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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1012 ***
+
+ LA DIVINA COMMEDIA
+ di Dante Alighieri
+
+
+
+
+
+ INFERNO
+
+
+
+
+ Inferno • Canto I
+
+
+ Nel mezzo del cammin di nostra vita
+ mi ritrovai per una selva oscura,
+ ché la diritta via era smarrita.
+
+ Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
+ esta selva selvaggia e aspra e forte
+ che nel pensier rinova la paura!
+
+ Tant’ è amara che poco è più morte;
+ ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
+ dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
+
+ Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
+ tant’ era pien di sonno a quel punto
+ che la verace via abbandonai.
+
+ Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
+ là dove terminava quella valle
+ che m’avea di paura il cor compunto,
+
+ guardai in alto e vidi le sue spalle
+ vestite già de’ raggi del pianeta
+ che mena dritto altrui per ogne calle.
+
+ Allor fu la paura un poco queta,
+ che nel lago del cor m’era durata
+ la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
+
+ E come quei che con lena affannata,
+ uscito fuor del pelago a la riva,
+ si volge a l’acqua perigliosa e guata,
+
+ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
+ si volse a retro a rimirar lo passo
+ che non lasciò già mai persona viva.
+
+ Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
+ ripresi via per la piaggia diserta,
+ sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
+
+ Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
+ una lonza leggera e presta molto,
+ che di pel macolato era coverta;
+
+ e non mi si partia dinanzi al volto,
+ anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
+ ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
+
+ Temp’ era dal principio del mattino,
+ e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
+ ch’eran con lui quando l’amor divino
+
+ mosse di prima quelle cose belle;
+ sì ch’a bene sperar m’era cagione
+ di quella fiera a la gaetta pelle
+
+ l’ora del tempo e la dolce stagione;
+ ma non sì che paura non mi desse
+ la vista che m’apparve d’un leone.
+
+ Questi parea che contra me venisse
+ con la test’ alta e con rabbiosa fame,
+ sì che parea che l’aere ne tremesse.
+
+ Ed una lupa, che di tutte brame
+ sembiava carca ne la sua magrezza,
+ e molte genti fé già viver grame,
+
+ questa mi porse tanto di gravezza
+ con la paura ch’uscia di sua vista,
+ ch’io perdei la speranza de l’altezza.
+
+ E qual è quei che volontieri acquista,
+ e giugne ’l tempo che perder lo face,
+ che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
+
+ tal mi fece la bestia sanza pace,
+ che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
+ mi ripigneva là dove ’l sol tace.
+
+ Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
+ dinanzi a li occhi mi si fu offerto
+ chi per lungo silenzio parea fioco.
+
+ Quando vidi costui nel gran diserto,
+ «Miserere di me», gridai a lui,
+ «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
+
+ Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
+ e li parenti miei furon lombardi,
+ mantoani per patrïa ambedui.
+
+ Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
+ e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
+ nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
+
+ Poeta fui, e cantai di quel giusto
+ figliuol d’Anchise che venne di Troia,
+ poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
+
+ Ma tu perché ritorni a tanta noia?
+ perché non sali il dilettoso monte
+ ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
+
+ «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
+ che spandi di parlar sì largo fiume?»,
+ rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
+
+ «O de li altri poeti onore e lume,
+ vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
+ che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
+
+ Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
+ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
+ lo bello stilo che m’ha fatto onore.
+
+ Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
+ aiutami da lei, famoso saggio,
+ ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
+
+ «A te convien tenere altro vïaggio»,
+ rispuose, poi che lagrimar mi vide,
+ «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
+
+ ché questa bestia, per la qual tu gride,
+ non lascia altrui passar per la sua via,
+ ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
+
+ e ha natura sì malvagia e ria,
+ che mai non empie la bramosa voglia,
+ e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
+
+ Molti son li animali a cui s’ammoglia,
+ e più saranno ancora, infin che ’l veltro
+ verrà, che la farà morir con doglia.
+
+ Questi non ciberà terra né peltro,
+ ma sapïenza, amore e virtute,
+ e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
+
+ Di quella umile Italia fia salute
+ per cui morì la vergine Cammilla,
+ Eurialo e Turno e Niso di ferute.
+
+ Questi la caccerà per ogne villa,
+ fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
+ là onde ’nvidia prima dipartilla.
+
+ Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
+ che tu mi segui, e io sarò tua guida,
+ e trarrotti di qui per loco etterno;
+
+ ove udirai le disperate strida,
+ vedrai li antichi spiriti dolenti,
+ ch’a la seconda morte ciascun grida;
+
+ e vederai color che son contenti
+ nel foco, perché speran di venire
+ quando che sia a le beate genti.
+
+ A le quai poi se tu vorrai salire,
+ anima fia a ciò più di me degna:
+ con lei ti lascerò nel mio partire;
+
+ ché quello imperador che là sù regna,
+ perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
+ non vuol che ’n sua città per me si vegna.
+
+ In tutte parti impera e quivi regge;
+ quivi è la sua città e l’alto seggio:
+ oh felice colui cu’ ivi elegge!».
+
+ E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
+ per quello Dio che tu non conoscesti,
+ acciò ch’io fugga questo male e peggio,
+
+ che tu mi meni là dov’ or dicesti,
+ sì ch’io veggia la porta di san Pietro
+ e color cui tu fai cotanto mesti».
+
+ Allor si mosse, e io li tenni dietro.
+
+
+
+ Inferno • Canto II
+
+
+ Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
+ toglieva li animai che sono in terra
+ da le fatiche loro; e io sol uno
+
+ m’apparecchiava a sostener la guerra
+ sì del cammino e sì de la pietate,
+ che ritrarrà la mente che non erra.
+
+ O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
+ o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
+ qui si parrà la tua nobilitate.
+
+ Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
+ guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
+ prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
+
+ Tu dici che di Silvïo il parente,
+ corruttibile ancora, ad immortale
+ secolo andò, e fu sensibilmente.
+
+ Però, se l’avversario d’ogne male
+ cortese i fu, pensando l’alto effetto
+ ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale
+
+ non pare indegno ad omo d’intelletto;
+ ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
+ ne l’empireo ciel per padre eletto:
+
+ la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
+ fu stabilita per lo loco santo
+ u’ siede il successor del maggior Piero.
+
+ Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
+ intese cose che furon cagione
+ di sua vittoria e del papale ammanto.
+
+ Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
+ per recarne conforto a quella fede
+ ch’è principio a la via di salvazione.
+
+ Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
+ Io non Enëa, io non Paulo sono;
+ me degno a ciò né io né altri ’l crede.
+
+ Per che, se del venire io m’abbandono,
+ temo che la venuta non sia folle.
+ Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
+
+ E qual è quei che disvuol ciò che volle
+ e per novi pensier cangia proposta,
+ sì che dal cominciar tutto si tolle,
+
+ tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
+ perché, pensando, consumai la ’mpresa
+ che fu nel cominciar cotanto tosta.
+
+ «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
+ rispuose del magnanimo quell’ ombra,
+ «l’anima tua è da viltade offesa;
+
+ la qual molte fïate l’omo ingombra
+ sì che d’onrata impresa lo rivolve,
+ come falso veder bestia quand’ ombra.
+
+ Da questa tema acciò che tu ti solve,
+ dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
+ nel primo punto che di te mi dolve.
+
+ Io era tra color che son sospesi,
+ e donna mi chiamò beata e bella,
+ tal che di comandare io la richiesi.
+
+ Lucevan li occhi suoi più che la stella;
+ e cominciommi a dir soave e piana,
+ con angelica voce, in sua favella:
+
+ “O anima cortese mantoana,
+ di cui la fama ancor nel mondo dura,
+ e durerà quanto ’l mondo lontana,
+
+ l’amico mio, e non de la ventura,
+ ne la diserta piaggia è impedito
+ sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
+
+ e temo che non sia già sì smarrito,
+ ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
+ per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
+
+ Or movi, e con la tua parola ornata
+ e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
+ l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.
+
+ I’ son Beatrice che ti faccio andare;
+ vegno del loco ove tornar disio;
+ amor mi mosse, che mi fa parlare.
+
+ Quando sarò dinanzi al segnor mio,
+ di te mi loderò sovente a lui”.
+ Tacette allora, e poi comincia’ io:
+
+ “O donna di virtù sola per cui
+ l’umana spezie eccede ogne contento
+ di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
+
+ tanto m’aggrada il tuo comandamento,
+ che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
+ più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
+
+ Ma dimmi la cagion che non ti guardi
+ de lo scender qua giuso in questo centro
+ de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
+
+ “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
+ dirotti brievemente”, mi rispuose,
+ “perch’ i’ non temo di venir qua entro.
+
+ Temer si dee di sole quelle cose
+ c’hanno potenza di fare altrui male;
+ de l’altre no, ché non son paurose.
+
+ I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
+ che la vostra miseria non mi tange,
+ né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
+
+ Donna è gentil nel ciel che si compiange
+ di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
+ sì che duro giudicio là sù frange.
+
+ Questa chiese Lucia in suo dimando
+ e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele
+ di te, e io a te lo raccomando—.
+
+ Lucia, nimica di ciascun crudele,
+ si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
+ che mi sedea con l’antica Rachele.
+
+ Disse:—Beatrice, loda di Dio vera,
+ ché non soccorri quei che t’amò tanto,
+ ch’uscì per te de la volgare schiera?
+
+ Non odi tu la pieta del suo pianto,
+ non vedi tu la morte che ’l combatte
+ su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—.
+
+ Al mondo non fur mai persone ratte
+ a far lor pro o a fuggir lor danno,
+ com’ io, dopo cotai parole fatte,
+
+ venni qua giù del mio beato scanno,
+ fidandomi del tuo parlare onesto,
+ ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
+
+ Poscia che m’ebbe ragionato questo,
+ li occhi lucenti lagrimando volse,
+ per che mi fece del venir più presto.
+
+ E venni a te così com’ ella volse:
+ d’inanzi a quella fiera ti levai
+ che del bel monte il corto andar ti tolse.
+
+ Dunque: che è? perché, perché restai,
+ perché tanta viltà nel core allette,
+ perché ardire e franchezza non hai,
+
+ poscia che tai tre donne benedette
+ curan di te ne la corte del cielo,
+ e ’l mio parlar tanto ben ti promette?».
+
+ Quali fioretti dal notturno gelo
+ chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
+ si drizzan tutti aperti in loro stelo,
+
+ tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
+ e tanto buono ardire al cor mi corse,
+ ch’i’ cominciai come persona franca:
+
+ «Oh pietosa colei che mi soccorse!
+ e te cortese ch’ubidisti tosto
+ a le vere parole che ti porse!
+
+ Tu m’hai con disiderio il cor disposto
+ sì al venir con le parole tue,
+ ch’i’ son tornato nel primo proposto.
+
+ Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
+ tu duca, tu segnore e tu maestro».
+ Così li dissi; e poi che mosso fue,
+
+ intrai per lo cammino alto e silvestro.
+
+
+
+ Inferno • Canto III
+
+
+ ‘Per me si va ne la città dolente,
+ per me si va ne l’etterno dolore,
+ per me si va tra la perduta gente.
+
+ Giustizia mosse il mio alto fattore;
+ fecemi la divina podestate,
+ la somma sapïenza e ’l primo amore.
+
+ Dinanzi a me non fuor cose create
+ se non etterne, e io etterno duro.
+ Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
+
+ Queste parole di colore oscuro
+ vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
+ per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
+
+ Ed elli a me, come persona accorta:
+ «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
+ ogne viltà convien che qui sia morta.
+
+ Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
+ che tu vedrai le genti dolorose
+ c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
+
+ E poi che la sua mano a la mia puose
+ con lieto volto, ond’ io mi confortai,
+ mi mise dentro a le segrete cose.
+
+ Quivi sospiri, pianti e alti guai
+ risonavan per l’aere sanza stelle,
+ per ch’io al cominciar ne lagrimai.
+
+ Diverse lingue, orribili favelle,
+ parole di dolore, accenti d’ira,
+ voci alte e fioche, e suon di man con elle
+
+ facevano un tumulto, il qual s’aggira
+ sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
+ come la rena quando turbo spira.
+
+ E io ch’avea d’error la testa cinta,
+ dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
+ e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
+
+ Ed elli a me: «Questo misero modo
+ tegnon l’anime triste di coloro
+ che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
+
+ Mischiate sono a quel cattivo coro
+ de li angeli che non furon ribelli
+ né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
+
+ Caccianli i ciel per non esser men belli,
+ né lo profondo inferno li riceve,
+ ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
+
+ E io: «Maestro, che è tanto greve
+ a lor che lamentar li fa sì forte?».
+ Rispuose: «Dicerolti molto breve.
+
+ Questi non hanno speranza di morte,
+ e la lor cieca vita è tanto bassa,
+ che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
+
+ Fama di loro il mondo esser non lassa;
+ misericordia e giustizia li sdegna:
+ non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
+
+ E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
+ che girando correva tanto ratta,
+ che d’ogne posa mi parea indegna;
+
+ e dietro le venìa sì lunga tratta
+ di gente, ch’i’ non averei creduto
+ che morte tanta n’avesse disfatta.
+
+ Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
+ vidi e conobbi l’ombra di colui
+ che fece per viltade il gran rifiuto.
+
+ Incontanente intesi e certo fui
+ che questa era la setta d’i cattivi,
+ a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
+
+ Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
+ erano ignudi e stimolati molto
+ da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
+
+ Elle rigavan lor di sangue il volto,
+ che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
+ da fastidiosi vermi era ricolto.
+
+ E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
+ vidi genti a la riva d’un gran fiume;
+ per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
+
+ ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
+ le fa di trapassar parer sì pronte,
+ com’ i’ discerno per lo fioco lume».
+
+ Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
+ quando noi fermerem li nostri passi
+ su la trista riviera d’Acheronte».
+
+ Allor con li occhi vergognosi e bassi,
+ temendo no ’l mio dir li fosse grave,
+ infino al fiume del parlar mi trassi.
+
+ Ed ecco verso noi venir per nave
+ un vecchio, bianco per antico pelo,
+ gridando: «Guai a voi, anime prave!
+
+ Non isperate mai veder lo cielo:
+ i’ vegno per menarvi a l’altra riva
+ ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
+
+ E tu che se’ costì, anima viva,
+ pàrtiti da cotesti che son morti».
+ Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
+
+ disse: «Per altra via, per altri porti
+ verrai a piaggia, non qui, per passare:
+ più lieve legno convien che ti porti».
+
+ E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
+ vuolsi così colà dove si puote
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+ Quinci fuor quete le lanose gote
+ al nocchier de la livida palude,
+ che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
+
+ Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
+ cangiar colore e dibattero i denti,
+ ratto che ’nteser le parole crude.
+
+ Bestemmiavano Dio e lor parenti,
+ l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
+ di lor semenza e di lor nascimenti.
+
+ Poi si ritrasser tutte quante insieme,
+ forte piangendo, a la riva malvagia
+ ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
+
+ Caron dimonio, con occhi di bragia
+ loro accennando, tutte le raccoglie;
+ batte col remo qualunque s’adagia.
+
+ Come d’autunno si levan le foglie
+ l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
+ vede a la terra tutte le sue spoglie,
+
+ similemente il mal seme d’Adamo
+ gittansi di quel lito ad una ad una,
+ per cenni come augel per suo richiamo.
+
+ Così sen vanno su per l’onda bruna,
+ e avanti che sien di là discese,
+ anche di qua nuova schiera s’auna.
+
+ «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
+ «quelli che muoion ne l’ira di Dio
+ tutti convegnon qui d’ogne paese;
+
+ e pronti sono a trapassar lo rio,
+ ché la divina giustizia li sprona,
+ sì che la tema si volve in disio.
+
+ Quinci non passa mai anima buona;
+ e però, se Caron di te si lagna,
+ ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
+
+ Finito questo, la buia campagna
+ tremò sì forte, che de lo spavento
+ la mente di sudore ancor mi bagna.
+
+ La terra lagrimosa diede vento,
+ che balenò una luce vermiglia
+ la qual mi vinse ciascun sentimento;
+
+ e caddi come l’uom cui sonno piglia.
+
+
+
+ Inferno • Canto IV
+
+
+ Ruppemi l’alto sonno ne la testa
+ un greve truono, sì ch’io mi riscossi
+ come persona ch’è per forza desta;
+
+ e l’occhio riposato intorno mossi,
+ dritto levato, e fiso riguardai
+ per conoscer lo loco dov’ io fossi.
+
+ Vero è che ’n su la proda mi trovai
+ de la valle d’abisso dolorosa
+ che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
+
+ Oscura e profonda era e nebulosa
+ tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
+ io non vi discernea alcuna cosa.
+
+ «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
+ cominciò il poeta tutto smorto.
+ «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
+
+ E io, che del color mi fui accorto,
+ dissi: «Come verrò, se tu paventi
+ che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
+
+ Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
+ che son qua giù, nel viso mi dipigne
+ quella pietà che tu per tema senti.
+
+ Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
+ Così si mise e così mi fé intrare
+ nel primo cerchio che l’abisso cigne.
+
+ Quivi, secondo che per ascoltare,
+ non avea pianto mai che di sospiri
+ che l’aura etterna facevan tremare;
+
+ ciò avvenia di duol sanza martìri,
+ ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
+ d’infanti e di femmine e di viri.
+
+ Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
+ che spiriti son questi che tu vedi?
+ Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
+
+ ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
+ non basta, perché non ebber battesmo,
+ ch’è porta de la fede che tu credi;
+
+ e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
+ non adorar debitamente a Dio:
+ e di questi cotai son io medesmo.
+
+ Per tai difetti, non per altro rio,
+ semo perduti, e sol di tanto offesi
+ che sanza speme vivemo in disio».
+
+ Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
+ però che gente di molto valore
+ conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
+
+ «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
+ comincia’ io per voler esser certo
+ di quella fede che vince ogne errore:
+
+ «uscicci mai alcuno, o per suo merto
+ o per altrui, che poi fosse beato?».
+ E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
+
+ rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
+ quando ci vidi venire un possente,
+ con segno di vittoria coronato.
+
+ Trasseci l’ombra del primo parente,
+ d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
+ di Moïsè legista e ubidente;
+
+ Abraàm patrïarca e Davìd re,
+ Israèl con lo padre e co’ suoi nati
+ e con Rachele, per cui tanto fé,
+
+ e altri molti, e feceli beati.
+ E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
+ spiriti umani non eran salvati».
+
+ Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
+ ma passavam la selva tuttavia,
+ la selva, dico, di spiriti spessi.
+
+ Non era lunga ancor la nostra via
+ di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
+ ch’emisperio di tenebre vincia.
+
+ Di lungi n’eravamo ancora un poco,
+ ma non sì ch’io non discernessi in parte
+ ch’orrevol gente possedea quel loco.
+
+ «O tu ch’onori scïenzïa e arte,
+ questi chi son c’hanno cotanta onranza,
+ che dal modo de li altri li diparte?».
+
+ E quelli a me: «L’onrata nominanza
+ che di lor suona sù ne la tua vita,
+ grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
+
+ Intanto voce fu per me udita:
+ «Onorate l’altissimo poeta;
+ l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
+
+ Poi che la voce fu restata e queta,
+ vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
+ sembianz’ avevan né trista né lieta.
+
+ Lo buon maestro cominciò a dire:
+ «Mira colui con quella spada in mano,
+ che vien dinanzi ai tre sì come sire:
+
+ quelli è Omero poeta sovrano;
+ l’altro è Orazio satiro che vene;
+ Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
+
+ Però che ciascun meco si convene
+ nel nome che sonò la voce sola,
+ fannomi onore, e di ciò fanno bene».
+
+ Così vid’ i’ adunar la bella scola
+ di quel segnor de l’altissimo canto
+ che sovra li altri com’ aquila vola.
+
+ Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
+ volsersi a me con salutevol cenno,
+ e ’l mio maestro sorrise di tanto;
+
+ e più d’onore ancora assai mi fenno,
+ ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
+ sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
+
+ Così andammo infino a la lumera,
+ parlando cose che ’l tacere è bello,
+ sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
+
+ Venimmo al piè d’un nobile castello,
+ sette volte cerchiato d’alte mura,
+ difeso intorno d’un bel fiumicello.
+
+ Questo passammo come terra dura;
+ per sette porte intrai con questi savi:
+ giugnemmo in prato di fresca verdura.
+
+ Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
+ di grande autorità ne’ lor sembianti:
+ parlavan rado, con voci soavi.
+
+ Traemmoci così da l’un de’ canti,
+ in loco aperto, luminoso e alto,
+ sì che veder si potien tutti quanti.
+
+ Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
+ mi fuor mostrati li spiriti magni,
+ che del vedere in me stesso m’essalto.
+
+ I’ vidi Eletra con molti compagni,
+ tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
+ Cesare armato con li occhi grifagni.
+
+ Vidi Cammilla e la Pantasilea;
+ da l’altra parte vidi ’l re Latino
+ che con Lavina sua figlia sedea.
+
+ Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
+ Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
+ e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
+
+ Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
+ vidi ’l maestro di color che sanno
+ seder tra filosofica famiglia.
+
+ Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
+ quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
+ che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
+
+ Democrito che ’l mondo a caso pone,
+ Dïogenès, Anassagora e Tale,
+ Empedoclès, Eraclito e Zenone;
+
+ e vidi il buono accoglitor del quale,
+ Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
+ Tulïo e Lino e Seneca morale;
+
+ Euclide geomètra e Tolomeo,
+ Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
+ Averoìs, che ’l gran comento feo.
+
+ Io non posso ritrar di tutti a pieno,
+ però che sì mi caccia il lungo tema,
+ che molte volte al fatto il dir vien meno.
+
+ La sesta compagnia in due si scema:
+ per altra via mi mena il savio duca,
+ fuor de la queta, ne l’aura che trema.
+
+ E vegno in parte ove non è che luca.
+
+
+
+ Inferno • Canto V
+
+
+ Così discesi del cerchio primaio
+ giù nel secondo, che men loco cinghia
+ e tanto più dolor, che punge a guaio.
+
+ Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
+ essamina le colpe ne l’intrata;
+ giudica e manda secondo ch’avvinghia.
+
+ Dico che quando l’anima mal nata
+ li vien dinanzi, tutta si confessa;
+ e quel conoscitor de le peccata
+
+ vede qual loco d’inferno è da essa;
+ cignesi con la coda tante volte
+ quantunque gradi vuol che giù sia messa.
+
+ Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
+ vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
+ dicono e odono e poi son giù volte.
+
+ «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
+ disse Minòs a me quando mi vide,
+ lasciando l’atto di cotanto offizio,
+
+ «guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
+ non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
+ E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
+
+ Non impedir lo suo fatale andare:
+ vuolsi così colà dove si puote
+ ciò che si vuole, e più non dimandare».
+
+ Or incomincian le dolenti note
+ a farmisi sentire; or son venuto
+ là dove molto pianto mi percuote.
+
+ Io venni in loco d’ogne luce muto,
+ che mugghia come fa mar per tempesta,
+ se da contrari venti è combattuto.
+
+ La bufera infernal, che mai non resta,
+ mena li spirti con la sua rapina;
+ voltando e percotendo li molesta.
+
+ Quando giungon davanti a la ruina,
+ quivi le strida, il compianto, il lamento;
+ bestemmian quivi la virtù divina.
+
+ Intesi ch’a così fatto tormento
+ enno dannati i peccator carnali,
+ che la ragion sommettono al talento.
+
+ E come li stornei ne portan l’ali
+ nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
+ così quel fiato li spiriti mali
+
+ di qua, di là, di giù, di sù li mena;
+ nulla speranza li conforta mai,
+ non che di posa, ma di minor pena.
+
+ E come i gru van cantando lor lai,
+ faccendo in aere di sé lunga riga,
+ così vid’ io venir, traendo guai,
+
+ ombre portate da la detta briga;
+ per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
+ genti che l’aura nera sì gastiga?».
+
+ «La prima di color di cui novelle
+ tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
+ «fu imperadrice di molte favelle.
+
+ A vizio di lussuria fu sì rotta,
+ che libito fé licito in sua legge,
+ per tòrre il biasmo in che era condotta.
+
+ Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
+ che succedette a Nino e fu sua sposa:
+ tenne la terra che ’l Soldan corregge.
+
+ L’altra è colei che s’ancise amorosa,
+ e ruppe fede al cener di Sicheo;
+ poi è Cleopatràs lussurïosa.
+
+ Elena vedi, per cui tanto reo
+ tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
+ che con amore al fine combatteo.
+
+ Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
+ ombre mostrommi e nominommi a dito,
+ ch’amor di nostra vita dipartille.
+
+ Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
+ nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
+ pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
+
+ I’ cominciai: «Poeta, volontieri
+ parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
+ e paion sì al vento esser leggeri».
+
+ Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
+ più presso a noi; e tu allor li priega
+ per quello amor che i mena, ed ei verranno».
+
+ Sì tosto come il vento a noi li piega,
+ mossi la voce: «O anime affannate,
+ venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
+
+ Quali colombe dal disio chiamate
+ con l’ali alzate e ferme al dolce nido
+ vegnon per l’aere, dal voler portate;
+
+ cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
+ a noi venendo per l’aere maligno,
+ sì forte fu l’affettüoso grido.
+
+ «O animal grazïoso e benigno
+ che visitando vai per l’aere perso
+ noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
+
+ se fosse amico il re de l’universo,
+ noi pregheremmo lui de la tua pace,
+ poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
+
+ Di quel che udire e che parlar vi piace,
+ noi udiremo e parleremo a voi,
+ mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
+
+ Siede la terra dove nata fui
+ su la marina dove ’l Po discende
+ per aver pace co’ seguaci sui.
+
+ Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
+ prese costui de la bella persona
+ che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
+
+ Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
+ mi prese del costui piacer sì forte,
+ che, come vedi, ancor non m’abbandona.
+
+ Amor condusse noi ad una morte.
+ Caina attende chi a vita ci spense».
+ Queste parole da lor ci fuor porte.
+
+ Quand’ io intesi quell’ anime offense,
+ china’ il viso, e tanto il tenni basso,
+ fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
+
+ Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
+ quanti dolci pensier, quanto disio
+ menò costoro al doloroso passo!».
+
+ Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
+ e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
+ a lagrimar mi fanno tristo e pio.
+
+ Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
+ a che e come concedette amore
+ che conosceste i dubbiosi disiri?».
+
+ E quella a me: «Nessun maggior dolore
+ che ricordarsi del tempo felice
+ ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
+
+ Ma s’a conoscer la prima radice
+ del nostro amor tu hai cotanto affetto,
+ dirò come colui che piange e dice.
+
+ Noi leggiavamo un giorno per diletto
+ di Lancialotto come amor lo strinse;
+ soli eravamo e sanza alcun sospetto.
+
+ Per più fïate li occhi ci sospinse
+ quella lettura, e scolorocci il viso;
+ ma solo un punto fu quel che ci vinse.
+
+ Quando leggemmo il disïato riso
+ esser basciato da cotanto amante,
+ questi, che mai da me non fia diviso,
+
+ la bocca mi basciò tutto tremante.
+ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
+ quel giorno più non vi leggemmo avante».
+
+ Mentre che l’uno spirto questo disse,
+ l’altro piangëa; sì che di pietade
+ io venni men così com’ io morisse.
+
+ E caddi come corpo morto cade.
+
+
+
+ Inferno • Canto VI
+
+
+ Al tornar de la mente, che si chiuse
+ dinanzi a la pietà d’i due cognati,
+ che di trestizia tutto mi confuse,
+
+ novi tormenti e novi tormentati
+ mi veggio intorno, come ch’io mi mova
+ e ch’io mi volga, e come che io guati.
+
+ Io sono al terzo cerchio, de la piova
+ etterna, maladetta, fredda e greve;
+ regola e qualità mai non l’è nova.
+
+ Grandine grossa, acqua tinta e neve
+ per l’aere tenebroso si riversa;
+ pute la terra che questo riceve.
+
+ Cerbero, fiera crudele e diversa,
+ con tre gole caninamente latra
+ sovra la gente che quivi è sommersa.
+
+ Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
+ e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
+ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
+
+ Urlar li fa la pioggia come cani;
+ de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
+ volgonsi spesso i miseri profani.
+
+ Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
+ le bocche aperse e mostrocci le sanne;
+ non avea membro che tenesse fermo.
+
+ E ’l duca mio distese le sue spanne,
+ prese la terra, e con piene le pugna
+ la gittò dentro a le bramose canne.
+
+ Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
+ e si racqueta poi che ’l pasto morde,
+ ché solo a divorarlo intende e pugna,
+
+ cotai si fecer quelle facce lorde
+ de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
+ l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
+
+ Noi passavam su per l’ombre che adona
+ la greve pioggia, e ponavam le piante
+ sovra lor vanità che par persona.
+
+ Elle giacean per terra tutte quante,
+ fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
+ ch’ella ci vide passarsi davante.
+
+ «O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
+ mi disse, «riconoscimi, se sai:
+ tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
+
+ E io a lui: «L’angoscia che tu hai
+ forse ti tira fuor de la mia mente,
+ sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
+
+ Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
+ loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
+ che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
+
+ Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
+ d’invidia sì che già trabocca il sacco,
+ seco mi tenne in la vita serena.
+
+ Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
+ per la dannosa colpa de la gola,
+ come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
+
+ E io anima trista non son sola,
+ ché tutte queste a simil pena stanno
+ per simil colpa». E più non fé parola.
+
+ Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
+ mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
+ ma dimmi, se tu sai, a che verranno
+
+ li cittadin de la città partita;
+ s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
+ per che l’ha tanta discordia assalita».
+
+ E quelli a me: «Dopo lunga tencione
+ verranno al sangue, e la parte selvaggia
+ caccerà l’altra con molta offensione.
+
+ Poi appresso convien che questa caggia
+ infra tre soli, e che l’altra sormonti
+ con la forza di tal che testé piaggia.
+
+ Alte terrà lungo tempo le fronti,
+ tenendo l’altra sotto gravi pesi,
+ come che di ciò pianga o che n’aonti.
+
+ Giusti son due, e non vi sono intesi;
+ superbia, invidia e avarizia sono
+ le tre faville c’hanno i cuori accesi».
+
+ Qui puose fine al lagrimabil suono.
+ E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
+ e che di più parlar mi facci dono.
+
+ Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
+ Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
+ e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
+
+ dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
+ ché gran disio mi stringe di savere
+ se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
+
+ E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
+ diverse colpe giù li grava al fondo:
+ se tanto scendi, là i potrai vedere.
+
+ Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
+ priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
+ più non ti dico e più non ti rispondo».
+
+ Li diritti occhi torse allora in biechi;
+ guardommi un poco e poi chinò la testa:
+ cadde con essa a par de li altri ciechi.
+
+ E ’l duca disse a me: «Più non si desta
+ di qua dal suon de l’angelica tromba,
+ quando verrà la nimica podesta:
+
+ ciascun rivederà la trista tomba,
+ ripiglierà sua carne e sua figura,
+ udirà quel ch’in etterno rimbomba».
+
+ Sì trapassammo per sozza mistura
+ de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
+ toccando un poco la vita futura;
+
+ per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
+ crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
+ o fier minori, o saran sì cocenti?».
+
+ Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
+ che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
+ più senta il bene, e così la doglienza.
+
+ Tutto che questa gente maladetta
+ in vera perfezion già mai non vada,
+ di là più che di qua essere aspetta».
+
+ Noi aggirammo a tondo quella strada,
+ parlando più assai ch’i’ non ridico;
+ venimmo al punto dove si digrada:
+
+ quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
+
+
+
+ Inferno • Canto VII
+
+
+ «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
+ cominciò Pluto con la voce chioccia;
+ e quel savio gentil, che tutto seppe,
+
+ disse per confortarmi: «Non ti noccia
+ la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
+ non ci torrà lo scender questa roccia».
+
+ Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
+ e disse: «Taci, maladetto lupo!
+ consuma dentro te con la tua rabbia.
+
+ Non è sanza cagion l’andare al cupo:
+ vuolsi ne l’alto, là dove Michele
+ fé la vendetta del superbo strupo».
+
+ Quali dal vento le gonfiate vele
+ caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
+ tal cadde a terra la fiera crudele.
+
+ Così scendemmo ne la quarta lacca,
+ pigliando più de la dolente ripa
+ che ’l mal de l’universo tutto insacca.
+
+ Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
+ nove travaglie e pene quant’ io viddi?
+ e perché nostra colpa sì ne scipa?
+
+ Come fa l’onda là sovra Cariddi,
+ che si frange con quella in cui s’intoppa,
+ così convien che qui la gente riddi.
+
+ Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
+ e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
+ voltando pesi per forza di poppa.
+
+ Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
+ si rivolgea ciascun, voltando a retro,
+ gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
+
+ Così tornavan per lo cerchio tetro
+ da ogne mano a l’opposito punto,
+ gridandosi anche loro ontoso metro;
+
+ poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
+ per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
+ E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
+
+ dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
+ che gente è questa, e se tutti fuor cherci
+ questi chercuti a la sinistra nostra».
+
+ Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
+ sì de la mente in la vita primaia,
+ che con misura nullo spendio ferci.
+
+ Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
+ quando vegnono a’ due punti del cerchio
+ dove colpa contraria li dispaia.
+
+ Questi fuor cherci, che non han coperchio
+ piloso al capo, e papi e cardinali,
+ in cui usa avarizia il suo soperchio».
+
+ E io: «Maestro, tra questi cotali
+ dovre’ io ben riconoscere alcuni
+ che furo immondi di cotesti mali».
+
+ Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
+ la sconoscente vita che i fé sozzi,
+ ad ogne conoscenza or li fa bruni.
+
+ In etterno verranno a li due cozzi:
+ questi resurgeranno del sepulcro
+ col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
+
+ Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
+ ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
+ qual ella sia, parole non ci appulcro.
+
+ Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
+ d’i ben che son commessi a la fortuna,
+ per che l’umana gente si rabbuffa;
+
+ ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
+ e che già fu, di quest’ anime stanche
+ non poterebbe farne posare una».
+
+ «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
+ questa fortuna di che tu mi tocche,
+ che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
+
+ E quelli a me: «Oh creature sciocche,
+ quanta ignoranza è quella che v’offende!
+ Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
+
+ Colui lo cui saver tutto trascende,
+ fece li cieli e diè lor chi conduce
+ sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
+
+ distribuendo igualmente la luce.
+ Similemente a li splendor mondani
+ ordinò general ministra e duce
+
+ che permutasse a tempo li ben vani
+ di gente in gente e d’uno in altro sangue,
+ oltre la difension d’i senni umani;
+
+ per ch’una gente impera e l’altra langue,
+ seguendo lo giudicio di costei,
+ che è occulto come in erba l’angue.
+
+ Vostro saver non ha contasto a lei:
+ questa provede, giudica, e persegue
+ suo regno come il loro li altri dèi.
+
+ Le sue permutazion non hanno triegue:
+ necessità la fa esser veloce;
+ sì spesso vien chi vicenda consegue.
+
+ Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
+ pur da color che le dovrien dar lode,
+ dandole biasmo a torto e mala voce;
+
+ ma ella s’è beata e ciò non ode:
+ con l’altre prime creature lieta
+ volve sua spera e beata si gode.
+
+ Or discendiamo omai a maggior pieta;
+ già ogne stella cade che saliva
+ quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
+
+ Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
+ sovr’ una fonte che bolle e riversa
+ per un fossato che da lei deriva.
+
+ L’acqua era buia assai più che persa;
+ e noi, in compagnia de l’onde bige,
+ intrammo giù per una via diversa.
+
+ In la palude va c’ha nome Stige
+ questo tristo ruscel, quand’ è disceso
+ al piè de le maligne piagge grige.
+
+ E io, che di mirare stava inteso,
+ vidi genti fangose in quel pantano,
+ ignude tutte, con sembiante offeso.
+
+ Queste si percotean non pur con mano,
+ ma con la testa e col petto e coi piedi,
+ troncandosi co’ denti a brano a brano.
+
+ Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
+ l’anime di color cui vinse l’ira;
+ e anche vo’ che tu per certo credi
+
+ che sotto l’acqua è gente che sospira,
+ e fanno pullular quest’ acqua al summo,
+ come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
+
+ Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
+ ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
+ portando dentro accidïoso fummo:
+
+ or ci attristiam ne la belletta negra”.
+ Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
+ ché dir nol posson con parola integra».
+
+ Così girammo de la lorda pozza
+ grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
+ con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
+
+ Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto VIII
+
+
+ Io dico, seguitando, ch’assai prima
+ che noi fossimo al piè de l’alta torre,
+ li occhi nostri n’andar suso a la cima
+
+ per due fiammette che i vedemmo porre,
+ e un’altra da lungi render cenno,
+ tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
+
+ E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
+ dissi: «Questo che dice? e che risponde
+ quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
+
+ Ed elli a me: «Su per le sucide onde
+ già scorgere puoi quello che s’aspetta,
+ se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
+
+ Corda non pinse mai da sé saetta
+ che sì corresse via per l’aere snella,
+ com’ io vidi una nave piccioletta
+
+ venir per l’acqua verso noi in quella,
+ sotto ’l governo d’un sol galeoto,
+ che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
+
+ «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
+ disse lo mio segnore, «a questa volta:
+ più non ci avrai che sol passando il loto».
+
+ Qual è colui che grande inganno ascolta
+ che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
+ fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
+
+ Lo duca mio discese ne la barca,
+ e poi mi fece intrare appresso lui;
+ e sol quand’ io fui dentro parve carca.
+
+ Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
+ segando se ne va l’antica prora
+ de l’acqua più che non suol con altrui.
+
+ Mentre noi corravam la morta gora,
+ dinanzi mi si fece un pien di fango,
+ e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
+
+ E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
+ ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
+ Rispuose: «Vedi che son un che piango».
+
+ E io a lui: «Con piangere e con lutto,
+ spirito maladetto, ti rimani;
+ ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
+
+ Allor distese al legno ambo le mani;
+ per che ’l maestro accorto lo sospinse,
+ dicendo: «Via costà con li altri cani!».
+
+ Lo collo poi con le braccia mi cinse;
+ basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
+ benedetta colei che ’n te s’incinse!
+
+ Quei fu al mondo persona orgogliosa;
+ bontà non è che sua memoria fregi:
+ così s’è l’ombra sua qui furïosa.
+
+ Quanti si tegnon or là sù gran regi
+ che qui staranno come porci in brago,
+ di sé lasciando orribili dispregi!».
+
+ E io: «Maestro, molto sarei vago
+ di vederlo attuffare in questa broda
+ prima che noi uscissimo del lago».
+
+ Ed elli a me: «Avante che la proda
+ ti si lasci veder, tu sarai sazio:
+ di tal disïo convien che tu goda».
+
+ Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
+ far di costui a le fangose genti,
+ che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
+
+ Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
+ e ’l fiorentino spirito bizzarro
+ in sé medesmo si volvea co’ denti.
+
+ Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
+ ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
+ per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
+
+ Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
+ s’appressa la città c’ha nome Dite,
+ coi gravi cittadin, col grande stuolo».
+
+ E io: «Maestro, già le sue meschite
+ là entro certe ne la valle cerno,
+ vermiglie come se di foco uscite
+
+ fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
+ ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
+ come tu vedi in questo basso inferno».
+
+ Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
+ che vallan quella terra sconsolata:
+ le mura mi parean che ferro fosse.
+
+ Non sanza prima far grande aggirata,
+ venimmo in parte dove il nocchier forte
+ «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
+
+ Io vidi più di mille in su le porte
+ da ciel piovuti, che stizzosamente
+ dicean: «Chi è costui che sanza morte
+
+ va per lo regno de la morta gente?».
+ E ’l savio mio maestro fece segno
+ di voler lor parlar segretamente.
+
+ Allor chiusero un poco il gran disdegno
+ e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
+ che sì ardito intrò per questo regno.
+
+ Sol si ritorni per la folle strada:
+ pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
+ che li ha’ iscorta sì buia contrada».
+
+ Pensa, lettor, se io mi sconfortai
+ nel suon de le parole maladette,
+ ché non credetti ritornarci mai.
+
+ «O caro duca mio, che più di sette
+ volte m’hai sicurtà renduta e tratto
+ d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
+
+ non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
+ e se ’l passar più oltre ci è negato,
+ ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
+
+ E quel segnor che lì m’avea menato,
+ mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
+ non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
+
+ Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
+ conforta e ciba di speranza buona,
+ ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
+
+ Così sen va, e quivi m’abbandona
+ lo dolce padre, e io rimagno in forse,
+ che sì e no nel capo mi tenciona.
+
+ Udir non potti quello ch’a lor porse;
+ ma ei non stette là con essi guari,
+ che ciascun dentro a pruova si ricorse.
+
+ Chiuser le porte que’ nostri avversari
+ nel petto al mio segnor, che fuor rimase
+ e rivolsesi a me con passi rari.
+
+ Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
+ d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
+ «Chi m’ha negate le dolenti case!».
+
+ E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
+ non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
+ qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
+
+ Questa lor tracotanza non è nova;
+ ché già l’usaro a men segreta porta,
+ la qual sanza serrame ancor si trova.
+
+ Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
+ e già di qua da lei discende l’erta,
+ passando per li cerchi sanza scorta,
+
+ tal che per lui ne fia la terra aperta».
+
+
+
+ Inferno • Canto IX
+
+
+ Quel color che viltà di fuor mi pinse
+ veggendo il duca mio tornare in volta,
+ più tosto dentro il suo novo ristrinse.
+
+ Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
+ ché l’occhio nol potea menare a lunga
+ per l’aere nero e per la nebbia folta.
+
+ «Pur a noi converrà vincer la punga»,
+ cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
+ Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
+
+ I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
+ lo cominciar con l’altro che poi venne,
+ che fur parole a le prime diverse;
+
+ ma nondimen paura il suo dir dienne,
+ perch’ io traeva la parola tronca
+ forse a peggior sentenzia che non tenne.
+
+ «In questo fondo de la trista conca
+ discende mai alcun del primo grado,
+ che sol per pena ha la speranza cionca?».
+
+ Questa question fec’ io; e quei «Di rado
+ incontra», mi rispuose, «che di noi
+ faccia il cammino alcun per qual io vado.
+
+ Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
+ congiurato da quella Eritón cruda
+ che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
+
+ Di poco era di me la carne nuda,
+ ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
+ per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
+
+ Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
+ e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
+ ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
+
+ Questa palude che ’l gran puzzo spira
+ cigne dintorno la città dolente,
+ u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
+
+ E altro disse, ma non l’ho a mente;
+ però che l’occhio m’avea tutto tratto
+ ver’ l’alta torre a la cima rovente,
+
+ dove in un punto furon dritte ratto
+ tre furïe infernal di sangue tinte,
+ che membra feminine avieno e atto,
+
+ e con idre verdissime eran cinte;
+ serpentelli e ceraste avien per crine,
+ onde le fiere tempie erano avvinte.
+
+ E quei, che ben conobbe le meschine
+ de la regina de l’etterno pianto,
+ «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
+
+ Quest’ è Megera dal sinistro canto;
+ quella che piange dal destro è Aletto;
+ Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
+
+ Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
+ battiensi a palme e gridavan sì alto,
+ ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
+
+ «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
+ dicevan tutte riguardando in giuso;
+ «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
+
+ «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
+ ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
+ nulla sarebbe di tornar mai suso».
+
+ Così disse ’l maestro; ed elli stessi
+ mi volse, e non si tenne a le mie mani,
+ che con le sue ancor non mi chiudessi.
+
+ O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
+ mirate la dottrina che s’asconde
+ sotto ’l velame de li versi strani.
+
+ E già venìa su per le torbide onde
+ un fracasso d’un suon, pien di spavento,
+ per cui tremavano amendue le sponde,
+
+ non altrimenti fatto che d’un vento
+ impetüoso per li avversi ardori,
+ che fier la selva e sanz’ alcun rattento
+
+ li rami schianta, abbatte e porta fori;
+ dinanzi polveroso va superbo,
+ e fa fuggir le fiere e li pastori.
+
+ Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
+ del viso su per quella schiuma antica
+ per indi ove quel fummo è più acerbo».
+
+ Come le rane innanzi a la nimica
+ biscia per l’acqua si dileguan tutte,
+ fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
+
+ vid’ io più di mille anime distrutte
+ fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
+ passava Stige con le piante asciutte.
+
+ Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
+ menando la sinistra innanzi spesso;
+ e sol di quell’ angoscia parea lasso.
+
+ Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
+ e volsimi al maestro; e quei fé segno
+ ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
+
+ Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
+ Venne a la porta e con una verghetta
+ l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
+
+ «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
+ cominciò elli in su l’orribil soglia,
+ «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
+
+ Perché recalcitrate a quella voglia
+ a cui non puote il fin mai esser mozzo,
+ e che più volte v’ha cresciuta doglia?
+
+ Che giova ne le fata dar di cozzo?
+ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
+ ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
+
+ Poi si rivolse per la strada lorda,
+ e non fé motto a noi, ma fé sembiante
+ d’omo cui altra cura stringa e morda
+
+ che quella di colui che li è davante;
+ e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
+ sicuri appresso le parole sante.
+
+ Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
+ e io, ch’avea di riguardar disio
+ la condizion che tal fortezza serra,
+
+ com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
+ e veggio ad ogne man grande campagna,
+ piena di duolo e di tormento rio.
+
+ Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
+ sì com’ a Pola, presso del Carnaro
+ ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
+
+ fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
+ così facevan quivi d’ogne parte,
+ salvo che ’l modo v’era più amaro;
+
+ ché tra li avelli fiamme erano sparte,
+ per le quali eran sì del tutto accesi,
+ che ferro più non chiede verun’ arte.
+
+ Tutti li lor coperchi eran sospesi,
+ e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
+ che ben parean di miseri e d’offesi.
+
+ E io: «Maestro, quai son quelle genti
+ che, seppellite dentro da quell’ arche,
+ si fan sentir coi sospiri dolenti?».
+
+ E quelli a me: «Qui son li eresïarche
+ con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
+ più che non credi son le tombe carche.
+
+ Simile qui con simile è sepolto,
+ e i monimenti son più e men caldi».
+ E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
+
+ passammo tra i martìri e li alti spaldi.
+
+
+
+ Inferno • Canto X
+
+
+ Ora sen va per un secreto calle,
+ tra ’l muro de la terra e li martìri,
+ lo mio maestro, e io dopo le spalle.
+
+ «O virtù somma, che per li empi giri
+ mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
+ parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
+
+ La gente che per li sepolcri giace
+ potrebbesi veder? già son levati
+ tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
+
+ E quelli a me: «Tutti saran serrati
+ quando di Iosafàt qui torneranno
+ coi corpi che là sù hanno lasciati.
+
+ Suo cimitero da questa parte hanno
+ con Epicuro tutti suoi seguaci,
+ che l’anima col corpo morta fanno.
+
+ Però a la dimanda che mi faci
+ quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
+ e al disio ancor che tu mi taci».
+
+ E io: «Buon duca, non tegno riposto
+ a te mio cuor se non per dicer poco,
+ e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
+
+ «O Tosco che per la città del foco
+ vivo ten vai così parlando onesto,
+ piacciati di restare in questo loco.
+
+ La tua loquela ti fa manifesto
+ di quella nobil patrïa natio,
+ a la qual forse fui troppo molesto».
+
+ Subitamente questo suono uscìo
+ d’una de l’arche; però m’accostai,
+ temendo, un poco più al duca mio.
+
+ Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
+ Vedi là Farinata che s’è dritto:
+ da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
+
+ Io avea già il mio viso nel suo fitto;
+ ed el s’ergea col petto e con la fronte
+ com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
+
+ E l’animose man del duca e pronte
+ mi pinser tra le sepulture a lui,
+ dicendo: «Le parole tue sien conte».
+
+ Com’ io al piè de la sua tomba fui,
+ guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
+ mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
+
+ Io ch’era d’ubidir disideroso,
+ non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
+ ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
+
+ poi disse: «Fieramente furo avversi
+ a me e a miei primi e a mia parte,
+ sì che per due fïate li dispersi».
+
+ «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
+ rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
+ ma i vostri non appreser ben quell’ arte».
+
+ Allor surse a la vista scoperchiata
+ un’ombra, lungo questa, infino al mento:
+ credo che s’era in ginocchie levata.
+
+ Dintorno mi guardò, come talento
+ avesse di veder s’altri era meco;
+ e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
+
+ piangendo disse: «Se per questo cieco
+ carcere vai per altezza d’ingegno,
+ mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
+
+ E io a lui: «Da me stesso non vegno:
+ colui ch’attende là, per qui mi mena
+ forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
+
+ Le sue parole e ’l modo de la pena
+ m’avean di costui già letto il nome;
+ però fu la risposta così piena.
+
+ Di sùbito drizzato gridò: «Come?
+ dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
+ non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
+
+ Quando s’accorse d’alcuna dimora
+ ch’io facëa dinanzi a la risposta,
+ supin ricadde e più non parve fora.
+
+ Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
+ restato m’era, non mutò aspetto,
+ né mosse collo, né piegò sua costa;
+
+ e sé continüando al primo detto,
+ «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
+ ciò mi tormenta più che questo letto.
+
+ Ma non cinquanta volte fia raccesa
+ la faccia de la donna che qui regge,
+ che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
+
+ E se tu mai nel dolce mondo regge,
+ dimmi: perché quel popolo è sì empio
+ incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
+
+ Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
+ che fece l’Arbia colorata in rosso,
+ tal orazion fa far nel nostro tempio».
+
+ Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
+ «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
+ sanza cagion con li altri sarei mosso.
+
+ Ma fu’ io solo, là dove sofferto
+ fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
+ colui che la difesi a viso aperto».
+
+ «Deh, se riposi mai vostra semenza»,
+ prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
+ che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
+
+ El par che voi veggiate, se ben odo,
+ dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
+ e nel presente tenete altro modo».
+
+ «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
+ le cose», disse, «che ne son lontano;
+ cotanto ancor ne splende il sommo duce.
+
+ Quando s’appressano o son, tutto è vano
+ nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
+ nulla sapem di vostro stato umano.
+
+ Però comprender puoi che tutta morta
+ fia nostra conoscenza da quel punto
+ che del futuro fia chiusa la porta».
+
+ Allor, come di mia colpa compunto,
+ dissi: «Or direte dunque a quel caduto
+ che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
+
+ e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
+ fate i saper che ’l fei perché pensava
+ già ne l’error che m’avete soluto».
+
+ E già ’l maestro mio mi richiamava;
+ per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
+ che mi dicesse chi con lu’ istava.
+
+ Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
+ qua dentro è ’l secondo Federico
+ e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
+
+ Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
+ poeta volsi i passi, ripensando
+ a quel parlar che mi parea nemico.
+
+ Elli si mosse; e poi, così andando,
+ mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
+ E io li sodisfeci al suo dimando.
+
+ «La mente tua conservi quel ch’udito
+ hai contra te», mi comandò quel saggio;
+ «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
+
+ «quando sarai dinanzi al dolce raggio
+ di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
+ da lei saprai di tua vita il vïaggio».
+
+ Appresso mosse a man sinistra il piede:
+ lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
+ per un sentier ch’a una valle fiede,
+
+ che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto XI
+
+
+ In su l’estremità d’un’alta ripa
+ che facevan gran pietre rotte in cerchio,
+ venimmo sopra più crudele stipa;
+
+ e quivi, per l’orribile soperchio
+ del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
+ ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
+
+ d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
+ che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
+ lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
+
+ «Lo nostro scender conviene esser tardo,
+ sì che s’ausi un poco in prima il senso
+ al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
+
+ Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
+ dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
+ perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
+
+ «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
+ cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
+ di grado in grado, come que’ che lassi.
+
+ Tutti son pien di spirti maladetti;
+ ma perché poi ti basti pur la vista,
+ intendi come e perché son costretti.
+
+ D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
+ ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
+ o con forza o con frode altrui contrista.
+
+ Ma perché frode è de l’uom proprio male,
+ più spiace a Dio; e però stan di sotto
+ li frodolenti, e più dolor li assale.
+
+ Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
+ ma perché si fa forza a tre persone,
+ in tre gironi è distinto e costrutto.
+
+ A Dio, a sé, al prossimo si pòne
+ far forza, dico in loro e in lor cose,
+ come udirai con aperta ragione.
+
+ Morte per forza e ferute dogliose
+ nel prossimo si danno, e nel suo avere
+ ruine, incendi e tollette dannose;
+
+ onde omicide e ciascun che mal fiere,
+ guastatori e predon, tutti tormenta
+ lo giron primo per diverse schiere.
+
+ Puote omo avere in sé man vïolenta
+ e ne’ suoi beni; e però nel secondo
+ giron convien che sanza pro si penta
+
+ qualunque priva sé del vostro mondo,
+ biscazza e fonde la sua facultade,
+ e piange là dov’ esser de’ giocondo.
+
+ Puossi far forza ne la deïtade,
+ col cor negando e bestemmiando quella,
+ e spregiando natura e sua bontade;
+
+ e però lo minor giron suggella
+ del segno suo e Soddoma e Caorsa
+ e chi, spregiando Dio col cor, favella.
+
+ La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
+ può l’omo usare in colui che ’n lui fida
+ e in quel che fidanza non imborsa.
+
+ Questo modo di retro par ch’incida
+ pur lo vinco d’amor che fa natura;
+ onde nel cerchio secondo s’annida
+
+ ipocresia, lusinghe e chi affattura,
+ falsità, ladroneccio e simonia,
+ ruffian, baratti e simile lordura.
+
+ Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
+ che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
+ di che la fede spezïal si cria;
+
+ onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
+ de l’universo in su che Dite siede,
+ qualunque trade in etterno è consunto».
+
+ E io: «Maestro, assai chiara procede
+ la tua ragione, e assai ben distingue
+ questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
+
+ Ma dimmi: quei de la palude pingue,
+ che mena il vento, e che batte la pioggia,
+ e che s’incontran con sì aspre lingue,
+
+ perché non dentro da la città roggia
+ sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
+ e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
+
+ Ed elli a me «Perché tanto delira»,
+ disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
+ o ver la mente dove altrove mira?
+
+ Non ti rimembra di quelle parole
+ con le quai la tua Etica pertratta
+ le tre disposizion che ’l ciel non vole,
+
+ incontenenza, malizia e la matta
+ bestialitade? e come incontenenza
+ men Dio offende e men biasimo accatta?
+
+ Se tu riguardi ben questa sentenza,
+ e rechiti a la mente chi son quelli
+ che sù di fuor sostegnon penitenza,
+
+ tu vedrai ben perché da questi felli
+ sien dipartiti, e perché men crucciata
+ la divina vendetta li martelli».
+
+ «O sol che sani ogne vista turbata,
+ tu mi contenti sì quando tu solvi,
+ che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
+
+ Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
+ diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
+ la divina bontade, e ’l groppo solvi».
+
+ «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
+ nota, non pure in una sola parte,
+ come natura lo suo corso prende
+
+ dal divino ’ntelletto e da sua arte;
+ e se tu ben la tua Fisica note,
+ tu troverai, non dopo molte carte,
+
+ che l’arte vostra quella, quanto pote,
+ segue, come ’l maestro fa ’l discente;
+ sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
+
+ Da queste due, se tu ti rechi a mente
+ lo Genesì dal principio, convene
+ prender sua vita e avanzar la gente;
+
+ e perché l’usuriere altra via tene,
+ per sé natura e per la sua seguace
+ dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
+
+ Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
+ ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
+ e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
+
+ e ’l balzo via là oltra si dismonta».
+
+
+
+ Inferno • Canto XII
+
+
+ Era lo loco ov’ a scender la riva
+ venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
+ tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
+
+ Qual è quella ruina che nel fianco
+ di qua da Trento l’Adice percosse,
+ o per tremoto o per sostegno manco,
+
+ che da cima del monte, onde si mosse,
+ al piano è sì la roccia discoscesa,
+ ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
+
+ cotal di quel burrato era la scesa;
+ e ’n su la punta de la rotta lacca
+ l’infamïa di Creti era distesa
+
+ che fu concetta ne la falsa vacca;
+ e quando vide noi, sé stesso morse,
+ sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
+
+ Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
+ tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
+ che sù nel mondo la morte ti porse?
+
+ Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
+ ammaestrato da la tua sorella,
+ ma vassi per veder le vostre pene».
+
+ Qual è quel toro che si slaccia in quella
+ c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
+ che gir non sa, ma qua e là saltella,
+
+ vid’ io lo Minotauro far cotale;
+ e quello accorto gridò: «Corri al varco;
+ mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
+
+ Così prendemmo via giù per lo scarco
+ di quelle pietre, che spesso moviensi
+ sotto i miei piedi per lo novo carco.
+
+ Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
+ forse a questa ruina, ch’è guardata
+ da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
+
+ Or vo’ che sappi che l’altra fïata
+ ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
+ questa roccia non era ancor cascata.
+
+ Ma certo poco pria, se ben discerno,
+ che venisse colui che la gran preda
+ levò a Dite del cerchio superno,
+
+ da tutte parti l’alta valle feda
+ tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
+ sentisse amor, per lo qual è chi creda
+
+ più volte il mondo in caòsso converso;
+ e in quel punto questa vecchia roccia,
+ qui e altrove, tal fece riverso.
+
+ Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
+ la riviera del sangue in la qual bolle
+ qual che per vïolenza in altrui noccia».
+
+ Oh cieca cupidigia e ira folle,
+ che sì ci sproni ne la vita corta,
+ e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
+
+ Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
+ come quella che tutto ’l piano abbraccia,
+ secondo ch’avea detto la mia scorta;
+
+ e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
+ corrien centauri, armati di saette,
+ come solien nel mondo andare a caccia.
+
+ Veggendoci calar, ciascun ristette,
+ e de la schiera tre si dipartiro
+ con archi e asticciuole prima elette;
+
+ e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
+ venite voi che scendete la costa?
+ Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
+
+ Lo mio maestro disse: «La risposta
+ farem noi a Chirón costà di presso:
+ mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
+
+ Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
+ che morì per la bella Deianira,
+ e fé di sé la vendetta elli stesso.
+
+ E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
+ è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
+ quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
+
+ Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
+ saettando qual anima si svelle
+ del sangue più che sua colpa sortille».
+
+ Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
+ Chirón prese uno strale, e con la cocca
+ fece la barba in dietro a le mascelle.
+
+ Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
+ disse a’ compagni: «Siete voi accorti
+ che quel di retro move ciò ch’el tocca?
+
+ Così non soglion far li piè d’i morti».
+ E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
+ dove le due nature son consorti,
+
+ rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
+ mostrar li mi convien la valle buia;
+ necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
+
+ Tal si partì da cantare alleluia
+ che mi commise quest’ officio novo:
+ non è ladron, né io anima fuia.
+
+ Ma per quella virtù per cu’ io movo
+ li passi miei per sì selvaggia strada,
+ danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
+
+ e che ne mostri là dove si guada,
+ e che porti costui in su la groppa,
+ ché non è spirto che per l’aere vada».
+
+ Chirón si volse in su la destra poppa,
+ e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
+ e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
+
+ Or ci movemmo con la scorta fida
+ lungo la proda del bollor vermiglio,
+ dove i bolliti facieno alte strida.
+
+ Io vidi gente sotto infino al ciglio;
+ e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
+ che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
+
+ Quivi si piangon li spietati danni;
+ quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
+ che fé Cicilia aver dolorosi anni.
+
+ E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
+ è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
+ è Opizzo da Esti, il qual per vero
+
+ fu spento dal figliastro sù nel mondo».
+ Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
+ «Questi ti sia or primo, e io secondo».
+
+ Poco più oltre il centauro s’affisse
+ sovr’ una gente che ’nfino a la gola
+ parea che di quel bulicame uscisse.
+
+ Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
+ dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
+ lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
+
+ Poi vidi gente che di fuor del rio
+ tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
+ e di costoro assai riconobb’ io.
+
+ Così a più a più si facea basso
+ quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
+ e quindi fu del fosso il nostro passo.
+
+ «Sì come tu da questa parte vedi
+ lo bulicame che sempre si scema»,
+ disse ’l centauro, «voglio che tu credi
+
+ che da quest’ altra a più a più giù prema
+ lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
+ ove la tirannia convien che gema.
+
+ La divina giustizia di qua punge
+ quell’ Attila che fu flagello in terra,
+ e Pirro e Sesto; e in etterno munge
+
+ le lagrime, che col bollor diserra,
+ a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
+ che fecero a le strade tanta guerra».
+
+ Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
+
+
+
+ Inferno • Canto XIII
+
+
+ Non era ancor di là Nesso arrivato,
+ quando noi ci mettemmo per un bosco
+ che da neun sentiero era segnato.
+
+ Non fronda verde, ma di color fosco;
+ non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
+ non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
+
+ Non han sì aspri sterpi né sì folti
+ quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
+ tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
+
+ Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
+ che cacciar de le Strofade i Troiani
+ con tristo annunzio di futuro danno.
+
+ Ali hanno late, e colli e visi umani,
+ piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
+ fanno lamenti in su li alberi strani.
+
+ E ’l buon maestro «Prima che più entre,
+ sappi che se’ nel secondo girone»,
+ mi cominciò a dire, «e sarai mentre
+
+ che tu verrai ne l’orribil sabbione.
+ Però riguarda ben; sì vederai
+ cose che torrien fede al mio sermone».
+
+ Io sentia d’ogne parte trarre guai
+ e non vedea persona che ’l facesse;
+ per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
+
+ Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
+ che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
+ da gente che per noi si nascondesse.
+
+ Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
+ qualche fraschetta d’una d’este piante,
+ li pensier c’hai si faran tutti monchi».
+
+ Allor porsi la mano un poco avante
+ e colsi un ramicel da un gran pruno;
+ e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
+
+ Da che fatto fu poi di sangue bruno,
+ ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
+ non hai tu spirto di pietade alcuno?
+
+ Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
+ ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
+ se state fossimo anime di serpi».
+
+ Come d’un stizzo verde ch’arso sia
+ da l’un de’ capi, che da l’altro geme
+ e cigola per vento che va via,
+
+ sì de la scheggia rotta usciva insieme
+ parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
+ cadere, e stetti come l’uom che teme.
+
+ «S’elli avesse potuto creder prima»,
+ rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
+ ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
+
+ non averebbe in te la man distesa;
+ ma la cosa incredibile mi fece
+ indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
+
+ Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
+ d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
+ nel mondo sù, dove tornar li lece».
+
+ E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
+ ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
+ perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
+
+ Io son colui che tenni ambo le chiavi
+ del cor di Federigo, e che le volsi,
+ serrando e diserrando, sì soavi,
+
+ che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
+ fede portai al glorïoso offizio,
+ tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
+
+ La meretrice che mai da l’ospizio
+ di Cesare non torse li occhi putti,
+ morte comune e de le corti vizio,
+
+ infiammò contra me li animi tutti;
+ e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
+ che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
+
+ L’animo mio, per disdegnoso gusto,
+ credendo col morir fuggir disdegno,
+ ingiusto fece me contra me giusto.
+
+ Per le nove radici d’esto legno
+ vi giuro che già mai non ruppi fede
+ al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
+
+ E se di voi alcun nel mondo riede,
+ conforti la memoria mia, che giace
+ ancor del colpo che ’nvidia le diede».
+
+ Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
+ disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
+ ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
+
+ Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
+ di quel che credi ch’a me satisfaccia;
+ ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
+
+ Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
+ liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
+ spirito incarcerato, ancor ti piaccia
+
+ di dirne come l’anima si lega
+ in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
+ s’alcuna mai di tai membra si spiega».
+
+ Allor soffiò il tronco forte, e poi
+ si convertì quel vento in cotal voce:
+ «Brievemente sarà risposto a voi.
+
+ Quando si parte l’anima feroce
+ dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
+ Minòs la manda a la settima foce.
+
+ Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
+ ma là dove fortuna la balestra,
+ quivi germoglia come gran di spelta.
+
+ Surge in vermena e in pianta silvestra:
+ l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
+ fanno dolore, e al dolor fenestra.
+
+ Come l’altre verrem per nostre spoglie,
+ ma non però ch’alcuna sen rivesta,
+ ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
+
+ Qui le strascineremo, e per la mesta
+ selva saranno i nostri corpi appesi,
+ ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
+
+ Noi eravamo ancora al tronco attesi,
+ credendo ch’altro ne volesse dire,
+ quando noi fummo d’un romor sorpresi,
+
+ similemente a colui che venire
+ sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
+ ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
+
+ Ed ecco due da la sinistra costa,
+ nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
+ che de la selva rompieno ogne rosta.
+
+ Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
+ E l’altro, cui pareva tardar troppo,
+ gridava: «Lano, sì non furo accorte
+
+ le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
+ E poi che forse li fallia la lena,
+ di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
+
+ Di rietro a loro era la selva piena
+ di nere cagne, bramose e correnti
+ come veltri ch’uscisser di catena.
+
+ In quel che s’appiattò miser li denti,
+ e quel dilaceraro a brano a brano;
+ poi sen portar quelle membra dolenti.
+
+ Presemi allor la mia scorta per mano,
+ e menommi al cespuglio che piangea
+ per le rotture sanguinenti in vano.
+
+ «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
+ che t’è giovato di me fare schermo?
+ che colpa ho io de la tua vita rea?».
+
+ Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
+ disse: «Chi fosti, che per tante punte
+ soffi con sangue doloroso sermo?».
+
+ Ed elli a noi: «O anime che giunte
+ siete a veder lo strazio disonesto
+ c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
+
+ raccoglietele al piè del tristo cesto.
+ I’ fui de la città che nel Batista
+ mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
+
+ sempre con l’arte sua la farà trista;
+ e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
+ rimane ancor di lui alcuna vista,
+
+ que’ cittadin che poi la rifondarno
+ sovra ’l cener che d’Attila rimase,
+ avrebber fatto lavorare indarno.
+
+ Io fei gibetto a me de le mie case».
+
+
+
+ Inferno • Canto XIV
+
+
+ Poi che la carità del natio loco
+ mi strinse, raunai le fronde sparte
+ e rende’le a colui, ch’era già fioco.
+
+ Indi venimmo al fine ove si parte
+ lo secondo giron dal terzo, e dove
+ si vede di giustizia orribil arte.
+
+ A ben manifestar le cose nove,
+ dico che arrivammo ad una landa
+ che dal suo letto ogne pianta rimove.
+
+ La dolorosa selva l’è ghirlanda
+ intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
+ quivi fermammo i passi a randa a randa.
+
+ Lo spazzo era una rena arida e spessa,
+ non d’altra foggia fatta che colei
+ che fu da’ piè di Caton già soppressa.
+
+ O vendetta di Dio, quanto tu dei
+ esser temuta da ciascun che legge
+ ciò che fu manifesto a li occhi mei!
+
+ D’anime nude vidi molte gregge
+ che piangean tutte assai miseramente,
+ e parea posta lor diversa legge.
+
+ Supin giacea in terra alcuna gente,
+ alcuna si sedea tutta raccolta,
+ e altra andava continüamente.
+
+ Quella che giva ’ntorno era più molta,
+ e quella men che giacëa al tormento,
+ ma più al duolo avea la lingua sciolta.
+
+ Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
+ piovean di foco dilatate falde,
+ come di neve in alpe sanza vento.
+
+ Quali Alessandro in quelle parti calde
+ d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
+ fiamme cadere infino a terra salde,
+
+ per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
+ con le sue schiere, acciò che lo vapore
+ mei si stingueva mentre ch’era solo:
+
+ tale scendeva l’etternale ardore;
+ onde la rena s’accendea, com’ esca
+ sotto focile, a doppiar lo dolore.
+
+ Sanza riposo mai era la tresca
+ de le misere mani, or quindi or quinci
+ escotendo da sé l’arsura fresca.
+
+ I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
+ tutte le cose, fuor che ’ demon duri
+ ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
+
+ chi è quel grande che non par che curi
+ lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
+ sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
+
+ E quel medesmo, che si fu accorto
+ ch’io domandava il mio duca di lui,
+ gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
+
+ Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
+ crucciato prese la folgore aguta
+ onde l’ultimo dì percosso fui;
+
+ o s’elli stanchi li altri a muta a muta
+ in Mongibello a la focina negra,
+ chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
+
+ sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
+ e me saetti con tutta sua forza:
+ non ne potrebbe aver vendetta allegra».
+
+ Allora il duca mio parlò di forza
+ tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
+ «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
+
+ la tua superbia, se’ tu più punito;
+ nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
+ sarebbe al tuo furor dolor compito».
+
+ Poi si rivolse a me con miglior labbia,
+ dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
+ ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
+
+ Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
+ ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
+ sono al suo petto assai debiti fregi.
