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diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..6833f05 --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,3 @@ +* text=auto +*.txt text +*.md text diff --git a/22641-8.txt b/22641-8.txt new file mode 100644 index 0000000..c81ca02 --- /dev/null +++ b/22641-8.txt @@ -0,0 +1,10278 @@ +The Project Gutenberg EBook of Lucifero, by Mario Rapisardi + +This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with +almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or +re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included +with this eBook or online at www.gutenberg.org + + +Title: Lucifero + +Author: Mario Rapisardi + +Release Date: September 16, 2007 [EBook #22641] + +Language: Italian + +Character set encoding: ISO-8859-1 + +*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO *** + + + + +Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the +Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, +http://dp.rastko.net. (This file was produced from images +generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense +- Milano) + + + + + + + + LUCIFERO + + POEMA + + DI + + MARIO RAPISARDI. + + + + + MILANO, + + LIBRERIA EDITRICE G. BRIGOLA. + Corso Vittorio Emanuele, 26. + + 1877. + + + + PROPRIETÀ LETTERARIA. + + + + + _Coi tipi di G. Bernardoni._ + + + + +I + +ARGOMENTO. + +Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono. +Lucifero s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai +critici.--Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini +alle finali battaglie del pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca +da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; +commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare +la sua storia.--L'Eroe si dispone al racconto. + + + Dio tacea da gran tempo. Ai consueti + Balli moveano in ciel gli astri, e con dura + Infallibile norma albe ed occasi + Il monotono Sol dava a la terra. + Reddían le nevi a biancheggiar le spalle + Del tremante dicembre; april venia + Col suo manto di fiori; arida e stanca + Movea la bionda està giù da' falciati + Campi a cercar le vive onde marine; + E, coronato il crin d'edra e di poma, + Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello + Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve + Nei colmi fianchi dei capaci tini. + Tutto seguía così l'alte, immutate + Leggi de la Natura, e nullo in terra + Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva + Strano silenzio del mai visto Iddio. + Abbandonati e solitarî intanto + Giacean per le infrequenti aule divine + I marmorei Celesti; e per le fredde + Vòlte il sacerdotal canto e la prece + Qual vano si perdea grido, che inalza + Da la rupe solinga il cacciatore, + Se mira dileguar giù ne la valle + Tra 'l sonante canneto il salvo augello. + Da fiero gel, da sacro orror comprese + Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri + Zelatori de l'are; e quando ai vani + Scrigni balzar vedeste arido e magro + L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi + Tornar dal mondo, qual gregge digiuno, + Le scornate Indulgenze, orridamente + Su le madide tempie alto rizzârsi, + Come ad istrice, i crini, ed agitato + Tre volte e quattro tentennò il tricorno + Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo + Cupo s'alzò dai congiurati petti: + --La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi + Gl'increduli mortali!-- + Alcun non arse + A la prece crudel fulmine in terra; + E i mortali rideano. + Udì quel riso + Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno + Il silenzio e la morte; oscure e fredde + Strisciavan su la sua fronte immortale + Strane larve di sfingi e di chimere, + Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta + Morte la luce e l'armonia sentiva. + --Qui in eterno starò? Favola indegna + Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo + Per istinto d'amor spregiai la vita? + No, si torni a la terra! Un nuovo io sento + Spirto d'amor, che mi discorre il petto: + Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova + Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono + Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io + Amerò, soffrirò; correrò il breve + Travaglioso cammin d'un uom mortale, + E, redento da l'opre e da l'amore, + Recherò a l'uom salute e morte a Dio.-- + Così l'Eroe parlava, e i circostanti + Baratri tenebrosi si agitavano, + Come per improvviso urto di vento + Il sen cupo del mar. L'ali di gufo, + Il piè forcuto e la bovina fronte + Mutò d'un tratto il favoloso iddio; + E dai lombi gagliardi e da le spalle + Le fuliggini tèrse e la stillante + Cispa dagli occhi affumigati ed orbi, + Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto + La superba beltà d'un dio mortale. + Tramutato così, dal piceo trono + Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro. + Ed esclamò:--L'infernal regno è sciolto; + Il mio regno è la terra!-- + Ecco il subietto + Del canto mio. Classico o no, ne affido + L'occulto senso a voi, vergin consesso + D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove + La diva Arte in governo e i mal concessi + Talami de le Muse; e se agl'incerti + Occhi vostri si niega il delicato + De le Grazie sorriso e la suave + De le sacre fanciulle ispiratrici + Candida voluttà, dolce vi sia + Star su la soglia a noverar gli ardenti + Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno + Suon di celesti melodie le chiuse. + Odorate cortine, ed immortale + Vita in terra gli eletti: in simil guisa + Sta su la porta dei gelosi arèmi + La fida turba dei scemati servi, + Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore + De le belle Circasse. Alto e solenne + Officio è il vostro, e non indarno io chiamo + Il vostro nume auspice a me: voi soli + Le riposte misure e voi sapete + Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero + De l'occulte bellezze, e qual più giova + Tener modo e governo in sul tentato + Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa + Toccar si dee la tuba o la chitarra, + E metter l'ali al dorso e dar di sproni + Al Pegaso spumante, o nel tenace + Fren moderarne a tempo i perigliosi + Impeti giovanili, ed a che segno + E con che industria è depredar concesso + Del Meonio le carte, o del Tebano. + Pèra colui, che al necessario giogo + Prova sottrar la temeraria nuca, + E va a ruzzar licenzïoso, come + Selvatico puledro, per li campi + De la sfrenata fantasia! L'immensa + Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto + Perda il pazzo sudor, per cui tenea + Seder primo in Parnasso. Armati ed irti + D'alfabetiche cifre, unitamente + Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo + Tutti dal sapïente arco scoccate + I rettorici strali; onde il meschino, + Travagliato da l'onta e dal rimorso, + Egro ed insano a riparar s'affretti + Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno + Sia di spregio che d'ira, alta, pesante + Sul suo capo ostinato onda si aggrevi + Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute + Gli sfileran dinanzi ad una ad una + Le sdegnose gazzette; indifferenti + Si chiuderan su la sua faccia smorta + D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco + D'urlar strambotti contro al secol ladro, + Povero e solo abbraccerà la morte, + Non fia che le supreme ore gli allegri + L'aureo rabesco d'un qual sia diploma. + Saldo così su cardini d'acciaro + Il tron vostro si gira, e vita e nome + Dal cieco umano folleggiar traete. + Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe + D'ardimentoso corridor, ritrova + Cibo e sollazzo il piceo scarabèo; + E, quando fra le storte ànche ghermisce + Il picciol globo del dorato fimo, + L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo + A emular de l'audace aquila il volo. + S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra + Sorrideva l'aprile; entro al suo petto + Sorrideva l'amor. Sopra la cima + Del Caucaso famoso, onde s'appella + La giapetica stirpe, egli fu visto + Venir come in un sogno, e star d'incontro + A l'aurora nascente. Un invisibile + Spirto, qual di canora aura, fremea + Per le fibre del mondo, e più lucenti + Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori: + Gli dan nome d'amor l'anime accese + Dei parlanti mortali; ed ei su tutte + Anime impera, e solo e senza legge + Il mar penetra e i monti e la selvaggia + Cute degli olmi e il petto aspro del tigre, + Chè spirto è desso, e qual raggio di sole + Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto + Con secreta armonia mesce e ritempra. + Era per l'aria un fluttüar d'ardenti + Atomi mobilissimi di luce, + Una confusa, fluvïal fragranza + Di sconosciuti balsami, e suave + Musica di parole e di concenti + Misterïosi. Un'irrequieta e nuova + Delizïosa voluttà di sensi + Vaganti per immenso ètera, come + Rondini in cerca di lontani lidi, + Una dolcezza non provata mai + Di lagrime e di sogni, al primo arrivo, + Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito. + Sguardo volgendo per la vasta luce, + Muto restò, di giovinetto a modo, + Che raggiante di vita alfin ritrova + La sognata beltà dei suoi vent'anni. + Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero + Al fier proposto e a la ragion diè loco, + L'incredul'occhio ai firmamenti spinse, + --E, dove sei, sclamò, tu che presumi + Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna! + L'uman genio ti sfidai-- + Il pugno strinse + Superbamente, eresse il fronte, e stette + Il fulmine aspettando, o la risposta. + Tacito intanto dal soggetto mare + S'apre l'indifferente occhio del sole + Su le cose create, e si ridesta + Giù per le valli intorno e la pianura + Il lieto suon de le fatiche umane. + --Sorgi, la terra è tua, proruppe allora + L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda + Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni + Preda al mondo tu fosti; e dal terreno + Pugno di fango, onde t'han detto uscito, + Non ti redense ancor la tua cotanta + Vita de l'alma audace e la sventura + Tua perpetua compagna. E che ti valse + Al par di te, trar da la creta i Numi, + Se al cospetto dei freddi simulacri + Dechinasti il ginocchio, e la superba + Libertà del pensier serva fu fatta + Di codarde paure? Or sorgi ed osa: + Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi + Son fuor de la Natura, e non ha vita + Tutto che il vol de la ragion trascende. + A che tra larve ìnesorate e vane + Cercare un che t'aggioghi e ti spauri, + Se muta al cenno tuo trema e si prostra + La possente Natura? Ama e combatti! + L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra, + Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!-- + Tacque, e a l'ardito favellar commosse + Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi + La titanica rupe. Era nel monte + Negra, profonda, solitaria, intatta + Da umane orme e dagli astri una spelonca + Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno + Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi + Fianchi, qual di commosse ali e di strida, + Cupamente rintrona. Irati al verno + Vi piomban da l'opposta erta i torrenti + Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti + Mugulando spumeggiano; ma quando + + Giungono al vallo de l'orrenda uscita, + Perde l'onda il nativo impeto, e pigra, + Torba, pollente s'impaluda, e manda + Pestiferi mïasmi a chi la spira. + Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi + L'umanato Demonio, e con feroce + Piglio di scherno a contemplar si stava + L'orrido sito e il ciel. Da le profonde + Viscere allor del cieco antro una voce + Querula, lunga, dolorosa emerse + Come suon di sospir. Porse l'orecchio, + E s'appressò l'Eroe, quanto il permise + L'angusto varco e la stagnante gora, + Ed ascoltò: + --Di che perigli in cerca, + Misero! vai? Che stolta opra e che vano + Talento è il tuo di proseguir l'impresa, + Ch'io già per tempo incominciai, spregiando + La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi + Son fatto accorto, e di Prometeo il nome + Mal mi dieron le genti! E che non feci, + Che non diss'io per questa al pianto nata + Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda + Giacea nel lezzo de l'error, sì come + Belva cibando la caonia ghianda, + E altra legge nel mondo, altro governo + Non sapea che l'istinto: ad altri ignota + E a sè stessa giacea, scherno e vergogna + De le cose create, e le create + Cose, ignara di tutto, iva mescendo + Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi + Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo + Io sol più che a me stesso? E non cotanto + Mi punse il cor la fulminata fronte + Dei fratelli Titani, e non di sdegno + Arsi così per l'usurpate sedi + Del fuggiasco Saturno e pe' negletti + Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira + Destommi in cor la tribolata sorte + Degli umani infelici. Ardito e solo + Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce + Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno + Sprecava i doni al vegetale e al bruto, + E a l'uom, misero tanto, altro conforto + Non largía che il morir. Tutto ebbe allora + L'uomo infelice il mio favor: sol io + Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti + Arti e d'opre gentili e di gagliardi + Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono + Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi + Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne + Premio da ciò? Non che n'aver mercede, + L'invida rabbia arsi di Giove, e degno + Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda + Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi, + Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci + Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno + E favola del mondo. E nè querela + Movo di ciò; chè il querelar non giova + A chi esente è di morte; e inesorata + L'ira è dei Numi, e inesorato al pari + L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto + Colser giammai di mie fatiche tante, + Del mio tanto soffrir le sconsolate + Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena + Da la tenebra antica, a l'infinita + Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco + Poco a lor parve ogni più grande acquisto; + Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda + Diedersi tutte, e del saver la sete + Arse in loro così l'alma e la vita, + Che a precoce vecchiezza e ad immatura + Morte fûr sacre e a maledir condutte + L'alto mio dono e il sagrificio mio!-- + --Figlio di Temi, a lui rispose irato + L'inclito Pellegrino, e che perigli + Fantasticando vai? Nè vil fanciullo, + Credi, io mi son, che si rivolta in fuga + A la prima minaccia, o nauta imbelle, + Che trema al più leggier spirto di vento, + E si chiude nel porto. In questa eterna + Rupe confitto, in verità, tu ignori + Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei + Carco di mal, di falsi mali agli altri + Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia + Questi vani compianti, e oltre misura + Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno + Tolto il senno davver le tue sciagure. + Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda + Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno, + La compirò. Non già il saver, t'accerta, + Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto, + Ma la nemica a ogni saver, la cieca + Credulità. Di false ombre e d'inganni + Essa vive nel mondo, e si fa gioco + De l'umana ragion; ma quest'azzurro + Cielo e quest'aure e questi monti io giuro, + Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra + La ragion sederà; largo e securo + Spiegherà il vol su' mal temuti errori + Il redento intelletto; e allor che tutto + Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca, + Questo ignaro di sè dio de la terra + Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero + A cercar non andrà larve e paure!-- + Disse, e partía; ma lo rattenne un detto + Del pazïente Prometèo: + --S'hai grande + E pari, ei disse, agli alti accenti il core, + Deh! non partir così, quando m'hai dèsto + Tale un desío, che a lo sperar somiglia. + Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore + Del mio soffrir fu la speranza, il tempo, + Che co' fulmini suoi Giove sedea + Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo + Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni + E col disprezzo mio la sua paura + E la sua crudeltà, però che immite + Più chi regna divien quanto più trema, + E dei fiacchi è virtù l'esser crudele. + Solo di tutti io l'avvenir vedea + Securamente, e de la sua caduta + Presapeva il destin. Godi dei tuoi + Vani, äerei rimbombi, io gli dicea, + O spensierato usurpator del cielo; + Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo + Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro + Come fil non ritorto, e me da questi + Ceppi redimerà; nè ti varranno, + Credi, i fulmini allor, chè assai più salda + Sarà del fulmin tuo la sua possanza. + Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo + Dei vaticinii miei sperdeano i venti! + Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno + Tiranno altro successe, e meco avvinto + Restò in preda agli affanni ogni uom mortale. + Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto + E dopo assai di mali esperimento + L'alta speranza mia; nè agevol cosa + È il ridestarla, ed utile per certo + Non mi saría, quando più tetro e fiero + Sembra il dolor cui la speranza illuse. + Pur, se grave non t'è l'esser pietoso + A chi tanto per l'uom male sostenne, + Al mio partito interrogar rispondi: + Uom mortale sei tu? Qual t'assecura + O responso, o destino, onde presumi + Condurre a fin tant'onorata impresa? + Non t'illude il voler, che dei più saggi + Tal tiranno si fa, che par destino? + Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi, + Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue? + E se fondi in altrui le tue speranze, + Tanta han virtude ed armonia le genti, + Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio, + Al trïonfo del ver movan secure? + Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto + L'immortal vita inutilmente, e assai + Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.-- + --Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose, + La discreta domanda. Uom saggio, in vero, + Io non terrò chi lusingato e spinto + Da una rosea speranza ad ardua impresa, + Pria non libra sè stesso, e con sottile, + Freddo giudicio non prevede, e scerne + I possibili eventi; anzi dà mano + Subita a l'opra, e ciecamente ai casi + Gitta sè stesso e de l'impresa il fine. + Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte + Ti dirò le mie cose e l'esser mio, + Quando a colui che tanti uomini e tempi + Vide, e al fato durò con alma invitta, + Grato è ridir ciò che di gloria è degno.-- + Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia + Pensieroso si assise. Alto a l'intorno + Spazïava il silenzio, e in larghi giri + Un'aquila le azzurre aure fendea. + + + + +CANTO SECONDO. + +ARGOMENTO. + +Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo +degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i +Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La +guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei +Numi.--Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno +lo accoglie.--Un istinto di amore lo chiama sulla terra.--L'albero +della scienza.--La tentazione.--Percosso nuovamente da Dio, ripiomba +nell'inferno.--Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla +terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del cielo +dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente +calunniato. + + + Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai + Ceppo mortal, così l'Eroe riprese, + Ma da natura, immortal germe, io nacqui + Una a le cose, e da la luce ho il nome. + Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto + Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso, + Torna più grato, e pregio doppio ha il vero. + Però di studïose ombre e d'enimmi + Non cingerò il mio dir, chè nè maestro + Di misteri son io, nè a disdegnosa + Anima, che a sdegnosa alma favelli, + Dubbio o coverto il ragionar si addice. + Nuovi non già, ma da la turba illusa + Negletti veri io parlerò. Due sono + Le virtù, che le cose hanno in governo: + La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna + Genitrice visibile è di tutto, + La pesante materia ordina e muta + Per suo proprio valor; l'altro la informa + Di spirital possanza, e la solleva + Ad ardui voli e a magisteri egregi. + Ferrea, immota in sue leggi, una procede + Lenta così, che par che giaccia: inalza + Su le rovine, onde si allieta, il trono, + E da l'arida morte una perenne + Fonte di vita e di beltà deriva; + Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende + Tutte cose universe, in varia guisa, + Con poter vario e con legge diversa + Ogni via tenta, ogni regione esplora + Mobilissimo sempre, e tutto aborre + De la tarda materia il peso e il freno; + E quando avvien, che di misteri e d'ombre + L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto, + La ragion de le cose occulta e serba, + Ei libero discorre, e si ribella + Ad imposte paure; apre e dischiava + Terre, cieli ed abissi; argini atterra, + Crea, muta, strugge, e a le domate forme + Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime. + Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita + Abbian comune e necessaria, avversi + Son per intimo ingegno; onde tu vedi, + Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella + Soccomber mostra; eppur son ambo invitti, + Sono eterni ambidue, però che morte + Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose + Da cotanto agitare ordine e vita. + Sparsi per gli antri, e fieramente soli + Vivean gli uomini primi, e nulla amica + Possa lor sorridea, tranne il Pensiero. + Ispide pelli eran lor vesti, e rudi + Selci lor armi e sol conquisto il foco. + Da l'alte culle del fecondo Irano, + Procedendo, spandeansi a mala pena + Sui giapetici piani, e gl'inclementi + Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve, + A nuove lotte s'accingean. Muggía + Dai britannici fiumi alto l'immane + Caval de l'acque, a cui, pari a vorago, + S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro + L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli; + Devastando correan l'irte spelèe, + D'umane carni esploratrici, e fuori + Dai frondosi dirupi a l'onde in riva + Calavasi il deforme orso e il velloso + Primigenio mammuto: oscura e pigra + Mole di membra, a cui nemico è il sole; + E tu, sovrano troglodita, astretto + Dal fecondo bisogno, a miglior prova + Sempre volgendo il multiforme ingegno, + Armi e industrie trovasti; onde più lieve + Ti fu il domar co'l lavorato renne + Le nemiche falangi. Apron le nubi + L'inesauste sorgenti, e senza freno + Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono; + Entro al diluvïal baratro immenso + Spariscono le specie, in quel che, armato + Di novella virtù, l'uom passa i mari + Su la prima piròga, e, di recisi + Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi, + Fermo vi elegge e men selvaggio asilo. + Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise + Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno + D'un che l'alma struggea dentro a l'amore, + Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso, + Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre + Forme e il pensier nel duro selce espresse. + Però, quand'ei con lungo studio al rito + Del caro amor la sua fanciulla indusse, + Docil vide obbedire ai suoi talenti + Il tenace basalto; a l'agil fianco + Brunite armi precinse, e il flessüoso + Collo di lei, che gli gemea su'l petto, + Incoronò d'inteste ambre e di baci. + Or deggio dir, che, di regnar mal paga + Sovra i campi natii, la curïosa + Mente de l'uom s'insinüò nei cupi + Visceri de la terra, e ai fiammeggianti + Gnomi, che custodían l'ampie miniere, + Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste + Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe? + Io benedico a voi, fiumi e torrenti, + Che giù dai fianchi dei materni Uràli + L'auree sabbie lucenti al pian recaste; + Ma più a la paziente opra, che il lieve + Stagno confuse e il risonante rame, + Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro + Abbracciamento mineral divelti, + S'arresero i metalli a l'uom tenace. + O pensiero immortal de l'uom che muore, + Te da prima io conobbi, e quinci unito + S'intrecciò a' fati umani il mio destino. + Bruco, che il corpo infermo, a mala pena, + Per intima virtù svolge dal primo + Involucro, e, a la dolce aere credendo, + Crisalide novella, il picciol volo, + Co' fior de' campi il suo color confonde, + Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica + Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco, + E cammina, cammina, e a nullo iddio + Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine. + Ultimo forse e più perfetto anello + De la catena universale, ei tutto + Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana + Mutabil cosa e de la terra è il vero. + Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase + Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte + Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno! + Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso, + Fluttuar de' creati esseri il mesto + Figlio de l'uom, che riprodotta e viva + Non pur vedea nei circostanti oggetti + Tanta lite incompresa e tanto affanno, + Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta + L'esistenza sua poca iva ammirando + Un perpetuo agitar d'odio e d'amore. + Di fantastici mostri e di chimere + Popolò quinci il mar, l'aria, la terra, + Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra + Vide e un mistero, o una maggior possanza, + Là piegò la cervice e pose un Dio. + Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo + E tiranno de l'uom, da cui soltanto + Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari. + Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto + Spazïar l'insegnato etere, or chiuso + Tra' fulmini precipitar su l'ale + Dei rotanti uragani, or sovra al dorso + Dei cavalli del mar correre i flutti + E sfrenar l'onde a battagliar coi venti; + O ver come immortal fremito immenso + Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo + Degli avari terreni, e al vigilato + Solco apparir fra le compiute ariste. + Però quel che Dio fu, quale ancor vive, + E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto + Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino, + O prospero, o maligno, arbitro è solo. + Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero + Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse + E le cose universe, il fronte oppose + Con indomito orgoglio, e una selvaggia + Voce di libertà gittògli incontro, + Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta + Prepossanza di Dio tenne equilibre + Con perenne agitar? Fu la feconda + Lite, che il mar de l'essere commove + Con assiduo flagello, e dai cozzanti + Corpi la luce e l'armonia deriva. + Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto + Padre di servitù, per fiero istinto, + Rubellossi da prima; essa al feroce + Andropòfago Iddio scosse la reggia + Vigilata dai fulmini; e dal fiero + Cozzo con lui tanta favilla emerse, + Che, mutata dagli anni in fiamma viva, + Tutto divorerà dei numi il regno. + O d'ogni libertà fonte primeva, + Madre d'inclite pugne, io ti saluto! + Tu co'l moto la vita, e co'l solenne + Fra le cose de l'alma egregio attrito + Luce dèsti e saper negli intelletti + E co'l saper la libertà, sublime + Pianta, che sol dov'è coltura alligna. + Te da la terra solitaria i saggi + Primamente avvisâr; te, spiratrice + Di terrigeni mostri a Dio rubelli, + Raffiguraro e coltivâr le genti, + E or fosti Isi nomata, or Bahavàni, + Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco, + Or discordia infinita, e, se paura + Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli, + O fur da sacerdoti empî travolte, + Nome avesti d'errore e di menzogna + Tu, che ad onor del vero e de la luce + I misteri del cielo agiti e sperdi. + Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali + Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi. + Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli + Troni d'Olimpo, il nèttare libando + D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna, + Fra le dapi fumanti e le vezzose + Fanciulle che tesseangli inni e carole, + Cura de l'uom gli penetrava il petto. + Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti + Dal comando di lei, che Lite ha nome, + Quanti mai da la terra erano usciti + Terribili Titani, a cui la forza + Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire; + E avventando ciascun li suoi cinquanta + Capi feroci e le altrettante braccia + Contro ai regni di Giove, orribilmente + Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo. + Arse d'ira il tiranno, e forza a forza + Oppose, e vinse. Da le attinte altezze + Precipitâr gl'intrepidi gagliardi + Un dopo l'altro fulminati, e monti + Ed isole parean, che in un selvaggio + Moto la terra, o il mar vorace inghiotte. + Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo + Di cotanta caduta, o sopra a tutti + Sventurato Titano? Eran pur folli + D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga + Maggior virtù, dove più grande e saldo + Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto + A pugnar contro a tutti e a vincer basti. + Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza + Di giganti trïonfa, o adamantina + Spada conquide, e solo a la modesta + Continua punta del pensier soggiace. + Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse + Furor d'atre procelle, a poco a poco, + Morsa dal flutto che le geme intorno, + Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi, + E il flutto assiduo del pensier li rode. + Così Giove fu vinto, e in simil guisa + Vinto sarà chi gli successe. Or odi + Quel ch'io feci e farò. Da una malnata + Bordaglia rea, che da natura in dono + Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede, + Ièova ne venne, un implacato iddio, + A cui fulmine è il guardo e tuon la voce. + Solitario e funesto egli incombea + Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto + Dei tremanti mortali, e gran sepolcro + Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo, + Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi. + Io nel cielo era ancor, bello di tutti + Radïamenti. Era sorriso e luce, + Fragranze ed armonie del ciel la vita, + E, cullati in un mar d'ozii e di fiori, + Si tenean tutti e si dicean beati. + Sol'io, spirito inquieto, indifferente + A quell'aprile, a quel banchetto eterno, + Sentía dentro a l'altera anima un vôto + Misterïoso, un mar senza confine, + Come una solitudine infinita + D'intorno a me, dentro di me: se avessi + Conosciuto l'amor, forse in cor mio + Ravvisato l'avrei sin da quel giorno. + Poco mi parve il ciel, misera vita + L'eternità. Di strane opre, di voli, + Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie + Tal m'invase un desío, che sfere ed astri + Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia + D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra + Del mio stesso pensiere, o una diversa + Immagine con me nata, e divisa + Fatalmente da me. Dove mai, dove, + Sospiroso io dicea, trovar ti posso, + O disïata e necessaria parte + De l'esser mio? Per entro a l'immortale + Anima mia tutto il mortal sentiva. + Infelice mi tenni. A Dio nel fronte + Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai: + Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi + Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero, + Io replicai, l'eterno vero; io voglio + Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela! + Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi, + Nè pugnai già: sentía ch'era più grande + De lo sdegno di Dio la mia caduta. + Quale allor degli antichi astri mi accolse? + Nessun fuor che la terra, e de la terra + Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta + Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio. + Bollía sotto ai miei passi un fragoroso + Mar di liquide fiamme; in gran tenzone + Mugghiando si rompeano onde contr'onde; + Ma più cocenti assai dentro al mio petto + Combattendo bollían dubbî e speranze; + Salde e ferree correan sovra il mio capo + Di granito le vòlte, e assai più saldo + Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque, + Un fantasma d'amor, sempre in cor mio + Una voce incompresa: ama e cammina! + Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce + De la terra cercai; chi avria potuto + Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea + Fulminato, non vinto. È là, un occulto + Pensier diceami, è là sovra la terra + Il tuo destin, là di tue prove il campo, + Là fra tanto agitar d'odî è l'amore, + Là fra tanto morir la vita alberga! + Mi trasformai la prima volta: ignoto + Corsi la terra, e al caro sole in vista + L'uom, la natura e l'esser mio compresi. + L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono + A piè dei suoi creati idoli il vidi + Vaneggiar paventoso, e legar tutta + L'anima ardita a un inconcusso altare + M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante + A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo + De la terra sorgea l'egregia pianta + D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico + Del veggente saper, che i tenebrosi + Spirti rischiara, le ruggía d'intorno + Con feroce divieto; onde alcun mai + Coglier non osi ed assaggiarne il frutto. + Fu allor che con sottile arte la mente + Degli uomini tentai: simile a Dio + Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto; + E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa + Brama, un'ardente, inestinguibil sete + Di saver, d'indagar l'ombre, che folte + Gli addensava d'intorno il Dio nemico, + Morse gli uomini tutti; e qual più viva + Sentì in cor la mia voce e il poter mio, + E per vie non segnate oltre si spinse + Al confin de la pavida ignoranza, + E interrogò con l'intelletto audace + Le piante e gli animai, la terra e gli astri, + Quei di mago ebbe nome e di ribelle. + Piombò quinci su'l capo ai maledetti + Figli di Cam la collera di Dio, + E assai d'essi perîr, non la pugnace + Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse, + Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo. + D'orgogliose speranze io mi pascea + Secretamente, ed oltre un mar d'affanni + Prevedea su la terra il mio trïonfo; + Ma fulminato dal geloso Iddio + Nuovamente io piombai nei tenebrosi + Baratri de la terra, ove il superbo + Sdegno del petto e il mio dolor nascosi. + Ivi scendea talor qualche gagliardo + Intelletto di sofo o di poeta, + A cui fu colpa il propagar le nuove + Apocalissi del pensier mortale. + Rïardea la speranza entro al mio petto + Co'l suo venir, però che per ciascuna + Stella, che al fronte di Sofia s'accende, + De la Fede su'l crin spegnesi un sole. + Così durai gran tempo, e non già pago + De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque + Un fantasma d'amor, sempre in cor mio + Una voce incompresa: ama e cammina! + Ritornai su la terra. Un mansüeto, + Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio, + Predicava l'amor. Debole e solo + Egli parea, ma tutta era con esso + L'umanità. Stetti pensoso e muto + Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi + Egli pugnò; vinse morendo: cadde + Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo + E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno + Che tutte dopo a lui volgersi al cielo, + Per cercarlo, vid'io l'anime umane, + E su la terra derelitta e mesta, + Come in carcere vil, gemer la vita; + No, vittoria non è, gridai da l'imo + Petto, e furente mi scagliai per quanta + Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia; + No, vittoria non è questa, che il tempo, + L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide; + Amor questo non è, ch'entro a una fatua + Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo + Cheto soppone a qual che sia flagello! + Braccio e pensier, moto e conflitto è amore; + Campo d'opre comuni e di travagli, + Non èremo la terra; uom, che nel pianto + Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta, + Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo! + Tremâr le infeminite anime al grido + Del mio potere; e Dio, fatto più forte + De l'umano terror, me per la mano + Del suo fido Michel di ceppi avvinse, + E percosso e ferito indi nei cupi + Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne + Securamente vincitor. Dai ceppi, + Dagli abissi io balzai, giovine eterno, + E mutando me stesso in mille guise + Ebbi regno nel mondo. Una venale + Turba di sacerdoti a cui nel nome + Abusato del Cristo, agevol cosa + Era il far degli altari empio mercato, + Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno + Degli uomini imputò; strani sembianti + Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso + D'ogni umana salute e d'ogni amore + Il mio nome suonò; ma in faccia a questo + Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro: + Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto + Su l'umane coscienze s'assidea + L'infallibile Domma: un paventoso + Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo, + Che il mortale Pensier di ferri avvinto + Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba. + Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni; + L'ignoranza dei popoli il suo scudo, + Ed armi sue l'anátema e la scure. + Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga + Cosa per lui la sitibonda brama + D'ogni saper; frutto vietato il vero, + Colpa il voler, la libertà delitto, + E allora, oh! allor, superbamente il dico, + Menzogna, error, colpa e delitto io fui!-- + + + + +CANTO TERZO. + +ARGOMENTO. + +Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad +Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui +viene scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo +scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione, +filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e +Lutero.--Il pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la +rivoluzione prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e +republicana: la libertà sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra, +d'America, di Francia.--Il canto della guigliottina.--Fecondità delle +rovine.--Rassegna delle principali invenzioni del pensiero umano; dalle +quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo.--Finita così la +narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini la +sua venuta. + + + Sopra la terra imperversava intanto + Un uragan di popoli. Sul vecchio + Tronco latin spirò l'aura del norte, + E il rinverdì; fra le disfatte genti + S'insinuò un gagliardo alito, un fremito + Di selvatica possa. A quella forma + Che al ritorno d'april, sotto al fecondo + Bacio del Sol, freme la terra, e il cieco + Germe, che in grembo custodì dal fiero + Morso de' ghiacci, a l'aurea luce esprime; + Tal serpea de l'uman genere in petto + Una nuova virtù, che a la secreta + Aura del mio pensiere apríasi il varco. + Ed Ario sorse, e tutte avea d'intorno + Le germaniche stirpi.--Oh! splenda un lume + Di verità su queste genti; un riso + Di libertà su le coscenze umane; + Sia concesso il pensier!--Questo ai pastori + Del buon Cristo ei chiedea, là, su la soglia + Del Niceno consesso, ove a congiura + Tratti il cenno li avea d'un parricida. + Siccome folla di mendici, a cui + Cadan rotte le vesti e manchi il pane, + Tali sul freddo limitar premeansi + Mute, ansïose del giudizio, ai fianchi + D'Ario le genti. Alzâr le braccia i sacri + Del Cristo alunni, e su la fronte ardita + Del Cirenèo fulminâr tutta a un'ora + L'umanità. Sfida fu questa, a cui + Ostinata e mortal guerra successe. + Quinci la Fede della plebe: un'orba + Maga, che l'ignoranti anime impera, + E d'error vive ed a le stragi istíga; + Quindi colei, che luminosa incede + Fra tutti affanni, e di Scïenza ha nome: + Di severi intelletti arbitra e diva, + Sperimentando, essa li guida in loco + Dove scevro di nubi il Ver fiammeggia; + Gli eterni de le cose atomi indaga, + L'essenze esplora, e a la cagion lontana + La varia prole degli effetti annoda. + Chi potría tutti annoverar di questa + Universa battaglia i campi e l'armi, + Gli eroi, gli studî, i vincitori, i vinti? + Sol taluno dirò. Di precursori + Italia è madre, e tre corone ha in fronte: + Regnò co'l brando e con le leggi in pria; + Poi, vinta i polsi e strazïata il petto, + Co'l pensiero regnò. Gemean le menti + Sotto al flagel d'una loquace, astuta + Sfinge bifronte, che, di Cristo a un tempo + E d'un Saggio, che patria ebbe Stagira, + Usurpando il poter doppio e gli aspetti, + Mutava con sottile arte in oscura + Fede il saper, la cattedra in altare. + Povera fra le genti iva e digiuna + D'ogni culto Sofía, nè pria fu lieta + Di fermo ospizio e d'onorate offerte, + Che s'avvenne in Telesio. Il venerando + Vecchio sedea pensosamente a l'ombra + De le selve native; e, pari al raggio + Novo del Sol, che tra le fronde e i rami + Scendea sereno a ricercargli il fronte, + Un arduo gli splendea dentro al pensiero + Giovanissimo spirto. A l'aura, al guardo + Riconobbe la santa esule, e incontro, + Sorridendo e tremando e con aperte + Braccia le córse. Una parola ardita + Quinci udiron le serve itale menti; + Impallidì l'orrida Sfinge; il duro + Giogo fu scosso; e da quell'aureo giorno + La casetta del sofo ara divenne. + Qual da le dilicate ántere aperte + Manda l'amante fiore al fior lontano + Il pòlline fecondo, e messaggero + Del casto bacio è il zeffiro d'aprile: + Tale il novo pensier, creduto a un novo + Magistero di cifre, inclite imprese + Maturò fra le ardenti anime; e il vanto + Fu tuo per vero, o egregia arte, per cui + Da metallici tipi impresso, e in mille + Guise prodotto, agil discorre e vola + Il mortale pensier, visibil fatto. + Possa tu sei, che ogni confine, opposto + Fra gente e gente, indomita conquidi; + Fulmine sei, che la funesta e scura + Tirannia de l'error sfolgori e sperdi; + Luce sei tu, per che dovunque e in tutte + L'alme il sorriso d'ogni ver si svela, + Tu, nel commercio de l'idee, le sparse + Genti accomuni; in facile amistanza + Leghi i vivi agli estinti, e in guisa annodi + L'uno a l'altro pensier, l'ieri al domani, + Che la specie de l'uom, devota a morte, + Un sol gigante ed immortal diviene. + Ma qual de l'onda avvien, che d'uno in altro + Vase versata, altra figura assume, + Così, da la contesa alpe ad estranei + Climi varcando il pensier novo, in nova + Forma e in campo diverso e con altr'armi + Contro a un cieco poter sorse, e proruppe. + Trafficata, qual vil merce, passava + Da un giogo a l'altro la saturnia terra; + E i suoi figli rideano. Un rubicondo + Pastore e re, che di Leone il nome, + Ma l'alma avea d'un animal di Circe, + Banchettava su l'are, e il ciel vendea. + Venne un giorno d'oltralpe un battagliero + Frate sul Tebro. Gli bollía nel petto + Il sassonico sangue, e calda al pari + Del suo sangue la fede.--Oh! ch'io nel vivo + Fonte, dicea, de l'evangel di Cristo + Quest'anima disseti!--Io, ch'era presso, + Per man lo presi, e lo condussi in loco + Ove il sir de l'umane alme gioíva + Fra una ciurma di servi, a cui sul crine + Sedea per celia un ramoscel d'alloro, + Una burla su'l labbro, e sol ne l'epa + La libertà. Del buon Leone intorno + Tripudïando oscenamente ignude + Ivan muse e madonne; ed ei, nuotante + Come in un mar di placida quïete, + Sonnecchiava e ridea, mentre, seduta + Sui suoi ginocchi, con la man lasciva + Stazzonando il venía lubricamente + Del Bibbiena una putta, ed esso il Cristo, + In abito or di scalco, or di poeta, + Compartía, strambottando in buon latino, + Cibi a le pance e a l'anime indulgenze. + Su la spalla battei de lo stupíto + Solitario, e gli dissi: Ecco il vangelo! + Arse in cor d'ira e di vergogna in volto + Il generoso, e a le natíe contrade + Disdegnando volò. Folti a' suo' fianchi + Si stringeano i fedeli al suo ritorno, + Dimandando di lui, che il ciel dispensa; + Ed ei tuonò:--Colui, che il ciel dispensa, + L'are insozza, il ciel vende, e Dio svergogna!-- + Disse, e dal petto fremebondo il sacro + Abito svelse, e si lanciò nel mondo + Come guerrier contro a nemico armato. + Ululâr contro a lui, contro al pensiero, + Contro a la vita, contro al ciel, gl'ingordi + Lupi di Trento; sibilâr gli obliqui + Rettili del Loiola, e dentro ai petti + S'insinüando, avvinghiâr l'alme; un freddo + Lento velen vi sparsero, sperando + Che sepolta nel sonno, o nel terrore, + L'umana volontà tutta si spenga. + Fu un sepolcro la terra. Un'ara e un trono + Soli sovr'esso; e tutto occhi e sospetti + Sovra entrambi il Loiola: Iddio discese + Umilmente dal cielo; e, perchè alcuna + De le pecore sue non si smarrisse, + Al comando di lui prese il coltello, + E con celestïal garbo l'immerse + Ne la gola di mille. Un mar di sangue + Coprì la terra; il divo manigoldo + Tornò al ciel, carezzò l'insanguinata + Barba, e pago dal suo trono sorrise + Come al settimo giorno. Io nel fumante + Sangue mi astersi, e fulminai la voce. + Pugnâr vivi ed estinti, e nuova intorno + Pullulò da la strage onda di vita. + Gemina possa, è libertà: risveglia + Le menti in pria, poi discatena i polsi. + Uom, che servo ha il pensier, la destra ha inerme; + Spada non ha chi i suoi diritti ignora. + Ricca d'affanni e d'ogni mal contesta + Egli è certo la vita; e pur qual turpe + Cosa è nel mondo, che al servir s'agguagli? + E qual di tutte è servitù più infesta + Che servir, non volente, al ferreo cenno + D'assoluto signor? Popol che geme + Fra' ceppi, e sente del suo mal vergogna, + Per metà è schiavo, e qual gode e s'oblía + Schiavo è due volte, e d'ogni ingiuria è degno. + Dinanzi a re, che il suo piacer fa legge, + E a nessun mai de l'opre sue risponde, + Leggi non son, nè cittadini: ai sommi + Gradi i pessimi esalta; il buon deprime; + L'altrui sostanze impunemente invade; + Grandi e piccoli offende; il sangue sparge; + L'onor calpesta: è tutto insomma ei solo. + Nè giustizia miglior, nè più felice + Stato è, per me, dove la plebe impera. + Idra ingorda è la plebe, e per ciascuna + Testa ha due bocche: a divorar la prima, + A morder l'altra e a maledir dischiusa. + Vile in servire, in comandar superba, + Cieca in ambo gli stati, iniqua sempre. + Miglior però d'ogni governo io tengo + Quel che al centro risiede, e da ogni estremo + Con eguale poter si tien diviso. + Quinci l'empia Licenza, a cui gradito + Cibo è la strage cittadina, e quindi + La Tirannide astuta; ed esso in mezzo + Sta, come ròcca, e per vegliante cura + Campa a un'ora dal male e al ben provvede. + Da l'estrano temuto, e riverito + Al par da' suoi, de la sua gente i dritti + Custodisce e difende, e, pur lasciando + A l'oprare d'ognun libero il campo, + Argine solo il dritto altrui gli oppone. + Così liberi tutti e tutti a un tempo + Servi sono a la Legge; e per diversa + Via, con varia fortuna e vario ingegno + Egual fine ha ciascuno: il ben di tutti. + Questo però, qual ch'abbia forma e nome, + Libero stato io sovra gli altri estimo. + Nè pensar già che il buon desío m'accechi, + Se dir m'udrai, che a tanto inclito obietto + Ogni gente del mondo ormai si appressi. + Al novo grido del pensier ribelle + Tremâr con l'are i troni, e giù dai troni + Precipitâr scettri purpurei e teste + Coronate di re. Surse su'l nudo + Scoglio Albïone, e su'l riverso giogo, + Il suo tiranno a giudicar, piantosse. + E giudicò. Splendea nitida e bella, + Qual s'addice ad un re, sovra il tuo collo, + O Stüardo, la scure; e fredda, muta + Come il pensìer del rigido Cronvello, + Cadde, e libò con voluttà plebea + Il regio sangue di tue regie vene. + Rotolò ne la polve il tuo parlante + Capo, e le voci balbettate a pena + Da le labbra morenti entrâr nel petto + D'ogni re de la terra, a cui mutato + Sembrò il regno in abisso, in palco il trono. + Surse anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante + L'americana Libertà, che troppo + Sentì al collo pesar l'anglico giogo; + E tu primo ne udisti il grido orrendo, + Redentor Vasintóno, a cui la spada + Sfolgoratrice d'assoluti imperi + Essa prima affidò. Scornata e vinta + L'altera Anglia soggiacque; e non le valse + Fulminar Franchi orgogli e antenne Ibere, + Nè gli oceani domar, nè invitta e ferma + Durar su la contesa arce di Calpe, + Quando te non domò, te di nemici + Vincitore non pur, ma di te stesso. + Libertà allor sul grande istmo si assise + Vittorïosa, e ne le immense braccia + Ad un patto d'amor le genti accolse. + Sedea fra tanto una cortese e imbelle + Sovra il trono di Francia ombra di re. + Quinci un cortèo di pallide e lascive + Fantasme, e inciprïate ombre e superbi + Scheletri incappellati e rugginose + Armi vuote, che si tenean diritte, + Come fosser guerrieri; e quindi un vasto + Tumultüoso brulicar di vivi. + Il Re dicea: Stiam fermi, io son lo Stato! + Ed il popolo: Avanti, eguali tutti! + Diceva il Re: Pieghiam la fronte a Cristo; + E la plebe: Nè re, nè dio vogliamo: + Cristo è il passato, e l'avvenir siam noi! + E il magnifico Re, non per paura, + Ma perchè ardea d'amor pe' suoi soggetti, + Titubò, tentennò, si rassettò + Co'l mignolo sottil certi indiscreti + Ricci, che gli sfuggían da la parrucca, + E gridando: sto fermo, un gradin scese. + Fe' un sogghigno la plebe, e disse: È poco. + Ed il Re scese ancora. Ancor non basta! + Gridò la plebe; e il Re: M'abbasso troppo; + Allor pari sarem!