diff options
Diffstat (limited to '1012-0.txt')
| -rw-r--r-- | 1012-0.txt | 19625 |
1 files changed, 19625 insertions, 0 deletions
diff --git a/1012-0.txt b/1012-0.txt new file mode 100644 index 0000000..b9d8754 --- /dev/null +++ b/1012-0.txt @@ -0,0 +1,19625 @@ +*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1012 *** + + LA DIVINA COMMEDIA + di Dante Alighieri + + + + + + INFERNO + + + + + Inferno • Canto I + + + Nel mezzo del cammin di nostra vita + mi ritrovai per una selva oscura, + ché la diritta via era smarrita. + + Ahi quanto a dir qual era è cosa dura + esta selva selvaggia e aspra e forte + che nel pensier rinova la paura! + + Tant’ è amara che poco è più morte; + ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, + dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. + + Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, + tant’ era pien di sonno a quel punto + che la verace via abbandonai. + + Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, + là dove terminava quella valle + che m’avea di paura il cor compunto, + + guardai in alto e vidi le sue spalle + vestite già de’ raggi del pianeta + che mena dritto altrui per ogne calle. + + Allor fu la paura un poco queta, + che nel lago del cor m’era durata + la notte ch’i’ passai con tanta pieta. + + E come quei che con lena affannata, + uscito fuor del pelago a la riva, + si volge a l’acqua perigliosa e guata, + + così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, + si volse a retro a rimirar lo passo + che non lasciò già mai persona viva. + + Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, + ripresi via per la piaggia diserta, + sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. + + Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, + una lonza leggera e presta molto, + che di pel macolato era coverta; + + e non mi si partia dinanzi al volto, + anzi ’mpediva tanto il mio cammino, + ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. + + Temp’ era dal principio del mattino, + e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle + ch’eran con lui quando l’amor divino + + mosse di prima quelle cose belle; + sì ch’a bene sperar m’era cagione + di quella fiera a la gaetta pelle + + l’ora del tempo e la dolce stagione; + ma non sì che paura non mi desse + la vista che m’apparve d’un leone. + + Questi parea che contra me venisse + con la test’ alta e con rabbiosa fame, + sì che parea che l’aere ne tremesse. + + Ed una lupa, che di tutte brame + sembiava carca ne la sua magrezza, + e molte genti fé già viver grame, + + questa mi porse tanto di gravezza + con la paura ch’uscia di sua vista, + ch’io perdei la speranza de l’altezza. + + E qual è quei che volontieri acquista, + e giugne ’l tempo che perder lo face, + che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; + + tal mi fece la bestia sanza pace, + che, venendomi ’ncontro, a poco a poco + mi ripigneva là dove ’l sol tace. + + Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, + dinanzi a li occhi mi si fu offerto + chi per lungo silenzio parea fioco. + + Quando vidi costui nel gran diserto, + «Miserere di me», gridai a lui, + «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». + + Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, + e li parenti miei furon lombardi, + mantoani per patrïa ambedui. + + Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, + e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto + nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. + + Poeta fui, e cantai di quel giusto + figliuol d’Anchise che venne di Troia, + poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. + + Ma tu perché ritorni a tanta noia? + perché non sali il dilettoso monte + ch’è principio e cagion di tutta gioia?». + + «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte + che spandi di parlar sì largo fiume?», + rispuos’ io lui con vergognosa fronte. + + «O de li altri poeti onore e lume, + vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore + che m’ha fatto cercar lo tuo volume. + + Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, + tu se’ solo colui da cu’ io tolsi + lo bello stilo che m’ha fatto onore. + + Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; + aiutami da lei, famoso saggio, + ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». + + «A te convien tenere altro vïaggio», + rispuose, poi che lagrimar mi vide, + «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; + + ché questa bestia, per la qual tu gride, + non lascia altrui passar per la sua via, + ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; + + e ha natura sì malvagia e ria, + che mai non empie la bramosa voglia, + e dopo ’l pasto ha più fame che pria. + + Molti son li animali a cui s’ammoglia, + e più saranno ancora, infin che ’l veltro + verrà, che la farà morir con doglia. + + Questi non ciberà terra né peltro, + ma sapïenza, amore e virtute, + e sua nazion sarà tra feltro e feltro. + + Di quella umile Italia fia salute + per cui morì la vergine Cammilla, + Eurialo e Turno e Niso di ferute. + + Questi la caccerà per ogne villa, + fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, + là onde ’nvidia prima dipartilla. + + Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno + che tu mi segui, e io sarò tua guida, + e trarrotti di qui per loco etterno; + + ove udirai le disperate strida, + vedrai li antichi spiriti dolenti, + ch’a la seconda morte ciascun grida; + + e vederai color che son contenti + nel foco, perché speran di venire + quando che sia a le beate genti. + + A le quai poi se tu vorrai salire, + anima fia a ciò più di me degna: + con lei ti lascerò nel mio partire; + + ché quello imperador che là sù regna, + perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge, + non vuol che ’n sua città per me si vegna. + + In tutte parti impera e quivi regge; + quivi è la sua città e l’alto seggio: + oh felice colui cu’ ivi elegge!». + + E io a lui: «Poeta, io ti richeggio + per quello Dio che tu non conoscesti, + acciò ch’io fugga questo male e peggio, + + che tu mi meni là dov’ or dicesti, + sì ch’io veggia la porta di san Pietro + e color cui tu fai cotanto mesti». + + Allor si mosse, e io li tenni dietro. + + + + Inferno • Canto II + + + Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno + toglieva li animai che sono in terra + da le fatiche loro; e io sol uno + + m’apparecchiava a sostener la guerra + sì del cammino e sì de la pietate, + che ritrarrà la mente che non erra. + + O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; + o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, + qui si parrà la tua nobilitate. + + Io cominciai: «Poeta che mi guidi, + guarda la mia virtù s’ell’ è possente, + prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. + + Tu dici che di Silvïo il parente, + corruttibile ancora, ad immortale + secolo andò, e fu sensibilmente. + + Però, se l’avversario d’ogne male + cortese i fu, pensando l’alto effetto + ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale + + non pare indegno ad omo d’intelletto; + ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero + ne l’empireo ciel per padre eletto: + + la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, + fu stabilita per lo loco santo + u’ siede il successor del maggior Piero. + + Per quest’ andata onde li dai tu vanto, + intese cose che furon cagione + di sua vittoria e del papale ammanto. + + Andovvi poi lo Vas d’elezïone, + per recarne conforto a quella fede + ch’è principio a la via di salvazione. + + Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? + Io non Enëa, io non Paulo sono; + me degno a ciò né io né altri ’l crede. + + Per che, se del venire io m’abbandono, + temo che la venuta non sia folle. + Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». + + E qual è quei che disvuol ciò che volle + e per novi pensier cangia proposta, + sì che dal cominciar tutto si tolle, + + tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, + perché, pensando, consumai la ’mpresa + che fu nel cominciar cotanto tosta. + + «S’i’ ho ben la parola tua intesa», + rispuose del magnanimo quell’ ombra, + «l’anima tua è da viltade offesa; + + la qual molte fïate l’omo ingombra + sì che d’onrata impresa lo rivolve, + come falso veder bestia quand’ ombra. + + Da questa tema acciò che tu ti solve, + dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi + nel primo punto che di te mi dolve. + + Io era tra color che son sospesi, + e donna mi chiamò beata e bella, + tal che di comandare io la richiesi. + + Lucevan li occhi suoi più che la stella; + e cominciommi a dir soave e piana, + con angelica voce, in sua favella: + + “O anima cortese mantoana, + di cui la fama ancor nel mondo dura, + e durerà quanto ’l mondo lontana, + + l’amico mio, e non de la ventura, + ne la diserta piaggia è impedito + sì nel cammin, che vòlt’ è per paura; + + e temo che non sia già sì smarrito, + ch’io mi sia tardi al soccorso levata, + per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. + + Or movi, e con la tua parola ornata + e con ciò c’ha mestieri al suo campare, + l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. + + I’ son Beatrice che ti faccio andare; + vegno del loco ove tornar disio; + amor mi mosse, che mi fa parlare. + + Quando sarò dinanzi al segnor mio, + di te mi loderò sovente a lui”. + Tacette allora, e poi comincia’ io: + + “O donna di virtù sola per cui + l’umana spezie eccede ogne contento + di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, + + tanto m’aggrada il tuo comandamento, + che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; + più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. + + Ma dimmi la cagion che non ti guardi + de lo scender qua giuso in questo centro + de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. + + “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, + dirotti brievemente”, mi rispuose, + “perch’ i’ non temo di venir qua entro. + + Temer si dee di sole quelle cose + c’hanno potenza di fare altrui male; + de l’altre no, ché non son paurose. + + I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, + che la vostra miseria non mi tange, + né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. + + Donna è gentil nel ciel che si compiange + di questo ’mpedimento ov’ io ti mando, + sì che duro giudicio là sù frange. + + Questa chiese Lucia in suo dimando + e disse:—Or ha bisogno il tuo fedele + di te, e io a te lo raccomando—. + + Lucia, nimica di ciascun crudele, + si mosse, e venne al loco dov’ i’ era, + che mi sedea con l’antica Rachele. + + Disse:—Beatrice, loda di Dio vera, + ché non soccorri quei che t’amò tanto, + ch’uscì per te de la volgare schiera? + + Non odi tu la pieta del suo pianto, + non vedi tu la morte che ’l combatte + su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?—. + + Al mondo non fur mai persone ratte + a far lor pro o a fuggir lor danno, + com’ io, dopo cotai parole fatte, + + venni qua giù del mio beato scanno, + fidandomi del tuo parlare onesto, + ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”. + + Poscia che m’ebbe ragionato questo, + li occhi lucenti lagrimando volse, + per che mi fece del venir più presto. + + E venni a te così com’ ella volse: + d’inanzi a quella fiera ti levai + che del bel monte il corto andar ti tolse. + + Dunque: che è? perché, perché restai, + perché tanta viltà nel core allette, + perché ardire e franchezza non hai, + + poscia che tai tre donne benedette + curan di te ne la corte del cielo, + e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». + + Quali fioretti dal notturno gelo + chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, + si drizzan tutti aperti in loro stelo, + + tal mi fec’ io di mia virtude stanca, + e tanto buono ardire al cor mi corse, + ch’i’ cominciai come persona franca: + + «Oh pietosa colei che mi soccorse! + e te cortese ch’ubidisti tosto + a le vere parole che ti porse! + + Tu m’hai con disiderio il cor disposto + sì al venir con le parole tue, + ch’i’ son tornato nel primo proposto. + + Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: + tu duca, tu segnore e tu maestro». + Così li dissi; e poi che mosso fue, + + intrai per lo cammino alto e silvestro. + + + + Inferno • Canto III + + + ‘Per me si va ne la città dolente, + per me si va ne l’etterno dolore, + per me si va tra la perduta gente. + + Giustizia mosse il mio alto fattore; + fecemi la divina podestate, + la somma sapïenza e ’l primo amore. + + Dinanzi a me non fuor cose create + se non etterne, e io etterno duro. + Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. + + Queste parole di colore oscuro + vid’ ïo scritte al sommo d’una porta; + per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». + + Ed elli a me, come persona accorta: + «Qui si convien lasciare ogne sospetto; + ogne viltà convien che qui sia morta. + + Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto + che tu vedrai le genti dolorose + c’hanno perduto il ben de l’intelletto». + + E poi che la sua mano a la mia puose + con lieto volto, ond’ io mi confortai, + mi mise dentro a le segrete cose. + + Quivi sospiri, pianti e alti guai + risonavan per l’aere sanza stelle, + per ch’io al cominciar ne lagrimai. + + Diverse lingue, orribili favelle, + parole di dolore, accenti d’ira, + voci alte e fioche, e suon di man con elle + + facevano un tumulto, il qual s’aggira + sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, + come la rena quando turbo spira. + + E io ch’avea d’error la testa cinta, + dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? + e che gent’ è che par nel duol sì vinta?». + + Ed elli a me: «Questo misero modo + tegnon l’anime triste di coloro + che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. + + Mischiate sono a quel cattivo coro + de li angeli che non furon ribelli + né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. + + Caccianli i ciel per non esser men belli, + né lo profondo inferno li riceve, + ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». + + E io: «Maestro, che è tanto greve + a lor che lamentar li fa sì forte?». + Rispuose: «Dicerolti molto breve. + + Questi non hanno speranza di morte, + e la lor cieca vita è tanto bassa, + che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. + + Fama di loro il mondo esser non lassa; + misericordia e giustizia li sdegna: + non ragioniam di lor, ma guarda e passa». + + E io, che riguardai, vidi una ’nsegna + che girando correva tanto ratta, + che d’ogne posa mi parea indegna; + + e dietro le venìa sì lunga tratta + di gente, ch’i’ non averei creduto + che morte tanta n’avesse disfatta. + + Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, + vidi e conobbi l’ombra di colui + che fece per viltade il gran rifiuto. + + Incontanente intesi e certo fui + che questa era la setta d’i cattivi, + a Dio spiacenti e a’ nemici sui. + + Questi sciaurati, che mai non fur vivi, + erano ignudi e stimolati molto + da mosconi e da vespe ch’eran ivi. + + Elle rigavan lor di sangue il volto, + che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi + da fastidiosi vermi era ricolto. + + E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, + vidi genti a la riva d’un gran fiume; + per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi + + ch’i’ sappia quali sono, e qual costume + le fa di trapassar parer sì pronte, + com’ i’ discerno per lo fioco lume». + + Ed elli a me: «Le cose ti fier conte + quando noi fermerem li nostri passi + su la trista riviera d’Acheronte». + + Allor con li occhi vergognosi e bassi, + temendo no ’l mio dir li fosse grave, + infino al fiume del parlar mi trassi. + + Ed ecco verso noi venir per nave + un vecchio, bianco per antico pelo, + gridando: «Guai a voi, anime prave! + + Non isperate mai veder lo cielo: + i’ vegno per menarvi a l’altra riva + ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. + + E tu che se’ costì, anima viva, + pàrtiti da cotesti che son morti». + Ma poi che vide ch’io non mi partiva, + + disse: «Per altra via, per altri porti + verrai a piaggia, non qui, per passare: + più lieve legno convien che ti porti». + + E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: + vuolsi così colà dove si puote + ciò che si vuole, e più non dimandare». + + Quinci fuor quete le lanose gote + al nocchier de la livida palude, + che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. + + Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, + cangiar colore e dibattero i denti, + ratto che ’nteser le parole crude. + + Bestemmiavano Dio e lor parenti, + l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme + di lor semenza e di lor nascimenti. + + Poi si ritrasser tutte quante insieme, + forte piangendo, a la riva malvagia + ch’attende ciascun uom che Dio non teme. + + Caron dimonio, con occhi di bragia + loro accennando, tutte le raccoglie; + batte col remo qualunque s’adagia. + + Come d’autunno si levan le foglie + l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo + vede a la terra tutte le sue spoglie, + + similemente il mal seme d’Adamo + gittansi di quel lito ad una ad una, + per cenni come augel per suo richiamo. + + Così sen vanno su per l’onda bruna, + e avanti che sien di là discese, + anche di qua nuova schiera s’auna. + + «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, + «quelli che muoion ne l’ira di Dio + tutti convegnon qui d’ogne paese; + + e pronti sono a trapassar lo rio, + ché la divina giustizia li sprona, + sì che la tema si volve in disio. + + Quinci non passa mai anima buona; + e però, se Caron di te si lagna, + ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». + + Finito questo, la buia campagna + tremò sì forte, che de lo spavento + la mente di sudore ancor mi bagna. + + La terra lagrimosa diede vento, + che balenò una luce vermiglia + la qual mi vinse ciascun sentimento; + + e caddi come l’uom cui sonno piglia. + + + + Inferno • Canto IV + + + Ruppemi l’alto sonno ne la testa + un greve truono, sì ch’io mi riscossi + come persona ch’è per forza desta; + + e l’occhio riposato intorno mossi, + dritto levato, e fiso riguardai + per conoscer lo loco dov’ io fossi. + + Vero è che ’n su la proda mi trovai + de la valle d’abisso dolorosa + che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. + + Oscura e profonda era e nebulosa + tanto che, per ficcar lo viso a fondo, + io non vi discernea alcuna cosa. + + «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», + cominciò il poeta tutto smorto. + «Io sarò primo, e tu sarai secondo». + + E io, che del color mi fui accorto, + dissi: «Come verrò, se tu paventi + che suoli al mio dubbiare esser conforto?». + + Ed elli a me: «L’angoscia de le genti + che son qua giù, nel viso mi dipigne + quella pietà che tu per tema senti. + + Andiam, ché la via lunga ne sospigne». + Così si mise e così mi fé intrare + nel primo cerchio che l’abisso cigne. + + Quivi, secondo che per ascoltare, + non avea pianto mai che di sospiri + che l’aura etterna facevan tremare; + + ciò avvenia di duol sanza martìri, + ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, + d’infanti e di femmine e di viri. + + Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi + che spiriti son questi che tu vedi? + Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, + + ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, + non basta, perché non ebber battesmo, + ch’è porta de la fede che tu credi; + + e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, + non adorar debitamente a Dio: + e di questi cotai son io medesmo. + + Per tai difetti, non per altro rio, + semo perduti, e sol di tanto offesi + che sanza speme vivemo in disio». + + Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, + però che gente di molto valore + conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. + + «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», + comincia’ io per voler esser certo + di quella fede che vince ogne errore: + + «uscicci mai alcuno, o per suo merto + o per altrui, che poi fosse beato?». + E quei che ’ntese il mio parlar coverto, + + rispuose: «Io era nuovo in questo stato, + quando ci vidi venire un possente, + con segno di vittoria coronato. + + Trasseci l’ombra del primo parente, + d’Abèl suo figlio e quella di Noè, + di Moïsè legista e ubidente; + + Abraàm patrïarca e Davìd re, + Israèl con lo padre e co’ suoi nati + e con Rachele, per cui tanto fé, + + e altri molti, e feceli beati. + E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, + spiriti umani non eran salvati». + + Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, + ma passavam la selva tuttavia, + la selva, dico, di spiriti spessi. + + Non era lunga ancor la nostra via + di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco + ch’emisperio di tenebre vincia. + + Di lungi n’eravamo ancora un poco, + ma non sì ch’io non discernessi in parte + ch’orrevol gente possedea quel loco. + + «O tu ch’onori scïenzïa e arte, + questi chi son c’hanno cotanta onranza, + che dal modo de li altri li diparte?». + + E quelli a me: «L’onrata nominanza + che di lor suona sù ne la tua vita, + grazïa acquista in ciel che sì li avanza». + + Intanto voce fu per me udita: + «Onorate l’altissimo poeta; + l’ombra sua torna, ch’era dipartita». + + Poi che la voce fu restata e queta, + vidi quattro grand’ ombre a noi venire: + sembianz’ avevan né trista né lieta. + + Lo buon maestro cominciò a dire: + «Mira colui con quella spada in mano, + che vien dinanzi ai tre sì come sire: + + quelli è Omero poeta sovrano; + l’altro è Orazio satiro che vene; + Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. + + Però che ciascun meco si convene + nel nome che sonò la voce sola, + fannomi onore, e di ciò fanno bene». + + Così vid’ i’ adunar la bella scola + di quel segnor de l’altissimo canto + che sovra li altri com’ aquila vola. + + Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, + volsersi a me con salutevol cenno, + e ’l mio maestro sorrise di tanto; + + e più d’onore ancora assai mi fenno, + ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, + sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. + + Così andammo infino a la lumera, + parlando cose che ’l tacere è bello, + sì com’ era ’l parlar colà dov’ era. + + Venimmo al piè d’un nobile castello, + sette volte cerchiato d’alte mura, + difeso intorno d’un bel fiumicello. + + Questo passammo come terra dura; + per sette porte intrai con questi savi: + giugnemmo in prato di fresca verdura. + + Genti v’eran con occhi tardi e gravi, + di grande autorità ne’ lor sembianti: + parlavan rado, con voci soavi. + + Traemmoci così da l’un de’ canti, + in loco aperto, luminoso e alto, + sì che veder si potien tutti quanti. + + Colà diritto, sovra ’l verde smalto, + mi fuor mostrati li spiriti magni, + che del vedere in me stesso m’essalto. + + I’ vidi Eletra con molti compagni, + tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, + Cesare armato con li occhi grifagni. + + Vidi Cammilla e la Pantasilea; + da l’altra parte vidi ’l re Latino + che con Lavina sua figlia sedea. + + Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, + Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; + e solo, in parte, vidi ’l Saladino. + + Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, + vidi ’l maestro di color che sanno + seder tra filosofica famiglia. + + Tutti lo miran, tutti onor li fanno: + quivi vid’ ïo Socrate e Platone, + che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; + + Democrito che ’l mondo a caso pone, + Dïogenès, Anassagora e Tale, + Empedoclès, Eraclito e Zenone; + + e vidi il buono accoglitor del quale, + Dïascoride dico; e vidi Orfeo, + Tulïo e Lino e Seneca morale; + + Euclide geomètra e Tolomeo, + Ipocràte, Avicenna e Galïeno, + Averoìs, che ’l gran comento feo. + + Io non posso ritrar di tutti a pieno, + però che sì mi caccia il lungo tema, + che molte volte al fatto il dir vien meno. + + La sesta compagnia in due si scema: + per altra via mi mena il savio duca, + fuor de la queta, ne l’aura che trema. + + E vegno in parte ove non è che luca. + + + + Inferno • Canto V + + + Così discesi del cerchio primaio + giù nel secondo, che men loco cinghia + e tanto più dolor, che punge a guaio. + + Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: + essamina le colpe ne l’intrata; + giudica e manda secondo ch’avvinghia. + + Dico che quando l’anima mal nata + li vien dinanzi, tutta si confessa; + e quel conoscitor de le peccata + + vede qual loco d’inferno è da essa; + cignesi con la coda tante volte + quantunque gradi vuol che giù sia messa. + + Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: + vanno a vicenda ciascuna al giudizio, + dicono e odono e poi son giù volte. + + «O tu che vieni al doloroso ospizio», + disse Minòs a me quando mi vide, + lasciando l’atto di cotanto offizio, + + «guarda com’ entri e di cui tu ti fide; + non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». + E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? + + Non impedir lo suo fatale andare: + vuolsi così colà dove si puote + ciò che si vuole, e più non dimandare». + + Or incomincian le dolenti note + a farmisi sentire; or son venuto + là dove molto pianto mi percuote. + + Io venni in loco d’ogne luce muto, + che mugghia come fa mar per tempesta, + se da contrari venti è combattuto. + + La bufera infernal, che mai non resta, + mena li spirti con la sua rapina; + voltando e percotendo li molesta. + + Quando giungon davanti a la ruina, + quivi le strida, il compianto, il lamento; + bestemmian quivi la virtù divina. + + Intesi ch’a così fatto tormento + enno dannati i peccator carnali, + che la ragion sommettono al talento. + + E come li stornei ne portan l’ali + nel freddo tempo, a schiera larga e piena, + così quel fiato li spiriti mali + + di qua, di là, di giù, di sù li mena; + nulla speranza li conforta mai, + non che di posa, ma di minor pena. + + E come i gru van cantando lor lai, + faccendo in aere di sé lunga riga, + così vid’ io venir, traendo guai, + + ombre portate da la detta briga; + per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle + genti che l’aura nera sì gastiga?». + + «La prima di color di cui novelle + tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, + «fu imperadrice di molte favelle. + + A vizio di lussuria fu sì rotta, + che libito fé licito in sua legge, + per tòrre il biasmo in che era condotta. + + Ell’ è Semiramìs, di cui si legge + che succedette a Nino e fu sua sposa: + tenne la terra che ’l Soldan corregge. + + L’altra è colei che s’ancise amorosa, + e ruppe fede al cener di Sicheo; + poi è Cleopatràs lussurïosa. + + Elena vedi, per cui tanto reo + tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, + che con amore al fine combatteo. + + Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille + ombre mostrommi e nominommi a dito, + ch’amor di nostra vita dipartille. + + Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito + nomar le donne antiche e ’ cavalieri, + pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. + + I’ cominciai: «Poeta, volontieri + parlerei a quei due che ’nsieme vanno, + e paion sì al vento esser leggeri». + + Ed elli a me: «Vedrai quando saranno + più presso a noi; e tu allor li priega + per quello amor che i mena, ed ei verranno». + + Sì tosto come il vento a noi li piega, + mossi la voce: «O anime affannate, + venite a noi parlar, s’altri nol niega!». + + Quali colombe dal disio chiamate + con l’ali alzate e ferme al dolce nido + vegnon per l’aere, dal voler portate; + + cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, + a noi venendo per l’aere maligno, + sì forte fu l’affettüoso grido. + + «O animal grazïoso e benigno + che visitando vai per l’aere perso + noi che tignemmo il mondo di sanguigno, + + se fosse amico il re de l’universo, + noi pregheremmo lui de la tua pace, + poi c’hai pietà del nostro mal perverso. + + Di quel che udire e che parlar vi piace, + noi udiremo e parleremo a voi, + mentre che ’l vento, come fa, ci tace. + + Siede la terra dove nata fui + su la marina dove ’l Po discende + per aver pace co’ seguaci sui. + + Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, + prese costui de la bella persona + che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. + + Amor, ch’a nullo amato amar perdona, + mi prese del costui piacer sì forte, + che, come vedi, ancor non m’abbandona. + + Amor condusse noi ad una morte. + Caina attende chi a vita ci spense». + Queste parole da lor ci fuor porte. + + Quand’ io intesi quell’ anime offense, + china’ il viso, e tanto il tenni basso, + fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». + + Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, + quanti dolci pensier, quanto disio + menò costoro al doloroso passo!». + + Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, + e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri + a lagrimar mi fanno tristo e pio. + + Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, + a che e come concedette amore + che conosceste i dubbiosi disiri?». + + E quella a me: «Nessun maggior dolore + che ricordarsi del tempo felice + ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. + + Ma s’a conoscer la prima radice + del nostro amor tu hai cotanto affetto, + dirò come colui che piange e dice. + + Noi leggiavamo un giorno per diletto + di Lancialotto come amor lo strinse; + soli eravamo e sanza alcun sospetto. + + Per più fïate li occhi ci sospinse + quella lettura, e scolorocci il viso; + ma solo un punto fu quel che ci vinse. + + Quando leggemmo il disïato riso + esser basciato da cotanto amante, + questi, che mai da me non fia diviso, + + la bocca mi basciò tutto tremante. + Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: + quel giorno più non vi leggemmo avante». + + Mentre che l’uno spirto questo disse, + l’altro piangëa; sì che di pietade + io venni men così com’ io morisse. + + E caddi come corpo morto cade. + + + + Inferno • Canto VI + + + Al tornar de la mente, che si chiuse + dinanzi a la pietà d’i due cognati, + che di trestizia tutto mi confuse, + + novi tormenti e novi tormentati + mi veggio intorno, come ch’io mi mova + e ch’io mi volga, e come che io guati. + + Io sono al terzo cerchio, de la piova + etterna, maladetta, fredda e greve; + regola e qualità mai non l’è nova. + + Grandine grossa, acqua tinta e neve + per l’aere tenebroso si riversa; + pute la terra che questo riceve. + + Cerbero, fiera crudele e diversa, + con tre gole caninamente latra + sovra la gente che quivi è sommersa. + + Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, + e ’l ventre largo, e unghiate le mani; + graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. + + Urlar li fa la pioggia come cani; + de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; + volgonsi spesso i miseri profani. + + Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, + le bocche aperse e mostrocci le sanne; + non avea membro che tenesse fermo. + + E ’l duca mio distese le sue spanne, + prese la terra, e con piene le pugna + la gittò dentro a le bramose canne. + + Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, + e si racqueta poi che ’l pasto morde, + ché solo a divorarlo intende e pugna, + + cotai si fecer quelle facce lorde + de lo demonio Cerbero, che ’ntrona + l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. + + Noi passavam su per l’ombre che adona + la greve pioggia, e ponavam le piante + sovra lor vanità che par persona. + + Elle giacean per terra tutte quante, + fuor d’una ch’a seder si levò, ratto + ch’ella ci vide passarsi davante. + + «O tu che se’ per questo ’nferno tratto», + mi disse, «riconoscimi, se sai: + tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». + + E io a lui: «L’angoscia che tu hai + forse ti tira fuor de la mia mente, + sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. + + Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente + loco se’ messo, e hai sì fatta pena, + che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». + + Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena + d’invidia sì che già trabocca il sacco, + seco mi tenne in la vita serena. + + Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: + per la dannosa colpa de la gola, + come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. + + E io anima trista non son sola, + ché tutte queste a simil pena stanno + per simil colpa». E più non fé parola. + + Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno + mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; + ma dimmi, se tu sai, a che verranno + + li cittadin de la città partita; + s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione + per che l’ha tanta discordia assalita». + + E quelli a me: «Dopo lunga tencione + verranno al sangue, e la parte selvaggia + caccerà l’altra con molta offensione. + + Poi appresso convien che questa caggia + infra tre soli, e che l’altra sormonti + con la forza di tal che testé piaggia. + + Alte terrà lungo tempo le fronti, + tenendo l’altra sotto gravi pesi, + come che di ciò pianga o che n’aonti. + + Giusti son due, e non vi sono intesi; + superbia, invidia e avarizia sono + le tre faville c’hanno i cuori accesi». + + Qui puose fine al lagrimabil suono. + E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni + e che di più parlar mi facci dono. + + Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, + Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca + e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, + + dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; + ché gran disio mi stringe di savere + se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». + + E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; + diverse colpe giù li grava al fondo: + se tanto scendi, là i potrai vedere. + + Ma quando tu sarai nel dolce mondo, + priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: + più non ti dico e più non ti rispondo». + + Li diritti occhi torse allora in biechi; + guardommi un poco e poi chinò la testa: + cadde con essa a par de li altri ciechi. + + E ’l duca disse a me: «Più non si desta + di qua dal suon de l’angelica tromba, + quando verrà la nimica podesta: + + ciascun rivederà la trista tomba, + ripiglierà sua carne e sua figura, + udirà quel ch’in etterno rimbomba». + + Sì trapassammo per sozza mistura + de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, + toccando un poco la vita futura; + + per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti + crescerann’ ei dopo la gran sentenza, + o fier minori, o saran sì cocenti?». + + Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, + che vuol, quanto la cosa è più perfetta, + più senta il bene, e così la doglienza. + + Tutto che questa gente maladetta + in vera perfezion già mai non vada, + di là più che di qua essere aspetta». + + Noi aggirammo a tondo quella strada, + parlando più assai ch’i’ non ridico; + venimmo al punto dove si digrada: + + quivi trovammo Pluto, il gran nemico. + + + + Inferno • Canto VII + + + «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», + cominciò Pluto con la voce chioccia; + e quel savio gentil, che tutto seppe, + + disse per confortarmi: «Non ti noccia + la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, + non ci torrà lo scender questa roccia». + + Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, + e disse: «Taci, maladetto lupo! + consuma dentro te con la tua rabbia. + + Non è sanza cagion l’andare al cupo: + vuolsi ne l’alto, là dove Michele + fé la vendetta del superbo strupo». + + Quali dal vento le gonfiate vele + caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, + tal cadde a terra la fiera crudele. + + Così scendemmo ne la quarta lacca, + pigliando più de la dolente ripa + che ’l mal de l’universo tutto insacca. + + Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa + nove travaglie e pene quant’ io viddi? + e perché nostra colpa sì ne scipa? + + Come fa l’onda là sovra Cariddi, + che si frange con quella in cui s’intoppa, + così convien che qui la gente riddi. + + Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, + e d’una parte e d’altra, con grand’ urli, + voltando pesi per forza di poppa. + + Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì + si rivolgea ciascun, voltando a retro, + gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». + + Così tornavan per lo cerchio tetro + da ogne mano a l’opposito punto, + gridandosi anche loro ontoso metro; + + poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, + per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. + E io, ch’avea lo cor quasi compunto, + + dissi: «Maestro mio, or mi dimostra + che gente è questa, e se tutti fuor cherci + questi chercuti a la sinistra nostra». + + Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci + sì de la mente in la vita primaia, + che con misura nullo spendio ferci. + + Assai la voce lor chiaro l’abbaia, + quando vegnono a’ due punti del cerchio + dove colpa contraria li dispaia. + + Questi fuor cherci, che non han coperchio + piloso al capo, e papi e cardinali, + in cui usa avarizia il suo soperchio». + + E io: «Maestro, tra questi cotali + dovre’ io ben riconoscere alcuni + che furo immondi di cotesti mali». + + Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: + la sconoscente vita che i fé sozzi, + ad ogne conoscenza or li fa bruni. + + In etterno verranno a li due cozzi: + questi resurgeranno del sepulcro + col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. + + Mal dare e mal tener lo mondo pulcro + ha tolto loro, e posti a questa zuffa: + qual ella sia, parole non ci appulcro. + + Or puoi, figliuol, veder la corta buffa + d’i ben che son commessi a la fortuna, + per che l’umana gente si rabbuffa; + + ché tutto l’oro ch’è sotto la luna + e che già fu, di quest’ anime stanche + non poterebbe farne posare una». + + «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: + questa fortuna di che tu mi tocche, + che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». + + E quelli a me: «Oh creature sciocche, + quanta ignoranza è quella che v’offende! + Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. + + Colui