+
+ Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
+ ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
+ ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
+
+ Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
+ fuor de la selva un picciol fiumicello,
+ lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
+
+ Quale del Bulicame esce ruscello
+ che parton poi tra lor le peccatrici,
+ tal per la rena giù sen giva quello.
+
+ Lo fondo suo e ambo le pendici
+ fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
+ per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
+
+ «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
+ poscia che noi intrammo per la porta
+ lo cui sogliare a nessuno è negato,
+
+ cosa non fu da li tuoi occhi scorta
+ notabile com’ è ’l presente rio,
+ che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
+
+ Queste parole fuor del duca mio;
+ per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
+ di cui largito m’avëa il disio.
+
+ «In mezzo mar siede un paese guasto»,
+ diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
+ sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
+
+ Una montagna v’è che già fu lieta
+ d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
+ or è diserta come cosa vieta.
+
+ Rëa la scelse già per cuna fida
+ del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
+ quando piangea, vi facea far le grida.
+
+ Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
+ che tien volte le spalle inver’ Dammiata
+ e Roma guarda come süo speglio.
+
+ La sua testa è di fin oro formata,
+ e puro argento son le braccia e ’l petto,
+ poi è di rame infino a la forcata;
+
+ da indi in giuso è tutto ferro eletto,
+ salvo che ’l destro piede è terra cotta;
+ e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
+
+ Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
+ d’una fessura che lagrime goccia,
+ le quali, accolte, fóran quella grotta.
+
+ Lor corso in questa valle si diroccia;
+ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
+ poi sen van giù per questa stretta doccia,
+
+ infin, là ove più non si dismonta,
+ fanno Cocito; e qual sia quello stagno
+ tu lo vedrai, però qui non si conta».
+
+ E io a lui: «Se ’l presente rigagno
+ si diriva così dal nostro mondo,
+ perché ci appar pur a questo vivagno?».
+
+ Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
+ e tutto che tu sie venuto molto,
+ pur a sinistra, giù calando al fondo,
+
+ non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
+ per che, se cosa n’apparisce nova,
+ non de’ addur maraviglia al tuo volto».
+
+ E io ancor: «Maestro, ove si trova
+ Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
+ e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
+
+ «In tutte tue question certo mi piaci»,
+ rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
+ dovea ben solver l’una che tu faci.
+
+ Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
+ là dove vanno l’anime a lavarsi
+ quando la colpa pentuta è rimossa».
+
+ Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
+ dal bosco; fa che di retro a me vegne:
+ li margini fan via, che non son arsi,
+
+ e sopra loro ogne vapor si spegne».
+
+
+
+ Inferno • Canto XV
+
+
+ Ora cen porta l’un de’ duri margini;
+ e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
+ sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
+
+ Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
+ temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
+ fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
+
+ e quali Padoan lungo la Brenta,
+ per difender lor ville e lor castelli,
+ anzi che Carentana il caldo senta:
+
+ a tale imagine eran fatti quelli,
+ tutto che né sì alti né sì grossi,
+ qual che si fosse, lo maestro félli.
+
+ Già eravam da la selva rimossi
+ tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
+ perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
+
+ quando incontrammo d’anime una schiera
+ che venian lungo l’argine, e ciascuna
+ ci riguardava come suol da sera
+
+ guardare uno altro sotto nuova luna;
+ e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
+ come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
+
+ Così adocchiato da cotal famiglia,
+ fui conosciuto da un, che mi prese
+ per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
+
+ E io, quando ’l suo braccio a me distese,
+ ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
+ sì che ’l viso abbrusciato non difese
+
+ la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
+ e chinando la mano a la sua faccia,
+ rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
+
+ E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
+ se Brunetto Latino un poco teco
+ ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
+
+ I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
+ e se volete che con voi m’asseggia,
+ faròl, se piace a costui che vo seco».
+
+ «O figliuol», disse, «qual di questa greggia
+ s’arresta punto, giace poi cent’ anni
+ sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
+
+ Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
+ e poi rigiugnerò la mia masnada,
+ che va piangendo i suoi etterni danni».
+
+ Io non osava scender de la strada
+ per andar par di lui; ma ’l capo chino
+ tenea com’ uom che reverente vada.
+
+ El cominciò: «Qual fortuna o destino
+ anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
+ e chi è questi che mostra ’l cammino?».
+
+ «Là sù di sopra, in la vita serena»,
+ rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
+ avanti che l’età mia fosse piena.
+
+ Pur ier mattina le volsi le spalle:
+ questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
+ e reducemi a ca per questo calle».
+
+ Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
+ non puoi fallire a glorïoso porto,
+ se ben m’accorsi ne la vita bella;
+
+ e s’io non fossi sì per tempo morto,
+ veggendo il cielo a te così benigno,
+ dato t’avrei a l’opera conforto.
+
+ Ma quello ingrato popolo maligno
+ che discese di Fiesole ab antico,
+ e tiene ancor del monte e del macigno,
+
+ ti si farà, per tuo ben far, nimico;
+ ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
+ si disconvien fruttare al dolce fico.
+
+ Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
+ gent’ è avara, invidiosa e superba:
+ dai lor costumi fa che tu ti forbi.
+
+ La tua fortuna tanto onor ti serba,
+ che l’una parte e l’altra avranno fame
+ di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
+
+ Faccian le bestie fiesolane strame
+ di lor medesme, e non tocchin la pianta,
+ s’alcuna surge ancora in lor letame,
+
+ in cui riviva la sementa santa
+ di que’ Roman che vi rimaser quando
+ fu fatto il nido di malizia tanta».
+
+ «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
+ rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
+ de l’umana natura posto in bando;
+
+ ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
+ la cara e buona imagine paterna
+ di voi quando nel mondo ad ora ad ora
+
+ m’insegnavate come l’uom s’etterna:
+ e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
+ convien che ne la mia lingua si scerna.
+
+ Ciò che narrate di mio corso scrivo,
+ e serbolo a chiosar con altro testo
+ a donna che saprà, s’a lei arrivo.
+
+ Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
+ pur che mia coscïenza non mi garra,
+ ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
+
+ Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
+ però giri Fortuna la sua rota
+ come le piace, e ’l villan la sua marra».
+
+ Lo mio maestro allora in su la gota
+ destra si volse in dietro e riguardommi;
+ poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
+
+ Né per tanto di men parlando vommi
+ con ser Brunetto, e dimando chi sono
+ li suoi compagni più noti e più sommi.
+
+ Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
+ de li altri fia laudabile tacerci,
+ ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
+
+ In somma sappi che tutti fur cherci
+ e litterati grandi e di gran fama,
+ d’un peccato medesmo al mondo lerci.
+
+ Priscian sen va con quella turba grama,
+ e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
+ s’avessi avuto di tal tigna brama,
+
+ colui potei che dal servo de’ servi
+ fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
+ dove lasciò li mal protesi nervi.
+
+ Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
+ più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
+ là surger nuovo fummo del sabbione.
+
+ Gente vien con la quale esser non deggio.
+ Sieti raccomandato il mio Tesoro,
+ nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
+
+ Poi si rivolse, e parve di coloro
+ che corrono a Verona il drappo verde
+ per la campagna; e parve di costoro
+
+ quelli che vince, non colui che perde.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVI
+
+
+ Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
+ de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
+ simile a quel che l’arnie fanno rombo,
+
+ quando tre ombre insieme si partiro,
+ correndo, d’una torma che passava
+ sotto la pioggia de l’aspro martiro.
+
+ Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
+ «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
+ esser alcun di nostra terra prava».
+
+ Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
+ ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
+ Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
+
+ A le lor grida il mio dottor s’attese;
+ volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
+ disse, «a costor si vuole esser cortese.
+
+ E se non fosse il foco che saetta
+ la natura del loco, i’ dicerei
+ che meglio stesse a te che a lor la fretta».
+
+ Ricominciar, come noi restammo, ei
+ l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
+ fenno una rota di sé tutti e trei.
+
+ Qual sogliono i campion far nudi e unti,
+ avvisando lor presa e lor vantaggio,
+ prima che sien tra lor battuti e punti,
+
+ così rotando, ciascuno il visaggio
+ drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
+ faceva ai piè continüo vïaggio.
+
+ E «Se miseria d’esto loco sollo
+ rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
+ cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,
+
+ la fama nostra il tuo animo pieghi
+ a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
+ così sicuro per lo ’nferno freghi.
+
+ Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
+ tutto che nudo e dipelato vada,
+ fu di grado maggior che tu non credi:
+
+ nepote fu de la buona Gualdrada;
+ Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
+ fece col senno assai e con la spada.
+
+ L’altro, ch’appresso me la rena trita,
+ è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
+ nel mondo sù dovria esser gradita.
+
+ E io, che posto son con loro in croce,
+ Iacopo Rusticucci fui, e certo
+ la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
+
+ S’i’ fossi stato dal foco coperto,
+ gittato mi sarei tra lor di sotto,
+ e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
+
+ ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
+ vinse paura la mia buona voglia
+ che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
+
+ Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
+ la vostra condizion dentro mi fisse,
+ tanta che tardi tutta si dispoglia,
+
+ tosto che questo mio segnor mi disse
+ parole per le quali i’ mi pensai
+ che qual voi siete, tal gente venisse.
+
+ Di vostra terra sono, e sempre mai
+ l’ovra di voi e li onorati nomi
+ con affezion ritrassi e ascoltai.
+
+ Lascio lo fele e vo per dolci pomi
+ promessi a me per lo verace duca;
+ ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
+
+ «Se lungamente l’anima conduca
+ le membra tue», rispuose quelli ancora,
+ «e se la fama tua dopo te luca,
+
+ cortesia e valor dì se dimora
+ ne la nostra città sì come suole,
+ o se del tutto se n’è gita fora;
+
+ ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
+ con noi per poco e va là coi compagni,
+ assai ne cruccia con le sue parole».
+
+ «La gente nuova e i sùbiti guadagni
+ orgoglio e dismisura han generata,
+ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
+
+ Così gridai con la faccia levata;
+ e i tre, che ciò inteser per risposta,
+ guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
+
+ «Se l’altre volte sì poco ti costa»,
+ rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
+ felice te se sì parli a tua posta!
+
+ Però, se campi d’esti luoghi bui
+ e torni a riveder le belle stelle,
+ quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
+
+ fa che di noi a la gente favelle».
+ Indi rupper la rota, e a fuggirsi
+ ali sembiar le gambe loro isnelle.
+
+ Un amen non saria possuto dirsi
+ tosto così com’ e’ fuoro spariti;
+ per ch’al maestro parve di partirsi.
+
+ Io lo seguiva, e poco eravam iti,
+ che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
+ che per parlar saremmo a pena uditi.
+
+ Come quel fiume c’ha proprio cammino
+ prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
+ da la sinistra costa d’Apennino,
+
+ che si chiama Acquacheta suso, avante
+ che si divalli giù nel basso letto,
+ e a Forlì di quel nome è vacante,
+
+ rimbomba là sovra San Benedetto
+ de l’Alpe per cadere ad una scesa
+ ove dovea per mille esser recetto;
+
+ così, giù d’una ripa discoscesa,
+ trovammo risonar quell’ acqua tinta,
+ sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
+
+ Io avea una corda intorno cinta,
+ e con essa pensai alcuna volta
+ prender la lonza a la pelle dipinta.
+
+ Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
+ sì come ’l duca m’avea comandato,
+ porsila a lui aggroppata e ravvolta.
+
+ Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
+ e alquanto di lunge da la sponda
+ la gittò giuso in quell’ alto burrato.
+
+ ‘E’ pur convien che novità risponda’,
+ dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
+ che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.
+
+ Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
+ presso a color che non veggion pur l’ovra,
+ ma per entro i pensier miran col senno!
+
+ El disse a me: «Tosto verrà di sovra
+ ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
+ tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
+
+ Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
+ de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
+ però che sanza colpa fa vergogna;
+
+ ma qui tacer nol posso; e per le note
+ di questa comedìa, lettor, ti giuro,
+ s’elle non sien di lunga grazia vòte,
+
+ ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
+ venir notando una figura in suso,
+ maravigliosa ad ogne cor sicuro,
+
+ sì come torna colui che va giuso
+ talora a solver l’àncora ch’aggrappa
+ o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
+
+ che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVII
+
+
+ «Ecco la fiera con la coda aguzza,
+ che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
+ Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
+
+ Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
+ e accennolle che venisse a proda,
+ vicino al fin d’i passeggiati marmi.
+
+ E quella sozza imagine di froda
+ sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
+ ma ’n su la riva non trasse la coda.
+
+ La faccia sua era faccia d’uom giusto,
+ tanto benigna avea di fuor la pelle,
+ e d’un serpente tutto l’altro fusto;
+
+ due branche avea pilose insin l’ascelle;
+ lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
+ dipinti avea di nodi e di rotelle.
+
+ Con più color, sommesse e sovraposte
+ non fer mai drappi Tartari né Turchi,
+ né fuor tai tele per Aragne imposte.
+
+ Come talvolta stanno a riva i burchi,
+ che parte sono in acqua e parte in terra,
+ e come là tra li Tedeschi lurchi
+
+ lo bivero s’assetta a far sua guerra,
+ così la fiera pessima si stava
+ su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
+
+ Nel vano tutta sua coda guizzava,
+ torcendo in sù la venenosa forca
+ ch’a guisa di scorpion la punta armava.
+
+ Lo duca disse: «Or convien che si torca
+ la nostra via un poco insino a quella
+ bestia malvagia che colà si corca».
+
+ Però scendemmo a la destra mammella,
+ e diece passi femmo in su lo stremo,
+ per ben cessar la rena e la fiammella.
+
+ E quando noi a lei venuti semo,
+ poco più oltre veggio in su la rena
+ gente seder propinqua al loco scemo.
+
+ Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
+ esperïenza d’esto giron porti»,
+ mi disse, «va, e vedi la lor mena.
+
+ Li tuoi ragionamenti sian là corti;
+ mentre che torni, parlerò con questa,
+ che ne conceda i suoi omeri forti».
+
+ Così ancor su per la strema testa
+ di quel settimo cerchio tutto solo
+ andai, dove sedea la gente mesta.
+
+ Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
+ di qua, di là soccorrien con le mani
+ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
+
+ non altrimenti fan di state i cani
+ or col ceffo or col piè, quando son morsi
+ o da pulci o da mosche o da tafani.
+
+ Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
+ ne’ quali ’l doloroso foco casca,
+ non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
+
+ che dal collo a ciascun pendea una tasca
+ ch’avea certo colore e certo segno,
+ e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
+
+ E com’ io riguardando tra lor vegno,
+ in una borsa gialla vidi azzurro
+ che d’un leone avea faccia e contegno.
+
+ Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
+ vidine un’altra come sangue rossa,
+ mostrando un’oca bianca più che burro.
+
+ E un che d’una scrofa azzurra e grossa
+ segnato avea lo suo sacchetto bianco,
+ mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
+
+ Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
+ sappi che ’l mio vicin Vitalïano
+ sederà qui dal mio sinistro fianco.
+
+ Con questi Fiorentin son padoano:
+ spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
+ gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
+
+ che recherà la tasca con tre becchi!”».
+ Qui distorse la bocca e di fuor trasse
+ la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
+
+ E io, temendo no ’l più star crucciasse
+ lui che di poco star m’avea ’mmonito,
+ torna’mi in dietro da l’anime lasse.
+
+ Trova’ il duca mio ch’era salito
+ già su la groppa del fiero animale,
+ e disse a me: «Or sie forte e ardito.
+
+ Omai si scende per sì fatte scale;
+ monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
+ sì che la coda non possa far male».
+
+ Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
+ de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
+ e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
+
+ tal divenn’ io a le parole porte;
+ ma vergogna mi fé le sue minacce,
+ che innanzi a buon segnor fa servo forte.
+
+ I’ m’assettai in su quelle spallacce;
+ sì volli dir, ma la voce non venne
+ com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
+
+ Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
+ ad altro forse, tosto ch’i’ montai
+ con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
+
+ e disse: «Gerïon, moviti omai:
+ le rote larghe, e lo scender sia poco;
+ pensa la nova soma che tu hai».
+
+ Come la navicella esce di loco
+ in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
+ e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
+
+ là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
+ e quella tesa, come anguilla, mosse,
+ e con le branche l’aere a sé raccolse.
+
+ Maggior paura non credo che fosse
+ quando Fetonte abbandonò li freni,
+ per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
+
+ né quando Icaro misero le reni
+ sentì spennar per la scaldata cera,
+ gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
+
+ che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
+ ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
+ ogne veduta fuor che de la fera.
+
+ Ella sen va notando lenta lenta;
+ rota e discende, ma non me n’accorgo
+ se non che al viso e di sotto mi venta.
+
+ Io sentia già da la man destra il gorgo
+ far sotto noi un orribile scroscio,
+ per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
+
+ Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
+ però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
+ ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
+
+ E vidi poi, ché nol vedea davanti,
+ lo scendere e ’l girar per li gran mali
+ che s’appressavan da diversi canti.
+
+ Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
+ che sanza veder logoro o uccello
+ fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
+
+ discende lasso onde si move isnello,
+ per cento rote, e da lunge si pone
+ dal suo maestro, disdegnoso e fello;
+
+ così ne puose al fondo Gerïone
+ al piè al piè de la stagliata rocca,
+ e, discarcate le nostre persone,
+
+ si dileguò come da corda cocca.
+
+
+
+ Inferno • Canto XVIII
+
+
+ Luogo è in inferno detto Malebolge,
+ tutto di pietra di color ferrigno,
+ come la cerchia che dintorno il volge.
+
+ Nel dritto mezzo del campo maligno
+ vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
+ di cui suo loco dicerò l’ordigno.
+
+ Quel cinghio che rimane adunque è tondo
+ tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
+ e ha distinto in dieci valli il fondo.
+
+ Quale, dove per guardia de le mura
+ più e più fossi cingon li castelli,
+ la parte dove son rende figura,
+
+ tale imagine quivi facean quelli;
+ e come a tai fortezze da’ lor sogli
+ a la ripa di fuor son ponticelli,
+
+ così da imo de la roccia scogli
+ movien che ricidien li argini e ’ fossi
+ infino al pozzo che i tronca e raccogli.
+
+ In questo luogo, de la schiena scossi
+ di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
+ tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
+
+ A la man destra vidi nova pieta,
+ novo tormento e novi frustatori,
+ di che la prima bolgia era repleta.
+
+ Nel fondo erano ignudi i peccatori;
+ dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
+ di là con noi, ma con passi maggiori,
+
+ come i Roman per l’essercito molto,
+ l’anno del giubileo, su per lo ponte
+ hanno a passar la gente modo colto,
+
+ che da l’un lato tutti hanno la fronte
+ verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
+ da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
+
+ Di qua, di là, su per lo sasso tetro
+ vidi demon cornuti con gran ferze,
+ che li battien crudelmente di retro.
+
+ Ahi come facean lor levar le berze
+ a le prime percosse! già nessuno
+ le seconde aspettava né le terze.
+
+ Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
+ furo scontrati; e io sì tosto dissi:
+ «Già di veder costui non son digiuno».
+
+ Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
+ e ’l dolce duca meco si ristette,
+ e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
+
+ E quel frustato celar si credette
+ bassando ’l viso; ma poco li valse,
+ ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
+
+ se le fazion che porti non son false,
+ Venedico se’ tu Caccianemico.
+ Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
+
+ Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;
+ ma sforzami la tua chiara favella,
+ che mi fa sovvenir del mondo antico.
+
+ I’ fui colui che la Ghisolabella
+ condussi a far la voglia del marchese,
+ come che suoni la sconcia novella.
+
+ E non pur io qui piango bolognese;
+ anzi n’è questo loco tanto pieno,
+ che tante lingue non son ora apprese
+
+ a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
+ e se di ciò vuoi fede o testimonio,
+ rècati a mente il nostro avaro seno».
+
+ Così parlando il percosse un demonio
+ de la sua scurïada, e disse: «Via,
+ ruffian! qui non son femmine da conio».
+
+ I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
+ poscia con pochi passi divenimmo
+ là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
+
+ Assai leggeramente quel salimmo;
+ e vòlti a destra su per la sua scheggia,
+ da quelle cerchie etterne ci partimmo.
+
+ Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
+ di sotto per dar passo a li sferzati,
+ lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
+
+ lo viso in te di quest’ altri mal nati,
+ ai quali ancor non vedesti la faccia
+ però che son con noi insieme andati».
+
+ Del vecchio ponte guardavam la traccia
+ che venìa verso noi da l’altra banda,
+ e che la ferza similmente scaccia.
+
+ E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
+ mi disse: «Guarda quel grande che vene,
+ e per dolor non par lagrime spanda:
+
+ quanto aspetto reale ancor ritene!
+ Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
+ li Colchi del monton privati féne.
+
+ Ello passò per l’isola di Lenno
+ poi che l’ardite femmine spietate
+ tutti li maschi loro a morte dienno.
+
+ Ivi con segni e con parole ornate
+ Isifile ingannò, la giovinetta
+ che prima avea tutte l’altre ingannate.
+
+ Lasciolla quivi, gravida, soletta;
+ tal colpa a tal martiro lui condanna;
+ e anche di Medea si fa vendetta.
+
+ Con lui sen va chi da tal parte inganna;
+ e questo basti de la prima valle
+ sapere e di color che ’n sé assanna».
+
+ Già eravam là ’ve lo stretto calle
+ con l’argine secondo s’incrocicchia,
+ e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
+
+ Quindi sentimmo gente che si nicchia
+ ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
+ e sé medesma con le palme picchia.
+
+ Le ripe eran grommate d’una muffa,
+ per l’alito di giù che vi s’appasta,
+ che con li occhi e col naso facea zuffa.
+
+ Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
+ loco a veder sanza montare al dosso
+ de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
+
+ Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
+ vidi gente attuffata in uno sterco
+ che da li uman privadi parea mosso.
+
+ E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
+ vidi un col capo sì di merda lordo,
+ che non parëa s’era laico o cherco.
+
+ Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
+ di riguardar più me che li altri brutti?».
+ E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
+
+ già t’ho veduto coi capelli asciutti,
+ e se’ Alessio Interminei da Lucca:
+ però t’adocchio più che li altri tutti».
+
+ Ed elli allor, battendosi la zucca:
+ «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
+ ond’ io non ebbi mai la lingua stucca».
+
+ Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
+ mi disse, «il viso un poco più avante,
+ sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
+
+ di quella sozza e scapigliata fante
+ che là si graffia con l’unghie merdose,
+ e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
+
+ Taïde è, la puttana che rispuose
+ al drudo suo quando disse “Ho io grazie
+ grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
+
+ E quinci sian le nostre viste sazie».
+
+
+
+ Inferno • Canto XIX
+
+
+ O Simon mago, o miseri seguaci
+ che le cose di Dio, che di bontate
+ deon essere spose, e voi rapaci
+
+ per oro e per argento avolterate,
+ or convien che per voi suoni la tromba,
+ però che ne la terza bolgia state.
+
+ Già eravamo, a la seguente tomba,
+ montati de lo scoglio in quella parte
+ ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
+
+ O somma sapïenza, quanta è l’arte
+ che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
+ e quanto giusto tua virtù comparte!
+
+ Io vidi per le coste e per lo fondo
+ piena la pietra livida di fóri,
+ d’un largo tutti e ciascun era tondo.
+
+ Non mi parean men ampi né maggiori
+ che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
+ fatti per loco d’i battezzatori;
+
+ l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
+ rupp’ io per un che dentro v’annegava:
+ e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni.
+
+ Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
+ d’un peccator li piedi e de le gambe
+ infino al grosso, e l’altro dentro stava.
+
+ Le piante erano a tutti accese intrambe;
+ per che sì forte guizzavan le giunte,
+ che spezzate averien ritorte e strambe.
+
+ Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
+ muoversi pur su per la strema buccia,
+ tal era lì dai calcagni a le punte.
+
+ «Chi è colui, maestro, che si cruccia
+ guizzando più che li altri suoi consorti»,
+ diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
+
+ Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
+ là giù per quella ripa che più giace,
+ da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
+
+ E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
+ tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
+ dal tuo volere, e sai quel che si tace».
+
+ Allor venimmo in su l’argine quarto;
+ volgemmo e discendemmo a mano stanca
+ là giù nel fondo foracchiato e arto.
+
+ Lo buon maestro ancor de la sua anca
+ non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
+ di quel che si piangeva con la zanca.
+
+ «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
+ anima trista come pal commessa»,
+ comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
+
+ Io stava come ’l frate che confessa
+ lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
+ richiama lui per che la morte cessa.
+
+ Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
+ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
+ Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
+
+ Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
+ per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
+ la bella donna, e poi di farne strazio?».
+
+ Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
+ per non intender ciò ch’è lor risposto,
+ quasi scornati, e risponder non sanno.
+
+ Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
+ “Non son colui, non son colui che credi”»;
+ e io rispuosi come a me fu imposto.
+
+ Per che lo spirto tutti storse i piedi;
+ poi, sospirando e con voce di pianto,
+ mi disse: «Dunque che a me richiedi?
+
+ Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
+ che tu abbi però la ripa corsa,
+ sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
+
+ e veramente fui figliuol de l’orsa,
+ cupido sì per avanzar li orsatti,
+ che sù l’avere e qui me misi in borsa.
+
+ Di sotto al capo mio son li altri tratti
+ che precedetter me simoneggiando,
+ per le fessure de la pietra piatti.
+
+ Là giù cascherò io altresì quando
+ verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
+ allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
+
+ Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
+ e ch’i’ son stato così sottosopra,
+ ch’el non starà piantato coi piè rossi:
+
+ ché dopo lui verrà di più laida opra,
+ di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
+ tal che convien che lui e me ricuopra.
+
+ Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
+ ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
+ suo re, così fia lui chi Francia regge».
+
+ Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
+ ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
+ «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
+
+ Nostro Segnore in prima da san Pietro
+ ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
+ Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
+
+ Né Pier né li altri tolsero a Matia
+ oro od argento, quando fu sortito
+ al loco che perdé l’anima ria.
+
+ Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
+ e guarda ben la mal tolta moneta
+ ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
+
+ E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
+ la reverenza de le somme chiavi
+ che tu tenesti ne la vita lieta,
+
+ io userei parole ancor più gravi;
+ ché la vostra avarizia il mondo attrista,
+ calcando i buoni e sollevando i pravi.
+
+ Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
+ quando colei che siede sopra l’acque
+ puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
+
+ quella che con le sette teste nacque,
+ e da le diece corna ebbe argomento,
+ fin che virtute al suo marito piacque.
+
+ Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
+ e che altro è da voi a l’idolatre,
+ se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
+
+ Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
+ non la tua conversion, ma quella dote
+ che da te prese il primo ricco patre!».
+
+ E mentr’ io li cantava cotai note,
+ o ira o coscïenza che ’l mordesse,
+ forte spingava con ambo le piote.
+
+ I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
+ con sì contenta labbia sempre attese
+ lo suon de le parole vere espresse.
+
+ Però con ambo le braccia mi prese;
+ e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
+ rimontò per la via onde discese.
+
+ Né si stancò d’avermi a sé distretto,
+ sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
+ che dal quarto al quinto argine è tragetto.
+
+ Quivi soavemente spuose il carco,
+ soave per lo scoglio sconcio ed erto
+ che sarebbe a le capre duro varco.
+
+ Indi un altro vallon mi fu scoperto.
+
+
+
+ Inferno • Canto XX
+
+
+ Di nova pena mi conven far versi
+ e dar matera al ventesimo canto
+ de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.
+
+ Io era già disposto tutto quanto
+ a riguardar ne lo scoperto fondo,
+ che si bagnava d’angoscioso pianto;
+
+ e vidi gente per lo vallon tondo
+ venir, tacendo e lagrimando, al passo
+ che fanno le letane in questo mondo.
+
+ Come ’l viso mi scese in lor più basso,
+ mirabilmente apparve esser travolto
+ ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
+
+ ché da le reni era tornato ’l volto,
+ e in dietro venir li convenia,
+ perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
+
+ Forse per forza già di parlasia
+ si travolse così alcun del tutto;
+ ma io nol vidi, né credo che sia.
+
+ Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
+ di tua lezione, or pensa per te stesso
+ com’ io potea tener lo viso asciutto,
+
+ quando la nostra imagine di presso
+ vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
+ le natiche bagnava per lo fesso.
+
+ Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
+ del duro scoglio, sì che la mia scorta
+ mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
+
+ Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
+ chi è più scellerato che colui
+ che al giudicio divin passion comporta?
+
+ Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
+ s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
+ per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
+
+ Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
+ E non restò di ruinare a valle
+ fino a Minòs che ciascheduno afferra.
+
+ Mira c’ha fatto petto de le spalle;
+ perché volle veder troppo davante,
+ di retro guarda e fa retroso calle.
+
+ Vedi Tiresia, che mutò sembiante
+ quando di maschio femmina divenne,
+ cangiandosi le membra tutte quante;
+
+ e prima, poi, ribatter li convenne
+ li duo serpenti avvolti, con la verga,
+ che rïavesse le maschili penne.
+
+ Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
+ che ne’ monti di Luni, dove ronca
+ lo Carrarese che di sotto alberga,
+
+ ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
+ per sua dimora; onde a guardar le stelle
+ e ’l mar non li era la veduta tronca.
+
+ E quella che ricuopre le mammelle,
+ che tu non vedi, con le trecce sciolte,
+ e ha di là ogne pilosa pelle,
+
+ Manto fu, che cercò per terre molte;
+ poscia si puose là dove nacqu’ io;
+ onde un poco mi piace che m’ascolte.
+
+ Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
+ e venne serva la città di Baco,
+ questa gran tempo per lo mondo gio.
+
+ Suso in Italia bella giace un laco,
+ a piè de l’Alpe che serra Lamagna
+ sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
+
+ Per mille fonti, credo, e più si bagna
+ tra Garda e Val Camonica e Pennino
+ de l’acqua che nel detto laco stagna.
+
+ Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
+ pastore e quel di Brescia e ’l veronese
+ segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
+
+ Siede Peschiera, bello e forte arnese
+ da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
+ ove la riva ’ntorno più discese.
+
+ Ivi convien che tutto quanto caschi
+ ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
+ e fassi fiume giù per verdi paschi.
+
+ Tosto che l’acqua a correr mette co,
+ non più Benaco, ma Mencio si chiama
+ fino a Governol, dove cade in Po.
+
+ Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
+ ne la qual si distende e la ’mpaluda;
+ e suol di state talor essere grama.
+
+ Quindi passando la vergine cruda
+ vide terra, nel mezzo del pantano,
+ sanza coltura e d’abitanti nuda.
+
+ Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
+ ristette con suoi servi a far sue arti,
+ e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
+
+ Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
+ s’accolsero a quel loco, ch’era forte
+ per lo pantan ch’avea da tutte parti.
+
+ Fer la città sovra quell’ ossa morte;
+ e per colei che ’l loco prima elesse,
+ Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
+
+ Già fuor le genti sue dentro più spesse,
+ prima che la mattia da Casalodi
+ da Pinamonte inganno ricevesse.
+
+ Però t’assenno che, se tu mai odi
+ originar la mia terra altrimenti,
+ la verità nulla menzogna frodi».
+
+ E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
+ mi son sì certi e prendon sì mia fede,
+ che li altri mi sarien carboni spenti.
+
+ Ma dimmi, de la gente che procede,
+ se tu ne vedi alcun degno di nota;
+ ché solo a ciò la mia mente rifiede».
+
+ Allor mi disse: «Quel che da la gota
+ porge la barba in su le spalle brune,
+ fu—quando Grecia fu di maschi vòta,
+
+ sì ch’a pena rimaser per le cune—
+ augure, e diede ’l punto con Calcanta
+ in Aulide a tagliar la prima fune.
+
+ Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
+ l’alta mia tragedìa in alcun loco:
+ ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
+
+ Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
+ Michele Scotto fu, che veramente
+ de le magiche frode seppe ’l gioco.
+
+ Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
+ ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
+ ora vorrebbe, ma tardi si pente.
+
+ Vedi le triste che lasciaron l’ago,
+ la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
+ fecer malie con erbe e con imago.
+
+ Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
+ d’amendue li emisperi e tocca l’onda
+ sotto Sobilia Caino e le spine;
+
+ e già iernotte fu la luna tonda:
+ ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
+ alcuna volta per la selva fonda».
+
+ Sì mi parlava, e andavamo introcque.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXI
+
+
+ Così di ponte in ponte, altro parlando
+ che la mia comedìa cantar non cura,
+ venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
+
+ restammo per veder l’altra fessura
+ di Malebolge e li altri pianti vani;
+ e vidila mirabilmente oscura.
+
+ Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
+ bolle l’inverno la tenace pece
+ a rimpalmare i legni lor non sani,
+
+ ché navicar non ponno—in quella vece
+ chi fa suo legno novo e chi ristoppa
+ le coste a quel che più vïaggi fece;
+
+ chi ribatte da proda e chi da poppa;
+ altri fa remi e altri volge sarte;
+ chi terzeruolo e artimon rintoppa—:
+
+ tal, non per foco ma per divin’ arte,
+ bollia là giuso una pegola spessa,
+ che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
+
+ I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
+ mai che le bolle che ’l bollor levava,
+ e gonfiar tutta, e riseder compressa.
+
+ Mentr’ io là giù fisamente mirava,
+ lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
+ mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
+
+ Allor mi volsi come l’uom cui tarda
+ di veder quel che li convien fuggire
+ e cui paura sùbita sgagliarda,
+
+ che, per veder, non indugia ’l partire:
+ e vidi dietro a noi un diavol nero
+ correndo su per lo scoglio venire.
+
+ Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
+ e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
+ con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
+
+ L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
+ carcava un peccator con ambo l’anche,
+ e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
+
+ Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
+ ecco un de li anzïan di Santa Zita!
+ Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
+
+ a quella terra, che n’è ben fornita:
+ ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
+ del no, per li denar, vi si fa ita».
+
+ Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
+ si volse; e mai non fu mastino sciolto
+ con tanta fretta a seguitar lo furo.
+
+ Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
+ ma i demon che del ponte avean coperchio,
+ gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
+
+ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
+ Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
+ non far sopra la pegola soverchio».
+
+ Poi l’addentar con più di cento raffi,
+ disser: «Coverto convien che qui balli,
+ sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
+
+ Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
+ fanno attuffare in mezzo la caldaia
+ la carne con li uncin, perché non galli.
+
+ Lo buon maestro «Acciò che non si paia
+ che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
+ dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
+
+ e per nulla offension che mi sia fatta,
+ non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
+ perch’ altra volta fui a tal baratta».
+
+ Poscia passò di là dal co del ponte;
+ e com’ el giunse in su la ripa sesta,
+ mestier li fu d’aver sicura fronte.
+
+ Con quel furore e con quella tempesta
+ ch’escono i cani a dosso al poverello
+ che di sùbito chiede ove s’arresta,
+
+ usciron quei di sotto al ponticello,
+ e volser contra lui tutt’ i runcigli;
+ ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
+
+ Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
+ traggasi avante l’un di voi che m’oda,
+ e poi d’arruncigliarmi si consigli».
+
+ Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
+ per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi—
+ e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
+
+ «Credi tu, Malacoda, qui vedermi
+ esser venuto», disse ’l mio maestro,
+ «sicuro già da tutti vostri schermi,
+
+ sanza voler divino e fato destro?
+ Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
+ ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
+
+ Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
+ ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
+ e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
+
+ E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
+ tra li scheggion del ponte quatto quatto,
+ sicuramente omai a me ti riedi».
+
+ Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
+ e i diavoli si fecer tutti avanti,
+ sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
+
+ così vid’ ïo già temer li fanti
+ ch’uscivan patteggiati di Caprona,
+ veggendo sé tra nemici cotanti.
+
+ I’ m’accostai con tutta la persona
+ lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
+ da la sembianza lor ch’era non buona.
+
+ Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
+ diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
+ E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
+
+ Ma quel demonio che tenea sermone
+ col duca mio, si volse tutto presto
+ e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
+
+ Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
+ iscoglio non si può, però che giace
+ tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
+
+ E se l’andare avante pur vi piace,
+ andatevene su per questa grotta;
+ presso è un altro scoglio che via face.
+
+ Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
+ mille dugento con sessanta sei
+ anni compié che qui la via fu rotta.
+
+ Io mando verso là di questi miei
+ a riguardar s’alcun se ne sciorina;
+ gite con lor, che non saranno rei».
+
+ «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
+ cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
+ e Barbariccia guidi la decina.
+
+ Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
+ Cirïatto sannuto e Graffiacane
+ e Farfarello e Rubicante pazzo.
+
+ Cercate ’ntorno le boglienti pane;
+ costor sian salvi infino a l’altro scheggio
+ che tutto intero va sovra le tane».
+
+ «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
+ diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
+ se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
+
+ Se tu se’ sì accorto come suoli,
+ non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
+ e con le ciglia ne minaccian duoli?».
+
+ Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
+ lasciali digrignar pur a lor senno,
+ ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
+
+ Per l’argine sinistro volta dienno;
+ ma prima avea ciascun la lingua stretta
+ coi denti, verso lor duca, per cenno;
+
+ ed elli avea del cul fatto trombetta.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXII
+
+
+ Io vidi già cavalier muover campo,
+ e cominciare stormo e far lor mostra,
+ e talvolta partir per loro scampo;
+
+ corridor vidi per la terra vostra,
+ o Aretini, e vidi gir gualdane,
+ fedir torneamenti e correr giostra;
+
+ quando con trombe, e quando con campane,
+ con tamburi e con cenni di castella,
+ e con cose nostrali e con istrane;
+
+ né già con sì diversa cennamella
+ cavalier vidi muover né pedoni,
+ né nave a segno di terra o di stella.
+
+ Noi andavam con li diece demoni.
+ Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
+ coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
+
+ Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
+ per veder de la bolgia ogne contegno
+ e de la gente ch’entro v’era incesa.
+
+ Come i dalfini, quando fanno segno
+ a’ marinar con l’arco de la schiena
+ che s’argomentin di campar lor legno,
+
+ talor così, ad alleggiar la pena,
+ mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
+ e nascondea in men che non balena.
+
+ E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
+ stanno i ranocchi pur col muso fuori,
+ sì che celano i piedi e l’altro grosso,
+
+ sì stavan d’ogne parte i peccatori;
+ ma come s’appressava Barbariccia,
+ così si ritraén sotto i bollori.
+
+ I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
+ uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
+ ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
+
+ e Graffiacan, che li era più di contra,
+ li arruncigliò le ’mpegolate chiome
+ e trassel sù, che mi parve una lontra.
+
+ I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
+ sì li notai quando fuorono eletti,
+ e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
+
+ «O Rubicante, fa che tu li metti
+ li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
+ gridavan tutti insieme i maladetti.
+
+ E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
+ che tu sappi chi è lo sciagurato
+ venuto a man de li avversari suoi».
+
+ Lo duca mio li s’accostò allato;
+ domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
+ «I’ fui del regno di Navarra nato.
+
+ Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
+ che m’avea generato d’un ribaldo,
+ distruggitor di sé e di sue cose.
+
+ Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
+ quivi mi misi a far baratteria,
+ di ch’io rendo ragione in questo caldo».
+
+ E Cirïatto, a cui di bocca uscia
+ d’ogne parte una sanna come a porco,
+ li fé sentir come l’una sdruscia.
+
+ Tra male gatte era venuto ’l sorco;
+ ma Barbariccia il chiuse con le braccia
+ e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
+
+ E al maestro mio volse la faccia;
+ «Domanda», disse, «ancor, se più disii
+ saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
+
+ Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
+ conosci tu alcun che sia latino
+ sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
+
+ poco è, da un che fu di là vicino.
+ Così foss’ io ancor con lui coperto,
+ ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
+
+ E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
+ disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
+ sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
+
+ Draghignazzo anco i volle dar di piglio
+ giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
+ si volse intorno intorno con mal piglio.
+
+ Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
+ a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
+ domandò ’l duca mio sanza dimoro:
+
+ «Chi fu colui da cui mala partita
+ di’ che facesti per venire a proda?».
+ Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
+
+ quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
+ ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
+ e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
+
+ Danar si tolse e lasciolli di piano,
+ sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
+ barattier fu non picciol, ma sovrano.
+
+ Usa con esso donno Michel Zanche
+ di Logodoro; e a dir di Sardigna
+ le lingue lor non si sentono stanche.
+
+ Omè, vedete l’altro che digrigna;
+ i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
+ non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
+
+ E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
+ che stralunava li occhi per fedire,
+ disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
+
+ «Se voi volete vedere o udire»,
+ ricominciò lo spaürato appresso,
+ «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
+
+ ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
+ sì ch’ei non teman de le lor vendette;
+ e io, seggendo in questo loco stesso,
+
+ per un ch’io son, ne farò venir sette
+ quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
+ di fare allor che fori alcun si mette».
+
+ Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
+ crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
+ ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
+
+ Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
+ rispuose: «Malizioso son io troppo,
+ quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
+
+ Alichin non si tenne e, di rintoppo
+ a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
+ io non ti verrò dietro di gualoppo,
+
+ ma batterò sovra la pece l’ali.
+ Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
+ a veder se tu sol più di noi vali».
+
+ O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
+ ciascun da l’altra costa li occhi volse,
+ quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
+
+ Lo Navarrese ben suo tempo colse;
+ fermò le piante a terra, e in un punto
+ saltò e dal proposto lor si sciolse.
+
+ Di che ciascun di colpa fu compunto,
+ ma quei più che cagion fu del difetto;
+ però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
+
+ Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
+ non potero avanzar; quelli andò sotto,
+ e quei drizzò volando suso il petto:
+
+ non altrimenti l’anitra di botto,
+ quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
+ ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
+
+ Irato Calcabrina de la buffa,
+ volando dietro li tenne, invaghito
+ che quei campasse per aver la zuffa;
+
+ e come ’l barattier fu disparito,
+ così volse li artigli al suo compagno,
+ e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
+
+ Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
+ ad artigliar ben lui, e amendue
+ cadder nel mezzo del bogliente stagno.
+
+ Lo caldo sghermitor sùbito fue;
+ ma però di levarsi era neente,
+ sì avieno inviscate l’ali sue.
+
+ Barbariccia, con li altri suoi dolente,
+ quattro ne fé volar da l’altra costa
+ con tutt’ i raffi, e assai prestamente
+
+ di qua, di là discesero a la posta;
+ porser li uncini verso li ’mpaniati,
+ ch’eran già cotti dentro da la crosta.
+
+ E noi lasciammo lor così ’mpacciati.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIII
+
+
+ Taciti, soli, sanza compagnia
+ n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
+ come frati minor vanno per via.
+
+ Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
+ lo mio pensier per la presente rissa,
+ dov’ el parlò de la rana e del topo;
+
+ ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
+ che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
+ principio e fine con la mente fissa.
+
+ E come l’un pensier de l’altro scoppia,
+ così nacque di quello un altro poi,
+ che la prima paura mi fé doppia.
+
+ Io pensava così: ‘Questi per noi
+ sono scherniti con danno e con beffa
+ sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
+
+ Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
+ ei ne verranno dietro più crudeli
+ che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
+
+ Già mi sentia tutti arricciar li peli
+ de la paura e stava in dietro intento,
+ quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
+
+ te e me tostamente, i’ ho pavento
+ d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
+ io li ’magino sì, che già li sento».
+
+ E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
+ l’imagine di fuor tua non trarrei
+ più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
+
+ Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
+ con simile atto e con simile faccia,
+ sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
+
+ S’elli è che sì la destra costa giaccia,
+ che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
+ noi fuggirem l’imaginata caccia».
+
+ Già non compié di tal consiglio rendere,
+ ch’io li vidi venir con l’ali tese
+ non molto lungi, per volerne prendere.
+
+ Lo duca mio di sùbito mi prese,
+ come la madre ch’al romore è desta
+ e vede presso a sé le fiamme accese,
+
+ che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
+ avendo più di lui che di sé cura,
+ tanto che solo una camiscia vesta;
+
+ e giù dal collo de la ripa dura
+ supin si diede a la pendente roccia,
+ che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
+
+ Non corse mai sì tosto acqua per doccia
+ a volger ruota di molin terragno,
+ quand’ ella più verso le pale approccia,
+
+ come ’l maestro mio per quel vivagno,
+ portandosene me sovra ’l suo petto,
+ come suo figlio, non come compagno.
+
+ A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
+ del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
+ sovresso noi; ma non lì era sospetto:
+
+ ché l’alta provedenza che lor volle
+ porre ministri de la fossa quinta,
+ poder di partirs’ indi a tutti tolle.
+
+ Là giù trovammo una gente dipinta
+ che giva intorno assai con lenti passi,
+ piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
+
+ Elli avean cappe con cappucci bassi
+ dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
+ che in Clugnì per li monaci fassi.
+
+ Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
+ ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
+ che Federigo le mettea di paglia.
+
+ Oh in etterno faticoso manto!
+ Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
+ con loro insieme, intenti al tristo pianto;
+
+ ma per lo peso quella gente stanca
+ venìa sì pian, che noi eravam nuovi
+ di compagnia ad ogne mover d’anca.
+
+ Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
+ alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
+ e li occhi, sì andando, intorno movi».
+
+ E un che ’ntese la parola tosca,
+ di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
+ voi che correte sì per l’aura fosca!
+
+ Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
+ Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
+ e poi secondo il suo passo procedi».
+
+ Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
+ de l’animo, col viso, d’esser meco;
+ ma tardavali ’l carco e la via stretta.
+
+ Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
+ mi rimiraron sanza far parola;
+ poi si volsero in sé, e dicean seco:
+
+ «Costui par vivo a l’atto de la gola;
+ e s’e’ son morti, per qual privilegio
+ vanno scoperti de la grave stola?».
+
+ Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
+ de l’ipocriti tristi se’ venuto,
+ dir chi tu se’ non avere in dispregio».
+
+ E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
+ sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
+ e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
+
+ Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
+ quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
+ e che pena è in voi che sì sfavilla?».
+
+ E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
+ son di piombo sì grosse, che li pesi
+ fan così cigolar le lor bilance.
+
+ Frati godenti fummo, e bolognesi;
+ io Catalano e questi Loderingo
+ nomati, e da tua terra insieme presi
+
+ come suole esser tolto un uom solingo,
+ per conservar sua pace; e fummo tali,
+ ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
+
+ Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;
+ ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
+ un, crucifisso in terra con tre pali.
+
+ Quando mi vide, tutto si distorse,
+ soffiando ne la barba con sospiri;
+ e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
+
+ mi disse: «Quel confitto che tu miri,
+ consigliò i Farisei che convenia
+ porre un uom per lo popolo a’ martìri.
+
+ Attraversato è, nudo, ne la via,
+ come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
+ qualunque passa, come pesa, pria.
+
+ E a tal modo il socero si stenta
+ in questa fossa, e li altri dal concilio
+ che fu per li Giudei mala sementa».
+
+ Allor vid’ io maravigliar Virgilio
+ sovra colui ch’era disteso in croce
+ tanto vilmente ne l’etterno essilio.
+
+ Poscia drizzò al frate cotal voce:
+ «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
+ s’a la man destra giace alcuna foce
+
+ onde noi amendue possiamo uscirci,
+ sanza costrigner de li angeli neri
+ che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
+
+ Rispuose adunque: «Più che tu non speri
+ s’appressa un sasso che da la gran cerchia
+ si move e varca tutt’ i vallon feri,
+
+ salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
+ montar potrete su per la ruina,
+ che giace in costa e nel fondo soperchia».
+
+ Lo duca stette un poco a testa china;
+ poi disse: «Mal contava la bisogna
+ colui che i peccator di qua uncina».
+
+ E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
+ del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
+ ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
+
+ Appresso il duca a gran passi sen gì,
+ turbato un poco d’ira nel sembiante;
+ ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
+
+ dietro a le poste de le care piante.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIV
+
+
+ In quella parte del giovanetto anno
+ che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
+ e già le notti al mezzo dì sen vanno,
+
+ quando la brina in su la terra assempra
+ l’imagine di sua sorella bianca,
+ ma poco dura a la sua penna tempra,
+
+ lo villanello a cui la roba manca,
+ si leva, e guarda, e vede la campagna
+ biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
+
+ ritorna in casa, e qua e là si lagna,
+ come ’l tapin che non sa che si faccia;
+ poi riede, e la speranza ringavagna,
+
+ veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
+ in poco d’ora, e prende suo vincastro
+ e fuor le pecorelle a pascer caccia.
+
+ Così mi fece sbigottir lo mastro
+ quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
+ e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
+
+ ché, come noi venimmo al guasto ponte,
+ lo duca a me si volse con quel piglio
+ dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
+
+ Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
+ eletto seco riguardando prima
+ ben la ruina, e diedemi di piglio.
+
+ E come quei ch’adopera ed estima,
+ che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
+ così, levando me sù ver’ la cima
+
+ d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
+ dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
+ ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
+
+ Non era via da vestito di cappa,
+ ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
+ potavam sù montar di chiappa in chiappa.
+
+ E se non fosse che da quel precinto
+ più che da l’altro era la costa corta,
+ non so di lui, ma io sarei ben vinto.
+
+ Ma perché Malebolge inver’ la porta
+ del bassissimo pozzo tutta pende,
+ lo sito di ciascuna valle porta
+
+ che l’una costa surge e l’altra scende;
+ noi pur venimmo al fine in su la punta
+ onde l’ultima pietra si scoscende.
+
+ La lena m’era del polmon sì munta
+ quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
+ anzi m’assisi ne la prima giunta.
+
+ «Omai convien che tu così ti spoltre»,
+ disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
+ in fama non si vien, né sotto coltre;
+
+ sanza la qual chi sua vita consuma,
+ cotal vestigio in terra di sé lascia,
+ qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
+
+ E però leva sù; vinci l’ambascia
+ con l’animo che vince ogne battaglia,
+ se col suo grave corpo non s’accascia.
+
+ Più lunga scala convien che si saglia;
+ non basta da costoro esser partito.
+ Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
+
+ Leva’mi allor, mostrandomi fornito
+ meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
+ e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
+
+ Su per lo scoglio prendemmo la via,
+ ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
+ ed erto più assai che quel di pria.
+
+ Parlando andava per non parer fievole;
+ onde una voce uscì de l’altro fosso,
+ a parole formar disconvenevole.
+
+ Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
+ fossi de l’arco già che varca quivi;
+ ma chi parlava ad ire parea mosso.
+
+ Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
+ non poteano ire al fondo per lo scuro;
+ per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
+
+ da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
+ ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
+ così giù veggio e neente affiguro».
+
+ «Altra risposta», disse, «non ti rendo
+ se non lo far; ché la dimanda onesta
+ si de’ seguir con l’opera tacendo».
+
+ Noi discendemmo il ponte da la testa
+ dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
+ e poi mi fu la bolgia manifesta:
+
+ e vidivi entro terribile stipa
+ di serpenti, e di sì diversa mena
+ che la memoria il sangue ancor mi scipa.
+
+ Più non si vanti Libia con sua rena;
+ ché se chelidri, iaculi e faree
+ produce, e cencri con anfisibena,
+
+ né tante pestilenzie né sì ree
+ mostrò già mai con tutta l’Etïopia
+ né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
+
+ Tra questa cruda e tristissima copia
+ corrëan genti nude e spaventate,
+ sanza sperar pertugio o elitropia:
+
+ con serpi le man dietro avean legate;
+ quelle ficcavan per le ren la coda
+ e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
+
+ Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
+ s’avventò un serpente che ’l trafisse
+ là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
+
+ Né O sì tosto mai né I si scrisse,
+ com’ el s’accese e arse, e cener tutto
+ convenne che cascando divenisse;
+
+ e poi che fu a terra sì distrutto,
+ la polver si raccolse per sé stessa
+ e ’n quel medesmo ritornò di butto.
+
+ Così per li gran savi si confessa
+ che la fenice more e poi rinasce,
+ quando al cinquecentesimo anno appressa;
+
+ erba né biado in sua vita non pasce,
+ ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
+ e nardo e mirra son l’ultime fasce.
+
+ E qual è quel che cade, e non sa como,
+ per forza di demon ch’a terra il tira,
+ o d’altra oppilazion che lega l’omo,
+
+ quando si leva, che ’ntorno si mira
+ tutto smarrito de la grande angoscia
+ ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
+
+ tal era ’l peccator levato poscia.
+ Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
+ che cotai colpi per vendetta croscia!
+
+ Lo duca il domandò poi chi ello era;
+ per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
+ poco tempo è, in questa gola fiera.
+
+ Vita bestial mi piacque e non umana,
+ sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
+ bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
+
+ E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
+ e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
+ ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
+
+ E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
+ ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
+ e di trista vergogna si dipinse;
+
+ poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
+ ne la miseria dove tu mi vedi,
+ che quando fui de l’altra vita tolto.
+
+ Io non posso negar quel che tu chiedi;
+ in giù son messo tanto perch’ io fui
+ ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
+
+ e falsamente già fu apposto altrui.
+ Ma perché di tal vista tu non godi,
+ se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
+
+ apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
+ Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
+ poi Fiorenza rinova gente e modi.
+
+ Tragge Marte vapor di Val di Magra
+ ch’è di torbidi nuvoli involuto;
+ e con tempesta impetüosa e agra
+
+ sovra Campo Picen fia combattuto;
+ ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
+ sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
+
+ E detto l’ho perché doler ti debbia!».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXV
+
+
+ Al fine de le sue parole il ladro
+ le mani alzò con amendue le fiche,
+ gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
+
+ Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
+ perch’ una li s’avvolse allora al collo,
+ come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
+
+ e un’altra a le braccia, e rilegollo,
+ ribadendo sé stessa sì dinanzi,
+ che non potea con esse dare un crollo.
+
+ Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
+ d’incenerarti sì che più non duri,
+ poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
+
+ Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
+ non vidi spirto in Dio tanto superbo,
+ non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
+
+ El si fuggì che non parlò più verbo;
+ e io vidi un centauro pien di rabbia
+ venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
+
+ Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
+ quante bisce elli avea su per la groppa
+ infin ove comincia nostra labbia.
+
+ Sovra le spalle, dietro da la coppa,
+ con l’ali aperte li giacea un draco;
+ e quello affuoca qualunque s’intoppa.
+
+ Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
+ che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
+ di sangue fece spesse volte laco.
+
+ Non va co’ suoi fratei per un cammino,
+ per lo furto che frodolente fece
+ del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
+
+ onde cessar le sue opere biece
+ sotto la mazza d’Ercule, che forse
+ gliene diè cento, e non sentì le diece».
+
+ Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
+ e tre spiriti venner sotto noi,
+ de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
+
+ se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
+ per che nostra novella si ristette,
+ e intendemmo pur ad essi poi.
+
+ Io non li conoscea; ma ei seguette,
+ come suol seguitar per alcun caso,
+ che l’un nomar un altro convenette,
+
+ dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
+ per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
+ mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
+
+ Se tu se’ or, lettore, a creder lento
+ ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
+ ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
+
+ Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
+ e un serpente con sei piè si lancia
+ dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
+
+ Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
+ e con li anterïor le braccia prese;
+ poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
+
+ li diretani a le cosce distese,
+ e miseli la coda tra ’mbedue
+ e dietro per le ren sù la ritese.
+
+ Ellera abbarbicata mai non fue
+ ad alber sì, come l’orribil fiera
+ per l’altrui membra avviticchiò le sue.
+
+ Poi s’appiccar, come di calda cera
+ fossero stati, e mischiar lor colore,
+ né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
+
+ come procede innanzi da l’ardore,
+ per lo papiro suso, un color bruno
+ che non è nero ancora e ’l bianco more.
+
+ Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
+ gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
+ Vedi che già non se’ né due né uno».
+
+ Già eran li due capi un divenuti,
+ quando n’apparver due figure miste
+ in una faccia, ov’ eran due perduti.
+
+ Fersi le braccia due di quattro liste;
+ le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
+ divenner membra che non fuor mai viste.
+
+ Ogne primaio aspetto ivi era casso:
+ due e nessun l’imagine perversa
+ parea; e tal sen gio con lento passo.
+
+ Come ’l ramarro sotto la gran fersa
+ dei dì canicular, cangiando sepe,
+ folgore par se la via attraversa,
+
+ sì pareva, venendo verso l’epe
+ de li altri due, un serpentello acceso,
+ livido e nero come gran di pepe;
+
+ e quella parte onde prima è preso
+ nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
+ poi cadde giuso innanzi lui disteso.
+
+ Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
+ anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
+ pur come sonno o febbre l’assalisse.
+
+ Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
+ l’un per la piaga e l’altro per la bocca
+ fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
+
+ Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
+ del misero Sabello e di Nasidio,
+ e attenda a udir quel ch’or si scocca.
+
+ Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
+ ché se quello in serpente e quella in fonte
+ converte poetando, io non lo ’nvidio;
+
+ ché due nature mai a fronte a fronte
+ non trasmutò sì ch’amendue le forme
+ a cambiar lor matera fosser pronte.
+
+ Insieme si rispuosero a tai norme,
+ che ’l serpente la coda in forca fesse,
+ e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
+
+ Le gambe con le cosce seco stesse
+ s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
+ non facea segno alcun che si paresse.
+
+ Togliea la coda fessa la figura
+ che si perdeva là, e la sua pelle
+ si facea molle, e quella di là dura.
+
+ Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
+ e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
+ tanto allungar quanto accorciavan quelle.
+
+ Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
+ diventaron lo membro che l’uom cela,
+ e ’l misero del suo n’avea due porti.
+
+ Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
+ di color novo, e genera ’l pel suso
+ per l’una parte e da l’altra il dipela,
+
+ l’un si levò e l’altro cadde giuso,
+ non torcendo però le lucerne empie,
+ sotto le quai ciascun cambiava muso.
+
+ Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
+ e di troppa matera ch’in là venne
+ uscir li orecchi de le gote scempie;
+
+ ciò che non corse in dietro e si ritenne
+ di quel soverchio, fé naso a la faccia
+ e le labbra ingrossò quanto convenne.
+
+ Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
+ e li orecchi ritira per la testa
+ come face le corna la lumaccia;
+
+ e la lingua, ch’avëa unita e presta
+ prima a parlar, si fende, e la forcuta
+ ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
+
+ L’anima ch’era fiera divenuta,
+ suffolando si fugge per la valle,
+ e l’altro dietro a lui parlando sputa.
+
+ Poscia li volse le novelle spalle,
+ e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
+ com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
+
+ Così vid’ io la settima zavorra
+ mutare e trasmutare; e qui mi scusi
+ la novità se fior la penna abborra.
+
+ E avvegna che li occhi miei confusi
+ fossero alquanto e l’animo smagato,
+ non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
+
+ ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
+ ed era quel che sol, di tre compagni
+ che venner prima, non era mutato;
+
+ l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVI
+
+
+ Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
+ che per mare e per terra batti l’ali,
+ e per lo ’nferno tuo nome si spande!
+
+ Tra li ladron trovai cinque cotali
+ tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
+ e tu in grande orranza non ne sali.
+
+ Ma se presso al mattin del ver si sogna,
+ tu sentirai, di qua da picciol tempo,
+ di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
+
+ E se già fosse, non saria per tempo.
+ Così foss’ ei, da che pur esser dee!
+ ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
+
+ Noi ci partimmo, e su per le scalee
+ che n’avea fatto iborni a scender pria,
+ rimontò ’l duca mio e trasse mee;
+
+ e proseguendo la solinga via,
+ tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
+ lo piè sanza la man non si spedia.
+
+ Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
+ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
+ e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
+
+ perché non corra che virtù nol guidi;
+ sì che, se stella bona o miglior cosa
+ m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
+
+ Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
+ nel tempo che colui che ’l mondo schiara
+ la faccia sua a noi tien meno ascosa,
+
+ come la mosca cede a la zanzara,
+ vede lucciole giù per la vallea,
+ forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
+
+ di tante fiamme tutta risplendea
+ l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
+ tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
+
+ E qual colui che si vengiò con li orsi
+ vide ’l carro d’Elia al dipartire,
+ quando i cavalli al cielo erti levorsi,
+
+ che nol potea sì con li occhi seguire,
+ ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
+ sì come nuvoletta, in sù salire:
+
+ tal si move ciascuna per la gola
+ del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
+ e ogne fiamma un peccatore invola.
+
+ Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
+ sì che s’io non avessi un ronchion preso,
+ caduto sarei giù sanz’ esser urto.
+
+ E ’l duca che mi vide tanto atteso,
+ disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
+ catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
+
+ «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
+ son io più certo; ma già m’era avviso
+ che così fosse, e già voleva dirti:
+
+ chi è ’n quel foco che vien sì diviso
+ di sopra, che par surger de la pira
+ dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
+
+ Rispuose a me: «Là dentro si martira
+ Ulisse e Dïomede, e così insieme
+ a la vendetta vanno come a l’ira;
+
+ e dentro da la lor fiamma si geme
+ l’agguato del caval che fé la porta
+ onde uscì de’ Romani il gentil seme.
+
+ Piangevisi entro l’arte per che, morta,
+ Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
+ e del Palladio pena vi si porta».
+
+ «S’ei posson dentro da quelle faville
+ parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
+ e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
+
+ che non mi facci de l’attender niego
+ fin che la fiamma cornuta qua vegna;
+ vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
+
+ Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
+ di molta loda, e io però l’accetto;
+ ma fa che la tua lingua si sostegna.
+
+ Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
+ ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
+ perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
+
+ Poi che la fiamma fu venuta quivi
+ dove parve al mio duca tempo e loco,
+ in questa forma lui parlare audivi:
+
+ «O voi che siete due dentro ad un foco,
+ s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
+ s’io meritai di voi assai o poco
+
+ quando nel mondo li alti versi scrissi,
+ non vi movete; ma l’un di voi dica
+ dove, per lui, perduto a morir gissi».
+
+ Lo maggior corno de la fiamma antica
+ cominciò a crollarsi mormorando,
+ pur come quella cui vento affatica;
+
+ indi la cima qua e là menando,
+ come fosse la lingua che parlasse,
+ gittò voce di fuori e disse: «Quando
+
+ mi diparti’ da Circe, che sottrasse
+ me più d’un anno là presso a Gaeta,
+ prima che sì Enëa la nomasse,
+
+ né dolcezza di figlio, né la pieta
+ del vecchio padre, né ’l debito amore
+ lo qual dovea Penelopè far lieta,
+
+ vincer potero dentro a me l’ardore
+ ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
+ e de li vizi umani e del valore;
+
+ ma misi me per l’alto mare aperto
+ sol con un legno e con quella compagna
+ picciola da la qual non fui diserto.
+
+ L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
+ fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
+ e l’altre che quel mare intorno bagna.
+
+ Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
+ quando venimmo a quella foce stretta
+ dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
+
+ acciò che l’uom più oltre non si metta;
+ da la man destra mi lasciai Sibilia,
+ da l’altra già m’avea lasciata Setta.
+
+ “O frati”, dissi “che per cento milia
+ perigli siete giunti a l’occidente,
+ a questa tanto picciola vigilia
+
+ d’i nostri sensi ch’è del rimanente
+ non vogliate negar l’esperïenza,
+ di retro al sol, del mondo sanza gente.
+
+ Considerate la vostra semenza:
+ fatti non foste a viver come bruti,
+ ma per seguir virtute e canoscenza”.
+
+ Li miei compagni fec’ io sì aguti,
+ con questa orazion picciola, al cammino,
+ che a pena poscia li avrei ritenuti;
+
+ e volta nostra poppa nel mattino,
+ de’ remi facemmo ali al folle volo,
+ sempre acquistando dal lato mancino.
+
+ Tutte le stelle già de l’altro polo
+ vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
+ che non surgëa fuor del marin suolo.
+
+ Cinque volte racceso e tante casso
+ lo lume era di sotto da la luna,
+ poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
+
+ quando n’apparve una montagna, bruna
+ per la distanza, e parvemi alta tanto
+ quanto veduta non avëa alcuna.
+
+ Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
+ ché de la nova terra un turbo nacque
+ e percosse del legno il primo canto.
+
+ Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
+ a la quarta levar la poppa in suso
+ e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
+
+ infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVII
+
+
+ Già era dritta in sù la fiamma e queta
+ per non dir più, e già da noi sen gia
+ con la licenza del dolce poeta,
+
+ quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
+ ne fece volger li occhi a la sua cima
+ per un confuso suon che fuor n’uscia.
+
+ Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
+ col pianto di colui, e ciò fu dritto,
+ che l’avea temperato con sua lima,
+
+ mugghiava con la voce de l’afflitto,
+ sì che, con tutto che fosse di rame,
+ pur el pareva dal dolor trafitto;
+
+ così, per non aver via né forame
+ dal principio nel foco, in suo linguaggio
+ si convertïan le parole grame.
+
+ Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
+ su per la punta, dandole quel guizzo
+ che dato avea la lingua in lor passaggio,
+
+ udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
+ la voce e che parlavi mo lombardo,
+ dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
+
+ perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
+ non t’incresca restare a parlar meco;
+ vedi che non incresce a me, e ardo!
+
+ Se tu pur mo in questo mondo cieco
+ caduto se’ di quella dolce terra
+ latina ond’ io mia colpa tutta reco,
+
+ dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
+ ch’io fui d’i monti là intra Orbino
+ e ’l giogo di che Tever si diserra».
+
+ Io era in giuso ancora attento e chino,
+ quando il mio duca mi tentò di costa,
+ dicendo: «Parla tu; questi è latino».
+
+ E io, ch’avea già pronta la risposta,
+ sanza indugio a parlare incominciai:
+ «O anima che se’ là giù nascosta,
+
+ Romagna tua non è, e non fu mai,
+ sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
+ ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
+
+ Ravenna sta come stata è molt’ anni:
+ l’aguglia da Polenta la si cova,
+ sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
+
+ La terra che fé già la lunga prova
+ e di Franceschi sanguinoso mucchio,
+ sotto le branche verdi si ritrova.
+
+ E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
+ che fecer di Montagna il mal governo,
+ là dove soglion fan d’i denti succhio.
+
+ Le città di Lamone e di Santerno
+ conduce il lïoncel dal nido bianco,
+ che muta parte da la state al verno.
+
+ E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
+ così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
+ tra tirannia si vive e stato franco.
+
+ Ora chi se’, ti priego che ne conte;
+ non esser duro più ch’altri sia stato,
+ se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
+
+ Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
+ al modo suo, l’aguta punta mosse
+ di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
+
+ «S’i’ credesse che mia risposta fosse
+ a persona che mai tornasse al mondo,
+ questa fiamma staria sanza più scosse;
+
+ ma però che già mai di questo fondo
+ non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
+ sanza tema d’infamia ti rispondo.
+
+ Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
+ credendomi, sì cinto, fare ammenda;
+ e certo il creder mio venìa intero,
+
+ se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
+ che mi rimise ne le prime colpe;
+ e come e quare, voglio che m’intenda.
+
+ Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
+ che la madre mi diè, l’opere mie
+ non furon leonine, ma di volpe.
+
+ Li accorgimenti e le coperte vie
+ io seppi tutte, e sì menai lor arte,
+ ch’al fine de la terra il suono uscie.
+
+ Quando mi vidi giunto in quella parte
+ di mia etade ove ciascun dovrebbe
+ calar le vele e raccoglier le sarte,
+
+ ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
+ e pentuto e confesso mi rendei;
+ ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
+
+ Lo principe d’i novi Farisei,
+ avendo guerra presso a Laterano,
+ e non con Saracin né con Giudei,
+
+ ché ciascun suo nimico era cristiano,
+ e nessun era stato a vincer Acri
+ né mercatante in terra di Soldano,
+
+ né sommo officio né ordini sacri
+ guardò in sé, né in me quel capestro
+ che solea fare i suoi cinti più macri.
+
+ Ma come Costantin chiese Silvestro
+ d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
+ così mi chiese questi per maestro
+
+ a guerir de la sua superba febbre;
+ domandommi consiglio, e io tacetti
+ perché le sue parole parver ebbre.
+
+ E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
+ finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
+ sì come Penestrino in terra getti.
+
+ Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
+ come tu sai; però son due le chiavi
+ che ’l mio antecessor non ebbe care”.
+
+ Allor mi pinser li argomenti gravi
+ là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
+ e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
+
+ di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
+ lunga promessa con l’attender corto
+ ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
+
+ Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
+ per me; ma un d’i neri cherubini
+ li disse: “Non portar: non mi far torto.
+
+ Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
+ perché diede ’l consiglio frodolente,
+ dal quale in qua stato li sono a’ crini;
+
+ ch’assolver non si può chi non si pente,
+ né pentere e volere insieme puossi
+ per la contradizion che nol consente”.
+
+ Oh me dolente! come mi riscossi
+ quando mi prese dicendomi: “Forse
+ tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
+
+ A Minòs mi portò; e quelli attorse
+ otto volte la coda al dosso duro;
+ e poi che per gran rabbia la si morse,
+
+ disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
+ per ch’io là dove vedi son perduto,
+ e sì vestito, andando, mi rancuro».