--Meglio per tutti; + Se non ami con noi viver nel fango + Un palco t'alzerem d'oro e di gemme; + Vieni, scendi e vedrai!--Scese; e la plebe + Urlò un plauso di gioia, e, sì com'era + Nana, minuta, sbrindellata e scarna, + Diessi a ballonzolar bizzarramente + Tutta in giro al buon re. + --Balliam, balliamo: + + La nostra gioia, il viver nostro è un'ora: + L'uccel venne a la rete, il pesce a l'amo. + Da l'una a l'altr'aurora, + Balliam, balliam, balliamo. + + Balla con noi, buon re: noi non siam prenci, + Non vestiamo, gli è ver, porpora ed ostro, + Ma fatto è il manto tuo coi nostri cenci, + E tinto te l'abbiam co'l sangue nostro. + + Balla con noi, buon re: vigile ognora + Tu pensavi al tuo popolo diletto: + E il popol tuo vegliava e veglia ancora + Per comporti a sue spese un cataletto. + + Balla con noi, buon re; balliam, balliamo; + Facciam cambio di doni, oggi ch'è festa: + Noi la vita e l'onor dato t'abbiamo, + E tu, buono qual sei, dànne la testa!-- + + Era questo il baccar di quel tremendo + Popolo di pigmei. L'un l'altro, a un segno, + S'aggruppâro, si unîr, si fuser tutti + Come liquido bronzo, e una trifronte + Furia formâr così gagliarda e fiera, + Che immoto stette a contemplarla il mondo. + Ella si scosse, e dietro a lei sparirono + I secoli; diè un grido, e tremâr quanti + Popoli e re. Tutto sia nuovo, disse, + E fulminò: tempi, memorie, cose, + Troni ed altari, uomini e dii. La terra + Corse in tre passi; e a le rovine in cima, + Fra un oceano di sangue eretto un trono, + Lieta, guardando a l'avvenir, si assise. + Come allor, che dai campi aridi e brulli + Piomba co'l verno una tempesta, orrendo + Romba il tuon, fischia il vento, a larghe falde + Piove olimpo; i torrenti alzansi in fiumi, + I fiumi in mar; crollan capanne e case, + E ti par tutto, ove che il guardo giri, + Un sepolcro di torbe acque la terra; + Tal passò quell'Erìne; e, a quella forma + Che, a le fiamme del Sol, bevendo i campi + L'abbondevole umor, pullula intorno + Fuor del morbido limo ogni diversa + Vegetal vita, e variopinto e bello + D'erbe intesto e di fior spiega il suo manto; + Così da le rovine alte e dal sangue + Germinâr cose e idee, ch'arbori or fatte, + Dan riparo a le genti e frutti al mondo. + Questi, ch'io noto con parlar fugace, + Inclito Prometèo, son, tra' maggiori + Fatti, per cui l'uman genere avanza, + I maggiori e più illustri; e d'essi al raggio + La speme del mio cor s'accende e cresce. + Me più volte cacciò nei tenebrosi + Baratri il Dio, che al suo fatale è presso, + Ma invitto sempre ad altre prove io sorsi, + E a l'estrema mi accingo, or che cotanto + Spazia nel Ver de l'uman genio il volo. + Però ti piaccia udir, come appuntando + L'uomo industre e tenace il vario ingegno + Or d'Iside nel grembo, or di sè stesso, + Utili veri a la sua vita invenne. + Qual dirò prima o poi? Correa su' ciechi + Flutti il nocchiero, e nulla al dubbio corso + Guida costante gli reggea la prora, + Fuor che l'Orsa malfida e il vario sole. + Mal securo ei fuggía gli alti, e la riva + Con vigile tenendo occhio, il nemico + Nembo tremava, che rapìagli il cielo. + Ma poi che la virtù primo conobbe + Del commisto magnete, il qual, sospinto + Da un istinto d'amor, volgesi al polo, + Un sottil, ben temprato ago ne trasse; + Mobilmente il librò sovra a un diritto + Fil d'intrepido ottone; entro una cava + Ciotola il custodì tutta di puro + Rame, e, co'l guardo al ben costrutto ordigno, + Diede a l'agile prua certo il governo. + Così per mari inesplorati, in traccia + D'un pensier, che parea sogno e deliro, + T'affidavi, o Colombo; e intenta e certa, + Più de la punta del sottil congegno, + Ch'oltre ai nembi scorgea l'artiche nevi, + Lungi, lungi, oltre ai mari, oltre al confine, + Dove il cielo si univa al mar crudele, + Tutto un mondo vedea la tua pupilla. + Esplorata così questa rotante + Sfera, che intorno al Sol l'anno misura + Più vasto al genio umano aere s'apría. + Crescean genti e città; crescean con elle, + Madri d'opere eccelse e d'aurea prole, + Le varie stirpi de' bisogni industri, + E d'un vol più veloce e più securo + Ogni gente, ogni cor l'uopo sentiva. + Qual parría del vapor più debil cosa? + Atro figlio de l'acqua e del selvaggio + Foco, di tutto genitor, si leva + Turbinando per l'aria, e l'aria offende + Di fosco, umido vel, sin che del tutto + Si discioglie e si sperde. Eppur, se in cupo + Spazio tu ardisci imprigionarlo, e al cielo, + Ch'ei desía, non gli assenti adito alcuno, + Cozzar tosto l'udrai contro ai pareti + In terribile guisa, e sì con fiero + Talento e con tal vivo urto li assale, + Che, fosse anche d'acciar la sua prigione, + Indomito la spezza; i perigliosi + Frantumi in alto, in cento versi avventa, + E con tuono improvviso all'aria esplode. + Di tal fiero poter con mente audace + L'uman genio si valse; accortamente + Il compose, il costrinse in ben attati + Cilindri, che dischiuso abbiano un varco; + Diè modo e verso al repentino istinto, + Che a dilatarsi e cercar l'aria il porta, + E di guisa il domò, che or dentro a immoti + Dedaleï congegni urge, ed immani + Suste ad un cenno e ferrei magli elèva, + Ruote stridule aggira, e, a tutto intorno + Propagando con vario ordine il moto, + Porge all'uom mille braccia, a l'arti il volo; + Or, d'un agile pino occulto in grembo, + Via lo spinge su' flutti, al nembo, a' venti, + Senza remi, nè vela; ond'esso, in forma + D'agile carro, sui voraci abissi + Rapidissimo scorre, e lidi e genti + In utili amistanze obliga e aduna. + Nè il mar vince soltanto; anche la terra + Con nuovo magistero a lui soggiace. + Varcar vedi per lui, quanto è distesa + Da l'igneo Sâra al gelido Trïone, + Tal fulmineo congegno, che animato + Mostro il diresti: un ferreo ed infernale + Pègaso dai fiammanti occhi, che orrendo + Fuma, fischia, ansa, sbuffa, alita, e crassi + Fiati or da l'alto or giù dal ventre avventa; + Ed ecco, or per campagne umili e valli + Correr mugghiante e serpeggiar lo miri, + O lungo i fianchi d'un aëreo monte + Divincolando trascinar l'immane + Corpo; or sui fiumi sorvolar, traendo + Fuor dai pensili ponti alto fragore; + O la riva del mar tremulo al giorno + Radere, o dentro a tetri anditi a un tratto + Cacciarsi, e poi, lontan che il vedi appena, + Sbucar, lieto fischiando, a l'aure amiche. + Di tante meraviglie a l'uom stromento + È il domato vapore. Or quelle ascolta, + Ch'opra il vigor del fulminante elettro. + O che chiuso ei si assieda, o che trascorra, + Tutto egli abita e muove: il ciel sublime + Turba e schiara a sua posta, or con sovrana + Possa adunando, or dispergendo i nembi; + La terra investe, agita i petti, e i germi + Scalda e svolge ne l'una, e dentro agli altri + L'estro del ricco immaginar produce. + Le piante, gli animai, l'ambre, i cristalli, + L'irto pel, l'aurea seta, il fil sottile, + Tutto, qual serpeggiante anima, invade, + Per ogni cosa si conduce, e, come + Odio avesse ed amor, le simiglianti + Cose respinge, e le diverse attira; + Altre muta, altre scambia, altre dissolve. + Di questa forza onnipossente, occulta + Entro al sen de le cose e di sè stesso, + L'uom si avvisò meravigliando; e poi + Che al vulgare stupor, che inerte ammira, + L'acuto esame operator successe, + L'ignea virtù, la doppia indole, i fatti + Ne investigò, ne misurò; gli azzurri + Dardi, per via di ben composti ingegni, + Costringendo, ne accrebbe, e di tal guisa + Al suo nume obbligò l'etereo foco, + Che il fulmine del ciel, già paventosa + Arma di Dio, terror de l'uomo e morte, + De l'umano pensier schiavo s'è fatto. + Affascinato da la tenue punta + D'un magnetico stil, che su dai colmi + Aërei tetti a vertice s'inalza, + Giù da le nubi rovinar tu il mira + Con fragore innocente, e sotto al cenno + Del tranquillo mortal cercar gli abissi. + Qui di doppio metal sorger tu vedi + Piccioletta colonna, a cui di pila + Dà nome il mondo. Di frequenti, alterne + Piastrelle, altre d'argento, altre di zinco, + Fra cui, molle di salsa onda, si spiega + L'indocile a l'elettro olida lana, + Con modesto artificio essa è costrutta. + Dentro ai vari elementi, in questa forma + Sovrapposti e congiunti, in un momento + Per innata virtù svolgesi e guizza + L'elettrica corrente; ai poli avversi + S'urta inqueta, s'aduna, e quindi e quinci + Svanirebbe per l'aria inutilmente, + Se ai due lati non fosse un magistero + Di metallici stami, in cui bentosto + La fulgurea scintilla entra, e propagasi + Precipite, e, fidata al tenue filo + Che ronzante a l'immenso aere si stende, + E i lidi estremi ed ogni gente unisce, + Fende il ciel, passa i campi, il mar penètra + Qual dèmone; e non pur segni e parole, + Fidi messaggi del pensier, produce, + Ma, stupendo a veder, le desïate + Di chi lungi è da noi care sembianze + Fedelmente ritratte a noi presenta. + Ma a che produrre il favellar? Che detto + Sarà che il vol de l'uman genio adegue? + Dirò, com'ei, con piccioletto ordigno + Le alate ore del dì segna e divide? + E l'elastica e grave aria, che preme + Su le suddite cose, e il caldo e il gielo + Con ingegno sottil pesi e misuri? + O come, armato la pupilla inferma + Di veggenti cristalli, al ciel li appunta + Con alto ardir, gli astri gelosi esplora, + E, penetrando un oceán di fiamme, + Strappa ai templi del Sol gli ardui misteri? + La terra, il mar, l'aria sonante, il cielo, + Tutto ha l'orma di lui, tutto gli cede + Riverente il governo. Un sol, sol uno + Maligno error nei regni suoi si ostina, + E quell'uno cadrà. Più forte io sento + Favellarmi l'amor; già di mortali + Forme il fantasma del cor mio si veste; + Ecco, il sento; ecco, il vedo. Oh! se a cotanto + Volo, per tanta via, per tanti affanni + L'uomo mortal contro a l'error si eresse, + Credi, non pur possibile e secura, + Ma vicina, imminente, agevol cosa + È la morte del Nume e il mio trïonfo!-- + Disse, e giù per la china aspra e romita + Concitato avvïossi. Alto un saluto + Suonò l'antro profondo, e a lui d'intorno + Strana e gagliarda un'armonia si desta: + Ei viene, egli s'avanza; + Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi; + Non firmamenti, o báratri, + Ma le tende de l'uom son la sua stanza. + Sorgete a lui d'intorno, + O sepolti ne l'ira; e voi, che fate + Traffico di terreni odî, dal vostro + Usurpato soggiorno + Levatevi! Tremate + Da la cortina dei venduti altari, + Voi, che potenti di menzogne, il foco + Del dissidio apprendete; e al reo costume + De le plebi insensate + Esca porgete, ed affilate acciari. + Raggio non ha di lume + La mente vostra, e non ha tetto o loco + Per voi la terra, abbenchè vasta. O fieri + Mastri d'insidie, o neri + Viventi covi di serpenti, o mostri + D'error pasciuti e d'uman sangue ingordi, + Ministri d'ira, apostoli d'errore, + A terra alfin; costui che viene è Amore! + Ei viene, egli s'avanza; + Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi; + Non firmamenti, o báratri, + Ma le tende de l'uom son la sua stanza! + O derelitti e miseri + Figli devoti a povertà, reietti + Da splendidi banchetti, + Servi cenciosi a la spezzata gleba, + Che fertile e ridente, + Il molle ozio nutrìca + Di fastosa Ignoranza; + A voi dura e nemica + Madrigna, invidiosa + Pur d'un vil tozzo bruno + Che pugna duramente + Con l'affilato dente + Pria che sfami il plebeo fianco digiuno; + Schiavi, in piè, tutti in piè; quanti pur siete + Da le arene di Libia a la restía + Cuba, asilo di schiavi, e qual pur sia + Sotto al flagello de l'assiduo sole, + Crudo signore anch'esso, + Il color vostro e il crin. Schiavi, in piè tutti! + Parla cotal parola + Costui che vien, per cui, + De l'opre e degli affanni + Santificati a la feconda scola, + L'alma e la destra amica + Di provvida fatica, + Porger potranno tutti + De la finor vietata arbore ai frutti! + + Ei viene, egli si avanza; + Ha in cor la luce, l'avvenir sugli occhi! + Non firmamenti, o báratri + Ma le tende de l'uom son la sua stanza. + Voi, che in abietto e vile + Ozio distesi, il turpe viver molle + Annoverate dal fuggir de l'ore, + Schiavi imbelli del core + Vostro e d'altrui, larve patrizie, all'opra! + Tal giudice v'è sopra, + Che a nulla mai quanto a l'oprar perdona. + Nè del ceruleo sangue + Vi gioverà l'inclita stilla, o il caro + Peso di scrigno avaro, + Solo a capricci di lussuria aperto; + Nè, meno ignobil merto, + Le illustri opre dei padri: egro ed imbelle + Nipote da gagliardi avi discende, + Qual da la salma d'un illustre antico + Discende il vil lombrìco. + Industre ed ingegnosa + Gente, ai travagli del pensiero avvezza + Come ad opra di man, combatte ed osa + Assidua ed animosa, + Ed a mezzo il cammin mai non assonna. + Da le vulgari ed ime + Sedi s'inalza a mal contesa altezza, + E, rampogna sublime + Cui l'ozio ingombra e l'ignoranza opprime, + Sa ciò che vale, e di sè stessa è donna! + Tal suonava d'intorno al Pellegrino + Meravigliosa un'armonia, fra tanto + Che, incoronato di superba luce, + Sul superbo suo capo il Sol splendea. + + + + +CANTO QUARTO. + +ARGOMENTO. + +Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti +luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla +morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo +incantato e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto +di Ebe, e le domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo +e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto. + + + Concitato così le spalle tòrse + A la scitica rupe, e dentro al petto, + Siccome vena di sboccanti lave, + Giovane e forte gli bollía la vita. + Solo e pensoso ei va, come solinga + Per gli spazî del ciel tacita nube, + Nè gli cal se la bianca alba gli rida, + Nè se il Sol lo saetti, o lo ravvolga + L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo; + Perocchè diva è la sua tempra, e nulla + Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto. + Solo e pensoso ei va: monti e dirupi + E foreste e deserti indifferente + Lasciasi a tergo, e par nave, che muta + Solchi le tenebrose onde sospinta + Da prosperi aquiloni. Il flutto varca + De lo spumante, ingiurïoso Arasse; + Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama + Le Amazzoni omicide; le spelonche + Orride mira e le ferrate valli + Dei Cálibi feroci; e dei cotanti + Popolati di fiabe incliti lochi + O si scorda, o non cura, o ver sorride. + Ma di te si sovvenne, in su la sponda + Del propontide stretto, Ero infelice; + E il mar querulo ancor di tanto lutto + Ricercando con gli occhi e le nascenti + Per l'azzurro del ciel candide stelle: + --Ecco il talamo vostro, ecco le faci + Del vostro imene, o giovanetti, ei disse: + Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno + Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno + Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo + Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli, + Due fior la vita, ed ogni cor due stelle! + Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze; + Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio + Ed un sospiro; un talamo e una fossa; + Un sogno e un sonno; un inno ed un addio! + Oh! l'amore, oh! la morte!-- + In tali avvolto + Meste e leggiadre fantasie d'amore + Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti + Per tanto flutto verginali amplessi + E la pronuba face e il fato estremo + Invidïando al garzoncel d'Abido, + Sentì quasi pietà d'esser sì solo. + Mentre ei vaga così di terra in terra, + E amor solo il comanda, ad altre piagge + Volano i canti miei: su le ridenti + Piagge di Tempe, asil di giovanette, + Ninfe, amanti di rose e di garzoni. + Come canestro di ben culti fiori, + Nel tessalo giardin Tempe verdeggia, + Tempe, amena contrada, a cui diêr grido, + Quando Grecia fioría, Numi e poeti. + Coronata di selva, entro ad opaca + Valle per ben chiomati olmi canori + E per canto d'augelli e suon di rivi, + Tra Larissa e l'Egèo molle dechina, + E, quai Titani, a lei stanno d'intorno + Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri + Gioghi di monti, da le cui pendici, + Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe + Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi, + Quando più torve lo mordean l'Erinni, + Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse + S'addossavano ancor rocce su rocce + Senza varco di uscita; e brulla e mesta + Era la terra. Arse di rabbia il fero + Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto + Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti + Gl'iperborei macigni; inorriditi + Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro + Al furente Almeníde. Amena e bella + Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume + In memoria del dio. Fra sempre verdi + Gramigne e giunchi flessuösi e fiori + Esso ha il lubrico letto, ed or si volve + Querulo come rivo, or mugolante + Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno + Tra foltissimi vepri al Sol s'invola, + Or limpido e sonante al ciel risplende + Come lama d'argento, ed ai lavacri + Il polveroso mandrïan conforta. + Pingue così di spume e di tributi + Scende superbo a fecondar la valle, + E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno + E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa, + Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda + E sdegnosa altresì; però che un tratto + Su l'ampio dorso del Penèo galleggia + Lieve e cheto com'olio, indi si parte + Solissimo fra' giunchi, e vien per via + Mordendo argini e siepi ed involando + Iridati lapilli e tenui fiori, + Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce + Con allegro susurro il giovin flutto. + Cercan la sua romita onda al merigge + Sitibonde le capre, e tarde e stanche + Giù da l'erta si calano le vacche + Al tinnío de le pensili campane, + Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso + Il rubesto caprar zufola al vento. + Venían furtive un dì sopra la riva + Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe + Le ritonde sembianze, e su l'eburnee + Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza + Degli estivi solstizî, e mezzo ignude + Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli, + Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti + Palpitavan, celati entro ai cespugli, + L'insidïosi giovanetti, e nulla + Prendean cura di greggi, o di ritorno, + O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito + Fuor mai si spinse, e disïoso e folle + Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda, + Clamorose echeggiar sentivi intorno + Femminee strida, ed agitate e rotte + Suonar l'acque. Qua e là, scevre di velo, + Fuggon le donzellette, e vesti e pepli + Scambian confuse, e tremanti avviluppansi + Ne le riverse tuniche, e pe'l lido + Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono + Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia, + Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli + Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi + Rosee forme fuggenti, e scappan dardi + Di voluttà. Riedon delusi intanto + I giovincelli, e s'affollan sul piano + Clamorosi, anelanti, ed un si loda + Del proprio ardire, e ride e si fa gioco + Del ritroso compagno; un leva a cielo + La beltà de l'amica; altri fa mostra + D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta + Sorrisi e baci e occulte intelligenze + Di vicini ritrovi; e va del caso + Superbo ognun qual d'un primier trïonfo. + Così a le danze ed ai trastulli amica + Tempe fioriva un dì, quando nei bruni + Letti del mar dormía cieco ed ignoto + Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta + Come vedova or siede; e s'anco aprile + Va per uso a recar le sue ghirlande + Su quell'orbe contrade, e van le stelle + A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume, + Ben puoi dire, che senso han tutte cose + Di ricordi gentili, e son fedeli, + Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori. + Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse + Ispide macchie al croceo Sol biancheggia + Qualche muta capanna, ove, costretto + Di scarse lane il macerato fianco, + Numera i penitenti anni nel duolo + Il romito calòcero, che nulla + Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo + Forse dar più non puote, offre al Signore. + Sola, fra questi incolti èremi, in vetta + D'un'aërea collina, a cui sorride + Primo dagli orti il giovinetto sole, + Una strana magion sorger tu miri + Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente + Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora + Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia, + Or circonfusa d'un'argentea luce + A dolce meditar l'anime invita. + Danza d'intorno a lei con grazïoso + Florivolo tripudio il fresco Aprile, + Che le penne del dorso e il facil volo + Ivi gran tratto e volentieri oblía, + Fin che non giunga a discacciarlo il verno. + Sentono il suo fecondo alito i fiori, + E su su da le intatte erbe, che tremolano + Riscintillanti al candido mattino, + Schiudon l'auree corolle, innamorate + D'agili silfi; ed ei, per la diffusa + Luce che lo circonda e le volanti + Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia, + E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi, + L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro, + A un concento d'amor tempra e concorda. + Mira a la lunge il credulo romito, + Come spera di Sol, fulger l'ostello, + E suonar l'aure insolite armonie + Stupefatto ode, ed incantevol mostro + Di spiriti lo crede, asil di fate + Suäditrici di lascivi amplessi. + Pende un tratto con doppio animo, e quando + Nel travolto pensier dèmoni e ninfe + Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi + Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori, + Trepidante di là togliesi, e il foco + Del vorace desio, che il cor gli afferra, + Nel pensiero di Dio spegner presume. + --Piombi il foco del ciel su l'empie mura, + Quinci a notte passando, esclama il vecchio + Merciaiolo di Sira; al maledetto + Spirito che vi ha stanza aprasi il nero + Regno di Belzebù!--Sporge le braccia + Imprecando in tal guisa; e, borbottando + Per l'erma notte altre più ree parole, + Riattizza la pipa: in fosche e spesse + Nugole fuor da le sonanti labbra + Sbuca il putido fumo, e con sinistro + Gorgoglío geme la tartarea canna. + Ma di lui men feroce, in su la china + De le valli fiorite, allor che intera + Guarda l'estiva luna entro lo specchio + De le chete fontane, e a le tranquille + Brezze dei monti flettono la cima + L'arsicce mèssi e i moribondi fiori, + Men feroce di lui fermasi e guata + Il giovinetto pastorel, che vide + Un dì ne la pensosa ora dei vespri + Vaga passar di sotto ai pergolati + De l'aërea magione una bellissima + Immagin di fanciulla, e non sa forse + Il semplicetto mandrïan, se cosa + Fosse di sogno, o di mortal figura + Non fallace apparenza. Entro al pensiero + Quella leggiadra visïon tuttora + Vagolando gli nuota, a quella forma + Che vediam ne la verde onda d'un lago + D'un astro ignoto tremolar l'aspetto, + E ne par forse innamorato e mesto + Spirto, dannato ad abitar quell'acque. + Sui disfatti scaglioni il giovinetto + Appo il fonte si asside, e la stanchezza + Dei lunghi giorni e la stagion cocente + Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri + Fra le vergini rose e le modeste + Edere de le siepi, or tu gli reca + Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora + Derivar da la dolce arpa l'ignota + Di quell'aureo palagio abitatrice, + Ebe, il misterïoso astro di Tempe, + Ebe, l'arcana visïon d'amore. + Ella è colà: nei taciti giardini + Pari a le stelle uscì; candida e sola, + Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira + Pei fioriti vïali, ecco, domanda + Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo, + Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto + Ne la pensile rete ella distende + Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura + Abbandonatamente a l'aura ondeggia. + Spinge tra fronda e fronda il curïoso + Raggio la luna, ed al tremar dei rami + Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi. + Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda + Fate di danze, innamorati augelli: + Bacio d'amor su quella fronte intatta + Finor non si posò; pronube danze + Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura, + Abbandonatamente a l'aura ondeggia. + Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira + L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa + Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco + S'apre a fatica a la materna luce; + Onda, che parta il marinar co'l remo, + Mormorando s'aduna, e corre al lido; + Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura + Abbandonatamente a l'aura ondeggia. + Or vedete, ella sorge; a la vocale + Arpa dà piglio; sul foglioso, oscuro + Sedil, tessuto di costanti bossi, + Mollemente si adagia, e al fuggitivo + Tremulo raggio de l'occidue stelle + La mesta del suo cor voce confida: + + --Date a la terra i fiori, + Date i coralli al mar; + Ad ogni cor gli amori, + Ad ogni dio l'altar. + Abbia ogni nembo un'ìride, + Ogni astro i suoi splendori; + Date a la terra i fiori, + Date i coralli al mar. + + Ma, rieda il verno o il maggio, + Mesta e soletta io son; + Muto è del cielo il raggio, + Triste è de l'arpa il suon; + Qual vana ala di zeffiro + Passo nel mio vïaggio, + E, rieda il verno o il maggio, + Mesta e soletta io son. + + O immagini lucenti + Di più felici dì, + Sogni de l'arte ardenti, + Il vostro april sfiorì; + Invan chiedo le olimpiche + Forme a le nuove genti, + O immagini lucenti + Di più felici dì. + + La giovinezza, il riso, + Le grazie ed il piacer + Fuggon tremanti al viso + De l'inamabil Ver; + Fuggon su l'ali rosee + Del vago error conquiso + La giovinezza, il riso, + Le grazie ed il piacer.-- + + Ella così cantò. Sul limitare + Appresentossi un pellegrin. Dai muti + Sottoposti sentieri, a stilla a stilla + Bevuta avea la voluttà secreta + Di quel suon, di quel canto, a par di fiore, + Che le brine del cielo avido beve + Ne le tiepide sere; e a forza tratto + Ivi venía, per quel secreto istinto + Che l'altera rivolge aquila al sole. + --La Ragion sia con voi, grave e solenne + Esclamò su la soglia; un pellegrino + Chiede ospitalità.-- + Lo sguardo eresse + A lo strano saluto Ebe, e tremante, + Attonita mirò quella bizzarra + Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse + Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero + Gioco gli fan così su la persona + Le acute ombre notturne e l'auree faci, + Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva + Apparenza di spirto, ivi per voce + D'incantesimi tratto. + --O pellegrino, + Così a dir prese con trepida voce + L'inclita giovinetta; ove di cibo + Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata + Gente ed a case inospitali e dure + Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo + Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente + Viene in tal guisa a visitar la terra. + Però siedi e t'allegra; e mentre intorno + Movan le ancelle ad imbandir le cene, + E a sprimacciare e ricovrir di schiette + Coltri le piume al tuo riposo amiche, + Dir ti piaccia il tuo nome e le native + Piagge ed i casi tuoi, però che al volto, + A le fogge straniere e al portamento + Uom venturoso e non vulgar ti estimo.-- + Egli sorrise e s'adagiò. Siccome + Tenera foglia al susurrar del vento + Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura + Goda cullarsi e presentir l'onore + Dei colmi bocci e del nettareo frutto, + O che, del nembo aütunnal presaga, + L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa + Trepidava ne l'alma al novo aspetto + De l'orgoglioso Pellegrino, e muta + Pendea da lui, qual candido corimbo + Che dal solingo muricciòl de l'orto, + Quando zeffiro tace, immobil pende. + Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero + Ospite, e come può, cerca con gli occhi + Disïosi tradir tutta in un punto + La dolcezza improvvisa, onde si strugge + Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto + Nei grandi occhi di lei, con lenta voce + Diè principio al suo dire: + --Ospite, ov'io + Dar potessi la fede ai tanti miti, + Di che memore è il loco, io di mortali + Questo l'asil non crederei, ma antica + Stanza di numi; ma nel cielo i numi + Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo + Regnator de la terra; ond'io con esso + Primamente mi allegro, e son superbo + D'esser con te. Pur molte fiate e molte + Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi + Raccontar la mia storia, e tu non senza + Terror l'udresti, perocchè diverso + Molto son io di quel che sembro, e fama + E possanza ed impero ho anch'io nel mondo + Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace + Saper tanto di me, che altera cosa + Il silenzio non sembri e folle il vanto, + Brevemente dirò. Su l'immortale + Cardine del Pensiero, inclito padre + Di stupendi artificî, erto il mio trono + S'alza come alpe, e nulla a me di fronte + Nel creato universo altra si estolle + Nemica forza emulatrice, tranne + La gran larva di Dio. Fiero e superbo + Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta + Region dei cieli e la miglior presume + Frenar sotto il suo scettro, e il radïante + Popol degli astri e il dolce aere e la luce + Al mio regno involar, ma questa bruna + Picciola sfera, ove si affanna e preme + Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde + Alme al Vero devote e al culto mio + Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno + Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato, + Darò, nè guari, e di mia man la morte!-- + --Tu bestemmî, stranier! raccapricciando + Ebe esclamò; tremar mi fai!-- + Su'l labbro + Pose ei l'indice in croce, e altero in atto + Silenzio indisse, e proseguì: + --Pugnammo + Con diverse armi sempre, e spirò incerta + L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso + Firmamento del ciel, rigido, immoto + L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco + Fosse a la colpa del mestier divino, + Sotto triplice larva il ciel governa. + Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto + Fan la ridda i pianeti, ed ei nè un solo + Arrestarne potría; come insanita + Tiade balza la terra a l'aër cieco, + E l'etere si spande, e il mare ondeggia, + E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto + Lo spensierato iddio pasce le nari + Del bruciaticcio di venali incensi, + E a soffiar vuote bolle di sapone, + Che a la luce del Sol gli sembran stelle, + Sciupa l'eternità. Ferrei governi + E immote norme ed assoluti imperi + A l'incontro io dispregio, e avverso al fato + E a la Natura sto; m'agito e vivo + Fra le cose create, e son de l'alma + La libertà. Stupido e fiero ei regna + Immobilmente, ed or di püerili + Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo + Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui + E d'anfibî ministri e d'evirate + Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza + Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno + Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta, + Di libere e gagliarde alme il difendo + Liberamente. O amore, o affanno, o colpa + Di scïenza e di luce, o istinto e vita + Di verità, di libertà, se merto + Altro non hai che la tortura e il rogo, + Se altro nome non hai fuor che delitto, + Ecco, a la terra io fermamente il grido: + Altare è il rogo, ed il delitto è dio!-- + Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni + Omeri scosse, e sollevò la faccia + Con fantastico ardir. Pavida, incerta + Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota + Purpurea fiamma le scendea nel petto + Agitandole il cor. Sorse a la fine + Tacita; con gentile atto la destra + Cortesemente al forestier profferse, + E al cheto asil dei suoi verginei sogni + Conturbata si volse. Ei con l'acceso + Sguardo la cinse; com'etereo foco + Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto + D'eterno amor le fibre intime ardente, + Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa! + + + + +CANTO QUINTO. + +ARGOMENTO. + +Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme +sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del +trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli +di Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di +Focione, di Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno +all'Eroe, e lo beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel +sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama. + + + Ma qual riposo mai, qual mai quïete + Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta, + Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete, + Sì fiero caso a la tua vita appresta? + Come fil di corallo entro a le chete + Onde germoglia Amor ne l'alma mesta; + Amor sen vien furtivo e taciturno, + Sen viene al cor qual ladroncel notturno. + + Su le deserte, angoscïose piume + Ella inquieta si volge, ella sospira; + E, qual lieve farfalla intorno al lume, + Amor non visto intorno a lei si aggira; + Gira per l'aria, e com'è suo costume, + Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira; + E de lo strano Eroe le reca innante + Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante. + + Ella il vede, ella il sente: ad una ad una + Fan le audaci parole a lei ritorno, + Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna + Tornan le pecchie argute al lor soggiorno; + Ed or le parla de la sua fortuna, + Muto or la guarda, or le si asside intorno; + Ed ella, a par di bianca aërea face, + Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace. + + Sorse alfine; e de l'ombre impazïente + Gli opposti vetri a le fresche aure aperse. + Taceva anco la notte, e rade e lente + Fuggían contro al mattin le stelle avverse; + Un zeffiro gentil da l'orïente + Le vaghe ali movea di brine asperse, + E ad ogni fior de le ben culte aiuole + Dolci olezzi traea, dolci parole. + + Diceva a l'aura il fiore:--Aura pietosa, + Che mi porti le brine alme e vivaci, + Deh! per poco su me l'ali riposa + L'ali dolci così, così fugaci; + Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa; + Son mia vita ed amor solo i tuoi baci; + Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo; + Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!-- + + --Sorgi, dicea con lamentevol grido + Presso a la rosa il tenero usignolo; + Quanto bella sei tu, tanto io son fido, + Quanto lieta sei tu, tanto io son solo. + Già il candido mattin sorge dal lido, + E tu sorgi così dal tuo bocciòlo; + Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio; + Tu sei l'amore, e l'armonia son io.-- + + Questo udía pe'l giardin la vereconda + Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve, + Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda, + E un'Ombra vide, o di veder le parve; + Stette, il respir contenne, e a la gioconda + Luce de l'alba il Pellegrin le apparve; + Mise ella un grido, e pallida divenne; + Se non fuggì, fu Amor che la rattenne. + + --Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento, + M'odi, pietà del mio destin ti tocchi: + Io, che ai Numi recai guerra e spavento, + Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi! + Ogni raggio d'onor fia per me spento, + Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi: + In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto, + La vita, il trono, la vittoria acquisto. + + Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita + Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi + Sempre in traccia di te corsa ho la vita, + O eterna Idea, che umana forma or prendi; + Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita, + Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi; + Or che t'aggiungo, e intero alfin son io, + Son colmi i fati, ed il trionfo è mio. + + Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo, + Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare: + T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo, + E immenso è l'amor mio siccome il mare: + Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo, + La beltà agli occhi, a la beltà un altare, + Sola virtù di questa fragil salma, + Luce de la pupilla, aria de l'alma!-- + + Così dicendo, a l'odorato lembo + De le vesti di lei dolce si appiglia; + Ella pavida in atto, al vergin grembo + Restringe i veli, e al suol figge le ciglia; + E qual fussia gentil, che dopo il nembo + Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia, + Stillante di pudor la faccia bella, + Senza il fronte levar, così favella: + + --Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese, + Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto; + Deh! chi mai la possente arte ti apprese + Del suäve parlar, ch'apre ogni petto? + Ben questi alberi muti e le scoscese + Rupi verrían commossi a tanto affetto, + E amor risponderían, d'amore istrutti, + Le dure querce e gl'infecondi flutti. + + Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri + Il fior di questa mia povera vita, + Se le gioie del mondo e i giorni allegri + Par ch'abbian del mio cor la via smarrita? + Qui passan gli anni miei romiti e negri, + E m'è la speme del morir gradita; + Chè sol di là di quest'oscuro esiglio + Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.-- + + Tal parla, e in verginale atto la faccia + Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro, + E minacciar vorría, ma la minaccia + Le muore su le labbra in un sospiro. + Ebbro, anelante, con aperte braccia, + --Ah! no, risponde il Pellegrin delíro, + Tu, che sì bella e sì pietosa sei, + Senza luce d'amor viver non dèi. + + No, non fia ver, che senz'amore al mondo + Volga tua vita abbandonata e sola, + Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo, + Qual bianco giglio in solitaria aiuola: + Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo, + La forte ala d'amor penetra e vola, + Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto, + Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto. + + Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore, + Raggio di sole e manto irto di neve, + Vol di farfalla e profumo di fiore, + Tutto passa così rapido e lieve; + Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore, + E l'istante d'amor forse è il più breve; + Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla, + Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla. + + Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte, + Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso; + Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte, + Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso; + Ci specchierem dentro a la stessa fonte, + Sognar potrem sovra il guanciale istesso; + Come ad olmo consorte edera o vite + L'alme unirem sovra a le bocche unite!-- + + Disse, e acceso negli occhi e in atto strano + Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse; + E un'armonia suonò per l'aër vano, + Ch'armonia parve, e baci erano forse. + Sorto era il sole intanto, e dal sovrano + Balzo a schiarar quelle due fronti accórse; + E negli occhi de l'un, qual fior nel lago, + Specchiar l'altra mirò la propria immago. + + V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva + Di bei fiori non è, non è di foglie, + Ma al tocco sol, come se fosse viva, + Tutta in sè si restringe, e si raccoglie; + Nome il volgo le dà di sensitiva, + E senso di pudor certo essa accoglie, + Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio, + Ha virtude d'amor, senso e linguaggio. + + Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno + Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme; + Ed agli urti del cor le ondeggia il seno, + E il cor le fugge a la risposta insieme: + --Stranier, caro stranier, per questa almeno + Secreta ambascia, che m'affanna e preme, + Deh! per questa ti prego alma soletta, + L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta. + + Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida, + Se a l'audace voler tua possa è uguale, + Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida, + Nuova di giovinezza onda immortale; + Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida; + Che men funesto a noi vibri il suo strale; + Che a questa vecchia gente infastidita + Riedan le Grazie a rifiorir la vita! + + E se tanto non puoi, dammi che a questa + Terra, che non m'intende, alfin m'invole; + Ch'io mi scevri da tanta orda molesta, + Che sepolta nel ver l'anima vuole. + Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa, + Ch'io mi confonda in un raggio di sole, + Ch'io naufraghi coi miei poveri numi + In un mare di luce e di profumi!-- + + --Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose, + Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori, + E alle fole, che il mito aureo compose, + I nostri involïam superbi cori: + Il trono de l'amor son queste rose; + Tutti son ne la vita i suoi splendori; + È qui sovra la terra il ciel che agogni, + Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni! + + Vivi a la terra e a me: vivi al governo + Di questo amor, che fiamma è del pensiero, + Di questo universal giovane eterno, + Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero; + Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno, + Tempo ed eternità, verbo e mistero, + Principio e fine del mortal cammino, + Fede, legge, virtù, vita, destino. + + Vieni con me; per l'infinita via + L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene; + L'opra e l'amor son la ricchezza mia, + Mio cibo il ver, la libertà il mio bene: + Aquila altera per l'aria natía + Al Sol va incontro, e schiva è di catene; + I nembi sfida, i turbini sovrasta, + Libera muor; la libertà le basta. + + Noi liberi così, per vario corso, + Correrem, cimbe audaci, il mar crudele, + E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso, + De l'ali sue ne rifarà le vele. + A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso, + Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele; + Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso, + Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!-- + + Favellando così, giuso a la valle + Avean, senza saper, già vòlti i passi, + E incerti si seguían, qual due farfalle, + Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi; + Ma quando s'avvisâr del vario calle + De l'assòrta fanciulla i guardi lassi, + Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta + Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta. + + Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe + Guancial trovò sul molle suol proteso, + Nè le miti verbene e le superbe + Rose andâr liete del vergineo peso: + Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe + Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso, + E gli spiriti erranti in su le chete + Labbra le avviva, e geme, e le ripete: + + --Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte, + Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso; + Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte, + Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso; + Ci specchierem dentro a la stessa fonte, + Sognar potrem sovra il guanciale istesso; + Come ad olmo consorte edera o vite + L'alme unirem sovra a le bocche unite.-- + + Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro + Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno; + Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro; + Splender mirò de la Ragione il regno; + Vacillò de l'Error l'idolo impuro; + Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno, + E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa, + Empio ognun trova, e a fulminar si appresta. + + Sconosciuta fra tanto a la ventura + L'innamorata coppia oltre cammina, + E or d'un côlto villaggio entran le mura, + Or cercano la valle, or la collina; + Posan or su la sponda, or ne l'oscura + Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina: + La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento + Per essi: amor; l'eternità un momento. + + Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei + Le nitide versâr perle dal crine, + Fra il Saronico golfo e i flutti Egei + Il sacro Attico suol videro alfine; + E, i Bëozii varcati e i monti Onéi, + Le Cecropie toccâr mura divine, + Che avean, benchè or le copra oblio profondo, + Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo. + + Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo + L'urne riversa il vigile Cefiso, + Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo + Crescea corone un dì l'aureo narciso. + Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo + La pelasgica rupe appo l'Illiso, + Or rupe incolta, ma d'illustre prove + Già campo a la fatal figlia di Giove. + + Di pentelici marmi, in su la cima, + L'inconcusso delúbro alto sorgea, + E d'opre egregie e sagrificî opima + Ivi ebbe l'ara la terribil dea: + Fra l'argive falangi inclita e prima + Sovente essa l'invitta asta scotea; + E al lampo sol del venerando aspetto + Venía prode ogni vil, rupe ogni petto. + + Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta, + Temprate in Lemno a le celesti incudi, + E libera de l'irto elmo l'augusta + Fronte splendea fuor dei funesti ludi, + Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta + Spirava il riso di men ferrei studi; + E a l'ombra del vocal delfico alloro + Venían le Muse, e s'assidea fra loro. + + Tra i ruderi famosi e le dirute + Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano; + Pensieroso guardò l'are cadute + E i fòri e del deserto ágora il piano + E il monte del tremato Are e le mute + Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano; + E d'un dio su la testa infranta e nera + Umor versò, che nettare non era. + + Sorge la notte; ei là, presso al Pecile, + S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema + Pende la luna, e sovra a la gentile + Bionda testa di lei sorride e trema. + Pensoso egli è più de l'usato stile; + È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema; + E nuotando le vanno incerte e scure + Cento memorie in cor, cento paure. + + Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna + Del sen le fa con le protese braccia; + E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna + De le stelle del cielo essa l'abbraccia. + Velò la fronte ipocrita la luna, + Chè tanta voluttà par che le spiaccia, + Come vecchia pinzochera far suole + Al caro suon di lubriche parole. + + Disse alfin la fanciulla:--Oh! se sapessi + Che paure ho nel core! Ai giorni miei + Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi, + E amore e vita ed avvenir mi sei. + Se un giorno abbandonar tu mi dovessi, + Come rondin deserta io mi morrei, + Io mi morrei così!--Tacque, e gli avvolse + Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse. + + Poi riprendea piangendo:--Era fatale + Quest'amor, più di te, più di me forte; + Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale, + E infranse e ribadì le mie ritorte. + Sento che tu non sei cosa mortale, + Ma ne le braccia tue sento la morte; + Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge, + L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.-- + + Non risponde colui: torbido, immoto + Per le tenebre lunghe il guardo intende; + Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto + Di larve brulicar l'aria comprende: + Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto, + E incerta su di lor la luna splende; + E a lui d'intorno in apparenze strane + Prendon fogge e sembianze e voci umane. + + Parla un'Ombra così:--Socrate fui, + E tra' mortali un'altra volta io vegno, + Chè contro a questi nebulosi e bui, + Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno. + Solo del vero io parlerò, di lui, + Ch'unico iddio su la natura ha regno; + E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta, + Beverò la cicuta un'altra volta!-- + + Sorge un'altr'Ombra, e dice:--Al vulgo iniquo, + Che tanto omai del suo poter presume, + Tal esempio darò, che da l'obliquo + Calle il ritragga d'ogni rio costume; + Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo, + Splender non può di Libertade il lume; + E ognun, che insorga al patrio onor rubello, + Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.-- + + Sparve, e un'altra a dir prese:--O voi ch'eletti + Foste in terra a portar le regie some, + Al patrio ben primi volgete i petti, + E le stranie falangi allor fien dóme. + Codro son io; dei popoli soggetti + Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome; + Ma a salvar Grecia, inesorato e forte, + Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.