
+ Le guida e regge a dominar la sorte?
+ Già il vincitor superbo di Sadòva
+ De la reggia di Francia urge a le porte,
+ E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
+ Fame di strage intorno a lei si attenda.
+
+ Etna così, quando dai fianchi immensi
+ L'infocata trabocca onda vorace,
+ E di sabbie infiammate e zolfi accensi
+ I campi opprime, e l'aria accende e inface,
+ Al povero pastore, in men che il pensi,
+ Cinge di fiamme il campicel ferace,
+ E, fatta isola intorno a lui che fugge,
+ Lento e crudel tutto divora e strugge.
+
+ Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
+ Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
+ Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
+ E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
+ Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
+ Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
+ Generosa fidanza, eroico inganno,
+ Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.
+
+ Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
+ Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
+ Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
+ E boschi incide, e spiana campi intorno;
+ Di su, di giù, da quella parte a questa,
+ Gente industre che va, che fa ritorno,
+ E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
+ Le contrade, le vie, le case, i muri.
+
+ Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
+ Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
+ Ad accender vieppiù l'alme vogliose
+ Il popolar rimbomba inno guerriero:
+ Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
+ Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
+ Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
+ E incuorano alla pugna, e veston l'armi.
+
+ E rompendo talor, pari a torrenti,
+ Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
+ Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
+ E scompiglian lor piani e lor vendette.
+ Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
+ E rimangon le madri orbe e solette:
+ Paghi son tutti, ove la patria possa
+ Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.
+
+ Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
+ E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
+ Quindi fra le macerie alto si asside
+ L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
+ Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
+ L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
+ Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
+ Le mura oppugna, e i difensori atterra.
+
+ Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
+ Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
+ Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
+ E sembran dal valore i fati oppressi:
+ O che pulluli il suolo armi ed armati,
+ O fecondin la vita i morti istessi;
+ O a difender la patria, integri e forti,
+ Per miracol d'amor, tornino i morti.
+
+ --Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
+ Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
+ Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
+ Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
+ Vestiti di valor, di gloria opimi
+ A le più tarde età splendidi andrete,
+ Sprone ed esempio ai generosi petti,
+ Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.
+
+ Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
+ L'ire svegliaste del natal paese,
+ E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
+ Lo abbandonaste a le nemiche offese;
+ Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
+ Gloria offuscaste de l'onor francese,
+ Pur che rotta la spada, e infranto e nero
+ Giaccia il vessil de l'abborrito impero!
+
+ Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
+ Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
+ Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
+ Voi del suolo natio gloria e speranza?
+ Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
+ Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
+ Vernici di valor gonfie di vento,
+ Molluschi in campo e tigri in parlamento!
+
+ Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
+ Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
+ Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
+ Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
+ Dove che fra le genti io giri il guardo,
+ Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
+ Gloria miglior del buon sangue latino,
+ Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!
+
+ Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
+ Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
+ Colei non è, che a la sorgente e fiera
+ Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
+ Colei che fulminò la tua bandiera,
+ E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
+ Colei non è, che la tua patria inulta
+ Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?
+
+ No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
+ Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
+ E dal guardato suo scoglio inaccesso
+ Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
+ E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
+ Al superbo oppressor schiude la tomba;
+ Dal trono de l'error balza i potenti;
+ Dà spada al dritto e libertà a le genti!--
+
+ Così dicea l'Eroe, quando una strana
+ Vista mirò. Tratto al macel venía
+ Uno zoppo asinel, che in voce umana
+ Tapinavasi invan lungo la via.
+ Folta era intorno a lui la disumana
+ Turba, che il morso del digiun sentía;
+ E qual dicea ch'alto miracol fosse,
+ Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.
+
+ Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
+ E più dal senso del supplizio atroce,
+ Il poverel movea simile a un santo,
+ Che tra fieri Giudei porti la croce.
+ Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
+ A intenerir la turba alza la voce,
+ E ragli emette ora profondi or fini,
+ Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.
+
+ L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
+ Sua bizzarra natura interrogollo;
+ Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
+ I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
+ E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
+ E di tanto preludio ha il cor satollo,
+ Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
+ Batte la coda, e parla in questa guisa:
+
+ --Uomo già fui, nè de la plebe: amici
+ Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
+ Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
+ Non fûr tardo compenso i dolci allori.
+ Francia è la patria mia; contro ai nemici
+ Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
+ Fino a quel dì che prigionier si rese
+ Nei campi di Sedàn l'Augel francese.
+
+ Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
+ Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
+ Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
+ Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
+ Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
+ Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
+ Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
+ Ritornar giuro o vincitore o morto.
+
+ Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
+ Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
+ Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
+ Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
+ Quando rinvenni dal terror primiero,
+ Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
+ Che gridava, insultando al mio dolore:
+ Ritornar giuro o morto o vincitore!
+
+ Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
+ Tutte raccapricciar le membra sento;
+ S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
+ E allungasi la testa, e cresce il mento;
+ Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
+ Questo cuoio abborrito in un momento;
+ Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
+ In un zoccolo vil si chiude e aduna.
+
+ Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
+ Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
+ Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
+ Sul percorso terren l'ugna abborrita.
+ Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
+ L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
+ Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
+ Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.--
+
+ Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
+ L'affamata canaglia urla e s'avventa,
+ Da superbo furor l'animo invaso:
+ --Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!--
+ Nè briciolo di lui saría rimaso,
+ Se l'opra del Demonio era più lenta;
+ Ei la turba contiene, e la captiva
+ Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.
+
+ --Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
+ Quindi a far senno ogni francese impari;
+ Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
+ Forma assumer dovesse a costui pari,
+ De la patria non più traffico e scempio
+ Farían, come finor, volpi e somari;
+ Che tosto ognun conoscería le vecchie
+ Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.--
+
+ Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
+ Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
+ Schiude al superbo vincitor le porte,
+ Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
+ Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
+ Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
+ Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
+ Chiama a le stragi sue complice Iddio.
+
+ Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
+ Per le rigide vie torbido il sangue;
+ Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
+ Là un incendio che sorge, uno che langue;
+ Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
+ Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
+ Ed armi infrante e sparse membra ed adri
+ Globi di fumo ed ulular di madri.
+
+ Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
+ La polve degli eroi Teuta calpesta:
+ E sul terreno ancor fumante e molle
+ La fiera Idra plebea scote la testa;
+ Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
+ Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
+ E su la fossa dei fratelli inulta
+ La civile Discordia orrida esulta.
+
+ Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
+ Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
+ Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
+ Ne le sostanze altrui superbo avventa.
+ Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
+ Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
+ E scapigliato, in truce atto di sfida,
+ Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:
+
+ --Lasciate le servili opre; le glebe
+ Abbandonate; il profetato giorno
+ Giunto è per noi, che come abiette zebe
+ Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
+ Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
+ Nè di sua servitù vada altri adorno;
+ Non più sparga sudor, sangue ed affanni
+ A crescer l'onta e ad educar tiranni!
+
+ No, non sparga, per dio! L'antiche some
+ Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!
+ Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,
+ Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!
+ Ci hanno emunte le vene; infrante e dome
+ Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,
+ Fatto de le nostre ossa argine e scudo
+ Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!
+
+ Ov'è la patria nostra? I nostri figli
+ Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti;
+ L'han trascinati fra' nemici artigli,
+ Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!
+ Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;
+ Essi spandon sui morti onte e conviti;
+ E le nostre deserte, orbe contrade
+ L'orgoglioso stranier devasta e invade!
+
+ Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,
+ Anzi onor di giustizia il tempo chiede;
+ Tale un'opra da noi la patria aspetta,
+ Che le dia ferma in avvenir la sede.
+ Cada il patrizio altèr; cada interdetta
+ L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;
+ E, partiti ugualmente i censi avari,
+ Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!
+
+ --Pari sian tutti a noi! Con legge uguale
+ Il benefico Sol dispensa a tutti
+ Il vivifico suo raggio, ed uguale
+ Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti.
+ Tal sia la legge e la giustizia! Uguale
+ A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;
+ Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:
+ Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!--
+
+ Tal parla; e come al boreäl flagello
+ Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,
+ A l'audaci promesse, al parlar fello
+ Freme la turba, ed urla, e si scatena;
+ Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello
+ Guerra incomincia inesorata e piena:
+ Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,
+ Cieca nel suo furor, travolge e investe.
+
+ Com'è colui, che, d'improvviso ossesso
+ Da bieca furia de la mente insana,
+ La man, vana in altrui, volge in sè stesso,
+ E le proprie sue carni adugna e sbrana;
+ Il superbo così popolo oppresso,
+ Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,
+ Ebbro d'odio feroce e di dispetto,
+ L'armi ritorce de la patria al petto;
+
+ E così ne la strage infuria, e immerge
+ Nel delitto così l'anima prava,
+ Che le macchie del sangue il sangue asterge,
+ E l'uno error l'altro disperde e lava:
+ Tutto vorría quanto risplende e s'erge
+ Spegnere ed adeguar la turba ignava;.
+ E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo
+ La patria seppellir, la Francia, il mondo.
+
+ O dal tempo e da l'armi invïolate
+ Moli, d'invidie oggetto e di stupori,
+ Ove accolser le industri Arti onorate
+ Tante illustri memorie e tanti allori,
+ O tempî de l'uman genio, crollate,
+ Date campo di stragi ai vincitori;
+ Già su voi la fraterna ira si sferra:
+ Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,
+
+ A terra tutti! A la possente e nova
+ Aura di libertà, che altera incede,
+ Tremi dal trono suo Fidia e Canova,
+ E s'umilî del gran popolo al piede!
+ Al gran popol la molle arte non giova;
+ All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;
+ Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,
+ Gl'incendî son, son le rovine altari!
+
+ Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera
+ Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti,
+ E di rampogna tacita e severa
+ Le loquaci dei vivi alme funesti,
+ Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera
+ Su le rovine tue Francia si desti,
+ Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,
+ Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!
+
+ Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante
+ Trofeo di gloria, per lo piano immenso,
+ Vario di cor, di lingua e di sembiante,
+ Corre, brulica, ondeggia il popol denso.
+ Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante
+ Tinto nel sangue e negl'incendî accenso;
+ E a tal segno di strage e di vendetta
+ S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.
+
+ Sta superba frattanto e indifferente
+ La colonna regal, pur come suole,
+ E del purpureo suo raggio occidente
+ Tranquillamente la saluta il sole.
+ Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,
+ Che l'altera sovrasta inclita mole;
+ E di ghirlande glorïose onuste
+ Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.
+
+ S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono
+ Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca
+ Ogni volto; tentenna in su l'aërea
+ Reggia il Guerrier, piega da destra a manca;
+ Piega, balena; con fragor terribile,
+ Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,
+ Cade, non già, ma su la rea canaglia,
+ Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.
+
+ Trema la turba, e come avesse al dorso
+ De l'incalzante eroe l'ira e la spada,
+ Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,
+ E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.
+ Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;
+ Volgi la faccia, o terribil masnada;
+ O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,
+ Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!
+
+ L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto
+ Di negra polve, nel deserto piano
+ Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto
+ Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.
+ T'accosta a lui; vittorïoso e folto
+ Corri a l'insulto, o gran popol sovrano;
+ E dir possa ciascun, se tanto egli osi:
+ Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!
+
+ Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta
+ Dai vigilati balüardi il fiero
+ Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta
+ A la caduta del fatal Guerriero.
+ Da la polve di Iena, or non più inulta,
+ Balza un popol di scheltri orrido e nero;
+ E su l'immago de l'eroe nemico
+ Poggia l'Ombra regal di Federico.
+
+ Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande
+ Prende co'l capo, e al negro aere torreggia,
+ E le rotte al suo piè bronzee ghirlande
+ Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia.
+ --Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande
+ De la vergogna mia; ch'io più non veggia
+ Vôlti in trofei, cangiati in monumenti
+ Questi bronzi rapiti a le mie genti!--
+
+ Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro
+ Un sinistro baglior sorge e risplende,
+ E un piceo fumo, un odor crasso e impuro
+ Gli occhi travaglia, ed il respiro offende.
+ Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro
+ Di nuova rabbia i franchi petti accende?
+ Tra le fiamme sepolta e la rovina
+ De la Senna cadrà l'alma regina?
+
+ Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,
+ D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,
+ Le vie trascorre una strana figura,
+ Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;
+ Muta, veloce rasenta le mura;
+ La destra invola furtiva nel petto;
+ Sogghigna, ammicca la strada romita,
+ Fermasi, brontola, fugge, è sparita.
+
+ Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,
+ Un suono scoppia di grida e di pianto;
+ Fra dense nubi l'incendio balena,
+ Stride, si spande da questo a quel canto;
+ Essa a la danza gli stinchi dimena,
+ Cionca co'l lurido suo drudo intanto,
+ Con pazzo volto, con gioia feroce,
+ Salta, e lingueggia con stridula voce.
+
+ Vide le fiamme e l'ultimo periglio
+ Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
+ E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
+ Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
+ Qual uom che muova a volontario esiglio
+ Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
+ Tal ei si parte, e la diletta e grama
+ Terra saluta, e dolorando esclama:
+
+ --Dove ti cercherò, se qui non sei,
+ O intemerata e splendida
+ Reggia dei sogni miei?
+ Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
+ Ogni terrena cosa,
+ Se qui non regni, in qual region tu vivi?
+ Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
+ La maestà dei tuoi passi e la luce,
+ Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
+ Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
+ Voce ascoltai, che l'anime riduce
+ Agli amplessi del Vero, io la solenne
+ Voce di libertà, che a voli arditi
+ Del pensiero de l'uom sferra le penne.
+
+ Di tenebrosi troni e di ferrati
+ Gioghi e di fronti umilïate e vili
+ Lieta non vai, bella non vai di fiori,
+ Che di pallidi servi il pianto edùca;
+ Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
+ Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
+ Previdente governi. Ardon nei tuoi
+ Limpidissimi sguardi
+ Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
+ L'onnipossente libertà, ch'è dono
+ Tuo primo e non caduca
+ Gloria di umani e tua miglior parola.
+
+ Tu di sensi gagliardi
+ Le umane alme alimenti,
+ E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
+ Perchè libere alfin corran le genti
+ A la vittoria di più fidi cieli.
+
+ È sogno il mio? M'illude,
+ Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
+ Larve di spirto ignude?
+ Dai ciechi abissi invano
+ A combatter con Dio l'ultima pugna
+ Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
+ Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
+ Fulminato Titano,
+ A divorar ne l'ombre il mio dolore?
+ Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
+ Luce, che il mio pensier valica e pasce,
+ Questo perpetuo fluttuär di cose,
+ Quest' impeto di vita
+ Non son mio regno e vita mia? Non sono
+ Consorti mie le mobili
+ Genti, cui la vital morte rinnova,
+ Come opportuna piova,
+ Ch'apre la terra, e svolge
+ La ritrosa virtù del germe inerte?
+ E tu, tu che le incerte
+ Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
+ Santa Ragion, tu indarno
+ Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
+ O forse ai regni tuoi,
+ Diva maggior, presiede
+ La tiranna Natura,
+ O, sconsigliato e inutile
+ Poter, che ne le ignare anime hai sede,
+ Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?
+
+ Che dissi? Il dubbio indegno
+ Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
+ Qui sei, qui regni: io sento,
+ Unica dea, la tua presenza in questa
+ Splendida reggia degli umani affanni.
+ La terra è tua; su' simulacri infranti
+ Di sbugiardati iddii sorge la possa
+ Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
+ Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
+ Di perenni olocausti ardon gli altari,
+ Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
+ O generosi, o cari
+ Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
+ Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
+ Ingombrate di stragi inclite rive
+ La nova alba diffondesi
+ D'una sorgente età; spiran le meste
+ Genti educate dal dolor le vive
+
+ Aure di libertà; vigili e pronte,
+ Di fieri casi esperte,
+ Al sorriso del Vero ergon la fronte;
+ E dal sangue fraterno, onde coverte
+ Son queste piagge illustri,
+ Coronata di lauri e di baleni
+ Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!--
+
+
+
+
+CANTO NONO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla
+vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta
+di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde
+improvvisamente la ragione.---Lucifero, che ha lasciata la Francia,
+veleggia per l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo
+mondo.--Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in
+una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia,
+che pretende esser sorella del genere umano.
+
+
+ Con quest'alte speranze e queste cure
+ Si partiva l'Eroe, mentre più vasto
+ Per la rigida notte infurïava,
+ Turbinando, l'incendio. Arder parea
+ La terra intorno, e correr sangue i fiumi,
+ E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni,
+ Come abisso di morte, aprirsi il cielo.
+ Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo
+ Dei feroci olocausti, e balzâr tutti
+ Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa
+ Che sbucan da le pingui arnie ronzando
+ Le pecchie industri, allor che il dispettoso
+ Villan, che con obliquo animo guarda
+ Al prospero vicin, l'aride ammucchia
+ Secce del campo, e presso agli alveari
+ Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola.
+ Sorser così l'alme beate, e primo
+ Al veroni del ciel, trepido, ansante
+ Di recidiva voluttà, la via
+ S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti
+ Zelatori del Cristo, e:--Li han bruciati,
+ Li han bruciati? dicea; son tutti rei,
+ Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo,
+ Sol di roghi la terra!--
+ --Ah! ch'io li veggia,
+ Gridava dietro a lui, feroce in vista
+ Il terror di Toledo; e con aperte
+ Nari spirava quella crassa, impura
+ Mefite, che a le fiamme orride mista
+ Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo;
+ Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva
+ De le ree carni abbrustolate, ascolti
+ Il rantolo supremo, e sperda a' venti
+ Con questa man la polvere esecrata!--
+ Sporge in tal dir la gialla testa, in cui
+ Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini;
+ Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche
+ Scarne man vibra come artigli, e, tutto
+ Tremito i polsi, la sanguinea bocca,
+ D'un lungo, giallo e mobil dente armata,
+ Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri
+ Urli interrotti da le fauci avventa.
+ A l'aspetto feroce inorriditi
+ Portan gl'innocui serafini al volto
+ Le miti ali e le palme; e solo allora
+ Che sentîro il clamor de le sorgenti
+ Dive, si diêro a sogguardar furtivi
+ Fra le dita e le penne. In simiglianza
+ Di pingui anatre, allor che da l'erbosa
+ Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura,
+ Al subito apparir d'un orgoglioso
+ Cigno, di laghi imperator, si danno
+ Clamorose a fuggir; sbatton le brevi
+ Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi
+ Del padule vicin tuffansi in frotta;
+ Folte così, così confuse e punte
+ D'improvviso timor sorser le dive
+ Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora
+ La rigida modestia e il curïoso
+ Sguardo dei circostanti angeli e il loco
+ Dimenticando, fuor dai nivei pepli
+ Libere consentían le rosee forme,
+ Che, fresche, acerbe e roride sì come
+ Pesche soavi che l'aurora imperla,
+ Inducean le celesti anime a un senso
+ D'indefinita voluttà. Le vide
+ Da l'antico suo seggio il profetante
+ Re di Sïonne, e abbandonata al piede
+ Caddegli la vocale arpa; nel petto
+ Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari
+ Occhi e fuor da le labbra avide il senno
+ Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo
+ Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno
+ Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco,
+ Di sotto il braccio egli venía soffolto
+ Da la diva Teresa: una vegliarda
+ D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano
+ Piacer, che le vulgari anime adesca,
+ L'involò tempestivo; ond'ella, esperta
+ Del futil gioco de la rea fortuna,
+ Al suo divo amator l'alma concesse.
+ Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra
+ È il nome suo. Ringiovanita e bella,
+ In pregio de le sacre estasi, al Nume
+ Dilettissima vive, e a lui sorregge,
+ Antigone pietosa, il passo infermo.
+ A l'appressar del Dio, taciti arretransi
+ I minori Celesti, e in duo partita
+ S'apre la folla riverente. Un aureo,
+ Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda
+ Opera di ricamo, in cui la diva
+ Lucia, maestra d'ingegnosi uncini,
+ Esercitata avea tutta ad un tempo
+ L'ammirabil perizia. A lei ministre
+ Furon le vigilanti ore, e compagna
+ La rigida pazienza; e non di perle,
+ O di rari smeraldi e di rubini
+ La cara opra abbellì, ma, tutti presi
+ I riposti, ozïosi astri dal fondo
+ Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe
+ Adamantino, e al divin seggio intorno
+ Con sottile d'acciaro ago l'infisse.
+ Ivi il Nume si asside; il formidabile
+ Sopracciglio fatal tre volte inchina,
+ Scote tre volte l'ambrosia canizie,
+ Serra il valido pugno; e al cenno usato
+ Svegliasi da le sante arpe il concento
+ Dei melodici salmi. Apresi il varco
+ Tra' folti angeli allor la previdente
+ Brigida, e tutta rigorosa, in vista
+ Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi
+ Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo
+ Favellar, che Gesù destale in core,
+ Quando il buon Dio con subita rampogna;
+ --Brigida, figlia mia, le dice, smetti
+ Per carità l'antifona noiosa:
+ La san perfino i paperi: i soldati,
+ Che legaron Gesù, fûr centocinque;
+ Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia,
+ Novantadue; le prezïose stille
+ Del sangue, che sul Golgota egli sparse.
+ Due milïoni; centomila gocce
+ Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta
+ Rivelata al dottor di Chiaravalle...
+ Ma, per pietà, finiscila una volta
+ Quest'insulsa scilòma!--
+ Indispettissi
+ A tal parlar la vergine Maria,
+ E con umile sguardo e cor severo:
+ --Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo,
+ In verità questo parlar non parmi
+ Degno di voi! Che! non vi par ben fatto,
+ Che si onori mio figlio?
+ --E figlio nostro!
+ Battendo l'ali e pipilando, aggiunse
+ Il Colombo divin; Brigida a dritto
+ Lo ricorda ai beati!--
+ --Aüf! rispose,
+ Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio;
+ Io non ne posso più di questo eterno
+ Bisticciar fra di noi! Non son padrone
+ D'aprir la bocca e darle fiato! Questa
+ Divinità, che non è tre nè uno,
+ Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro
+ Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo,
+ E tre son troppi!--
+ Ammutoliron tutti
+ A l'acerba parola. Allor lo sguardo
+ Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo
+ Del raggio dei vicini astri, la mano
+ Tremula pose tra la fronte e il ciglio,
+ E affisò lungamente, un sospir trasse
+ Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne:
+ --Quello, disse, è un incendio!--
+ Al suon temuto
+ De la voce di Dio restâro immoti
+ Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti,
+ E, pago il cor del rivelato enimma,
+ Tornò ciascuno a le celesti alcove.
+ Non però torna il re dei Numi, o al sonno
+ Crede le membra, abbenchè lasse: in parte
+ La più remota ei si ritragge, e seco
+ Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi
+ Questa gli s'adagiò; tutto gli prese
+ Fra le morbide mani il capo augusto,
+ E il baciucchiò teneramente. Assòrto
+ In un triste pensier nulla ei sentía
+ La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte
+ Li astuti gli figgendo occhi d'amore:
+ --Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo
+ Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso
+ E tacito così, mai non mi fosti
+ Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza
+ Di sparger di novelli astri la faccia
+ Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto
+ Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni
+ La superbia de l'uom? Fulmina: è tua
+ L'eternità!--
+ Sorrise amaramente,
+ Scrollando il capo, il divin Padre, e,--Acerbi
+ Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami,
+ E quasi punta di crudel sarcasmo
+ Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni,
+ Credula come sei, porta la fede
+ La semplicetta anima tua; veleggi
+ I cari regni de l'amor, nè sai
+ Quanto abisso di morte e di dolore
+ Sotto a questi vegghianti astri si celi!--
+ Punse tal favellar l'orgogliosetta
+ Alma di lei, che tutti aperti e chiari
+ I misteri del ciel correr presume,
+ E, di vivo rossor la guancia accesa:
+ --E che dunque, esclamò, questa mi vale
+ Presenza tua, se al guardo mio si asconde
+ Parte alcuna del ver? Veggente e diva
+ Sol di nome son io, quando sostieni,
+ Che, di tenace error l'anima avvinta,
+ Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!--
+ E a lei con dolce, carezzevol piglio,
+ Palpando il collo flessuöso e il crine
+ Rispondeva il buon Dio:--Già da gran tempo
+ Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona
+ Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre
+ Dietro senza neppur farti uno zitto;
+ S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro
+ Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa
+ È tutta mia! T'ho ridonato il riso
+ Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili
+ Vaneggiamenti d'un celeste affetto,
+ Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi
+ Del mio paterno amor non dubbio segno?
+ Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!--
+ Smesse il labbrino, e radïò d'un riso
+ La bellissima santa, e, poste al seno
+ Con garbo puëril le braccia in croce,
+ Si guardò, s'assettò, scosse la bruna
+ Testa, a svïar dal fronte piccioletto
+ La crespa ed odorata onda del crine,
+ E tutta ne l'udir l'anima accolse.
+ --Non sorrider così, cominciò il Nume
+ Con sospirosa voce; occulta, orrenda
+ Cosa io dirò, tal che nessun finora
+ Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse
+ Di tal secreto e dei miei casi a parte,
+ Rubellarsi vedresti al regno mio
+ Le angeliche sostanze, e qual notturno
+ Spirto d'inutil sogno irne in dileguo
+ La mia superba autorità. Se dunque
+ Di tanta confidenza oggi t'eleggo
+ Secretaria e custode, e tu ten mostra
+ Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.--
+ Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno
+ La santa giovinetta, e portò al core
+ La man picciola e bianca. Il guardo in giro
+ Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca
+ Su l'orecchio di lei; la man distesa
+ Fra la bocca e l'infida aria interpose,
+ E mormorò:--Nulla son io, non sono
+ Che un forte e secolare incubo, imposto
+ Da la paura al sonnecchioso Adamo!
+ Guai se si sveglia, guai!--
+ Balzò a tal detto,
+ Come da subitano estro compunta,
+ La dea, che bruno e inanellato ha il crine,
+ E pallida, stupita, senza voce,
+ Senza moto restò, tal che scolpita
+ Immagine parea. Sciolse ad un tratto
+ Al pianto insieme e a la parola il freno,
+ E, battendosi il petto:--Ah! disse, è vero,
+ Che Dio mi parla? E non è sogno il mio?
+ Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono?
+ O tremenda parola, ahi! s'è pur vero,
+ Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo,
+ Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia
+ Vuota sostanza incenerisci e annienta!--
+ Poi riprendea:--Tu non sei Dio? Non sono
+ Opera di tua man questi diffusi
+ Mari di luce e questo ciel?--
+ Tal suona
+ La fama, è ver; ma in verità, te'l dico:
+ Assai prima ch'io fossi erano i cieli.--
+ --Ma la terra, ma l'uom?--
+ --Tu accenni al loco
+ Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto
+ Di Lucifero alunno!--
+ --E a che dormenti
+ Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore
+ Terra e cielo avvolgeano.--
+ --Ha tal d'acciaro
+ Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo,
+ Che le saette mie sfida e dispregia!
+ Ahimè! vicino ai regni miei già miro
+ Torbidi sovrastar gli ultimi soli!
+ Già tapina esular di terra in terra
+ Veggio tra le fugate ombre la Fede;
+ Con flagello di foco insta, ed incalza
+ Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno
+ De l'incredule genti; e s'io qui resto
+ D'ozî vulgari e di silenzio avvolto,
+ Qui tra poco vedrem superbo e forte
+ Sorger sovra il mio trono il mio rivale!
+
+ Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla,
+ Fra il disinganno incerta e la paura
+ L'anima balza, e si scompiglia il senno.
+ Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine
+ Rompe in subite risa; il lembo estremo
+ De le candide vesti in su la bella
+ Testa rivolge, e così a mezzo ignuda,
+ Una strana canzon canterellando,
+ Per la reggia del ciel sgambetta, e ride.
+ Molte fiate tornò limpido e lieto
+ Su la terra il mattin; molti su' fiori
+ Versò brine dal grembo e rai dal crine
+ La bellissima Aurora; e chiuso intanto
+ Entro al mondo de' suoi splendidi sogni
+ L'alto oceán Lucifero trapassa.
+ Poi ch'a la rea città volse le spalle,
+ Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe
+ Arti cercò, per cui rigida e avvinta
+ Nei suoi ferrei statuti il mar governa;
+ Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde
+ Stirpi, a l'onor di libertà ridéste,
+ Dal magnanimo cor volse un saluto.
+ --Voi felici, esclamò, quando su'l dorso
+ D'un ignifero pin credeasi ai flutti,
+ Voi più volte felici, ove, le impronte
+ Ire dimesse e le civili erinni,
+ Tutte verrete a far corona e scudo
+ Al sabaudo monarca! Ai suoi governi
+ Arti oblique e malfide armi, riparo
+ Di trepidi tiranni e d'alme imbelli,
+ Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre
+ Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada
+ Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio
+ Di sola Libertà l'anima assente;
+ E, in bionda età senno canuto, alteri
+ Ai sovrani del mondo esempi insegna.
+ Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto
+ Dagl'iberici petti anco si cura
+ Libertà con giustizia, a lui d'intorno
+ Serratevi, e del cor, più che del braccio,
+ Custodite il suo trono! Ira di avverse
+ Parti, d'invidia alimentate e d'oro,
+ Romperà allor contro al suo piè, qual foga
+ Di torbidi torrenti ad ardua rupe;
+ Da le rive del Tebro, auspice amica,
+ Sorriderà l'itala donna al raggio
+ Del fraterno vessillo; e su la sponda
+ De l'orgoglioso Manzanàr la diva
+ Libertà, le robuste ali raccolte,
+ Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!--
+
+ Così mescendo vaticinî e voti,
+ Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge
+ Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso
+ Da l'uom domato imperversar dei nembi;
+ E tu, assiso a la prora, in simiglianza
+ Di grandissima fiamma eri, o Colombo.
+ Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote
+ Dei fiammanti uragani; urlano al vento
+ I segati cicloni, e nei profondi
+ Baratri incatenate, a l'uom che passa
+ Le procelle del mar piegano il dorso.
+ Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda
+ Libertà, salve! O sia, che de l'aeree
+ Ande selvose ami la vetta, asilo
+ Del superbo condoro; o che ti piaccia
+ Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre
+ Di vergini foreste errar su'l dorso
+ Del corrente giaguaro, il cui ruggito
+ Quando sorge o tramonta, il Sol saluta;
+ Grande ognor, se dal doppio istmo le schive
+ Genti nei socïali ordini aduni;
+ Grande, se per deserti orridi il grido
+ Al perpetuo ulular mesci dei venti,
+ O più t'aggrada perigliarti al balzo
+ Di sonanti cascate, e dar concento
+ Di selvagge parole ai boschi e al cielo.
+ Tu nei golfi insüeti il pino ibero
+ Primamente accoglievi, e le ritrose
+ Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude,
+ Con lungo studio riducevi al rito
+ De' giapetici imperi. Onde fu visto
+ Spezzar lo strale e abbandonar le selve
+ Il fierissimo Pampa; e giù dai monti
+ De l'indomo Uraguai scender l'imberbe
+ Nomade che il color d'ambra ha nel volto;
+ E, al corpulento Patagòn commisto,
+ Dal profondo Orenòco erger l'ignude
+ Membra pasciute di schifose argille
+ Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo,
+ Tua mercè sola, del civil convegno.
+ Per le vaste città, fra' popolosi
+ Commerci, a respirar l'aure vitali
+ Di quei giovani climi, al mondo ignoto,
+ Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio
+ D'alte speranze e virtù nuova attinse.
+ Un dì per le sonore ombre movea
+ D'un'intatta foresta. Invïolate
+ Da umana scure, indocili al veggente
+ Raggio del Sol, gelosamente intesti
+ Tendon le secolari arbori i rami,
+ Ove di tutte sue virtù ad un tempo
+ Le sconosciute pompe Iside spiega.
+ Come in tempio infinito, ivi si aggira
+ La divina matrigna, e tutta appella
+ Sotto agli sguardi suoi dai varî climi
+ La numerosa vegetal famiglia,
+ La qual, superba de la dea presente,
+ Rigogliosa e gigante occupa il cielo.
+ Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi
+ Balza la bella Primavera, e, stretta
+ Con insolito amplesso al fresco Autunno,
+ Tempra l'aure vitali; e quando i rami
+ Di mai veduti fior l'una inghirlanda,
+ L'altro, furtivo sorridendo ai fiori,
+ Con selvatica man gli arbori impoma.
+ Con temperie diversa al loco istesso
+ L'arborea felce ivi tu ammiri accanto
+ Al rigido lichene; a' molli orezzi
+ Dei vitali palmîzi, a l'odorate
+ Del profetico cedro ombre ospitali
+ Svolgon le foglie flessuöse e snelle
+ Le giganti gramigne, e sempre verdi
+ Spiega l'artico musco i suoi tappeti.
+ Qui l'indico banano apre le braccia
+ Provvide indarno di nettaree frutta;
+ Qui, impervio ancora al trafficante avaro
+ D'ingrati climi e da ogni ferro intatto,
+ Serba il purpureo sandalo odorato
+ Le rosee tinte e la gentil fragranza;
+ Qui, stupendo a saper, quella s'innalza
+ Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri
+ Da le rocce infeconde erger la scarsa
+ Chioma e scovrir le povere radici
+ Fuor del sasso natío, mentre co' rami
+ D'ogni ombra avari si trastulla il vento;
+ Ma egregia pianta e prezïosa, allora
+ Che al nascente mattin, fuor dagli aperti
+ Libri deriva, e versa intorno un'onda
+ Di balsamico latte. A lei, se tanto
+ Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra,
+ Corre il nomade adusto, e leva un grido
+ D'insolita letizia; trafelanti
+ I figliuoletti accorrono, e, d'attorno
+ Tripudïando al caro arbore, il labbro
+ Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core.
+ E ove te lascio, o provvido e pietoso
+ Abitator di torride contrade
+ Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi
+ Dirittamente come palma, e vinci
+ Pur la palma in virtù, ben che a lei pari
+ Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume
+ D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie.
+ Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura
+ Di curvi aratri e di lanosi armenti,
+ Non pure offri spontaneo asilo e cibo,
+ Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno,
+ Di schietta acqua e di pan candido e dolce
+ E di liquido latte e di vin puro
+ E di vesti e di case e d'ogni adatto
+ Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro
+ Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena
+ Dei rami tuoi beato i dì produce.
+
+ Ma chi tutta diría la pompa e i mostri
+ Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto
+ Cacto grandeggia, come cereo immane;
+ Ivi a quella di Pesto emula ignota
+ L'odorato e gentil calice innostra
+ Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno
+ Onoranza e virtù di prezïosi
+ Medici succhi, o nominanza orrenda
+ Di fulminei veleni, indifferente,
+ O sien radici o fiori, Iside spiega.
+ Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri
+ D'intrecciate vainiglie e di lïane
+ Lunghissime a le chete aure pendenti
+ Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami,
+ E or di cupole in guisa, or di cortine,
+ Or di fioriti padiglioni e d'archi,
+ Lussureggian di aspetti e di colori
+ Al queto occhio di lui. Di strane voci
+ E di strilli e di fischi e di pispigli
+ Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga
+ Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami
+ Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva
+ Quella solenne immensità, vaganti
+ Stormi, non sai se d'animate gemme,
+ O di fiori volanti, o ver di augelli,
+ Tra le foglie s'inseguono, o procaci
+ S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio
+ Stupidamente al ciel mandano il grido.
+
+ Sente il superbo Vïator quell'ampia
+ Solitudin di cose; e al tanto aspetto
+ De l'eterna rival l'animo esalta,
+ Come rubusto ed animoso atleta,
+ Che pronto e fiero in sul diviso aringo
+ L'avversario mirando a lui di fronte
+ Qual fondato edificio alzar le membra
+ Valide e salde e provocar l'assalto,
+ Ne l'impavido cor crescer più sente
+ L'anima avvezza; agli allenati fianchi
+ Batte le palme; le nodose braccia
+ Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo,
+ Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido.
+ Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo
+ Di splendide speranze il cor donando
+ Nuovi trïonfi del Pensier vedea
+ Su l'immensa natura; e:--Verrà giorno,
+ Madre altera, dicea, che queste occulte
+ Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia
+ Verginità di questi boschi al rito
+ Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste
+ Sconosciute vallèe, mutati in lievi
+ A lo spiro dei venti ampii navili,
+ Quest'ardui tronchi correran su' flutti;
+ E rigogliose e riverite, assai
+ Più di queste a te sacre are romite,
+ Genti e città qui fioriranno al raggio
+ Di benefiche leggi. Altero e cinto
+ Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto
+ Da l'industre fatiche, e monti e abissi
+ Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa
+ Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota
+ Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero,
+ Sotto auspicio miglior sorger vedrai
+ L'opre e i commerci de l'Arìane genti.--
+ Così dicea, gli anni veggendo, allora
+ Che tra' folti cespugli, in capo al verde
+ Tortuöso sentiero un gli si offerse
+ Pensieroso pitèco. A un'indïana
+ Canna appoggiato, a lenti passi e gravi
+ Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso
+ D'un ingrato pensier l'animo inchina.
+ Al rigido cipiglio, a la rugosa
+ Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno
+ Fa due siepi la barba, un lo diresti
+ Anacoreta pio: tal forse apparve
+ Il santo onor de l'arenosa Coma,
+ Quando, schivo del mondo, a' più deserti
+ Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse,
+ Visto appena l'Eroe, forte uno strillo
+ Mise, e incontro balzògli, a quella forma
+ Che al petto del fratel corre il fratello,
+ Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni
+ Fuor del tetto paterno. Si ritrasse
+ Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo
+ Con la riversa man lo slancio ardito
+ Troncò. Di subita ira egli s'accese,
+ La lunga coda saettò, battè
+ Rapidamente le palpebre bianche
+ E i labbri sottilissimi, e in acute
+ Voci proruppe:
+ --O to', non siam fratelli?
+ Non siam da un padre sol tutti discesi?
+ O che crede davver, che sia piovuto
+ Dal paradiso, e che il signore iddio,
+ Tolto il mestiere di burattinaio,
+ Sia sceso in terra a prendersi la bega
+ Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto!
+ Le manca proprio il sale! E che cipiglio!
+ Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca.
+ Guardi un poco il su' cranio e questo mio,
+ E poi mi sappia dir!--
+ --Molto sapiente
+ E molto ameno in ver tu sei, rispose
+ Lucifero, e fior fior del labbro arguto
+ Un sottil sorridea riso tagliente;
+ Or sì che possiam dir, che in ogni dove
+ Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla
+ Meraviglia ho di ciò: molti a te pari
+ Han dottrina fra noi!--
+ --Nè meraviglia
+ Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto
+ È concesso il sapere? Oh! guarda un poco,
+ Che la madre natura abbia a lor soli,
+ In grazia de la lor vertebra ritta,
+ Nascosto fra la zazzera e gli orecchi
+ D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta;
+ Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie
+ Solitudini nostre anche sorride
+ De la Scïenza avvivatrice il raggio;
+ E fratelli siam noi! Da la materna
+ Asia, ad ambe le specie inclita culla,
+ Venne a catechizzar le nostre genti
+ Un vecchio, dotto e reverendo urango,
+ Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto,
+ Dopo lunga ignoranza, il ver palese.
+ Bocca d'oro ei fu detto e adamantino
+ Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne
+ Non so qual'orda di dottor tedeschi,
+ L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta
+ E distillò nei lor cervelli adusti
+ La peregrina sua scïenza; ond'essi,
+ Gazze vestite de le penne altrui,
+ Or di tanto saper fan mostra al mondo.
+ Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto
+ Le mille volte, ed io te lo ricanto
+ Per tuo dispetto su la faccia: O figlio
+ Di scimmia, addio!--
+ --Per un par tuo, ragioni
+ A meraviglia. Una catena immensa
+ Iside ha in mano, e non avvien che mai
+ Nel crear s'interrompa: ogni vivente
+ Specie è un anello, ed un anel noi siamo
+ De l'immensa catena, il più perfetto
+ Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire,
+ Con buona pace del dottor gorilla,
+ Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi
+ Han comuni le doti e il nascimento.--
+ --Sissignor, vuol dir questo, appunto questo;
+ La non m'esca dal rotto de la cuffia:
+ Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali
+ Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere,
+ Che l'universo sia creato apposta
+ Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro
+ Lei vedrà, mio signor gonfio di vento,
+ Se noi libere scimmie incivilite
+ Verrem fra loro a reclamar tal dritto!--
+ --Provatevi! Ci son gabbie e catene,
+ Fra cui strette per ben, sarete esposte
+ A dar di voi spettacolo ai fanciulli!--
+ --Lei non sa che si dica! Io le perdono,
+ Perchè sono evangelico! O che crede,
+ Che noi libere scimmie incivilite
+ Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia!
+ Noi siam da più di loro! E le par poco
+ Saltar pei rami, saccheggiar foreste,
+ Gioir la voluttà per fin da soli
+ Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero
+ Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla,
+ Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso
+ Predicherò l'origine comune,
+ L'eguaglianza dei dritti in fra le specie
+ E la comune libertà! Dovessi
+ Suggellar co'l mio sangue il parlar mio,
+ Vuo' diventare apostolo; e, infilati
+ Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta
+ Cattedra di Darvino a dar responsi!--
+
+
+
+
+CANTO DECIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le
+sofferenze dell'umana natura.--Lotta con un giaguaro, di cui rimasto
+vincitore, abbandonasi al sonno.--Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco
+ai dolci vaneggiamenti d'amore.--La giovinetta silenziosa si tramuta a
+un tratto in un orribile fantasma.--Iddio, vedendo così travagliato il
+suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.--Lascia il letto,
+cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.--Trova Lucifero, e cerca
+da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma
+questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.--Liberatosi indi a
+poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.--La schiava nera e lo
+schiavo bianco.
+
+
+ Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi
+ Co' crepuscoli al piè la notte amica;
+ E di mille colori ornati e cinti
+ Le si sveglian sul capo astri e pianeti.
+ Malinconica e muta ella riguarda
+ Ai rei travagli de la terra, e spira
+ Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno.
+ Salve, o splendida notte, inclita madre
+ Di dolcissima quiete, o che ti piaccia
+ Covrir d'ombre pietose amor furtivo,
+ O svelar tutta a uman guardo l'audace
+ Visïone degli astri e l'universa
+ Armonia, che ne fura invido il sole.
+ Da le cupe foreste, ove si aggira
+ Il signor de' miei canti, io chiamo indarno
+ La bellezza dei tuoi Soli e le gemme
+ Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno
+ Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto
+ Gli arde la luce de le sue speranze.
+ In compagnia de' suoi fantasmi, a pena
+ Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo
+ Fuor del dritto sentiero, a una deserta
+ Arida balza d'ogni vita priva
+ Era intanto venuto. Irte d'intorno,
+ Come a guardia del loco orrido e scuro,
+ Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa
+ Di biancicanti scheletri; fuggía
+ L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna
+ Fra le nubi correnti, e imprigionato,
+ Come chiuso leon che tenti un varco,
+ Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento.
+ Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta
+ Punta di fame gli mordea le parche
+ Viscere, e dentro al seno arido e stanco
+ Una brama di vive acque e d'aperto
+ Aere e di luce gli serpea. Sgomento
+ Non però n'ebbe al cor; ma con superbo
+ Animo accolse la terribil prova,
+ Poichè gli è grato comportar travagli
+ Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica
+ Forza del pane il mortal corpo allena.
+ Vago di nuovi casi, occhio ei non piega
+ Ad alïar di lusinghevol sonno
+ Da la tacita e grave aere cadente;
+ Ma nel caro pensier volge le prove
+ Dei suoi buoni mortali, e traforate
+ Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti
+ Per lo seno del mar parlanti elettri.
+ Su per l'aride rocce ode in quel punto
+ Come un confuso affaccendarsi e rotto
+ Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia
+ Suon che mandi uman labbro e noto segno
+ Di cacciator, quando tra' folti grani,
+ Di cui mareggia interminato il campo,
+ Modula il fischio a ravvïar l'amico.
+ Ma voci eran d'augelli, a cui concessa
+ È una strana virtù: fischiano al vento
+ Siccome uomini veri, e illudon l'alma
+ Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso
+ Ogni spirto di lena e abbandonato
+ D'ogni raggio di speme e di salute,
+ Su l'inospite landa il corpo gitta.
+ Ben al grido fallace a mala pena
+ Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura
+ Tutta la fuggitiva anima intende,
+ E forse in quel momento al cor gli torna
+ Il dolce aere natío, l'abbandonata
+ Casa paterna e de la madre il pianto.
+ Sorge, aspetta, ricade, si strascina
+ Delirando fra' sassi; a un grido estremo
+ Schiude l'aride labbra, un rauco suono
+ Gli geme entro la gola; adugna e morde
+ L'avara terra; e il ciel rigido intanto
+ Sovra il capo di lui splende e sorride.
+ Così a le disperate anime insulta
+ La beffarda natura!
+ Al suon fallace
+ Sorse l'Eroe, nè stette in forse.--Or tutto
+ Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri;
+ Arida e morta è questa valle, e segno
+ Di salute non ha; vadasi.--E preso
+ L'aspro sentier, non pria l'orme contenne,
+ Che un ampio fiume e la foresta attinse.
+ Chiare e sonanti dirompeano l'acque
+ Fra due tra loro opposti e coronati
+ Di negra selva smisurati monti,
+ Al cui piè si stendea facile e molle
+ D'erbe infinite ed odorose il piano.
+ Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri
+ Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo
+ Dei radïanti plenilunî, un'ampia
+ Vela il dirai, che il marinar su' negri
+ Aprici scogli a rasciugar distese;
+ Ma se più ti fai presso, un fragor cupo
+ D'immense acque tu senti; al ciel, conversa
+ In polve minutissima, tu vedi
+ Balzar la ripercossa onda, e in un velo
+ Confonder gli astri ed annebbiar la valle.
+ Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte,
+ Ove men cupe si schiudean le sponde,
+ E avean meno di bosco ombre e paure,
+ La fresca linfa disïando, scese
+ Per la lubrica china; insinuössi
+ Fra' canniferi greti, e ne le cave
+ Palme attingendo i prezïosi umori
+ Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda
+ Con giocondo piacer le braccia infuse,
+ E battendo le pure acque, più volte
+ Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine.
+ Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe
+ Del cammin tanto e de l'ingrata arsura,
+ Che un vicino il percosse ululo e un lungo
+ Scoppio di strida e di commosse voci
+ Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi
+ Urti crollavan bruscamente i rami
+ De la selva vicina, e quindi e quinci
+ Confusamente saltavan strillando
+ Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse
+ Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda
+ Lucifero balzò; lo sguardo in giro
+ Mosse esplorando: tenebroso intorno
+ L'aere gemea, mentre due roggi, acuti
+ Punti fendean, come infocati dardi,
+ Sinistramente de la notte il seno.
+ Muti muti pe'l negro aere procedono
+ Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi;
+ Or tra cespugli del sentier s'involano,
+ Or più vicini e più funesti appaiono.
+ Sta Lucifero intento; e, certo omai
+ Che insidiosamente a lui si appressa
+ Il terribil giaguaro (un'omicida
+ Belva, che, a par del tigre agile e grande,
+ Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno,
+ E boschi e fiumi d'ogni strage infesta)
+ Tenea l'anima accorta in due sospesa:
+ O che indietro si tragga e si nasconda
+ Nel contiguo canneto; o su l'aperto
+ Sentier l'orrida belva aspetti al passo.
+ Senno miglior questo gli parve; e, tutta
+ Con alato pensier l'alma percorsa
+ E con subito sguardo il loco intorno,
+ A la lotta si accinse. Era in quel punto
+ Tra' fitti rami penetrato un fioco
+ Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno,
+ Ivi a caso giacea: dai circostanti
+ Gioghi a valle caduto, una regale
+ Possa parea, cui da' superbi troni
+ Una vendetta popolar sconfisse.
+ A lui corse l'Eroe; con ambe mani
+ L'afferrò, lo levò: le ferree braccia
+ Sovra il capo distese; un dietro a l'altro
+ Pontò i validi piedi, e tal si tenne
+ L'irto mostro aspettando. Orrido un grido
+ Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi
+ Sanguinosi baleni: a terra il bianco
+ Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa
+ Peli del dorso, e di serpente a guisa
+ Strisciando si divincola. Qual suole
+ Paziente pescador, che, intento a l'amo,
+ Entro a le trasparenti acque del lago
+ Vede a un tratto guizzar cefalo o trota,
+ Quanto più può su' nereggianti sassi
+ Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza
+ Destra, che regge la pieghevol canna,
+ Serra validamente, e, vista appena
+ Pullular l'onda e tendersi la lenza,
+ Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa
+ Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce;
+ Così tutt'occhi e senza voce o moto
+ L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta,
+ Che con feroce voluttade allungasi
+ Su l'erboso sentier, vibra l'accorto
+ Sguardo, e sbuffa così che par che rida.
+ Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto
+ Tentò un passo impaziente, e scagliar finse
+ L'elevato macigno, urlò, ritrassesi,
+ Il corpo agglomerò, sul ventre osceno
+ Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo
+ Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno
+ La valle ampia e tremare arbori e rupi,
+ Non però il petto de l'Eroe: di tutto
+ Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero
+ Assalitor fermo l'oppone, e al petto
+ Gliel dà così che lo travolge, A terra
+ Piomba la belva, e non sì tosto il suolo
+ Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera
+ Salta, e si avventa a più mortale assalto.
+ Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava
+ Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso
+ Pazzamente si vibra, e senza posa
+ L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi.
+ Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira
+ Smisurata del cor, che giù d'un crollo
+ Rovina anch'ei su la percossa belva.
+ Or più fiera è la lotta: in un sol groppo,
+ Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche,
+ Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo
+ Di rauche voci e di ruggiti; a rivi
+ Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti
+ Ferocemente in amplesso di morte
+ Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano
+ Fra le spine, fra' sassi e le nemiche
+ Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino
+ Vengon così. Pende sul negro abisso
+ Una fitta boscaglia, a cui la foga
+ Dei sonori torrenti ignude lassa
+ Le nodose radici. Ivi, protette
+ Dai folti rami, e dal burron difese,
+ Godean sede tranquilla e secol d'oro
+ Una tribù d'amene scimmie. Il fiero
+ Caso le tolse agevolmente ai sonni,
+ E la lotta avvisando, a salti, a strilli
+ Facean pazza baldoria; e, qual con mano
+ Qual con la coda attorcigliata a un ramo,
+ Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina,
+ L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente
+ Catena sui pugnanti ospiti, a cui
+ Or tiravan sul capo una selvaggia
+ Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso
+ Di lor scendeano a provocar le due
+ Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli.
+ Non però si ristanno, o svolgon l'ira
+ Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi
+ Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso
+ Il ciglion de la balza; a lui su'l petto
+ Insta la belva: con la bronzea destra
+ Ei l'abbranca a la gola; al perigliante
+ Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi
+ A le dense radici. E già su'l volto
+ Qual d'aperta fornace il vampo ei sente
+ De le putide fauci; a caldi sprazzi
+ Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca
+ Una bava sanguigna; un rugghiar cupo
+ L'assorda; e già de l'arrotate zanne
+ Contro a le tempie sue crocchian le punte,
+ Quando tutta con fiero urlo chiamando
+ La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio
+ Dà su'l dorso così, che sorge a un punto
+ Libero in piè, mentre da lui travolta
+ Precipita la belva, e giù nel fondo
+ Burron piomba rugghiando, e l'aere introna.
+
+ Lacero e stanco il vincitor si asside
+ Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi
+ Giù per lo collo gli discorre ai fianchi
+ Misto al sangue il sudor; corto e sonante
+ Dal suo petto affannoso esce il respiro;
+ Un cozzar di confuse opre e di cose
+ Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra;
+ Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto
+ Di bizzarre faville e ceffi strani
+ Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno.
+ Come nei procellosi artici mari,
+ Quando aquilon più li flagella, a stormo
+ L'irte dïomedèe saltan su' flutti;
+ Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo
+ Del travolto oceàn mescono il grido:
+ Vede il nocchier fra le stridenti antenne
+ Svolazzar le sinistre ali, e maligni
+ Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada;
+ In simil guisa de l'Eroe dormente,
+ Nel turbato pensiero orride e scure
+ Venían fantasme, e gli scoteano i sonni.
+ Ma come avvien ne l'incostante ottobre,
+ Mentre un subito nembo apresi e versa
+ Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola,
+ Fuor da le plaghe occidental si desta
+ Una provvida brezza; un chiaro e bello
+ Occhio d'azzurro si dischiude in cima
+ De la bruna montagna; a par di dardo
+ Da l'arruffate nubi esce un diritto
+ Raggio di Sol, che i sommi arbori indora;
+ Brillan le foglie susurrando, e tutti
+ Odoran timo e nepitella i campi;
+ Tal fra' torbidi sogni una tranquilla
+ Visïone d'amor tacitamente
+ Sorgea ne la commossa anima, e al cheto
+ Ventilar de le penne vi spandea
+ Il mesto raggio d'una rosea calma.
+ Come talor nei lucidi cristalli,
+ Che ne stanno di contro, una diletta
+ Forma veggendo, a lei con l'alma in festa
+ Drittamente corriam, nulla avvisando
+ La virtù del riflesso; in simil guisa
+ Entro a un candido sogno avvolta e viva
+ Nel pensier del dormente Ebe splendea.
+ Balzagli il core a tanta vista, e aperte
+ Le braccia:--Oh! vieni, le dicea, deh! vieni
+ Su'l petto mio, dolce alimento e pace
+ Dei travagliosi giorni miei! Sorride,
+ Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita
+ D'ogni speranza mia; splendon più vivi
+ Gli ardimenti de l'alma, e più vicino
+ Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo!--
+ Co'l perdono negli occhi ella assentía
+ Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni
+ Del primo amor.
+ --Da pochi giorni il sole
+ Sul mio capo splendea: festa di fiori
+ Era tutta la terra; e tu, regina
+ D'ogni candor, mi sorridesti come
+ Sorridon l'alme, allor che un'amorosa
+ Forza le chiama ad apparir negli occhi.
+ Oh! che giorni d'ebbrezza!--
+ Ella a quei detti
+ Pensosa e scura divenía.
+ --Ricordi,
+ Ei riprendea con sospirosa voce,
+ Oh! ricordi quei dì? Facil conquista
+ Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi
+ Crudelmente da te; deserta e chiusa
+ Nei dïafani sonni ti lasciai,
+ Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto
+ Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo!--
+ Ella piangea. Qual trepida fiammella,
+ Che s'assottigli a l'apparir del giorno,
+ Tal poco a poco si facea più bianca
+ La pietosa fanciulla, e a poco a poco
+ Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti
+ Trasfigurando, un'orrida assumea
+ Mostruösa sembianza: ispide e negre
+ Di sozza barba ambe le gote; attorti
+ Di tizzi ardenti e di serpenti i crini,
+ E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto
+ Occhio, senza palpèbre immoto e tutto
+ Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa
+ Sorgea dal suol nera, diritta, immensa,
+ E un gemer lungo al sorger suo si udía
+ E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode
+ L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande,
+ E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge.
+ Tocca il cielo co'l capo, e con la negra
+ Pelosa man, che immensa apresi, afferra
+ L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso
+ Nembo di notte si rovescia allora
+ Su la terra infelice; ingordi e vasti
+ Mille sepolcri si spalancan; passa
+ Sibilando la Morte; e s'ode un fiero
+ Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi.
+
+ Così il lungo digiuno e la fatica
+ D'una ad un'altra visïon trabalza
+ Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso,
+ Il Signor dei celesti:--Ora è stagione,
+ Disse in cor suo, che il mio rival conquida!--
+ Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto
+ Che il veloce desio; s'avvolse un manto
+ Ampio, turchino come ciel d'autunno;
+ A la fredda canizie un vasto impose
+ Tricuspide lucente, e, sotto al braccio
+ Un aureo accomodando orbe stellato,
+ Simbol de l'universo, al più vicino
+ Dei presèpi del ciel cheto avvïossi.
+ Ivi, poichè di Giosuè la verga
+ Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne,
+ E impietriti restâr di sotto al giogo
+ I fulminei cavalli, una falange
+ D'umili sì ma intelligenti onàgri
+ Pasce in greppie d'argento orzi ed avene
+ Di tal virtù, che nel lor sangue infonde
+ Gaio tripudio e giovinezza eterna.
+ Non appena sentîr sovra la soglia
+ La presenza del Dio, tutti in un punto
+ Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie
+ Lievemente anelando; e, a lui rivolti
+ Con dolci e riverenti occhi, la voce
+ Del comando attendean. Videli il Nume
+ Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno,
+ Che tutto può, volse a te solo, o illustre
+ Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso
+ (Premio dell'opra, onde immortal tu vivi)
+ Crescon due luminose ali, per cui,
+ Pregio da tutti invidïato, e solo
+ Da Dio concesso a le beate essenze,
+ Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi.
+ Tu presentisti il divin cenno, ed ambe
+ Le ginocchia piegando appo a la ferma
+ Con chiovi adamantini aurea predella,
+ Offeristi umilmente il dorso alato.
+ Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne
+ Con ambe mani a le pietose orecchie
+ Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti
+ Fianchi gli strinse le ginocchia inferme,
+ Gli occhi serrò, diede la voce, e via
+ Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra.
+ L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo
+ Più nel pensier che ne le membra affrante,
+ Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio
+ Lasciò il volante corridor; si eresse,
+ Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave
+ Cipiglio assunse, e a misurati passi
+ Movendogli d'incontro, in tuon solenne:
+ --Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira
+ Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso,
+ Che Dio di tutto e re del ciel pur sono,
+ Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto
+ Dal cenno mio sotto al mio piè, potría
+ Scatenarsi al mio cenno il saettante
+ Fulmin, che a par d'ogni superba altezza,
+ Le sdegnose e proterve anime adima.
+ Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi
+ La mia pietà. Stanco non già, ma schivo
+ Di pugne io son: di nostre pugne assai
+ Travaglio ebbe la terra; assai di umane
+ Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro
+ Con paterno dolor quest'infelice
+ Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta
+ Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta
+ Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto
+ Di tue promesse e la vittoria aspetta.
+ Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito
+ Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri
+ Tu, che da le fallaci ombre presumi
+ Redimer l'alme dei mortali, a cui,
+ Ira e invidia non già, ma provvidente
+ Consiglio mio gli ultimi veri asconde.
+ Sgombra adunque la terra; abbian riposo
+ Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero
+ Scenderà su'l tuo capo il mio perdono.--
+ --Di perdon parli e di pietà, proruppe
+ Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte
+ Le sciagure de l'uom colpevol vivi?
+ Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume,
+ Sol vivente in parole; ond'è, che irato
+ Non ti temo, e pietoso io ti dispregio.
+ Lasciami adunque a le mie cure: avranno
+ Pace le genti, e non da te; nè pace
+ Neghittosa e servil; di guerra stanco
+ L'uom non sarà pria di saper che vuota
+ Larva sei tu senza subbietto, e quale
+ Or t'addimostri al guardo mio. Potessi
+ Questi sordi, confitti arbori intorno
+ In uomini cangiar! Vedrían qual vana
+ Risibil cosa e imbelle ombra tu sei!--
+ Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira
+ Salì al volto del Nume; e la bollente
+ Rabbia del cor tutta in un punto avría
+ Fuor versata nei detti, ove non fosse
+ Sopravvenuta al suo pensier la luce
+ D'un prudente consiglio. A mala pena
+ Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi
+ Figgendo al suol, morse le labbra, e disse:
+ --Sei forte, il so; ma de la tua fortezza
+ La superbia è maggior, minore il senno.
+ Odimi; sai, che da nemico petto
+ Sorge talora util consiglio, e saggio
+ Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno
+ Anche l'ira dei forti, e chi si ostina
+ A produrla oltre inutilmente, indegne
+ Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce.
+ Or credi a me: son paventose e fiacche
+ L'anime umane, e han di servir mestieri.
+ Ad uom cresciuto in servitù mal giova
+ Spirar liberi sensi: a sua rovina
+ Va tosto incontro; perocchè di tutti
+ Malnato istinto è il dominar; nè vale
+ Esser libero d'altri, ove ad un tempo
+ Di sè stesso è ciascun servo e tiranno.
+ Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta
+ Ambizïon move i tuoi sensi, al mio
+ Giogo abbandona i servi miei: la forza,
+ Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto
+ Altro non è che nome vuoto e nulla!--
+ Sorrideva Lucifero, e un sol detto
+ Non gli fuggía. Con subito consiglio
+ Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero,
+ Dal manto ampio si svolge, e, simulando
+ Fra labbro e labbro un giovïal sorriso,
+ Per man prende il nemico, obliquo il guarda
+ Con gioconda malizia, e:--Inver, gli dice,
+ Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci
+ Con codesti tuoi fumi? A par di me
+ Tu gli uomini conosci, e di sonanti
+ Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli
+ Spingan la fronte, e tu su lor ti assida!
+ Giù dal volto la larva! Hai di me al pari
+ Desio di regno; e, di regnar mal pago
+ Sovra il trono de l'ombre, una più bella
+ Sede nel mondo e maggior gloria ambisci.
+ Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido
+ La terra a te. Vuoi che tremanti e prone
+ Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte
+ Pieghin popoli e re sopra la polve
+ Del tuo santo calzàre? Abiti e modi
+ Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui
+ Nullo agguaglia in poter: brando che uccide
+ È la parola sua, fulmine il guardo;
+ A lui d'umani sagrificî intorno
+ Vaporano gli altari; incatenato
+ Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto
+ Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno
+ Di pontefice avrai!--
+ Commiserando
+ Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa
+ Con voci amare rispondea:
+ --Nemico
+ Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti
+ Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto
+ In una cieca illusïon mi desti
+ Ira insieme e pietà. Quella gagliarda
+ Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi
+ Regnar nel mondo: le facean sgabello
+ Le cervici dei re, luce la fiamma
+ D'umane ostie brucianti; or su la terra
+ La cerco invan. So che una turpe e vôta
+ Larva, inutile ingombro, occupa i templi
+ Di Vatican: stupida larva, il cui
+ Frollo capo cadente invan protegge
+ Co'l sozzo manto il precettor Loiola;
+ Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto
+ Il pontefice e il re!--
+
+ --V'è tal, che avviva
+ Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi
+ Resuscitarlo. Torneranno i tempi
+ Di Gregorio e di Sisto!--
+
+ --Ai tuoi soggetti,
+ Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono
+ La libertà. Se udir non vuoi la voce
+ Del mio dispregio, a me parla siccome
+ Si conviene ad un Dio: fulmina!--
+
+ Un grido
+ Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto
+ Fremebondo si chiuse, e, le beate
+ Groppe al divino corridor premendo,
+ Per li campi de l'aria alzossi e sparve.
+
+ Torna intanto il mattino, e un'aurea luce
+ Con lo sparir del Dio penetra in mezzo
+ A la densa foresta. Il luminoso
+ Auspicio accolse e giubilonne in core
+ Lucifero; tra' folti alberi un varco
+ Esplorò disïando, e il passo stanco
+ A un villaggio contenne: un mucchio informe
+ Di povere capanne, una su l'altra
+ Addossate su'l fianco a una montagna,
+ Che di bosco e di nubi il capo ombreggia,
+ E giù giù fino al mar scende e digrada.
+ L'abita e còle una diversa gente,
+ Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome
+ De la croce di Cristo, una pietosa
+ Missïone d'apostoli e di santi
+ Giogo impone di ferro e il pan contende.
+ Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno
+ L'usurpata campagna; s'inghirlanda
+ Di gemina vendemmia il poggio e il clivo
+ Lussureggiante, e terre e mandre a gara
+ Recan primizie a le lor mense. Al solco
+ Durissimo fra tanto, a l'aere impura
+ Suda il magro colòno; e, se la verga
+ Del discreto signor non gli distende
+ Le bronzee terga e lo flagella a morte,
+ Ben felice esser dee, che possa un giorno,
+ Dai travagli consunto e dal digiuno,
+ Cader sovra l'aratro, e con le ignude
+ Ossa impinguar del pio padron la gleba.
+
+ Stanza ospitale il vïator non chiese
+ A signor ben pasciuto, e non sofferse
+ D'aver mensa comune ad orgoglioso
+ Trafficator. Fra poveri pastori
+ Breve asilo ei cercò; si assise al desco
+ De la miseria; e a te, povera Sara,
+ Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa
+ Anima e il dir che umani petti infiamma.
+ Schiava infelice! Era remota e angusta
+ Presso al torbido rio la sua capanna;
+ Era nero il suo volto e nero il crine,
+ Ma aperto e grande era il suo core, e tersa
+ Come raggio di Sol l'anima avea.
+ Fra le miserie di sua vita un giorno
+ Le sorrise l'amor. Furon men leste
+ L'opere di sua mano; impazïente,
+ Immemore divenne; e, sì com'era
+ Schiava due volte, osò levar la fronte
+ E agli augelli invidiar libero il volo!
+ Fischiò sopra a le sue carni la sferza
+ De l'acerbo signor; percosso e vinto
+ Dal feroce digiuno a lei da lato,
+ Sotto agli occhi di lei, vittima cadde
+ Il giovinetto del suo cor. Qual belva
+ Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi;
+ Avventossi d'intorno; e allor che in mesta
+ Calma si assise, e volse il guardo in giro,
+ S'avvide ognun, che a quella derelitta
+ Era insieme a l'amor mancato il senno.
+ Le consentîr la libertà: più tempo
+ Errò, libera pazza; un dì si accorse,
+ Che scevra era di giogo; e se di nuovo
+ Co'l pianger lungo a lei fece ritorno,
+ Qual fido augello, la ragion smarrita,
+ Tosto sentì che nel suo cor deserto
+ Vigile e santa una memoria ardea.
+ Visse d'allor limosinando, e, aperta
+ Agl'infelici più di lei, sorrise
+ Come pòrto d'amor la sua capanna.
+ Quando giunse Lucifero, sedea
+ Sovra un poco di strame, appo la sponda
+ D'un povero lettuccio. Un fanciulletto
+ Pallido, emunto e con la morte in core,
+ Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata
+ A la scura parete eravi un'arpa
+ Lurida tutta e con più corde infrante;
+ A piè del letto un lacero fardello,
+ Un nero tozzo, e rovesciata a terra
+ Una piccola brocca. Il moribondo
+ Mosse il languido e dolce occhio d'intorno,
+ E, qual chi una pietosa alma indovina,
+ Affisò lo stranier tacito, e il biondo
+ Capo crollando, le sparute e bianche
+ Mani al petto portò; baciò più volte
+ Un abitin che gli pendea dal collo,
+ E:--Vedete, signor, disse, vedete
+ Com'han ridotto un misero fanciullo!--
+ E a mala pena sollevando un lembo
+ De la grezza camicia, insanguinato
+ Da recente flagel mostrava il petto,
+ E singhiozzando ripetea: vedete!
+ Mandò un grido l'Eroe; ferocemente
+ Rotò il guardo la schiava: il poverino
+ Mormorava piangendo:
+ --Eran pur belli
+ I monti e il cielo de la mia Cosenza!
+ Ero tanto bambin, povero tanto,
+ E mi parea d'esser felice! Un giorno
+ Mi diedero quell'arpa: io canticchiava
+ Con gli augelli del ciel. Quando lasciai
+ Il mio tugurio, luccicar su'l desco
+ Vidi alquante monete: era sì allegra
+ La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto,
+ Nè le volsi un saluto. Uno straniero,
+ Ch'altri fanciulli al suo comando avea,
+ Con sè mi prese: eravam tanti! In giro
+ Strimpellando le nostre arpe si andava
+ Per le città, scalzi, soletti, stanchi,
+ Senza letto, nè pane, al sole, al vento
+ Alle piogge, alle nevi ed alla sferza
+ Del rio padron, cui parea scarso il frutto
+ Di quel nostro accattar cotidïano.
+ L'altrier, consunto dal continuo stento,
+ Un fanciullo moriva: e tanti e tanti
+ N'eran morti così! Ci amavam come
+ Due fratelli infelici: eravam sempre
+ L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro
+ Ritornello io cantava; ei con le scarne
+ Dita seguía su l'arpa a gran fatica
+ La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto
+ Le monotone corde: il poverino
+ Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi
+ Più memoria di me: fuggii la vista
+ De l'odiato signor. Mi trovò il crudo
+ Presso al cantuccio d'una via romita,
+ Che l'amico piangea; mi picchiò tanto,
+ Che mi parve morir. Questa pietosa
+ Da la via mi raccolse.--
+ Ed additando
+ Quell'infelice, che gli stava a lato,
+ Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa
+ La sventurata, e si stringea sul petto
+ L'affannato fanciullo.
+ In su la soglia
+ Splende un raggio di Sol; saltella e canta
+ Un'amorosa cingallegra. Al seno
+ Le tenui braccia il fanciullin compone,
+ Guarda in alto, e sorride.
+ --Oh! non lasciarmi,
+ Così fra' baci gli dicea la schiava,
+ Non partire sì presto! Abbandonata,
+ Vedi? son io; son poveretta e mesta;
+ Io t'amerò come una madre!--
+ Un balzo
+ Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo
+ Sguardo avvivò d'un ultimo baleno,
+ E fieramente mormorò;--Mia madre?
+ M'ha venduto mia madre!--
+ A questa voce
+ Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso
+ De l'oppresso bambin l'alma il seguía.
+
+ Tacita, con selvaggio atto, a la sponda
+ Del letticciòl si accovacciò la schiava;
+ E tutto ira e pietà fuori a l'aperto
+ Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve
+ Sotto ai passi la terra; al mar si affida
+ Subitamente, e ne l'acceso petto
+ Le remote sospira itale sponde.
+
+
+
+
+CANTO UNDECIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra
+d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.--Lucifero
+arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria,
+dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.--Le donne emancipate;
+il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio,
+gazzettiere; un camaleonte onniscibile.--Il poeta Olimpio e la sua
+dama.--Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta;
+il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi
+da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.--Olimpio,
+che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole
+di superbo disprezzo.
+
+
+ Da le nevate cime
+ Di quest'alpe famosa io ti saluto,
+ Di gloria e di dolor magion sublime!
+ Ti veggio alfin! Qual suole
+ Nocchier che lungamente erra perduto
+ Per l'irata del mare onda funesta,
+ Se da lontan vede la terra e il sole,
+ Crede a speranza il petto,
+ Tale al tuo primo aspetto
+ Dice il mio cor: la nostra patria è questa!
+
+ Non io, perchè più terso
+ S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida,
+ D'egregie lodi accenderò il mio verso.
+ Fra gl'iperborei geli
+ Avvien talor che rigorosa e fida
+ Splenda virtù, quando per liete rive,
+ Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli,
+ Superbe e infeminite
+ Volgon le umane vite
+ D'ogni ardito operar pavide e schive.
+
+ Chiede animosi petti
+ L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni,
+ A cui pari in virtù fervan gli affetti.
+ E tu che il doppio mare,
+ Coronata sovrana, inclita regni,
+ E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi,
+ L'opre gentili e le gagliarde hai care
+ Così, che altera e grande
+ Per quadruple ghirlande,
+ Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi.
+
+ Te di sottili e forti
+ Studi educâr gli Etruschi padri, il cui
+ Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti.
+ Splendea fra le temute
+ Armi e gli altari minacciosi e bui
+ L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre
+ L'ardue cure del ciel le Muse argute;
+ Fin che del Tebro al lito
+ Un fiero ululo udito,
+ Volâro in grembo a la Cecròpea madre.
+
+ Calò dal cielo estremo
+ L'augel fulvo di Giove, e le saette
+ A l'audace apprestò lupa di Remo.
+ Sorge Quirino; al lampo
+ Del suo brando forier d'aspre vendette
+ Crollano i troni; da la terra a l'etra
+ A le vittorie sue piccolo è il campo;
+ Mentre fra'l suon de l'armi
+ Echeggian d'Ennio i carmi,
+ Di Plauto il riso e di Maron la cetra.
+
+ Chi siete voi, che a guisa
+ Di affamati leoni or prorompete
+ Da le nordiche selve, e, a la conquisa
+ Madre squarciando il petto,
+ Sì fier costume d'ogni strage avete?
+ Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo,
+ E de l'istante ha sol tema o diletto,
+ Impallidisca e gridi
+ Al suon dei matricidi
+ Brandi, e vesta di lutto il cor codardo.
+
+ Cantor, che a la palestra
+ De la vita allenò l'alma e l'ingegno,
+ I casi ad indagar la mente ha destra;
+ Spregia il parer fallace,
+ Che fa pago ed esalta il vulgo indegno;
+ Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida
+ Del presente favor l'aura fugace,
+ E, profeta a le genti
+ Di ragionati eventi,
+ Guarda il passato e a l'avvenir le guida.
+
+ Ecco, fuggir dal truce
+ Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari
+ Faville che da poi diêr fiamma e luce:
+ Arde una forte e nova
+ Anima i petti; a non segnati mari
+ Gonfia immenso un desio le vele industri;
+ Fervon le menti e le fatiche a prova;
+ A chetar l'ire orrende
+ La libertà discende
+ D'armi gagliarda e di commerci illustri.
+
+ Sorge a la Diva accanto
+ Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira
+ Divien foco il pensier, fulmine il canto.
+ Superba aquila al nembo
+ Fida il volo, e combatte; e allor che mira
+ L'etereo Sol, che d'amoroso dardo
+ Punge e ravviva al vasto essere il grembo,
+ Per l'aere ardente e pura
+ Spaziar gode secura,
+ E nel fuoco del cielo appunta il guardo.
+
+ Egli così le inferne
+ Sfere lasciando e le pugnaci erini,
+ Che mortali accendean l'ire fraterne,
+ E d'ombre orride e d'ossa
+ Tarda e incerta facean l'orma ai destini,
+ Errò, divo mendico; al ciel co' carmi
+ Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa,
+ A inaspettati eventi
+ Chiamò l'itale genti,
+ Lor diè vita e parola e patria ed armi.
+
+ Dai maledetti avelli
+ Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari;
+ Quei che avversi morîr, sorgon fratelli:
+ Arde la pugna; stride
+ L'Arpía de l'Istro; dai venali altari
+ L'irto Levita invan s'adopra e freme...
+ Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide
+ Schiere dei nostri eroi,
+ Viva tu pur, che a noi
+ Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme!
+
+ Dove sei tu? Non odi
+ L'aura del generoso inno, che, schivo
+ Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi?
+ Leva dal tuo recente
+ Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo.
+ Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue.
+ Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente
+ Serto ornò Italia il crine,
+ Qui le genti latine
+ Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue.
+
+ Mira! Un sol tempio accoglie
+ L'ossa delle due genti, e a lor confuse
+ Del domato stranier dormon le spoglie.
+ Dormite! Una parola
+ Fremono i vostri sonni; e da le chiuse
+ Ombre di morte una gran luce emerge:
+ Vivono al raggio d'una fiamma sola
+ Le umane anime; ed una
+ Morte le gente aduna,
+ E ne l'onda del Ver tutte le terge.
+
+ Dormite! Al santo amplesso,
+ Che in una morte e in un amor vi serra,
+ Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso
+ A la guaína, e cinta
+ Sol di virtù suoi baluardi atterra.
+ Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi,
+ Penetra il mar: cade al suo soffio estinta
+ L'ira dai petti; e, al pari
+ Che nei confusi mari
+ Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi,
+
+ Cedono al nume il passo
+ Le domate montagne; a lui da lato
+ Scende l'italo genio. Odo il fracasso
+ De le divelte rupi;
+ Rugghia per li rotti antri il vento irato;
+ Al martellar degl'inventati ordigni
+ Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi:
+ Ecco, ne l'ardua gola
+ Fischia il vapor che vola;
+ Echeggian gli antri; gli ultimi macigni
+
+ Crollan; concordi e pronte
+ Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge
+ Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte.
+ Oh! viva! In armi avvolto
+ Altri pugni e trïonfi: Amor costringe
+ In gara industre il genio italo e'l franco!
+ Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto?
+ Ne la sanguinea gora
+ Brenno gavazza ancora?
+ Di stragi ancor non è satollo o stanco?
+
+ Cessa! Di fatuo nome
+ Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo,
+ Pur che la man ti cacci entro le chiome,
+ E al giogo ti strascini
+ D'onor, di libertà, di posse ignudo.
+ Speglio Italia ti sia, che la severa
+ Alma composta a' liberi destini,
+ Già spada, or cuore e mente
+ De la latina gente,
+ L'alpe dischiude, e ne la pace impera!
+
+ Mentre io canto così, fuor dal recente
+ Varco de l'Alpi glorïando passa
+ L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda
+ Di lampeggianti entusïasmi il petto.
+ Al meriggiar de le populee rive,
+ Da secreta virtù vinto, si asside
+ Là dove con selvaggio impeto corrono
+ Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta
+ Pei settemplici campi eco di guerra.
+ Passan su le solenni onde, equitanti
+ Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo
+ L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse
+ Ne l'acciar de l'altera indole invitta,
+ Brillan di pugna le sabaude schiere.
+ --Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
+ A piè de la famosa alpe, che pàrte
+ Le due genti latine, argentea e pura
+ La tua gemina fonte al Sol risplende,
+ E di origin comune e d'amistanze
+ Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco
+ Tra il fraterno furor Genio latino
+ Auspicando si addusse, e custodía
+ Bella e secura una speranza in core.
+ L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse,
+ Ma non così che al balenar del guardo
+ No'l ravvisasse una gagliarda e fida
+ Prole di Berengario, a cui fu grato
+ Di saggio culto e di pietose offerte
+ L'alma allegrar de l'esule divino.
+ Santo allor fu il suo scettro; ara divenne
+ L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono
+ D'Ausonia il core e l'avvenir si assise.
+ Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti!
+ Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte
+ A te accorrono i fiumi; a te dan vasto
+ Tributo di sonanti acque; a te, padre
+ Di feconde pianure, ove nei cheti
+ Argini la natía possa governi;
+ Padre d'alte rovine, allor che in ira
+ Terribilmente imperversando abbondi
+ Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso
+ Possiedi i campi, e sugli abissi imperi.
+ Pari a te da la doppia alpe ne venne
+ Di Libertà l'almo sorriso: al grido,
+ Che le pedemontane aure percosse,
+ Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una
+ Sorsero a sgominar le schiere ostili.
+ Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda
+ D'anime educatrice, ove al governo
+ Sieda la Legge, e ne rattempri il corso;
+ Torbida madre di rovine, quando
+ Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi
+ Campi del Dritto pazzamente invade.--
+
+ Così dicendo il Pellegrin, la terra
+ Bellicosa lasciava; e, la commossa
+ Alma schiudendo a la serena luce,
+ Che da l'italo ciel l'Arte diffonde,
+ S'avvïava colà dove tra' fiori
+ Gareggian di beltà le Grazie etrusche.
+
+ Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira
+ Vive, Italia, colui che, su l'ingorde
+ Arche seduto, in tuon lugubre intuona
+ L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo,
+ Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose
+ L'orma su queste etrusche inclite rive,
+ Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla
+ Glorïoso splendor, qual mai non ebbe
+ Ne le trascorse età. Quante su l'orlo
+ D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda
+ Al sol d'agosto il liquefatto miele,
+ Con smemorato ardir giran le mosche;
+ E altre ronzan d'intorno impazïenti
+ Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi
+ Strascinan le inveschiate ali pe'l vase;
+ Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro
+ Stanno gl'itali genî; e qual più vivo
+ Del toscano Ippocrene il fonte attinge,
+ Quel sentirà qual siero entro ogni vena
+ Scorrere il sangue, e tramutata in latte
+ Dolce fluïr del fegato la bile.
+ O arëopago de la patria, o illustri
+ Apostoli de l'Arte, io vi saluto;
+ E tu accogli il mio culto e il canto mio,
+ Città sacra del fior! Chè se ancor vive
+ Entro a l'itale carte un qualche suono
+ De la celeste melodia, che corre
+ Spontanea al labbro de le tue fanciulle;
+ E s'han grido finor le vereconde
+ Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto,
+ A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste
+ Proli, de l'opre e de le pugne avvezze,
+ S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri
+ Colòni e pingui campi ed auree mèssi
+ Le contumaci al culto arduo del bello
+ Sicule piagge, ed a l'ignobil remo
+ Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria
+ Morbidissimi figli, unico vanto
+ Sia la storia dei padri, e pregio intatto
+ La lingua! A noi diseredati ed orbi,
+ A cui nascendo non ombrò le fasce
+ La gran torre di Giotto, a noi, se prude
+ Alcun genio villano entro al cervello,
+ Altra via non rimane, altra salute,
+ Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo
+ De le vostre merende e qualche cencio
+ De la vostra di frange auree guernita
+ Ducal librèa. Qual poverame abietto,
+ Che per entro a l'altrui vigna, tremante
+ Dopo il ricolto a raspollar sen viene,
+ Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni,
+ Cui l'avara fortuna ibrida e grezza
+ Assentì a mala pena la parola,
+ Duro e barbaro gergo, atto a fatica
+ A dir del male ed a non esser muti.
+
+ Ma qual prima dirò, qual dirò poi
+ Dei luminari, ond'ha corona e luce
+ Il sacro italo ciel? Seduti in giro
+ Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca,
+ Come in magico specchio, ecco, me l'offre
+ La mia povera Musa, a cui vien dato
+ Varcar la soglia del gentil recinto.
+ E qual solerte domator, che spieghi
+ De le belve guardate entro a' serragli
+ La specie varia e 'l soggiogato istinto
+ E i costumi e le patrie: a bocca aperta
+ Stan gli attoniti astanti; in simil guisa
+ Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti,
+ Le fogge, il favellar, gli atti, la fama.
+
+ Splende fra le notturne ombre l'augusta
+ Magion sacra a le muse; e avviluppata
+ Negli ampî giri de le sue pellicce
+ Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno
+ Equivoca canizie e senno arguto
+ Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care
+ Le colombe di Pafo, e la furtiva
+ Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne,
+ Finchè piacque a Dïona; or de le austere
+ Opre di Palla si compiace, e amica
+ Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni.
+ Tien cospicuo al suo fianco il loco primo
+ L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti
+ Erano i casi suoi; bizzarre e strane
+ Favole il rivestían: dicean, che avesse
+ Con sotterranei spirti intelligenza,
+ E che al suon de la sua voce non fosse
+ Ombra antica di sofo o di poeta,
+ Che dal ciel non escisse o dagli elisi
+ A picchiar le vocali assi e l'arcane
+ Magiche tavolette, e dar responsi
+ Chiari e veraci agli ammirati astanti.
+ Pavide e curïose a lui d'intorno
+ S'affollano le dame; e tu superba
+ De l'altera parola anche ne andasti,
+ Pallida Elëonora, a cui non uno
+ Dei gelosi misteri Iside asconde;
+ E voi pur del gentil sesso custodi,
+ Antigone e Sofia, che, a le tiranne
+ Velleità d'un ispido marito
+ Rubellando la fronte, al dispregiato
+ Talamo nuzïal non inchinaste
+ L'altero grembo al solo Ver dischiuso.
+ --E che? l'ultima grida; a noi sul volto
+ Si chiuderanno ancor l'aule di Temi?
+ Sul nostro crin splender non dee giammai
+ L'inclita bacca dottoral? Giù alfine,
+ Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera,
+ Cui di pudor mal diede pregio e nome
+ L'astuta crudeltà del sesso ostile.
+ Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro
+ L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso,
+ A la lotta alleniam le membra ignude:
+ Solo è libero il forte. Altra il sen porga
+ A l'esoso lattante, e il tergo inchini
+ Al feroce baston del suo tiranno:
+ Madre sarà di servi. A noi, del mondo
+ Parte migliore, opra miglior si addice:
+ Femmina è la virtù, femmine sono
+ A par de la beltà l'arti e le muse!--
+ Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti
+ Le dame tutte e i cavalier. Tu solo,
+ Pensieroso Macrin, dal cor profondo
+ Un sospiro traesti, e, la sparuta
+ Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti
+ Di doppie lènti, a la soffitta avversa
+ Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto
+ Tutta la gran pietà d'esser marito.
+ Degli aurei modi del toscan sermone
+ Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte
+ De le linfe de l'Arno in San Giovanni,
+ Tutti ei conserva ne la ferrea mente
+ Gl'invidiati lepori, e non soltanto
+ L'arguto frizzo e la condita burla,
+ Che scoppietta su'l labbro a la rubesta
+ Ciana camaldolese e l'aureo favo,
+ Che amor porge furtivo a l'improvviso
+ Stornellar degli amanti; anche le viete
+ Venustà di Cavalca e di Guittone
+ Con lungo studio egli pilucca e serba.
+ Tal l'industre formica al sole estivo,
+ Tratti per lungo tramite, ripone
+ Nel ben cavato asil bricioli e miche
+ Con previdente ingegno, paürosa
+ De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi
+ Scrigni rammassa il trepidante avaro
+ Non pure ampio tesor d'oro e di gemme,
+ Ma di rotti serrami irrugginiti
+ E di chiovi e di cenci e di ciabatte
+ Nel cupo cassetton gran copia asconde.
+ Di simile ricchezza adorno e pago
+ Va per le vie Macrin, lungo, diritto
+ Qual sciorinata al sole entro la madia
+ Ben tagliata lasagna; ed ai trofei,
+ Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende,
+ La gloria aggiunge d'emendati testi,
+ Di compilate moli e di comenti:
+ Filologico mostro, al qual s'inchina
+ Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui
+ Imprime nel seder tropi e figure
+ Con la sferza eloquente il pedagogo,
+ Ma quanti son da Susa a Lilibeo
+ De l'italo sermon cultori e amici.
+
+ Ma chi è colui che truculento e instabile
+ Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi,
+ E scuote il capo ed agita la zazzera,
+ E in cambio di parlar gestisce ed ulula?
+ Demagogo e poeta ei tempra il filo
+ De la republicana ira a la cote
+ De l'appetito, e il giambo archilochèo
+ Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo,
+ Da cui la sua spennata aquila avventa
+ I fulmini de l'estro. A lui da lato
+ Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa
+ Posa Moron: rubizza e pettoruta
+ Mole, a cui da l'aprico orbe del viso
+ Raggia il fulgor di un cartellon francese.
+ Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno
+ Riso, al voluttuoso occhio natante
+ Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio,
+ Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole
+ Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi
+ D'un illustre castello arrampicarsi
+ Co' torti rami la paffuta zucca;
+ Fatta superba de l'aggiunta altezza
+ Gl'indiscreti rigogli intorno spande,
+ E, guardando le magre erbe da l'alto,
+ Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia;
+ Tal di Dante a la vasta ombra seduto
+ Sua fama impingua il chiosator Morene,
+ E la frase imbroccando e il verbo e il nome
+ Del poema divin, lancia d'intorno
+ Tal furia di cementi e di saliva,
+ Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante.