+
+ Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
+ la fiamma dolorando si partio,
+ torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
+
+ Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
+ su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
+ che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
+
+ a quei che scommettendo acquistan carco.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXVIII
+
+
+ Chi poria mai pur con parole sciolte
+ dicer del sangue e de le piaghe a pieno
+ ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
+
+ Ogne lingua per certo verria meno
+ per lo nostro sermone e per la mente
+ c’hanno a tanto comprender poco seno.
+
+ S’el s’aunasse ancor tutta la gente
+ che già, in su la fortunata terra
+ di Puglia, fu del suo sangue dolente
+
+ per li Troiani e per la lunga guerra
+ che de l’anella fé sì alte spoglie,
+ come Livïo scrive, che non erra,
+
+ con quella che sentio di colpi doglie
+ per contastare a Ruberto Guiscardo;
+ e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
+
+ a Ceperan, là dove fu bugiardo
+ ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
+ dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
+
+ e qual forato suo membro e qual mozzo
+ mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
+ il modo de la nona bolgia sozzo.
+
+ Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
+ com’ io vidi un, così non si pertugia,
+ rotto dal mento infin dove si trulla.
+
+ Tra le gambe pendevan le minugia;
+ la corata pareva e ’l tristo sacco
+ che merda fa di quel che si trangugia.
+
+ Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
+ guardommi e con le man s’aperse il petto,
+ dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
+
+ vedi come storpiato è Mäometto!
+ Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
+ fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
+
+ E tutti li altri che tu vedi qui,
+ seminator di scandalo e di scisma
+ fuor vivi, e però son fessi così.
+
+ Un diavolo è qua dietro che n’accisma
+ sì crudelmente, al taglio de la spada
+ rimettendo ciascun di questa risma,
+
+ quand’ avem volta la dolente strada;
+ però che le ferite son richiuse
+ prima ch’altri dinanzi li rivada.
+
+ Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
+ forse per indugiar d’ire a la pena
+ ch’è giudicata in su le tue accuse?».
+
+ «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
+ rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
+ ma per dar lui esperïenza piena,
+
+ a me, che morto son, convien menarlo
+ per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
+ e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
+
+ Più fuor di cento che, quando l’udiro,
+ s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
+ per maraviglia, oblïando il martiro.
+
+ «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
+ tu che forse vedra’ il sole in breve,
+ s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
+
+ sì di vivanda, che stretta di neve
+ non rechi la vittoria al Noarese,
+ ch’altrimenti acquistar non saria leve».
+
+ Poi che l’un piè per girsene sospese,
+ Mäometto mi disse esta parola;
+ indi a partirsi in terra lo distese.
+
+ Un altro, che forata avea la gola
+ e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
+ e non avea mai ch’una orecchia sola,
+
+ ristato a riguardar per maraviglia
+ con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
+ ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
+
+ e disse: «O tu cui colpa non condanna
+ e cu’ io vidi su in terra latina,
+ se troppa simiglianza non m’inganna,
+
+ rimembriti di Pier da Medicina,
+ se mai torni a veder lo dolce piano
+ che da Vercelli a Marcabò dichina.
+
+ E fa saper a’ due miglior da Fano,
+ a messer Guido e anco ad Angiolello,
+ che, se l’antiveder qui non è vano,
+
+ gittati saran fuor di lor vasello
+ e mazzerati presso a la Cattolica
+ per tradimento d’un tiranno fello.
+
+ Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
+ non vide mai sì gran fallo Nettuno,
+ non da pirate, non da gente argolica.
+
+ Quel traditor che vede pur con l’uno,
+ e tien la terra che tale qui meco
+ vorrebbe di vedere esser digiuno,
+
+ farà venirli a parlamento seco;
+ poi farà sì, ch’al vento di Focara
+ non sarà lor mestier voto né preco».
+
+ E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
+ se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
+ chi è colui da la veduta amara».
+
+ Allor puose la mano a la mascella
+ d’un suo compagno e la bocca li aperse,
+ gridando: «Questi è desso, e non favella.
+
+ Questi, scacciato, il dubitar sommerse
+ in Cesare, affermando che ’l fornito
+ sempre con danno l’attender sofferse».
+
+ Oh quanto mi pareva sbigottito
+ con la lingua tagliata ne la strozza
+ Curïo, ch’a dir fu così ardito!
+
+ E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
+ levando i moncherin per l’aura fosca,
+ sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
+
+ gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
+ che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
+ che fu mal seme per la gente tosca».
+
+ E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
+ per ch’elli, accumulando duol con duolo,
+ sen gio come persona trista e matta.
+
+ Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
+ e vidi cosa ch’io avrei paura,
+ sanza più prova, di contarla solo;
+
+ se non che coscïenza m’assicura,
+ la buona compagnia che l’uom francheggia
+ sotto l’asbergo del sentirsi pura.
+
+ Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
+ un busto sanza capo andar sì come
+ andavan li altri de la trista greggia;
+
+ e ’l capo tronco tenea per le chiome,
+ pesol con mano a guisa di lanterna:
+ e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
+
+ Di sé facea a sé stesso lucerna,
+ ed eran due in uno e uno in due;
+ com’ esser può, quei sa che sì governa.
+
+ Quando diritto al piè del ponte fue,
+ levò ’l braccio alto con tutta la testa
+ per appressarne le parole sue,
+
+ che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
+ tu che, spirando, vai veggendo i morti:
+ vedi s’alcuna è grande come questa.
+
+ E perché tu di me novella porti,
+ sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
+ che diedi al re giovane i ma’ conforti.
+
+ Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
+ Achitofèl non fé più d’Absalone
+ e di Davìd coi malvagi punzelli.
+
+ Perch’ io parti’ così giunte persone,
+ partito porto il mio cerebro, lasso!,
+ dal suo principio ch’è in questo troncone.
+
+ Così s’osserva in me lo contrapasso».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXIX
+
+
+ La molta gente e le diverse piaghe
+ avean le luci mie sì inebrïate,
+ che de lo stare a piangere eran vaghe.
+
+ Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
+ perché la vista tua pur si soffolge
+ là giù tra l’ombre triste smozzicate?
+
+ Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
+ pensa, se tu annoverar le credi,
+ che miglia ventidue la valle volge.
+
+ E già la luna è sotto i nostri piedi;
+ lo tempo è poco omai che n’è concesso,
+ e altro è da veder che tu non vedi».
+
+ «Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
+ «atteso a la cagion per ch’io guardava,
+ forse m’avresti ancor lo star dimesso».
+
+ Parte sen giva, e io retro li andava,
+ lo duca, già faccendo la risposta,
+ e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
+
+ dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
+ credo ch’un spirto del mio sangue pianga
+ la colpa che là giù cotanto costa».
+
+ Allor disse ’l maestro: «Non si franga
+ lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
+ Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
+
+ ch’io vidi lui a piè del ponticello
+ mostrarti e minacciar forte col dito,
+ e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
+
+ Tu eri allor sì del tutto impedito
+ sovra colui che già tenne Altaforte,
+ che non guardasti in là, sì fu partito».
+
+ «O duca mio, la vïolenta morte
+ che non li è vendicata ancor», diss’ io,
+ «per alcun che de l’onta sia consorte,
+
+ fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
+ sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
+ e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
+
+ Così parlammo infino al loco primo
+ che de lo scoglio l’altra valle mostra,
+ se più lume vi fosse, tutto ad imo.
+
+ Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
+ di Malebolge, sì che i suoi conversi
+ potean parere a la veduta nostra,
+
+ lamenti saettaron me diversi,
+ che di pietà ferrati avean li strali;
+ ond’ io li orecchi con le man copersi.
+
+ Qual dolor fora, se de li spedali
+ di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
+ e di Maremma e di Sardigna i mali
+
+ fossero in una fossa tutti ’nsembre,
+ tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
+ qual suol venir de le marcite membre.
+
+ Noi discendemmo in su l’ultima riva
+ del lungo scoglio, pur da man sinistra;
+ e allor fu la mia vista più viva
+
+ giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
+ de l’alto Sire infallibil giustizia
+ punisce i falsador che qui registra.
+
+ Non credo ch’a veder maggior tristizia
+ fosse in Egina il popol tutto infermo,
+ quando fu l’aere sì pien di malizia,
+
+ che li animali, infino al picciol vermo,
+ cascaron tutti, e poi le genti antiche,
+ secondo che i poeti hanno per fermo,
+
+ si ristorar di seme di formiche;
+ ch’era a veder per quella oscura valle
+ languir li spirti per diverse biche.
+
+ Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
+ l’un de l’altro giacea, e qual carpone
+ si trasmutava per lo tristo calle.
+
+ Passo passo andavam sanza sermone,
+ guardando e ascoltando li ammalati,
+ che non potean levar le lor persone.
+
+ Io vidi due sedere a sé poggiati,
+ com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
+ dal capo al piè di schianze macolati;
+
+ e non vidi già mai menare stregghia
+ a ragazzo aspettato dal segnorso,
+ né a colui che mal volontier vegghia,
+
+ come ciascun menava spesso il morso
+ de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
+ del pizzicor, che non ha più soccorso;
+
+ e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
+ come coltel di scardova le scaglie
+ o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
+
+ «O tu che con le dita ti dismaglie»,
+ cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
+ «e che fai d’esse talvolta tanaglie,
+
+ dinne s’alcun Latino è tra costoro
+ che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
+ etternalmente a cotesto lavoro».
+
+ «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
+ qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
+ «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
+
+ E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
+ con questo vivo giù di balzo in balzo,
+ e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
+
+ Allor si ruppe lo comun rincalzo;
+ e tremando ciascuno a me si volse
+ con altri che l’udiron di rimbalzo.
+
+ Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
+ dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
+ e io incominciai, poscia ch’ei volse:
+
+ «Se la vostra memoria non s’imboli
+ nel primo mondo da l’umane menti,
+ ma s’ella viva sotto molti soli,
+
+ ditemi chi voi siete e di che genti;
+ la vostra sconcia e fastidiosa pena
+ di palesarvi a me non vi spaventi».
+
+ «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
+ rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
+ ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
+
+ Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
+ “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
+ e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
+
+ volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
+ perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
+ ardere a tal che l’avea per figliuolo.
+
+ Ma ne l’ultima bolgia de le diece
+ me per l’alchìmia che nel mondo usai
+ dannò Minòs, a cui fallar non lece».
+
+ E io dissi al poeta: «Or fu già mai
+ gente sì vana come la sanese?
+ Certo non la francesca sì d’assai!».
+
+ Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
+ rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
+ che seppe far le temperate spese,
+
+ e Niccolò che la costuma ricca
+ del garofano prima discoverse
+ ne l’orto dove tal seme s’appicca;
+
+ e tra’ne la brigata in che disperse
+ Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
+ e l’Abbagliato suo senno proferse.
+
+ Ma perché sappi chi sì ti seconda
+ contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
+ sì che la faccia mia ben ti risponda:
+
+ sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
+ che falsai li metalli con l’alchìmia;
+ e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
+
+ com’ io fui di natura buona scimia».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXX
+
+
+ Nel tempo che Iunone era crucciata
+ per Semelè contra ’l sangue tebano,
+ come mostrò una e altra fïata,
+
+ Atamante divenne tanto insano,
+ che veggendo la moglie con due figli
+ andar carcata da ciascuna mano,
+
+ gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
+ la leonessa e ’ leoncini al varco»;
+ e poi distese i dispietati artigli,
+
+ prendendo l’un ch’avea nome Learco,
+ e rotollo e percosselo ad un sasso;
+ e quella s’annegò con l’altro carco.
+
+ E quando la fortuna volse in basso
+ l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
+ sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
+
+ Ecuba trista, misera e cattiva,
+ poscia che vide Polissena morta,
+ e del suo Polidoro in su la riva
+
+ del mar si fu la dolorosa accorta,
+ forsennata latrò sì come cane;
+ tanto il dolor le fé la mente torta.
+
+ Ma né di Tebe furie né troiane
+ si vider mäi in alcun tanto crude,
+ non punger bestie, nonché membra umane,
+
+ quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
+ che mordendo correvan di quel modo
+ che ’l porco quando del porcil si schiude.
+
+ L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
+ del collo l’assannò, sì che, tirando,
+ grattar li fece il ventre al fondo sodo.
+
+ E l’Aretin che rimase, tremando
+ mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
+ e va rabbioso altrui così conciando».
+
+ «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
+ li denti a dosso, non ti sia fatica
+ a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
+
+ Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
+ di Mirra scellerata, che divenne
+ al padre, fuor del dritto amore, amica.
+
+ Questa a peccar con esso così venne,
+ falsificando sé in altrui forma,
+ come l’altro che là sen va, sostenne,
+
+ per guadagnar la donna de la torma,
+ falsificare in sé Buoso Donati,
+ testando e dando al testamento norma».
+
+ E poi che i due rabbiosi fuor passati
+ sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
+ rivolsilo a guardar li altri mal nati.
+
+ Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
+ pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
+ tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
+
+ La grave idropesì, che sì dispaia
+ le membra con l’omor che mal converte,
+ che ’l viso non risponde a la ventraia,
+
+ faceva lui tener le labbra aperte
+ come l’etico fa, che per la sete
+ l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
+
+ «O voi che sanz’ alcuna pena siete,
+ e non so io perché, nel mondo gramo»,
+ diss’ elli a noi, «guardate e attendete
+
+ a la miseria del maestro Adamo;
+ io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
+ e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
+
+ Li ruscelletti che d’i verdi colli
+ del Casentin discendon giuso in Arno,
+ faccendo i lor canali freddi e molli,
+
+ sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
+ ché l’imagine lor vie più m’asciuga
+ che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
+
+ La rigida giustizia che mi fruga
+ tragge cagion del loco ov’ io peccai
+ a metter più li miei sospiri in fuga.
+
+ Ivi è Romena, là dov’ io falsai
+ la lega suggellata del Batista;
+ per ch’io il corpo sù arso lasciai.
+
+ Ma s’io vedessi qui l’anima trista
+ di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
+ per Fonte Branda non darei la vista.
+
+ Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
+ ombre che vanno intorno dicon vero;
+ ma che mi val, c’ho le membra legate?
+
+ S’io fossi pur di tanto ancor leggero
+ ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
+ io sarei messo già per lo sentiero,
+
+ cercando lui tra questa gente sconcia,
+ con tutto ch’ella volge undici miglia,
+ e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
+
+ Io son per lor tra sì fatta famiglia;
+ e’ m’indussero a batter li fiorini
+ ch’avevan tre carati di mondiglia».
+
+ E io a lui: «Chi son li due tapini
+ che fumman come man bagnate ’l verno,
+ giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
+
+ «Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
+ rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
+ e non credo che dieno in sempiterno.
+
+ L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
+ l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
+ per febbre aguta gittan tanto leppo».
+
+ E l’un di lor, che si recò a noia
+ forse d’esser nomato sì oscuro,
+ col pugno li percosse l’epa croia.
+
+ Quella sonò come fosse un tamburo;
+ e mastro Adamo li percosse il volto
+ col braccio suo, che non parve men duro,
+
+ dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
+ lo muover per le membra che son gravi,
+ ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
+
+ Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
+ al fuoco, non l’avei tu così presto;
+ ma sì e più l’avei quando coniavi».
+
+ E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
+ ma tu non fosti sì ver testimonio
+ là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
+
+ «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
+ disse Sinon; «e son qui per un fallo,
+ e tu per più ch’alcun altro demonio!».
+
+ «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
+ rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
+ «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
+
+ «E te sia rea la sete onde ti crepa»,
+ disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
+ che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
+
+ Allora il monetier: «Così si squarcia
+ la bocca tua per tuo mal come suole;
+ ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
+
+ tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
+ e per leccar lo specchio di Narcisso,
+ non vorresti a ’nvitar molte parole».
+
+ Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
+ quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
+ che per poco che teco non mi risso!».
+
+ Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
+ volsimi verso lui con tal vergogna,
+ ch’ancor per la memoria mi si gira.
+
+ Qual è colui che suo dannaggio sogna,
+ che sognando desidera sognare,
+ sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
+
+ tal mi fec’ io, non possendo parlare,
+ che disïava scusarmi, e scusava
+ me tuttavia, e nol mi credea fare.
+
+ «Maggior difetto men vergogna lava»,
+ disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
+ però d’ogne trestizia ti disgrava.
+
+ E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
+ se più avvien che fortuna t’accoglia
+ dove sien genti in simigliante piato:
+
+ ché voler ciò udire è bassa voglia».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXI
+
+
+ Una medesma lingua pria mi morse,
+ sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
+ e poi la medicina mi riporse;
+
+ così od’ io che solea far la lancia
+ d’Achille e del suo padre esser cagione
+ prima di trista e poi di buona mancia.
+
+ Noi demmo il dosso al misero vallone
+ su per la ripa che ’l cinge dintorno,
+ attraversando sanza alcun sermone.
+
+ Quiv’ era men che notte e men che giorno,
+ sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
+ ma io senti’ sonare un alto corno,
+
+ tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
+ che, contra sé la sua via seguitando,
+ dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
+
+ Dopo la dolorosa rotta, quando
+ Carlo Magno perdé la santa gesta,
+ non sonò sì terribilmente Orlando.
+
+ Poco portäi in là volta la testa,
+ che me parve veder molte alte torri;
+ ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu trascorri
+ per le tenebre troppo da la lungi,
+ avvien che poi nel maginare abborri.
+
+ Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
+ quanto ’l senso s’inganna di lontano;
+ però alquanto più te stesso pungi».
+
+ Poi caramente mi prese per mano
+ e disse: «Pria che noi siam più avanti,
+ acciò che ’l fatto men ti paia strano,
+
+ sappi che non son torri, ma giganti,
+ e son nel pozzo intorno da la ripa
+ da l’umbilico in giuso tutti quanti».
+
+ Come quando la nebbia si dissipa,
+ lo sguardo a poco a poco raffigura
+ ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
+
+ così forando l’aura grossa e scura,
+ più e più appressando ver’ la sponda,
+ fuggiemi errore e cresciemi paura;
+
+ però che, come su la cerchia tonda
+ Montereggion di torri si corona,
+ così la proda che ’l pozzo circonda
+
+ torreggiavan di mezza la persona
+ li orribili giganti, cui minaccia
+ Giove del cielo ancora quando tuona.
+
+ E io scorgeva già d’alcun la faccia,
+ le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
+ e per le coste giù ambo le braccia.
+
+ Natura certo, quando lasciò l’arte
+ di sì fatti animali, assai fé bene
+ per tòrre tali essecutori a Marte.
+
+ E s’ella d’elefanti e di balene
+ non si pente, chi guarda sottilmente,
+ più giusta e più discreta la ne tene;
+
+ ché dove l’argomento de la mente
+ s’aggiugne al mal volere e a la possa,
+ nessun riparo vi può far la gente.
+
+ La faccia sua mi parea lunga e grossa
+ come la pina di San Pietro a Roma,
+ e a sua proporzione eran l’altre ossa;
+
+ sì che la ripa, ch’era perizoma
+ dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
+ di sovra, che di giugnere a la chioma
+
+ tre Frison s’averien dato mal vanto;
+ però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
+ dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
+
+ «Raphèl maì amècche zabì almi»,
+ cominciò a gridar la fiera bocca,
+ cui non si convenia più dolci salmi.
+
+ E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
+ tienti col corno, e con quel ti disfoga
+ quand’ ira o altra passïon ti tocca!
+
+ Cércati al collo, e troverai la soga
+ che ’l tien legato, o anima confusa,
+ e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
+
+ Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
+ questi è Nembrotto per lo cui mal coto
+ pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
+
+ Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
+ ché così è a lui ciascun linguaggio
+ come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
+
+ Facemmo adunque più lungo vïaggio,
+ vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
+ trovammo l’altro assai più fero e maggio.
+
+ A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
+ non so io dir, ma el tenea soccinto
+ dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
+
+ d’una catena che ’l tenea avvinto
+ dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
+ si ravvolgëa infino al giro quinto.
+
+ «Questo superbo volle esser esperto
+ di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
+ disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
+
+ Fïalte ha nome, e fece le gran prove
+ quando i giganti fer paura a’ dèi;
+ le braccia ch’el menò, già mai non move».
+
+ E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
+ che de lo smisurato Brïareo
+ esperïenza avesser li occhi mei».
+
+ Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
+ presso di qui che parla ed è disciolto,
+ che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
+
+ Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
+ ed è legato e fatto come questo,
+ salvo che più feroce par nel volto».
+
+ Non fu tremoto già tanto rubesto,
+ che scotesse una torre così forte,
+ come Fïalte a scuotersi fu presto.
+
+ Allor temett’ io più che mai la morte,
+ e non v’era mestier più che la dotta,
+ s’io non avessi viste le ritorte.
+
+ Noi procedemmo più avante allotta,
+ e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
+ sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
+
+ «O tu che ne la fortunata valle
+ che fece Scipïon di gloria reda,
+ quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
+
+ recasti già mille leon per preda,
+ e che, se fossi stato a l’alta guerra
+ de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
+
+ ch’avrebber vinto i figli de la terra:
+ mettine giù, e non ten vegna schifo,
+ dove Cocito la freddura serra.
+
+ Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
+ questi può dar di quel che qui si brama;
+ però ti china e non torcer lo grifo.
+
+ Ancor ti può nel mondo render fama,
+ ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
+ se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
+
+ Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
+ le man distese, e prese ’l duca mio,
+ ond’ Ercule sentì già grande stretta.
+
+ Virgilio, quando prender si sentio,
+ disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
+ poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
+
+ Qual pare a riguardar la Carisenda
+ sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
+ sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
+
+ tal parve Antëo a me che stava a bada
+ di vederlo chinare, e fu tal ora
+ ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
+
+ Ma lievemente al fondo che divora
+ Lucifero con Giuda, ci sposò;
+ né, sì chinato, lì fece dimora,
+
+ e come albero in nave si levò.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXII
+
+
+ S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
+ come si converrebbe al tristo buco
+ sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
+
+ io premerei di mio concetto il suco
+ più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
+ non sanza tema a dicer mi conduco;
+
+ ché non è impresa da pigliare a gabbo
+ discriver fondo a tutto l’universo,
+ né da lingua che chiami mamma o babbo.
+
+ Ma quelle donne aiutino il mio verso
+ ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
+ sì che dal fatto il dir non sia diverso.
+
+ Oh sovra tutte mal creata plebe
+ che stai nel loco onde parlare è duro,
+ mei foste state qui pecore o zebe!
+
+ Come noi fummo giù nel pozzo scuro
+ sotto i piè del gigante assai più bassi,
+ e io mirava ancora a l’alto muro,
+
+ dicere udi’mi: «Guarda come passi:
+ va sì, che tu non calchi con le piante
+ le teste de’ fratei miseri lassi».
+
+ Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
+ e sotto i piedi un lago che per gelo
+ avea di vetro e non d’acqua sembiante.
+
+ Non fece al corso suo sì grosso velo
+ di verno la Danoia in Osterlicchi,
+ né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
+
+ com’ era quivi; che se Tambernicchi
+ vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
+ non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
+
+ E come a gracidar si sta la rana
+ col muso fuor de l’acqua, quando sogna
+ di spigolar sovente la villana,
+
+ livide, insin là dove appar vergogna
+ eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
+ mettendo i denti in nota di cicogna.
+
+ Ognuna in giù tenea volta la faccia;
+ da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
+ tra lor testimonianza si procaccia.
+
+ Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
+ volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
+ che ’l pel del capo avieno insieme misto.
+
+ «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
+ diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
+ e poi ch’ebber li visi a me eretti,
+
+ li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
+ gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
+ le lagrime tra essi e riserrolli.
+
+ Con legno legno spranga mai non cinse
+ forte così; ond’ ei come due becchi
+ cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
+
+ E un ch’avea perduti ambo li orecchi
+ per la freddura, pur col viso in giùe,
+ disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
+
+ Se vuoi saper chi son cotesti due,
+ la valle onde Bisenzo si dichina
+ del padre loro Alberto e di lor fue.
+
+ D’un corpo usciro; e tutta la Caina
+ potrai cercare, e non troverai ombra
+ degna più d’esser fitta in gelatina:
+
+ non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
+ con esso un colpo per la man d’Artù;
+ non Focaccia; non questi che m’ingombra
+
+ col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
+ e fu nomato Sassol Mascheroni;
+ se tosco se’, ben sai omai chi fu.
+
+ E perché non mi metti in più sermoni,
+ sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
+ e aspetto Carlin che mi scagioni».
+
+ Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
+ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
+ e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
+
+ E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
+ al quale ogne gravezza si rauna,
+ e io tremava ne l’etterno rezzo;
+
+ se voler fu o destino o fortuna,
+ non so; ma, passeggiando tra le teste,
+ forte percossi ’l piè nel viso ad una.
+
+ Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
+ se tu non vieni a crescer la vendetta
+ di Montaperti, perché mi moleste?».
+
+ E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
+ sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
+ poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
+
+ Lo duca stette, e io dissi a colui
+ che bestemmiava duramente ancora:
+ «Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
+
+ «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
+ percotendo», rispuose, «altrui le gote,
+ sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
+
+ «Vivo son io, e caro esser ti puote»,
+ fu mia risposta, «se dimandi fama,
+ ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
+
+ Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
+ Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
+ ché mal sai lusingar per questa lama!».
+
+ Allor lo presi per la cuticagna
+ e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
+ o che capel qui sù non ti rimagna».
+
+ Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
+ né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
+ se mille fiate in sul capo mi tomi».
+
+ Io avea già i capelli in mano avvolti,
+ e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
+ latrando lui con li occhi in giù raccolti,
+
+ quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
+ non ti basta sonar con le mascelle,
+ se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
+
+ «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
+ malvagio traditor; ch’a la tua onta
+ io porterò di te vere novelle».
+
+ «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
+ ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
+ di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
+
+ El piange qui l’argento de’ Franceschi:
+ “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
+ là dove i peccatori stanno freschi”.
+
+ Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
+ tu hai dallato quel di Beccheria
+ di cui segò Fiorenza la gorgiera.
+
+ Gianni de’ Soldanier credo che sia
+ più là con Ganellone e Tebaldello,
+ ch’aprì Faenza quando si dormia».
+
+ Noi eravam partiti già da ello,
+ ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
+ sì che l’un capo a l’altro era cappello;
+
+ e come ’l pan per fame si manduca,
+ così ’l sovran li denti a l’altro pose
+ là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
+
+ non altrimenti Tidëo si rose
+ le tempie a Menalippo per disdegno,
+ che quei faceva il teschio e l’altre cose.
+
+ «O tu che mostri per sì bestial segno
+ odio sovra colui che tu ti mangi,
+ dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
+
+ che se tu a ragion di lui ti piangi,
+ sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
+ nel mondo suso ancora io te ne cangi,
+
+ se quella con ch’io parlo non si secca».
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXIII
+
+
+ La bocca sollevò dal fiero pasto
+ quel peccator, forbendola a’ capelli
+ del capo ch’elli avea di retro guasto.
+
+ Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
+ disperato dolor che ’l cor mi preme
+ già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
+
+ Ma se le mie parole esser dien seme
+ che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
+ parlar e lagrimar vedrai insieme.
+
+ Io non so chi tu se’ né per che modo
+ venuto se’ qua giù; ma fiorentino
+ mi sembri veramente quand’ io t’odo.
+
+ Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
+ e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
+ or ti dirò perché i son tal vicino.
+
+ Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
+ fidandomi di lui, io fossi preso
+ e poscia morto, dir non è mestieri;
+
+ però quel che non puoi avere inteso,
+ cioè come la morte mia fu cruda,
+ udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
+
+ Breve pertugio dentro da la Muda,
+ la qual per me ha ’l titol de la fame,
+ e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
+
+ m’avea mostrato per lo suo forame
+ più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
+ che del futuro mi squarciò ’l velame.
+
+ Questi pareva a me maestro e donno,
+ cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
+ per che i Pisan veder Lucca non ponno.
+
+ Con cagne magre, studïose e conte
+ Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
+ s’avea messi dinanzi da la fronte.
+
+ In picciol corso mi parieno stanchi
+ lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
+ mi parea lor veder fender li fianchi.
+
+ Quando fui desto innanzi la dimane,
+ pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
+ ch’eran con meco, e dimandar del pane.
+
+ Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
+ pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
+ e se non piangi, di che pianger suoli?
+
+ Già eran desti, e l’ora s’appressava
+ che ’l cibo ne solëa essere addotto,
+ e per suo sogno ciascun dubitava;
+
+ e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
+ a l’orribile torre; ond’ io guardai
+ nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
+
+ Io non piangëa, sì dentro impetrai:
+ piangevan elli; e Anselmuccio mio
+ disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
+
+ Perciò non lagrimai né rispuos’ io
+ tutto quel giorno né la notte appresso,
+ infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
+
+ Come un poco di raggio si fu messo
+ nel doloroso carcere, e io scorsi
+ per quattro visi il mio aspetto stesso,
+
+ ambo le man per lo dolor mi morsi;
+ ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
+ di manicar, di sùbito levorsi
+
+ e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
+ se tu mangi di noi: tu ne vestisti
+ queste misere carni, e tu le spoglia”.
+
+ Queta’mi allor per non farli più tristi;
+ lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
+ ahi dura terra, perché non t’apristi?
+
+ Poscia che fummo al quarto dì venuti,
+ Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
+ dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
+
+ Quivi morì; e come tu mi vedi,
+ vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
+ tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
+
+ già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
+ e due dì li chiamai, poi che fur morti.
+ Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
+
+ Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
+ riprese ’l teschio misero co’ denti,
+ che furo a l’osso, come d’un can, forti.
+
+ Ahi Pisa, vituperio de le genti
+ del bel paese là dove ’l sì suona,
+ poi che i vicini a te punir son lenti,
+
+ muovasi la Capraia e la Gorgona,
+ e faccian siepe ad Arno in su la foce,
+ sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
+
+ Che se ’l conte Ugolino aveva voce
+ d’aver tradita te de le castella,
+ non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
+
+ Innocenti facea l’età novella,
+ novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
+ e li altri due che ’l canto suso appella.
+
+ Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
+ ruvidamente un’altra gente fascia,
+ non volta in giù, ma tutta riversata.
+
+ Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
+ e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
+ si volge in entro a far crescer l’ambascia;
+
+ ché le lagrime prime fanno groppo,
+ e sì come visiere di cristallo,
+ rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
+
+ E avvegna che, sì come d’un callo,
+ per la freddura ciascun sentimento
+ cessato avesse del mio viso stallo,
+
+ già mi parea sentire alquanto vento;
+ per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
+ non è qua giù ogne vapore spento?».
+
+ Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
+ di ciò ti farà l’occhio la risposta,
+ veggendo la cagion che ’l fiato piove».
+
+ E un de’ tristi de la fredda crosta
+ gridò a noi: «O anime crudeli
+ tanto che data v’è l’ultima posta,
+
+ levatemi dal viso i duri veli,
+ sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
+ un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
+ dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
+ al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
+
+ Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
+ i’ son quel da le frutta del mal orto,
+ che qui riprendo dattero per figo».
+
+ «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
+ Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
+ nel mondo sù, nulla scïenza porto.
+
+ Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
+ che spesse volte l’anima ci cade
+ innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
+
+ E perché tu più volentier mi rade
+ le ’nvetrïate lagrime dal volto,
+ sappie che, tosto che l’anima trade
+
+ come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
+ da un demonio, che poscia il governa
+ mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
+
+ Ella ruina in sì fatta cisterna;
+ e forse pare ancor lo corpo suso
+ de l’ombra che di qua dietro mi verna.
+
+ Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
+ elli è ser Branca Doria, e son più anni
+ poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
+
+ «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
+ ché Branca Doria non morì unquanche,
+ e mangia e bee e dorme e veste panni».
+
+ «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
+ là dove bolle la tenace pece,
+ non era ancora giunto Michel Zanche,
+
+ che questi lasciò il diavolo in sua vece
+ nel corpo suo, ed un suo prossimano
+ che ’l tradimento insieme con lui fece.
+
+ Ma distendi oggimai in qua la mano;
+ aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
+ e cortesia fu lui esser villano.
+
+ Ahi Genovesi, uomini diversi
+ d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
+ perché non siete voi del mondo spersi?
+
+ Ché col peggiore spirto di Romagna
+ trovai di voi un tal, che per sua opra
+ in anima in Cocito già si bagna,
+
+ e in corpo par vivo ancor di sopra.
+
+
+
+ Inferno • Canto XXXIV
+
+
+ «Vexilla regis prodeunt inferni
+ verso di noi; però dinanzi mira»,
+ disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
+
+ Come quando una grossa nebbia spira,
+ o quando l’emisperio nostro annotta,
+ par di lungi un molin che ’l vento gira,
+
+ veder mi parve un tal dificio allotta;
+ poi per lo vento mi ristrinsi retro
+ al duca mio, ché non lì era altra grotta.
+
+ Già era, e con paura il metto in metro,
+ là dove l’ombre tutte eran coperte,
+ e trasparien come festuca in vetro.
+
+ Altre sono a giacere; altre stanno erte,
+ quella col capo e quella con le piante;
+ altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
+
+ Quando noi fummo fatti tanto avante,
+ ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
+ la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
+
+ d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
+ «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
+ ove convien che di fortezza t’armi».
+
+ Com’ io divenni allor gelato e fioco,
+ nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
+ però ch’ogne parlar sarebbe poco.
+
+ Io non mori’ e non rimasi vivo;
+ pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
+ qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
+
+ Lo ’mperador del doloroso regno
+ da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
+ e più con un gigante io mi convegno,
+
+ che i giganti non fan con le sue braccia:
+ vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
+ ch’a così fatta parte si confaccia.
+
+ S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
+ e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
+ ben dee da lui procedere ogne lutto.
+
+ Oh quanto parve a me gran maraviglia
+ quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
+ L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
+
+ l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
+ sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
+ e sé giugnieno al loco de la cresta:
+
+ e la destra parea tra bianca e gialla;
+ la sinistra a vedere era tal, quali
+ vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
+
+ Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
+ quanto si convenia a tanto uccello:
+ vele di mar non vid’ io mai cotali.
+
+ Non avean penne, ma di vispistrello
+ era lor modo; e quelle svolazzava,
+ sì che tre venti si movean da ello:
+
+ quindi Cocito tutto s’aggelava.
+ Con sei occhi piangëa, e per tre menti
+ gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
+
+ Da ogne bocca dirompea co’ denti
+ un peccatore, a guisa di maciulla,
+ sì che tre ne facea così dolenti.
+
+ A quel dinanzi il mordere era nulla
+ verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
+ rimanea de la pelle tutta brulla.
+
+ «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
+ disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
+ che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
+
+ De li altri due c’hanno il capo di sotto,
+ quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
+ vedi come si storce, e non fa motto!;
+
+ e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
+ Ma la notte risurge, e oramai
+ è da partir, ché tutto avem veduto».
+
+ Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
+ ed el prese di tempo e loco poste,
+ e quando l’ali fuoro aperte assai,
+
+ appigliò sé a le vellute coste;
+ di vello in vello giù discese poscia
+ tra ’l folto pelo e le gelate croste.
+
+ Quando noi fummo là dove la coscia
+ si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
+ lo duca, con fatica e con angoscia,
+
+ volse la testa ov’ elli avea le zanche,
+ e aggrappossi al pel com’ om che sale,
+ sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
+
+ «Attienti ben, ché per cotali scale»,
+ disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
+ «conviensi dipartir da tanto male».
+
+ Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
+ e puose me in su l’orlo a sedere;
+ appresso porse a me l’accorto passo.
+
+ Io levai li occhi e credetti vedere
+ Lucifero com’ io l’avea lasciato,
+ e vidili le gambe in sù tenere;
+
+ e s’io divenni allora travagliato,
+ la gente grossa il pensi, che non vede
+ qual è quel punto ch’io avea passato.
+
+ «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
+ la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
+ e già il sole a mezza terza riede».
+
+ Non era camminata di palagio
+ là ’v’ eravam, ma natural burella
+ ch’avea mal suolo e di lume disagio.
+
+ «Prima ch’io de l’abisso mi divella,
+ maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
+ «a trarmi d’erro un poco mi favella:
+
+ ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
+ sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
+ da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
+
+ Ed elli a me: «Tu imagini ancora
+ d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
+ al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
+
+ Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
+ quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
+ al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
+
+ E se’ or sotto l’emisperio giunto
+ ch’è contraposto a quel che la gran secca
+ coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
+
+ fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
+ tu haï i piedi in su picciola spera
+ che l’altra faccia fa de la Giudecca.
+
+ Qui è da man, quando di là è sera;
+ e questi, che ne fé scala col pelo,
+ fitto è ancora sì come prim’ era.
+
+ Da questa parte cadde giù dal cielo;
+ e la terra, che pria di qua si sporse,
+ per paura di lui fé del mar velo,
+
+ e venne a l’emisperio nostro; e forse
+ per fuggir lui lasciò qui loco vòto
+ quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
+
+ Luogo è là giù da Belzebù remoto
+ tanto quanto la tomba si distende,
+ che non per vista, ma per suono è noto
+
+ d’un ruscelletto che quivi discende
+ per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
+ col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
+
+ Lo duca e io per quel cammino ascoso
+ intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
+ e sanza cura aver d’alcun riposo,
+
+ salimmo sù, el primo e io secondo,
+ tanto ch’i’ vidi de le cose belle
+ che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
+
+ E quindi uscimmo a riveder le stelle.
+
+
+
+
+
+ PURGATORIO
+
+
+
+
+ Purgatorio • Canto I
+
+
+ Per correr miglior acque alza le vele
+ omai la navicella del mio ingegno,
+ che lascia dietro a sé mar sì crudele;
+
+ e canterò di quel secondo regno
+ dove l’umano spirito si purga
+ e di salire al ciel diventa degno.
+
+ Ma qui la morta poesì resurga,
+ o sante Muse, poi che vostro sono;
+ e qui Calïopè alquanto surga,
+
+ seguitando il mio canto con quel suono
+ di cui le Piche misere sentiro
+ lo colpo tal, che disperar perdono.
+
+ Dolce color d’orïental zaffiro,
+ che s’accoglieva nel sereno aspetto
+ del mezzo, puro infino al primo giro,
+
+ a li occhi miei ricominciò diletto,
+ tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
+ che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
+
+ Lo bel pianeto che d’amar conforta
+ faceva tutto rider l’orïente,
+ velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
+
+ I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
+ a l’altro polo, e vidi quattro stelle
+ non viste mai fuor ch’a la prima gente.
+
+ Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
+ oh settentrïonal vedovo sito,
+ poi che privato se’ di mirar quelle!
+
+ Com’ io da loro sguardo fui partito,
+ un poco me volgendo a l ’altro polo,
+ là onde ’l Carro già era sparito,
+
+ vidi presso di me un veglio solo,
+ degno di tanta reverenza in vista,
+ che più non dee a padre alcun figliuolo.
+
+ Lunga la barba e di pel bianco mista
+ portava, a’ suoi capelli simigliante,
+ de’ quai cadeva al petto doppia lista.
+
+ Li raggi de le quattro luci sante
+ fregiavan sì la sua faccia di lume,
+ ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
+
+ «Chi siete voi che contro al cieco fiume
+ fuggita avete la pregione etterna?»,
+ diss’ el, movendo quelle oneste piume.
+
+ «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
+ uscendo fuor de la profonda notte
+ che sempre nera fa la valle inferna?
+
+ Son le leggi d’abisso così rotte?
+ o è mutato in ciel novo consiglio,
+ che, dannati, venite a le mie grotte?».
+
+ Lo duca mio allor mi diè di piglio,
+ e con parole e con mani e con cenni
+ reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
+
+ Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
+ donna scese del ciel, per li cui prieghi
+ de la mia compagnia costui sovvenni.
+
+ Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
+ di nostra condizion com’ ell’ è vera,
+ esser non puote il mio che a te si nieghi.
+
+ Questi non vide mai l’ultima sera;
+ ma per la sua follia le fu sì presso,
+ che molto poco tempo a volger era.
+
+ Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
+ per lui campare; e non lì era altra via
+ che questa per la quale i’ mi son messo.
+
+ Mostrata ho lui tutta la gente ria;
+ e ora intendo mostrar quelli spirti
+ che purgan sé sotto la tua balìa.
+
+ Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
+ de l’alto scende virtù che m’aiuta
+ conducerlo a vederti e a udirti.
+
+ Or ti piaccia gradir la sua venuta:
+ libertà va cercando, ch’è sì cara,
+ come sa chi per lei vita rifiuta.
+
+ Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
+ in Utica la morte, ove lasciasti
+ la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
+
+ Non son li editti etterni per noi guasti,
+ ché questi vive e Minòs me non lega;
+ ma son del cerchio ove son li occhi casti
+
+ di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
+ o santo petto, che per tua la tegni:
+ per lo suo amore adunque a noi ti piega.
+
+ Lasciane andar per li tuoi sette regni;
+ grazie riporterò di te a lei,
+ se d’esser mentovato là giù degni».
+
+ «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
+ mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
+ «che quante grazie volse da me, fei.
+
+ Or che di là dal mal fiume dimora,
+ più muover non mi può, per quella legge
+ che fatta fu quando me n’usci’ fora.
+
+ Ma se donna del ciel ti move e regge,
+ come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
+ bastisi ben che per lei mi richegge.
+
+ Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
+ d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
+ sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
+
+ ché non si converria, l’occhio sorpriso
+ d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
+ ministro, ch’è di quei di paradiso.
+
+ Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
+ là giù colà dove la batte l’onda,
+ porta di giunchi sovra ’l molle limo:
+
+ null’ altra pianta che facesse fronda
+ o indurasse, vi puote aver vita,
+ però ch’a le percosse non seconda.
+
+ Poscia non sia di qua vostra reddita;
+ lo sol vi mosterrà, che surge omai,
+ prendere il monte a più lieve salita».
+
+ Così sparì; e io sù mi levai
+ sanza parlare, e tutto mi ritrassi
+ al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
+
+ El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
+ volgianci in dietro, ché di qua dichina
+ questa pianura a’ suoi termini bassi».
+
+ L’alba vinceva l’ora mattutina
+ che fuggia innanzi, sì che di lontano
+ conobbi il tremolar de la marina.
+
+ Noi andavam per lo solingo piano
+ com’ om che torna a la perduta strada,
+ che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
+
+ Quando noi fummo là ’ve la rugiada
+ pugna col sole, per essere in parte
+ dove, ad orezza, poco si dirada,
+
+ ambo le mani in su l’erbetta sparte
+ soavemente ’l mio maestro pose:
+ ond’ io, che fui accorto di sua arte,
+
+ porsi ver’ lui le guance lagrimose;
+ ivi mi fece tutto discoverto
+ quel color che l’inferno mi nascose.
+
+ Venimmo poi in sul lito diserto,
+ che mai non vide navicar sue acque
+ omo, che di tornar sia poscia esperto.
+
+ Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
+ oh maraviglia! ché qual elli scelse
+ l’umile pianta, cotal si rinacque
+
+ subitamente là onde l’avelse.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto II
+
+
+ Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
+ lo cui meridïan cerchio coverchia
+ Ierusalèm col suo più alto punto;
+
+ e la notte, che opposita a lui cerchia,
+ uscia di Gange fuor con le Bilance,
+ che le caggion di man quando soverchia;
+
+ sì che le bianche e le vermiglie guance,
+ là dov’ i’ era, de la bella Aurora
+ per troppa etate divenivan rance.
+
+ Noi eravam lunghesso mare ancora,
+ come gente che pensa a suo cammino,
+ che va col cuore e col corpo dimora.
+
+ Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
+ per li grossi vapor Marte rosseggia
+ giù nel ponente sovra ’l suol marino,
+
+ cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
+ un lume per lo mar venir sì ratto,
+ che ’l muover suo nessun volar pareggia.
+
+ Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
+ l’occhio per domandar lo duca mio,
+ rividil più lucente e maggior fatto.
+
+ Poi d’ogne lato ad esso m’appario
+ un non sapeva che bianco, e di sotto
+ a poco a poco un altro a lui uscìo.
+
+ Lo mio maestro ancor non facea motto,
+ mentre che i primi bianchi apparver ali;
+ allor che ben conobbe il galeotto,
+
+ gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
+ Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
+ omai vedrai di sì fatti officiali.
+
+ Vedi che sdegna li argomenti umani,
+ sì che remo non vuol, né altro velo
+ che l’ali sue, tra liti sì lontani.
+
+ Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
+ trattando l’aere con l’etterne penne,
+ che non si mutan come mortal pelo».
+
+ Poi, come più e più verso noi venne
+ l’uccel divino, più chiaro appariva:
+ per che l’occhio da presso nol sostenne,
+
+ ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
+ con un vasello snelletto e leggero,
+ tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
+
+ Da poppa stava il celestial nocchiero,
+ tal che faria beato pur descripto;
+ e più di cento spirti entro sediero.
+
+ ‘In exitu Isräel de Aegypto’
+ cantavan tutti insieme ad una voce
+ con quanto di quel salmo è poscia scripto.
+
+ Poi fece il segno lor di santa croce;
+ ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
+ ed el sen gì, come venne, veloce.
+
+ La turba che rimase lì, selvaggia
+ parea del loco, rimirando intorno
+ come colui che nove cose assaggia.
+
+ Da tutte parti saettava il giorno
+ lo sol, ch’avea con le saette conte
+ di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
+
+ quando la nova gente alzò la fronte
+ ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
+ mostratene la via di gire al monte».
+
+ E Virgilio rispuose: «Voi credete
+ forse che siamo esperti d’esto loco;
+ ma noi siam peregrin come voi siete.
+
+ Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
+ per altra via, che fu sì aspra e forte,
+ che lo salire omai ne parrà gioco».
+
+ L’anime, che si fuor di me accorte,
+ per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
+ maravigliando diventaro smorte.
+
+ E come a messagger che porta ulivo
+ tragge la gente per udir novelle,
+ e di calcar nessun si mostra schivo,
+
+ così al viso mio s’affisar quelle
+ anime fortunate tutte quante,
+ quasi oblïando d’ire a farsi belle.
+
+ Io vidi una di lor trarresi avante
+ per abbracciarmi con sì grande affetto,
+ che mosse me a far lo somigliante.
+
+ Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
+ tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
+ e tante mi tornai con esse al petto.
+
+ Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
+ per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
+ e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
+
+ Soavemente disse ch’io posasse;
+ allor conobbi chi era, e pregai
+ che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
+
+ Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
+ nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
+ però m’arresto; ma tu perché vai?».
+
+ «Casella mio, per tornar altra volta
+ là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
+ diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
+ se quei che leva quando e cui li piace,
+ più volte m’ha negato esto passaggio;
+
+ ché di giusto voler lo suo si face:
+ veramente da tre mesi elli ha tolto
+ chi ha voluto intrar, con tutta pace.
+
+ Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
+ dove l’acqua di Tevero s’insala,
+ benignamente fu’ da lui ricolto.
+
+ A quella foce ha elli or dritta l’ala,
+ però che sempre quivi si ricoglie
+ qual verso Acheronte non si cala».
+
+ E io: «Se nuova legge non ti toglie
+ memoria o uso a l’amoroso canto
+ che mi solea quetar tutte mie doglie,
+
+ di ciò ti piaccia consolare alquanto
+ l’anima mia, che, con la sua persona
+ venendo qui, è affannata tanto!».
+
+ ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
+ cominciò elli allor sì dolcemente,
+ che la dolcezza ancor dentro mi suona.
+
+ Lo mio maestro e io e quella gente
+ ch’eran con lui parevan sì contenti,
+ come a nessun toccasse altro la mente.
+
+ Noi eravam tutti fissi e attenti
+ a le sue note; ed ecco il veglio onesto
+ gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
+
+ qual negligenza, quale stare è questo?
+ Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
+ ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
+
+ Come quando, cogliendo biado o loglio,
+ li colombi adunati a la pastura,
+ queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
+
+ se cosa appare ond’ elli abbian paura,
+ subitamente lasciano star l’esca,
+ perch’ assaliti son da maggior cura;
+
+ così vid’ io quella masnada fresca
+ lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
+ com’ om che va, né sa dove rïesca;
+
+ né la nostra partita fu men tosta.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto III
+
+
+ Avvegna che la subitana fuga
+ dispergesse color per la campagna,
+ rivolti al monte ove ragion ne fruga,
+
+ i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
+ e come sare’ io sanza lui corso?
+ chi m’avria tratto su per la montagna?
+
+ El mi parea da sé stesso rimorso:
+ o dignitosa coscïenza e netta,
+ come t’è picciol fallo amaro morso!
+
+ Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
+ che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
+ la mente mia, che prima era ristretta,
+
+ lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
+ e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
+ che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
+
+ Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
+ rotto m’era dinanzi a la figura,
+ ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
+
+ Io mi volsi dallato con paura
+ d’essere abbandonato, quand’ io vidi
+ solo dinanzi a me la terra oscura;
+
+ e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
+ a dir mi cominciò tutto rivolto;
+ «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
+
+ Vespero è già colà dov’ è sepolto
+ lo corpo dentro al quale io facea ombra;
+ Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
+
+ Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
+ non ti maravigliar più che d’i cieli
+ che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
+
+ A sofferir tormenti, caldi e geli
+ simili corpi la Virtù dispone
+ che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
+
+ Matto è chi spera che nostra ragione
+ possa trascorrer la infinita via
+ che tiene una sustanza in tre persone.
+
+ State contenti, umana gente, al quia;
+ ché, se potuto aveste veder tutto,
+ mestier non era parturir Maria;
+
+ e disïar vedeste sanza frutto
+ tai che sarebbe lor disio quetato,
+ ch’etternalmente è dato lor per lutto:
+
+ io dico d’Aristotile e di Plato
+ e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
+ e più non disse, e rimase turbato.
+
+ Noi divenimmo intanto a piè del monte;
+ quivi trovammo la roccia sì erta,
+ che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
+
+ Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
+ la più rotta ruina è una scala,
+ verso di quella, agevole e aperta.
+
+ «Or chi sa da qual man la costa cala»,
+ disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
+ «sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
+
+ E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
+ essaminava del cammin la mente,
+ e io mirava suso intorno al sasso,
+
+ da man sinistra m’apparì una gente
+ d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
+ e non pareva, sì venïan lente.
+
+ «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
+ ecco di qua chi ne darà consiglio,
+ se tu da te medesmo aver nol puoi».
+
+ Guardò allora, e con libero piglio
+ rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
+ e tu ferma la spene, dolce figlio».
+
+ Ancora era quel popol di lontano,
+ i’ dico dopo i nostri mille passi,
+ quanto un buon gittator trarria con mano,
+
+ quando si strinser tutti ai duri massi
+ de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
+ com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
+
+ «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
+ Virgilio incominciò, «per quella pace
+ ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
+
+ ditene dove la montagna giace,
+ sì che possibil sia l’andare in suso;
+ ché perder tempo a chi più sa più spiace».
+
+ Come le pecorelle escon del chiuso
+ a una, a due, a tre, e l’altre stanno
+ timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
+
+ e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
+ addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
+ semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
+
+ sì vid’ io muovere a venir la testa
+ di quella mandra fortunata allotta,
+ pudica in faccia e ne l’andare onesta.
+
+ Come color dinanzi vider rotta
+ la luce in terra dal mio destro canto,
+ sì che l’ombra era da me a la grotta,
+
+ restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
+ e tutti li altri che venieno appresso,
+ non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
+
+ «Sanza vostra domanda io vi confesso
+ che questo è corpo uman che voi vedete;
+ per che ’l lume del sole in terra è fesso.
+
+ Non vi maravigliate, ma credete
+ che non sanza virtù che da ciel vegna
+ cerchi di soverchiar questa parete».
+
+ Così ’l maestro; e quella gente degna
+ «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
+ coi dossi de le man faccendo insegna.
+
+ E un di loro incominciò: «Chiunque
+ tu se’, così andando, volgi ’l viso:
+ pon mente se di là mi vedesti unque».
+
+ Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
+ biondo era e bello e di gentile aspetto,
+ ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
+
+ Quand’ io mi fui umilmente disdetto
+ d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
+ e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
+
+ Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
+ nepote di Costanza imperadrice;
+ ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
+
+ vadi a mia bella figlia, genitrice
+ de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
+ e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
+
+ Poscia ch’io ebbi rotta la persona
+ di due punte mortali, io mi rendei,
+ piangendo, a quei che volontier perdona.
+
+ Orribil furon li peccati miei;
+ ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
+ che prende ciò che si rivolge a lei.
+
+ Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
+ di me fu messo per Clemente allora,
+ avesse in Dio ben letta questa faccia,
+
+ l’ossa del corpo mio sarieno ancora
+ in co del ponte presso a Benevento,
+ sotto la guardia de la grave mora.
+
+ Or le bagna la pioggia e move il vento
+ di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
+ dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
+
+ Per lor maladizion sì non si perde,
+ che non possa tornar, l’etterno amore,
+ mentre che la speranza ha fior del verde.
+
+ Vero è che quale in contumacia more
+ di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
+ star li convien da questa ripa in fore,
+
+ per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
+ in sua presunzïon, se tal decreto
+ più corto per buon prieghi non diventa.
+
+ Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
+ revelando a la mia buona Costanza
+ come m’hai visto, e anco esto divieto;
+
+ ché qui per quei di là molto s’avanza».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IV
+
+
+ Quando per dilettanze o ver per doglie,
+ che alcuna virtù nostra comprenda,
+ l’anima bene ad essa si raccoglie,
+
+ par ch’a nulla potenza più intenda;
+ e questo è contra quello error che crede
+ ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
+
+ E però, quando s’ode cosa o vede
+ che tegna forte a sé l’anima volta,
+ vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
+
+ ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
+ e altra è quella c’ha l’anima intera:
+ questa è quasi legata e quella è sciolta.
+
+ Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
+ udendo quello spirto e ammirando;
+ ché ben cinquanta gradi salito era
+
+ lo sole, e io non m’era accorto, quando
+ venimmo ove quell’ anime ad una
+ gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
+
+ Maggiore aperta molte volte impruna
+ con una forcatella di sue spine
+ l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
+
+ che non era la calla onde salìne
+ lo duca mio, e io appresso, soli,
+ come da noi la schiera si partìne.
+
+ Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
+ montasi su in Bismantova e ’n Cacume
+ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
+
+ dico con l’ale snelle e con le piume
+ del gran disio, di retro a quel condotto
+ che speranza mi dava e facea lume.
+
+ Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
+ e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
+ e piedi e man volea il suol di sotto.
+
+ Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
+ de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
+ «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
+
+ Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
+ pur su al monte dietro a me acquista,
+ fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
+
+ Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
+ e la costa superba più assai
+ che da mezzo quadrante a centro lista.
+
+ Io era lasso, quando cominciai:
+ «O dolce padre, volgiti, e rimira
+ com’ io rimango sol, se non restai».
+
+ «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
+ additandomi un balzo poco in sùe
+ che da quel lato il poggio tutto gira.
+
+ Sì mi spronaron le parole sue,
+ ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
+ tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
+
+ A seder ci ponemmo ivi ambedui
+ vòlti a levante ond’ eravam saliti,
+ che suole a riguardar giovare altrui.
+
+ Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
+ poscia li alzai al sole, e ammirava
+ che da sinistra n’eravam feriti.
+
+ Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
+ stupido tutto al carro de la luce,
+ ove tra noi e Aquilone intrava.
+
+ Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
+ fossero in compagnia di quello specchio
+ che sù e giù del suo lume conduce,
+
+ tu vedresti il Zodïaco rubecchio
+ ancora a l’Orse più stretto rotare,
+ se non uscisse fuor del cammin vecchio.
+
+ Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
+ dentro raccolto, imagina Sïòn
+ con questo monte in su la terra stare
+
+ sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
+ e diversi emisperi; onde la strada
+ che mal non seppe carreggiar Fetòn,
+
+ vedrai come a costui convien che vada
+ da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
+ se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
+
+ «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
+ non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
+ là dove mio ingegno parea manco,
+
+ che ’l mezzo cerchio del moto superno,
+ che si chiama Equatore in alcun’ arte,
+ e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
+
+ per la ragion che di’, quinci si parte
+ verso settentrïon, quanto li Ebrei
+ vedevan lui verso la calda parte.
+
+ Ma se a te piace, volontier saprei
+ quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
+ più che salir non posson li occhi miei».
+
+ Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
+ che sempre al cominciar di sotto è grave;
+ e quant’ om più va sù, e men fa male.
+
+ Però, quand’ ella ti parrà soave
+ tanto, che sù andar ti fia leggero
+ com’ a seconda giù andar per nave,
+
+ allor sarai al fin d’esto sentiero;
+ quivi di riposar l’affanno aspetta.
+ Più non rispondo, e questo so per vero».
+
+ E com’ elli ebbe sua parola detta,
+ una voce di presso sonò: «Forse
+ che di sedere in pria avrai distretta!».
+
+ Al suon di lei ciascun di noi si torse,
+ e vedemmo a mancina un gran petrone,
+ del qual né io né ei prima s’accorse.
+
+ Là ci traemmo; e ivi eran persone
+ che si stavano a l’ombra dietro al sasso
+ come l’uom per negghienza a star si pone.
+
+ E un di lor, che mi sembiava lasso,
+ sedeva e abbracciava le ginocchia,
+ tenendo ’l viso giù tra esse basso.
+
+ «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
+ colui che mostra sé più negligente
+ che se pigrizia fosse sua serocchia».
+
+ Allor si volse a noi e puose mente,
+ movendo ’l viso pur su per la coscia,
+ e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
+
+ Conobbi allor chi era, e quella angoscia
+ che m’avacciava un poco ancor la lena,
+ non m’impedì l’andare a lui; e poscia
+
+ ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
+ dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
+ da l’omero sinistro il carro mena?».
+
+ Li atti suoi pigri e le corte parole
+ mosser le labbra mie un poco a riso;
+ poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
+
+ di te omai; ma dimmi: perché assiso
+ quiritto se’? attendi tu iscorta,
+ o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
+
+ Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
+ ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
+ l’angel di Dio che siede in su la porta.
+
+ Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
+ di fuor da essa, quanto fece in vita,
+ per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
+
+ se orazïone in prima non m’aita
+ che surga sù di cuor che in grazia viva;
+ l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
+
+ E già il poeta innanzi mi saliva,
+ e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
+ meridïan dal sole e a la riva
+
+ cuopre la notte già col piè Morrocco».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto V
+
+
+ Io era già da quell’ ombre partito,
+ e seguitava l’orme del mio duca,
+ quando di retro a me, drizzando ’l dito,
+
+ una gridò: «Ve’ che non par che luca
+ lo raggio da sinistra a quel di sotto,
+ e come vivo par che si conduca!».
+
+ Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
+ e vidile guardar per maraviglia
+ pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
+
+ «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
+ disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
+ che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
+
+ Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
+ sta come torre ferma, che non crolla
+ già mai la cima per soffiar di venti;
+
+ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
+ sovra pensier, da sé dilunga il segno,
+ perché la foga l’un de l’altro insolla».
+
+ Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
+ Dissilo, alquanto del color consperso
+ che fa l’uom di perdon talvolta degno.
+
+ E ’ntanto per la costa di traverso
+ venivan genti innanzi a noi un poco,
+ cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
+
+ Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
+ per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
+ mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
+
+ e due di loro, in forma di messaggi,
+ corsero incontr’ a noi e dimandarne:
+ «Di vostra condizion fatene saggi».
+
+ E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
+ e ritrarre a color che vi mandaro
+ che ’l corpo di costui è vera carne.
+
+ Se per veder la sua ombra restaro,
+ com’ io avviso, assai è lor risposto:
+ fàccianli onore, ed esser può lor caro».
+
+ Vapori accesi non vid’ io sì tosto
+ di prima notte mai fender sereno,
+ né, sol calando, nuvole d’agosto,
+
+ che color non tornasser suso in meno;
+ e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
+ come schiera che scorre sanza freno.
+
+ «Questa gente che preme a noi è molta,
+ e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
+ «però pur va, e in andando ascolta».
+
+ «O anima che vai per esser lieta
+ con quelle membra con le quai nascesti»,
+ venian gridando, «un poco il passo queta.
+
+ Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
+ sì che di lui di là novella porti:
+ deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
+
+ Noi fummo tutti già per forza morti,
+ e peccatori infino a l’ultima ora;
+ quivi lume del ciel ne fece accorti,
+
+ sì che, pentendo e perdonando, fora
+ di vita uscimmo a Dio pacificati,
+ che del disio di sé veder n’accora».
+
+ E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
+ non riconosco alcun; ma s’a voi piace
+ cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
+
+ voi dite, e io farò per quella pace
+ che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
+ di mondo in mondo cercar mi si face».
+
+ E uno incominciò: «Ciascun si fida
+ del beneficio tuo sanza giurarlo,
+ pur che ’l voler nonpossa non ricida.
+
+ Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
+ ti priego, se mai vedi quel paese
+ che siede tra Romagna e quel di Carlo,
+
+ che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
+ in Fano, sì che ben per me s’adori
+ pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
+
+ Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
+ ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
+ fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
+
+ là dov’ io più sicuro esser credea:
+ quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
+ assai più là che dritto non volea.
+
+ Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
+ quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
+ ancor sarei di là dove si spira.
+
+ Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
+ m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
+ de le mie vene farsi in terra laco».
+
+ Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
+ si compia che ti tragge a l’alto monte,
+ con buona pïetate aiuta il mio!
+
+ Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
+ Giovanna o altri non ha di me cura;
+ per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
+
+ E io a lui: «Qual forza o qual ventura
+ ti travïò sì fuor di Campaldino,
+ che non si seppe mai tua sepultura?».
+
+ «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
+ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
+ che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
+
+ Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
+ arriva’ io forato ne la gola,
+ fuggendo a piede e sanguinando il piano.
+
+ Quivi perdei la vista e la parola;
+ nel nome di Maria fini’, e quivi
+ caddi, e rimase la mia carne sola.
+
+ Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
+ l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
+ gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
+
+ Tu te ne porti di costui l’etterno
+ per una lagrimetta che ’l mi toglie;
+ ma io farò de l’altro altro governo!”.
+
+ Ben sai come ne l’aere si raccoglie
+ quell’ umido vapor che in acqua riede,
+ tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
+
+ Giunse quel mal voler che pur mal chiede
+ con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
+ per la virtù che sua natura diede.
+
+ Indi la valle, come ’l dì fu spento,
+ da Pratomagno al gran giogo coperse
+ di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
+
+ sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
+ la pioggia cadde, e a’ fossati venne
+ di lei ciò che la terra non sofferse;
+
+ e come ai rivi grandi si convenne,
+ ver’ lo fiume real tanto veloce
+ si ruinò, che nulla la ritenne.
+
+ Lo corpo mio gelato in su la foce
+ trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
+ ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
+
+ ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
+ voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
+ poi di sua preda mi coperse e cinse».
+
+ «Deh, quando tu sarai tornato al mondo
+ e riposato de la lunga via»,
+ seguitò ’l terzo spirito al secondo,
+
+ «ricorditi di me, che son la Pia;
+ Siena mi fé, disfecemi Maremma:
+ salsi colui che ’nnanellata pria
+
+ disposando m’avea con la sua gemma».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VI
+
+
+ Quando si parte il gioco de la zara,
+ colui che perde si riman dolente,
+ repetendo le volte, e tristo impara;
+
+ con l’altro se ne va tutta la gente;
+ qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
+ e qual dallato li si reca a mente;
+
+ el non s’arresta, e questo e quello intende;
+ a cui porge la man, più non fa pressa;
+ e così da la calca si difende.
+
+ Tal era io in quella turba spessa,
+ volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
+ e promettendo mi sciogliea da essa.
+
+ Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
+ fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
+ e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
+
+ Quivi pregava con le mani sporte
+ Federigo Novello, e quel da Pisa
+ che fé parer lo buon Marzucco forte.
+
+ Vidi conte Orso e l’anima divisa
+ dal corpo suo per astio e per inveggia,
+ com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
+
+ Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
+ mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
+ sì che però non sia di peggior greggia.
+
+ Come libero fui da tutte quante
+ quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
+ sì che s’avacci lor divenir sante,
+
+ io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
+ o luce mia, espresso in alcun testo
+ che decreto del cielo orazion pieghi;
+
+ e questa gente prega pur di questo:
+ sarebbe dunque loro speme vana,
+ o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
+
+ Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
+ e la speranza di costor non falla,
+ se ben si guarda con la mente sana;
+
+ ché cima di giudicio non s’avvalla
+ perché foco d’amor compia in un punto
+ ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
+
+ e là dov’ io fermai cotesto punto,
+ non s’ammendava, per pregar, difetto,
+ perché ’l priego da Dio era disgiunto.
+
+ Veramente a così alto sospetto
+ non ti fermar, se quella nol ti dice
+ che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
+
+ Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
+ tu la vedrai di sopra, in su la vetta
+ di questo monte, ridere e felice».
+
+ E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
+ ché già non m’affatico come dianzi,
+ e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
+
+ «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
+ rispuose, «quanto più potremo omai;
+ ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
+
+ Prima che sie là sù, tornar vedrai
+ colui che già si cuopre de la costa,
+ sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
+
+ Ma vedi là un’anima che, posta
+ sola soletta, inverso noi riguarda:
+ quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
+
+ Venimmo a lei: o anima lombarda,
+ come ti stavi altera e disdegnosa
+ e nel mover de li occhi onesta e tarda!
+
+ Ella non ci dicëa alcuna cosa,
+ ma lasciavane gir, solo sguardando
+ a guisa di leon quando si posa.
+
+ Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
+ che ne mostrasse la miglior salita;
+ e quella non rispuose al suo dimando,
+
+ ma di nostro paese e de la vita
+ ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
+ «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
+
+ surse ver’ lui del loco ove pria stava,
+ dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
+ de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
+
+ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
+ nave sanza nocchiere in gran tempesta,
+ non donna di province, ma bordello!
+
+ Quell’ anima gentil fu così presta,
+ sol per lo dolce suon de la sua terra,
+ di fare al cittadin suo quivi festa;
+
+ e ora in te non stanno sanza guerra
+ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
+ di quei ch’un muro e una fossa serra.
+
+ Cerca, misera, intorno da le prode
+ le tue marine, e poi ti guarda in seno,
+ s’alcuna parte in te di pace gode.
+
+ Che val perché ti racconciasse il freno
+ Iustinïano, se la sella è vòta?
+ Sanz’ esso fora la vergogna meno.
+
+ Ahi gente che dovresti esser devota,
+ e lasciar seder Cesare in la sella,
+ se bene intendi ciò che Dio ti nota,
+
+ guarda come esta fiera è fatta fella
+ per non esser corretta da li sproni,
+ poi che ponesti mano a la predella.
+
+ O Alberto tedesco ch’abbandoni
+ costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
+ e dovresti inforcar li suoi arcioni,
+
+ giusto giudicio da le stelle caggia
+ sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
+ tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
+
+ Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
+ per cupidigia di costà distretti,
+ che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
+
+ Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
+ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
+ color già tristi, e questi con sospetti!
+
+ Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
+ d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
+ e vedrai Santafior com’ è oscura!
+
+ Vieni a veder la tua Roma che piagne
+ vedova e sola, e dì e notte chiama:
+ «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
+
+ Vieni a veder la gente quanto s’ama!
+ e se nulla di noi pietà ti move,
+ a vergognar ti vien de la tua fama.
+
+ E se licito m’è, o sommo Giove
+ che fosti in terra per noi crucifisso,
+ son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
+
+ O è preparazion che ne l’abisso
+ del tuo consiglio fai per alcun bene
+ in tutto de l’accorger nostro scisso?
+
+ Ché le città d’Italia tutte piene
+ son di tiranni, e un Marcel diventa
+ ogne villan che parteggiando viene.
+
+ Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
+ di questa digression che non ti tocca,
+ mercé del popol tuo che si argomenta.
+
+ Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
+ per non venir sanza consiglio a l’arco;
+ ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
+
+ Molti rifiutan lo comune incarco;
+ ma il popol tuo solicito risponde
+ sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
+
+ Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
+ tu ricca, tu con pace e tu con senno!
+ S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
+
+ Atene e Lacedemona, che fenno
+ l’antiche leggi e furon sì civili,
+ fecero al viver bene un picciol cenno
+
+ verso di te, che fai tanto sottili
+ provedimenti, ch’a mezzo novembre
+ non giugne quel che tu d’ottobre fili.
+
+ Quante volte, del tempo che rimembre,
+ legge, moneta, officio e costume
+ hai tu mutato, e rinovate membre!