lo cui saver tutto trascende, + fece li cieli e diè lor chi conduce + sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, + + distribuendo igualmente la luce. + Similemente a li splendor mondani + ordinò general ministra e duce + + che permutasse a tempo li ben vani + di gente in gente e d’uno in altro sangue, + oltre la difension d’i senni umani; + + per ch’una gente impera e l’altra langue, + seguendo lo giudicio di costei, + che è occulto come in erba l’angue. + + Vostro saver non ha contasto a lei: + questa provede, giudica, e persegue + suo regno come il loro li altri dèi. + + Le sue permutazion non hanno triegue: + necessità la fa esser veloce; + sì spesso vien chi vicenda consegue. + + Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce + pur da color che le dovrien dar lode, + dandole biasmo a torto e mala voce; + + ma ella s’è beata e ciò non ode: + con l’altre prime creature lieta + volve sua spera e beata si gode. + + Or discendiamo omai a maggior pieta; + già ogne stella cade che saliva + quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». + + Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva + sovr’ una fonte che bolle e riversa + per un fossato che da lei deriva. + + L’acqua era buia assai più che persa; + e noi, in compagnia de l’onde bige, + intrammo giù per una via diversa. + + In la palude va c’ha nome Stige + questo tristo ruscel, quand’ è disceso + al piè de le maligne piagge grige. + + E io, che di mirare stava inteso, + vidi genti fangose in quel pantano, + ignude tutte, con sembiante offeso. + + Queste si percotean non pur con mano, + ma con la testa e col petto e coi piedi, + troncandosi co’ denti a brano a brano. + + Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi + l’anime di color cui vinse l’ira; + e anche vo’ che tu per certo credi + + che sotto l’acqua è gente che sospira, + e fanno pullular quest’ acqua al summo, + come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. + + Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo + ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, + portando dentro accidïoso fummo: + + or ci attristiam ne la belletta negra”. + Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza, + ché dir nol posson con parola integra». + + Così girammo de la lorda pozza + grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo, + con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. + + Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. + + + + Inferno • Canto VIII + + + Io dico, seguitando, ch’assai prima + che noi fossimo al piè de l’alta torre, + li occhi nostri n’andar suso a la cima + + per due fiammette che i vedemmo porre, + e un’altra da lungi render cenno, + tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. + + E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; + dissi: «Questo che dice? e che risponde + quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?». + + Ed elli a me: «Su per le sucide onde + già scorgere puoi quello che s’aspetta, + se ’l fummo del pantan nol ti nasconde». + + Corda non pinse mai da sé saetta + che sì corresse via per l’aere snella, + com’ io vidi una nave piccioletta + + venir per l’acqua verso noi in quella, + sotto ’l governo d’un sol galeoto, + che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!». + + «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», + disse lo mio segnore, «a questa volta: + più non ci avrai che sol passando il loto». + + Qual è colui che grande inganno ascolta + che li sia fatto, e poi se ne rammarca, + fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. + + Lo duca mio discese ne la barca, + e poi mi fece intrare appresso lui; + e sol quand’ io fui dentro parve carca. + + Tosto che ’l duca e io nel legno fui, + segando se ne va l’antica prora + de l’acqua più che non suol con altrui. + + Mentre noi corravam la morta gora, + dinanzi mi si fece un pien di fango, + e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». + + E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; + ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». + Rispuose: «Vedi che son un che piango». + + E io a lui: «Con piangere e con lutto, + spirito maladetto, ti rimani; + ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». + + Allor distese al legno ambo le mani; + per che ’l maestro accorto lo sospinse, + dicendo: «Via costà con li altri cani!». + + Lo collo poi con le braccia mi cinse; + basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa, + benedetta colei che ’n te s’incinse! + + Quei fu al mondo persona orgogliosa; + bontà non è che sua memoria fregi: + così s’è l’ombra sua qui furïosa. + + Quanti si tegnon or là sù gran regi + che qui staranno come porci in brago, + di sé lasciando orribili dispregi!». + + E io: «Maestro, molto sarei vago + di vederlo attuffare in questa broda + prima che noi uscissimo del lago». + + Ed elli a me: «Avante che la proda + ti si lasci veder, tu sarai sazio: + di tal disïo convien che tu goda». + + Dopo ciò poco vid’ io quello strazio + far di costui a le fangose genti, + che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. + + Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; + e ’l fiorentino spirito bizzarro + in sé medesmo si volvea co’ denti. + + Quivi il lasciammo, che più non ne narro; + ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, + per ch’io avante l’occhio intento sbarro. + + Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, + s’appressa la città c’ha nome Dite, + coi gravi cittadin, col grande stuolo». + + E io: «Maestro, già le sue meschite + là entro certe ne la valle cerno, + vermiglie come se di foco uscite + + fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno + ch’entro l’affoca le dimostra rosse, + come tu vedi in questo basso inferno». + + Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse + che vallan quella terra sconsolata: + le mura mi parean che ferro fosse. + + Non sanza prima far grande aggirata, + venimmo in parte dove il nocchier forte + «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata». + + Io vidi più di mille in su le porte + da ciel piovuti, che stizzosamente + dicean: «Chi è costui che sanza morte + + va per lo regno de la morta gente?». + E ’l savio mio maestro fece segno + di voler lor parlar segretamente. + + Allor chiusero un poco il gran disdegno + e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada + che sì ardito intrò per questo regno. + + Sol si ritorni per la folle strada: + pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai, + che li ha’ iscorta sì buia contrada». + + Pensa, lettor, se io mi sconfortai + nel suon de le parole maladette, + ché non credetti ritornarci mai. + + «O caro duca mio, che più di sette + volte m’hai sicurtà renduta e tratto + d’alto periglio che ’ncontra mi stette, + + non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; + e se ’l passar più oltre ci è negato, + ritroviam l’orme nostre insieme ratto». + + E quel segnor che lì m’avea menato, + mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo + non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. + + Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso + conforta e ciba di speranza buona, + ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso». + + Così sen va, e quivi m’abbandona + lo dolce padre, e io rimagno in forse, + che sì e no nel capo mi tenciona. + + Udir non potti quello ch’a lor porse; + ma ei non stette là con essi guari, + che ciascun dentro a pruova si ricorse. + + Chiuser le porte que’ nostri avversari + nel petto al mio segnor, che fuor rimase + e rivolsesi a me con passi rari. + + Li occhi a la terra e le ciglia avea rase + d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: + «Chi m’ha negate le dolenti case!». + + E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, + non sbigottir, ch’io vincerò la prova, + qual ch’a la difension dentro s’aggiri. + + Questa lor tracotanza non è nova; + ché già l’usaro a men segreta porta, + la qual sanza serrame ancor si trova. + + Sovr’ essa vedestù la scritta morta: + e già di qua da lei discende l’erta, + passando per li cerchi sanza scorta, + + tal che per lui ne fia la terra aperta». + + + + Inferno • Canto IX + + + Quel color che viltà di fuor mi pinse + veggendo il duca mio tornare in volta, + più tosto dentro il suo novo ristrinse. + + Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; + ché l’occhio nol potea menare a lunga + per l’aere nero e per la nebbia folta. + + «Pur a noi converrà vincer la punga», + cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse. + Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». + + I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse + lo cominciar con l’altro che poi venne, + che fur parole a le prime diverse; + + ma nondimen paura il suo dir dienne, + perch’ io traeva la parola tronca + forse a peggior sentenzia che non tenne. + + «In questo fondo de la trista conca + discende mai alcun del primo grado, + che sol per pena ha la speranza cionca?». + + Questa question fec’ io; e quei «Di rado + incontra», mi rispuose, «che di noi + faccia il cammino alcun per qual io vado. + + Ver è ch’altra fïata qua giù fui, + congiurato da quella Eritón cruda + che richiamava l’ombre a’ corpi sui. + + Di poco era di me la carne nuda, + ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro, + per trarne un spirto del cerchio di Giuda. + + Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, + e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: + ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. + + Questa palude che ’l gran puzzo spira + cigne dintorno la città dolente, + u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». + + E altro disse, ma non l’ho a mente; + però che l’occhio m’avea tutto tratto + ver’ l’alta torre a la cima rovente, + + dove in un punto furon dritte ratto + tre furïe infernal di sangue tinte, + che membra feminine avieno e atto, + + e con idre verdissime eran cinte; + serpentelli e ceraste avien per crine, + onde le fiere tempie erano avvinte. + + E quei, che ben conobbe le meschine + de la regina de l’etterno pianto, + «Guarda», mi disse, «le feroci Erine. + + Quest’ è Megera dal sinistro canto; + quella che piange dal destro è Aletto; + Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. + + Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; + battiensi a palme e gridavan sì alto, + ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. + + «Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», + dicevan tutte riguardando in giuso; + «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto». + + «Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; + ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, + nulla sarebbe di tornar mai suso». + + Così disse ’l maestro; ed elli stessi + mi volse, e non si tenne a le mie mani, + che con le sue ancor non mi chiudessi. + + O voi ch’avete li ’ntelletti sani, + mirate la dottrina che s’asconde + sotto ’l velame de li versi strani. + + E già venìa su per le torbide onde + un fracasso d’un suon, pien di spavento, + per cui tremavano amendue le sponde, + + non altrimenti fatto che d’un vento + impetüoso per li avversi ardori, + che fier la selva e sanz’ alcun rattento + + li rami schianta, abbatte e porta fori; + dinanzi polveroso va superbo, + e fa fuggir le fiere e li pastori. + + Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo + del viso su per quella schiuma antica + per indi ove quel fummo è più acerbo». + + Come le rane innanzi a la nimica + biscia per l’acqua si dileguan tutte, + fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, + + vid’ io più di mille anime distrutte + fuggir così dinanzi ad un ch’al passo + passava Stige con le piante asciutte. + + Dal volto rimovea quell’ aere grasso, + menando la sinistra innanzi spesso; + e sol di quell’ angoscia parea lasso. + + Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, + e volsimi al maestro; e quei fé segno + ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. + + Ahi quanto mi parea pien di disdegno! + Venne a la porta e con una verghetta + l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. + + «O cacciati del ciel, gente dispetta», + cominciò elli in su l’orribil soglia, + «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta? + + Perché recalcitrate a quella voglia + a cui non puote il fin mai esser mozzo, + e che più volte v’ha cresciuta doglia? + + Che giova ne le fata dar di cozzo? + Cerbero vostro, se ben vi ricorda, + ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». + + Poi si rivolse per la strada lorda, + e non fé motto a noi, ma fé sembiante + d’omo cui altra cura stringa e morda + + che quella di colui che li è davante; + e noi movemmo i piedi inver’ la terra, + sicuri appresso le parole sante. + + Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; + e io, ch’avea di riguardar disio + la condizion che tal fortezza serra, + + com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: + e veggio ad ogne man grande campagna, + piena di duolo e di tormento rio. + + Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, + sì com’ a Pola, presso del Carnaro + ch’Italia chiude e suoi termini bagna, + + fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, + così facevan quivi d’ogne parte, + salvo che ’l modo v’era più amaro; + + ché tra li avelli fiamme erano sparte, + per le quali eran sì del tutto accesi, + che ferro più non chiede verun’ arte. + + Tutti li lor coperchi eran sospesi, + e fuor n’uscivan sì duri lamenti, + che ben parean di miseri e d’offesi. + + E io: «Maestro, quai son quelle genti + che, seppellite dentro da quell’ arche, + si fan sentir coi sospiri dolenti?». + + E quelli a me: «Qui son li eresïarche + con lor seguaci, d’ogne setta, e molto + più che non credi son le tombe carche. + + Simile qui con simile è sepolto, + e i monimenti son più e men caldi». + E poi ch’a la man destra si fu vòlto, + + passammo tra i martìri e li alti spaldi. + + + + Inferno • Canto X + + + Ora sen va per un secreto calle, + tra ’l muro de la terra e li martìri, + lo mio maestro, e io dopo le spalle. + + «O virtù somma, che per li empi giri + mi volvi», cominciai, «com’ a te piace, + parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. + + La gente che per li sepolcri giace + potrebbesi veder? già son levati + tutt’ i coperchi, e nessun guardia face». + + E quelli a me: «Tutti saran serrati + quando di Iosafàt qui torneranno + coi corpi che là sù hanno lasciati. + + Suo cimitero da questa parte hanno + con Epicuro tutti suoi seguaci, + che l’anima col corpo morta fanno. + + Però a la dimanda che mi faci + quinc’ entro satisfatto sarà tosto, + e al disio ancor che tu mi taci». + + E io: «Buon duca, non tegno riposto + a te mio cuor se non per dicer poco, + e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». + + «O Tosco che per la città del foco + vivo ten vai così parlando onesto, + piacciati di restare in questo loco. + + La tua loquela ti fa manifesto + di quella nobil patrïa natio, + a la qual forse fui troppo molesto». + + Subitamente questo suono uscìo + d’una de l’arche; però m’accostai, + temendo, un poco più al duca mio. + + Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? + Vedi là Farinata che s’è dritto: + da la cintola in sù tutto ’l vedrai». + + Io avea già il mio viso nel suo fitto; + ed el s’ergea col petto e con la fronte + com’ avesse l’inferno a gran dispitto. + + E l’animose man del duca e pronte + mi pinser tra le sepulture a lui, + dicendo: «Le parole tue sien conte». + + Com’ io al piè de la sua tomba fui, + guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, + mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». + + Io ch’era d’ubidir disideroso, + non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi; + ond’ ei levò le ciglia un poco in suso; + + poi disse: «Fieramente furo avversi + a me e a miei primi e a mia parte, + sì che per due fïate li dispersi». + + «S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», + rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata; + ma i vostri non appreser ben quell’ arte». + + Allor surse a la vista scoperchiata + un’ombra, lungo questa, infino al mento: + credo che s’era in ginocchie levata. + + Dintorno mi guardò, come talento + avesse di veder s’altri era meco; + e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, + + piangendo disse: «Se per questo cieco + carcere vai per altezza d’ingegno, + mio figlio ov’ è? e perché non è teco?». + + E io a lui: «Da me stesso non vegno: + colui ch’attende là, per qui mi mena + forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». + + Le sue parole e ’l modo de la pena + m’avean di costui già letto il nome; + però fu la risposta così piena. + + Di sùbito drizzato gridò: «Come? + dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora? + non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». + + Quando s’accorse d’alcuna dimora + ch’io facëa dinanzi a la risposta, + supin ricadde e più non parve fora. + + Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta + restato m’era, non mutò aspetto, + né mosse collo, né piegò sua costa; + + e sé continüando al primo detto, + «S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa, + ciò mi tormenta più che questo letto. + + Ma non cinquanta volte fia raccesa + la faccia de la donna che qui regge, + che tu saprai quanto quell’ arte pesa. + + E se tu mai nel dolce mondo regge, + dimmi: perché quel popolo è sì empio + incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?». + + Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio + che fece l’Arbia colorata in rosso, + tal orazion fa far nel nostro tempio». + + Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, + «A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo + sanza cagion con li altri sarei mosso. + + Ma fu’ io solo, là dove sofferto + fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, + colui che la difesi a viso aperto». + + «Deh, se riposi mai vostra semenza», + prega’ io lui, «solvetemi quel nodo + che qui ha ’nviluppata mia sentenza. + + El par che voi veggiate, se ben odo, + dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, + e nel presente tenete altro modo». + + «Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, + le cose», disse, «che ne son lontano; + cotanto ancor ne splende il sommo duce. + + Quando s’appressano o son, tutto è vano + nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, + nulla sapem di vostro stato umano. + + Però comprender puoi che tutta morta + fia nostra conoscenza da quel punto + che del futuro fia chiusa la porta». + + Allor, come di mia colpa compunto, + dissi: «Or direte dunque a quel caduto + che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; + + e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, + fate i saper che ’l fei perché pensava + già ne l’error che m’avete soluto». + + E già ’l maestro mio mi richiamava; + per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio + che mi dicesse chi con lu’ istava. + + Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: + qua dentro è ’l secondo Federico + e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». + + Indi s’ascose; e io inver’ l’antico + poeta volsi i passi, ripensando + a quel parlar che mi parea nemico. + + Elli si mosse; e poi, così andando, + mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». + E io li sodisfeci al suo dimando. + + «La mente tua conservi quel ch’udito + hai contra te», mi comandò quel saggio; + «e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: + + «quando sarai dinanzi al dolce raggio + di quella il cui bell’ occhio tutto vede, + da lei saprai di tua vita il vïaggio». + + Appresso mosse a man sinistra il piede: + lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo + per un sentier ch’a una valle fiede, + + che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. + + + + Inferno • Canto XI + + + In su l’estremità d’un’alta ripa + che facevan gran pietre rotte in cerchio, + venimmo sopra più crudele stipa; + + e quivi, per l’orribile soperchio + del puzzo che ’l profondo abisso gitta, + ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio + + d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta + che dicea: ‘Anastasio papa guardo, + lo qual trasse Fotin de la via dritta’. + + «Lo nostro scender conviene esser tardo, + sì che s’ausi un poco in prima il senso + al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». + + Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», + dissi lui, «trova che ’l tempo non passi + perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». + + «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», + cominciò poi a dir, «son tre cerchietti + di grado in grado, come que’ che lassi. + + Tutti son pien di spirti maladetti; + ma perché poi ti basti pur la vista, + intendi come e perché son costretti. + + D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, + ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale + o con forza o con frode altrui contrista. + + Ma perché frode è de l’uom proprio male, + più spiace a Dio; e però stan di sotto + li frodolenti, e più dolor li assale. + + Di vïolenti il primo cerchio è tutto; + ma perché si fa forza a tre persone, + in tre gironi è distinto e costrutto. + + A Dio, a sé, al prossimo si pòne + far forza, dico in loro e in lor cose, + come udirai con aperta ragione. + + Morte per forza e ferute dogliose + nel prossimo si danno, e nel suo avere + ruine, incendi e tollette dannose; + + onde omicide e ciascun che mal fiere, + guastatori e predon, tutti tormenta + lo giron primo per diverse schiere. + + Puote omo avere in sé man vïolenta + e ne’ suoi beni; e però nel secondo + giron convien che sanza pro si penta + + qualunque priva sé del vostro mondo, + biscazza e fonde la sua facultade, + e piange là dov’ esser de’ giocondo. + + Puossi far forza ne la deïtade, + col cor negando e bestemmiando quella, + e spregiando natura e sua bontade; + + e però lo minor giron suggella + del segno suo e Soddoma e Caorsa + e chi, spregiando Dio col cor, favella. + + La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, + può l’omo usare in colui che ’n lui fida + e in quel che fidanza non imborsa. + + Questo modo di retro par ch’incida + pur lo vinco d’amor che fa natura; + onde nel cerchio secondo s’annida + + ipocresia, lusinghe e chi affattura, + falsità, ladroneccio e simonia, + ruffian, baratti e simile lordura. + + Per l’altro modo quell’ amor s’oblia + che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, + di che la fede spezïal si cria; + + onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto + de l’universo in su che Dite siede, + qualunque trade in etterno è consunto». + + E io: «Maestro, assai chiara procede + la tua ragione, e assai ben distingue + questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. + + Ma dimmi: quei de la palude pingue, + che mena il vento, e che batte la pioggia, + e che s’incontran con sì aspre lingue, + + perché non dentro da la città roggia + sono ei puniti, se Dio li ha in ira? + e se non li ha, perché sono a tal foggia?». + + Ed elli a me «Perché tanto delira», + disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle? + o ver la mente dove altrove mira? + + Non ti rimembra di quelle parole + con le quai la tua Etica pertratta + le tre disposizion che ’l ciel non vole, + + incontenenza, malizia e la matta + bestialitade? e come incontenenza + men Dio offende e men biasimo accatta? + + Se tu riguardi ben questa sentenza, + e rechiti a la mente chi son quelli + che sù di fuor sostegnon penitenza, + + tu vedrai ben perché da questi felli + sien dipartiti, e perché men crucciata + la divina vendetta li martelli». + + «O sol che sani ogne vista turbata, + tu mi contenti sì quando tu solvi, + che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. + + Ancora in dietro un poco ti rivolvi», + diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende + la divina bontade, e ’l groppo solvi». + + «Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, + nota, non pure in una sola parte, + come natura lo suo corso prende + + dal divino ’ntelletto e da sua arte; + e se tu ben la tua Fisica note, + tu troverai, non dopo molte carte, + + che l’arte vostra quella, quanto pote, + segue, come ’l maestro fa ’l discente; + sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. + + Da queste due, se tu ti rechi a mente + lo Genesì dal principio, convene + prender sua vita e avanzar la gente; + + e perché l’usuriere altra via tene, + per sé natura e per la sua seguace + dispregia, poi ch’in altro pon la spene. + + Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace; + ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, + e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, + + e ’l balzo via là oltra si dismonta». + + + + Inferno • Canto XII + + + Era lo loco ov’ a scender la riva + venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, + tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. + + Qual è quella ruina che nel fianco + di qua da Trento l’Adice percosse, + o per tremoto o per sostegno manco, + + che da cima del monte, onde si mosse, + al piano è sì la roccia discoscesa, + ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: + + cotal di quel burrato era la scesa; + e ’n su la punta de la rotta lacca + l’infamïa di Creti era distesa + + che fu concetta ne la falsa vacca; + e quando vide noi, sé stesso morse, + sì come quei cui l’ira dentro fiacca. + + Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse + tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, + che sù nel mondo la morte ti porse? + + Pàrtiti, bestia, ché questi non vene + ammaestrato da la tua sorella, + ma vassi per veder le vostre pene». + + Qual è quel toro che si slaccia in quella + c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, + che gir non sa, ma qua e là saltella, + + vid’ io lo Minotauro far cotale; + e quello accorto gridò: «Corri al varco; + mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». + + Così prendemmo via giù per lo scarco + di quelle pietre, che spesso moviensi + sotto i miei piedi per lo novo carco. + + Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi + forse a questa ruina, ch’è guardata + da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi. + + Or vo’ che sappi che l’altra fïata + ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, + questa roccia non era ancor cascata. + + Ma certo poco pria, se ben discerno, + che venisse colui che la gran preda + levò a Dite del cerchio superno, + + da tutte parti l’alta valle feda + tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo + sentisse amor, per lo qual è chi creda + + più volte il mondo in caòsso converso; + e in quel punto questa vecchia roccia, + qui e altrove, tal fece riverso. + + Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia + la riviera del sangue in la qual bolle + qual che per vïolenza in altrui noccia». + + Oh cieca cupidigia e ira folle, + che sì ci sproni ne la vita corta, + e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! + + Io vidi un’ampia fossa in arco torta, + come quella che tutto ’l piano abbraccia, + secondo ch’avea detto la mia scorta; + + e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia + corrien centauri, armati di saette, + come solien nel mondo andare a caccia. + + Veggendoci calar, ciascun ristette, + e de la schiera tre si dipartiro + con archi e asticciuole prima elette; + + e l’un gridò da lungi: «A qual martiro + venite voi che scendete la costa? + Ditel costinci; se non, l’arco tiro». + + Lo mio maestro disse: «La risposta + farem noi a Chirón costà di presso: + mal fu la voglia tua sempre sì tosta». + + Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, + che morì per la bella Deianira, + e fé di sé la vendetta elli stesso. + + E quel di mezzo, ch’al petto si mira, + è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; + quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira. + + Dintorno al fosso vanno a mille a mille, + saettando qual anima si svelle + del sangue più che sua colpa sortille». + + Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: + Chirón prese uno strale, e con la cocca + fece la barba in dietro a le mascelle. + + Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, + disse a’ compagni: «Siete voi accorti + che quel di retro move ciò ch’el tocca? + + Così non soglion far li piè d’i morti». + E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, + dove le due nature son consorti, + + rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto + mostrar li mi convien la valle buia; + necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. + + Tal si partì da cantare alleluia + che mi commise quest’ officio novo: + non è ladron, né io anima fuia. + + Ma per quella virtù per cu’ io movo + li passi miei per sì selvaggia strada, + danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, + + e che ne mostri là dove si guada, + e che porti costui in su la groppa, + ché non è spirto che per l’aere vada». + + Chirón si volse in su la destra poppa, + e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida, + e fa cansar s’altra schiera v’intoppa». + + Or ci movemmo con la scorta fida + lungo la proda del bollor vermiglio, + dove i bolliti facieno alte strida. + + Io vidi gente sotto infino al ciglio; + e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni + che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. + + Quivi si piangon li spietati danni; + quivi è Alessandro, e Dïonisio fero + che fé Cicilia aver dolorosi anni. + + E quella fronte c’ha ’l pel così nero, + è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, + è Opizzo da Esti, il qual per vero + + fu spento dal figliastro sù nel mondo». + Allor mi volsi al poeta, e quei disse: + «Questi ti sia or primo, e io secondo». + + Poco più oltre il centauro s’affisse + sovr’ una gente che ’nfino a la gola + parea che di quel bulicame uscisse. + + Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, + dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio + lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola». + + Poi vidi gente che di fuor del rio + tenean la testa e ancor tutto ’l casso; + e di costoro assai riconobb’ io. + + Così a più a più si facea basso + quel sangue, sì che cocea pur li piedi; + e quindi fu del fosso il nostro passo. + + «Sì come tu da questa parte vedi + lo bulicame che sempre si scema», + disse ’l centauro, «voglio che tu credi + + che da quest’ altra a più a più giù prema + lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge + ove la tirannia convien che gema. + + La divina giustizia di qua punge + quell’ Attila che fu flagello in terra, + e Pirro e Sesto; e in etterno munge + + le lagrime, che col bollor diserra, + a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, + che fecero a le strade tanta guerra». + + Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. + + + + Inferno • Canto XIII + + + Non era ancor di là Nesso arrivato, + quando noi ci mettemmo per un bosco + che da neun sentiero era segnato. + + Non fronda verde, ma di color fosco; + non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; + non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. + + Non han sì aspri sterpi né sì folti + quelle fiere selvagge che ’n odio hanno + tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. + + Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, + che cacciar de le Strofade i Troiani + con tristo annunzio di futuro danno. + + Ali hanno late, e colli e visi umani, + piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; + fanno lamenti in su li alberi strani. + + E ’l buon maestro «Prima che più entre, + sappi che se’ nel secondo girone», + mi cominciò a dire, «e sarai mentre + + che tu verrai ne l’orribil sabbione. + Però riguarda ben; sì vederai + cose che torrien fede al mio sermone». + + Io sentia d’ogne parte trarre guai + e non vedea persona che ’l facesse; + per ch’io tutto smarrito m’arrestai. + + Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse + che tante voci uscisser, tra quei bronchi, + da gente che per noi si nascondesse. + + Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi + qualche fraschetta d’una d’este piante, + li pensier c’hai si faran tutti monchi». + + Allor porsi la mano un poco avante + e colsi un ramicel da un gran pruno; + e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». + + Da che fatto fu poi di sangue bruno, + ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? + non hai tu spirto di pietade alcuno? + + Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: + ben dovrebb’ esser la tua man più pia, + se state fossimo anime di serpi». + + Come d’un stizzo verde ch’arso sia + da l’un de’ capi, che da l’altro geme + e cigola per vento che va via, + + sì de la scheggia rotta usciva insieme + parole e sangue; ond’ io lasciai la cima + cadere, e stetti come l’uom che teme. + + «S’elli avesse potuto creder prima», + rispuose ’l savio mio, «anima lesa, + ciò c’ha veduto pur con la mia rima, + + non averebbe in te la man distesa; + ma la cosa incredibile mi fece + indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. + + Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece + d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi + nel mondo sù, dove tornar li lece». + + E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, + ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi + perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi. + + Io son colui che tenni ambo le chiavi + del cor di Federigo, e che le volsi, + serrando e diserrando, sì soavi, + + che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; + fede portai al glorïoso offizio, + tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. + + La meretrice che mai da l’ospizio + di Cesare non torse li occhi putti, + morte comune e de le corti vizio, + + infiammò contra me li animi tutti; + e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, + che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. + + L’animo mio, per disdegnoso gusto, + credendo col morir fuggir disdegno, + ingiusto fece me contra me giusto. + + Per le nove radici d’esto legno + vi giuro che già mai non ruppi fede + al mio segnor, che fu d’onor sì degno. + + E se di voi alcun nel mondo riede, + conforti la memoria mia, che giace + ancor del colpo che ’nvidia le diede». + + Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», + disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; + ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». + + Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora + di quel che credi ch’a me satisfaccia; + ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». + + Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia + liberamente ciò che ’l tuo dir priega, + spirito incarcerato, ancor ti piaccia + + di dirne come l’anima si lega + in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, + s’alcuna mai di tai membra si spiega». + + Allor soffiò il tronco forte, e poi + si convertì quel vento in cotal voce: + «Brievemente sarà risposto a voi. + + Quando si parte l’anima feroce + dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta, + Minòs la manda a la settima foce. + + Cade in la selva, e non l’è parte scelta; + ma là dove fortuna la balestra, + quivi germoglia come gran di spelta. + + Surge in vermena e in pianta silvestra: + l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, + fanno dolore, e al dolor fenestra. + + Come l’altre verrem per nostre spoglie, + ma non però ch’alcuna sen rivesta, + ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. + + Qui le strascineremo, e per la mesta + selva saranno i nostri corpi appesi, + ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». + + Noi eravamo ancora al tronco attesi, + credendo ch’altro ne volesse dire, + quando noi fummo d’un romor sorpresi, + + similemente a colui che venire + sente ’l porco e la caccia a la sua posta, + ch’ode le bestie, e le frasche stormire. + + Ed ecco due da la sinistra costa, + nudi e graffiati, fuggendo sì forte, + che de la selva rompieno ogne rosta. + + Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». + E l’altro, cui pareva tardar troppo, + gridava: «Lano, sì non furo accorte + + le gambe tue a le giostre dal Toppo!». + E poi che forse li fallia la lena, + di sé e d’un cespuglio fece un groppo. + + Di rietro a loro era la selva piena + di nere cagne, bramose e correnti + come veltri ch’uscisser di catena. + + In quel che s’appiattò miser li denti, + e quel dilaceraro a brano a brano; + poi sen portar quelle membra dolenti. + + Presemi allor la mia scorta per mano, + e menommi al cespuglio che piangea + per le rotture sanguinenti in vano. + + «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, + che t’è giovato di me fare schermo? + che colpa ho io de la tua vita rea?». + + Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, + disse: «Chi fosti, che per tante punte + soffi con sangue doloroso sermo?». + + Ed elli a noi: «O anime che giunte + siete a veder lo strazio disonesto + c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, + + raccoglietele al piè del tristo cesto. + I’ fui de la città che nel Batista + mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo + + sempre con l’arte sua la farà trista; + e se non fosse che ’n sul passo d’Arno + rimane ancor di lui alcuna vista, + + que’ cittadin che poi la rifondarno + sovra ’l cener che d’Attila rimase, + avrebber fatto lavorare indarno. + + Io fei gibetto a me de le mie case». + + + + Inferno • Canto XIV + + + Poi che la carità del natio loco + mi strinse, raunai le fronde sparte + e rende’le a colui, ch’era già fioco. + + Indi venimmo al fine ove si parte + lo secondo giron dal terzo, e dove + si vede di giustizia orribil arte. + + A ben manifestar le cose nove, + dico che arrivammo ad una landa + che dal suo letto ogne pianta rimove. + + La dolorosa selva l’è ghirlanda + intorno, come ’l fosso tristo ad essa; + quivi fermammo i passi a randa a randa. + + Lo