+
+ Nè te lascia la Musa, o multiforme
+ Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa
+ Copia di celie e di saver discorre.
+ Vedilo: come a l'agitar del vaglio
+ Va saltando qua e là l'arido cece,
+ Così da la balzana indole spinto
+ Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci
+ Motti e sogghigni ed aforismi avventa.
+ Smettete, o voi che sovra illustri carte
+ Vi state a logorar l'ingegno e il tempo,
+ Perchè a l'arte natía decoro alcuno
+ E al viver vostro un qualche onor mai vegna:
+ Così agli astri non vassi! A voi maestro,
+ A voi speglio costui, che la mordace
+ Alma e il saper ne le gazzette attinto
+ Rivende a le gazzette un tanto il braccio.
+ Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso,
+ Gloria perenne a chi gli par procaccia:
+ Oracolo solenne, al cui responso
+ La dotta greggia de le vie s'inchina;
+ Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia
+ Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango.
+ Ungete, ingegni sconsigliati, ungete
+ Le carrucole a lui: propizio nume
+ Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti
+ Venir seco a tenzon; più stolta impresa
+ Ai dardi di costui non dar più ascolto,
+ Che dar si soglia a le zanzare estive:
+ Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti,
+ Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo
+ Di Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusa
+ L'anima intemerata e il pronto ingegno,
+ A cui tutte arridean le grazie amiche,
+ Nè la virtù di peregrini affanni
+ Saldamente sofferti e la tranquilla
+ Custoditrice d'onorati petti
+ Candida poverezza e il crin canuto!
+ Ben di fallace illusïon maestra
+ Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía
+ Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio
+ Persüaderti una speranza, e al foco
+ Degl'itali trïonfi accender tanta
+ Giovinezza di carmi entro al tuo petto;
+ Nè ti dicea, che di venali incensi,
+ Non d'ingenue virtù, non d'animosi
+ Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo!
+ Però a l'assiduo flagellar di amari
+ Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto
+ L'attico riso concedean le Muse
+ Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe
+ Ir vedesti e redir sul tuo morente
+ Capo, e la gloria insidïarti e il pane
+ Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa
+ La derelitta famigliòla or piange
+ Miseramente, nè le vien conforto
+ Dal tardo onor che al nome tuo si rende.
+
+ Or tu da quel romito angolo oscuro,
+ Gangetico Assalonne, esci, e la tua
+ Patetica parola ai salutari
+ Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti.
+ Dal curïoso sguardo dei profani
+ Un umile pudor forse t'esclude?
+ Virtù di debolette alme è il pudore,
+ E non solito a te. Nè, se arruffata
+ Su le groppe rachitiche ti ondeggia
+ La popolosa zazzera, nemica
+ Di baveri non unti e di severi
+ Pettini; o a mala pena entro al rapato
+ Abito puëril movesi il petto
+ Stento e gli attratti gomiti, indulgente
+ Men ti sarà chi l'alte doti apprezza
+ E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi
+ È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto
+ Sembra leone, asino è all'opre, e tanti,
+ Che l'improvvido volgo aquile estima,
+ Son, se provano il vol, men che tacchini.
+ Qui non regna la plebe; e qual tu sei,
+ Quel che vali e che puoi san tutti a prova.
+ Quanti mai sparge rami a l'aria immensa
+ De l'umano saper l'arbore augusta
+ Tutti hai tu ne la mente: arca infinita,
+ In cui, ridotta in pillole e in pasticche,
+ La densa folla de l'idee si pigia.
+ Terra e gente non è specie o favella,
+ Che arcani abbia per te, cosmopolita
+ Camaleönte, che, di tutti a un tempo
+ Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno.
+ Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri
+ Carezzevole intorno, or con obliquo
+ Serpeggiamento insinüar ti piaci
+ Entro a' facili cori il tuo veleno;
+ Or con voce melliflua a le tue reti,
+ Erudita civetta, i merli attiri,
+ Or, mutato ad un punto in cinguettiera
+ Gazza, i nomi più vili a l'aura canti.
+ Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oro
+ Con tragico cipiglio, e tu con furba
+ Docilità di vertebra e d'ingegno
+ L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche;
+ Oggi con infantil garbo a l'orecchio
+ D'un'aërea beltà beli il sonetto
+ Sentimental, doman, fatto più saggio,
+ Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido.
+ Ma chi tutte può dir le peregrine
+ Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi
+ Co'l mutar d'ogni dì forme e colori?
+ Chi l'operosa, infaticabil fonte,
+ Per cui, senza invocar madre Lucina,
+ Puërpera ogni dì s'alza la tua
+ Dïabetica Musa? Alcun per fermo
+ Dir non saprà, ben che sia noto a tutti.
+ Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai,
+ Dal serpeggiante tuo venire illuso,
+ Oserà alzar, per calpestarti, il piede,
+ Lascial, dirò volgendo il guardo altrove,
+ Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente.
+
+ Ma son costor le stelle tutte e i Soli,
+ Che ad onor de lo strano Ospite accolse
+ Dentro al suo tempio la gentil Carìte?
+ Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome
+ D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce
+ Non splende Olimpio ancor, colui non splende,
+ Che, la fiera spregiando arte dei padri
+ Che tutta chiusa nel vergineo peplo
+ Rigida custodía l'are di Vesta,
+ Una discinta Maddalena adduce
+ A susurrar detti svogliati e strani
+ Per le tiepide alcove, o a tesser balli
+ Vertiginosi fra le nubi, e un'onda
+ Versar quinci di nenie e di sbadigli
+ Sopra a le folleggianti anime umane.
+ Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello
+ Ne la modestia sua con misurato
+ Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve
+ Scivoli sovra i piè, pur non sostenne
+ L'arguto calzolar, ch'ei non proceda
+ Senza un qualche rumor; però ch'ei volle
+ Sotto al tornito stivaletto, a cui
+ Ròdope stessa invidierebbe, un nido
+ Porre di crepitanti e scricchiolanti
+ Genî, che possan dire anco ai lontani:
+ Ecco il nume, adorate! In simil guisa
+ Da l'Olimpo al boscoso Ida venía
+ Il saturnio signor, quando a l'incontro
+ Dolce ridente gli schiudea le braccia
+ La placata consorte, e sotto al passo
+ Gli stridean le selvagge aquile e il fascio
+ Dei serpeggianti folgori. A la soglia
+ Fermasi un tratto; la sottil mazzetta
+ Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno
+ Muove in cerca di lei, vergine o sposa,
+ Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci
+ Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti
+ Sopra le nevi del ben culto crine.
+ Bice è là, che l'attende: ecco, si spicca
+ Dal picciol crocchio de le sue compagne,
+ E gli muove d'incontro e gli confida
+ Nel morbido candor del niveo guanto
+ La voluttà d'una manina ignuda.
+ O felice costei tre volte e quattro,
+ Che con l'aëreo balenar d'un casto
+ Languidissimo sguardo, o co'l profumo
+ D'un sospir ventilato in su la cima
+ Del piumato ventaglio apresi il varco,
+ Non agevole invero, ai luminosi
+ Estri di tanto vate! Oh! lei felice
+ E invidiata a buon dritto! Inutil pompa
+ D'ottuse forme e di bustin ricolmo
+ Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote
+ Di vulgare beltà sien le ritonde
+ Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi
+ Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma.
+ Ricchezza unica a lei sia la divina
+ Trasparenza del corpo e i delicati
+ Qual fil di gelsomino arti e il languente
+ Collo e le braccia cascanti. Qual face
+ Chiusa dentro a dïafani alabastri,
+ L'alma in lei splende; e simile a canora
+ Che si pasce di brine aurea cicada,
+ Le vaporose fantasie deliba,
+ Che dal plettro gemmato ad ora ad ora
+ Mollemente deriva il suo poeta,
+ Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli
+ Tappeti, ai piedi de la sua regina,
+ Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi
+ Nunzî di poesia primi vagiti
+ E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola
+ Ai protervi nepoti. Ella, commossa
+ Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi
+ Occhi gli volge; e se ne le divine
+ Estasi le sottili in su la fronte
+ Labbra gli posa, e di cinabro tinto
+ Cader si lascia un indelebil bacio,
+ Dilungate di là, Momi impudenti
+ Dai mordaci sarcasmi, e non osate
+ Dar condito di burle al vulgo iniquo
+ Il mister di quei petti: a completarsi
+ Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede
+ Ne dimandi a Platon!
+ Ma oscuro e muto
+ Sui soffici divani a poltrir forse
+ Venne il divo cantor? Tolgalo il casto
+ Senno di lei, che è sol suo studio e vanto!
+ Ai secreti colloquî, ai vaporosi
+ Veleggiamenti dei verginei ingegni
+ Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi
+ Vetri le Grazie e le socchiuse imposte,
+ Da cui, non dispregiato ospite, il solo
+ Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo
+ Con fantastici giri i rampicanti
+ Convolvoli azzurrini e l'ampie tende
+ Non indocili a l'aure. Ora è codesta
+ Di saëttar co' glorïosi raggi
+ Gli sparsi in quella sala astri minori;
+ Ora è d'aprir con l'armonia dei versi
+ La rigid'alma del più rio marito.
+ Come soglion d'intorno a un'iridata
+ Bolla, che con sottil fiato da l'alto
+ Del suo balcone il fanciullino espresse,
+ Correre ed affollarsi e spiccar salti
+ Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta
+ Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge
+ Di tremuli colori, impazïenti
+ Lanciano i berrettini, e fanno a gara
+ A chi primo l'aggiunga; in simil guisa
+ Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno
+ Al tonante cantor damine e spose.
+ Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite:
+ --Egli ed ella eran due! Qual fulminato
+ Arcangelo superbo, orribilmente
+ Mugghiava per la torva aere sanguigna
+ Un moribondo temporal. Dai mesti
+ Pertugi de la terra ad uno ad uno,
+ Siccome frati ch'escon salmeggiando
+ Da le pallide celle, uscíano i funghi
+ Annusando l'autunno; e, co'l volubile
+ Mappamondo a le spalle, in simiglianza
+ Di pellegrini piccioletti Atlanti,
+ Le bavose lumache ardían mostrarsi
+ Saettando la corna. Essi eran soli!
+ Eran soli a mirar le rubiconde
+ Agonie d'un tramonto. A passi lenti,
+ Per la morte del Sol vestita a bruno
+ La sonnambula Notte discendea
+ Pe' gradini de l'etra, e mille e mille
+ Angeletti lumaj davan la luce
+ Ai fanali del ciel. Sotto i giganti
+ Rami d'un eucalipto, immenso figlio
+ De l'australiche selve, in su le barbe
+ Dei vellutati muschi e dei licheni
+ La giovinetta si assidea, struggendo
+ Le delicate fibre e gli otricelli
+ Del monocotilèdone embrïone
+ D'una dïoica pandanèa. Le braccia
+ Distese Arrigo, sospirò, fu sua!
+ O poverella ardita, o mendicante
+ Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi
+ Papaverici sonni, e dimmi quanta
+ Febbre di voluttà bruciava i petti
+ Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni
+ Dei sorrisi e dei baci e la battaglia
+ Degli eccitati muscoli!--
+ Un solenne
+ Scoppio di plausi e di femminee voci
+ L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso
+ Moron sorge, ed applaude; altri in disparte
+ Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo
+ Dà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia,
+ E fa il greppo Macrin; pago e beato
+ L'apollineo sudor terge, e carezza
+ Gli attorti baffi il morbido poeta;
+ E, sprofondato ne la sua poltrona,
+ Scrollando il capo il Pellegrin sorride.
+ Mosso poi da un mordace estro di sdegno,
+ In piè levossi, ed esclamò:--La voce
+ Degli spiriti or s'oda; a me gli usati
+ Alfabetici segni e le canore
+ Assi da cui, se tanto pur siam degni,
+ Del gran padre Alighier gli accenti udremo.--
+ Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda
+ Tavola fu recata, a cui dei quattro
+ Ben atti piedi, che le fan sostegno,
+ Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto
+ Dei magnetici spirti agile e destro,
+ Più del pensier degli ammirati astanti,
+ Scerne le note, ed il responso appresta.
+ La mirò, la tastò con le gagliarde
+ Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando
+ L'ebbe assettata su le cifre, entrambe
+ Vi sovrappose con mirabil rito
+ Le aperte palme, e simulando un senso
+ Di riverenza e di paura in volto,
+ Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola
+ Il fatidico legno; un dopo a l'altro
+ S'odon tre picchi; come Tiade invasa
+ Da la furia del nume, or quinci or quindi
+ Il sonnambulo piè lanciasi in volta,
+ Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia
+ Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue.
+ Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti
+ Pendon tutti d'intorno; ecco il responso:
+ --Chi da le sfere luminose, ov'io
+ Libero spirto in grembo al Ver mi eterno,
+ Mi richiama al fatal lido natío?
+ Ben giunse a me nel mio loco superno
+ D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi,
+ Per cui perfetto il pensier mio discerno.
+ Levai sdegnoso dai funerei marmi
+ L'onorato mio capo, e a le pugnanti
+ Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi.
+ Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti
+ Le teutoniche belve, e il profetato
+ Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti.
+ Entro a l'are venali imprigionato
+ Urla fra tanto il traditor Giudeo,
+ Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato;
+ Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo
+ Splender più bello e star più saldo io miro
+ Solo un vessil da Susa a Lilibeo.
+ Pur, se a l'itale muse il guardo io giro,
+ Tanta di lor m'assale ira e vergogna,
+ Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro.
+ Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna;
+ E qual de l'Istro o de la Senna impura
+ L'onda attinge, e le sue membra svergogna;
+ E mentre una s'insozza e si snatura,
+ L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni
+ Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura.
+ Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni,
+ E tal su'l capo lor fulmina un telo,
+ Che la memoria sua viva negli anni.
+ Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo,
+ Che la diva stuprando Arte dei suoni
+ D'orrido strepitío streper fa il cielo;
+ E strepitando in strepitosi tuoni
+ Strepita sì, che a nostre orecchie offese
+ Sembran dolci armonie bombe e cannoni.
+ Già si affaccia, già invade il bel paese:
+ Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento
+ L'angelo di Catania e il Pesarese;
+ Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento
+ E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi
+ Catechizza le turbe al gran portento.
+ O tu, se il genio tuo mai non invecchi,
+ Vivo onor di Busseto, a l'empie grida
+ Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi?
+ Sorgi; a l'antica melodia confida
+ Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi,
+ E lascia i dotti ragli al nuovo Mida!
+ Nè fia che in voi non vibri i dardi miei,
+ O de l'onnipossente Arte dei carmi
+ Sacerdoti non già, ma Farisei.
+ Sento tra una venal turba chiamarmi
+ Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno
+ Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi;
+ E chi in aspetto di plebeo tribuno
+ Giambi saetta avvelenati e cupi,
+ E fuor di sè non trova onesto alcuno:
+ Idrofobo cantor, vate da lupi,
+ Che di fiele brïaco e di lièo,
+ Tien che al mio lato il miglior posto occùpi,
+ E veggio lo svenevol cicisbèo,
+ Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo,
+ Gratta la cetra in suon di piagnistèo;
+ E, incipriato le chiome e torto il collo,
+ Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco,
+ Va a confettar gli stronzoli d'Apollo.
+ E tu chi sei, che chiudi il viso fosco
+ Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi
+ A condir vuote ciance in sermon tosco?
+ Ben altri stenti omai, ben altri studi
+ Chiede Talía, che infarcir motti e scede
+ Scevri di senso e di pudore ignudi.
+ Più d'una gazza razzola al tuo piede,
+ E manda il nome tuo da Battro a Tule,
+ Te proclamando di Goldon l'erede:
+ Gracchiano al vento come immonde sule,
+ Che di grida scomposte il ciel fan sordo,
+ Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule;
+ E tu di lauri e di nastrini ingordo,
+ Qual verme che si pasce in suo pattume,
+ Tanto sei fatto omai cieco e balordo,
+ Che ancor bianca la voce e il mento implume,
+ Piantando il pedagogo a mezza via,
+ T'alzi a maestro di civil costume.
+ Torna, o stolto fanciullo, al _quare_ e al _quia_,
+ E, se granel di sale anco ti resta,
+ Pulisci il socco, e rendilo a Talía.
+ V'è chi avendo di liti un guazzo in testa,
+ E faría meglio a strombazzar pe' trivi,
+ Calza il coturno, e le ribalte infesta.
+ Strillan le maghe; corre il sangue a rivi;
+ Surgon spettri e vampiri; urlano i morti;
+ Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi.
+ Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti,
+ Suon di catene, parricidî, incesti,
+ Orgie d'alme e di carni e fusi torti,
+ I reconditi intingoli son questi,
+ Per cui Melpomenèa briaca e pazza
+ Fa che gli spettator rimangan desti.
+ O di zebe e di buoi stupida razza,
+ Se pur fra tante teste avvi un cervello,
+ Quel beccaio urlator cacciate in piazza!
+ Chè s'ei dona al suo genio altro rovello,
+ Per far la scena a voi stessi più viva,
+ Al collo vostro appunterà il coltello!
+ E tu d'irti istrïoni orda cattiva,
+ Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno,
+ E vai d'oro superba e d'onor priva,
+ Smetti il traffico vil, per cui l'eburno
+ Trono de l'Arte e i sacrosanti altari
+ Covo son fatti a fornicar dïurno.
+ Varcan per opra tua montagne e mari
+ Le più turpi di Gallia ibride Muse,
+ Che lor facil beltà dan per danari;
+ E involgendo la colpa in auree scuse,
+ Coronando di fior chimere e mostri,
+ Scroccan l'applauso de le turbe illuse.
+ Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostri
+ Spandesi intòrno sì mortal mefíte,
+ Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri,
+ Li farà indegni de le glorie avite!--
+
+ Tal suonava il responso. Impallidîro
+ Donne e poeti, e si guardar negli occhi
+ Irrequieti, silenti. Arse di sdegno
+ L'altera alma d'Egeria; arse pur ella
+ La florivola Bice, a cui la punta
+ De la mal tollerata ira risveglia
+ Le isteriche trambasce e invola i sensi;
+ Arser su tutte inviperite e fiere
+ Antigone e Sofia, coppia gemella
+ D'emancipate amazzoni. Ribolle
+ Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte
+ De l'audace Stranier figgon gli sguardi
+ Sinistramente; e certo avrían quel giorno
+ D'un gran fatto illustrato il nome oscuro,
+ Ove Olimpio non era: ei le contenne
+ Subitamente, e con gentile e ardito
+ Piglio di paladino: A me si addice
+ La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo,
+ Così dicendo al Pellegrin, che muto
+ Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti
+ Del suo fiero sermon godeasi il frutto.
+ Poi replicò:--Lo spirto e la parola
+ De l'Alighier qui non si udì: mentite
+ Voci dal labbro di costui dettava
+ La rea calunnia ed il livor codardo!--
+ Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso
+ Stuol di mastini, che, a un rumor lontano
+ Desti tutti in un punto a la tard'ora,
+ Uggiolando prorompono a la siepe
+ Del custodito pecoril: l'un l'altro
+ S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato
+ Limitare avventandosi co' morsi,
+ Raspano il suol rabbiosamente; allora
+ Ch'odono del pastor la voce e il passo
+ Si ramansano a un tratto; penzoloni
+ Gittan la coda, spianano le orecchie,
+ E muti, muti acquattansi; in tal guisa
+ Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto
+ Bisbigliar degli astanti; e con furtivo
+ Pavido sguardo e con moto conforme
+ I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía.
+ Ei favellò:
+ --Qual che tu sii, nè al certo
+ D'infamia o loda il nome tuo fia degno,
+ Stolte parole or proferisti. Hai vôta
+ Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro
+ Che inutil fiato il labbro tuo non mette.
+ Di mutue lodi, e di vulgari incensi
+ Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato
+ Però il vero a te suona, a te che l'arte
+ E la natura e te stesso mentisci!--
+ Non si contenne a tal parlar superbo
+ L'offesa alma d'Olimpio, e:--Il nome mio,
+ Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno,
+ S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!--
+ Disse, e come a la cheta ora del vespro,
+ Se a' bruni aranci del giardin, da cui
+ Pendon purpurei ed odorati i pomi,
+ Cantarellando una canzon t'appressi,
+ Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio
+ Di furbi passerelli a fuggir lesti;
+ Così d'Olimpio al favellar si sveglia
+ Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci
+ Sensi condanna; chi l'ardir ne loda;
+ Chi la gagliarda valentía n'esalta;
+ E ognun gode in cor suo, che il novo evento
+ Nova materia a favellar gli appresti.
+ Tu sola dal profondo animo gemi,
+ O dïafana Bice, e a lui d'intorno
+ Trepidante ti serri, e invan ti adopri
+ Dal destinato petto a svolger l'ira.
+ In sua tranquilla maestà spartana
+ Ei si parte da te, ma non sì lesto
+ Da non udir queste parole acerbe
+ Che gli gitta l'Eroe:
+ --Gonfia a tua posta
+ Di sonanti minacce il dir tuo folle,
+ O menestrello paladin: non uno,
+ Ch'abbia intera la mente e sano il core,
+ Dirà men vero il mio parlar; t'indossa,
+ Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo
+ D'un sordo acciar la tua ragion commetti,
+ Ragion degna di ferro; io, finchè splenda
+ Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero,
+ Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!--
+
+
+
+
+CANTO DUODECIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo;
+durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di
+Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di
+Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce
+dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei
+beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena,
+rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con
+la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo,
+glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà
+scandaloso spettacolo della sua pazzia.
+
+
+ Poichè avvolse così d'alti dispregi
+ Le parole d'Olimpio e il reo costume,
+ Che risibil comporta il secol nostro,
+ L'auree sale d'Egeria e le tranquille
+ Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe;
+ E a te si volse, o del suo cor supremo
+ Desiro e dei suoi passi ultimo segno,
+ Tiberina città, che tutta chiudi
+ Del popolo latin l'anima e 'l fato.
+
+ Date querce ed allori a le recenti
+ Brecce di Porta Pia, date corone
+ Al Sabaudo Monarca, itale genti;
+ E custode di lor l'inno risuone,
+ Che diêr braccia e pensieri
+ E la vita al grand'uopo! Are son fatti
+ Li trafficati e neri
+ Templi dei dieci colli,
+ Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto,
+ Chi al ciel serva la terra, e a la codarda
+ Fede contenne il Pensier divo avvinto.
+
+ Saldo negli anni, occulto
+ Ne l'ombra e tutto cinto
+ D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo
+ Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido
+ Ai poli, eterno si tenea l'infido
+ Pescator Galilèo reggere il mondo.
+ Ma come avvien, che, rósa
+ Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla
+ A nuovo urto di turbo ispida rupe,
+ Che negra e minacciosa,
+ Riprodotta da l'onda, al navigante
+ Pendea su'l capo, e gli oscurava il core;
+ Tal, pugnato dagli anni e più da questo
+ Eterno flutto del Pensier, che invade
+ Ogni creata cosa,
+ Trema, balena e cade
+ Il doppio soglio a Libertà funesto.
+
+ Dei primi onori il vanto
+ Miete al certo colui, che primo accoglie
+ Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo
+ Pensier ne la feconda opra traduce.
+ Dai domestici affetti e da le braccia
+ D'ogni più cara illusïon si scioglie;
+ E oltre ad uso mortal guardando in faccia
+ Ad inaccessi Veri,
+ Sordo dei figli e de la sposa al pianto,
+ Là sè stesso periglia ove più crudo
+ Ferve il conflitto; e a recar vita e luce
+ Corre colà, colà vince e procombe,
+ Dove più ferrei e neri
+ Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.
+
+ Però, sola e più degna
+ Eternità che al gener nostro assente
+ La fatale Natura, a noi nel petto
+ Vivrete eternamente,
+ Quantunque siete, o eroi
+ De l'umano pensier; sia che mutando
+ La molle cetra in brando,
+ O in viva fiamma di Sofia l'acume,
+ O in fulmine la voce,
+ Nel più chiuso del cor portaste oltraggio
+ A questa vaticana Idra feroce,
+ Cui non giovò dar vostre carni a morte,
+ Quando la fiamma inesorata e il ferro,
+ Che brevemente il corpo vostro offese,
+ Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.
+
+ Ma non senza gran laude a le venture
+ Genti andrà il nome e il grido
+ Di chi l'ultimo crollo a la superba
+ Mole impavido impresse, onde stupite
+ Mirâr le più gagliarde anime, e intorno
+ Tremar parve la terra. O benedetti
+ Voi, che la vita acerba
+ Fidaste, o giovinetti,
+ A l'onor del gran fatto, e benedetta
+ La destinata mente
+ Di Lui, che, custodita entro ai gelosi
+ Carceri Adrïanèi la vita inferma,
+ Inesorabilmente
+ Fulminò a morte indegna
+ L'italico vessillo e i vostri petti!
+
+ Veglian su l'infrequente
+ Uscio le madri abbandonate, o, accolte
+ L'anima tutta nel pensier di voi,
+ Lascian piangenti a mercenarie mani
+ Le vigilate masserizie, e vanno
+ Dove a lenir l'affanno
+ Una voce di ciel par che le chiami.
+ Ardono i ceri; un'onda
+ D'incensi e timïami
+ Vaporan l'are; una pietosa, incerta
+ Melodia le devote anime inonda;
+ E, dentro a un nimbo avvolto
+ Di profumi, di suoni e di splendori,
+ La sacra ostia consacra, e preci ignote
+ Mormora il sacerdote.
+
+ Qual improvviso e fiero
+ Tuono per li diffusi archi rimbomba?
+ Come dischiusa tomba
+ Putre e nereggia il sacro tempio; stride
+ Il percosso saltèro;
+ Illividito e nero
+ Guizzi sanguigni avventa
+ Ogni lume, ogni cero;
+ Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta
+ D'orrida tabe, al volto
+ De le pie turbe e al cor dardi saëtta
+ Di sdegno e di vendetta;
+ Urla sui tormentati organi eretta
+ La cieca Morte, e invita
+ A fiera tresca il pallido Levita.
+ Ecco, spumeggia di sangue recente
+ Il benedetto calice; volteggia
+ Da feroce disio fatto più lieve
+ L'inebbrïato Prete...
+ Madri, madri, fuggite: il sangue è quello
+ Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete;
+ Madri fuggite: il sangue
+ Dei vostri figli ei beve!
+
+ Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia
+ Sui debellati altari
+ Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva
+ Nel tuo triplice raggio, iride santa
+ Di libertà! Da la percossa riva
+ De la tumida Senna ululi avventi
+ La piagata nel cor druda di Brenno,
+ Cui la vittoria altrui par sua sconfitta:
+ Fuor d'ogni modo e senno,
+ Ebbra d'invidia, esulti
+ Prostituta liberta, e d'impudenti
+ Minaccie a te, sacro vessillo, insulti,
+ E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti
+ O lontani presagi al carme io fido,
+ Che, ravveduta o stanca
+ Dal sozzo amplesso di plebei Caini,
+ Te chiamerà, come chi piange. Al grido
+ Risonerà l'irta Pirene; e quale
+ Iena sorpresa a l'avvenir del giorno,
+ L'iberico soggiorno e il reo pugnale
+ Lascerà urlando il bieco
+ Masnadier di Castiglia. Allor saprai,
+ Putta de l'Ebro infurïata, a quanta
+ Luce di libertà volgesti il tergo
+ Quel dì, che ai tuoi rissosi
+ Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno,
+ E da le regie chiome
+ Strappò sdegnoso il serto,
+ Pur che la fronte altera
+ Erger potesse intemerata al sole,
+ E, monda del tuo sangue, al patrio albergo
+ Recar la spada ed onorato il nome.
+
+ Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente
+ Baccar di questa erine
+ Licenziosa, a cui
+ Vanto di Libertà danno i suoi drudi,
+ E quanti han voglia ardente
+ Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi!
+ Ecco, a piccola pugna un'immortale
+ Gloria succede: col pensier trïonfa
+ Roma, e regina del pensier si asside
+ Fra' redenti latini! In alto il guardo,
+ Popoli tutti: il Campidoglio è questo!
+ Roma è Ragione e Libertà; novella
+ Èra incominciai Sugli altari infranti,
+ Da un solo amor costrette,
+ Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!
+
+ Così a l'entrar ne la Città famosa
+ Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne
+ Era quel dì: rinascea Roma. Ornati
+ Di ghirlande d'allori e d'orifiamme
+ Splendean ponti, obelischi, archi e teatri;
+ E dietro a le giganti Ombre dei morti
+ Ivano al Colossèo festosi i vivi.
+ Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine
+ Titaniche di Roma un fiammeggiante
+ Sguardo mandava alto a l'occaso il sole:
+ Un incendio parea, da lo cui grembo
+ Si liberasse una feroce e bella
+ Vergine che diceva: Io son la grande
+ Libertà dei Latini!
+ Immenso e solo
+ Sovra ai neroniani orti grandeggia
+ Il vastissimo Circo, a cui da strani
+ Colori e bizzarre ombre un magistero
+ Di bengalici fochi; ondeggia il folto
+ Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni
+ Le gagliarde fanfare empiono il cielo.
+ Non udiva l'Eroe; ben altre voci
+ Gli suonavan ne l'alma: echi lontani
+ De le passate età, vaghe armonie
+ De l'avvenir, preci e bestemmie escluse
+ Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi
+ D'idoli nani e d'uomini giganti.
+
+ VOCE D'EBREI.
+
+ Dai traffici fecondi,
+ Unico asilo al pertinace ingegno,
+ Da le folte città, dai fremebondi
+ Flutti di gonfî mari,
+ Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo
+ Con la speranza mia, rive dilette
+ Del Giordano natío, raggianti altari
+ Dei padri miei, terre da Dio promesse.
+ Come al Libano eterno, a cui ghirlanda
+ Sono i cari al Signor cedri vocali,
+ Drizza il fulmineo vol, come a sua meta,
+ L'aquila pellegrina,
+ Tal del disio su l'ali
+ A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta.
+
+ Voi sul monte di Dio spargete al vento,
+ Cedri vocali, i rami annosi, e fermi
+ Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io
+ Per terre e per età, ramingo eterno,
+ Il suol dei miei nemici
+ Bagno del mio sudor, del sangue mio;
+ E al flagel de le avverse ire, a lo scherno,
+ Che sibila su me freddo e funesto,
+ Piego le spalle inermi,
+ Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto.
+
+ O cedri incliti, invano,
+ V'intendo, invan voi non mettete eterne
+ Entro al monte di Dio l'alte radici;
+ Però ch'eterna, a par di voi, si asside
+ La speme del trïonfo entro al mio petto.
+ Voi rivedrò! Da queste infauste arene,
+ Che del mio sangue tinse
+ Tito, delizia de l'umane genti,
+ Da ove sorge la notte e il giorno viene,
+ Da tutti e quattro i venti,
+ Quel divino voler, ch'indi mi spinse,
+ Richiamerà, nè fia lontano il giorno,
+ Il vincente Isdraello al suo soggiorno!
+
+ VOCE DI NUMI.
+
+ Esuli affaticati,
+ Senza speme di vita e senza regno,
+ Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati,
+ Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
+
+ Il serto luminoso
+ Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante
+ Trono del sole e i sempre verdi alberghi
+ De l'Ida? Ove il temuto
+ Folgore e le sedotte
+ Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto
+ A noi; squarciasi il velo,
+ Da l'inganno tessuto,
+ Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo;
+ Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce,
+ L'amor, la giovinezza, il paradiso,
+ Tutto a un punto dissolvesi
+ Al fiero lampo de l'uman sorriso.
+
+ Esuli affaticati,
+ Senza speme di vita e senza regno,
+ Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati,
+ Del pensiero de l'uom ludibrio indegno.
+
+ O miserando e gramo
+ L'esser nostro di Numi, ove al talento
+ Di mortal plebe abietta,
+ Qual nebbia vana ad agitar di vento,
+ Sorgere a caso e dileguar dobbiamo!
+ Ove andrem noi? Di amici astri deserto
+ È il ciel; d'altari è brulla
+ La terra; inesorabile si avanza
+ La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla...
+ Oh! fosse dato almeno
+ A noi mutar sembianza,
+ Gioir l'aere terreno,
+ Scendere in terra e aver con l'uom possanza
+
+ VOCE DI SACERDOTI.
+
+ Tramonti pur, tramonti,
+ O fuggevole Iddio, la tua possanza;
+ Noi terrem contro al fato erte le fronti.
+
+ D'imbelli anime è stanza
+ La terra; e noi teniam su l'alme il piede:
+ A te il ciel manca; a noi la terra avanza.
+
+ Più che astuti noi siam, cieco è chi crede;
+ Cada Saturno, o Gèova,
+ Mai non cadrà dal petto uman la fede!
+
+ VOCE DI SANTI.
+
+ O misera e fugace
+ Vita de l'uom, che speri?
+ Non ha trïonfo e pace
+ Questo agitato vortice
+ Di affanni e di piaceri.
+
+ Come in silice abietta
+ Prigioniera scintilla,
+ Così l'anima, eletta
+ A miglior sorte, ascondesi
+ Ne la mortale argilla.
+
+ Dio ve la chiuse; al solo
+ Cenno del suo pensiero
+ Ella discioglie il volo,
+ Mesce il suo raggio a l'iride
+ Del sempiterno Vero.
+
+ Soffriam: de la romita
+ Alma, che piange e crede,
+ Cibo, lavacro e vita
+ Son la Speranza eterea,
+ La Carità e la Fede.
+
+ VOCE DI DIAVOLI.
+
+ Che val pascer di vuote
+ Fuggitive speranze il cor digiuno?
+ Navigar co'l desio regioni ignote
+ Derelitti nocchieri a l'aër bruno?
+
+ A noi prescrisse un segno
+ La diversa Natura, e mal n'è dato
+ Spinger oltre il poter l'audace ingegno,
+ Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato.
+
+ Han pur queste fugaci
+ Ore terrene alcun sorriso e fiore,
+ Ha battaglie il pensier, le labbra han baci,
+ Vita la terra, e inferno e ciel l'amore!
+
+ VOCE DEL TEVERE.
+
+ Molte sul dorso antico
+ Storie nefaste io porto,
+ Molte nei gorghi miei storie nascondo;
+ Ma, poi che per età son fatto accorto,
+ Freno il flutto iracondo,
+ E al mar mio grande amico
+ Al vecchio mar le vecchie storie dico.
+
+ Dal mobile soggiorno
+ De l'onde cristalline,
+ Coronate di perle e di coralli
+ Corrono a me le azzurre Ocëanine;
+ E melodia di balli,
+ Per quanto è roseo il giorno,
+ Voluttuöse a me tessono intorno.
+
+ Ond'io, fatto loquace
+ Da la vista amorosa,
+ Assiso in mezzo a lor canto le strane
+ Vicende de la mia storia famosa;
+ Mentre su l'onde piane
+ Con la sua mesta pace
+ Siede la stanca luna, e l'aura tace.
+
+ Tutta allor torna viva
+ Nel mio canto fatale
+ De le vetuste età l'aurea leggenda:
+ Quando la Fede a la Giustizia uguale,
+ E deïtà tremenda
+ Era la Legge, e diva
+ Cosa la Patria e chi per lei moriva.
+
+ Taccio però l'offesa,
+ Che a l'aquile di Giove
+ Recò una turba di feroci imbelli;
+ Taccio il baglior di queste genti nuove;
+ Però che sui ribelli
+ Flutti lasciata illesa
+ La croce di Gesù troppo mi pesa.
+
+ Ma un dì, se l'onte atroci
+ Non moveranno alcuno
+ Che in me l'affoghi e d'ogni onor la privi,
+ Io parlerò: sentirà allor ciascuno
+ Di questi rei malvivi
+ Tuonar con ferree voci
+ L'eloquenza dei miei flutti feroci.
+
+ Fuor dai percossi fini
+ Proromperò, indomato
+ Dèmone; stenderò l'onda funesta
+ Sui colli; segnerò l'ultimo fato
+ All'ara, al trono, a questa
+ Degna dei suoi destini
+ Plebea ciurma di Borgia e di Tarquini!
+
+ VOCE DELLA SAVOIA.
+
+ Dal trono de la gloria ove tu sei
+ Ricca d'armi, di mente e di fortuna,
+ Madre Italia, ricorda i figli miei,
+ Ora che amor tutti i tuoi figli aduna.
+ Pensa che nel dolor giace colei,
+ Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna,
+ Da te divisa e serva a lo straniero
+ Lei che fu patria al redentor Guerriero!
+
+ Ben prudente consiglio esser potea
+ Gittar mie carni al fero augel francese,
+ Quand'anco incerto il tuo destin pendea,
+ E tronche a mezzo eran le patrie imprese.
+ Ei che il sangue per te versato avea,
+ Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese;
+ Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto,
+ Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto.
+
+ Ma or che forte e secura e di te stessa
+ Donna, per propria via, splendida incedi,
+ Tanta virtù non m'è dal ciel concessa,
+ Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi;
+ Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa,
+ Contro il suo petto infurïar tu vedi,
+ E dal reo brago, ove ognor più s'ingora,
+ Giudicar osa e minacciar tuttora!
+
+ VOCE DELLA CORSICA.
+
+ Già non dirò, che prima
+ Fra l'isole tirrene
+ D'ogni bellezza opima
+ Sono albergo di ninfe e di sirene:
+ Ad altri il debil vanto
+ Di molli aure e di fiori
+ Ed il femmineo canto
+ E i florívoli amori.
+
+ Cirno son io: de l'onda
+ Che mi flagella i liti,
+ Qual d'armonia gioconda,
+ Serbo nel seno i liberi ruggiti;
+ D'odio, d'amor, di sdegno
+ Facil s'accende il petto;
+ Pronto il braccio e l'ingegno
+ Al par del mio moschetto!
+
+ O madre Italia, e vuoi
+ Che da te svelta io giaccia?
+ Ch' io non aduni ai tuoi
+ I miei sensi, i miei fati e le mie braccia?
+ Chiedi gemme e tesori?
+ Gemme e tesori ho anch'io:
+ Gemme? I miei patrî allori;
+ Tesori? Il popol mio!
+
+ VOCE DELL'ISTRIA.
+
+ O tu, Sir del vetusto
+ Trono d'Asburgo, invano
+ Offri al Sabaudo augusto
+ Pegno d'alta amistà l'ambigua mano.
+ Credi, levar l'artiglio
+ Dal fianco mio, dov'hai la piaga aperta,
+ Saría miglior consiglio
+ E più regale offerta.
+
+ Tra noi di pace è questo
+ Unico patto e degno;
+ Chè il simular molesto
+ D'astuzia rea, non di fortezza è segno.
+ Placate allor, lo spero,
+ Sorrideranno al tuo regale albergo
+ Le nostre Ombre dal nero
+ Ciglion de lo Spilbergo.
+
+ VOCE DI POPOLI SLAVI.
+
+ Qual grido funesto risuona sul monte?
+ Qual gemito cupo si leva d'intorno?
+ È forse la Vila dal lucido fronte,
+ Che cinta di nembi si slancia nel ciel?
+ In cima a la rupe, nel niveo soggiorna
+ Riposa la diva le membra sue snelle;
+ Le danzano in giro le rosee donzelle,
+ La cullano i canti d'un astro fedel.
+
+ Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie
+ Forse urlan le belve pugnanti a la preda?
+ O, attorte agli abeti le rabide scaglie,
+ Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol?
+ O figli di Serbia, se il cielo vi veda,
+ Balzate dai sonni, lasciate le selve:
+ Più fieri serpenti, più rabide belve
+ A l'aquila nostra tarparono il vol.
+
+ Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita,
+ Perduto il remeggio de' giovani vanni,
+ Dai campi raggianti di gloria e di vita
+ Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò.
+ Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni
+ Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto;
+ La fissero in croce, sbranaronle il petto;
+ Chi men le diè strazio men prode sembrò.
+
+ Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando,
+ O Marco, o di Serbia speranza immortale?
+ Conosci e sostieni lo strazio nefando?
+ O il sonno e la morte ti avvinser così
+ Che nulla più curi? La morte? Il fatale
+ Momento di morte per lui non arriva:
+ Mutate la nenia ne l'oda festiva;
+ Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì!
+
+ Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato
+ Risuona ai suoi passi la volta profonda;
+ Il negro cavallo gli scalpita allato;
+ Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar.
+
+ Già monta in arcioni; la turba il circonda;
+ Il corpo squarciato si unisce e cammina;
+ La schiava spregiata si leva a regina;
+ La tomba dei prodi diventa un altar!
+
+ VOCE DELLA GERMANIA.
+
+ O prima reggia del Pensiero, augusta
+ D'idee madre e di genti,
+ Patria del gener nostro Asia vetusta,
+
+ A te col grido dei perfetti eventi,
+ Vetusta Asia, il saluto
+ La libera Germania alza su' venti.
+
+ Odi: stridono ancor su'l combattuto
+ Reno i miei plaustri; echeggia
+ Il mio vittorïoso inno temuto;
+
+ E con securo il vol come in sua reggia
+ Quant'è di cielo intorno
+ Di Brandeburgo l'aquila passeggia.
+
+ Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno,
+ Tremende Ombre, sorgete,
+ Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno;
+
+ E voi che sul divin Tebro scorrete,
+ Secure Ombre, e la nova
+ Stirpe latina a magne opre accendete,
+
+ Venite: a la funesta ira non giova
+ Dar l'alma, or ch'ogni gente
+ Guida un solo pensiero a varia prova.
+
+ Voi condurrò nel mio volo possente
+ Dove com'aureo sole
+ Poggia di Brama la magion lucente;
+
+ Dov'erge l'Imalai l'intatta mole,
+ Ed a la Ganga in giro
+ Del loto degli Dei splendon le aiuòle.
+
+ Come giorno che irradia il vasto empiro,
+ Tal da le rive bionde
+ Sorger tranquilla una gran luce io miro;
+
+ E a la gran luce un'armonia risponde,
+ Da cui senso e pensiero
+ Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde:
+
+ --Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero,
+ E tu, d'Arminio figlio,
+ Riponi il brando insanguinato e fiero!
+
+ Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio,
+ Roma lo sa; lo sanno
+ De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio.
+
+ Troppo fra voi di servo e di tiranno
+ Voce sonò: gli avelli
+ Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno.
+
+ Ma se i miei sensi al ver non son ribelli,
+ Io qui da questa sponda
+ Secura griderò: Siete fratelli!
+
+ Là sul vasto altipian radice e fronda
+ Pose l'Arìana antica
+ Pianta, che fu di molto fior feconda;
+
+ E se il turbo la svelse, e la nemica
+ Sorte ne infranse i molti
+ Rami, i germi educò la terra amica;
+
+ Onde sott'altro ciel giovani e folti
+ Sorser mutati, e fûro
+ Da inconscia man moltiplicati e còlti.
+
+ O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro
+ Voi de l'Arìana pianta
+ Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro.
+
+ L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta
+ Arbore al ciel spiegossi,
+ Che cadde alfin dal proprio peso affranta.
+
+ Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi,
+ Che le pigre ombre e 'l gelo
+ Fuggendo e da pugnace indole mossi
+
+ I suoi fieri cultor sott'altro cielo
+ Ruppero, e fûro al corso
+ Tigri, e demòni al fulminar del telo.
+
+ Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso;
+ E più dei truci acciari
+ Abbia su'l vostro cor punta il rimorso!
+
+ Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari
+ Vigili ognuno, e il volo
+ Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari.
+
+ Vedrete allor da l'uno a l'altro polo
+ Sorger le genti, e avranno
+ Per sentiero diverso un pensier solo;
+
+ E, spento prima ogni desío tiranno
+ Ed ogni error conquiso,
+ Fide a Giustizia e a Libertà staranno!--
+
+ Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso
+ Che sopra ogni altro estimo,
+ Ai voli rutilanti io ti ravviso!
+
+ Per te del mio pensier l'ali sublimo;
+ Per te nei sanguinosi
+ Studî de l'armi il popol mio va primo.
+
+ Tu che, amica de l'opre, i neghittosi
+ Ozî diradi, e vivi
+ Vigil sempre ed eterna e mai non posi,
+
+ Tu che redimi a libertà i captivi,
+ I restii sproni, e godi
+ Sovra l'ombre versar la luce a rivi,
+
+ Tu, assidua e paziente il tempo rodi;
+ Tu i diradati stami
+ Dei popoli dispersi ordisci e annodi.
+
+ Da l'abisso dei morti anni richiami
+ L'ossa eloquenti: ritte
+ Composte in scheltri in sugli altari infami,
+
+ Gridan così, che a mezzo il cor trafitte
+ Da la parlante luce
+ Precipitan le sacre Ombre sconfitte.
+
+ Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce
+ D'ogni grand'opra; ai santi
+ Regni del Vero e a Libertà ne adduce
+ La voce tua, che grida sempre: Avanti!
+
+ Poi che al veggente immaginar l'altero
+ Ribellator degli uomini si tolse,
+ E mirò intorno il vasto Circo, un alto
+ Silenzio s'assidea sui tenebrosi
+ Menïali titanici, e fra' rotti
+ Pilastri ed i corintî archi passavano
+ Lunghe file di mute Ombre e la luna,
+ Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi
+ Penetrali del ciel già non tacevi,
+ Gran signor dei beati: acre e vorace
+ Ti rodea l'alma una gran cura; e come,
+ Se fra poche pareti arda un occulto
+ Foco, di quante masserizie ha intorno
+ In pria fa preda e cheto si alimenta,
+ Finchè di sua virtù gonfio e superbo
+ Tutto divora il chiuso aere, dirompe
+ L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode;
+ Così del padre dei Celesti a un punto
+ Proruppe la repressa ira, nudrita
+ D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi
+ Guanciali alti si eresse, e si folcendo
+ Del tentennante cubito, in tal guisa
+ Parlò ai beati ivi a consiglio accolti:
+ --O beati, se pur lecito è ancora
+ Con tal nome chiamarvi, or che le pingui
+ Mense e i tiepidi letti, unica gioia
+ Di voi sereni abitator del cielo,
+ Sparecchiar ne minaccia un rio destino,
+ Beati, a voi di gran stupore obietto,
+ E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni
+ A insoliti consigli, io che finora
+ D'ogni assoluto mio voler fei legge
+ A le vostre cervici, a cui fu somma
+ Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto
+ Al gagliardo agitar di venti avversi
+ I propositi miei, già non direte,
+ Che sopraffatto o paventoso io pieghi:
+ Fermo son io, siccome il sole; e questa
+ Picciola libertà, ch'oggi vi assento,
+ Vuo' che qual liberal dono s'accolga.
+ Di che perigli il regno mio sia cinto
+ È noto a voi, che spennacchiato e stracco
+ Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi
+ L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo
+ Fulmin di guerra e condottiero invitto
+ De le nostre legioni. A lizza estrema
+ Col superbo Lucifero si spinse
+ Ardimentoso, e gli ridea negli occhi
+ La securanza del trïonfo: inerme,
+ Rotto dal lungo battagliar co' flutti
+ Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno
+ Solo, un sol ghigno a debellar gli valse
+ L'adamantina ira celeste. Io taccio
+ L'altre sconfitte, e la più grande e indegna
+ Per avventura e più recente: io stesso,
+ Io l'eterno Signore, io... ma gagliardo,
+ Onnipossente ed infallibil sono
+ Siccome un dì! Solo provar voll'io...
+ Fu soltanto una prova; e alcun non osi
+ Ricercar con profano occhio gli abissi
+ Del mio pensier! Questo saper vi giovi,
+ Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!--
+
+ Disse, e un sospir traendo, giù di peso
+ S'abbandonò su le soffici piume,
+ A cui di sotto scricchiolar compresse
+ L'agili spire dei cedenti ordigni,
+ Che di acciaro eran tutti, A quella guisa
+ Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo
+ Giogo di servitù, sfrenasi ai novi
+ Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza
+ De l'acquistata libertà: risuona
+ D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido
+ Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti
+ D'assidui fochi, a cui tripudia in giro
+ Clamorosa la plebe; ove fra tanto
+ Spensierato tumulto odasi il cupo
+ Reböar del cannone, un improvviso
+ Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono
+ Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga
+ Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi
+ Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno
+ Un chiamar sospettoso; un concitato
+ Serrar d'usci, e suonar per la deserta
+ Via dei pochi animosi il passo e il grido;
+ In simil guisa al favellar del Nume
+ D'improvviso terror si ricoperse
+ L'anima e il volto dei Celesti, a cui
+ Solo è dolce allegrar gli ozî immortali
+ Di concenti, di danze e di conviti.
+ Si sgomentâro a la terribil nuova
+ Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta
+ Diêrsi precipitosi, altri in querele,
+ Altri in preci. Piangean le vereconde
+ Dive, e al petto ed al crin faceano offesa;
+ Battean le picciolette ali indorate
+ I paffutelli Cherubini, e indarno
+ I bellicosi Arcangeli in piè ritti
+ Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi.
+ Scrollava il capo il divin Padre, e:--Imbelli,
+ Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo
+ Da l'aver per sì lunghi anni impinguati
+ I non mai sazî fianchi vostri! Avessi
+ Nudrito oche! Potrei nei delicati
+ Èpati almen delizïare il dente!--
+
+ Si chetarono alquanto, e vergognosi
+ Stettero. Allor dal radïoso scanno
+ Rizzossi in piè la diva Cate, illustre
+ Italo germe, e dei tuoi monti onore,
+ O belligera Siena, a cui più volte
+ Diè femmineo valor soccorso e grido.
+ Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace
+ Petto premendo una gagliarda impresa:
+ --Arrossite, sclamò, voi non già eterni
+ Spiriti, non pur uomini nè donne,
+ Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste
+ Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi
+ Cura io non ho: d'incliti spirti ancora
+ Forte presidio ha il paradiso, e quando
+ Fosse infranta ogni spada, infranta al certo
+ Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta,
+ Eterno Padre, e voi mi udite, alteri
+ Spiriti: in terra io scenderò soletta,
+ Inerme, come il dì, che a pace astrinsi
+ Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio;
+ O come allor che a l'interdetta chioma
+ Di Clemente strappai l'aureo triregno,
+ E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi
+ Sul carro de la Fede il saggio Urbano.
+ In Roma andrò; starò di fronte al fiero
+ Lucifero; e se ancor serba qualcuna
+ Di sue virtù questo mio labbro, ho fede,
+ O d'indurlo a tornar nel derelitto
+ Regno de l'ombre, o persüaso e vinto
+ Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.--
+
+ Tacque; e del suo parlar paga si assise
+ In sua beltà. Fremean d'assenso intorno
+ L'auree sedi del ciel; quando con voce
+ Di tutta tenerezza, e la mirando
+ Con dolcissimo sguardo:--Oh! che tu speri,
+ Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose;
+ Lucifero domar? lui che de l'ira
+ Di tutto il cielo e di me pur si ride?
+ Tutta non fosse congiurata ai nostri
+ Danni la terra, agevol cosa invero
+ Il domarlo saría; ma come rupi
+ Stanno le fronti dei mortali erette
+ Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo,
+ Qual cavallo che irrompe a la battaglia,
+ Corre il Pensier, che, divorato il breve
+ Tramite de la terra, al ciel si lancia.
+ Annientarlo io potrei, ma me'l divieta
+ Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse
+ Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri
+ Báratri, là dove il mio sdegno un tempo
+ Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo
+ Non avría stella mai che fosse degna
+ D'incoronarti! Ma timor mi accora,
+ Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito
+ Generoso tuo cor vittima resti!--
+ --E vittima sia pur, balzando disse
+ La divina Sanese: un dì potevi
+ Ricondurre vincente al patrio albergo
+ Una mortale di Betulia; io diva
+ Imploro a te pari soccorso, e parto!--
+ --Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!--
+ Gridò in quel punto una stridula voce,
+ Bizzarramente modulando il verso.
+ Si conversero tutti a l'empio grido
+ Inorriditi, e ignuda in su la soglia
+ Videro sghignazzar ballonzolando
+ L'insanita Teresa. Era già il fiore
+ Del paradiso; ora istecchita e nera,
+ Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi,
+ Salti facea sugli spolpati stinchi,
+ Come scimmia strillando. Avvinto a un refe,
+ Che a' vizzi fianchi le facea cintura,
+ Giù pendevale un foglio, o fosse un brano
+ Del vangelo di Marco, o un'ispirata
+ Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni
+ Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta.
+ Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto
+ Gli angioli santi, e gracidâr commosse
+ Le stagionate vergini, che assise
+ Qua e là pe' remoti angoli, a Dio
+ Biasciano tutto dì salmi e preghiere.
+ Drizzâro a stento l'aggobbite schiene,
+ E, sguardando di sopra a' tentennanti
+ Su la punta del naso argentei occhiali,
+ L'infelice avvisâr; brandîr con fiero
+ Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi,
+ E già già si avventavano; ma stesa
+ Il buon Dio con pacato atto la destra:
+ --Perdonatele, disse, e a la sua cella
+ Dolcemente traetela. Infelice!
+ Troppo osò co'l pensier farsi vicina
+ A la fiamma del Vero, e in questa guisa
+ Del suo folle ardimento or paga il fio.--
+ Così dicendo, con paterno affetto
+ Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda
+ Testa di Cate, e le concesse in fronte
+ Il caro bacio del commiato. Altera
+ Di cotanto favore ella si avvìa
+ Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti
+ Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto
+ Sguizza di man la santa pazzarella,
+ E, sovra il naso il pollice appuntando,
+ Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi.
+
+
+
+
+CANTO TREDICESIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di
+convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai
+voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.--Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio,
+disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.--Ultime
+ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a
+persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in
+preda a spaventose visioni.--Una vittima delle stragi di Perugia.--Due
+decapitati.--Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore,
+domandando inutilmente perdono.
+
+
+ Vestitevi di rose, aride arene
+ Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno
+ Scorse a fiumi su voi degli ostinati
+ Martiri primi e de le belve il sangue,
+ Valga a farvi fiorir la dïuturna
+ Prece di Pio: l'augusto veglio è padre
+ D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso,
+ Qual recidivo malfattor, nei templi
+ Transteverini; e, com'è ver, che al cenno
+ Del suo divo pensier struggesi in pianto
+ La sacra effigie di Maria, dai ceppi
+ Egli uscirà vittorïoso e forte,
+ E di vergini gigli incoronato
+ Ascenderà securamente al cielo.
+ Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti
+ Giacciongli al piè l'anàtema e la scure,
+ Volga ad altr'opre il non fallibil petto
+ Egli che, fabro di verginee madri,
+ I dolci nati de le madri uccide
+ Con serafico istinto. Un improvviso
+ April fiorisca il Colossèo; discende
+ A battagliar Lucifero l'altera
+ Amazzone di Siena, a cui più spade
+ Volse il facile eloquio e la virile
+ Beltà, che doma ogni poter. Chi vide
+ Entro al sereno immaginar del mito
+ Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme
+ Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi,
+ Quei dirà qual fioría grazia e splendore
+ Di giovinezza e di salute in volto
+ De l'ardita Senese, allor che al guardo
+ De l'orgoglioso Apostolo ad un punto
+ Si appalesò. Muto ei sedeva in cima
+ A un dirùto pilastro, e la raggiante
+ Misterïosa immensità del cielo
+ Gli pendeva su'l capo: eran più vaste
+ Più chiare assai le sue speranze, e acuto
+ Più del guardo del Sole oltre a le cupe
+ Reggie d'azzurro il suo pensier vedea.
+ Meditava così: Dentro a l'audace
+ Spirto de l'uom fervida alfin si stampa
+ L'immagin mia; vantino uranghi e numi
+ A lui simile aspetto: il suo pensiero
+ A me rassembra, e il suo destino è il mio.
+ Libero già d'alte paure, scevro
+ D'ogni fallace illusïon di senso
+ Vuole, conosce e può; spezza il segnato
+ Limite del mistero, e dove è luce
+ Ivi il suo campo e il regno suo prescrive.
+ Così parlava dentro al cor; ma in quella
+ Che l'armato pensiero apríasi il varco
+ Ad alate parole, eccogli incontro
+ Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto.
+ Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto
+ Ne la diva fanciulla il viso assorto,
+ L'ardimentosa giovinezza e gli atti
+ Securamente mansuëti e il lume
+ Di sì maschia bellezza iva ammirando
+ Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza
+ Stupor mirava il gran Ribelle, e come
+ Una mesta pietà prendeale il core
+ Secretamente. Alfine in questa forma
+ Prese a parlar:
+ --Superbo e sventurato
+ Angiolo, nè so dir se in te più sia
+ La superbia tenace o la sventura,
+ E come puoi di tanto umile stato
+ L'aspetto solo comportar, tu primo,
+ Già primo, or fatto di pietade obietto,
+ Fra le schiere del ciel? Misero! e dove
+ Son l'ali tue? Dove la schietta luce
+ Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte
+ Doti del cielo, a un passeggero e reo
+ Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla
+ D'eterno hai più, fuor che la tua sventura!--
+ --E la sventura è la ricchezza mia,
+ Bella figlia del ciel, così a dir prese
+ L'onor di Lui che da la luce ha nome;
+ Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia
+ Ne la terra e nel mar. Povero e gramo
+ Cultor l'arido solco apre a fatica,
+ Ed una al seme ed al sudor gli dona
+ Le speranze sue belle. Ispido e bianco
+ Sibila tra l'ignude arbori il verno,
+ Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano
+ In tumulto i torrenti: il poverello
+ Guarda tremando i duri prati, e al magro
+ Desco seduto a la sua donna a lato
+ Pur dolorando il bel tempo predice,
+ Finchè tutt'oro il crine e in man la falce
+ Esce il fervido giugno, i mareggianti
+ Campi sorvola, e generoso adempie
+ Di bionda mèsse i rustici abituri.