-- + + S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla + Su le stanche pupille il sonno scese, + E sovr'esso a la terra arida e brulla + Le strenue membra il Pellegrin distese. + Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla + Per lo pian solitario o vide o intese; + Ma al dileguar de le notturne larve + Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve. + + Mostro ei mirò, che lungo e macilento + Viengli incontro per tòrto aspro sentiere: + Come punta di falce adunco ha il mento, + D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere; + Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento, + Intrecciate di scope ispide e nere; + Gambe ha di ragno e membra irsute e viete, + E su la testa un gran cappel da prete. + + Qual trampolier, che da la ripa a un tratto + Dentro al placido rio salta e gavazza, + Così intorno al dormente agile in atto + Balla quel mostro, e per l'aria svolazza; + Gracchia qual corvo, miagola qual gatto, + Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza; + Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia, + E così lo deride e lo sbeffeggia: + + --Questo dunque è l'ardir, questa la possa, + Di cui tremar dovean l'alme e le stelle? + Così la fede dei mortali hai scossa? + Così fatta hai la terra al ciel rubelle? + Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa! + Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle! + O eroe de la Ragione, o Re dei forti, + Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!-- + + Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo, + Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse, + Minaccioso rotò d'intorno il guardo, + Vide Ebe, e di pallor muto si tinse. + Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo + Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse, + Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci + Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci. + + + + +CANTO SESTO. + +ARGOMENTO. + +L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla +Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e +naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano +salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della +fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuoi +perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; +armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il +nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla +pugna.--Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a +ferirlo.--L'eroe afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla +giovinetta. + + + Fra le chete e fiorenti isole o ninfe, + Cui bacia il flutto de l'icario mare, + Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi + Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua + Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo + L'ala del suo pensiero; e per le ardenti + Regïoni dei suoi sogni, vestita + Di crescenti speranze e di fulgori + Non toccati giammai, vede una sponda, + Che, libera e temuta in fra le genti, + L'ampia de la Ragione arbore edùca. + Gallia ebbe nome un dì; Francia l'appella + L'abietta lingua popolar, ma schiva + Com'è d'umili cose, ella a buon dritto + Titol di capo assume e di cervello. + Ivi la tenda ei pianterà: superba + Patria di sogni ella a sè chiama e attira, + Qual per forza d'istinto, il venturoso + Arcangelo umanato, a cui nel petto + Con eterno bollor balzano i sogni. + Sotto al suo piè monotona fra tanto + Brontola la rotante èlica; fischiano + Gli euri a l'antenne; mormoran confuse + Voci di meraviglia e di vendetta + Le solcate, saltanti acque; al governo + Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta + Nel suo madido manto alzasi al cielo + Coronata di muti astri la notte. + Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste + Onde, su cui passa leggera e certa + Con le fiamme nel sen quella nuotante + Fra tanta immensità piccola prora, + E ai solenni ardimenti inorgoglito + Dei suoi cari mortali, osa con questa + Baldanzosa jattanza alzar la voce: + + --Piega al cenno de l'uom, piega la testa, + O superba di nomi Iside antica, + E leggi e ceppi a sopportar t'appresta! + + V'è tale abitator su questa aprica, + Ultima sfera, che al tuo passo intorno + Volge ignorata, e tu scemi a fatica, + + V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno, + Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi, + Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno. + + L'idra orrenda del male erra quei lidi, + Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe + Prematura e fatal morte a quei nidi; + + Ma dal sen degli affanni e de le tombe + Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto + Quanto più giù la vil creta procombe; + + E l'uom col serto del martirio e il santo + Peso del suo dolor, nauta immortale, + L'onde si accinge a navigar del pianto; + + E, rompendo co'l petto il mar fatale, + Pur morendo, procede, e su l'impure + Salme a nuovi ardimenti agita l'ale. + + E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure + Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono + Armi il tuo grido, e veste hai di paure. + Questo verme immortale ebbe tal dono, + Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero + Su le rovine tue piánta il suo trono. + + Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero + Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo + Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero. + + Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo + Regno precidi, o ver di lidi avari + Inciampo opponi periglioso e tardo; + + Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari, + Con l'onda tua nei suoi congegni occulta, + Fa mari i monti, e fa montagne i mari. + + Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta + Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo + Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta + Libero, invitto, onnipossente, eterno!-- + + Udì il vanto oltraggioso e la superba + Sfida la Dea, che tutte cose impera, + E da le sedi adamantine, eccelse, + Ove, occulta al creato, erge il suo trono, + Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome + Commiserando a questa ultima sfera, + Bruna ed ultima tanto e tanto audace. + Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele + L'ignifera carena, e fra' tranquilli + Miraggi de le fate argenteo il dorso + Scopríano a la notturna aere i delfini, + Pazzamente esultando; e già non lungi + Nereggiava agl'incerti occhi la sponda, + Che udì del tapinello Aci il lamento, + Quando il fiero Ciclope eragli sopra + Con geloso consiglio; e già tra' cupi + Firmamenti d'azzurro, erti ed immani + Spiccava agli astri, qual fumante altare, + Gli affocati cratèri Etna superbo, + Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante + Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa, + Di sulfureo vapor l'aria si tinse, + Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti + Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti. + Balzò dagli antri de la terra un vasto + Sanguinoso fantasma; in tortuöse + Rapide spire si elevò, diffuse + Per li nordici campi orrido il crine, + Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti + Cerchi gl'impaüriti astri costrinse. + Guardò l'Eroe senza sgomento al petto + La boreäl meteora, e a le stupìte + Genti, che su la tolda erano accórse + A mirar tanto caso, e di paura + Avean gelido il core e verde il viso, + Insegnò, come seppe, in dir cortese + Il magnetico evento; allor che sorto + Da le funi riposte, ove grand'ora + Scialbo e sparuto era rimasto assiso + Certo frate Iginaldo, in modo strano + Trampolando sui piè, sciolse la lingua + Ai soliti sermoni. Era costui + Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo, + Pallido come cece, istrice al fronte, + Falco a lo sguardo: un subbio benedetto, + A cui tutta ravvolta era la trama, + Che ordita avea con fine arte il Loiola. + Corsa gran parte avea d'Asia; pescato + Con la rete di Pietro alme e moneta + Per la sposa di Cristo, e al Franco lido + Quinci movea per sovvenir le afflitte + Dai novelli cimenti anime pie. + Di Lucifero il detto e il paventoso + Mormorar de la ciurma, a quella strana + Apparenza di cielo, ei tosto accolse + Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro + Di fulminar con la parola audace + L'alme corrotte e l'empietà dei tempi, + Gittossi a' piedi il brevïario, strinse + Ne la tremula destra il crocifisso, + Che tenea, qual pugnale, a la cintura, + E in questa guisa a favellar proruppe: + --Prostratevi, tremate; ululi e pianti + Alzate, o genti de la terra; il crine + Di polvere spargete! Ecco, si appressa + L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore + Sbuca fuor da le sue stanze, e discende + Come nembo d'autunno. Ardono i cieli + A l'irata presenza, e piovon fiamme + Su le terre di Sòdoma; qual cera + Squaglian monti e palagi; orridi e neri + Bollon com'olio i flutti; apron le gole + I mille abissi de la terra, e inghiottono + Le falangi del tristo. Empî! di falsi + Idoli e di scïenze occulte e maghe + Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio + Profanato del Cristo; il santo avete + Patrimonio di Pier fra voi diviso; + Gozzovigliato fra le stragi; aperto + Con mille punte di tortura il grembo + De la madre di tutti; i figli spinti + Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue, + Con vile e frodolente arte spremuto, + Tracannando qual vino, ebbri e feroci, + Incoronati d'empietà, vi siete + Sopra l'ossa dei santi eretto il trono! + Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia + Il Signor degli eserciti, e l'immondo + Trono di Belzebù, come vil coccio + Infrangerà! Questo che in ciel vedete + È il giudizio di Dio!-- + --Questo è il rossore + Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome!--Una + voce gridò. + --Questo è l'inferno, + Riprese il frate, che divora e strugge + Le falangi degli empî!-- + --O forse il sangue, + Che han versato ogni tempo i manigoldi + Di Vaticano!-- + --Odo fra noi la voce + De l'eresía; Satana è qui; perduti + Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare!-- + Dicea, quando dal mar torbido e negro + Mugulando una sconcia onda levosse, + Contro al legno proruppe, e lieve in guisa + L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo + Una povera foglia. Orridamente + Cigolaron le antenne; urlâr concordi + I venti e i passaggier, le ciurme e il mare, + E, dal fiero sospinto urto improvviso, + Balenò, traballò, rovescion cadde + Il loquace profeta, e destò il riso + Ai mal fermi su' piè trepidi astanti, + Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto + Con muta gravità saltando aggirasi + La rugosa bertuccia, o ver, seduta + Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo + Dente a spellar secco virgulto, e il guardo + Volge furtivo ai curïosi intorno, + Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto + Balza a l'opposto lato, i bianchi denti + Digrigna, batte le palpebre, e torna + Con guardinga incuranza al giro usato; + Così in piè balzò il frate, il sospettoso + Occhio intorno girò, forbì le sozze + Palme, scosse la tunica, e, l'adunca + Faccia a la tenebrosa aria levando, + Umile e grave accovacciossi; aprì + L'unto breviario, e mormorò latine + Forse bestemmie, che parean preghiere. + Giù dagli astri in quel punto, a par di scura + Aquila, che a l'ovil piombi improvviso, + Precipitava una procella, e il core + Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi + Come monti di piombo, ingombran tutta + Del ciel la faccia le sulfuree nubi; + Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda + Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti. + Quinci aquilon prorompe, e quindi irato + Si scatena il ponente, e in un sol groppo + Pugnan, come Titani: un le pesanti + Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia + Con immenso fragor; l'altro dai fondi + Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo + Furibondo le avventa, e sfida Iddio. + Qual da robusto giocator, compulso + Dal dentato bracciale, a l'altro avverso + Il ben gonfio pallon balza e resulta, + Tal de l'onde in balía, dei venti in preda, + Di qua spinto e di là, s'agita e batte + Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso + Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba + Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa + Come cosa perduta. A l'aër nero + Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso + Suon di strida e di preci, un disperato + Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo + Battagliar con la morte, e inconsüeta + Fratellanza di pianti e di paure. + Tu sol, fra tanto perdimento, il petto + Non apristi a la tema, inclito amico + Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio + Adoprando al governo, e da ogni parte + Con diva ressa esercitando il grido + Su le pavide ciurme, il cigolante + Pino a le voratrici acque contendi. + E là, dove nel mar libico schiude + La selvaggia di Sardo isola il seno, + Ben ridotto l'avresti, ove già fermo + Di tutti la madrigna Isi in quel giorno + Non avesse nel cor l'esizio estremo. + Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso + Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio + Avviluppò fiaccate arbori e sarte, + E fin dentro ai secreti antri, ove occulto + L'impellente vapor mugola e ferve, + Vïolento introdusse il flutto avverso. + Scoppian, travolti nei dedalei fianchi, + Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito + Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa + Il perduto naviglio; e orrenda, immensa + Fra le rovine e il mare urla la Morte. + Era fra tanti derelitti, a cui + Piomba certo su 'l capo il danno estremo, + La leggiadra Isolina; a le ginocchia + Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca, + Scompigliata negli atti e negli accenti + Fra' singhiozzi pregò:--Deh! mi salvate, + Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda, + Ch'io muoia almen fra le sue braccia!--Un'onda + In questo dir si sollevò; travolse + La giovinetta, e de l'Eroe lontano, + Come fiore divelto, in mar la spinse. + Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora + Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo + Di rapir la gentil preda a la morte, + Qual tempestoso augello, in mar lanciosse. + Trabalzati dal turbo erran gl'infranti + Pini su' flutti, e con sinistri e neri + Serpeggiamenti ingombrano gli abissi + Tenebrosi del mar: sembran natanti + Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde + Ballin pazza una ridda a far più triste + De' disperati naufraghi la morte. + Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta + Desolata pietà sol di lei cerca, + Sol si affanna per lei, che tutte in core + Le sopite d'amor fiamme gli avviva. + Biancheggiar vede alfin come un'incerta + Forma, cullata abbandonatamente + Da men torbidi flutti, e sembra cosa + Di visïon, che tremoli a lo sguardo + D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa + Entro a un vel di canore acque e di spume, + Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte. + Stranamente l'Eroe spinse la voce, + Pari ad artigliatrice aquila, quando + Disertar vede il nido, e da le nubi + Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta; + E a quella volta ambo le braccia e il petto + Affaticò. La cara supplicante + Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso + L'alza, l'impone al grande òmero, e forte + Serrandola co 'l braccio a mezza vita, + Con ambo i piè squarcia di forza il flutto. + Ella respira ancor; la fuggitiva + Pupilla per le vaste ombre dilata, + E un caro astro ricerca, il derelitto + Astro de l'amor suo.--Cessate, o venti, + T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite, + Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa + Serbar quest'infelice alma a l'amore!-- + Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso + Con le braccia convulse a una raminga + Botte aggrappato disperatamente + Scòrse il misero frate: un moribondo + Topo ei parea, che, a la grommata riva + D'un impuro padùle a ber venuto, + Vi trabocchi per caso: il miserello + Stride pietosamente, i neri e furbi + Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso + Si travaglia d'intorno a un galleggiante + Sughero, che da' piè sempre gli sfugge, + E, invan le gambe picciolette a un tempo + Dimenando e la coda, alza a fior d'onda + Tenero il muso, i grigi orecchi appunta, + Finchè, domato da la sorte acerba, + Riman su l'acqua tumido e supino. + L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta + Si disserrò, qual su l'ingorda sula + Piomba il labbo animoso: a la codarda + Voratrice la vasta ala non giova; + Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto + Cibo a l'audace assalitor concede. + Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto, + Che a cavalcion su le cerchiate doghe + Con gran pena ei salía: per la pelata + Nuca agguantollo; al soverchiante flutto + L'abbandonò; su la girevol cimba + Pontò forte la destra, e su d'un salto + Vi si assise, e gridò:--Frate, il tuo regno + De la terra non è, non è del mare: + Io t'insegno il vangel!--Guaiva il frate, + Tapinandosi indarno, e rotte e fioche + Voci mettea:--Non vo' morir, non devo + Così presto morir! Come San Pietro + Tu solchi il mar; salvami tu!-- + --Profeta + Non son, nè figlio di profeta, eppure + Veggio che in gran peccato esser tu devi: + Troppo temi il morir!-- + --Sono in peccato, + Hai detto il vero, in gran peccato io sono: + Vo' confessarmi a te!-- + --Volgiti ai santi; + Il demonio son io.-- + --Sàtana, o Cristo, + T'adorerò, pur che mi salvi!-- + --Assai + Facile è in ver la fede tua: rinneghi + Dunque la legge cui finor servisti?-- + --Pur che sia salvo, io la rinnego!-- + --In molle + Rèstati adunque, e non aver paura + De le fiamme d'inferno!-- + Il moribondo + Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse + La giovinetta; su la fredda e bianca + Fronte baciolla; le spirò su' labbri + Una dolce parola: ella era muta + Come la morte. Egli proruppe:--È bello, + Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa + Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo!-- + Era già piano il mar, taciti i venti, + Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi + Tremolavan per l'aere i fuggitivi + Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti + Con le perle su 'l crin venía l'aurora. + Correa spinta dall'aure a fior di spume + La cimba portentosa, e verso ai cari + Lidi movea; quando al tenace amplesso + D'un terribile sogno Iddio si tolse + Scapigliato ed ansante: + --Ove, ove siete, + Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno + Gli arcangeli non veggo e il formidato + Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli + L'inno de la mia gloria; alzano il riso + Gl'increduli mortali, e l'inconcusso + Trono de la mia luce, ecco, diventa + Tenebroso sepolcro ai passi miei. + Rompete il laccio dei melliflui sonni, + Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento + Sibilar per le vive aure lo strido + De l'umano Pensier; sorge di nuovo + Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari + Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito + D'umane carni e d'ardimenti invitti, + Contro al nostro poter pugna co 'l riso. + Dormite pur, beate alme, sognate + L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda + Mai consunta degli astri e le piovute + Manne del paradiso; e tu, dai regni + Contrastati del mondo, oltre il confine + De la fallibil creta alza l'imbelle + Tuo desiderio, e bamboleggia e trema, + Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi + Nereggiar miri un crudo fato, e senta + Mormorar fra' consorti astri una voce + Di superba minaccia, io quel nemico + Spirto di libertà, ch'agita i petti, + Soffocherò!-- + Disse, e l'usbergo usato, + Che tutto era di nebbie e di paure, + Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse + Ègida, che le avverse anime impietra; + Strinse nel pugno la fulminea spada, + E d'immenso clamore il ciel confuse. + Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni, + Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste + Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi + Alïando venían, simili a incerti + Pigolanti piccioni, ove tra' sonni + Del temuto falcon sentan lo strido. + Videli appena il Dio, che da le soglie + Polverose de' cieli il dubitante + Per lunghi ozî ed età passo togliea, + Con fier cipiglio borbottando; e, in petto + Mal frenando la gialla ira, tre volte + Rotò sovra la testa il brando ignudo, + --E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo, + Plebe del cielo infeminita! Ai molli + Suoni de l'infingarde arpe voi date + L'anima tutta, e le divine essenze + Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti! + Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade + Ogni cosa crëata, e dio diventa, + Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari, + Con pacifico studio divorate + I banchetti celesti, e con le belle + Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto!-- + Girò, in tal dire, anco una volta il brando, + E partito saría, se da la folta + Dei trepidanti arcangeli non fosse + Sorto innanzi Michel, l'adamantina + Spada del cielo. A le incostanti aduso + Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi + Con ischietto sorriso, e,--Qual talento, + Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice + La pugna a voi? Lucifero ha vestite + Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella; + Ma rotto è forse il brando mio? Su lui + Disagevole è tanto il mio trïonfo? + Ben altre volte io gliel provai. Smettete + L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono + Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi + Il comandar, a me il servir si aspetta.-- + Così parlava, ed il canuto mento + Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza + Volea prima da lui svolgersi il nume, + Poi fiero in vista e mal frenando un riso, + Ritrasse il piè dal limitar: le indotte + Armi svestì; senza mirarlo in fronte + Al diletto campion la pugna indisse, + E, calcando ai superbi astri la faccia, + Su l'aureo trono in maestà si assise. + Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca + De la bella sua morta iva mescendo + Dal profondo del cor lagrime e baci. + Mestamente fendea l'onde, e nel raggio + Dei purpurei crepuscoli diffuso + Vagolava il suo spirto oltre la vita. + Saltò da l'etra in quell'istante il forte + Messaggero di Dio, tutto ne l'armi + Coruscanti precluso, e parea stella + Portatrice di stragi. A sommo il flutto + Contro al gagliardo nuotator piantosse, + Precidendogli il lido, e con superbe + Voci il tentò: + --Riedi, insensato, ai neri + Baratri tuoi; quest'aure e questa luce + Non son per te. Del tuo Signor dispregi + Il divieto così? Ben del suo sdegno + T'è noto il peso e del mio brando. Lascia + Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo + Provar l'ira del Padre e il braccio mio!-- + Guardollo in fronte, e con sorriso amaro + Gli rispose l'Eroe: + --Superbo e vôto + È il tuo parlar, qual si conviene a servo + D'assoluto signor. Gonfio de l'aura + D'un fatuo nume, opre millanti e cose, + Che son, più che vittorie, onte e dispregi. + Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono + D'una futil minaccia il pensier mio + Svïar provate da l'ardita impresa, + Per cui tutta cadrà da' vostri petti + La superba jattanza. Ebbri del fumo + Dei vaporati sagrificî, il guardo + Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi + Anni di gloria e non caduco impero + V'impromettete. Al par di voi, securo + Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo + Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde, + E favola e ludibrio oggi è il suo nome + Ai più vili del mondo. E voi, voi pure, + E non guari, cadrete; e su le vostre + Fiere cervici striderà la punta + Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo + De l'umana ragion, che tutto arriva, + Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma + Dentro al sepolcro degl'imposti errori; + Ma trono eretto su l'error non dura; + Al tuo cieco signor la terra il grida!-- + Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta, + E verso al lido si spingea. Tremendo + Fulminò l'aïzzato angelo il grido, + Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta + Spada calò. Su la sua cara estinta + Piegò il nemico il petto, e nulla oppose + A la spada fatal destrezza o scudo. + Balena il mar sinistramente; a l'aure + Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma, + Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge. + Vide il portento, e scompigliossi in core + Il guerriero di Dio; nè però a mezzo + Lascia la pugna: smisurate, immense + Spiega l'ali gagliarde, e si disserra + Contro al ribelle nuotator. Qual suole + Orgoglioso tacchino, ove al guardato + Beccatoio appressar veda un digiuno + Ramingante mastin, smetter l'usata + Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta + Caruncula, e assalir tremendo in vista + Il mal sofferto esplorator; s'aggira + Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi + L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida, + E il bèzzica a la coda e lo flagella, + Tacito e imperturbato ei mette il muso + Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa; + Tale il divo campion con le robuste + Penne il superbo Pellegrin combatte + Rotëandogli intorno. + Ai cari lidi + Questi si affretta, e con parole acerbe + Lo stanco assalitor punge e motteggia: + --Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti + Soglie giammai de la magion paterna + Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa, + Credi, il fermar sopra le vie del fato + Il pensiero de l'uom: pari a torrente + Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre + Per sentiero infinito, e, non che un solo, + Mille Dii non potrían romperne il corso!-- + In così dir, prese la riva; irato + L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento, + Come vapor di nebbia vespertina, + Che s'innalzi dal mar: vela un istante + I purpurei del Sol placidi occasi, + Poi si scioglie a la brezza. + Il Pellegrino + Diede un forte sospir; la cara estinta + Su l'arena depose; e poi che l'ebbe + Tersa, come potea, del flutto amaro, + La guardò lungamente; una leggera + Zolla le impose, e muto e senza pianto, + Pari a fantasma, in riva al mar si assise. + + + + +CANTO SETTIMO. + +ARGOMENTO. + +Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della +madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la +famiglia e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce +miseramente tra' flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; +il quale, non potendo ridarle la vita, languisce nell'oblío di sè +stesso.--Una voce interiore lo richiama all'attività, e lo avverte della +gran lotta preparata fra la Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle +Ardenne, e mira i formidabili eserciti che si avanzano.--Alla vista +delle aquile imperiali alza inutilmente la voce contro l'ingiustizia di +quella guerra. + + + Nè tu, dolce amor mio, saprai gli affanni + De la bella Isolina? Io, quando i cari + Giorni ripenso, che l'amor ne diede + Tutti sparsi di luce, e la promessa, + Che a l'incerto avvenir m'obbliga il petto; + E il ciel rigido miro, e con le cento + Ali del mio desir navigo il mare, + Calar veggio dal ciel, sorger dai flutti + Tanti negri fantasmi; un'infinita + Pena, un'angoscia indefinita e nova + S'apre ne l'ondeggiante anima, e a' mesti + Casi pensando de la pia fanciulla, + Tremo nel cor, chiamo il tuo nome, e piango. + Giovinetta infelice! Un cheto e lieve + Raggio di fuggitivo astro parea + Nei passi suoi; fior di dolcezza ell'era + Negli sguardi e nell'alma; ala odorata + Di vespertino venticello estivo + Somigliavan sue voci, e chiaro e santo + Era l'amor, che le accendea la vita. + Un giovinetto da la lunga chioma, + Esile e mesto e tutto alma negli occhi, + Era il dolce amor suo: povero ed egro + Vaneggiator, che le natíe contrade + E la terra dei suoi padri e le sante + Braccia materne abbandonava; e il nero + Vuoto d'amor, che gli s'apría nel petto, + Empía d'inclite forme illuminate + Da la fiamma de l'Arte. Un giorno, ei vide + La beltà d'Isolina. Era straniera + Agli occhi suoi quella beltà; straniera + Quella terra a' suoi passi; a ogni vivente + Cosa straniero il suo pensier; ma in core + Da gran tempo sedeagli, ospite ignota, + Quella forma leggiadra; e sentì allora, + Ch'ivi, da canto a lei, sotto quel caro + Sguardo di ciel, che le vivea negli occhi, + Era la patria sua, l'aurea contrada + Dei sogni suoi; non là, dove la morte + Sedea su le dilette ossa paterne, + Non là, dove, nei suoi lutti racchiusa, + Piangea la madre sua vedova e stanca. + Da quel giorno si amâr. Livide e torte + Lingueggiâr fra le care alme le sozze + Ironie de la plebe; ai giovanili + Passi, intèsta di fior, tese la rete + L'insidïosa ipocrisia; ma grande + Crebbe amor dai perigli, e fûr più saldi + Battezzati nel pianto i primi amplessi. + Scorrazzavano un dì, come fanciulli, + Per le aiuole fiorite. Entro a un sereno + Mar di tiepidi raggi e di fragranze + Nuotavano le cose, e tutto fiori + Salìa sui monti il giovinetto aprile. + Dolcemente anelando ella si assise + Sotto il bruno laureto; e lieta in core + Di tanto Sol, di tanti fior, di tanta + Giovinezza d'amor, con puerile + Malizïoso rampognar severo + Provocava l'amico.--A nulla buono, + Dicea, sei tu; girato ho in un istante + Tutto quanto il viale, e tutti ho colti + I suoi fiori più bei: guarda;--e su l'erbe + Sciorinava il suo bianco grembiuletto + Tutto colmo di fiori. Egli porgea, + Sorridendo, la bocca, e, a nulla buono, + Dicea, son io fuor che a rubarti i baci. + Furtivamente fra le foglie e i rami + S'insinua il sole, e di minute e lievi + Agitate da l'aure ombre ricama + Quelle giovani fronti e le diffuse + Vesti di lei, che in mezzo ai fior si asside. + --Quanto io devo a l'amore, egli diceva, + Quanto a la tua pietosa anima io deggio, + O mia buona Isolina! Agli occhi miei + Cangiato è il mondo; di mai visti fiori + Mi sorride la terra; una lucente + Indefinita regïon di sogni + Mi si schiude ne l'alma, e la più bella + De le speranze mie m'albeggia in core. + Altr'uom son fatto. Ombre funeste e gravi + Tedî, e incessante fluttuär d'ignoti + Dubbi e fallace illusïon di sensi + Mi sembrava la vita: inutil gioco + Di crudeli potenze, agli occhi occulte, + Ma paventate qual visibil cosa + Da la paura onniveggente. In mano + D'un fiero iddio balzar vidi la terra + Come inutil crepunda; ai sanguinosi + Ludi, a le prede con ferin costume + Correr le schiatte dei mortali; eterno + Gravar su le ribelli anime il piede + La matrigna Natura; e tra le spire + Di velenosi abbracciamenti, oppressa + Da ignoti e strazianti incubi, indarno + Tender la moribonda Arte a le stelle. + Rider dovea, ma forse piansi. Al bieco + Occhio de l'uomo m'involai; coi morti + Vissi, e vaghezza d'ogni morta cosa + Ebbi così, che i miei giorni infelici + Sol ne la speme de la morte amai. + Qual or mi sia, nè il so; stupito io guardo + D'intorno a me, dentro al mio cor, nè trovo + Me stesso in me: caro portento è questo + Ch'io sol devo a l'amor!-- + Ne le tremanti + Mani, in tal dir, chiudea quella leggiadra + Picciola testa d'angeletta, e lunghe + Lunghe carezze le facea coi baci. + Dei còlti fiori ella scegliea fra tanto + I più freschi, e i più belli; e mormorando + Un'allegra canzon de le sue valli, + Li girava in ghirlanda, e col securo + Volo de la ridente anima il giorno + De le sue nozze precorrea. + --Di freschi + Fiori odorosi, io vo' la mia corona + In quel giorno beato: a par di questa + Tesserla io vo' di zàgare fragranti, + Che a me son tanto care, e simbol sono + Del nostro amor: te ne rammenti? il primo + Foglio che mi scrivesti un conteneva + Di quei teneri fiorì. Oh! come allora + Sarem felici! Andran confusi e tristi + I cattivi del mondo, e i nostri amplessi + Saran da Dio santificati. È amara + Cosa, me 'l credi, il mormorar del mondo + Fra due cori che s'amano: somiglia + Sibilo di serpente in mezzo al canto + Melodïoso di felici augelli; + Grido somiglia di sinistro augello, + Che rompa a sera l'armonia d'un primo + Giuramento d'amor. No, no; non voglio, + Che bieca, oscura intorno a noi si aggiri + La maledica turba, e ne sia d'uopo + Velar di mal sofferte ombre il sorriso + De l'amor nostro immensurato: io voglio, + Che testimòni a la letizia nostra + Sieno gli uomini e Dio; ch'arda di amore + Tutto il creato insieme a noi. Deh! affretta, + Giorgio, affretta quel dì! Non mi rincresce + Lasciar per te queste mie valli; il caro + Mio letticciòl, dove ho sognato e pianto + Tante volte fanciulla; i gelsomini, + Ch'ombran la mia finestra, e la gaggía, + Sai? la gaggía de l'orticel materno, + Ch'or principia a fiorir; non mi dà pena, + Che dir? non penso pur, che lasciar deggio + La mia povera mamma: io son cattiva, + Non è ver? ma per te!-- + Gonfî di pianto + Gli occhi altrove volgea; sfogliava i fiori + Con inqueta mestizia, e riprendea + Poi con tremula voce: + --Io, sai? non voglio + Viver lontan da la tua mamma: un solo + Tetto ne accoglierà; seder mi è caro + A la mensa dei tuoi; guardar le stelle + Da le finestre de la tua stanzetta; + L'aure spirar che tu spirasti; assisa + Presso l'immagin del tuo caro estinto + Di te parlar con la tua mamma; seco + Portar la croce, e consolar d'alcuna + Speme di gioia il suo lungo dolore. + Questo è il mio sogno, questo sol; m'illude + Forse l'amor? Tanto sperar mi è dato?-- + Giunse un foglio in quel punto: + --Unico mio, + Dal mio letto di spine, ov'egra e stanca + Di più lungo soffrir trascino i giorni + De la mia vedovanza, io ti sospiro, + Io ti cerco dovunque, e le deserte + Braccia protendo, e non ti trovo, e piango. + Dove sei, dove sei, che più non torni + A questo petto abbandonato, a queste + Case del padre tuo, che, di te prive, + Orbe son d'ogni luce, e fredde e mute + Sembran solo aspettar la morte mia? + Dove sei, figlio mio, che più non odo + La voce tua; che più non torni a sera + A sedermi da canto, a dirmi i cari + Sogni del tuo pensiero e i tenebrosi + Dubbi e l'ambasce d'un sorgente affetto? + Tutto, figlio, così, tutto oblïasti + L'affetto mio? Del genitor non serbi + Memoria alcuna? Ah! così poca e breve + Ala di tempo, e così nova terra + Covre quei suoi diletti occhi, che calde + Son le ceneri ancora, e, se tu il chiami, + Risponderà. Deh! così mesta e sola + Soffrir puoi tu, che da te lungi io cada? + Così dunque morire, anzi ch'io muoia, + Deve la mia speranza ultima, e al piede + Mirar deggio spezzato in un sol punto + L'estremo idolo mio? Già non fûr queste + Le tue promesse; e non cotal conforto + Da tanto amor m'impromettea! Lontano + Dai piangenti occhi miei, fatto straniero + Al materno cordoglio, il fior tu libi + De le gioie del mondo; io bacio i cari + Abiti tuoi; sfoglio i tuoi libri; il tuo + Letto, come solea, sprimaccio a sera + Con materno costume; al picciol desco + La tua seggiola appongo; al consueto + Uscio origliando, a tarda ora, il tuo passo + Scricchiar da lungi inutilmente aspetto; + E forse allor che tu beato in braccio + Dei tuoi rosei fantasmi erri i sognati + Campi de l'Arte, ed a l'amor sorridi + D'ogni umano conforto abbandonata + La madre tua ti benedice, e muore!-- + Pallide e mute si guardâr negli occhi + Quelle due fulminate anime. Ei sorse + Freddo, anelante, scompigliato; al petto + Strinse l'amica: la baciò su 'l fronte + Mal frenando i singhiozzi, e una parola + Mormorò fra le labbra; ella il comprese; + E, gittandogli al collo ambe le braccia, + In lagrime proruppe, e cor non ebbe + Di contendere il figlio a una morente. + Ei partì con la notte. A la finestra + Ella balzò; tenne il respir; fra l'ombre + Perdersi udì i suoi passi; a l'aure tese + L'anima tutta; aspettò ancor; le parve, + Che pentito ei tornasse; a una lontana + Voce tremò, chiamollo a nome; e quando + Stendersi agli occhi suoi squallido e freddo + Vide il bianco viale, a la notturna + Brezza ondeggiar con murmure indistinto + Le due file d'acacie, e a la sinistra + Luna uggiolar sentì a la lunga i cani, + Sul freddo letticciòl, come perduta + Cosa, piombò; ne le deserte coltri + Si serrò paürosa, e pianse e pianse. + Toccò Giorgio il natío lido; anelando + Le vie percorse; a le paterne case + Volò; ma fredda era la soglia; al vento + Sbattean le imposte abbandonate, e nera + Regina per li vuoti anditi, avvolta + Ne le vesti materne, iva la Morte. + Ei l'abbracciò; dei cari abiti ignude + Mostrò le scricchiolanti ossa del petto + Quella fatal. Dov'è mia madre? ei disse, + Balzando indietro inorridito. Immota + Ella il mirò; da le profonde occhiaie + Balenò un fatuo lume; armò le vôte + Mandibole d'un fiero urlo, e rispose: + --La madre tua, tu l'uccidesti! Assisa + Ne la bianca sua fossa ella ti aspetta!-- + Grido non diè, non diè gemito o pianto + Lo sventurato, e ne le grandi e fredde + Braccia gittossi di colei, che sola + Di sue vedove case avea l'impero. + Gravi fra tanto, angoscïosi, eterni + D'Isolina sul cor passano i giorni; + Passan sovra al suo cor gl'inganni alati + Del suo tempo felice, e più s'infosca + Co'l cader d'ogni dì la sua speranza. + Dov'ei n'andò? Perchè non torna ai dolci + Nidi de l'amor suo? Ne le materne + Braccia obliò le sue promesse? In preda + D'improvviso dolor s'agita, o il freddo + Calcolo sul gentile animo scende, + E a men umile preda il cor gli adesca? + Ella dubbia così: facil maestra + La lontananza è di sospetti, e fabro + Di torture il silenzio. Ai consüeti + Lochi si adduce; il solito viale + Percorre; ne la memore stanzetta, + Presso il camin, di fronte al caro specchio + Spïator di lor baci, a l'ora usata, + Tutti i giorni si asside; e poi che inganna + Lungamente così l'ore infelici, + E tutta sola, abbandonata, incerta + Ne l'oscuro avvenir l'anima affisa, + Co'l cor serrato indi si toglie, e al primo + Detto, che a consolarla alcun le porga, + Rompe in lagrime amare, e altrui s'invola. + Sinistramente al suo pallido volto + Irridevan le amiche; e la ben mesta + Anima cruccïando ivan co'l vezzo + Di maligni sussurri. + --Un venturiero + Era al certo colui!-- + --Povera stolta! + Già toccar le parea gli astri co'l dito!-- + --Altro! Prostrate e pallide al suo piede + Bice e Laura vedea!-- + --Cinta d'alloro, + Come le anguille, in groppa al suo poeta + Credea varcar l'eternità!-- + --Ma il remo + Dice a l'onda che passa: io ti saluto! + E l'ape dice al fior: verrò tra poco!-- + --E l'ingenua sposina aspetta ancora + L'asin che voli, e l'amor suo che torni!-- + Tanto dolor la povera Isolina + Onta cotal più non sostenne: ai cari + Tetti involossi; abbandonò nel pianto + La materna dolcezza; e, le notturne + Ombre spregiando e le natíe paure, + La dolente sua vita al mar commise. + O il mar pietoso, il crudo mar! Dei suoi + Freddi baci l'avvinse; addormentolla + Nei letti suoi, pria che donarla al novo + Ferreo dolor, che l'attendea sul lido. + Su la fossa di lei, presso a la sponda + Or Lucifero siede. Alta d'intorno + Spazia la notte; silenziosa e poca + Tremula su le grigie acque la luna; + Ei grandeggia fra l'ombre; occulte voci + Mormora il labbro suo: rupe il diresti, + Che, di fosco chiaror lambita ai fianchi, + Spinga ai venti la cresta, e di confuso + Scroscio risuoni al dirocciar d'un rio. + Scuro e immoto così pende l'Eroe + Su la zolla pietosa. Amor, che preda + Fa di giovani vite, e ne la cara + Lucida vita de le cose alberga, + D'ansie superbe e di grandi ale instrutto, + Dominar l'ombre ama talor; vïaggia + Oltre la vita; e, di regnar mal pago + Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa, + Scende ne l'urne a interrogar la morte. + Tremò allor su le care ossa la luce + D'un'azzurra fiammella: incerta e lieve + Lambisce il suol, palpita a l'aura, ondeggia, + Color muta e sembianza, e ambisce al cielo. + Come al sole d'april, da le materne + Lucide foglie in vago giro inteste, + La candida magnolia alza il bocciòlo, + Così dal grembo de la fatua luce + Una bianca si svolge aërea forma, + A cui brune e diffuse erran le chiome, + E diffusi per l'aure i rosei veli + Dïafani a la luce. Il Pellegrino + Ravvisò la sua morta. + --Oh! così lievi + Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina, + Docil così, buona così è la morte, + Ch'anco una volta agli occhi miei ti assente? + Bianco e freddo amor mio, parla: ti muove + La prece mia? pietà ti tragge a questa, + Che lasciasti anzi tempo, aere vitale?-- + Tremava ella, e tacea; languide intorno + Volgea le luci pe'l deserto lido, + Come chi chieda ai circostanti oggetti + Una persona lungamente attesa, + E tutta in quel disío l'anima intenda. + --Oh! che chiedi a le mute ombre, che chiedi + Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta + È questa piaggia, e non ha fronda o fiore; + Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida + Ei s'accovaccia ne la calma; infiora + D'albe spume gli abissi; ignudi e belli + Manda intorno a danzar silfi e sirene, + Che funesta han la voce; alita un cheto + Sopor sovra le sue vittime; e quando + Più sicure esse van sognando il lido, + Sbuca fuor dagli agguati orrido, e caccia + Su le rotte acque a gavazzar la morte. + Oh! che chiedi a la terra, al mar che chiedi, + Sconsolata fanciulla? Ha stelle e fiori, + Stelle e fiori ha il cor mio! Se amor tu chiedi, + Vieni, il cor mio ti dò; vieni, e saranno + Pe'l tuo morbido crin tutti i miei fiori, + Pe'l tuo picciolo cor tutte le stelle!-- + Tremava ella, e tacea. Pallida e mesta + Cadea la luna; impallidía la bella + Sospirosa al partir; tendea le braccia + Egli, e gemea: + --Deh! non fuggir, t'arresta! + Son de l'amor, son tue l'albe dei cieli; + Tue son le perle del mattin; tue sono + L'armonie di quest'aure; è tua la vita! + Vieni, vieni con me, vivi, e trïonfa + Dentro un raggio di Sol, dentro i diffusi + Regni del mio pensier! Da le voraci + Onde non io le tue candide membra, + Non io la tua beltà tolsi agli abissi, + Perchè deserta, in peregrina stanza, + Ospite de le fredde ombre ti aggiri; + Nè alfin la morte al voto mio t'arrese, + Perchè al tornar de la dïurna luce + La negra terra ad abitar tu scenda. + No, non fuggir! Nè il suol, nè il mar, nè il cielo, + Nè la morte ti avrà: l'amor ti spira + Vita più bella, ed a l'amor vivrai!-- + Dicea, come piangesse, e facea forza + Di caldi amplessi e di sospiri al fato. + S'alza fra tanto il sole; ed ei su'l petto + L'aure fugaci e il suo dolore abbraccia. + --Sorgi dal tuo dolor; cingi la veste + Degli ardimenti tuoi; di cose e d'opre + Non di futili sogni amor si pasce. + Opra incessante è Amor: vita a l'inerte + Polve non spira ei già, ma su l'inerte + Polve l'onor d'illustri fatti accende. + Non vedi tu qual turbine di guerra + Del provocato Reno agita i lidi, + E, al suon de le fatali armi di Brenno, + Tutte d'Europa impallidir le genti? + Mai viste imprese il Sol vedrà. Dai campi + Fulminati di Mario, ombre feroci, + Sorgon Teutoni e Cimbri, e infiamman l'ire + Dei nepoti d'Arminio. A gran tenzone + Due glorïosi popoli prorompono + Come oceàni. Mugola dai fondi + Tenebrosi la Senna; e da l'inulto + Elba i carri fulminei a le vegliate + Mura di Faramondo Arminio avventa. + Sorgi; uom folle è colui che l'alma e il braccio + Spreca in vôta fatica: a lui sembianti + Fûr di Dànao le figlie; uom saggio e forte + L'opra non gitta ad impossibil cosa!-- + Sentì la voce del suo spirto, e il core + De l'Eroe fiammeggiò come un'ardente + Voluttà di battaglie. Il sommo attinse + De l'ondìsone Ardenne, e quinci e quindi + Le due genti mirò. + Pari a procella, + Che su'l mar piombi, le Borussie querce + Lascian le congiurate aquile al cenno + Del germanico Giove: immenso, orrendo + Mandan lo strido al ciel; scoton gli allori + Trïonfati in Sadòva; e un'omicida + Smania di pugne in tutti i cor si desta. + Quanti dal borëale urto sospinti + Sovra il campo del mar rotano i flutti, + Tanti e alteri così levansi i figli + De la rigida Odèra; e quei vi sono, + Che fermezza di membra e d'alma han pari + A l'Ercinia materna alpe, e l'audace + Sassone, che nel freddo Albi s'infianca, + E il fedele ai suoi re Bavaro, onore + Dei Vindelici piani; e quanta forza + Di strenua gioventù fra la superba + Vistola e il serpeggiante Emo si accampa. + Da l'onor di sì forte oste precinta, + Splendida come Sol, move la possa + Di Brandeburgo. Rigida e severa + L'augusta diva del pensier vien seco: + Prestantissima dea, che da le fredde + Mute vigilie, onde le cose indaga, + Vien de l'opre al fragor, però che vano + Senza l'opre è il pensiero; i radïosi + Regni abbandona e il puro ètere, dove + Son l'ignude sostanze, e a le nebbiose + Noriche selve, ov'ha più fidi altari, + Accorre, auspice dea; popoli e prenci + Duci ispira e guerrieri; inconsuëte + Armi rivela, ordigni nuovi appresta, + Terre esplora e nemici, e grande e prima + Sfida la morte, e del trïonfo è certa. + Udì il suon di tant'armi, e tremò in core + L'avoltoio d'Asburgo: il sanguinoso + Occhio, ove l'onta ardea di due sconfitte, + Rotò; scosse le cionche ali; ma rotto + Mirando al piè l'antico scettro e il brando, + A satollar l'ira e la fame, il rostro + Nel cor de l'adescato Ungaro infisse. + L'udì la borëal Dania, feconda + Genitrice di popoli, e ne l'armi + Tutta si strinse, e balenò. Nel fermo + Petto una tempestosa ira le rugge + Contro al superbo assalitor di genti, + Che, di numero prode e di cor vile, + La sconfisse nel sangue; i palpitanti + Visceri le cercò; chiamò la belva + Dormitante su l'Istro; e su le offese + Sedi di Sondemburgo, orridi in vista, + Piombare entrambi, e s'imbandîr la dape. + Ma nel cor non tremò, non trasse il brando + A far più salda la ragion dei forti, + La glorïosa Itala donna. Assisa + Su la sponda regal d'Arno, secura + Ne la fortezza sua, le genti e l'opre + E la fugace ora propizia e il fato + Sagacemente interroga; compone + Le impronte ire dei figli; obliga al giogo + Del suo voler le avverse anime; affrena + L'empia licenza popolar; flagella + L'ambigua turba, che nel dubbio annida; + Spregia il frollo garrir dei suoi tribuni, + Cui legge è l'ira e sola patria il ventre; + E, men d'acciar che di giustizia armata, + Sul petto al vil Giudeo pianta il suo trono. + Dentro la cerchia de le mura antiche + Non si contenne il valor Franco. Al grido + Del vandalico orgoglio, ai provocati + Campi volò, primo volò, nè volle + Misurar l'armi e interrogar la sorte. + Aquila, che dal curvo etere mira + Disertar su la negra alpe i suoi nidi, + Gli accorti agguati e le fulminee canne + Del cacciator non sa: piomba da l'alto + Con terribile strido, e pugna, e muore. + --Dove corri, o fatale aquila, al lampo + Del glorïoso tricolor vessillo + Lucifero gridò; figli de l'armi, + Dove correte voi? Grido di oppressi + Non vi chiamò, non amor patrio accese + Tanto vampo di guerra: inclita e grande + Sovra il trono del mondo alto si asside + La patria vostra, e sol co'l nome impera. + Chi snudò prima il brando? Il fier consiglio + Da che labbro partì? Chi le secure + Aure turbò di tanta pace, e immerse + In un mar di perigli il luminoso + Trono di Lui, ch'à di saggezza il vanto? + Fu la malnata Idra del vulgo, il destro + Livor dei vili. Abito assunse e volto + Di libertà; con tumida parola + Provocò le dormenti ire; commosse + Con sonante lusinga il cor dei forti; + Piaggiò con prostituta arte l'oscena + Turba armata di lingua e di cor nuda; + Ma dentro a la bugiarda alma un'obliqua + Ambizïon fea nido, e sotto al manto + Involava a mortal guardo il venduto + Stilo di Ravagliacco e il cor di Giuda. + Così strisciando tortuösamente + A l'aureo cocchio arrampicossi, dove + Sedea, temuto Automedonte, il senno + Del fatal Bonaparte. Ei nei dorati + Mòrsi reggea l'intempestiva foga + Dei volanti cavalli, e parea Febo + Portatore del giorno. A lui, da canto + Quella furia si assise; un sopor lieve + Gli suäse ne l'alma; oscurò il lume + Dei veggenti consigli; ond'ei le forti + Redini rallentò su le spumanti + Briglie dei corridori. Un urlo mise + L'empia gorgòne; in piè balzò; disperse + Co'l freddo soffio le veglianti cure, + Che custodían con cento occhi al governo, + E da l'altezza dei lucenti alberghi + Per la lubrica china i fieri alipedi + Abbandonò. T'arresta, empia e mentita + Furia! E tu, se alcun raggio anco ti avanza + De l'antica virtù, se t'arde ancora + L'onor di Francia e la tua gloria i polsi, + Sorgi, e tuona il tuo nume, o sir dei pronti + Accorgimenti e de le pronte spade! + Sorgi; a la furibonda idra le cento + Creste conculca; e a quella rea, che il freno + Con falsi nomi a l'oprar tuo contende, + La man caccia su'l volto, e la sbugiarda! + Ahi! che al vento io favello! Armi, armi, grida + Dal mar britanno a la regal Pirene + Ogni gente, ogni petto; orrido io sento + Il fragor de la pugna; e quando a mille + Divora i prodi la fulminea morte + Su le ripe contese, una linguarda + Turba su le fraterne ossa s'impanca, + E al vinto insulta, e al vincitor si arrende!