spazzo era una rena arida e spessa, + non d’altra foggia fatta che colei + che fu da’ piè di Caton già soppressa. + + O vendetta di Dio, quanto tu dei + esser temuta da ciascun che legge + ciò che fu manifesto a li occhi mei! + + D’anime nude vidi molte gregge + che piangean tutte assai miseramente, + e parea posta lor diversa legge. + + Supin giacea in terra alcuna gente, + alcuna si sedea tutta raccolta, + e altra andava continüamente. + + Quella che giva ’ntorno era più molta, + e quella men che giacëa al tormento, + ma più al duolo avea la lingua sciolta. + + Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, + piovean di foco dilatate falde, + come di neve in alpe sanza vento. + + Quali Alessandro in quelle parti calde + d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo + fiamme cadere infino a terra salde, + + per ch’ei provide a scalpitar lo suolo + con le sue schiere, acciò che lo vapore + mei si stingueva mentre ch’era solo: + + tale scendeva l’etternale ardore; + onde la rena s’accendea, com’ esca + sotto focile, a doppiar lo dolore. + + Sanza riposo mai era la tresca + de le misere mani, or quindi or quinci + escotendo da sé l’arsura fresca. + + I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci + tutte le cose, fuor che ’ demon duri + ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, + + chi è quel grande che non par che curi + lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, + sì che la pioggia non par che ’l marturi?». + + E quel medesmo, che si fu accorto + ch’io domandava il mio duca di lui, + gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto. + + Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui + crucciato prese la folgore aguta + onde l’ultimo dì percosso fui; + + o s’elli stanchi li altri a muta a muta + in Mongibello a la focina negra, + chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, + + sì com’ el fece a la pugna di Flegra, + e me saetti con tutta sua forza: + non ne potrebbe aver vendetta allegra». + + Allora il duca mio parlò di forza + tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: + «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza + + la tua superbia, se’ tu più punito; + nullo martiro, fuor che la tua rabbia, + sarebbe al tuo furor dolor compito». + + Poi si rivolse a me con miglior labbia, + dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi + ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia + + Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; + ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti + sono al suo petto assai debiti fregi. + + Or mi vien dietro, e guarda che non metti, + ancor, li piedi ne la rena arsiccia; + ma sempre al bosco tien li piedi stretti». + + Tacendo divenimmo là ’ve spiccia + fuor de la selva un picciol fiumicello, + lo cui rossore ancor mi raccapriccia. + + Quale del Bulicame esce ruscello + che parton poi tra lor le peccatrici, + tal per la rena giù sen giva quello. + + Lo fondo suo e ambo le pendici + fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato; + per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. + + «Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, + poscia che noi intrammo per la porta + lo cui sogliare a nessuno è negato, + + cosa non fu da li tuoi occhi scorta + notabile com’ è ’l presente rio, + che sovra sé tutte fiammelle ammorta». + + Queste parole fuor del duca mio; + per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto + di cui largito m’avëa il disio. + + «In mezzo mar siede un paese guasto», + diss’ elli allora, «che s’appella Creta, + sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. + + Una montagna v’è che già fu lieta + d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; + or è diserta come cosa vieta. + + Rëa la scelse già per cuna fida + del suo figliuolo, e per celarlo meglio, + quando piangea, vi facea far le grida. + + Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, + che tien volte le spalle inver’ Dammiata + e Roma guarda come süo speglio. + + La sua testa è di fin oro formata, + e puro argento son le braccia e ’l petto, + poi è di rame infino a la forcata; + + da indi in giuso è tutto ferro eletto, + salvo che ’l destro piede è terra cotta; + e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. + + Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta + d’una fessura che lagrime goccia, + le quali, accolte, fóran quella grotta. + + Lor corso in questa valle si diroccia; + fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; + poi sen van giù per questa stretta doccia, + + infin, là ove più non si dismonta, + fanno Cocito; e qual sia quello stagno + tu lo vedrai, però qui non si conta». + + E io a lui: «Se ’l presente rigagno + si diriva così dal nostro mondo, + perché ci appar pur a questo vivagno?». + + Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; + e tutto che tu sie venuto molto, + pur a sinistra, giù calando al fondo, + + non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; + per che, se cosa n’apparisce nova, + non de’ addur maraviglia al tuo volto». + + E io ancor: «Maestro, ove si trova + Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, + e l’altro di’ che si fa d’esta piova». + + «In tutte tue question certo mi piaci», + rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa + dovea ben solver l’una che tu faci. + + Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, + là dove vanno l’anime a lavarsi + quando la colpa pentuta è rimossa». + + Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi + dal bosco; fa che di retro a me vegne: + li margini fan via, che non son arsi, + + e sopra loro ogne vapor si spegne». + + + + Inferno • Canto XV + + + Ora cen porta l’un de’ duri margini; + e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, + sì che dal foco salva l’acqua e li argini. + + Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, + temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, + fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; + + e quali Padoan lungo la Brenta, + per difender lor ville e lor castelli, + anzi che Carentana il caldo senta: + + a tale imagine eran fatti quelli, + tutto che né sì alti né sì grossi, + qual che si fosse, lo maestro félli. + + Già eravam da la selva rimossi + tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, + perch’ io in dietro rivolto mi fossi, + + quando incontrammo d’anime una schiera + che venian lungo l’argine, e ciascuna + ci riguardava come suol da sera + + guardare uno altro sotto nuova luna; + e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia + come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. + + Così adocchiato da cotal famiglia, + fui conosciuto da un, che mi prese + per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». + + E io, quando ’l suo braccio a me distese, + ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, + sì che ’l viso abbrusciato non difese + + la conoscenza süa al mio ’ntelletto; + e chinando la mano a la sua faccia, + rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». + + E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia + se Brunetto Latino un poco teco + ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». + + I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; + e se volete che con voi m’asseggia, + faròl, se piace a costui che vo seco». + + «O figliuol», disse, «qual di questa greggia + s’arresta punto, giace poi cent’ anni + sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia. + + Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; + e poi rigiugnerò la mia masnada, + che va piangendo i suoi etterni danni». + + Io non osava scender de la strada + per andar par di lui; ma ’l capo chino + tenea com’ uom che reverente vada. + + El cominciò: «Qual fortuna o destino + anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? + e chi è questi che mostra ’l cammino?». + + «Là sù di sopra, in la vita serena», + rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle, + avanti che l’età mia fosse piena. + + Pur ier mattina le volsi le spalle: + questi m’apparve, tornand’ ïo in quella, + e reducemi a ca per questo calle». + + Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, + non puoi fallire a glorïoso porto, + se ben m’accorsi ne la vita bella; + + e s’io non fossi sì per tempo morto, + veggendo il cielo a te così benigno, + dato t’avrei a l’opera conforto. + + Ma quello ingrato popolo maligno + che discese di Fiesole ab antico, + e tiene ancor del monte e del macigno, + + ti si farà, per tuo ben far, nimico; + ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi + si disconvien fruttare al dolce fico. + + Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; + gent’ è avara, invidiosa e superba: + dai lor costumi fa che tu ti forbi. + + La tua fortuna tanto onor ti serba, + che l’una parte e l’altra avranno fame + di te; ma lungi fia dal becco l’erba. + + Faccian le bestie fiesolane strame + di lor medesme, e non tocchin la pianta, + s’alcuna surge ancora in lor letame, + + in cui riviva la sementa santa + di que’ Roman che vi rimaser quando + fu fatto il nido di malizia tanta». + + «Se fosse tutto pieno il mio dimando», + rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora + de l’umana natura posto in bando; + + ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, + la cara e buona imagine paterna + di voi quando nel mondo ad ora ad ora + + m’insegnavate come l’uom s’etterna: + e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo + convien che ne la mia lingua si scerna. + + Ciò che narrate di mio corso scrivo, + e serbolo a chiosar con altro testo + a donna che saprà, s’a lei arrivo. + + Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, + pur che mia coscïenza non mi garra, + ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. + + Non è nuova a li orecchi miei tal arra: + però giri Fortuna la sua rota + come le piace, e ’l villan la sua marra». + + Lo mio maestro allora in su la gota + destra si volse in dietro e riguardommi; + poi disse: «Bene ascolta chi la nota». + + Né per tanto di men parlando vommi + con ser Brunetto, e dimando chi sono + li suoi compagni più noti e più sommi. + + Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; + de li altri fia laudabile tacerci, + ché ’l tempo saria corto a tanto suono. + + In somma sappi che tutti fur cherci + e litterati grandi e di gran fama, + d’un peccato medesmo al mondo lerci. + + Priscian sen va con quella turba grama, + e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, + s’avessi avuto di tal tigna brama, + + colui potei che dal servo de’ servi + fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, + dove lasciò li mal protesi nervi. + + Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone + più lungo esser non può, però ch’i’ veggio + là surger nuovo fummo del sabbione. + + Gente vien con la quale esser non deggio. + Sieti raccomandato il mio Tesoro, + nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». + + Poi si rivolse, e parve di coloro + che corrono a Verona il drappo verde + per la campagna; e parve di costoro + + quelli che vince, non colui che perde. + + + + Inferno • Canto XVI + + + Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo + de l’acqua che cadea ne l’altro giro, + simile a quel che l’arnie fanno rombo, + + quando tre ombre insieme si partiro, + correndo, d’una torma che passava + sotto la pioggia de l’aspro martiro. + + Venian ver’ noi, e ciascuna gridava: + «Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri + esser alcun di nostra terra prava». + + Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, + ricenti e vecchie, da le fiamme incese! + Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. + + A le lor grida il mio dottor s’attese; + volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta», + disse, «a costor si vuole esser cortese. + + E se non fosse il foco che saetta + la natura del loco, i’ dicerei + che meglio stesse a te che a lor la fretta». + + Ricominciar, come noi restammo, ei + l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, + fenno una rota di sé tutti e trei. + + Qual sogliono i campion far nudi e unti, + avvisando lor presa e lor vantaggio, + prima che sien tra lor battuti e punti, + + così rotando, ciascuno il visaggio + drizzava a me, sì che ’n contraro il collo + faceva ai piè continüo vïaggio. + + E «Se miseria d’esto loco sollo + rende in dispetto noi e nostri prieghi», + cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo, + + la fama nostra il tuo animo pieghi + a dirne chi tu se’, che i vivi piedi + così sicuro per lo ’nferno freghi. + + Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, + tutto che nudo e dipelato vada, + fu di grado maggior che tu non credi: + + nepote fu de la buona Gualdrada; + Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita + fece col senno assai e con la spada. + + L’altro, ch’appresso me la rena trita, + è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce + nel mondo sù dovria esser gradita. + + E io, che posto son con loro in croce, + Iacopo Rusticucci fui, e certo + la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». + + S’i’ fossi stato dal foco coperto, + gittato mi sarei tra lor di sotto, + e credo che ’l dottor l’avria sofferto; + + ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, + vinse paura la mia buona voglia + che di loro abbracciar mi facea ghiotto. + + Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia + la vostra condizion dentro mi fisse, + tanta che tardi tutta si dispoglia, + + tosto che questo mio segnor mi disse + parole per le quali i’ mi pensai + che qual voi siete, tal gente venisse. + + Di vostra terra sono, e sempre mai + l’ovra di voi e li onorati nomi + con affezion ritrassi e ascoltai. + + Lascio lo fele e vo per dolci pomi + promessi a me per lo verace duca; + ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». + + «Se lungamente l’anima conduca + le membra tue», rispuose quelli ancora, + «e se la fama tua dopo te luca, + + cortesia e valor dì se dimora + ne la nostra città sì come suole, + o se del tutto se n’è gita fora; + + ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole + con noi per poco e va là coi compagni, + assai ne cruccia con le sue parole». + + «La gente nuova e i sùbiti guadagni + orgoglio e dismisura han generata, + Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». + + Così gridai con la faccia levata; + e i tre, che ciò inteser per risposta, + guardar l’un l’altro com’ al ver si guata. + + «Se l’altre volte sì poco ti costa», + rispuoser tutti, «il satisfare altrui, + felice te se sì parli a tua posta! + + Però, se campi d’esti luoghi bui + e torni a riveder le belle stelle, + quando ti gioverà dicere “I’ fui”, + + fa che di noi a la gente favelle». + Indi rupper la rota, e a fuggirsi + ali sembiar le gambe loro isnelle. + + Un amen non saria possuto dirsi + tosto così com’ e’ fuoro spariti; + per ch’al maestro parve di partirsi. + + Io lo seguiva, e poco eravam iti, + che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, + che per parlar saremmo a pena uditi. + + Come quel fiume c’ha proprio cammino + prima dal Monte Viso ’nver’ levante, + da la sinistra costa d’Apennino, + + che si chiama Acquacheta suso, avante + che si divalli giù nel basso letto, + e a Forlì di quel nome è vacante, + + rimbomba là sovra San Benedetto + de l’Alpe per cadere ad una scesa + ove dovea per mille esser recetto; + + così, giù d’una ripa discoscesa, + trovammo risonar quell’ acqua tinta, + sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa. + + Io avea una corda intorno cinta, + e con essa pensai alcuna volta + prender la lonza a la pelle dipinta. + + Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, + sì come ’l duca m’avea comandato, + porsila a lui aggroppata e ravvolta. + + Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, + e alquanto di lunge da la sponda + la gittò giuso in quell’ alto burrato. + + ‘E’ pur convien che novità risponda’, + dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno + che ’l maestro con l’occhio sì seconda’. + + Ahi quanto cauti li uomini esser dienno + presso a color che non veggion pur l’ovra, + ma per entro i pensier miran col senno! + + El disse a me: «Tosto verrà di sovra + ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna; + tosto convien ch’al tuo viso si scovra». + + Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna + de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, + però che sanza colpa fa vergogna; + + ma qui tacer nol posso; e per le note + di questa comedìa, lettor, ti giuro, + s’elle non sien di lunga grazia vòte, + + ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro + venir notando una figura in suso, + maravigliosa ad ogne cor sicuro, + + sì come torna colui che va giuso + talora a solver l’àncora ch’aggrappa + o scoglio o altro che nel mare è chiuso, + + che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. + + + + Inferno • Canto XVII + + + «Ecco la fiera con la coda aguzza, + che passa i monti e rompe i muri e l’armi! + Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». + + Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; + e accennolle che venisse a proda, + vicino al fin d’i passeggiati marmi. + + E quella sozza imagine di froda + sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, + ma ’n su la riva non trasse la coda. + + La faccia sua era faccia d’uom giusto, + tanto benigna avea di fuor la pelle, + e d’un serpente tutto l’altro fusto; + + due branche avea pilose insin l’ascelle; + lo dosso e ’l petto e ambedue le coste + dipinti avea di nodi e di rotelle. + + Con più color, sommesse e sovraposte + non fer mai drappi Tartari né Turchi, + né fuor tai tele per Aragne imposte. + + Come talvolta stanno a riva i burchi, + che parte sono in acqua e parte in terra, + e come là tra li Tedeschi lurchi + + lo bivero s’assetta a far sua guerra, + così la fiera pessima si stava + su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. + + Nel vano tutta sua coda guizzava, + torcendo in sù la venenosa forca + ch’a guisa di scorpion la punta armava. + + Lo duca disse: «Or convien che si torca + la nostra via un poco insino a quella + bestia malvagia che colà si corca». + + Però scendemmo a la destra mammella, + e diece passi femmo in su lo stremo, + per ben cessar la rena e la fiammella. + + E quando noi a lei venuti semo, + poco più oltre veggio in su la rena + gente seder propinqua al loco scemo. + + Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena + esperïenza d’esto giron porti», + mi disse, «va, e vedi la lor mena. + + Li tuoi ragionamenti sian là corti; + mentre che torni, parlerò con questa, + che ne conceda i suoi omeri forti». + + Così ancor su per la strema testa + di quel settimo cerchio tutto solo + andai, dove sedea la gente mesta. + + Per li occhi fora scoppiava lor duolo; + di qua, di là soccorrien con le mani + quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: + + non altrimenti fan di state i cani + or col ceffo or col piè, quando son morsi + o da pulci o da mosche o da tafani. + + Poi che nel viso a certi li occhi porsi, + ne’ quali ’l doloroso foco casca, + non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi + + che dal collo a ciascun pendea una tasca + ch’avea certo colore e certo segno, + e quindi par che ’l loro occhio si pasca. + + E com’ io riguardando tra lor vegno, + in una borsa gialla vidi azzurro + che d’un leone avea faccia e contegno. + + Poi, procedendo di mio sguardo il curro, + vidine un’altra come sangue rossa, + mostrando un’oca bianca più che burro. + + E un che d’una scrofa azzurra e grossa + segnato avea lo suo sacchetto bianco, + mi disse: «Che fai tu in questa fossa? + + Or te ne va; e perché se’ vivo anco, + sappi che ’l mio vicin Vitalïano + sederà qui dal mio sinistro fianco. + + Con questi Fiorentin son padoano: + spesse fïate mi ’ntronan li orecchi + gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano, + + che recherà la tasca con tre becchi!”». + Qui distorse la bocca e di fuor trasse + la lingua, come bue che ’l naso lecchi. + + E io, temendo no ’l più star crucciasse + lui che di poco star m’avea ’mmonito, + torna’mi in dietro da l’anime lasse. + + Trova’ il duca mio ch’era salito + già su la groppa del fiero animale, + e disse a me: «Or sie forte e ardito. + + Omai si scende per sì fatte scale; + monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, + sì che la coda non possa far male». + + Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo + de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, + e triema tutto pur guardando ’l rezzo, + + tal divenn’ io a le parole porte; + ma vergogna mi fé le sue minacce, + che innanzi a buon segnor fa servo forte. + + I’ m’assettai in su quelle spallacce; + sì volli dir, ma la voce non venne + com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’. + + Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne + ad altro forse, tosto ch’i’ montai + con le braccia m’avvinse e mi sostenne; + + e disse: «Gerïon, moviti omai: + le rote larghe, e lo scender sia poco; + pensa la nova soma che tu hai». + + Come la navicella esce di loco + in dietro in dietro, sì quindi si tolse; + e poi ch’al tutto si sentì a gioco, + + là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, + e quella tesa, come anguilla, mosse, + e con le branche l’aere a sé raccolse. + + Maggior paura non credo che fosse + quando Fetonte abbandonò li freni, + per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; + + né quando Icaro misero le reni + sentì spennar per la scaldata cera, + gridando il padre a lui «Mala via tieni!», + + che fu la mia, quando vidi ch’i’ era + ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta + ogne veduta fuor che de la fera. + + Ella sen va notando lenta lenta; + rota e discende, ma non me n’accorgo + se non che al viso e di sotto mi venta. + + Io sentia già da la man destra il gorgo + far sotto noi un orribile scroscio, + per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. + + Allor fu’ io più timido a lo stoscio, + però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; + ond’ io tremando tutto mi raccoscio. + + E vidi poi, ché nol vedea davanti, + lo scendere e ’l girar per li gran mali + che s’appressavan da diversi canti. + + Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, + che sanza veder logoro o uccello + fa dire al falconiere «Omè, tu cali!», + + discende lasso onde si move isnello, + per cento rote, e da lunge si pone + dal suo maestro, disdegnoso e fello; + + così ne puose al fondo Gerïone + al piè al piè de la stagliata rocca, + e, discarcate le nostre persone, + + si dileguò come da corda cocca. + + + + Inferno • Canto XVIII + + + Luogo è in inferno detto Malebolge, + tutto di pietra di color ferrigno, + come la cerchia che dintorno il volge. + + Nel dritto mezzo del campo maligno + vaneggia un pozzo assai largo e profondo, + di cui suo loco dicerò l’ordigno. + + Quel cinghio che rimane adunque è tondo + tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura, + e ha distinto in dieci valli il fondo. + + Quale, dove per guardia de le mura + più e più fossi cingon li castelli, + la parte dove son rende figura, + + tale imagine quivi facean quelli; + e come a tai fortezze da’ lor sogli + a la ripa di fuor son ponticelli, + + così da imo de la roccia scogli + movien che ricidien li argini e ’ fossi + infino al pozzo che i tronca e raccogli. + + In questo luogo, de la schiena scossi + di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta + tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. + + A la man destra vidi nova pieta, + novo tormento e novi frustatori, + di che la prima bolgia era repleta. + + Nel fondo erano ignudi i peccatori; + dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto, + di là con noi, ma con passi maggiori, + + come i Roman per l’essercito molto, + l’anno del giubileo, su per lo ponte + hanno a passar la gente modo colto, + + che da l’un lato tutti hanno la fronte + verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, + da l’altra sponda vanno verso ’l monte. + + Di qua, di là, su per lo sasso tetro + vidi demon cornuti con gran ferze, + che li battien crudelmente di retro. + + Ahi come facean lor levar le berze + a le prime percosse! già nessuno + le seconde aspettava né le terze. + + Mentr’ io andava, li occhi miei in uno + furo scontrati; e io sì tosto dissi: + «Già di veder costui non son digiuno». + + Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; + e ’l dolce duca meco si ristette, + e assentio ch’alquanto in dietro gissi. + + E quel frustato celar si credette + bassando ’l viso; ma poco li valse, + ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette, + + se le fazion che porti non son false, + Venedico se’ tu Caccianemico. + Ma che ti mena a sì pungenti salse?». + + Ed elli a me: «Mal volontier lo dico; + ma sforzami la tua chiara favella, + che mi fa sovvenir del mondo antico. + + I’ fui colui che la Ghisolabella + condussi a far la voglia del marchese, + come che suoni la sconcia novella. + + E non pur io qui piango bolognese; + anzi n’è questo loco tanto pieno, + che tante lingue non son ora apprese + + a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; + e se di ciò vuoi fede o testimonio, + rècati a mente il nostro avaro seno». + + Così parlando il percosse un demonio + de la sua scurïada, e disse: «Via, + ruffian! qui non son femmine da conio». + + I’ mi raggiunsi con la scorta mia; + poscia con pochi passi divenimmo + là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia. + + Assai leggeramente quel salimmo; + e vòlti a destra su per la sua scheggia, + da quelle cerchie etterne ci partimmo. + + Quando noi fummo là dov’ el vaneggia + di sotto per dar passo a li sferzati, + lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia + + lo viso in te di quest’ altri mal nati, + ai quali ancor non vedesti la faccia + però che son con noi insieme andati». + + Del vecchio ponte guardavam la traccia + che venìa verso noi da l’altra banda, + e che la ferza similmente scaccia. + + E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, + mi disse: «Guarda quel grande che vene, + e per dolor non par lagrime spanda: + + quanto aspetto reale ancor ritene! + Quelli è Iasón, che per cuore e per senno + li Colchi del monton privati féne. + + Ello passò per l’isola di Lenno + poi che l’ardite femmine spietate + tutti li maschi loro a morte dienno. + + Ivi con segni e con parole ornate + Isifile ingannò, la giovinetta + che prima avea tutte l’altre ingannate. + + Lasciolla quivi, gravida, soletta; + tal colpa a tal martiro lui condanna; + e anche di Medea si fa vendetta. + + Con lui sen va chi da tal parte inganna; + e questo basti de la prima valle + sapere e di color che ’n sé assanna». + + Già eravam là ’ve lo stretto calle + con l’argine secondo s’incrocicchia, + e fa di quello ad un altr’ arco spalle. + + Quindi sentimmo gente che si nicchia + ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, + e sé medesma con le palme picchia. + + Le ripe eran grommate d’una muffa, + per l’alito di giù che vi s’appasta, + che con li occhi e col naso facea zuffa. + + Lo fondo è cupo sì, che non ci basta + loco a veder sanza montare al dosso + de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. + + Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso + vidi gente attuffata in uno sterco + che da li uman privadi parea mosso. + + E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, + vidi un col capo sì di merda lordo, + che non parëa s’era laico o cherco. + + Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo + di riguardar più me che li altri brutti?». + E io a lui: «Perché, se ben ricordo, + + già t’ho veduto coi capelli asciutti, + e se’ Alessio Interminei da Lucca: + però t’adocchio più che li altri tutti». + + Ed elli allor, battendosi la zucca: + «Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe + ond’ io non ebbi mai la lingua stucca». + + Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», + mi disse, «il viso un poco più avante, + sì che la faccia ben con l’occhio attinghe + + di quella sozza e scapigliata fante + che là si graffia con l’unghie merdose, + e or s’accoscia e ora è in piedi stante. + + Taïde è, la puttana che rispuose + al drudo suo quando disse “Ho io grazie + grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”. + + E quinci sian le nostre viste sazie». + + + + Inferno • Canto XIX + + + O Simon mago, o miseri seguaci + che le cose di Dio, che di bontate + deon essere spose, e voi rapaci + + per oro e per argento avolterate, + or convien che per voi suoni la tromba, + però che ne la terza bolgia state. + + Già eravamo, a la seguente tomba, + montati de lo scoglio in quella parte + ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. + + O somma sapïenza, quanta è l’arte + che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, + e quanto giusto tua virtù comparte! + + Io vidi per le coste e per lo fondo + piena la pietra livida di fóri, + d’un largo tutti e ciascun era tondo. + + Non mi parean men ampi né maggiori + che que’ che son nel mio bel San Giovanni, + fatti per loco d’i battezzatori; + + l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, + rupp’ io per un che dentro v’annegava: + e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni. + + Fuor de la bocca a ciascun soperchiava + d’un peccator li piedi e de le gambe + infino al grosso, e l’altro dentro stava. + + Le piante erano a tutti accese intrambe; + per che sì forte guizzavan le giunte, + che spezzate averien ritorte e strambe. + + Qual suole il fiammeggiar de le cose unte + muoversi pur su per la strema buccia, + tal era lì dai calcagni a le punte. + + «Chi è colui, maestro, che si cruccia + guizzando più che li altri suoi consorti», + diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?». + + Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti + là giù per quella ripa che più giace, + da lui saprai di sé e de’ suoi torti». + + E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: + tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto + dal tuo volere, e sai quel che si tace». + + Allor venimmo in su l’argine quarto; + volgemmo e discendemmo a mano stanca + là giù nel fondo foracchiato e arto. + + Lo buon maestro ancor de la sua anca + non mi dipuose, sì mi giunse al rotto + di quel che si piangeva con la zanca. + + «O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, + anima trista come pal commessa», + comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». + + Io stava come ’l frate che confessa + lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, + richiama lui per che la morte cessa. + + Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, + se’ tu già costì ritto, Bonifazio? + Di parecchi anni mi mentì lo scritto. + + Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio + per lo qual non temesti tòrre a ’nganno + la bella donna, e poi di farne strazio?». + + Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, + per non intender ciò ch’è lor risposto, + quasi scornati, e risponder non sanno. + + Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: + “Non son colui, non son colui che credi”»; + e io rispuosi come a me fu imposto. + + Per che lo spirto tutti storse i piedi; + poi, sospirando e con voce di pianto, + mi disse: «Dunque che a me richiedi? + + Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, + che tu abbi però la ripa corsa, + sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; + + e veramente fui figliuol de l’orsa, + cupido sì per avanzar li orsatti, + che sù l’avere e qui me misi in borsa. + + Di sotto al capo mio son li altri tratti + che precedetter me simoneggiando, + per le fessure de la pietra piatti. + + Là giù cascherò io altresì quando + verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, + allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. + + Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi + e ch’i’ son stato così sottosopra, + ch’el non starà piantato coi piè rossi: + + ché dopo lui verrà di più laida opra, + di ver’ ponente, un pastor sanza legge, + tal che convien che lui e me ricuopra. + + Nuovo Iasón sarà, di cui si legge + ne’ Maccabei; e come a quel fu molle + suo re, così fia lui chi Francia regge». + + Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, + ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: + «Deh, or mi dì: quanto tesoro volle + + Nostro Segnore in prima da san Pietro + ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? + Certo non chiese se non “Viemmi retro”. + + Né Pier né li altri tolsero a Matia + oro od argento, quando fu sortito + al loco che perdé l’anima ria. + + Però ti sta, ché tu se’ ben punito; + e guarda ben la mal tolta moneta + ch’esser ti fece contra Carlo ardito. + + E se non fosse ch’ancor lo mi vieta + la reverenza de le somme chiavi + che tu tenesti ne la vita lieta, + + io userei parole ancor più gravi; + ché la vostra avarizia il mondo attrista, + calcando i buoni e sollevando i pravi. + + Di voi pastor s’accorse il Vangelista, + quando colei che siede sopra l’acque + puttaneggiar coi regi a lui fu vista; + + quella che con le sette teste nacque, + e da le diece corna ebbe argomento, + fin che virtute al suo marito piacque. + + Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; + e che altro è da voi a l’idolatre, + se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? + + Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, + non la tua conversion, ma quella dote + che da te prese il primo ricco patre!». + + E mentr’ io li cantava cotai note, + o ira o coscïenza che ’l mordesse, + forte spingava con ambo le piote. + + I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, + con sì contenta labbia sempre attese + lo suon de le parole vere espresse. + + Però con ambo le braccia mi prese; + e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, + rimontò per la via onde discese. + + Né si stancò d’avermi a sé distretto, + sì men portò sovra ’l colmo de l’arco + che dal quarto al quinto argine è tragetto. + + Quivi soavemente spuose il carco, + soave per lo scoglio sconcio ed erto + che sarebbe a le capre duro varco. + + Indi un altro vallon mi fu scoperto. + + + + Inferno • Canto XX + + + Di nova pena mi conven far versi + e dar matera al ventesimo canto + de la prima canzon, ch’è d’i sommersi. + + Io era già disposto tutto quanto + a riguardar ne lo scoperto fondo, + che si bagnava d’angoscioso pianto; + + e vidi gente per lo vallon tondo + venir, tacendo e lagrimando, al passo + che fanno le letane in questo mondo. + + Come ’l viso mi scese in lor più basso, + mirabilmente apparve esser travolto + ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso, + + ché da le reni era tornato ’l volto, + e in dietro venir li convenia, + perché ’l veder dinanzi era lor tolto. + + Forse per forza già di parlasia + si travolse così alcun del tutto; + ma io nol vidi, né credo che sia. + + Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto + di tua lezione, or pensa per te stesso + com’ io potea tener lo viso asciutto, + + quando la nostra imagine di presso + vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi + le natiche bagnava per lo fesso. + + Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi + del duro scoglio, sì che la mia scorta + mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? + + Qui vive la pietà quand’ è ben morta; + chi è più scellerato che colui + che al giudicio divin passion comporta? + + Drizza la testa, drizza, e vedi a cui + s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; + per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, + + Anfïarao? perché lasci la guerra?”