+ Così egregia mercede a l'uom prepara
+ L'esperimento del dolor. Dai solchi
+ Seminati d'umane ossa fuor balza,
+ Santa prole de l'opra e de l'affanno,
+ La Libertà, premio ai costanti: umana
+ Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda
+ Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba
+ Ad ogni affanno una vittoria. E quale
+ Dono è quaggiù, che non da lei derivi?
+ Per essa han luce ed armonia le genti
+ E veritade ed uguaglianza e vita,
+ Poi che vita non ha, nè veramente
+ Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro
+ Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena.
+ Vivon sol d'essa i generosi, ed io
+ Son la sua voce, e gli ozïati scanni
+ Del ciel per essa e volentier sdegnai.
+ O solenni cadute, o glorïose
+ Sconfitte, a cui libera vita io deggio,
+ Ricordando, mi esalto! E dovea forse
+ Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo
+ Eternamente, io re degl'irrequeti
+ Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti
+ In silenzio vorar le dispensate
+ Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme
+ Supine a Lui, che, del suo nulla esperto,
+ Pur ne l'impero de l'error si ostina?
+ La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali,
+ Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente;
+ De la luce del fronte il petto istrussi;
+ Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue
+ Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno,
+ Che Dio dal regno e da la vita escluda!--
+
+ Rabbrividía come per febbre al fiero
+ Parlar la diva, e da' superbi accenti
+ Con la candida man schermía l'orecchie
+ Inorridita; nè risposta alcuna
+ Formar può, nè fuggire osa. Ben gli alti
+ Gesti de la sua vita e il dir facondo
+ E l'audace promessa a Dio giurata
+ Vergognando rimembra, e non sa quale
+ Fascino occulto or l'incateni innanzi
+ A l'avversario suo feroce e bello.
+ Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti,
+ Molti in bellezza e in favellar maestri
+ Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo
+ Angeli molti, a le cui rosee membra
+ Vestimento è la luce e amplesso eterno
+ La giovinezza; or qual virtù ha costui,
+ Che sì mi svolge ed incatena il senno?
+ Così pensando, a l'anima dubbiosa
+ Fa forza; di rigore arma l'aspetto,
+ Cerca austere parole, e questi invece
+ Le vengono dal core umili accenti:
+ --Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora
+ Co'l tuo nome perduto; e che ti giova
+ Per questa ultima sfera ir pellegrino
+ Qui dove segue a la fatica il pianto
+ E ad entrambi la morte? Assai feroci
+ Detti hai parlato or or; ma una parola
+ Melodïosa, o che mi falli il senso,
+ Una dolce parola anche dicesti,
+ Che a perdonarti ogni fallir m'induce:
+ Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra
+ Ne l'empia terra anche ha radice amore?
+ Oh! come il viver coi mortali il senno
+ Pur dei forti travolge! Il paradiso
+ Oblïato hai così? Non sai che vita
+ E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore?
+ Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquillo
+ Regno degli astri al buon Iddio da presso
+ Vivrem vita serena; e in quella pace
+ Troverai la tua patria e l'amor mio!--
+ Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto
+ Di quei detti l'Eroe, però che vide
+ Su cotanta beltà certo il trïonfo,
+ E l'incalzò con queste voci:
+ --O chiara
+ Sopra a tutte le dive e la più bella
+ D'ogni terrena creätura, eguale
+ Solo a colei ch'è del mio cor regina,
+ E che parli d'amor tu che nel cielo
+ Al banchetto degli angeli ti assidi,
+ Ove straniero e dispregiato è amore?
+ Ben di tutta pietà degna t'estimo,
+ Se amore altro non sai, che la fallace
+ Larva impotente, che il gran nome usurpa,
+ E i parvi e non interi angeli illude!
+ Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti
+ Trïonfamenti de la tua parola,
+ Da la terra passasti, e ti fu oscura
+ La vittoria miglior che donna ambisca,
+ La dolce voluttà de l'esser vinta.
+ Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore,
+ Terreno iddio, che fa pensier la creta,
+ Ti apprenderà come si vince: ei solo
+ Mi süase a pugnar contro a le cieche
+ Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta
+ Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose
+ Anime ignare il vero Èden insegna!--
+ Parla, ed a lei che muta trema, e intorno
+ Päurosa si volge, apre le braccia
+ Supplicando con gli occhi, e in un amplesso
+ D'avidi baci l'anima le serra.
+ Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto
+ Era il loco; salían come invocate
+ Rapide al ciel le grandi ombre notturne,
+ E Amor lesto venía. Cedea la bella
+ Diva; e quando con man trepida e tutto
+ Fiamme e palpiti il cor, la virginale
+ Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti
+ Mondi ella vede: arde d'immenso aprile
+ La terra; giù dal ciel scendono in folla
+ Cento e cento lucenti angeli, e, fatta
+ Di sè fra terra e cielo ampia corona,
+ Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:
+ --Stanchi di tesser danze
+ Di cento arpe al ronzío
+ Ne le lucenti stanze
+ De la magion di Dio,
+ Scender soleano un giorno
+ Gli angeletti scapati
+ Là nel mortal soggiorno
+ De le figlie de l'uomo innamorati.
+ Nei freschi antri, su' fiori
+ Tremolanti a la brina
+ Ponean l'ali e gli albori
+ De la fronte divina;
+ E, colto il bacio primo
+ Sovra le bocche ardenti,
+ Schernían gli astri, e da l'imo
+ Radïavan più belli e più possenti.
+ Lascia or l'eterea sede
+ L'inclito onor di Siena:
+ D'intemerata fede
+ L'alma loquace ha piena;
+ Al gran Ribelle incontro
+ Tumida sorge; e quando
+ Spera, che al primo scontro
+ Vinto egli fugga in volontario bando,
+
+ Ecco, dal labbro il detto,
+ Come spuntato strale,
+ Cadele; al dolce aspetto
+ Del gran Fattor del male
+ Pallida trema; al laccio
+ D'Amor l'anima assente,
+ Scorda sè stessa, e in braccio
+ Del rivale di Dio bello e possente,
+
+ Immemore del cielo,
+ Donasi, Oh! vaga, oh! bella!
+ Già del vergineo velo
+ Scevra, com'aurea stella,
+ Splende; da l'ansio viso,
+ Da le membra sincere,
+ Ignoto al paradiso
+ Spira in mille piacer solo un piacere!
+ O amore, amor! Sì forte
+ È il tuo terreno impero?
+ Sfida per te la morte
+ Del fango il figlio altero;
+ E, mentre a la tua rete
+ La voce tua ne incalza,
+ Ei l'ale irrequïete
+ Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!
+
+ Scendiam, proviamo! A tutti
+ Zimbello è il Padre eterno,
+ E saggi e farabutti
+ Si ridon de l'inferno.
+ Scendiam, facciam baldoria
+ Tra' fiori e le donzelle;
+ Abbia l'Amor vittoria:
+ Vale un'ora d'amor tutte le stelle!--
+
+ Mentre i furbi angeletti in queste voci
+ Disertavano il cielo, e l'umanata
+ Senese, avvinta dal più dolce amplesso,
+ Primamente sentía la vita intera,
+ Su l'antica di Pio ferrea cervice,
+ Come sinistro augel, striscia la Morte.
+ Abbandonato su'l gelido letto
+ Luccicante di frange e di cortine,
+ Rabbiosamente egli vaneggia:
+ --Urlate,
+ Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra,
+ L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni,
+ Angeli, a voi: la forte anima mia
+ Per un anno di vita! I miei nemici,
+ Gli usurpatori impenitenti al mio
+ Piede un istante, e poi morir!--
+ Comparve
+ Pallido, immoto, macilente un Frate
+ Sovra la soglia:
+ --A questa Croce atterra
+ L'orgogliosa tua fronte!--
+ --Chi sei tu?
+ Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira
+ Non mi sforzare!--
+ --A la pietà ti sforzo,
+ A la pietà, se Dio, per maggior pena,
+ Non ti chiude la via d'esser pietoso.--
+ --Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo:
+ Son forte ancora!--
+ --Ombra, demonio, o Dio,
+ Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa
+ L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte
+ Batte il giudizio del Signor!--
+ --Che intendi?
+ Che oseresti tu mai?--
+ --Sgombra dal petto
+ La fallace paura: Iddio corregge
+ Pria di punire; e suo ministro io vengo,
+ Io, che di Dio non già, ma sol dovrei
+ Venir ministro de la mia vendetta!
+ E ancor forte ti vanti? A brani io veggio
+ L'inconsutile veste; ai fuggitivi
+ Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo
+ Non ti rivolgi?--
+ --Al cielo, al ciel! Tu parli
+ L'eretica parola! Il ciel lo lascio
+ Ai miei nemici; a me la terra!--
+ --E quale?
+ Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni
+ Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira
+ De l'un, de l'altro la superbia: il senno
+ D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo
+ Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna
+ Città di Pier per te mutasi a un tempo
+ In Salerno ed Anagni: esule vivi,
+ Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta
+ Stampano i Re più durature offese
+ Del ferrato manipolo di Sciarra.
+ Deh! rivolgiti al ciel!--
+ --Frate, pon fine
+ Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria
+ Dei deboli; la terra è mia! Già in armi
+ Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre
+ Dei Borboni immortali a l'aura nova
+ Mette nove radici, e fronde e rami
+ E fiori e frutta porterà: saranno
+ Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo
+ Di quel Sabaudo avventurier tiranno,
+ Che, pur che copra le sue membra oscene,
+ Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo.--
+ --Vana speme è la tua! Dio, che a la terra
+ Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia,
+ Dopo lungo servir, la sacrosanta
+ Libertà del pensiero. E chi potrebbe
+ Co' suoi delitti attraversare il corso
+ De le leggi di Dio? Con l'empia destra
+ Ottenebrar l'indefinita luce,
+ Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa
+ Di tutte cose animatore il Sole?
+ Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa
+ Tal diga innalzerai, che su la china
+ Si soffermi il torrente, a cui dan forza
+ I destini del mondo? Ah! il credi: amore,
+ Fede non si raccoglie ove non altro
+ Ch'odio e terror si seminò! Non sono,
+ Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto,
+ Distruttor de la fede i rubellati
+ Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi,
+ Voi soli, occulta d'ogni mal radice,
+ Voi co'l sangue versato alimentaste
+ L'idra de l'Eresia; questo malnato
+ Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue,
+ Ai quattro venti de la terra il grido,
+ Fu la prima eresia!--
+ --Frate! s'hai caro
+ Il viver tuo, non funestar l'estreme
+ Ore del poter mio. Smetti l'altero
+ Tuo cipiglio d'apostolo: la fame
+ Rende spesso profeti; avrai se 'l brami
+ Copia di tutto; or lasciami.--
+ --La mia
+ Vita è cosa del ciel; se dono alcuno
+ Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga,
+ Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema
+ Voce di Dio: rassegnati e perdona;
+ Già perdonando incominciasti.--
+ --Ardisci
+ Rammemorar la mia viltà? la fonte
+ D'ogni sciagura mia? Male incomincia
+ Perdonando chi regna! Al generoso
+ Uopo s'applaude in pria; povero e scarso
+ Indi appare ogni don, però che ingordo
+ È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo:
+ Debito par la carità; diritto
+ La pretesa più stolta. Egual si tiene
+ A lascivo signor che la careggi
+ Meretrice proterva, e a lei somiglia
+ L'avida plebe: oggi le dài l'anello,
+ Doman ti chiederà manto e corona;
+ Alza dal fango la servil cervice,
+ Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade
+ L'altrui poter, dritti e doveri ingombra,
+ Tal che, sconvolto il socïal congegno,
+ Divien chi serve re, servo chi regna.
+ No, no: perde chi cede. Uom che securo
+ Tien l'alta riva, io non dirò che il senno
+ Abbia intero, se al torbido torrente
+ Perigliando abbandonasi. Tal fui
+ Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso:
+ Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio
+ D'Alessandro imitar!--
+ --Del pari infido,
+ Ma più debole fosti!--
+ --E qual mercede
+ N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda
+ Idra dormente al mio piede; potea
+ Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi
+ Sibili e i morsi avvelenati io primo
+ Sperimentai: mira qual sono!--
+ --Accusa
+ L'alma tua poca e infida. Esser potevi,
+ Rege non più (fra le vergogne e il sangue
+ Già da gran tempo era sepolto il trono
+ Su le vergogne e su le colpe eretto),
+ Ben regnar da l'intatte are potevi
+ Pontefice, e lo puoi! --
+
+ --Se crolla il trono,
+ Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! --
+
+ --E il dito
+ Di Dio non temi? --
+
+ --Il Dio che adoro è fatto
+ Ad immagine mia!
+
+ --Ben veggio: è indarno
+ Ogni mio favellar. Ma se in te morto
+ È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive;
+ Odimi dunque, o sciagurato, e trema.
+ L'ara di Dio non crollerà: cadranno
+ Gli astri del ciel, la fede no. La terra
+ Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore
+ Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste
+ Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando;
+ Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso
+ Umilemente a Cesare da lato,
+ Avrà di lui non men possente impero
+ E più vasto d'assai. Tu muori intanto,
+ Implacabile vecchio; impreca, e muori
+ Impenitente; al tuo letto custodi
+ La tua memoria e la Coscienza io lascio! --
+
+ Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce
+ Mosse il fiero morente, e una tremenda
+ Vista mirò. Più sol non era: accanto,
+ A piè del letto, al capezzal, d'intorno
+ Un popolo sorgea di brulicanti
+ Scheletri: avean ne le profonde occhiaie
+ Come due fiamme che parean pupille,
+ E un tal verso facean con le dentate
+ Mascelle, che parea voce e sogghigno.
+ Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo
+ Corpo giù giù tra le diffuse coltri,
+ Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto,
+ Senza respir, con muto occhio furtivo
+ Segue dei suoi tremendi ospiti i moti.
+ Uno spettro parlò:
+
+ --Possa la voce,
+ Che un'altra volta acquisto,
+ Strazïarti così, vecchio feroce,
+ Trafficator del Cristo,
+
+ Che, incenerito il reo manto e la stola,
+ Di cui nascondi invan l'anima fella,
+ De le vive tue carni ogni parola
+ Un bran vivo divella!
+
+ D'ossa e di polpe ignuda
+ La negra anima tua sensibil resti;
+ Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda,
+ E co 'l piè la calpesti!
+
+ Forse canuto a par di te non era
+ Vecchio cadente anch'io?
+ Non era tua quell'itala bandiera,
+ A cui tutto fu sacro il viver mio?
+
+ Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile
+ A Cristo e al popol dato,
+ Tolto di sotto al manto il doppio stile,
+ Li trafiggesti entrambi al manco lato.
+
+ Sbucaron da li Elvezî antri le ladre
+ Turbe, che a libertà mal dànno il petto,
+ Se, liberate da la man d'un Padre,
+ A prezzo maledetto
+
+ Concedon l'alme, e li venali artigli
+ Affondano nei fianchi
+ De l'abusate vergini, ed i figli
+ Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi
+
+ Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi
+ Cari lattanti e nuore giovinette,
+ Voi sedevate attorno ai miei ginocchi,
+ Come innocue agnellette,
+
+ Quel dì, che scatenate
+ Dal cenno di costui che il ciel promette,
+ Per le vie di Perugia insanguinate
+ Correan le sue vendette.
+
+ Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi
+ Rupper ne le mie case in un momento
+ Gli sgherri di costui feroci e sordi
+ Come tigri in armento.
+
+ E i miei due figli, i miei leoni intanto
+ Non erano con noi!
+ Pugnando a l'ombra del vessillo santo,
+ Caduti eran da eroi!
+
+ Nè mi fu dato, oimè, baciar le care
+ Teste morenti e udir le voci estreme,
+ Comporre i corpi vostri entro le bare,
+ A voi morire insieme!
+
+ Ben dei pargoli vostri e de le amate
+ Spose lo strazio vidi
+ E il vitupero!... Oh! in me, in me sol vibrate,
+ Empî, i ferri omicidi!
+
+ Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,
+ Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:
+ Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno
+ Fantasma, al tuo cospetto!--
+
+ Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista
+ Fuor de la calca si avanzaron: muti,
+ Rigidi, ritti ritti, lenti lenti
+ A le due sponde del funereo letto
+ Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo
+ A viva forza del morente il capo,
+ Tentennâro i crocchianti omeri. Come
+ Da l'ultimo edificio, allor che trema
+ Sussultando la terra, e bianchi in viso
+ Fuggono i passegger, cade un divelto
+ Sasso, e paura ai fuggitivi accresce;
+ Così a quel poco tentennar divisi
+ Lor cascano li teschî rilucenti,
+ Che balzando e mettendo orrido un suono
+ Ruzzolan sul marmoreo pavimento,
+ Come vediam dietro ad arancia o mela,
+ Che per trastullo il genitor gli lancia,
+ Correre il fanciullin con passo incerto;
+ Quando più crede che le sia da presso
+ E già già la raggiunga, ad afferrarla
+ Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto
+ Battuta è intanto, retrocede o volge
+ Per via diversa, e il seguitor delude,
+ Che il piccioletto cor gonfio di bizza
+ Carpon, carpon la insegue, e non si cheta
+ Pria che in pugno la stringa e la riporti
+ Al genitor, che sorridente incontro
+ Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;
+ Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono
+ I mutilati scheletri; da terra
+ Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi
+ Li strinsero, e con fiero atto al morente
+ Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea
+ La turba, come avvien, quando improvviso
+ Sguiscia aquilon su l'arido scopeto
+ De la foresta; ma parola o voce,
+ O moto alcuno non mettea l'oppressa
+ Anima del morente: il dubitoso
+ Spirito avea tutto negli occhi; un cupo
+ Rantolo gli stridea per entro ai duri
+ Visceri, perocchè, simile a un ferreo
+ Non unto filo di dentata sega,
+ L'ultime fibre gli rodea la Morte.
+ S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,
+ E battendo le labbra e le palpèbre
+ In terribile forma, e sangue e detti
+ Fuori gemean de la divisa strozza.
+ S'appressarono allor quanti d'intorno
+ Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue
+ Tutti tingendo fieramente il dito
+ Segnarono sul fronte il morituro,
+ E gridarono insiem: Sii maledetto!
+
+ A quel tocco, a quel grido, immantinente
+ Si scosse, si agitò, tutto si storse
+ L'irto veglio, qual suol malaugurosa
+ Nottola da le unghiate ali, qualora
+ Dispietato monel con improvvisa
+ Canna l'abbatte, ed al nemico lume
+ L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.
+ Ma qual putida ràzza, che, di mano
+ Sguizzando al pescatore, agita al suolo
+ Le acute pinne e la scabrosa coda,
+ Finch'egli irato la riprende, e sbatte
+ Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte;
+ Così fuor dal lenzuol frigido a terra,
+ Dibattendo le flosce membra, piomba
+ Il tormentato agonizzante; i gialli
+ Occhi stravolge, e mugola: Perdono!
+
+ Sparîr gli spettri; su la fredda soglia
+ Lucifero comparve, e disse: È tardi!
+
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+CANTO QUATTORDICESIMO.
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+ARGOMENTO.
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+Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di
+Ebe.--Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria;
+traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede
+infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.--I morti d'ogni
+età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al
+giudizio di Dio.--Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di
+riformatori.--Le vittime domandano vendetta.
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+ Così moría l'alma implacata. Al Sole,
+ Che al meriggio splendea limpido e caldo,
+ Lucifero parlò:
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+ --Re de la luce,
+ Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda
+ Entro a un mare di fiamme, onde le negre
+ Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno
+ Ombre indistinte al tuo nitido aspetto,
+ O sia che un vel d'opache nubi, amico
+ Di fulgidi riflessi, e una diffusa
+ Sfera di luce e di calor ti avvolga,
+ Te genitor d'ogni terrena vita
+ Io chiamerò, quando da te deriva,
+ O che vegeti immota, o inconscïente
+ Movasi, o pensi ogni creata forza.
+ A te le numerate ore d'intorno
+ Danzano; a te, padre di climi, il fronte
+ Volge amante di luce ogni pianeta;
+ E tu, di vita liberal, dispensi
+ Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto,
+ E i più miti a la terra. Umile in vista
+ E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo
+ Palpitante a la lunge, e non si attenta,
+ A par del fuggitivo Èrmete, appresso
+ Fartisi tanto, che mortal saetta
+ L'amoroso tuo raggio a lei diventi.
+ Tu per propria virtù dal mare insonne
+ Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi,
+ Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato
+ Solco dan biade e pomi al bosco e nuova
+ Freschezza a la vitale aere, da cui
+ Vigor nuovo di membra a l'uom deriva.
+ Nè i sensibili corpi orni soltanto
+ In visibile guisa, e ti compiaci
+ D'apparente beltà, però che in seno
+ Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma
+ Che scaldi e svolgi il fecondato seme,
+ E del tuo sguardo il puro etere allumi,
+ Desti così ne l'ordinata mole
+ De le membra il pensier, ch'è de l'eterna
+ Ben disposta materia agile alunno.
+ Qual da le scarse gelosie d'un chiostro
+ Libera il guardo al ciel la verginella
+ Disïosa d'amor, tal da l'oscura
+ Compagine mortal di nervi e d'ossa
+ Si sprigiona l'amante animo, e, tutto
+ Di te, sovrano genitor, sentendo
+ L'occulto foco e la natía virtude,
+ Per li campi del vasto essere, in cerca
+ D'ignote sfere e di negati oggetti,
+ Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge,
+ Che par sostanza spirital, che possa
+ Dagl'involucri suoi viver divisa.
+ Ma chi dirà, che viver possa il modo
+ Senza l'obietto, o ver da lui distinto?
+ Che fuor de la gagliarda arbore viva
+ L'occulta forza vegetal? Si schiude
+ Per valor de la terra il seppellito
+ Seme, germoglia, si divide e s'alza
+ In foglie, in rami; con robusti nodi
+ Stringe ed avvinghia la materna zolla,
+ Respira, ama, s'infiora, infin che un diro
+ Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi.
+ Forse quella virtù, che gli diè vita,
+ Morto lui, fugge altrove, e per sè vive?
+ Suon di melodïosa arpa, che il petto
+ D'indefinita voluttà comprende,
+ Quando i candidi rai piove la luna
+ Su le mute campagne, e i sonnolenti
+ Fiori deliba la fugace orezza,
+ Io già non penserò, che per sè solo
+ Le sonore de l'aria onde commova:
+ Frangi le corde del gentil strumento,
+ Tosto il suon cesserà. Simile in questo
+ È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia,
+ Divo maestro d'armonie, le nostre
+ Facoltà, che nel cor siedon sopite;
+ E quanto in noi più gentilezza è posta,
+ Maggiore e più gentil n'esce un accordo
+ D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti.
+ O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi
+ Di che alata virtù doni il pensiere,
+ Scarso e povero assai sembrami il lume,
+ Che avviva ed orna ogni creato oggetto!
+ A te, come a la mite alba la schiera
+ Dei canori volanti, al nuovo aprile
+ La famiglia dei fiori, al Sol che torna
+ Tutte cose universe, alzasi in festa
+ L'umana vita, e al magistero intende
+ D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca
+ Mole sarían le nostre membra, e inerte
+ Cosa il pensier senza di te: sembiante
+ A tardo bue, che il travaglioso ordigno
+ Del volubile bindolo raggira
+ Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto
+ Sgorghi tesoro da la sua fatica.
+ Ma tu, di libertà padre, fai lieve
+ Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi,
+ Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi
+ Conoscenza ne dài piena e sicura.
+ Tu de l'etereo Sol, da cui proviene
+ Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo
+ Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro
+ Conoscimento, che da lui si nacque,
+ Un ribelle ne infondi altero istinto,
+ Per cui, divino matricida, a fronte
+ D'essa Natura l'uman genio irrompe
+ Con fiera sfida, e la tenzona a morte.
+ O solenni ardimenti, o generose
+ Pugne e vittorie senza fine, a cui
+ Deve l'uomo mortal meno infelice
+ Vita nel mondo, e sol per cui si eterna!
+ Sovra la fossa, ov'ei tutto discende,
+ La memoria di lui sorge, e qual face
+ Da mille spere riprodotta in giro,
+ Entro ai petti degli uomini risplende
+ Centuplicata, e si perpetua, e in guisa
+ Vive con noi, che, per superbo inganno,
+ Vita verace il ricordar si tiene
+ Ed anima immortal, ch'abiti altrove,
+ La memoria che d'altri in noi risiede.
+ Ma del credulo gregge e dei fallaci
+ Ciurmadori de l'Arte e di Sofia
+ Scevre serbate voi le nuove genti,
+ O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano
+ Del pensiero mortal; voi de la vostra
+ Pura luce vital fate lavacro
+ Agli egri petti, e date ala ed acume
+ A qual dentro a l'error cieco si ostina
+ Siccome talpa sotterranea: ei senta
+ Stupefatto ad un'ora il vostro lume,
+ Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi
+ Tendo le palme, e voi propizî invoco!--
+
+ Tal parlava implorando, e il guardo acuto
+ Più che punta di stral figgea nel volto
+ Radïoso del Sol, quando a un sol punto,
+ O che vero ei mirasse, o che a l'ardente
+ Spirto facesse illusione il senso,
+ Visto gli venne un portentoso aspetto,
+ Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora
+ D'un purpureo tramonto, ove più ferve
+ A piè de la Scillèa balza il vorace
+ Turbo estuöso del latrante mare,
+ Sorger vede il nocchier vigile un roseo
+ Fantasima di donna, a cui ghirlanda
+ Sono i raggi di cento iridi, e molle
+ Guanciale il fior de le fioccanti spume;
+ L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo
+ Gli sorride ne l'alma un dolce amore,
+ L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa;
+ Così a fior del fiammante orbe del sole
+ Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra,
+ Incerta ombra da pria, che umana forma
+ Man mano assume e leggiadria cotanta,
+ Che la viva in suo core Ebe gli sembra.
+ Esultò giubilando, e in queste alate
+ Voci si effuse:
+
+ --Oh! ben t'è stanza il sole,
+ Ben t'è regno la luce, aurea bellezza,
+ Che il petto mio, vago di luce, imperi!
+ L'amor mio non sei tu? L'idolo amato
+ D'ogni speranza mia? L'ala e la possa
+ Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio
+ Stimar l'auspicio, che da te mi viene
+ In quest'ora solenne! Ecco, già sento
+ Crescer lena al mio spirto; odo la voce
+ De la terra e dei secoli, che chiama
+ Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti
+ Che fosco immaginar d'egro intelletto
+ De la rosea salute al giovanile
+ Soffio si sperde, io sperderò le larve,
+ Che ne usurpan dei chiari astri la sede:
+ Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui
+ Una fiera e tenace ira mi escluse,
+ Or mi solleva, e trïonfante, Amore!--
+ Ciò detto appena, un tal fascino il prese,
+ Che per lo spazio il sollevò: non punto
+ Dissimigliante a fuscellin, che avversa
+ Forza di calamita attira e regge;
+ Se non che, quanto più di contro al sole
+ Lucifero salía, tanto fra' biondi
+ Raggi del ben veggente astro la bella
+ Crëatura d'amor veníagli appresso.
+ L'un lasciavasi a tergo il montuöso
+ Arido aspetto de la varia luna;
+ L'altra il denso Cillenio; e già a la vista
+ Ridea d'entrambi l'acidalia stella,
+ Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori
+ Del candido mattin splenda, e le piaccia
+ Di Lucifero il nome, o che tra' rosei
+ Vespertini crepuscoli biancheggi
+ Dagli amanti invocata, e più le giovi
+ Che il penoso mortale Espro l'appelli.
+ Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda
+ Di purissima luce e di colori
+ Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe
+ Ciascun pianeta e non minor la terra.