+
+ E se ben ti ricordi e vedi lume,
+ vedrai te somigliante a quella inferma
+ che non può trovar posa in su le piume,
+
+ ma con dar volta suo dolore scherma.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VII
+
+
+ Poscia che l’accoglienze oneste e liete
+ furo iterate tre e quattro volte,
+ Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
+
+ «Anzi che a questo monte fosser volte
+ l’anime degne di salire a Dio,
+ fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
+
+ Io son Virgilio; e per null’ altro rio
+ lo ciel perdei che per non aver fé».
+ Così rispuose allora il duca mio.
+
+ Qual è colui che cosa innanzi sé
+ sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
+ che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
+
+ tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
+ e umilmente ritornò ver’ lui,
+ e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
+
+ «O gloria di Latin», disse, «per cui
+ mostrò ciò che potea la lingua nostra,
+ o pregio etterno del loco ond’ io fui,
+
+ qual merito o qual grazia mi ti mostra?
+ S’io son d’udir le tue parole degno,
+ dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
+
+ «Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
+ rispuose lui, «son io di qua venuto;
+ virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
+
+ Non per far, ma per non fare ho perduto
+ a veder l’alto Sol che tu disiri
+ e che fu tardi per me conosciuto.
+
+ Luogo è là giù non tristo di martìri,
+ ma di tenebre solo, ove i lamenti
+ non suonan come guai, ma son sospiri.
+
+ Quivi sto io coi pargoli innocenti
+ dai denti morsi de la morte avante
+ che fosser da l’umana colpa essenti;
+
+ quivi sto io con quei che le tre sante
+ virtù non si vestiro, e sanza vizio
+ conobber l’altre e seguir tutte quante.
+
+ Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
+ dà noi per che venir possiam più tosto
+ là dove purgatorio ha dritto inizio».
+
+ Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
+ licito m’è andar suso e intorno;
+ per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
+
+ Ma vedi già come dichina il giorno,
+ e andar sù di notte non si puote;
+ però è buon pensar di bel soggiorno.
+
+ Anime sono a destra qua remote;
+ se mi consenti, io ti merrò ad esse,
+ e non sanza diletto ti fier note».
+
+ «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
+ salir di notte, fora elli impedito
+ d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
+
+ E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
+ dicendo: «Vedi? sola questa riga
+ non varcheresti dopo ’l sol partito:
+
+ non però ch’altra cosa desse briga,
+ che la notturna tenebra, ad ir suso;
+ quella col nonpoder la voglia intriga.
+
+ Ben si poria con lei tornare in giuso
+ e passeggiar la costa intorno errando,
+ mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
+
+ Allora il mio segnor, quasi ammirando,
+ «Menane», disse, «dunque là ’ve dici
+ ch’aver si può diletto dimorando».
+
+ Poco allungati c’eravam di lici,
+ quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
+ a guisa che i vallon li sceman quici.
+
+ «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
+ dove la costa face di sé grembo;
+ e là il novo giorno attenderemo».
+
+ Tra erto e piano era un sentiero schembo,
+ che ne condusse in fianco de la lacca,
+ là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
+
+ Oro e argento fine, cocco e biacca,
+ indaco, legno lucido e sereno,
+ fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
+
+ da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
+ posti, ciascun saria di color vinto,
+ come dal suo maggiore è vinto il meno.
+
+ Non avea pur natura ivi dipinto,
+ ma di soavità di mille odori
+ vi facea uno incognito e indistinto.
+
+ ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
+ quindi seder cantando anime vidi,
+ che per la valle non parean di fuori.
+
+ «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
+ cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
+ «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
+
+ Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
+ conoscerete voi di tutti quanti,
+ che ne la lama giù tra essi accolti.
+
+ Colui che più siede alto e fa sembianti
+ d’aver negletto ciò che far dovea,
+ e che non move bocca a li altrui canti,
+
+ Rodolfo imperador fu, che potea
+ sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
+ sì che tardi per altri si ricrea.
+
+ L’altro che ne la vista lui conforta,
+ resse la terra dove l’acqua nasce
+ che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
+
+ Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
+ fu meglio assai che Vincislao suo figlio
+ barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
+
+ E quel nasetto che stretto a consiglio
+ par con colui c’ha sì benigno aspetto,
+ morì fuggendo e disfiorando il giglio:
+
+ guardate là come si batte il petto!
+ L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
+ de la sua palma, sospirando, letto.
+
+ Padre e suocero son del mal di Francia:
+ sanno la vita sua viziata e lorda,
+ e quindi viene il duol che sì li lancia.
+
+ Quel che par sì membruto e che s’accorda,
+ cantando, con colui dal maschio naso,
+ d’ogne valor portò cinta la corda;
+
+ e se re dopo lui fosse rimaso
+ lo giovanetto che retro a lui siede,
+ ben andava il valor di vaso in vaso,
+
+ che non si puote dir de l’altre rede;
+ Iacomo e Federigo hanno i reami;
+ del retaggio miglior nessun possiede.
+
+ Rade volte risurge per li rami
+ l’umana probitate; e questo vole
+ quei che la dà, perché da lui si chiami.
+
+ Anche al nasuto vanno mie parole
+ non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
+ onde Puglia e Proenza già si dole.
+
+ Tant’ è del seme suo minor la pianta,
+ quanto, più che Beatrice e Margherita,
+ Costanza di marito ancor si vanta.
+
+ Vedete il re de la semplice vita
+ seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
+ questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
+
+ Quel che più basso tra costor s’atterra,
+ guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
+ per cui e Alessandria e la sua guerra
+
+ fa pianger Monferrato e Canavese».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto VIII
+
+
+ Era già l’ora che volge il disio
+ ai navicanti e ’ntenerisce il core
+ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
+
+ e che lo novo peregrin d’amore
+ punge, se ode squilla di lontano
+ che paia il giorno pianger che si more;
+
+ quand’ io incominciai a render vano
+ l’udire e a mirare una de l’alme
+ surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
+
+ Ella giunse e levò ambo le palme,
+ ficcando li occhi verso l’orïente,
+ come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
+
+ ‘Te lucis ante’ sì devotamente
+ le uscìo di bocca e con sì dolci note,
+ che fece me a me uscir di mente;
+
+ e l’altre poi dolcemente e devote
+ seguitar lei per tutto l’inno intero,
+ avendo li occhi a le superne rote.
+
+ Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
+ ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
+ certo che ’l trapassar dentro è leggero.
+
+ Io vidi quello essercito gentile
+ tacito poscia riguardare in sùe,
+ quasi aspettando, palido e umìle;
+
+ e vidi uscir de l’alto e scender giùe
+ due angeli con due spade affocate,
+ tronche e private de le punte sue.
+
+ Verdi come fogliette pur mo nate
+ erano in veste, che da verdi penne
+ percosse traean dietro e ventilate.
+
+ L’un poco sovra noi a star si venne,
+ e l’altro scese in l’opposita sponda,
+ sì che la gente in mezzo si contenne.
+
+ Ben discernëa in lor la testa bionda;
+ ma ne la faccia l’occhio si smarria,
+ come virtù ch’a troppo si confonda.
+
+ «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
+ disse Sordello, «a guardia de la valle,
+ per lo serpente che verrà vie via».
+
+ Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
+ mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
+ tutto gelato, a le fidate spalle.
+
+ E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
+ tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
+ grazïoso fia lor vedervi assai».
+
+ Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
+ e fui di sotto, e vidi un che mirava
+ pur me, come conoscer mi volesse.
+
+ Temp’ era già che l’aere s’annerava,
+ ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
+ non dichiarisse ciò che pria serrava.
+
+ Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
+ giudice Nin gentil, quanto mi piacque
+ quando ti vidi non esser tra ’ rei!
+
+ Nullo bel salutar tra noi si tacque;
+ poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
+ a piè del monte per le lontane acque?».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
+ venni stamane, e sono in prima vita,
+ ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
+
+ E come fu la mia risposta udita,
+ Sordello ed elli in dietro si raccolse
+ come gente di sùbito smarrita.
+
+ L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
+ che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
+ vieni a veder che Dio per grazia volse».
+
+ Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
+ che tu dei a colui che sì nasconde
+ lo suo primo perché, che non lì è guado,
+
+ quando sarai di là da le larghe onde,
+ dì a Giovanna mia che per me chiami
+ là dove a li ’nnocenti si risponde.
+
+ Non credo che la sua madre più m’ami,
+ poscia che trasmutò le bianche bende,
+ le quai convien che, misera!, ancor brami.
+
+ Per lei assai di lieve si comprende
+ quanto in femmina foco d’amor dura,
+ se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
+
+ Non le farà sì bella sepultura
+ la vipera che Melanesi accampa,
+ com’ avria fatto il gallo di Gallura».
+
+ Così dicea, segnato de la stampa,
+ nel suo aspetto, di quel dritto zelo
+ che misuratamente in core avvampa.
+
+ Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
+ pur là dove le stelle son più tarde,
+ sì come rota più presso a lo stelo.
+
+ E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
+ E io a lui: «A quelle tre facelle
+ di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
+
+ Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
+ che vedevi staman, son di là basse,
+ e queste son salite ov’ eran quelle».
+
+ Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
+ dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
+ e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
+
+ Da quella parte onde non ha riparo
+ la picciola vallea, era una biscia,
+ forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
+
+ Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
+ volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
+ leccando come bestia che si liscia.
+
+ Io non vidi, e però dicer non posso,
+ come mosser li astor celestïali;
+ ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
+
+ Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
+ fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
+ suso a le poste rivolando iguali.
+
+ L’ombra che s’era al giudice raccolta
+ quando chiamò, per tutto quello assalto
+ punto non fu da me guardare sciolta.
+
+ «Se la lucerna che ti mena in alto
+ truovi nel tuo arbitrio tanta cera
+ quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
+
+ cominciò ella, «se novella vera
+ di Val di Magra o di parte vicina
+ sai, dillo a me, che già grande là era.
+
+ Fui chiamato Currado Malaspina;
+ non son l’antico, ma di lui discesi;
+ a’ miei portai l’amor che qui raffina».
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
+ già mai non fui; ma dove si dimora
+ per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
+
+ La fama che la vostra casa onora,
+ grida i segnori e grida la contrada,
+ sì che ne sa chi non vi fu ancora;
+
+ e io vi giuro, s’io di sopra vada,
+ che vostra gente onrata non si sfregia
+ del pregio de la borsa e de la spada.
+
+ Uso e natura sì la privilegia,
+ che, perché il capo reo il mondo torca,
+ sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
+
+ Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
+ sette volte nel letto che ’l Montone
+ con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
+
+ che cotesta cortese oppinïone
+ ti fia chiavata in mezzo de la testa
+ con maggior chiovi che d’altrui sermone,
+
+ se corso di giudicio non s’arresta».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto IX
+
+
+ La concubina di Titone antico
+ già s’imbiancava al balco d’orïente,
+ fuor de le braccia del suo dolce amico;
+
+ di gemme la sua fronte era lucente,
+ poste in figura del freddo animale
+ che con la coda percuote la gente;
+
+ e la notte, de’ passi con che sale,
+ fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
+ e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
+
+ quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
+ vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
+ là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
+
+ Ne l’ora che comincia i tristi lai
+ la rondinella presso a la mattina,
+ forse a memoria de’ suo’ primi guai,
+
+ e che la mente nostra, peregrina
+ più da la carne e men da’ pensier presa,
+ a le sue visïon quasi è divina,
+
+ in sogno mi parea veder sospesa
+ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
+ con l’ali aperte e a calare intesa;
+
+ ed esser mi parea là dove fuoro
+ abbandonati i suoi da Ganimede,
+ quando fu ratto al sommo consistoro.
+
+ Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
+ pur qui per uso, e forse d’altro loco
+ disdegna di portarne suso in piede’.
+
+ Poi mi parea che, poi rotata un poco,
+ terribil come folgor discendesse,
+ e me rapisse suso infino al foco.
+
+ Ivi parea che ella e io ardesse;
+ e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
+ che convenne che ’l sonno si rompesse.
+
+ Non altrimenti Achille si riscosse,
+ li occhi svegliati rivolgendo in giro
+ e non sappiendo là dove si fosse,
+
+ quando la madre da Chirón a Schiro
+ trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
+ là onde poi li Greci il dipartiro;
+
+ che mi scoss’ io, sì come da la faccia
+ mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
+ come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
+
+ Dallato m’era solo il mio conforto,
+ e ’l sole er’ alto già più che due ore,
+ e ’l viso m’era a la marina torto.
+
+ «Non aver tema», disse il mio segnore;
+ «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
+ non stringer, ma rallarga ogne vigore.
+
+ Tu se’ omai al purgatorio giunto:
+ vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
+ vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
+
+ Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
+ quando l’anima tua dentro dormia,
+ sovra li fiori ond’ è là giù addorno
+
+ venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
+ lasciatemi pigliar costui che dorme;
+ sì l’agevolerò per la sua via”.
+
+ Sordel rimase e l’altre genti forme;
+ ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
+ sen venne suso; e io per le sue orme.
+
+ Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
+ li occhi suoi belli quella intrata aperta;
+ poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
+
+ A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
+ e che muta in conforto sua paura,
+ poi che la verità li è discoperta,
+
+ mi cambia’ io; e come sanza cura
+ vide me ’l duca mio, su per lo balzo
+ si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
+
+ Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
+ la mia matera, e però con più arte
+ non ti maravigliar s’io la rincalzo.
+
+ Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
+ che là dove pareami prima rotto,
+ pur come un fesso che muro diparte,
+
+ vidi una porta, e tre gradi di sotto
+ per gire ad essa, di color diversi,
+ e un portier ch’ancor non facea motto.
+
+ E come l’occhio più e più v’apersi,
+ vidil seder sovra ’l grado sovrano,
+ tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
+
+ e una spada nuda avëa in mano,
+ che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
+ ch’io drizzava spesso il viso in vano.
+
+ «Dite costinci: che volete voi?»,
+ cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
+ Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
+
+ «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
+ rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
+ ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
+
+ «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
+ ricominciò il cortese portinaio:
+ «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
+
+ Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
+ bianco marmo era sì pulito e terso,
+ ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
+
+ Era il secondo tinto più che perso,
+ d’una petrina ruvida e arsiccia,
+ crepata per lo lungo e per traverso.
+
+ Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
+ porfido mi parea, sì fiammeggiante
+ come sangue che fuor di vena spiccia.
+
+ Sovra questo tenëa ambo le piante
+ l’angel di Dio sedendo in su la soglia
+ che mi sembiava pietra di diamante.
+
+ Per li tre gradi sù di buona voglia
+ mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
+ umilemente che ’l serrame scioglia».
+
+ Divoto mi gittai a’ santi piedi;
+ misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
+ ma tre volte nel petto pria mi diedi.
+
+ Sette P ne la fronte mi descrisse
+ col punton de la spada, e «Fa che lavi,
+ quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
+
+ Cenere, o terra che secca si cavi,
+ d’un color fora col suo vestimento;
+ e di sotto da quel trasse due chiavi.
+
+ L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
+ pria con la bianca e poscia con la gialla
+ fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
+
+ «Quandunque l’una d’este chiavi falla,
+ che non si volga dritta per la toppa»,
+ diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
+
+ Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
+ d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
+ perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
+
+ Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
+ anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
+ pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
+
+ Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
+ dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
+ che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
+
+ E quando fuor ne’ cardini distorti
+ li spigoli di quella regge sacra,
+ che di metallo son sonanti e forti,
+
+ non rugghiò sì né si mostrò sì acra
+ Tarpëa, come tolto le fu il buono
+ Metello, per che poi rimase macra.
+
+ Io mi rivolsi attento al primo tuono,
+ e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
+ udire in voce mista al dolce suono.
+
+ Tale imagine a punto mi rendea
+ ciò ch’io udiva, qual prender si suole
+ quando a cantar con organi si stea;
+
+ ch’or sì or no s’intendon le parole.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto X
+
+
+ Poi fummo dentro al soglio de la porta
+ che ’l mal amor de l’anime disusa,
+ perché fa parer dritta la via torta,
+
+ sonando la senti’ esser richiusa;
+ e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
+ qual fora stata al fallo degna scusa?
+
+ Noi salavam per una pietra fessa,
+ che si moveva e d’una e d’altra parte,
+ sì come l’onda che fugge e s’appressa.
+
+ «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
+ cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
+ or quinci, or quindi al lato che si parte».
+
+ E questo fece i nostri passi scarsi,
+ tanto che pria lo scemo de la luna
+ rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
+
+ che noi fossimo fuor di quella cruna;
+ ma quando fummo liberi e aperti
+ sù dove il monte in dietro si rauna,
+
+ ïo stancato e amendue incerti
+ di nostra via, restammo in su un piano
+ solingo più che strade per diserti.
+
+ Da la sua sponda, ove confina il vano,
+ al piè de l’alta ripa che pur sale,
+ misurrebbe in tre volte un corpo umano;
+
+ e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
+ or dal sinistro e or dal destro fianco,
+ questa cornice mi parea cotale.
+
+ Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
+ quand’ io conobbi quella ripa intorno
+ che dritto di salita aveva manco,
+
+ esser di marmo candido e addorno
+ d’intagli sì, che non pur Policleto,
+ ma la natura lì avrebbe scorno.
+
+ L’angel che venne in terra col decreto
+ de la molt’ anni lagrimata pace,
+ ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
+
+ dinanzi a noi pareva sì verace
+ quivi intagliato in un atto soave,
+ che non sembiava imagine che tace.
+
+ Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
+ perché iv’ era imaginata quella
+ ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
+
+ e avea in atto impressa esta favella
+ ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
+ come figura in cera si suggella.
+
+ «Non tener pur ad un loco la mente»,
+ disse ’l dolce maestro, che m’avea
+ da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
+
+ Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
+ di retro da Maria, da quella costa
+ onde m’era colui che mi movea,
+
+ un’altra storia ne la roccia imposta;
+ per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
+ acciò che fosse a li occhi miei disposta.
+
+ Era intagliato lì nel marmo stesso
+ lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
+ per che si teme officio non commesso.
+
+ Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
+ partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
+ faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
+
+ Similemente al fummo de li ’ncensi
+ che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
+ e al sì e al no discordi fensi.
+
+ Lì precedeva al benedetto vaso,
+ trescando alzato, l’umile salmista,
+ e più e men che re era in quel caso.
+
+ Di contra, effigïata ad una vista
+ d’un gran palazzo, Micòl ammirava
+ sì come donna dispettosa e trista.
+
+ I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
+ per avvisar da presso un’altra istoria,
+ che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
+
+ Quiv’ era storïata l’alta gloria
+ del roman principato, il cui valore
+ mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
+
+ i’ dico di Traiano imperadore;
+ e una vedovella li era al freno,
+ di lagrime atteggiata e di dolore.
+
+ Intorno a lui parea calcato e pieno
+ di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
+ sovr’ essi in vista al vento si movieno.
+
+ La miserella intra tutti costoro
+ pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
+ di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
+
+ ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
+ tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
+ come persona in cui dolor s’affretta,
+
+ «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
+ la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
+ a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
+
+ ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
+ ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
+ giustizia vuole e pietà mi ritene».
+
+ Colui che mai non vide cosa nova
+ produsse esto visibile parlare,
+ novello a noi perché qui non si trova.
+
+ Mentr’ io mi dilettava di guardare
+ l’imagini di tante umilitadi,
+ e per lo fabbro loro a veder care,
+
+ «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
+ mormorava il poeta, «molte genti:
+ questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
+
+ Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
+ per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
+ volgendosi ver’ lui non furon lenti.
+
+ Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
+ di buon proponimento per udire
+ come Dio vuol che ’l debito si paghi.
+
+ Non attender la forma del martìre:
+ pensa la succession; pensa ch’al peggio
+ oltre la gran sentenza non può ire.
+
+ Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
+ muovere a noi, non mi sembian persone,
+ e non so che, sì nel veder vaneggio».
+
+ Ed elli a me: «La grave condizione
+ di lor tormento a terra li rannicchia,
+ sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
+
+ Ma guarda fiso là, e disviticchia
+ col viso quel che vien sotto a quei sassi:
+ già scorger puoi come ciascun si picchia».
+
+ O superbi cristian, miseri lassi,
+ che, de la vista de la mente infermi,
+ fidanza avete ne’ retrosi passi,
+
+ non v’accorgete voi che noi siam vermi
+ nati a formar l’angelica farfalla,
+ che vola a la giustizia sanza schermi?
+
+ Di che l’animo vostro in alto galla,
+ poi siete quasi antomata in difetto,
+ sì come vermo in cui formazion falla?
+
+ Come per sostentar solaio o tetto,
+ per mensola talvolta una figura
+ si vede giugner le ginocchia al petto,
+
+ la qual fa del non ver vera rancura
+ nascere ’n chi la vede; così fatti
+ vid’ io color, quando puosi ben cura.
+
+ Vero è che più e meno eran contratti
+ secondo ch’avien più e meno a dosso;
+ e qual più pazïenza avea ne li atti,
+
+ piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XI
+
+
+ «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
+ non circunscritto, ma per più amore
+ ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
+
+ laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
+ da ogne creatura, com’ è degno
+ di render grazie al tuo dolce vapore.
+
+ Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
+ ché noi ad essa non potem da noi,
+ s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
+
+ Come del suo voler li angeli tuoi
+ fan sacrificio a te, cantando osanna,
+ così facciano li uomini de’ suoi.
+
+ Dà oggi a noi la cotidiana manna,
+ sanza la qual per questo aspro diserto
+ a retro va chi più di gir s’affanna.
+
+ E come noi lo mal ch’avem sofferto
+ perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
+ benigno, e non guardar lo nostro merto.
+
+ Nostra virtù che di legger s’adona,
+ non spermentar con l’antico avversaro,
+ ma libera da lui che sì la sprona.
+
+ Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
+ già non si fa per noi, ché non bisogna,
+ ma per color che dietro a noi restaro».
+
+ Così a sé e noi buona ramogna
+ quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
+ simile a quel che talvolta si sogna,
+
+ disparmente angosciate tutte a tondo
+ e lasse su per la prima cornice,
+ purgando la caligine del mondo.
+
+ Se di là sempre ben per noi si dice,
+ di qua che dire e far per lor si puote
+ da quei c’hanno al voler buona radice?
+
+ Ben si de’ loro atar lavar le note
+ che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
+ possano uscire a le stellate ruote.
+
+ «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
+ tosto, sì che possiate muover l’ala,
+ che secondo il disio vostro vi lievi,
+
+ mostrate da qual mano inver’ la scala
+ si va più corto; e se c’è più d’un varco,
+ quel ne ’nsegnate che men erto cala;
+
+ ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
+ de la carne d’Adamo onde si veste,
+ al montar sù, contra sua voglia, è parco».
+
+ Le lor parole, che rendero a queste
+ che dette avea colui cu’ io seguiva,
+ non fur da cui venisser manifeste;
+
+ ma fu detto: «A man destra per la riva
+ con noi venite, e troverete il passo
+ possibile a salir persona viva.
+
+ E s’io non fossi impedito dal sasso
+ che la cervice mia superba doma,
+ onde portar convienmi il viso basso,
+
+ cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
+ guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
+ e per farlo pietoso a questa soma.
+
+ Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
+ Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
+ non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
+
+ L’antico sangue e l’opere leggiadre
+ d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
+ che, non pensando a la comune madre,
+
+ ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
+ ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
+ e sallo in Campagnatico ogne fante.
+
+ Io sono Omberto; e non pur a me danno
+ superbia fa, ché tutti miei consorti
+ ha ella tratti seco nel malanno.
+
+ E qui convien ch’io questo peso porti
+ per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
+ poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
+
+ Ascoltando chinai in giù la faccia;
+ e un di lor, non questi che parlava,
+ si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
+
+ e videmi e conobbemi e chiamava,
+ tenendo li occhi con fatica fisi
+ a me che tutto chin con loro andava.
+
+ «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
+ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
+ ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
+
+ «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
+ che pennelleggia Franco Bolognese;
+ l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
+
+ Ben non sare’ io stato sì cortese
+ mentre ch’io vissi, per lo gran disio
+ de l’eccellenza ove mio core intese.
+
+ Di tal superbia qui si paga il fio;
+ e ancor non sarei qui, se non fosse
+ che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
+
+ Oh vana gloria de l’umane posse!
+ com’ poco verde in su la cima dura,
+ se non è giunta da l’etati grosse!
+
+ Credette Cimabue ne la pittura
+ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
+ sì che la fama di colui è scura.
+
+ Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
+ la gloria de la lingua; e forse è nato
+ chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
+
+ Non è il mondan romore altro ch’un fiato
+ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
+ e muta nome perché muta lato.
+
+ Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
+ da te la carne, che se fossi morto
+ anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
+
+ pria che passin mill’ anni? ch’è più corto
+ spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
+ al cerchio che più tardi in cielo è torto.
+
+ Colui che del cammin sì poco piglia
+ dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
+ e ora a pena in Siena sen pispiglia,
+
+ ond’ era sire quando fu distrutta
+ la rabbia fiorentina, che superba
+ fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
+
+ La vostra nominanza è color d’erba,
+ che viene e va, e quei la discolora
+ per cui ella esce de la terra acerba».
+
+ E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
+ bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
+ ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
+
+ «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
+ ed è qui perché fu presuntüoso
+ a recar Siena tutta a le sue mani.
+
+ Ito è così e va, sanza riposo,
+ poi che morì; cotal moneta rende
+ a sodisfar chi è di là troppo oso».
+
+ E io: «Se quello spirito ch’attende,
+ pria che si penta, l’orlo de la vita,
+ qua giù dimora e qua sù non ascende,
+
+ se buona orazïon lui non aita,
+ prima che passi tempo quanto visse,
+ come fu la venuta lui largita?».
+
+ «Quando vivea più glorïoso», disse,
+ «liberamente nel Campo di Siena,
+ ogne vergogna diposta, s’affisse;
+
+ e lì, per trar l’amico suo di pena,
+ ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
+ si condusse a tremar per ogne vena.
+
+ Più non dirò, e scuro so che parlo;
+ ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
+ faranno sì che tu potrai chiosarlo.
+
+ Quest’ opera li tolse quei confini».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XII
+
+
+ Di pari, come buoi che vanno a giogo,
+ m’andava io con quell’ anima carca,
+ fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
+
+ Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
+ ché qui è buono con l’ali e coi remi,
+ quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
+
+ dritto sì come andar vuolsi rife’mi
+ con la persona, avvegna che i pensieri
+ mi rimanessero e chinati e scemi.
+
+ Io m’era mosso, e seguia volontieri
+ del mio maestro i passi, e amendue
+ già mostravam com’ eravam leggeri;
+
+ ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
+ buon ti sarà, per tranquillar la via,
+ veder lo letto de le piante tue».
+
+ Come, perché di lor memoria sia,
+ sovra i sepolti le tombe terragne
+ portan segnato quel ch’elli eran pria,
+
+ onde lì molte volte si ripiagne
+ per la puntura de la rimembranza,
+ che solo a’ pïi dà de le calcagne;
+
+ sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
+ secondo l’artificio, figurato
+ quanto per via di fuor del monte avanza.
+
+ Vedea colui che fu nobil creato
+ più ch’altra creatura, giù dal cielo
+ folgoreggiando scender, da l’un lato.
+
+ Vedëa Brïareo fitto dal telo
+ celestïal giacer, da l’altra parte,
+ grave a la terra per lo mortal gelo.
+
+ Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
+ armati ancora, intorno al padre loro,
+ mirar le membra d’i Giganti sparte.
+
+ Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
+ quasi smarrito, e riguardar le genti
+ che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
+
+ O Nïobè, con che occhi dolenti
+ vedea io te segnata in su la strada,
+ tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
+
+ O Saùl, come in su la propria spada
+ quivi parevi morto in Gelboè,
+ che poi non sentì pioggia né rugiada!
+
+ O folle Aragne, sì vedea io te
+ già mezza ragna, trista in su li stracci
+ de l’opera che mal per te si fé.
+
+ O Roboàm, già non par che minacci
+ quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
+ nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
+
+ Mostrava ancor lo duro pavimento
+ come Almeon a sua madre fé caro
+ parer lo sventurato addornamento.
+
+ Mostrava come i figli si gittaro
+ sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
+ e come, morto lui, quivi il lasciaro.
+
+ Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
+ che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
+ «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
+
+ Mostrava come in rotta si fuggiro
+ li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
+ e anche le reliquie del martiro.
+
+ Vedeva Troia in cenere e in caverne;
+ o Ilïón, come te basso e vile
+ mostrava il segno che lì si discerne!
+
+ Qual di pennel fu maestro o di stile
+ che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
+ mirar farieno uno ingegno sottile?
+
+ Morti li morti e i vivi parean vivi:
+ non vide mei di me chi vide il vero,
+ quant’ io calcai, fin che chinato givi.
+
+ Or superbite, e via col viso altero,
+ figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
+ sì che veggiate il vostro mal sentero!
+
+ Più era già per noi del monte vòlto
+ e del cammin del sole assai più speso
+ che non stimava l’animo non sciolto,
+
+ quando colui che sempre innanzi atteso
+ andava, cominciò: «Drizza la testa;
+ non è più tempo di gir sì sospeso.
+
+ Vedi colà un angel che s’appresta
+ per venir verso noi; vedi che torna
+ dal servigio del dì l’ancella sesta.
+
+ Di reverenza il viso e li atti addorna,
+ sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
+ pensa che questo dì mai non raggiorna!».
+
+ Io era ben del suo ammonir uso
+ pur di non perder tempo, sì che ’n quella
+ materia non potea parlarmi chiuso.
+
+ A noi venìa la creatura bella,
+ biancovestito e ne la faccia quale
+ par tremolando mattutina stella.
+
+ Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
+ disse: «Venite: qui son presso i gradi,
+ e agevolemente omai si sale.
+
+ A questo invito vegnon molto radi:
+ o gente umana, per volar sù nata,
+ perché a poco vento così cadi?».
+
+ Menocci ove la roccia era tagliata;
+ quivi mi batté l’ali per la fronte;
+ poi mi promise sicura l’andata.
+
+ Come a man destra, per salire al monte
+ dove siede la chiesa che soggioga
+ la ben guidata sopra Rubaconte,
+
+ si rompe del montar l’ardita foga
+ per le scalee che si fero ad etade
+ ch’era sicuro il quaderno e la doga;
+
+ così s’allenta la ripa che cade
+ quivi ben ratta da l’altro girone;
+ ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
+
+ Noi volgendo ivi le nostre persone,
+ ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
+ cantaron sì, che nol diria sermone.
+
+ Ahi quanto son diverse quelle foci
+ da l’infernali! ché quivi per canti
+ s’entra, e là giù per lamenti feroci.
+
+ Già montavam su per li scaglion santi,
+ ed esser mi parea troppo più lieve
+ che per lo pian non mi parea davanti.
+
+ Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
+ levata s’è da me, che nulla quasi
+ per me fatica, andando, si riceve?».
+
+ Rispuose: «Quando i P che son rimasi
+ ancor nel volto tuo presso che stinti,
+ saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
+
+ fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
+ che non pur non fatica sentiranno,
+ ma fia diletto loro esser sù pinti».
+
+ Allor fec’ io come color che vanno
+ con cosa in capo non da lor saputa,
+ se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
+
+ per che la mano ad accertar s’aiuta,
+ e cerca e truova e quello officio adempie
+ che non si può fornir per la veduta;
+
+ e con le dita de la destra scempie
+ trovai pur sei le lettere che ’ncise
+ quel da le chiavi a me sovra le tempie:
+
+ a che guardando, il mio duca sorrise.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIII
+
+
+ Noi eravamo al sommo de la scala,
+ dove secondamente si risega
+ lo monte che salendo altrui dismala.
+
+ Ivi così una cornice lega
+ dintorno il poggio, come la primaia;
+ se non che l’arco suo più tosto piega.
+
+ Ombra non lì è né segno che si paia:
+ parsi la ripa e parsi la via schietta
+ col livido color de la petraia.
+
+ «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
+ ragionava il poeta, «io temo forse
+ che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
+
+ Poi fisamente al sole li occhi porse;
+ fece del destro lato a muover centro,
+ e la sinistra parte di sé torse.
+
+ «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
+ per lo novo cammin, tu ne conduci»,
+ dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
+
+ Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
+ s’altra ragione in contrario non ponta,
+ esser dien sempre li tuoi raggi duci».
+
+ Quanto di qua per un migliaio si conta,
+ tanto di là eravam noi già iti,
+ con poco tempo, per la voglia pronta;
+
+ e verso noi volar furon sentiti,
+ non però visti, spiriti parlando
+ a la mensa d’amor cortesi inviti.
+
+ La prima voce che passò volando
+ ‘Vinum non habent’ altamente disse,
+ e dietro a noi l’andò reïterando.
+
+ E prima che del tutto non si udisse
+ per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
+ passò gridando, e anco non s’affisse.
+
+ «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
+ E com’ io domandai, ecco la terza
+ dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
+
+ E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
+ la colpa de la invidia, e però sono
+ tratte d’amor le corde de la ferza.
+
+ Lo fren vuol esser del contrario suono;
+ credo che l’udirai, per mio avviso,
+ prima che giunghi al passo del perdono.
+
+ Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
+ e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
+ e ciascun è lungo la grotta assiso».
+
+ Allora più che prima li occhi apersi;
+ guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
+ al color de la pietra non diversi.
+
+ E poi che fummo un poco più avanti,
+ udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
+ gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
+
+ Non credo che per terra vada ancoi
+ omo sì duro, che non fosse punto
+ per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
+
+ ché, quando fui sì presso di lor giunto,
+ che li atti loro a me venivan certi,
+ per li occhi fui di grave dolor munto.
+
+ Di vil ciliccio mi parean coperti,
+ e l’un sofferia l’altro con la spalla,
+ e tutti da la ripa eran sofferti.
+
+ Così li ciechi a cui la roba falla,
+ stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
+ e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
+
+ perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
+ non pur per lo sonar de le parole,
+ ma per la vista che non meno agogna.
+
+ E come a li orbi non approda il sole,
+ così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
+ luce del ciel di sé largir non vole;
+
+ ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
+ e cusce sì, come a sparvier selvaggio
+ si fa però che queto non dimora.
+
+ A me pareva, andando, fare oltraggio,
+ veggendo altrui, non essendo veduto:
+ per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
+
+ Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
+ e però non attese mia dimanda,
+ ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
+
+ Virgilio mi venìa da quella banda
+ de la cornice onde cader si puote,
+ perché da nulla sponda s’inghirlanda;
+
+ da l’altra parte m’eran le divote
+ ombre, che per l’orribile costura
+ premevan sì, che bagnavan le gote.
+
+ Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
+ incominciai, «di veder l’alto lume
+ che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
+
+ se tosto grazia resolva le schiume
+ di vostra coscïenza sì che chiaro
+ per essa scenda de la mente il fiume,
+
+ ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
+ s’anima è qui tra voi che sia latina;
+ e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
+
+ «O frate mio, ciascuna è cittadina
+ d’una vera città; ma tu vuo’ dire
+ che vivesse in Italia peregrina».
+
+ Questo mi parve per risposta udire
+ più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
+ ond’ io mi feci ancor più là sentire.
+
+ Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
+ in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
+ lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
+
+ «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
+ se tu se’ quelli che mi rispondesti,
+ fammiti conto o per luogo o per nome».
+
+ «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
+ altri rimendo qui la vita ria,
+ lagrimando a colui che sé ne presti.
+
+ Savia non fui, avvegna che Sapìa
+ fossi chiamata, e fui de li altrui danni
+ più lieta assai che di ventura mia.
+
+ E perché tu non creda ch’io t’inganni,
+ odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
+ già discendendo l’arco d’i miei anni.
+
+ Eran li cittadin miei presso a Colle
+ in campo giunti co’ loro avversari,
+ e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
+
+ Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
+ passi di fuga; e veggendo la caccia,
+ letizia presi a tutte altre dispari,
+
+ tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
+ gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
+ come fé ’l merlo per poca bonaccia.
+
+ Pace volli con Dio in su lo stremo
+ de la mia vita; e ancor non sarebbe
+ lo mio dover per penitenza scemo,
+
+ se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
+ Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
+ a cui di me per caritate increbbe.
+
+ Ma tu chi se’, che nostre condizioni
+ vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
+ sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
+
+ «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
+ ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
+ fatta per esser con invidia vòlti.
+
+ Troppa è più la paura ond’ è sospesa
+ l’anima mia del tormento di sotto,
+ che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
+
+ Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
+ qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
+ E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
+
+ E vivo sono; e però mi richiedi,
+ spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
+ di là per te ancor li mortai piedi».
+
+ «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
+ rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
+ però col priego tuo talor mi giova.
+
+ E cheggioti, per quel che tu più brami,
+ se mai calchi la terra di Toscana,
+ che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
+
+ Tu li vedrai tra quella gente vana
+ che spera in Talamone, e perderagli
+ più di speranza ch’a trovar la Diana;
+
+ ma più vi perderanno li ammiragli».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIV
+
+
+ «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
+ prima che morte li abbia dato il volo,
+ e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
+
+ «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
+ domandal tu che più li t’avvicini,
+ e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
+
+ Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
+ ragionavan di me ivi a man dritta;
+ poi fer li visi, per dirmi, supini;
+
+ e disse l’uno: «O anima che fitta
+ nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
+ per carità ne consola e ne ditta
+
+ onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
+ tanto maravigliar de la tua grazia,
+ quanto vuol cosa che non fu più mai».
+
+ E io: «Per mezza Toscana si spazia
+ un fiumicel che nasce in Falterona,
+ e cento miglia di corso nol sazia.
+
+ Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
+ dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
+ ché ’l nome mio ancor molto non suona».
+
+ «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
+ con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
+ quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
+
+ E l’altro disse lui: «Perché nascose
+ questi il vocabol di quella riviera,
+ pur com’ om fa de l’orribili cose?».
+
+ E l’ombra che di ciò domandata era,
+ si sdebitò così: «Non so; ma degno
+ ben è che ’l nome di tal valle pèra;
+
+ ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
+ l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
+ che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
+
+ infin là ’ve si rende per ristoro
+ di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
+ ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
+
+ vertù così per nimica si fuga
+ da tutti come biscia, o per sventura
+ del luogo, o per mal uso che li fruga:
+
+ ond’ hanno sì mutata lor natura
+ li abitator de la misera valle,
+ che par che Circe li avesse in pastura.
+
+ Tra brutti porci, più degni di galle
+ che d’altro cibo fatto in uman uso,
+ dirizza prima il suo povero calle.
+
+ Botoli trova poi, venendo giuso,
+ ringhiosi più che non chiede lor possa,
+ e da lor disdegnosa torce il muso.
+
+ Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
+ tanto più trova di can farsi lupi
+ la maladetta e sventurata fossa.
+
+ Discesa poi per più pelaghi cupi,
+ trova le volpi sì piene di froda,
+ che non temono ingegno che le occùpi.
+
+ Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
+ e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
+ di ciò che vero spirto mi disnoda.
+
+ Io veggio tuo nepote che diventa
+ cacciator di quei lupi in su la riva
+ del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
+
+ Vende la carne loro essendo viva;
+ poscia li ancide come antica belva;
+ molti di vita e sé di pregio priva.
+
+ Sanguinoso esce de la trista selva;
+ lasciala tal, che di qui a mille anni
+ ne lo stato primaio non si rinselva».
+
+ Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
+ si turba il viso di colui ch’ascolta,
+ da qual che parte il periglio l’assanni,
+
+ così vid’ io l’altr’ anima, che volta
+ stava a udir, turbarsi e farsi trista,
+ poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
+
+ Lo dir de l’una e de l’altra la vista
+ mi fer voglioso di saper lor nomi,
+ e dimanda ne fei con prieghi mista;
+
+ per che lo spirto che di pria parlòmi
+ ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
+ nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
+
+ Ma da che Dio in te vuol che traluca
+ tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
+ però sappi ch’io fui Guido del Duca.
+
+ Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
+ che se veduto avesse uom farsi lieto,
+ visto m’avresti di livore sparso.
+
+ Di mia semente cotal paglia mieto;
+ o gente umana, perché poni ’l core
+ là ’v’ è mestier di consorte divieto?
+
+ Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
+ de la casa da Calboli, ove nullo
+ fatto s’è reda poi del suo valore.
+
+ E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
+ tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
+ del ben richesto al vero e al trastullo;
+
+ ché dentro a questi termini è ripieno
+ di venenosi sterpi, sì che tardi
+ per coltivare omai verrebber meno.
+
+ Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
+ Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
+ Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
+
+ Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
+ quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
+ verga gentil di picciola gramigna?
+
+ Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
+ quando rimembro, con Guido da Prata,
+ Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
+
+ Federigo Tignoso e sua brigata,
+ la casa Traversara e li Anastagi
+ (e l’una gente e l’altra è diretata),
+
+ le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
+ che ne ’nvogliava amore e cortesia
+ là dove i cuor son fatti sì malvagi.
+
+ O Bretinoro, ché non fuggi via,
+ poi che gita se n’è la tua famiglia
+ e molta gente per non esser ria?
+
+ Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
+ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
+ che di figliar tai conti più s’impiglia.
+
+ Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
+ lor sen girà; ma non però che puro
+ già mai rimagna d’essi testimonio.
+
+ O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
+ è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
+ chi far lo possa, tralignando, scuro.
+
+ Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
+ troppo di pianger più che di parlare,
+ sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
+
+ Noi sapavam che quell’ anime care
+ ci sentivano andar; però, tacendo,
+ facëan noi del cammin confidare.
+
+ Poi fummo fatti soli procedendo,
+ folgore parve quando l’aere fende,
+ voce che giunse di contra dicendo:
+
+ ‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
+ e fuggì come tuon che si dilegua,
+ se sùbito la nuvola scoscende.
+
+ Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
+ ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
+ che somigliò tonar che tosto segua:
+
+ «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
+ e allor, per ristrignermi al poeta,
+ in destro feci, e non innanzi, il passo.
+
+ Già era l’aura d’ogne parte queta;
+ ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
+ che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
+
+ Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
+ de l’antico avversaro a sé vi tira;
+ e però poco val freno o richiamo.
+
+ Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
+ mostrandovi le sue bellezze etterne,
+ e l’occhio vostro pur a terra mira;
+
+ onde vi batte chi tutto discerne».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XV
+
+
+ Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
+ e ’l principio del dì par de la spera
+ che sempre a guisa di fanciullo scherza,
+
+ tanto pareva già inver’ la sera
+ essere al sol del suo corso rimaso;
+ vespero là, e qui mezza notte era.
+
+ E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
+ perché per noi girato era sì ’l monte,
+ che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
+
+ quand’ io senti’ a me gravar la fronte
+ a lo splendore assai più che di prima,
+ e stupor m’eran le cose non conte;
+
+ ond’ io levai le mani inver’ la cima
+ de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
+ che del soverchio visibile lima.
+
+ Come quando da l’acqua o da lo specchio
+ salta lo raggio a l’opposita parte,
+ salendo su per lo modo parecchio
+
+ a quel che scende, e tanto si diparte
+ dal cader de la pietra in igual tratta,
+ sì come mostra esperïenza e arte;
+
+ così mi parve da luce rifratta
+ quivi dinanzi a me esser percosso;
+ per che a fuggir la mia vista fu ratta.
+
+ «Che è quel, dolce padre, a che non posso
+ schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
+ diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
+
+ «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
+ la famiglia del cielo», a me rispuose:
+ «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
+
+ Tosto sarà ch’a veder queste cose
+ non ti fia grave, ma fieti diletto
+ quanto natura a sentir ti dispuose».
+
+ Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
+ con lieta voce disse: «Intrate quinci
+ ad un scaleo vie men che li altri eretto».
+
+ Noi montavam, già partiti di linci,
+ e ‘Beati misericordes!’ fue
+ cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
+
+ Lo mio maestro e io soli amendue
+ suso andavamo; e io pensai, andando,
+ prode acquistar ne le parole sue;
+
+ e dirizza’mi a lui sì dimandando:
+ «Che volse dir lo spirto di Romagna,
+ e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
+
+ Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
+ conosce il danno; e però non s’ammiri
+ se ne riprende perché men si piagna.
+
+ Perché s’appuntano i vostri disiri
+ dove per compagnia parte si scema,
+ invidia move il mantaco a’ sospiri.
+
+ Ma se l’amor de la spera supprema
+ torcesse in suso il disiderio vostro,
+ non vi sarebbe al petto quella tema;
+
+ ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
+ tanto possiede più di ben ciascuno,
+ e più di caritate arde in quel chiostro».
+
+ «Io son d’esser contento più digiuno»,
+ diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
+ e più di dubbio ne la mente aduno.
+
+ Com’ esser puote ch’un ben, distributo
+ in più posseditor, faccia più ricchi
+ di sé che se da pochi è posseduto?».
+
+ Ed elli a me: «Però che tu rificchi
+ la mente pur a le cose terrene,
+ di vera luce tenebre dispicchi.
+
+ Quello infinito e ineffabil bene
+ che là sù è, così corre ad amore
+ com’ a lucido corpo raggio vene.
+
+ Tanto si dà quanto trova d’ardore;
+ sì che, quantunque carità si stende,
+ cresce sovr’ essa l’etterno valore.
+
+ E quanta gente più là sù s’intende,
+ più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
+ e come specchio l’uno a l’altro rende.
+
+ E se la mia ragion non ti disfama,
+ vedrai Beatrice, ed ella pienamente
+ ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
+
+ Procaccia pur che tosto sieno spente,
+ come son già le due, le cinque piaghe,
+ che si richiudon per esser dolente».
+
+ Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
+ vidimi giunto in su l’altro girone,
+ sì che tacer mi fer le luci vaghe.
+
+ Ivi mi parve in una visïone
+ estatica di sùbito esser tratto,
+ e vedere in un tempio più persone;
+
+ e una donna, in su l’entrar, con atto
+ dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
+ perché hai tu così verso noi fatto?
+
+ Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
+ ti cercavamo». E come qui si tacque,
+ ciò che pareva prima, dispario.
+
+ Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
+ giù per le gote che ’l dolor distilla
+ quando di gran dispetto in altrui nacque,
+
+ e dir: «Se tu se’ sire de la villa
+ del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
+ e onde ogne scïenza disfavilla,
+
+ vendica te di quelle braccia ardite
+ ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
+ E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
+
+ risponder lei con viso temperato:
+ «Che farem noi a chi mal ne disira,
+ se quei che ci ama è per noi condannato?»,
+
+ Poi vidi genti accese in foco d’ira
+ con pietre un giovinetto ancider, forte
+ gridando a sé pur: «Martira, martira!».
+
+ E lui vedea chinarsi, per la morte
+ che l’aggravava già, inver’ la terra,
+ ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
+
+ orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
+ che perdonasse a’ suoi persecutori,
+ con quello aspetto che pietà diserra.
+
+ Quando l’anima mia tornò di fori
+ a le cose che son fuor di lei vere,
+ io riconobbi i miei non falsi errori.
+
+ Lo duca mio, che mi potea vedere
+ far sì com’ om che dal sonno si slega,
+ disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
+
+ ma se’ venuto più che mezza lega
+ velando li occhi e con le gambe avvolte,
+ a guisa di cui vino o sonno piega?».
+
+ «O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
+ io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
+ quando le gambe mi furon sì tolte».
+
+ Ed ei: «Se tu avessi cento larve
+ sovra la faccia, non mi sarian chiuse
+ le tue cogitazion, quantunque parve.
+
+ Ciò che vedesti fu perché non scuse
+ d’aprir lo core a l’acque de la pace
+ che da l’etterno fonte son diffuse.
+
+ Non dimandai “Che hai?” per quel che face
+ chi guarda pur con l’occhio che non vede,
+ quando disanimato il corpo giace;
+
+ ma dimandai per darti forza al piede:
+ così frugar conviensi i pigri, lenti
+ ad usar lor vigilia quando riede».
+
+ Noi andavam per lo vespero, attenti
+ oltre quanto potean li occhi allungarsi
+ contra i raggi serotini e lucenti.
+
+ Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
+ verso di noi come la notte oscuro;
+ né da quello era loco da cansarsi.
+
+ Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVI
+
+
+ Buio d’inferno e di notte privata
+ d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
+ quant’ esser può di nuvol tenebrata,
+
+ non fece al viso mio sì grosso velo
+ come quel fummo ch’ivi ci coperse,
+ né a sentir di così aspro pelo,
+
+ che l’occhio stare aperto non sofferse;
+ onde la scorta mia saputa e fida
+ mi s’accostò e l’omero m’offerse.
+
+ Sì come cieco va dietro a sua guida
+ per non smarrirsi e per non dar di cozzo
+ in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
+
+ m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
+ ascoltando il mio duca che diceva
+ pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
+
+ Io sentia voci, e ciascuna pareva
+ pregar per pace e per misericordia
+ l’Agnel di Dio che le peccata leva.
+
+ Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
+ una parola in tutte era e un modo,
+ sì che parea tra esse ogne concordia.
+
+ «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
+ diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
+ e d’iracundia van solvendo il nodo».
+
+ «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
+ e di noi parli pur come se tue
+ partissi ancor lo tempo per calendi?».
+
+ Così per una voce detto fue;
+ onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
+ e domanda se quinci si va sùe».
+
+ E io: «O creatura che ti mondi
+ per tornar bella a colui che ti fece,
+ maraviglia udirai, se mi secondi».
+
+ «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
+ rispuose; «e se veder fummo non lascia,
+ l’udir ci terrà giunti in quella vece».
+
+ Allora incominciai: «Con quella fascia
+ che la morte dissolve men vo suso,
+ e venni qui per l’infernale ambascia.
+
+ E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
+ tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
+ per modo tutto fuor del moderno uso,
+
+ non mi celar chi fosti anzi la morte,
+ ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
+ e tue parole fier le nostre scorte».
+
+ «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
+ del mondo seppi, e quel valore amai
+ al quale ha or ciascun disteso l’arco.
+
+ Per montar sù dirittamente vai».
+ Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
+ che per me prieghi quando sù sarai».
+
+ E io a lui: «Per fede mi ti lego
+ di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
+ dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
+
+ Prima era scempio, e ora è fatto doppio
+ ne la sentenza tua, che mi fa certo
+ qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
+
+ Lo mondo è ben così tutto diserto
+ d’ogne virtute, come tu mi sone,
+ e di malizia gravido e coverto;
+
+ ma priego che m’addite la cagione,
+ sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
+ ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
+
+ Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
+ mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
+ lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
+
+ Voi che vivete ogne cagion recate
+ pur suso al cielo, pur come se tutto
+ movesse seco di necessitate.
+
+ Se così fosse, in voi fora distrutto
+ libero arbitrio, e non fora giustizia
+ per ben letizia, e per male aver lutto.
+
+ Lo cielo i vostri movimenti inizia;
+ non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
+ lume v’è dato a bene e a malizia,
+
+ e libero voler; che, se fatica
+ ne le prime battaglie col ciel dura,
+ poi vince tutto, se ben si notrica.
+
+ A maggior forza e a miglior natura
+ liberi soggiacete; e quella cria
+ la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
+
+ Però, se ’l mondo presente disvia,
+ in voi è la cagione, in voi si cheggia;
+ e io te ne sarò or vera spia.
+
+ Esce di mano a lui che la vagheggia
+ prima che sia, a guisa di fanciulla
+ che piangendo e ridendo pargoleggia,
+
+ l’anima semplicetta che sa nulla,
+ salvo che, mossa da lieto fattore,
+ volontier torna a ciò che la trastulla.
+
+ Di picciol bene in pria sente sapore;
+ quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
+ se guida o fren non torce suo amore.
+
+ Onde convenne legge per fren porre;
+ convenne rege aver, che discernesse
+ de la vera cittade almen la torre.
+
+ Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
+ Nullo, però che ’l pastor che procede,
+ rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
+
+ per che la gente, che sua guida vede
+ pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
+ di quel si pasce, e più oltre non chiede.
+
+ Ben puoi veder che la mala condotta
+ è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
+ e non natura che ’n voi sia corrotta.
+
+ Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
+ due soli aver, che l’una e l’altra strada
+ facean vedere, e del mondo e di Deo.
+
+ L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
+ col pasturale, e l’un con l’altro insieme
+ per viva forza mal convien che vada;
+
+ però che, giunti, l’un l’altro non teme:
+ se non mi credi, pon mente a la spiga,
+ ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
+
+ In sul paese ch’Adice e Po riga,
+ solea valore e cortesia trovarsi,
+ prima che Federigo avesse briga;
+
+ or può sicuramente indi passarsi
+ per qualunque lasciasse, per vergogna
+ di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
+
+ Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
+ l’antica età la nova, e par lor tardo
+ che Dio a miglior vita li ripogna:
+
+ Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
+ e Guido da Castel, che mei si noma,
+ francescamente, il semplice Lombardo.
+
+ Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
+ per confondere in sé due reggimenti,
+ cade nel fango, e sé brutta e la soma».
+
+ «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
+ e or discerno perché dal retaggio
+ li figli di Levì furono essenti.
+
+ Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
+ di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
+ in rimprovèro del secol selvaggio?».
+
+ «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
+ rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
+ par che del buon Gherardo nulla senta.
+
+ Per altro sopranome io nol conosco,
+ s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
+ Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
+
+ Vedi l’albor che per lo fummo raia
+ già biancheggiare, e me convien partirmi
+ (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
+
+ Così tornò, e più non volle udirmi.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVII
+
+
+ Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
+ ti colse nebbia per la qual vedessi
+ non altrimenti che per pelle talpe,
+
+ come, quando i vapori umidi e spessi
+ a diradar cominciansi, la spera
+ del sol debilemente entra per essi;
+
+ e fia la tua imagine leggera
+ in giugnere a veder com’ io rividi
+ lo sole in pria, che già nel corcar era.
+
+ Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
+ del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
+ ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
+
+ O imaginativa che ne rube
+ talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
+ perché dintorno suonin mille tube,
+
+ chi move te, se ’l senso non ti porge?
+ Moveti lume che nel ciel s’informa,
+ per sé o per voler che giù lo scorge.
+
+ De l’empiezza di lei che mutò forma
+ ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
+ ne l’imagine mia apparve l’orma;
+
+ e qui fu la mia mente sì ristretta
+ dentro da sé, che di fuor non venìa
+ cosa che fosse allor da lei ricetta.
+
+ Poi piovve dentro a l’alta fantasia
+ un crucifisso, dispettoso e fero
+ ne la sua vista, e cotal si moria;
+
+ intorno ad esso era il grande Assüero,
+ Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
+ che fu al dire e al far così intero.
+
+ E come questa imagine rompeo
+ sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
+ cui manca l’acqua sotto qual si feo,
+
+ surse in mia visïone una fanciulla
+ piangendo forte, e dicea: «O regina,
+ perché per ira hai voluto esser nulla?
+
+ Ancisa t’hai per non perder Lavina;
+ or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
+ madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
+
+ Come si frange il sonno ove di butto
+ nova luce percuote il viso chiuso,
+ che fratto guizza pria che muoia tutto;
+
+ così l’imaginar mio cadde giuso
+ tosto che lume il volto mi percosse,
+ maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
+
+ I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
+ quando una voce disse «Qui si monta»,
+ che da ogne altro intento mi rimosse;
+
+ e fece la mia voglia tanto pronta
+ di riguardar chi era che parlava,
+ che mai non posa, se non si raffronta.
+
+ Ma come al sol che nostra vista grava
+ e per soverchio sua figura vela,
+ così la mia virtù quivi mancava.
+
+ «Questo è divino spirito, che ne la
+ via da ir sù ne drizza sanza prego,
+ e col suo lume sé medesmo cela.
+
+ Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
+ ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
+ malignamente già si mette al nego.
+
+ Or accordiamo a tanto invito il piede;
+ procacciam di salir pria che s’abbui,
+ ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
+
+ Così disse il mio duca, e io con lui
+ volgemmo i nostri passi ad una scala;
+ e tosto ch’io al primo grado fui,
+
+ senti’mi presso quasi un muover d’ala
+ e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
+ pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
+
+ Già eran sovra noi tanto levati
+ li ultimi raggi che la notte segue,
+ che le stelle apparivan da più lati.
+
+ ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
+ fra me stesso dicea, ché mi sentiva
+ la possa de le gambe posta in triegue.
+
+ Noi eravam dove più non saliva
+ la scala sù, ed eravamo affissi,
+ pur come nave ch’a la piaggia arriva.
+
+ E io attesi un poco, s’io udissi
+ alcuna cosa nel novo girone;
+ poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
+
+ «Dolce mio padre, dì, quale offensione
+ si purga qui nel giro dove semo?
+ Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
+
+ Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
+ del suo dover, quiritta si ristora;
+ qui si ribatte il mal tardato remo.
+
+ Ma perché più aperto intendi ancora,
+ volgi la mente a me, e prenderai
+ alcun buon frutto di nostra dimora».
+
+ «Né creator né creatura mai»,
+ cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
+ o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
+
+ Lo naturale è sempre sanza errore,
+ ma l’altro puote errar per malo obietto
+ o per troppo o per poco di vigore.
+
+ Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
+ e ne’ secondi sé stesso misura,
+ esser non può cagion di mal diletto;
+
+ ma quando al mal si torce, o con più cura
+ o con men che non dee corre nel bene,
+ contra ’l fattore adovra sua fattura.
+
+ Quinci comprender puoi ch’esser convene
+ amor sementa in voi d’ogne virtute
+ e d’ogne operazion che merta pene.
+
+ Or, perché mai non può da la salute
+ amor del suo subietto volger viso,
+ da l’odio proprio son le cose tute;
+
+ e perché intender non si può diviso,
+ e per sé stante, alcuno esser dal primo,
+ da quello odiare ogne effetto è deciso.
+
+ Resta, se dividendo bene stimo,
+ che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
+ amor nasce in tre modi in vostro limo.
+
+ È chi, per esser suo vicin soppresso,
+ spera eccellenza, e sol per questo brama
+ ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
+
+ è chi podere, grazia, onore e fama
+ teme di perder perch’ altri sormonti,
+ onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
+
+ ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
+ sì che si fa de la vendetta ghiotto,
+ e tal convien che ’l male altrui impronti.
+
+ Questo triforme amor qua giù di sotto
+ si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
+ che corre al ben con ordine corrotto.
+
+ Ciascun confusamente un bene apprende
+ nel qual si queti l’animo, e disira;
+ per che di giugner lui ciascun contende.
+
+ Se lento amore a lui veder vi tira
+ o a lui acquistar, questa cornice,
+ dopo giusto penter, ve ne martira.
+
+ Altro ben è che non fa l’uom felice;
+ non è felicità, non è la buona
+ essenza, d’ogne ben frutto e radice.
+
+ L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
+ di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
+ ma come tripartito si ragiona,
+
+ tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XVIII
+
+
+ Posto avea fine al suo ragionamento
+ l’alto dottore, e attento guardava
+ ne la mia vista s’io parea contento;
+
+ e io, cui nova sete ancor frugava,
+ di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
+ lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
+
+ Ma quel padre verace, che s’accorse
+ del timido voler che non s’apriva,
+ parlando, di parlare ardir mi porse.
+
+ Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
+ sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
+ quanto la tua ragion parta o descriva.
+
+ Però ti prego, dolce padre caro,
+ che mi dimostri amore, a cui reduci
+ ogne buono operare e ’l suo contraro».
+
+ «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
+ de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
+ l’error de’ ciechi che si fanno duci.
+
+ L’animo, ch’è creato ad amar presto,
+ ad ogne cosa è mobile che piace,
+ tosto che dal piacere in atto è desto.
+
+ Vostra apprensiva da esser verace
+ tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
+ sì che l’animo ad essa volger face;
+
+ e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
+ quel piegare è amor, quell’ è natura
+ che per piacer di novo in voi si lega.
+
+ Poi, come ’l foco movesi in altura
+ per la sua forma ch’è nata a salire
+ là dove più in sua matera dura,
+
+ così l’animo preso entra in disire,
+ ch’è moto spiritale, e mai non posa
+ fin che la cosa amata il fa gioire.
+
+ Or ti puote apparer quant’ è nascosa
+ la veritate a la gente ch’avvera
+ ciascun amore in sé laudabil cosa;
+
+ però che forse appar la sua matera
+ sempre esser buona, ma non ciascun segno
+ è buono, ancor che buona sia la cera».
+
+ «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
+ rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
+ ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
+
+ ché, s’amore è di fuori a noi offerto
+ e l’anima non va con altro piede,
+ se dritta o torta va, non è suo merto».
+
+ Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
+ dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
+ pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
+
+ Ogne forma sustanzïal, che setta
+ è da matera ed è con lei unita,
+ specifica vertute ha in sé colletta,
+
+ la qual sanza operar non è sentita,
+ né si dimostra mai che per effetto,
+ come per verdi fronde in pianta vita.
+
+ Però, là onde vegna lo ’ntelletto
+ de le prime notizie, omo non sape,
+ e de’ primi appetibili l’affetto,
+
+ che sono in voi sì come studio in ape
+ di far lo mele; e questa prima voglia
+ merto di lode o di biasmo non cape.
+
+ Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
+ innata v’è la virtù che consiglia,
+ e de l’assenso de’ tener la soglia.
+
+ Quest’ è ’l principio là onde si piglia
+ ragion di meritare in voi, secondo
+ che buoni e rei amori accoglie e viglia.
+
+ Color che ragionando andaro al fondo,
+ s’accorser d’esta innata libertate;
+ però moralità lasciaro al mondo.
+
+ Onde, poniam che di necessitate
+ surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
+ di ritenerlo è in voi la podestate.
+
+ La nobile virtù Beatrice intende
+ per lo libero arbitrio, e però guarda
+ che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
+
+ La luna, quasi a mezza notte tarda,
+ facea le stelle a noi parer più rade,
+ fatta com’ un secchion che tuttor arda;
+
+ e correa contro ’l ciel per quelle strade
+ che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
+ tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
+
+ E quell’ ombra gentil per cui si noma
+ Pietola più che villa mantoana,
+ del mio carcar diposta avea la soma;
+
+ per ch’io, che la ragione aperta e piana
+ sovra le mie quistioni avea ricolta,
+ stava com’ om che sonnolento vana.
+
+ Ma questa sonnolenza mi fu tolta
+ subitamente da gente che dopo
+ le nostre spalle a noi era già volta.
+
+ E quale Ismeno già vide e Asopo
+ lungo di sè di notte furia e calca,
+ pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
+
+ cotal per quel giron suo passo falca,
+ per quel ch’io vidi di color, venendo,
+ cui buon volere e giusto amor cavalca.
+
+ Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
+ si movea tutta quella turba magna;
+ e due dinanzi gridavan piangendo:
+
+ «Maria corse con fretta a la montagna;
+ e Cesare, per soggiogare Ilerda,
+ punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
+
+ «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
+ per poco amor», gridavan li altri appresso,
+ «che studio di ben far grazia rinverda».
+
+ «O gente in cui fervore aguto adesso
+ ricompie forse negligenza e indugio
+ da voi per tepidezza in ben far messo,
+
+ questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
+ vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
+ però ne dite ond’ è presso il pertugio».
+
+ Parole furon queste del mio duca;
+ e un di quelli spirti disse: «Vieni
+ di retro a noi, e troverai la buca.
+
+ Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
+ che restar non potem; però perdona,
+ se villania nostra giustizia tieni.
+
+ Io fui abate in San Zeno a Verona
+ sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
+ di cui dolente ancor Milan ragiona.
+
+ E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
+ che tosto piangerà quel monastero,
+ e tristo fia d’avere avuta possa;
+
+ perché suo figlio, mal del corpo intero,
+ e de la mente peggio, e che mal nacque,
+ ha posto in loco di suo pastor vero».
+
+ Io non so se più disse o s’ei si tacque,
+ tant’ era già di là da noi trascorso;
+ ma questo intesi, e ritener mi piacque.
+
+ E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
+ disse: «Volgiti qua: vedine due
+ venir dando a l’accidïa di morso».
+
+ Di retro a tutti dicean: «Prima fue
+ morta la gente a cui il mar s’aperse,
+ che vedesse Iordan le rede sue.
+
+ E quella che l’affanno non sofferse
+ fino a la fine col figlio d’Anchise,
+ sé stessa a vita sanza gloria offerse».
+
+ Poi quando fuor da noi tanto divise
+ quell’ ombre, che veder più non potiersi,
+ novo pensiero dentro a me si mise,
+
+ del qual più altri nacquero e diversi;
+ e tanto d’uno in altro vaneggiai,
+ che li occhi per vaghezza ricopersi,
+
+ e ’l pensamento in sogno trasmutai.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XIX
+
+
+ Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
+ intepidar più ’l freddo de la luna,
+ vinto da terra, e talor da Saturno
+
+ —quando i geomanti lor Maggior Fortuna
+ veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
+ surger per via che poco le sta bruna—,
+
+ mi venne in sogno una femmina balba,
+ ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
+ con le man monche, e di colore scialba.
+
+ Io la mirava; e come ’l sol conforta
+ le fredde membra che la notte aggrava,
+ così lo sguardo mio le facea scorta
+
+ la lingua, e poscia tutta la drizzava
+ in poco d’ora, e lo smarrito volto,
+ com’ amor vuol, così le colorava.
+
+ Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
+ cominciava a cantar sì, che con pena
+ da lei avrei mio intento rivolto.
+
+ «Io son», cantava, «io son dolce serena,
+ che ’ marinari in mezzo mar dismago;
+ tanto son di piacere a sentir piena!
+
+ Io volsi Ulisse del suo cammin vago
+ al canto mio; e qual meco s’ausa,
+ rado sen parte; sì tutto l’appago!».
+
+ Ancor non era sua bocca richiusa,
+ quand’ una donna apparve santa e presta
+ lunghesso me per far colei confusa.
+
+ «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
+ fieramente dicea; ed el venìa
+ con li occhi fitti pur in quella onesta.
+
+ L’altra prendea, e dinanzi l’apria
+ fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
+ quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
+
+ Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
+ voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
+ troviam l’aperta per la qual tu entre».
+
+ Sù mi levai, e tutti eran già pieni
+ de l’alto dì i giron del sacro monte,
+ e andavam col sol novo a le reni.
+
+ Seguendo lui, portava la mia fronte
+ come colui che l’ha di pensier carca,
+ che fa di sé un mezzo arco di ponte;
+
+ quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
+ parlare in modo soave e benigno,
+ qual non si sente in questa mortal marca.
+
+ Con l’ali aperte, che parean di cigno,
+ volseci in sù colui che sì parlonne
+ tra due pareti del duro macigno.
+
+ Mosse le penne poi e ventilonne,
+ ‘Qui lugent’ affermando esser beati,
+ ch’avran di consolar l’anime donne.
+
+ «Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
+ la guida mia incominciò a dirmi,
+ poco amendue da l’angel sormontati.
+
+ E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
+ novella visïon ch’a sé mi piega,
+ sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
+
+ «Vedesti», disse, «quell’antica strega
+ che sola sovr’ a noi omai si piagne;
+ vedesti come l’uom da lei si slega.
+
+ Bastiti, e batti a terra le calcagne;
+ li occhi rivolgi al logoro che gira
+ lo rege etterno con le rote magne».
+
+ Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
+ indi si volge al grido e si protende
+ per lo disio del pasto che là il tira,
+
+ tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
+ la roccia per dar via a chi va suso,
+ n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
+
+ Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
+ vidi gente per esso che piangea,
+ giacendo a terra tutta volta in giuso.
+
+ ‘Adhaesit pavimento anima mea’
+ sentia dir lor con sì alti sospiri,
+ che la parola a pena s’intendea.
+
+ «O eletti di Dio, li cui soffriri
+ e giustizia e speranza fa men duri,
+ drizzate noi verso li alti saliri».
+
+ «Se voi venite dal giacer sicuri,
+ e volete trovar la via più tosto,
+ le vostre destre sien sempre di fori».
+
+ Così pregò ’l poeta, e sì risposto
+ poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
+ nel parlare avvisai l’altro nascosto,
+
+ e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
+ ond’ elli m’assentì con lieto cenno
+ ciò che chiedea la vista del disio.
+
+ Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
+ trassimi sovra quella creatura
+ le cui parole pria notar mi fenno,
+
+ dicendo: «Spirto in cui pianger matura
+ quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
+ sosta un poco per me tua maggior cura.
+
+ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
+ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
+ cosa di là ond’ io vivendo mossi».
+
+ Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
+ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
+ scias quod ego fui successor Petri.