. + E non restò di ruinare a valle + fino a Minòs che ciascheduno afferra. + + Mira c’ha fatto petto de le spalle; + perché volle veder troppo davante, + di retro guarda e fa retroso calle. + + Vedi Tiresia, che mutò sembiante + quando di maschio femmina divenne, + cangiandosi le membra tutte quante; + + e prima, poi, ribatter li convenne + li duo serpenti avvolti, con la verga, + che rïavesse le maschili penne. + + Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, + che ne’ monti di Luni, dove ronca + lo Carrarese che di sotto alberga, + + ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca + per sua dimora; onde a guardar le stelle + e ’l mar non li era la veduta tronca. + + E quella che ricuopre le mammelle, + che tu non vedi, con le trecce sciolte, + e ha di là ogne pilosa pelle, + + Manto fu, che cercò per terre molte; + poscia si puose là dove nacqu’ io; + onde un poco mi piace che m’ascolte. + + Poscia che ’l padre suo di vita uscìo + e venne serva la città di Baco, + questa gran tempo per lo mondo gio. + + Suso in Italia bella giace un laco, + a piè de l’Alpe che serra Lamagna + sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. + + Per mille fonti, credo, e più si bagna + tra Garda e Val Camonica e Pennino + de l’acqua che nel detto laco stagna. + + Loco è nel mezzo là dove ’l trentino + pastore e quel di Brescia e ’l veronese + segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. + + Siede Peschiera, bello e forte arnese + da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, + ove la riva ’ntorno più discese. + + Ivi convien che tutto quanto caschi + ciò che ’n grembo a Benaco star non può, + e fassi fiume giù per verdi paschi. + + Tosto che l’acqua a correr mette co, + non più Benaco, ma Mencio si chiama + fino a Governol, dove cade in Po. + + Non molto ha corso, ch’el trova una lama, + ne la qual si distende e la ’mpaluda; + e suol di state talor essere grama. + + Quindi passando la vergine cruda + vide terra, nel mezzo del pantano, + sanza coltura e d’abitanti nuda. + + Lì, per fuggire ogne consorzio umano, + ristette con suoi servi a far sue arti, + e visse, e vi lasciò suo corpo vano. + + Li uomini poi che ’ntorno erano sparti + s’accolsero a quel loco, ch’era forte + per lo pantan ch’avea da tutte parti. + + Fer la città sovra quell’ ossa morte; + e per colei che ’l loco prima elesse, + Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte. + + Già fuor le genti sue dentro più spesse, + prima che la mattia da Casalodi + da Pinamonte inganno ricevesse. + + Però t’assenno che, se tu mai odi + originar la mia terra altrimenti, + la verità nulla menzogna frodi». + + E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti + mi son sì certi e prendon sì mia fede, + che li altri mi sarien carboni spenti. + + Ma dimmi, de la gente che procede, + se tu ne vedi alcun degno di nota; + ché solo a ciò la mia mente rifiede». + + Allor mi disse: «Quel che da la gota + porge la barba in su le spalle brune, + fu—quando Grecia fu di maschi vòta, + + sì ch’a pena rimaser per le cune— + augure, e diede ’l punto con Calcanta + in Aulide a tagliar la prima fune. + + Euripilo ebbe nome, e così ’l canta + l’alta mia tragedìa in alcun loco: + ben lo sai tu che la sai tutta quanta. + + Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, + Michele Scotto fu, che veramente + de le magiche frode seppe ’l gioco. + + Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, + ch’avere inteso al cuoio e a lo spago + ora vorrebbe, ma tardi si pente. + + Vedi le triste che lasciaron l’ago, + la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; + fecer malie con erbe e con imago. + + Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine + d’amendue li emisperi e tocca l’onda + sotto Sobilia Caino e le spine; + + e già iernotte fu la luna tonda: + ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque + alcuna volta per la selva fonda». + + Sì mi parlava, e andavamo introcque. + + + + Inferno • Canto XXI + + + Così di ponte in ponte, altro parlando + che la mia comedìa cantar non cura, + venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando + + restammo per veder l’altra fessura + di Malebolge e li altri pianti vani; + e vidila mirabilmente oscura. + + Quale ne l’arzanà de’ Viniziani + bolle l’inverno la tenace pece + a rimpalmare i legni lor non sani, + + ché navicar non ponno—in quella vece + chi fa suo legno novo e chi ristoppa + le coste a quel che più vïaggi fece; + + chi ribatte da proda e chi da poppa; + altri fa remi e altri volge sarte; + chi terzeruolo e artimon rintoppa—: + + tal, non per foco ma per divin’ arte, + bollia là giuso una pegola spessa, + che ’nviscava la ripa d’ogne parte. + + I’ vedea lei, ma non vedëa in essa + mai che le bolle che ’l bollor levava, + e gonfiar tutta, e riseder compressa. + + Mentr’ io là giù fisamente mirava, + lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», + mi trasse a sé del loco dov’ io stava. + + Allor mi volsi come l’uom cui tarda + di veder quel che li convien fuggire + e cui paura sùbita sgagliarda, + + che, per veder, non indugia ’l partire: + e vidi dietro a noi un diavol nero + correndo su per lo scoglio venire. + + Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! + e quanto mi parea ne l’atto acerbo, + con l’ali aperte e sovra i piè leggero! + + L’omero suo, ch’era aguto e superbo, + carcava un peccator con ambo l’anche, + e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. + + Del nostro ponte disse: «O Malebranche, + ecco un de li anzïan di Santa Zita! + Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche + + a quella terra, che n’è ben fornita: + ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo; + del no, per li denar, vi si fa ita». + + Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro + si volse; e mai non fu mastino sciolto + con tanta fretta a seguitar lo furo. + + Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; + ma i demon che del ponte avean coperchio, + gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto! + + qui si nuota altrimenti che nel Serchio! + Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, + non far sopra la pegola soverchio». + + Poi l’addentar con più di cento raffi, + disser: «Coverto convien che qui balli, + sì che, se puoi, nascosamente accaffi». + + Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli + fanno attuffare in mezzo la caldaia + la carne con li uncin, perché non galli. + + Lo buon maestro «Acciò che non si paia + che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta + dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; + + e per nulla offension che mi sia fatta, + non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, + perch’ altra volta fui a tal baratta». + + Poscia passò di là dal co del ponte; + e com’ el giunse in su la ripa sesta, + mestier li fu d’aver sicura fronte. + + Con quel furore e con quella tempesta + ch’escono i cani a dosso al poverello + che di sùbito chiede ove s’arresta, + + usciron quei di sotto al ponticello, + e volser contra lui tutt’ i runcigli; + ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! + + Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, + traggasi avante l’un di voi che m’oda, + e poi d’arruncigliarmi si consigli». + + Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; + per ch’un si mosse—e li altri stetter fermi— + e venne a lui dicendo: «Che li approda?». + + «Credi tu, Malacoda, qui vedermi + esser venuto», disse ’l mio maestro, + «sicuro già da tutti vostri schermi, + + sanza voler divino e fato destro? + Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto + ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». + + Allor li fu l’orgoglio sì caduto, + ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, + e disse a li altri: «Omai non sia feruto». + + E ’l duca mio a me: «O tu che siedi + tra li scheggion del ponte quatto quatto, + sicuramente omai a me ti riedi». + + Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; + e i diavoli si fecer tutti avanti, + sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; + + così vid’ ïo già temer li fanti + ch’uscivan patteggiati di Caprona, + veggendo sé tra nemici cotanti. + + I’ m’accostai con tutta la persona + lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi + da la sembianza lor ch’era non buona. + + Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», + diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». + E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi». + + Ma quel demonio che tenea sermone + col duca mio, si volse tutto presto + e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». + + Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo + iscoglio non si può, però che giace + tutto spezzato al fondo l’arco sesto. + + E se l’andare avante pur vi piace, + andatevene su per questa grotta; + presso è un altro scoglio che via face. + + Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, + mille dugento con sessanta sei + anni compié che qui la via fu rotta. + + Io mando verso là di questi miei + a riguardar s’alcun se ne sciorina; + gite con lor, che non saranno rei». + + «Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», + cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; + e Barbariccia guidi la decina. + + Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, + Cirïatto sannuto e Graffiacane + e Farfarello e Rubicante pazzo. + + Cercate ’ntorno le boglienti pane; + costor sian salvi infino a l’altro scheggio + che tutto intero va sovra le tane». + + «Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», + diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli, + se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. + + Se tu se’ sì accorto come suoli, + non vedi tu ch’e’ digrignan li denti + e con le ciglia ne minaccian duoli?». + + Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; + lasciali digrignar pur a lor senno, + ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». + + Per l’argine sinistro volta dienno; + ma prima avea ciascun la lingua stretta + coi denti, verso lor duca, per cenno; + + ed elli avea del cul fatto trombetta. + + + + Inferno • Canto XXII + + + Io vidi già cavalier muover campo, + e cominciare stormo e far lor mostra, + e talvolta partir per loro scampo; + + corridor vidi per la terra vostra, + o Aretini, e vidi gir gualdane, + fedir torneamenti e correr giostra; + + quando con trombe, e quando con campane, + con tamburi e con cenni di castella, + e con cose nostrali e con istrane; + + né già con sì diversa cennamella + cavalier vidi muover né pedoni, + né nave a segno di terra o di stella. + + Noi andavam con li diece demoni. + Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa + coi santi, e in taverna coi ghiottoni. + + Pur a la pegola era la mia ’ntesa, + per veder de la bolgia ogne contegno + e de la gente ch’entro v’era incesa. + + Come i dalfini, quando fanno segno + a’ marinar con l’arco de la schiena + che s’argomentin di campar lor legno, + + talor così, ad alleggiar la pena, + mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso + e nascondea in men che non balena. + + E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso + stanno i ranocchi pur col muso fuori, + sì che celano i piedi e l’altro grosso, + + sì stavan d’ogne parte i peccatori; + ma come s’appressava Barbariccia, + così si ritraén sotto i bollori. + + I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, + uno aspettar così, com’ elli ’ncontra + ch’una rana rimane e l’altra spiccia; + + e Graffiacan, che li era più di contra, + li arruncigliò le ’mpegolate chiome + e trassel sù, che mi parve una lontra. + + I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, + sì li notai quando fuorono eletti, + e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. + + «O Rubicante, fa che tu li metti + li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», + gridavan tutti insieme i maladetti. + + E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, + che tu sappi chi è lo sciagurato + venuto a man de li avversari suoi». + + Lo duca mio li s’accostò allato; + domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: + «I’ fui del regno di Navarra nato. + + Mia madre a servo d’un segnor mi puose, + che m’avea generato d’un ribaldo, + distruggitor di sé e di sue cose. + + Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; + quivi mi misi a far baratteria, + di ch’io rendo ragione in questo caldo». + + E Cirïatto, a cui di bocca uscia + d’ogne parte una sanna come a porco, + li fé sentir come l’una sdruscia. + + Tra male gatte era venuto ’l sorco; + ma Barbariccia il chiuse con le braccia + e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco». + + E al maestro mio volse la faccia; + «Domanda», disse, «ancor, se più disii + saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia». + + Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii + conosci tu alcun che sia latino + sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii, + + poco è, da un che fu di là vicino. + Così foss’ io ancor con lui coperto, + ch’i’ non temerei unghia né uncino!». + + E Libicocco «Troppo avem sofferto», + disse; e preseli ’l braccio col runciglio, + sì che, stracciando, ne portò un lacerto. + + Draghignazzo anco i volle dar di piglio + giuso a le gambe; onde ’l decurio loro + si volse intorno intorno con mal piglio. + + Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, + a lui, ch’ancor mirava sua ferita, + domandò ’l duca mio sanza dimoro: + + «Chi fu colui da cui mala partita + di’ che facesti per venire a proda?». + Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, + + quel di Gallura, vasel d’ogne froda, + ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, + e fé sì lor, che ciascun se ne loda. + + Danar si tolse e lasciolli di piano, + sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche + barattier fu non picciol, ma sovrano. + + Usa con esso donno Michel Zanche + di Logodoro; e a dir di Sardigna + le lingue lor non si sentono stanche. + + Omè, vedete l’altro che digrigna; + i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello + non s’apparecchi a grattarmi la tigna». + + E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello + che stralunava li occhi per fedire, + disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!». + + «Se voi volete vedere o udire», + ricominciò lo spaürato appresso, + «Toschi o Lombardi, io ne farò venire; + + ma stieno i Malebranche un poco in cesso, + sì ch’ei non teman de le lor vendette; + e io, seggendo in questo loco stesso, + + per un ch’io son, ne farò venir sette + quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso + di fare allor che fori alcun si mette». + + Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, + crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia + ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!». + + Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, + rispuose: «Malizioso son io troppo, + quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia». + + Alichin non si tenne e, di rintoppo + a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, + io non ti verrò dietro di gualoppo, + + ma batterò sovra la pece l’ali. + Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo, + a veder se tu sol più di noi vali». + + O tu che leggi, udirai nuovo ludo: + ciascun da l’altra costa li occhi volse, + quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. + + Lo Navarrese ben suo tempo colse; + fermò le piante a terra, e in un punto + saltò e dal proposto lor si sciolse. + + Di che ciascun di colpa fu compunto, + ma quei più che cagion fu del difetto; + però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!». + + Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto + non potero avanzar; quelli andò sotto, + e quei drizzò volando suso il petto: + + non altrimenti l’anitra di botto, + quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa, + ed ei ritorna sù crucciato e rotto. + + Irato Calcabrina de la buffa, + volando dietro li tenne, invaghito + che quei campasse per aver la zuffa; + + e come ’l barattier fu disparito, + così volse li artigli al suo compagno, + e fu con lui sopra ’l fosso ghermito. + + Ma l’altro fu bene sparvier grifagno + ad artigliar ben lui, e amendue + cadder nel mezzo del bogliente stagno. + + Lo caldo sghermitor sùbito fue; + ma però di levarsi era neente, + sì avieno inviscate l’ali sue. + + Barbariccia, con li altri suoi dolente, + quattro ne fé volar da l’altra costa + con tutt’ i raffi, e assai prestamente + + di qua, di là discesero a la posta; + porser li uncini verso li ’mpaniati, + ch’eran già cotti dentro da la crosta. + + E noi lasciammo lor così ’mpacciati. + + + + Inferno • Canto XXIII + + + Taciti, soli, sanza compagnia + n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, + come frati minor vanno per via. + + Vòlt’ era in su la favola d’Isopo + lo mio pensier per la presente rissa, + dov’ el parlò de la rana e del topo; + + ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ + che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia + principio e fine con la mente fissa. + + E come l’un pensier de l’altro scoppia, + così nacque di quello un altro poi, + che la prima paura mi fé doppia. + + Io pensava così: ‘Questi per noi + sono scherniti con danno e con beffa + sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. + + Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, + ei ne verranno dietro più crudeli + che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’. + + Già mi sentia tutti arricciar li peli + de la paura e stava in dietro intento, + quand’ io dissi: «Maestro, se non celi + + te e me tostamente, i’ ho pavento + d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; + io li ’magino sì, che già li sento». + + E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, + l’imagine di fuor tua non trarrei + più tosto a me, che quella dentro ’mpetro. + + Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, + con simile atto e con simile faccia, + sì che d’intrambi un sol consiglio fei. + + S’elli è che sì la destra costa giaccia, + che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, + noi fuggirem l’imaginata caccia». + + Già non compié di tal consiglio rendere, + ch’io li vidi venir con l’ali tese + non molto lungi, per volerne prendere. + + Lo duca mio di sùbito mi prese, + come la madre ch’al romore è desta + e vede presso a sé le fiamme accese, + + che prende il figlio e fugge e non s’arresta, + avendo più di lui che di sé cura, + tanto che solo una camiscia vesta; + + e giù dal collo de la ripa dura + supin si diede a la pendente roccia, + che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. + + Non corse mai sì tosto acqua per doccia + a volger ruota di molin terragno, + quand’ ella più verso le pale approccia, + + come ’l maestro mio per quel vivagno, + portandosene me sovra ’l suo petto, + come suo figlio, non come compagno. + + A pena fuoro i piè suoi giunti al letto + del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle + sovresso noi; ma non lì era sospetto: + + ché l’alta provedenza che lor volle + porre ministri de la fossa quinta, + poder di partirs’ indi a tutti tolle. + + Là giù trovammo una gente dipinta + che giva intorno assai con lenti passi, + piangendo e nel sembiante stanca e vinta. + + Elli avean cappe con cappucci bassi + dinanzi a li occhi, fatte de la taglia + che in Clugnì per li monaci fassi. + + Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; + ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, + che Federigo le mettea di paglia. + + Oh in etterno faticoso manto! + Noi ci volgemmo ancor pur a man manca + con loro insieme, intenti al tristo pianto; + + ma per lo peso quella gente stanca + venìa sì pian, che noi eravam nuovi + di compagnia ad ogne mover d’anca. + + Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi + alcun ch’al fatto o al nome si conosca, + e li occhi, sì andando, intorno movi». + + E un che ’ntese la parola tosca, + di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, + voi che correte sì per l’aura fosca! + + Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». + Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta, + e poi secondo il suo passo procedi». + + Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta + de l’animo, col viso, d’esser meco; + ma tardavali ’l carco e la via stretta. + + Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco + mi rimiraron sanza far parola; + poi si volsero in sé, e dicean seco: + + «Costui par vivo a l’atto de la gola; + e s’e’ son morti, per qual privilegio + vanno scoperti de la grave stola?». + + Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio + de l’ipocriti tristi se’ venuto, + dir chi tu se’ non avere in dispregio». + + E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto + sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, + e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. + + Ma voi chi siete, a cui tanto distilla + quant’ i’ veggio dolor giù per le guance? + e che pena è in voi che sì sfavilla?». + + E l’un rispuose a me: «Le cappe rance + son di piombo sì grosse, che li pesi + fan così cigolar le lor bilance. + + Frati godenti fummo, e bolognesi; + io Catalano e questi Loderingo + nomati, e da tua terra insieme presi + + come suole esser tolto un uom solingo, + per conservar sua pace; e fummo tali, + ch’ancor si pare intorno dal Gardingo». + + Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »; + ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse + un, crucifisso in terra con tre pali. + + Quando mi vide, tutto si distorse, + soffiando ne la barba con sospiri; + e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, + + mi disse: «Quel confitto che tu miri, + consigliò i Farisei che convenia + porre un uom per lo popolo a’ martìri. + + Attraversato è, nudo, ne la via, + come tu vedi, ed è mestier ch’el senta + qualunque passa, come pesa, pria. + + E a tal modo il socero si stenta + in questa fossa, e li altri dal concilio + che fu per li Giudei mala sementa». + + Allor vid’ io maravigliar Virgilio + sovra colui ch’era disteso in croce + tanto vilmente ne l’etterno essilio. + + Poscia drizzò al frate cotal voce: + «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci + s’a la man destra giace alcuna foce + + onde noi amendue possiamo uscirci, + sanza costrigner de li angeli neri + che vegnan d’esto fondo a dipartirci». + + Rispuose adunque: «Più che tu non speri + s’appressa un sasso che da la gran cerchia + si move e varca tutt’ i vallon feri, + + salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia; + montar potrete su per la ruina, + che giace in costa e nel fondo soperchia». + + Lo duca stette un poco a testa china; + poi disse: «Mal contava la bisogna + colui che i peccator di qua uncina». + + E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna + del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ + ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna». + + Appresso il duca a gran passi sen gì, + turbato un poco d’ira nel sembiante; + ond’ io da li ’ncarcati mi parti’ + + dietro a le poste de le care piante. + + + + Inferno • Canto XXIV + + + In quella parte del giovanetto anno + che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra + e già le notti al mezzo dì sen vanno, + + quando la brina in su la terra assempra + l’imagine di sua sorella bianca, + ma poco dura a la sua penna tempra, + + lo villanello a cui la roba manca, + si leva, e guarda, e vede la campagna + biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca, + + ritorna in casa, e qua e là si lagna, + come ’l tapin che non sa che si faccia; + poi riede, e la speranza ringavagna, + + veggendo ’l mondo aver cangiata faccia + in poco d’ora, e prende suo vincastro + e fuor le pecorelle a pascer caccia. + + Così mi fece sbigottir lo mastro + quand’ io li vidi sì turbar la fronte, + e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; + + ché, come noi venimmo al guasto ponte, + lo duca a me si volse con quel piglio + dolce ch’io vidi prima a piè del monte. + + Le braccia aperse, dopo alcun consiglio + eletto seco riguardando prima + ben la ruina, e diedemi di piglio. + + E come quei ch’adopera ed estima, + che sempre par che ’nnanzi si proveggia, + così, levando me sù ver’ la cima + + d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia + dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; + ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». + + Non era via da vestito di cappa, + ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, + potavam sù montar di chiappa in chiappa. + + E se non fosse che da quel precinto + più che da l’altro era la costa corta, + non so di lui, ma io sarei ben vinto. + + Ma perché Malebolge inver’ la porta + del bassissimo pozzo tutta pende, + lo sito di ciascuna valle porta + + che l’una costa surge e l’altra scende; + noi pur venimmo al fine in su la punta + onde l’ultima pietra si scoscende. + + La lena m’era del polmon sì munta + quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, + anzi m’assisi ne la prima giunta. + + «Omai convien che tu così ti spoltre», + disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, + in fama non si vien, né sotto coltre; + + sanza la qual chi sua vita consuma, + cotal vestigio in terra di sé lascia, + qual fummo in aere e in acqua la schiuma. + + E però leva sù; vinci l’ambascia + con l’animo che vince ogne battaglia, + se col suo grave corpo non s’accascia. + + Più lunga scala convien che si saglia; + non basta da costoro esser partito. + Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». + + Leva’mi allor, mostrandomi fornito + meglio di lena ch’i’ non mi sentia, + e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». + + Su per lo scoglio prendemmo la via, + ch’era ronchioso, stretto e malagevole, + ed erto più assai che quel di pria. + + Parlando andava per non parer fievole; + onde una voce uscì de l’altro fosso, + a parole formar disconvenevole. + + Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso + fossi de l’arco già che varca quivi; + ma chi parlava ad ire parea mosso. + + Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi + non poteano ire al fondo per lo scuro; + per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi + + da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; + ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, + così giù veggio e neente affiguro». + + «Altra risposta», disse, «non ti rendo + se non lo far; ché la dimanda onesta + si de’ seguir con l’opera tacendo». + + Noi discendemmo il ponte da la testa + dove s’aggiugne con l’ottava ripa, + e poi mi fu la bolgia manifesta: + + e vidivi entro terribile stipa + di serpenti, e di sì diversa mena + che la memoria il sangue ancor mi scipa. + + Più non si vanti Libia con sua rena; + ché se chelidri, iaculi e faree + produce, e cencri con anfisibena, + + né tante pestilenzie né sì ree + mostrò già mai con tutta l’Etïopia + né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. + + Tra questa cruda e tristissima copia + corrëan genti nude e spaventate, + sanza sperar pertugio o elitropia: + + con serpi le man dietro avean legate; + quelle ficcavan per le ren la coda + e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. + + Ed ecco a un ch’era da nostra proda, + s’avventò un serpente che ’l trafisse + là dove ’l collo a le spalle s’annoda. + + Né O sì tosto mai né I si scrisse, + com’ el s’accese e arse, e cener tutto + convenne che cascando divenisse; + + e poi che fu a terra sì distrutto, + la polver si raccolse per sé stessa + e ’n quel medesmo ritornò di butto. + + Così per li gran savi si confessa + che la fenice more e poi rinasce, + quando al cinquecentesimo anno appressa; + + erba né biado in sua vita non pasce, + ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, + e nardo e mirra son l’ultime fasce. + + E qual è quel che cade, e non sa como, + per forza di demon ch’a terra il tira, + o d’altra oppilazion che lega l’omo, + + quando si leva, che ’ntorno si mira + tutto smarrito de la grande angoscia + ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: + + tal era ’l peccator levato poscia. + Oh potenza di Dio, quant’ è severa, + che cotai colpi per vendetta croscia! + + Lo duca il domandò poi chi ello era; + per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, + poco tempo è, in questa gola fiera. + + Vita bestial mi piacque e non umana, + sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci + bestia, e Pistoia mi fu degna tana». + + E ïo al duca: «Dilli che non mucci, + e domanda che colpa qua giù ’l pinse; + ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci». + + E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, + ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, + e di trista vergogna si dipinse; + + poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto + ne la miseria dove tu mi vedi, + che quando fui de l’altra vita tolto. + + Io non posso negar quel che tu chiedi; + in giù son messo tanto perch’ io fui + ladro a la sagrestia d’i belli arredi, + + e falsamente già fu apposto altrui. + Ma perché di tal vista tu non godi, + se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, + + apri li orecchi al mio annunzio, e odi. + Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; + poi Fiorenza rinova gente e modi. + + Tragge Marte vapor di Val di Magra + ch’è di torbidi nuvoli involuto; + e con tempesta impetüosa e agra + + sovra Campo Picen fia combattuto; + ond’ ei repente spezzerà la nebbia, + sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. + + E detto l’ho perché doler ti debbia!». + + + + Inferno • Canto XXV + + + Al fine de le sue parole il ladro + le mani alzò con amendue le fiche, + gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». + + Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, + perch’ una li s’avvolse allora al collo, + come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; + + e un’altra a le braccia, e rilegollo, + ribadendo sé stessa sì dinanzi, + che non potea con esse dare un crollo. + + Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi + d’incenerarti sì che più non duri, + poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? + + Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri + non vidi spirto in Dio tanto superbo, + non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. + + El si fuggì che non parlò più verbo; + e io vidi un centauro pien di rabbia + venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?». + + Maremma non cred’ io che tante n’abbia, + quante bisce elli avea su per la groppa + infin ove comincia nostra labbia. + + Sovra le spalle, dietro da la coppa, + con l’ali aperte li giacea un draco; + e quello affuoca qualunque s’intoppa. + + Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, + che, sotto ’l sasso di monte Aventino, + di sangue fece spesse volte laco. + + Non va co’ suoi fratei per un cammino, + per lo furto che frodolente fece + del grande armento ch’elli ebbe a vicino; + + onde cessar le sue opere biece + sotto la mazza d’Ercule, che forse + gliene diè cento, e non sentì le diece». + + Mentre che sì parlava, ed el trascorse, + e tre spiriti venner sotto noi, + de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse, + + se non quando gridar: «Chi siete voi?»; + per che nostra novella si ristette, + e intendemmo pur ad essi poi. + + Io non li conoscea; ma ei seguette, + come suol seguitar per alcun caso, + che l’un nomar un altro convenette, + + dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; + per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, + mi puosi ’l dito su dal mento al naso. + + Se tu se’ or, lettore, a creder lento + ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, + ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. + + Com’ io tenea levate in lor le ciglia, + e un serpente con sei piè si lancia + dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. + + Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia + e con li anterïor le braccia prese; + poi li addentò e l’una e l’altra guancia; + + li diretani a le cosce distese, + e miseli la coda tra ’mbedue + e dietro per le ren sù la ritese. + + Ellera abbarbicata mai non fue + ad alber sì, come l’orribil fiera + per l’altrui membra avviticchiò le sue. + + Poi s’appiccar, come di calda cera + fossero stati, e mischiar lor colore, + né l’un né l’altro già parea quel ch’era: + + come procede innanzi da l’ardore, + per lo papiro suso, un color bruno + che non è nero ancora e ’l bianco more. + + Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno + gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! + Vedi che già non se’ né due né uno». + + Già eran li due capi un divenuti, + quando n’apparver due figure miste + in una faccia, ov’ eran due perduti. + + Fersi le braccia due di quattro liste; + le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso + divenner membra che non fuor mai viste. + + Ogne primaio aspetto ivi era casso: + due e nessun l’imagine perversa + parea; e tal sen gio con lento passo. + + Come ’l ramarro sotto la gran fersa + dei dì canicular, cangiando sepe, + folgore par se la via attraversa, + + sì pareva, venendo verso l’epe + de li altri due, un serpentello acceso, + livido e nero come gran di pepe; + + e quella parte onde prima è preso + nostro alimento, a l’un di lor trafisse; + poi cadde giuso innanzi lui disteso. + + Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; + anzi, co’ piè fermati, sbadigliava + pur come sonno o febbre l’assalisse. + + Elli ’l serpente e quei lui riguardava; + l’un per la piaga e l’altro per la bocca + fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. + + Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca + del misero Sabello e di Nasidio, + e attenda a udir quel ch’or si scocca. + + Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, + ché se quello in serpente e quella in fonte + converte poetando, io non lo ’nvidio; + + ché due nature mai a fronte a fronte + non trasmutò sì ch’amendue le forme + a cambiar lor matera fosser pronte. + + Insieme si rispuosero a tai norme, + che ’l serpente la coda in forca fesse, + e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. + + Le gambe con le cosce seco stesse + s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura + non facea segno alcun che si paresse. + + Togliea la coda fessa la figura + che si perdeva là, e la sua pelle + si facea molle, e quella di là dura. + + Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, + e i due piè de la fiera, ch’eran corti, + tanto allungar quanto accorciavan quelle. + + Poscia li piè di rietro, insieme attorti, + diventaron lo membro che l’uom cela, + e ’l misero del suo n’avea due porti. + + Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela + di color novo, e genera ’l pel suso + per l’una parte e da l’altra il dipela, + + l’un si levò e l’altro cadde giuso, + non torcendo però le lucerne empie, + sotto le quai ciascun cambiava muso. + + Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, + e di troppa matera ch’in là venne + uscir li orecchi de le gote scempie; + + ciò che non corse in dietro e si ritenne + di quel soverchio, fé naso a la faccia + e le labbra ingrossò quanto convenne. + + Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, + e li orecchi ritira per la testa + come face le corna la lumaccia; + + e la lingua, ch’avëa unita e presta + prima a parlar, si fende, e la forcuta + ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. + + L’anima ch’era fiera divenuta, + suffolando si fugge per la valle, + e l’altro dietro a lui parlando sputa. + + Poscia li volse le novelle spalle, + e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, + com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle». + + Così vid’ io la settima zavorra + mutare e trasmutare; e qui mi scusi + la novità se fior la penna abborra. + + E avvegna che li occhi miei confusi + fossero alquanto e l’animo smagato, + non poter quei fuggirsi tanto chiusi, + + ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; + ed era quel che sol, di tre compagni + che venner prima, non era mutato; + + l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. + + + + Inferno • Canto XXVI + + + Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande + che per mare e per terra batti l’ali, + e per lo ’nferno tuo nome si spande! + + Tra li ladron trovai cinque cotali + tuoi cittadini onde mi ven vergogna, + e tu in grande orranza non ne sali. + + Ma se presso al mattin del ver si sogna, + tu sentirai, di qua da picciol tempo, + di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. + + E se già fosse, non saria per tempo. + Così foss’ ei, da che pur esser dee! + ché più mi graverà, com’ più m’attempo. + + Noi ci partimmo, e su per le scalee + che n’avea fatto iborni a scender pria, + rimontò ’l duca mio e trasse mee; + + e proseguendo la solinga via, + tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio + lo piè sanza la man non si spedia. + + Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio + quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, + e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, + + perché non corra che virtù nol guidi; + sì che, se stella bona o miglior cosa + m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. + + Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, + nel tempo che colui che ’l mondo schiara + la faccia sua a noi tien meno ascosa, + + come la mosca cede a la zanzara, + vede lucciole giù per la vallea, + forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: + + di tante fiamme tutta risplendea + l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi + tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. + + E qual colui che si vengiò con li orsi + vide ’l carro d’Elia al dipartire, + quando i cavalli al cielo erti levorsi, + + che nol potea sì con li occhi seguire, + ch’el vedesse altro che la fiamma sola, + sì come nuvoletta, in sù salire: + + tal si move ciascuna per la gola + del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, + e ogne fiamma un peccatore invola. + + Io stava sovra ’l ponte a veder surto, + sì che s’io non avessi un ronchion preso, + caduto sarei giù sanz’ esser urto. + + E ’l duca che mi vide tanto atteso, + disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; + catun si fascia di quel ch’elli è inceso». + + «Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti + son io più certo; ma già m’era avviso + che così fosse, e già voleva dirti: + + chi è ’n quel foco che vien sì diviso + di sopra, che par surger de la pira + dov’ Eteòcle col fratel fu miso?». + + Rispuose a me: «Là dentro si martira + Ulisse e Dïomede, e così insieme + a la vendetta vanno come a l’ira; + + e dentro da la lor fiamma si geme + l’agguato del caval che fé la porta + onde uscì de’ Romani il gentil seme. + + Piangevisi entro l’arte per che, morta, + Deïdamìa ancor si duol d’Achille, + e del Palladio pena vi si porta». + + «S’ei posson dentro da quelle faville + parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego + e ripriego, che ’l priego vaglia mille, + + che non mi facci de l’attender niego + fin che la fiamma cornuta qua vegna; + vedi che del disio ver’ lei mi piego!». + + Ed elli a me: «La tua preghiera è degna + di molta loda, e io però l’accetto; + ma fa che la tua lingua si sostegna. + + Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto + ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, + perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto». + + Poi che la fiamma fu venuta quivi + dove parve al mio duca tempo e loco, + in questa forma lui parlare audivi: + + «O voi che siete due dentro ad un foco, + s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, + s’io meritai di voi assai o poco + + quando nel mondo li alti versi scrissi, + non vi movete; ma l’un di voi dica + dove, per lui, perduto a morir gissi». + + Lo maggior corno de la fiamma antica + cominciò a crollarsi mormorando, + pur come quella cui vento affatica; + + indi la cima qua e là menando, + come fosse la lingua che parlasse, + gittò voce di fuori e disse: «Quando + + mi diparti’ da Circe, che sottrasse + me più d’un anno là presso a Gaeta, + prima che sì Enëa la nomasse, + + né dolcezza di figlio, né la pieta + del vecchio padre, né ’l debito amore + lo qual dovea Penelopè far lieta, + + vincer potero dentro a me l’ardore + ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto + e de li vizi umani e del valore; + + ma misi me per l’alto mare aperto + sol con un legno e con quella compagna + picciola da la qual non fui diserto. + + L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, + fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, + e l’altre che quel mare intorno bagna. + + Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi + quando venimmo a quella foce stretta + dov’ Ercule segnò li suoi riguardi + + acciò che l’uom più oltre non si metta; + da la man destra mi lasciai Sibilia, + da l’altra già m’avea lasciata Setta. + + “O frati”, dissi “che per cento milia + perigli siete giunti a l’occidente, + a questa tanto picciola vigilia + + d’i nostri sensi ch’è del rimanente + non vogliate negar l’esperïenza, + di retro al sol, del mondo sanza gente. + + Considerate la vostra semenza: + fatti non foste a viver come bruti, + ma per seguir virtute e canoscenza”. + + Li miei compagni fec’ io sì aguti, + con questa orazion picciola, al cammino, + che a pena poscia li avrei ritenuti; + + e volta nostra poppa nel mattino, + de’ remi facemmo ali al folle volo, + sempre acquistando dal lato mancino. + + Tutte le stelle già de l’altro polo + vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, + che non surgëa fuor del marin suolo. + + Cinque volte racceso e tante casso + lo lume era di sotto da la luna, + poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, + + quando n’apparve una montagna, bruna + per la distanza, e parvemi alta tanto + quanto veduta non avëa alcuna. + + Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; + ché de la nova terra un turbo nacque + e percosse del legno il primo canto. + + Tre volte il fé girar con tutte l’acque; + a la quarta levar la poppa in suso + e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, + + infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». + + + + Inferno • Canto XXVII + + + Già era dritta in sù la fiamma e queta + per non dir più, e già da noi sen gia + con la licenza del dolce poeta, + + quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, + ne fece volger li occhi a la sua cima + per un confuso suon che fuor n’uscia. + + Come ’l bue cicilian che mugghiò prima + col pianto di colui, e ciò fu dritto, + che l’avea temperato con sua lima, + + mugghiava con la voce de l’afflitto, + sì che, con tutto che fosse di rame, + pur el pareva dal dolor trafitto; + + così, per non aver via né forame + dal principio nel foco, in suo linguaggio + si convertïan le parole grame. + + Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio + su per la punta, dandole quel guizzo + che dato avea la lingua in lor passaggio, + + udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo + la voce e che parlavi mo lombardo, + dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, + + perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, + non t’incresca restare a parlar meco; + vedi che non incresce a me, e ardo! + + Se tu pur mo in questo mondo cieco + caduto se’ di quella dolce terra + latina ond’ io mia colpa tutta reco, + + dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; + ch’io fui d’i monti là intra Orbino + e ’l giogo di che Tever si diserra». + + Io era in giuso ancora attento e chino, + quando il mio duca mi tentò di costa, + dicendo: «Parla tu; questi è latino». + + E io, ch’avea già pronta la risposta, + sanza indugio a parlare incominciai: + «O anima che se’ là giù nascosta, + + Romagna tua non è, e non fu mai, + sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; + ma ’n palese nessuna or vi lasciai. + + Ravenna sta come stata è molt’ anni: + l’aguglia da Polenta la si cova, + sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. + + La terra che fé già la lunga prova + e di Franceschi sanguinoso mucchio, + sotto le branche verdi si ritrova. + + E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, + che fecer di Montagna il mal governo, + là dove soglion fan d’i denti succhio. + + Le città di Lamone e di Santerno + conduce il lïoncel dal nido bianco, + che muta parte da la state al verno. + + E quella cu’ il Savio bagna il fianco, + così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte, + tra tirannia si vive e stato franco. + + Ora chi se’, ti priego che ne conte; + non esser duro più ch’altri sia stato, + se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». + + Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato + al modo suo, l’aguta punta mosse + di qua, di là, e poi diè cotal fiato: + + «S’i’ credesse che mia risposta fosse + a persona che mai tornasse al mondo, + questa fiamma staria sanza più scosse; + + ma però che già mai di questo fondo + non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, + sanza tema d’infamia ti rispondo. + + Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, + credendomi, sì cinto, fare ammenda; + e certo il creder mio venìa intero, + + se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, + che mi rimise ne le prime colpe; + e come e quare, voglio che m’intenda. + + Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe + che la madre mi diè, l’opere mie + non furon leonine, ma di volpe. + + Li accorgimenti e le coperte vie + io seppi tutte, e sì menai lor arte, + ch’al fine de la terra il suono uscie. + + Quando mi vidi giunto in quella parte + di mia etade ove ciascun dovrebbe + calar le vele e raccoglier le sarte, + + ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, + e pentuto e confesso mi rendei; + ahi miser lasso! e giovato sarebbe. + + Lo principe d’i novi Farisei, + avendo guerra presso a Laterano, + e non con Saracin né con Giudei, + + ché ciascun suo nimico era cristiano, + e nessun era stato a vincer Acri + né mercatante in terra di Soldano, + + né sommo officio né ordini sacri + guardò in sé, né in me quel capestro + che solea fare i suoi cinti più macri. + + Ma come Costantin chiese Silvestro + d’entro Siratti a guerir de la lebbre, + così mi chiese questi per maestro + + a guerir de la sua superba febbre; + domandommi consiglio, e io tacetti + perché le sue parole parver ebbre. + + E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; + finor t’assolvo, e tu m’insegna fare + sì come Penestrino in terra getti. + + Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, + come tu sai; però son due le chiavi + che ’l mio antecessor non ebbe care”. + + Allor mi pinser li argomenti gravi + là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, + e dissi: “Padre, da che tu mi lavi + + di quel peccato ov’ io mo cader deggio, + lunga promessa con l’attender corto + ti farà trïunfar ne l’alto seggio”. + + Francesco venne poi, com’ io fu’ morto, + per me; ma un d’i neri cherubini + li disse: “Non portar: non mi far torto. + + Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini + perché diede ’l consiglio frodolente, + dal quale in qua stato li sono a’ crini; + + ch’assolver non si può chi non si pente, + né pentere e volere insieme puossi + per la contradizion che nol consente”. + + Oh me dolente! come mi riscossi + quando mi prese dicendomi: “Forse + tu non pensavi ch’io löico fossi!”. + + A Minòs mi portò; e quelli attorse + otto volte la coda al dosso duro; + e poi che per gran rabbia la si morse, + + disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; + per ch’io là dove vedi son perduto, + e sì vestito, andando, mi rancuro». + + Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, + la fiamma dolorando si partio, + torcendo e dibattendo ’l corno aguto. + + Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, + su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco + che cuopre ’l fosso in che si paga il fio + + a quei che scommettendo acquistan carco. + + + + Inferno • Canto XXVIII + + + Chi poria mai pur con parole sciolte + dicer del sangue e de le piaghe a pieno + ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? + + Ogne lingua per certo verria meno + per lo nostro sermone e per la mente + c’hanno a tanto comprender poco seno. + + S’el s’aunasse ancor tutta la gente + che già, in su la fortunata terra + di Puglia, fu del suo sangue dolente + + per li Troiani e per la lunga guerra + che de l’anella fé sì alte spoglie, + come Livïo scrive, che non erra, + + con quella che sentio di colpi doglie + per contastare a Ruberto Guiscardo; + e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie + + a Ceperan, là dove fu bugiardo + ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, + dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo; + + e qual forato suo membro e qual mozzo + mostrasse, d’aequar sarebbe nulla + il modo de la nona bolgia sozzo. + + Già veggia, per mezzul perdere o lulla, + com’ io vidi un, così non si pertugia, + rotto dal mento infin dove si trulla. + + Tra le gambe pendevan le minugia; + la corata pareva e ’l tristo sacco + che merda fa di quel che si trangugia. + + Mentre che tutto in lui veder m’attacco, + guardommi e con le man s’aperse il petto, + dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco! + + vedi come storpiato è Mäometto! + Dinanzi a me sen va piangendo Alì, + fesso nel volto dal mento al ciuffetto. + + E tutti li altri che tu vedi qui, + seminator di scandalo e di scisma + fuor vivi, e però son fessi così. + + Un diavolo è qua dietro che n’accisma + sì crudelmente, al taglio de la spada + rimettendo ciascun di questa risma, + + quand’ avem volta la dolente strada; + però che le ferite son richiuse + prima ch’altri dinanzi li rivada. + + Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, + forse per indugiar d’ire a la pena + ch’è giudicata in su le tue accuse?». + + «Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», + rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo; + ma per dar lui esperïenza piena, + + a me, che morto son, convien menarlo + per lo ’nferno qua giù di giro in giro; + e quest’ è ver così com’ io ti parlo». + + Più fuor di cento che, quando l’udiro, + s’arrestaron nel fosso a riguardarmi + per maraviglia, oblïando il martiro. + + «Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, + tu che forse vedra’ il sole in breve, + s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, + + sì di vivanda, che stretta di neve + non rechi la vittoria al Noarese, + ch’altrimenti acquistar non saria leve». + + Poi che l’un piè per girsene sospese, + Mäometto mi disse esta parola; + indi a partirsi in terra lo distese. + + Un altro, che forata avea la gola + e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, + e non avea mai ch’una orecchia sola, + + ristato a riguardar per maraviglia + con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, + ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, + + e disse: «O tu cui colpa non condanna + e cu’ io vidi su in terra latina, + se troppa simiglianza non m’inganna, + + rimembriti di Pier da Medicina, + se mai torni a veder lo dolce piano + che da Vercelli a Marcabò dichina. + + E fa saper a’ due miglior da Fano, + a messer Guido e anco ad Angiolello, + che, se l’antiveder qui non è vano, + + gittati saran fuor di lor vasello + e mazzerati presso a la Cattolica + per tradimento d’un tiranno fello. + + Tra l’isola di Cipri e di Maiolica + non vide mai sì gran fallo Nettuno, + non da pirate, non da gente argolica. + + Quel traditor che vede pur con l’uno, + e tien la terra che tale qui meco + vorrebbe di vedere esser digiuno, + + farà venirli a parlamento seco; + poi farà sì, ch’al vento di Focara + non sarà lor mestier voto né preco». + + E io a lui: «Dimostrami e dichiara, + se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, + chi è colui da la veduta amara». + + Allor puose la mano a la mascella + d’un suo compagno e la bocca li aperse, + gridando: «Questi è desso, e non favella. + + Questi, scacciato, il dubitar sommerse + in Cesare, affermando che ’l fornito + sempre con danno l’attender sofferse». + + Oh quanto mi pareva sbigottito + con la lingua tagliata ne la strozza + Curïo, ch’a dir fu così ardito! + + E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, + levando i moncherin per l’aura fosca, + sì che ’l sangue facea la faccia sozza, + + gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, + che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, + che fu mal seme per la gente tosca». + + E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; + per ch’elli, accumulando duol con duolo, + sen gio come persona trista e matta. + + Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, + e vidi cosa ch’io avrei paura, + sanza più prova, di contarla solo; + + se non che coscïenza m’assicura, + la buona compagnia che l’uom francheggia + sotto l’asbergo del sentirsi pura. + + Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, + un busto sanza capo andar sì come + andavan li altri de la trista greggia; + + e ’l capo tronco tenea per le chiome, + pesol con mano a guisa di lanterna: + e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». + + Di sé facea a sé stesso lucerna, + ed eran due in uno e uno in due; + com’ esser può, quei sa che sì governa. + + Quando diritto al piè del ponte fue, + levò ’l braccio alto con tutta la testa + per appressarne le parole sue, + + che fuoro: «Or vedi la pena molesta, + tu che, spirando, vai veggendo i morti: + vedi s’alcuna è grande come questa. + + E perché tu di me novella porti, + sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli + che diedi al re giovane i ma’ conforti. + + Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; + Achitofèl non fé più d’Absalone + e di Davìd coi malvagi punzelli. + + Perch’ io parti’ così giunte persone, + partito porto il mio cerebro, lasso!, + dal suo principio ch’è in questo troncone. + + Così s’osserva in me lo contrapasso». + + + + Inferno • Canto XXIX + + + La molta gente e le diverse piaghe + avean le luci mie sì inebrïate, + che de lo stare a piangere eran vaghe. + + Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? + perché la vista tua pur si soffolge + là giù tra l’ombre triste smozzicate? + + Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; + pensa, se tu annoverar le credi, + che miglia ventidue la valle volge. + + E già la luna è sotto i nostri piedi; + lo tempo è poco omai che n’è concesso, + e altro è da veder che tu non vedi». + + «Se tu avessi», rispuos’ io appresso, + «atteso a la cagion per ch’io guardava, + forse m’avresti ancor lo star dimesso». + + Parte sen giva, e io retro li andava, + lo duca, già faccendo la risposta, + e soggiugnendo: «Dentro a quella cava + + dov’ io tenea or li occhi sì a posta, + credo ch’un spirto del mio sangue pianga + la colpa che là giù cotanto costa». + + Allor disse ’l maestro: «Non si franga + lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello. + Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; + + ch’io vidi lui a piè del ponticello + mostrarti e minacciar forte col dito, + e udi’ ’l nominar Geri del Bello. + + Tu eri allor sì del tutto impedito + sovra colui che già tenne Altaforte, + che non guardasti in là, sì fu partito». + + «O duca mio, la vïolenta morte + che non li è vendicata ancor», diss’ io, + «per alcun che de l’onta sia consorte, + + fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio + sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo: + e in ciò m’ha el fatto a sé più pio». + + Così parlammo infino al loco primo + che de lo scoglio l’altra valle mostra, + se più lume vi fosse, tutto ad imo. + + Quando noi fummo sor l’ultima chiostra + di Malebolge, sì che i suoi conversi + potean parere a la veduta nostra, + + lamenti saettaron me diversi, + che di pietà ferrati avean li strali; + ond’ io li orecchi con le man copersi. + + Qual dolor fora, se de li spedali + di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre + e di Maremma e di Sardigna i mali + + fossero in una fossa tutti ’nsembre, + tal era quivi, e tal puzzo n’usciva + qual suol venir de le marcite membre. + + Noi discendemmo in su l’ultima riva + del lungo scoglio, pur da man sinistra; + e allor fu la mia vista più viva + + giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra + de l’alto Sire infallibil giustizia + punisce i falsador che qui registra. + + Non credo ch’a veder maggior tristizia + fosse in Egina il popol tutto infermo, + quando fu l’aere sì pien di malizia, + + che li animali, infino al picciol vermo, + cascaron tutti, e poi le genti antiche, + secondo che i poeti hanno per fermo, + + si ristorar di seme di formiche; + ch’era a veder per quella oscura valle + languir li spirti per diverse biche. + + Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle + l’un de l’altro giacea, e qual carpone + si trasmutava per lo tristo calle. + + Passo passo andavam sanza sermone, + guardando e ascoltando li ammalati, + che non potean levar le lor persone. + + Io vidi due sedere a sé poggiati, + com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia, + dal capo al piè di schianze macolati; + + e non vidi già mai menare stregghia + a ragazzo aspettato dal segnorso, + né a colui che mal volontier vegghia, + + come ciascun menava spesso il morso + de l’unghie sopra sé per la gran rabbia + del pizzicor, che non ha più soccorso; + + e sì traevan giù l’unghie la scabbia, + come coltel di scardova le scaglie + o d’altro pesce che più larghe l’abbia. + + «O tu che con le dita ti dismaglie», + cominciò ’l duca mio a l’un di loro, + «e che fai d’esse talvolta tanaglie, + + dinne s’alcun Latino è tra costoro + che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti + etternalmente a cotesto lavoro». + + «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti + qui ambedue», rispuose l’un piangendo; + «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?». + + E ’l duca disse: «I’ son un che discendo + con questo vivo giù di balzo in balzo, + e di mostrar lo ’nferno a lui intendo». + + Allor si ruppe lo comun rincalzo; + e tremando ciascuno a me si volse + con altri che l’udiron di rimbalzo. + + Lo buon maestro a me tutto s’accolse, + dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; + e io incominciai, poscia ch’ei volse: + + «Se la vostra memoria non s’imboli + nel primo mondo da l’umane menti, + ma s’ella viva sotto molti soli, + + ditemi chi voi siete e di che genti; + la vostra sconcia e fastidiosa pena + di palesarvi a me non vi spaventi». + + «Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», + rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; + ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. + + Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: + “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; + e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, + + volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo + perch’ io nol feci Dedalo, mi fece + ardere a tal che l’avea per figliuolo. + + Ma ne l’ultima bolgia de le diece + me per l’alchìmia che nel mondo usai + dannò Minòs, a cui fallar non lece». + + E io dissi al poeta: «Or fu già mai + gente sì vana come la sanese? + Certo non la francesca sì d’assai!». + + Onde l’altro lebbroso, che m’intese, + rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca + che seppe far le temperate spese, + + e Niccolò che la costuma ricca + del garofano prima discoverse + ne l’orto dove tal seme s’appicca; + + e tra’ne la brigata in che disperse + Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, + e l’Abbagliato suo senno proferse. + + Ma perché sappi chi sì ti seconda + contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, + sì che la faccia mia ben ti risponda: + + sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, + che falsai li metalli con l’alchìmia; + e te dee ricordar, se ben t’adocchio, + + com’ io fui di natura buona scimia». + + + + Inferno • Canto XXX + + + Nel tempo che Iunone era crucciata + per Semelè contra ’l sangue tebano, + come mostrò una e altra fïata, + + Atamante divenne tanto insano, + che veggendo la moglie con due figli + andar carcata da ciascuna mano, + + gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli + la leonessa e ’ leoncini al varco»; + e poi distese i dispietati artigli, + + prendendo l’un ch’avea nome Learco, + e rotollo e percosselo ad un sasso; + e quella s’annegò con l’altro carco. + + E quando la fortuna volse in basso + l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, + sì che ’nsieme col regno il re fu casso, + + Ecuba trista, misera e cattiva, + poscia che vide Polissena morta, + e del suo Polidoro in su la riva + + del mar si fu la dolorosa accorta, + forsennata latrò sì come cane; + tanto il dolor le fé la mente torta. + + Ma né di Tebe furie né troiane + si vider mäi in alcun tanto crude, + non punger bestie, nonché membra umane, + + quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, + che mordendo correvan di quel modo + che ’l porco quando del porcil si schiude. + + L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo + del collo l’assannò, sì che, tirando, + grattar li fece il ventre al fondo sodo. + + E l’Aretin che rimase, tremando + mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, + e va rabbioso altrui così conciando». + + «Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi + li denti a dosso, non ti sia fatica + a dir chi è, pria che di qui si spicchi». + + Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica + di Mirra scellerata, che divenne + al padre, fuor del dritto amore, amica. + + Questa a peccar con esso così venne, + falsificando sé in altrui forma, + come l’altro che là sen va, sostenne, + + per guadagnar la donna de la torma, + falsificare in sé Buoso Donati, + testando e dando al testamento norma». + + E poi che i due rabbiosi fuor passati + sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, + rivolsilo a guardar li altri mal nati. + + Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, + pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia + tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. + + La grave idropesì, che sì dispaia + le membra con l’omor che mal converte, + che ’l viso non risponde a la ventraia, + + faceva lui tener le labbra aperte + come l’etico fa, che per la sete + l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte. + + «O voi che sanz’ alcuna pena siete, + e non so io perché, nel mondo gramo», + diss’ elli a noi, «guardate e attendete + + a la miseria del maestro Adamo; + io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, + e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. + + Li ruscelletti che d’i verdi colli + del Casentin discendon giuso in Arno, + faccendo i lor canali freddi e molli, + + sempre mi stanno innanzi, e non indarno, + ché l’imagine lor vie più m’asciuga + che ’l male ond’ io nel volto mi discarno. + + La rigida giustizia che mi fruga + tragge cagion del loco ov’ io peccai + a metter più li miei sospiri in fuga. + + Ivi è Romena, là dov’ io falsai + la lega suggellata del Batista; + per ch’io il corpo sù arso lasciai. + + Ma s’io vedessi qui l’anima trista + di Guido o d’Alessandro o di lor frate, + per Fonte Branda non darei la vista. + + Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate + ombre che vanno intorno dicon vero; + ma che mi val, c’ho le membra legate? + + S’io fossi pur di tanto ancor leggero + ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia, + io sarei messo già per lo sentiero, + + cercando lui tra questa gente sconcia, + con tutto ch’ella volge undici miglia, + e men d’un mezzo di traverso non ci ha. + + Io son per lor tra sì fatta famiglia; + e’ m’indussero a batter li fiorini + ch’avevan tre carati di mondiglia». + + E io a lui: «Chi son li due tapini + che fumman come man bagnate ’l verno, + giacendo stretti a’ tuoi destri confini?». + + «Qui li trovai—e poi volta non dierno—», + rispuose, «quando piovvi in questo greppo, + e non credo che dieno in sempiterno. + + L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; + l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia: + per febbre aguta gittan tanto leppo». + + E l’un di lor, che si recò a noia + forse d’esser nomato sì oscuro, + col pugno li percosse l’epa croia. + + Quella sonò come fosse un tamburo; + e mastro Adamo li percosse il volto + col braccio suo, che non parve men duro, + + dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto + lo muover per le membra che son gravi, + ho io il braccio a tal mestiere sciolto». + + Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi + al fuoco, non l’avei tu così presto; + ma sì e più l’avei quando coniavi». + + E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: + ma tu non fosti sì ver testimonio + là ’ve del ver fosti a Troia richesto». + + «S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», + disse Sinon; «e son qui per un fallo, + e tu per più ch’alcun altro demonio!». + + «Ricorditi, spergiuro, del cavallo», + rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; + «e sieti reo che tutto il mondo sallo!». + + «E te sia rea la sete onde ti crepa», + disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia + che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!». + + Allora il monetier: «Così si squarcia + la bocca tua per tuo mal come suole; + ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, + + tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, + e per leccar lo specchio di Narcisso, + non vorresti a ’nvitar molte parole». + + Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, + quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira, + che per poco che teco non mi risso!». + + Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, + volsimi verso lui con tal vergogna, + ch’ancor per la memoria mi si gira. + + Qual è colui che suo dannaggio sogna, + che sognando desidera sognare, + sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, + + tal mi fec’ io, non possendo parlare, + che disïava scusarmi, e scusava + me tuttavia, e nol mi credea fare. + + «Maggior difetto men vergogna lava», + disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato; + però d’ogne trestizia ti disgrava. + + E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, + se più avvien che fortuna t’accoglia + dove sien genti in simigliante piato: + + ché voler ciò udire è bassa voglia». + + + + Inferno • Canto XXXI + + + Una medesma lingua pria mi morse, + sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, + e poi la medicina mi riporse; + + così od’ io che solea far la lancia + d’Achille e del suo padre esser cagione + prima di trista e poi di buona mancia. + + Noi demmo il dosso al misero vallone + su per la ripa che ’l cinge dintorno, + attraversando sanza alcun sermone. + + Quiv’ era men che notte e men che giorno, + sì che ’l viso m’andava innanzi poco; + ma io senti’ sonare un alto corno, + + tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, + che, contra sé la sua via seguitando, + dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. + + Dopo la dolorosa rotta, quando + Carlo Magno perdé la santa gesta, + non sonò sì terribilmente Orlando. + + Poco portäi in là volta la testa, + che me parve veder molte alte torri; + ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?». + + Ed elli a me: «Però che tu trascorri + per le tenebre troppo da la lungi, + avvien che poi nel maginare abborri. + + Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, + quanto ’l senso s’inganna di lontano; + però alquanto più te stesso pungi». + + Poi caramente mi prese per mano + e disse: «Pria che noi siam più avanti, + acciò che ’l fatto men ti paia strano, + + sappi che non son torri, ma giganti, + e son nel pozzo intorno da la ripa + da l’umbilico in giuso tutti quanti». + + Come quando la nebbia si dissipa, + lo sguardo a poco a poco raffigura + ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, + + così forando l’aura grossa e scura, + più e più appressando ver’ la sponda, + fuggiemi errore e cresciemi paura; + + però che, come su la cerchia tonda + Montereggion di torri si corona, + così la proda che ’l pozzo circonda + + torreggiavan di mezza la persona + li orribili giganti, cui minaccia + Giove del cielo ancora quando tuona. + + E io scorgeva già d’alcun la faccia, + le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, + e per le coste giù ambo le braccia. + + Natura certo, quando lasciò l’arte + di sì fatti animali, assai fé bene + per tòrre tali essecutori a Marte. + + E s’ella d’elefanti e di balene + non si pente, chi guarda sottilmente, + più giusta e più discreta la ne tene; + + ché dove l’argomento de la mente + s’aggiugne al mal volere e a la possa, + nessun riparo vi può far la gente. + + La faccia sua mi parea lunga e grossa + come la pina di San Pietro a Roma, + e a sua proporzione eran l’altre ossa; + + sì che la ripa, ch’era perizoma + dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto + di sovra, che di giugnere a la chioma + + tre Frison s’averien dato mal vanto; + però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi + dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. + + «Raphèl maì amècche zabì almi», + cominciò a gridar la fiera bocca, + cui non si convenia più dolci salmi. + + E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, + tienti col corno, e con quel ti disfoga + quand’ ira o altra passïon ti tocca! + + Cércati al collo, e troverai la soga + che ’l tien legato, o anima confusa, + e vedi lui che ’l gran petto ti doga». + + Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; + questi è Nembrotto per lo cui mal coto + pur un linguaggio nel mondo non s’usa. + + Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; + ché così è a lui ciascun linguaggio + come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». + + Facemmo adunque più lungo vïaggio, + vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro + trovammo l’altro assai più fero e maggio. + + A cigner lui qual che fosse ’l maestro, + non so io dir, ma el tenea soccinto + dinanzi l’altro e dietro il braccio destro + + d’una catena che ’l tenea avvinto + dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto + si ravvolgëa infino al giro quinto. + + «Questo superbo volle esser esperto + di sua potenza contra ’l sommo Giove», + disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto. + + Fïalte ha nome, e fece le gran prove + quando i giganti fer paura a’ dèi; + le braccia ch’el menò, già mai non move». + + E io a lui: «S’esser puote, io vorrei + che de lo smisurato Brïareo + esperïenza avesser li occhi mei». + + Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo + presso di qui che parla ed è disciolto, + che ne porrà nel fondo d’ogne reo. + + Quel che tu vuo’ veder, più là è molto + ed è legato e fatto come questo, + salvo che più feroce par nel volto». + + Non fu tremoto già tanto rubesto, + che scotesse una torre così forte, + come Fïalte a scuotersi fu presto. + + Allor temett’ io più che mai la morte, + e non v’era mestier più che la dotta, + s’io non avessi viste le ritorte. + + Noi procedemmo più avante allotta, + e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, + sanza la testa, uscia fuor de la grotta. + + «O tu che ne la fortunata valle + che fece Scipïon di gloria reda, + quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle, + + recasti già mille leon per preda, + e che, se fossi stato a l’alta guerra + de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda + + ch’avrebber vinto i figli de la terra: + mettine giù, e non ten vegna schifo, + dove Cocito la freddura serra. + + Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: + questi può dar di quel che qui si brama; + però ti china e non torcer lo grifo. + + Ancor ti può nel mondo render fama, + ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta + se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». + + Così disse ’l maestro; e quelli in fretta + le man distese, e prese ’l duca mio, + ond’ Ercule sentì già grande stretta. + + Virgilio, quando prender si sentio, + disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; + poi fece sì ch’un fascio era elli e io. + + Qual pare a riguardar la Carisenda + sotto ’l chinato, quando un nuvol vada + sovr’ essa sì, ched ella incontro penda: + + tal parve Antëo a me che stava a bada + di vederlo chinare, e fu tal ora + ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. + + Ma lievemente al fondo che divora + Lucifero con Giuda, ci sposò; + né, sì chinato, lì fece dimora, + + e come albero in nave si levò. + + + + Inferno • Canto XXXII + + + S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, + come si converrebbe al tristo buco + sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, + + io premerei di mio concetto il suco + più pienamente; ma perch’ io non l’abbo, + non sanza tema a dicer mi conduco; + + ché non è impresa da pigliare a gabbo + discriver fondo a tutto l’universo, + né da lingua che chiami mamma o babbo. + + Ma quelle donne aiutino il mio verso + ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe, + sì che dal fatto il dir non sia diverso. + + Oh sovra tutte mal creata plebe + che stai nel loco onde parlare è duro, + mei foste state qui pecore o zebe! + + Come noi fummo giù nel pozzo scuro + sotto i piè del gigante assai più bassi, + e io mirava ancora a l’alto muro, + + dicere udi’mi: «Guarda come passi: + va sì, che tu non calchi con le piante + le teste de’ fratei miseri lassi». + + Per ch’io mi volsi, e vidimi davante + e sotto i piedi un lago che per gelo + avea di vetro e non d’acqua sembiante. + + Non fece al corso suo sì grosso velo + di verno la Danoia in Osterlicchi, + né Tanaï là sotto ’l freddo cielo, + + com’ era quivi; che se Tambernicchi + vi fosse sù caduto, o Pietrapana, + non avria pur da l’orlo fatto cricchi. + + E come a gracidar si sta la rana + col muso fuor de l’acqua, quando sogna + di spigolar sovente la villana, + + livide, insin là dove appar vergogna + eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, + mettendo i denti in nota di cicogna. + + Ognuna in giù tenea volta la faccia; + da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo + tra lor testimonianza si procaccia. + + Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, + volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, + che ’l pel del capo avieno insieme misto. + + «Ditemi, voi che sì strignete i petti», + diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; + e poi ch’ebber li visi a me eretti, + + li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, + gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse + le lagrime tra essi e riserrolli. + + Con legno legno spranga mai non cinse + forte così; ond’ ei come due becchi + cozzaro insieme, tanta ira li vinse. + + E un ch’avea perduti ambo li orecchi + per la freddura, pur col viso in giùe, + disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? + + Se vuoi saper chi son cotesti due, + la valle onde Bisenzo si dichina + del padre loro Alberto e di lor fue. + + D’un corpo usciro; e tutta la Caina + potrai cercare, e non troverai ombra + degna più d’esser fitta in gelatina: + + non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra + con esso un colpo per la man d’Artù; + non Focaccia; non questi che m’ingombra + + col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, + e fu nomato Sassol Mascheroni; + se tosco se’, ben sai omai chi fu. + + E perché non mi metti in più sermoni, + sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; + e aspetto Carlin che mi scagioni». + + Poscia vid’ io mille visi cagnazzi + fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, + e verrà sempre, de’ gelati guazzi. + + E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo + al quale ogne gravezza si rauna, + e io tremava ne l’etterno rezzo; + + se voler fu o destino o fortuna, + non so; ma, passeggiando tra le teste, + forte percossi ’l piè nel viso ad una. + + Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? + se tu non vieni a crescer la vendetta + di Montaperti, perché mi moleste?». + + E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, + sì ch’io esca d’un dubbio per costui; + poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». + + Lo duca stette, e io dissi a colui + che bestemmiava duramente ancora: + «Qual se’ tu che così rampogni altrui?». + + «Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, + percotendo», rispuose, «altrui le gote, + sì che, se fossi vivo, troppo fora?». + + «Vivo son io, e caro esser ti puote», + fu mia risposta, «se dimandi fama, + ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». + + Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. + Lèvati quinci e non mi dar più lagna, + ché mal sai lusingar per questa lama!». + + Allor lo presi per la cuticagna + e dissi: «El converrà che tu ti nomi, + o che capel qui sù non ti rimagna». + + Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, + né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, + se mille fiate in sul capo mi tomi». + + Io avea già i capelli in mano avvolti, + e tratti glien’ avea più d’una ciocca, + latrando lui con li occhi in giù raccolti, + + quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? + non ti basta sonar con le mascelle, + se tu non latri? qual diavol ti tocca?». + + «Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, + malvagio traditor; ch’a la tua onta + io porterò di te vere novelle». + + «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; + ma non tacer, se tu di qua entro eschi, + di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. + + El piange qui l’argento de’ Franceschi: + “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera + là dove i peccatori stanno freschi”. + + Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, + tu hai dallato quel di Beccheria + di cui segò Fiorenza la gorgiera. + + Gianni de’ Soldanier credo che sia + più là con Ganellone e Tebaldello, + ch’aprì Faenza quando si dormia». + + Noi eravam partiti già da ello, + ch’io vidi due ghiacciati in una buca, + sì che l’un capo a l’altro era cappello; + + e come ’l pan per fame si manduca, + così ’l sovran li denti a l’altro pose + là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: + + non altrimenti Tidëo si rose + le tempie a Menalippo per disdegno, + che quei faceva il teschio e l’altre cose. + + «O tu che mostri per sì bestial segno + odio sovra colui che tu ti mangi, + dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno, + + che se tu a ragion di lui ti piangi, + sappiendo chi voi siete e la sua pecca, + nel mondo suso ancora io te ne cangi, + + se quella con ch’io parlo non si secca». + + + + Inferno • Canto XXXIII + + + La bocca sollevò dal fiero pasto + quel peccator, forbendola a’ capelli + del capo ch’elli avea di retro guasto. + + Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli + disperato dolor che ’l cor mi preme + già pur pensando, pria ch’io ne favelli. + + Ma se le mie parole esser dien seme + che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, + parlar e lagrimar vedrai insieme. + + Io non so chi tu se’ né per che modo + venuto se’ qua giù; ma fiorentino + mi sembri veramente quand’ io t’odo. + + Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, + e questi è l’arcivescovo Ruggieri: + or ti dirò perché i son tal vicino. + + Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, + fidandomi di lui, io fossi preso + e poscia morto, dir non è mestieri; + + però quel che non puoi avere inteso, + cioè come la morte mia fu cruda, + udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. + + Breve pertugio dentro da la Muda, + la qual per me ha ’l titol de la fame, + e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, + + m’avea mostrato per lo suo forame + più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno + che del futuro mi squarciò ’l velame. + + Questi pareva a me maestro e donno, + cacciando il lupo e ’ lupicini al monte + per che i Pisan veder Lucca non ponno. + + Con cagne magre, studïose e conte + Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi + s’avea messi dinanzi da la fronte. + + In picciol corso mi parieno stanchi + lo padre e ’ figli, e con l’agute scane + mi parea lor veder fender li fianchi. + + Quando fui desto innanzi la dimane, + pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli + ch’eran con meco, e dimandar del pane. + + Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli + pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; + e se non piangi, di che pianger suoli? + + Già eran desti, e l’ora s’appressava + che ’l cibo ne solëa essere addotto, + e per suo sogno ciascun dubitava; + + e io senti’ chiavar l’uscio di sotto + a l’orribile torre; ond’ io guardai + nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. + + Io non piangëa, sì dentro impetrai: + piangevan elli; e Anselmuccio mio + disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. + + Perciò non lagrimai né rispuos’ io + tutto quel giorno né la notte appresso, + infin che l’altro sol nel mondo uscìo. + + Come un poco di raggio si fu messo + nel doloroso carcere, e io scorsi + per quattro visi il mio aspetto stesso, + + ambo le man per lo dolor mi morsi; + ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia + di manicar, di sùbito levorsi + + e disser: “Padre, assai ci fia men doglia + se tu mangi di noi: tu ne vestisti + queste misere carni, e tu le spoglia”. + + Queta’mi allor per non farli più tristi; + lo dì e l’altro stemmo tutti muti; + ahi dura terra, perché non t’apristi? + + Poscia che fummo al quarto dì venuti, + Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, + dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. + + Quivi morì; e come tu mi vedi, + vid’ io cascar li tre ad uno ad uno + tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi, + + già cieco, a brancolar sovra ciascuno, + e due dì li chiamai, poi che fur morti. + Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». + + Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti + riprese ’l teschio misero co’ denti, + che furo a l’osso, come d’un can, forti. + + Ahi Pisa, vituperio de le genti + del bel paese là dove ’l sì suona, + poi che i vicini a te punir son lenti, + + muovasi la Capraia e la Gorgona, + e faccian siepe ad Arno in su la foce, + sì ch’elli annieghi in te ogne persona! + + Che se ’l conte Ugolino aveva voce + d’aver tradita te de le castella, + non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. + + Innocenti facea l’età novella, + novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata + e li altri due che ’l canto suso appella. + + Noi passammo oltre, là ’ve la gelata + ruvidamente un’altra gente fascia, + non volta in giù, ma tutta riversata. + + Lo pianto stesso lì pianger non lascia, + e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, + si volge in entro a far crescer l’ambascia; + + ché le lagrime prime fanno groppo, + e sì come visiere di cristallo, + rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. + + E avvegna che, sì come d’un callo, + per la freddura ciascun sentimento + cessato avesse del mio viso stallo, + + già mi parea sentire alquanto vento; + per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? + non è qua giù ogne vapore spento?». + + Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove + di ciò ti farà l’occhio la risposta, + veggendo la cagion che ’l fiato piove». + + E un de’ tristi de la fredda crosta + gridò a noi: «O anime crudeli + tanto che data v’è l’ultima posta, + + levatemi dal viso i duri veli, + sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, + un poco, pria che ’l pianto si raggeli». + + Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, + dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, + al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». + + Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; + i’ son quel da le frutta del mal orto, + che qui riprendo dattero per figo». + + «Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». + Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea + nel mondo sù, nulla scïenza porto. + + Cotal vantaggio ha questa Tolomea, + che spesse volte l’anima ci cade + innanzi ch’Atropòs mossa le dea. + + E perché tu più volentier mi rade + le ’nvetrïate lagrime dal volto, + sappie che, tosto che l’anima trade + + come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto + da un demonio, che poscia il governa + mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. + + Ella ruina in sì fatta cisterna; + e forse pare ancor lo corpo suso + de l’ombra che di qua dietro mi verna. + + Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: + elli è ser Branca Doria, e son più anni + poscia passati ch’el fu sì racchiuso». + + «Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; + ché Branca Doria non morì unquanche, + e mangia e bee e dorme e veste panni». + + «Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, + là dove bolle la tenace pece, + non era ancora giunto Michel Zanche, + + che questi lasciò il diavolo in sua vece + nel corpo suo, ed un suo prossimano + che ’l tradimento insieme con lui fece. + + Ma distendi oggimai in qua la mano; + aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi; + e cortesia fu lui esser villano. + + Ahi Genovesi, uomini diversi + d’ogne costume e pien d’ogne magagna, + perché non siete voi del mondo spersi? + + Ché col peggiore spirto di Romagna + trovai di voi un tal, che per sua opra + in anima in Cocito già si bagna, + + e in corpo par vivo ancor di sopra. + + + + Inferno • Canto XXXIV + + + «Vexilla regis prodeunt inferni + verso di noi; però dinanzi mira», + disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni». + + Come quando una grossa nebbia spira, + o quando l’emisperio nostro annotta, + par di lungi un molin che ’l vento gira, + + veder mi parve un tal dificio allotta; + poi per lo vento mi ristrinsi retro + al duca mio, ché non lì era altra grotta. + + Già era, e con paura il metto in metro, + là dove l’ombre tutte eran coperte, + e trasparien come festuca in vetro. + + Altre sono a giacere; altre stanno erte, + quella col capo e quella con le piante; + altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte. + + Quando noi fummo fatti tanto avante, + ch’al mio maestro piacque di mostrarmi + la creatura ch’ebbe il bel sembiante, + + d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, + «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco + ove convien che di fortezza t’armi». + + Com’ io divenni allor gelato e fioco, + nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, + però ch’ogne parlar sarebbe poco. + + Io non mori’ e non rimasi vivo; + pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, + qual io divenni, d’uno e d’altro privo. + + Lo ’mperador del doloroso regno + da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; + e più con un gigante io mi convegno, + + che i giganti non fan con le sue braccia: + vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto + ch’a così fatta parte si confaccia. + + S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, + e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, + ben dee da lui procedere ogne lutto. + + Oh quanto parve a me gran maraviglia + quand’ io vidi tre facce a la sua testa! + L’una dinanzi, e quella era vermiglia; + + l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa + sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, + e sé giugnieno al loco de la cresta: + + e la destra parea tra bianca e gialla; + la sinistra a vedere era tal, quali + vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. + + Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, + quanto si convenia a tanto uccello: + vele di mar non vid’ io mai cotali. + + Non avean penne, ma di vispistrello + era lor modo; e quelle svolazzava, + sì che tre venti si movean da ello: + + quindi Cocito tutto s’aggelava. + Con sei occhi piangëa, e per tre menti + gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. + + Da ogne bocca dirompea co’ denti + un peccatore, a guisa di maciulla, + sì che tre ne facea così dolenti. + + A quel dinanzi il mordere era nulla + verso ’l graffiar, che talvolta la schiena + rimanea de la pelle tutta brulla. + + «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», + disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto, + che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. + + De li altri due c’hanno il capo di sotto, + quel che pende dal nero ceffo è Bruto: + vedi come si storce, e non fa motto!; + + e l’altro è Cassio, che par sì membruto. + Ma la notte risurge, e oramai + è da partir, ché tutto avem veduto». + + Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; + ed el prese di tempo e loco poste, + e quando l’ali fuoro aperte assai, + + appigliò sé a le vellute coste; + di vello in vello giù discese poscia + tra ’l folto pelo e le gelate croste. + + Quando noi fummo là dove la coscia + si volge, a punto in sul grosso de l’anche, + lo duca, con fatica e con angoscia, + + volse la testa ov’ elli avea le zanche, + e aggrappossi al pel com’ om che sale, + sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. + + «Attienti ben, ché per cotali scale», + disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso, + «conviensi dipartir da tanto male». + + Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso + e puose me in su l’orlo a sedere; + appresso porse a me l’accorto passo. + + Io levai li occhi e credetti vedere + Lucifero com’ io l’avea lasciato, + e vidili le gambe in sù tenere; + + e s’io divenni allora travagliato, + la gente grossa il pensi, che non vede + qual è quel punto ch’io avea passato. + + «Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: + la via è lunga e ’l cammino è malvagio, + e già il sole a mezza terza riede». + + Non era camminata di palagio + là ’v’ eravam, ma natural burella + ch’avea mal suolo e di lume disagio. + + «Prima ch’io de l’abisso mi divella, + maestro mio», diss’ io quando fui dritto, + «a trarmi d’erro un poco mi favella: + + ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto + sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora, + da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». + + Ed elli a me: «Tu imagini ancora + d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi + al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. + + Di là fosti cotanto quant’ io scesi; + quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto + al qual si traggon d’ogne parte i pesi. + + E se’ or sotto l’emisperio giunto + ch’è contraposto a quel che la gran secca + coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto + + fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; + tu haï i piedi in su picciola spera + che l’altra faccia fa de la Giudecca. + + Qui è da man, quando di là è sera; + e questi, che ne fé scala col pelo, + fitto è ancora sì come prim’ era. + + Da questa parte cadde giù dal cielo; + e la terra, che pria di qua si sporse, + per paura di lui fé del mar velo, + + e venne a l’emisperio nostro; e forse + per fuggir lui lasciò qui loco vòto + quella ch’appar di qua, e sù ricorse». + + Luogo è là giù da Belzebù remoto + tanto quanto la tomba si distende, + che non per vista, ma per suono è noto + + d’un ruscelletto che quivi discende + per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, + col corso ch’elli avvolge, e poco pende. + + Lo duca e io per quel cammino ascoso + intrammo a ritornar nel chiaro mondo; + e sanza cura aver d’alcun riposo, + + salimmo sù, el primo e io secondo, + tanto ch’i’ vidi de le cose belle + che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. + + E quindi uscimmo a riveder le stelle. + + + + + + PURGATORIO + + + + + Purgatorio • Canto I + + + Per correr miglior acque alza le vele + omai la navicella del mio ingegno, + che lascia dietro a sé mar sì crudele; + + e canterò di quel secondo regno + dove l’umano spirito si purga + e di salire al ciel diventa degno. + + Ma qui la morta poesì resurga, + o sante Muse, poi che vostro sono; + e qui Calïopè alquanto surga, + + seguitando il mio canto con quel suono + di cui le Piche misere sentiro + lo colpo tal, che disperar perdono. + + Dolce color d’orïental zaffiro, + che s’accoglieva nel sereno aspetto + del mezzo, puro infino al primo giro, + + a li occhi miei ricominciò diletto, + tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta + che m’avea contristati li occhi e ’l petto. + + Lo bel pianeto che d’amar conforta + faceva tutto rider l’orïente, + velando i Pesci ch’erano in sua scorta. + + I’ mi volsi a man destra, e puosi mente + a l’altro polo, e vidi quattro stelle + non viste mai fuor ch’a la prima gente. + + Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: + oh settentrïonal vedovo sito, + poi che privato se’ di mirar quelle! + + Com’ io da loro sguardo fui partito, + un poco me volgendo a l ’altro polo, + là onde ’l Carro già era sparito, + + vidi presso di me un veglio solo, + degno di tanta reverenza in vista, + che più non dee a padre alcun figliuolo. + + Lunga la barba e di pel bianco mista + portava, a’ suoi capelli simigliante, + de’ quai cadeva al petto doppia lista. + + Li raggi de le quattro luci sante + fregiavan sì la sua faccia di lume, + ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. + + «Chi siete voi che contro al cieco fiume + fuggita avete la pregione etterna?», + diss’ el, movendo quelle oneste piume. + + «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, + uscendo fuor de la profonda notte + che sempre nera fa la valle inferna? + + Son le leggi d’abisso così rotte? + o è mutato in ciel novo consiglio, + che, dannati, venite a le mie grotte?». + + Lo duca mio allor mi diè di piglio, + e con parole e con mani e con cenni + reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. + + Poscia rispuose lui: «Da me non venni: + donna scese del ciel, per li cui prieghi + de la mia compagnia costui sovvenni. + + Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi + di nostra condizion com’ ell’ è vera, + esser non puote il mio che a te si nieghi. + + Questi non vide mai l’ultima sera; + ma per la sua follia le fu sì presso, + che molto poco tempo a volger era. + + Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso + per lui campare; e non lì era altra via + che questa per la quale i’ mi son messo. + + Mostrata ho lui tutta la gente ria; + e ora intendo mostrar quelli spirti + che purgan sé sotto la tua balìa. + + Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; + de l’alto scende virtù che m’aiuta + conducerlo a vederti e a udirti. + + Or ti piaccia gradir la sua venuta: + libertà va cercando, ch’è sì cara, + come sa chi per lei vita rifiuta. + + Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara + in Utica la morte, ove lasciasti + la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. + + Non son li editti etterni per noi guasti, + ché questi vive e Minòs me non lega; + ma son del cerchio ove son li occhi casti + + di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, + o santo petto, che per tua la tegni: + per lo suo amore adunque a noi ti piega. + + Lasciane andar per li tuoi sette regni; + grazie riporterò di te a lei, + se d’esser mentovato là giù degni». + + «Marzïa piacque tanto a li occhi miei + mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, + «che quante grazie volse da me, fei. + + Or che di là dal mal fiume dimora, + più muover non mi può, per quella legge + che fatta fu quando me n’usci’ fora. + + Ma se donna del ciel ti move e regge, + come tu di’, non c’è mestier lusinghe: + bastisi ben che per lei mi richegge. + + Va dunque, e fa che tu costui ricinghe + d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, + sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; + + ché non si converria, l’occhio sorpriso + d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo + ministro, ch’è di quei di paradiso. + + Questa isoletta intorno ad imo ad imo, + là giù colà dove la batte l’onda, + porta di giunchi sovra ’l molle limo: + + null’ altra pianta che facesse fronda + o indurasse, vi puote aver vita, + però ch’a le percosse non seconda. + + Poscia non sia di qua vostra reddita; + lo sol vi mosterrà, che surge omai, + prendere il monte a più lieve salita». + + Così sparì; e io sù mi levai + sanza parlare, e tutto mi ritrassi + al duca mio, e li occhi a lui drizzai. + + El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: + volgianci in dietro, ché di qua dichina + questa pianura a’ suoi termini bassi». + + L’alba vinceva l’ora mattutina + che fuggia innanzi, sì che di lontano + conobbi il tremolar de la marina. + + Noi andavam per lo solingo piano + com’ om che torna a la perduta strada, + che ’nfino ad essa li pare ire in vano. + + Quando noi fummo là ’ve la rugiada + pugna col sole, per essere in parte + dove, ad orezza, poco si dirada, + + ambo le mani in su l’erbetta sparte + soavemente ’l mio maestro pose: + ond’ io, che fui accorto di sua arte, + + porsi ver’ lui le guance lagrimose; + ivi mi fece tutto discoverto + quel color che l’inferno mi nascose. + + Venimmo poi in sul lito diserto, + che mai non vide navicar sue acque + omo, che di tornar sia poscia esperto. + + Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: + oh maraviglia! ché qual elli scelse + l’umile pianta, cotal si rinacque + + subitamente là onde l’avelse. + + + + Purgatorio • Canto II + + + Già era ’l sole a l’orizzonte giunto + lo cui meridïan cerchio coverchia + Ierusalèm col suo più alto punto; + + e la notte, che opposita a lui cerchia, + uscia di Gange fuor con le Bilance, + che le caggion di man quando soverchia; + + sì che le bianche e le vermiglie guance, + là dov’ i’ era, de la bella Aurora + per troppa etate divenivan rance. + + Noi eravam lunghesso mare ancora, + come gente che pensa a suo cammino, + che va col cuore e col corpo dimora. + + Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, + per li grossi vapor Marte rosseggia + giù nel ponente sovra ’l suol marino, + + cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, + un lume per lo mar venir sì ratto, + che ’l muover suo nessun volar pareggia. + + Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto + l’occhio per domandar lo duca mio, + rividil più lucente e maggior fatto. + + Poi d’ogne lato ad esso m’appario + un non sapeva che bianco, e di sotto + a poco a poco un altro a lui uscìo. + + Lo mio maestro ancor non facea motto, + mentre che i primi bianchi apparver ali; + allor che ben conobbe il galeotto, + + gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. + Ecco l’angel di Dio: piega le mani; + omai vedrai di sì fatti officiali. + + Vedi che sdegna li argomenti umani, + sì che remo non vuol, né altro velo + che l’ali sue, tra liti sì lontani. + + Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, + trattando l’aere con l’etterne penne, + che non si mutan come mortal pelo». + + Poi, come più e più verso noi venne + l’uccel divino, più chiaro appariva: + per che l’occhio da presso nol sostenne, + + ma chinail giuso; e quei sen venne a riva + con un vasello snelletto e leggero, + tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva. + + Da poppa stava il celestial nocchiero, + tal che faria beato pur descripto; + e più di cento spirti entro sediero. + + ‘In exitu Isräel de Aegypto’ + cantavan tutti insieme ad una voce + con quanto di quel salmo è poscia scripto. + + Poi fece il segno lor di santa croce; + ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: + ed el sen gì, come venne, veloce. + + La turba che rimase lì, selvaggia + parea del loco, rimirando intorno + come colui che nove cose assaggia. + + Da tutte parti saettava il giorno + lo sol, ch’avea con le saette conte + di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, + + quando la nova gente alzò la fronte + ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, + mostratene la via di gire al monte». + + E Virgilio rispuose: «Voi credete + forse che siamo esperti d’esto loco; + ma noi siam peregrin come voi siete. + + Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, + per altra via, che fu sì aspra e forte, + che lo salire omai ne parrà gioco». + + L’anime, che si fuor di me accorte, + per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, + maravigliando diventaro smorte. + + E come a messagger che porta ulivo + tragge la gente per udir novelle, + e di calcar nessun si mostra schivo, + + così al viso mio s’affisar quelle + anime fortunate tutte quante, + quasi oblïando d’ire a farsi belle. + + Io vidi una di lor trarresi avante + per abbracciarmi con sì grande affetto, + che mosse me a far lo somigliante. + + Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! + tre volte dietro a lei le mani avvinsi, + e tante mi tornai con esse al petto. + + Di maraviglia, credo, mi dipinsi; + per che l’ombra sorrise e si ritrasse, + e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. + + Soavemente disse ch’io posasse; + allor conobbi chi era, e pregai + che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. + + Rispuosemi: «Così com’ io t’amai + nel mortal corpo, così t’amo sciolta: + però m’arresto; ma tu perché vai?». + + «Casella mio, per tornar altra volta + là dov’ io son, fo io questo vïaggio», + diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». + + Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, + se quei che leva quando e cui li piace, + più volte m’ha negato esto passaggio; + + ché di giusto voler lo suo si face: + veramente da tre mesi elli ha tolto + chi ha voluto intrar, con tutta pace. + + Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto + dove l’acqua di Tevero s’insala, + benignamente fu’ da lui ricolto. + + A quella foce ha elli or dritta l’ala, + però che sempre quivi si ricoglie + qual verso Acheronte non si cala». + + E io: «Se nuova legge non ti toglie + memoria o uso a l’amoroso canto + che mi solea quetar tutte mie doglie, + + di ciò ti piaccia consolare alquanto + l’anima mia, che, con la sua persona + venendo qui, è affannata tanto!». + + ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ + cominciò elli allor sì dolcemente, + che la dolcezza ancor dentro mi suona. + + Lo mio maestro e io e quella gente + ch’eran con lui parevan sì contenti, + come a nessun toccasse altro la mente. + + Noi eravam tutti fissi e attenti + a le sue note; ed ecco il veglio onesto + gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? + + qual negligenza, quale stare è questo? + Correte al monte a spogliarvi lo scoglio + ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». + + Come quando, cogliendo biado o loglio, + li colombi adunati a la pastura, + queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, + + se cosa appare ond’ elli abbian paura, + subitamente lasciano star l’esca, + perch’ assaliti son da maggior cura; + + così vid’ io quella masnada fresca + lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, + com’ om che va, né sa dove rïesca; + + né la nostra partita fu men tosta. + + + + Purgatorio • Canto III + + + Avvegna che la subitana fuga + dispergesse color per la campagna, + rivolti al monte ove ragion ne fruga, + + i’ mi ristrinsi a la fida compagna: + e come sare’ io sanza lui corso? + chi m’avria tratto su per la montagna? + + El mi parea da sé stesso rimorso: + o dignitosa coscïenza e netta, + come t’è picciol fallo amaro morso! + + Quando li piedi suoi lasciar la fretta, + che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, + la mente mia, che prima era ristretta, + + lo ’ntento rallargò, sì come vaga, + e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio + che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. + + Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, + rotto m’era dinanzi a la figura, + ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. + + Io mi volsi dallato con paura + d’essere abbandonato, quand’ io vidi + solo dinanzi a me la terra oscura; + + e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», + a dir mi cominciò tutto rivolto; + «non credi tu me teco e ch’io ti guidi? + + Vespero è già colà dov’ è sepolto + lo corpo dentro al quale io facea ombra; + Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. + + Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, + non ti maravigliar più che d’i cieli + che l’uno a l’altro raggio non ingombra. + + A sofferir tormenti, caldi e geli + simili corpi la Virtù dispone + che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. + + Matto è chi spera che nostra ragione + possa trascorrer la infinita via + che tiene una sustanza in tre persone. + + State contenti, umana gente, al quia; + ché, se potuto aveste veder tutto, + mestier non era parturir Maria; + + e disïar vedeste sanza frutto + tai che sarebbe lor disio quetato, + ch’etternalmente è dato lor per lutto: + + io dico d’Aristotile e di Plato + e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, + e più non disse, e rimase turbato. + + Noi divenimmo intanto a piè del monte; + quivi trovammo la roccia sì erta, + che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. + + Tra Lerice e Turbìa la più diserta, + la più rotta ruina è una scala, + verso di quella, agevole e aperta. + + «Or chi sa da qual man la costa cala», + disse ’l maestro mio fermando ’l passo, + «sì che possa salir chi va sanz’ ala?». + + E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso + essaminava del cammin la mente, + e io mirava suso intorno al sasso, + + da man sinistra m’apparì una gente + d’anime, che movieno i piè ver’ noi, + e non pareva, sì venïan lente. + + «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: + ecco di qua chi ne darà consiglio, + se tu da te medesmo aver nol puoi». + + Guardò allora, e con libero piglio + rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; + e tu ferma la spene, dolce figlio». + + Ancora era quel popol di lontano, + i’ dico dopo i nostri mille passi, + quanto un buon gittator trarria con mano, + + quando si strinser tutti ai duri massi + de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti + com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. + + «O ben finiti, o già spiriti eletti», + Virgilio incominciò, «per quella pace + ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, + + ditene dove la montagna giace, + sì che possibil sia l’andare in suso; + ché perder tempo a chi più sa più spiace». + + Come le pecorelle escon del chiuso + a una, a due, a tre, e l’altre stanno + timidette atterrando l’occhio e ’l muso; + + e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, + addossandosi a lei, s’ella s’arresta, + semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; + + sì vid’ io muovere a venir la testa + di quella mandra fortunata allotta, + pudica in faccia e ne l’andare onesta. + + Come color dinanzi vider rotta + la luce in terra dal mio destro canto, + sì che l’ombra era da me a la grotta, + + restaro, e trasser sé in dietro alquanto, + e tutti li altri che venieno appresso, + non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. + + «Sanza vostra domanda io vi confesso + che questo è corpo uman che voi vedete; + per che ’l lume del sole in terra è fesso. + + Non vi maravigliate, ma credete + che non sanza virtù che da ciel vegna + cerchi di soverchiar questa parete». + + Così ’l maestro; e quella gente degna + «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», + coi dossi de le man faccendo insegna. + + E un di loro incominciò: «Chiunque + tu se’, così andando, volgi ’l viso: + pon mente se di là mi vedesti unque». + + Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: + biondo era e bello e di gentile aspetto, + ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. + + Quand’ io mi fui umilmente disdetto + d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; + e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. + + Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, + nepote di Costanza imperadrice; + ond’ io ti priego che, quando tu riedi, + + vadi a mia bella figlia, genitrice + de l’onor di Cicilia e d’Aragona, + e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. + + Poscia ch’io ebbi rotta la persona + di due punte mortali, io mi rendei, + piangendo, a quei che volontier perdona. + + Orribil furon li peccati miei; + ma la bontà infinita ha sì gran braccia, + che prende ciò che si rivolge a lei. + + Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia + di me fu messo per Clemente allora, + avesse in Dio ben letta questa faccia, + + l’ossa del corpo mio sarieno ancora + in co del ponte presso a Benevento, + sotto la guardia de la grave mora. + + Or le bagna la pioggia e move il vento + di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, + dov’ e’ le trasmutò a lume spento. + + Per lor maladizion sì non si perde, + che non possa tornar, l’etterno amore, + mentre che la speranza ha fior del verde. + + Vero è che quale in contumacia more + di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, + star li convien da questa ripa in fore, + + per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, + in sua presunzïon, se tal decreto + più corto per buon prieghi non diventa. + + Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, + revelando a la mia buona Costanza + come m’hai visto, e anco esto divieto; + + ché qui per quei di là molto s’avanza». + + + + Purgatorio • Canto IV + + + Quando per dilettanze o ver per doglie, + che alcuna virtù nostra comprenda, + l’anima bene ad essa si raccoglie, + + par ch’a nulla potenza più intenda; + e questo è contra quello error che crede + ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. + + E però, quando s’ode cosa o vede + che tegna forte a sé l’anima volta, + vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; + + ch’altra potenza è quella che l’ascolta, + e altra è quella c’ha l’anima intera: + questa è quasi legata e quella è sciolta. + + Di ciò ebb’ io esperïenza vera, + udendo quello spirto e ammirando; + ché ben cinquanta gradi salito era + + lo sole, e io non m’era accorto, quando + venimmo ove quell’ anime ad una + gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». + + Maggiore aperta molte volte impruna + con una forcatella di sue spine + l’uom de la villa quando l’uva imbruna, + + che non era la calla onde salìne + lo duca mio, e io appresso, soli, + come da noi la schiera si partìne. + + Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, + montasi su in Bismantova e ’n Cacume + con esso i piè; ma qui convien ch’om voli; + + dico con l’ale snelle e con le piume + del gran disio, di retro a quel condotto + che speranza mi dava e facea lume. + + Noi salavam per entro ’l sasso rotto, + e d’ogne lato ne stringea lo stremo, + e piedi e man volea il suol di sotto. + + Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo + de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, + «Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». + + Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; + pur su al monte dietro a me acquista, + fin che n’appaia alcuna scorta saggia». + + Lo sommo er’ alto che vincea la vista, + e la costa superba più assai + che da mezzo quadrante a centro lista. + + Io era lasso, quando cominciai: + «O dolce padre, volgiti, e rimira + com’ io rimango sol, se non restai». + + «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», + additandomi un balzo poco in sùe + che da quel lato il poggio tutto gira. + + Sì mi spronaron le parole sue, + ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, + tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. + + A seder ci ponemmo ivi ambedui + vòlti a levante ond’ eravam saliti, + che suole a riguardar giovare altrui. + + Li occhi prima drizzai ai bassi liti; + poscia li alzai al sole, e ammirava + che da sinistra n’eravam feriti. + + Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava + stupido tutto al carro de la luce, + ove tra noi e Aquilone intrava. + + Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce + fossero in compagnia di quello specchio + che sù e giù del suo lume conduce, + + tu vedresti il Zodïaco rubecchio + ancora a l’Orse più stretto rotare, + se non uscisse fuor del cammin vecchio. + + Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, + dentro raccolto, imagina Sïòn + con questo monte in su la terra stare + + sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn + e diversi emisperi; onde la strada + che mal non seppe carreggiar Fetòn, + + vedrai come a costui convien che vada + da l’un, quando a colui da l’altro fianco, + se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». + + «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco + non vid’ io chiaro sì com’ io discerno + là dove mio ingegno parea manco, + + che ’l mezzo cerchio del moto superno, + che si chiama Equatore in alcun’ arte, + e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, + + per la ragion che di’, quinci si parte + verso settentrïon, quanto li Ebrei + vedevan lui verso la calda parte. + + Ma se a te piace, volontier saprei + quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale + più che salir non posson li occhi miei». + + Ed elli a me: «Questa montagna è tale, + che sempre al cominciar di sotto è grave; + e quant’ om più va sù, e men fa male. + + Però, quand’ ella ti parrà soave + tanto, che sù andar ti fia leggero + com’ a seconda giù andar per nave, + + allor sarai al fin d’esto sentiero; + quivi di riposar l’affanno aspetta. + Più non rispondo, e questo so per vero». + + E com’ elli ebbe sua parola detta, + una voce di presso sonò: «Forse + che di sedere in pria avrai distretta!». + + Al suon di lei ciascun di noi si torse, + e vedemmo a mancina un gran petrone, + del qual né io né ei prima s’accorse. + + Là ci traemmo; e ivi eran persone + che si stavano a l’ombra dietro al sasso + come l’uom per negghienza a star si pone. + + E un di lor, che mi sembiava lasso, + sedeva e abbracciava le ginocchia, + tenendo ’l viso giù tra esse basso. + + «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia + colui che mostra sé più negligente + che se pigrizia fosse sua serocchia». + + Allor si volse a noi e puose mente, + movendo ’l viso pur su per la coscia, + e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». + + Conobbi allor chi era, e quella angoscia + che m’avacciava un poco ancor la lena, + non m’impedì l’andare a lui; e poscia + + ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, + dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole + da l’omero sinistro il carro mena?». + + Li atti suoi pigri e le corte parole + mosser le labbra mie un poco a riso; + poi cominciai: «Belacqua, a me non dole + + di te omai; ma dimmi: perché assiso + quiritto se’? attendi tu iscorta, + o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». + + Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? + ché non mi lascerebbe ire a’ martìri + l’angel di Dio che siede in su la porta. + + Prima convien che tanto il ciel m’aggiri + di fuor da essa, quanto fece in vita, + per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, + + se orazïone in prima non m’aita + che surga sù di cuor che in grazia viva; + l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». + + E già il poeta innanzi mi saliva, + e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco + meridïan dal sole e a la riva + + cuopre la notte già col piè Morrocco». + + + + Purgatorio • Canto V + + + Io era già da quell’ ombre partito, + e seguitava l’orme del mio duca, + quando di retro a me, drizzando ’l dito, + + una gridò: «Ve’ che non par che luca + lo raggio da sinistra a quel di sotto, + e come vivo par che si conduca!». + + Li occhi rivolsi al suon di questo motto, + e vidile guardar per maraviglia + pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. + + «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», + disse ’l maestro, «che l’andare allenti? + che ti fa ciò che quivi si pispiglia? + + Vien dietro a me, e lascia dir le genti: + sta come torre ferma, che non crolla + già mai la cima per soffiar di venti; + + ché sempre l’omo in cui pensier rampolla + sovra pensier, da sé dilunga il segno, + perché la foga l’un de l’altro insolla». + + Che potea io ridir, se non «Io vegno»? + Dissilo, alquanto del color consperso + che fa l’uom di perdon talvolta degno. + + E ’ntanto per la costa di traverso + venivan genti innanzi a noi un poco, + cantando ‘Miserere’ a verso a verso. + + Quando s’accorser ch’i’ non dava loco + per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, + mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; + + e due di loro, in forma di messaggi, + corsero incontr’ a noi e dimandarne: + «Di vostra condizion fatene saggi». + + E ’l mio maestro: «Voi potete andarne + e ritrarre a color che vi mandaro + che ’l corpo di costui è vera carne. + + Se per veder la sua ombra restaro, + com’ io avviso, assai è lor risposto: + fàccianli onore, ed esser può lor caro». + + Vapori accesi non vid’ io sì tosto + di prima notte mai fender sereno, + né, sol calando, nuvole d’agosto, + + che color non tornasser suso in meno; + e, giunti là, con li altri a noi dier volta, + come schiera che scorre sanza freno. + + «Questa gente che preme a noi è molta, + e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: + «però pur va, e in andando ascolta». + + «O anima che vai per esser lieta + con quelle membra con le quai nascesti», + venian gridando, «un poco il passo queta. + + Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, + sì che di lui di là novella porti: + deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? + + Noi fummo tutti già per forza morti, + e peccatori infino a l’ultima ora; + quivi lume del ciel ne fece accorti, + + sì che, pentendo e perdonando, fora + di vita uscimmo a Dio pacificati, + che del disio di sé veder n’accora». + + E io: «Perché ne’ vostri visi guati, + non riconosco alcun; ma s’a voi piace + cosa ch’io possa, spiriti ben nati, + + voi dite, e io farò per quella pace + che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, + di mondo in mondo cercar mi si face». + + E uno incominciò: «Ciascun si fida + del beneficio tuo sanza giurarlo, + pur che ’l voler nonpossa non ricida. + + Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, + ti priego, se mai vedi quel paese + che siede tra Romagna e quel di Carlo, + + che tu mi sie di tuoi prieghi cortese + in Fano, sì che ben per me s’adori + pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. + + Quindi fu’ io; ma li profondi fóri + ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, + fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, + + là dov’ io più sicuro esser credea: + quel da Esti il fé far, che m’avea in ira + assai più là che dritto non volea. + + Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, + quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, + ancor sarei di là dove si spira. + + Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco + m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io + de le mie vene farsi in terra laco». + + Poi disse un altro: «Deh, se quel disio + si compia che ti tragge a l’alto monte, + con buona pïetate aiuta il mio! + + Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; + Giovanna o altri non ha di me cura; + per ch’io vo tra costor con bassa fronte». + + E io a lui: «Qual forza o qual ventura + ti travïò sì fuor di Campaldino, + che non si seppe mai tua sepultura?». + + «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino + traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, + che sovra l’Ermo nasce in Apennino. + + Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, + arriva’ io forato ne la gola, + fuggendo a piede e sanguinando il piano. + + Quivi perdei la vista e la parola; + nel nome di Maria fini’, e quivi + caddi, e rimase la mia carne sola. + + Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: + l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno + gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? + + Tu te ne porti di costui l’etterno + per una lagrimetta che ’l mi toglie; + ma io farò de l’altro altro governo!”