-- + + + + +CANTO OTTAVO. + +ARGOMENTO. + +La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra +in Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed +obbrobrio a chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è +condotto al macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione +del proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La +petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non +senza dubitare un istante del suo trionfo. + + + Io l'ho visto cader, morir l'ho visto + L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti; + Tutto sbucar di Teuta il popol misto + Da l'empie selve e dominar le sorti; + Correr, non pago, oltre il fatal conquisto, + Straziar le genti e gavazzar sui morti; + Piegar la fronte a l'ultime sconfitte + L'inclito Sir de le falangi invitte! + + O sventura, e fia ver? Caduto in fondo + Di rea fortuna, che non tien mai fede, + Il gran popol vedrem, che, a niun secondo, + Di Quirino parea l'unico erede? + Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo, + L'armi chinar d'un vincitore al piede? + Al piè d'un vincitor, deposte in guerra, + L'armi, che già dettâr leggi a la terra? + + Ahi! così non solean rieder dal campo + Sotto duce miglior di Francia i figli! + L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo + Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli; + L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo, + Abbondò al mare i flutti suoi vermigli; + Lo san le valicate alpi, lo sanno + L'ispido Scita e il mercator Britanno; + + E il sai tu pur, che là su' fumiganti + Campi di Iena fulminato e fiâcco + L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti + Di Torgravia gli allori e di Rosbacco. + Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti + Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco? + Sol di lingua son prodi i figli tuoi? + Vincer non san, morir non san gli eroi? + + Morir volean, tutti morir! Dai colli + Cari a la Mosa, ove Turenna nacque, + Ruïnavano a morte, e facean molli + Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque. + Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli + Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque; + Vide la morte, e con terribil gioia + Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia! + + E s'avventò. Da le sonanti Ardenne + Lucifero lo vide. Allora a un punto + Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne, + Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto! + Si volse il duce, il fier caval contenne, + D'ira non men che di stupor compunto, + --E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi + Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi. + + Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco, + La speme al petto, al dir l'ora già manca; + Mi assegna il fato un breve istante, e poco + Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca. + Mira; in un cerchio di strage e di foco + Ne serra il vincitor da destra a manca; + Pria che cedere a lui questa mia spada, + Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!-- + + --Non è ancor tempo di morir, riprese + L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda + Alma non ha chi de l'avverse imprese + Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda. + Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese, + Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda; + Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte + Viltà è la fuga, ed è fuga la morte. + + Non io, che la superba alma fiaccai + Ne le mobili Dune al fermo Ibero, + Non io, quel dì che il mio destin mirai + Di Marindàl sui piani avverso e nero, + Piansi perduto il mio nome, o spronai + Negli abissi di morte il mio destriero; + Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi + Ad imprese più belle, e venni e vinsi. + + Cedi così. Nè libero, nè solo, + Come al comando, oggi al morir tu sei: + Di generosi petti inclito stuolo + Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi. + Freme la patria tua, che mira al suolo + I figli suoi; questi almen serba a lei; + S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa, + Abbia almen chi per lei combatter possa! + + Tu piega e va: la via del trono è chiusa; + Sorge ne l'ira il popol tuo rubello; + Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa, + Far tue vendette con l'oprar suo fello: + Gente, che, al regno e a servitù mal usa, + Predica in piazza, e traffica in bordello; + Sovrani, che saran servi al più destro, + Frolli eroi da polenta, o da capestro!-- + + Disse, e ridendo un cotal riso altero, + Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto, + E ratto s'involò come il pensiero + Dove il nembo di morte era più folto. + Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero + Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto, + Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira + Nuova vision, nuovo portento ei mira. + + Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli + L'isola illustre al suo sguardo apparío, + Splendida del fulgor di mille sogli, + Riverita sì come ara d'un dio: + Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli, + La fortuna posò del suo gran Zio, + Simile al Sol, che da l'eteree tende + In grembo a l'oceàn placido scende. + + --Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa, + E consolata al ciel la fronte eresse; + Han pur luce i tramonti, e glorïosa + Voce di fama han le catene istesse!-- + Tal disse, e a la guaína disdegnosa + Il fiero acciar con man lenta concesse. + Un'orribile voce allor fu udita: + Reso è l'Imperator, Francia è tradita! + + --Chi di resa parlò? L'empia parola + Chi proferì? Parola infame è questa! + Finchè una spada è in pugno, un grido in gola, + E guarda una pupilla, e un'alma è desta, + Finchè un palpito al cor, finchè una sola + Stilla di sangue ed un respir ne resta, + Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce, + Traditor chi il suäde, empio chi il dice!-- + + Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo + Ne la vittoria sua Teuta procede, + E i vinti eroi, che maledían morendo, + Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede. + Piega intanto il vessil franco, e tremendo + Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede; + Piega, si avvolge, al suol lento declina + Qual cometa, che volga a la marina. + + Al fero, indegno, inusitato aspetto + Urlano i vinti; e qual leva le braccia, + Qual rompe il brando, e dal ferito petto + Strappa le bende, e fra' morti si caccia; + Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto, + Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia; + Chi schernisce al suo duce, e con amara + Voce gli grida: A morir, vile, impara! + + Mandò allor la francese aquila un grido + Alto così che ne rimbomba il cielo; + L'ale staccò da lo stendardo infido, + Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo. + L'udì il Borusso, e il trïonfato lido + Guardò geloso, e sentì al petto un gelo; + Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi, + Lucifero discende, e volge i passi + + Pensieroso colà, dove l'irata + Aquila artigliatrice il vol protende; + Ov'ebbra di vendette e di peccata + La fortuna di Francia alza le tende. + Mille de la fatal Senna a l'entrata + Trova l'Eroe strane chimere orrende, + Sfingi fallaci e sozze furie immani, + Mostri di cento bocche e cento mani. + + Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda + Furia fra quante mai vivono al sole, + Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda + Fola al mondo lanciâr, turgida prole. + Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda + D'anfibî mostri e tumide figliuole, + Che, nutrite di fango e di vendette, + Nome portan di gazze e di gazzette. + + Ruzzan torbide intorno, e son cotante, + Sì varie son di fogge e di favelle, + Di color, di costume e di sembiante, + Che tante voci non udì Babelle: + Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante + Zanzare ha il luglio assai son men di quelle; + E ciascuna di lor tanto un dì gracchia, + Quanto un anno non fa corvo o cornacchia. + + Gracchiano tutto dì folte, importune, + Voci e aspetti mutando e usanze e vie, + E al latrar de le vaste epe digiune + Aguzzan gli estri, e ruttan profezie: + Apostoli da piazze e da tribune, + Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie; + Bolle, che, di livor gonfie e di ciance, + Pensan coi labbri, e senton con le pance. + + Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte + Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori: + Inquiete, ansanti, curïose, folte + Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori. + Sorgono a mille intorno a lor le stolte + Menzogne alate e i pallidi Timori + E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza, + E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza. + + Libertà v'è; su l'abborrita reggia + Alza il suo trono, ed al caduto impreca: + Trono di nubi, in cui siede e galleggia, + E in tumide promesse il tempo spreca; + Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia, + Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca; + Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste + Scudo oppone di frasi e di proteste. + + Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga, + E d'idropiche ciarle impregna i venti, + E onor, giustizia e fin sè stessa affoga + In un mar d'aforismi e d'argomenti: + Aërostati eroi, rabule in toga, + Frontespizî di libri e cavadenti, + Tutti saltati a l'imperar supremo + Qual dal fòro mendace e qual dal remo. + + Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte + Usa egualmente, e desta ire e litigi; + Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte + Versasi, e irrompe a circondar Parigi. + Pugnano ancor, benchè deluse e sparte, + Le franche genti, e son tanti i prodigi, + Che dir non puoi, se sia de' due maggiore, + Chi pugna e vince, o chi pugnando muore. + + Ahi! miracoli vani! E che mai giova + Disperato valor, cui manchi il forte + Senno, che le falangi ordina, e a prova + Le guida e regge a dominar la sorte? + Già il vincitor superbo di Sadòva + De la reggia di Francia urge a le porte, + E l'accerchia, e la serra, e con orrenda + Fame di strage intorno a lei si attenda. + + Etna così, quando dai fianchi immensi + L'infocata trabocca onda vorace, + E di sabbie infiammate e zolfi accensi + I campi opprime, e l'aria accende e inface, + Al povero pastore, in men che il pensi, + Cinge di fiamme il campicel ferace, + E, fatta isola intorno a lui che fugge, + Lento e crudel tutto divora e strugge. + + Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando + Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi + Regi, e nullo è di lor che snudi il brando, + E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi. + Nè però il cor perdono i Franchi; e quando + Men lungi è il male, ognun par che più fidi: + Generosa fidanza, eroico inganno, + Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno. + + Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta + Per mutar d'ore o per mancar di giorno, + Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta, + E boschi incide, e spiana campi intorno; + Di su, di giù, da quella parte a questa, + Gente industre che va, che fa ritorno, + E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri + Le contrade, le vie, le case, i muri. + + Fra cotanto agitar d'opre e di cose, + Cui segue il canto e mai non giunge al vero, + Ad accender vieppiù l'alme vogliose + Il popolar rimbomba inno guerriero: + Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose, + Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero, + Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi, + E incuorano alla pugna, e veston l'armi. + + E rompendo talor, pari a torrenti, + Fuor da le mura, a tanto ardor già strette, + Gittansi in mezzo a l'avversarie genti, + E scompiglian lor piani e lor vendette. + Ben dei mille che uscîr non tornan venti, + E rimangon le madri orbe e solette: + Paghi son tutti, ove la patria possa + Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa. + + Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide, + E fiamme ai tempî, a le magioni avventa; + Quindi fra le macerie alto si asside + L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta; + Quel che l'uno non può, l'altra conquide; + L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta; + Vola intorno la Morte, e in doppia guerra + Le mura oppugna, e i difensori atterra. + + Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati + Ruderi, e dai men noti ermi recessi, + Balzan novelli eroi, pugnan coi fati, + E sembran dal valore i fati oppressi: + O che pulluli il suolo armi ed armati, + O fecondin la vita i morti istessi; + O a difender la patria, integri e forti, + Per miracol d'amor, tornino i morti. + + --Salve, o popol di prodi! A sorger primi, + Primi a pugnar, soli a morir voi siete; + Se fia che lo straniero oggi vi adimi, + Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete; + Vestiti di valor, di gloria opimi + A le più tarde età splendidi andrete, + Sprone ed esempio ai generosi petti, + Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti. + + Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua + L'ire svegliaste del natal paese, + E d'armi impari, in vana guerra iniqua, + Lo abbandonaste a le nemiche offese; + Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua + Gloria offuscaste de l'onor francese, + Pur che rotta la spada, e infranto e nero + Giaccia il vessil de l'abborrito impero! + + Matricidi! A la patria, ai figli suoi, + Qual frutto mai de le vostr'opre avanza? + Duci, guerrier, francesi, uomini voi? + Voi del suolo natio gloria e speranza? + Capi senza cervel, scimmie d'eroi, + Spugne gravi d'invidia e d'arroganza, + Vernici di valor gonfie di vento, + Molluschi in campo e tigri in parlamento! + + Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo + Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta, + Primo, solo, raggiante astro Nizzardo + Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta! + Dove che fra le genti io giri il guardo, + Ne la lor libertà tua gloria è scritta, + Gloria miglior del buon sangue latino, + Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino! + + Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera, + Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli, + Colei non è, che a la sorgente e fiera + Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli? + Colei che fulminò la tua bandiera, + E fe' i campi del tuo sangue vermigli? + Colei non è, che la tua patria inulta + Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta? + + No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso + Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba; + E dal guardato suo scoglio inaccesso + Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba; + E, vincendo del par gli altri e sè stesso, + Al superbo oppressor schiude la tomba; + Dal trono de l'error balza i potenti; + Dà spada al dritto e libertà a le genti!-- + + Così dicea l'Eroe, quando una strana + Vista mirò. Tratto al macel venía + Uno zoppo asinel, che in voce umana + Tapinavasi invan lungo la via. + Folta era intorno a lui la disumana + Turba, che il morso del digiun sentía; + E qual dicea ch'alto miracol fosse, + Chi d'insulti il pungea, chi di percosse. + + Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto, + E più dal senso del supplizio atroce, + Il poverel movea simile a un santo, + Che tra fieri Giudei porti la croce. + Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto + A intenerir la turba alza la voce, + E ragli emette ora profondi or fini, + Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini. + + L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia + Sua bizzarra natura interrogollo; + Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia + I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo; + E poi che ragli e pianti e voci accoppia, + E di tanto preludio ha il cor satollo, + Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa, + Batte la coda, e parla in questa guisa: + + --Uomo già fui, nè de la plebe: amici + Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori + Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici + Non fûr tardo compenso i dolci allori. + Francia è la patria mia; contro ai nemici + Guidai gli altri e me stesso ai primi onori, + Fino a quel dì che prigionier si rese + Nei campi di Sedàn l'Augel francese. + + Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno + Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi: + Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno + Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi. + Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno + Feroce assedio i nostri muri ha chiusi; + Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto, + Ritornar giuro o vincitore o morto. + + Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero + Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto; + Morir tosto pensai, ma in tal pensiero + Tremai, gelai, fui per cadere estinto; + Quando rinvenni dal terror primiero, + Qui mi trovai d'una vil turba cinto, + Che gridava, insultando al mio dolore: + Ritornar giuro o morto o vincitore! + + Allor, gelo in pensarlo, io non so come, + Tutte raccapricciar le membra sento; + S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome, + E allungasi la testa, e cresce il mento; + Stendesi su pe'l dorso e per l'addome, + Questo cuoio abborrito in un momento; + Pendono a terra ambo le mani, e ognuna + In un zoccolo vil si chiude e aduna. + + Credo sognar, cerco fuggir, me stesso + Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita; + Ma batter sento in suon quadruplo e spesso + Sul percorso terren l'ugna abborrita. + Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso, + L'ombra fatal veggio al mio corpo unita; + Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio; + Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.-- + + Tacque, e poi che più fiera al fiero caso + L'affamata canaglia urla e s'avventa, + Da superbo furor l'animo invaso: + --Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!-- + Nè briciolo di lui saría rimaso, + Se l'opra del Demonio era più lenta; + Ei la turba contiene, e la captiva + Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva. + + --Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio + Quindi a far senno ogni francese impari; + Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio, + Forma assumer dovesse a costui pari, + De la patria non più traffico e scempio + Farían, come finor, volpi e somari; + Che tosto ognun conoscería le vecchie + Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.-- + + Sorse un grido in quel punto. Il popol forte, + Da l'armi oppresso e da la fame infranto, + Schiude al superbo vincitor le porte, + Che a quest'orrido aspira ultimo vanto. + Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte, + Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto; + Piega il ginocchio, e, crudelmente pio, + Chiama a le stragi sue complice Iddio. + + Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia + Per le rigide vie torbido il sangue; + Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia, + Là un incendio che sorge, uno che langue; + Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia, + Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue; + Ed armi infrante e sparse membra ed adri + Globi di fumo ed ulular di madri. + + Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle + La polve degli eroi Teuta calpesta: + E sul terreno ancor fumante e molle + La fiera Idra plebea scote la testa; + Drizzasi e fischia, e le non mai satolle + Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta; + E su la fossa dei fratelli inulta + La civile Discordia orrida esulta. + + Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra + Ambizïon la tôrta alma gli addenta; + Libertà invoca, e la man ferrea e ladra + Ne le sostanze altrui superbo avventa. + Fa tribune le piazze, ed orna e squadra + Fiere dottrine, e novo dritto inventa; + E scapigliato, in truce atto di sfida, + Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida: + + --Lasciate le servili opre; le glebe + Abbandonate; il profetato giorno + Giunto è per noi, che come abiette zebe + Digiuni erriamo a le ricchezze intorno! + Vendette abbia e trïonfi anche la plebe, + Nè di sua servitù vada altri adorno; + Non più sparga sudor, sangue ed affanni + A crescer l'onta e ad educar tiranni! + + No, non sparga, per dio! L'antiche some + Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto! + Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome, + Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto! + Ci hanno emunte le vene; infrante e dome + Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto, + Fatto de le nostre ossa argine e scudo + Al petto vil d'ogni giustizia ignudo! + + Ov'è la patria nostra? I nostri figli + Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti; + L'han trascinati fra' nemici artigli, + Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi! + Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli; + Essi spandon sui morti onte e conviti; + E le nostre deserte, orbe contrade + L'orgoglioso stranier devasta e invade! + + Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta, + Anzi onor di giustizia il tempo chiede; + Tale un'opra da noi la patria aspetta, + Che le dia ferma in avvenir la sede. + Cada il patrizio altèr; cada interdetta + L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede; + E, partiti ugualmente i censi avari, + Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari! + + --Pari sian tutti a noi! Con legge uguale + Il benefico Sol dispensa a tutti + Il vivifico suo raggio, ed uguale + Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti. + Tal sia la legge e la giustizia! Uguale + A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti; + Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna: + Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!-- + + Tal parla; e come al boreäl flagello + Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena, + A l'audaci promesse, al parlar fello + Freme la turba, ed urla, e si scatena; + Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello + Guerra incomincia inesorata e piena: + Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste, + Cieca nel suo furor, travolge e investe. + + Com'è colui, che, d'improvviso ossesso + Da bieca furia de la mente insana, + La man, vana in altrui, volge in sè stesso, + E le proprie sue carni adugna e sbrana; + Il superbo così popolo oppresso, + Poi che su l'oppressor l'ira fu vana, + Ebbro d'odio feroce e di dispetto, + L'armi ritorce de la patria al petto; + + E così ne la strage infuria, e immerge + Nel delitto così l'anima prava, + Che le macchie del sangue il sangue asterge, + E l'uno error l'altro disperde e lava: + Tutto vorría quanto risplende e s'erge + Spegnere ed adeguar la turba ignava;. + E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo + La patria seppellir, la Francia, il mondo. + + O dal tempo e da l'armi invïolate + Moli, d'invidie oggetto e di stupori, + Ove accolser le industri Arti onorate + Tante illustri memorie e tanti allori, + O tempî de l'uman genio, crollate, + Date campo di stragi ai vincitori; + Già su voi la fraterna ira si sferra: + Titani, eroi, numi de l'arte, a terra, + + A terra tutti! A la possente e nova + Aura di libertà, che altera incede, + Tremi dal trono suo Fidia e Canova, + E s'umilî del gran popolo al piede! + Al gran popol la molle arte non giova; + All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede; + Degna luce per lui, ch'ai numi è pari, + Gl'incendî son, son le rovine altari! + + Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera + Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti, + E di rampogna tacita e severa + Le loquaci dei vivi alme funesti, + Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera + Su le rovine tue Francia si desti, + Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli, + Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli! + + Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante + Trofeo di gloria, per lo piano immenso, + Vario di cor, di lingua e di sembiante, + Corre, brulica, ondeggia il popol denso. + Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante + Tinto nel sangue e negl'incendî accenso; + E a tal segno di strage e di vendetta + S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta. + + Sta superba frattanto e indifferente + La colonna regal, pur come suole, + E del purpureo suo raggio occidente + Tranquillamente la saluta il sole. + Tranquillo a par sorge il Guerrier possente, + Che l'altera sovrasta inclita mole; + E di ghirlande glorïose onuste + Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste. + + S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono + Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca + Ogni volto; tentenna in su l'aërea + Reggia il Guerrier, piega da destra a manca; + Piega, balena; con fragor terribile, + Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca, + Cade, non già, ma su la rea canaglia, + Stanco di più soffrir, scende e si scaglia. + + Trema la turba, e come avesse al dorso + De l'incalzante eroe l'ira e la spada, + Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso, + E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada. + Frenate, o prodi, a la paura il mòrso; + Volgi la faccia, o terribil masnada; + O Erostrati, o tribuni, o genti indôme, + Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome! + + L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto + Di negra polve, nel deserto piano + Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto + Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano. + T'accosta a lui; vittorïoso e folto + Corri a l'insulto, o gran popol sovrano; + E dir possa ciascun, se tanto egli osi: + Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi! + + Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta + Dai vigilati balüardi il fiero + Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta + A la caduta del fatal Guerriero. + Da la polve di Iena, or non più inulta, + Balza un popol di scheltri orrido e nero; + E su l'immago de l'eroe nemico + Poggia l'Ombra regal di Federico. + + Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande + Prende co'l capo, e al negro aere torreggia, + E le rotte al suo piè bronzee ghirlande + Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia. + --Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande + De la vergogna mia; ch'io più non veggia + Vôlti in trofei, cangiati in monumenti + Questi bronzi rapiti a le mie genti!-- + + Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro + Un sinistro baglior sorge e risplende, + E un piceo fumo, un odor crasso e impuro + Gli occhi travaglia, ed il respiro offende. + Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro + Di nuova rabbia i franchi petti accende? + Tra le fiamme sepolta e la rovina + De la Senna cadrà l'alma regina? + + Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura, + D'un rosso nastro il crin sozzo costretto, + Le vie trascorre una strana figura, + Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto; + Muta, veloce rasenta le mura; + La destra invola furtiva nel petto; + Sogghigna, ammicca la strada romita, + Fermasi, brontola, fugge, è sparita. + + Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena, + Un suono scoppia di grida e di pianto; + Fra dense nubi l'incendio balena, + Stride, si spande da questo a quel canto; + Essa a la danza gli stinchi dimena, + Cionca co'l lurido suo drudo intanto, + Con pazzo volto, con gioia feroce, + Salta, e lingueggia con stridula voce. + + Vide le fiamme e l'ultimo periglio + Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto, + E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio, + Fuor dei lidi infelici erasi addutto. + Qual uom che muova a volontario esiglio + Di fieri casi e di giust'ira istrutto, + Tal ei si parte, e la diletta e grama + Terra saluta, e dolorando esclama: + + --Dove ti cercherò, se qui non sei, + O intemerata e splendida + Reggia dei sogni miei? + Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi + Ogni terrena cosa, + Se qui non regni, in qual region tu vivi? + Pur io da l'abborrite ombre ho veduta + La maestà dei tuoi passi e la luce, + Che dai vigili, acuti occhi tu spandi + Sovra il mar dei destini; io l'amorosa + Voce ascoltai, che l'anime riduce + Agli amplessi del Vero, io la solenne + Voce di libertà, che a voli arditi + Del pensiero de l'uom sferra le penne. + + Di tenebrosi troni e di ferrati + Gioghi e di fronti umilïate e vili + Lieta non vai, bella non vai di fiori, + Che di pallidi servi il pianto edùca; + Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma + Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati + Previdente governi. Ardon nei tuoi + Limpidissimi sguardi + Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi + L'onnipossente libertà, ch'è dono + Tuo primo e non caduca + Gloria di umani e tua miglior parola. + + Tu di sensi gagliardi + Le umane alme alimenti, + E sè stesse a sè stesse insegni e sveli, + Perchè libere alfin corran le genti + A la vittoria di più fidi cieli. + + È sogno il mio? M'illude, + Vôto fantasma, il desiderio, e fingo + Larve di spirto ignude? + Dai ciechi abissi invano + A combatter con Dio l'ultima pugna + Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota + Correrò questi lidi, infin ch'io piombi, + Fulminato Titano, + A divorar ne l'ombre il mio dolore? + Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita + Luce, che il mio pensier valica e pasce, + Questo perpetuo fluttuär di cose, + Quest' impeto di vita + Non son mio regno e vita mia? Non sono + Consorti mie le mobili + Genti, cui la vital morte rinnova, + Come opportuna piova, + Ch'apre la terra, e svolge + La ritrosa virtù del germe inerte? + E tu, tu che le incerte + Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli, + Santa Ragion, tu indarno + Entro al petto de l'uom levi il tuo trono? + O forse ai regni tuoi, + Diva maggior, presiede + La tiranna Natura, + O, sconsigliato e inutile + Poter, che ne le ignare anime hai sede, + Fuor che altere lusinghe, altro non puoi? + + Che dissi? Il dubbio indegno + Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta! + Qui sei, qui regni: io sento, + Unica dea, la tua presenza in questa + Splendida reggia degli umani affanni. + La terra è tua; su' simulacri infranti + Di sbugiardati iddii sorge la possa + Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte + Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi + Di perenni olocausti ardon gli altari, + Che cementan co'l sangue i figli tuoi! + O generosi, o cari + Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi, + Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste + Ingombrate di stragi inclite rive + La nova alba diffondesi + D'una sorgente età; spiran le meste + Genti educate dal dolor le vive + + Aure di libertà; vigili e pronte, + Di fieri casi esperte, + Al sorriso del Vero ergon la fronte; + E dal sangue fraterno, onde coverte + Son queste piagge illustri, + Coronata di lauri e di baleni + Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!-- + + + + +CANTO NONO. + +ARGOMENTO. + +Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla +vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta +di Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde +improvvisamente la ragione.---Lucifero, che ha lasciata la Francia, +veleggia per l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo +mondo.--Saluto alla libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in +una foresta, di cui si fa la descrizione, e conversa con una scimmia, +che pretende esser sorella del genere umano. + + + Con quest'alte speranze e queste cure + Si partiva l'Eroe, mentre più vasto + Per la rigida notte infurïava, + Turbinando, l'incendio. Arder parea + La terra intorno, e correr sangue i fiumi, + E, ad ingoiar tant'ira e tanti affanni, + Come abisso di morte, aprirsi il cielo. + Sentîr le fiamme inaspettate e il lezzo + Dei feroci olocausti, e balzâr tutti + Fuor del sonno i Celesti, a quella guisa + Che sbucan da le pingui arnie ronzando + Le pecchie industri, allor che il dispettoso + Villan, che con obliquo animo guarda + Al prospero vicin, l'aride ammucchia + Secce del campo, e presso agli alveari + Gitta la fiamma e, pago il cor, s'invola. + Sorser così l'alme beate, e primo + Al veroni del ciel, trepido, ansante + Di recidiva voluttà, la via + S'aprì quel di Gusmano, un tra' più forti + Zelatori del Cristo, e:--Li han bruciati, + Li han bruciati? dicea; son tutti rei, + Tutti eretici son; di roghi ha d'uopo, + Sol di roghi la terra!-- + --Ah! ch'io li veggia, + Gridava dietro a lui, feroce in vista + Il terror di Toledo; e con aperte + Nari spirava quella crassa, impura + Mefite, che a le fiamme orride mista + Gli astri avvolve di fumo e ammorba il cielo; + Ch'io li veggia morir; ch'io l'odor beva + De le ree carni abbrustolate, ascolti + Il rantolo supremo, e sperda a' venti + Con questa man la polvere esecrata!-- + Sporge in tal dir la gialla testa, in cui + Pochi, duri quai chiodi alzansi i crini; + Schizza sangue dai tondi occhi; le adunche + Scarne man vibra come artigli, e, tutto + Tremito i polsi, la sanguinea bocca, + D'un lungo, giallo e mobil dente armata, + Fra la bava spalanca, e rauchi e fieri + Urli interrotti da le fauci avventa. + A l'aspetto feroce inorriditi + Portan gl'innocui serafini al volto + Le miti ali e le palme; e solo allora + Che sentîro il clamor de le sorgenti + Dive, si diêro a sogguardar furtivi + Fra le dita e le penne. In simiglianza + Di pingui anatre, allor che da l'erbosa + Riva, ov'ebber più tempo ombre e pastura, + Al subito apparir d'un orgoglioso + Cigno, di laghi imperator, si danno + Clamorose a fuggir; sbatton le brevi + Ali pe'l lido, e tra le canne e i giunchi + Del padule vicin tuffansi in frotta; + Folte così, così confuse e punte + D'improvviso timor sorser le dive + Da le tiepide piume; e, tutta a un'ora + La rigida modestia e il curïoso + Sguardo dei circostanti angeli e il loco + Dimenticando, fuor dai nivei pepli + Libere consentían le rosee forme, + Che, fresche, acerbe e roride sì come + Pesche soavi che l'aurora imperla, + Inducean le celesti anime a un senso + D'indefinita voluttà. Le vide + Da l'antico suo seggio il profetante + Re di Sïonne, e abbandonata al piede + Caddegli la vocale arpa; nel petto + Fiammeggiò tutto; e già fuor dagli avari + Occhi e fuor da le labbra avide il senno + Senz'altro gli fuggía, se non che a tempo + Sopravvenne il divin Padre, e d'un cenno + Le impronte ansie ammorzò. Pensoso e stanco, + Di sotto il braccio egli venía soffolto + Da la diva Teresa: una vegliarda + D'Àvila, ossessa da Gesù, che al vano + Piacer, che le vulgari anime adesca, + L'involò tempestivo; ond'ella, esperta + Del futil gioco de la rea fortuna, + Al suo divo amator l'alma concesse. + Or fra gli astri ha dimora, e sacro in terra + È il nome suo. Ringiovanita e bella, + In pregio de le sacre estasi, al Nume + Dilettissima vive, e a lui sorregge, + Antigone pietosa, il passo infermo. + A l'appressar del Dio, taciti arretransi + I minori Celesti, e in duo partita + S'apre la folla riverente. Un aureo, + Morbido seggio ivi s'ergea: stupenda + Opera di ricamo, in cui la diva + Lucia, maestra d'ingegnosi uncini, + Esercitata avea tutta ad un tempo + L'ammirabil perizia. A lei ministre + Furon le vigilanti ore, e compagna + La rigida pazienza; e non di perle, + O di rari smeraldi e di rubini + La cara opra abbellì, ma, tutti presi + I riposti, ozïosi astri dal fondo + Dei forzieri di Dio, gl'infilzò a un refe + Adamantino, e al divin seggio intorno + Con sottile d'acciaro ago l'infisse. + Ivi il Nume si asside; il formidabile + Sopracciglio fatal tre volte inchina, + Scote tre volte l'ambrosia canizie, + Serra il valido pugno; e al cenno usato + Svegliasi da le sante arpe il concento + Dei melodici salmi. Apresi il varco + Tra' folti angeli allor la previdente + Brigida, e tutta rigorosa, in vista + Di profetessa, al vecchio Iddio d'innanzi + Piantasi; e il fren già già scioglie al facondo + Favellar, che Gesù destale in core, + Quando il buon Dio con subita rampogna; + --Brigida, figlia mia, le dice, smetti + Per carità l'antifona noiosa: + La san perfino i paperi: i soldati, + Che legaron Gesù, fûr centocinque; + Gli sputi, ch'ebbe su la santa faccia, + Novantadue; le prezïose stille + Del sangue, che sul Golgota egli sparse. + Due milïoni; centomila gocce + Di sudor; cinque piaghe, oltre la sesta + Rivelata al dottor di Chiaravalle... + Ma, per pietà, finiscila una volta + Quest'insulsa scilòma!-- + Indispettissi + A tal parlar la vergine Maria, + E con umile sguardo e cor severo: + --Padre, figlio, esclamò, suocero, sposo, + In verità questo parlar non parmi + Degno di voi! Che! non vi par ben fatto, + Che si onori mio figlio? + --E figlio nostro! + Battendo l'ali e pipilando, aggiunse + Il Colombo divin; Brigida a dritto + Lo ricorda ai beati!-- + --Aüf! rispose, + Sorgendo a un tratto il bilïoso Iddio; + Io non ne posso più di questo eterno + Bisticciar fra di noi! Non son padrone + D'aprir la bocca e darle fiato! Questa + Divinità, che non è tre nè uno, + Mi comincia a dar noia: un giorno o l'altro + Me ne sbarazzo! I dii stan bene in caffo, + E tre son troppi!-- + Ammutoliron tutti + A l'acerba parola. Allor lo sguardo + Gittò il Dio su la terra; e poi che, a schermo + Del raggio dei vicini astri, la mano + Tremula pose tra la fronte e il ciglio, + E affisò lungamente, un sospir trasse + Dal cor profondo, e, in tuon grave e solenne: + --Quello, disse, è un incendio!-- + Al suon temuto + De la voce di Dio restâro immoti + Gl'immoti astri, ondeggiâr l'aure ondeggianti, + E, pago il cor del rivelato enimma, + Tornò ciascuno a le celesti alcove. + Non però torna il re dei Numi, o al sonno + Crede le membra, abbenchè lasse: in parte + La più remota ei si ritragge, e seco + Vien la scorta sua fida. In sui ginocchi + Questa gli s'adagiò; tutto gli prese + Fra le morbide mani il capo augusto, + E il baciucchiò teneramente. Assòrto + In un triste pensier nulla ei sentía + La dolcezza dei baci; ond'ella in fronte + Li astuti gli figgendo occhi d'amore: + --Caro babbo, dicea, s'è ver ch'io leggo + Nel tuo pensier, mesto sei tu. Pensoso + E tacito così, mai non mi fosti + Da parecchia stagion. Ti vien vaghezza + Di sparger di novelli astri la faccia + Dei firmamenti? Ebben, parla: al tuo detto + Sorgeran soli e mondi. Arde i tuoi sdegni + La superbia de l'uom? Fulmina: è tua + L'eternità!-- + Sorrise amaramente, + Scrollando il capo, il divin Padre, e,--Acerbi + Fatti, rispose, al mio pensier tu chiami, + E quasi punta di crudel sarcasmo + Tu ferisci il mio cor. Di sogni in sogni, + Credula come sei, porta la fede + La semplicetta anima tua; veleggi + I cari regni de l'amor, nè sai + Quanto abisso di morte e di dolore + Sotto a questi vegghianti astri si celi!-- + Punse tal favellar l'orgogliosetta + Alma di lei, che tutti aperti e chiari + I misteri del ciel correr presume, + E, di vivo rossor la guancia accesa: + --E che dunque, esclamò, questa mi vale + Presenza tua, se al guardo mio si asconde + Parte alcuna del ver? Veggente e diva + Sol di nome son io, quando sostieni, + Che, di tenace error l'anima avvinta, + Qui in ciel, quasi mortal femmina, io viva!-- + E a lei con dolce, carezzevol piglio, + Palpando il collo flessuöso e il crine + Rispondeva il buon Dio:--Già da gran tempo + Io'l so, ch'ésca tu sei! Docile e buona + Finchè si va a' tuoi versi, e ti si corre + Dietro senza neppur farti uno zitto; + S'apre bocca? si fiata? Ecco, senz'altro + Tu mi prendi una bizza! Ah! ma la colpa + È tutta mia! T'ho ridonato il riso + Di giovinezza; il cor t'ho schiuso a' facili + Vaneggiamenti d'un celeste affetto, + Tutti inutili doni! Altro or tu chiedi + Del mio paterno amor non dubbio segno? + Legger vuoi nel destino? Ebben, mi ascolta!-- + Smesse il labbrino, e radïò d'un riso + La bellissima santa, e, poste al seno + Con garbo puëril le braccia in croce, + Si guardò, s'assettò, scosse la bruna + Testa, a svïar dal fronte piccioletto + La crespa ed odorata onda del crine, + E tutta ne l'udir l'anima accolse. + --Non sorrider così, cominciò il Nume + Con sospirosa voce; occulta, orrenda + Cosa io dirò, tal che nessun finora + Ascoltò dei Celesti. Ah! s'altri fosse + Di tal secreto e dei miei casi a parte, + Rubellarsi vedresti al regno mio + Le angeliche sostanze, e qual notturno + Spirto d'inutil sogno irne in dileguo + La mia superba autorità. Se dunque + Di tanta confidenza oggi t'eleggo + Secretaria e custode, e tu ten mostra + Degna co'l seppellirla entro al tuo petto.-- + Co'l tenue capo d'assentir fe' cenno + La santa giovinetta, e portò al core + La man picciola e bianca. Il guardo in giro + Mosse il canuto Iddio; piegò la bocca + Su l'orecchio di lei; la man distesa + Fra la bocca e l'infida aria interpose, + E mormorò:--Nulla son io, non sono + Che un forte e secolare incubo, imposto + Da la paura al sonnecchioso Adamo! + Guai se si sveglia, guai!-- + Balzò a tal detto, + Come da subitano estro compunta, + La dea, che bruno e inanellato ha il crine, + E pallida, stupita, senza voce, + Senza moto restò, tal che scolpita + Immagine parea. Sciolse ad un tratto + Al pianto insieme e a la parola il freno, + E, battendosi il petto:--Ah! disse, è vero, + Che Dio mi parla? E non è sogno il mio? + Iddio tu sei? Desta e in me stessa io sono? + O tremenda parola, ahi! s'è pur vero, + Che udita io t'ho, che nel mio cor t'accolgo, + Tosto in fiamma ti cangia, e questa mia + Vuota sostanza incenerisci e annienta!-- + Poi riprendea:--Tu non sei Dio? Non sono + Opera di tua man questi diffusi + Mari di luce e questo ciel?-- + Tal suona + La fama, è ver; ma in verità, te'l dico: + Assai prima ch'io fossi erano i cieli.-- + --Ma la terra, ma l'uom?-- + --Tu accenni al loco + Del nascer mio: l'uom, già mio servo, è fatto + Di Lucifero alunno!-- + --E a che dormenti + Lasci i fulmini tuoi? Già nel terrore + Terra e cielo avvolgeano.-- + --Ha tal d'acciaro + Il pensiero de l'uom scudo ed usbergo, + Che le saette mie sfida e dispregia! + Ahimè! vicino ai regni miei già miro + Torbidi sovrastar gli ultimi soli! + Già tapina esular di terra in terra + Veggio tra le fugate ombre la Fede; + Con flagello di foco insta, ed incalza + Lucifero; lo scherno odo e il sogghigno + De l'incredule genti; e s'io qui resto + D'ozî vulgari e di silenzio avvolto, + Qui tra poco vedrem superbo e forte + Sorger sovra il mio trono il mio rivale! + + Tal parla Iddio, mentre a la pia fanciulla, + Fra il disinganno incerta e la paura + L'anima balza, e si scompiglia il senno. + Tutta a un punto scomposta il volto e 'l crine + Rompe in subite risa; il lembo estremo + De le candide vesti in su la bella + Testa rivolge, e così a mezzo ignuda, + Una strana canzon canterellando, + Per la reggia del ciel sgambetta, e ride. + Molte fiate tornò limpido e lieto + Su la terra il mattin; molti su' fiori + Versò brine dal grembo e rai dal crine + La bellissima Aurora; e chiuso intanto + Entro al mondo de' suoi splendidi sogni + L'alto oceán Lucifero trapassa. + Poi ch'a la rea città volse le spalle, + Non d'Albïon la tetra aere, o le cupe + Arti cercò, per cui rigida e avvinta + Nei suoi ferrei statuti il mar governa; + Ma a voi, genti d'Iberia, a voi, gagliarde + Stirpi, a l'onor di libertà ridéste, + Dal magnanimo cor volse un saluto. + --Voi felici, esclamò, quando su'l dorso + D'un ignifero pin credeasi ai flutti, + Voi più volte felici, ove, le impronte + Ire dimesse e le civili erinni, + Tutte verrete a far corona e scudo + Al sabaudo monarca! Ai suoi governi + Arti oblique e malfide armi, riparo + Di trepidi tiranni e d'alme imbelli, + Ei non invoca, anzi dispregia. Illustre + Germe di prodi, e prode anch'ei, la spada + Sovra il capo degli empî alza, e al consiglio + Di sola Libertà l'anima assente; + E, in bionda età senno canuto, alteri + Ai sovrani del mondo esempi insegna. + Oh! a lui, prodi, accorrete! A lui, se tanto + Dagl'iberici petti anco si cura + Libertà con giustizia, a lui d'intorno + Serratevi, e del cor, più che del braccio, + Custodite il suo trono! Ira di avverse + Parti, d'invidia alimentate e d'oro, + Romperà allor contro al suo piè, qual foga + Di torbidi torrenti ad ardua rupe; + Da le rive del Tebro, auspice amica, + Sorriderà l'itala donna al raggio + Del fraterno vessillo; e su la sponda + De l'orgoglioso Manzanàr la diva + Libertà, le robuste ali raccolte, + Gioirà l'ombra dei sabaudi allori!-- + + Così mescendo vaticinî e voti, + Varca i mari d'Atlante, ospiti al gregge + Degli ondivaghi mostri e a l'improvviso + Da l'uom domato imperversar dei nembi; + E tu, assiso a la prora, in simiglianza + Di grandissima fiamma eri, o Colombo. + Fuggon sconfitte al tuo cenno le ruote + Dei fiammanti uragani; urlano al vento + I segati cicloni, e nei profondi + Baratri incatenate, a l'uom che passa + Le procelle del mar piegano il dorso. + Salvete, inclite rive; e tu, gagliarda + Libertà, salve! O sia, che de l'aeree + Ande selvose ami la vetta, asilo + Del superbo condoro; o che ti piaccia + Spazïar le insegnate acque, o fra l'ombre + Di vergini foreste errar su'l dorso + Del corrente giaguaro, il cui ruggito + Quando sorge o tramonta, il Sol saluta; + Grande ognor, se dal doppio istmo le schive + Genti nei socïali ordini aduni; + Grande, se per deserti orridi il grido + Al perpetuo ulular mesci dei venti, + O più t'aggrada perigliarti al balzo + Di sonanti cascate, e dar concento + Di selvagge parole ai boschi e al cielo. + Tu nei golfi insüeti il pino ibero + Primamente accoglievi, e le ritrose + Stirpi, di vesti e d'ogni culto ignude, + Con lungo studio riducevi al rito + De' giapetici imperi. Onde fu visto + Spezzar lo strale e abbandonar le selve + Il fierissimo Pampa; e giù dai monti + De l'indomo Uraguai scender l'imberbe + Nomade che il color d'ambra ha nel volto; + E, al corpulento Patagòn commisto, + Dal profondo Orenòco erger l'ignude + Membra pasciute di schifose argille + Lo stupido Ottomàco, e sentir l'uopo, + Tua mercè sola, del civil convegno. + Per le vaste città, fra' popolosi + Commerci, a respirar l'aure vitali + Di quei giovani climi, al mondo ignoto, + Lucifero s'avvolse, ed aureo raggio + D'alte speranze e virtù nuova attinse. + Un dì per le sonore ombre movea + D'un'intatta foresta. Invïolate + Da umana scure, indocili al veggente + Raggio del Sol, gelosamente intesti + Tendon le secolari arbori i rami, + Ove di tutte sue virtù ad un tempo + Le sconosciute pompe Iside spiega. + Come in tempio infinito, ivi si aggira + La divina matrigna, e tutta appella + Sotto agli sguardi suoi dai varî climi + La numerosa vegetal famiglia, + La qual, superba de la dea presente, + Rigogliosa e gigante occupa il cielo. + Giovinetta immortal, sotto a' suoi passi + Balza la bella Primavera, e, stretta + Con insolito amplesso al fresco Autunno, + Tempra l'aure vitali; e quando i rami + Di mai veduti fior l'una inghirlanda, + L'altro, furtivo sorridendo ai fiori, + Con selvatica man gli arbori impoma. + Con temperie diversa al loco istesso + L'arborea felce ivi tu ammiri accanto + Al rigido lichene; a' molli orezzi + Dei vitali palmîzi, a l'odorate + Del profetico cedro ombre ospitali + Svolgon le foglie flessuöse e snelle + Le giganti gramigne, e sempre verdi + Spiega l'artico musco i suoi tappeti. + Qui l'indico banano apre le braccia + Provvide indarno di nettaree frutta; + Qui, impervio ancora al trafficante avaro + D'ingrati climi e da ogni ferro intatto, + Serba il purpureo sandalo odorato + Le rosee tinte e la gentil fragranza; + Qui, stupendo a saper, quella s'innalza + Pianta ingrata e vulgar, se tu la miri + Da le rocce infeconde erger la scarsa + Chioma e scovrir le povere radici + Fuor del sasso natío, mentre co' rami + D'ogni ombra avari si trastulla il vento; + Ma egregia pianta e prezïosa, allora + Che al nascente mattin, fuor dagli aperti + Libri deriva, e versa intorno un'onda + Di balsamico latte. A lei, se tanto + Gli è propizio il suo dio, ch'indi la scopra, + Corre il nomade adusto, e leva un grido + D'insolita letizia; trafelanti + I figliuoletti accorrono, e, d'attorno + Tripudïando al caro arbore, il labbro + Danno al buon cibo, e a tutta gioia il core. + E ove te lascio, o provvido e pietoso + Abitator di torride contrade + Stupendo arbor del cocco? Al ciel tu sorgi + Dirittamente come palma, e vinci + Pur la palma in virtù, ben che a lei pari + Sovra l'ispido tronco, a mo' di piume + D'orgoglioso pavon, spieghi le foglie. + Tu al dipinto Indïan, che nulla ha cura + Di curvi aratri e di lanosi armenti, + Non pure offri spontaneo asilo e cibo, + Ma, docil fatto ad ogni suo bisogno, + Di schietta acqua e di pan candido e dolce + E di liquido latte e di vin puro + E di vesti e di case e d'ogni adatto + Utensile il provvedi; ond'ei, null'altro + Studio avendo e ricchezza, a l'ombra amena + Dei rami tuoi beato i dì produce. + + Ma chi tutta diría la pompa e i mostri + Di quei vergini climi? Ivi l'irsuto + Cacto grandeggia, come cereo immane; + Ivi a quella di Pesto emula ignota + L'odorato e gentil calice innostra + Di Belvèria la rosa; ivi quanti hanno + Onoranza e virtù di prezïosi + Medici succhi, o nominanza orrenda + Di fulminei veleni, indifferente, + O sien radici o fiori, Iside spiega. + Passa l'Eroe solo e pensoso. Ingombri + D'intrecciate vainiglie e di lïane + Lunghissime a le chete aure pendenti + Sovr'esso al capo suo chiudonsi i rami, + E or di cupole in guisa, or di cortine, + Or di fioriti padiglioni e d'archi, + Lussureggian di aspetti e di colori + Al queto occhio di lui. Di strane voci + E di strilli e di fischi e di pispigli + Suonan l'aure d'intorno; odi a la lunga + Romoreggiar di vaste acque, e tra' rami + Frusciar d'ale infinito; e, a far più viva + Quella solenne immensità, vaganti + Stormi, non sai se d'animate gemme, + O di fiori volanti, o ver di augelli, + Tra le foglie s'inseguono, o procaci + S'arrampican sui tronchi, e rauco e chioccio + Stupidamente al ciel mandano il grido. + + Sente il superbo Vïator quell'ampia + Solitudin di cose; e al tanto aspetto + De l'eterna rival l'animo esalta, + Come rubusto ed animoso atleta, + Che pronto e fiero in sul diviso aringo + L'avversario mirando a lui di fronte + Qual fondato edificio alzar le membra + Valide e salde e provocar l'assalto, + Ne l'impavido cor crescer più sente + L'anima avvezza; agli allenati fianchi + Batte le palme; le nodose braccia + Brandisce, e, ardente di slanciarsi il primo, + Vibra a l'aure sonanti il pugno e il grido. + Precorreva l'Eroe gli anni; ed al volo + Di splendide speranze il cor donando + Nuovi trïonfi del Pensier vedea + Su l'immensa natura; e:--Verrà giorno, + Madre altera, dicea, che queste occulte + Tue sedi, onde ti piaci, e la selvaggia + Verginità di questi boschi al rito + Dei nostri aratri ubbidiran. Da queste + Sconosciute vallèe, mutati in lievi + A lo spiro dei venti ampii navili, + Quest'ardui tronchi correran su' flutti; + E rigogliose e riverite, assai + Più di queste a te sacre are romite, + Genti e città qui fioriranno al raggio + Di benefiche leggi. Altero e cinto + Di tutto ardir qui nel tuo grembo, aperto + Da l'industre fatiche, e monti e abissi + Sorvolerà l'uman genio; e tu, rasa + Di ciechi orgogli, ov'or superba e ignota + Spieghi ne l'ombre il tuo possente impero, + Sotto auspicio miglior sorger vedrai + L'opre e i commerci de l'Arìane genti.