+
+ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
+ una fiumana bella, e del suo nome
+ lo titol del mio sangue fa sua cima.
+
+ Un mese e poco più prova’ io come
+ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
+ che piuma sembran tutte l’altre some.
+
+ La mia conversïone, omè!, fu tarda;
+ ma, come fatto fui roman pastore,
+ così scopersi la vita bugiarda.
+
+ Vidi che lì non s’acquetava il core,
+ né più salir potiesi in quella vita;
+ per che di questa in me s’accese amore.
+
+ Fino a quel punto misera e partita
+ da Dio anima fui, del tutto avara;
+ or, come vedi, qui ne son punita.
+
+ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
+ in purgazion de l’anime converse;
+ e nulla pena il monte ha più amara.
+
+ Sì come l’occhio nostro non s’aderse
+ in alto, fisso a le cose terrene,
+ così giustizia qui a terra il merse.
+
+ Come avarizia spense a ciascun bene
+ lo nostro amore, onde operar perdési,
+ così giustizia qui stretti ne tene,
+
+ ne’ piedi e ne le man legati e presi;
+ e quanto fia piacer del giusto Sire,
+ tanto staremo immobili e distesi».
+
+ Io m’era inginocchiato e volea dire;
+ ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
+ solo ascoltando, del mio reverire,
+
+ «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
+ E io a lui: «Per vostra dignitate
+ mia coscïenza dritto mi rimorse».
+
+ «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
+ rispuose; «non errar: conservo sono
+ teco e con li altri ad una podestate.
+
+ Se mai quel santo evangelico suono
+ che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
+ ben puoi veder perch’ io così ragiono.
+
+ Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
+ ché la tua stanza mio pianger disagia,
+ col qual maturo ciò che tu dicesti.
+
+ Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
+ buona da sé, pur che la nostra casa
+ non faccia lei per essempro malvagia;
+
+ e questa sola di là m’è rimasa».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XX
+
+
+ Contra miglior voler voler mal pugna;
+ onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
+ trassi de l’acqua non sazia la spugna.
+
+ Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
+ luoghi spediti pur lungo la roccia,
+ come si va per muro stretto a’ merli;
+
+ ché la gente che fonde a goccia a goccia
+ per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
+ da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
+
+ Maladetta sie tu, antica lupa,
+ che più che tutte l’altre bestie hai preda
+ per la tua fame sanza fine cupa!
+
+ O ciel, nel cui girar par che si creda
+ le condizion di qua giù trasmutarsi,
+ quando verrà per cui questa disceda?
+
+ Noi andavam con passi lenti e scarsi,
+ e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
+ pietosamente piangere e lagnarsi;
+
+ e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
+ dinanzi a noi chiamar così nel pianto
+ come fa donna che in parturir sia;
+
+ e seguitar: «Povera fosti tanto,
+ quanto veder si può per quello ospizio
+ dove sponesti il tuo portato santo».
+
+ Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
+ con povertà volesti anzi virtute
+ che gran ricchezza posseder con vizio».
+
+ Queste parole m’eran sì piaciute,
+ ch’io mi trassi oltre per aver contezza
+ di quello spirto onde parean venute.
+
+ Esso parlava ancor de la larghezza
+ che fece Niccolò a le pulcelle,
+ per condurre ad onor lor giovinezza.
+
+ «O anima che tanto ben favelle,
+ dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
+ tu queste degne lode rinovelle.
+
+ Non fia sanza mercé la tua parola,
+ s’io ritorno a compiér lo cammin corto
+ di quella vita ch’al termine vola».
+
+ Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
+ ch’io attenda di là, ma perché tanta
+ grazia in te luce prima che sie morto.
+
+ Io fui radice de la mala pianta
+ che la terra cristiana tutta aduggia,
+ sì che buon frutto rado se ne schianta.
+
+ Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
+ potesser, tosto ne saria vendetta;
+ e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
+
+ Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
+ di me son nati i Filippi e i Luigi
+ per cui novellamente è Francia retta.
+
+ Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
+ quando li regi antichi venner meno
+ tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
+
+ trova’mi stretto ne le mani il freno
+ del governo del regno, e tanta possa
+ di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
+
+ ch’a la corona vedova promossa
+ la testa di mio figlio fu, dal quale
+ cominciar di costor le sacrate ossa.
+
+ Mentre che la gran dota provenzale
+ al sangue mio non tolse la vergogna,
+ poco valea, ma pur non facea male.
+
+ Lì cominciò con forza e con menzogna
+ la sua rapina; e poscia, per ammenda,
+ Pontì e Normandia prese e Guascogna.
+
+ Carlo venne in Italia e, per ammenda,
+ vittima fé di Curradino; e poi
+ ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
+
+ Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
+ che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
+ per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
+
+ Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
+ con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
+ sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
+
+ Quindi non terra, ma peccato e onta
+ guadagnerà, per sé tanto più grave,
+ quanto più lieve simil danno conta.
+
+ L’altro, che già uscì preso di nave,
+ veggio vender sua figlia e patteggiarne
+ come fanno i corsar de l’altre schiave.
+
+ O avarizia, che puoi tu più farne,
+ poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
+ che non si cura de la propria carne?
+
+ Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
+ veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
+ e nel vicario suo Cristo esser catto.
+
+ Veggiolo un’altra volta esser deriso;
+ veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
+ e tra vivi ladroni esser anciso.
+
+ Veggio il novo Pilato sì crudele,
+ che ciò nol sazia, ma sanza decreto
+ portar nel Tempio le cupide vele.
+
+ O Segnor mio, quando sarò io lieto
+ a veder la vendetta che, nascosa,
+ fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
+
+ Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
+ de lo Spirito Santo e che ti fece
+ verso me volger per alcuna chiosa,
+
+ tanto è risposto a tutte nostre prece
+ quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
+ contrario suon prendemo in quella vece.
+
+ Noi repetiam Pigmalïon allotta,
+ cui traditore e ladro e paricida
+ fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
+
+ e la miseria de l’avaro Mida,
+ che seguì a la sua dimanda gorda,
+ per la qual sempre convien che si rida.
+
+ Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
+ come furò le spoglie, sì che l’ira
+ di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
+
+ Indi accusiam col marito Saffira;
+ lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
+ e in infamia tutto ’l monte gira
+
+ Polinestòr ch’ancise Polidoro;
+ ultimamente ci si grida: “Crasso,
+ dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
+
+ Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
+ secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
+ ora a maggiore e ora a minor passo:
+
+ però al ben che ’l dì ci si ragiona,
+ dianzi non era io sol; ma qui da presso
+ non alzava la voce altra persona».
+
+ Noi eravam partiti già da esso,
+ e brigavam di soverchiar la strada
+ tanto quanto al poder n’era permesso,
+
+ quand’ io senti’, come cosa che cada,
+ tremar lo monte; onde mi prese un gelo
+ qual prender suol colui ch’a morte vada.
+
+ Certo non si scoteo sì forte Delo,
+ pria che Latona in lei facesse ’l nido
+ a parturir li due occhi del cielo.
+
+ Poi cominciò da tutte parti un grido
+ tal, che ’l maestro inverso me si feo,
+ dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
+
+ ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
+ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
+ onde intender lo grido si poteo.
+
+ No’ istavamo immobili e sospesi
+ come i pastor che prima udir quel canto,
+ fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
+
+ Poi ripigliammo nostro cammin santo,
+ guardando l’ombre che giacean per terra,
+ tornate già in su l’usato pianto.
+
+ Nulla ignoranza mai con tanta guerra
+ mi fé desideroso di sapere,
+ se la memoria mia in ciò non erra,
+
+ quanta pareami allor, pensando, avere;
+ né per la fretta dimandare er’ oso,
+ né per me lì potea cosa vedere:
+
+ così m’andava timido e pensoso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXI
+
+
+ La sete natural che mai non sazia
+ se non con l’acqua onde la femminetta
+ samaritana domandò la grazia,
+
+ mi travagliava, e pungeami la fretta
+ per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
+ e condoleami a la giusta vendetta.
+
+ Ed ecco, sì come ne scrive Luca
+ che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
+ già surto fuor de la sepulcral buca,
+
+ ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
+ dal piè guardando la turba che giace;
+ né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
+
+ dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
+ Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
+ rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
+
+ Poi cominciò: «Nel beato concilio
+ ti ponga in pace la verace corte
+ che me rilega ne l’etterno essilio».
+
+ «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
+ «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
+ chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
+
+ E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
+ che questi porta e che l’angel profila,
+ ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
+
+ Ma perché lei che dì e notte fila
+ non li avea tratta ancora la conocchia
+ che Cloto impone a ciascuno e compila,
+
+ l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
+ venendo sù, non potea venir sola,
+ però ch’al nostro modo non adocchia.
+
+ Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
+ d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
+ oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
+ diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
+ parve gridare infino a’ suoi piè molli».
+
+ Sì mi diè, dimandando, per la cruna
+ del mio disio, che pur con la speranza
+ si fece la mia sete men digiuna.
+
+ Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
+ ordine senta la religïone
+ de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
+
+ Libero è qui da ogne alterazione:
+ di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
+ esser ci puote, e non d’altro, cagione.
+
+ Per che non pioggia, non grando, non neve,
+ non rugiada, non brina più sù cade
+ che la scaletta di tre gradi breve;
+
+ nuvole spesse non paion né rade,
+ né coruscar, né figlia di Taumante,
+ che di là cangia sovente contrade;
+
+ secco vapor non surge più avante
+ ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
+ dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
+
+ Trema forse più giù poco o assai;
+ ma per vento che ’n terra si nasconda,
+ non so come, qua sù non tremò mai.
+
+ Tremaci quando alcuna anima monda
+ sentesi, sì che surga o che si mova
+ per salir sù; e tal grido seconda.
+
+ De la mondizia sol voler fa prova,
+ che, tutto libero a mutar convento,
+ l’alma sorprende, e di voler le giova.
+
+ Prima vuol ben, ma non lascia il talento
+ che divina giustizia, contra voglia,
+ come fu al peccar, pone al tormento.
+
+ E io, che son giaciuto a questa doglia
+ cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
+ libera volontà di miglior soglia:
+
+ però sentisti il tremoto e li pii
+ spiriti per lo monte render lode
+ a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
+
+ Così ne disse; e però ch’el si gode
+ tanto del ber quant’ è grande la sete,
+ non saprei dir quant’ el mi fece prode.
+
+ E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
+ che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
+ perché ci trema e di che congaudete.
+
+ Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
+ e perché tanti secoli giaciuto
+ qui se’, ne le parole tue mi cappia».
+
+ «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
+ del sommo rege, vendicò le fóra
+ ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
+
+ col nome che più dura e più onora
+ era io di là», rispuose quello spirto,
+ «famoso assai, ma non con fede ancora.
+
+ Tanto fu dolce mio vocale spirto,
+ che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
+ dove mertai le tempie ornar di mirto.
+
+ Stazio la gente ancor di là mi noma:
+ cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
+ ma caddi in via con la seconda soma.
+
+ Al mio ardor fuor seme le faville,
+ che mi scaldar, de la divina fiamma
+ onde sono allumati più di mille;
+
+ de l’Eneïda dico, la qual mamma
+ fummi, e fummi nutrice, poetando:
+ sanz’ essa non fermai peso di dramma.
+
+ E per esser vivuto di là quando
+ visse Virgilio, assentirei un sole
+ più che non deggio al mio uscir di bando».
+
+ Volser Virgilio a me queste parole
+ con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
+ ma non può tutto la virtù che vuole;
+
+ ché riso e pianto son tanto seguaci
+ a la passion di che ciascun si spicca,
+ che men seguon voler ne’ più veraci.
+
+ Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
+ per che l’ombra si tacque, e riguardommi
+ ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
+
+ e «Se tanto labore in bene assommi»,
+ disse, «perché la tua faccia testeso
+ un lampeggiar di riso dimostrommi?».
+
+ Or son io d’una parte e d’altra preso:
+ l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
+ ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
+
+ dal mio maestro, e «Non aver paura»,
+ mi dice, «di parlar; ma parla e digli
+ quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
+
+ Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
+ antico spirto, del rider ch’io fei;
+ ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
+
+ Questi che guida in alto li occhi miei,
+ è quel Virgilio dal qual tu togliesti
+ forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
+
+ Se cagion altra al mio rider credesti,
+ lasciala per non vera, ed esser credi
+ quelle parole che di lui dicesti».
+
+ Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
+ al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
+ non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
+
+ Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
+ comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
+ quand’ io dismento nostra vanitate,
+
+ trattando l’ombre come cosa salda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXII
+
+
+ Già era l’angel dietro a noi rimaso,
+ l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
+ avendomi dal viso un colpo raso;
+
+ e quei c’hanno a giustizia lor disiro
+ detto n’avea beati, e le sue voci
+ con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
+
+ E io più lieve che per l’altre foci
+ m’andava, sì che sanz’ alcun labore
+ seguiva in sù li spiriti veloci;
+
+ quando Virgilio incominciò: «Amore,
+ acceso di virtù, sempre altro accese,
+ pur che la fiamma sua paresse fore;
+
+ onde da l’ora che tra noi discese
+ nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
+ che la tua affezion mi fé palese,
+
+ mia benvoglienza inverso te fu quale
+ più strinse mai di non vista persona,
+ sì ch’or mi parran corte queste scale.
+
+ Ma dimmi, e come amico mi perdona
+ se troppa sicurtà m’allarga il freno,
+ e come amico omai meco ragiona:
+
+ come poté trovar dentro al tuo seno
+ loco avarizia, tra cotanto senno
+ di quanto per tua cura fosti pieno?».
+
+ Queste parole Stazio mover fenno
+ un poco a riso pria; poscia rispuose:
+ «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
+
+ Veramente più volte appaion cose
+ che danno a dubitar falsa matera
+ per le vere ragion che son nascose.
+
+ La tua dimanda tuo creder m’avvera
+ esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
+ forse per quella cerchia dov’ io era.
+
+ Or sappi ch’avarizia fu partita
+ troppo da me, e questa dismisura
+ migliaia di lunari hanno punita.
+
+ E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
+ quand’ io intesi là dove tu chiame,
+ crucciato quasi a l’umana natura:
+
+ ‘Per che non reggi tu, o sacra fame
+ de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
+ voltando sentirei le giostre grame.
+
+ Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
+ potean le mani a spendere, e pente’mi
+ così di quel come de li altri mali.
+
+ Quanti risurgeran coi crini scemi
+ per ignoranza, che di questa pecca
+ toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
+
+ E sappie che la colpa che rimbecca
+ per dritta opposizione alcun peccato,
+ con esso insieme qui suo verde secca;
+
+ però, s’io son tra quella gente stato
+ che piange l’avarizia, per purgarmi,
+ per lo contrario suo m’è incontrato».
+
+ «Or quando tu cantasti le crude armi
+ de la doppia trestizia di Giocasta»,
+ disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
+
+ «per quello che Clïò teco lì tasta,
+ non par che ti facesse ancor fedele
+ la fede, sanza qual ben far non basta.
+
+ Se così è, qual sole o quai candele
+ ti stenebraron sì, che tu drizzasti
+ poscia di retro al pescator le vele?».
+
+ Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
+ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
+ e prima appresso Dio m’alluminasti.
+
+ Facesti come quei che va di notte,
+ che porta il lume dietro e sé non giova,
+ ma dopo sé fa le persone dotte,
+
+ quando dicesti: ‘Secol si rinova;
+ torna giustizia e primo tempo umano,
+ e progenïe scende da ciel nova’.
+
+ Per te poeta fui, per te cristiano:
+ ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
+ a colorare stenderò la mano.
+
+ Già era ’l mondo tutto quanto pregno
+ de la vera credenza, seminata
+ per li messaggi de l’etterno regno;
+
+ e la parola tua sopra toccata
+ si consonava a’ nuovi predicanti;
+ ond’ io a visitarli presi usata.
+
+ Vennermi poi parendo tanto santi,
+ che, quando Domizian li perseguette,
+ sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
+
+ e mentre che di là per me si stette,
+ io li sovvenni, e i lor dritti costumi
+ fer dispregiare a me tutte altre sette.
+
+ E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
+ di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
+ ma per paura chiuso cristian fu’mi,
+
+ lungamente mostrando paganesmo;
+ e questa tepidezza il quarto cerchio
+ cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
+
+ Tu dunque, che levato hai il coperchio
+ che m’ascondeva quanto bene io dico,
+ mentre che del salire avem soverchio,
+
+ dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
+ Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
+ dimmi se son dannati, e in qual vico».
+
+ «Costoro e Persio e io e altri assai»,
+ rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
+ che le Muse lattar più ch’altri mai,
+
+ nel primo cinghio del carcere cieco;
+ spesse fïate ragioniam del monte
+ che sempre ha le nutrice nostre seco.
+
+ Euripide v’è nosco e Antifonte,
+ Simonide, Agatone e altri piùe
+ Greci che già di lauro ornar la fronte.
+
+ Quivi si veggion de le genti tue
+ Antigone, Deïfile e Argia,
+ e Ismene sì trista come fue.
+
+ Védeisi quella che mostrò Langia;
+ èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
+ e con le suore sue Deïdamia».
+
+ Tacevansi ambedue già li poeti,
+ di novo attenti a riguardar dintorno,
+ liberi da saliri e da pareti;
+
+ e già le quattro ancelle eran del giorno
+ rimase a dietro, e la quinta era al temo,
+ drizzando pur in sù l’ardente corno,
+
+ quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
+ le destre spalle volger ne convegna,
+ girando il monte come far solemo».
+
+ Così l’usanza fu lì nostra insegna,
+ e prendemmo la via con men sospetto
+ per l’assentir di quell’ anima degna.
+
+ Elli givan dinanzi, e io soletto
+ di retro, e ascoltava i lor sermoni,
+ ch’a poetar mi davano intelletto.
+
+ Ma tosto ruppe le dolci ragioni
+ un alber che trovammo in mezza strada,
+ con pomi a odorar soavi e buoni;
+
+ e come abete in alto si digrada
+ di ramo in ramo, così quello in giuso,
+ cred’ io, perché persona sù non vada.
+
+ Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
+ cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
+ e si spandeva per le foglie suso.
+
+ Li due poeti a l’alber s’appressaro;
+ e una voce per entro le fronde
+ gridò: «Di questo cibo avrete caro».
+
+ Poi disse: «Più pensava Maria onde
+ fosser le nozze orrevoli e intere,
+ ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
+
+ E le Romane antiche, per lor bere,
+ contente furon d’acqua; e Danïello
+ dispregiò cibo e acquistò savere.
+
+ Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
+ fé savorose con fame le ghiande,
+ e nettare con sete ogne ruscello.
+
+ Mele e locuste furon le vivande
+ che nodriro il Batista nel diserto;
+ per ch’elli è glorïoso e tanto grande
+
+ quanto per lo Vangelio v’è aperto».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIII
+
+
+ Mentre che li occhi per la fronda verde
+ ficcava ïo sì come far suole
+ chi dietro a li uccellin sua vita perde,
+
+ lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
+ vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
+ più utilmente compartir si vuole».
+
+ Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
+ appresso i savi, che parlavan sìe,
+ che l’andar mi facean di nullo costo.
+
+ Ed ecco piangere e cantar s’udìe
+ ‘Labïa mëa, Domine’ per modo
+ tal, che diletto e doglia parturìe.
+
+ «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
+ comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
+ forse di lor dover solvendo il nodo».
+
+ Sì come i peregrin pensosi fanno,
+ giugnendo per cammin gente non nota,
+ che si volgono ad essa e non restanno,
+
+ così di retro a noi, più tosto mota,
+ venendo e trapassando ci ammirava
+ d’anime turba tacita e devota.
+
+ Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
+ palida ne la faccia, e tanto scema
+ che da l’ossa la pelle s’informava.
+
+ Non credo che così a buccia strema
+ Erisittone fosse fatto secco,
+ per digiunar, quando più n’ebbe tema.
+
+ Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
+ la gente che perdé Ierusalemme,
+ quando Maria nel figlio diè di becco!’
+
+ Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
+ chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
+ ben avria quivi conosciuta l’emme.
+
+ Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
+ sì governasse, generando brama,
+ e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
+
+ Già era in ammirar che sì li affama,
+ per la cagione ancor non manifesta
+ di lor magrezza e di lor trista squama,
+
+ ed ecco del profondo de la testa
+ volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
+ poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
+
+ Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
+ ma ne la voce sua mi fu palese
+ ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
+
+ Questa favilla tutta mi raccese
+ mia conoscenza a la cangiata labbia,
+ e ravvisai la faccia di Forese.
+
+ «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
+ che mi scolora», pregava, «la pelle,
+ né a difetto di carne ch’io abbia;
+
+ ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
+ due anime che là ti fanno scorta;
+ non rimaner che tu non mi favelle!».
+
+ «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
+ mi dà di pianger mo non minor doglia»,
+ rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
+
+ Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
+ non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
+ ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
+
+ Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
+ cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
+ rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
+
+ Tutta esta gente che piangendo canta
+ per seguitar la gola oltra misura,
+ in fame e ’n sete qui si rifà santa.
+
+ Di bere e di mangiar n’accende cura
+ l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
+ che si distende su per sua verdura.
+
+ E non pur una volta, questo spazzo
+ girando, si rinfresca nostra pena:
+ io dico pena, e dovria dir sollazzo,
+
+ ché quella voglia a li alberi ci mena
+ che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
+ quando ne liberò con la sua vena».
+
+ E io a lui: «Forese, da quel dì
+ nel qual mutasti mondo a miglior vita,
+ cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
+
+ Se prima fu la possa in te finita
+ di peccar più, che sovvenisse l’ora
+ del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
+
+ come se’ tu qua sù venuto ancora?
+ Io ti credea trovar là giù di sotto,
+ dove tempo per tempo si ristora».
+
+ Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
+ a ber lo dolce assenzo d’i martìri
+ la Nella mia con suo pianger dirotto.
+
+ Con suoi prieghi devoti e con sospiri
+ tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
+ e liberato m’ha de li altri giri.
+
+ Tanto è a Dio più cara e più diletta
+ la vedovella mia, che molto amai,
+ quanto in bene operare è più soletta;
+
+ ché la Barbagia di Sardigna assai
+ ne le femmine sue più è pudica
+ che la Barbagia dov’ io la lasciai.
+
+ O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
+ Tempo futuro m’è già nel cospetto,
+ cui non sarà quest’ ora molto antica,
+
+ nel qual sarà in pergamo interdetto
+ a le sfacciate donne fiorentine
+ l’andar mostrando con le poppe il petto.
+
+ Quai barbare fuor mai, quai saracine,
+ cui bisognasse, per farle ir coperte,
+ o spiritali o altre discipline?
+
+ Ma se le svergognate fosser certe
+ di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
+ già per urlare avrian le bocche aperte;
+
+ ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
+ prima fien triste che le guance impeli
+ colui che mo si consola con nanna.
+
+ Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
+ vedi che non pur io, ma questa gente
+ tutta rimira là dove ’l sol veli».
+
+ Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
+ qual fosti meco, e qual io teco fui,
+ ancor fia grave il memorar presente.
+
+ Di quella vita mi volse costui
+ che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
+ vi si mostrò la suora di colui»,
+
+ e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
+ notte menato m’ha d’i veri morti
+ con questa vera carne che ’l seconda.
+
+ Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
+ salendo e rigirando la montagna
+ che drizza voi che ’l mondo fece torti.
+
+ Tanto dice di farmi sua compagna
+ che io sarò là dove fia Beatrice;
+ quivi convien che sanza lui rimagna.
+
+ Virgilio è questi che così mi dice»,
+ e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
+ per cuï scosse dianzi ogne pendice
+
+ lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIV
+
+
+ Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
+ facea, ma ragionando andavam forte,
+ sì come nave pinta da buon vento;
+
+ e l’ombre, che parean cose rimorte,
+ per le fosse de li occhi ammirazione
+ traean di me, di mio vivere accorte.
+
+ E io, continüando al mio sermone,
+ dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
+ che non farebbe, per altrui cagione.
+
+ Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
+ dimmi s’io veggio da notar persona
+ tra questa gente che sì mi riguarda».
+
+ «La mia sorella, che tra bella e buona
+ non so qual fosse più, trïunfa lieta
+ ne l’alto Olimpo già di sua corona».
+
+ Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
+ di nominar ciascun, da ch’è sì munta
+ nostra sembianza via per la dïeta.
+
+ Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
+ Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
+ di là da lui più che l’altre trapunta
+
+ ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
+ dal Torso fu, e purga per digiuno
+ l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
+
+ Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
+ e del nomar parean tutti contenti,
+ sì ch’io però non vidi un atto bruno.
+
+ Vidi per fame a vòto usar li denti
+ Ubaldin da la Pila e Bonifazio
+ che pasturò col rocco molte genti.
+
+ Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
+ già di bere a Forlì con men secchezza,
+ e sì fu tal, che non si sentì sazio.
+
+ Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
+ più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
+ che più parea di me aver contezza.
+
+ El mormorava; e non so che «Gentucca»
+ sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
+ de la giustizia che sì li pilucca.
+
+ «O anima», diss’ io, «che par sì vaga
+ di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
+ e te e me col tuo parlare appaga».
+
+ «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
+ cominciò el, «che ti farà piacere
+ la mia città, come ch’om la riprenda.
+
+ Tu te n’andrai con questo antivedere:
+ se nel mio mormorar prendesti errore,
+ dichiareranti ancor le cose vere.
+
+ Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
+ trasse le nove rime, cominciando
+ ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
+
+ E io a lui: «I’ mi son un che, quando
+ Amor mi spira, noto, e a quel modo
+ ch’e’ ditta dentro vo significando».
+
+ «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
+ che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
+ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
+
+ Io veggio ben come le vostre penne
+ di retro al dittator sen vanno strette,
+ che de le nostre certo non avvenne;
+
+ e qual più a gradire oltre si mette,
+ non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
+ e, quasi contentato, si tacette.
+
+ Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
+ alcuna volta in aere fanno schiera,
+ poi volan più a fretta e vanno in filo,
+
+ così tutta la gente che lì era,
+ volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
+ e per magrezza e per voler leggera.
+
+ E come l’uom che di trottare è lasso,
+ lascia andar li compagni, e sì passeggia
+ fin che si sfoghi l’affollar del casso,
+
+ sì lasciò trapassar la santa greggia
+ Forese, e dietro meco sen veniva,
+ dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
+
+ «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
+ ma già non fïa il tornar mio tantosto,
+ ch’io non sia col voler prima a la riva;
+
+ però che ’l loco u’ fui a viver posto,
+ di giorno in giorno più di ben si spolpa,
+ e a trista ruina par disposto».
+
+ «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
+ vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
+ inver’ la valle ove mai non si scolpa.
+
+ La bestia ad ogne passo va più ratto,
+ crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
+ e lascia il corpo vilmente disfatto.
+
+ Non hanno molto a volger quelle ruote»,
+ e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
+ ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
+
+ Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
+ in questo regno, sì ch’io perdo troppo
+ venendo teco sì a paro a paro».
+
+ Qual esce alcuna volta di gualoppo
+ lo cavalier di schiera che cavalchi,
+ e va per farsi onor del primo intoppo,
+
+ tal si partì da noi con maggior valchi;
+ e io rimasi in via con esso i due
+ che fuor del mondo sì gran marescalchi.
+
+ E quando innanzi a noi intrato fue,
+ che li occhi miei si fero a lui seguaci,
+ come la mente a le parole sue,
+
+ parvermi i rami gravidi e vivaci
+ d’un altro pomo, e non molto lontani
+ per esser pur allora vòlto in laci.
+
+ Vidi gente sott’ esso alzar le mani
+ e gridar non so che verso le fronde,
+ quasi bramosi fantolini e vani
+
+ che pregano, e ’l pregato non risponde,
+ ma, per fare esser ben la voglia acuta,
+ tien alto lor disio e nol nasconde.
+
+ Poi si partì sì come ricreduta;
+ e noi venimmo al grande arbore adesso,
+ che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
+
+ «Trapassate oltre sanza farvi presso:
+ legno è più sù che fu morso da Eva,
+ e questa pianta si levò da esso».
+
+ Sì tra le frasche non so chi diceva;
+ per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
+ oltre andavam dal lato che si leva.
+
+ «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
+ nei nuvoli formati, che, satolli,
+ Tesëo combatter co’ doppi petti;
+
+ e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
+ per che no i volle Gedeon compagni,
+ quando inver’ Madïan discese i colli».
+
+ Sì accostati a l’un d’i due vivagni
+ passammo, udendo colpe de la gola
+ seguite già da miseri guadagni.
+
+ Poi, rallargati per la strada sola,
+ ben mille passi e più ci portar oltre,
+ contemplando ciascun sanza parola.
+
+ «Che andate pensando sì voi sol tre?».
+ sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
+ come fan bestie spaventate e poltre.
+
+ Drizzai la testa per veder chi fossi;
+ e già mai non si videro in fornace
+ vetri o metalli sì lucenti e rossi,
+
+ com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
+ montare in sù, qui si convien dar volta;
+ quinci si va chi vuole andar per pace».
+
+ L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
+ per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
+ com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
+
+ E quale, annunziatrice de li albori,
+ l’aura di maggio movesi e olezza,
+ tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
+
+ tal mi senti’ un vento dar per mezza
+ la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
+ che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
+
+ E senti’ dir: «Beati cui alluma
+ tanto di grazia, che l’amor del gusto
+ nel petto lor troppo disir non fuma,
+
+ esurïendo sempre quanto è giusto!».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXV
+
+
+ Ora era onde ’l salir non volea storpio;
+ ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
+ lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
+
+ per che, come fa l’uom che non s’affigge
+ ma vassi a la via sua, che che li appaia,
+ se di bisogno stimolo il trafigge,
+
+ così intrammo noi per la callaia,
+ uno innanzi altro prendendo la scala
+ che per artezza i salitor dispaia.
+
+ E quale il cicognin che leva l’ala
+ per voglia di volare, e non s’attenta
+ d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
+
+ tal era io con voglia accesa e spenta
+ di dimandar, venendo infino a l’atto
+ che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
+
+ Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
+ lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
+ l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
+
+ Allor sicuramente apri’ la bocca
+ e cominciai: «Come si può far magro
+ là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
+
+ «Se t’ammentassi come Meleagro
+ si consumò al consumar d’un stizzo,
+ non fora», disse, «a te questo sì agro;
+
+ e se pensassi come, al vostro guizzo,
+ guizza dentro a lo specchio vostra image,
+ ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
+
+ Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
+ ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
+ che sia or sanator de le tue piage».
+
+ «Se la veduta etterna li dislego»,
+ rispuose Stazio, «là dove tu sie,
+ discolpi me non potert’ io far nego».
+
+ Poi cominciò: «Se le parole mie,
+ figlio, la mente tua guarda e riceve,
+ lume ti fiero al come che tu die.
+
+ Sangue perfetto, che poi non si beve
+ da l’assetate vene, e si rimane
+ quasi alimento che di mensa leve,
+
+ prende nel core a tutte membra umane
+ virtute informativa, come quello
+ ch’a farsi quelle per le vene vane.
+
+ Ancor digesto, scende ov’ è più bello
+ tacer che dire; e quindi poscia geme
+ sovr’ altrui sangue in natural vasello.
+
+ Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
+ l’un disposto a patire, e l’altro a fare
+ per lo perfetto loco onde si preme;
+
+ e, giunto lui, comincia ad operare
+ coagulando prima, e poi avviva
+ ciò che per sua matera fé constare.
+
+ Anima fatta la virtute attiva
+ qual d’una pianta, in tanto differente,
+ che questa è in via e quella è già a riva,
+
+ tanto ovra poi, che già si move e sente,
+ come spungo marino; e indi imprende
+ ad organar le posse ond’ è semente.
+
+ Or si spiega, figliuolo, or si distende
+ la virtù ch’è dal cor del generante,
+ dove natura a tutte membra intende.
+
+ Ma come d’animal divegna fante,
+ non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
+ che più savio di te fé già errante,
+
+ sì che per sua dottrina fé disgiunto
+ da l’anima il possibile intelletto,
+ perché da lui non vide organo assunto.
+
+ Apri a la verità che viene il petto;
+ e sappi che, sì tosto come al feto
+ l’articular del cerebro è perfetto,
+
+ lo motor primo a lui si volge lieto
+ sovra tant’ arte di natura, e spira
+ spirito novo, di vertù repleto,
+
+ che ciò che trova attivo quivi, tira
+ in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
+ che vive e sente e sé in sé rigira.
+
+ E perché meno ammiri la parola,
+ guarda il calor del sole che si fa vino,
+ giunto a l’omor che de la vite cola.
+
+ Quando Làchesis non ha più del lino,
+ solvesi da la carne, e in virtute
+ ne porta seco e l’umano e ’l divino:
+
+ l’altre potenze tutte quante mute;
+ memoria, intelligenza e volontade
+ in atto molto più che prima agute.
+
+ Sanza restarsi, per sé stessa cade
+ mirabilmente a l’una de le rive;
+ quivi conosce prima le sue strade.
+
+ Tosto che loco lì la circunscrive,
+ la virtù formativa raggia intorno
+ così e quanto ne le membra vive.
+
+ E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
+ per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
+ di diversi color diventa addorno;
+
+ così l’aere vicin quivi si mette
+ e in quella forma ch’è in lui suggella
+ virtüalmente l’alma che ristette;
+
+ e simigliante poi a la fiammella
+ che segue il foco là ’vunque si muta,
+ segue lo spirto sua forma novella.
+
+ Però che quindi ha poscia sua paruta,
+ è chiamata ombra; e quindi organa poi
+ ciascun sentire infino a la veduta.
+
+ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
+ quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
+ che per lo monte aver sentiti puoi.
+
+ Secondo che ci affliggono i disiri
+ e li altri affetti, l’ombra si figura;
+ e quest’ è la cagion di che tu miri».
+
+ E già venuto a l’ultima tortura
+ s’era per noi, e vòlto a la man destra,
+ ed eravamo attenti ad altra cura.
+
+ Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
+ e la cornice spira fiato in suso
+ che la reflette e via da lei sequestra;
+
+ ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
+ ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
+ quinci, e quindi temeva cader giuso.
+
+ Lo duca mio dicea: «Per questo loco
+ si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
+ però ch’errar potrebbesi per poco».
+
+ ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
+ al grande ardore allora udi’ cantando,
+ che di volger mi fé caler non meno;
+
+ e vidi spirti per la fiamma andando;
+ per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
+ compartendo la vista a quando a quando.
+
+ Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
+ gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
+ indi ricominciavan l’inno bassi.
+
+ Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
+ si tenne Diana, ed Elice caccionne
+ che di Venere avea sentito il tòsco».
+
+ Indi al cantar tornavano; indi donne
+ gridavano e mariti che fuor casti
+ come virtute e matrimonio imponne.
+
+ E questo modo credo che lor basti
+ per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
+ con tal cura conviene e con tai pasti
+
+ che la piaga da sezzo si ricuscia.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVI
+
+
+ Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
+ ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
+ diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
+
+ feriami il sole in su l’omero destro,
+ che già, raggiando, tutto l’occidente
+ mutava in bianco aspetto di cilestro;
+
+ e io facea con l’ombra più rovente
+ parer la fiamma; e pur a tanto indizio
+ vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
+
+ Questa fu la cagion che diede inizio
+ loro a parlar di me; e cominciarsi
+ a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
+
+ poi verso me, quanto potëan farsi,
+ certi si fero, sempre con riguardo
+ di non uscir dove non fosser arsi.
+
+ «O tu che vai, non per esser più tardo,
+ ma forse reverente, a li altri dopo,
+ rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
+
+ Né solo a me la tua risposta è uopo;
+ ché tutti questi n’hanno maggior sete
+ che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
+
+ Dinne com’ è che fai di te parete
+ al sol, pur come tu non fossi ancora
+ di morte intrato dentro da la rete».
+
+ Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
+ già manifesto, s’io non fossi atteso
+ ad altra novità ch’apparve allora;
+
+ ché per lo mezzo del cammino acceso
+ venne gente col viso incontro a questa,
+ la qual mi fece a rimirar sospeso.
+
+ Lì veggio d’ogne parte farsi presta
+ ciascun’ ombra e basciarsi una con una
+ sanza restar, contente a brieve festa;
+
+ così per entro loro schiera bruna
+ s’ammusa l’una con l’altra formica,
+ forse a spïar lor via e lor fortuna.
+
+ Tosto che parton l’accoglienza amica,
+ prima che ’l primo passo lì trascorra,
+ sopragridar ciascuna s’affatica:
+
+ la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
+ e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
+ perché ’l torello a sua lussuria corra».
+
+ Poi, come grue ch’a le montagne Rife
+ volasser parte, e parte inver’ l’arene,
+ queste del gel, quelle del sole schife,
+
+ l’una gente sen va, l’altra sen vene;
+ e tornan, lagrimando, a’ primi canti
+ e al gridar che più lor si convene;
+
+ e raccostansi a me, come davanti,
+ essi medesmi che m’avean pregato,
+ attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
+
+ Io, che due volte avea visto lor grato,
+ incominciai: «O anime sicure
+ d’aver, quando che sia, di pace stato,
+
+ non son rimase acerbe né mature
+ le membra mie di là, ma son qui meco
+ col sangue suo e con le sue giunture.
+
+ Quinci sù vo per non esser più cieco;
+ donna è di sopra che m’acquista grazia,
+ per che ’l mortal per vostro mondo reco.
+
+ Ma se la vostra maggior voglia sazia
+ tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
+ ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
+
+ ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
+ chi siete voi, e chi è quella turba
+ che se ne va di retro a’ vostri terghi».
+
+ Non altrimenti stupido si turba
+ lo montanaro, e rimirando ammuta,
+ quando rozzo e salvatico s’inurba,
+
+ che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
+ ma poi che furon di stupore scarche,
+ lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
+
+ «Beato te, che de le nostre marche»,
+ ricominciò colei che pria m’inchiese,
+ «per morir meglio, esperïenza imbarche!
+
+ La gente che non vien con noi, offese
+ di ciò per che già Cesar, trïunfando,
+ “Regina” contra sé chiamar s’intese:
+
+ però si parton “Soddoma” gridando,
+ rimproverando a sé com’ hai udito,
+ e aiutan l’arsura vergognando.
+
+ Nostro peccato fu ermafrodito;
+ ma perché non servammo umana legge,
+ seguendo come bestie l’appetito,
+
+ in obbrobrio di noi, per noi si legge,
+ quando partinci, il nome di colei
+ che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
+
+ Or sai nostri atti e di che fummo rei:
+ se forse a nome vuo’ saper chi semo,
+ tempo non è di dire, e non saprei.
+
+ Farotti ben di me volere scemo:
+ son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
+ per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
+
+ Quali ne la tristizia di Ligurgo
+ si fer due figli a riveder la madre,
+ tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
+
+ quand’ io odo nomar sé stesso il padre
+ mio e de li altri miei miglior che mai
+ rime d’amore usar dolci e leggiadre;
+
+ e sanza udire e dir pensoso andai
+ lunga fïata rimirando lui,
+ né, per lo foco, in là più m’appressai.
+
+ Poi che di riguardar pasciuto fui,
+ tutto m’offersi pronto al suo servigio
+ con l’affermar che fa credere altrui.
+
+ Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
+ per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
+ che Letè nol può tòrre né far bigio.
+
+ Ma se le tue parole or ver giuraro,
+ dimmi che è cagion per che dimostri
+ nel dire e nel guardar d’avermi caro».
+
+ E io a lui: «Li dolci detti vostri,
+ che, quanto durerà l’uso moderno,
+ faranno cari ancora i loro incostri».
+
+ «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
+ col dito», e additò un spirto innanzi,
+ «fu miglior fabbro del parlar materno.
+
+ Versi d’amore e prose di romanzi
+ soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
+ che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
+
+ A voce più ch’al ver drizzan li volti,
+ e così ferman sua oppinïone
+ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
+
+ Così fer molti antichi di Guittone,
+ di grido in grido pur lui dando pregio,
+ fin che l’ha vinto il ver con più persone.
+
+ Or se tu hai sì ampio privilegio,
+ che licito ti sia l’andare al chiostro
+ nel quale è Cristo abate del collegio,
+
+ falli per me un dir d’un paternostro,
+ quanto bisogna a noi di questo mondo,
+ dove poter peccar non è più nostro».
+
+ Poi, forse per dar luogo altrui secondo
+ che presso avea, disparve per lo foco,
+ come per l’acqua il pesce andando al fondo.
+
+ Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
+ e dissi ch’al suo nome il mio disire
+ apparecchiava grazïoso loco.
+
+ El cominciò liberamente a dire:
+ «Tan m’abellis vostre cortes deman,
+ qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
+
+ Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
+ consiros vei la passada folor,
+ e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
+
+ Ara vos prec, per aquella valor
+ que vos guida al som de l’escalina,
+ sovenha vos a temps de ma dolor!».
+
+ Poi s’ascose nel foco che li affina.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVII
+
+
+ Sì come quando i primi raggi vibra
+ là dove il suo fattor lo sangue sparse,
+ cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
+
+ e l’onde in Gange da nona rïarse,
+ sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
+ come l’angel di Dio lieto ci apparse.
+
+ Fuor de la fiamma stava in su la riva,
+ e cantava ‘Beati mundo corde!’
+ in voce assai più che la nostra viva.
+
+ Poscia «Più non si va, se pria non morde,
+ anime sante, il foco: intrate in esso,
+ e al cantar di là non siate sorde»,
+
+ ci disse come noi li fummo presso;
+ per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
+ qual è colui che ne la fossa è messo.
+
+ In su le man commesse mi protesi,
+ guardando il foco e imaginando forte
+ umani corpi già veduti accesi.
+
+ Volsersi verso me le buone scorte;
+ e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
+ qui può esser tormento, ma non morte.
+
+ Ricorditi, ricorditi! E se io
+ sovresso Gerïon ti guidai salvo,
+ che farò ora presso più a Dio?
+
+ Credi per certo che se dentro a l’alvo
+ di questa fiamma stessi ben mille anni,
+ non ti potrebbe far d’un capel calvo.
+
+ E se tu forse credi ch’io t’inganni,
+ fatti ver’ lei, e fatti far credenza
+ con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
+
+ Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
+ volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
+ E io pur fermo e contra coscïenza.
+
+ Quando mi vide star pur fermo e duro,
+ turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
+ tra Bëatrice e te è questo muro».
+
+ Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
+ Piramo in su la morte, e riguardolla,
+ allor che ’l gelso diventò vermiglio;
+
+ così, la mia durezza fatta solla,
+ mi volsi al savio duca, udendo il nome
+ che ne la mente sempre mi rampolla.
+
+ Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
+ volenci star di qua?»; indi sorrise
+ come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
+
+ Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
+ pregando Stazio che venisse retro,
+ che pria per lunga strada ci divise.
+
+ Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
+ gittato mi sarei per rinfrescarmi,
+ tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
+
+ Lo dolce padre mio, per confortarmi,
+ pur di Beatrice ragionando andava,
+ dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
+
+ Guidavaci una voce che cantava
+ di là; e noi, attenti pur a lei,
+ venimmo fuor là ove si montava.
+
+ ‘Venite, benedicti Patris mei’,
+ sonò dentro a un lume che lì era,
+ tal che mi vinse e guardar nol potei.
+
+ «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
+ non v’arrestate, ma studiate il passo,
+ mentre che l’occidente non si annera».
+
+ Dritta salia la via per entro ’l sasso
+ verso tal parte ch’io toglieva i raggi
+ dinanzi a me del sol ch’era già basso.
+
+ E di pochi scaglion levammo i saggi,
+ che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
+ sentimmo dietro e io e li miei saggi.
+
+ E pria che ’n tutte le sue parti immense
+ fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
+ e notte avesse tutte sue dispense,
+
+ ciascun di noi d’un grado fece letto;
+ ché la natura del monte ci affranse
+ la possa del salir più e ’l diletto.
+
+ Quali si stanno ruminando manse
+ le capre, state rapide e proterve
+ sovra le cime avante che sien pranse,
+
+ tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
+ guardate dal pastor, che ’n su la verga
+ poggiato s’è e lor di posa serve;
+
+ e quale il mandrïan che fori alberga,
+ lungo il pecuglio suo queto pernotta,
+ guardando perché fiera non lo sperga;
+
+ tali eravamo tutti e tre allotta,
+ io come capra, ed ei come pastori,
+ fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
+
+ Poco parer potea lì del di fori;
+ ma, per quel poco, vedea io le stelle
+ di lor solere e più chiare e maggiori.
+
+ Sì ruminando e sì mirando in quelle,
+ mi prese il sonno; il sonno che sovente,
+ anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
+
+ Ne l’ora, credo, che de l’orïente
+ prima raggiò nel monte Citerea,
+ che di foco d’amor par sempre ardente,
+
+ giovane e bella in sogno mi parea
+ donna vedere andar per una landa
+ cogliendo fiori; e cantando dicea:
+
+ «Sappia qualunque il mio nome dimanda
+ ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
+ le belle mani a farmi una ghirlanda.
+
+ Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
+ ma mia suora Rachel mai non si smaga
+ dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
+
+ Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
+ com’ io de l’addornarmi con le mani;
+ lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
+
+ E già per li splendori antelucani,
+ che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
+ quanto, tornando, albergan men lontani,
+
+ le tenebre fuggian da tutti lati,
+ e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
+ veggendo i gran maestri già levati.
+
+ «Quel dolce pome che per tanti rami
+ cercando va la cura de’ mortali,
+ oggi porrà in pace le tue fami».
+
+ Virgilio inverso me queste cotali
+ parole usò; e mai non furo strenne
+ che fosser di piacere a queste iguali.
+
+ Tanto voler sopra voler mi venne
+ de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
+ al volo mi sentia crescer le penne.
+
+ Come la scala tutta sotto noi
+ fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
+ in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
+
+ e disse: «Il temporal foco e l’etterno
+ veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
+ dov’ io per me più oltre non discerno.
+
+ Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
+ lo tuo piacere omai prendi per duce;
+ fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
+
+ Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
+ vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
+ che qui la terra sol da sé produce.
+
+ Mentre che vegnan lieti li occhi belli
+ che, lagrimando, a te venir mi fenno,
+ seder ti puoi e puoi andar tra elli.
+
+ Non aspettar mio dir più né mio cenno;
+ libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
+ e fallo fora non fare a suo senno:
+
+ per ch’io te sovra te corono e mitrio».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXVIII
+
+
+ Vago già di cercar dentro e dintorno
+ la divina foresta spessa e viva,
+ ch’a li occhi temperava il novo giorno,
+
+ sanza più aspettar, lasciai la riva,
+ prendendo la campagna lento lento
+ su per lo suol che d’ogne parte auliva.
+
+ Un’aura dolce, sanza mutamento
+ avere in sé, mi feria per la fronte
+ non di più colpo che soave vento;
+
+ per cui le fronde, tremolando, pronte
+ tutte quante piegavano a la parte
+ u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
+
+ non però dal loro esser dritto sparte
+ tanto, che li augelletti per le cime
+ lasciasser d’operare ogne lor arte;
+
+ ma con piena letizia l’ore prime,
+ cantando, ricevieno intra le foglie,
+ che tenevan bordone a le sue rime,
+
+ tal qual di ramo in ramo si raccoglie
+ per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
+ quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
+
+ Già m’avean trasportato i lenti passi
+ dentro a la selva antica tanto, ch’io
+ non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
+
+ ed ecco più andar mi tolse un rio,
+ che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
+ piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
+
+ Tutte l’acque che son di qua più monde,
+ parrieno avere in sé mistura alcuna
+ verso di quella, che nulla nasconde,
+
+ avvegna che si mova bruna bruna
+ sotto l’ombra perpetüa, che mai
+ raggiar non lascia sole ivi né luna.
+
+ Coi piè ristetti e con li occhi passai
+ di là dal fiumicello, per mirare
+ la gran varïazion d’i freschi mai;
+
+ e là m’apparve, sì com’ elli appare
+ subitamente cosa che disvia
+ per maraviglia tutto altro pensare,
+
+ una donna soletta che si gia
+ e cantando e scegliendo fior da fiore
+ ond’ era pinta tutta la sua via.
+
+ «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
+ ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
+ che soglion esser testimon del core,
+
+ vegnati in voglia di trarreti avanti»,
+ diss’ io a lei, «verso questa rivera,
+ tanto ch’io possa intender che tu canti.
+
+ Tu mi fai rimembrar dove e qual era
+ Proserpina nel tempo che perdette
+ la madre lei, ed ella primavera».
+
+ Come si volge, con le piante strette
+ a terra e intra sé, donna che balli,
+ e piede innanzi piede a pena mette,
+
+ volsesi in su i vermigli e in su i gialli
+ fioretti verso me, non altrimenti
+ che vergine che li occhi onesti avvalli;
+
+ e fece i prieghi miei esser contenti,
+ sì appressando sé, che ’l dolce suono
+ veniva a me co’ suoi intendimenti.
+
+ Tosto che fu là dove l’erbe sono
+ bagnate già da l’onde del bel fiume,
+ di levar li occhi suoi mi fece dono.
+
+ Non credo che splendesse tanto lume
+ sotto le ciglia a Venere, trafitta
+ dal figlio fuor di tutto suo costume.
+
+ Ella ridea da l’altra riva dritta,
+ trattando più color con le sue mani,
+ che l’alta terra sanza seme gitta.
+
+ Tre passi ci facea il fiume lontani;
+ ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
+ ancora freno a tutti orgogli umani,
+
+ più odio da Leandro non sofferse
+ per mareggiare intra Sesto e Abido,
+ che quel da me perch’ allor non s’aperse.
+
+ «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
+ cominciò ella, «in questo luogo eletto
+ a l’umana natura per suo nido,
+
+ maravigliando tienvi alcun sospetto;
+ ma luce rende il salmo Delectasti,
+ che puote disnebbiar vostro intelletto.
+
+ E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
+ dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
+ ad ogne tua question tanto che basti».
+
+ «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
+ impugnan dentro a me novella fede
+ di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
+
+ Ond’ ella: «Io dicerò come procede
+ per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
+ e purgherò la nebbia che ti fiede.
+
+ Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
+ fé l’uom buono e a bene, e questo loco
+ diede per arr’ a lui d’etterna pace.
+
+ Per sua difalta qui dimorò poco;
+ per sua difalta in pianto e in affanno
+ cambiò onesto riso e dolce gioco.
+
+ Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
+ l’essalazion de l’acqua e de la terra,
+ che quanto posson dietro al calor vanno,
+
+ a l’uomo non facesse alcuna guerra,
+ questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
+ e libero n’è d’indi ove si serra.
+
+ Or perché in circuito tutto quanto
+ l’aere si volge con la prima volta,
+ se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
+
+ in questa altezza ch’è tutta disciolta
+ ne l’aere vivo, tal moto percuote,
+ e fa sonar la selva perch’ è folta;
+
+ e la percossa pianta tanto puote,
+ che de la sua virtute l’aura impregna
+ e quella poi, girando, intorno scuote;
+
+ e l’altra terra, secondo ch’è degna
+ per sé e per suo ciel, concepe e figlia
+ di diverse virtù diverse legna.
+
+ Non parrebbe di là poi maraviglia,
+ udito questo, quando alcuna pianta
+ sanza seme palese vi s’appiglia.
+
+ E saper dei che la campagna santa
+ dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
+ e frutto ha in sé che di là non si schianta.
+
+ L’acqua che vedi non surge di vena
+ che ristori vapor che gel converta,
+ come fiume ch’acquista e perde lena;
+
+ ma esce di fontana salda e certa,
+ che tanto dal voler di Dio riprende,
+ quant’ ella versa da due parti aperta.
+
+ Da questa parte con virtù discende
+ che toglie altrui memoria del peccato;
+ da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
+
+ Quinci Letè; così da l’altro lato
+ Eünoè si chiama, e non adopra
+ se quinci e quindi pria non è gustato:
+
+ a tutti altri sapori esto è di sopra.
+ E avvegna ch’assai possa esser sazia
+ la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
+
+ darotti un corollario ancor per grazia;
+ né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
+ se oltre promession teco si spazia.
+
+ Quelli ch’anticamente poetaro
+ l’età de l’oro e suo stato felice,
+ forse in Parnaso esto loco sognaro.
+
+ Qui fu innocente l’umana radice;
+ qui primavera sempre e ogne frutto;
+ nettare è questo di che ciascun dice».
+
+ Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
+ a’ miei poeti, e vidi che con riso
+ udito avëan l’ultimo costrutto;
+
+ poi a la bella donna torna’ il viso.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXIX
+
+
+ Cantando come donna innamorata,
+ continüò col fin di sue parole:
+ ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
+
+ E come ninfe che si givan sole
+ per le salvatiche ombre, disïando
+ qual di veder, qual di fuggir lo sole,
+
+ allor si mosse contra ’l fiume, andando
+ su per la riva; e io pari di lei,
+ picciol passo con picciol seguitando.
+
+ Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
+ quando le ripe igualmente dier volta,
+ per modo ch’a levante mi rendei.
+
+ Né ancor fu così nostra via molta,
+ quando la donna tutta a me si torse,
+ dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
+
+ Ed ecco un lustro sùbito trascorse
+ da tutte parti per la gran foresta,
+ tal che di balenar mi mise in forse.
+
+ Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
+ e quel, durando, più e più splendeva,
+ nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
+
+ E una melodia dolce correva
+ per l’aere luminoso; onde buon zelo
+ mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
+
+ che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
+ femmina, sola e pur testé formata,
+ non sofferse di star sotto alcun velo;
+
+ sotto ’l qual se divota fosse stata,
+ avrei quelle ineffabili delizie
+ sentite prima e più lunga fïata.
+
+ Mentr’ io m’andava tra tante primizie
+ de l’etterno piacer tutto sospeso,
+ e disïoso ancora a più letizie,
+
+ dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
+ ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
+ e ’l dolce suon per canti era già inteso.
+
+ O sacrosante Vergini, se fami,
+ freddi o vigilie mai per voi soffersi,
+ cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
+
+ Or convien che Elicona per me versi,
+ e Uranìe m’aiuti col suo coro
+ forti cose a pensar mettere in versi.
+
+ Poco più oltre, sette alberi d’oro
+ falsava nel parere il lungo tratto
+ del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
+
+ ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
+ che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
+ non perdea per distanza alcun suo atto,
+
+ la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
+ sì com’ elli eran candelabri apprese,
+ e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
+
+ Di sopra fiammeggiava il bello arnese
+ più chiaro assai che luna per sereno
+ di mezza notte nel suo mezzo mese.
+
+ Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
+ al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
+ con vista carca di stupor non meno.
+
+ Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
+ che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
+ che foran vinte da novelle spose.
+
+ La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
+ sì ne l’affetto de le vive luci,
+ e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
+
+ Genti vid’ io allor, come a lor duci,
+ venire appresso, vestite di bianco;
+ e tal candor di qua già mai non fuci.
+
+ L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
+ e rendea me la mia sinistra costa,
+ s’io riguardava in lei, come specchio anco.
+
+ Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
+ che solo il fiume mi facea distante,
+ per veder meglio ai passi diedi sosta,
+
+ e vidi le fiammelle andar davante,
+ lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
+ e di tratti pennelli avean sembiante;
+
+ sì che lì sopra rimanea distinto
+ di sette liste, tutte in quei colori
+ onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
+
+ Questi ostendali in dietro eran maggiori
+ che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
+ diece passi distavan quei di fori.
+
+ Sotto così bel ciel com’ io diviso,
+ ventiquattro seniori, a due a due,
+ coronati venien di fiordaliso.
+
+ Tutti cantavan: «Benedicta tue
+ ne le figlie d’Adamo, e benedette
+ sieno in etterno le bellezze tue!».
+
+ Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
+ a rimpetto di me da l’altra sponda
+ libere fuor da quelle genti elette,
+
+ sì come luce luce in ciel seconda,
+ vennero appresso lor quattro animali,
+ coronati ciascun di verde fronda.
+
+ Ognuno era pennuto di sei ali;
+ le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
+ se fosser vivi, sarebber cotali.
+
+ A descriver lor forme più non spargo
+ rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
+ tanto ch’a questa non posso esser largo;
+
+ ma leggi Ezechïel, che li dipigne
+ come li vide da la fredda parte
+ venir con vento e con nube e con igne;
+
+ e quali i troverai ne le sue carte,
+ tali eran quivi, salvo ch’a le penne
+ Giovanni è meco e da lui si diparte.
+
+ Lo spazio dentro a lor quattro contenne
+ un carro, in su due rote, trïunfale,
+ ch’al collo d’un grifon tirato venne.
+
+ Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
+ tra la mezzana e le tre e tre liste,
+ sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
+
+ Tanto salivan che non eran viste;
+ le membra d’oro avea quant’ era uccello,
+ e bianche l’altre, di vermiglio miste.
+
+ Non che Roma di carro così bello
+ rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
+ ma quel del Sol saria pover con ello;
+
+ quel del Sol che, svïando, fu combusto
+ per l’orazion de la Terra devota,
+ quando fu Giove arcanamente giusto.
+
+ Tre donne in giro da la destra rota
+ venian danzando; l’una tanto rossa
+ ch’a pena fora dentro al foco nota;
+
+ l’altr’ era come se le carni e l’ossa
+ fossero state di smeraldo fatte;
+ la terza parea neve testé mossa;
+
+ e or parëan da la bianca tratte,
+ or da la rossa; e dal canto di questa
+ l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
+
+ Da la sinistra quattro facean festa,
+ in porpore vestite, dietro al modo
+ d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
+
+ Appresso tutto il pertrattato nodo
+ vidi due vecchi in abito dispari,
+ ma pari in atto e onesto e sodo.
+
+ L’un si mostrava alcun de’ famigliari
+ di quel sommo Ipocràte che natura
+ a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
+
+ mostrava l’altro la contraria cura
+ con una spada lucida e aguta,
+ tal che di qua dal rio mi fé paura.
+
+ Poi vidi quattro in umile paruta;
+ e di retro da tutti un vecchio solo
+ venir, dormendo, con la faccia arguta.
+
+ E questi sette col primaio stuolo
+ erano abitüati, ma di gigli
+ dintorno al capo non facëan brolo,
+
+ anzi di rose e d’altri fior vermigli;
+ giurato avria poco lontano aspetto
+ che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
+
+ E quando il carro a me fu a rimpetto,
+ un tuon s’udì, e quelle genti degne
+ parvero aver l’andar più interdetto,
+
+ fermandosi ivi con le prime insegne.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXX
+
+
+ Quando il settentrïon del primo cielo,
+ che né occaso mai seppe né orto
+ né d’altra nebbia che di colpa velo,
+
+ e che faceva lì ciascun accorto
+ di suo dover, come ’l più basso face
+ qual temon gira per venire a porto,
+
+ fermo s’affisse: la gente verace,
+ venuta prima tra ’l grifone ed esso,
+ al carro volse sé come a sua pace;
+
+ e un di loro, quasi da ciel messo,
+ ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
+ gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
+
+ Quali i beati al novissimo bando
+ surgeran presti ognun di sua caverna,
+ la revestita voce alleluiando,
+
+ cotali in su la divina basterna
+ si levar cento, ad vocem tanti senis,
+ ministri e messaggier di vita etterna.
+
+ Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
+ e fior gittando e di sopra e dintorno,
+ ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
+
+ Io vidi già nel cominciar del giorno
+ la parte orïental tutta rosata,
+ e l’altro ciel di bel sereno addorno;
+
+ e la faccia del sol nascere ombrata,
+ sì che per temperanza di vapori
+ l’occhio la sostenea lunga fïata:
+
+ così dentro una nuvola di fiori
+ che da le mani angeliche saliva
+ e ricadeva in giù dentro e di fori,
+
+ sovra candido vel cinta d’uliva
+ donna m’apparve, sotto verde manto
+ vestita di color di fiamma viva.
+
+ E lo spirito mio, che già cotanto
+ tempo era stato ch’a la sua presenza
+ non era di stupor, tremando, affranto,
+
+ sanza de li occhi aver più conoscenza,
+ per occulta virtù che da lei mosse,
+ d’antico amor sentì la gran potenza.
+
+ Tosto che ne la vista mi percosse
+ l’alta virtù che già m’avea trafitto
+ prima ch’io fuor di püerizia fosse,
+
+ volsimi a la sinistra col respitto
+ col quale il fantolin corre a la mamma
+ quando ha paura o quando elli è afflitto,
+
+ per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
+ di sangue m’è rimaso che non tremi:
+ conosco i segni de l’antica fiamma’.
+
+ Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
+ di sé, Virgilio dolcissimo patre,
+ Virgilio a cui per mia salute die’mi;
+
+ né quantunque perdeo l’antica matre,
+ valse a le guance nette di rugiada,
+ che, lagrimando, non tornasser atre.
+
+ «Dante, perché Virgilio se ne vada,
+ non pianger anco, non piangere ancora;
+ ché pianger ti conven per altra spada».
+
+ Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
+ viene a veder la gente che ministra
+ per li altri legni, e a ben far l’incora;
+
+ in su la sponda del carro sinistra,
+ quando mi volsi al suon del nome mio,
+ che di necessità qui si registra,
+
+ vidi la donna che pria m’appario
+ velata sotto l’angelica festa,
+ drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
+
+ Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
+ cerchiato de le fronde di Minerva,
+ non la lasciasse parer manifesta,
+
+ regalmente ne l’atto ancor proterva
+ continüò come colui che dice
+ e ’l più caldo parlar dietro reserva:
+
+ «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
+ Come degnasti d’accedere al monte?
+ non sapei tu che qui è l’uom felice?».
+
+ Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
+ ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
+ tanta vergogna mi gravò la fronte.
+
+ Così la madre al figlio par superba,
+ com’ ella parve a me; perché d’amaro
+ sente il sapor de la pietade acerba.
+
+ Ella si tacque; e li angeli cantaro
+ di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
+ ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
+
+ Sì come neve tra le vive travi
+ per lo dosso d’Italia si congela,
+ soffiata e stretta da li venti schiavi,
+
+ poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
+ pur che la terra che perde ombra spiri,
+ sì che par foco fonder la candela;
+
+ così fui sanza lagrime e sospiri
+ anzi ’l cantar di quei che notan sempre
+ dietro a le note de li etterni giri;
+
+ ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
+ lor compatire a me, par che se detto
+ avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
+
+ lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
+ spirito e acqua fessi, e con angoscia
+ de la bocca e de li occhi uscì del petto.
+
+ Ella, pur ferma in su la detta coscia
+ del carro stando, a le sustanze pie
+ volse le sue parole così poscia:
+
+ «Voi vigilate ne l’etterno die,
+ sì che notte né sonno a voi non fura
+ passo che faccia il secol per sue vie;
+
+ onde la mia risposta è con più cura
+ che m’intenda colui che di là piagne,
+ perché sia colpa e duol d’una misura.
+
+ Non pur per ovra de le rote magne,
+ che drizzan ciascun seme ad alcun fine
+ secondo che le stelle son compagne,
+
+ ma per larghezza di grazie divine,
+ che sì alti vapori hanno a lor piova,
+ che nostre viste là non van vicine,
+
+ questi fu tal ne la sua vita nova
+ virtüalmente, ch’ogne abito destro
+ fatto averebbe in lui mirabil prova.
+
+ Ma tanto più maligno e più silvestro
+ si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
+ quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
+
+ Alcun tempo il sostenni col mio volto:
+ mostrando li occhi giovanetti a lui,
+ meco il menava in dritta parte vòlto.
+
+ Sì tosto come in su la soglia fui
+ di mia seconda etade e mutai vita,
+ questi si tolse a me, e diessi altrui.
+
+ Quando di carne a spirto era salita,
+ e bellezza e virtù cresciuta m’era,
+ fu’ io a lui men cara e men gradita;
+
+ e volse i passi suoi per via non vera,
+ imagini di ben seguendo false,
+ che nulla promession rendono intera.
+
+ Né l’impetrare ispirazion mi valse,
+ con le quali e in sogno e altrimenti
+ lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
+
+ Tanto giù cadde, che tutti argomenti
+ a la salute sua eran già corti,
+ fuor che mostrarli le perdute genti.
+
+ Per questo visitai l’uscio d’i morti,
+ e a colui che l’ha qua sù condotto,
+ li prieghi miei, piangendo, furon porti.
+
+ Alto fato di Dio sarebbe rotto,
+ se Letè si passasse e tal vivanda
+ fosse gustata sanza alcuno scotto
+
+ di pentimento che lagrime spanda».
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXI
+
+
+ «O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
+ volgendo suo parlare a me per punta,
+ che pur per taglio m’era paruto acro,
+
+ ricominciò, seguendo sanza cunta,
+ «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
+ tua confession conviene esser congiunta».
+
+ Era la mia virtù tanto confusa,
+ che la voce si mosse, e pria si spense
+ che da li organi suoi fosse dischiusa.
+
+ Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
+ Rispondi a me; ché le memorie triste
+ in te non sono ancor da l’acqua offense».
+
+ Confusione e paura insieme miste
+ mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
+ al quale intender fuor mestier le viste.
+
+ Come balestro frange, quando scocca
+ da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
+ e con men foga l’asta il segno tocca,
+
+ sì scoppia’ io sottesso grave carco,
+ fuori sgorgando lagrime e sospiri,
+ e la voce allentò per lo suo varco.
+
+ Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
+ che ti menavano ad amar lo bene
+ di là dal qual non è a che s’aspiri,
+
+ quai fossi attraversati o quai catene
+ trovasti, per che del passare innanzi
+ dovessiti così spogliar la spene?
+
+ E quali agevolezze o quali avanzi
+ ne la fronte de li altri si mostraro,
+ per che dovessi lor passeggiare anzi?».
+
+ Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
+ a pena ebbi la voce che rispuose,
+ e le labbra a fatica la formaro.
+
+ Piangendo dissi: «Le presenti cose
+ col falso lor piacer volser miei passi,
+ tosto che ’l vostro viso si nascose».
+
+ Ed ella: «Se tacessi o se negassi
+ ciò che confessi, non fora men nota
+ la colpa tua: da tal giudice sassi!
+
+ Ma quando scoppia de la propria gota
+ l’accusa del peccato, in nostra corte
+ rivolge sé contra ’l taglio la rota.
+
+ Tuttavia, perché mo vergogna porte
+ del tuo errore, e perché altra volta,
+ udendo le serene, sie più forte,
+
+ pon giù il seme del piangere e ascolta:
+ sì udirai come in contraria parte
+ mover dovieti mia carne sepolta.
+
+ Mai non t’appresentò natura o arte
+ piacer, quanto le belle membra in ch’io
+ rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
+
+ e se ’l sommo piacer sì ti fallio
+ per la mia morte, qual cosa mortale
+ dovea poi trarre te nel suo disio?
+
+ Ben ti dovevi, per lo primo strale
+ de le cose fallaci, levar suso
+ di retro a me che non era più tale.
+
+ Non ti dovea gravar le penne in giuso,
+ ad aspettar più colpo, o pargoletta
+ o altra novità con sì breve uso.
+
+ Novo augelletto due o tre aspetta;
+ ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
+ rete si spiega indarno o si saetta».
+
+ Quali fanciulli, vergognando, muti
+ con li occhi a terra stannosi, ascoltando
+ e sé riconoscendo e ripentuti,
+
+ tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
+ per udir se’ dolente, alza la barba,
+ e prenderai più doglia riguardando».
+
+ Con men di resistenza si dibarba
+ robusto cerro, o vero al nostral vento
+ o vero a quel de la terra di Iarba,
+
+ ch’io non levai al suo comando il mento;
+ e quando per la barba il viso chiese,
+ ben conobbi il velen de l’argomento.
+
+ E come la mia faccia si distese,
+ posarsi quelle prime creature
+ da loro aspersïon l’occhio comprese;
+
+ e le mie luci, ancor poco sicure,
+ vider Beatrice volta in su la fiera
+ ch’è sola una persona in due nature.
+
+ Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
+ vincer pariemi più sé stessa antica,
+ vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
+
+ Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
+ che di tutte altre cose qual mi torse
+ più nel suo amor, più mi si fé nemica.
+
+ Tanta riconoscenza il cor mi morse,
+ ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
+ salsi colei che la cagion mi porse.
+
+ Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
+ la donna ch’io avea trovata sola
+ sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
+
+ Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
+ e tirandosi me dietro sen giva
+ sovresso l’acqua lieve come scola.
+
+ Quando fui presso a la beata riva,
+ ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
+ che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
+
+ La bella donna ne le braccia aprissi;
+ abbracciommi la testa e mi sommerse
+ ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
+
+ Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
+ dentro a la danza de le quattro belle;
+ e ciascuna del braccio mi coperse.