+ Tal, se indagine umana al ver s'adegua,
+ Versa tesor di colorati raggi
+ Sovra i cultori suoi Perseo superbo,
+ Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo,
+ Qual trïonfante eroe, splendido incede,
+ E trono e serto ha di due Soli: un, tutto
+ Fiammeggiante di porpora, vermigli
+ Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa;
+ L'altro in un vel di cupo indaco avvolto
+ Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio
+ In cento iri d'amor l'aria si frange.
+ A l'aspetto di lei, luce costante
+ Del suo pensier, verbo non ebbe o voce
+ O sospiro l'Eroe; sol di quantunque
+ Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio
+ Splendor di sguardo a lui mai diede Amore,
+ L'abbracciò tutta quanta, e la comprese.
+ Ella parlò:
+ --Me non la luce, o il cielo,
+ Ma la terra natía covre e trasforma
+ Con benigna virtù: polvere io sono,
+ E su le membra, che l'Amor fioría,
+ Or l'argentea rugiada educa fiori,
+ Tra cui l'armonïosa aura susurra.
+ Però non ammirar, se agli occhi tuoi,
+ Siccome un dì, pur tuttavia risplendo
+ Dentro a la luce dei miei giovani anni:
+ Miracolo è d'Amor; palpito e vivo
+ Immortal vita nel tuo petto, e queste
+ Forme fiorite, che l'Amor mi dona,
+ Altro non sono che veder, per cui
+ L'anima tua pietosamente illude.--
+ Con questi detti eran venuti a l'auree
+ Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi
+ De lo stupito Eroe di luce nuova
+ Balenò la fanciulla, e tanta prese
+ Parte di lui, che dentro a lui disparve.
+ Dritto sul fiammeggiante astro egli stette
+ Con eccelso pensier: fra quel deserto
+ Vastissimo di luce, immensurata
+ Granitica parea mole, che sfidi
+ La procella dei sordi anni e del cielo.
+ Dove figge lo sguardo? Al globo estremo,
+ Che i pensanti mortali alberga e nutre,
+ Veglian perpetue le sue cure. Orrende
+ Cose egli vede in quell'istante: oscure
+ Carceri e ferri cigolanti e ruote
+ Stridule sopra a vive ossa e cadenti
+ Sovra al collo de l'uom nitide scuri
+ E torbe fiamme crepitanti ingorde
+ D'umane carni e gorgoglianti abissi,
+ Da cui, fra un vasto popolo di morti,
+ Pochi, indomiti capi alzansi a guisa
+ D'incrollabili rupi e di Titani;
+ E, sopra tutto, galleggiante un'ara
+ Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto
+ Fantasima, che or dorme ed or sorride
+ Villanamente. Fiammeggiò negli occhi
+ Terribile l'uman Dèmone, e, tutto
+ Dal profondo del cor svegliando il grido,
+ Queste fiere avventò voci supreme:
+
+ --O voi, che ne la fossa
+ Da tanti anni dormite,
+ Vestite i nervi e l'ossa,
+ Fuor de la morte uscite;
+ Da l'una a l'altra riva,
+ O Morti, in piè levatevi:
+ Il gran giudizio arriva!
+
+ Su la temuta scranna,
+ Giudice inesorato,
+ Non siederà tra' fulmini
+ Siva feroce, o il nato
+ Da vergin grembo: in questo
+ Novo giudizio mio,
+ Morti, voi siete i giudici,
+ Il delinquente è Dio!
+
+ Porgi al vietato sorso,
+ Tàntalo, il labbro; scuoti,
+ O Encèlado, dal dorso
+ Il cupo Etna; dal fondo
+ Dei fiammeggianti inferni,
+ Tiféo, balza, e t'allegra:
+ L'adamantina Morte
+ Spezza del ciel le porte,
+ E, spazïando libera
+ Pe' vani antri superni,
+ Fischia, e s'apprende a l'egra
+ Canizie degli Eterni.
+
+ Novello Brïarèo,
+ Bronte novello al grido,
+ La voce alza e la faccia
+ Il Pensier numicido;
+ E, con più fauste prove
+ Che sul campo Flegrèo,
+ Strozza il mutato Giove
+ Con le sue cento braccia.--
+
+ Disse, e balzâr su dagli avelli i morti
+ D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma
+ Che noi vediam, quando più ferve agosto,
+ Sorgere al ciel degli orizzonti in giro
+ Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento
+ Strani aspetti di mostri e di giganti,
+ Che arruffando più e più le bianche creste
+ Sfidan mugghiando il sole: impaurito
+ Il parco agricoltor guardali, e trema
+ Non saettin dal grembo in su' compiuti
+ Grappoli il nembo d'una ria gragnuola;
+ Similmente s'ergean su da l'immensa
+ Folta alcune preclare Ombre, per cui
+ Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento.
+ Or tu, qual che tu sii, dèmone amico,
+ Ch'entro al cervello mio semini i forti
+ Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome,
+ Fieri conforti a la mia vita io chieggio,
+ Tu, poi che tanto il ricordar ne giova,
+ Le più illustri rammenta, onde non sia,
+ Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero,
+ Degli eroi del Pensier non sappia i nomi.
+ Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco
+ Gregge di paventose anime e l'ombra
+ D'insofferenti età la fronte audace
+ Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio:
+ Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro
+ La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla
+ Fede giovò, nè culto altro che il Vero.
+ Duce e signor di questa schiera eletta
+ Empedocle insorgea, nome e decoro
+ De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno,
+ Come ad avvalorar la sfida antica,
+ Tu fiammavi tuonando, Etna superbo.
+ Salute al foco genitor, salute,
+ Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona,
+ Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto,
+ O sepolcro di sofi e di titani;
+ Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti,
+ Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo
+ Del meschino epigramma, e ne dàn nome
+ Di selvatiche proli, una favilla
+ Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme,
+ Che bollon ne le tue viscere, e a noi,
+ Di lingua no, ma d'alma e di man prodi,
+ Superbamente ardono il petto: avranno
+ Forse vergogna di sè stesse allora
+ Che sentiran dentro a le fiacche vene
+ Scorrer men pigro e men putrido il sangue!
+ Secondo al Saggio agrigentin venía
+ L'amabil sofo di Gargetto, a cui
+ Fu scola e Dio la voluttà del bene;
+ E tu gli eri da canto, inclito vate
+ De la Natura, a la cui dotta voce
+ Scese del Tebro bellicoso in riva
+ Venere santa, e una divina infuse
+ Nel tuo petto gagliardo aura di canti.
+ Seppe allora di Marte il fiero alunno
+ De le cose il principio, il mezzo e il fine,
+ E maledisse a la feroce e stolta
+ Religïon, che d'ogni mal feconda,
+ Potea nel sen de la verginea prole
+ Spingere un padre a insanguinar la mano.
+ E già dietro a tal duci impazïente
+ Balza da terra, e contro al ciel si lancia
+ L'audace di Vanini ombra sdegnosa:
+ Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra
+ Nunziator di procella. Orridi in vista
+ Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo,
+ Ed egli co' fiammanti occhi tremende
+ Cose dicea, ma fieramente muto
+ Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua,
+ A cui diede Sofia nuovi argomenti,
+ Mozza gli avea chi dai venali altari
+ La luce e il detto di Sofia paventa.
+ Vien seco il Mantovan, che da l'augusto
+ De l'umana Ragion tempio immortale
+ L'anima e Dio securamente escluse;
+ E chi pria rubellando il dotto ingegno
+ A l'idolo inconcusso di Stagira,
+ Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse,
+ Cui ratto con gagliarda ala discorse
+ Liberamente il prigionier di Stilo.
+ O voi del Crati fragoroso opache
+ Selve, così vi serbi intatte il nembo,
+ Proteggete almen voi d'ombre cortesi
+ Le sacre, inonorate ossa del vostro
+ Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto
+ Splendido in suo candor cheto s'inalza,
+ Freme e lampeggia il precursor di Nola,
+ Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo
+ Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo.
+ Ma forse il genio mio scorda il tuo nome,
+ Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra
+ Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse
+ La superba ed acuta indole strana,
+ Certo non io fulminerò, se assisa
+ Sovra il collo ai mortali in ferreo trono
+ Vedesti, autrice universal, la Forza.
+ Forse il Dritto e il Sapere, adamantino
+ Brando e scudo, di cui s'arma e difende
+ Per natura chi umano ebbe il sembiante,
+ Forza eterna non è? Ben essa al volo
+ T'armò in tal guisa il prepossente ingegno,
+ Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso
+ Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio!
+ Tal da l'Ande selvose al ciel sublime
+ Lancia la poderosa ala il condòro,
+ E le nubi calpesta, ed orgoglioso
+ Dei voli suoi sfida stridendo i nembi.
+ Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno
+ Fa ressa e ondeggia una men chiara folta,
+ Rompe un fiero drappello, a cui son duci
+ Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi
+ Risvegliator di popoli; vien terzo
+ Elvezio, e quarto Volney. Qual suole
+ A l'improvviso infurïar d'un nembo
+ Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra,
+ Crollare alberi e tetti, e scatenarsi
+ Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi;
+ Così d'intorno a la tremenda schiera
+ Un fremito, un fragore, una ruïna
+ Terribile s'udía, mentre il solingo
+ Ginevrin, precedendo, iva due faci
+ Sanguinose agitando, e come strale
+ Il riso di Voltèro il ciel fendea.
+ Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti,
+ Vengon color, che il falso al ver mescendo
+ Con sagace pensier, norme e governi
+ Persuäsero ai popoli, ritrosi
+ Ad ogni culto di civil commercio.
+ Da l'aurifero Gange, in simiglianza
+ Di marmorea colonna, ergeasi al cielo
+ L'antichissimo Brama; ed eran seco,
+ Co'l ben veggente istitutor dei Parsi,
+ Trismegisto e Confucio, e quei che miti
+ Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente
+ Domatrice del mar; non che il divino
+ Germe di Clio, trïonfator di traci
+ Belve e de l'Orco, non di voi, gelose
+ Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo
+ Mozzo capo concesso e l'aurea cetra
+ Favellatrice di gentili affetti,
+ Non vivo il core a un solo amor devoto.
+ V'era inoltre Pompilio, anima ricca
+ Di scaltriti consigli, e finalmente,
+ Simile in tutto a l'Arabo Misèmi,
+ Il campato da l'acque astuto Ebreo.
+ Videli appena da l'opposta parte
+ Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando
+ Con traverso cipiglio:
+ --O voi di Numi
+ Fabbricatori e mercatanti, disse,
+ Qual maligno talento a noi vi mena
+ In quest'ora di gloria e di vendetta?
+ Stolti! che al sommo socïal potere
+ Sovrapponeste un fiero idolo, al cui
+ Temuto auspicio smisurate e salde
+ Sparse l'Error l'empie radici in terra.
+ Ma stagione or mutò: gli egri intelletti
+ Dal morbo rio, che li torceva al cielo,
+ La Ragione guarì: solo e severo
+ Nume e legge la Forza; e qual volesse
+ Novelli Iddii favoleggiar, d'infame
+ Morte morrà. Mal vi destate adunque
+ Di Lucifero al grido; al vostro Nume,
+ Gloria non già, morte e vergogna ei reca!--
+ -- Inclito senno d'Albïon, rispose
+ Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce,
+ Quale acerba rampogna or t'è fuggita
+ Da la rigida bocca? Impazïente
+ Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo,
+ E sdegnoso di tutti idoli a dritto
+ Epperò degno mio campion tu sei;
+ Ma trasvolar quanta ragion mai possa
+ Proteggere costor d'un'aurea scusa,
+ Lodevol cosa io non dirò, nè giusta.
+ Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche
+ Fraterne ire e sospetti, una brutale
+ Vivean vita gli umani, e la Paura,
+ Despota d'ignoranti anime, orrende
+ Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti
+ Popolava di Numi e di Chimere,
+ Chi avría, senza periglio e senza tema
+ Di gittar l'opra inutilmente, esposto
+ Scevro di veli ad uman guardo il Vero?
+ Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia
+ Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo
+ Farà segno costor, se al radïante
+ Volto del Ver, perchè men dèsse offesa,
+ Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio?
+ Come in aprica e ben disposta aiuola,
+ Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte
+ Le rigid'opre de la ria stagione,
+ Depose i germi prezïosi, i solchi
+ Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi,
+ Quando più punge il Sol l'arida terra,
+ La fresca linfa ch'ogni fior ricrei,
+ Al richiamo d'april vestesi a festa
+ Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro
+ Ride il suol di colori e di fragranze;
+ Così a la voce di costor, che fûro
+ Primi maestri di civil costume,
+ Fiorîr genti e città, su cui da l'ara,
+ Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni,
+ Stendea la Legge il moderato impero.
+ Se non che, sòrta quella ria masnada,
+ Che, l'umana pietà mercanteggiando,
+ Usurpò i templi de la terra, e il cielo
+ Con chiave d'oro al fornicar dischiuse,
+ Non più di civiltà mezzi e stromenti
+ Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi.
+ Nacque allor ne le oppresse anime, a cui
+ A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno,
+ Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo
+ Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido
+ De la riscossa, e si pugnò. Non vinse
+ Per certo Iddio; vide fumar d'umano
+ Sangue innocente i mercenarî altari;
+ Ma le vittime han vinto. A poco, a poco
+ Scemò, come al mensil corso la luna,
+ La possanza del Dio, ben che di ferro
+ Tempra vantasse ed immortal. S'ostina
+ Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo
+ Ultimo ei resta al trïonfar del Vero.
+ Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro
+ Di Civiltà varchi ogni meta e segno,
+ Sovra il corpo di Dio convien che passi!
+ --Seguían queste parole; ed ecco incontro
+ A l'aureo Sol levarsi altra falange
+ Di pure e maestose Ombre, che a duci
+ Budda e Socrate avean. Per l'opalino
+ Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme
+ Parean candidi rai d'alba nascente,
+ O visibili idee: tanto di luce
+ Avean d'intorno e tal purezza in viso.
+ Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo,
+ Sopra cavallo indomito l'ossesso
+ Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno
+ Nudo lampeggia e sanguinoso il brando:
+ Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi
+ D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge
+ Solfuree fiamme in su la terra avventa.
+ Ma già un nuovo drappel chiama la voce
+ Del canto mio. Come vorace fiamma,
+ Poi che tutte afferrò l'aride secce
+ Del vasto campo, il vicin bosco invade;
+ Terribilmente crepitando esulta
+ Con cento lingue sanguinose a l'etra;
+ Così questi venían dopo a un vessillo
+ Fluttüante a l'avverse aure, su cui
+ Con vivo sangue uman scritto è: Riforma.
+ Qual da l'Eolio mar, quando più cupa
+ Dorme sotto ai veglianti astri la notte,
+ Fra dodici fantasmi ispidi o scogli,
+ Cui morde la rabbiosa onda d'intorno,
+ Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne
+ Ara di foco, la Vulcania ròcca;
+ Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille
+ Che premeansi a' suoi lati, il procelloso
+ Protestator di Vittemberga. Appresso
+ Muovongli il cheto confessor d'Asburgo
+ E il rigoroso Ginevrin, cui tardo
+ Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo;
+ Non che il prode di mano e d'intelletto
+ Novator di Zurigo, e i due di Praga,
+ Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento,
+ E duce entrambi e ispirator Vicleffo
+ Eversore di dogmi; e quanti osâro
+ A le voraci arpíe di Vaticano
+ Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli.
+ Destossi anch'ei sul torbido Tamigi
+ Il lascivo Tudorre, e già già mezzo
+ Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo,
+ Quando piombâr su la sua testa, a guisa
+ Di rapaci avvoltoi, le trucidate
+ Sue concubine, e il regal manto e il petto
+ Gli addentaron, sbranandolo. Stridea
+ L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta
+ Nel casto vel, sdegnosamente il tergo
+ Gli volgea l'infeconda Aragonese
+ Commiserando; e tu da la lontana
+ L'incatenavi co'l tranquillo sguardo,
+ O grave ed incorrotta Ombra del Moro.
+ Eran queste le schiere e questi i duci,
+ Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari
+ Dai quattro venti de la terra un grido
+ Terribile s'ergea, qual se sconvolti
+ Da una pazza procella a un punto solo
+ Mugolassero i mari, o scatenati
+ D'avversi poli s'azzuffasser tutti
+ Con forze uguali ed ugual rabbia i venti.
+ Tuonavan da le selve ime e dagli antri,
+ Già sacri al vorator d'uomini Odino,
+ Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare
+ Caddero; urlavan fieramente anch'esse
+ Le vittime di Teuta, a cui, più care
+ Di rugiadosi vischî e di verbene,
+ Bionde teste mietea pei boschi opachì
+ La druïdica falce; un gemer lungo
+ Di greche madri in sugli oblati infanti
+ Prorompea da l'Idee valli, superbe
+ Del vagito di Giove; alto dal Tebro
+ Fremean l'espïatrici ostie ferite
+ A l'ingordo Saturno; e una selvaggia
+ Querela uscía dai seppelliti avanzi
+ De le Puniche ròcche, in quel che in armi
+ Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera.
+ Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti,
+ Che al ciel salíano a dimandar vendetta
+ Dopo secoli tanti? Opra più lieve
+ Faría colui ch'enumerar volesse
+ Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti.
+ Dal braminico aurato Indo, dagli orti
+ Rosiferi d'Irano a le feconde
+ Trinacrie rive del geloso Egitto,
+ Da le terre promesse a una masnada
+ Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro
+ Sanguinoso del Cristo a le funeste
+ Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi
+ De l'industre Batavia, a cui sul petto
+ Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma;
+ Da le Calabre valli a le solinghe
+ Nevi di Valtellina ergeasi un grido
+ Formidabil, concorde, a cui fean eco
+ Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere.
+ Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo
+ Capo scrollando amaramente:--O amore,
+ Dicea, per cui l'innocua vita io diedi,
+ Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!--
+
+
+
+
+CANTO QUINDICESIMO.
+
+ARGOMENTO.
+
+La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla
+fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa
+Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna,
+ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa
+Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona
+voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman,
+Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a
+Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la
+congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano
+la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio,
+cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie
+fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi
+aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a
+Prometeo la fine dell'impresa.
+
+
+ Appena il grido de l'Eroe percosse
+ Con sinistro rimbombo il ciel vicino,
+ E le prossime schiere e la funesta
+ Voce avvisâr dei minacciosi estinti,
+ Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto
+ Da la paura, si guardâr negli occhi
+ Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio
+ L'imminente periglio, e sì com'era
+ Sfidato e triste e non del fato ignaro,
+ Sul primo che gli occorse eburneo seggio
+ S'abbandonò. Stupidamente in giro
+ Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto
+ Pipilargli a l'orecchio udì il divino
+ Colombo, e sospirar, qual su la Croce,
+ L'incarnato suo figlio, in un dirotto
+ Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme
+ Di stupore i Beati e di sgomento.
+ Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro
+ Suscitator di sitibonde febbri,
+ Leva un rospo un loquace inno alla luna,
+ Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro
+ Le profetiche rane, onde a l'intorno
+ Di chioccio chiacchierio suonano i campi;
+ Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine
+ Vòlte del vacillante Eden destossi
+ Un suon di disperate urla e di pianti.
+ Piangean le poverette alme digiune
+ D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,
+ E tu primo fra loro, o immacolato
+ Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi
+ Tutto adorno di ceri e di ghirlande
+ Ei traducea l'eterne ore in ginocchio
+ Mormorando preghiere a un Crocifisso
+ D'indico dente elefantino. Il novo
+ Gemito udito, in piè balzò, le ceree
+ Mani protese, e, l'argentina voce
+ Spaventato cacciando, a correr diessi
+ Per li stellati corridoi del cielo.
+ Accoccolata a un angolo romito
+ La povera Teresa ivi giacea
+ Stranamente ghignando. In lei si avvenne
+ Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta
+ Dietro di sè del cacciator la pésta,
+ Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,
+ Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,
+ Tal fra le gonne sbrindellate e conce
+ De la squallida pazza il mal completo
+ Garzon cacciò la paürosa testa,
+ Nè badò per la prima al sesso avverso.
+ N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa
+ Che una grave bertuccia a' rai del sole,
+ Tolto fra braccia un piccioletto amico,
+ Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,
+ Così, strillando allegramente, al vizzo
+ Petto ella strinse il trepido fanciullo,
+ E tante gli tessè d'intorno al corpo
+ Con la lubrica man giochi e carezze,
+ Che a la fine ei sentì corrergli il sangue
+ Tale un'ignota voluttà, che a un punto
+ Sussultando fra' brividi si svenne.
+
+ Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,
+ Molte vergini suore, a cui l'intatta
+ Orsola impera. Altre scorrono urlando
+ La reggia; altre stracciandosi le chiome
+ E battendosi il petto van d'intorno
+ Perdutamente; qual con vitreo sguardo
+ Siede come fantasma, e qual, deforme
+ Per isterici spasmi e di spumanti
+ Bave immonda la bocca, a simiglianza
+ Si contorce di frigido ramarro,
+ Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,
+ Fiede il villan con infallibil sasso.
+
+ Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto
+ Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,
+ E, volato a Michel, che vergognoso
+ De l'ultime sconfitte i men frequenti
+ Lochi chiedea:--Qual mai desidia è questa
+ Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti
+ Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo
+ Di questo regno luminoso? È forse
+ Speme alcuna d'impero e di salute,
+ Che nell'armi non sia? Nel contumace
+ Ozio che il cor già impavido ti prostra,
+ Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!--
+ --Di viltà non parlar, con disdegnosa
+ Voce proruppe il pro' guerrier di Dio,
+ Non parlar di viltà, se vuoi che amari
+ Non saëttin dal mio labbro gli accenti.
+ Vil non fui mai: fra le celesti schiere
+ Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto
+ Di vedermi ai perigli andar men lesto
+ Di te, che forza del Signor ti appelli.
+ Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna
+ Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:
+ A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume
+ S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo
+ Aquila io fui, che per l'eteree strade
+ Artigliai le saette; or, che ne falla
+ Con la fede de l'uom del ciel l'impero,
+ Notturna upupa io son, cui non già il sole,
+ Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.--
+ --Quanto mutato sei! quanto mutati
+ Tutti d'intorno a me qui nel felice
+ Regno de le beate anime, aggiunse
+ Fra disdegno e pietà l'angel superbo;
+ Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?
+ Tutti d'umani scoramenti invasi
+ Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto
+ Io piegherò: spiri seconda o avversa
+ A la battaglia mia l'aura del fato,
+ Forza a forza opporrò; nè cadrò pria
+ Che l'avversario mio provi il mio brando!--
+ Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea
+ Spada traendo, alzò de l'armi il segno.
+ Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,
+ La mal pennuta chioccia alza la voce:
+ Odono il noto crocidar materno
+ I pelati pulcini, e pipilando
+ Corronle intorno, e per l'accolto strame
+ Con piè inesperto a razzolar si dànno;
+ Così del bellicoso angelo al grido
+ Corsero i pochi, a cui mal noto ancora
+ Del conflitto de l'armi era il periglio.
+ Si sdegnò assai de la non folta schiera
+ L'animoso campion, pur, come seppe
+ La ordinò, l'attelò, la messe in punto;
+ E già, già si movean, pari a loquace
+ Frotta di gru, che la tempesta incalza,
+ Quando l'amor di Gabrïel, la bella
+ Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido
+ Del guerriero diletto, a lui sen corse
+ Spaventata, anelante, e:--Dove irrompi,
+ Forsennato, gridò: qual cieco inganno
+ T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,
+ Non un popolo sol, non tutta quanta
+ La terra hai contro e i rubellanti abissi,
+ Ma con seco i destini. È troppo orrenda
+ Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta.
+ Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova
+ Produrre a prezzo di perigli il regno;
+ Se tempo è di cader, cadasi: io teco
+ Stretta morrò, non già con l'armi in pugno,
+ Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.--
+ Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso
+ Dubitava il gagliardo Angelo, quando
+ Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso,
+ Lieve lieve si scinse il roseo velo;
+ Ed ella in vista lagrimosa e tutta
+ D'amoroso pudor rorida, ai dolci
+ Studî d'amòr gli seducea la mente.
+ Strale fu questo, che andò dritto al core
+ Del divino guerrier: gli sfuggì il brando
+ Da la trepida destra; il vergognoso
+ Sguardo girò confusamente intorno,
+ E, balbettando futili parole,
+ Per man prese la dea, ne le lucenti
+ Stanze sacre ad amor trassela, e lei
+ Mal ripugnante degli ambrosei veli
+ Con mano carezzevole discinta,
+ Al talamo invitò, dove, il gagliardo
+ Proposito e il vicin fato e sè stessi
+ Dimenticando, a delibar si diêro
+ Del giardino d'amor l'ultime rose.
+ Come a l'odor di ramerino o timo,
+ Onor vago dei campi e amor de l'api,
+ Ruzzan gli agili gatti, e senton forse
+ Come un acuto stimolo, che il sangue
+ Fieramente gli assilla, onde su l'erba
+ Stropicciando il supin dorso flessibile
+ Con dolce miagolìo chiaman l'amica;
+ Così, ad esempio del lor duce e al viso
+ De la santa pulzella, arsero i petti
+ Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora
+ De l'instante rovina conoscendo,
+ Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,
+ E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia
+ D'auree fanciulle e morbidi angeletti.
+ Mentre così, del lor destino ignari,
+ Dansi questi bel tempo, entro a la cupa
+ Anima del Loiola un serpeggiante
+ Pensier guizzò. La macera persona
+ Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce
+ Chiamò quanti nel cielo erano in pregio
+ Di sagace accortezza, e a lui ben atti
+ Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo
+ Mastro di frodolente opere; il santo
+ Conversor di Gusman, la cui parola
+ Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte;
+ Non che il fier Torquemada, anima acuta
+ Qual furtivo pugnal, che negli umani
+ Petti s'infisse ad indagar la fede;
+ Il ferino inventor d'ogni tormento
+ Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri
+ Tessitore di stragi, ed altri, a cui
+ Negò voce la fama. Eran costoro,
+ Poichè del fato avverso eransi accorti,
+ Tutti intesi a raccòr per le fulgenti
+ Aule del ciel quanto potean di ricche
+ Gemme e pregiate masserizie; e, fatto
+ Uno sconcio fardello, a quella forma
+ Che travagliansi attorno ad un osceno
+ Non ancor morto scarabèo le inopi
+ Formichette ingegnose, ad esso in giro,
+ Con le mani e co' piè forte spingando,
+ Trafelanti anelavano; e già già
+ S'involavan dal ciel, stolti! che fuori
+ Di quel regno di larve avean pensiero
+ Produrre oltre la vita; e negro intanto
+ Li batteva a le spalle il giorno estremo.
+ Li sorprese in quest'opra il conosciuto
+ Grido e l'aspetto del sagace amico,
+ Ed ascoso il furtivo ònere, a modo
+ D'astute gazze, e fatto al loco intorno
+ Di sè stessi gelosa ombra e tutela,
+ Aspettâr la proposta.
+ --Accorti e saggi
+ Siete inver più di me, disse il Loiola,
+ Se al bisogno del furto e de la fuga
+ Già date il tempestivo animo! Al certo
+ Periglioso è l'istante, e di tenaci
+ Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,
+ Che propugnammo, ogni splendor tramonta:
+ Immortale ei non era; e noi già primi
+ Lo sapevam, noi che sol Nume in terra
+ L'utile nostro e il nostro regno avemmo.
+ Scarsa è la schiera e del mio nome indegna
+ Che mi resta laggiù; qui non è alcuno,
+ Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane
+ Le nostre armi son fatte; arbitro sorge
+ Il mortale Pensier, che in aurei nodi
+ Non a caso io distrinsi; ogni virile
+ Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso
+ L'avrei del tutto, ove più fine ingegno
+ Dato avesser le sorti ai miei fedeli.
+ Cederem noi per questo? A l'uom, già vile
+ Schiavo e strumento d'ogni mio disegno,
+ Noi, vili or fatti, piegherem la nostra
+ Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia
+ Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima
+ Faccia del mal muto s'accascia e trema,
+ Pusilla anima è detta; a noi, che tanta
+ Fama abbiam di sagaci, e siam beati,
+ Qual degno nome si addiría? Son troppe
+ Le dolcezze del ciel perchè a la prima
+ Si conceda al nemico! Abbiam rispetto
+ Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva
+ Già difesi imperammo. Inutil sono
+ Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,
+ Possente arma, l'ingegno. È disperata
+ Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:
+ Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.--
+ Tacque, e le man si stropicciò.
+ --Son d'oro
+ Le tue parole, a lui rispose il senno
+ Del Pastor di Montalto, e assai per fermo
+ Io ne lodo il valor; ma la patente
+ Sconfitta che vicina e certa io sento,
+ E meco ognun, tu non dirai che sia
+ Sorte miglior d'una latente fuga,
+ Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo
+ Di memoria e di spirto il cor mi regga,
+ Non dispero acquistar quanto or si perde;
+ Campar dunque fa d'uopo.--
+ --Altra io non veggio
+ Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,
+ Che la via del fuggir!--
+ --Così ne fosse,
+ Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno
+ Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse
+ Tosto dato in balía quest'incarnato
+ Sovvertitor di sacrosanti altari!