-- + Così dicea, gli anni veggendo, allora + Che tra' folti cespugli, in capo al verde + Tortuöso sentiero un gli si offerse + Pensieroso pitèco. A un'indïana + Canna appoggiato, a lenti passi e gravi + Egli si avanza, a guisa d'uom che al peso + D'un ingrato pensier l'animo inchina. + Al rigido cipiglio, a la rugosa + Faccia, ov'ispida e grigia al muso intorno + Fa due siepi la barba, un lo diresti + Anacoreta pio: tal forse apparve + Il santo onor de l'arenosa Coma, + Quando, schivo del mondo, a' più deserti + Lochi a far guerra co'l dimòn si addusse, + Visto appena l'Eroe, forte uno strillo + Mise, e incontro balzògli, a quella forma + Che al petto del fratel corre il fratello, + Poi ch'oltre i monti e i mari errò lunghi anni + Fuor del tetto paterno. Si ritrasse + Lucifero, e al bizzarro ospite a mezzo + Con la riversa man lo slancio ardito + Troncò. Di subita ira egli s'accese, + La lunga coda saettò, battè + Rapidamente le palpebre bianche + E i labbri sottilissimi, e in acute + Voci proruppe: + --O to', non siam fratelli? + Non siam da un padre sol tutti discesi? + O che crede davver, che sia piovuto + Dal paradiso, e che il signore iddio, + Tolto il mestiere di burattinaio, + Sia sceso in terra a prendersi la bega + Di plasmarlo a su' immago? Ih! levi l'unto! + Le manca proprio il sale! E che cipiglio! + Che fumi! Si diría ch'ha il sole in tasca. + Guardi un poco il su' cranio e questo mio, + E poi mi sappia dir!-- + --Molto sapiente + E molto ameno in ver tu sei, rispose + Lucifero, e fior fior del labbro arguto + Un sottil sorridea riso tagliente; + Or sì che possiam dir, che in ogni dove + Penetra il raggio di Sofia! Ma nulla + Meraviglia ho di ciò: molti a te pari + Han dottrina fra noi!-- + --Nè meraviglia + Certo esser dee. Che! Forse a voi soltanto + È concesso il sapere? Oh! guarda un poco, + Che la madre natura abbia a lor soli, + In grazia de la lor vertebra ritta, + Nascosto fra la zazzera e gli orecchi + D'ogni cosa il bernoccolo! Ma smetta; + Le son borie, non più. Qui fra quest'ampie + Solitudini nostre anche sorride + De la Scïenza avvivatrice il raggio; + E fratelli siam noi! Da la materna + Asia, ad ambe le specie inclita culla, + Venne a catechizzar le nostre genti + Un vecchio, dotto e reverendo urango, + Dal cui labbro eloquente a noi fu tutto, + Dopo lunga ignoranza, il ver palese. + Bocca d'oro ei fu detto e adamantino + Senno. Ma poi che ad esplorar qui venne + Non so qual'orda di dottor tedeschi, + L'abbindolaron sì, ch'ei svelò tutta + E distillò nei lor cervelli adusti + La peregrina sua scïenza; ond'essi, + Gazze vestite de le penne altrui, + Or di tanto saper fan mostra al mondo. + Sì; fratelli noi siamo! Ei ce l'ha detto + Le mille volte, ed io te lo ricanto + Per tuo dispetto su la faccia: O figlio + Di scimmia, addio!-- + --Per un par tuo, ragioni + A meraviglia. Una catena immensa + Iside ha in mano, e non avvien che mai + Nel crear s'interrompa: ogni vivente + Specie è un anello, ed un anel noi siamo + De l'immensa catena, il più perfetto + Finor, l'ultimo no. Ciò non vuol dire, + Con buona pace del dottor gorilla, + Che l'uom da voi discende, o ver ch'entrambi + Han comuni le doti e il nascimento.-- + --Sissignor, vuol dir questo, appunto questo; + La non m'esca dal rotto de la cuffia: + Noi siam fratelli, siamo uguali, e uguali + Dritti abbiam su la terra. O sta' a vedere, + Che l'universo sia creato apposta + Per far comodo a loro! Un giorno o l'altro + Lei vedrà, mio signor gonfio di vento, + Se noi libere scimmie incivilite + Verrem fra loro a reclamar tal dritto!-- + --Provatevi! Ci son gabbie e catene, + Fra cui strette per ben, sarete esposte + A dar di voi spettacolo ai fanciulli!-- + --Lei non sa che si dica! Io le perdono, + Perchè sono evangelico! O che crede, + Che noi libere scimmie incivilite + Non siam buone a far nulla? Che mi ciancia! + Noi siam da più di loro! E le par poco + Saltar pei rami, saccheggiar foreste, + Gioir la voluttà per fin da soli + Senz'aiuto d'amica? Oh! s'è pur vero + Che il ver somiglia a l'olio e viene a galla, + Nostro sarà il trïonfo. Io pure, io stesso + Predicherò l'origine comune, + L'eguaglianza dei dritti in fra le specie + E la comune libertà! Dovessi + Suggellar co'l mio sangue il parlar mio, + Vuo' diventare apostolo; e, infilati + Giubba e guanti ancor io, salir su l'alta + Cattedra di Darvino a dar responsi!-- + + + + +CANTO DECIMO. + +ARGOMENTO. + +Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le +sofferenze dell'umana natura.--Lotta con un giaguaro, di cui rimasto +vincitore, abbandonasi al sonno.--Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco +ai dolci vaneggiamenti d'amore.--La giovinetta silenziosa si tramuta a +un tratto in un orribile fantasma.--Iddio, vedendo così travagliato il +suo avversario, crede agevole impresa il domarlo.--Lascia il letto, +cavalca l'asino di Betlem, e scende in terra.--Trova Lucifero, e cerca +da prima con superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma +questi tien fermo, e lo caccia da sè acerbamente.--Liberatosi indi a +poco dalla foresta è ospitato dalla povera Sara.--La schiava nera e lo +schiavo bianco. + + + Sorge fra tanto oltre ai terreni alberghi + Co' crepuscoli al piè la notte amica; + E di mille colori ornati e cinti + Le si sveglian sul capo astri e pianeti. + Malinconica e muta ella riguarda + Ai rei travagli de la terra, e spira + Le brezze ai fiori, ed ai mortali il sonno. + Salve, o splendida notte, inclita madre + Di dolcissima quiete, o che ti piaccia + Covrir d'ombre pietose amor furtivo, + O svelar tutta a uman guardo l'audace + Visïone degli astri e l'universa + Armonia, che ne fura invido il sole. + Da le cupe foreste, ove si aggira + Il signor de' miei canti, io chiamo indarno + La bellezza dei tuoi Soli e le gemme + Dei tuo' cento diademi: a Lui non uno + Splende dei raggi tuoi; sol dentro al petto + Gli arde la luce de le sue speranze. + In compagnia de' suoi fantasmi, a pena + Ei de l'ombre s'accorse; e, vòlto il passo + Fuor del dritto sentiero, a una deserta + Arida balza d'ogni vita priva + Era intanto venuto. Irte d'intorno, + Come a guardia del loco orrido e scuro, + Rupi e monti s'ergean squallidi a guisa + Di biancicanti scheletri; fuggía + L'ingrato aspetto e s'ascondea la luna + Fra le nubi correnti, e imprigionato, + Come chiuso leon che tenti un varco, + Tra l'aspre rocce ruggía rauco il vento. + Ivi l'Eroe si assise. Un'insüeta + Punta di fame gli mordea le parche + Viscere, e dentro al seno arido e stanco + Una brama di vive acque e d'aperto + Aere e di luce gli serpea. Sgomento + Non però n'ebbe al cor; ma con superbo + Animo accolse la terribil prova, + Poichè gli è grato comportar travagli + Pari a ogni altro vivente, a cui l'amica + Forza del pane il mortal corpo allena. + Vago di nuovi casi, occhio ei non piega + Ad alïar di lusinghevol sonno + Da la tacita e grave aere cadente; + Ma nel caro pensier volge le prove + Dei suoi buoni mortali, e traforate + Alpi vagheggia e aperti istmi e volgenti + Per lo seno del mar parlanti elettri. + Su per l'aride rocce ode in quel punto + Come un confuso affaccendarsi e rotto + Fruscío di penne e sibilar, che agguaglia + Suon che mandi uman labbro e noto segno + Di cacciator, quando tra' folti grani, + Di cui mareggia interminato il campo, + Modula il fischio a ravvïar l'amico. + Ma voci eran d'augelli, a cui concessa + È una strana virtù: fischiano al vento + Siccome uomini veri, e illudon l'alma + Di qualche afflitto pellegrin, che, pèrso + Ogni spirto di lena e abbandonato + D'ogni raggio di speme e di salute, + Su l'inospite landa il corpo gitta. + Ben al grido fallace a mala pena + Sul digiun ventre ei talor sorge; a l'aura + Tutta la fuggitiva anima intende, + E forse in quel momento al cor gli torna + Il dolce aere natío, l'abbandonata + Casa paterna e de la madre il pianto. + Sorge, aspetta, ricade, si strascina + Delirando fra' sassi; a un grido estremo + Schiude l'aride labbra, un rauco suono + Gli geme entro la gola; adugna e morde + L'avara terra; e il ciel rigido intanto + Sovra il capo di lui splende e sorride. + Così a le disperate anime insulta + La beffarda natura! + Al suon fallace + Sorse l'Eroe, nè stette in forse.--Or tutto + Convien, diss'ei, che il mio vigor s'adopri; + Arida e morta è questa valle, e segno + Di salute non ha; vadasi.--E preso + L'aspro sentier, non pria l'orme contenne, + Che un ampio fiume e la foresta attinse. + Chiare e sonanti dirompeano l'acque + Fra due tra loro opposti e coronati + Di negra selva smisurati monti, + Al cui piè si stendea facile e molle + D'erbe infinite ed odorose il piano. + Piomba il fiume da l'alto, e se tu il miri + Biancheggiar da la lunge al cheto sguardo + Dei radïanti plenilunî, un'ampia + Vela il dirai, che il marinar su' negri + Aprici scogli a rasciugar distese; + Ma se più ti fai presso, un fragor cupo + D'immense acque tu senti; al ciel, conversa + In polve minutissima, tu vedi + Balzar la ripercossa onda, e in un velo + Confonder gli astri ed annebbiar la valle. + Quivi l'Eroe non si appressò; ma in parte, + Ove men cupe si schiudean le sponde, + E avean meno di bosco ombre e paure, + La fresca linfa disïando, scese + Per la lubrica china; insinuössi + Fra' canniferi greti, e ne le cave + Palme attingendo i prezïosi umori + Ricrëò l'arso petto; ambe ne l'onda + Con giocondo piacer le braccia infuse, + E battendo le pure acque, più volte + Ne spruzzò, ristorando, il volto e il crine. + Ma non pria lasciò l'onda, e si rïebbe + Del cammin tanto e de l'ingrata arsura, + Che un vicino il percosse ululo e un lungo + Scoppio di strida e di commosse voci + Varie, acute, incessanti. Ad improvvisi + Urti crollavan bruscamente i rami + De la selva vicina, e quindi e quinci + Confusamente saltavan strillando + Le aggredite bertucce. Il piè ritrasse + Dal margo sdrucciolevole, e a la sponda + Lucifero balzò; lo sguardo in giro + Mosse esplorando: tenebroso intorno + L'aere gemea, mentre due roggi, acuti + Punti fendean, come infocati dardi, + Sinistramente de la notte il seno. + Muti muti pe'l negro aere procedono + Or cheti e lenti, or saltellanti e rapidi; + Or tra cespugli del sentier s'involano, + Or più vicini e più funesti appaiono. + Sta Lucifero intento; e, certo omai + Che insidiosamente a lui si appressa + Il terribil giaguaro (un'omicida + Belva, che, a par del tigre agile e grande, + Salta agli alberi in cima e a l'onde in seno, + E boschi e fiumi d'ogni strage infesta) + Tenea l'anima accorta in due sospesa: + O che indietro si tragga e si nasconda + Nel contiguo canneto; o su l'aperto + Sentier l'orrida belva aspetti al passo. + Senno miglior questo gli parve; e, tutta + Con alato pensier l'alma percorsa + E con subito sguardo il loco intorno, + A la lotta si accinse. Era in quel punto + Tra' fitti rami penetrato un fioco + Raggio di luna. Un aspro, arduo macigno, + Ivi a caso giacea: dai circostanti + Gioghi a valle caduto, una regale + Possa parea, cui da' superbi troni + Una vendetta popolar sconfisse. + A lui corse l'Eroe; con ambe mani + L'afferrò, lo levò: le ferree braccia + Sovra il capo distese; un dietro a l'altro + Pontò i validi piedi, e tal si tenne + L'irto mostro aspettando. Orrido un grido + Manda la belva, e caccia fuor dagli occhi + Sanguinosi baleni: a terra il bianco + Ventre ingordo distende; i fulvi arruffa + Peli del dorso, e di serpente a guisa + Strisciando si divincola. Qual suole + Paziente pescador, che, intento a l'amo, + Entro a le trasparenti acque del lago + Vede a un tratto guizzar cefalo o trota, + Quanto più può su' nereggianti sassi + Fermo, senza respir tiensi; l'avvezza + Destra, che regge la pieghevol canna, + Serra validamente, e, vista appena + Pullular l'onda e tendersi la lenza, + Fuor, con subita stratta, a l'aere avversa + Trae, guizzante ne l'amo, argenteo il pesce; + Così tutt'occhi e senza voce o moto + L'astuto Eroe l'orrenda belva aspetta, + Che con feroce voluttade allungasi + Su l'erboso sentier, vibra l'accorto + Sguardo, e sbuffa così che par che rida. + Ma quand'ei stanco d'aspettar l'assalto + Tentò un passo impaziente, e scagliar finse + L'elevato macigno, urlò, ritrassesi, + Il corpo agglomerò, sul ventre osceno + Strisciò a ritroso il mostro irto, e qual dardo + Si vibrò. Mugulare odi a l'intorno + La valle ampia e tremare arbori e rupi, + Non però il petto de l'Eroe: di tutto + Polso ei sostien l'ampio macigno; al fiero + Assalitor fermo l'oppone, e al petto + Gliel dà così che lo travolge, A terra + Piomba la belva, e non sì tosto il suolo + Sfiora co'l dorso, che di pria più fiera + Salta, e si avventa a più mortale assalto. + Sangue ha negli occhi, e sanguinosa bava + Vomita e sbuffa, e rugghia, e d'ogni verso + Pazzamente si vibra, e senza posa + L'Eroe tempesta, e gitta a l'aria i morsi. + Scaglia alfin questi il sasso, e tanta è l'ira + Smisurata del cor, che giù d'un crollo + Rovina anch'ei su la percossa belva. + Or più fiera è la lotta: in un sol groppo, + Corpo a corpo avvinghiati e braccia e branche, + Si avviluppan fra l'ombre; echeggia il cielo + Di rauche voci e di ruggiti; a rivi + Sgorga il sangue su l'erbe; ed essi avvinti + Ferocemente in amplesso di morte + Balzan, piomban, s'avvoltan, si precipitano + Fra le spine, fra' sassi e le nemiche + Tenebre. A l'orlo d'un burron vicino + Vengon così. Pende sul negro abisso + Una fitta boscaglia, a cui la foga + Dei sonori torrenti ignude lassa + Le nodose radici. Ivi, protette + Dai folti rami, e dal burron difese, + Godean sede tranquilla e secol d'oro + Una tribù d'amene scimmie. Il fiero + Caso le tolse agevolmente ai sonni, + E la lotta avvisando, a salti, a strilli + Facean pazza baldoria; e, qual con mano + Qual con la coda attorcigliata a un ramo, + Quale a un piè, quale ai fianchi a la vicina, + L'une a l'altre atteneansi, e fean pendente + Catena sui pugnanti ospiti, a cui + Or tiravan sul capo una selvaggia + Noce, e svelte fuggíano, or fin sul dorso + Di lor scendeano a provocar le due + Alme feroci a morsi, a sgraffi, a strilli. + Non però si ristanno, o svolgon l'ira + Color che in fiero abbracciamento avvinghiansi + Presso al burron. Preme l'Eroe co'l dorso + Il ciglion de la balza; a lui su'l petto + Insta la belva: con la bronzea destra + Ei l'abbranca a la gola; al perigliante + Corpo con l'altra fa puntello, e attiensi + A le dense radici. E già su'l volto + Qual d'aperta fornace il vampo ei sente + De le putide fauci; a caldi sprazzi + Piovegli sui schizzanti occhi e l'acceca + Una bava sanguigna; un rugghiar cupo + L'assorda; e già de l'arrotate zanne + Contro a le tempie sue crocchian le punte, + Quando tutta con fiero urlo chiamando + La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio + Dà su'l dorso così, che sorge a un punto + Libero in piè, mentre da lui travolta + Precipita la belva, e giù nel fondo + Burron piomba rugghiando, e l'aere introna. + + Lacero e stanco il vincitor si asside + Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi + Giù per lo collo gli discorre ai fianchi + Misto al sangue il sudor; corto e sonante + Dal suo petto affannoso esce il respiro; + Un cozzar di confuse opre e di cose + Gli turbina sugli occhi e il cor gl'ingombra; + Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto + Di bizzarre faville e ceffi strani + Sopra gli piomba, e al suol l'avvince il sonno. + Come nei procellosi artici mari, + Quando aquilon più li flagella, a stormo + L'irte dïomedèe saltan su' flutti; + Gavazzano fra' nembi, e al mugghio orrendo + Del travolto oceàn mescono il grido: + Vede il nocchier fra le stridenti antenne + Svolazzar le sinistre ali, e maligni + Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada; + In simil guisa de l'Eroe dormente, + Nel turbato pensiero orride e scure + Venían fantasme, e gli scoteano i sonni. + Ma come avvien ne l'incostante ottobre, + Mentre un subito nembo apresi e versa + Sopra a l'umile vigna acqua e gragnuola, + Fuor da le plaghe occidental si desta + Una provvida brezza; un chiaro e bello + Occhio d'azzurro si dischiude in cima + De la bruna montagna; a par di dardo + Da l'arruffate nubi esce un diritto + Raggio di Sol, che i sommi arbori indora; + Brillan le foglie susurrando, e tutti + Odoran timo e nepitella i campi; + Tal fra' torbidi sogni una tranquilla + Visïone d'amor tacitamente + Sorgea ne la commossa anima, e al cheto + Ventilar de le penne vi spandea + Il mesto raggio d'una rosea calma. + Come talor nei lucidi cristalli, + Che ne stanno di contro, una diletta + Forma veggendo, a lei con l'alma in festa + Drittamente corriam, nulla avvisando + La virtù del riflesso; in simil guisa + Entro a un candido sogno avvolta e viva + Nel pensier del dormente Ebe splendea. + Balzagli il core a tanta vista, e aperte + Le braccia:--Oh! vieni, le dicea, deh! vieni + Su'l petto mio, dolce alimento e pace + Dei travagliosi giorni miei! Sorride, + Sol ch'io ti guardi, nel mio cor la vita + D'ogni speranza mia; splendon più vivi + Gli ardimenti de l'alma, e più vicino + Nel mio baldo pensier veggio il trïonfo!-- + Co'l perdono negli occhi ella assentía + Di sedergli d'accanto. Ei torna ai sogni + Del primo amor. + --Da pochi giorni il sole + Sul mio capo splendea: festa di fiori + Era tutta la terra; e tu, regina + D'ogni candor, mi sorridesti come + Sorridon l'alme, allor che un'amorosa + Forza le chiama ad apparir negli occhi. + Oh! che giorni d'ebbrezza!-- + Ella a quei detti + Pensosa e scura divenía. + --Ricordi, + Ei riprendea con sospirosa voce, + Oh! ricordi quei dì? Facil conquista + Mi parve il ciel, poi che t'amai. Mi svelsi + Crudelmente da te; deserta e chiusa + Nei dïafani sonni ti lasciai, + Ma un trono eressi a l'amor tuo, che in petto + Portar vogl'io fin che no'l ponga in cielo!-- + Ella piangea. Qual trepida fiammella, + Che s'assottigli a l'apparir del giorno, + Tal poco a poco si facea più bianca + La pietosa fanciulla, e a poco a poco + Il dolce aspetto e i rosei pepli e gli atti + Trasfigurando, un'orrida assumea + Mostruösa sembianza: ispide e negre + Di sozza barba ambe le gote; attorti + Di tizzi ardenti e di serpenti i crini, + E fra' serpenti, in mezzo al fronte, un vasto + Occhio, senza palpèbre immoto e tutto + Fiammeggiante a l'intorno. A questa guisa + Sorgea dal suol nera, diritta, immensa, + E un gemer lungo al sorger suo si udía + E scricchiar d'ossa e maledir. Non ode + L'irto fantasma, e ognor sorge e si spande, + E l'aria ingombra e il cielo ultimo attinge. + Tocca il cielo co'l capo, e con la negra + Pelosa man, che immensa apresi, afferra + L'etereo sole, e lo palleggia. Un denso + Nembo di notte si rovescia allora + Su la terra infelice; ingordi e vasti + Mille sepolcri si spalancan; passa + Sibilando la Morte; e s'ode un fiero + Gracchiar di corvi e sghignazzar di Numi. + + Così il lungo digiuno e la fatica + D'una ad un'altra visïon trabalza + Il pensier de l'Eroe, quando, in lui fiso, + Il Signor dei celesti:--Ora è stagione, + Disse in cor suo, che il mio rival conquida!-- + Gli aurei letti lasciò, senz'altro aiuto + Che il veloce desio; s'avvolse un manto + Ampio, turchino come ciel d'autunno; + A la fredda canizie un vasto impose + Tricuspide lucente, e, sotto al braccio + Un aureo accomodando orbe stellato, + Simbol de l'universo, al più vicino + Dei presèpi del ciel cheto avvïossi. + Ivi, poichè di Giosuè la verga + Del sole il cocchio a mezzo il ciel sostenne, + E impietriti restâr di sotto al giogo + I fulminei cavalli, una falange + D'umili sì ma intelligenti onàgri + Pasce in greppie d'argento orzi ed avene + Di tal virtù, che nel lor sangue infonde + Gaio tripudio e giovinezza eterna. + Non appena sentîr sovra la soglia + La presenza del Dio, tutti in un punto + Drizzâro i colli ed affilâr le orecchie + Lievemente anelando; e, a lui rivolti + Con dolci e riverenti occhi, la voce + Del comando attendean. Videli il Nume + Lucidi e belli, e ne gioì; ma il cenno, + Che tutto può, volse a te solo, o illustre + Asin di Betelèmme, a cui su'l dorso + (Premio dell'opra, onde immortal tu vivi) + Crescon due luminose ali, per cui, + Pregio da tutti invidïato, e solo + Da Dio concesso a le beate essenze, + Varchi il cielo senz'orme e l'aer fendi. + Tu presentisti il divin cenno, ed ambe + Le ginocchia piegando appo a la ferma + Con chiovi adamantini aurea predella, + Offeristi umilmente il dorso alato. + Fe' forza il Nume, e vi montò; si attenne + Con ambe mani a le pietose orecchie + Del diletto onigrífo; ai ben pasciuti + Fianchi gli strinse le ginocchia inferme, + Gli occhi serrò, diede la voce, e via + Lascia il ciel, passa l'aere, e giunge in terra. + L'Eroe trovò, che scosso il sonno, e, fermo + Più nel pensier che ne le membra affrante, + Ritentava il cammin. Presso a un cespuglio + Lasciò il volante corridor; si eresse, + Quanto potè, su'l curvo dorso; un grave + Cipiglio assunse, e a misurati passi + Movendogli d'incontro, in tuon solenne: + --Lucifero, gli dice, ov'io con l'ira + Dar fin volessi a l'ira tua, me stesso, + Che Dio di tutto e re del ciel pur sono, + Qui non vedresti al tuo cospetto: avvinto + Dal cenno mio sotto al mio piè, potría + Scatenarsi al mio cenno il saettante + Fulmin, che a par d'ogni superba altezza, + Le sdegnose e proterve anime adima. + Ma l'ira mia tu la conosci; or sappi + La mia pietà. Stanco non già, ma schivo + Di pugne io son: di nostre pugne assai + Travaglio ebbe la terra; assai di umane + Vite olocausto ebbe il mio sdegno. Io miro + Con paterno dolor quest'infelice + Schiatta de l'uom, che, lusingata e vinta + Dai tuoi falsi giudicî, erra perduta + Fuor de la via d'ogni salvezza, e il frutto + Di tue promesse e la vittoria aspetta. + Ma, stolta! indarno aspetterà! Smarrito + Fra queste ombre tu stesso, ecco ti aggiri + Tu, che da le fallaci ombre presumi + Redimer l'alme dei mortali, a cui, + Ira e invidia non già, ma provvidente + Consiglio mio gli ultimi veri asconde. + Sgombra adunque la terra; abbian riposo + Le genti alfin; torna ai tuoi regni, e intero + Scenderà su'l tuo capo il mio perdono.-- + --Di perdon parli e di pietà, proruppe + Disdegnoso l'Eroe, tu che di tutte + Le sciagure de l'uom colpevol vivi? + Ma stolta è l'ira: ombra tu sei di nume, + Sol vivente in parole; ond'è, che irato + Non ti temo, e pietoso io ti dispregio. + Lasciami adunque a le mie cure: avranno + Pace le genti, e non da te; nè pace + Neghittosa e servil; di guerra stanco + L'uom non sarà pria di saper che vuota + Larva sei tu senza subbietto, e quale + Or t'addimostri al guardo mio. Potessi + Questi sordi, confitti arbori intorno + In uomini cangiar! Vedrían qual vana + Risibil cosa e imbelle ombra tu sei!-- + Tacque, e torse le spalle. Un vampo d'ira + Salì al volto del Nume; e la bollente + Rabbia del cor tutta in un punto avría + Fuor versata nei detti, ove non fosse + Sopravvenuta al suo pensier la luce + D'un prudente consiglio. A mala pena + Ei si contenne, e gl'iracondi sguardi + Figgendo al suol, morse le labbra, e disse: + --Sei forte, il so; ma de la tua fortezza + La superbia è maggior, minore il senno. + Odimi; sai, che da nemico petto + Sorge talora util consiglio, e saggio + Io non dirò chi lo rifiuta. Ha un segno + Anche l'ira dei forti, e chi si ostina + A produrla oltre inutilmente, indegne + Sciagure ad altri, e a sè perigli ordisce. + Or credi a me: son paventose e fiacche + L'anime umane, e han di servir mestieri. + Ad uom cresciuto in servitù mal giova + Spirar liberi sensi: a sua rovina + Va tosto incontro; perocchè di tutti + Malnato istinto è il dominar; nè vale + Esser libero d'altri, ove ad un tempo + Di sè stesso è ciascun servo e tiranno. + Però, se il ben cerchi de l'uom, nè stolta + Ambizïon move i tuoi sensi, al mio + Giogo abbandona i servi miei: la forza, + Qual ch'ella sia, legge è del mondo; il resto + Altro non è che nome vuoto e nulla!-- + Sorrideva Lucifero, e un sol detto + Non gli fuggía. Con subito consiglio + Pone allora il buon Dio l'aureo emisfero, + Dal manto ampio si svolge, e, simulando + Fra labbro e labbro un giovïal sorriso, + Per man prende il nemico, obliquo il guarda + Con gioconda malizia, e:--Inver, gli dice, + Vecchia golpe tu sei! Che tu mi cianci + Con codesti tuoi fumi? A par di me + Tu gli uomini conosci, e di sonanti + Nomi li gonfî, sol che a Dio ribelli + Spingan la fronte, e tu su lor ti assida! + Giù dal volto la larva! Hai di me al pari + Desio di regno; e, di regnar mal pago + Sovra il trono de l'ombre, una più bella + Sede nel mondo e maggior gloria ambisci. + Or ben: regnar vuoi su la terra? Affido + La terra a te. Vuoi che tremanti e prone + Pendan le genti dal tuo labbro? il fronte + Pieghin popoli e re sopra la polve + Del tuo santo calzàre? Abiti e modi + Cangia. V'è tal sovra la terra, a cui + Nullo agguaglia in poter: brando che uccide + È la parola sua, fulmine il guardo; + A lui d'umani sagrificî intorno + Vaporano gli altari; incatenato + Ai carri suoi geme il Pensier. L'aspetto + Di lui tu prendi, e nome e gloria e regno + Di pontefice avrai!-- + Commiserando + Scotea l'Eroe la testa, e in cotal guisa + Con voci amare rispondea: + --Nemico + Che scenda a patti è mezzo vinto; e a patti + Non sol tu scendi, e vinto sei, ma involto + In una cieca illusïon mi desti + Ira insieme e pietà. Quella gagliarda + Possa d'uom, che tu vanti, io già la vidi + Regnar nel mondo: le facean sgabello + Le cervici dei re, luce la fiamma + D'umane ostie brucianti; or su la terra + La cerco invan. So che una turpe e vôta + Larva, inutile ingombro, occupa i templi + Di Vatican: stupida larva, il cui + Frollo capo cadente invan protegge + Co'l sozzo manto il precettor Loiola; + Ma in lei, me'l credi, è da gran tempo estinto + Il pontefice e il re!-- + + --V'è tal, che avviva + Anche la morte, Iddio gridò: tu puoi + Resuscitarlo. Torneranno i tempi + Di Gregorio e di Sisto!-- + + --Ai tuoi soggetti, + Se alcun pur n'hai, serba tal gloria: io sono + La libertà. Se udir non vuoi la voce + Del mio dispregio, a me parla siccome + Si conviene ad un Dio: fulmina!-- + + Un grido + Mise il Nume a tal dir; ne l'ampio manto + Fremebondo si chiuse, e, le beate + Groppe al divino corridor premendo, + Per li campi de l'aria alzossi e sparve. + + Torna intanto il mattino, e un'aurea luce + Con lo sparir del Dio penetra in mezzo + A la densa foresta. Il luminoso + Auspicio accolse e giubilonne in core + Lucifero; tra' folti alberi un varco + Esplorò disïando, e il passo stanco + A un villaggio contenne: un mucchio informe + Di povere capanne, una su l'altra + Addossate su'l fianco a una montagna, + Che di bosco e di nubi il capo ombreggia, + E giù giù fino al mar scende e digrada. + L'abita e còle una diversa gente, + Varia d'usi e di lingua, a cui, nel nome + De la croce di Cristo, una pietosa + Missïone d'apostoli e di santi + Giogo impone di ferro e il pan contende. + Di doppia mèsse a lor biondeggia intorno + L'usurpata campagna; s'inghirlanda + Di gemina vendemmia il poggio e il clivo + Lussureggiante, e terre e mandre a gara + Recan primizie a le lor mense. Al solco + Durissimo fra tanto, a l'aere impura + Suda il magro colòno; e, se la verga + Del discreto signor non gli distende + Le bronzee terga e lo flagella a morte, + Ben felice esser dee, che possa un giorno, + Dai travagli consunto e dal digiuno, + Cader sovra l'aratro, e con le ignude + Ossa impinguar del pio padron la gleba. + + Stanza ospitale il vïator non chiese + A signor ben pasciuto, e non sofferse + D'aver mensa comune ad orgoglioso + Trafficator. Fra poveri pastori + Breve asilo ei cercò; si assise al desco + De la miseria; e a te, povera Sara, + Assentì l'alto aspetto e la sdegnosa + Anima e il dir che umani petti infiamma. + Schiava infelice! Era remota e angusta + Presso al torbido rio la sua capanna; + Era nero il suo volto e nero il crine, + Ma aperto e grande era il suo core, e tersa + Come raggio di Sol l'anima avea. + Fra le miserie di sua vita un giorno + Le sorrise l'amor. Furon men leste + L'opere di sua mano; impazïente, + Immemore divenne; e, sì com'era + Schiava due volte, osò levar la fronte + E agli augelli invidiar libero il volo! + Fischiò sopra a le sue carni la sferza + De l'acerbo signor; percosso e vinto + Dal feroce digiuno a lei da lato, + Sotto agli occhi di lei, vittima cadde + Il giovinetto del suo cor. Qual belva + Ella ruggì; morse ruggendo i ceppi; + Avventossi d'intorno; e allor che in mesta + Calma si assise, e volse il guardo in giro, + S'avvide ognun, che a quella derelitta + Era insieme a l'amor mancato il senno. + Le consentîr la libertà: più tempo + Errò, libera pazza; un dì si accorse, + Che scevra era di giogo; e se di nuovo + Co'l pianger lungo a lei fece ritorno, + Qual fido augello, la ragion smarrita, + Tosto sentì che nel suo cor deserto + Vigile e santa una memoria ardea. + Visse d'allor limosinando, e, aperta + Agl'infelici più di lei, sorrise + Come pòrto d'amor la sua capanna. + Quando giunse Lucifero, sedea + Sovra un poco di strame, appo la sponda + D'un povero lettuccio. Un fanciulletto + Pallido, emunto e con la morte in core, + Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata + A la scura parete eravi un'arpa + Lurida tutta e con più corde infrante; + A piè del letto un lacero fardello, + Un nero tozzo, e rovesciata a terra + Una piccola brocca. Il moribondo + Mosse il languido e dolce occhio d'intorno, + E, qual chi una pietosa alma indovina, + Affisò lo stranier tacito, e il biondo + Capo crollando, le sparute e bianche + Mani al petto portò; baciò più volte + Un abitin che gli pendea dal collo, + E:--Vedete, signor, disse, vedete + Com'han ridotto un misero fanciullo!-- + E a mala pena sollevando un lembo + De la grezza camicia, insanguinato + Da recente flagel mostrava il petto, + E singhiozzando ripetea: vedete! + Mandò un grido l'Eroe; ferocemente + Rotò il guardo la schiava: il poverino + Mormorava piangendo: + --Eran pur belli + I monti e il cielo de la mia Cosenza! + Ero tanto bambin, povero tanto, + E mi parea d'esser felice! Un giorno + Mi diedero quell'arpa: io canticchiava + Con gli augelli del ciel. Quando lasciai + Il mio tugurio, luccicar su'l desco + Vidi alquante monete: era sì allegra + La mamma mia, ch'io le nascosi il pianto, + Nè le volsi un saluto. Uno straniero, + Ch'altri fanciulli al suo comando avea, + Con sè mi prese: eravam tanti! In giro + Strimpellando le nostre arpe si andava + Per le città, scalzi, soletti, stanchi, + Senza letto, nè pane, al sole, al vento + Alle piogge, alle nevi ed alla sferza + Del rio padron, cui parea scarso il frutto + Di quel nostro accattar cotidïano. + L'altrier, consunto dal continuo stento, + Un fanciullo moriva: e tanti e tanti + N'eran morti così! Ci amavam come + Due fratelli infelici: eravam sempre + L'uno accanto de l'altro. Un dì un allegro + Ritornello io cantava; ei con le scarne + Dita seguía su l'arpa a gran fatica + La mia pazza canzon. Tacquero a un tratto + Le monotone corde: il poverino + Cadde, nè più si rïalzò. Non ebbi + Più memoria di me: fuggii la vista + De l'odiato signor. Mi trovò il crudo + Presso al cantuccio d'una via romita, + Che l'amico piangea; mi picchiò tanto, + Che mi parve morir. Questa pietosa + Da la via mi raccolse.-- + Ed additando + Quell'infelice, che gli stava a lato, + Fra' singhiozzi tacea. Tacea pur essa + La sventurata, e si stringea sul petto + L'affannato fanciullo. + In su la soglia + Splende un raggio di Sol; saltella e canta + Un'amorosa cingallegra. Al seno + Le tenui braccia il fanciullin compone, + Guarda in alto, e sorride. + --Oh! non lasciarmi, + Così fra' baci gli dicea la schiava, + Non partire sì presto! Abbandonata, + Vedi? son io; son poveretta e mesta; + Io t'amerò come una madre!-- + Un balzo + Diè a tal nome il fanciullo; il moribondo + Sguardo avvivò d'un ultimo baleno, + E fieramente mormorò;--Mia madre? + M'ha venduto mia madre!-- + A questa voce + Fuggì il vispo augellino, e a l'aere immenso + De l'oppresso bambin l'alma il seguía. + + Tacita, con selvaggio atto, a la sponda + Del letticciòl si accovacciò la schiava; + E tutto ira e pietà fuori a l'aperto + Precipitossi il Pellegrin. Gli ferve + Sotto ai passi la terra; al mar si affida + Subitamente, e ne l'acceso petto + Le remote sospira itale sponde. + + + + +CANTO UNDECIMO. + +ARGOMENTO. + +Canto all'Italia: le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra +d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.--Lucifero +arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, +dove si adunano i più famosi genî dell'Arte moderna.--Le donne emancipate; +il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio, +gazzettiere; un camaleonte onniscibile.--Il poeta Olimpio e la sua +dama.--Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino Poeta; +il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi +da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.--Olimpio, +che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole +di superbo disprezzo. + + + Da le nevate cime + Di quest'alpe famosa io ti saluto, + Di gloria e di dolor magion sublime! + Ti veggio alfin! Qual suole + Nocchier che lungamente erra perduto + Per l'irata del mare onda funesta, + Se da lontan vede la terra e il sole, + Crede a speranza il petto, + Tale al tuo primo aspetto + Dice il mio cor: la nostra patria è questa! + + Non io, perchè più terso + S'apra il ciel su' tuoi campi e il Sol sorrida, + D'egregie lodi accenderò il mio verso. + Fra gl'iperborei geli + Avvien talor che rigorosa e fida + Splenda virtù, quando per liete rive, + Ch'àn fragranza di piante e amor di cieli, + Superbe e infeminite + Volgon le umane vite + D'ogni ardito operar pavide e schive. + + Chiede animosi petti + L'Eroe ch'io canto ed operosi ingegni, + A cui pari in virtù fervan gli affetti. + E tu che il doppio mare, + Coronata sovrana, inclita regni, + E fra il riso de l'arte e i fior t'assidi, + L'opre gentili e le gagliarde hai care + Così, che altera e grande + Per quadruple ghirlande, + Sorgi su le rovine, e il tempo sfidi. + + Te di sottili e forti + Studi educâr gli Etruschi padri, il cui + Pronto ingegno temprâr gli Egizii accorti. + Splendea fra le temute + Armi e gli altari minacciosi e bui + L'aureo foco di Vesta, e fean leggiadre + L'ardue cure del ciel le Muse argute; + Fin che del Tebro al lito + Un fiero ululo udito, + Volâro in grembo a la Cecròpea madre. + + Calò dal cielo estremo + L'augel fulvo di Giove, e le saette + A l'audace apprestò lupa di Remo. + Sorge Quirino; al lampo + Del suo brando forier d'aspre vendette + Crollano i troni; da la terra a l'etra + A le vittorie sue piccolo è il campo; + Mentre fra'l suon de l'armi + Echeggian d'Ennio i carmi, + Di Plauto il riso e di Maron la cetra. + + Chi siete voi, che a guisa + Di affamati leoni or prorompete + Da le nordiche selve, e, a la conquisa + Madre squarciando il petto, + Sì fier costume d'ogni strage avete? + Ma qual non apre ad avvenir lo sguardo, + E de l'istante ha sol tema o diletto, + Impallidisca e gridi + Al suon dei matricidi + Brandi, e vesta di lutto il cor codardo. + + Cantor, che a la palestra + De la vita allenò l'alma e l'ingegno, + I casi ad indagar la mente ha destra; + Spregia il parer fallace, + Che fa pago ed esalta il vulgo indegno; + Sol nume ha il Vero; ombre non teme; sfida + Del presente favor l'aura fugace, + E, profeta a le genti + Di ragionati eventi, + Guarda il passato e a l'avvenir le guida. + + Ecco, fuggir dal truce + Cozzo vegg'io dei sanguinosi acciari + Faville che da poi diêr fiamma e luce: + Arde una forte e nova + Anima i petti; a non segnati mari + Gonfia immenso un desio le vele industri; + Fervon le menti e le fatiche a prova; + A chetar l'ire orrende + La libertà discende + D'armi gagliarda e di commerci illustri. + + Sorge a la Diva accanto + Disdegnoso uno Spirto, a cui nell'ira + Divien foco il pensier, fulmine il canto. + Superba aquila al nembo + Fida il volo, e combatte; e allor che mira + L'etereo Sol, che d'amoroso dardo + Punge e ravviva al vasto essere il grembo, + Per l'aere ardente e pura + Spaziar gode secura, + E nel fuoco del cielo appunta il guardo. + + Egli così le inferne + Sfere lasciando e le pugnaci erini, + Che mortali accendean l'ire fraterne, + E d'ombre orride e d'ossa + Tarda e incerta facean l'orma ai destini, + Errò, divo mendico; al ciel co' carmi + Surse, e attinta del Ver l'aura e la possa, + A inaspettati eventi + Chiamò l'itale genti, + Lor diè vita e parola e patria ed armi. + + Dai maledetti avelli + Balzan gli eroi; splendono al Sol gli acciari; + Quei che avversi morîr, sorgon fratelli: + Arde la pugna; stride + L'Arpía de l'Istro; dai venali altari + L'irto Levita invan s'adopra e freme... + Viva il Sabaudo allòr; vivan le fide + Schiere dei nostri eroi, + Viva tu pur, che a noi + Desti i tuoi prodi, e a noi vincesti insieme! + + Dove sei tu? Non odi + L'aura del generoso inno, che, schivo + Di tanti ingrati, osa innalzar tue lodi? + Leva dal tuo recente + Sepolcro il capo, e guarda ove ancor vivo. + Più del ricordo, è dei tuoi prodi il sangue. + Qui pugnâr, qui morîr, qui di fulgente + Serto ornò Italia il crine, + Qui le genti latine + Si unîr d'un patto in su'l nemico esangue. + + Mira! Un sol tempio accoglie + L'ossa delle due genti, e a lor confuse + Del domato stranier dormon le spoglie. + Dormite! Una parola + Fremono i vostri sonni; e da le chiuse + Ombre di morte una gran luce emerge: + Vivono al raggio d'una fiamma sola + Le umane anime; ed una + Morte le gente aduna, + E ne l'onda del Ver tutte le terge. + + Dormite! Al santo amplesso, + Che in una morte e in un amor vi serra, + Tragge Italia gli auspicî. Il brando ha cesso + A la guaína, e cinta + Sol di virtù suoi baluardi atterra. + Regna Amor l'alme, Amor varca gli abissi, + Penetra il mar: cade al suo soffio estinta + L'ira dai petti; e, al pari + Che nei confusi mari + Vedi gl'istmi cader squarciati e scissi, + + Cedono al nume il passo + Le domate montagne; a lui da lato + Scende l'italo genio. Odo il fracasso + De le divelte rupi; + Rugghia per li rotti antri il vento irato; + Al martellar degl'inventati ordigni + Tuonan l'opre pe' negri anditi cupi: + Ecco, ne l'ardua gola + Fischia il vapor che vola; + Echeggian gli antri; gli ultimi macigni + + Crollan; concordi e pronte + Gridan le ciurme; il Sol s'affaccia, e cinge + Due raggi a un tempo a due Gagliardi in fronte. + Oh! viva! In armi avvolto + Altri pugni e trïonfi: Amor costringe + In gara industre il genio italo e'l franco! + Ma qual fragor d'orridi bronzi ascolto? + Ne la sanguinea gora + Brenno gavazza ancora? + Di stragi ancor non è satollo o stanco? + + Cessa! Di fatuo nome + Tal che ti aggira a l'oprar suo fa scudo, + Pur che la man ti cacci entro le chiome, + E al giogo ti strascini + D'onor, di libertà, di posse ignudo. + Speglio Italia ti sia, che la severa + Alma composta a' liberi destini, + Già spada, or cuore e mente + De la latina gente, + L'alpe dischiude, e ne la pace impera! + + Mentre io canto così, fuor dal recente + Varco de l'Alpi glorïando passa + L'alto Amico de l'uomo, a cui ridonda + Di lampeggianti entusïasmi il petto. + Al meriggiar de le populee rive, + Da secreta virtù vinto, si asside + Là dove con selvaggio impeto corrono + Gli eridànei cavalli, e sveglian tanta + Pei settemplici campi eco di guerra. + Passan su le solenni onde, equitanti + Guerriere ombre di re; svolgesi al cielo + L'allobrogo vessillo, e, tutte chiuse + Ne l'acciar de l'altera indole invitta, + Brillan di pugna le sabaude schiere. + --Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti! + A piè de la famosa alpe, che pàrte + Le due genti latine, argentea e pura + La tua gemina fonte al Sol risplende, + E di origin comune e d'amistanze + Ne fa sacra la terra. Ivi il fuggiasco + Tra il fraterno furor Genio latino + Auspicando si addusse, e custodía + Bella e secura una speranza in core. + L'ombre cercò, di cheto obblio si avvolse, + Ma non così che al balenar del guardo + No'l ravvisasse una gagliarda e fida + Prole di Berengario, a cui fu grato + Di saggio culto e di pietose offerte + L'alma allegrar de l'esule divino. + Santo allor fu il suo scettro; ara divenne + L'alpe ospitale, e sovra il picciol trono + D'Ausonia il core e l'avvenir si assise. + Volgi, o padre Eridàn, volgi i tuoi flutti! + Ben che d'eccelsa e non ignobil fonte + A te accorrono i fiumi; a te dan vasto + Tributo di sonanti acque; a te, padre + Di feconde pianure, ove nei cheti + Argini la natía possa governi; + Padre d'alte rovine, allor che in ira + Terribilmente imperversando abbondi + Fuor degli ardui ripari, e fosco, immenso + Possiedi i campi, e sugli abissi imperi. + Pari a te da la doppia alpe ne venne + Di Libertà l'almo sorriso: al grido, + Che le pedemontane aure percosse, + Tutti echeggiâr gl'itali petti, e ad una + Sorsero a sgominar le schiere ostili. + Pari ai tuoi flutti è Libertà: feconda + D'anime educatrice, ove al governo + Sieda la Legge, e ne rattempri il corso; + Torbida madre di rovine, quando + Oltre ai segni prorompe, e gl'inconcussi + Campi del Dritto pazzamente invade.-- + + Così dicendo il Pellegrin, la terra + Bellicosa lasciava; e, la commossa + Alma schiudendo a la serena luce, + Che da l'italo ciel l'Arte diffonde, + S'avvïava colà dove tra' fiori + Gareggian di beltà le Grazie etrusche. + + Ben avverso alle Grazie e al Bello in ira + Vive, Italia, colui che, su l'ingorde + Arche seduto, in tuon lugubre intuona + L'epicedio de l'Arte! Ignaro, al certo, + Fra la plebe ei si aggira, e mai non pose + L'orma su queste etrusche inclite rive, + Dove tanto su l'Arno arde e sfavilla + Glorïoso splendor, qual mai non ebbe + Ne le trascorse età. Quante su l'orlo + D'un angusto, ritondo orcio, che abbonda + Al sol d'agosto il liquefatto miele, + Con smemorato ardir giran le mosche; + E altre ronzan d'intorno impazïenti + Del ghiotto cibo, altre sparute e gravi + Strascinan le inveschiate ali pe'l vase; + Tanti, e con simil ressa, a l'Arno in giro + Stanno gl'itali genî; e qual più vivo + Del toscano Ippocrene il fonte attinge, + Quel sentirà qual siero entro ogni vena + Scorrere il sangue, e tramutata in latte + Dolce fluïr del fegato la bile. + O arëopago de la patria, o illustri + Apostoli de l'Arte, io vi saluto; + E tu accogli il mio culto e il canto mio, + Città sacra del fior! Chè se ancor vive + Entro a l'itale carte un qualche suono + De la celeste melodia, che corre + Spontanea al labbro de le tue fanciulle; + E s'han grido finor le vereconde + Muse d'Italia, a te dobbiamo il vanto, + A te il pregio, a te il nome. Aspre e robuste + Proli, de l'opre e de le pugne avvezze, + S'abbian Adige e Po; s'abbiano industri + Colòni e pingui campi ed auree mèssi + Le contumaci al culto arduo del bello + Sicule piagge, ed a l'ignobil remo + Sudi il Ligure audace: a voi, d'Etruria + Morbidissimi figli, unico vanto + Sia la storia dei padri, e pregio intatto + La lingua! A noi diseredati ed orbi, + A cui nascendo non ombrò le fasce + La gran torre di Giotto, a noi, se prude + Alcun genio villano entro al cervello, + Altra via non rimane, altra salute, + Che mendicar dietro al vostr'uscio il tozzo + De le vostre merende e qualche cencio + De la vostra di frange auree guernita + Ducal librèa. Qual poverame abietto, + Che per entro a l'altrui vigna, tremante + Dopo il ricolto a raspollar sen viene, + Noi veniamo tra voi, nudi e digiuni, + Cui l'avara fortuna ibrida e grezza + Assentì a mala pena la parola, + Duro e barbaro gergo, atto a fatica + A dir del male ed a non esser muti. + + Ma qual prima dirò, qual dirò poi + Dei luminari, ond'ha corona e luce + Il sacro italo ciel? Seduti in giro + Nel tempio accolti d'una Grazia etrusca, + Come in magico specchio, ecco, me l'offre + La mia povera Musa, a cui vien dato + Varcar la soglia del gentil recinto. + E qual solerte domator, che spieghi + De le belve guardate entro a' serragli + La specie varia e 'l soggiogato istinto + E i costumi e le patrie: a bocca aperta + Stan gli attoniti astanti; in simil guisa + Dirò dei genî, ivi in gran folla accolti, + Le fogge, il favellar, gli atti, la fama. + + Splende fra le notturne ombre l'augusta + Magion sacra a le muse; e avviluppata + Negli ampî giri de le sue pellicce + Siede l'inclita Egeria, ella, a cui dànno + Equivoca canizie e senno arguto + Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care + Le colombe di Pafo, e la furtiva + Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne, + Finchè piacque a Dïona; or de le austere + Opre di Palla si compiace, e amica + Spira gli auspicî ai non vulgari ingegni. + Tien cospicuo al suo fianco il loco primo + L'Eroe ch'io canto. A mortal petto ignoti + Erano i casi suoi; bizzarre e strane + Favole il rivestían: dicean, che avesse + Con sotterranei spirti intelligenza, + E che al suon de la sua voce non fosse + Ombra antica di sofo o di poeta, + Che dal ciel non escisse o dagli elisi + A picchiar le vocali assi e l'arcane + Magiche tavolette, e dar responsi + Chiari e veraci agli ammirati astanti. + Pavide e curïose a lui d'intorno + S'affollano le dame; e tu superba + De l'altera parola anche ne andasti, + Pallida Elëonora, a cui non uno + Dei gelosi misteri Iside asconde; + E voi pur del gentil sesso custodi, + Antigone e Sofia, che, a le tiranne + Velleità d'un ispido marito + Rubellando la fronte, al dispregiato + Talamo nuzïal non inchinaste + L'altero grembo al solo Ver dischiuso. + --E che? l'ultima grida; a noi sul volto + Si chiuderanno ancor l'aule di Temi? + Sul nostro crin splender non dee giammai + L'inclita bacca dottoral? Giù alfine, + Giù alfin la benda obbrobrïosa e nera, + Cui di pudor mal diede pregio e nome + L'astuta crudeltà del sesso ostile. + Nostra è l'età, nostra la terra, è nostro + L'avvenire dei fati! Al cesto, al corso, + A la lotta alleniam le membra ignude: + Solo è libero il forte. Altra il sen porga + A l'esoso lattante, e il tergo inchini + Al feroce baston del suo tiranno: + Madre sarà di servi. A noi, del mondo + Parte migliore, opra miglior si addice: + Femmina è la virtù, femmine sono + A par de la beltà l'arti e le muse!