+
+ «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
+ pria che Beatrice discendesse al mondo,
+ fummo ordinate a lei per sue ancelle.
+
+ Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
+ lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
+ le tre di là, che miran più profondo».
+
+ Così cantando cominciaro; e poi
+ al petto del grifon seco menarmi,
+ ove Beatrice stava volta a noi.
+
+ Disser: «Fa che le viste non risparmi;
+ posto t’avem dinanzi a li smeraldi
+ ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
+
+ Mille disiri più che fiamma caldi
+ strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
+ che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
+
+ Come in lo specchio il sol, non altrimenti
+ la doppia fiera dentro vi raggiava,
+ or con altri, or con altri reggimenti.
+
+ Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
+ quando vedea la cosa in sé star queta,
+ e ne l’idolo suo si trasmutava.
+
+ Mentre che piena di stupore e lieta
+ l’anima mia gustava di quel cibo
+ che, saziando di sé, di sé asseta,
+
+ sé dimostrando di più alto tribo
+ ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
+ danzando al loro angelico caribo.
+
+ «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
+ era la sua canzone, «al tuo fedele
+ che, per vederti, ha mossi passi tanti!
+
+ Per grazia fa noi grazia che disvele
+ a lui la bocca tua, sì che discerna
+ la seconda bellezza che tu cele».
+
+ O isplendor di viva luce etterna,
+ chi palido si fece sotto l’ombra
+ sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
+
+ che non paresse aver la mente ingombra,
+ tentando a render te qual tu paresti
+ là dove armonizzando il ciel t’adombra,
+
+ quando ne l’aere aperto ti solvesti?
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXII
+
+
+ Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
+ a disbramarsi la decenne sete,
+ che li altri sensi m’eran tutti spenti.
+
+ Ed essi quinci e quindi avien parete
+ di non caler—così lo santo riso
+ a sé traéli con l’antica rete!—;
+
+ quando per forza mi fu vòlto il viso
+ ver’ la sinistra mia da quelle dee,
+ perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
+
+ e la disposizion ch’a veder èe
+ ne li occhi pur testé dal sol percossi,
+ sanza la vista alquanto esser mi fée.
+
+ Ma poi ch’al poco il viso riformossi
+ (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
+ sensibile onde a forza mi rimossi),
+
+ vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
+ lo glorïoso essercito, e tornarsi
+ col sole e con le sette fiamme al volto.
+
+ Come sotto li scudi per salvarsi
+ volgesi schiera, e sé gira col segno,
+ prima che possa tutta in sé mutarsi;
+
+ quella milizia del celeste regno
+ che procedeva, tutta trapassonne
+ pria che piegasse il carro il primo legno.
+
+ Indi a le rote si tornar le donne,
+ e ’l grifon mosse il benedetto carco
+ sì, che però nulla penna crollonne.
+
+ La bella donna che mi trasse al varco
+ e Stazio e io seguitavam la rota
+ che fé l’orbita sua con minore arco.
+
+ Sì passeggiando l’alta selva vòta,
+ colpa di quella ch’al serpente crese,
+ temprava i passi un’angelica nota.
+
+ Forse in tre voli tanto spazio prese
+ disfrenata saetta, quanto eramo
+ rimossi, quando Bëatrice scese.
+
+ Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
+ poi cerchiaro una pianta dispogliata
+ di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
+
+ La coma sua, che tanto si dilata
+ più quanto più è sù, fora da l’Indi
+ ne’ boschi lor per altezza ammirata.
+
+ «Beato se’, grifon, che non discindi
+ col becco d’esto legno dolce al gusto,
+ poscia che mal si torce il ventre quindi».
+
+ Così dintorno a l’albero robusto
+ gridaron li altri; e l’animal binato:
+ «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
+
+ E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
+ trasselo al piè de la vedova frasca,
+ e quel di lei a lei lasciò legato.
+
+ Come le nostre piante, quando casca
+ giù la gran luce mischiata con quella
+ che raggia dietro a la celeste lasca,
+
+ turgide fansi, e poi si rinovella
+ di suo color ciascuna, pria che ’l sole
+ giunga li suoi corsier sotto altra stella;
+
+ men che di rose e più che di vïole
+ colore aprendo, s’innovò la pianta,
+ che prima avea le ramora sì sole.
+
+ Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
+ l’inno che quella gente allor cantaro,
+ né la nota soffersi tutta quanta.
+
+ S’io potessi ritrar come assonnaro
+ li occhi spietati udendo di Siringa,
+ li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
+
+ come pintor che con essempro pinga,
+ disegnerei com’ io m’addormentai;
+ ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
+
+ Però trascorro a quando mi svegliai,
+ e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
+ del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
+
+ Quali a veder de’ fioretti del melo
+ che del suo pome li angeli fa ghiotti
+ e perpetüe nozze fa nel cielo,
+
+ Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
+ e vinti, ritornaro a la parola
+ da la qual furon maggior sonni rotti,
+
+ e videro scemata loro scuola
+ così di Moïsè come d’Elia,
+ e al maestro suo cangiata stola;
+
+ tal torna’ io, e vidi quella pia
+ sovra me starsi che conducitrice
+ fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
+
+ E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
+ Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
+ nova sedere in su la sua radice.
+
+ Vedi la compagnia che la circonda:
+ li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
+ con più dolce canzone e più profonda».
+
+ E se più fu lo suo parlar diffuso,
+ non so, però che già ne li occhi m’era
+ quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
+
+ Sola sedeasi in su la terra vera,
+ come guardia lasciata lì del plaustro
+ che legar vidi a la biforme fera.
+
+ In cerchio le facevan di sé claustro
+ le sette ninfe, con quei lumi in mano
+ che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
+
+ «Qui sarai tu poco tempo silvano;
+ e sarai meco sanza fine cive
+ di quella Roma onde Cristo è romano.
+
+ Però, in pro del mondo che mal vive,
+ al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
+ ritornato di là, fa che tu scrive».
+
+ Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
+ d’i suoi comandamenti era divoto,
+ la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
+
+ Non scese mai con sì veloce moto
+ foco di spessa nube, quando piove
+ da quel confine che più va remoto,
+
+ com’ io vidi calar l’uccel di Giove
+ per l’alber giù, rompendo de la scorza,
+ non che d’i fiori e de le foglie nove;
+
+ e ferì ’l carro di tutta sua forza;
+ ond’ el piegò come nave in fortuna,
+ vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
+
+ Poscia vidi avventarsi ne la cuna
+ del trïunfal veiculo una volpe
+ che d’ogne pasto buon parea digiuna;
+
+ ma, riprendendo lei di laide colpe,
+ la donna mia la volse in tanta futa
+ quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
+
+ Poscia per indi ond’ era pria venuta,
+ l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
+ del carro e lasciar lei di sé pennuta;
+
+ e qual esce di cuor che si rammarca,
+ tal voce uscì del cielo e cotal disse:
+ «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
+
+ Poi parve a me che la terra s’aprisse
+ tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
+ che per lo carro sù la coda fisse;
+
+ e come vespa che ritragge l’ago,
+ a sé traendo la coda maligna,
+ trasse del fondo, e gissen vago vago.
+
+ Quel che rimase, come da gramigna
+ vivace terra, da la piuma, offerta
+ forse con intenzion sana e benigna,
+
+ si ricoperse, e funne ricoperta
+ e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
+ che più tiene un sospir la bocca aperta.
+
+ Trasformato così ’l dificio santo
+ mise fuor teste per le parti sue,
+ tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
+
+ Le prime eran cornute come bue,
+ ma le quattro un sol corno avean per fronte:
+ simile mostro visto ancor non fue.
+
+ Sicura, quasi rocca in alto monte,
+ seder sovresso una puttana sciolta
+ m’apparve con le ciglia intorno pronte;
+
+ e come perché non li fosse tolta,
+ vidi di costa a lei dritto un gigante;
+ e basciavansi insieme alcuna volta.
+
+ Ma perché l’occhio cupido e vagante
+ a me rivolse, quel feroce drudo
+ la flagellò dal capo infin le piante;
+
+ poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
+ disciolse il mostro, e trassel per la selva,
+ tanto che sol di lei mi fece scudo
+
+ a la puttana e a la nova belva.
+
+
+
+ Purgatorio • Canto XXXIII
+
+
+ ‘Deus, venerunt gentes’, alternando
+ or tre or quattro dolce salmodia,
+ le donne incominciaro, e lagrimando;
+
+ e Bëatrice, sospirosa e pia,
+ quelle ascoltava sì fatta, che poco
+ più a la croce si cambiò Maria.
+
+ Ma poi che l’altre vergini dier loco
+ a lei di dir, levata dritta in pè,
+ rispuose, colorata come foco:
+
+ ‘Modicum, et non videbitis me;
+ et iterum, sorelle mie dilette,
+ modicum, et vos videbitis me’.
+
+ Poi le si mise innanzi tutte e sette,
+ e dopo sé, solo accennando, mosse
+ me e la donna e ’l savio che ristette.
+
+ Così sen giva; e non credo che fosse
+ lo decimo suo passo in terra posto,
+ quando con li occhi li occhi mi percosse;
+
+ e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
+ mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
+ ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
+
+ Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
+ dissemi: «Frate, perché non t’attenti
+ a domandarmi omai venendo meco?».
+
+ Come a color che troppo reverenti
+ dinanzi a suo maggior parlando sono,
+ che non traggon la voce viva ai denti,
+
+ avvenne a me, che sanza intero suono
+ incominciai: «Madonna, mia bisogna
+ voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
+
+ Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
+ voglio che tu omai ti disviluppe,
+ sì che non parli più com’ om che sogna.
+
+ Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
+ fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
+ che vendetta di Dio non teme suppe.
+
+ Non sarà tutto tempo sanza reda
+ l’aguglia che lasciò le penne al carro,
+ per che divenne mostro e poscia preda;
+
+ ch’io veggio certamente, e però il narro,
+ a darne tempo già stelle propinque,
+ secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
+
+ nel quale un cinquecento diece e cinque,
+ messo di Dio, anciderà la fuia
+ con quel gigante che con lei delinque.
+
+ E forse che la mia narrazion buia,
+ qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
+ perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
+
+ ma tosto fier li fatti le Naiade,
+ che solveranno questo enigma forte
+ sanza danno di pecore o di biade.
+
+ Tu nota; e sì come da me son porte,
+ così queste parole segna a’ vivi
+ del viver ch’è un correre a la morte.
+
+ E aggi a mente, quando tu le scrivi,
+ di non celar qual hai vista la pianta
+ ch’è or due volte dirubata quivi.
+
+ Qualunque ruba quella o quella schianta,
+ con bestemmia di fatto offende a Dio,
+ che solo a l’uso suo la creò santa.
+
+ Per morder quella, in pena e in disio
+ cinquemilia anni e più l’anima prima
+ bramò colui che ’l morso in sé punio.
+
+ Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
+ per singular cagione esser eccelsa
+ lei tanto e sì travolta ne la cima.
+
+ E se stati non fossero acqua d’Elsa
+ li pensier vani intorno a la tua mente,
+ e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
+
+ per tante circostanze solamente
+ la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
+ conosceresti a l’arbor moralmente.
+
+ Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
+ fatto di pietra e, impetrato, tinto,
+ sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
+
+ voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
+ che ’l te ne porti dentro a te per quello
+ che si reca il bordon di palma cinto».
+
+ E io: «Sì come cera da suggello,
+ che la figura impressa non trasmuta,
+ segnato è or da voi lo mio cervello.
+
+ Ma perché tanto sovra mia veduta
+ vostra parola disïata vola,
+ che più la perde quanto più s’aiuta?».
+
+ «Perché conoschi», disse, «quella scuola
+ c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
+ come può seguitar la mia parola;
+
+ e veggi vostra via da la divina
+ distar cotanto, quanto si discorda
+ da terra il ciel che più alto festina».
+
+ Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
+ ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
+ né honne coscïenza che rimorda».
+
+ «E se tu ricordar non te ne puoi»,
+ sorridendo rispuose, «or ti rammenta
+ come bevesti di Letè ancoi;
+
+ e se dal fummo foco s’argomenta,
+ cotesta oblivïon chiaro conchiude
+ colpa ne la tua voglia altrove attenta.
+
+ Veramente oramai saranno nude
+ le mie parole, quanto converrassi
+ quelle scovrire a la tua vista rude».
+
+ E più corusco e con più lenti passi
+ teneva il sole il cerchio di merigge,
+ che qua e là, come li aspetti, fassi,
+
+ quando s’affisser, sì come s’affigge
+ chi va dinanzi a gente per iscorta
+ se trova novitate o sue vestigge,
+
+ le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
+ qual sotto foglie verdi e rami nigri
+ sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
+
+ Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
+ veder mi parve uscir d’una fontana,
+ e, quasi amici, dipartirsi pigri.
+
+ «O luce, o gloria de la gente umana,
+ che acqua è questa che qui si dispiega
+ da un principio e sé da sé lontana?».
+
+ Per cotal priego detto mi fu: «Priega
+ Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
+ come fa chi da colpa si dislega,
+
+ la bella donna: «Questo e altre cose
+ dette li son per me; e son sicura
+ che l’acqua di Letè non gliel nascose».
+
+ E Bëatrice: «Forse maggior cura,
+ che spesse volte la memoria priva,
+ fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
+
+ Ma vedi Eünoè che là diriva:
+ menalo ad esso, e come tu se’ usa,
+ la tramortita sua virtù ravviva».
+
+ Come anima gentil, che non fa scusa,
+ ma fa sua voglia de la voglia altrui
+ tosto che è per segno fuor dischiusa;
+
+ così, poi che da essa preso fui,
+ la bella donna mossesi, e a Stazio
+ donnescamente disse: «Vien con lui».
+
+ S’io avessi, lettor, più lungo spazio
+ da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
+ lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
+
+ ma perché piene son tutte le carte
+ ordite a questa cantica seconda,
+ non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
+
+ Io ritornai da la santissima onda
+ rifatto sì come piante novelle
+ rinovellate di novella fronda,
+
+ puro e disposto a salire a le stelle.
+
+
+
+
+
+ PARADISO
+
+
+
+
+ Paradiso • Canto I
+
+
+ La gloria di colui che tutto move
+ per l’universo penetra, e risplende
+ in una parte più e meno altrove.
+
+ Nel ciel che più de la sua luce prende
+ fu’ io, e vidi cose che ridire
+ né sa né può chi di là sù discende;
+
+ perché appressando sé al suo disire,
+ nostro intelletto si profonda tanto,
+ che dietro la memoria non può ire.
+
+ Veramente quant’ io del regno santo
+ ne la mia mente potei far tesoro,
+ sarà ora materia del mio canto.
+
+ O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
+ fammi del tuo valor sì fatto vaso,
+ come dimandi a dar l’amato alloro.
+
+ Infino a qui l’un giogo di Parnaso
+ assai mi fu; ma or con amendue
+ m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
+
+ Entra nel petto mio, e spira tue
+ sì come quando Marsïa traesti
+ de la vagina de le membra sue.
+
+ O divina virtù, se mi ti presti
+ tanto che l’ombra del beato regno
+ segnata nel mio capo io manifesti,
+
+ vedra’mi al piè del tuo diletto legno
+ venire, e coronarmi de le foglie
+ che la materia e tu mi farai degno.
+
+ Sì rade volte, padre, se ne coglie
+ per trïunfare o cesare o poeta,
+ colpa e vergogna de l’umane voglie,
+
+ che parturir letizia in su la lieta
+ delfica deïtà dovria la fronda
+ peneia, quando alcun di sé asseta.
+
+ Poca favilla gran fiamma seconda:
+ forse di retro a me con miglior voci
+ si pregherà perché Cirra risponda.
+
+ Surge ai mortali per diverse foci
+ la lucerna del mondo; ma da quella
+ che quattro cerchi giugne con tre croci,
+
+ con miglior corso e con migliore stella
+ esce congiunta, e la mondana cera
+ più a suo modo tempera e suggella.
+
+ Fatto avea di là mane e di qua sera
+ tal foce, e quasi tutto era là bianco
+ quello emisperio, e l’altra parte nera,
+
+ quando Beatrice in sul sinistro fianco
+ vidi rivolta e riguardar nel sole:
+ aguglia sì non li s’affisse unquanco.
+
+ E sì come secondo raggio suole
+ uscir del primo e risalire in suso,
+ pur come pelegrin che tornar vuole,
+
+ così de l’atto suo, per li occhi infuso
+ ne l’imagine mia, il mio si fece,
+ e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
+
+ Molto è licito là, che qui non lece
+ a le nostre virtù, mercé del loco
+ fatto per proprio de l’umana spece.
+
+ Io nol soffersi molto, né sì poco,
+ ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
+ com’ ferro che bogliente esce del foco;
+
+ e di sùbito parve giorno a giorno
+ essere aggiunto, come quei che puote
+ avesse il ciel d’un altro sole addorno.
+
+ Beatrice tutta ne l’etterne rote
+ fissa con li occhi stava; e io in lei
+ le luci fissi, di là sù rimote.
+
+ Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
+ qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
+ che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
+
+ Trasumanar significar per verba
+ non si poria; però l’essemplo basti
+ a cui esperïenza grazia serba.
+
+ S’i’ era sol di me quel che creasti
+ novellamente, amor che ’l ciel governi,
+ tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
+
+ Quando la rota che tu sempiterni
+ desiderato, a sé mi fece atteso
+ con l’armonia che temperi e discerni,
+
+ parvemi tanto allor del cielo acceso
+ de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
+ lago non fece alcun tanto disteso.
+
+ La novità del suono e ’l grande lume
+ di lor cagion m’accesero un disio
+ mai non sentito di cotanto acume.
+
+ Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
+ a quïetarmi l’animo commosso,
+ pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
+
+ e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
+ col falso imaginar, sì che non vedi
+ ciò che vedresti se l’avessi scosso.
+
+ Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
+ ma folgore, fuggendo il proprio sito,
+ non corse come tu ch’ad esso riedi».
+
+ S’io fui del primo dubbio disvestito
+ per le sorrise parolette brevi,
+ dentro ad un nuovo più fu’ inretito
+
+ e dissi: «Già contento requïevi
+ di grande ammirazion; ma ora ammiro
+ com’ io trascenda questi corpi levi».
+
+ Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
+ li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
+ che madre fa sovra figlio deliro,
+
+ e cominciò: «Le cose tutte quante
+ hanno ordine tra loro, e questo è forma
+ che l’universo a Dio fa simigliante.
+
+ Qui veggion l’alte creature l’orma
+ de l’etterno valore, il qual è fine
+ al quale è fatta la toccata norma.
+
+ Ne l’ordine ch’io dico sono accline
+ tutte nature, per diverse sorti,
+ più al principio loro e men vicine;
+
+ onde si muovono a diversi porti
+ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
+ con istinto a lei dato che la porti.
+
+ Questi ne porta il foco inver’ la luna;
+ questi ne’ cor mortali è permotore;
+ questi la terra in sé stringe e aduna;
+
+ né pur le creature che son fore
+ d’intelligenza quest’ arco saetta,
+ ma quelle c’hanno intelletto e amore.
+
+ La provedenza, che cotanto assetta,
+ del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
+ nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
+
+ e ora lì, come a sito decreto,
+ cen porta la virtù di quella corda
+ che ciò che scocca drizza in segno lieto.
+
+ Vero è che, come forma non s’accorda
+ molte fïate a l’intenzion de l’arte,
+ perch’ a risponder la materia è sorda,
+
+ così da questo corso si diparte
+ talor la creatura, c’ha podere
+ di piegar, così pinta, in altra parte;
+
+ e sì come veder si può cadere
+ foco di nube, sì l’impeto primo
+ l’atterra torto da falso piacere.
+
+ Non dei più ammirar, se bene stimo,
+ lo tuo salir, se non come d’un rivo
+ se d’alto monte scende giuso ad imo.
+
+ Maraviglia sarebbe in te se, privo
+ d’impedimento, giù ti fossi assiso,
+ com’ a terra quïete in foco vivo».
+
+ Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.
+
+
+
+ Paradiso • Canto II
+
+
+ O voi che siete in piccioletta barca,
+ desiderosi d’ascoltar, seguiti
+ dietro al mio legno che cantando varca,
+
+ tornate a riveder li vostri liti:
+ non vi mettete in pelago, ché forse,
+ perdendo me, rimarreste smarriti.
+
+ L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
+ Minerva spira, e conducemi Appollo,
+ e nove Muse mi dimostran l’Orse.
+
+ Voialtri pochi che drizzaste il collo
+ per tempo al pan de li angeli, del quale
+ vivesi qui ma non sen vien satollo,
+
+ metter potete ben per l’alto sale
+ vostro navigio, servando mio solco
+ dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
+
+ Que’ glorïosi che passaro al Colco
+ non s’ammiraron come voi farete,
+ quando Iasón vider fatto bifolco.
+
+ La concreata e perpetüa sete
+ del deïforme regno cen portava
+ veloci quasi come ’l ciel vedete.
+
+ Beatrice in suso, e io in lei guardava;
+ e forse in tanto in quanto un quadrel posa
+ e vola e da la noce si dischiava,
+
+ giunto mi vidi ove mirabil cosa
+ mi torse il viso a sé; e però quella
+ cui non potea mia cura essere ascosa,
+
+ volta ver’ me, sì lieta come bella,
+ «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
+ «che n’ha congiunti con la prima stella».
+
+ Parev’ a me che nube ne coprisse
+ lucida, spessa, solida e pulita,
+ quasi adamante che lo sol ferisse.
+
+ Per entro sé l’etterna margarita
+ ne ricevette, com’ acqua recepe
+ raggio di luce permanendo unita.
+
+ S’io era corpo, e qui non si concepe
+ com’ una dimensione altra patio,
+ ch’esser convien se corpo in corpo repe,
+
+ accender ne dovria più il disio
+ di veder quella essenza in che si vede
+ come nostra natura e Dio s’unio.
+
+ Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
+ non dimostrato, ma fia per sé noto
+ a guisa del ver primo che l’uom crede.
+
+ Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
+ com’ esser posso più, ringrazio lui
+ lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
+
+ Ma ditemi: che son li segni bui
+ di questo corpo, che là giuso in terra
+ fan di Cain favoleggiare altrui?».
+
+ Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
+ l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
+ dove chiave di senso non diserra,
+
+ certo non ti dovrien punger li strali
+ d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
+ vedi che la ragione ha corte l’ali.
+
+ Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
+ E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
+ credo che fanno i corpi rari e densi».
+
+ Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
+ nel falso il creder tuo, se bene ascolti
+ l’argomentar ch’io li farò avverso.
+
+ La spera ottava vi dimostra molti
+ lumi, li quali e nel quale e nel quanto
+ notar si posson di diversi volti.
+
+ Se raro e denso ciò facesser tanto,
+ una sola virtù sarebbe in tutti,
+ più e men distributa e altrettanto.
+
+ Virtù diverse esser convegnon frutti
+ di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
+ seguiterieno a tua ragion distrutti.
+
+ Ancor, se raro fosse di quel bruno
+ cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
+ fora di sua materia sì digiuno
+
+ esto pianeto, o, sì come comparte
+ lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
+ nel suo volume cangerebbe carte.
+
+ Se ’l primo fosse, fora manifesto
+ ne l’eclissi del sol, per trasparere
+ lo lume come in altro raro ingesto.
+
+ Questo non è: però è da vedere
+ de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
+ falsificato fia lo tuo parere.
+
+ S’elli è che questo raro non trapassi,
+ esser conviene un termine da onde
+ lo suo contrario più passar non lassi;
+
+ e indi l’altrui raggio si rifonde
+ così come color torna per vetro
+ lo qual di retro a sé piombo nasconde.
+
+ Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
+ ivi lo raggio più che in altre parti,
+ per esser lì refratto più a retro.
+
+ Da questa instanza può deliberarti
+ esperïenza, se già mai la provi,
+ ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
+
+ Tre specchi prenderai; e i due rimovi
+ da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
+ tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
+
+ Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
+ ti stea un lume che i tre specchi accenda
+ e torni a te da tutti ripercosso.
+
+ Ben che nel quanto tanto non si stenda
+ la vista più lontana, lì vedrai
+ come convien ch’igualmente risplenda.
+
+ Or, come ai colpi de li caldi rai
+ de la neve riman nudo il suggetto
+ e dal colore e dal freddo primai,
+
+ così rimaso te ne l’intelletto
+ voglio informar di luce sì vivace,
+ che ti tremolerà nel suo aspetto.
+
+ Dentro dal ciel de la divina pace
+ si gira un corpo ne la cui virtute
+ l’esser di tutto suo contento giace.
+
+ Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
+ quell’ esser parte per diverse essenze,
+ da lui distratte e da lui contenute.
+
+ Li altri giron per varie differenze
+ le distinzion che dentro da sé hanno
+ dispongono a lor fini e lor semenze.
+
+ Questi organi del mondo così vanno,
+ come tu vedi omai, di grado in grado,
+ che di sù prendono e di sotto fanno.
+
+ Riguarda bene omai sì com’ io vado
+ per questo loco al vero che disiri,
+ sì che poi sappi sol tener lo guado.
+
+ Lo moto e la virtù d’i santi giri,
+ come dal fabbro l’arte del martello,
+ da’ beati motor convien che spiri;
+
+ e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
+ de la mente profonda che lui volve
+ prende l’image e fassene suggello.
+
+ E come l’alma dentro a vostra polve
+ per differenti membra e conformate
+ a diverse potenze si risolve,
+
+ così l’intelligenza sua bontate
+ multiplicata per le stelle spiega,
+ girando sé sovra sua unitate.
+
+ Virtù diversa fa diversa lega
+ col prezïoso corpo ch’ella avviva,
+ nel qual, sì come vita in voi, si lega.
+
+ Per la natura lieta onde deriva,
+ la virtù mista per lo corpo luce
+ come letizia per pupilla viva.
+
+ Da essa vien ciò che da luce a luce
+ par differente, non da denso e raro;
+ essa è formal principio che produce,
+
+ conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».
+
+
+
+ Paradiso • Canto III
+
+
+ Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
+ di bella verità m’avea scoverto,
+ provando e riprovando, il dolce aspetto;
+
+ e io, per confessar corretto e certo
+ me stesso, tanto quanto si convenne
+ leva’ il capo a proferer più erto;
+
+ ma visïone apparve che ritenne
+ a sé me tanto stretto, per vedersi,
+ che di mia confession non mi sovvenne.
+
+ Quali per vetri trasparenti e tersi,
+ o ver per acque nitide e tranquille,
+ non sì profonde che i fondi sien persi,
+
+ tornan d’i nostri visi le postille
+ debili sì, che perla in bianca fronte
+ non vien men forte a le nostre pupille;
+
+ tali vid’ io più facce a parlar pronte;
+ per ch’io dentro a l’error contrario corsi
+ a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
+
+ Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,
+ quelle stimando specchiati sembianti,
+ per veder di cui fosser, li occhi torsi;
+
+ e nulla vidi, e ritorsili avanti
+ dritti nel lume de la dolce guida,
+ che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
+
+ «Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,
+ mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
+ poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
+
+ ma te rivolve, come suole, a vòto:
+ vere sustanze son ciò che tu vedi,
+ qui rilegate per manco di voto.
+
+ Però parla con esse e odi e credi;
+ ché la verace luce che le appaga
+ da sé non lascia lor torcer li piedi».
+
+ E io a l’ombra che parea più vaga
+ di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
+ quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
+
+ «O ben creato spirito, che a’ rai
+ di vita etterna la dolcezza senti
+ che, non gustata, non s’intende mai,
+
+ grazïoso mi fia se mi contenti
+ del nome tuo e de la vostra sorte».
+ Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
+
+ «La nostra carità non serra porte
+ a giusta voglia, se non come quella
+ che vuol simile a sé tutta sua corte.
+
+ I’ fui nel mondo vergine sorella;
+ e se la mente tua ben sé riguarda,
+ non mi ti celerà l’esser più bella,
+
+ ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
+ che, posta qui con questi altri beati,
+ beata sono in la spera più tarda.
+
+ Li nostri affetti, che solo infiammati
+ son nel piacer de lo Spirito Santo,
+ letizian del suo ordine formati.
+
+ E questa sorte che par giù cotanto,
+ però n’è data, perché fuor negletti
+ li nostri voti, e vòti in alcun canto».
+
+ Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
+ vostri risplende non so che divino
+ che vi trasmuta da’ primi concetti:
+
+ però non fui a rimembrar festino;
+ ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
+ sì che raffigurar m’è più latino.
+
+ Ma dimmi: voi che siete qui felici,
+ disiderate voi più alto loco
+ per più vedere e per più farvi amici?».
+
+ Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
+ da indi mi rispuose tanto lieta,
+ ch’arder parea d’amor nel primo foco:
+
+ «Frate, la nostra volontà quïeta
+ virtù di carità, che fa volerne
+ sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
+
+ Se disïassimo esser più superne,
+ foran discordi li nostri disiri
+ dal voler di colui che qui ne cerne;
+
+ che vedrai non capere in questi giri,
+ s’essere in carità è qui necesse,
+ e se la sua natura ben rimiri.
+
+ Anzi è formale ad esto beato esse
+ tenersi dentro a la divina voglia,
+ per ch’una fansi nostre voglie stesse;
+
+ sì che, come noi sem di soglia in soglia
+ per questo regno, a tutto il regno piace
+ com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
+
+ E ’n la sua volontade è nostra pace:
+ ell’ è quel mare al qual tutto si move
+ ciò ch’ella crïa o che natura face».
+
+ Chiaro mi fu allor come ogne dove
+ in cielo è paradiso, etsi la grazia
+ del sommo ben d’un modo non vi piove.
+
+ Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
+ e d’un altro rimane ancor la gola,
+ che quel si chere e di quel si ringrazia,
+
+ così fec’ io con atto e con parola,
+ per apprender da lei qual fu la tela
+ onde non trasse infino a co la spuola.
+
+ «Perfetta vita e alto merto inciela
+ donna più sù», mi disse, «a la cui norma
+ nel vostro mondo giù si veste e vela,
+
+ perché fino al morir si vegghi e dorma
+ con quello sposo ch’ogne voto accetta
+ che caritate a suo piacer conforma.
+
+ Dal mondo, per seguirla, giovinetta
+ fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
+ e promisi la via de la sua setta.
+
+ Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
+ fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
+ Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
+
+ E quest’ altro splendor che ti si mostra
+ da la mia destra parte e che s’accende
+ di tutto il lume de la spera nostra,
+
+ ciò ch’io dico di me, di sé intende;
+ sorella fu, e così le fu tolta
+ di capo l’ombra de le sacre bende.
+
+ Ma poi che pur al mondo fu rivolta
+ contra suo grado e contra buona usanza,
+ non fu dal vel del cor già mai disciolta.
+
+ Quest’ è la luce de la gran Costanza
+ che del secondo vento di Soave
+ generò ’l terzo e l’ultima possanza».
+
+ Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
+ Maria’ cantando, e cantando vanio
+ come per acqua cupa cosa grave.
+
+ La vista mia, che tanto lei seguio
+ quanto possibil fu, poi che la perse,
+ volsesi al segno di maggior disio,
+
+ e a Beatrice tutta si converse;
+ ma quella folgorò nel mïo sguardo
+ sì che da prima il viso non sofferse;
+
+ e ciò mi fece a dimandar più tardo.
+
+
+
+ Paradiso • Canto IV
+
+
+ Intra due cibi, distanti e moventi
+ d’un modo, prima si morria di fame,
+ che liber’ omo l’un recasse ai denti;
+
+ sì si starebbe un agno intra due brame
+ di fieri lupi, igualmente temendo;
+ sì si starebbe un cane intra due dame:
+
+ per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
+ da li miei dubbi d’un modo sospinto,
+ poi ch’era necessario, né commendo.
+
+ Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
+ m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
+ più caldo assai che per parlar distinto.
+
+ Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
+ Nabuccodonosor levando d’ira,
+ che l’avea fatto ingiustamente fello;
+
+ e disse: «Io veggio ben come ti tira
+ uno e altro disio, sì che tua cura
+ sé stessa lega sì che fuor non spira.
+
+ Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,
+ la vïolenza altrui per qual ragione
+ di meritar mi scema la misura?”.
+
+ Ancor di dubitar ti dà cagione
+ parer tornarsi l’anime a le stelle,
+ secondo la sentenza di Platone.
+
+ Queste son le question che nel tuo velle
+ pontano igualmente; e però pria
+ tratterò quella che più ha di felle.
+
+ D’i Serafin colui che più s’india,
+ Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
+ che prender vuoli, io dico, non Maria,
+
+ non hanno in altro cielo i loro scanni
+ che questi spirti che mo t’appariro,
+ né hanno a l’esser lor più o meno anni;
+
+ ma tutti fanno bello il primo giro,
+ e differentemente han dolce vita
+ per sentir più e men l’etterno spiro.
+
+ Qui si mostraro, non perché sortita
+ sia questa spera lor, ma per far segno
+ de la celestïal c’ha men salita.
+
+ Così parlar conviensi al vostro ingegno,
+ però che solo da sensato apprende
+ ciò che fa poscia d’intelletto degno.
+
+ Per questo la Scrittura condescende
+ a vostra facultate, e piedi e mano
+ attribuisce a Dio e altro intende;
+
+ e Santa Chiesa con aspetto umano
+ Gabrïel e Michel vi rappresenta,
+ e l’altro che Tobia rifece sano.
+
+ Quel che Timeo de l’anime argomenta
+ non è simile a ciò che qui si vede,
+ però che, come dice, par che senta.
+
+ Dice che l’alma a la sua stella riede,
+ credendo quella quindi esser decisa
+ quando natura per forma la diede;
+
+ e forse sua sentenza è d’altra guisa
+ che la voce non suona, ed esser puote
+ con intenzion da non esser derisa.
+
+ S’elli intende tornare a queste ruote
+ l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
+ in alcun vero suo arco percuote.
+
+ Questo principio, male inteso, torse
+ già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
+ Mercurio e Marte a nominar trascorse.
+
+ L’altra dubitazion che ti commove
+ ha men velen, però che sua malizia
+ non ti poria menar da me altrove.
+
+ Parere ingiusta la nostra giustizia
+ ne li occhi d’i mortali, è argomento
+ di fede e non d’eretica nequizia.
+
+ Ma perché puote vostro accorgimento
+ ben penetrare a questa veritate,
+ come disiri, ti farò contento.
+
+ Se vïolenza è quando quel che pate
+ nïente conferisce a quel che sforza,
+ non fuor quest’ alme per essa scusate:
+
+ ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
+ ma fa come natura face in foco,
+ se mille volte vïolenza il torza.
+
+ Per che, s’ella si piega assai o poco,
+ segue la forza; e così queste fero
+ possendo rifuggir nel santo loco.
+
+ Se fosse stato lor volere intero,
+ come tenne Lorenzo in su la grada,
+ e fece Muzio a la sua man severo,
+
+ così l’avria ripinte per la strada
+ ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
+ ma così salda voglia è troppo rada.
+
+ E per queste parole, se ricolte
+ l’hai come dei, è l’argomento casso
+ che t’avria fatto noia ancor più volte.
+
+ Ma or ti s’attraversa un altro passo
+ dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
+ non usciresti: pria saresti lasso.
+
+ Io t’ho per certo ne la mente messo
+ ch’alma beata non poria mentire,
+ però ch’è sempre al primo vero appresso;
+
+ e poi potesti da Piccarda udire
+ che l’affezion del vel Costanza tenne;
+ sì ch’ella par qui meco contradire.
+
+ Molte fïate già, frate, addivenne
+ che, per fuggir periglio, contra grato
+ si fé di quel che far non si convenne;
+
+ come Almeone, che, di ciò pregato
+ dal padre suo, la propria madre spense,
+ per non perder pietà si fé spietato.
+
+ A questo punto voglio che tu pense
+ che la forza al voler si mischia, e fanno
+ sì che scusar non si posson l’offense.
+
+ Voglia assoluta non consente al danno;
+ ma consentevi in tanto in quanto teme,
+ se si ritrae, cadere in più affanno.
+
+ Però, quando Piccarda quello spreme,
+ de la voglia assoluta intende, e io
+ de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
+
+ Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
+ ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
+ tal puose in pace uno e altro disio.
+
+ «O amanza del primo amante, o diva»,
+ diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
+ e scalda sì, che più e più m’avviva,
+
+ non è l’affezion mia tanto profonda,
+ che basti a render voi grazia per grazia;
+ ma quei che vede e puote a ciò risponda.
+
+ Io veggio ben che già mai non si sazia
+ nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
+ di fuor dal qual nessun vero si spazia.
+
+ Posasi in esso, come fera in lustra,
+ tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
+ se non, ciascun disio sarebbe frustra.
+
+ Nasce per quello, a guisa di rampollo,
+ a piè del vero il dubbio; ed è natura
+ ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
+
+ Questo m’invita, questo m’assicura
+ con reverenza, donna, a dimandarvi
+ d’un’altra verità che m’è oscura.
+
+ Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
+ ai voti manchi sì con altri beni,
+ ch’a la vostra statera non sien parvi».
+
+ Beatrice mi guardò con li occhi pieni
+ di faville d’amor così divini,
+ che, vinta, mia virtute diè le reni,
+
+ e quasi mi perdei con li occhi chini.
+
+
+
+ Paradiso • Canto V
+
+
+ «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
+ di là dal modo che ’n terra si vede,
+ sì che del viso tuo vinco il valore,
+
+ non ti maravigliar, ché ciò procede
+ da perfetto veder, che, come apprende,
+ così nel bene appreso move il piede.
+
+ Io veggio ben sì come già resplende
+ ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
+ che, vista, sola e sempre amore accende;
+
+ e s’altra cosa vostro amor seduce,
+ non è se non di quella alcun vestigio,
+ mal conosciuto, che quivi traluce.
+
+ Tu vuo’ saper se con altro servigio,
+ per manco voto, si può render tanto
+ che l’anima sicuri di letigio».
+
+ Sì cominciò Beatrice questo canto;
+ e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
+ continüò così ’l processo santo:
+
+ «Lo maggior don che Dio per sua larghezza
+ fesse creando, e a la sua bontate
+ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
+
+ fu de la volontà la libertate;
+ di che le creature intelligenti,
+ e tutte e sole, fuoro e son dotate.
+
+ Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
+ l’alto valor del voto, s’è sì fatto
+ che Dio consenta quando tu consenti;
+
+ ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
+ vittima fassi di questo tesoro,
+ tal quale io dico; e fassi col suo atto.
+
+ Dunque che render puossi per ristoro?
+ Se credi bene usar quel c’hai offerto,
+ di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
+
+ Tu se’ omai del maggior punto certo;
+ ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
+ che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
+
+ convienti ancor sedere un poco a mensa,
+ però che ’l cibo rigido c’hai preso,
+ richiede ancora aiuto a tua dispensa.
+
+ Apri la mente a quel ch’io ti paleso
+ e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
+ sanza lo ritenere, avere inteso.
+
+ Due cose si convegnono a l’essenza
+ di questo sacrificio: l’una è quella
+ di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
+
+ Quest’ ultima già mai non si cancella
+ se non servata; e intorno di lei
+ sì preciso di sopra si favella:
+
+ però necessitato fu a li Ebrei
+ pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
+ sì permutasse, come saver dei.
+
+ L’altra, che per materia t’è aperta,
+ puote ben esser tal, che non si falla
+ se con altra materia si converta.
+
+ Ma non trasmuti carco a la sua spalla
+ per suo arbitrio alcun, sanza la volta
+ e de la chiave bianca e de la gialla;
+
+ e ogne permutanza credi stolta,
+ se la cosa dimessa in la sorpresa
+ come ’l quattro nel sei non è raccolta.
+
+ Però qualunque cosa tanto pesa
+ per suo valor che tragga ogne bilancia,
+ sodisfar non si può con altra spesa.
+
+ Non prendan li mortali il voto a ciancia;
+ siate fedeli, e a ciò far non bieci,
+ come Ieptè a la sua prima mancia;
+
+ cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
+ che, servando, far peggio; e così stolto
+ ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
+
+ onde pianse Efigènia il suo bel volto,
+ e fé pianger di sé i folli e i savi
+ ch’udir parlar di così fatto cólto.
+
+ Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
+ non siate come penna ad ogne vento,
+ e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
+
+ Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
+ e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
+ questo vi basti a vostro salvamento.
+
+ Se mala cupidigia altro vi grida,
+ uomini siate, e non pecore matte,
+ sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
+
+ Non fate com’ agnel che lascia il latte
+ de la sua madre, e semplice e lascivo
+ seco medesmo a suo piacer combatte!».
+
+ Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
+ poi si rivolse tutta disïante
+ a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
+
+ Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
+ puoser silenzio al mio cupido ingegno,
+ che già nuove questioni avea davante;
+
+ e sì come saetta che nel segno
+ percuote pria che sia la corda queta,
+ così corremmo nel secondo regno.
+
+ Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
+ come nel lume di quel ciel si mise,
+ che più lucente se ne fé ’l pianeta.
+
+ E se la stella si cambiò e rise,
+ qual mi fec’ io che pur da mia natura
+ trasmutabile son per tutte guise!
+
+ Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
+ traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
+ per modo che lo stimin lor pastura,
+
+ sì vid’ io ben più di mille splendori
+ trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
+ «Ecco chi crescerà li nostri amori».
+
+ E sì come ciascuno a noi venìa,
+ vedeasi l’ombra piena di letizia
+ nel folgór chiaro che di lei uscia.
+
+ Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
+ non procedesse, come tu avresti
+ di più savere angosciosa carizia;
+
+ e per te vederai come da questi
+ m’era in disio d’udir lor condizioni,
+ sì come a li occhi mi fur manifesti.
+
+ «O bene nato a cui veder li troni
+ del trïunfo etternal concede grazia
+ prima che la milizia s’abbandoni,
+
+ del lume che per tutto il ciel si spazia
+ noi semo accesi; e però, se disii
+ di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
+
+ Così da un di quelli spirti pii
+ detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
+ sicuramente, e credi come a dii».
+
+ «Io veggio ben sì come tu t’annidi
+ nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
+ perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
+
+ ma non so chi tu se’, né perché aggi,
+ anima degna, il grado de la spera
+ che si vela a’ mortai con altrui raggi».
+
+ Questo diss’ io diritto a la lumera
+ che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
+ lucente più assai di quel ch’ell’ era.
+
+ Sì come il sol che si cela elli stessi
+ per troppa luce, come ’l caldo ha róse
+ le temperanze d’i vapori spessi,
+
+ per più letizia sì mi si nascose
+ dentro al suo raggio la figura santa;
+ e così chiusa chiusa mi rispuose
+
+ nel modo che ’l seguente canto canta.
+
+
+
+ Paradiso • Canto VI
+
+
+ «Poscia che Costantin l’aquila volse
+ contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
+ dietro a l’antico che Lavina tolse,
+
+ cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
+ ne lo stremo d’Europa si ritenne,
+ vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
+
+ e sotto l’ombra de le sacre penne
+ governò ’l mondo lì di mano in mano,
+ e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
+
+ Cesare fui e son Iustinïano,
+ che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
+ d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
+
+ E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
+ una natura in Cristo esser, non piùe,
+ credea, e di tal fede era contento;
+
+ ma ’l benedetto Agapito, che fue
+ sommo pastore, a la fede sincera
+ mi dirizzò con le parole sue.
+
+ Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
+ vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
+ ogni contradizione e falsa e vera.
+
+ Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
+ a Dio per grazia piacque di spirarmi
+ l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
+
+ e al mio Belisar commendai l’armi,
+ cui la destra del ciel fu sì congiunta,
+ che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
+
+ Or qui a la question prima s’appunta
+ la mia risposta; ma sua condizione
+ mi stringe a seguitare alcuna giunta,
+
+ perché tu veggi con quanta ragione
+ si move contr’ al sacrosanto segno
+ e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
+
+ Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
+ di reverenza; e cominciò da l’ora
+ che Pallante morì per darli regno.
+
+ Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
+ per trecento anni e oltre, infino al fine
+ che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
+
+ E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
+ al dolor di Lucrezia in sette regi,
+ vincendo intorno le genti vicine.
+
+ Sai quel ch’el fé portato da li egregi
+ Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
+ incontro a li altri principi e collegi;
+
+ onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
+ negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
+ ebber la fama che volontier mirro.
+
+ Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
+ che di retro ad Anibale passaro
+ l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
+
+ Sott’ esso giovanetti trïunfaro
+ Scipïone e Pompeo; e a quel colle
+ sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
+
+ Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
+ redur lo mondo a suo modo sereno,
+ Cesare per voler di Roma il tolle.
+
+ E quel che fé da Varo infino a Reno,
+ Isara vide ed Era e vide Senna
+ e ogne valle onde Rodano è pieno.
+
+ Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
+ e saltò Rubicon, fu di tal volo,
+ che nol seguiteria lingua né penna.
+
+ Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
+ poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
+ sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
+
+ Antandro e Simeonta, onde si mosse,
+ rivide e là dov’ Ettore si cuba;
+ e mal per Tolomeo poscia si scosse.
+
+ Da indi scese folgorando a Iuba;
+ onde si volse nel vostro occidente,
+ ove sentia la pompeana tuba.
+
+ Di quel che fé col baiulo seguente,
+ Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
+ e Modena e Perugia fu dolente.
+
+ Piangene ancor la trista Cleopatra,
+ che, fuggendoli innanzi, dal colubro
+ la morte prese subitana e atra.
+
+ Con costui corse infino al lito rubro;
+ con costui puose il mondo in tanta pace,
+ che fu serrato a Giano il suo delubro.
+
+ Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
+ fatto avea prima e poi era fatturo
+ per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
+
+ diventa in apparenza poco e scuro,
+ se in mano al terzo Cesare si mira
+ con occhio chiaro e con affetto puro;
+
+ ché la viva giustizia che mi spira,
+ li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
+ gloria di far vendetta a la sua ira.
+
+ Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
+ poscia con Tito a far vendetta corse
+ de la vendetta del peccato antico.
+
+ E quando il dente longobardo morse
+ la Santa Chiesa, sotto le sue ali
+ Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
+
+ Omai puoi giudicar di quei cotali
+ ch’io accusai di sopra e di lor falli,
+ che son cagion di tutti vostri mali.
+
+ L’uno al pubblico segno i gigli gialli
+ oppone, e l’altro appropria quello a parte,
+ sì ch’è forte a veder chi più si falli.
+
+ Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
+ sott’ altro segno, ché mal segue quello
+ sempre chi la giustizia e lui diparte;
+
+ e non l’abbatta esto Carlo novello
+ coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
+ ch’a più alto leon trasser lo vello.
+
+ Molte fïate già pianser li figli
+ per la colpa del padre, e non si creda
+ che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
+
+ Questa picciola stella si correda
+ d’i buoni spirti che son stati attivi
+ perché onore e fama li succeda:
+
+ e quando li disiri poggian quivi,
+ sì disvïando, pur convien che i raggi
+ del vero amore in sù poggin men vivi.
+
+ Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
+ col merto è parte di nostra letizia,
+ perché non li vedem minor né maggi.
+
+ Quindi addolcisce la viva giustizia
+ in noi l’affetto sì, che non si puote
+ torcer già mai ad alcuna nequizia.
+
+ Diverse voci fanno dolci note;
+ così diversi scanni in nostra vita
+ rendon dolce armonia tra queste rote.
+
+ E dentro a la presente margarita
+ luce la luce di Romeo, di cui
+ fu l’ovra grande e bella mal gradita.
+
+ Ma i Provenzai che fecer contra lui
+ non hanno riso; e però mal cammina
+ qual si fa danno del ben fare altrui.
+
+ Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
+ Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
+ Romeo, persona umìle e peregrina.
+
+ E poi il mosser le parole biece
+ a dimandar ragione a questo giusto,
+ che li assegnò sette e cinque per diece,
+
+ indi partissi povero e vetusto;
+ e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
+ mendicando sua vita a frusto a frusto,
+
+ assai lo loda, e più lo loderebbe».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VII
+
+
+ «Osanna, sanctus Deus sabaòth,
+ superillustrans claritate tua
+ felices ignes horum malacòth!».
+
+ Così, volgendosi a la nota sua,
+ fu viso a me cantare essa sustanza,
+ sopra la qual doppio lume s’addua;
+
+ ed essa e l’altre mossero a sua danza,
+ e quasi velocissime faville
+ mi si velar di sùbita distanza.
+
+ Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’
+ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
+ che mi diseta con le dolci stille’.
+
+ Ma quella reverenza che s’indonna
+ di tutto me, pur per Be e per ice,
+ mi richinava come l’uom ch’assonna.
+
+ Poco sofferse me cotal Beatrice
+ e cominciò, raggiandomi d’un riso
+ tal, che nel foco faria l’uom felice:
+
+ «Secondo mio infallibile avviso,
+ come giusta vendetta giustamente
+ punita fosse, t’ha in pensier miso;
+
+ ma io ti solverò tosto la mente;
+ e tu ascolta, ché le mie parole
+ di gran sentenza ti faran presente.
+
+ Per non soffrire a la virtù che vole
+ freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
+ dannando sé, dannò tutta sua prole;
+
+ onde l’umana specie inferma giacque
+ giù per secoli molti in grande errore,
+ fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
+
+ u’ la natura, che dal suo fattore
+ s’era allungata, unì a sé in persona
+ con l’atto sol del suo etterno amore.
+
+ Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
+ questa natura al suo fattore unita,
+ qual fu creata, fu sincera e buona;
+
+ ma per sé stessa pur fu ella sbandita
+ di paradiso, però che si torse
+ da via di verità e da sua vita.
+
+ La pena dunque che la croce porse
+ s’a la natura assunta si misura,
+ nulla già mai sì giustamente morse;
+
+ e così nulla fu di tanta ingiura,
+ guardando a la persona che sofferse,
+ in che era contratta tal natura.
+
+ Però d’un atto uscir cose diverse:
+ ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
+ per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
+
+ Non ti dee oramai parer più forte,
+ quando si dice che giusta vendetta
+ poscia vengiata fu da giusta corte.
+
+ Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
+ di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
+ del qual con gran disio solver s’aspetta.
+
+ Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
+ ma perché Dio volesse, m’è occulto,
+ a nostra redenzion pur questo modo”.
+
+ Questo decreto, frate, sta sepulto
+ a li occhi di ciascuno il cui ingegno
+ ne la fiamma d’amor non è adulto.
+
+ Veramente, però ch’a questo segno
+ molto si mira e poco si discerne,
+ dirò perché tal modo fu più degno.
+
+ La divina bontà, che da sé sperne
+ ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
+ sì che dispiega le bellezze etterne.
+
+ Ciò che da lei sanza mezzo distilla
+ non ha poi fine, perché non si move
+ la sua imprenta quand’ ella sigilla.
+
+ Ciò che da essa sanza mezzo piove
+ libero è tutto, perché non soggiace
+ a la virtute de le cose nove.
+
+ Più l’è conforme, e però più le piace;
+ ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
+ ne la più somigliante è più vivace.
+
+ Di tutte queste dote s’avvantaggia
+ l’umana creatura, e s’una manca,
+ di sua nobilità convien che caggia.
+
+ Solo il peccato è quel che la disfranca
+ e falla dissimìle al sommo bene,
+ per che del lume suo poco s’imbianca;
+
+ e in sua dignità mai non rivene,
+ se non rïempie, dove colpa vòta,
+ contra mal dilettar con giuste pene.
+
+ Vostra natura, quando peccò tota
+ nel seme suo, da queste dignitadi,
+ come di paradiso, fu remota;
+
+ né ricovrar potiensi, se tu badi
+ ben sottilmente, per alcuna via,
+ sanza passar per un di questi guadi:
+
+ o che Dio solo per sua cortesia
+ dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
+ avesse sodisfatto a sua follia.
+
+ Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
+ de l’etterno consiglio, quanto puoi
+ al mio parlar distrettamente fisso.
+
+ Non potea l’uomo ne’ termini suoi
+ mai sodisfar, per non potere ir giuso
+ con umiltate obedïendo poi,
+
+ quanto disobediendo intese ir suso;
+ e questa è la cagion per che l’uom fue
+ da poter sodisfar per sé dischiuso.
+
+ Dunque a Dio convenia con le vie sue
+ riparar l’omo a sua intera vita,
+ dico con l’una, o ver con amendue.
+
+ Ma perché l’ovra tanto è più gradita
+ da l’operante, quanto più appresenta
+ de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
+
+ la divina bontà che ’l mondo imprenta,
+ di proceder per tutte le sue vie,
+ a rilevarvi suso, fu contenta.
+
+ Né tra l’ultima notte e ’l primo die
+ sì alto o sì magnifico processo,
+ o per l’una o per l’altra, fu o fie:
+
+ ché più largo fu Dio a dar sé stesso
+ per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
+ che s’elli avesse sol da sé dimesso;
+
+ e tutti li altri modi erano scarsi
+ a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
+ non fosse umilïato ad incarnarsi.
+
+ Or per empierti bene ogne disio,
+ ritorno a dichiararti in alcun loco,
+ perché tu veggi lì così com’ io.
+
+ Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
+ l’aere e la terra e tutte lor misture
+ venire a corruzione, e durar poco;
+
+ e queste cose pur furon creature;
+ per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
+ esser dovrien da corruzion sicure”.
+
+ Li angeli, frate, e ’l paese sincero
+ nel qual tu se’, dir si posson creati,
+ sì come sono, in loro essere intero;
+
+ ma li alimenti che tu hai nomati
+ e quelle cose che di lor si fanno
+ da creata virtù sono informati.
+
+ Creata fu la materia ch’elli hanno;
+ creata fu la virtù informante
+ in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
+
+ L’anima d’ogne bruto e de le piante
+ di complession potenzïata tira
+ lo raggio e ’l moto de le luci sante;
+
+ ma vostra vita sanza mezzo spira
+ la somma beninanza, e la innamora
+ di sé sì che poi sempre la disira.
+
+ E quinci puoi argomentare ancora
+ vostra resurrezion, se tu ripensi
+ come l’umana carne fessi allora
+
+ che li primi parenti intrambo fensi».
+
+
+
+ Paradiso • Canto VIII
+
+
+ Solea creder lo mondo in suo periclo
+ che la bella Ciprigna il folle amore
+ raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
+
+ per che non pur a lei faceano onore
+ di sacrificio e di votivo grido
+ le genti antiche ne l’antico errore;
+
+ ma Dïone onoravano e Cupido,
+ quella per madre sua, questo per figlio,
+ e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
+
+ e da costei ond’ io principio piglio
+ pigliavano il vocabol de la stella
+ che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
+
+ Io non m’accorsi del salire in ella;
+ ma d’esservi entro mi fé assai fede
+ la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
+
+ E come in fiamma favilla si vede,
+ e come in voce voce si discerne,
+ quand’ una è ferma e altra va e riede,
+
+ vid’ io in essa luce altre lucerne
+ muoversi in giro più e men correnti,
+ al modo, credo, di lor viste interne.
+
+ Di fredda nube non disceser venti,
+ o visibili o no, tanto festini,
+ che non paressero impediti e lenti
+
+ a chi avesse quei lumi divini
+ veduti a noi venir, lasciando il giro
+ pria cominciato in li alti Serafini;
+
+ e dentro a quei che più innanzi appariro
+ sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
+ di rïudir non fui sanza disiro.
+
+ Indi si fece l’un più presso a noi
+ e solo incominciò: «Tutti sem presti
+ al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
+
+ Noi ci volgiam coi principi celesti
+ d’un giro e d’un girare e d’una sete,
+ ai quali tu del mondo già dicesti:
+
+ ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
+ e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
+ non fia men dolce un poco di quïete».
+
+ Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
+ a la mia donna reverenti, ed essa
+ fatti li avea di sé contenti e certi,
+
+ rivolsersi a la luce che promessa
+ tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
+ la voce mia di grande affetto impressa.
+
+ E quanta e quale vid’ io lei far piùe
+ per allegrezza nova che s’accrebbe,
+ quando parlai, a l’allegrezze sue!
+
+ Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
+ giù poco tempo; e se più fosse stato,
+ molto sarà di mal, che non sarebbe.
+
+ La mia letizia mi ti tien celato
+ che mi raggia dintorno e mi nasconde
+ quasi animal di sua seta fasciato.
+
+ Assai m’amasti, e avesti ben onde;
+ che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
+ di mio amor più oltre che le fronde.
+
+ Quella sinistra riva che si lava
+ di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
+ per suo segnore a tempo m’aspettava,
+
+ e quel corno d’Ausonia che s’imborga
+ di Bari e di Gaeta e di Catona,
+ da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
+
+ Fulgeami già in fronte la corona
+ di quella terra che ’l Danubio riga
+ poi che le ripe tedesche abbandona.
+
+ E la bella Trinacria, che caliga
+ tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
+ che riceve da Euro maggior briga,
+
+ non per Tifeo ma per nascente solfo,
+ attesi avrebbe li suoi regi ancora,
+ nati per me di Carlo e di Ridolfo,
+
+ se mala segnoria, che sempre accora
+ li popoli suggetti, non avesse
+ mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
+
+ E se mio frate questo antivedesse,
+ l’avara povertà di Catalogna
+ già fuggeria, perché non li offendesse;
+
+ ché veramente proveder bisogna
+ per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
+ carcata più d’incarco non si pogna.
+
+ La sua natura, che di larga parca
+ discese, avria mestier di tal milizia
+ che non curasse di mettere in arca».
+
+ «Però ch’i’ credo che l’alta letizia
+ che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
+ là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
+
+ per te si veggia come la vegg’ io,
+ grata m’è più; e anco quest’ ho caro
+ perché ’l discerni rimirando in Dio.
+
+ Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
+ poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
+ com’ esser può, di dolce seme, amaro».
+
+ Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
+ mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
+ terrai lo viso come tien lo dosso.
+
+ Lo ben che tutto il regno che tu scandi
+ volge e contenta, fa esser virtute
+ sua provedenza in questi corpi grandi.
+
+ E non pur le nature provedute
+ sono in la mente ch’è da sé perfetta,
+ ma esse insieme con la lor salute:
+
+ per che quantunque quest’ arco saetta
+ disposto cade a proveduto fine,
+ sì come cosa in suo segno diretta.
+
+ Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
+ producerebbe sì li suoi effetti,
+ che non sarebbero arti, ma ruine;
+
+ e ciò esser non può, se li ’ntelletti
+ che muovon queste stelle non son manchi,
+ e manco il primo, che non li ha perfetti.
+
+ Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
+ E io: «Non già; ché impossibil veggio
+ che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
+
+ Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
+ per l’omo in terra, se non fosse cive?».
+ «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
+
+ «E puot’ elli esser, se giù non si vive
+ diversamente per diversi offici?
+ Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
+
+ Sì venne deducendo infino a quici;
+ poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
+ convien di vostri effetti le radici:
+
+ per ch’un nasce Solone e altro Serse,
+ altro Melchisedèch e altro quello
+ che, volando per l’aere, il figlio perse.
+
+ La circular natura, ch’è suggello
+ a la cera mortal, fa ben sua arte,
+ ma non distingue l’un da l’altro ostello.
+
+ Quinci addivien ch’Esaù si diparte
+ per seme da Iacòb; e vien Quirino
+ da sì vil padre, che si rende a Marte.
+
+ Natura generata il suo cammino
+ simil farebbe sempre a’ generanti,
+ se non vincesse il proveder divino.
+
+ Or quel che t’era dietro t’è davanti:
+ ma perché sappi che di te mi giova,
+ un corollario voglio che t’ammanti.
+
+ Sempre natura, se fortuna trova
+ discorde a sé, com’ ogne altra semente
+ fuor di sua regïon, fa mala prova.
+
+ E se ’l mondo là giù ponesse mente
+ al fondamento che natura pone,
+ seguendo lui, avria buona la gente.
+
+ Ma voi torcete a la religïone
+ tal che fia nato a cignersi la spada,
+ e fate re di tal ch’è da sermone;
+
+ onde la traccia vostra è fuor di strada».
+
+
+
+ Paradiso • Canto IX
+
+
+ Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
+ m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
+ che ricever dovea la sua semenza;
+
+ ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
+ sì ch’io non posso dir se non che pianto
+ giusto verrà di retro ai vostri danni.
+
+ E già la vita di quel lume santo
+ rivolta s’era al Sol che la rïempie
+ come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
+
+ Ahi anime ingannate e fatture empie,
+ che da sì fatto ben torcete i cuori,
+ drizzando in vanità le vostre tempie!
+
+ Ed ecco un altro di quelli splendori
+ ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
+ significava nel chiarir di fori.
+
+ Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
+ sovra me, come pria, di caro assenso
+ al mio disio certificato fermi.
+
+ «Deh, metti al mio voler tosto compenso,
+ beato spirto», dissi, «e fammi prova
+ ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
+
+ Onde la luce che m’era ancor nova,
+ del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
+ seguette come a cui di ben far giova:
+
+ «In quella parte de la terra prava
+ italica che siede tra Rïalto
+ e le fontane di Brenta e di Piava,
+
+ si leva un colle, e non surge molt’ alto,
+ là onde scese già una facella
+ che fece a la contrada un grande assalto.
+
+ D’una radice nacqui e io ed ella:
+ Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
+ perché mi vinse il lume d’esta stella;
+
+ ma lietamente a me medesma indulgo
+ la cagion di mia sorte, e non mi noia;
+ che parria forse forte al vostro vulgo.
+
+ Di questa luculenta e cara gioia
+ del nostro cielo che più m’è propinqua,
+ grande fama rimase; e pria che moia,
+
+ questo centesimo anno ancor s’incinqua:
+ vedi se far si dee l’omo eccellente,
+ sì ch’altra vita la prima relinqua.
+
+ E ciò non pensa la turba presente
+ che Tagliamento e Adice richiude,
+ né per esser battuta ancor si pente;
+
+ ma tosto fia che Padova al palude
+ cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
+ per essere al dover le genti crude;
+
+ e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
+ tal signoreggia e va con la testa alta,
+ che già per lui carpir si fa la ragna.
+
+ Piangerà Feltro ancora la difalta
+ de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
+ sì, che per simil non s’entrò in malta.
+
+ Troppo sarebbe larga la bigoncia
+ che ricevesse il sangue ferrarese,
+ e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
+
+ che donerà questo prete cortese
+ per mostrarsi di parte; e cotai doni
+ conformi fieno al viver del paese.
+
+ Sù sono specchi, voi dicete Troni,
+ onde refulge a noi Dio giudicante;
+ sì che questi parlar ne paion buoni».
+
+ Qui si tacette; e fecemi sembiante
+ che fosse ad altro volta, per la rota
+ in che si mise com’ era davante.
+
+ L’altra letizia, che m’era già nota
+ per cara cosa, mi si fece in vista
+ qual fin balasso in che lo sol percuota.
+
+ Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
+ sì come riso qui; ma giù s’abbuia
+ l’ombra di fuor, come la mente è trista.
+
+ «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
+ diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
+ voglia di sé a te puot’ esser fuia.
+
+ Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
+ sempre col canto di quei fuochi pii
+ che di sei ali facen la coculla,
+
+ perché non satisface a’ miei disii?
+ Già non attendere’ io tua dimanda,
+ s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
+
+ «La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
+ incominciaro allor le sue parole,
+ «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
+
+ tra ’ discordanti liti contra ’l sole
+ tanto sen va, che fa meridïano
+ là dove l’orizzonte pria far suole.
+
+ Di quella valle fu’ io litorano
+ tra Ebro e Macra, che per cammin corto
+ parte lo Genovese dal Toscano.
+
+ Ad un occaso quasi e ad un orto
+ Buggea siede e la terra ond’ io fui,
+ che fé del sangue suo già caldo il porto.
+
+ Folco mi disse quella gente a cui
+ fu noto il nome mio; e questo cielo
+ di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
+
+ ché più non arse la figlia di Belo,
+ noiando e a Sicheo e a Creusa,
+ di me, infin che si convenne al pelo;
+
+ né quella Rodopëa che delusa
+ fu da Demofoonte, né Alcide
+ quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
+
+ Non però qui si pente, ma si ride,
+ non de la colpa, ch’a mente non torna,
+ ma del valor ch’ordinò e provide.
+
+ Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
+ cotanto affetto, e discernesi ’l bene
+ per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
+
+ Ma perché tutte le tue voglie piene
+ ten porti che son nate in questa spera,
+ proceder ancor oltre mi convene.
+
+ Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
+ che qui appresso me così scintilla
+ come raggio di sole in acqua mera.
+
+ Or sappi che là entro si tranquilla
+ Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
+ di lei nel sommo grado si sigilla.
+
+ Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
+ che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
+ del trïunfo di Cristo fu assunta.
+
+ Ben si convenne lei lasciar per palma
+ in alcun cielo de l’alta vittoria
+ che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
+
+ perch’ ella favorò la prima gloria
+ di Iosüè in su la Terra Santa,
+ che poco tocca al papa la memoria.
+
+ La tua città, che di colui è pianta
+ che pria volse le spalle al suo fattore
+ e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
+
+ produce e spande il maladetto fiore
+ c’ha disvïate le pecore e li agni,
+ però che fatto ha lupo del pastore.
+
+ Per questo l’Evangelio e i dottor magni
+ son derelitti, e solo ai Decretali
+ si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
+
+ A questo intende il papa e ’ cardinali;
+ non vanno i lor pensieri a Nazarette,
+ là dove Gabrïello aperse l’ali.
+
+ Ma Vaticano e l’altre parti elette
+ di Roma che son state cimitero
+ a la milizia che Pietro seguette,
+
+ tosto libere fien de l’avoltero».
+
+
+
+ Paradiso • Canto X
+
+
+ Guardando nel suo Figlio con l’Amore
+ che l’uno e l’altro etternalmente spira,
+ lo primo e ineffabile Valore
+
+ quanto per mente e per loco si gira
+ con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
+ sanza gustar di lui chi ciò rimira.
+
+ Leva dunque, lettore, a l’alte rote
+ meco la vista, dritto a quella parte
+ dove l’un moto e l’altro si percuote;
+
+ e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
+ di quel maestro che dentro a sé l’ama,
+ tanto che mai da lei l’occhio non parte.
+
+ Vedi come da indi si dirama
+ l’oblico cerchio che i pianeti porta,
+ per sodisfare al mondo che li chiama.
+
+ Che se la strada lor non fosse torta,
+ molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
+ e quasi ogne potenza qua giù morta;
+
+ e se dal dritto più o men lontano
+ fosse ’l partire, assai sarebbe manco
+ e giù e sù de l’ordine mondano.
+
+ Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
+ dietro pensando a ciò che si preliba,
+ s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
+
+ Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
+ ché a sé torce tutta la mia cura
+ quella materia ond’ io son fatto scriba.
+
+ Lo ministro maggior de la natura,
+ che del valor del ciel lo mondo imprenta
+ e col suo lume il tempo ne misura,
+
+ con quella parte che sù si rammenta
+ congiunto, si girava per le spire
+ in che più tosto ognora s’appresenta;
+
+ e io era con lui; ma del salire
+ non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
+ anzi ’l primo pensier, del suo venire.
+
+ È Bëatrice quella che sì scorge
+ di bene in meglio, sì subitamente
+ che l’atto suo per tempo non si sporge.
+
+ Quant’ esser convenia da sé lucente
+ quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
+ non per color, ma per lume parvente!
+
+ Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
+ sì nol direi che mai s’imaginasse;
+ ma creder puossi e di veder si brami.
+
+ E se le fantasie nostre son basse
+ a tanta altezza, non è maraviglia;
+ ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
+
+ Tal era quivi la quarta famiglia
+ de l’alto Padre, che sempre la sazia,
+ mostrando come spira e come figlia.
+
+ E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
+ ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
+ sensibil t’ha levato per sua grazia».
+
+ Cor di mortal non fu mai sì digesto
+ a divozione e a rendersi a Dio
+ con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
+
+ come a quelle parole mi fec’ io;
+ e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
+ che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
+
+ Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
+ che lo splendor de li occhi suoi ridenti
+ mia mente unita in più cose divise.
+
+ Io vidi più folgór vivi e vincenti
+ far di noi centro e di sé far corona,
+ più dolci in voce che in vista lucenti:
+
+ così cinger la figlia di Latona
+ vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
+ sì che ritenga il fil che fa la zona.
+
+ Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
+ si trovan molte gioie care e belle
+ tanto che non si posson trar del regno;
+
+ e ’l canto di quei lumi era di quelle;
+ chi non s’impenna sì che là sù voli,
+ dal muto aspetti quindi le novelle.