+ Tal rete intorno gli ordirei, che vano
+ Al districarsi torneríagli il tutto
+ Suo senno astuto e l'infernal possanza!--
+ --E chi sa?, ravvivando il serpentino
+ Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo,
+ Chi sa, che in nostra man da ver non caggia
+ Quest'audace Lucifero? Fin quando
+ Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,
+ Chiuder non dèssi a la speranza il core.
+ Ragno astuto, che vede in un sol punto
+ Disfatto il fine e pazïente ordito,
+ Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro
+ Loco, e con più sottile arte ed ingegno
+ Più certe insidie ai suoi nemici intesse.
+ Spero io così trar ne la rete il nostro
+ Burbanzoso avversario. Ardito e forte
+ Per certo egli è; ma un punto io gli conosco,
+ A cui se drizzi insidïoso un dardo,
+ Larga e secura gli aprirai la piaga.
+ Benchè spirito invitto e del pensiero
+ Apostolo sublime egli si vanti,
+ A la turpe materia il più profano
+ Culto ei professa; ed io più volte il vidi
+ Prostrato al piè d'una beltà terrena
+ Svestir l'orgoglio e gingillar la vita.
+ Udite or dunque un mio proposto. Appena
+ Ei si farà su'l limitar del cielo,
+ Niun lo scontri con l'armi: esperimento
+ Vano saría; vadagli incontro invece
+ Una, di quante sono ornate e belle,
+ Leggiadrissima santa (ed io fra tutte
+ Do la palma in quest'uopo a la divina
+ Prostituta di Màgdalo); gli abbracci
+ Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga
+ Per qualche istante da ogni fier concetto,
+ Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni
+ In una molle voluttà. Noi, quanti
+ Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,
+ A lui d'intorno in vigilanti agguati
+ Tutti pronti staremci; e quando il fiero
+ Debellator di Dio da l'iterate
+ Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto
+ Nel più codardo e immemore abbandono,
+ Noi piomberemgli in un baleno addosso
+ Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi
+ L'avvinceremo; e poi che osceno e carco
+ Sarà tutto di ceppi e di ferite,
+ Tal gli darem di tutto polso un crollo,
+ Che i neri abissi e il regno suo riveda!--
+ Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti
+ Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza
+ D'immondo strupo di codarde jene,
+ Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,
+ Mute s'affrettan pe'l deserto campo
+ Dietro al sentore di lontan carcame.
+
+ Contro a le sedi dei Celesti intanto
+ Lucifero irrompea. De l'abusate
+ Porte del ciel stava a custodia il divo
+ Pietro di Galilea, l'inclito alunno
+ Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave
+ Del paradiso. Udita avea la voce
+ Del nemico imminente, e, ben che molto
+ Fosse d'uomini esperto e di fortune,
+ Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa
+ Di fragil canna, che tentenni al vento,
+ Ondeggiava diviso in due consigli:
+ O sguainar l'arrugginita spada,
+ Che pendeagli dal fianco, e alla difesa
+ Rimaner, benchè solo; o, abbandonata
+ La difficil custodia ad altri o al caso,
+ Svignarsela di furto.
+ --Audace impresa,
+ Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale,
+ Tener fronte da solo a un tal nemico:
+ Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io
+ Perigliarmi per tutti? Alcun non osa
+ Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?
+ No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo
+ Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale
+ A difender sè stesso, io lo rinnego,
+ In fede mia, canti o non canti il gallo!--
+ Così pensando, si sottrasse. Come
+ Al furïar di subito uragano
+ Cade svelta dai cardini la porta
+ D'un povero abituro: urla dal fondo
+ La famigliòla spaventata, in quella
+ Che ogni serbata masserizia in giro
+ Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;
+ Spalancossi in tal guisa al primo tocco
+ Di chi porta la luce il vecchio albergo
+ Del paradiso, ovvio lasciando e vasto
+ Al guardo e al passo del Ribelle il varco.
+ Grande e securo e tutto lampi il volto
+ Su la soglia Ei piantossi, e parea sole
+ Di cotanto splendor, che incerte faci
+ Ben dir potevi a petto a lui le stelle.
+ Siccome spada folgorante, in pugno
+ Un raggio acuto gli splendea; tremenda
+ Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti
+ Ferrei fantasmi e fiere larve han vita
+ Con sovrana virtù spezza e dilegua.
+ Così l'Eroe proruppe; impazïenti
+ Del solenne giudizio a lui da presso
+ Si versano le schiere, e tutte in giro
+ Prendon l'aurea magione, a simiglianza
+ Di sonanti fiumane, a cui più freno
+ Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra
+ S'accavallando, fragorose e torbide
+ Divorano la valle e i campi affogano.
+ Come allor, che dai cupi antri improvviso
+ Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,
+ Trema intorno la valle; impäuriti
+ Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto
+ Balzan globi di fumo atro, e sul capo
+ Piove di ardente e negra sabbia un nembo;
+ Così a la vista de l'Eroe si scosse
+ La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi
+ Fuggîr senza consiglio i sacri armenti
+ Vociferando, e qual siede, o s'arresta,
+ Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,
+ Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.
+ Questo fu il punto, che, disciolta i crini
+ Biondissimi e con piè trepido, in vista
+ Di verginella, al gran Ribelle incontro
+ Mosse la bella Maddalena. Il colmo
+ Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro
+ D'un superbo trïonfo; entro ai non folti
+ Docili veli le tondeggian tutte
+ Le rosee membra riluttanti: un nimbo
+ Di reconditi incensi errale intorno
+ A la vaga persona, e di pungenti
+ Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.
+ Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti
+ Nei lor taciti agguati ansan parecchi,
+ Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,
+ Congiurati al Loiola. Intento e assôrto
+ Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto
+ Abbadava costei, che del sedurre
+ Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.
+ Ond'ella il passo gli precise, e:--O santo
+ Arcangelo, esclamò, ben si conviene
+ A la luce del tuo sguardo immortale
+ Questo splendido regno! E chi dir puote
+ Che nemico tu sei? che una superba
+ Smania di regno ti conduce al cielo
+ A sovvertir l'adamantina sede,
+ Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna
+ Ti precorre la fama, e mal diritto
+ Veggion queste beate anime, a cui
+ Tanto incute il tuo nome alto spavento.
+ Luce ed amor sei tu: simile a novo
+ Raggio d'innamorato astro sorride
+ La tua fronte serena, e a dolci affetti,
+ Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.
+ Oh! ben torni fra noi; qui non mortali
+ Semina rose amor, qui sempre viva
+ Fonte di voluttà schiude il mio seno!--
+ Udì l'Eroe la subdola proposta,
+ E amaramente le gittò sul volto
+ Queste parole:
+ --O penitente eterna,
+ Nè pentita giammai, qual ti germoglia
+ Ne l'instabile cor postuma brama
+ Di novelle avventure? Un mi son'io,
+ Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,
+ L'aspre battaglie del pensier prepongo!--
+ Disse, e sdegnando procedea, già sciolto
+ Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto
+ Tramutando tenor d'arti e d'accenti,
+ Ruppe in alto cachinno:--E ci voleva
+ Proprio questa, esclamò; state a vedere,
+ Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,
+ A questa vecchia golpe senza coda
+ Vien pizzicor di farsi anacoreta!
+ Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,
+ Son figlia d'Eva, e non son senza macchia
+ Come la madre di Gesù: codesta
+ Mascheraccia d'apostolo su'l muso
+ Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe
+ Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,
+ Il sagrificio di mangiare il pomo!--
+ Così dicea, ma seminate al vento
+ Si disperdean le lubriche parole.
+ Visto il colpo fallir, nè di salute
+ Più sperando altra via, fuori ad un tratto
+ Dagli agguati sbucò la tortuösa
+ Anima del Loiola, e si gittando
+ Di traverso a l'Eroe:--Salvami, grida,
+ O glorïoso Arcangelo! Per te,
+ Non già per Dio, sovra la terra io tesi
+ La rete mia!--Volea più dir, ma come
+ Non crudel passeggero, a cui di sotto
+ Venga un turpe scorpion, che velenosi
+ Lascia i morsi ove tocchi, immantinente
+ Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,
+ Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,
+ Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo
+ Del supplice maligno, il qual diè un forte
+ Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno
+ Di putida mefite il ciel sereno.
+ Questo fu il segno de la strage. Appena
+ Del suo duce la fin videro i Santi,
+ Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,
+ Tal che frotta parean di saltellanti
+ Locuste ingorde, cui la fiamma incalza
+ Più vorace di lor. Più volte indarno
+ Una mano d'audaci angeli e santi
+ Far impeto tentâr contro a le schiere
+ Del luminoso Eroe; ma qual fremente
+ Cavallon che si franga a la ronchiosa
+ Rupe, spezzate contro a lor cadeano
+ L'avverse armi e l'ardire. E come avviene
+ Nel nebbioso novembre, allor che in dense
+ Falde piovon dal ciel l'umide brume,
+ E nereggian le vie, quasi colpite
+ D'occulta lue cadon le mosche esose,
+ Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,
+ Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno
+ Sparse e brutte ne van le mense e i letti;
+ Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto
+ Fioccan morti i Beati, e tu soltanto
+ Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,
+ O trïonfante Verità. Fra tanto,
+ Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo
+ Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,
+ Torquemada e Gusman. Li precedea,
+ Stranamente strillando e mulinando
+ Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,
+ Il feroce Arbuënse, e una mal viva
+ Folta di Santi lor tenea bordone.
+ Li riconobber da l'opposta parte
+ Co'l profondo veggente occhio i campioni
+ Del libero Pensiero, e un minaccioso
+ Mormorio si levò, come di vento
+ Precursor di procella. Ardean di cupo
+ Sdegno le generose anime, in quella
+ Che con flagel di sanguinosi motti
+ Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.
+ Non però immoti ne le lor falangi
+ Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo
+ Che una coppia di fulve aquile, altere
+ Dominatrici di profonde altezze,
+ Con pari volo e con funesto strido
+ Piomban sovra a la preda, essi al feroce
+ Fuggitivo drappel di tutta punta
+ S'avventarono incontro, e:--O manigoldi
+ De l'umano pensier, gridò con fiera
+ Voce l'ardito precursor di Nola,
+ Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!--
+ Disse, e ghermendo con la ferrea destra
+ Torquemada a la strozza, in turbinoso
+ Modo il rotò, che spatola parea
+ In man d'esperto battitor. Lanciollo
+ Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto
+ Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa
+ Foggia si franse e si divise, a modo
+ Di crinato utensil d'impura argilla
+ Lanciato a l'aria da fanciul bramoso
+ D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.
+ Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte
+ Non s'acquetò; chè in quante parti e brani
+ S'eran divise le sue membra, in tanti
+ Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,
+ Che guizzando e serpendo invan tendea
+ A congiungersi a l'altro, era dannato
+ A soffrir sempre, e a non morir giammai.
+ Fra mani allora al pensator d'Otranto
+ Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.
+ Ambi agguantati egli li avea, qual suole
+ Assiduo scardatore, il qual prendendo
+ Due manciate di canape, fra loro
+ Pria le sbatte più volte, indi le affida
+ Al nemico di lische ispido cardo.
+ Si mordevan per rabbia i duo percossi,
+ E sgraffiavan rignando, e parean due
+ Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue
+ Nel rigido gennaio un caldo amore:
+ Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia
+ De l'amica ritrosa, a notte piena
+ Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,
+ Soffian, sbatton la coda, alzano in arco
+ L'ispido dorso, e duri, intirizziti
+ Muovonsi con guardingo atto d'intorno,
+ L'arida lingua saettando: a bada
+ Si tengono così, fin che il più lesto
+ La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.
+ Odi allora echeggiar di strilli acuti
+ La sacra notte, rotolar sul tetto
+ Smosse tegole e sassi, e chi del dolce
+ Sonno si svolge in quell'istante, umani
+ Gemiti e grida ascoltar crede al vento.
+ Così le due sinistre anime, a un punto
+ Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,
+ Si sbranavan fra loro, insin che stanco
+ Di quel fiero piacer l'eroe nemico
+ Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi
+ Da l'alto ciel precipitando, e ancora
+ Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta
+ Fremebonda la terra, ove un'eterna
+ Vita servile e in gran terror vivranno.
+ Scórsi muti e di furto eran fra tanto
+ L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo
+ Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,
+ Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.
+ Si sferrò allor da la sua schiera il forte
+ Riformator di Vittemberga, in guisa
+ Di mortifero strale, e una tremenda
+ Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi
+ I fuggitivi, e balenâr perplessi
+ Fra la lotta e la fuga, in simiglianza
+ D'inseguito assassin, che fischiar senta
+ Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse
+ Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte
+ Subitamente, s'avventâro ai fianchi
+ De l'iracondo novator. Qual pura
+ Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,
+ Se a la putida pece arda vicina,
+ A lei tosto s'apprende: a poco a poco
+ Struggesi questa; in negre bolle impure
+ Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto
+ Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;
+ Tal divenne Lutero, allor che intorno
+ Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi
+ I due rabidi santi, a cui bentosto
+ Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido
+ Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,
+ E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati
+ Restano a lui così, che in foggia strana
+ Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.
+ Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,
+ Che li attacca, e li fonde, e meraviglia
+ N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini
+ Gli avvampa, or gli erra su le picee terga
+ Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi
+ Occhi gli siede, e nei precordii scende,
+ E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude
+ Con lenta voluttà rode e consuma.
+ Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte
+ De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.
+ Solo il trovò nel più recesso loco
+ Del paradiso; e nullo era, di quanti
+ A le mense di lui s'eran nutriti,
+ Che a la difesa or vigilasse: ognuno
+ Che innanzi al passo de l'Eroe non era,
+ Futile inciampo, ancor fugato o vinto,
+ O il vol dava a la fuga, o in un furtivo
+ Ripostiglio del ciel, pallido, ansante
+ Scongiurava il destin. Voi soli in questo
+ Stremissim'uopo non lasciaste il trino
+ Padre deserto, o sovra ogni pietosa
+ Fida essenza del ciel pietosi e fidi
+ Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna
+ Merta ancora la fede, un chiaro grido
+ Non fallirà presso i venturi, a cui
+ L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.
+ V'era di Balaàm l'asino e quello
+ Che riscaldò di Betelèm la greppia
+ Col mirifico fiato; eravi anch'esso
+ L'accorto bue, che, abbandonato il duro
+ Solco e l'aratro, ad adorar sen corse
+ Il già nato Messia: meraviglioso
+ Di fede esempio, onde nei cieli assunto
+ Fu per nume di Dio, che la falcata
+ Fronte gli ornò di due vividi raggi,
+ Come un tempo a Mosè; v'eran del divo
+ Rocco i fidi mastini impazïenti
+ D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto
+ D'Antonio alunno, che il signor perduto
+ Fra' grugniti piangea: sul nero grifo
+ Gli discorrean le lagrime cocenti,
+ Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro
+ D'oprar le zampe come fosser mani,
+ Se le tergea con un candido velo,
+ Di ricami stupendo, opera e dono
+ De la diva Lucia. Ma visto appena
+ L'avverso Eroe, che procedea sembiante
+ A novo Sol, di subito disdegno
+ Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi
+ Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira
+ Ravvolse ed agitò la scarsa coda,
+ Ed arrotando le spumose zanne
+ Con irto il dorso e con pendule orecchie
+ S'avventò, che parea critico arguto,
+ Che carico di norme e di sofismi
+ Al tallon d'un poeta avventi il morso.
+ Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo
+ L'altre bestie devote; anzi ad un punto
+ Per ogni verso si scagliaron tutte,
+ E, stupendo a ridir! correano a morte
+ Come a danza, o convito. Alti lamenti
+ Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno
+ Per la reggia del cielo era un tedesco
+ Strano accordo di ragli e di grugniti.
+ Tentennava l'Eroe, commiserando,
+ La testa, e con un rigido sorriso:
+ --Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento
+ Di cotanti fedeli oggi ti resta!--
+ Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,
+ Che nel pugno tenea, la nebbia densa
+ In cui tutto era chiuso il Dio morente,
+ E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa
+ Che il ciel limpido apparve e la sparuta
+ Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi
+ Morto giaceagli il divo augel, che il grembo
+ Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto
+ Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,
+ Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente
+ Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto
+ Tutta umana bellezza, e una fragrante
+ Lucid'aura di pace e di dolore
+ Gli alïava d'intorno a la persona
+ Candidissima. Il vide, e il riconobbe
+ Lucifero, e parlò:
+ --Ben la catena
+ Di tua divinità spezzi in quest'ora,
+ Santo eroe de l'amore e del perdono;
+ Ben ritorni qual fosti al luminoso
+ Raggio del Ver, le cui vendette io segno!
+ Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi
+ Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,
+ Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!--
+ Disse, e insegnava con la destra. Innanzi
+ Fecesi, a questo dir, l'intemerata
+ Luce d'Atene, e fra le venerande
+ Braccia il pietoso Nazzareno accolse.
+ Or l'estrema ora tua dirà il superbo
+ Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.
+ Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto
+ Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto
+ Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo
+ Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa
+ Di già morto batràce, a cui dà strani
+ Moti il valor del ricorrente elettro.
+ E, come già solea nel greco mito
+ Le sembianze mutar Proteo marino,
+ Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge
+ De le putide foche il sorprendea
+ Con ferree braccia alcun mortale o nume,
+ Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico
+ Cento apparenze e simulacri e larve
+ L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.
+ E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno
+ Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,
+ Ora Osiri appariva ed ora Anubi;
+ Or terribile e scuro e tutto cinto
+ Di tempeste e di morte, or fiammeggiante
+ Sole parea che l'universo avvivi;
+ Or fantasima inerte, or procelloso
+ Eversor di pianeti; e ferrea e cieca
+ Legge d'affanno, ed inesausta fonte
+ Di bontà, di clemenza e di perdono.
+ Fremean per lo profondo etra le schiere
+ Luminose dei Saggi; da l'opaca
+ Terra sorgean, che parean fiamme vive,
+ Le vittime dei Numi, e tutti a un grido
+ La giustizia chiedean. Pende dal labbro
+ Di Lucifero il Fato; a lui dintorno
+ Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma
+ Tranquillamente egli favella:
+ --È antica
+ L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:
+ Rinnovarla or non giova! Assai sembianze
+ Sostenemmo di Numi, a cui la cieca
+ Fede de l'uom diè lunga vita e impero.
+ A l'un error l'altro successe; a un vôto
+ Fantasma altro fantasma; or tocca il fine
+ Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio
+ Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
+ Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!--
+ Così dicendo (ed additava il sole,
+ Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo
+ De l'acuto suo raggio, e parte a parte
+ Lo trapassò. Stridea, come rovente
+ Ferro immerso ne l'onda, il simulacro
+ Fuggitivo del Nume; e, a quella forma
+ Che crepitando si scompone e scioglie
+ Fumigante la calce a l'improvviso
+ Tasto de l'acqua o del mordente aceto,
+ Tale al raggio del Ver struggeasi il vano
+ Fantasima; e in vapore indi converso,
+ Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.
+ Così moría l'Eterno. Ai consuëti
+ Balli movean gli antichi astri; dal cielo
+ Luminose partían come in trionfo
+ Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi
+ Lucifero. Arrivò co'l Sol novello
+ Sul Caucaso nevato, ove al soffrente
+ D'adamantino cor figlio di Temi:
+ --Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!--
+
+
+FINE.
+
+
+INDICE.
+
+
+ CANTO PRIMO Pag. 3
+
+Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono. Lucifero
+s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.--Avvenimento
+dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del
+pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo
+dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite
+parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.--L'Eroe si
+dispone al racconto.
+
+ CANTO SECONDO Pag. 21
+
+Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo degli
+uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati
+dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La guerra dei Titani: il
+pensiero e non la forza trionfa dei Numi.--Lucifero non si contenta del
+cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.--Un istinto di amore lo
+chiama sulla terra.--L'albero della scienza.--La tentazione.--Percosso
+nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.--Non mai contento dell'esser suo
+ritorna sulla terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del
+cielo dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente
+calunniato.
+
+ CANTO TERZO Pag. 41
+
+Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad
+Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene
+scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo
+scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione,
+filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e Lutero.--Il
+pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione
+prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e republicana: la libertà
+sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.--Il
+canto della guigliottina.--Fecondità delle rovine.--Rassegna delle
+principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe,
+predice il suo vicino trionfo.--Finita così la narrazione, si parte, mentre
+una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta.
+
+ CANTO QUARTO Pag. 67
+
+Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti
+luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla
+morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo incantato
+e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le
+domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di
+Dio, e la commuove di paura e di affetto.
+
+ CANTO QUINTO Pag. 87
+
+Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme
+sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del
+trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli di
+Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di Focione, di
+Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo
+beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia
+impaziente ove il destino lo chiama.
+
+ CANTO SESTO Pag. 107
+
+L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla
+Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e
+naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano
+salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della fanciulla
+si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuol perderlo ad ogni
+costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed
+è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando
+l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.--Sdegnose
+parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.--L'eroe
+afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta.
+
+ CANTO SETTIMO Pag. 131
+
+Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della
+madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la famiglia
+e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra'
+flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo
+ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.--Una voce interiore lo
+richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la
+Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili
+eserciti che si avanzano.--Alla vista delle aquile imperiali alza
+inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra.
+
+ CANTO OTTAVO Pag. 155
+
+La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra in
+Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed obbrobrio a
+chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al
+macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione del
+proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La
+petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza
+dubitare un istante del suo trionfo.
+
+ CANTO NONO Pag. 187
+
+Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla
+vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta di
+Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la
+ragione.--Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per
+l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo mondo.--Saluto alla
+libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in una foresta, di cui si
+fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella
+del genere umano.
+
+ CANTO DECIMO Pag. 213
+
+Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le
+sofferenze dell'umana natura.--Lotta con un giaguaro, di cui rimasto
+vincitore, abbandonasi al sonno.--Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai
+dolci vaneggiamenti d'amore.--La giovinetta silenziosa si tramuta a un
+tratto in un orribile fantasma.--Iddio, vedendo così travagliato il suo
+avversario, crede agevole impresa il domarlo.--Lascia il letto, cavalca
+l'asino di Betlem, e scende in terra.--Trova Lucifero, e cerca da prima con
+superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien
+fermo, e lo caccia da sè acerbamente.--Liberatosi indi a poco dalla foresta
+è ospitato dalla povera Sara.--La schiava nera e lo schiavo bianco.
+
+ CANTO UNDECIMO Pag. 241
+
+Canto all'Italia; le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra
+d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.--Lucifero
+arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria,
+dove si adunano i più famosi geni dell'Arte moderna.--Le donne emancipate;
+il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio
+gazzettiere; un camaleonte onniscibile.--Il poeta Olimpio e la sua
+dama.--Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino poeta;
+il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi
+da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.--Olimpio,
+che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole
+di superbo disprezzo.
+
+ CANTO DUODECIMO Pag. 281
+
+Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo;
+durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di
+Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di
+Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce
+dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei
+beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena,
+rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con
+la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo,
+glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà
+scandaloso spettacolo della sua pazzia.
+
+ CANTO TREDICESIMO Pag. 315
+
+Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde di animo, e, invece di
+convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai
+voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.--Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio,
+disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.--Ultime
+ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a
+persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in
+preda a spaventose visioni.--Una vittima delle stragi di Perugia.--Due
+decapitati.--Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore,
+domandando inutilmente perdono.
+
+ CANTO QUATTORDICESIMO Pag. 341
+
+Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di
+Ebe.--Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria;
+traversa gli spazi; giunge in Venere; si confonde con l'amor suo, e procede
+infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.--I morti di ogni
+età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al
+giudizio di Dio.--Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di
+riformatori.--Le vittime domandano vendetta.
+
+ CANTO QUINDICESIMO Pag. 367
+
+La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla
+fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa
+Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna,
+ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa
+Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona
+voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman,
+Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V, ordiscono una frode a
+Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la
+congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano
+la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio,
+cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie
+fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi
+aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a
+Prometeo la fine dell'impresa.
+
+
+
+
+
+
+End of the Project Gutenberg EBook of Lucifero, by Mario Rapisardi
+
+*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO ***
+
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+agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
+things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
+even without complying with the full terms of this agreement. See
+paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
+Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
+and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
+works. See paragraph 1.E below.
+
+1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
+or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
+Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the
+collection are in the public domain in the United States. If an
+individual work is in the public domain in the United States and you are
+located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
+copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
+works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
+are removed. Of course, we hope that you will support the Project
+Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
+freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
+this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
+the work. You can easily comply with the terms of this agreement by
+keeping this work in the same format with its attached full Project
+Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.
+
+1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
+what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
+a constant state of change. If you are outside the United States, check
+the laws of your country in addition to the terms of this agreement
+before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
+creating derivative works based on this work or any other Project
+Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning
+the copyright status of any work in any country outside the United
+States.
+
+1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
+
+1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate
+access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
+whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
+phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
+Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
+copied or distributed:
+
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+almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
+re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
+with this eBook or online at www.gutenberg.org
+
+1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
+from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
+posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
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+or charges. If you are redistributing or providing access to a work
+with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
+work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
+through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
+Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
+1.E.9.
+
+1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
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+must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
+terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked
+to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
+permission of the copyright holder found at the beginning of this work.
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+License terms from this work, or any files containing a part of this
+work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
+
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+prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
+active links or immediate access to the full terms of the Project
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+"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
+posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
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+request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
+form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
+License as specified in paragraph 1.E.1.
+
+1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
+performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
+unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
+
+1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
+access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
+that
+
+- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
+ the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
+ you already use to calculate your applicable taxes. The fee is
+ owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
+ has agreed to donate royalties under this paragraph to the
+ Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments
+ must be paid within 60 days following each date on which you
+ prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
+ returns. Royalty payments should be clearly marked as such and
+ sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
+ address specified in Section 4, "Information about donations to
+ the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."
+
+- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
+ you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
+ does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
+ License. You must require such a user to return or
+ destroy all copies of the works possessed in a physical medium
+ and discontinue all use of and all access to other copies of
+ Project Gutenberg-tm works.
+
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+ money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
+ electronic work is discovered and reported to you within 90 days
+ of receipt of the work.
+
+- You comply with all other terms of this agreement for free
+ distribution of Project Gutenberg-tm works.
+
+1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
+electronic work or group of works on different terms than are set
+forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
+both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
+Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the
+Foundation as set forth in Section 3 below.
+
+1.F.
+
+1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
+effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
+public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
+collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
+works, and the medium on which they may be stored, may contain
+"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
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+law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
+interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
+the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
+provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
+
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+promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
+harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
+that arise directly or indirectly from any of the following which you do
+or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
+work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
+Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.
+
+
+Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
+
+Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
+electronic works in formats readable by the widest variety of computers
+including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
+because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
+people in all walks of life.
+
+Volunteers and financial support to provide volunteers with the
+assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
+goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
+remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
+Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
+and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
+To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
+and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
+and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
+
+
+Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
+Foundation
+
+The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
+501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
+state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
+Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
+number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
+http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
+permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
+
+The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
+Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
+throughout numerous locations. Its business office is located at
+809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
+business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
+information can be found at the Foundation's web site and official
+page at http://pglaf.org
+
+For additional contact information:
+ Dr. Gregory B. Newby
+ Chief Executive and Director
+ gbnewby@pglaf.org
+
+
+Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
+Literary Archive Foundation
+
+Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
+spread public support and donations to carry out its mission of
+increasing the number of public domain and licensed works that can be
+freely distributed in machine readable form accessible by the widest
+array of equipment including outdated equipment. Many small donations
+($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
+status with the IRS.
+
+The Foundation is committed to complying with the laws regulating
+charities and charitable donations in all 50 states of the United
+States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
+considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
+with these requirements. We do not solicit donations in locations
+where we have not received written confirmation of compliance. To
+SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
+particular state visit http://pglaf.org
+
+While we cannot and do not solicit contributions from states where we
+have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
+against accepting unsolicited donations from donors in such states who
+approach us with offers to donate.
+
+International donations are gratefully accepted, but we cannot make
+any statements concerning tax treatment of donations received from
+outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
+
+Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
+methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
+ways including checks, online payments and credit card donations.
+To donate, please visit: http://pglaf.org/donate
+
+
+Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic
+works.
+
+Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
+concept of a library of electronic works that could be freely shared
+with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
+Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.
+
+
+Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
+editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
+unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily
+keep eBooks in compliance with any particular paper edition.
+
+
+Most people start at our Web site which has the main PG search facility:
+
+ http://www.gutenberg.org
+
+This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
+including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
+Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
+subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
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