-- + Tacque, e fêr plauso ai generosi accenti + Le dame tutte e i cavalier. Tu solo, + Pensieroso Macrin, dal cor profondo + Un sospiro traesti, e, la sparuta + Faccia e i mïopi volgendo occhi, guerniti + Di doppie lènti, a la soffitta avversa + Il ciel cercasti, e ti piombò su'l petto + Tutta la gran pietà d'esser marito. + Degli aurei modi del toscan sermone + Gran maestro è Macrin: spruzzato il fronte + De le linfe de l'Arno in San Giovanni, + Tutti ei conserva ne la ferrea mente + Gl'invidiati lepori, e non soltanto + L'arguto frizzo e la condita burla, + Che scoppietta su'l labbro a la rubesta + Ciana camaldolese e l'aureo favo, + Che amor porge furtivo a l'improvviso + Stornellar degli amanti; anche le viete + Venustà di Cavalca e di Guittone + Con lungo studio egli pilucca e serba. + Tal l'industre formica al sole estivo, + Tratti per lungo tramite, ripone + Nel ben cavato asil bricioli e miche + Con previdente ingegno, paürosa + De l'inope vecchiezza; o tal nei sordi + Scrigni rammassa il trepidante avaro + Non pure ampio tesor d'oro e di gemme, + Ma di rotti serrami irrugginiti + E di chiovi e di cenci e di ciabatte + Nel cupo cassetton gran copia asconde. + Di simile ricchezza adorno e pago + Va per le vie Macrin, lungo, diritto + Qual sciorinata al sole entro la madia + Ben tagliata lasagna; ed ai trofei, + Che a lui su'l crin l'astuta moglie appende, + La gloria aggiunge d'emendati testi, + Di compilate moli e di comenti: + Filologico mostro, al qual s'inchina + Non sol l'ingenuo scolaretto, a cui + Imprime nel seder tropi e figure + Con la sferza eloquente il pedagogo, + Ma quanti son da Susa a Lilibeo + De l'italo sermon cultori e amici. + + Ma chi è colui che truculento e instabile + Or da l'un fianco ed or da l'altro volgesi, + E scuote il capo ed agita la zazzera, + E in cambio di parlar gestisce ed ulula? + Demagogo e poeta ei tempra il filo + De la republicana ira a la cote + De l'appetito, e il giambo archilochèo + Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo, + Da cui la sua spennata aquila avventa + I fulmini de l'estro. A lui da lato + Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa + Posa Moron: rubizza e pettoruta + Mole, a cui da l'aprico orbe del viso + Raggia il fulgor di un cartellon francese. + Al picciol fronte, ai cheti atti, al sereno + Riso, al voluttuoso occhio natante + Tra il vino e il sonno, tra il demonio e Dio, + Frate il diresti, e forse il fu. Qual suole + Al tronco d'un'altera arbore, o ai fianchi + D'un illustre castello arrampicarsi + Co' torti rami la paffuta zucca; + Fatta superba de l'aggiunta altezza + Gl'indiscreti rigogli intorno spande, + E, guardando le magre erbe da l'alto, + Scorda l'umil radice e al Sol rosseggia; + Tal di Dante a la vasta ombra seduto + Sua fama impingua il chiosator Morene, + E la frase imbroccando e il verbo e il nome + Del poema divin, lancia d'intorno + Tal furia di cementi e di saliva, + Che scrocca il plauso al sonnecchioso astante. + + Nè te lascia la Musa, o multiforme + Delio, a cui da le labbra, ampia e diversa + Copia di celie e di saver discorre. + Vedilo: come a l'agitar del vaglio + Va saltando qua e là l'arido cece, + Così da la balzana indole spinto + Tra la folla ei s'aggira, e quindi e quinci + Motti e sogghigni ed aforismi avventa. + Smettete, o voi che sovra illustri carte + Vi state a logorar l'ingegno e il tempo, + Perchè a l'arte natía decoro alcuno + E al viver vostro un qualche onor mai vegna: + Così agli astri non vassi! A voi maestro, + A voi speglio costui, che la mordace + Alma e il saper ne le gazzette attinto + Rivende a le gazzette un tanto il braccio. + Inchinatevi a lui! Non che a sè stesso, + Gloria perenne a chi gli par procaccia: + Oracolo solenne, al cui responso + La dotta greggia de le vie s'inchina; + Ampia ruota che gira, e stride, e schiaccia + Le perle a terra, e lancia a l'aria il fango. + Ungete, ingegni sconsigliati, ungete + Le carrucole a lui: propizio nume + Ei sorride a chi l'unge. Opra è da stolti + Venir seco a tenzon; più stolta impresa + Ai dardi di costui non dar più ascolto, + Che dar si soglia a le zanzare estive: + Son mortali i suoi dardi! E tu il sapesti, + Tu, più ch'altri, il sapesti, o amato capo + Di Dall'Ongaro mio! Nè ti fu scusa + L'anima intemerata e il pronto ingegno, + A cui tutte arridean le grazie amiche, + Nè la virtù di peregrini affanni + Saldamente sofferti e la tranquilla + Custoditrice d'onorati petti + Candida poverezza e il crin canuto! + Ben di fallace illusïon maestra + Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía + Nei lunghi giorni de l'oscuro esiglio + Persüaderti una speranza, e al foco + Degl'itali trïonfi accender tanta + Giovinezza di carmi entro al tuo petto; + Nè ti dicea, che di venali incensi, + Non d'ingenue virtù, non d'animosi + Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo! + Però a l'assiduo flagellar di amari + Scherni cadevi; e se a l'ingegno invitto + L'attico riso concedean le Muse + Fino a l'ultimo istante, ingorde arpíe + Ir vedesti e redir sul tuo morente + Capo, e la gloria insidïarti e il pane + Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa + La derelitta famigliòla or piange + Miseramente, nè le vien conforto + Dal tardo onor che al nome tuo si rende. + + Or tu da quel romito angolo oscuro, + Gangetico Assalonne, esci, e la tua + Patetica parola ai salutari + Sbadigli i labbri e gli occhi al sonno inviti. + Dal curïoso sguardo dei profani + Un umile pudor forse t'esclude? + Virtù di debolette alme è il pudore, + E non solito a te. Nè, se arruffata + Su le groppe rachitiche ti ondeggia + La popolosa zazzera, nemica + Di baveri non unti e di severi + Pettini; o a mala pena entro al rapato + Abito puëril movesi il petto + Stento e gli attratti gomiti, indulgente + Men ti sarà chi l'alte doti apprezza + E de l'oppio e di te. Proprio da sciocchi + È il dar fede al parer: tal, che a l'aspetto + Sembra leone, asino è all'opre, e tanti, + Che l'improvvido volgo aquile estima, + Son, se provano il vol, men che tacchini. + Qui non regna la plebe; e qual tu sei, + Quel che vali e che puoi san tutti a prova. + Quanti mai sparge rami a l'aria immensa + De l'umano saper l'arbore augusta + Tutti hai tu ne la mente: arca infinita, + In cui, ridotta in pillole e in pasticche, + La densa folla de l'idee si pigia. + Terra e gente non è specie o favella, + Che arcani abbia per te, cosmopolita + Camaleönte, che, di tutti a un tempo + Ritenendo, esser puoi tutti e nessuno. + Ed ecco, or con meschina ala ti aggiri + Carezzevole intorno, or con obliquo + Serpeggiamento insinüar ti piaci + Entro a' facili cori il tuo veleno; + Or con voce melliflua a le tue reti, + Erudita civetta, i merli attiri, + Or, mutato ad un punto in cinguettiera + Gazza, i nomi più vili a l'aura canti. + Tu, Catone d'un dì, spregiar sai l'oro + Con tragico cipiglio, e tu con furba + Docilità di vertebra e d'ingegno + L'altrui scale affatichi e l'altrui tasche; + Oggi con infantil garbo a l'orecchio + D'un'aërea beltà beli il sonetto + Sentimental, doman, fatto più saggio, + Entro uno scrigno d'òr fabbrichi il nido. + Ma chi tutte può dir le peregrine + Doti, per cui, Proteo novel, tu cangi + Co'l mutar d'ogni dì forme e colori? + Chi l'operosa, infaticabil fonte, + Per cui, senza invocar madre Lucina, + Puërpera ogni dì s'alza la tua + Dïabetica Musa? Alcun per fermo + Dir non saprà, ben che sia noto a tutti. + Sorgi adunque, e t'appressa; e s'alcun mai, + Dal serpeggiante tuo venire illuso, + Oserà alzar, per calpestarti, il piede, + Lascial, dirò volgendo il guardo altrove, + Benchè sia serpe al cor, donnola è al dente. + + Ma son costor le stelle tutte e i Soli, + Che ad onor de lo strano Ospite accolse + Dentro al suo tempio la gentil Carìte? + Così non piaccia al dio, che l'arte e il nome + D'Ausonia ha in cura! Fra cotanta luce + Non splende Olimpio ancor, colui non splende, + Che, la fiera spregiando arte dei padri + Che tutta chiusa nel vergineo peplo + Rigida custodía l'are di Vesta, + Una discinta Maddalena adduce + A susurrar detti svogliati e strani + Per le tiepide alcove, o a tesser balli + Vertiginosi fra le nubi, e un'onda + Versar quinci di nenie e di sbadigli + Sopra a le folleggianti anime umane. + Ecco, ei viene, ei risplende. Altero e bello + Ne la modestia sua con misurato + Passo s'inoltra; e, benchè svelto e lieve + Scivoli sovra i piè, pur non sostenne + L'arguto calzolar, ch'ei non proceda + Senza un qualche rumor; però ch'ei volle + Sotto al tornito stivaletto, a cui + Ròdope stessa invidierebbe, un nido + Porre di crepitanti e scricchiolanti + Genî, che possan dire anco ai lontani: + Ecco il nume, adorate! In simil guisa + Da l'Olimpo al boscoso Ida venía + Il saturnio signor, quando a l'incontro + Dolce ridente gli schiudea le braccia + La placata consorte, e sotto al passo + Gli stridean le selvagge aquile e il fascio + Dei serpeggianti folgori. A la soglia + Fermasi un tratto; la sottil mazzetta + Palleggia, ed il sereno occhio d'intorno + Muove in cerca di lei, vergine o sposa, + Donna o dea, ch'ai suoi lauri un qualche intrecci + Gentil fior di pensiero, e stilli unguenti + Sopra le nevi del ben culto crine. + Bice è là, che l'attende: ecco, si spicca + Dal picciol crocchio de le sue compagne, + E gli muove d'incontro e gli confida + Nel morbido candor del niveo guanto + La voluttà d'una manina ignuda. + O felice costei tre volte e quattro, + Che con l'aëreo balenar d'un casto + Languidissimo sguardo, o co'l profumo + D'un sospir ventilato in su la cima + Del piumato ventaglio apresi il varco, + Non agevole invero, ai luminosi + Estri di tanto vate! Oh! lei felice + E invidiata a buon dritto! Inutil pompa + D'ottuse forme e di bustin ricolmo + Ella, è ver, non ostenta: ignobil dote + Di vulgare beltà sien le ritonde + Polpe e l'adipe osceno, irriguo ai salsi + Sudori, e immane, o Dio, carcer de l'alma. + Ricchezza unica a lei sia la divina + Trasparenza del corpo e i delicati + Qual fil di gelsomino arti e il languente + Collo e le braccia cascanti. Qual face + Chiusa dentro a dïafani alabastri, + L'alma in lei splende; e simile a canora + Che si pasce di brine aurea cicada, + Le vaporose fantasie deliba, + Che dal plettro gemmato ad ora ad ora + Mollemente deriva il suo poeta, + Poeta a un tempo e cavalier. Sui molli + Tappeti, ai piedi de la sua regina, + Spesso ei numera in pianto i suoi pietosi + Nunzî di poesia primi vagiti + E i suoi gesti e i suoi cenni, unica scola + Ai protervi nepoti. Ella, commossa + Da l'ardor dei civili estri, i socchiusi + Occhi gli volge; e se ne le divine + Estasi le sottili in su la fronte + Labbra gli posa, e di cinabro tinto + Cader si lascia un indelebil bacio, + Dilungate di là, Momi impudenti + Dai mordaci sarcasmi, e non osate + Dar condito di burle al vulgo iniquo + Il mister di quei petti: a completarsi + Tendon l'alme per fato; e chi no'l crede + Ne dimandi a Platon! + Ma oscuro e muto + Sui soffici divani a poltrir forse + Venne il divo cantor? Tolgalo il casto + Senno di lei, che è sol suo studio e vanto! + Ai secreti colloquî, ai vaporosi + Veleggiamenti dei verginei ingegni + Serban le Grazie altr'ore: aman gli opachi + Vetri le Grazie e le socchiuse imposte, + Da cui, non dispregiato ospite, il solo + Profumo entri dei fiori, e a cui dan velo + Con fantastici giri i rampicanti + Convolvoli azzurrini e l'ampie tende + Non indocili a l'aure. Ora è codesta + Di saëttar co' glorïosi raggi + Gli sparsi in quella sala astri minori; + Ora è d'aprir con l'armonia dei versi + La rigid'alma del più rio marito. + Come soglion d'intorno a un'iridata + Bolla, che con sottil fiato da l'alto + Del suo balcone il fanciullino espresse, + Correre ed affollarsi e spiccar salti + Gl'irrequieti monelli; e mentre incerta + Pende quella su l'aëre, e al Sol si pinge + Di tremuli colori, impazïenti + Lanciano i berrettini, e fanno a gara + A chi primo l'aggiunga; in simil guisa + Corsero tutte, e s'attruppâr d'intorno + Al tonante cantor damine e spose. + Ecco, egli accenna, ei legge; attenti, udite: + --Egli ed ella eran due! Qual fulminato + Arcangelo superbo, orribilmente + Mugghiava per la torva aere sanguigna + Un moribondo temporal. Dai mesti + Pertugi de la terra ad uno ad uno, + Siccome frati ch'escon salmeggiando + Da le pallide celle, uscíano i funghi + Annusando l'autunno; e, co'l volubile + Mappamondo a le spalle, in simiglianza + Di pellegrini piccioletti Atlanti, + Le bavose lumache ardían mostrarsi + Saettando la corna. Essi eran soli! + Eran soli a mirar le rubiconde + Agonie d'un tramonto. A passi lenti, + Per la morte del Sol vestita a bruno + La sonnambula Notte discendea + Pe' gradini de l'etra, e mille e mille + Angeletti lumaj davan la luce + Ai fanali del ciel. Sotto i giganti + Rami d'un eucalipto, immenso figlio + De l'australiche selve, in su le barbe + Dei vellutati muschi e dei licheni + La giovinetta si assidea, struggendo + Le delicate fibre e gli otricelli + Del monocotilèdone embrïone + D'una dïoica pandanèa. Le braccia + Distese Arrigo, sospirò, fu sua! + O poverella ardita, o mendicante + Regina, o musa mia, sorgi dai tuoi + Papaverici sonni, e dimmi quanta + Febbre di voluttà bruciava i petti + Di quei lieti accoppiati, e i lampi e i tuoni + Dei sorrisi e dei baci e la battaglia + Degli eccitati muscoli!-- + Un solenne + Scoppio di plausi e di femminee voci + L'aurea sala echeggiò; dal sonno scosso + Moron sorge, ed applaude; altri in disparte + Con la bile sul labbro e il guardo a sghembo + Dà il galoppo a l'invidia; il naso arriccia, + E fa il greppo Macrin; pago e beato + L'apollineo sudor terge, e carezza + Gli attorti baffi il morbido poeta; + E, sprofondato ne la sua poltrona, + Scrollando il capo il Pellegrin sorride. + Mosso poi da un mordace estro di sdegno, + In piè levossi, ed esclamò:--La voce + Degli spiriti or s'oda; a me gli usati + Alfabetici segni e le canore + Assi da cui, se tanto pur siam degni, + Del gran padre Alighier gli accenti udremo.-- + Disse, e al cenno d'Egeria una ritonda + Tavola fu recata, a cui dei quattro + Ben atti piedi, che le fan sostegno, + Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto + Dei magnetici spirti agile e destro, + Più del pensier degli ammirati astanti, + Scerne le note, ed il responso appresta. + La mirò, la tastò con le gagliarde + Nocche l'Eroe da tutte parti, e quando + L'ebbe assettata su le cifre, entrambe + Vi sovrappose con mirabil rito + Le aperte palme, e simulando un senso + Di riverenza e di paura in volto, + Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola + Il fatidico legno; un dopo a l'altro + S'odon tre picchi; come Tiade invasa + Da la furia del nume, or quinci or quindi + Il sonnambulo piè lanciasi in volta, + Nota i segni soggetti, e sbalza e sguiscia + Ratto così, ch'occhio o pensier no'l segue. + Tace alfine, e s'arresta; attenti, immoti + Pendon tutti d'intorno; ecco il responso: + --Chi da le sfere luminose, ov'io + Libero spirto in grembo al Ver mi eterno, + Mi richiama al fatal lido natío? + Ben giunse a me nel mio loco superno + D'Ausonia il grido e il rimbombar de l'armi, + Per cui perfetto il pensier mio discerno. + Levai sdegnoso dai funerei marmi + L'onorato mio capo, e a le pugnanti + Schiere in mezzo piombai co'l brando e i carmi. + Oltre l'alpi esulâr monche e tremanti + Le teutoniche belve, e il profetato + Veltro regnò su' ceppi e i troni infranti. + Entro a l'are venali imprigionato + Urla fra tanto il traditor Giudeo, + Che a' danni nostri ed a l'insidie è nato; + Ma a l'onte occulte e al macchinar suo reo + Splender più bello e star più saldo io miro + Solo un vessil da Susa a Lilibeo. + Pur, se a l'itale muse il guardo io giro, + Tanta di lor m'assale ira e vergogna, + Che in volto avvampo, e dentro al cor sospiro. + Qual mendica erra; qual vaneggia e sogna; + E qual de l'Istro o de la Senna impura + L'onda attinge, e le sue membra svergogna; + E mentre una s'insozza e si snatura, + L'altra oziando sbadiglia; onde ai lor danni + Stride lo scherno, e il freddo oblio congiura. + Or leva, o genio mio, leva i tuoi vanni, + E tal su'l capo lor fulmina un telo, + Che la memoria sua viva negli anni. + Mostro vien fuor da l'iperboreo gelo, + Che la diva stuprando Arte dei suoni + D'orrido strepitío streper fa il cielo; + E strepitando in strepitosi tuoni + Strepita sì, che a nostre orecchie offese + Sembran dolci armonie bombe e cannoni. + Già si affaccia, già invade il bel paese: + Fuggon le Grazie; e n'han dal ciel spavento + L'angelo di Catania e il Pesarese; + Ma chi il senso de l'Arte in petto ha spento + E ferrea l'alma e assai più ferrei orecchi + Catechizza le turbe al gran portento. + O tu, se il genio tuo mai non invecchi, + Vivo onor di Busseto, a l'empie grida + Piegherai l'alma, e fia che in lui ti specchi? + Sorgi; a l'antica melodia confida + Gli estri, ond'uomini e tempi animi e crèi, + E lascia i dotti ragli al nuovo Mida! + Nè fia che in voi non vibri i dardi miei, + O de l'onnipossente Arte dei carmi + Sacerdoti non già, ma Farisei. + Sento tra una venal turba chiamarmi + Chi d'alma vuoto e d'onestà digiuno + Libertà grida, e il vulgo aízza all'armi; + E chi in aspetto di plebeo tribuno + Giambi saetta avvelenati e cupi, + E fuor di sè non trova onesto alcuno: + Idrofobo cantor, vate da lupi, + Che di fiele brïaco e di lièo, + Tien che al mio lato il miglior posto occùpi, + E veggio lo svenevol cicisbèo, + Che, d'ingegno ventoso e di cor frollo, + Gratta la cetra in suon di piagnistèo; + E, incipriato le chiome e torto il collo, + Co'l ciglio imbambolato e il guardo losco, + Va a confettar gli stronzoli d'Apollo. + E tu chi sei, che chiudi il viso fosco + Ne la larva di Plauto, e stenti e sudi + A condir vuote ciance in sermon tosco? + Ben altri stenti omai, ben altri studi + Chiede Talía, che infarcir motti e scede + Scevri di senso e di pudore ignudi. + Più d'una gazza razzola al tuo piede, + E manda il nome tuo da Battro a Tule, + Te proclamando di Goldon l'erede: + Gracchiano al vento come immonde sule, + Che di grida scomposte il ciel fan sordo, + Se han pinzo il ventre e molle il gorgozzule; + E tu di lauri e di nastrini ingordo, + Qual verme che si pasce in suo pattume, + Tanto sei fatto omai cieco e balordo, + Che ancor bianca la voce e il mento implume, + Piantando il pedagogo a mezza via, + T'alzi a maestro di civil costume. + Torna, o stolto fanciullo, al _quare_ e al _quia_, + E, se granel di sale anco ti resta, + Pulisci il socco, e rendilo a Talía. + V'è chi avendo di liti un guazzo in testa, + E faría meglio a strombazzar pe' trivi, + Calza il coturno, e le ribalte infesta. + Strillan le maghe; corre il sangue a rivi; + Surgon spettri e vampiri; urlano i morti; + Vivi i fantasmi son, fantasmi i vivi. + Pugne, stragi, rapine, incendî, aborti, + Suon di catene, parricidî, incesti, + Orgie d'alme e di carni e fusi torti, + I reconditi intingoli son questi, + Per cui Melpomenèa briaca e pazza + Fa che gli spettator rimangan desti. + O di zebe e di buoi stupida razza, + Se pur fra tante teste avvi un cervello, + Quel beccaio urlator cacciate in piazza! + Chè s'ei dona al suo genio altro rovello, + Per far la scena a voi stessi più viva, + Al collo vostro appunterà il coltello! + E tu d'irti istrïoni orda cattiva, + Che vendi e insozzi il sofoclèo coturno, + E vai d'oro superba e d'onor priva, + Smetti il traffico vil, per cui l'eburno + Trono de l'Arte e i sacrosanti altari + Covo son fatti a fornicar dïurno. + Varcan per opra tua montagne e mari + Le più turpi di Gallia ibride Muse, + Che lor facil beltà dan per danari; + E involgendo la colpa in auree scuse, + Coronando di fior chimere e mostri, + Scroccan l'applauso de le turbe illuse. + Stolte! nè san, che da quei sozzi inchiostri + Spandesi intòrno sì mortal mefíte, + Ch'alma e braccio prostrando ai figli nostri, + Li farà indegni de le glorie avite!-- + + Tal suonava il responso. Impallidîro + Donne e poeti, e si guardar negli occhi + Irrequieti, silenti. Arse di sdegno + L'altera alma d'Egeria; arse pur ella + La florivola Bice, a cui la punta + De la mal tollerata ira risveglia + Le isteriche trambasce e invola i sensi; + Arser su tutte inviperite e fiere + Antigone e Sofia, coppia gemella + D'emancipate amazzoni. Ribolle + Ne le lor vene il maschio sangue; in fronte + De l'audace Stranier figgon gli sguardi + Sinistramente; e certo avrían quel giorno + D'un gran fatto illustrato il nome oscuro, + Ove Olimpio non era: ei le contenne + Subitamente, e con gentile e ardito + Piglio di paladino: A me si addice + La vendetta, esclamò. Volse lo sguardo, + Così dicendo al Pellegrin, che muto + Fra cotanto armeggiar d'ire e di accenti + Del suo fiero sermon godeasi il frutto. + Poi replicò:--Lo spirto e la parola + De l'Alighier qui non si udì: mentite + Voci dal labbro di costui dettava + La rea calunnia ed il livor codardo!-- + Balzò a quel dir l'Eroe. Pari a ringhioso + Stuol di mastini, che, a un rumor lontano + Desti tutti in un punto a la tard'ora, + Uggiolando prorompono a la siepe + Del custodito pecoril: l'un l'altro + S'aízzano co'l grido, e, a lo sbarrato + Limitare avventandosi co' morsi, + Raspano il suol rabbiosamente; allora + Ch'odono del pastor la voce e il passo + Si ramansano a un tratto; penzoloni + Gittan la coda, spianano le orecchie, + E muti, muti acquattansi; in tal guisa + Al sorger de l'Eroe tacque l'impronto + Bisbigliar degli astanti; e con furtivo + Pavido sguardo e con moto conforme + I suoi sguardi, i suoi moti ognun seguía. + Ei favellò: + --Qual che tu sii, nè al certo + D'infamia o loda il nome tuo fia degno, + Stolte parole or proferisti. Hai vôta + Alma e cervel gonfio di fiabe, ed altro + Che inutil fiato il labbro tuo non mette. + Di mutue lodi, e di vulgari incensi + Pago tu vivi, e teco il gregge: ingrato + Però il vero a te suona, a te che l'arte + E la natura e te stesso mentisci!-- + Non si contenne a tal parlar superbo + L'offesa alma d'Olimpio, e:--Il nome mio, + Gridò, il saprai, ma con la spada in pugno, + S'hai fermo il core, e cavalier tu sei!-- + Disse, e come a la cheta ora del vespro, + Se a' bruni aranci del giardin, da cui + Pendon purpurei ed odorati i pomi, + Cantarellando una canzon t'appressi, + Odi tosto un frusciar d'ali e un pispiglio + Di furbi passerelli a fuggir lesti; + Così d'Olimpio al favellar si sveglia + Sordo intorno un susurro: e chi gli audaci + Sensi condanna; chi l'ardir ne loda; + Chi la gagliarda valentía n'esalta; + E ognun gode in cor suo, che il novo evento + Nova materia a favellar gli appresti. + Tu sola dal profondo animo gemi, + O dïafana Bice, e a lui d'intorno + Trepidante ti serri, e invan ti adopri + Dal destinato petto a svolger l'ira. + In sua tranquilla maestà spartana + Ei si parte da te, ma non sì lesto + Da non udir queste parole acerbe + Che gli gitta l'Eroe: + --Gonfia a tua posta + Di sonanti minacce il dir tuo folle, + O menestrello paladin: non uno, + Ch'abbia intera la mente e sano il core, + Dirà men vero il mio parlar; t'indossa, + Se pur lo vuoi, maglia e lorica, e al filo + D'un sordo acciar la tua ragion commetti, + Ragion degna di ferro; io, finchè splenda + Agli occhi il Sole e a questa mente il Vero, + Ragiono e vinco, e i pari tuoi disprezzo!-- + + + + +CANTO DUODECIMO. + +ARGOMENTO. + +Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo; +durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di +Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di +Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce +dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei +beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena, +rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con +la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo, +glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà +scandaloso spettacolo della sua pazzia. + + + Poichè avvolse così d'alti dispregi + Le parole d'Olimpio e il reo costume, + Che risibil comporta il secol nostro, + L'auree sale d'Egeria e le tranquille + Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe; + E a te si volse, o del suo cor supremo + Desiro e dei suoi passi ultimo segno, + Tiberina città, che tutta chiudi + Del popolo latin l'anima e 'l fato. + + Date querce ed allori a le recenti + Brecce di Porta Pia, date corone + Al Sabaudo Monarca, itale genti; + E custode di lor l'inno risuone, + Che diêr braccia e pensieri + E la vita al grand'uopo! Are son fatti + Li trafficati e neri + Templi dei dieci colli, + Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto, + Chi al ciel serva la terra, e a la codarda + Fede contenne il Pensier divo avvinto. + + Saldo negli anni, occulto + Ne l'ombra e tutto cinto + D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo + Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido + Ai poli, eterno si tenea l'infido + Pescator Galilèo reggere il mondo. + Ma come avvien, che, rósa + Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla + A nuovo urto di turbo ispida rupe, + Che negra e minacciosa, + Riprodotta da l'onda, al navigante + Pendea su'l capo, e gli oscurava il core; + Tal, pugnato dagli anni e più da questo + Eterno flutto del Pensier, che invade + Ogni creata cosa, + Trema, balena e cade + Il doppio soglio a Libertà funesto. + + Dei primi onori il vanto + Miete al certo colui, che primo accoglie + Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo + Pensier ne la feconda opra traduce. + Dai domestici affetti e da le braccia + D'ogni più cara illusïon si scioglie; + E oltre ad uso mortal guardando in faccia + Ad inaccessi Veri, + Sordo dei figli e de la sposa al pianto, + Là sè stesso periglia ove più crudo + Ferve il conflitto; e a recar vita e luce + Corre colà, colà vince e procombe, + Dove più ferrei e neri + Pugnan fantasmi, e più la notte incombe. + + Però, sola e più degna + Eternità che al gener nostro assente + La fatale Natura, a noi nel petto + Vivrete eternamente, + Quantunque siete, o eroi + De l'umano pensier; sia che mutando + La molle cetra in brando, + O in viva fiamma di Sofia l'acume, + O in fulmine la voce, + Nel più chiuso del cor portaste oltraggio + A questa vaticana Idra feroce, + Cui non giovò dar vostre carni a morte, + Quando la fiamma inesorata e il ferro, + Che brevemente il corpo vostro offese, + Ruppe il suo petto, e le sue membra incese. + + Ma non senza gran laude a le venture + Genti andrà il nome e il grido + Di chi l'ultimo crollo a la superba + Mole impavido impresse, onde stupite + Mirâr le più gagliarde anime, e intorno + Tremar parve la terra. O benedetti + Voi, che la vita acerba + Fidaste, o giovinetti, + A l'onor del gran fatto, e benedetta + La destinata mente + Di Lui, che, custodita entro ai gelosi + Carceri Adrïanèi la vita inferma, + Inesorabilmente + Fulminò a morte indegna + L'italico vessillo e i vostri petti! + + Veglian su l'infrequente + Uscio le madri abbandonate, o, accolte + L'anima tutta nel pensier di voi, + Lascian piangenti a mercenarie mani + Le vigilate masserizie, e vanno + Dove a lenir l'affanno + Una voce di ciel par che le chiami. + Ardono i ceri; un'onda + D'incensi e timïami + Vaporan l'are; una pietosa, incerta + Melodia le devote anime inonda; + E, dentro a un nimbo avvolto + Di profumi, di suoni e di splendori, + La sacra ostia consacra, e preci ignote + Mormora il sacerdote. + + Qual improvviso e fiero + Tuono per li diffusi archi rimbomba? + Come dischiusa tomba + Putre e nereggia il sacro tempio; stride + Il percosso saltèro; + Illividito e nero + Guizzi sanguigni avventa + Ogni lume, ogni cero; + Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta + D'orrida tabe, al volto + De le pie turbe e al cor dardi saëtta + Di sdegno e di vendetta; + Urla sui tormentati organi eretta + La cieca Morte, e invita + A fiera tresca il pallido Levita. + Ecco, spumeggia di sangue recente + Il benedetto calice; volteggia + Da feroce disio fatto più lieve + L'inebbrïato Prete... + Madri, madri, fuggite: il sangue è quello + Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete; + Madri fuggite: il sangue + Dei vostri figli ei beve! + + Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia + Sui debellati altari + Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva + Nel tuo triplice raggio, iride santa + Di libertà! Da la percossa riva + De la tumida Senna ululi avventi + La piagata nel cor druda di Brenno, + Cui la vittoria altrui par sua sconfitta: + Fuor d'ogni modo e senno, + Ebbra d'invidia, esulti + Prostituta liberta, e d'impudenti + Minaccie a te, sacro vessillo, insulti, + E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti + O lontani presagi al carme io fido, + Che, ravveduta o stanca + Dal sozzo amplesso di plebei Caini, + Te chiamerà, come chi piange. Al grido + Risonerà l'irta Pirene; e quale + Iena sorpresa a l'avvenir del giorno, + L'iberico soggiorno e il reo pugnale + Lascerà urlando il bieco + Masnadier di Castiglia. Allor saprai, + Putta de l'Ebro infurïata, a quanta + Luce di libertà volgesti il tergo + Quel dì, che ai tuoi rissosi + Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno, + E da le regie chiome + Strappò sdegnoso il serto, + Pur che la fronte altera + Erger potesse intemerata al sole, + E, monda del tuo sangue, al patrio albergo + Recar la spada ed onorato il nome. + + Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente + Baccar di questa erine + Licenziosa, a cui + Vanto di Libertà danno i suoi drudi, + E quanti han voglia ardente + Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi! + Ecco, a piccola pugna un'immortale + Gloria succede: col pensier trïonfa + Roma, e regina del pensier si asside + Fra' redenti latini! In alto il guardo, + Popoli tutti: il Campidoglio è questo! + Roma è Ragione e Libertà; novella + Èra incominciai Sugli altari infranti, + Da un solo amor costrette, + Gridiam, genti latine: Avanti, avanti! + + Così a l'entrar ne la Città famosa + Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne + Era quel dì: rinascea Roma. Ornati + Di ghirlande d'allori e d'orifiamme + Splendean ponti, obelischi, archi e teatri; + E dietro a le giganti Ombre dei morti + Ivano al Colossèo festosi i vivi. + Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine + Titaniche di Roma un fiammeggiante + Sguardo mandava alto a l'occaso il sole: + Un incendio parea, da lo cui grembo + Si liberasse una feroce e bella + Vergine che diceva: Io son la grande + Libertà dei Latini! + Immenso e solo + Sovra ai neroniani orti grandeggia + Il vastissimo Circo, a cui da strani + Colori e bizzarre ombre un magistero + Di bengalici fochi; ondeggia il folto + Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni + Le gagliarde fanfare empiono il cielo. + Non udiva l'Eroe; ben altre voci + Gli suonavan ne l'alma: echi lontani + De le passate età, vaghe armonie + De l'avvenir, preci e bestemmie escluse + Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi + D'idoli nani e d'uomini giganti. + + VOCE D'EBREI. + + Dai traffici fecondi, + Unico asilo al pertinace ingegno, + Da le folte città, dai fremebondi + Flutti di gonfî mari, + Sempre io sospiro a voi, sempre a voi guardo + Con la speranza mia, rive dilette + Del Giordano natío, raggianti altari + Dei padri miei, terre da Dio promesse. + Come al Libano eterno, a cui ghirlanda + Sono i cari al Signor cedri vocali, + Drizza il fulmineo vol, come a sua meta, + L'aquila pellegrina, + Tal del disio su l'ali + A voi corre il mio core, e in voi s'acqueta. + + Voi sul monte di Dio spargete al vento, + Cedri vocali, i rami annosi, e fermi + Sfidate i nembi e i secoli, mentr'io + Per terre e per età, ramingo eterno, + Il suol dei miei nemici + Bagno del mio sudor, del sangue mio; + E al flagel de le avverse ire, a lo scherno, + Che sibila su me freddo e funesto, + Piego le spalle inermi, + Spero, e pugno sperando, e mai mi arresto. + + O cedri incliti, invano, + V'intendo, invan voi non mettete eterne + Entro al monte di Dio l'alte radici; + Però ch'eterna, a par di voi, si asside + La speme del trïonfo entro al mio petto. + Voi rivedrò! Da queste infauste arene, + Che del mio sangue tinse + Tito, delizia de l'umane genti, + Da ove sorge la notte e il giorno viene, + Da tutti e quattro i venti, + Quel divino voler, ch'indi mi spinse, + Richiamerà, nè fia lontano il giorno, + Il vincente Isdraello al suo soggiorno! + + VOCE DI NUMI. + + Esuli affaticati, + Senza speme di vita e senza regno, + Fuggiam, cadiam sotto al flagel dei fati, + Del pensiero de l'uom ludibrio indegno. + + Il serto luminoso + Del poter nostro ov'è? Dove il raggiante + Trono del sole e i sempre verdi alberghi + De l'Ida? Ove il temuto + Folgore e le sedotte + Figlie de l'uom? Tutto d'intorno è muto + A noi; squarciasi il velo, + Da l'inganno tessuto, + Che lieve sosteneaci a mezzo il cielo; + Manca il cielo a nostr'orme: i fior, la luce, + L'amor, la giovinezza, il paradiso, + Tutto a un punto dissolvesi + Al fiero lampo de l'uman sorriso. + + Esuli affaticati, + Senza speme di vita e senza regno, + Fuggiam, cadiam, sotto al flagel dei fati, + Del pensiero de l'uom ludibrio indegno. + + O miserando e gramo + L'esser nostro di Numi, ove al talento + Di mortal plebe abietta, + Qual nebbia vana ad agitar di vento, + Sorgere a caso e dileguar dobbiamo! + Ove andrem noi? Di amici astri deserto + È il ciel; d'altari è brulla + La terra; inesorabile si avanza + La Verità; l'Oblio ne inghiotte e il nulla... + Oh! fosse dato almeno + A noi mutar sembianza, + Gioir l'aere terreno, + Scendere in terra e aver con l'uom possanza + + VOCE DI SACERDOTI. + + Tramonti pur, tramonti, + O fuggevole Iddio, la tua possanza; + Noi terrem contro al fato erte le fronti. + + D'imbelli anime è stanza + La terra; e noi teniam su l'alme il piede: + A te il ciel manca; a noi la terra avanza. + + Più che astuti noi siam, cieco è chi crede; + Cada Saturno, o Gèova, + Mai non cadrà dal petto uman la fede! + + VOCE DI SANTI. + + O misera e fugace + Vita de l'uom, che speri? + Non ha trïonfo e pace + Questo agitato vortice + Di affanni e di piaceri. + + Come in silice abietta + Prigioniera scintilla, + Così l'anima, eletta + A miglior sorte, ascondesi + Ne la mortale argilla. + + Dio ve la chiuse; al solo + Cenno del suo pensiero + Ella discioglie il volo, + Mesce il suo raggio a l'iride + Del sempiterno Vero. + + Soffriam: de la romita + Alma, che piange e crede, + Cibo, lavacro e vita + Son la Speranza eterea, + La Carità e la Fede. + + VOCE DI DIAVOLI. + + Che val pascer di vuote + Fuggitive speranze il cor digiuno? + Navigar co'l desio regioni ignote + Derelitti nocchieri a l'aër bruno? + + A noi prescrisse un segno + La diversa Natura, e mal n'è dato + Spinger oltre il poter l'audace ingegno, + Cercar ne l'ombre e battagliar co'l fato. + + Han pur queste fugaci + Ore terrene alcun sorriso e fiore, + Ha battaglie il pensier, le labbra han baci, + Vita la terra, e inferno e ciel l'amore! + + VOCE DEL TEVERE. + + Molte sul dorso antico + Storie nefaste io porto, + Molte nei gorghi miei storie nascondo; + Ma, poi che per età son fatto accorto, + Freno il flutto iracondo, + E al mar mio grande amico + Al vecchio mar le vecchie storie dico. + + Dal mobile soggiorno + De l'onde cristalline, + Coronate di perle e di coralli + Corrono a me le azzurre Ocëanine; + E melodia di balli, + Per quanto è roseo il giorno, + Voluttuöse a me tessono intorno. + + Ond'io, fatto loquace + Da la vista amorosa, + Assiso in mezzo a lor canto le strane + Vicende de la mia storia famosa; + Mentre su l'onde piane + Con la sua mesta pace + Siede la stanca luna, e l'aura tace. + + Tutta allor torna viva + Nel mio canto fatale + De le vetuste età l'aurea leggenda: + Quando la Fede a la Giustizia uguale, + E deïtà tremenda + Era la Legge, e diva + Cosa la Patria e chi per lei moriva. + + Taccio però l'offesa, + Che a l'aquile di Giove + Recò una turba di feroci imbelli; + Taccio il baglior di queste genti nuove; + Però che sui ribelli + Flutti lasciata illesa + La croce di Gesù troppo mi pesa. + + Ma un dì, se l'onte atroci + Non moveranno alcuno + Che in me l'affoghi e d'ogni onor la privi, + Io parlerò: sentirà allor ciascuno + Di questi rei malvivi + Tuonar con ferree voci + L'eloquenza dei miei flutti feroci. + + Fuor dai percossi fini + Proromperò, indomato + Dèmone; stenderò l'onda funesta + Sui colli; segnerò l'ultimo fato + All'ara, al trono, a questa + Degna dei suoi destini + Plebea ciurma di Borgia e di Tarquini! + + VOCE DELLA SAVOIA. + + Dal trono de la gloria ove tu sei + Ricca d'armi, di mente e di fortuna, + Madre Italia, ricorda i figli miei, + Ora che amor tutti i tuoi figli aduna. + Pensa che nel dolor giace colei, + Ch'a' guerrieri tuoi re diede la cuna, + Da te divisa e serva a lo straniero + Lei che fu patria al redentor Guerriero! + + Ben prudente consiglio esser potea + Gittar mie carni al fero augel francese, + Quand'anco incerto il tuo destin pendea, + E tronche a mezzo eran le patrie imprese. + Ei che il sangue per te versato avea, + Tarpò il tuo volo, e il sangue mio richiese; + Io, ch'ebbi il tuo più che il mio ben diletto, + Tacqui, ed offersi al sagrificio il petto. + + Ma or che forte e secura e di te stessa + Donna, per propria via, splendida incedi, + Tanta virtù non m'è dal ciel concessa, + Ch'io taccia ancor de lo straniero a' piedi; + Di lui, che, d'ogni error l'anima ossessa, + Contro il suo petto infurïar tu vedi, + E dal reo brago, ove ognor più s'ingora, + Giudicar osa e minacciar tuttora! + + VOCE DELLA CORSICA. + + Già non dirò, che prima + Fra l'isole tirrene + D'ogni bellezza opima + Sono albergo di ninfe e di sirene: + Ad altri il debil vanto + Di molli aure e di fiori + Ed il femmineo canto + E i florívoli amori. + + Cirno son io: de l'onda + Che mi flagella i liti, + Qual d'armonia gioconda, + Serbo nel seno i liberi ruggiti; + D'odio, d'amor, di sdegno + Facil s'accende il petto; + Pronto il braccio e l'ingegno + Al par del mio moschetto! + + O madre Italia, e vuoi + Che da te svelta io giaccia? + Ch' io non aduni ai tuoi + I miei sensi, i miei fati e le mie braccia? + Chiedi gemme e tesori? + Gemme e tesori ho anch'io: + Gemme? I miei patrî allori; + Tesori? Il popol mio! + + VOCE DELL'ISTRIA. + + O tu, Sir del vetusto + Trono d'Asburgo, invano + Offri al Sabaudo augusto + Pegno d'alta amistà l'ambigua mano. + Credi, levar l'artiglio + Dal fianco mio, dov'hai la piaga aperta, + Saría miglior consiglio + E più regale offerta. + + Tra noi di pace è questo + Unico patto e degno; + Chè il simular molesto + D'astuzia rea, non di fortezza è segno. + Placate allor, lo spero, + Sorrideranno al tuo regale albergo + Le nostre Ombre dal nero + Ciglion de lo Spilbergo. + + VOCE DI POPOLI SLAVI. + + Qual grido funesto risuona sul monte? + Qual gemito cupo si leva d'intorno? + È forse la Vila dal lucido fronte, + Che cinta di nembi si slancia nel ciel? + In cima a la rupe, nel niveo soggiorna + Riposa la diva le membra sue snelle; + Le danzano in giro le rosee donzelle, + La cullano i canti d'un astro fedel. + + Fra l'ombre solenni, fra l'irte boscaglie + Forse urlan le belve pugnanti a la preda? + O, attorte agli abeti le rabide scaglie, + Di Bàlkan le serpi lingueggiano al Sol? + O figli di Serbia, se il cielo vi veda, + Balzate dai sonni, lasciate le selve: + Più fieri serpenti, più rabide belve + A l'aquila nostra tarparono il vol. + + Ferita a Cossòvo dal turpe Islamita, + Perduto il remeggio de' giovani vanni, + Dai campi raggianti di gloria e di vita + Ne l'ombre di morte, stridendo, piombò. + Sbucâro i ladroni giurati ai suoi danni + Dai scitici ghiacci, da l'Istro interdetto; + La fissero in croce, sbranaronle il petto; + Chi men le diè strazio men prode sembrò. + + Ah! dove in quel giorno, dov'era il tuo brando, + O Marco, o di Serbia speranza immortale? + Conosci e sostieni lo strazio nefando? + O il sonno e la morte ti avvinser così + Che nulla più curi? La morte? Il fatale + Momento di morte per lui non arriva: + Mutate la nenia ne l'oda festiva; + Ei dorme, si scuote, risvegliasi al dì! + + Ei sorge, si appressa: de l'antro fatato + Risuona ai suoi passi la volta profonda; + Il negro cavallo gli scalpita allato; + Gli mette baleni lo sguardo e l'acciar. + + Già monta in arcioni; la turba il circonda; + Il corpo squarciato si unisce e cammina; + La schiava spregiata si leva a regina; + La tomba dei prodi diventa un altar! + + VOCE DELLA GERMANIA. + + O prima reggia del Pensiero, augusta + D'idee madre e di genti, + Patria del gener nostro Asia vetusta, + + A te col grido dei perfetti eventi, + Vetusta Asia, il saluto + La libera Germania alza su' venti. + + Odi: stridono ancor su'l combattuto + Reno i miei plaustri; echeggia + Il mio vittorïoso inno temuto; + + E con securo il vol come in sua reggia + Quant'è di cielo intorno + Di Brandeburgo l'aquila passeggia. + + Sorgete, o voi dal feüdal soggiorno, + Tremende Ombre, sorgete, + Fiere stirpi d'Arminio, al novo giorno; + + E voi che sul divin Tebro scorrete, + Secure Ombre, e la nova + Stirpe latina a magne opre accendete, + + Venite: a la funesta ira non giova + Dar l'alma, or ch'ogni gente + Guida un solo pensiero a varia prova. + + Voi condurrò nel mio volo possente + Dove com'aureo sole + Poggia di Brama la magion lucente; + + Dov'erge l'Imalai l'intatta mole, + Ed a la Ganga in giro + Del loto degli Dei splendon le aiuòle. + + Come giorno che irradia il vasto empiro, + Tal da le rive bionde + Sorger tranquilla una gran luce io miro; + + E a la gran luce un'armonia risponde, + Da cui senso e pensiero + Prendon l'aure, le stelle, i fior, le sponde: + + --Smetti, o figlio del Lazio, il vanto altero, + E tu, d'Arminio figlio, + Riponi il brando insanguinato e fiero! + + Se l'un ne l'altro insanguinò l'artiglio, + Roma lo sa; lo sanno + De l'Elba i flutti e il Reno ancor vermiglio. + + Troppo fra voi di servo e di tiranno + Voce sonò: gli avelli + Son anco aperti, ed ancor vivo è il danno. + + Ma se i miei sensi al ver non son ribelli, + Io qui da questa sponda + Secura griderò: Siete fratelli! + + Là sul vasto altipian radice e fronda + Pose l'Arìana antica + Pianta, che fu di molto fior feconda; + + E se il turbo la svelse, e la nemica + Sorte ne infranse i molti + Rami, i germi educò la terra amica; + + Onde sott'altro ciel giovani e folti + Sorser mutati, e fûro + Da inconscia man moltiplicati e còlti. + + O gente cieca, a cui pur l'oggi è oscuro + Voi de l'Arìana pianta + Siete due rami, in faccia al Ver lo giuro. + + L'un s'infrondò su'l Campidoglio, e tanta + Arbore al ciel spiegossi, + Che cadde alfin dal proprio peso affranta. + + Tal su l'altro di nembi ira sfrenossi, + Che le pigre ombre e 'l gelo + Fuggendo e da pugnace indole mossi + + I suoi fieri cultor sott'altro cielo + Ruppero, e fûro al corso + Tigri, e demòni al fulminar del telo. + + Serrate, o stolti, a l'ire orrende il morso; + E più dei truci acciari + Abbia su'l vostro cor punta il rimorso! + + Entro al fin dei suoi monti e dei suoi mari + Vigili ognuno, e il volo + Sfreni al pensier, che fa temuti e chiari. + + Vedrete allor da l'uno a l'altro polo + Sorger le genti, e avranno + Per sentiero diverso un pensier solo; + + E, spento prima ogni desío tiranno + Ed ogni error conquiso, + Fide a Giustizia e a Libertà staranno!-- + + Salve, o diva Scïenza; al detto, al viso + Che sopra ogni altro estimo, + Ai voli rutilanti io ti ravviso! + + Per te del mio pensier l'ali sublimo; + Per te nei sanguinosi + Studî de l'armi il popol mio va primo. + + Tu che, amica de l'opre, i neghittosi + Ozî diradi, e vivi + Vigil sempre ed eterna e mai non posi, + + Tu che redimi a libertà i captivi, + I restii sproni, e godi + Sovra l'ombre versar la luce a rivi, + + Tu, assidua e paziente il tempo rodi; + Tu i diradati stami + Dei popoli dispersi ordisci e annodi. + + Da l'abisso dei morti anni richiami + L'ossa eloquenti: ritte + Composte in scheltri in sugli altari infami, + + Gridan così, che a mezzo il cor trafitte + Da la parlante luce + Precipitan le sacre Ombre sconfitte. + + Salve, o diva Scïenza; auspicio e duce + D'ogni grand'opra; ai santi + Regni del Vero e a Libertà ne adduce + La voce tua, che grida sempre: Avanti! + + Poi che al veggente immaginar l'altero + Ribellator degli uomini si tolse, + E mirò intorno il vasto Circo, un alto + Silenzio s'assidea sui tenebrosi + Menïali titanici, e fra' rotti + Pilastri ed i corintî archi passavano + Lunghe file di mute Ombre e la luna, + Ei mirava e tacea. Ma tu nei santi + Penetrali del ciel già non tacevi, + Gran signor dei beati: acre e vorace + Ti rodea l'alma una gran cura; e come, + Se fra poche pareti arda un occulto + Foco, di quante masserizie ha intorno + In pria fa preda e cheto si alimenta, + Finchè di sua virtù gonfio e superbo + Tutto divora il chiuso aere, dirompe + L'avverso tetto, e al ciel, mugghiando, esplode; + Così del padre dei Celesti a un punto + Proruppe la repressa ira, nudrita + D'antiche onte e di cure; a mezzo i morbidi + Guanciali alti si eresse, e si folcendo + Del tentennante cubito, in tal guisa + Parlò ai beati ivi a consiglio accolti: + --O beati, se pur lecito è ancora + Con tal nome chiamarvi, or che le pingui + Mense e i tiepidi letti, unica gioia + Di voi sereni abitator del cielo, + Sparecchiar ne minaccia un rio destino, + Beati, a voi di gran stupore obietto, + E il vi leggo su'l fronte, è ch'io vi aduni + A insoliti consigli, io che finora + D'ogni assoluto mio voler fei legge + A le vostre cervici, a cui fu somma + Virtù il tacere e l'ubbidir. Se or muto + Al gagliardo agitar di venti avversi + I propositi miei, già non direte, + Che sopraffatto o paventoso io pieghi: + Fermo son io, siccome il sole; e questa + Picciola libertà, ch'oggi vi assento, + Vuo' che qual liberal dono s'accolga. + Di che perigli il regno mio sia cinto + È noto a voi, che spennacchiato e stracco + Redir vedeste un giorno ai nostri alberghi + L'Arcangelo Michel, lui, già tremendo + Fulmin di guerra e condottiero invitto + De le nostre legioni. A lizza estrema + Col superbo Lucifero si spinse + Ardimentoso, e gli ridea negli occhi + La securanza del trïonfo: inerme, + Rotto dal lungo battagliar co' flutti + Gli si opponeva il gran Ribelle, e un ghigno + Solo, un sol ghigno a debellar gli valse + L'adamantina ira celeste. Io taccio + L'altre sconfitte, e la più grande e indegna + Per avventura e più recente: io stesso, + Io l'eterno Signore, io... ma gagliardo, + Onnipossente ed infallibil sono + Siccome un dì! Solo provar voll'io... + Fu soltanto una prova; e alcun non osi + Ricercar con profano occhio gli abissi + Del mio pensier! Questo saper vi giovi, + Che il mio nemico, il gran ribelle è in Roma!-- + + Disse, e un sospir traendo, giù di peso + S'abbandonò su le soffici piume, + A cui di sotto scricchiolar compresse + L'agili spire dei cedenti ordigni, + Che di acciaro eran tutti, A quella guisa + Che fra un popolo avvien, che, scosso un ferreo + Giogo di servitù, sfrenasi ai novi + Deliramenti e a l'oblïosa ebbrezza + De l'acquistata libertà: risuona + D'inni ogni via; tuonan le piazze al grido + Dei Catoni d'un giorno; ardon le notti + D'assidui fochi, a cui tripudia in giro + Clamorosa la plebe; ove fra tanto + Spensierato tumulto odasi il cupo + Reböar del cannone, un improvviso + Pallor si sparge in tutti i volti; tacciono + Gl'inni, spengonsi i fuochi, in varia fuga + Mugghia qual mar l'immensa folla, sperdesi + Per le vie, per le piazze; odi a l'intorno + Un chiamar sospettoso; un concitato + Serrar d'usci, e suonar per la deserta + Via dei pochi animosi il passo e il grido; + In simil guisa al favellar del Nume + D'improvviso terror si ricoperse + L'anima e il volto dei Celesti, a cui + Solo è dolce allegrar gli ozî immortali + Di concenti, di danze e di conviti. + Si sgomentâro a la terribil nuova + Anco i pochi gagliardi; ed altri in volta + Diêrsi precipitosi, altri in querele, + Altri in preci. Piangean le vereconde + Dive, e al petto ed al crin faceano offesa; + Battean le picciolette ali indorate + I paffutelli Cherubini, e indarno + I bellicosi Arcangeli in piè ritti + Fan sdegnosa rampogna ai fuggitivi. + Scrollava il capo il divin Padre, e:--Imbelli, + Gridava, imbelli; ecco, qual pregio io traggo + Da l'aver per sì lunghi anni impinguati + I non mai sazî fianchi vostri! Avessi + Nudrito oche! Potrei nei delicati + Èpati almen delizïare il dente!-- + + Si chetarono alquanto, e vergognosi + Stettero. Allor dal radïoso scanno + Rizzossi in piè la diva Cate, illustre + Italo germe, e dei tuoi monti onore, + O belligera Siena, a cui più volte + Diè femmineo valor soccorso e grido. + Girò il guardo a l'intorno, e, nel capace + Petto premendo una gagliarda impresa: + --Arrossite, sclamò, voi non già eterni + Spiriti, non pur uomini nè donne, + Ma ventri e piedi senza sesso! Oh! foste + Tutti esclusi dal ciel! Ma già di voi + Cura io non ho: d'incliti spirti ancora + Forte presidio ha il paradiso, e quando + Fosse infranta ogni spada, infranta al certo + Non saría la mia lingua! Or tu mi ascolta, + Eterno Padre, e voi mi udite, alteri + Spiriti: in terra io scenderò soletta, + Inerme, come il dì, che a pace astrinsi + Di Pier le chiavi e di Fiorenza il giglio; + O come allor che a l'interdetta chioma + Di Clemente strappai l'aureo triregno, + E a schiacciar la fischiante Idra sospinsi + Sul carro de la Fede il saggio Urbano. + In Roma andrò; starò di fronte al fiero + Lucifero; e se ancor serba qualcuna + Di sue virtù questo mio labbro, ho fede, + O d'indurlo a tornar nel derelitto + Regno de l'ombre, o persüaso e vinto + Rendergli l'ali e ricondurlo in cielo.