+
+ Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
+ si fuor girati intorno a noi tre volte,
+ come stelle vicine a’ fermi poli,
+
+ donne mi parver, non da ballo sciolte,
+ ma che s’arrestin tacite, ascoltando
+ fin che le nove note hanno ricolte.
+
+ E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
+ lo raggio de la grazia, onde s’accende
+ verace amore e che poi cresce amando,
+
+ multiplicato in te tanto resplende,
+ che ti conduce su per quella scala
+ u’ sanza risalir nessun discende;
+
+ qual ti negasse il vin de la sua fiala
+ per la tua sete, in libertà non fora
+ se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
+
+ Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
+ questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
+ la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
+
+ Io fui de li agni de la santa greggia
+ che Domenico mena per cammino
+ u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
+
+ Questi che m’è a destra più vicino,
+ frate e maestro fummi, ed esso Alberto
+ è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
+
+ Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
+ di retro al mio parlar ten vien col viso
+ girando su per lo beato serto.
+
+ Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
+ di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
+ aiutò sì che piace in paradiso.
+
+ L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
+ quel Pietro fu che con la poverella
+ offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
+
+ La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
+ spira di tale amor, che tutto ’l mondo
+ là giù ne gola di saper novella:
+
+ entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
+ saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
+ a veder tanto non surse il secondo.
+
+ Appresso vedi il lume di quel cero
+ che giù in carne più a dentro vide
+ l’angelica natura e ’l ministero.
+
+ Ne l’altra piccioletta luce ride
+ quello avvocato de’ tempi cristiani
+ del cui latino Augustin si provide.
+
+ Or se tu l’occhio de la mente trani
+ di luce in luce dietro a le mie lode,
+ già de l’ottava con sete rimani.
+
+ Per vedere ogne ben dentro vi gode
+ l’anima santa che ’l mondo fallace
+ fa manifesto a chi di lei ben ode.
+
+ Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
+ giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
+ e da essilio venne a questa pace.
+
+ Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
+ d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
+ che a considerar fu più che viro.
+
+ Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
+ è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
+ gravi a morir li parve venir tardo:
+
+ essa è la luce etterna di Sigieri,
+ che, leggendo nel Vico de li Strami,
+ silogizzò invidïosi veri».
+
+ Indi, come orologio che ne chiami
+ ne l’ora che la sposa di Dio surge
+ a mattinar lo sposo perché l’ami,
+
+ che l’una parte e l’altra tira e urge,
+ tin tin sonando con sì dolce nota,
+ che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
+
+ così vid’ ïo la gloriosa rota
+ muoversi e render voce a voce in tempra
+ e in dolcezza ch’esser non pò nota
+
+ se non colà dove gioir s’insempra.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XI
+
+
+ O insensata cura de’ mortali,
+ quanto son difettivi silogismi
+ quei che ti fanno in basso batter l’ali!
+
+ Chi dietro a iura e chi ad amforismi
+ sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
+ e chi regnar per forza o per sofismi,
+
+ e chi rubare e chi civil negozio,
+ chi nel diletto de la carne involto
+ s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
+
+ quando, da tutte queste cose sciolto,
+ con Bëatrice m’era suso in cielo
+ cotanto glorïosamente accolto.
+
+ Poi che ciascuno fu tornato ne lo
+ punto del cerchio in che avanti s’era,
+ fermossi, come a candellier candelo.
+
+ E io senti’ dentro a quella lumera
+ che pria m’avea parlato, sorridendo
+ incominciar, faccendosi più mera:
+
+ «Così com’ io del suo raggio resplendo,
+ sì, riguardando ne la luce etterna,
+ li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
+
+ Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
+ in sì aperta e ’n sì distesa lingua
+ lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
+
+ ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
+ e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
+ e qui è uopo che ben si distingua.
+
+ La provedenza, che governa il mondo
+ con quel consiglio nel quale ogne aspetto
+ creato è vinto pria che vada al fondo,
+
+ però che andasse ver’ lo suo diletto
+ la sposa di colui ch’ad alte grida
+ disposò lei col sangue benedetto,
+
+ in sé sicura e anche a lui più fida,
+ due principi ordinò in suo favore,
+ che quinci e quindi le fosser per guida.
+
+ L’un fu tutto serafico in ardore;
+ l’altro per sapïenza in terra fue
+ di cherubica luce uno splendore.
+
+ De l’un dirò, però che d’amendue
+ si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
+ perch’ ad un fine fur l’opere sue.
+
+ Intra Tupino e l’acqua che discende
+ del colle eletto dal beato Ubaldo,
+ fertile costa d’alto monte pende,
+
+ onde Perugia sente freddo e caldo
+ da Porta Sole; e di rietro le piange
+ per grave giogo Nocera con Gualdo.
+
+ Di questa costa, là dov’ ella frange
+ più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
+ come fa questo talvolta di Gange.
+
+ Però chi d’esso loco fa parole,
+ non dica Ascesi, ché direbbe corto,
+ ma Orïente, se proprio dir vuole.
+
+ Non era ancor molto lontan da l’orto,
+ ch’el cominciò a far sentir la terra
+ de la sua gran virtute alcun conforto;
+
+ ché per tal donna, giovinetto, in guerra
+ del padre corse, a cui, come a la morte,
+ la porta del piacer nessun diserra;
+
+ e dinanzi a la sua spirital corte
+ et coram patre le si fece unito;
+ poscia di dì in dì l’amò più forte.
+
+ Questa, privata del primo marito,
+ millecent’ anni e più dispetta e scura
+ fino a costui si stette sanza invito;
+
+ né valse udir che la trovò sicura
+ con Amiclate, al suon de la sua voce,
+ colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
+
+ né valse esser costante né feroce,
+ sì che, dove Maria rimase giuso,
+ ella con Cristo pianse in su la croce.
+
+ Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
+ Francesco e Povertà per questi amanti
+ prendi oramai nel mio parlar diffuso.
+
+ La lor concordia e i lor lieti sembianti,
+ amore e maraviglia e dolce sguardo
+ facieno esser cagion di pensier santi;
+
+ tanto che ’l venerabile Bernardo
+ si scalzò prima, e dietro a tanta pace
+ corse e, correndo, li parve esser tardo.
+
+ Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
+ Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
+ dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
+
+ Indi sen va quel padre e quel maestro
+ con la sua donna e con quella famiglia
+ che già legava l’umile capestro.
+
+ Né li gravò viltà di cuor le ciglia
+ per esser fi’ di Pietro Bernardone,
+ né per parer dispetto a maraviglia;
+
+ ma regalmente sua dura intenzione
+ ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
+ primo sigillo a sua religïone.
+
+ Poi che la gente poverella crebbe
+ dietro a costui, la cui mirabil vita
+ meglio in gloria del ciel si canterebbe,
+
+ di seconda corona redimita
+ fu per Onorio da l’Etterno Spiro
+ la santa voglia d’esto archimandrita.
+
+ E poi che, per la sete del martiro,
+ ne la presenza del Soldan superba
+ predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
+
+ e per trovare a conversione acerba
+ troppo la gente e per non stare indarno,
+ redissi al frutto de l’italica erba,
+
+ nel crudo sasso intra Tevero e Arno
+ da Cristo prese l’ultimo sigillo,
+ che le sue membra due anni portarno.
+
+ Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
+ piacque di trarlo suso a la mercede
+ ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
+
+ a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
+ raccomandò la donna sua più cara,
+ e comandò che l’amassero a fede;
+
+ e del suo grembo l’anima preclara
+ mover si volle, tornando al suo regno,
+ e al suo corpo non volle altra bara.
+
+ Pensa oramai qual fu colui che degno
+ collega fu a mantener la barca
+ di Pietro in alto mar per dritto segno;
+
+ e questo fu il nostro patrïarca;
+ per che qual segue lui, com’ el comanda,
+ discerner puoi che buone merce carca.
+
+ Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
+ è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
+ che per diversi salti non si spanda;
+
+ e quanto le sue pecore remote
+ e vagabunde più da esso vanno,
+ più tornano a l’ovil di latte vòte.
+
+ Ben son di quelle che temono ’l danno
+ e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
+ che le cappe fornisce poco panno.
+
+ Or, se le mie parole non son fioche,
+ se la tua audïenza è stata attenta,
+ se ciò ch’è detto a la mente revoche,
+
+ in parte fia la tua voglia contenta,
+ perché vedrai la pianta onde si scheggia,
+ e vedra’ il corrègger che argomenta
+
+ “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XII
+
+
+ Sì tosto come l’ultima parola
+ la benedetta fiamma per dir tolse,
+ a rotar cominciò la santa mola;
+
+ e nel suo giro tutta non si volse
+ prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
+ e moto a moto e canto a canto colse;
+
+ canto che tanto vince nostre muse,
+ nostre serene in quelle dolci tube,
+ quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
+
+ Come si volgon per tenera nube
+ due archi paralelli e concolori,
+ quando Iunone a sua ancella iube,
+
+ nascendo di quel d’entro quel di fori,
+ a guisa del parlar di quella vaga
+ ch’amor consunse come sol vapori,
+
+ e fanno qui la gente esser presaga,
+ per lo patto che Dio con Noè puose,
+ del mondo che già mai più non s’allaga:
+
+ così di quelle sempiterne rose
+ volgiensi circa noi le due ghirlande,
+ e sì l’estrema a l’intima rispuose.
+
+ Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
+ sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
+ luce con luce gaudïose e blande,
+
+ insieme a punto e a voler quetarsi,
+ pur come li occhi ch’al piacer che i move
+ conviene insieme chiudere e levarsi;
+
+ del cor de l’una de le luci nove
+ si mosse voce, che l’ago a la stella
+ parer mi fece in volgermi al suo dove;
+
+ e cominciò: «L’amor che mi fa bella
+ mi tragge a ragionar de l’altro duca
+ per cui del mio sì ben ci si favella.
+
+ Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
+ sì che, com’ elli ad una militaro,
+ così la gloria loro insieme luca.
+
+ L’essercito di Cristo, che sì caro
+ costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
+ si movea tardo, sospeccioso e raro,
+
+ quando lo ’mperador che sempre regna
+ provide a la milizia, ch’era in forse,
+ per sola grazia, non per esser degna;
+
+ e, come è detto, a sua sposa soccorse
+ con due campioni, al cui fare, al cui dire
+ lo popol disvïato si raccorse.
+
+ In quella parte ove surge ad aprire
+ Zefiro dolce le novelle fronde
+ di che si vede Europa rivestire,
+
+ non molto lungi al percuoter de l’onde
+ dietro a le quali, per la lunga foga,
+ lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
+
+ siede la fortunata Calaroga
+ sotto la protezion del grande scudo
+ in che soggiace il leone e soggioga:
+
+ dentro vi nacque l’amoroso drudo
+ de la fede cristiana, il santo atleta
+ benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
+
+ e come fu creata, fu repleta
+ sì la sua mente di viva vertute
+ che, ne la madre, lei fece profeta.
+
+ Poi che le sponsalizie fuor compiute
+ al sacro fonte intra lui e la Fede,
+ u’ si dotar di mutüa salute,
+
+ la donna che per lui l’assenso diede,
+ vide nel sonno il mirabile frutto
+ ch’uscir dovea di lui e de le rede;
+
+ e perché fosse qual era in costrutto,
+ quinci si mosse spirito a nomarlo
+ del possessivo di cui era tutto.
+
+ Domenico fu detto; e io ne parlo
+ sì come de l’agricola che Cristo
+ elesse a l’orto suo per aiutarlo.
+
+ Ben parve messo e famigliar di Cristo:
+ che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
+ fu al primo consiglio che diè Cristo.
+
+ Spesse fïate fu tacito e desto
+ trovato in terra da la sua nutrice,
+ come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
+
+ Oh padre suo veramente Felice!
+ oh madre sua veramente Giovanna,
+ se, interpretata, val come si dice!
+
+ Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
+ di retro ad Ostïense e a Taddeo,
+ ma per amor de la verace manna
+
+ in picciol tempo gran dottor si feo;
+ tal che si mise a circüir la vigna
+ che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
+
+ E a la sedia che fu già benigna
+ più a’ poveri giusti, non per lei,
+ ma per colui che siede, che traligna,
+
+ non dispensare o due o tre per sei,
+ non la fortuna di prima vacante,
+ non decimas, quae sunt pauperum Dei,
+
+ addimandò, ma contro al mondo errante
+ licenza di combatter per lo seme
+ del qual ti fascian ventiquattro piante.
+
+ Poi, con dottrina e con volere insieme,
+ con l’officio appostolico si mosse
+ quasi torrente ch’alta vena preme;
+
+ e ne li sterpi eretici percosse
+ l’impeto suo, più vivamente quivi
+ dove le resistenze eran più grosse.
+
+ Di lui si fecer poi diversi rivi
+ onde l’orto catolico si riga,
+ sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
+
+ Se tal fu l’una rota de la biga
+ in che la Santa Chiesa si difese
+ e vinse in campo la sua civil briga,
+
+ ben ti dovrebbe assai esser palese
+ l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
+ dinanzi al mio venir fu sì cortese.
+
+ Ma l’orbita che fé la parte somma
+ di sua circunferenza, è derelitta,
+ sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
+
+ La sua famiglia, che si mosse dritta
+ coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
+ che quel dinanzi a quel di retro gitta;
+
+ e tosto si vedrà de la ricolta
+ de la mala coltura, quando il loglio
+ si lagnerà che l’arca li sia tolta.
+
+ Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
+ nostro volume, ancor troveria carta
+ u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
+
+ ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
+ là onde vegnon tali a la scrittura,
+ ch’uno la fugge e altro la coarta.
+
+ Io son la vita di Bonaventura
+ da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
+ sempre pospuosi la sinistra cura.
+
+ Illuminato e Augustin son quici,
+ che fuor de’ primi scalzi poverelli
+ che nel capestro a Dio si fero amici.
+
+ Ugo da San Vittore è qui con elli,
+ e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
+ lo qual giù luce in dodici libelli;
+
+ Natàn profeta e ’l metropolitano
+ Crisostomo e Anselmo e quel Donato
+ ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
+
+ Rabano è qui, e lucemi dallato
+ il calavrese abate Giovacchino
+ di spirito profetico dotato.
+
+ Ad inveggiar cotanto paladino
+ mi mosse l’infiammata cortesia
+ di fra Tommaso e ’l discreto latino;
+
+ e mosse meco questa compagnia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIII
+
+
+ Imagini, chi bene intender cupe
+ quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
+ mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
+
+ quindici stelle che ’n diverse plage
+ lo ciel avvivan di tanto sereno
+ che soperchia de l’aere ogne compage;
+
+ imagini quel carro a cu’ il seno
+ basta del nostro cielo e notte e giorno,
+ sì ch’al volger del temo non vien meno;
+
+ imagini la bocca di quel corno
+ che si comincia in punta de lo stelo
+ a cui la prima rota va dintorno,
+
+ aver fatto di sé due segni in cielo,
+ qual fece la figliuola di Minoi
+ allora che sentì di morte il gelo;
+
+ e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
+ e amendue girarsi per maniera
+ che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
+
+ e avrà quasi l’ombra de la vera
+ costellazione e de la doppia danza
+ che circulava il punto dov’ io era:
+
+ poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
+ quanto di là dal mover de la Chiana
+ si move il ciel che tutti li altri avanza.
+
+ Lì si cantò non Bacco, non Peana,
+ ma tre persone in divina natura,
+ e in una persona essa e l’umana.
+
+ Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
+ e attesersi a noi quei santi lumi,
+ felicitando sé di cura in cura.
+
+ Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
+ poscia la luce in che mirabil vita
+ del poverel di Dio narrata fumi,
+
+ e disse: «Quando l’una paglia è trita,
+ quando la sua semenza è già riposta,
+ a batter l’altra dolce amor m’invita.
+
+ Tu credi che nel petto onde la costa
+ si trasse per formar la bella guancia
+ il cui palato a tutto ’l mondo costa,
+
+ e in quel che, forato da la lancia,
+ e prima e poscia tanto sodisfece,
+ che d’ogne colpa vince la bilancia,
+
+ quantunque a la natura umana lece
+ aver di lume, tutto fosse infuso
+ da quel valor che l’uno e l’altro fece;
+
+ e però miri a ciò ch’io dissi suso,
+ quando narrai che non ebbe ’l secondo
+ lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
+
+ Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
+ e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
+ nel vero farsi come centro in tondo.
+
+ Ciò che non more e ciò che può morire
+ non è se non splendor di quella idea
+ che partorisce, amando, il nostro Sire;
+
+ ché quella viva luce che sì mea
+ dal suo lucente, che non si disuna
+ da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
+
+ per sua bontate il suo raggiare aduna,
+ quasi specchiato, in nove sussistenze,
+ etternalmente rimanendosi una.
+
+ Quindi discende a l’ultime potenze
+ giù d’atto in atto, tanto divenendo,
+ che più non fa che brevi contingenze;
+
+ e queste contingenze essere intendo
+ le cose generate, che produce
+ con seme e sanza seme il ciel movendo.
+
+ La cera di costoro e chi la duce
+ non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
+ idëale poi più e men traluce.
+
+ Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
+ secondo specie, meglio e peggio frutta;
+ e voi nascete con diverso ingegno.
+
+ Se fosse a punto la cera dedutta
+ e fosse il cielo in sua virtù supprema,
+ la luce del suggel parrebbe tutta;
+
+ ma la natura la dà sempre scema,
+ similemente operando a l’artista
+ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
+
+ Però se ’l caldo amor la chiara vista
+ de la prima virtù dispone e segna,
+ tutta la perfezion quivi s’acquista.
+
+ Così fu fatta già la terra degna
+ di tutta l’animal perfezïone;
+ così fu fatta la Vergine pregna;
+
+ sì ch’io commendo tua oppinïone,
+ che l’umana natura mai non fue
+ né fia qual fu in quelle due persone.
+
+ Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
+ ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
+ comincerebber le parole tue.
+
+ Ma perché paia ben ciò che non pare,
+ pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
+ quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
+
+ Non ho parlato sì, che tu non posse
+ ben veder ch’el fu re, che chiese senno
+ acciò che re sufficïente fosse;
+
+ non per sapere il numero in che enno
+ li motor di qua sù, o se necesse
+ con contingente mai necesse fenno;
+
+ non si est dare primum motum esse,
+ o se del mezzo cerchio far si puote
+ trïangol sì ch’un retto non avesse.
+
+ Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
+ regal prudenza è quel vedere impari
+ in che lo stral di mia intenzion percuote;
+
+ e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
+ vedrai aver solamente respetto
+ ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
+
+ Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
+ e così puote star con quel che credi
+ del primo padre e del nostro Diletto.
+
+ E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
+ per farti mover lento com’ uom lasso
+ e al sì e al no che tu non vedi:
+
+ ché quelli è tra li stolti bene a basso,
+ che sanza distinzione afferma e nega
+ ne l’un così come ne l’altro passo;
+
+ perch’ elli ’ncontra che più volte piega
+ l’oppinïon corrente in falsa parte,
+ e poi l’affetto l’intelletto lega.
+
+ Vie più che ’ndarno da riva si parte,
+ perché non torna tal qual e’ si move,
+ chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
+
+ E di ciò sono al mondo aperte prove
+ Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
+ li quali andaro e non sapëan dove;
+
+ sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
+ che furon come spade a le Scritture
+ in render torti li diritti volti.
+
+ Non sien le genti, ancor, troppo sicure
+ a giudicar, sì come quei che stima
+ le biade in campo pria che sien mature;
+
+ ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
+ lo prun mostrarsi rigido e feroce,
+ poscia portar la rosa in su la cima;
+
+ e legno vidi già dritto e veloce
+ correr lo mar per tutto suo cammino,
+ perire al fine a l’intrar de la foce.
+
+ Non creda donna Berta e ser Martino,
+ per vedere un furare, altro offerere,
+ vederli dentro al consiglio divino;
+
+ ché quel può surgere, e quel può cadere».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIV
+
+
+ Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
+ movesi l’acqua in un ritondo vaso,
+ secondo ch’è percosso fuori o dentro:
+
+ ne la mia mente fé sùbito caso
+ questo ch’io dico, sì come si tacque
+ la glorïosa vita di Tommaso,
+
+ per la similitudine che nacque
+ del suo parlare e di quel di Beatrice,
+ a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
+
+ «A costui fa mestieri, e nol vi dice
+ né con la voce né pensando ancora,
+ d’un altro vero andare a la radice.
+
+ Diteli se la luce onde s’infiora
+ vostra sustanza, rimarrà con voi
+ etternalmente sì com’ ell’ è ora;
+
+ e se rimane, dite come, poi
+ che sarete visibili rifatti,
+ esser porà ch’al veder non vi nòi».
+
+ Come, da più letizia pinti e tratti,
+ a la fïata quei che vanno a rota
+ levan la voce e rallegrano li atti,
+
+ così, a l’orazion pronta e divota,
+ li santi cerchi mostrar nova gioia
+ nel torneare e ne la mira nota.
+
+ Qual si lamenta perché qui si moia
+ per viver colà sù, non vide quive
+ lo refrigerio de l’etterna ploia.
+
+ Quell’ uno e due e tre che sempre vive
+ e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
+ non circunscritto, e tutto circunscrive,
+
+ tre volte era cantato da ciascuno
+ di quelli spirti con tal melodia,
+ ch’ad ogne merto saria giusto muno.
+
+ E io udi’ ne la luce più dia
+ del minor cerchio una voce modesta,
+ forse qual fu da l’angelo a Maria,
+
+ risponder: «Quanto fia lunga la festa
+ di paradiso, tanto il nostro amore
+ si raggerà dintorno cotal vesta.
+
+ La sua chiarezza séguita l’ardore;
+ l’ardor la visïone, e quella è tanta,
+ quant’ ha di grazia sovra suo valore.
+
+ Come la carne glorïosa e santa
+ fia rivestita, la nostra persona
+ più grata fia per esser tutta quanta;
+
+ per che s’accrescerà ciò che ne dona
+ di gratüito lume il sommo bene,
+ lume ch’a lui veder ne condiziona;
+
+ onde la visïon crescer convene,
+ crescer l’ardor che di quella s’accende,
+ crescer lo raggio che da esso vene.
+
+ Ma sì come carbon che fiamma rende,
+ e per vivo candor quella soverchia,
+ sì che la sua parvenza si difende;
+
+ così questo folgór che già ne cerchia
+ fia vinto in apparenza da la carne
+ che tutto dì la terra ricoperchia;
+
+ né potrà tanta luce affaticarne:
+ ché li organi del corpo saran forti
+ a tutto ciò che potrà dilettarne».
+
+ Tanto mi parver sùbiti e accorti
+ e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
+ che ben mostrar disio d’i corpi morti:
+
+ forse non pur per lor, ma per le mamme,
+ per li padri e per li altri che fuor cari
+ anzi che fosser sempiterne fiamme.
+
+ Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
+ nascere un lustro sopra quel che v’era,
+ per guisa d’orizzonte che rischiari.
+
+ E sì come al salir di prima sera
+ comincian per lo ciel nove parvenze,
+ sì che la vista pare e non par vera,
+
+ parvemi lì novelle sussistenze
+ cominciare a vedere, e fare un giro
+ di fuor da l’altre due circunferenze.
+
+ Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
+ come si fece sùbito e candente
+ a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
+
+ Ma Bëatrice sì bella e ridente
+ mi si mostrò, che tra quelle vedute
+ si vuol lasciar che non seguir la mente.
+
+ Quindi ripreser li occhi miei virtute
+ a rilevarsi; e vidimi translato
+ sol con mia donna in più alta salute.
+
+ Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
+ per l’affocato riso de la stella,
+ che mi parea più roggio che l’usato.
+
+ Con tutto ’l core e con quella favella
+ ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
+ qual conveniesi a la grazia novella.
+
+ E non er’ anco del mio petto essausto
+ l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
+ esso litare stato accetto e fausto;
+
+ ché con tanto lucore e tanto robbi
+ m’apparvero splendor dentro a due raggi,
+ ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
+
+ Come distinta da minori e maggi
+ lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
+ Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
+
+ sì costellati facean nel profondo
+ Marte quei raggi il venerabil segno
+ che fan giunture di quadranti in tondo.
+
+ Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
+ ché quella croce lampeggiava Cristo,
+ sì ch’io non so trovare essempro degno;
+
+ ma chi prende sua croce e segue Cristo,
+ ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
+ vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
+
+ Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
+ si movien lumi, scintillando forte
+ nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
+
+ così si veggion qui diritte e torte,
+ veloci e tarde, rinovando vista,
+ le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
+
+ moversi per lo raggio onde si lista
+ talvolta l’ombra che, per sua difesa,
+ la gente con ingegno e arte acquista.
+
+ E come giga e arpa, in tempra tesa
+ di molte corde, fa dolce tintinno
+ a tal da cui la nota non è intesa,
+
+ così da’ lumi che lì m’apparinno
+ s’accogliea per la croce una melode
+ che mi rapiva, sanza intender l’inno.
+
+ Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,
+ però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
+ come a colui che non intende e ode.
+
+ Ïo m’innamorava tanto quinci,
+ che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
+ che mi legasse con sì dolci vinci.
+
+ Forse la mia parola par troppo osa,
+ posponendo il piacer de li occhi belli,
+ ne’ quai mirando mio disio ha posa;
+
+ ma chi s’avvede che i vivi suggelli
+ d’ogne bellezza più fanno più suso,
+ e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
+
+ escusar puommi di quel ch’io m’accuso
+ per escusarmi, e vedermi dir vero:
+ ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
+
+ perché si fa, montando, più sincero.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XV
+
+
+ Benigna volontade in che si liqua
+ sempre l’amor che drittamente spira,
+ come cupidità fa ne la iniqua,
+
+ silenzio puose a quella dolce lira,
+ e fece quïetar le sante corde
+ che la destra del cielo allenta e tira.
+
+ Come saranno a’ giusti preghi sorde
+ quelle sustanze che, per darmi voglia
+ ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
+
+ Bene è che sanza termine si doglia
+ chi, per amor di cosa che non duri
+ etternalmente, quello amor si spoglia.
+
+ Quale per li seren tranquilli e puri
+ discorre ad ora ad or sùbito foco,
+ movendo li occhi che stavan sicuri,
+
+ e pare stella che tramuti loco,
+ se non che da la parte ond’ e’ s’accende
+ nulla sen perde, ed esso dura poco:
+
+ tale dal corno che ’n destro si stende
+ a piè di quella croce corse un astro
+ de la costellazion che lì resplende;
+
+ né si partì la gemma dal suo nastro,
+ ma per la lista radïal trascorse,
+ che parve foco dietro ad alabastro.
+
+ Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
+ se fede merta nostra maggior musa,
+ quando in Eliso del figlio s’accorse.
+
+ «O sanguis meus, o superinfusa
+ gratïa Deï, sicut tibi cui
+ bis unquam celi ianüa reclusa?».
+
+ Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
+ poscia rivolsi a la mia donna il viso,
+ e quinci e quindi stupefatto fui;
+
+ ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
+ tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
+ de la mia gloria e del mio paradiso.
+
+ Indi, a udire e a veder giocondo,
+ giunse lo spirto al suo principio cose,
+ ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
+
+ né per elezïon mi si nascose,
+ ma per necessità, ché ’l suo concetto
+ al segno d’i mortal si soprapuose.
+
+ E quando l’arco de l’ardente affetto
+ fu sì sfogato, che ’l parlar discese
+ inver’ lo segno del nostro intelletto,
+
+ la prima cosa che per me s’intese,
+ «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
+ che nel mio seme se’ tanto cortese!».
+
+ E seguì: «Grato e lontano digiuno,
+ tratto leggendo del magno volume
+ du’ non si muta mai bianco né bruno,
+
+ solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
+ in ch’io ti parlo, mercè di colei
+ ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
+
+ Tu credi che a me tuo pensier mei
+ da quel ch’è primo, così come raia
+ da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
+
+ e però ch’io mi sia e perch’ io paia
+ più gaudïoso a te, non mi domandi,
+ che alcun altro in questa turba gaia.
+
+ Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
+ di questa vita miran ne lo speglio
+ in che, prima che pensi, il pensier pandi;
+
+ ma perché ’l sacro amore in che io veglio
+ con perpetüa vista e che m’asseta
+ di dolce disïar, s’adempia meglio,
+
+ la voce tua sicura, balda e lieta
+ suoni la volontà, suoni ’l disio,
+ a che la mia risposta è già decreta!».
+
+ Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
+ pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
+ che fece crescer l’ali al voler mio.
+
+ Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
+ come la prima equalità v’apparse,
+ d’un peso per ciascun di voi si fenno,
+
+ però che ’l sol che v’allumò e arse,
+ col caldo e con la luce è sì iguali,
+ che tutte simiglianze sono scarse.
+
+ Ma voglia e argomento ne’ mortali,
+ per la cagion ch’a voi è manifesta,
+ diversamente son pennuti in ali;
+
+ ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
+ disagguaglianza, e però non ringrazio
+ se non col core a la paterna festa.
+
+ Ben supplico io a te, vivo topazio
+ che questa gioia prezïosa ingemmi,
+ perché mi facci del tuo nome sazio».
+
+ «O fronda mia in che io compiacemmi
+ pur aspettando, io fui la tua radice»:
+ cotal principio, rispondendo, femmi.
+
+ Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
+ tua cognazione e che cent’ anni e piùe
+ girato ha ’l monte in la prima cornice,
+
+ mio figlio fu e tuo bisavol fue:
+ ben si convien che la lunga fatica
+ tu li raccorci con l’opere tue.
+
+ Fiorenza dentro da la cerchia antica,
+ ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
+ si stava in pace, sobria e pudica.
+
+ Non avea catenella, non corona,
+ non gonne contigiate, non cintura
+ che fosse a veder più che la persona.
+
+ Non faceva, nascendo, ancor paura
+ la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
+ non fuggien quinci e quindi la misura.
+
+ Non avea case di famiglia vòte;
+ non v’era giunto ancor Sardanapalo
+ a mostrar ciò che ’n camera si puote.
+
+ Non era vinto ancora Montemalo
+ dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
+ nel montar sù, così sarà nel calo.
+
+ Bellincion Berti vid’ io andar cinto
+ di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
+ la donna sua sanza ’l viso dipinto;
+
+ e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
+ esser contenti a la pelle scoperta,
+ e le sue donne al fuso e al pennecchio.
+
+ Oh fortunate! ciascuna era certa
+ de la sua sepultura, e ancor nulla
+ era per Francia nel letto diserta.
+
+ L’una vegghiava a studio de la culla,
+ e, consolando, usava l’idïoma
+ che prima i padri e le madri trastulla;
+
+ l’altra, traendo a la rocca la chioma,
+ favoleggiava con la sua famiglia
+ d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
+
+ Saria tenuta allor tal maraviglia
+ una Cianghella, un Lapo Salterello,
+ qual or saria Cincinnato e Corniglia.
+
+ A così riposato, a così bello
+ viver di cittadini, a così fida
+ cittadinanza, a così dolce ostello,
+
+ Maria mi diè, chiamata in alte grida;
+ e ne l’antico vostro Batisteo
+ insieme fui cristiano e Cacciaguida.
+
+ Moronto fu mio frate ed Eliseo;
+ mia donna venne a me di val di Pado,
+ e quindi il sopranome tuo si feo.
+
+ Poi seguitai lo ’mperador Currado;
+ ed el mi cinse de la sua milizia,
+ tanto per bene ovrar li venni in grado.
+
+ Dietro li andai incontro a la nequizia
+ di quella legge il cui popolo usurpa,
+ per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
+
+ Quivi fu’ io da quella gente turpa
+ disviluppato dal mondo fallace,
+ lo cui amor molt’ anime deturpa;
+
+ e venni dal martiro a questa pace».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVI
+
+
+ O poca nostra nobiltà di sangue,
+ se glorïar di te la gente fai
+ qua giù dove l’affetto nostro langue,
+
+ mirabil cosa non mi sarà mai:
+ ché là dove appetito non si torce,
+ dico nel cielo, io me ne gloriai.
+
+ Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
+ sì che, se non s’appon di dì in die,
+ lo tempo va dintorno con le force.
+
+ Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
+ in che la sua famiglia men persevra,
+ ricominciaron le parole mie;
+
+ onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
+ ridendo, parve quella che tossio
+ al primo fallo scritto di Ginevra.
+
+ Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
+ voi mi date a parlar tutta baldezza;
+ voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
+
+ Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
+ la mente mia, che di sé fa letizia
+ perché può sostener che non si spezza.
+
+ Ditemi dunque, cara mia primizia,
+ quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
+ che si segnaro in vostra püerizia;
+
+ ditemi de l’ovil di San Giovanni
+ quanto era allora, e chi eran le genti
+ tra esso degne di più alti scanni».
+
+ Come s’avviva a lo spirar d’i venti
+ carbone in fiamma, così vid’ io quella
+ luce risplendere a’ miei blandimenti;
+
+ e come a li occhi miei si fé più bella,
+ così con voce più dolce e soave,
+ ma non con questa moderna favella,
+
+ dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
+ al parto in che mia madre, ch’è or santa,
+ s’allevïò di me ond’ era grave,
+
+ al suo Leon cinquecento cinquanta
+ e trenta fiate venne questo foco
+ a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
+
+ Li antichi miei e io nacqui nel loco
+ dove si truova pria l’ultimo sesto
+ da quei che corre il vostro annüal gioco.
+
+ Basti d’i miei maggiori udirne questo:
+ chi ei si fosser e onde venner quivi,
+ più è tacer che ragionare onesto.
+
+ Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
+ da poter arme tra Marte e ’l Batista,
+ eran il quinto di quei ch’or son vivi.
+
+ Ma la cittadinanza, ch’è or mista
+ di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
+ pura vediesi ne l’ultimo artista.
+
+ Oh quanto fora meglio esser vicine
+ quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
+ e a Trespiano aver vostro confine,
+
+ che averle dentro e sostener lo puzzo
+ del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
+ che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
+
+ Se la gente ch’al mondo più traligna
+ non fosse stata a Cesare noverca,
+ ma come madre a suo figlio benigna,
+
+ tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
+ che si sarebbe vòlto a Simifonti,
+ là dove andava l’avolo a la cerca;
+
+ sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
+ sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
+ e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
+
+ Sempre la confusion de le persone
+ principio fu del mal de la cittade,
+ come del vostro il cibo che s’appone;
+
+ e cieco toro più avaccio cade
+ che cieco agnello; e molte volte taglia
+ più e meglio una che le cinque spade.
+
+ Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
+ come sono ite, e come se ne vanno
+ di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
+
+ udir come le schiatte si disfanno
+ non ti parrà nova cosa né forte,
+ poscia che le cittadi termine hanno.
+
+ Le vostre cose tutte hanno lor morte,
+ sì come voi; ma celasi in alcuna
+ che dura molto, e le vite son corte.
+
+ E come ’l volger del ciel de la luna
+ cuopre e discuopre i liti sanza posa,
+ così fa di Fiorenza la Fortuna:
+
+ per che non dee parer mirabil cosa
+ ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
+ onde è la fama nel tempo nascosa.
+
+ Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
+ Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
+ già nel calare, illustri cittadini;
+
+ e vidi così grandi come antichi,
+ con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
+ e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
+
+ Sovra la porta ch’al presente è carca
+ di nova fellonia di tanto peso
+ che tosto fia iattura de la barca,
+
+ erano i Ravignani, ond’ è disceso
+ il conte Guido e qualunque del nome
+ de l’alto Bellincione ha poscia preso.
+
+ Quel de la Pressa sapeva già come
+ regger si vuole, e avea Galigaio
+ dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
+
+ Grand’ era già la colonna del Vaio,
+ Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
+ e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
+
+ Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
+ era già grande, e già eran tratti
+ a le curule Sizii e Arrigucci.
+
+ Oh quali io vidi quei che son disfatti
+ per lor superbia! e le palle de l’oro
+ fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
+
+ Così facieno i padri di coloro
+ che, sempre che la vostra chiesa vaca,
+ si fanno grassi stando a consistoro.
+
+ L’oltracotata schiatta che s’indraca
+ dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
+ o ver la borsa, com’ agnel si placa,
+
+ già venìa sù, ma di picciola gente;
+ sì che non piacque ad Ubertin Donato
+ che poï il suocero il fé lor parente.
+
+ Già era ’l Caponsacco nel mercato
+ disceso giù da Fiesole, e già era
+ buon cittadino Giuda e Infangato.
+
+ Io dirò cosa incredibile e vera:
+ nel picciol cerchio s’entrava per porta
+ che si nomava da quei de la Pera.
+
+ Ciascun che de la bella insegna porta
+ del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
+ la festa di Tommaso riconforta,
+
+ da esso ebbe milizia e privilegio;
+ avvegna che con popol si rauni
+ oggi colui che la fascia col fregio.
+
+ Già eran Gualterotti e Importuni;
+ e ancor saria Borgo più quïeto,
+ se di novi vicin fosser digiuni.
+
+ La casa di che nacque il vostro fleto,
+ per lo giusto disdegno che v’ha morti
+ e puose fine al vostro viver lieto,
+
+ era onorata, essa e suoi consorti:
+ o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
+ le nozze süe per li altrui conforti!
+
+ Molti sarebber lieti, che son tristi,
+ se Dio t’avesse conceduto ad Ema
+ la prima volta ch’a città venisti.
+
+ Ma conveniesi a quella pietra scema
+ che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
+ vittima ne la sua pace postrema.
+
+ Con queste genti, e con altre con esse,
+ vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
+ che non avea cagione onde piangesse.
+
+ Con queste genti vid’io glorïoso
+ e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
+ non era ad asta mai posto a ritroso,
+
+ né per divisïon fatto vermiglio».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVII
+
+
+ Qual venne a Climenè, per accertarsi
+ di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
+ quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
+
+ tal era io, e tal era sentito
+ e da Beatrice e da la santa lampa
+ che pria per me avea mutato sito.
+
+ Per che mia donna «Manda fuor la vampa
+ del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
+ segnata bene de la interna stampa:
+
+ non perché nostra conoscenza cresca
+ per tuo parlare, ma perché t’ausi
+ a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
+
+ «O cara piota mia che sì t’insusi,
+ che, come veggion le terrene menti
+ non capere in trïangol due ottusi,
+
+ così vedi le cose contingenti
+ anzi che sieno in sé, mirando il punto
+ a cui tutti li tempi son presenti;
+
+ mentre ch’io era a Virgilio congiunto
+ su per lo monte che l’anime cura
+ e discendendo nel mondo defunto,
+
+ dette mi fuor di mia vita futura
+ parole gravi, avvegna ch’io mi senta
+ ben tetragono ai colpi di ventura;
+
+ per che la voglia mia saria contenta
+ d’intender qual fortuna mi s’appressa:
+ ché saetta previsa vien più lenta».
+
+ Così diss’ io a quella luce stessa
+ che pria m’avea parlato; e come volle
+ Beatrice, fu la mia voglia confessa.
+
+ Né per ambage, in che la gente folle
+ già s’inviscava pria che fosse anciso
+ l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
+
+ ma per chiare parole e con preciso
+ latin rispuose quello amor paterno,
+ chiuso e parvente del suo proprio riso:
+
+ «La contingenza, che fuor del quaderno
+ de la vostra matera non si stende,
+ tutta è dipinta nel cospetto etterno;
+
+ necessità però quindi non prende
+ se non come dal viso in che si specchia
+ nave che per torrente giù discende.
+
+ Da indi, sì come viene ad orecchia
+ dolce armonia da organo, mi viene
+ a vista il tempo che ti s’apparecchia.
+
+ Qual si partio Ipolito d’Atene
+ per la spietata e perfida noverca,
+ tal di Fiorenza partir ti convene.
+
+ Questo si vuole e questo già si cerca,
+ e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
+ là dove Cristo tutto dì si merca.
+
+ La colpa seguirà la parte offensa
+ in grido, come suol; ma la vendetta
+ fia testimonio al ver che la dispensa.
+
+ Tu lascerai ogne cosa diletta
+ più caramente; e questo è quello strale
+ che l’arco de lo essilio pria saetta.
+
+ Tu proverai sì come sa di sale
+ lo pane altrui, e come è duro calle
+ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
+
+ E quel che più ti graverà le spalle,
+ sarà la compagnia malvagia e scempia
+ con la qual tu cadrai in questa valle;
+
+ che tutta ingrata, tutta matta ed empia
+ si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
+ ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
+
+ Di sua bestialitate il suo processo
+ farà la prova; sì ch’a te fia bello
+ averti fatta parte per te stesso.
+
+ Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
+ sarà la cortesia del gran Lombardo
+ che ’n su la scala porta il santo uccello;
+
+ ch’in te avrà sì benigno riguardo,
+ che del fare e del chieder, tra voi due,
+ fia primo quel che tra li altri è più tardo.
+
+ Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
+ nascendo, sì da questa stella forte,
+ che notabili fier l’opere sue.
+
+ Non se ne son le genti ancora accorte
+ per la novella età, ché pur nove anni
+ son queste rote intorno di lui torte;
+
+ ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
+ parran faville de la sua virtute
+ in non curar d’argento né d’affanni.
+
+ Le sue magnificenze conosciute
+ saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
+ non ne potran tener le lingue mute.
+
+ A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
+ per lui fia trasmutata molta gente,
+ cambiando condizion ricchi e mendici;
+
+ e portera’ne scritto ne la mente
+ di lui, e nol dirai»; e disse cose
+ incredibili a quei che fier presente.
+
+ Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
+ di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
+ che dietro a pochi giri son nascose.
+
+ Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
+ poscia che s’infutura la tua vita
+ vie più là che ’l punir di lor perfidie».
+
+ Poi che, tacendo, si mostrò spedita
+ l’anima santa di metter la trama
+ in quella tela ch’io le porsi ordita,
+
+ io cominciai, come colui che brama,
+ dubitando, consiglio da persona
+ che vede e vuol dirittamente e ama:
+
+ «Ben veggio, padre mio, sì come sprona
+ lo tempo verso me, per colpo darmi
+ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
+
+ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
+ sì che, se loco m’è tolto più caro,
+ io non perdessi li altri per miei carmi.
+
+ Giù per lo mondo sanza fine amaro,
+ e per lo monte del cui bel cacume
+ li occhi de la mia donna mi levaro,
+
+ e poscia per lo ciel, di lume in lume,
+ ho io appreso quel che s’io ridico,
+ a molti fia sapor di forte agrume;
+
+ e s’io al vero son timido amico,
+ temo di perder viver tra coloro
+ che questo tempo chiameranno antico».
+
+ La luce in che rideva il mio tesoro
+ ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
+ quale a raggio di sole specchio d’oro;
+
+ indi rispuose: «Coscïenza fusca
+ o de la propria o de l’altrui vergogna
+ pur sentirà la tua parola brusca.
+
+ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
+ tutta tua visïon fa manifesta;
+ e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
+
+ Ché se la voce tua sarà molesta
+ nel primo gusto, vital nodrimento
+ lascerà poi, quando sarà digesta.
+
+ Questo tuo grido farà come vento,
+ che le più alte cime più percuote;
+ e ciò non fa d’onor poco argomento.
+
+ Però ti son mostrate in queste rote,
+ nel monte e ne la valle dolorosa
+ pur l’anime che son di fama note,
+
+ che l’animo di quel ch’ode, non posa
+ né ferma fede per essempro ch’aia
+ la sua radice incognita e ascosa,
+
+ né per altro argomento che non paia».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XVIII
+
+
+ Già si godeva solo del suo verbo
+ quello specchio beato, e io gustava
+ lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
+
+ e quella donna ch’a Dio mi menava
+ disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
+ presso a colui ch’ogne torto disgrava».
+
+ Io mi rivolsi a l’amoroso suono
+ del mio conforto; e qual io allor vidi
+ ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
+
+ non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
+ ma per la mente che non può redire
+ sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
+
+ Tanto poss’ io di quel punto ridire,
+ che, rimirando lei, lo mio affetto
+ libero fu da ogne altro disire,
+
+ fin che ’l piacere etterno, che diretto
+ raggiava in Bëatrice, dal bel viso
+ mi contentava col secondo aspetto.
+
+ Vincendo me col lume d’un sorriso,
+ ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
+ ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
+
+ Come si vede qui alcuna volta
+ l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
+ che da lui sia tutta l’anima tolta,
+
+ così nel fiammeggiar del folgór santo,
+ a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
+ in lui di ragionarmi ancora alquanto.
+
+ El cominciò: «In questa quinta soglia
+ de l’albero che vive de la cima
+ e frutta sempre e mai non perde foglia,
+
+ spiriti son beati, che giù, prima
+ che venissero al ciel, fuor di gran voce,
+ sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
+
+ Però mira ne’ corni de la croce:
+ quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
+ che fa in nube il suo foco veloce».
+
+ Io vidi per la croce un lume tratto
+ dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
+ né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
+
+ E al nome de l’alto Macabeo
+ vidi moversi un altro roteando,
+ e letizia era ferza del paleo.
+
+ Così per Carlo Magno e per Orlando
+ due ne seguì lo mio attento sguardo,
+ com’ occhio segue suo falcon volando.
+
+ Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
+ e ’l duca Gottifredi la mia vista
+ per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
+
+ Indi, tra l’altre luci mota e mista,
+ mostrommi l’alma che m’avea parlato
+ qual era tra i cantor del cielo artista.
+
+ Io mi rivolsi dal mio destro lato
+ per vedere in Beatrice il mio dovere,
+ o per parlare o per atto, segnato;
+
+ e vidi le sue luci tanto mere,
+ tanto gioconde, che la sua sembianza
+ vinceva li altri e l’ultimo solere.
+
+ E come, per sentir più dilettanza
+ bene operando, l’uom di giorno in giorno
+ s’accorge che la sua virtute avanza,
+
+ sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
+ col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
+ veggendo quel miracol più addorno.
+
+ E qual è ’l trasmutare in picciol varco
+ di tempo in bianca donna, quando ’l volto
+ suo si discarchi di vergogna il carco,
+
+ tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
+ per lo candor de la temprata stella
+ sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
+
+ Io vidi in quella giovïal facella
+ lo sfavillar de l’amor che lì era
+ segnare a li occhi miei nostra favella.
+
+ E come augelli surti di rivera,
+ quasi congratulando a lor pasture,
+ fanno di sé or tonda or altra schiera,
+
+ sì dentro ai lumi sante creature
+ volitando cantavano, e faciensi
+ or D, or I, or L in sue figure.
+
+ Prima, cantando, a sua nota moviensi;
+ poi, diventando l’un di questi segni,
+ un poco s’arrestavano e taciensi.
+
+ O diva Pegasëa che li ’ngegni
+ fai glorïosi e rendili longevi,
+ ed essi teco le cittadi e ’ regni,
+
+ illustrami di te, sì ch’io rilevi
+ le lor figure com’ io l’ho concette:
+ paia tua possa in questi versi brevi!
+
+ Mostrarsi dunque in cinque volte sette
+ vocali e consonanti; e io notai
+ le parti sì, come mi parver dette.
+
+ ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
+ fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
+ ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
+
+ Poscia ne l’emme del vocabol quinto
+ rimasero ordinate; sì che Giove
+ pareva argento lì d’oro distinto.
+
+ E vidi scendere altre luci dove
+ era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
+ cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
+
+ Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
+ surgono innumerabili faville,
+ onde li stolti sogliono agurarsi,
+
+ resurger parver quindi più di mille
+ luci e salir, qual assai e qual poco,
+ sì come ’l sol che l’accende sortille;
+
+ e quïetata ciascuna in suo loco,
+ la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
+ rappresentare a quel distinto foco.
+
+ Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
+ ma esso guida, e da lui si rammenta
+ quella virtù ch’è forma per li nidi.
+
+ L’altra bëatitudo, che contenta
+ pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
+ con poco moto seguitò la ’mprenta.
+
+ O dolce stella, quali e quante gemme
+ mi dimostraro che nostra giustizia
+ effetto sia del ciel che tu ingemme!
+
+ Per ch’io prego la mente in che s’inizia
+ tuo moto e tua virtute, che rimiri
+ ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
+
+ sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
+ del comperare e vender dentro al templo
+ che si murò di segni e di martìri.
+
+ O milizia del ciel cu’ io contemplo,
+ adora per color che sono in terra
+ tutti svïati dietro al malo essemplo!
+
+ Già si solea con le spade far guerra;
+ ma or si fa togliendo or qui or quivi
+ lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
+
+ Ma tu che sol per cancellare scrivi,
+ pensa che Pietro e Paulo, che moriro
+ per la vigna che guasti, ancor son vivi.
+
+ Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
+ sì a colui che volle viver solo
+ e che per salti fu tratto al martiro,
+
+ ch’io non conosco il pescator né Polo».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XIX
+
+
+ Parea dinanzi a me con l’ali aperte
+ la bella image che nel dolce frui
+ liete facevan l’anime conserte;
+
+ parea ciascuna rubinetto in cui
+ raggio di sole ardesse sì acceso,
+ che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
+
+ E quel che mi convien ritrar testeso,
+ non portò voce mai, né scrisse incostro,
+ né fu per fantasia già mai compreso;
+
+ ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,
+ e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
+ quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
+
+ E cominciò: «Per esser giusto e pio
+ son io qui essaltato a quella gloria
+ che non si lascia vincere a disio;
+
+ e in terra lasciai la mia memoria
+ sì fatta, che le genti lì malvage
+ commendan lei, ma non seguon la storia».
+
+ Così un sol calor di molte brage
+ si fa sentir, come di molti amori
+ usciva solo un suon di quella image.
+
+ Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori
+ de l’etterna letizia, che pur uno
+ parer mi fate tutti vostri odori,
+
+ solvetemi, spirando, il gran digiuno
+ che lungamente m’ha tenuto in fame,
+ non trovandoli in terra cibo alcuno.
+
+ Ben so io che, se ’n cielo altro reame
+ la divina giustizia fa suo specchio,
+ che ’l vostro non l’apprende con velame.
+
+ Sapete come attento io m’apparecchio
+ ad ascoltar; sapete qual è quello
+ dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
+
+ Quasi falcone ch’esce del cappello,
+ move la testa e con l’ali si plaude,
+ voglia mostrando e faccendosi bello,
+
+ vid’ io farsi quel segno, che di laude
+ de la divina grazia era contesto,
+ con canti quai si sa chi là sù gaude.
+
+ Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
+ a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
+ distinse tanto occulto e manifesto,
+
+ non poté suo valor sì fare impresso
+ in tutto l’universo, che ’l suo verbo
+ non rimanesse in infinito eccesso.
+
+ E ciò fa certo che ’l primo superbo,
+ che fu la somma d’ogne creatura,
+ per non aspettar lume, cadde acerbo;
+
+ e quinci appar ch’ogne minor natura
+ è corto recettacolo a quel bene
+ che non ha fine e sé con sé misura.
+
+ Dunque vostra veduta, che convene
+ esser alcun de’ raggi de la mente
+ di che tutte le cose son ripiene,
+
+ non pò da sua natura esser possente
+ tanto, che suo principio discerna
+ molto di là da quel che l’è parvente.
+
+ Però ne la giustizia sempiterna
+ la vista che riceve il vostro mondo,
+ com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
+
+ che, ben che da la proda veggia il fondo,
+ in pelago nol vede; e nondimeno
+ èli, ma cela lui l’esser profondo.
+
+ Lume non è, se non vien dal sereno
+ che non si turba mai; anzi è tenèbra
+ od ombra de la carne o suo veleno.
+
+ Assai t’è mo aperta la latebra
+ che t’ascondeva la giustizia viva,
+ di che facei question cotanto crebra;
+
+ ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
+ de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
+ di Cristo né chi legga né chi scriva;
+
+ e tutti suoi voleri e atti buoni
+ sono, quanto ragione umana vede,
+ sanza peccato in vita o in sermoni.
+
+ Muore non battezzato e sanza fede:
+ ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
+ ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
+
+ Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
+ per giudicar di lungi mille miglia
+ con la veduta corta d’una spanna?
+
+ Certo a colui che meco s’assottiglia,
+ se la Scrittura sovra voi non fosse,
+ da dubitar sarebbe a maraviglia.
+
+ Oh terreni animali! oh menti grosse!
+ La prima volontà, ch’è da sé buona,
+ da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
+
+ Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
+ nullo creato bene a sé la tira,
+ ma essa, radïando, lui cagiona».
+
+ Quale sovresso il nido si rigira
+ poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
+ e come quel ch’è pasto la rimira;
+
+ cotal si fece, e sì leväi i cigli,
+ la benedetta imagine, che l’ali
+ movea sospinte da tanti consigli.
+
+ Roteando cantava, e dicea: «Quali
+ son le mie note a te, che non le ’ntendi,
+ tal è il giudicio etterno a voi mortali».
+
+ Poi si quetaro quei lucenti incendi
+ de lo Spirito Santo ancor nel segno
+ che fé i Romani al mondo reverendi,
+
+ esso ricominciò: «A questo regno
+ non salì mai chi non credette ’n Cristo,
+ né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
+
+ Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
+ che saranno in giudicio assai men prope
+ a lui, che tal che non conosce Cristo;
+
+ e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
+ quando si partiranno i due collegi,
+ l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
+
+ Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
+ come vedranno quel volume aperto
+ nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
+
+ Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
+ quella che tosto moverà la penna,
+ per che ’l regno di Praga fia diserto.
+
+ Lì si vedrà il duol che sovra Senna
+ induce, falseggiando la moneta,
+ quel che morrà di colpo di cotenna.
+
+ Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
+ che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
+ sì che non può soffrir dentro a sua meta.
+
+ Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
+ di quel di Spagna e di quel di Boemme,
+ che mai valor non conobbe né volle.
+
+ Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
+ segnata con un i la sua bontate,
+ quando ’l contrario segnerà un emme.
+
+ Vedrassi l’avarizia e la viltate
+ di quei che guarda l’isola del foco,
+ ove Anchise finì la lunga etate;
+
+ e a dare ad intender quanto è poco,
+ la sua scrittura fian lettere mozze,
+ che noteranno molto in parvo loco.
+
+ E parranno a ciascun l’opere sozze
+ del barba e del fratel, che tanto egregia
+ nazione e due corone han fatte bozze.
+
+ E quel di Portogallo e di Norvegia
+ lì si conosceranno, e quel di Rascia
+ che male ha visto il conio di Vinegia.
+
+ Oh beata Ungheria, se non si lascia
+ più malmenare! e beata Navarra,
+ se s’armasse del monte che la fascia!
+
+ E creder de’ ciascun che già, per arra
+ di questo, Niccosïa e Famagosta
+ per la lor bestia si lamenti e garra,
+
+ che dal fianco de l’altre non si scosta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XX
+
+
+ Quando colui che tutto ’l mondo alluma
+ de l’emisperio nostro sì discende,
+ che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
+
+ lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
+ subitamente si rifà parvente
+ per molte luci, in che una risplende;
+
+ e questo atto del ciel mi venne a mente,
+ come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
+ nel benedetto rostro fu tacente;
+
+ però che tutte quelle vive luci,
+ vie più lucendo, cominciaron canti
+ da mia memoria labili e caduci.
+
+ O dolce amor che di riso t’ammanti,
+ quanto parevi ardente in que’ flailli,
+ ch’avieno spirto sol di pensier santi!
+
+ Poscia che i cari e lucidi lapilli
+ ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
+ puoser silenzio a li angelici squilli,
+
+ udir mi parve un mormorar di fiume
+ che scende chiaro giù di pietra in pietra,
+ mostrando l’ubertà del suo cacume.
+
+ E come suono al collo de la cetra
+ prende sua forma, e sì com’ al pertugio
+ de la sampogna vento che penètra,
+
+ così, rimosso d’aspettare indugio,
+ quel mormorar de l’aguglia salissi
+ su per lo collo, come fosse bugio.
+
+ Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
+ per lo suo becco in forma di parole,
+ quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
+
+ «La parte in me che vede e pate il sole
+ ne l’aguglie mortali», incominciommi,
+ «or fisamente riguardar si vole,
+
+ perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
+ quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
+ e’ di tutti lor gradi son li sommi.
+
+ Colui che luce in mezzo per pupilla,
+ fu il cantor de lo Spirito Santo,
+ che l’arca traslatò di villa in villa:
+
+ ora conosce il merto del suo canto,
+ in quanto effetto fu del suo consiglio,
+ per lo remunerar ch’è altrettanto.
+
+ Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
+ colui che più al becco mi s’accosta,
+ la vedovella consolò del figlio:
+
+ ora conosce quanto caro costa
+ non seguir Cristo, per l’esperïenza
+ di questa dolce vita e de l’opposta.
+
+ E quel che segue in la circunferenza
+ di che ragiono, per l’arco superno,
+ morte indugiò per vera penitenza:
+
+ ora conosce che ’l giudicio etterno
+ non si trasmuta, quando degno preco
+ fa crastino là giù de l’odïerno.
+
+ L’altro che segue, con le leggi e meco,
+ sotto buona intenzion che fé mal frutto,
+ per cedere al pastor si fece greco:
+
+ ora conosce come il mal dedutto
+ dal suo bene operar non li è nocivo,
+ avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
+
+ E quel che vedi ne l’arco declivo,
+ Guiglielmo fu, cui quella terra plora
+ che piagne Carlo e Federigo vivo:
+
+ ora conosce come s’innamora
+ lo ciel del giusto rege, e al sembiante
+ del suo fulgore il fa vedere ancora.
+
+ Chi crederebbe giù nel mondo errante
+ che Rifëo Troiano in questo tondo
+ fosse la quinta de le luci sante?
+
+ Ora conosce assai di quel che ’l mondo
+ veder non può de la divina grazia,
+ ben che sua vista non discerna il fondo».
+
+ Quale allodetta che ’n aere si spazia
+ prima cantando, e poi tace contenta
+ de l’ultima dolcezza che la sazia,
+
+ tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
+ de l’etterno piacere, al cui disio
+ ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
+
+ E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
+ lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
+ tempo aspettar tacendo non patio,
+
+ ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
+ mi pinse con la forza del suo peso:
+ per ch’io di coruscar vidi gran feste.
+
+ Poi appresso, con l’occhio più acceso,
+ lo benedetto segno mi rispuose
+ per non tenermi in ammirar sospeso:
+
+ «Io veggio che tu credi queste cose
+ perch’ io le dico, ma non vedi come;
+ sì che, se son credute, sono ascose.
+
+ Fai come quei che la cosa per nome
+ apprende ben, ma la sua quiditate
+ veder non può se altri non la prome.
+
+ Regnum celorum vïolenza pate
+ da caldo amore e da viva speranza,
+ che vince la divina volontate:
+
+ non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
+ ma vince lei perché vuole esser vinta,
+ e, vinta, vince con sua beninanza.
+
+ La prima vita del ciglio e la quinta
+ ti fa maravigliar, perché ne vedi
+ la regïon de li angeli dipinta.
+
+ D’i corpi suoi non uscir, come credi,
+ Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
+ quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
+
+ Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
+ già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
+ e ciò di viva spene fu mercede:
+
+ di viva spene, che mise la possa
+ ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
+ sì che potesse sua voglia esser mossa.
+
+ L’anima glorïosa onde si parla,
+ tornata ne la carne, in che fu poco,
+ credette in lui che potëa aiutarla;
+
+ e credendo s’accese in tanto foco
+ di vero amor, ch’a la morte seconda
+ fu degna di venire a questo gioco.
+
+ L’altra, per grazia che da sì profonda
+ fontana stilla, che mai creatura
+ non pinse l’occhio infino a la prima onda,
+
+ tutto suo amor là giù pose a drittura:
+ per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
+ l’occhio a la nostra redenzion futura;
+
+ ond’ ei credette in quella, e non sofferse
+ da indi il puzzo più del paganesmo;
+ e riprendiene le genti perverse.
+
+ Quelle tre donne li fur per battesmo
+ che tu vedesti da la destra rota,
+ dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
+
+ O predestinazion, quanto remota
+ è la radice tua da quelli aspetti
+ che la prima cagion non veggion tota!
+
+ E voi, mortali, tenetevi stretti
+ a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
+ non conosciamo ancor tutti li eletti;
+
+ ed ènne dolce così fatto scemo,
+ perché il ben nostro in questo ben s’affina,
+ che quel che vole Iddio, e noi volemo».
+
+ Così da quella imagine divina,
+ per farmi chiara la mia corta vista,
+ data mi fu soave medicina.
+
+ E come a buon cantor buon citarista
+ fa seguitar lo guizzo de la corda,
+ in che più di piacer lo canto acquista,
+
+ sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
+ ch’io vidi le due luci benedette,
+ pur come batter d’occhi si concorda,
+
+ con le parole mover le fiammette.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXI
+
+
+ Già eran li occhi miei rifissi al volto
+ de la mia donna, e l’animo con essi,
+ e da ogne altro intento s’era tolto.
+
+ E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
+ mi cominciò, «tu ti faresti quale
+ fu Semelè quando di cener fessi:
+
+ ché la bellezza mia, che per le scale
+ de l’etterno palazzo più s’accende,
+ com’ hai veduto, quanto più si sale,
+
+ se non si temperasse, tanto splende,
+ che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
+ sarebbe fronda che trono scoscende.
+
+ Noi sem levati al settimo splendore,
+ che sotto ’l petto del Leone ardente
+ raggia mo misto giù del suo valore.
+
+ Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
+ e fa di quelli specchi a la figura
+ che ’n questo specchio ti sarà parvente».
+
+ Qual savesse qual era la pastura
+ del viso mio ne l’aspetto beato
+ quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
+
+ conoscerebbe quanto m’era a grato
+ ubidire a la mia celeste scorta,
+ contrapesando l’un con l’altro lato.
+
+ Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
+ cerchiando il mondo, del suo caro duce
+ sotto cui giacque ogne malizia morta,
+
+ di color d’oro in che raggio traluce
+ vid’ io uno scaleo eretto in suso
+ tanto, che nol seguiva la mia luce.
+
+ Vidi anche per li gradi scender giuso
+ tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
+ che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
+
+ E come, per lo natural costume,
+ le pole insieme, al cominciar del giorno,
+ si movono a scaldar le fredde piume;
+
+ poi altre vanno via sanza ritorno,
+ altre rivolgon sé onde son mosse,
+ e altre roteando fan soggiorno;
+
+ tal modo parve me che quivi fosse
+ in quello sfavillar che ’nsieme venne,
+ sì come in certo grado si percosse.
+
+ E quel che presso più ci si ritenne,
+ si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
+ ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
+
+ Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
+ del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
+ contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
+
+ Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
+ nel veder di colui che tutto vede,
+ mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
+
+ E io incominciai: «La mia mercede
+ non mi fa degno de la tua risposta;
+ ma per colei che ’l chieder mi concede,
+
+ vita beata che ti stai nascosta
+ dentro a la tua letizia, fammi nota
+ la cagion che sì presso mi t’ha posta;
+
+ e dì perché si tace in questa rota
+ la dolce sinfonia di paradiso,
+ che giù per l’altre suona sì divota».
+
+ «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
+ rispuose a me; «onde qui non si canta
+ per quel che Bëatrice non ha riso.
+
+ Giù per li gradi de la scala santa
+ discesi tanto sol per farti festa
+ col dire e con la luce che mi ammanta;
+
+ né più amor mi fece esser più presta,
+ ché più e tanto amor quinci sù ferve,
+ sì come il fiammeggiar ti manifesta.
+
+ Ma l’alta carità, che ci fa serve
+ pronte al consiglio che ’l mondo governa,
+ sorteggia qui sì come tu osserve».
+
+ «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
+ come libero amore in questa corte
+ basta a seguir la provedenza etterna;
+
+ ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
+ perché predestinata fosti sola
+ a questo officio tra le tue consorte».
+
+ Né venni prima a l’ultima parola,
+ che del suo mezzo fece il lume centro,
+ girando sé come veloce mola;
+
+ poi rispuose l’amor che v’era dentro:
+ «Luce divina sopra me s’appunta,
+ penetrando per questa in ch’io m’inventro,
+
+ la cui virtù, col mio veder congiunta,
+ mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
+ la somma essenza de la quale è munta.
+
+ Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
+ per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
+ la chiarità de la fiamma pareggio.
+
+ Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
+ quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
+ a la dimanda tua non satisfara,
+
+ però che sì s’innoltra ne lo abisso
+ de l’etterno statuto quel che chiedi,
+ che da ogne creata vista è scisso.
+
+ E al mondo mortal, quando tu riedi,
+ questo rapporta, sì che non presumma
+ a tanto segno più mover li piedi.
+
+ La mente, che qui luce, in terra fumma;
+ onde riguarda come può là giùe
+ quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
+
+ Sì mi prescrisser le parole sue,
+ ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
+ a dimandarla umilmente chi fue.
+
+ «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
+ e non molto distanti a la tua patria,
+ tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
+
+ e fanno un gibbo che si chiama Catria,
+ di sotto al quale è consecrato un ermo,
+ che suole esser disposto a sola latria».
+
+ Così ricominciommi il terzo sermo;
+ e poi, continüando, disse: «Quivi
+ al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
+
+ che pur con cibi di liquor d’ulivi
+ lievemente passava caldi e geli,
+ contento ne’ pensier contemplativi.
+
+ Render solea quel chiostro a questi cieli
+ fertilemente; e ora è fatto vano,
+ sì che tosto convien che si riveli.
+
+ In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
+ e Pietro Peccator fu’ ne la casa
+ di Nostra Donna in sul lito adriano.
+
+ Poca vita mortal m’era rimasa,
+ quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
+ che pur di male in peggio si travasa.
+
+ Venne Cefàs e venne il gran vasello
+ de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
+ prendendo il cibo da qualunque ostello.
+
+ Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
+ li moderni pastori e chi li meni,
+ tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
+
+ Cuopron d’i manti loro i palafreni,
+ sì che due bestie van sott’ una pelle:
+ oh pazïenza che tanto sostieni!».
+
+ A questa voce vid’ io più fiammelle
+ di grado in grado scendere e girarsi,
+ e ogne giro le facea più belle.
+
+ Dintorno a questa vennero e fermarsi,
+ e fero un grido di sì alto suono,
+ che non potrebbe qui assomigliarsi;
+
+ né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXII
+
+
+ Oppresso di stupore, a la mia guida
+ mi volsi, come parvol che ricorre
+ sempre colà dove più si confida;
+
+ e quella, come madre che soccorre
+ sùbito al figlio palido e anelo
+ con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
+
+ mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
+ e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
+ e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
+
+ Come t’avrebbe trasmutato il canto,
+ e io ridendo, mo pensar lo puoi,
+ poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
+
+ nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
+ già ti sarebbe nota la vendetta
+ che tu vedrai innanzi che tu muoi.
+
+ La spada di qua sù non taglia in fretta
+ né tardo, ma’ ch’al parer di colui
+ che disïando o temendo l’aspetta.
+
+ Ma rivolgiti omai inverso altrui;
+ ch’assai illustri spiriti vedrai,
+ se com’ io dico l’aspetto redui».
+
+ Come a lei piacque, li occhi ritornai,
+ e vidi cento sperule che ’nsieme
+ più s’abbellivan con mutüi rai.
+
+ Io stava come quei che ’n sé repreme
+ la punta del disio, e non s’attenta
+ di domandar, sì del troppo si teme;
+
+ e la maggiore e la più luculenta
+ di quelle margherite innanzi fessi,
+ per far di sé la mia voglia contenta.
+
+ Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
+ com’ io la carità che tra noi arde,
+ li tuoi concetti sarebbero espressi.
+
+ Ma perché tu, aspettando, non tarde
+ a l’alto fine, io ti farò risposta
+ pur al pensier, da che sì ti riguarde.
+
+ Quel monte a cui Cassino è ne la costa
+ fu frequentato già in su la cima
+ da la gente ingannata e mal disposta;
+
+ e quel son io che sù vi portai prima
+ lo nome di colui che ’n terra addusse
+ la verità che tanto ci soblima;
+
+ e tanta grazia sopra me relusse,
+ ch’io ritrassi le ville circunstanti
+ da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
+
+ Questi altri fuochi tutti contemplanti
+ uomini fuoro, accesi di quel caldo
+ che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
+
+ Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
+ qui son li frati miei che dentro ai chiostri
+ fermar li piedi e tennero il cor saldo».
+
+ E io a lui: «L’affetto che dimostri
+ meco parlando, e la buona sembianza
+ ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
+
+ così m’ha dilatata mia fidanza,
+ come ’l sol fa la rosa quando aperta
+ tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
+
+ Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
+ s’io posso prender tanta grazia, ch’io
+ ti veggia con imagine scoverta».
+
+ Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
+ s’adempierà in su l’ultima spera,
+ ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
+
+ Ivi è perfetta, matura e intera
+ ciascuna disïanza; in quella sola
+ è ogne parte là ove sempr’ era,
+
+ perché non è in loco e non s’impola;
+ e nostra scala infino ad essa varca,
+ onde così dal viso ti s’invola.
+
+ Infin là sù la vide il patriarca
+ Iacobbe porger la superna parte,
+ quando li apparve d’angeli sì carca.
+
+ Ma, per salirla, mo nessun diparte
+ da terra i piedi, e la regola mia
+ rimasa è per danno de le carte.
+
+ Le mura che solieno esser badia
+ fatte sono spelonche, e le cocolle
+ sacca son piene di farina ria.
+
+ Ma grave usura tanto non si tolle
+ contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
+ che fa il cor de’ monaci sì folle;
+
+ ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
+ è de la gente che per Dio dimanda;
+ non di parenti né d’altro più brutto.
+
+ La carne d’i mortali è tanto blanda,
+ che giù non basta buon cominciamento
+ dal nascer de la quercia al far la ghianda.
+
+ Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
+ e io con orazione e con digiuno,
+ e Francesco umilmente il suo convento;
+
+ e se guardi ’l principio di ciascuno,
+ poscia riguardi là dov’ è trascorso,
+ tu vederai del bianco fatto bruno.
+
+ Veramente Iordan vòlto retrorso
+ più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
+ mirabile a veder che qui ’l soccorso».
+
+ Così mi disse, e indi si raccolse
+ al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
+ poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
+
+ La dolce donna dietro a lor mi pinse
+ con un sol cenno su per quella scala,
+ sì sua virtù la mia natura vinse;
+
+ né mai qua giù dove si monta e cala
+ naturalmente, fu sì ratto moto
+ ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
+
+ S’io torni mai, lettore, a quel divoto
+ trïunfo per lo quale io piango spesso
+ le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
+
+ tu non avresti in tanto tratto e messo
+ nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
+ che segue il Tauro e fui dentro da esso.
+
+ O glorïose stelle, o lume pregno
+ di gran virtù, dal quale io riconosco
+ tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
+
+ con voi nasceva e s’ascondeva vosco
+ quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
+ quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
+
+ e poi, quando mi fu grazia largita
+ d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
+ la vostra regïon mi fu sortita.
+
+ A voi divotamente ora sospira
+ l’anima mia, per acquistar virtute
+ al passo forte che a sé la tira.
+
+ «Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
+ cominciò Bëatrice, «che tu dei
+ aver le luci tue chiare e acute;
+
+ e però, prima che tu più t’inlei,
+ rimira in giù, e vedi quanto mondo
+ sotto li piedi già esser ti fei;
+
+ sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
+ s’appresenti a la turba trïunfante
+ che lieta vien per questo etera tondo».
+
+ Col viso ritornai per tutte quante
+ le sette spere, e vidi questo globo
+ tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
+
+ e quel consiglio per migliore approbo
+ che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
+ chiamar si puote veramente probo.
+
+ Vidi la figlia di Latona incensa
+ sanza quell’ ombra che mi fu cagione
+ per che già la credetti rara e densa.
+
+ L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
+ quivi sostenni, e vidi com’ si move
+ circa e vicino a lui Maia e Dïone.
+
+ Quindi m’apparve il temperar di Giove
+ tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
+ il varïar che fanno di lor dove;
+
+ e tutti e sette mi si dimostraro
+ quanto son grandi e quanto son veloci
+ e come sono in distante riparo.
+
+ L’aiuola che ci fa tanto feroci,
+ volgendom’ io con li etterni Gemelli,
+ tutta m’apparve da’ colli a le foci;
+
+ poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIII
+
+
+ Come l’augello, intra l’amate fronde,
+ posato al nido de’ suoi dolci nati
+ la notte che le cose ci nasconde,
+
+ che, per veder li aspetti disïati
+ e per trovar lo cibo onde li pasca,
+ in che gravi labor li sono aggrati,
+
+ previene il tempo in su aperta frasca,
+ e con ardente affetto il sole aspetta,
+ fiso guardando pur che l’alba nasca;
+
+ così la donna mïa stava eretta
+ e attenta, rivolta inver’ la plaga
+ sotto la quale il sol mostra men fretta:
+
+ sì che, veggendola io sospesa e vaga,
+ fecimi qual è quei che disïando
+ altro vorria, e sperando s’appaga.
+
+ Ma poco fu tra uno e altro quando,
+ del mio attender, dico, e del vedere
+ lo ciel venir più e più rischiarando;
+
+ e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
+ del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
+ ricolto del girar di queste spere!».
+
+ Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
+ e li occhi avea di letizia sì pieni,
+ che passarmen convien sanza costrutto.
+
+ Quale ne’ plenilunïi sereni
+ Trivïa ride tra le ninfe etterne
+ che dipingon lo ciel per tutti i seni,
+
+ vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
+ un sol che tutte quante l’accendea,
+ come fa ’l nostro le viste superne;
+
+ e per la viva luce trasparea
+ la lucente sustanza tanto chiara
+ nel viso mio, che non la sostenea.
+
+ Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
+ Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
+ è virtù da cui nulla si ripara.
+
+ Quivi è la sapïenza e la possanza
+ ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
+ onde fu già sì lunga disïanza».
+
+ Come foco di nube si diserra
+ per dilatarsi sì che non vi cape,
+ e fuor di sua natura in giù s’atterra,
+
+ la mente mia così, tra quelle dape
+ fatta più grande, di sé stessa uscìo,
+ e che si fesse rimembrar non sape.
+
+ «Apri li occhi e riguarda qual son io;
+ tu hai vedute cose, che possente
+ se’ fatto a sostener lo riso mio».
+
+ Io era come quei che si risente
+ di visïone oblita e che s’ingegna
+ indarno di ridurlasi a la mente,
+
+ quand’ io udi’ questa proferta, degna
+ di tanto grato, che mai non si stingue
+ del libro che ’l preterito rassegna.
+
+ Se mo sonasser tutte quelle lingue
+ che Polimnïa con le suore fero
+ del latte lor dolcissimo più pingue,
+
+ per aiutarmi, al millesmo del vero
+ non si verria, cantando il santo riso
+ e quanto il santo aspetto facea mero;
+
+ e così, figurando il paradiso,
+ convien saltar lo sacrato poema,
+ come chi trova suo cammin riciso.
+
+ Ma chi pensasse il ponderoso tema
+ e l’omero mortal che se ne carca,
+ nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
+
+ non è pareggio da picciola barca
+ quel che fendendo va l’ardita prora,
+ né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
+
+ «Perché la faccia mia sì t’innamora,
+ che tu non ti rivolgi al bel giardino
+ che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
+
+ Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
+ carne si fece; quivi son li gigli
+ al cui odor si prese il buon cammino».
+
+ Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
+ tutto era pronto, ancora mi rendei
+ a la battaglia de’ debili cigli.
+
+ Come a raggio di sol, che puro mei
+ per fratta nube, già prato di fiori
+ vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
+
+ vid’ io così più turbe di splendori,
+ folgorate di sù da raggi ardenti,
+ sanza veder principio di folgóri.
+
+ O benigna vertù che sì li ’mprenti,
+ sù t’essaltasti, per largirmi loco
+ a li occhi lì che non t’eran possenti.
+
+ Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
+ e mane e sera, tutto mi ristrinse
+ l’animo ad avvisar lo maggior foco;
+
+ e come ambo le luci mi dipinse
+ il quale e il quanto de la viva stella
+ che là sù vince come qua giù vinse,
+
+ per entro il cielo scese una facella,
+ formata in cerchio a guisa di corona,
+ e cinsela e girossi intorno ad ella.
+
+ Qualunque melodia più dolce suona
+ qua giù e più a sé l’anima tira,
+ parrebbe nube che squarciata tona,
+
+ comparata al sonar di quella lira
+ onde si coronava il bel zaffiro
+ del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
+
+ «Io sono amore angelico, che giro
+ l’alta letizia che spira del ventre
+ che fu albergo del nostro disiro;
+
+ e girerommi, donna del ciel, mentre
+ che seguirai tuo figlio, e farai dia
+ più la spera suprema perché lì entre».
+
+ Così la circulata melodia
+ si sigillava, e tutti li altri lumi
+ facean sonare il nome di Maria.
+
+ Lo real manto di tutti i volumi
+ del mondo, che più ferve e più s’avviva
+ ne l’alito di Dio e nei costumi,
+
+ avea sopra di noi l’interna riva
+ tanto distante, che la sua parvenza,
+ là dov’ io era, ancor non appariva:
+
+ però non ebber li occhi miei potenza
+ di seguitar la coronata fiamma
+ che si levò appresso sua semenza.
+
+ E come fantolin che ’nver’ la mamma
+ tende le braccia, poi che ’l latte prese,
+ per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
+
+ ciascun di quei candori in sù si stese
+ con la sua cima, sì che l’alto affetto
+ ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
+
+ Indi rimaser lì nel mio cospetto,
+ ‘Regina celi’ cantando sì dolce,
+ che mai da me non si partì ’l diletto.
+
+ Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
+ in quelle arche ricchissime che fuoro
+ a seminar qua giù buone bobolce!
+
+ Quivi si vive e gode del tesoro
+ che s’acquistò piangendo ne lo essilio
+ di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
+
+ Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
+ di Dio e di Maria, di sua vittoria,
+ e con l’antico e col novo concilio,
+
+ colui che tien le chiavi di tal gloria.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIV
+
+
+ «O sodalizio eletto a la gran cena
+ del benedetto Agnello, il qual vi ciba
+ sì, che la vostra voglia è sempre piena,
+
+ se per grazia di Dio questi preliba
+ di quel che cade de la vostra mensa,
+ prima che morte tempo li prescriba,
+
+ ponete mente a l’affezione immensa
+ e roratelo alquanto: voi bevete
+ sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
+
+ Così Beatrice; e quelle anime liete
+ si fero spere sopra fissi poli,
+ fiammando, a volte, a guisa di comete.
+
+ E come cerchi in tempra d’orïuoli
+ si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
+ quïeto pare, e l’ultimo che voli;
+
+ così quelle carole, differente-
+ mente danzando, de la sua ricchezza
+ mi facieno stimar, veloci e lente.
+
+ Di quella ch’io notai di più carezza
+ vid’ ïo uscire un foco sì felice,
+ che nullo vi lasciò di più chiarezza;
+
+ e tre fïate intorno di Beatrice
+ si volse con un canto tanto divo,
+ che la mia fantasia nol mi ridice.
+
+ Però salta la penna e non lo scrivo:
+ ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
+ non che ’l parlare, è troppo color vivo.
+
+ «O santa suora mia che sì ne prieghe
+ divota, per lo tuo ardente affetto
+ da quella bella spera mi disleghe».
+
+ Poscia fermato, il foco benedetto
+ a la mia donna dirizzò lo spiro,
+ che favellò così com’ i’ ho detto.
+
+ Ed ella: «O luce etterna del gran viro
+ a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
+ ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
+
+ tenta costui di punti lievi e gravi,
+ come ti piace, intorno de la fede,
+ per la qual tu su per lo mare andavi.
+
+ S’elli ama bene e bene spera e crede,
+ non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
+ dov’ ogne cosa dipinta si vede;
+
+ ma perché questo regno ha fatto civi
+ per la verace fede, a glorïarla,
+ di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
+
+ Sì come il baccialier s’arma e non parla
+ fin che ’l maestro la question propone,
+ per approvarla, non per terminarla,
+
+ così m’armava io d’ogne ragione
+ mentre ch’ella dicea, per esser presto
+ a tal querente e a tal professione.
+
+ «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
+ fede che è?». Ond’ io levai la fronte
+ in quella luce onde spirava questo;
+
+ poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
+ sembianze femmi perch’ ïo spandessi
+ l’acqua di fuor del mio interno fonte.
+
+ «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
+ comincia’ io, «da l’alto primipilo,
+ faccia li miei concetti bene espressi».
+
+ E seguitai: «Come ’l verace stilo
+ ne scrisse, padre, del tuo caro frate
+ che mise teco Roma nel buon filo,
+
+ fede è sustanza di cose sperate
+ e argomento de le non parventi;
+ e questa pare a me sua quiditate».
+
+ Allora udi’: «Dirittamente senti,
+ se bene intendi perché la ripuose
+ tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
+
+ E io appresso: «Le profonde cose
+ che mi largiscon qui la lor parvenza,
+ a li occhi di là giù son sì ascose,
+
+ che l’esser loro v’è in sola credenza,
+ sopra la qual si fonda l’alta spene;
+ e però di sustanza prende intenza.
+
+ E da questa credenza ci convene
+ silogizzar, sanz’ avere altra vista:
+ però intenza d’argomento tene».
+
+ Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
+ giù per dottrina, fosse così ’nteso,
+ non lì avria loco ingegno di sofista».
+
+ Così spirò di quello amore acceso;
+ indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
+ d’esta moneta già la lega e ’l peso;
+
+ ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
+ Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
+ che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
+
+ Appresso uscì de la luce profonda
+ che lì splendeva: «Questa cara gioia
+ sopra la quale ogne virtù si fonda,
+
+ onde ti venne?». E io: «La larga ploia
+ de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
+ in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
+
+ è silogismo che la m’ha conchiusa
+ acutamente sì, che ’nverso d’ella
+ ogne dimostrazion mi pare ottusa».
+
+ Io udi’ poi: «L’antica e la novella
+ proposizion che così ti conchiude,
+ perché l’hai tu per divina favella?».
+
+ E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
+ son l’opere seguite, a che natura
+ non scalda ferro mai né batte incude».
+
+ Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
+ che quell’ opere fosser? Quel medesmo
+ che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
+
+ «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
+ diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
+ è tal, che li altri non sono il centesmo:
+
+ ché tu intrasti povero e digiuno
+ in campo, a seminar la buona pianta
+ che fu già vite e ora è fatta pruno».
+
+ Finito questo, l’alta corte santa
+ risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
+ ne la melode che là sù si canta.
+
+ E quel baron che sì di ramo in ramo,
+ essaminando, già tratto m’avea,
+ che a l’ultime fronde appressavamo,
+
+ ricominciò: «La Grazia, che donnea
+ con la tua mente, la bocca t’aperse
+ infino a qui come aprir si dovea,
+
+ sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
+ ma or convien espremer quel che credi,
+ e onde a la credenza tua s’offerse».
+
+ «O santo padre, e spirito che vedi
+ ciò che credesti sì, che tu vincesti
+ ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
+
+ comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
+ la forma qui del pronto creder mio,
+ e anche la cagion di lui chiedesti.
+
+ E io rispondo: Io credo in uno Dio
+ solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
+ non moto, con amore e con disio;
+
+ e a tal creder non ho io pur prove
+ fisice e metafisice, ma dalmi
+ anche la verità che quinci piove
+
+ per Moïsè, per profeti e per salmi,
+ per l’Evangelio e per voi che scriveste
+ poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
+
+ e credo in tre persone etterne, e queste
+ credo una essenza sì una e sì trina,
+ che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
+
+ De la profonda condizion divina
+ ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
+ più volte l’evangelica dottrina.
+
+ Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
+ che si dilata in fiamma poi vivace,
+ e come stella in cielo in me scintilla».
+
+ Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
+ da indi abbraccia il servo, gratulando
+ per la novella, tosto ch’el si tace;
+
+ così, benedicendomi cantando,
+ tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
+ l’appostolico lume al cui comando
+
+ io avea detto: sì nel dir li piacqui!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXV
+
+
+ Se mai continga che ’l poema sacro
+ al quale ha posto mano e cielo e terra,
+ sì che m’ha fatto per molti anni macro,
+
+ vinca la crudeltà che fuor mi serra
+ del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
+ nimico ai lupi che li danno guerra;
+
+ con altra voce omai, con altro vello
+ ritornerò poeta, e in sul fonte
+ del mio battesmo prenderò ’l cappello;
+
+ però che ne la fede, che fa conte
+ l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
+ Pietro per lei sì mi girò la fronte.
+
+ Indi si mosse un lume verso noi
+ di quella spera ond’ uscì la primizia
+ che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
+
+ e la mia donna, piena di letizia,
+ mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
+ per cui là giù si vicita Galizia».
+
+ Sì come quando il colombo si pone
+ presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
+ girando e mormorando, l’affezione;
+
+ così vid’ ïo l’un da l’altro grande
+ principe glorïoso essere accolto,
+ laudando il cibo che là sù li prande.
+
+ Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
+ tacito coram me ciascun s’affisse,
+ ignito sì che vincëa ’l mio volto.
+
+ Ridendo allora Bëatrice disse:
+ «Inclita vita per cui la larghezza
+ de la nostra basilica si scrisse,
+
+ fa risonar la spene in questa altezza:
+ tu sai, che tante fiate la figuri,
+ quante Iesù ai tre fé più carezza».
+
+ «Leva la testa e fa che t’assicuri:
+ che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
+ convien ch’ai nostri raggi si maturi».
+
+ Questo conforto del foco secondo
+ mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
+ che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
+
+ «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
+ lo nostro Imperadore, anzi la morte,
+ ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
+
+ sì che, veduto il ver di questa corte,
+ la spene, che là giù bene innamora,
+ in te e in altrui di ciò conforte,
+
+ di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora
+ la mente tua, e dì onde a te venne».
+ Così seguì ’l secondo lume ancora.
+
+ E quella pïa che guidò le penne
+ de le mie ali a così alto volo,
+ a la risposta così mi prevenne:
+
+ «La Chiesa militante alcun figliuolo
+ non ha con più speranza, com’ è scritto
+ nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
+
+ però li è conceduto che d’Egitto
+ vegna in Ierusalemme per vedere,
+ anzi che ’l militar li sia prescritto.
+
+ Li altri due punti, che non per sapere
+ son dimandati, ma perch’ ei rapporti
+ quanto questa virtù t’è in piacere,
+
+ a lui lasc’ io, ché non li saran forti
+ né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
+ e la grazia di Dio ciò li comporti».
+
+ Come discente ch’a dottor seconda
+ pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
+ perché la sua bontà si disasconda,
+
+ «Spene», diss’ io, «è uno attender certo
+ de la gloria futura, il qual produce
+ grazia divina e precedente merto.
+
+ Da molte stelle mi vien questa luce;
+ ma quei la distillò nel mio cor pria
+ che fu sommo cantor del sommo duce.
+
+ ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
+ dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
+ e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
+
+ Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
+ ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
+ e in altrui vostra pioggia repluo».
+
+ Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
+ di quello incendio tremolava un lampo
+ sùbito e spesso a guisa di baleno.
+
+ Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo
+ ancor ver’ la virtù che mi seguette
+ infin la palma e a l’uscir del campo,
+
+ vuol ch’io respiri a te che ti dilette
+ di lei; ed emmi a grato che tu diche
+ quello che la speranza ti ’mpromette».
+
+ E io: «Le nove e le scritture antiche
+ pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
+ de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
+
+ Dice Isaia che ciascuna vestita
+ ne la sua terra fia di doppia vesta:
+ e la sua terra è questa dolce vita;
+
+ e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
+ là dove tratta de le bianche stole,
+ questa revelazion ci manifesta».
+
+ E prima, appresso al fin d’este parole,
+ ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
+ a che rispuoser tutte le carole.
+
+ Poscia tra esse un lume si schiarì
+ sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
+ l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
+
+ E come surge e va ed entra in ballo
+ vergine lieta, sol per fare onore
+ a la novizia, non per alcun fallo,
+
+ così vid’ io lo schiarato splendore
+ venire a’ due che si volgieno a nota
+ qual conveniesi al loro ardente amore.
+
+ Misesi lì nel canto e ne la rota;
+ e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
+ pur come sposa tacita e immota.
+
+ «Questi è colui che giacque sopra ’l petto
+ del nostro pellicano, e questi fue
+ di su la croce al grande officio eletto».
+
+ La donna mia così; né però piùe
+ mosser la vista sua di stare attenta
+ poscia che prima le parole sue.
+
+ Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
+ di vedere eclissar lo sole un poco,
+ che, per veder, non vedente diventa;
+
+ tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
+ mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
+ per veder cosa che qui non ha loco?
+
+ In terra è terra il mio corpo, e saragli
+ tanto con li altri, che ’l numero nostro
+ con l’etterno proposito s’agguagli.
+
+ Con le due stole nel beato chiostro
+ son le due luci sole che saliro;
+ e questo apporterai nel mondo vostro».
+
+ A questa voce l’infiammato giro
+ si quïetò con esso il dolce mischio
+ che si facea nel suon del trino spiro,
+
+ sì come, per cessar fatica o rischio,
+ li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
+ tutti si posano al sonar d’un fischio.
+
+ Ahi quanto ne la mente mi commossi,
+ quando mi volsi per veder Beatrice,
+ per non poter veder, benché io fossi
+
+ presso di lei, e nel mondo felice!
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVI
+
+
+ Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
+ de la fulgida fiamma che lo spense
+ uscì un spiro che mi fece attento,
+
+ dicendo: «Intanto che tu ti risense
+ de la vista che haï in me consunta,
+ ben è che ragionando la compense.
+
+ Comincia dunque; e dì ove s’appunta
+ l’anima tua, e fa ragion che sia
+ la vista in te smarrita e non defunta:
+
+ perché la donna che per questa dia
+ regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
+ la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
+
+ Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
+ vegna remedio a li occhi, che fuor porte
+ quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
+
+ Lo ben che fa contenta questa corte,
+ Alfa e O è di quanta scrittura
+ mi legge Amore o lievemente o forte».
+
+ Quella medesma voce che paura
+ tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
+ di ragionare ancor mi mise in cura;
+
+ e disse: «Certo a più angusto vaglio
+ ti conviene schiarar: dicer convienti
+ chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
+
+ E io: «Per filosofici argomenti
+ e per autorità che quinci scende
+ cotale amor convien che in me si ’mprenti:
+
+ ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
+ così accende amore, e tanto maggio
+ quanto più di bontate in sé comprende.
+
+ Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
+ che ciascun ben che fuor di lei si trova
+ altro non è ch’un lume di suo raggio,
+
+ più che in altra convien che si mova
+ la mente, amando, di ciascun che cerne
+ il vero in che si fonda questa prova.
+
+ Tal vero a l’intelletto mïo sterne
+ colui che mi dimostra il primo amore
+ di tutte le sustanze sempiterne.
+
+ Sternel la voce del verace autore,
+ che dice a Moïsè, di sé parlando:
+ ‘Io ti farò vedere ogne valore’.
+
+ Sternilmi tu ancora, incominciando
+ l’alto preconio che grida l’arcano
+ di qui là giù sovra ogne altro bando».
+
+ E io udi’: «Per intelletto umano
+ e per autoritadi a lui concorde
+ d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
+
+ Ma dì ancor se tu senti altre corde
+ tirarti verso lui, sì che tu suone
+ con quanti denti questo amor ti morde».
+
+ Non fu latente la santa intenzione
+ de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
+ dove volea menar mia professione.
+
+ Però ricominciai: «Tutti quei morsi
+ che posson far lo cor volgere a Dio,
+ a la mia caritate son concorsi:
+
+ ché l’essere del mondo e l’esser mio,
+ la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
+ e quel che spera ogne fedel com’ io,
+
+ con la predetta conoscenza viva,
+ tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
+ e del diritto m’han posto a la riva.
+
+ Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
+ de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
+ quanto da lui a lor di bene è porto».
+
+ Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
+ risonò per lo cielo, e la mia donna
+ dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
+
+ E come a lume acuto si disonna
+ per lo spirto visivo che ricorre
+ a lo splendor che va di gonna in gonna,
+
+ e lo svegliato ciò che vede aborre,
+ sì nescïa è la sùbita vigilia
+ fin che la stimativa non soccorre;
+
+ così de li occhi miei ogne quisquilia
+ fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
+ che rifulgea da più di mille milia:
+
+ onde mei che dinanzi vidi poi;
+ e quasi stupefatto domandai
+ d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
+
+ E la mia donna: «Dentro da quei rai
+ vagheggia il suo fattor l’anima prima
+ che la prima virtù creasse mai».
+
+ Come la fronda che flette la cima
+ nel transito del vento, e poi si leva
+ per la propria virtù che la soblima,
+
+ fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
+ stupendo, e poi mi rifece sicuro
+ un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
+
+ E cominciai: «O pomo che maturo
+ solo prodotto fosti, o padre antico
+ a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
+
+ divoto quanto posso a te supplìco
+ perché mi parli: tu vedi mia voglia,
+ e per udirti tosto non la dico».
+
+ Talvolta un animal coverto broglia,
+ sì che l’affetto convien che si paia
+ per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
+
+ e similmente l’anima primaia
+ mi facea trasparer per la coverta
+ quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
+
+ Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
+ da te, la voglia tua discerno meglio
+ che tu qualunque cosa t’è più certa;
+
+ perch’ io la veggio nel verace speglio
+ che fa di sé pareglio a l’altre cose,
+ e nulla face lui di sé pareglio.
+
+ Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
+ ne l’eccelso giardino, ove costei
+ a così lunga scala ti dispuose,
+
+ e quanto fu diletto a li occhi miei,
+ e la propria cagion del gran disdegno,
+ e l’idïoma ch’usai e che fei.
+
+ Or, figluol mio, non il gustar del legno
+ fu per sé la cagion di tanto essilio,
+ ma solamente il trapassar del segno.
+
+ Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
+ quattromilia trecento e due volumi
+ di sol desiderai questo concilio;
+
+ e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
+ de la sua strada novecento trenta
+ fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
+
+ La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
+ innanzi che a l’ovra inconsummabile
+ fosse la gente di Nembròt attenta:
+
+ ché nullo effetto mai razïonabile,
+ per lo piacere uman che rinovella
+ seguendo il cielo, sempre fu durabile.
+
+ Opera naturale è ch’uom favella;
+ ma così o così, natura lascia
+ poi fare a voi secondo che v’abbella.
+
+ Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
+ I s’appellava in terra il sommo bene
+ onde vien la letizia che mi fascia;
+
+ e El si chiamò poi: e ciò convene,
+ ché l’uso d’i mortali è come fronda
+ in ramo, che sen va e altra vene.
+
+ Nel monte che si leva più da l’onda,
+ fu’ io, con vita pura e disonesta,
+ da la prim’ ora a quella che seconda,
+
+ come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVII
+
+
+ ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
+ cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
+ sì che m’inebrïava il dolce canto.
+
+ Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
+ de l’universo; per che mia ebbrezza
+ intrava per l’udire e per lo viso.
+
+ Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
+ oh vita intègra d’amore e di pace!
+ oh sanza brama sicura ricchezza!
+
+ Dinanzi a li occhi miei le quattro face
+ stavano accese, e quella che pria venne
+ incominciò a farsi più vivace,
+
+ e tal ne la sembianza sua divenne,
+ qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
+ fossero augelli e cambiassersi penne.
+
+ La provedenza, che quivi comparte
+ vice e officio, nel beato coro
+ silenzio posto avea da ogne parte,
+
+ quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,
+ non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
+ vedrai trascolorar tutti costoro.
+
+ Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
+ il luogo mio, il luogo mio, che vaca
+ ne la presenza del Figliuol di Dio,
+
+ fatt’ ha del cimitero mio cloaca
+ del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
+ che cadde di qua sù, là giù si placa».
+
+ Di quel color che per lo sole avverso
+ nube dipigne da sera e da mane,
+ vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
+
+ E come donna onesta che permane
+ di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
+ pur ascoltando, timida si fane,
+
+ così Beatrice trasmutò sembianza;
+ e tale eclissi credo che ’n ciel fue
+ quando patì la supprema possanza.
+
+ Poi procedetter le parole sue
+ con voce tanto da sé trasmutata,
+ che la sembianza non si mutò piùe:
+
+ «Non fu la sposa di Cristo allevata
+ del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
+ per essere ad acquisto d’oro usata;
+
+ ma per acquisto d’esto viver lieto
+ e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
+ sparser lo sangue dopo molto fleto.
+
+ Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
+ d’i nostri successor parte sedesse,
+ parte da l’altra del popol cristiano;
+
+ né che le chiavi che mi fuor concesse,
+ divenisser signaculo in vessillo
+ che contra battezzati combattesse;
+
+ né ch’io fossi figura di sigillo
+ a privilegi venduti e mendaci,
+ ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
+
+ In vesta di pastor lupi rapaci
+ si veggion di qua sù per tutti i paschi:
+ o difesa di Dio, perché pur giaci?
+
+ Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
+ s’apparecchian di bere: o buon principio,
+ a che vil fine convien che tu caschi!
+
+ Ma l’alta provedenza, che con Scipio
+ difese a Roma la gloria del mondo,
+ soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
+
+ e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
+ ancor giù tornerai, apri la bocca,
+ e non asconder quel ch’io non ascondo».
+
+ Sì come di vapor gelati fiocca
+ in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
+ de la capra del ciel col sol si tocca,
+
+ in sù vid’ io così l’etera addorno
+ farsi e fioccar di vapor trïunfanti
+ che fatto avien con noi quivi soggiorno.
+
+ Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
+ e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
+ li tolse il trapassar del più avanti.
+
+ Onde la donna, che mi vide assolto
+ de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
+ il viso e guarda come tu se’ vòlto».
+
+ Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
+ i’ vidi mosso me per tutto l’arco
+ che fa dal mezzo al fine il primo clima;
+
+ sì ch’io vedea di là da Gade il varco
+ folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
+ nel qual si fece Europa dolce carco.
+
+ E più mi fora discoverto il sito
+ di questa aiuola; ma ’l sol procedea
+ sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
+
+ La mente innamorata, che donnea
+ con la mia donna sempre, di ridure
+ ad essa li occhi più che mai ardea;
+
+ e se natura o arte fé pasture
+ da pigliare occhi, per aver la mente,
+ in carne umana o ne le sue pitture,
+
+ tutte adunate, parrebber nïente
+ ver’ lo piacer divin che mi refulse,
+ quando mi volsi al suo viso ridente.
+
+ E la virtù che lo sguardo m’indulse,
+ del bel nido di Leda mi divelse,
+ e nel ciel velocissimo m’impulse.
+
+ Le parti sue vivissime ed eccelse
+ sì uniforme son, ch’i’ non so dire
+ qual Bëatrice per loco mi scelse.
+
+ Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
+ incominciò, ridendo tanto lieta,
+ che Dio parea nel suo volto gioire:
+
+ «La natura del mondo, che quïeta
+ il mezzo e tutto l’altro intorno move,
+ quinci comincia come da sua meta;
+
+ e questo cielo non ha altro dove
+ che la mente divina, in che s’accende
+ l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
+
+ Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
+ sì come questo li altri; e quel precinto
+ colui che ’l cinge solamente intende.
+
+ Non è suo moto per altro distinto,
+ ma li altri son mensurati da questo,
+ sì come diece da mezzo e da quinto;
+
+ e come il tempo tegna in cotal testo
+ le sue radici e ne li altri le fronde,
+ omai a te può esser manifesto.
+
+ Oh cupidigia che i mortali affonde
+ sì sotto te, che nessuno ha podere
+ di trarre li occhi fuor de le tue onde!
+
+ Ben fiorisce ne li uomini il volere;
+ ma la pioggia continüa converte
+ in bozzacchioni le sosine vere.
+
+ Fede e innocenza son reperte
+ solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
+ pria fugge che le guance sian coperte.
+
+ Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
+ che poi divora, con la lingua sciolta,
+ qualunque cibo per qualunque luna;
+
+ e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
+ la madre sua, che, con loquela intera,
+ disïa poi di vederla sepolta.
+
+ Così si fa la pelle bianca nera
+ nel primo aspetto de la bella figlia
+ di quel ch’apporta mane e lascia sera.
+
+ Tu, perché non ti facci maraviglia,
+ pensa che ’n terra non è chi governi;
+ onde sì svïa l’umana famiglia.
+
+ Ma prima che gennaio tutto si sverni
+ per la centesma ch’è là giù negletta,
+ raggeran sì questi cerchi superni,
+
+ che la fortuna che tanto s’aspetta,
+ le poppe volgerà u’ son le prore,
+ sì che la classe correrà diretta;
+
+ e vero frutto verrà dopo ’l fiore».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXVIII
+
+
+ Poscia che ’ncontro a la vita presente
+ d’i miseri mortali aperse ’l vero
+ quella che ’mparadisa la mia mente,
+
+ come in lo specchio fiamma di doppiero
+ vede colui che se n’alluma retro,
+ prima che l’abbia in vista o in pensiero,
+
+ e sé rivolge per veder se ’l vetro
+ li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
+ con esso come nota con suo metro;
+
+ così la mia memoria si ricorda
+ ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
+ onde a pigliarmi fece Amor la corda.
+
+ E com’ io mi rivolsi e furon tocchi
+ li miei da ciò che pare in quel volume,
+ quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
+
+ un punto vidi che raggiava lume
+ acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
+ chiuder conviensi per lo forte acume;
+
+ e quale stella par quinci più poca,
+ parrebbe luna, locata con esso
+ come stella con stella si collòca.
+
+ Forse cotanto quanto pare appresso
+ alo cigner la luce che ’l dipigne
+ quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
+
+ distante intorno al punto un cerchio d’igne
+ si girava sì ratto, ch’avria vinto
+ quel moto che più tosto il mondo cigne;
+
+ e questo era d’un altro circumcinto,
+ e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
+ dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
+
+ Sopra seguiva il settimo sì sparto
+ già di larghezza, che ’l messo di Iuno
+ intero a contenerlo sarebbe arto.
+
+ Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno
+ più tardo si movea, secondo ch’era
+ in numero distante più da l’uno;
+
+ e quello avea la fiamma più sincera
+ cui men distava la favilla pura,
+ credo, però che più di lei s’invera.
+
+ La donna mia, che mi vedëa in cura
+ forte sospeso, disse: «Da quel punto
+ depende il cielo e tutta la natura.
+
+ Mira quel cerchio che più li è congiunto;
+ e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
+ per l’affocato amore ond’ elli è punto».
+
+ E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto
+ con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
+ sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
+
+ ma nel mondo sensibile si puote
+ veder le volte tanto più divine,
+ quant’ elle son dal centro più remote.
+
+ Onde, se ’l mio disir dee aver fine
+ in questo miro e angelico templo
+ che solo amore e luce ha per confine,
+
+ udir convienmi ancor come l’essemplo
+ e l’essemplare non vanno d’un modo,
+ ché io per me indarno a ciò contemplo».
+
+ «Se li tuoi diti non sono a tal nodo
+ sufficïenti, non è maraviglia:
+ tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
+
+ Così la donna mia; poi disse: «Piglia
+ quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
+ e intorno da esso t’assottiglia.
+
+ Li cerchi corporai sono ampi e arti
+ secondo il più e ’l men de la virtute
+ che si distende per tutte lor parti.
+
+ Maggior bontà vuol far maggior salute;
+ maggior salute maggior corpo cape,
+ s’elli ha le parti igualmente compiute.
+
+ Dunque costui che tutto quanto rape
+ l’altro universo seco, corrisponde
+ al cerchio che più ama e che più sape:
+
+ per che, se tu a la virtù circonde
+ la tua misura, non a la parvenza
+ de le sustanze che t’appaion tonde,
+
+ tu vederai mirabil consequenza
+ di maggio a più e di minore a meno,
+ in ciascun cielo, a süa intelligenza».
+
+ Come rimane splendido e sereno
+ l’emisperio de l’aere, quando soffia
+ Borea da quella guancia ond’ è più leno,
+
+ per che si purga e risolve la roffia
+ che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
+ con le bellezze d’ogne sua paroffia;
+
+ così fec’ïo, poi che mi provide
+ la donna mia del suo risponder chiaro,
+ e come stella in cielo il ver si vide.
+
+ E poi che le parole sue restaro,
+ non altrimenti ferro disfavilla
+ che bolle, come i cerchi sfavillaro.
+
+ L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
+ ed eran tante, che ’l numero loro
+ più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
+
+ Io sentiva osannar di coro in coro
+ al punto fisso che li tiene a li ubi,
+ e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
+
+ E quella che vedëa i pensier dubi
+ ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
+ t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
+
+ Così veloci seguono i suoi vimi,
+ per somigliarsi al punto quanto ponno;
+ e posson quanto a veder son soblimi.
+
+ Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
+ si chiaman Troni del divino aspetto,
+ per che ’l primo ternaro terminonno;
+
+ e dei saper che tutti hanno diletto
+ quanto la sua veduta si profonda
+ nel vero in che si queta ogne intelletto.
+
+ Quinci si può veder come si fonda
+ l’esser beato ne l’atto che vede,
+ non in quel ch’ama, che poscia seconda;
+
+ e del vedere è misura mercede,
+ che grazia partorisce e buona voglia:
+ così di grado in grado si procede.
+
+ L’altro ternaro, che così germoglia
+ in questa primavera sempiterna
+ che notturno Arïete non dispoglia,
+
+ perpetüalemente ‘Osanna’ sberna
+ con tre melode, che suonano in tree
+ ordini di letizia onde s’interna.
+
+ In essa gerarcia son l’altre dee:
+ prima Dominazioni, e poi Virtudi;
+ l’ordine terzo di Podestadi èe.
+
+ Poscia ne’ due penultimi tripudi
+ Principati e Arcangeli si girano;
+ l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
+
+ Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
+ e di giù vincon sì, che verso Dio
+ tutti tirati sono e tutti tirano.
+
+ E Dïonisio con tanto disio
+ a contemplar questi ordini si mise,
+ che li nomò e distinse com’ io.
+
+ Ma Gregorio da lui poi si divise;
+ onde, sì tosto come li occhi aperse
+ in questo ciel, di sé medesmo rise.
+
+ E se tanto secreto ver proferse
+ mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
+ ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
+
+ con altro assai del ver di questi giri».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXIX
+
+
+ Quando ambedue li figli di Latona,
+ coperti del Montone e de la Libra,
+ fanno de l’orizzonte insieme zona,
+
+ quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
+ infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
+ cambiando l’emisperio, si dilibra,
+
+ tanto, col volto di riso dipinto,
+ si tacque Bëatrice, riguardando
+ fiso nel punto che m’avëa vinto.
+
+ Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
+ quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
+ là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
+
+ Non per aver a sé di bene acquisto,
+ ch’esser non può, ma perché suo splendore
+ potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
+
+ in sua etternità di tempo fore,
+ fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
+ s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
+
+ Né prima quasi torpente si giacque;
+ ché né prima né poscia procedette
+ lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
+
+ Forma e materia, congiunte e purette,
+ usciro ad esser che non avia fallo,
+ come d’arco tricordo tre saette.
+
+ E come in vetro, in ambra o in cristallo
+ raggio resplende sì, che dal venire
+ a l’esser tutto non è intervallo,
+
+ così ’l triforme effetto del suo sire
+ ne l’esser suo raggiò insieme tutto
+ sanza distinzïone in essordire.
+
+ Concreato fu ordine e costrutto
+ a le sustanze; e quelle furon cima
+ nel mondo in che puro atto fu produtto;
+
+ pura potenza tenne la parte ima;
+ nel mezzo strinse potenza con atto
+ tal vime, che già mai non si divima.
+
+ Ieronimo vi scrisse lungo tratto
+ di secoli de li angeli creati
+ anzi che l’altro mondo fosse fatto;
+
+ ma questo vero è scritto in molti lati
+ da li scrittor de lo Spirito Santo,
+ e tu te n’avvedrai se bene agguati;
+
+ e anche la ragione il vede alquanto,
+ che non concederebbe che ’ motori
+ sanza sua perfezion fosser cotanto.
+
+ Or sai tu dove e quando questi amori
+ furon creati e come: sì che spenti
+ nel tuo disïo già son tre ardori.
+
+ Né giugneriesi, numerando, al venti
+ sì tosto, come de li angeli parte
+ turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
+
+ L’altra rimase, e cominciò quest’ arte
+ che tu discerni, con tanto diletto,
+ che mai da circüir non si diparte.
+
+ Principio del cader fu il maladetto
+ superbir di colui che tu vedesti
+ da tutti i pesi del mondo costretto.
+
+ Quelli che vedi qui furon modesti
+ a riconoscer sé da la bontate
+ che li avea fatti a tanto intender presti:
+
+ per che le viste lor furo essaltate
+ con grazia illuminante e con lor merto,
+ si c’hanno ferma e piena volontate;
+
+ e non voglio che dubbi, ma sia certo,
+ che ricever la grazia è meritorio
+ secondo che l’affetto l’è aperto.
+
+ Omai dintorno a questo consistorio
+ puoi contemplare assai, se le parole
+ mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
+
+ Ma perché ’n terra per le vostre scole
+ si legge che l’angelica natura
+ è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
+
+ ancor dirò, perché tu veggi pura
+ la verità che là giù si confonde,
+ equivocando in sì fatta lettura.
+
+ Queste sustanze, poi che fur gioconde
+ de la faccia di Dio, non volser viso
+ da essa, da cui nulla si nasconde:
+
+ però non hanno vedere interciso
+ da novo obietto, e però non bisogna
+ rememorar per concetto diviso;
+
+ sì che là giù, non dormendo, si sogna,
+ credendo e non credendo dicer vero;
+ ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
+
+ Voi non andate giù per un sentiero
+ filosofando: tanto vi trasporta
+ l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
+
+ E ancor questo qua sù si comporta
+ con men disdegno che quando è posposta
+ la divina Scrittura o quando è torta.
+
+ Non vi si pensa quanto sangue costa
+ seminarla nel mondo e quanto piace
+ chi umilmente con essa s’accosta.
+
+ Per apparer ciascun s’ingegna e face
+ sue invenzioni; e quelle son trascorse
+ da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
+
+ Un dice che la luna si ritorse
+ ne la passion di Cristo e s’interpuose,
+ per che ’l lume del sol giù non si porse;
+
+ e mente, ché la luce si nascose
+ da sé: però a li Spani e a l’Indi
+ come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
+
+ Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
+ quante sì fatte favole per anno
+ in pergamo si gridan quinci e quindi:
+
+ sì che le pecorelle, che non sanno,
+ tornan del pasco pasciute di vento,
+ e non le scusa non veder lo danno.
+
+ Non disse Cristo al suo primo convento:
+ ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
+ ma diede lor verace fondamento;
+
+ e quel tanto sonò ne le sue guance,
+ sì ch’a pugnar per accender la fede
+ de l’Evangelio fero scudo e lance.
+
+ Ora si va con motti e con iscede
+ a predicare, e pur che ben si rida,
+ gonfia il cappuccio e più non si richiede.
+
+ Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
+ che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
+ la perdonanza di ch’el si confida:
+
+ per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
+ che, sanza prova d’alcun testimonio,
+ ad ogne promession si correrebbe.
+
+ Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
+ e altri assai che sono ancor più porci,
+ pagando di moneta sanza conio.
+
+ Ma perché siam digressi assai, ritorci
+ li occhi oramai verso la dritta strada,
+ sì che la via col tempo si raccorci.
+
+ Questa natura sì oltre s’ingrada
+ in numero, che mai non fu loquela
+ né concetto mortal che tanto vada;
+
+ e se tu guardi quel che si revela
+ per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
+ determinato numero si cela.
+
+ La prima luce, che tutta la raia,
+ per tanti modi in essa si recepe,
+ quanti son li splendori a chi s’appaia.
+
+ Onde, però che a l’atto che concepe
+ segue l’affetto, d’amar la dolcezza
+ diversamente in essa ferve e tepe.
+
+ Vedi l’eccelso omai e la larghezza
+ de l’etterno valor, poscia che tanti
+ speculi fatti s’ha in che si spezza,
+
+ uno manendo in sé come davanti».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXX
+
+
+ Forse semilia miglia di lontano
+ ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
+ china già l’ombra quasi al letto piano,
+
+ quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
+ comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
+ perde il parere infino a questo fondo;
+
+ e come vien la chiarissima ancella
+ del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
+ di vista in vista infino a la più bella.
+
+ Non altrimenti il trïunfo che lude
+ sempre dintorno al punto che mi vinse,
+ parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
+
+ a poco a poco al mio veder si stinse:
+ per che tornar con li occhi a Bëatrice
+ nulla vedere e amor mi costrinse.
+
+ Se quanto infino a qui di lei si dice
+ fosse conchiuso tutto in una loda,
+ poca sarebbe a fornir questa vice.
+
+ La bellezza ch’io vidi si trasmoda
+ non pur di là da noi, ma certo io credo
+ che solo il suo fattor tutta la goda.
+
+ Da questo passo vinto mi concedo
+ più che già mai da punto di suo tema
+ soprato fosse comico o tragedo:
+
+ ché, come sole in viso che più trema,
+ così lo rimembrar del dolce riso
+ la mente mia da me medesmo scema.
+
+ Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
+ in questa vita, infino a questa vista,
+ non m’è il seguire al mio cantar preciso;
+
+ ma or convien che mio seguir desista
+ più dietro a sua bellezza, poetando,
+ come a l’ultimo suo ciascuno artista.
+
+ Cotal qual io lascio a maggior bando
+ che quel de la mia tuba, che deduce
+ l’ardüa sua matera terminando,
+
+ con atto e voce di spedito duce
+ ricominciò: «Noi siamo usciti fore
+ del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
+
+ luce intellettüal, piena d’amore;
+ amor di vero ben, pien di letizia;
+ letizia che trascende ogne dolzore.
+
+ Qui vederai l’una e l’altra milizia
+ di paradiso, e l’una in quelli aspetti
+ che tu vedrai a l’ultima giustizia».
+
+ Come sùbito lampo che discetti
+ li spiriti visivi, sì che priva
+ da l’atto l’occhio di più forti obietti,
+
+ così mi circunfulse luce viva,
+ e lasciommi fasciato di tal velo
+ del suo fulgor, che nulla m’appariva.
+
+ «Sempre l’amor che queta questo cielo
+ accoglie in sé con sì fatta salute,
+ per far disposto a sua fiamma il candelo».
+
+ Non fur più tosto dentro a me venute
+ queste parole brievi, ch’io compresi
+ me sormontar di sopr’ a mia virtute;
+
+ e di novella vista mi raccesi
+ tale, che nulla luce è tanto mera,
+ che li occhi miei non si fosser difesi;
+
+ e vidi lume in forma di rivera
+ fulvido di fulgore, intra due rive
+ dipinte di mirabil primavera.
+
+ Di tal fiumana uscian faville vive,
+ e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
+ quasi rubin che oro circunscrive;
+
+ poi, come inebrïate da li odori,
+ riprofondavan sé nel miro gurge,
+ e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
+
+ «L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
+ d’aver notizia di ciò che tu vei,
+ tanto mi piace più quanto più turge;
+
+ ma di quest’ acqua convien che tu bei
+ prima che tanta sete in te si sazi»:
+ così mi disse il sol de li occhi miei.
+
+ Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
+ ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
+ son di lor vero umbriferi prefazi.
+
+ Non che da sé sian queste cose acerbe;
+ ma è difetto da la parte tua,
+ che non hai viste ancor tanto superbe».
+
+ Non è fantin che sì sùbito rua
+ col volto verso il latte, se si svegli
+ molto tardato da l’usanza sua,
+
+ come fec’ io, per far migliori spegli
+ ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
+ che si deriva perché vi s’immegli;
+
+ e sì come di lei bevve la gronda
+ de le palpebre mie, così mi parve
+ di sua lunghezza divenuta tonda.
+
+ Poi, come gente stata sotto larve,
+ che pare altro che prima, se si sveste
+ la sembianza non süa in che disparve,
+
+ così mi si cambiaro in maggior feste
+ li fiori e le faville, sì ch’io vidi
+ ambo le corti del ciel manifeste.
+
+ O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
+ l’alto trïunfo del regno verace,
+ dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
+
+ Lume è là sù che visibile face
+ lo creatore a quella creatura
+ che solo in lui vedere ha la sua pace.
+
+ E’ si distende in circular figura,
+ in tanto che la sua circunferenza
+ sarebbe al sol troppo larga cintura.
+
+ Fassi di raggio tutta sua parvenza
+ reflesso al sommo del mobile primo,
+ che prende quindi vivere e potenza.
+
+ E come clivo in acqua di suo imo
+ si specchia, quasi per vedersi addorno,
+ quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
+
+ sì, soprastando al lume intorno intorno,
+ vidi specchiarsi in più di mille soglie
+ quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
+
+ E se l’infimo grado in sé raccoglie
+ sì grande lume, quanta è la larghezza
+ di questa rosa ne l’estreme foglie!
+
+ La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
+ non si smarriva, ma tutto prendeva
+ il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
+
+ Presso e lontano, lì, né pon né leva:
+ ché dove Dio sanza mezzo governa,
+ la legge natural nulla rileva.
+
+ Nel giallo de la rosa sempiterna,
+ che si digrada e dilata e redole
+ odor di lode al sol che sempre verna,
+
+ qual è colui che tace e dicer vole,
+ mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
+ quanto è ’l convento de le bianche stole!
+
+ Vedi nostra città quant’ ella gira;
+ vedi li nostri scanni sì ripieni,
+ che poca gente più ci si disira.
+
+ E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
+ per la corona che già v’è sù posta,
+ prima che tu a queste nozze ceni,
+
+ sederà l’alma, che fia giù agosta,
+ de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
+ verrà in prima ch’ella sia disposta.
+
+ La cieca cupidigia che v’ammalia
+ simili fatti v’ha al fantolino
+ che muor per fame e caccia via la balia.
+
+ E fia prefetto nel foro divino
+ allora tal, che palese e coverto
+ non anderà con lui per un cammino.
+
+ Ma poco poi sarà da Dio sofferto
+ nel santo officio; ch’el sarà detruso
+ là dove Simon mago è per suo merto,
+
+ e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXI
+
+
+ In forma dunque di candida rosa
+ mi si mostrava la milizia santa
+ che nel suo sangue Cristo fece sposa;
+
+ ma l’altra, che volando vede e canta
+ la gloria di colui che la ’nnamora
+ e la bontà che la fece cotanta,
+
+ sì come schiera d’ape che s’infiora
+ una fïata e una si ritorna
+ là dove suo laboro s’insapora,
+
+ nel gran fior discendeva che s’addorna
+ di tante foglie, e quindi risaliva
+ là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
+
+ Le facce tutte avean di fiamma viva
+ e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
+ che nulla neve a quel termine arriva.
+
+ Quando scendean nel fior, di banco in banco
+ porgevan de la pace e de l’ardore
+ ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
+
+ Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore
+ di tanta moltitudine volante
+ impediva la vista e lo splendore:
+
+ ché la luce divina è penetrante
+ per l’universo secondo ch’è degno,
+ sì che nulla le puote essere ostante.
+
+ Questo sicuro e gaudïoso regno,
+ frequente in gente antica e in novella,
+ viso e amore avea tutto ad un segno.
+
+ O trina luce che ’n unica stella
+ scintillando a lor vista, sì li appaga!
+ guarda qua giuso a la nostra procella!
+
+ Se i barbari, venendo da tal plaga
+ che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
+ rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
+
+ veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
+ stupefaciensi, quando Laterano
+ a le cose mortali andò di sopra;
+
+ ïo, che al divino da l’umano,
+ a l’etterno dal tempo era venuto,
+ e di Fiorenza in popol giusto e sano,
+
+ di che stupor dovea esser compiuto!
+ Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
+ libito non udire e starmi muto.
+
+ E quasi peregrin che si ricrea
+ nel tempio del suo voto riguardando,
+ e spera già ridir com’ ello stea,
+
+ su per la viva luce passeggiando,
+ menava ïo li occhi per li gradi,
+ mo sù, mo giù e mo recirculando.
+
+ Vedëa visi a carità süadi,
+ d’altrui lume fregiati e di suo riso,
+ e atti ornati di tutte onestadi.
+
+ La forma general di paradiso
+ già tutta mïo sguardo avea compresa,
+ in nulla parte ancor fermato fiso;
+
+ e volgeami con voglia rïaccesa
+ per domandar la mia donna di cose
+ di che la mente mia era sospesa.
+
+ Uno intendëa, e altro mi rispuose:
+ credea veder Beatrice e vidi un sene
+ vestito con le genti glorïose.
+
+ Diffuso era per li occhi e per le gene
+ di benigna letizia, in atto pio
+ quale a tenero padre si convene.
+
+ E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.
+ Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
+ mosse Beatrice me del loco mio;
+
+ e se riguardi sù nel terzo giro
+ dal sommo grado, tu la rivedrai
+ nel trono che suoi merti le sortiro».
+
+ Sanza risponder, li occhi sù levai,
+ e vidi lei che si facea corona
+ reflettendo da sé li etterni rai.
+
+ Da quella regïon che più sù tona
+ occhio mortale alcun tanto non dista,
+ qualunque in mare più giù s’abbandona,
+
+ quanto lì da Beatrice la mia vista;
+ ma nulla mi facea, ché süa effige
+ non discendëa a me per mezzo mista.
+
+ «O donna in cui la mia speranza vige,
+ e che soffristi per la mia salute
+ in inferno lasciar le tue vestige,
+
+ di tante cose quant’ i’ ho vedute,
+ dal tuo podere e da la tua bontate
+ riconosco la grazia e la virtute.
+
+ Tu m’hai di servo tratto a libertate
+ per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
+ che di ciò fare avei la potestate.
+
+ La tua magnificenza in me custodi,
+ sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
+ piacente a te dal corpo si disnodi».
+
+ Così orai; e quella, sì lontana
+ come parea, sorrise e riguardommi;
+ poi si tornò a l’etterna fontana.
+
+ E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi
+ perfettamente», disse, «il tuo cammino,
+ a che priego e amor santo mandommi,
+
+ vola con li occhi per questo giardino;
+ ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
+ più al montar per lo raggio divino.
+
+ E la regina del cielo, ond’ ïo ardo
+ tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
+ però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
+
+ Qual è colui che forse di Croazia
+ viene a veder la Veronica nostra,
+ che per l’antica fame non sen sazia,
+
+ ma dice nel pensier, fin che si mostra:
+ ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
+ or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
+
+ tal era io mirando la vivace
+ carità di colui che ’n questo mondo,
+ contemplando, gustò di quella pace.
+
+ «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,
+ cominciò elli, «non ti sarà noto,
+ tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
+
+ ma guarda i cerchi infino al più remoto,
+ tanto che veggi seder la regina
+ cui questo regno è suddito e devoto».
+
+ Io levai li occhi; e come da mattina
+ la parte orïental de l’orizzonte
+ soverchia quella dove ’l sol declina,
+
+ così, quasi di valle andando a monte
+ con li occhi, vidi parte ne lo stremo
+ vincer di lume tutta l’altra fronte.
+
+ E come quivi ove s’aspetta il temo
+ che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
+ e quinci e quindi il lume si fa scemo,
+
+ così quella pacifica oriafiamma
+ nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
+ per igual modo allentava la fiamma;
+
+ e a quel mezzo, con le penne sparte,
+ vid’ io più di mille angeli festanti,
+ ciascun distinto di fulgore e d’arte.
+
+ Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
+ ridere una bellezza, che letizia
+ era ne li occhi a tutti li altri santi;
+
+ e s’io avessi in dir tanta divizia
+ quanta ad imaginar, non ardirei
+ lo minimo tentar di sua delizia.
+
+ Bernardo, come vide li occhi miei
+ nel caldo suo caler fissi e attenti,
+ li suoi con tanto affetto volse a lei,
+
+ che ’ miei di rimirar fé più ardenti.
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXII
+
+
+ Affetto al suo piacer, quel contemplante
+ libero officio di dottore assunse,
+ e cominciò queste parole sante:
+
+ «La piaga che Maria richiuse e unse,
+ quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
+ è colei che l’aperse e che la punse.
+
+ Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,
+ siede Rachel di sotto da costei
+ con Bëatrice, sì come tu vedi.
+
+ Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
+ che fu bisava al cantor che per doglia
+ del fallo disse ‘Miserere mei’,
+
+ puoi tu veder così di soglia in soglia
+ giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
+ vo per la rosa giù di foglia in foglia.
+
+ E dal settimo grado in giù, sì come
+ infino ad esso, succedono Ebree,
+ dirimendo del fior tutte le chiome;
+
+ perché, secondo lo sguardo che fée
+ la fede in Cristo, queste sono il muro
+ a che si parton le sacre scalee.
+
+ Da questa parte onde ’l fiore è maturo
+ di tutte le sue foglie, sono assisi
+ quei che credettero in Cristo venturo;
+
+ da l’altra parte onde sono intercisi
+ di vòti i semicirculi, si stanno
+ quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
+
+ E come quinci il glorïoso scanno
+ de la donna del cielo e li altri scanni
+ di sotto lui cotanta cerna fanno,
+
+ così di contra quel del gran Giovanni,
+ che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
+ sofferse, e poi l’inferno da due anni;
+
+ e sotto lui così cerner sortiro
+ Francesco, Benedetto e Augustino
+ e altri fin qua giù di giro in giro.
+
+ Or mira l’alto proveder divino:
+ ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
+ igualmente empierà questo giardino.
+
+ E sappi che dal grado in giù che fiede
+ a mezzo il tratto le due discrezioni,
+ per nullo proprio merito si siede,
+
+ ma per l’altrui, con certe condizioni:
+ ché tutti questi son spiriti ascolti
+ prima ch’avesser vere elezïoni.
+
+ Ben te ne puoi accorger per li volti
+ e anche per le voci püerili,
+ se tu li guardi bene e se li ascolti.
+
+ Or dubbi tu e dubitando sili;
+ ma io discioglierò ’l forte legame
+ in che ti stringon li pensier sottili.
+
+ Dentro a l’ampiezza di questo reame
+ casüal punto non puote aver sito,
+ se non come tristizia o sete o fame:
+
+ ché per etterna legge è stabilito
+ quantunque vedi, sì che giustamente
+ ci si risponde da l’anello al dito;
+
+ e però questa festinata gente
+ a vera vita non è sine causa
+ intra sé qui più e meno eccellente.
+
+ Lo rege per cui questo regno pausa
+ in tanto amore e in tanto diletto,
+ che nulla volontà è di più ausa,
+
+ le menti tutte nel suo lieto aspetto
+ creando, a suo piacer di grazia dota
+ diversamente; e qui basti l’effetto.
+
+ E ciò espresso e chiaro vi si nota
+ ne la Scrittura santa in quei gemelli
+ che ne la madre ebber l’ira commota.
+
+ Però, secondo il color d’i capelli,
+ di cotal grazia l’altissimo lume
+ degnamente convien che s’incappelli.
+
+ Dunque, sanza mercé di lor costume,
+ locati son per gradi differenti,
+ sol differendo nel primiero acume.
+
+ Bastavasi ne’ secoli recenti
+ con l’innocenza, per aver salute,
+ solamente la fede d’i parenti;
+
+ poi che le prime etadi fuor compiute,
+ convenne ai maschi a l’innocenti penne
+ per circuncidere acquistar virtute;
+
+ ma poi che ’l tempo de la grazia venne,
+ sanza battesmo perfetto di Cristo
+ tale innocenza là giù si ritenne.
+
+ Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
+ più si somiglia, ché la sua chiarezza
+ sola ti può disporre a veder Cristo».
+
+ Io vidi sopra lei tanta allegrezza
+ piover, portata ne le menti sante
+ create a trasvolar per quella altezza,
+
+ che quantunque io avea visto davante,
+ di tanta ammirazion non mi sospese,
+ né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
+
+ e quello amor che primo lì discese,
+ cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
+ dinanzi a lei le sue ali distese.
+
+ Rispuose a la divina cantilena
+ da tutte parti la beata corte,
+ sì ch’ogne vista sen fé più serena.
+
+ «O santo padre, che per me comporte
+ l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
+ nel qual tu siedi per etterna sorte,
+
+ qual è quell’ angel che con tanto gioco
+ guarda ne li occhi la nostra regina,
+ innamorato sì che par di foco?».
+
+ Così ricorsi ancora a la dottrina
+ di colui ch’abbelliva di Maria,
+ come del sole stella mattutina.
+
+ Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
+ quant’ esser puote in angelo e in alma,
+ tutta è in lui; e sì volem che sia,
+
+ perch’ elli è quelli che portò la palma
+ giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
+ carcar si volse de la nostra salma.
+
+ Ma vieni omai con li occhi sì com’ io
+ andrò parlando, e nota i gran patrici
+ di questo imperio giustissimo e pio.
+
+ Quei due che seggon là sù più felici
+ per esser propinquissimi ad Agusta,
+ son d’esta rosa quasi due radici:
+
+ colui che da sinistra le s’aggiusta
+ è il padre per lo cui ardito gusto
+ l’umana specie tanto amaro gusta;
+
+ dal destro vedi quel padre vetusto
+ di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
+ raccomandò di questo fior venusto.
+
+ E quei che vide tutti i tempi gravi,
+ pria che morisse, de la bella sposa
+ che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
+
+ siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
+ quel duca sotto cui visse di manna
+ la gente ingrata, mobile e retrosa.
+
+ Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,
+ tanto contenta di mirar sua figlia,
+ che non move occhio per cantare osanna;
+
+ e contro al maggior padre di famiglia
+ siede Lucia, che mosse la tua donna
+ quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
+
+ Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
+ qui farem punto, come buon sartore
+ che com’ elli ha del panno fa la gonna;
+
+ e drizzeremo li occhi al primo amore,
+ sì che, guardando verso lui, penètri
+ quant’ è possibil per lo suo fulgore.
+
+ Veramente, ne forse tu t’arretri
+ movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
+ orando grazia conven che s’impetri
+
+ grazia da quella che puote aiutarti;
+ e tu mi seguirai con l’affezione,
+ sì che dal dicer mio lo cor non parti».
+
+ E cominciò questa santa orazione:
+
+
+
+ Paradiso • Canto XXXIII
+
+
+ «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
+ umile e alta più che creatura,
+ termine fisso d’etterno consiglio,
+
+ tu se’ colei che l’umana natura
+ nobilitasti sì, che ’l suo fattore
+ non disdegnò di farsi sua fattura.
+
+ Nel ventre tuo si raccese l’amore,
+ per lo cui caldo ne l’etterna pace
+ così è germinato questo fiore.
+
+ Qui se’ a noi meridïana face
+ di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
+ se’ di speranza fontana vivace.
+
+ Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
+ che qual vuol grazia e a te non ricorre,
+ sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
+
+ La tua benignità non pur soccorre
+ a chi domanda, ma molte fïate
+ liberamente al dimandar precorre.
+
+ In te misericordia, in te pietate,
+ in te magnificenza, in te s’aduna
+ quantunque in creatura è di bontate.
+
+ Or questi, che da l’infima lacuna
+ de l’universo infin qui ha vedute
+ le vite spiritali ad una ad una,
+
+ supplica a te, per grazia, di virtute
+ tanto, che possa con li occhi levarsi
+ più alto verso l’ultima salute.
+
+ E io, che mai per mio veder non arsi
+ più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
+ ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
+
+ perché tu ogne nube li disleghi
+ di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
+ sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
+
+ Ancor ti priego, regina, che puoi
+ ciò che tu vuoli, che conservi sani,
+ dopo tanto veder, li affetti suoi.
+
+ Vinca tua guardia i movimenti umani:
+ vedi Beatrice con quanti beati
+ per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
+
+ Li occhi da Dio diletti e venerati,
+ fissi ne l’orator, ne dimostraro
+ quanto i devoti prieghi le son grati;
+
+ indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
+ nel qual non si dee creder che s’invii
+ per creatura l’occhio tanto chiaro.
+
+ E io ch’al fine di tutt’ i disii
+ appropinquava, sì com’ io dovea,
+ l’ardor del desiderio in me finii.
+
+ Bernardo m’accennava, e sorridea,
+ perch’ io guardassi suso; ma io era
+ già per me stesso tal qual ei volea:
+
+ ché la mia vista, venendo sincera,
+ e più e più intrava per lo raggio
+ de l’alta luce che da sé è vera.
+
+ Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
+ che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
+ e cede la memoria a tanto oltraggio.
+
+ Qual è colüi che sognando vede,
+ che dopo ’l sogno la passione impressa
+ rimane, e l’altro a la mente non riede,
+
+ cotal son io, ché quasi tutta cessa
+ mia visïone, e ancor mi distilla
+ nel core il dolce che nacque da essa.
+
+ Così la neve al sol si disigilla;
+ così al vento ne le foglie levi
+ si perdea la sentenza di Sibilla.
+
+ O somma luce che tanto ti levi
+ da’ concetti mortali, a la mia mente
+ ripresta un poco di quel che parevi,
+
+ e fa la lingua mia tanto possente,
+ ch’una favilla sol de la tua gloria
+ possa lasciare a la futura gente;
+
+ ché, per tornare alquanto a mia memoria
+ e per sonare un poco in questi versi,
+ più si conceperà di tua vittoria.
+
+ Io credo, per l’acume ch’io soffersi
+ del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
+ se li occhi miei da lui fossero aversi.
+
+ E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
+ per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
+ l’aspetto mio col valore infinito.
+
+ Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
+ ficcar lo viso per la luce etterna,
+ tanto che la veduta vi consunsi!
+
+ Nel suo profondo vidi che s’interna,
+ legato con amore in un volume,
+ ciò che per l’universo si squaderna:
+
+ sustanze e accidenti e lor costume
+ quasi conflati insieme, per tal modo
+ che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
+
+ La forma universal di questo nodo
+ credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
+ dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
+
+ Un punto solo m’è maggior letargo
+ che venticinque secoli a la ’mpresa
+ che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
+
+ Così la mente mia, tutta sospesa,
+ mirava fissa, immobile e attenta,
+ e sempre di mirar faceasi accesa.
+
+ A quella luce cotal si diventa,
+ che volgersi da lei per altro aspetto
+ è impossibil che mai si consenta;
+
+ però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
+ tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
+ è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
+
+ Omai sarà più corta mia favella,
+ pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
+ che bagni ancor la lingua a la mammella.
+
+ Non perché più ch’un semplice sembiante
+ fosse nel vivo lume ch’io mirava,
+ che tal è sempre qual s’era davante;
+
+ ma per la vista che s’avvalorava
+ in me guardando, una sola parvenza,
+ mutandom’ io, a me si travagliava.
+
+ Ne la profonda e chiara sussistenza
+ de l’alto lume parvermi tre giri
+ di tre colori e d’una contenenza;
+
+ e l’un da l’altro come iri da iri
+ parea reflesso, e ’l terzo parea foco
+ che quinci e quindi igualmente si spiri.
+
+ Oh quanto è corto il dire e come fioco
+ al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
+ è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
+
+ O luce etterna che sola in te sidi,
+ sola t’intendi, e da te intelletta
+ e intendente te ami e arridi!
+
+ Quella circulazion che sì concetta
+ pareva in te come lume reflesso,
+ da li occhi miei alquanto circunspetta,
+
+ dentro da sé, del suo colore stesso,
+ mi parve pinta de la nostra effige:
+ per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
+
+ Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
+ per misurar lo cerchio, e non ritrova,
+ pensando, quel principio ond’ elli indige,
+
+ tal era io a quella vista nova:
+ veder voleva come si convenne
+ l’imago al cerchio e come vi s’indova;
+
+ ma non eran da ciò le proprie penne:
+ se non che la mia mente fu percossa
+ da un fulgore in che sua voglia venne.
+
+ A l’alta fantasia qui mancò possa;
+ ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
+ sì come rota ch’igualmente è mossa,
+
+ l’amor che move il sole e l’altre stelle.
+
+
+
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+
+ TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
+ TABLE OF SPECIAL CHARACTERS
+
+ à = a grave
+ è = e grave
+ ì = i grave
+ ò = o grave
+ ù = u grave
+
+ é = e acute
+ ó = o acute
+
+ ä = a uml
+ ë = e uml
+ ï = i uml
+ ö = o uml
+ ü = u uml
+
+ È = E grave
+ Ë = E uml
+ Ï = I uml
+
+ « = left angle quotation mark
+ » = right angle quotation mark
+
+ “ = left double quotation mark
+ ” = right double quotation mark
+
+ ‘ = left single quotation mark
+ ’ = right single quotation mark
+
+ — = em dash
+
+ • = middot
+
+ . . . = ellipsis
+
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+End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri
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+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1012 ***