-- + + Tacque; e del suo parlar paga si assise + In sua beltà. Fremean d'assenso intorno + L'auree sedi del ciel; quando con voce + Di tutta tenerezza, e la mirando + Con dolcissimo sguardo:--Oh! che tu speri, + Che tenti mai? l'esperto Iddio rispose; + Lucifero domar? lui che de l'ira + Di tutto il cielo e di me pur si ride? + Tutta non fosse congiurata ai nostri + Danni la terra, agevol cosa invero + Il domarlo saría; ma come rupi + Stanno le fronti dei mortali erette + Contro ai fulmini miei; sfrenato e baldo, + Qual cavallo che irrompe a la battaglia, + Corre il Pensier, che, divorato il breve + Tramite de la terra, al ciel si lancia. + Annientarlo io potrei, ma me'l divieta + Un'occulta prudenza! Oh! sì ti fosse + Dato il frenarlo e ricacciarlo ai neri + Báratri, là dove il mio sdegno un tempo + Fitto l'avea con ferrei chiodi! Il cielo + Non avría stella mai che fosse degna + D'incoronarti! Ma timor mi accora, + Ch'opra vana tu tenti, e de l'ardito + Generoso tuo cor vittima resti!-- + --E vittima sia pur, balzando disse + La divina Sanese: un dì potevi + Ricondurre vincente al patrio albergo + Una mortale di Betulia; io diva + Imploro a te pari soccorso, e parto!-- + --Ma egli è un vecchio barbogio, egli è un fantoccio!-- + Gridò in quel punto una stridula voce, + Bizzarramente modulando il verso. + Si conversero tutti a l'empio grido + Inorriditi, e ignuda in su la soglia + Videro sghignazzar ballonzolando + L'insanita Teresa. Era già il fiore + Del paradiso; ora istecchita e nera, + Rapata il crin, gli occhi sbarrati e pazzi, + Salti facea sugli spolpati stinchi, + Come scimmia strillando. Avvinto a un refe, + Che a' vizzi fianchi le facea cintura, + Giù pendevale un foglio, o fosse un brano + Del vangelo di Marco, o un'ispirata + Lettera, ch'ella avea nei suoi bei giorni + Fra l'isteriche ambasce a Dio già scritta. + Tremâr di sdegno a tanto osceno aspetto + Gli angioli santi, e gracidâr commosse + Le stagionate vergini, che assise + Qua e là pe' remoti angoli, a Dio + Biasciano tutto dì salmi e preghiere. + Drizzâro a stento l'aggobbite schiene, + E, sguardando di sopra a' tentennanti + Su la punta del naso argentei occhiali, + L'infelice avvisâr; brandîr con fiero + Piglio i lunghi rosarii e i crocifissi, + E già già si avventavano; ma stesa + Il buon Dio con pacato atto la destra: + --Perdonatele, disse, e a la sua cella + Dolcemente traetela. Infelice! + Troppo osò co'l pensier farsi vicina + A la fiamma del Vero, e in questa guisa + Del suo folle ardimento or paga il fio.-- + Così dicendo, con paterno affetto + Schiuse le braccia, strinse al cor la bionda + Testa di Cate, e le concesse in fronte + Il caro bacio del commiato. Altera + Di cotanto favore ella si avvìa + Fra' plaudenti Celesti; inni e saluti + Le mandan l'arpe. Ai suoi custodi intanto + Sguizza di man la santa pazzarella, + E, sovra il naso il pollice appuntando, + Ghigna, sgambetta, e saltellando involasi. + + + + +CANTO TREDICESIMO. + +ARGOMENTO. + +Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di +convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai +voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.--Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, +disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.--Ultime +ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a +persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in +preda a spaventose visioni.--Una vittima delle stragi di Perugia.--Due +decapitati.--Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, +domandando inutilmente perdono. + + + Vestitevi di rose, aride arene + Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno + Scorse a fiumi su voi degli ostinati + Martiri primi e de le belve il sangue, + Valga a farvi fiorir la dïuturna + Prece di Pio: l'augusto veglio è padre + D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso, + Qual recidivo malfattor, nei templi + Transteverini; e, com'è ver, che al cenno + Del suo divo pensier struggesi in pianto + La sacra effigie di Maria, dai ceppi + Egli uscirà vittorïoso e forte, + E di vergini gigli incoronato + Ascenderà securamente al cielo. + Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti + Giacciongli al piè l'anàtema e la scure, + Volga ad altr'opre il non fallibil petto + Egli che, fabro di verginee madri, + I dolci nati de le madri uccide + Con serafico istinto. Un improvviso + April fiorisca il Colossèo; discende + A battagliar Lucifero l'altera + Amazzone di Siena, a cui più spade + Volse il facile eloquio e la virile + Beltà, che doma ogni poter. Chi vide + Entro al sereno immaginar del mito + Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme + Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi, + Quei dirà qual fioría grazia e splendore + Di giovinezza e di salute in volto + De l'ardita Senese, allor che al guardo + De l'orgoglioso Apostolo ad un punto + Si appalesò. Muto ei sedeva in cima + A un dirùto pilastro, e la raggiante + Misterïosa immensità del cielo + Gli pendeva su'l capo: eran più vaste + Più chiare assai le sue speranze, e acuto + Più del guardo del Sole oltre a le cupe + Reggie d'azzurro il suo pensier vedea. + Meditava così: Dentro a l'audace + Spirto de l'uom fervida alfin si stampa + L'immagin mia; vantino uranghi e numi + A lui simile aspetto: il suo pensiero + A me rassembra, e il suo destino è il mio. + Libero già d'alte paure, scevro + D'ogni fallace illusïon di senso + Vuole, conosce e può; spezza il segnato + Limite del mistero, e dove è luce + Ivi il suo campo e il regno suo prescrive. + Così parlava dentro al cor; ma in quella + Che l'armato pensiero apríasi il varco + Ad alate parole, eccogli incontro + Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto. + Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto + Ne la diva fanciulla il viso assorto, + L'ardimentosa giovinezza e gli atti + Securamente mansuëti e il lume + Di sì maschia bellezza iva ammirando + Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza + Stupor mirava il gran Ribelle, e come + Una mesta pietà prendeale il core + Secretamente. Alfine in questa forma + Prese a parlar: + --Superbo e sventurato + Angiolo, nè so dir se in te più sia + La superbia tenace o la sventura, + E come puoi di tanto umile stato + L'aspetto solo comportar, tu primo, + Già primo, or fatto di pietade obietto, + Fra le schiere del ciel? Misero! e dove + Son l'ali tue? Dove la schietta luce + Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte + Doti del cielo, a un passeggero e reo + Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla + D'eterno hai più, fuor che la tua sventura!-- + --E la sventura è la ricchezza mia, + Bella figlia del ciel, così a dir prese + L'onor di Lui che da la luce ha nome; + Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia + Ne la terra e nel mar. Povero e gramo + Cultor l'arido solco apre a fatica, + Ed una al seme ed al sudor gli dona + Le speranze sue belle. Ispido e bianco + Sibila tra l'ignude arbori il verno, + Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano + In tumulto i torrenti: il poverello + Guarda tremando i duri prati, e al magro + Desco seduto a la sua donna a lato + Pur dolorando il bel tempo predice, + Finchè tutt'oro il crine e in man la falce + Esce il fervido giugno, i mareggianti + Campi sorvola, e generoso adempie + Di bionda mèsse i rustici abituri. + Così egregia mercede a l'uom prepara + L'esperimento del dolor. Dai solchi + Seminati d'umane ossa fuor balza, + Santa prole de l'opra e de l'affanno, + La Libertà, premio ai costanti: umana + Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda + Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba + Ad ogni affanno una vittoria. E quale + Dono è quaggiù, che non da lei derivi? + Per essa han luce ed armonia le genti + E veritade ed uguaglianza e vita, + Poi che vita non ha, nè veramente + Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro + Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena. + Vivon sol d'essa i generosi, ed io + Son la sua voce, e gli ozïati scanni + Del ciel per essa e volentier sdegnai. + O solenni cadute, o glorïose + Sconfitte, a cui libera vita io deggio, + Ricordando, mi esalto! E dovea forse + Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo + Eternamente, io re degl'irrequeti + Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti + In silenzio vorar le dispensate + Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme + Supine a Lui, che, del suo nulla esperto, + Pur ne l'impero de l'error si ostina? + La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali, + Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente; + De la luce del fronte il petto istrussi; + Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue + Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno, + Che Dio dal regno e da la vita escluda!-- + + Rabbrividía come per febbre al fiero + Parlar la diva, e da' superbi accenti + Con la candida man schermía l'orecchie + Inorridita; nè risposta alcuna + Formar può, nè fuggire osa. Ben gli alti + Gesti de la sua vita e il dir facondo + E l'audace promessa a Dio giurata + Vergognando rimembra, e non sa quale + Fascino occulto or l'incateni innanzi + A l'avversario suo feroce e bello. + Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti, + Molti in bellezza e in favellar maestri + Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo + Angeli molti, a le cui rosee membra + Vestimento è la luce e amplesso eterno + La giovinezza; or qual virtù ha costui, + Che sì mi svolge ed incatena il senno? + Così pensando, a l'anima dubbiosa + Fa forza; di rigore arma l'aspetto, + Cerca austere parole, e questi invece + Le vengono dal core umili accenti: + --Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora + Co'l tuo nome perduto; e che ti giova + Per questa ultima sfera ir pellegrino + Qui dove segue a la fatica il pianto + E ad entrambi la morte? Assai feroci + Detti hai parlato or or; ma una parola + Melodïosa, o che mi falli il senso, + Una dolce parola anche dicesti, + Che a perdonarti ogni fallir m'induce: + Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra + Ne l'empia terra anche ha radice amore? + Oh! come il viver coi mortali il senno + Pur dei forti travolge! Il paradiso + Oblïato hai così? Non sai che vita + E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore? + Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquillo + Regno degli astri al buon Iddio da presso + Vivrem vita serena; e in quella pace + Troverai la tua patria e l'amor mio!-- + Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto + Di quei detti l'Eroe, però che vide + Su cotanta beltà certo il trïonfo, + E l'incalzò con queste voci: + --O chiara + Sopra a tutte le dive e la più bella + D'ogni terrena creätura, eguale + Solo a colei ch'è del mio cor regina, + E che parli d'amor tu che nel cielo + Al banchetto degli angeli ti assidi, + Ove straniero e dispregiato è amore? + Ben di tutta pietà degna t'estimo, + Se amore altro non sai, che la fallace + Larva impotente, che il gran nome usurpa, + E i parvi e non interi angeli illude! + Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti + Trïonfamenti de la tua parola, + Da la terra passasti, e ti fu oscura + La vittoria miglior che donna ambisca, + La dolce voluttà de l'esser vinta. + Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore, + Terreno iddio, che fa pensier la creta, + Ti apprenderà come si vince: ei solo + Mi süase a pugnar contro a le cieche + Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta + Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose + Anime ignare il vero Èden insegna!-- + Parla, ed a lei che muta trema, e intorno + Päurosa si volge, apre le braccia + Supplicando con gli occhi, e in un amplesso + D'avidi baci l'anima le serra. + Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto + Era il loco; salían come invocate + Rapide al ciel le grandi ombre notturne, + E Amor lesto venía. Cedea la bella + Diva; e quando con man trepida e tutto + Fiamme e palpiti il cor, la virginale + Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti + Mondi ella vede: arde d'immenso aprile + La terra; giù dal ciel scendono in folla + Cento e cento lucenti angeli, e, fatta + Di sè fra terra e cielo ampia corona, + Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto: + --Stanchi di tesser danze + Di cento arpe al ronzío + Ne le lucenti stanze + De la magion di Dio, + Scender soleano un giorno + Gli angeletti scapati + Là nel mortal soggiorno + De le figlie de l'uomo innamorati. + Nei freschi antri, su' fiori + Tremolanti a la brina + Ponean l'ali e gli albori + De la fronte divina; + E, colto il bacio primo + Sovra le bocche ardenti, + Schernían gli astri, e da l'imo + Radïavan più belli e più possenti. + Lascia or l'eterea sede + L'inclito onor di Siena: + D'intemerata fede + L'alma loquace ha piena; + Al gran Ribelle incontro + Tumida sorge; e quando + Spera, che al primo scontro + Vinto egli fugga in volontario bando, + + Ecco, dal labbro il detto, + Come spuntato strale, + Cadele; al dolce aspetto + Del gran Fattor del male + Pallida trema; al laccio + D'Amor l'anima assente, + Scorda sè stessa, e in braccio + Del rivale di Dio bello e possente, + + Immemore del cielo, + Donasi, Oh! vaga, oh! bella! + Già del vergineo velo + Scevra, com'aurea stella, + Splende; da l'ansio viso, + Da le membra sincere, + Ignoto al paradiso + Spira in mille piacer solo un piacere! + O amore, amor! Sì forte + È il tuo terreno impero? + Sfida per te la morte + Del fango il figlio altero; + E, mentre a la tua rete + La voce tua ne incalza, + Ei l'ale irrequïete + Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza! + + Scendiam, proviamo! A tutti + Zimbello è il Padre eterno, + E saggi e farabutti + Si ridon de l'inferno. + Scendiam, facciam baldoria + Tra' fiori e le donzelle; + Abbia l'Amor vittoria: + Vale un'ora d'amor tutte le stelle!-- + + Mentre i furbi angeletti in queste voci + Disertavano il cielo, e l'umanata + Senese, avvinta dal più dolce amplesso, + Primamente sentía la vita intera, + Su l'antica di Pio ferrea cervice, + Come sinistro augel, striscia la Morte. + Abbandonato su'l gelido letto + Luccicante di frange e di cortine, + Rabbiosamente egli vaneggia: + --Urlate, + Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra, + L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni, + Angeli, a voi: la forte anima mia + Per un anno di vita! I miei nemici, + Gli usurpatori impenitenti al mio + Piede un istante, e poi morir!-- + Comparve + Pallido, immoto, macilente un Frate + Sovra la soglia: + --A questa Croce atterra + L'orgogliosa tua fronte!-- + --Chi sei tu? + Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira + Non mi sforzare!-- + --A la pietà ti sforzo, + A la pietà, se Dio, per maggior pena, + Non ti chiude la via d'esser pietoso.-- + --Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo: + Son forte ancora!-- + --Ombra, demonio, o Dio, + Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa + L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte + Batte il giudizio del Signor!-- + --Che intendi? + Che oseresti tu mai?-- + --Sgombra dal petto + La fallace paura: Iddio corregge + Pria di punire; e suo ministro io vengo, + Io, che di Dio non già, ma sol dovrei + Venir ministro de la mia vendetta! + E ancor forte ti vanti? A brani io veggio + L'inconsutile veste; ai fuggitivi + Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo + Non ti rivolgi?-- + --Al cielo, al ciel! Tu parli + L'eretica parola! Il ciel lo lascio + Ai miei nemici; a me la terra!-- + --E quale? + Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni + Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira + De l'un, de l'altro la superbia: il senno + D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo + Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna + Città di Pier per te mutasi a un tempo + In Salerno ed Anagni: esule vivi, + Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta + Stampano i Re più durature offese + Del ferrato manipolo di Sciarra. + Deh! rivolgiti al ciel!-- + --Frate, pon fine + Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria + Dei deboli; la terra è mia! Già in armi + Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre + Dei Borboni immortali a l'aura nova + Mette nove radici, e fronde e rami + E fiori e frutta porterà: saranno + Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo + Di quel Sabaudo avventurier tiranno, + Che, pur che copra le sue membra oscene, + Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo.-- + --Vana speme è la tua! Dio, che a la terra + Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia, + Dopo lungo servir, la sacrosanta + Libertà del pensiero. E chi potrebbe + Co' suoi delitti attraversare il corso + De le leggi di Dio? Con l'empia destra + Ottenebrar l'indefinita luce, + Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa + Di tutte cose animatore il Sole? + Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa + Tal diga innalzerai, che su la china + Si soffermi il torrente, a cui dan forza + I destini del mondo? Ah! il credi: amore, + Fede non si raccoglie ove non altro + Ch'odio e terror si seminò! Non sono, + Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto, + Distruttor de la fede i rubellati + Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi, + Voi soli, occulta d'ogni mal radice, + Voi co'l sangue versato alimentaste + L'idra de l'Eresia; questo malnato + Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue, + Ai quattro venti de la terra il grido, + Fu la prima eresia!-- + --Frate! s'hai caro + Il viver tuo, non funestar l'estreme + Ore del poter mio. Smetti l'altero + Tuo cipiglio d'apostolo: la fame + Rende spesso profeti; avrai se 'l brami + Copia di tutto; or lasciami.-- + --La mia + Vita è cosa del ciel; se dono alcuno + Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga, + Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema + Voce di Dio: rassegnati e perdona; + Già perdonando incominciasti.-- + --Ardisci + Rammemorar la mia viltà? la fonte + D'ogni sciagura mia? Male incomincia + Perdonando chi regna! Al generoso + Uopo s'applaude in pria; povero e scarso + Indi appare ogni don, però che ingordo + È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo: + Debito par la carità; diritto + La pretesa più stolta. Egual si tiene + A lascivo signor che la careggi + Meretrice proterva, e a lei somiglia + L'avida plebe: oggi le dài l'anello, + Doman ti chiederà manto e corona; + Alza dal fango la servil cervice, + Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade + L'altrui poter, dritti e doveri ingombra, + Tal che, sconvolto il socïal congegno, + Divien chi serve re, servo chi regna. + No, no: perde chi cede. Uom che securo + Tien l'alta riva, io non dirò che il senno + Abbia intero, se al torbido torrente + Perigliando abbandonasi. Tal fui + Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso: + Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio + D'Alessandro imitar!-- + --Del pari infido, + Ma più debole fosti!-- + --E qual mercede + N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda + Idra dormente al mio piede; potea + Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi + Sibili e i morsi avvelenati io primo + Sperimentai: mira qual sono!-- + --Accusa + L'alma tua poca e infida. Esser potevi, + Rege non più (fra le vergogne e il sangue + Già da gran tempo era sepolto il trono + Su le vergogne e su le colpe eretto), + Ben regnar da l'intatte are potevi + Pontefice, e lo puoi! -- + + --Se crolla il trono, + Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! -- + + --E il dito + Di Dio non temi? -- + + --Il Dio che adoro è fatto + Ad immagine mia! + + --Ben veggio: è indarno + Ogni mio favellar. Ma se in te morto + È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive; + Odimi dunque, o sciagurato, e trema. + L'ara di Dio non crollerà: cadranno + Gli astri del ciel, la fede no. La terra + Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore + Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste + Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando; + Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso + Umilemente a Cesare da lato, + Avrà di lui non men possente impero + E più vasto d'assai. Tu muori intanto, + Implacabile vecchio; impreca, e muori + Impenitente; al tuo letto custodi + La tua memoria e la Coscienza io lascio! -- + + Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce + Mosse il fiero morente, e una tremenda + Vista mirò. Più sol non era: accanto, + A piè del letto, al capezzal, d'intorno + Un popolo sorgea di brulicanti + Scheletri: avean ne le profonde occhiaie + Come due fiamme che parean pupille, + E un tal verso facean con le dentate + Mascelle, che parea voce e sogghigno. + Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo + Corpo giù giù tra le diffuse coltri, + Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto, + Senza respir, con muto occhio furtivo + Segue dei suoi tremendi ospiti i moti. + Uno spettro parlò: + + --Possa la voce, + Che un'altra volta acquisto, + Strazïarti così, vecchio feroce, + Trafficator del Cristo, + + Che, incenerito il reo manto e la stola, + Di cui nascondi invan l'anima fella, + De le vive tue carni ogni parola + Un bran vivo divella! + + D'ossa e di polpe ignuda + La negra anima tua sensibil resti; + Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda, + E co 'l piè la calpesti! + + Forse canuto a par di te non era + Vecchio cadente anch'io? + Non era tua quell'itala bandiera, + A cui tutto fu sacro il viver mio? + + Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile + A Cristo e al popol dato, + Tolto di sotto al manto il doppio stile, + Li trafiggesti entrambi al manco lato. + + Sbucaron da li Elvezî antri le ladre + Turbe, che a libertà mal dànno il petto, + Se, liberate da la man d'un Padre, + A prezzo maledetto + + Concedon l'alme, e li venali artigli + Affondano nei fianchi + De l'abusate vergini, ed i figli + Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi + + Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi + Cari lattanti e nuore giovinette, + Voi sedevate attorno ai miei ginocchi, + Come innocue agnellette, + + Quel dì, che scatenate + Dal cenno di costui che il ciel promette, + Per le vie di Perugia insanguinate + Correan le sue vendette. + + Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi + Rupper ne le mie case in un momento + Gli sgherri di costui feroci e sordi + Come tigri in armento. + + E i miei due figli, i miei leoni intanto + Non erano con noi! + Pugnando a l'ombra del vessillo santo, + Caduti eran da eroi! + + Nè mi fu dato, oimè, baciar le care + Teste morenti e udir le voci estreme, + Comporre i corpi vostri entro le bare, + A voi morire insieme! + + Ben dei pargoli vostri e de le amate + Spose lo strazio vidi + E il vitupero!... Oh! in me, in me sol vibrate, + Empî, i ferri omicidi! + + Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno, + Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto: + Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno + Fantasma, al tuo cospetto!-- + + Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista + Fuor de la calca si avanzaron: muti, + Rigidi, ritti ritti, lenti lenti + A le due sponde del funereo letto + Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo + A viva forza del morente il capo, + Tentennâro i crocchianti omeri. Come + Da l'ultimo edificio, allor che trema + Sussultando la terra, e bianchi in viso + Fuggono i passegger, cade un divelto + Sasso, e paura ai fuggitivi accresce; + Così a quel poco tentennar divisi + Lor cascano li teschî rilucenti, + Che balzando e mettendo orrido un suono + Ruzzolan sul marmoreo pavimento, + Come vediam dietro ad arancia o mela, + Che per trastullo il genitor gli lancia, + Correre il fanciullin con passo incerto; + Quando più crede che le sia da presso + E già già la raggiunga, ad afferrarla + Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto + Battuta è intanto, retrocede o volge + Per via diversa, e il seguitor delude, + Che il piccioletto cor gonfio di bizza + Carpon, carpon la insegue, e non si cheta + Pria che in pugno la stringa e la riporti + Al genitor, che sorridente incontro + Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie; + Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono + I mutilati scheletri; da terra + Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi + Li strinsero, e con fiero atto al morente + Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea + La turba, come avvien, quando improvviso + Sguiscia aquilon su l'arido scopeto + De la foresta; ma parola o voce, + O moto alcuno non mettea l'oppressa + Anima del morente: il dubitoso + Spirito avea tutto negli occhi; un cupo + Rantolo gli stridea per entro ai duri + Visceri, perocchè, simile a un ferreo + Non unto filo di dentata sega, + L'ultime fibre gli rodea la Morte. + S'avvivarono a un tratto i mozzi capi, + E battendo le labbra e le palpèbre + In terribile forma, e sangue e detti + Fuori gemean de la divisa strozza. + S'appressarono allor quanti d'intorno + Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue + Tutti tingendo fieramente il dito + Segnarono sul fronte il morituro, + E gridarono insiem: Sii maledetto! + + A quel tocco, a quel grido, immantinente + Si scosse, si agitò, tutto si storse + L'irto veglio, qual suol malaugurosa + Nottola da le unghiate ali, qualora + Dispietato monel con improvvisa + Canna l'abbatte, ed al nemico lume + L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida. + Ma qual putida ràzza, che, di mano + Sguizzando al pescatore, agita al suolo + Le acute pinne e la scabrosa coda, + Finch'egli irato la riprende, e sbatte + Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte; + Così fuor dal lenzuol frigido a terra, + Dibattendo le flosce membra, piomba + Il tormentato agonizzante; i gialli + Occhi stravolge, e mugola: Perdono! + + Sparîr gli spettri; su la fredda soglia + Lucifero comparve, e disse: È tardi! + + + + +CANTO QUATTORDICESIMO. + +ARGOMENTO. + +Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di +Ebe.--Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; +traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede +infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.--I morti d'ogni +età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al +giudizio di Dio.--Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di +riformatori.--Le vittime domandano vendetta. + + + Così moría l'alma implacata. Al Sole, + Che al meriggio splendea limpido e caldo, + Lucifero parlò: + + --Re de la luce, + Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda + Entro a un mare di fiamme, onde le negre + Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno + Ombre indistinte al tuo nitido aspetto, + O sia che un vel d'opache nubi, amico + Di fulgidi riflessi, e una diffusa + Sfera di luce e di calor ti avvolga, + Te genitor d'ogni terrena vita + Io chiamerò, quando da te deriva, + O che vegeti immota, o inconscïente + Movasi, o pensi ogni creata forza. + A te le numerate ore d'intorno + Danzano; a te, padre di climi, il fronte + Volge amante di luce ogni pianeta; + E tu, di vita liberal, dispensi + Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto, + E i più miti a la terra. Umile in vista + E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo + Palpitante a la lunge, e non si attenta, + A par del fuggitivo Èrmete, appresso + Fartisi tanto, che mortal saetta + L'amoroso tuo raggio a lei diventi. + Tu per propria virtù dal mare insonne + Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi, + Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato + Solco dan biade e pomi al bosco e nuova + Freschezza a la vitale aere, da cui + Vigor nuovo di membra a l'uom deriva. + Nè i sensibili corpi orni soltanto + In visibile guisa, e ti compiaci + D'apparente beltà, però che in seno + Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma + Che scaldi e svolgi il fecondato seme, + E del tuo sguardo il puro etere allumi, + Desti così ne l'ordinata mole + De le membra il pensier, ch'è de l'eterna + Ben disposta materia agile alunno. + Qual da le scarse gelosie d'un chiostro + Libera il guardo al ciel la verginella + Disïosa d'amor, tal da l'oscura + Compagine mortal di nervi e d'ossa + Si sprigiona l'amante animo, e, tutto + Di te, sovrano genitor, sentendo + L'occulto foco e la natía virtude, + Per li campi del vasto essere, in cerca + D'ignote sfere e di negati oggetti, + Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge, + Che par sostanza spirital, che possa + Dagl'involucri suoi viver divisa. + Ma chi dirà, che viver possa il modo + Senza l'obietto, o ver da lui distinto? + Che fuor de la gagliarda arbore viva + L'occulta forza vegetal? Si schiude + Per valor de la terra il seppellito + Seme, germoglia, si divide e s'alza + In foglie, in rami; con robusti nodi + Stringe ed avvinghia la materna zolla, + Respira, ama, s'infiora, infin che un diro + Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi. + Forse quella virtù, che gli diè vita, + Morto lui, fugge altrove, e per sè vive? + Suon di melodïosa arpa, che il petto + D'indefinita voluttà comprende, + Quando i candidi rai piove la luna + Su le mute campagne, e i sonnolenti + Fiori deliba la fugace orezza, + Io già non penserò, che per sè solo + Le sonore de l'aria onde commova: + Frangi le corde del gentil strumento, + Tosto il suon cesserà. Simile in questo + È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia, + Divo maestro d'armonie, le nostre + Facoltà, che nel cor siedon sopite; + E quanto in noi più gentilezza è posta, + Maggiore e più gentil n'esce un accordo + D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti. + O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi + Di che alata virtù doni il pensiere, + Scarso e povero assai sembrami il lume, + Che avviva ed orna ogni creato oggetto! + A te, come a la mite alba la schiera + Dei canori volanti, al nuovo aprile + La famiglia dei fiori, al Sol che torna + Tutte cose universe, alzasi in festa + L'umana vita, e al magistero intende + D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca + Mole sarían le nostre membra, e inerte + Cosa il pensier senza di te: sembiante + A tardo bue, che il travaglioso ordigno + Del volubile bindolo raggira + Tutto il dì, senza posa, e non sa quanto + Sgorghi tesoro da la sua fatica. + Ma tu, di libertà padre, fai lieve + Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi, + Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi + Conoscenza ne dài piena e sicura. + Tu de l'etereo Sol, da cui proviene + Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo + Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro + Conoscimento, che da lui si nacque, + Un ribelle ne infondi altero istinto, + Per cui, divino matricida, a fronte + D'essa Natura l'uman genio irrompe + Con fiera sfida, e la tenzona a morte. + O solenni ardimenti, o generose + Pugne e vittorie senza fine, a cui + Deve l'uomo mortal meno infelice + Vita nel mondo, e sol per cui si eterna! + Sovra la fossa, ov'ei tutto discende, + La memoria di lui sorge, e qual face + Da mille spere riprodotta in giro, + Entro ai petti degli uomini risplende + Centuplicata, e si perpetua, e in guisa + Vive con noi, che, per superbo inganno, + Vita verace il ricordar si tiene + Ed anima immortal, ch'abiti altrove, + La memoria che d'altri in noi risiede. + Ma del credulo gregge e dei fallaci + Ciurmadori de l'Arte e di Sofia + Scevre serbate voi le nuove genti, + O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano + Del pensiero mortal; voi de la vostra + Pura luce vital fate lavacro + Agli egri petti, e date ala ed acume + A qual dentro a l'error cieco si ostina + Siccome talpa sotterranea: ei senta + Stupefatto ad un'ora il vostro lume, + Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi + Tendo le palme, e voi propizî invoco!-- + + Tal parlava implorando, e il guardo acuto + Più che punta di stral figgea nel volto + Radïoso del Sol, quando a un sol punto, + O che vero ei mirasse, o che a l'ardente + Spirto facesse illusione il senso, + Visto gli venne un portentoso aspetto, + Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora + D'un purpureo tramonto, ove più ferve + A piè de la Scillèa balza il vorace + Turbo estuöso del latrante mare, + Sorger vede il nocchier vigile un roseo + Fantasima di donna, a cui ghirlanda + Sono i raggi di cento iridi, e molle + Guanciale il fior de le fioccanti spume; + L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo + Gli sorride ne l'alma un dolce amore, + L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa; + Così a fior del fiammante orbe del sole + Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra, + Incerta ombra da pria, che umana forma + Man mano assume e leggiadria cotanta, + Che la viva in suo core Ebe gli sembra. + Esultò giubilando, e in queste alate + Voci si effuse: + + --Oh! ben t'è stanza il sole, + Ben t'è regno la luce, aurea bellezza, + Che il petto mio, vago di luce, imperi! + L'amor mio non sei tu? L'idolo amato + D'ogni speranza mia? L'ala e la possa + Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio + Stimar l'auspicio, che da te mi viene + In quest'ora solenne! Ecco, già sento + Crescer lena al mio spirto; odo la voce + De la terra e dei secoli, che chiama + Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti + Che fosco immaginar d'egro intelletto + De la rosea salute al giovanile + Soffio si sperde, io sperderò le larve, + Che ne usurpan dei chiari astri la sede: + Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui + Una fiera e tenace ira mi escluse, + Or mi solleva, e trïonfante, Amore!-- + Ciò detto appena, un tal fascino il prese, + Che per lo spazio il sollevò: non punto + Dissimigliante a fuscellin, che avversa + Forza di calamita attira e regge; + Se non che, quanto più di contro al sole + Lucifero salía, tanto fra' biondi + Raggi del ben veggente astro la bella + Crëatura d'amor veníagli appresso. + L'un lasciavasi a tergo il montuöso + Arido aspetto de la varia luna; + L'altra il denso Cillenio; e già a la vista + Ridea d'entrambi l'acidalia stella, + Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori + Del candido mattin splenda, e le piaccia + Di Lucifero il nome, o che tra' rosei + Vespertini crepuscoli biancheggi + Dagli amanti invocata, e più le giovi + Che il penoso mortale Espro l'appelli. + Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda + Di purissima luce e di colori + Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe + Ciascun pianeta e non minor la terra. + Tal, se indagine umana al ver s'adegua, + Versa tesor di colorati raggi + Sovra i cultori suoi Perseo superbo, + Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo, + Qual trïonfante eroe, splendido incede, + E trono e serto ha di due Soli: un, tutto + Fiammeggiante di porpora, vermigli + Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa; + L'altro in un vel di cupo indaco avvolto + Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio + In cento iri d'amor l'aria si frange. + A l'aspetto di lei, luce costante + Del suo pensier, verbo non ebbe o voce + O sospiro l'Eroe; sol di quantunque + Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio + Splendor di sguardo a lui mai diede Amore, + L'abbracciò tutta quanta, e la comprese. + Ella parlò: + --Me non la luce, o il cielo, + Ma la terra natía covre e trasforma + Con benigna virtù: polvere io sono, + E su le membra, che l'Amor fioría, + Or l'argentea rugiada educa fiori, + Tra cui l'armonïosa aura susurra. + Però non ammirar, se agli occhi tuoi, + Siccome un dì, pur tuttavia risplendo + Dentro a la luce dei miei giovani anni: + Miracolo è d'Amor; palpito e vivo + Immortal vita nel tuo petto, e queste + Forme fiorite, che l'Amor mi dona, + Altro non sono che veder, per cui + L'anima tua pietosamente illude.-- + Con questi detti eran venuti a l'auree + Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi + De lo stupito Eroe di luce nuova + Balenò la fanciulla, e tanta prese + Parte di lui, che dentro a lui disparve. + Dritto sul fiammeggiante astro egli stette + Con eccelso pensier: fra quel deserto + Vastissimo di luce, immensurata + Granitica parea mole, che sfidi + La procella dei sordi anni e del cielo. + Dove figge lo sguardo? Al globo estremo, + Che i pensanti mortali alberga e nutre, + Veglian perpetue le sue cure. Orrende + Cose egli vede in quell'istante: oscure + Carceri e ferri cigolanti e ruote + Stridule sopra a vive ossa e cadenti + Sovra al collo de l'uom nitide scuri + E torbe fiamme crepitanti ingorde + D'umane carni e gorgoglianti abissi, + Da cui, fra un vasto popolo di morti, + Pochi, indomiti capi alzansi a guisa + D'incrollabili rupi e di Titani; + E, sopra tutto, galleggiante un'ara + Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto + Fantasima, che or dorme ed or sorride + Villanamente. Fiammeggiò negli occhi + Terribile l'uman Dèmone, e, tutto + Dal profondo del cor svegliando il grido, + Queste fiere avventò voci supreme: + + --O voi, che ne la fossa + Da tanti anni dormite, + Vestite i nervi e l'ossa, + Fuor de la morte uscite; + Da l'una a l'altra riva, + O Morti, in piè levatevi: + Il gran giudizio arriva! + + Su la temuta scranna, + Giudice inesorato, + Non siederà tra' fulmini + Siva feroce, o il nato + Da vergin grembo: in questo + Novo giudizio mio, + Morti, voi siete i giudici, + Il delinquente è Dio! + + Porgi al vietato sorso, + Tàntalo, il labbro; scuoti, + O Encèlado, dal dorso + Il cupo Etna; dal fondo + Dei fiammeggianti inferni, + Tiféo, balza, e t'allegra: + L'adamantina Morte + Spezza del ciel le porte, + E, spazïando libera + Pe' vani antri superni, + Fischia, e s'apprende a l'egra + Canizie degli Eterni. + + Novello Brïarèo, + Bronte novello al grido, + La voce alza e la faccia + Il Pensier numicido; + E, con più fauste prove + Che sul campo Flegrèo, + Strozza il mutato Giove + Con le sue cento braccia.-- + + Disse, e balzâr su dagli avelli i morti + D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma + Che noi vediam, quando più ferve agosto, + Sorgere al ciel degli orizzonti in giro + Sparsi mucchi di nubi, a cui dà il vento + Strani aspetti di mostri e di giganti, + Che arruffando più e più le bianche creste + Sfidan mugghiando il sole: impaurito + Il parco agricoltor guardali, e trema + Non saettin dal grembo in su' compiuti + Grappoli il nembo d'una ria gragnuola; + Similmente s'ergean su da l'immensa + Folta alcune preclare Ombre, per cui + Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento. + Or tu, qual che tu sii, dèmone amico, + Ch'entro al cervello mio semini i forti + Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome, + Fieri conforti a la mia vita io chieggio, + Tu, poi che tanto il ricordar ne giova, + Le più illustri rammenta, onde non sia, + Chi, nel dì sacro a la ragion del Vero, + Degli eroi del Pensier non sappia i nomi. + Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco + Gregge di paventose anime e l'ombra + D'insofferenti età la fronte audace + Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio: + Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro + La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla + Fede giovò, nè culto altro che il Vero. + Duce e signor di questa schiera eletta + Empedocle insorgea, nome e decoro + De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno, + Come ad avvalorar la sfida antica, + Tu fiammavi tuonando, Etna superbo. + Salute al foco genitor, salute, + Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona, + Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto, + O sepolcro di sofi e di titani; + Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti, + Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo + Del meschino epigramma, e ne dàn nome + Di selvatiche proli, una favilla + Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme, + Che bollon ne le tue viscere, e a noi, + Di lingua no, ma d'alma e di man prodi, + Superbamente ardono il petto: avranno + Forse vergogna di sè stesse allora + Che sentiran dentro a le fiacche vene + Scorrer men pigro e men putrido il sangue! + Secondo al Saggio agrigentin venía + L'amabil sofo di Gargetto, a cui + Fu scola e Dio la voluttà del bene; + E tu gli eri da canto, inclito vate + De la Natura, a la cui dotta voce + Scese del Tebro bellicoso in riva + Venere santa, e una divina infuse + Nel tuo petto gagliardo aura di canti. + Seppe allora di Marte il fiero alunno + De le cose il principio, il mezzo e il fine, + E maledisse a la feroce e stolta + Religïon, che d'ogni mal feconda, + Potea nel sen de la verginea prole + Spingere un padre a insanguinar la mano. + E già dietro a tal duci impazïente + Balza da terra, e contro al ciel si lancia + L'audace di Vanini ombra sdegnosa: + Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra + Nunziator di procella. Orridi in vista + Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo, + Ed egli co' fiammanti occhi tremende + Cose dicea, ma fieramente muto + Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua, + A cui diede Sofia nuovi argomenti, + Mozza gli avea chi dai venali altari + La luce e il detto di Sofia paventa. + Vien seco il Mantovan, che da l'augusto + De l'umana Ragion tempio immortale + L'anima e Dio securamente escluse; + E chi pria rubellando il dotto ingegno + A l'idolo inconcusso di Stagira, + Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse, + Cui ratto con gagliarda ala discorse + Liberamente il prigionier di Stilo. + O voi del Crati fragoroso opache + Selve, così vi serbi intatte il nembo, + Proteggete almen voi d'ombre cortesi + Le sacre, inonorate ossa del vostro + Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto + Splendido in suo candor cheto s'inalza, + Freme e lampeggia il precursor di Nola, + Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo + Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo. + Ma forse il genio mio scorda il tuo nome, + Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra + Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse + La superba ed acuta indole strana, + Certo non io fulminerò, se assisa + Sovra il collo ai mortali in ferreo trono + Vedesti, autrice universal, la Forza. + Forse il Dritto e il Sapere, adamantino + Brando e scudo, di cui s'arma e difende + Per natura chi umano ebbe il sembiante, + Forza eterna non è? Ben essa al volo + T'armò in tal guisa il prepossente ingegno, + Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso + Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio! + Tal da l'Ande selvose al ciel sublime + Lancia la poderosa ala il condòro, + E le nubi calpesta, ed orgoglioso + Dei voli suoi sfida stridendo i nembi. + Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno + Fa ressa e ondeggia una men chiara folta, + Rompe un fiero drappello, a cui son duci + Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi + Risvegliator di popoli; vien terzo + Elvezio, e quarto Volney. Qual suole + A l'improvviso infurïar d'un nembo + Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra, + Crollare alberi e tetti, e scatenarsi + Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi; + Così d'intorno a la tremenda schiera + Un fremito, un fragore, una ruïna + Terribile s'udía, mentre il solingo + Ginevrin, precedendo, iva due faci + Sanguinose agitando, e come strale + Il riso di Voltèro il ciel fendea. + Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti, + Vengon color, che il falso al ver mescendo + Con sagace pensier, norme e governi + Persuäsero ai popoli, ritrosi + Ad ogni culto di civil commercio. + Da l'aurifero Gange, in simiglianza + Di marmorea colonna, ergeasi al cielo + L'antichissimo Brama; ed eran seco, + Co'l ben veggente istitutor dei Parsi, + Trismegisto e Confucio, e quei che miti + Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente + Domatrice del mar; non che il divino + Germe di Clio, trïonfator di traci + Belve e de l'Orco, non di voi, gelose + Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo + Mozzo capo concesso e l'aurea cetra + Favellatrice di gentili affetti, + Non vivo il core a un solo amor devoto. + V'era inoltre Pompilio, anima ricca + Di scaltriti consigli, e finalmente, + Simile in tutto a l'Arabo Misèmi, + Il campato da l'acque astuto Ebreo. + Videli appena da l'opposta parte + Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando + Con traverso cipiglio: + --O voi di Numi + Fabbricatori e mercatanti, disse, + Qual maligno talento a noi vi mena + In quest'ora di gloria e di vendetta? + Stolti! che al sommo socïal potere + Sovrapponeste un fiero idolo, al cui + Temuto auspicio smisurate e salde + Sparse l'Error l'empie radici in terra. + Ma stagione or mutò: gli egri intelletti + Dal morbo rio, che li torceva al cielo, + La Ragione guarì: solo e severo + Nume e legge la Forza; e qual volesse + Novelli Iddii favoleggiar, d'infame + Morte morrà. Mal vi destate adunque + Di Lucifero al grido; al vostro Nume, + Gloria non già, morte e vergogna ei reca!-- + -- Inclito senno d'Albïon, rispose + Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce, + Quale acerba rampogna or t'è fuggita + Da la rigida bocca? Impazïente + Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo, + E sdegnoso di tutti idoli a dritto + Epperò degno mio campion tu sei; + Ma trasvolar quanta ragion mai possa + Proteggere costor d'un'aurea scusa, + Lodevol cosa io non dirò, nè giusta. + Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche + Fraterne ire e sospetti, una brutale + Vivean vita gli umani, e la Paura, + Despota d'ignoranti anime, orrende + Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti + Popolava di Numi e di Chimere, + Chi avría, senza periglio e senza tema + Di gittar l'opra inutilmente, esposto + Scevro di veli ad uman guardo il Vero? + Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia + Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo + Farà segno costor, se al radïante + Volto del Ver, perchè men dèsse offesa, + Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio? + Come in aprica e ben disposta aiuola, + Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte + Le rigid'opre de la ria stagione, + Depose i germi prezïosi, i solchi + Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi, + Quando più punge il Sol l'arida terra, + La fresca linfa ch'ogni fior ricrei, + Al richiamo d'april vestesi a festa + Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro + Ride il suol di colori e di fragranze; + Così a la voce di costor, che fûro + Primi maestri di civil costume, + Fiorîr genti e città, su cui da l'ara, + Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni, + Stendea la Legge il moderato impero. + Se non che, sòrta quella ria masnada, + Che, l'umana pietà mercanteggiando, + Usurpò i templi de la terra, e il cielo + Con chiave d'oro al fornicar dischiuse, + Non più di civiltà mezzi e stromenti + Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi. + Nacque allor ne le oppresse anime, a cui + A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno, + Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo + Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido + De la riscossa, e si pugnò. Non vinse + Per certo Iddio; vide fumar d'umano + Sangue innocente i mercenarî altari; + Ma le vittime han vinto. A poco, a poco + Scemò, come al mensil corso la luna, + La possanza del Dio, ben che di ferro + Tempra vantasse ed immortal. S'ostina + Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo + Ultimo ei resta al trïonfar del Vero. + Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro + Di Civiltà varchi ogni meta e segno, + Sovra il corpo di Dio convien che passi! + --Seguían queste parole; ed ecco incontro + A l'aureo Sol levarsi altra falange + Di pure e maestose Ombre, che a duci + Budda e Socrate avean. Per l'opalino + Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme + Parean candidi rai d'alba nascente, + O visibili idee: tanto di luce + Avean d'intorno e tal purezza in viso. + Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo, + Sopra cavallo indomito l'ossesso + Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno + Nudo lampeggia e sanguinoso il brando: + Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi + D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge + Solfuree fiamme in su la terra avventa. + Ma già un nuovo drappel chiama la voce + Del canto mio. Come vorace fiamma, + Poi che tutte afferrò l'aride secce + Del vasto campo, il vicin bosco invade; + Terribilmente crepitando esulta + Con cento lingue sanguinose a l'etra; + Così questi venían dopo a un vessillo + Fluttüante a l'avverse aure, su cui + Con vivo sangue uman scritto è: Riforma. + Qual da l'Eolio mar, quando più cupa + Dorme sotto ai veglianti astri la notte, + Fra dodici fantasmi ispidi o scogli, + Cui morde la rabbiosa onda d'intorno, + Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne + Ara di foco, la Vulcania ròcca; + Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille + Che premeansi a' suoi lati, il procelloso + Protestator di Vittemberga. Appresso + Muovongli il cheto confessor d'Asburgo + E il rigoroso Ginevrin, cui tardo + Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo; + Non che il prode di mano e d'intelletto + Novator di Zurigo, e i due di Praga, + Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento, + E duce entrambi e ispirator Vicleffo + Eversore di dogmi; e quanti osâro + A le voraci arpíe di Vaticano + Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli. + Destossi anch'ei sul torbido Tamigi + Il lascivo Tudorre, e già già mezzo + Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo, + Quando piombâr su la sua testa, a guisa + Di rapaci avvoltoi, le trucidate + Sue concubine, e il regal manto e il petto + Gli addentaron, sbranandolo. Stridea + L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta + Nel casto vel, sdegnosamente il tergo + Gli volgea l'infeconda Aragonese + Commiserando; e tu da la lontana + L'incatenavi co'l tranquillo sguardo, + O grave ed incorrotta Ombra del Moro. + Eran queste le schiere e questi i duci, + Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari + Dai quattro venti de la terra un grido + Terribile s'ergea, qual se sconvolti + Da una pazza procella a un punto solo + Mugolassero i mari, o scatenati + D'avversi poli s'azzuffasser tutti + Con forze uguali ed ugual rabbia i venti. + Tuonavan da le selve ime e dagli antri, + Già sacri al vorator d'uomini Odino, + Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare + Caddero; urlavan fieramente anch'esse + Le vittime di Teuta, a cui, più care + Di rugiadosi vischî e di verbene, + Bionde teste mietea pei boschi opachì + La druïdica falce; un gemer lungo + Di greche madri in sugli oblati infanti + Prorompea da l'Idee valli, superbe + Del vagito di Giove; alto dal Tebro + Fremean l'espïatrici ostie ferite + A l'ingordo Saturno; e una selvaggia + Querela uscía dai seppelliti avanzi + De le Puniche ròcche, in quel che in armi + Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera. + Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti, + Che al ciel salíano a dimandar vendetta + Dopo secoli tanti? Opra più lieve + Faría colui ch'enumerar volesse + Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti. + Dal braminico aurato Indo, dagli orti + Rosiferi d'Irano a le feconde + Trinacrie rive del geloso Egitto, + Da le terre promesse a una masnada + Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro + Sanguinoso del Cristo a le funeste + Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi + De l'industre Batavia, a cui sul petto + Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma; + Da le Calabre valli a le solinghe + Nevi di Valtellina ergeasi un grido + Formidabil, concorde, a cui fean eco + Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere. + Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo + Capo scrollando amaramente:--O amore, + Dicea, per cui l'innocua vita io diedi, + Qual mar di sangue a la mia Croce intorno!-- + + + + +CANTO QUINDICESIMO. + +ARGOMENTO. + +La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla +fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa +Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, +ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa +Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona +voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman, +Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a +Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la +congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano +la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio, +cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie +fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi +aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a +Prometeo la fine dell'impresa. + + + Appena il grido de l'Eroe percosse + Con sinistro rimbombo il ciel vicino, + E le prossime schiere e la funesta + Voce avvisâr dei minacciosi estinti, + Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto + Da la paura, si guardâr negli occhi + Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio + L'imminente periglio, e sì com'era + Sfidato e triste e non del fato ignaro, + Sul primo che gli occorse eburneo seggio + S'abbandonò. Stupidamente in giro + Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto + Pipilargli a l'orecchio udì il divino + Colombo, e sospirar, qual su la Croce, + L'incarnato suo figlio, in un dirotto + Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme + Di stupore i Beati e di sgomento. + Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro + Suscitator di sitibonde febbri, + Leva un rospo un loquace inno alla luna, + Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro + Le profetiche rane, onde a l'intorno + Di chioccio chiacchierio suonano i campi; + Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine + Vòlte del vacillante Eden destossi + Un suon di disperate urla e di pianti. + Piangean le poverette alme digiune + D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore, + E tu primo fra loro, o immacolato + Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi + Tutto adorno di ceri e di ghirlande + Ei traducea l'eterne ore in ginocchio + Mormorando preghiere a un Crocifisso + D'indico dente elefantino. Il novo + Gemito udito, in piè balzò, le ceree + Mani protese, e, l'argentina voce + Spaventato cacciando, a correr diessi + Per li stellati corridoi del cielo. + Accoccolata a un angolo romito + La povera Teresa ivi giacea + Stranamente ghignando. In lei si avvenne + Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta + Dietro di sè del cacciator la pésta, + Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde, + Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto, + Tal fra le gonne sbrindellate e conce + De la squallida pazza il mal completo + Garzon cacciò la paürosa testa, + Nè badò per la prima al sesso avverso. + N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa + Che una grave bertuccia a' rai del sole, + Tolto fra braccia un piccioletto amico, + Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende, + Così, strillando allegramente, al vizzo + Petto ella strinse il trepido fanciullo, + E tante gli tessè d'intorno al corpo + Con la lubrica man giochi e carezze, + Che a la fine ei sentì corrergli il sangue + Tale un'ignota voluttà, che a un punto + Sussultando fra' brividi si svenne. + + Sveníansi ancor, ma per cagion diversa, + Molte vergini suore, a cui l'intatta + Orsola impera. Altre scorrono urlando + La reggia; altre stracciandosi le chiome + E battendosi il petto van d'intorno + Perdutamente; qual con vitreo sguardo + Siede come fantasma, e qual, deforme + Per isterici spasmi e di spumanti + Bave immonda la bocca, a simiglianza + Si contorce di frigido ramarro, + Cui, smessa a un tratto la pesante zappa, + Fiede il villan con infallibil sasso. + + Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto + Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira, + E, volato a Michel, che vergognoso + De l'ultime sconfitte i men frequenti + Lochi chiedea:--Qual mai desidia è questa + Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti + Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo + Di questo regno luminoso? È forse + Speme alcuna d'impero e di salute, + Che nell'armi non sia? Nel contumace + Ozio che il cor già impavido ti prostra, + Rea viltà, danno certo e infamia io veggio!-- + --Di viltà non parlar, con disdegnosa + Voce proruppe il pro' guerrier di Dio, + Non parlar di viltà, se vuoi che amari + Non saëttin dal mio labbro gli accenti. + Vil non fui mai: fra le celesti schiere + Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto + Di vedermi ai perigli andar men lesto + Di te, che forza del Signor ti appelli. + Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna + Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga: + A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume + S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo + Aquila io fui, che per l'eteree strade + Artigliai le saette; or, che ne falla + Con la fede de l'uom del ciel l'impero, + Notturna upupa io son, cui non già il sole, + Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova.-- + --Quanto mutato sei! quanto mutati + Tutti d'intorno a me qui nel felice + Regno de le beate anime, aggiunse + Fra disdegno e pietà l'angel superbo; + Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio? + Tutti d'umani scoramenti invasi + Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto + Io piegherò: spiri seconda o avversa + A la battaglia mia l'aura del fato, + Forza a forza opporrò; nè cadrò pria + Che l'avversario mio provi il mio brando!-- + Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea + Spada traendo, alzò de l'armi il segno. + Come, uscendo a l'aperta aia dal nido, + La mal pennuta chioccia alza la voce: + Odono il noto crocidar materno + I pelati pulcini, e pipilando + Corronle intorno, e per l'accolto strame + Con piè inesperto a razzolar si dànno; + Così del bellicoso angelo al grido + Corsero i pochi, a cui mal noto ancora + Del conflitto de l'armi era il periglio. + Si sdegnò assai de la non folta schiera + L'animoso campion, pur, come seppe + La ordinò, l'attelò, la messe in punto; + E già, già si movean, pari a loquace + Frotta di gru, che la tempesta incalza, + Quando l'amor di Gabrïel, la bella + Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido + Del guerriero diletto, a lui sen corse + Spaventata, anelante, e:--Dove irrompi, + Forsennato, gridò: qual cieco inganno + T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo, + Non un popolo sol, non tutta quanta + La terra hai contro e i rubellanti abissi, + Ma con seco i destini. È troppo orrenda + Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta. + Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova + Produrre a prezzo di perigli il regno; + Se tempo è di cader, cadasi: io teco + Stretta morrò, non già con l'armi in pugno, + Ma ne l'amplesso de l'amor sopita.-- + Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso + Dubitava il gagliardo Angelo, quando + Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso, + Lieve lieve si scinse il roseo velo; + Ed ella in vista lagrimosa e tutta + D'amoroso pudor rorida, ai dolci + Studî d'amòr gli seducea la mente. + Strale fu questo, che andò dritto al core + Del divino guerrier: gli sfuggì il brando + Da la trepida destra; il vergognoso + Sguardo girò confusamente intorno, + E, balbettando futili parole, + Per man prese la dea, ne le lucenti + Stanze sacre ad amor trassela, e lei + Mal ripugnante degli ambrosei veli + Con mano carezzevole discinta, + Al talamo invitò, dove, il gagliardo + Proposito e il vicin fato e sè stessi + Dimenticando, a delibar si diêro + Del giardino d'amor l'ultime rose. + Come a l'odor di ramerino o timo, + Onor vago dei campi e amor de l'api, + Ruzzan gli agili gatti, e senton forse + Come un acuto stimolo, che il sangue + Fieramente gli assilla, onde su l'erba + Stropicciando il supin dorso flessibile + Con dolce miagolìo chiaman l'amica; + Così, ad esempio del lor duce e al viso + De la santa pulzella, arsero i petti + Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora + De l'instante rovina conoscendo, + Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi, + E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia + D'auree fanciulle e morbidi angeletti. + Mentre così, del lor destino ignari, + Dansi questi bel tempo, entro a la cupa + Anima del Loiola un serpeggiante + Pensier guizzò. La macera persona + Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce + Chiamò quanti nel cielo erano in pregio + Di sagace accortezza, e a lui ben atti + Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo + Mastro di frodolente opere; il santo + Conversor di Gusman, la cui parola + Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte; + Non che il fier Torquemada, anima acuta + Qual furtivo pugnal, che negli umani + Petti s'infisse ad indagar la fede; + Il ferino inventor d'ogni tormento + Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri + Tessitore di stragi, ed altri, a cui + Negò voce la fama. Eran costoro, + Poichè del fato avverso eransi accorti, + Tutti intesi a raccòr per le fulgenti + Aule del ciel quanto potean di ricche + Gemme e pregiate masserizie; e, fatto + Uno sconcio fardello, a quella forma + Che travagliansi attorno ad un osceno + Non ancor morto scarabèo le inopi + Formichette ingegnose, ad esso in giro, + Con le mani e co' piè forte spingando, + Trafelanti anelavano; e già già + S'involavan dal ciel, stolti! che fuori + Di quel regno di larve avean pensiero + Produrre oltre la vita; e negro intanto + Li batteva a le spalle il giorno estremo. + Li sorprese in quest'opra il conosciuto + Grido e l'aspetto del sagace amico, + Ed ascoso il furtivo ònere, a modo + D'astute gazze, e fatto al loco intorno + Di sè stessi gelosa ombra e tutela, + Aspettâr la proposta. + --Accorti e saggi + Siete inver più di me, disse il Loiola, + Se al bisogno del furto e de la fuga + Già date il tempestivo animo! Al certo + Periglioso è l'istante, e di tenaci + Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio, + Che propugnammo, ogni splendor tramonta: + Immortale ei non era; e noi già primi + Lo sapevam, noi che sol Nume in terra + L'utile nostro e il nostro regno avemmo. + Scarsa è la schiera e del mio nome indegna + Che mi resta laggiù; qui non è alcuno, + Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane + Le nostre armi son fatte; arbitro sorge + Il mortale Pensier, che in aurei nodi + Non a caso io distrinsi; ogni virile + Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso + L'avrei del tutto, ove più fine ingegno + Dato avesser le sorti ai miei fedeli. + Cederem noi per questo? A l'uom, già vile + Schiavo e strumento d'ogni mio disegno, + Noi, vili or fatti, piegherem la nostra + Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia + Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima + Faccia del mal muto s'accascia e trema, + Pusilla anima è detta; a noi, che tanta + Fama abbiam di sagaci, e siam beati, + Qual degno nome si addiría? Son troppe + Le dolcezze del ciel perchè a la prima + Si conceda al nemico! Abbiam rispetto + Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva + Già difesi imperammo. Inutil sono + Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza, + Possente arma, l'ingegno. È disperata + Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode: + Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia.-- + Tacque, e le man si stropicciò. + --Son d'oro + Le tue parole, a lui rispose il senno + Del Pastor di Montalto, e assai per fermo + Io ne lodo il valor; ma la patente + Sconfitta che vicina e certa io sento, + E meco ognun, tu non dirai che sia + Sorte miglior d'una latente fuga, + Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo + Di memoria e di spirto il cor mi regga, + Non dispero acquistar quanto or si perde; + Campar dunque fa d'uopo.-- + --Altra io non veggio + Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse, + Che la via del fuggir!-- + --Così ne fosse, + Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno + Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse + Tosto dato in balía quest'incarnato + Sovvertitor di sacrosanti altari! + Tal rete intorno gli ordirei, che vano + Al districarsi torneríagli il tutto + Suo senno astuto e l'infernal possanza!-- + --E chi sa?, ravvivando il serpentino + Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo, + Chi sa, che in nostra man da ver non caggia + Quest'audace Lucifero? Fin quando + Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato, + Chiuder non dèssi a la speranza il core. + Ragno astuto, che vede in un sol punto + Disfatto il fine e pazïente ordito, + Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro + Loco, e con più sottile arte ed ingegno + Più certe insidie ai suoi nemici intesse. + Spero io così trar ne la rete il nostro + Burbanzoso avversario. Ardito e forte + Per certo egli è; ma un punto io gli conosco, + A cui se drizzi insidïoso un dardo, + Larga e secura gli aprirai la piaga. + Benchè spirito invitto e del pensiero + Apostolo sublime egli si vanti, + A la turpe materia il più profano + Culto ei professa; ed io più volte il vidi + Prostrato al piè d'una beltà terrena + Svestir l'orgoglio e gingillar la vita. + Udite or dunque un mio proposto. Appena + Ei si farà su'l limitar del cielo, + Niun lo scontri con l'armi: esperimento + Vano saría; vadagli incontro invece + Una, di quante sono ornate e belle, + Leggiadrissima santa (ed io fra tutte + Do la palma in quest'uopo a la divina + Prostituta di Màgdalo); gli abbracci + Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga + Per qualche istante da ogni fier concetto, + Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni + In una molle voluttà. Noi, quanti + Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti, + A lui d'intorno in vigilanti agguati + Tutti pronti staremci; e quando il fiero + Debellator di Dio da l'iterate + Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto + Nel più codardo e immemore abbandono, + Noi piomberemgli in un baleno addosso + Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi + L'avvinceremo; e poi che osceno e carco + Sarà tutto di ceppi e di ferite, + Tal gli darem di tutto polso un crollo, + Che i neri abissi e il regno suo riveda!-- + Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti + Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza + D'immondo strupo di codarde jene, + Che, fatte ardite dal favor de l'ombre, + Mute s'affrettan pe'l deserto campo + Dietro al sentore di lontan carcame. + + Contro a le sedi dei Celesti intanto + Lucifero irrompea. De l'abusate + Porte del ciel stava a custodia il divo + Pietro di Galilea, l'inclito alunno + Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave + Del paradiso. Udita avea la voce + Del nemico imminente, e, ben che molto + Fosse d'uomini esperto e di fortune, + Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa + Di fragil canna, che tentenni al vento, + Ondeggiava diviso in due consigli: + O sguainar l'arrugginita spada, + Che pendeagli dal fianco, e alla difesa + Rimaner, benchè solo; o, abbandonata + La difficil custodia ad altri o al caso, + Svignarsela di furto. + --Audace impresa, + Dicea tra sè, nè a le mie forze uguale, + Tener fronte da solo a un tal nemico: + Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io + Perigliarmi per tutti? Alcun non osa + Impugnar l'armi, ed io restar qui devo? + No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo + Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale + A difender sè stesso, io lo rinnego, + In fede mia, canti o non canti il gallo!-- + Così pensando, si sottrasse. Come + Al furïar di subito uragano + Cade svelta dai cardini la porta + D'un povero abituro: urla dal fondo + La famigliòla spaventata, in quella + Che ogni serbata masserizia in giro + Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso; + Spalancossi in tal guisa al primo tocco + Di chi porta la luce il vecchio albergo + Del paradiso, ovvio lasciando e vasto + Al guardo e al passo del Ribelle il varco. + Grande e securo e tutto lampi il volto + Su la soglia Ei piantossi, e parea sole + Di cotanto splendor, che incerte faci + Ben dir potevi a petto a lui le stelle. + Siccome spada folgorante, in pugno + Un raggio acuto gli splendea; tremenda + Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti + Ferrei fantasmi e fiere larve han vita + Con sovrana virtù spezza e dilegua. + Così l'Eroe proruppe; impazïenti + Del solenne giudizio a lui da presso + Si versano le schiere, e tutte in giro + Prendon l'aurea magione, a simiglianza + Di sonanti fiumane, a cui più freno + Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra + S'accavallando, fragorose e torbide + Divorano la valle e i campi affogano. + Come allor, che dai cupi antri improvviso + Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote, + Trema intorno la valle; impäuriti + Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto + Balzan globi di fumo atro, e sul capo + Piove di ardente e negra sabbia un nembo; + Così a la vista de l'Eroe si scosse + La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi + Fuggîr senza consiglio i sacri armenti + Vociferando, e qual siede, o s'arresta, + Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo, + Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta. + Questo fu il punto, che, disciolta i crini + Biondissimi e con piè trepido, in vista + Di verginella, al gran Ribelle incontro + Mosse la bella Maddalena. Il colmo + Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro + D'un superbo trïonfo; entro ai non folti + Docili veli le tondeggian tutte + Le rosee membra riluttanti: un nimbo + Di reconditi incensi errale intorno + A la vaga persona, e di pungenti + Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue. + Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti + Nei lor taciti agguati ansan parecchi, + Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio, + Congiurati al Loiola. Intento e assôrto + Nel suo pensier quei trascorrea, nè punto + Abbadava costei, che del sedurre + Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte. + Ond'ella il passo gli precise, e:--O santo + Arcangelo, esclamò, ben si conviene + A la luce del tuo sguardo immortale + Questo splendido regno! E chi dir puote + Che nemico tu sei? che una superba + Smania di regno ti conduce al cielo + A sovvertir l'adamantina sede, + Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna + Ti precorre la fama, e mal diritto + Veggion queste beate anime, a cui + Tanto incute il tuo nome alto spavento. + Luce ed amor sei tu: simile a novo + Raggio d'innamorato astro sorride + La tua fronte serena, e a dolci affetti, + Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti. + Oh! ben torni fra noi; qui non mortali + Semina rose amor, qui sempre viva + Fonte di voluttà schiude il mio seno!-- + Udì l'Eroe la subdola proposta, + E amaramente le gittò sul volto + Queste parole: + --O penitente eterna, + Nè pentita giammai, qual ti germoglia + Ne l'instabile cor postuma brama + Di novelle avventure? Un mi son'io, + Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti, + L'aspre battaglie del pensier prepongo!-- + Disse, e sdegnando procedea, già sciolto + Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto + Tramutando tenor d'arti e d'accenti, + Ruppe in alto cachinno:--E ci voleva + Proprio questa, esclamò; state a vedere, + Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati, + A questa vecchia golpe senza coda + Vien pizzicor di farsi anacoreta! + Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna, + Son figlia d'Eva, e non son senza macchia + Come la madre di Gesù: codesta + Mascheraccia d'apostolo su'l muso + Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe + Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole, + Il sagrificio di mangiare il pomo!-- + Così dicea, ma seminate al vento + Si disperdean le lubriche parole. + Visto il colpo fallir, nè di salute + Più sperando altra via, fuori ad un tratto + Dagli agguati sbucò la tortuösa + Anima del Loiola, e si gittando + Di traverso a l'Eroe:--Salvami, grida, + O glorïoso Arcangelo! Per te, + Non già per Dio, sovra la terra io tesi + La rete mia!--Volea più dir, ma come + Non crudel passeggero, a cui di sotto + Venga un turpe scorpion, che velenosi + Lascia i morsi ove tocchi, immantinente + Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa, + Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso, + Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo + Del supplice maligno, il qual diè un forte + Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno + Di putida mefite il ciel sereno. + Questo fu il segno de la strage. Appena + Del suo duce la fin videro i Santi, + Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa, + Tal che frotta parean di saltellanti + Locuste ingorde, cui la fiamma incalza + Più vorace di lor. Più volte indarno + Una mano d'audaci angeli e santi + Far impeto tentâr contro a le schiere + Del luminoso Eroe; ma qual fremente + Cavallon che si franga a la ronchiosa + Rupe, spezzate contro a lor cadeano + L'avverse armi e l'ardire. E come avviene + Nel nebbioso novembre, allor che in dense + Falde piovon dal ciel l'umide brume, + E nereggian le vie, quasi colpite + D'occulta lue cadon le mosche esose, + Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia, + Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno + Sparse e brutte ne van le mense e i letti; + Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto + Fioccan morti i Beati, e tu soltanto + Li ferivi co'l tuo sguardo immortale, + O trïonfante Verità. Fra tanto, + Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo + Ricondursi volean Sisto e Ghislieri, + Torquemada e Gusman. Li precedea, + Stranamente strillando e mulinando + Sovr'esso il capo la ghierata gruccia, + Il feroce Arbuënse, e una mal viva + Folta di Santi lor tenea bordone. + Li riconobber da l'opposta parte + Co'l profondo veggente occhio i campioni + Del libero Pensiero, e un minaccioso + Mormorio si levò, come di vento + Precursor di procella. Ardean di cupo + Sdegno le generose anime, in quella + Che con flagel di sanguinosi motti + Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso. + Non però immoti ne le lor falangi + Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo + Che una coppia di fulve aquile, altere + Dominatrici di profonde altezze, + Con pari volo e con funesto strido + Piomban sovra a la preda, essi al feroce + Fuggitivo drappel di tutta punta + S'avventarono incontro, e:--O manigoldi + De l'umano pensier, gridò con fiera + Voce l'ardito precursor di Nola, + Or sì che il fin di vostre colpe è giunto!-- + Disse, e ghermendo con la ferrea destra + Torquemada a la strozza, in turbinoso + Modo il rotò, che spatola parea + In man d'esperto battitor. Lanciollo + Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto + Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa + Foggia si franse e si divise, a modo + Di crinato utensil d'impura argilla + Lanciato a l'aria da fanciul bramoso + D'udirne il tonfo e di contarne i cocci. + Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte + Non s'acquetò; chè in quante parti e brani + S'eran divise le sue membra, in tanti + Si spezzò la sua vita, onde ciascuno, + Che guizzando e serpendo invan tendea + A congiungersi a l'altro, era dannato + A soffrir sempre, e a non morir giammai. + Fra mani allora al pensator d'Otranto + Fieramente stridean Sisto e Ghislieri. + Ambi agguantati egli li avea, qual suole + Assiduo scardatore, il qual prendendo + Due manciate di canape, fra loro + Pria le sbatte più volte, indi le affida + Al nemico di lische ispido cardo. + Si mordevan per rabbia i duo percossi, + E sgraffiavan rignando, e parean due + Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue + Nel rigido gennaio un caldo amore: + Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia + De l'amica ritrosa, a notte piena + Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto, + Soffian, sbatton la coda, alzano in arco + L'ispido dorso, e duri, intirizziti + Muovonsi con guardingo atto d'intorno, + L'arida lingua saettando: a bada + Si tengono così, fin che il più lesto + La granfia avventa e vibrasi a l'assalto. + Odi allora echeggiar di strilli acuti + La sacra notte, rotolar sul tetto + Smosse tegole e sassi, e chi del dolce + Sonno si svolge in quell'istante, umani + Gemiti e grida ascoltar crede al vento. + Così le due sinistre anime, a un punto + Fatte da l'ira e dal dolor nemiche, + Si sbranavan fra loro, insin che stanco + Di quel fiero piacer l'eroe nemico + Le scagliò da sè lungi. Urlâro i tristi + Da l'alto ciel precipitando, e ancora + Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta + Fremebonda la terra, ove un'eterna + Vita servile e in gran terror vivranno. + Scórsi muti e di furto eran fra tanto + L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo + Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile, + Speculavan la fuga, o un nuovo inganno. + Si sferrò allor da la sua schiera il forte + Riformator di Vittemberga, in guisa + Di mortifero strale, e una tremenda + Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi + I fuggitivi, e balenâr perplessi + Fra la lotta e la fuga, in simiglianza + D'inseguito assassin, che fischiar senta + Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse + Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte + Subitamente, s'avventâro ai fianchi + De l'iracondo novator. Qual pura + Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia, + Se a la putida pece arda vicina, + A lei tosto s'apprende: a poco a poco + Struggesi questa; in negre bolle impure + Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto + Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo; + Tal divenne Lutero, allor che intorno + Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi + I due rabidi santi, a cui bentosto + Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido + Mandan gli audaci, e di balzar fan prova, + E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati + Restano a lui così, che in foggia strana + Fan di tre forme un mostrüoso aspetto. + Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma, + Che li attacca, e li fonde, e meraviglia + N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini + Gli avvampa, or gli erra su le picee terga + Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi + Occhi gli siede, e nei precordii scende, + E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude + Con lenta voluttà rode e consuma. + Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte + De l'egro Nume il gran Ribelle arriva. + Solo il trovò nel più recesso loco + Del paradiso; e nullo era, di quanti + A le mense di lui s'eran nutriti, + Che a la difesa or vigilasse: ognuno + Che innanzi al passo de l'Eroe non era, + Futile inciampo, ancor fugato o vinto, + O il vol dava a la fuga, o in un furtivo + Ripostiglio del ciel, pallido, ansante + Scongiurava il destin. Voi soli in questo + Stremissim'uopo non lasciaste il trino + Padre deserto, o sovra ogni pietosa + Fida essenza del ciel pietosi e fidi + Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna + Merta ancora la fede, un chiaro grido + Non fallirà presso i venturi, a cui + L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto. + V'era di Balaàm l'asino e quello + Che riscaldò di Betelèm la greppia + Col mirifico fiato; eravi anch'esso + L'accorto bue, che, abbandonato il duro + Solco e l'aratro, ad adorar sen corse + Il già nato Messia: meraviglioso + Di fede esempio, onde nei cieli assunto + Fu per nume di Dio, che la falcata + Fronte gli ornò di due vividi raggi, + Come un tempo a Mosè; v'eran del divo + Rocco i fidi mastini impazïenti + D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto + D'Antonio alunno, che il signor perduto + Fra' grugniti piangea: sul nero grifo + Gli discorrean le lagrime cocenti, + Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro + D'oprar le zampe come fosser mani, + Se le tergea con un candido velo, + Di ricami stupendo, opera e dono + De la diva Lucia. Ma visto appena + L'avverso Eroe, che procedea sembiante + A novo Sol, di subito disdegno + Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi + Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira + Ravvolse ed agitò la scarsa coda, + Ed arrotando le spumose zanne + Con irto il dorso e con pendule orecchie + S'avventò, che parea critico arguto, + Che carico di norme e di sofismi + Al tallon d'un poeta avventi il morso. + Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo + L'altre bestie devote; anzi ad un punto + Per ogni verso si scagliaron tutte, + E, stupendo a ridir! correano a morte + Come a danza, o convito. Alti lamenti + Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno + Per la reggia del cielo era un tedesco + Strano accordo di ragli e di grugniti. + Tentennava l'Eroe, commiserando, + La testa, e con un rigido sorriso: + --Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento + Di cotanti fedeli oggi ti resta!-- + Toccò in tal dir co'l penetrante raggio, + Che nel pugno tenea, la nebbia densa + In cui tutto era chiuso il Dio morente, + E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa + Che il ciel limpido apparve e la sparuta + Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi + Morto giaceagli il divo augel, che il grembo + Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto + Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito, + Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente + Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto + Tutta umana bellezza, e una fragrante + Lucid'aura di pace e di dolore + Gli alïava d'intorno a la persona + Candidissima. Il vide, e il riconobbe + Lucifero, e parlò: + --Ben la catena + Di tua divinità spezzi in quest'ora, + Santo eroe de l'amore e del perdono; + Ben ritorni qual fosti al luminoso + Raggio del Ver, le cui vendette io segno! + Vedi le schiere mie? Là, fra quei pochi + Spirti di saggi, a cui Socrate è duce, + Loco a te caro, a niun secondo, io serbo!-- + Disse, e insegnava con la destra. Innanzi + Fecesi, a questo dir, l'intemerata + Luce d'Atene, e fra le venerande + Braccia il pietoso Nazzareno accolse. + Or l'estrema ora tua dirà il superbo + Genio che m'arde, o mal temuto Iddio. + Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto + Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto + Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo + Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa + Di già morto batràce, a cui dà strani + Moti il valor del ricorrente elettro. + E, come già solea nel greco mito + Le sembianze mutar Proteo marino, + Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge + De le putide foche il sorprendea + Con ferree braccia alcun mortale o nume, + Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico + Cento apparenze e simulacri e larve + L'egro tuo corpo in ratta vece assunse. + E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno + Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove, + Ora Osiri appariva ed ora Anubi; + Or terribile e scuro e tutto cinto + Di tempeste e di morte, or fiammeggiante + Sole parea che l'universo avvivi; + Or fantasima inerte, or procelloso + Eversor di pianeti; e ferrea e cieca + Legge d'affanno, ed inesausta fonte + Di bontà, di clemenza e di perdono. + Fremean per lo profondo etra le schiere + Luminose dei Saggi; da l'opaca + Terra sorgean, che parean fiamme vive, + Le vittime dei Numi, e tutti a un grido + La giustizia chiedean. Pende dal labbro + Di Lucifero il Fato; a lui dintorno + Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma + Tranquillamente egli favella: + --È antica + L'arte, per cui forme tu cangi e nomi: + Rinnovarla or non giova! Assai sembianze + Sostenemmo di Numi, a cui la cieca + Fede de l'uom diè lunga vita e impero. + A l'un error l'altro successe; a un vôto + Fantasma altro fantasma; or tocca il fine + Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio + Tu sei; con te, non pur la forma e il nome, + Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue!-- + Così dicendo (ed additava il sole, + Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo + De l'acuto suo raggio, e parte a parte + Lo trapassò. Stridea, come rovente + Ferro immerso ne l'onda, il simulacro + Fuggitivo del Nume; e, a quella forma + Che crepitando si scompone e scioglie + Fumigante la calce a l'improvviso + Tasto de l'acqua o del mordente aceto, + Tale al raggio del Ver struggeasi il vano + Fantasima; e in vapore indi converso, + Tremolando si sciolse, e all'aria sparve. + Così moría l'Eterno. Ai consuëti + Balli movean gli antichi astri; dal cielo + Luminose partían come in trionfo + Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi + Lucifero. Arrivò co'l Sol novello + Sul Caucaso nevato, ove al soffrente + D'adamantino cor figlio di Temi: + --Lèvati, disse, il gran tiranno è spento!-- + + +FINE. + + +INDICE. + + + CANTO PRIMO Pag. 3 + +Silenzio di Dio.--I suoi ministri imprecano.--Gli uomini ridono. Lucifero +s'incarna.--Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.--Avvenimento +dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del +pensiero.--S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo +dall'impresa ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite +parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.--L'Eroe si +dispone al racconto. + + CANTO SECONDO Pag. 21 + +Incomincia la narrazione.--La Natura e il Pensiero.--Stato primitivo degli +uomini; primi e diffIcili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati +dall'anima inferma degli uomini.--La gran Lite.--La guerra dei Titani: il +pensiero e non la forza trionfa dei Numi.--Lucifero non si contenta del +cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.--Un istinto di amore lo +chiama sulla terra.--L'albero della scienza.--La tentazione.--Percosso +nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.--Non mai contento dell'esser suo +ritorna sulla terra.--Cristo predica l'amore.--Gli uomini desiderosi del +cielo dimenticano la terra.--Lucifero ve li richiama, ed è malamente +calunniato. + + CANTO TERZO Pag. 41 + +Lucifero, continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad +Ario, che si ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene +scomunicato nel concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo +scolastico; alla stampa che propaga il pensiero nuovo.--La rivoluzione, +filosofica in Italia, diventa religiosa in Germania.--Leone X e Lutero.--Il +pensiero e la coscienza armano il braccio dei popoli, e la rivoluzione +prende l'aspetto politico.--Tirannide monarchica e republicana: la libertà +sta nel centro.--Rivoluzioni d'Inghilterra, d'America, di Francia.--Il +canto della guigliottina.--Fecondità delle rovine.--Rassegna delle +principali invenzioni del pensiero umano; dalle quali confortato l'Eroe, +predice il suo vicino trionfo.--Finita così la narrazione, si parte, mentre +una voce misteriosa annunzia agli uomini la sua venuta. + + CANTO QUARTO Pag. 67 + +Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti +luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla +morte.--Descrizione di Tempe.--Le bagnanti sorprese.--Il palazzo incantato +e la fanciulla misteriosa.--Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le +domanda ospitalità.--Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di +Dio, e la commuove di paura e di affetto. + + CANTO QUINTO Pag. 87 + +Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme +sensibili.--Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del +trionfo.--Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.--L'Acropoli di +Atene.--Voluttà d'amore fra le rovine.--L'Ombre di Socrate, di Focione, di +Codro.--Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo +beffeggia.--Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia +impaziente ove il destino lo chiama. + + CANTO SESTO Pag. 107 + +L'Eroe s'imbarca per la Francia.--Rivolge superbe parole alla +Natura.--Aurora boreale.--Sermone di frate Iginaldo.--Tempesta e +naufragio.--Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano +salvarla.--Morte di frate Iginaldo.--Lucifero co'l cadavere della fanciulla +si avvicina a forza di nuoto alla riva.--Iddio, che vuol perderlo ad ogni +costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed +è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando +l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna.--Sdegnose +parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo.--L'eroe +afferra finalmente la riva, e dà sepolcro alla giovinetta. + + CANTO SETTIMO Pag. 131 + +Storia d'Isolina.--Amore.--Sogno di felicità.--La lettera della +madre.--Ultimo commiato.--Lontananza.--La giovinetta abbandona la famiglia +e la patria; muove in traccia dell'amor suo, e perisce miseramente tra' +flutti.--Sorge dal sepolcro, ed apparisce a Lucifero; il quale, non potendo +ridarle la vita, languisce nell'oblìo di sè stesso.--Una voce interiore lo +richiama all'attività, e lo avverte della gran lotta preparata fra la +Prussia e la Francia.--Egli ascende sulle Ardenne, e mira i formidabili +eserciti che si avanzano.--Alla vista delle aquile imperiali alza +inutilmente la voce contro l'ingiustizia di quella guerra. + + CANTO OTTAVO Pag. 155 + +La catastrofe di Sédan.--L'ombra di Turenna e la resa.--Lucifero entra in +Parigi.--La babilonia delle gazzette.--L'assedio.--Gloria ed obbrobrio a +chi spetta.--Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al +macello.--I Prussiani entrano nella città.--L'allocuzione del +proletario.--La colonna Vendôme.--L'ombra di Federigo.--La +petroliera.--Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza +dubitare un istante del suo trionfo. + + CANTO NONO Pag. 187 + +Curiosità dei Celesti e pietosa supposizione dei santi inquisitori alla +vista dell'incendio di Parigi.--Pettegolezzi divini.--Profonda risposta di +Dio; e confidenze che egli fa a santa Teresa; che perde improvvisamente la +ragione.--Lucifero, che ha lasciata la Francia, veleggia per +l'America.--Apostrofa alla Spagna.--Arriva nel nuovo mondo.--Saluto alla +libertà, madre di civili istituzioni.--S'interna in una foresta, di cui si +fa la descrizione, e conversa con una scimmia, che pretende esser sorella +del genere umano. + + CANTO DECIMO Pag. 213 + +Sorge la notte, e l'Eroe resta smarrito nella foresta, dove prova le +sofferenze dell'umana natura.--Lotta con un giaguaro, di cui rimasto +vincitore, abbandonasi al sonno.--Rivede Ebe nei sogni, e torna per poco ai +dolci vaneggiamenti d'amore.--La giovinetta silenziosa si tramuta a un +tratto in un orribile fantasma.--Iddio, vedendo così travagliato il suo +avversario, crede agevole impresa il domarlo.--Lascia il letto, cavalca +l'asino di Betlem, e scende in terra.--Trova Lucifero, e cerca da prima con +superbe parole, poi con astute promesse venire a patti; ma questi tien +fermo, e lo caccia da sè acerbamente.--Liberatosi indi a poco dalla foresta +è ospitato dalla povera Sara.--La schiava nera e lo schiavo bianco. + + CANTO UNDECIMO Pag. 241 + +Canto all'Italia; le tre civiltà; l'Alighieri; l'ultima guerra +d'indipendenza; l'ossario di Solferino; il traforo del Cenisio.--Lucifero +arriva; apostrofa al Po; scende in Toscana; è ricevuto nella casa d'Egeria, +dove si adunano i più famosi geni dell'Arte moderna.--Le donne emancipate; +il filologo Macrino; un poeta demagogo; un commentatore di Dante; Delio +gazzettiere; un camaleonte onniscibile.--Il poeta Olimpio e la sua +dama.--Lucifero, creduto spiritista, finge evocar l'ombra del divino poeta; +il quale fulmina sdegnosamente poeti svenevoli e atrabilari, drammaturghi +da scuola e da piazza, musici intronatori ed istrioni bastardi.--Olimpio, +che si offende, sfida l'Eroe a un duello; ma questi si rifiuta con parole +di superbo disprezzo. + + CANTO DUODECIMO Pag. 281 + +Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo; +durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di +Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di +Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce +dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei +beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena, +rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con +la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo, +glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà +scandaloso spettacolo della sua pazzia. + + CANTO TREDICESIMO Pag. 315 + +Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde di animo, e, invece di +convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai +voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.--Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, +disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.--Ultime +ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a +persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in +preda a spaventose visioni.--Una vittima delle stragi di Perugia.--Due +decapitati.--Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, +domandando inutilmente perdono. + + CANTO QUATTORDICESIMO Pag. 341 + +Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di +Ebe.--Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; +traversa gli spazi; giunge in Venere; si confonde con l'amor suo, e procede +infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio.--I morti di ogni +età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al +giudizio di Dio.--Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di +riformatori.--Le vittime domandano vendetta. + + CANTO QUINDICESIMO Pag. 367 + +La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla +fuga.--San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa +Teresa.--Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, +ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia.--Santa +Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona +voluttuosamente nelle braccia di lei.--Loiola, Domenico di Guzman, +Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V, ordiscono una frode a +Lucifero.--San Pietro abbandona le porte del paradiso.--L'Eroe sventa la +congiura, e prorompe luminosamente nel cielo.--I congiurati santi tentano +la fuga, e periscono miseramente.--Lucifero arriva alla presenza di Dio, +cui trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie +fedeli.--Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi +aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a +Prometeo la fine dell'impresa. + + + + + + +End of the Project Gutenberg EBook of Lucifero, by Mario Rapisardi + +*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LUCIFERO *** + +***** This file should be named 22641-8.txt or 22641-8.zip ***** +This and all associated files of various formats will be found in: + http://www.gutenberg.org/2/2/6/4/22641/ + +Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the +Online Distributed Proofreading Team at DP-Europe, +http://dp.rastko.net. (This file was produced from images +generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense +- Milano) + + +Updated editions will replace the previous one--the old editions +will be renamed. + +Creating the works from public domain print editions means that no +one owns a United States copyright in these works, so the Foundation +(and you!) can copy and distribute it in the United States without +permission and without paying copyright royalties. Special rules, +set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to +copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to +protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project +Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you +charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you +do not charge anything for copies of this eBook, complying with the +rules is very easy. 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It exists +because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from +people in all walks of life. + +Volunteers and financial support to provide volunteers with the +assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's +goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will +remain freely available for generations to come. In 2001, the Project +Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure +and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. +To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation +and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 +and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. + + +Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive +Foundation + +The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit +501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the +state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal +Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification +number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at +http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg +Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent +permitted by U.S. federal laws and your state's laws. + +The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. +Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered +throughout numerous locations. Its business office is located at +809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email +business@pglaf.org. 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