. + + Ben sai come ne l’aere si raccoglie + quell’ umido vapor che in acqua riede, + tosto che sale dove ’l freddo il coglie. + + Giunse quel mal voler che pur mal chiede + con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento + per la virtù che sua natura diede. + + Indi la valle, come ’l dì fu spento, + da Pratomagno al gran giogo coperse + di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, + + sì che ’l pregno aere in acqua si converse; + la pioggia cadde, e a’ fossati venne + di lei ciò che la terra non sofferse; + + e come ai rivi grandi si convenne, + ver’ lo fiume real tanto veloce + si ruinò, che nulla la ritenne. + + Lo corpo mio gelato in su la foce + trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse + ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce + + ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; + voltòmmi per le ripe e per lo fondo, + poi di sua preda mi coperse e cinse». + + «Deh, quando tu sarai tornato al mondo + e riposato de la lunga via», + seguitò ’l terzo spirito al secondo, + + «ricorditi di me, che son la Pia; + Siena mi fé, disfecemi Maremma: + salsi colui che ’nnanellata pria + + disposando m’avea con la sua gemma». + + + + Purgatorio • Canto VI + + + Quando si parte il gioco de la zara, + colui che perde si riman dolente, + repetendo le volte, e tristo impara; + + con l’altro se ne va tutta la gente; + qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, + e qual dallato li si reca a mente; + + el non s’arresta, e questo e quello intende; + a cui porge la man, più non fa pressa; + e così da la calca si difende. + + Tal era io in quella turba spessa, + volgendo a loro, e qua e là, la faccia, + e promettendo mi sciogliea da essa. + + Quiv’ era l’Aretin che da le braccia + fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, + e l’altro ch’annegò correndo in caccia. + + Quivi pregava con le mani sporte + Federigo Novello, e quel da Pisa + che fé parer lo buon Marzucco forte. + + Vidi conte Orso e l’anima divisa + dal corpo suo per astio e per inveggia, + com’ e’ dicea, non per colpa commisa; + + Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, + mentr’ è di qua, la donna di Brabante, + sì che però non sia di peggior greggia. + + Come libero fui da tutte quante + quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, + sì che s’avacci lor divenir sante, + + io cominciai: «El par che tu mi nieghi, + o luce mia, espresso in alcun testo + che decreto del cielo orazion pieghi; + + e questa gente prega pur di questo: + sarebbe dunque loro speme vana, + o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». + + Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; + e la speranza di costor non falla, + se ben si guarda con la mente sana; + + ché cima di giudicio non s’avvalla + perché foco d’amor compia in un punto + ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; + + e là dov’ io fermai cotesto punto, + non s’ammendava, per pregar, difetto, + perché ’l priego da Dio era disgiunto. + + Veramente a così alto sospetto + non ti fermar, se quella nol ti dice + che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. + + Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; + tu la vedrai di sopra, in su la vetta + di questo monte, ridere e felice». + + E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, + ché già non m’affatico come dianzi, + e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». + + «Noi anderem con questo giorno innanzi», + rispuose, «quanto più potremo omai; + ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. + + Prima che sie là sù, tornar vedrai + colui che già si cuopre de la costa, + sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. + + Ma vedi là un’anima che, posta + sola soletta, inverso noi riguarda: + quella ne ’nsegnerà la via più tosta». + + Venimmo a lei: o anima lombarda, + come ti stavi altera e disdegnosa + e nel mover de li occhi onesta e tarda! + + Ella non ci dicëa alcuna cosa, + ma lasciavane gir, solo sguardando + a guisa di leon quando si posa. + + Pur Virgilio si trasse a lei, pregando + che ne mostrasse la miglior salita; + e quella non rispuose al suo dimando, + + ma di nostro paese e de la vita + ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava + «Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita, + + surse ver’ lui del loco ove pria stava, + dicendo: «O Mantoano, io son Sordello + de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. + + Ahi serva Italia, di dolore ostello, + nave sanza nocchiere in gran tempesta, + non donna di province, ma bordello! + + Quell’ anima gentil fu così presta, + sol per lo dolce suon de la sua terra, + di fare al cittadin suo quivi festa; + + e ora in te non stanno sanza guerra + li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode + di quei ch’un muro e una fossa serra. + + Cerca, misera, intorno da le prode + le tue marine, e poi ti guarda in seno, + s’alcuna parte in te di pace gode. + + Che val perché ti racconciasse il freno + Iustinïano, se la sella è vòta? + Sanz’ esso fora la vergogna meno. + + Ahi gente che dovresti esser devota, + e lasciar seder Cesare in la sella, + se bene intendi ciò che Dio ti nota, + + guarda come esta fiera è fatta fella + per non esser corretta da li sproni, + poi che ponesti mano a la predella. + + O Alberto tedesco ch’abbandoni + costei ch’è fatta indomita e selvaggia, + e dovresti inforcar li suoi arcioni, + + giusto giudicio da le stelle caggia + sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, + tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! + + Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, + per cupidigia di costà distretti, + che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. + + Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, + Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: + color già tristi, e questi con sospetti! + + Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura + d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; + e vedrai Santafior com’ è oscura! + + Vieni a veder la tua Roma che piagne + vedova e sola, e dì e notte chiama: + «Cesare mio, perché non m’accompagne?». + + Vieni a veder la gente quanto s’ama! + e se nulla di noi pietà ti move, + a vergognar ti vien de la tua fama. + + E se licito m’è, o sommo Giove + che fosti in terra per noi crucifisso, + son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? + + O è preparazion che ne l’abisso + del tuo consiglio fai per alcun bene + in tutto de l’accorger nostro scisso? + + Ché le città d’Italia tutte piene + son di tiranni, e un Marcel diventa + ogne villan che parteggiando viene. + + Fiorenza mia, ben puoi esser contenta + di questa digression che non ti tocca, + mercé del popol tuo che si argomenta. + + Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca + per non venir sanza consiglio a l’arco; + ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. + + Molti rifiutan lo comune incarco; + ma il popol tuo solicito risponde + sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». + + Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: + tu ricca, tu con pace e tu con senno! + S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. + + Atene e Lacedemona, che fenno + l’antiche leggi e furon sì civili, + fecero al viver bene un picciol cenno + + verso di te, che fai tanto sottili + provedimenti, ch’a mezzo novembre + non giugne quel che tu d’ottobre fili. + + Quante volte, del tempo che rimembre, + legge, moneta, officio e costume + hai tu mutato, e rinovate membre! + + E se ben ti ricordi e vedi lume, + vedrai te somigliante a quella inferma + che non può trovar posa in su le piume, + + ma con dar volta suo dolore scherma. + + + + Purgatorio • Canto VII + + + Poscia che l’accoglienze oneste e liete + furo iterate tre e quattro volte, + Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». + + «Anzi che a questo monte fosser volte + l’anime degne di salire a Dio, + fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. + + Io son Virgilio; e per null’ altro rio + lo ciel perdei che per non aver fé». + Così rispuose allora il duca mio. + + Qual è colui che cosa innanzi sé + sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, + che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . », + + tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, + e umilmente ritornò ver’ lui, + e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. + + «O gloria di Latin», disse, «per cui + mostrò ciò che potea la lingua nostra, + o pregio etterno del loco ond’ io fui, + + qual merito o qual grazia mi ti mostra? + S’io son d’udir le tue parole degno, + dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». + + «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», + rispuose lui, «son io di qua venuto; + virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. + + Non per far, ma per non fare ho perduto + a veder l’alto Sol che tu disiri + e che fu tardi per me conosciuto. + + Luogo è là giù non tristo di martìri, + ma di tenebre solo, ove i lamenti + non suonan come guai, ma son sospiri. + + Quivi sto io coi pargoli innocenti + dai denti morsi de la morte avante + che fosser da l’umana colpa essenti; + + quivi sto io con quei che le tre sante + virtù non si vestiro, e sanza vizio + conobber l’altre e seguir tutte quante. + + Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio + dà noi per che venir possiam più tosto + là dove purgatorio ha dritto inizio». + + Rispuose: «Loco certo non c’è posto; + licito m’è andar suso e intorno; + per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. + + Ma vedi già come dichina il giorno, + e andar sù di notte non si puote; + però è buon pensar di bel soggiorno. + + Anime sono a destra qua remote; + se mi consenti, io ti merrò ad esse, + e non sanza diletto ti fier note». + + «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse + salir di notte, fora elli impedito + d’altrui, o non sarria ché non potesse?». + + E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, + dicendo: «Vedi? sola questa riga + non varcheresti dopo ’l sol partito: + + non però ch’altra cosa desse briga, + che la notturna tenebra, ad ir suso; + quella col nonpoder la voglia intriga. + + Ben si poria con lei tornare in giuso + e passeggiar la costa intorno errando, + mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». + + Allora il mio segnor, quasi ammirando, + «Menane», disse, «dunque là ’ve dici + ch’aver si può diletto dimorando». + + Poco allungati c’eravam di lici, + quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, + a guisa che i vallon li sceman quici. + + «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo + dove la costa face di sé grembo; + e là il novo giorno attenderemo». + + Tra erto e piano era un sentiero schembo, + che ne condusse in fianco de la lacca, + là dove più ch’a mezzo muore il lembo. + + Oro e argento fine, cocco e biacca, + indaco, legno lucido e sereno, + fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, + + da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno + posti, ciascun saria di color vinto, + come dal suo maggiore è vinto il meno. + + Non avea pur natura ivi dipinto, + ma di soavità di mille odori + vi facea uno incognito e indistinto. + + ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori + quindi seder cantando anime vidi, + che per la valle non parean di fuori. + + «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», + cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, + «tra color non vogliate ch’io vi guidi. + + Di questo balzo meglio li atti e ’ volti + conoscerete voi di tutti quanti, + che ne la lama giù tra essi accolti. + + Colui che più siede alto e fa sembianti + d’aver negletto ciò che far dovea, + e che non move bocca a li altrui canti, + + Rodolfo imperador fu, che potea + sanar le piaghe c’hanno Italia morta, + sì che tardi per altri si ricrea. + + L’altro che ne la vista lui conforta, + resse la terra dove l’acqua nasce + che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: + + Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce + fu meglio assai che Vincislao suo figlio + barbuto, cui lussuria e ozio pasce. + + E quel nasetto che stretto a consiglio + par con colui c’ha sì benigno aspetto, + morì fuggendo e disfiorando il giglio: + + guardate là come si batte il petto! + L’altro vedete c’ha fatto a la guancia + de la sua palma, sospirando, letto. + + Padre e suocero son del mal di Francia: + sanno la vita sua viziata e lorda, + e quindi viene il duol che sì li lancia. + + Quel che par sì membruto e che s’accorda, + cantando, con colui dal maschio naso, + d’ogne valor portò cinta la corda; + + e se re dopo lui fosse rimaso + lo giovanetto che retro a lui siede, + ben andava il valor di vaso in vaso, + + che non si puote dir de l’altre rede; + Iacomo e Federigo hanno i reami; + del retaggio miglior nessun possiede. + + Rade volte risurge per li rami + l’umana probitate; e questo vole + quei che la dà, perché da lui si chiami. + + Anche al nasuto vanno mie parole + non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, + onde Puglia e Proenza già si dole. + + Tant’ è del seme suo minor la pianta, + quanto, più che Beatrice e Margherita, + Costanza di marito ancor si vanta. + + Vedete il re de la semplice vita + seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: + questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. + + Quel che più basso tra costor s’atterra, + guardando in suso, è Guiglielmo marchese, + per cui e Alessandria e la sua guerra + + fa pianger Monferrato e Canavese». + + + + Purgatorio • Canto VIII + + + Era già l’ora che volge il disio + ai navicanti e ’ntenerisce il core + lo dì c’han detto ai dolci amici addio; + + e che lo novo peregrin d’amore + punge, se ode squilla di lontano + che paia il giorno pianger che si more; + + quand’ io incominciai a render vano + l’udire e a mirare una de l’alme + surta, che l’ascoltar chiedea con mano. + + Ella giunse e levò ambo le palme, + ficcando li occhi verso l’orïente, + come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. + + ‘Te lucis ante’ sì devotamente + le uscìo di bocca e con sì dolci note, + che fece me a me uscir di mente; + + e l’altre poi dolcemente e devote + seguitar lei per tutto l’inno intero, + avendo li occhi a le superne rote. + + Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, + ché ’l velo è ora ben tanto sottile, + certo che ’l trapassar dentro è leggero. + + Io vidi quello essercito gentile + tacito poscia riguardare in sùe, + quasi aspettando, palido e umìle; + + e vidi uscir de l’alto e scender giùe + due angeli con due spade affocate, + tronche e private de le punte sue. + + Verdi come fogliette pur mo nate + erano in veste, che da verdi penne + percosse traean dietro e ventilate. + + L’un poco sovra noi a star si venne, + e l’altro scese in l’opposita sponda, + sì che la gente in mezzo si contenne. + + Ben discernëa in lor la testa bionda; + ma ne la faccia l’occhio si smarria, + come virtù ch’a troppo si confonda. + + «Ambo vegnon del grembo di Maria», + disse Sordello, «a guardia de la valle, + per lo serpente che verrà vie via». + + Ond’ io, che non sapeva per qual calle, + mi volsi intorno, e stretto m’accostai, + tutto gelato, a le fidate spalle. + + E Sordello anco: «Or avvalliamo omai + tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; + grazïoso fia lor vedervi assai». + + Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, + e fui di sotto, e vidi un che mirava + pur me, come conoscer mi volesse. + + Temp’ era già che l’aere s’annerava, + ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei + non dichiarisse ciò che pria serrava. + + Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: + giudice Nin gentil, quanto mi piacque + quando ti vidi non esser tra ’ rei! + + Nullo bel salutar tra noi si tacque; + poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti + a piè del monte per le lontane acque?». + + «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi + venni stamane, e sono in prima vita, + ancor che l’altra, sì andando, acquisti». + + E come fu la mia risposta udita, + Sordello ed elli in dietro si raccolse + come gente di sùbito smarrita. + + L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse + che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! + vieni a veder che Dio per grazia volse». + + Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado + che tu dei a colui che sì nasconde + lo suo primo perché, che non lì è guado, + + quando sarai di là da le larghe onde, + dì a Giovanna mia che per me chiami + là dove a li ’nnocenti si risponde. + + Non credo che la sua madre più m’ami, + poscia che trasmutò le bianche bende, + le quai convien che, misera!, ancor brami. + + Per lei assai di lieve si comprende + quanto in femmina foco d’amor dura, + se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. + + Non le farà sì bella sepultura + la vipera che Melanesi accampa, + com’ avria fatto il gallo di Gallura». + + Così dicea, segnato de la stampa, + nel suo aspetto, di quel dritto zelo + che misuratamente in core avvampa. + + Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, + pur là dove le stelle son più tarde, + sì come rota più presso a lo stelo. + + E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». + E io a lui: «A quelle tre facelle + di che ’l polo di qua tutto quanto arde». + + Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle + che vedevi staman, son di là basse, + e queste son salite ov’ eran quelle». + + Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse + dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; + e drizzò il dito perché ’n là guardasse. + + Da quella parte onde non ha riparo + la picciola vallea, era una biscia, + forse qual diede ad Eva il cibo amaro. + + Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, + volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso + leccando come bestia che si liscia. + + Io non vidi, e però dicer non posso, + come mosser li astor celestïali; + ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. + + Sentendo fender l’aere a le verdi ali, + fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, + suso a le poste rivolando iguali. + + L’ombra che s’era al giudice raccolta + quando chiamò, per tutto quello assalto + punto non fu da me guardare sciolta. + + «Se la lucerna che ti mena in alto + truovi nel tuo arbitrio tanta cera + quant’ è mestiere infino al sommo smalto», + + cominciò ella, «se novella vera + di Val di Magra o di parte vicina + sai, dillo a me, che già grande là era. + + Fui chiamato Currado Malaspina; + non son l’antico, ma di lui discesi; + a’ miei portai l’amor che qui raffina». + + «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi + già mai non fui; ma dove si dimora + per tutta Europa ch’ei non sien palesi? + + La fama che la vostra casa onora, + grida i segnori e grida la contrada, + sì che ne sa chi non vi fu ancora; + + e io vi giuro, s’io di sopra vada, + che vostra gente onrata non si sfregia + del pregio de la borsa e de la spada. + + Uso e natura sì la privilegia, + che, perché il capo reo il mondo torca, + sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». + + Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca + sette volte nel letto che ’l Montone + con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, + + che cotesta cortese oppinïone + ti fia chiavata in mezzo de la testa + con maggior chiovi che d’altrui sermone, + + se corso di giudicio non s’arresta». + + + + Purgatorio • Canto IX + + + La concubina di Titone antico + già s’imbiancava al balco d’orïente, + fuor de le braccia del suo dolce amico; + + di gemme la sua fronte era lucente, + poste in figura del freddo animale + che con la coda percuote la gente; + + e la notte, de’ passi con che sale, + fatti avea due nel loco ov’ eravamo, + e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; + + quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, + vinto dal sonno, in su l’erba inchinai + là ’ve già tutti e cinque sedavamo. + + Ne l’ora che comincia i tristi lai + la rondinella presso a la mattina, + forse a memoria de’ suo’ primi guai, + + e che la mente nostra, peregrina + più da la carne e men da’ pensier presa, + a le sue visïon quasi è divina, + + in sogno mi parea veder sospesa + un’aguglia nel ciel con penne d’oro, + con l’ali aperte e a calare intesa; + + ed esser mi parea là dove fuoro + abbandonati i suoi da Ganimede, + quando fu ratto al sommo consistoro. + + Fra me pensava: ‘Forse questa fiede + pur qui per uso, e forse d’altro loco + disdegna di portarne suso in piede’. + + Poi mi parea che, poi rotata un poco, + terribil come folgor discendesse, + e me rapisse suso infino al foco. + + Ivi parea che ella e io ardesse; + e sì lo ’ncendio imaginato cosse, + che convenne che ’l sonno si rompesse. + + Non altrimenti Achille si riscosse, + li occhi svegliati rivolgendo in giro + e non sappiendo là dove si fosse, + + quando la madre da Chirón a Schiro + trafuggò lui dormendo in le sue braccia, + là onde poi li Greci il dipartiro; + + che mi scoss’ io, sì come da la faccia + mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, + come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. + + Dallato m’era solo il mio conforto, + e ’l sole er’ alto già più che due ore, + e ’l viso m’era a la marina torto. + + «Non aver tema», disse il mio segnore; + «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; + non stringer, ma rallarga ogne vigore. + + Tu se’ omai al purgatorio giunto: + vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; + vedi l’entrata là ’ve par digiunto. + + Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, + quando l’anima tua dentro dormia, + sovra li fiori ond’ è là giù addorno + + venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; + lasciatemi pigliar costui che dorme; + sì l’agevolerò per la sua via”. + + Sordel rimase e l’altre genti forme; + ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, + sen venne suso; e io per le sue orme. + + Qui ti posò, ma pria mi dimostraro + li occhi suoi belli quella intrata aperta; + poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». + + A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta + e che muta in conforto sua paura, + poi che la verità li è discoperta, + + mi cambia’ io; e come sanza cura + vide me ’l duca mio, su per lo balzo + si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. + + Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo + la mia matera, e però con più arte + non ti maravigliar s’io la rincalzo. + + Noi ci appressammo, ed eravamo in parte + che là dove pareami prima rotto, + pur come un fesso che muro diparte, + + vidi una porta, e tre gradi di sotto + per gire ad essa, di color diversi, + e un portier ch’ancor non facea motto. + + E come l’occhio più e più v’apersi, + vidil seder sovra ’l grado sovrano, + tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; + + e una spada nuda avëa in mano, + che reflettëa i raggi sì ver’ noi, + ch’io drizzava spesso il viso in vano. + + «Dite costinci: che volete voi?», + cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? + Guardate che ’l venir sù non vi nòi». + + «Donna del ciel, di queste cose accorta», + rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi + ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». + + «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», + ricominciò il cortese portinaio: + «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». + + Là ne venimmo; e lo scaglion primaio + bianco marmo era sì pulito e terso, + ch’io mi specchiai in esso qual io paio. + + Era il secondo tinto più che perso, + d’una petrina ruvida e arsiccia, + crepata per lo lungo e per traverso. + + Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, + porfido mi parea, sì fiammeggiante + come sangue che fuor di vena spiccia. + + Sovra questo tenëa ambo le piante + l’angel di Dio sedendo in su la soglia + che mi sembiava pietra di diamante. + + Per li tre gradi sù di buona voglia + mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi + umilemente che ’l serrame scioglia». + + Divoto mi gittai a’ santi piedi; + misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, + ma tre volte nel petto pria mi diedi. + + Sette P ne la fronte mi descrisse + col punton de la spada, e «Fa che lavi, + quando se’ dentro, queste piaghe» disse. + + Cenere, o terra che secca si cavi, + d’un color fora col suo vestimento; + e di sotto da quel trasse due chiavi. + + L’una era d’oro e l’altra era d’argento; + pria con la bianca e poscia con la gialla + fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. + + «Quandunque l’una d’este chiavi falla, + che non si volga dritta per la toppa», + diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. + + Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa + d’arte e d’ingegno avanti che diserri, + perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. + + Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri + anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, + pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». + + Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, + dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti + che di fuor torna chi ’n dietro si guata». + + E quando fuor ne’ cardini distorti + li spigoli di quella regge sacra, + che di metallo son sonanti e forti, + + non rugghiò sì né si mostrò sì acra + Tarpëa, come tolto le fu il buono + Metello, per che poi rimase macra. + + Io mi rivolsi attento al primo tuono, + e ‘Te Deum laudamus’ mi parea + udire in voce mista al dolce suono. + + Tale imagine a punto mi rendea + ciò ch’io udiva, qual prender si suole + quando a cantar con organi si stea; + + ch’or sì or no s’intendon le parole. + + + + Purgatorio • Canto X + + + Poi fummo dentro al soglio de la porta + che ’l mal amor de l’anime disusa, + perché fa parer dritta la via torta, + + sonando la senti’ esser richiusa; + e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, + qual fora stata al fallo degna scusa? + + Noi salavam per una pietra fessa, + che si moveva e d’una e d’altra parte, + sì come l’onda che fugge e s’appressa. + + «Qui si conviene usare un poco d’arte», + cominciò ’l duca mio, «in accostarsi + or quinci, or quindi al lato che si parte». + + E questo fece i nostri passi scarsi, + tanto che pria lo scemo de la luna + rigiunse al letto suo per ricorcarsi, + + che noi fossimo fuor di quella cruna; + ma quando fummo liberi e aperti + sù dove il monte in dietro si rauna, + + ïo stancato e amendue incerti + di nostra via, restammo in su un piano + solingo più che strade per diserti. + + Da la sua sponda, ove confina il vano, + al piè de l’alta ripa che pur sale, + misurrebbe in tre volte un corpo umano; + + e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, + or dal sinistro e or dal destro fianco, + questa cornice mi parea cotale. + + Là sù non eran mossi i piè nostri anco, + quand’ io conobbi quella ripa intorno + che dritto di salita aveva manco, + + esser di marmo candido e addorno + d’intagli sì, che non pur Policleto, + ma la natura lì avrebbe scorno. + + L’angel che venne in terra col decreto + de la molt’ anni lagrimata pace, + ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, + + dinanzi a noi pareva sì verace + quivi intagliato in un atto soave, + che non sembiava imagine che tace. + + Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; + perché iv’ era imaginata quella + ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; + + e avea in atto impressa esta favella + ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente + come figura in cera si suggella. + + «Non tener pur ad un loco la mente», + disse ’l dolce maestro, che m’avea + da quella parte onde ’l cuore ha la gente. + + Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea + di retro da Maria, da quella costa + onde m’era colui che mi movea, + + un’altra storia ne la roccia imposta; + per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, + acciò che fosse a li occhi miei disposta. + + Era intagliato lì nel marmo stesso + lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, + per che si teme officio non commesso. + + Dinanzi parea gente; e tutta quanta, + partita in sette cori, a’ due mie’ sensi + faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. + + Similemente al fummo de li ’ncensi + che v’era imaginato, li occhi e ’l naso + e al sì e al no discordi fensi. + + Lì precedeva al benedetto vaso, + trescando alzato, l’umile salmista, + e più e men che re era in quel caso. + + Di contra, effigïata ad una vista + d’un gran palazzo, Micòl ammirava + sì come donna dispettosa e trista. + + I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, + per avvisar da presso un’altra istoria, + che di dietro a Micòl mi biancheggiava. + + Quiv’ era storïata l’alta gloria + del roman principato, il cui valore + mosse Gregorio a la sua gran vittoria; + + i’ dico di Traiano imperadore; + e una vedovella li era al freno, + di lagrime atteggiata e di dolore. + + Intorno a lui parea calcato e pieno + di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro + sovr’ essi in vista al vento si movieno. + + La miserella intra tutti costoro + pareva dir: «Segnor, fammi vendetta + di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; + + ed elli a lei rispondere: «Or aspetta + tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», + come persona in cui dolor s’affretta, + + «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, + la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene + a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; + + ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene + ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: + giustizia vuole e pietà mi ritene». + + Colui che mai non vide cosa nova + produsse esto visibile parlare, + novello a noi perché qui non si trova. + + Mentr’ io mi dilettava di guardare + l’imagini di tante umilitadi, + e per lo fabbro loro a veder care, + + «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», + mormorava il poeta, «molte genti: + questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». + + Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti + per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, + volgendosi ver’ lui non furon lenti. + + Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi + di buon proponimento per udire + come Dio vuol che ’l debito si paghi. + + Non attender la forma del martìre: + pensa la succession; pensa ch’al peggio + oltre la gran sentenza non può ire. + + Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio + muovere a noi, non mi sembian persone, + e non so che, sì nel veder vaneggio». + + Ed elli a me: «La grave condizione + di lor tormento a terra li rannicchia, + sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. + + Ma guarda fiso là, e disviticchia + col viso quel che vien sotto a quei sassi: + già scorger puoi come ciascun si picchia». + + O superbi cristian, miseri lassi, + che, de la vista de la mente infermi, + fidanza avete ne’ retrosi passi, + + non v’accorgete voi che noi siam vermi + nati a formar l’angelica farfalla, + che vola a la giustizia sanza schermi? + + Di che l’animo vostro in alto galla, + poi siete quasi antomata in difetto, + sì come vermo in cui formazion falla? + + Come per sostentar solaio o tetto, + per mensola talvolta una figura + si vede giugner le ginocchia al petto, + + la qual fa del non ver vera rancura + nascere ’n chi la vede; così fatti + vid’ io color, quando puosi ben cura. + + Vero è che più e meno eran contratti + secondo ch’avien più e meno a dosso; + e qual più pazïenza avea ne li atti, + + piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. + + + + Purgatorio • Canto XI + + + «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, + non circunscritto, ma per più amore + ch’ai primi effetti di là sù tu hai, + + laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore + da ogne creatura, com’ è degno + di render grazie al tuo dolce vapore. + + Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, + ché noi ad essa non potem da noi, + s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. + + Come del suo voler li angeli tuoi + fan sacrificio a te, cantando osanna, + così facciano li uomini de’ suoi. + + Dà oggi a noi la cotidiana manna, + sanza la qual per questo aspro diserto + a retro va chi più di gir s’affanna. + + E come noi lo mal ch’avem sofferto + perdoniamo a ciascuno, e tu perdona + benigno, e non guardar lo nostro merto. + + Nostra virtù che di legger s’adona, + non spermentar con l’antico avversaro, + ma libera da lui che sì la sprona. + + Quest’ ultima preghiera, segnor caro, + già non si fa per noi, ché non bisogna, + ma per color che dietro a noi restaro». + + Così a sé e noi buona ramogna + quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, + simile a quel che talvolta si sogna, + + disparmente angosciate tutte a tondo + e lasse su per la prima cornice, + purgando la caligine del mondo. + + Se di là sempre ben per noi si dice, + di qua che dire e far per lor si puote + da quei c’hanno al voler buona radice? + + Ben si de’ loro atar lavar le note + che portar quinci, sì che, mondi e lievi, + possano uscire a le stellate ruote. + + «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi + tosto, sì che possiate muover l’ala, + che secondo il disio vostro vi lievi, + + mostrate da qual mano inver’ la scala + si va più corto; e se c’è più d’un varco, + quel ne ’nsegnate che men erto cala; + + ché questi che vien meco, per lo ’ncarco + de la carne d’Adamo onde si veste, + al montar sù, contra sua voglia, è parco». + + Le lor parole, che rendero a queste + che dette avea colui cu’ io seguiva, + non fur da cui venisser manifeste; + + ma fu detto: «A man destra per la riva + con noi venite, e troverete il passo + possibile a salir persona viva. + + E s’io non fossi impedito dal sasso + che la cervice mia superba doma, + onde portar convienmi il viso basso, + + cotesti, ch’ancor vive e non si noma, + guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, + e per farlo pietoso a questa soma. + + Io fui latino e nato d’un gran Tosco: + Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; + non so se ’l nome suo già mai fu vosco. + + L’antico sangue e l’opere leggiadre + d’i miei maggior mi fer sì arrogante, + che, non pensando a la comune madre, + + ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, + ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, + e sallo in Campagnatico ogne fante. + + Io sono Omberto; e non pur a me danno + superbia fa, ché tutti miei consorti + ha ella tratti seco nel malanno. + + E qui convien ch’io questo peso porti + per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, + poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». + + Ascoltando chinai in giù la faccia; + e un di lor, non questi che parlava, + si torse sotto il peso che li ’mpaccia, + + e videmi e conobbemi e chiamava, + tenendo li occhi con fatica fisi + a me che tutto chin con loro andava. + + «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, + l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte + ch’alluminar chiamata è in Parisi?». + + «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte + che pennelleggia Franco Bolognese; + l’onore è tutto or suo, e mio in parte. + + Ben non sare’ io stato sì cortese + mentre ch’io vissi, per lo gran disio + de l’eccellenza ove mio core intese. + + Di tal superbia qui si paga il fio; + e ancor non sarei qui, se non fosse + che, possendo peccar, mi volsi a Dio. + + Oh vana gloria de l’umane posse! + com’ poco verde in su la cima dura, + se non è giunta da l’etati grosse! + + Credette Cimabue ne la pittura + tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, + sì che la fama di colui è scura. + + Così ha tolto l’uno a l’altro Guido + la gloria de la lingua; e forse è nato + chi l’uno e l’altro caccerà del nido. + + Non è il mondan romore altro ch’un fiato + di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, + e muta nome perché muta lato. + + Che voce avrai tu più, se vecchia scindi + da te la carne, che se fossi morto + anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, + + pria che passin mill’ anni? ch’è più corto + spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia + al cerchio che più tardi in cielo è torto. + + Colui che del cammin sì poco piglia + dinanzi a me, Toscana sonò tutta; + e ora a pena in Siena sen pispiglia, + + ond’ era sire quando fu distrutta + la rabbia fiorentina, che superba + fu a quel tempo sì com’ ora è putta. + + La vostra nominanza è color d’erba, + che viene e va, e quei la discolora + per cui ella esce de la terra acerba». + + E io a lui: «Tuo vero dir m’incora + bona umiltà, e gran tumor m’appiani; + ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». + + «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; + ed è qui perché fu presuntüoso + a recar Siena tutta a le sue mani. + + Ito è così e va, sanza riposo, + poi che morì; cotal moneta rende + a sodisfar chi è di là troppo oso». + + E io: «Se quello spirito ch’attende, + pria che si penta, l’orlo de la vita, + qua giù dimora e qua sù non ascende, + + se buona orazïon lui non aita, + prima che passi tempo quanto visse, + come fu la venuta lui largita?». + + «Quando vivea più glorïoso», disse, + «liberamente nel Campo di Siena, + ogne vergogna diposta, s’affisse; + + e lì, per trar l’amico suo di pena, + ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, + si condusse a tremar per ogne vena. + + Più non dirò, e scuro so che parlo; + ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini + faranno sì che tu potrai chiosarlo. + + Quest’ opera li tolse quei confini». + + + + Purgatorio • Canto XII + + + Di pari, come buoi che vanno a giogo, + m’andava io con quell’ anima carca, + fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. + + Ma quando disse: «Lascia lui e varca; + ché qui è buono con l’ali e coi remi, + quantunque può, ciascun pinger sua barca»; + + dritto sì come andar vuolsi rife’mi + con la persona, avvegna che i pensieri + mi rimanessero e chinati e scemi. + + Io m’era mosso, e seguia volontieri + del mio maestro i passi, e amendue + già mostravam com’ eravam leggeri; + + ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: + buon ti sarà, per tranquillar la via, + veder lo letto de le piante tue». + + Come, perché di lor memoria sia, + sovra i sepolti le tombe terragne + portan segnato quel ch’elli eran pria, + + onde lì molte volte si ripiagne + per la puntura de la rimembranza, + che solo a’ pïi dà de le calcagne; + + sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza + secondo l’artificio, figurato + quanto per via di fuor del monte avanza. + + Vedea colui che fu nobil creato + più ch’altra creatura, giù dal cielo + folgoreggiando scender, da l’un lato. + + Vedëa Brïareo fitto dal telo + celestïal giacer, da l’altra parte, + grave a la terra per lo mortal gelo. + + Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, + armati ancora, intorno al padre loro, + mirar le membra d’i Giganti sparte. + + Vedea Nembròt a piè del gran lavoro + quasi smarrito, e riguardar le genti + che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. + + O Nïobè, con che occhi dolenti + vedea io te segnata in su la strada, + tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! + + O Saùl, come in su la propria spada + quivi parevi morto in Gelboè, + che poi non sentì pioggia né rugiada! + + O folle Aragne, sì vedea io te + già mezza ragna, trista in su li stracci + de l’opera che mal per te si fé. + + O Roboàm, già non par che minacci + quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento + nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. + + Mostrava ancor lo duro pavimento + come Almeon a sua madre fé caro + parer lo sventurato addornamento. + + Mostrava come i figli si gittaro + sovra Sennacherìb dentro dal tempio, + e come, morto lui, quivi il lasciaro. + + Mostrava la ruina e ’l crudo scempio + che fé Tamiri, quando disse a Ciro: + «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». + + Mostrava come in rotta si fuggiro + li Assiri, poi che fu morto Oloferne, + e anche le reliquie del martiro. + + Vedeva Troia in cenere e in caverne; + o Ilïón, come te basso e vile + mostrava il segno che lì si discerne! + + Qual di pennel fu maestro o di stile + che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi + mirar farieno uno ingegno sottile? + + Morti li morti e i vivi parean vivi: + non vide mei di me chi vide il vero, + quant’ io calcai, fin che chinato givi. + + Or superbite, e via col viso altero, + figliuoli d’Eva, e non chinate il volto + sì che veggiate il vostro mal sentero! + + Più era già per noi del monte vòlto + e del cammin del sole assai più speso + che non stimava l’animo non sciolto, + + quando colui che sempre innanzi atteso + andava, cominciò: «Drizza la testa; + non è più tempo di gir sì sospeso. + + Vedi colà un angel che s’appresta + per venir verso noi; vedi che torna + dal servigio del dì l’ancella sesta. + + Di reverenza il viso e li atti addorna, + sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; + pensa che questo dì mai non raggiorna!». + + Io era ben del suo ammonir uso + pur di non perder tempo, sì che ’n quella + materia non potea parlarmi chiuso. + + A noi venìa la creatura bella, + biancovestito e ne la faccia quale + par tremolando mattutina stella. + + Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; + disse: «Venite: qui son presso i gradi, + e agevolemente omai si sale. + + A questo invito vegnon molto radi: + o gente umana, per volar sù nata, + perché a poco vento così cadi?». + + Menocci ove la roccia era tagliata; + quivi mi batté l’ali per la fronte; + poi mi promise sicura l’andata. + + Come a man destra, per salire al monte + dove siede la chiesa che soggioga + la ben guidata sopra Rubaconte, + + si rompe del montar l’ardita foga + per le scalee che si fero ad etade + ch’era sicuro il quaderno e la doga; + + così s’allenta la ripa che cade + quivi ben ratta da l’altro girone; + ma quinci e quindi l’alta pietra rade. + + Noi volgendo ivi le nostre persone, + ‘Beati pauperes spiritu!’ voci + cantaron sì, che nol diria sermone. + + Ahi quanto son diverse quelle foci + da l’infernali! ché quivi per canti + s’entra, e là giù per lamenti feroci. + + Già montavam su per li scaglion santi, + ed esser mi parea troppo più lieve + che per lo pian non mi parea davanti. + + Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve + levata s’è da me, che nulla quasi + per me fatica, andando, si riceve?». + + Rispuose: «Quando i P che son rimasi + ancor nel volto tuo presso che stinti, + saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, + + fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, + che non pur non fatica sentiranno, + ma fia diletto loro esser sù pinti». + + Allor fec’ io come color che vanno + con cosa in capo non da lor saputa, + se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; + + per che la mano ad accertar s’aiuta, + e cerca e truova e quello officio adempie + che non si può fornir per la veduta; + + e con le dita de la destra scempie + trovai pur sei le lettere che ’ncise + quel da le chiavi a me sovra le tempie: + + a che guardando, il mio duca sorrise. + + + + Purgatorio • Canto XIII + + + Noi eravamo al sommo de la scala, + dove secondamente si risega + lo monte che salendo altrui dismala. + + Ivi così una cornice lega + dintorno il poggio, come la primaia; + se non che l’arco suo più tosto piega. + + Ombra non lì è né segno che si paia: + parsi la ripa e parsi la via schietta + col livido color de la petraia. + + «Se qui per dimandar gente s’aspetta», + ragionava il poeta, «io temo forse + che troppo avrà d’indugio nostra eletta». + + Poi fisamente al sole li occhi porse; + fece del destro lato a muover centro, + e la sinistra parte di sé torse. + + «O dolce lume a cui fidanza i’ entro + per lo novo cammin, tu ne conduci», + dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. + + Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; + s’altra ragione in contrario non ponta, + esser dien sempre li tuoi raggi duci». + + Quanto di qua per un migliaio si conta, + tanto di là eravam noi già iti, + con poco tempo, per la voglia pronta; + + e verso noi volar furon sentiti, + non però visti, spiriti parlando + a la mensa d’amor cortesi inviti. + + La prima voce che passò volando + ‘Vinum non habent’ altamente disse, + e dietro a noi l’andò reïterando. + + E prima che del tutto non si udisse + per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ + passò gridando, e anco non s’affisse. + + «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». + E com’ io domandai, ecco la terza + dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. + + E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza + la colpa de la invidia, e però sono + tratte d’amor le corde de la ferza. + + Lo fren vuol esser del contrario suono; + credo che l’udirai, per mio avviso, + prima che giunghi al passo del perdono. + + Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, + e vedrai gente innanzi a noi sedersi, + e ciascun è lungo la grotta assiso». + + Allora più che prima li occhi apersi; + guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti + al color de la pietra non diversi. + + E poi che fummo un poco più avanti, + udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: + gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. + + Non credo che per terra vada ancoi + omo sì duro, che non fosse punto + per compassion di quel ch’i’ vidi poi; + + ché, quando fui sì presso di lor giunto, + che li atti loro a me venivan certi, + per li occhi fui di grave dolor munto. + + Di vil ciliccio mi parean coperti, + e l’un sofferia l’altro con la spalla, + e tutti da la ripa eran sofferti. + + Così li ciechi a cui la roba falla, + stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, + e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, + + perché ’n altrui pietà tosto si pogna, + non pur per lo sonar de le parole, + ma per la vista che non meno agogna. + + E come a li orbi non approda il sole, + così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, + luce del ciel di sé largir non vole; + + ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra + e cusce sì, come a sparvier selvaggio + si fa però che queto non dimora. + + A me pareva, andando, fare oltraggio, + veggendo altrui, non essendo veduto: + per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. + + Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; + e però non attese mia dimanda, + ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». + + Virgilio mi venìa da quella banda + de la cornice onde cader si puote, + perché da nulla sponda s’inghirlanda; + + da l’altra parte m’eran le divote + ombre, che per l’orribile costura + premevan sì, che bagnavan le gote. + + Volsimi a loro e: «O gente sicura», + incominciai, «di veder l’alto lume + che ’l disio vostro solo ha in sua cura, + + se tosto grazia resolva le schiume + di vostra coscïenza sì che chiaro + per essa scenda de la mente il fiume, + + ditemi, ché mi fia grazioso e caro, + s’anima è qui tra voi che sia latina; + e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». + + «O frate mio, ciascuna è cittadina + d’una vera città; ma tu vuo’ dire + che vivesse in Italia peregrina». + + Questo mi parve per risposta udire + più innanzi alquanto che là dov’ io stava, + ond’ io mi feci ancor più là sentire. + + Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava + in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, + lo mento a guisa d’orbo in sù levava. + + «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, + se tu se’ quelli che mi rispondesti, + fammiti conto o per luogo o per nome». + + «Io fui sanese», rispuose, «e con questi + altri rimendo qui la vita ria, + lagrimando a colui che sé ne presti. + + Savia non fui, avvegna che Sapìa + fossi chiamata, e fui de li altrui danni + più lieta assai che di ventura mia. + + E perché tu non creda ch’io t’inganni, + odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, + già discendendo l’arco d’i miei anni. + + Eran li cittadin miei presso a Colle + in campo giunti co’ loro avversari, + e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. + + Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari + passi di fuga; e veggendo la caccia, + letizia presi a tutte altre dispari, + + tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, + gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, + come fé ’l merlo per poca bonaccia. + + Pace volli con Dio in su lo stremo + de la mia vita; e ancor non sarebbe + lo mio dover per penitenza scemo, + + se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe + Pier Pettinaio in sue sante orazioni, + a cui di me per caritate increbbe. + + Ma tu chi se’, che nostre condizioni + vai dimandando, e porti li occhi sciolti, + sì com’ io credo, e spirando ragioni?». + + «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, + ma picciol tempo, ché poca è l’offesa + fatta per esser con invidia vòlti. + + Troppa è più la paura ond’ è sospesa + l’anima mia del tormento di sotto, + che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». + + Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto + qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». + E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. + + E vivo sono; e però mi richiedi, + spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova + di là per te ancor li mortai piedi». + + «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», + rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; + però col priego tuo talor mi giova. + + E cheggioti, per quel che tu più brami, + se mai calchi la terra di Toscana, + che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. + + Tu li vedrai tra quella gente vana + che spera in Talamone, e perderagli + più di speranza ch’a trovar la Diana; + + ma più vi perderanno li ammiragli». + + + + Purgatorio • Canto XIV + + + «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia + prima che morte li abbia dato il volo, + e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». + + «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; + domandal tu che più li t’avvicini, + e dolcemente, sì che parli, acco’lo». + + Così due spirti, l’uno a l’altro chini, + ragionavan di me ivi a man dritta; + poi fer li visi, per dirmi, supini; + + e disse l’uno: «O anima che fitta + nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, + per carità ne consola e ne ditta + + onde vieni e chi se’; ché tu ne fai + tanto maravigliar de la tua grazia, + quanto vuol cosa che non fu più mai». + + E io: «Per mezza Toscana si spazia + un fiumicel che nasce in Falterona, + e cento miglia di corso nol sazia. + + Di sovr’ esso rech’ io questa persona: + dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, + ché ’l nome mio ancor molto non suona». + + «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno + con lo ’ntelletto», allora mi rispuose + quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». + + E l’altro disse lui: «Perché nascose + questi il vocabol di quella riviera, + pur com’ om fa de l’orribili cose?». + + E l’ombra che di ciò domandata era, + si sdebitò così: «Non so; ma degno + ben è che ’l nome di tal valle pèra; + + ché dal principio suo, ov’ è sì pregno + l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, + che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, + + infin là ’ve si rende per ristoro + di quel che ’l ciel de la marina asciuga, + ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, + + vertù così per nimica si fuga + da tutti come biscia, o per sventura + del luogo, o per mal uso che li fruga: + + ond’ hanno sì mutata lor natura + li abitator de la misera valle, + che par che Circe li avesse in pastura. + + Tra brutti porci, più degni di galle + che d’altro cibo fatto in uman uso, + dirizza prima il suo povero calle. + + Botoli trova poi, venendo giuso, + ringhiosi più che non chiede lor possa, + e da lor disdegnosa torce il muso. + + Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, + tanto più trova di can farsi lupi + la maladetta e sventurata fossa. + + Discesa poi per più pelaghi cupi, + trova le volpi sì piene di froda, + che non temono ingegno che le occùpi. + + Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; + e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta + di ciò che vero spirto mi disnoda. + + Io veggio tuo nepote che diventa + cacciator di quei lupi in su la riva + del fiero fiume, e tutti li sgomenta. + + Vende la carne loro essendo viva; + poscia li ancide come antica belva; + molti di vita e sé di pregio priva. + + Sanguinoso esce de la trista selva; + lasciala tal, che di qui a mille anni + ne lo stato primaio non si rinselva». + + Com’ a l’annunzio di dogliosi danni + si turba il viso di colui ch’ascolta, + da qual che parte il periglio l’assanni, + + così vid’ io l’altr’ anima, che volta + stava a udir, turbarsi e farsi trista, + poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. + + Lo dir de l’una e de l’altra la vista + mi fer voglioso di saper lor nomi, + e dimanda ne fei con prieghi mista; + + per che lo spirto che di pria parlòmi + ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca + nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. + + Ma da che Dio in te vuol che traluca + tanto sua grazia, non ti sarò scarso; + però sappi ch’io fui Guido del Duca. + + Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, + che se veduto avesse uom farsi lieto, + visto m’avresti di livore sparso. + + Di mia semente cotal paglia mieto; + o gente umana, perché poni ’l core + là ’v’ è mestier di consorte divieto? + + Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore + de la casa da Calboli, ove nullo + fatto s’è reda poi del suo valore. + + E non pur lo suo sangue è fatto brullo, + tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, + del ben richesto al vero e al trastullo; + + ché dentro a questi termini è ripieno + di venenosi sterpi, sì che tardi + per coltivare omai verrebber meno. + + Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? + Pier Traversaro e Guido di Carpigna? + Oh Romagnuoli tornati in bastardi! + + Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? + quando in Faenza un Bernardin di Fosco, + verga gentil di picciola gramigna? + + Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, + quando rimembro, con Guido da Prata, + Ugolin d’Azzo che vivette nosco, + + Federigo Tignoso e sua brigata, + la casa Traversara e li Anastagi + (e l’una gente e l’altra è diretata), + + le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi + che ne ’nvogliava amore e cortesia + là dove i cuor son fatti sì malvagi. + + O Bretinoro, ché non fuggi via, + poi che gita se n’è la tua famiglia + e molta gente per non esser ria? + + Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; + e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, + che di figliar tai conti più s’impiglia. + + Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio + lor sen girà; ma non però che puro + già mai rimagna d’essi testimonio. + + O Ugolin de’ Fantolin, sicuro + è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta + chi far lo possa, tralignando, scuro. + + Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta + troppo di pianger più che di parlare, + sì m’ha nostra ragion la mente stretta». + + Noi sapavam che quell’ anime care + ci sentivano andar; però, tacendo, + facëan noi del cammin confidare. + + Poi fummo fatti soli procedendo, + folgore parve quando l’aere fende, + voce che giunse di contra dicendo: + + ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; + e fuggì come tuon che si dilegua, + se sùbito la nuvola scoscende. + + Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, + ed ecco l’altra con sì gran fracasso, + che somigliò tonar che tosto segua: + + «Io sono Aglauro che divenni sasso»; + e allor, per ristrignermi al poeta, + in destro feci, e non innanzi, il passo. + + Già era l’aura d’ogne parte queta; + ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo + che dovria l’uom tener dentro a sua meta. + + Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo + de l’antico avversaro a sé vi tira; + e però poco val freno o richiamo. + + Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, + mostrandovi le sue bellezze etterne, + e l’occhio vostro pur a terra mira; + + onde vi batte chi tutto discerne». + + + + Purgatorio • Canto XV + + + Quanto tra l’ultimar de l’ora terza + e ’l principio del dì par de la spera + che sempre a guisa di fanciullo scherza, + + tanto pareva già inver’ la sera + essere al sol del suo corso rimaso; + vespero là, e qui mezza notte era. + + E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, + perché per noi girato era sì ’l monte, + che già dritti andavamo inver’ l’occaso, + + quand’ io senti’ a me gravar la fronte + a lo splendore assai più che di prima, + e stupor m’eran le cose non conte; + + ond’ io levai le mani inver’ la cima + de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, + che del soverchio visibile lima. + + Come quando da l’acqua o da lo specchio + salta lo raggio a l’opposita parte, + salendo su per lo modo parecchio + + a quel che scende, e tanto si diparte + dal cader de la pietra in igual tratta, + sì come mostra esperïenza e arte; + + così mi parve da luce rifratta + quivi dinanzi a me esser percosso; + per che a fuggir la mia vista fu ratta. + + «Che è quel, dolce padre, a che non posso + schermar lo viso tanto che mi vaglia», + diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». + + «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia + la famiglia del cielo», a me rispuose: + «messo è che viene ad invitar ch’om saglia. + + Tosto sarà ch’a veder queste cose + non ti fia grave, ma fieti diletto + quanto natura a sentir ti dispuose». + + Poi giunti fummo a l’angel benedetto, + con lieta voce disse: «Intrate quinci + ad un scaleo vie men che li altri eretto». + + Noi montavam, già partiti di linci, + e ‘Beati misericordes!’ fue + cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. + + Lo mio maestro e io soli amendue + suso andavamo; e io pensai, andando, + prode acquistar ne le parole sue; + + e dirizza’mi a lui sì dimandando: + «Che volse dir lo spirto di Romagna, + e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». + + Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna + conosce il danno; e però non s’ammiri + se ne riprende perché men si piagna. + + Perché s’appuntano i vostri disiri + dove per compagnia parte si scema, + invidia move il mantaco a’ sospiri. + + Ma se l’amor de la spera supprema + torcesse in suso il disiderio vostro, + non vi sarebbe al petto quella tema; + + ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, + tanto possiede più di ben ciascuno, + e più di caritate arde in quel chiostro». + + «Io son d’esser contento più digiuno», + diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, + e più di dubbio ne la mente aduno. + + Com’ esser puote ch’un ben, distributo + in più posseditor, faccia più ricchi + di sé che se da pochi è posseduto?». + + Ed elli a me: «Però che tu rificchi + la mente pur a le cose terrene, + di vera luce tenebre dispicchi. + + Quello infinito e ineffabil bene + che là sù è, così corre ad amore + com’ a lucido corpo raggio vene. + + Tanto si dà quanto trova d’ardore; + sì che, quantunque carità si stende, + cresce sovr’ essa l’etterno valore. + + E quanta gente più là sù s’intende, + più v’è da bene amare, e più vi s’ama, + e come specchio l’uno a l’altro rende. + + E se la mia ragion non ti disfama, + vedrai Beatrice, ed ella pienamente + ti torrà questa e ciascun’ altra brama. + + Procaccia pur che tosto sieno spente, + come son già le due, le cinque piaghe, + che si richiudon per esser dolente». + + Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, + vidimi giunto in su l’altro girone, + sì che tacer mi fer le luci vaghe. + + Ivi mi parve in una visïone + estatica di sùbito esser tratto, + e vedere in un tempio più persone; + + e una donna, in su l’entrar, con atto + dolce di madre dicer: «Figliuol mio, + perché hai tu così verso noi fatto? + + Ecco, dolenti, lo tuo padre e io + ti cercavamo». E come qui si tacque, + ciò che pareva prima, dispario. + + Indi m’apparve un’altra con quell’ acque + giù per le gote che ’l dolor distilla + quando di gran dispetto in altrui nacque, + + e dir: «Se tu se’ sire de la villa + del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, + e onde ogne scïenza disfavilla, + + vendica te di quelle braccia ardite + ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». + E ’l segnor mi parea, benigno e mite, + + risponder lei con viso temperato: + «Che farem noi a chi mal ne disira, + se quei che ci ama è per noi condannato?», + + Poi vidi genti accese in foco d’ira + con pietre un giovinetto ancider, forte + gridando a sé pur: «Martira, martira!». + + E lui vedea chinarsi, per la morte + che l’aggravava già, inver’ la terra, + ma de li occhi facea sempre al ciel porte, + + orando a l’alto Sire, in tanta guerra, + che perdonasse a’ suoi persecutori, + con quello aspetto che pietà diserra. + + Quando l’anima mia tornò di fori + a le cose che son fuor di lei vere, + io riconobbi i miei non falsi errori. + + Lo duca mio, che mi potea vedere + far sì com’ om che dal sonno si slega, + disse: «Che hai che non ti puoi tenere, + + ma se’ venuto più che mezza lega + velando li occhi e con le gambe avvolte, + a guisa di cui vino o sonno piega?». + + «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, + io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve + quando le gambe mi furon sì tolte». + + Ed ei: «Se tu avessi cento larve + sovra la faccia, non mi sarian chiuse + le tue cogitazion, quantunque parve. + + Ciò che vedesti fu perché non scuse + d’aprir lo core a l’acque de la pace + che da l’etterno fonte son diffuse. + + Non dimandai “Che hai?” per quel che face + chi guarda pur con l’occhio che non vede, + quando disanimato il corpo giace; + + ma dimandai per darti forza al piede: + così frugar conviensi i pigri, lenti + ad usar lor vigilia quando riede». + + Noi andavam per lo vespero, attenti + oltre quanto potean li occhi allungarsi + contra i raggi serotini e lucenti. + + Ed ecco a poco a poco un fummo farsi + verso di noi come la notte oscuro; + né da quello era loco da cansarsi. + + Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. + + + + Purgatorio • Canto XVI + + + Buio d’inferno e di notte privata + d’ogne pianeto, sotto pover cielo, + quant’ esser può di nuvol tenebrata, + + non fece al viso mio sì grosso velo + come quel fummo ch’ivi ci coperse, + né a sentir di così aspro pelo, + + che l’occhio stare aperto non sofferse; + onde la scorta mia saputa e fida + mi s’accostò e l’omero m’offerse. + + Sì come cieco va dietro a sua guida + per non smarrirsi e per non dar di cozzo + in cosa che ’l molesti, o forse ancida, + + m’andava io per l’aere amaro e sozzo, + ascoltando il mio duca che diceva + pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». + + Io sentia voci, e ciascuna pareva + pregar per pace e per misericordia + l’Agnel di Dio che le peccata leva. + + Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; + una parola in tutte era e un modo, + sì che parea tra esse ogne concordia. + + «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», + diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, + e d’iracundia van solvendo il nodo». + + «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, + e di noi parli pur come se tue + partissi ancor lo tempo per calendi?». + + Così per una voce detto fue; + onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, + e domanda se quinci si va sùe». + + E io: «O creatura che ti mondi + per tornar bella a colui che ti fece, + maraviglia udirai, se mi secondi». + + «Io ti seguiterò quanto mi lece», + rispuose; «e se veder fummo non lascia, + l’udir ci terrà giunti in quella vece». + + Allora incominciai: «Con quella fascia + che la morte dissolve men vo suso, + e venni qui per l’infernale ambascia. + + E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, + tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte + per modo tutto fuor del moderno uso, + + non mi celar chi fosti anzi la morte, + ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; + e tue parole fier le nostre scorte». + + «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; + del mondo seppi, e quel valore amai + al quale ha or ciascun disteso l’arco. + + Per montar sù dirittamente vai». + Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego + che per me prieghi quando sù sarai». + + E io a lui: «Per fede mi ti lego + di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio + dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. + + Prima era scempio, e ora è fatto doppio + ne la sentenza tua, che mi fa certo + qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. + + Lo mondo è ben così tutto diserto + d’ogne virtute, come tu mi sone, + e di malizia gravido e coverto; + + ma priego che m’addite la cagione, + sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; + ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». + + Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», + mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, + lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. + + Voi che vivete ogne cagion recate + pur suso al cielo, pur come se tutto + movesse seco di necessitate. + + Se così fosse, in voi fora distrutto + libero arbitrio, e non fora giustizia + per ben letizia, e per male aver lutto. + + Lo cielo i vostri movimenti inizia; + non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, + lume v’è dato a bene e a malizia, + + e libero voler; che, se fatica + ne le prime battaglie col ciel dura, + poi vince tutto, se ben si notrica. + + A maggior forza e a miglior natura + liberi soggiacete; e quella cria + la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. + + Però, se ’l mondo presente disvia, + in voi è la cagione, in voi si cheggia; + e io te ne sarò or vera spia. + + Esce di mano a lui che la vagheggia + prima che sia, a guisa di fanciulla + che piangendo e ridendo pargoleggia, + + l’anima semplicetta che sa nulla, + salvo che, mossa da lieto fattore, + volontier torna a ciò che la trastulla. + + Di picciol bene in pria sente sapore; + quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, + se guida o fren non torce suo amore. + + Onde convenne legge per fren porre; + convenne rege aver, che discernesse + de la vera cittade almen la torre. + + Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? + Nullo, però che ’l pastor che procede, + rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; + + per che la gente, che sua guida vede + pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, + di quel si pasce, e più oltre non chiede. + + Ben puoi veder che la mala condotta + è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, + e non natura che ’n voi sia corrotta. + + Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, + due soli aver, che l’una e l’altra strada + facean vedere, e del mondo e di Deo. + + L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada + col pasturale, e l’un con l’altro insieme + per viva forza mal convien che vada; + + però che, giunti, l’un l’altro non teme: + se non mi credi, pon mente a la spiga, + ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. + + In sul paese ch’Adice e Po riga, + solea valore e cortesia trovarsi, + prima che Federigo avesse briga; + + or può sicuramente indi passarsi + per qualunque lasciasse, per vergogna + di ragionar coi buoni o d’appressarsi. + + Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna + l’antica età la nova, e par lor tardo + che Dio a miglior vita li ripogna: + + Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo + e Guido da Castel, che mei si noma, + francescamente, il semplice Lombardo. + + Dì oggimai che la Chiesa di Roma, + per confondere in sé due reggimenti, + cade nel fango, e sé brutta e la soma». + + «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; + e or discerno perché dal retaggio + li figli di Levì furono essenti. + + Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio + di’ ch’è rimaso de la gente spenta, + in rimprovèro del secol selvaggio?». + + «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», + rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, + par che del buon Gherardo nulla senta. + + Per altro sopranome io nol conosco, + s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. + Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. + + Vedi l’albor che per lo fummo raia + già biancheggiare, e me convien partirmi + (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». + + Così tornò, e più non volle udirmi. + + + + Purgatorio • Canto XVII + + + Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe + ti colse nebbia per la qual vedessi + non altrimenti che per pelle talpe, + + come, quando i vapori umidi e spessi + a diradar cominciansi, la spera + del sol debilemente entra per essi; + + e fia la tua imagine leggera + in giugnere a veder com’ io rividi + lo sole in pria, che già nel corcar era. + + Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi + del mio maestro, usci’ fuor di tal nube + ai raggi morti già ne’ bassi lidi. + + O imaginativa che ne rube + talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge + perché dintorno suonin mille tube, + + chi move te, se ’l senso non ti porge? + Moveti lume che nel ciel s’informa, + per sé o per voler che giù lo scorge. + + De l’empiezza di lei che mutò forma + ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, + ne l’imagine mia apparve l’orma; + + e qui fu la mia mente sì ristretta + dentro da sé, che di fuor non venìa + cosa che fosse allor da lei ricetta. + + Poi piovve dentro a l’alta fantasia + un crucifisso, dispettoso e fero + ne la sua vista, e cotal si moria; + + intorno ad esso era il grande Assüero, + Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, + che fu al dire e al far così intero. + + E come questa imagine rompeo + sé per sé stessa, a guisa d’una bulla + cui manca l’acqua sotto qual si feo, + + surse in mia visïone una fanciulla + piangendo forte, e dicea: «O regina, + perché per ira hai voluto esser nulla? + + Ancisa t’hai per non perder Lavina; + or m’hai perduta! Io son essa che lutto, + madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». + + Come si frange il sonno ove di butto + nova luce percuote il viso chiuso, + che fratto guizza pria che muoia tutto; + + così l’imaginar mio cadde giuso + tosto che lume il volto mi percosse, + maggior assai che quel ch’è in nostro uso. + + I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, + quando una voce disse «Qui si monta», + che da ogne altro intento mi rimosse; + + e fece la mia voglia tanto pronta + di riguardar chi era che parlava, + che mai non posa, se non si raffronta. + + Ma come al sol che nostra vista grava + e per soverchio sua figura vela, + così la mia virtù quivi mancava. + + «Questo è divino spirito, che ne la + via da ir sù ne drizza sanza prego, + e col suo lume sé medesmo cela. + + Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; + ché quale aspetta prego e l’uopo vede, + malignamente già si mette al nego. + + Or accordiamo a tanto invito il piede; + procacciam di salir pria che s’abbui, + ché poi non si poria, se ’l dì non riede». + + Così disse il mio duca, e io con lui + volgemmo i nostri passi ad una scala; + e tosto ch’io al primo grado fui, + + senti’mi presso quasi un muover d’ala + e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati + pacifici, che son sanz’ ira mala!’. + + Già eran sovra noi tanto levati + li ultimi raggi che la notte segue, + che le stelle apparivan da più lati. + + ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, + fra me stesso dicea, ché mi sentiva + la possa de le gambe posta in triegue. + + Noi eravam dove più non saliva + la scala sù, ed eravamo affissi, + pur come nave ch’a la piaggia arriva. + + E io attesi un poco, s’io udissi + alcuna cosa nel novo girone; + poi mi volsi al maestro mio, e dissi: + + «Dolce mio padre, dì, quale offensione + si purga qui nel giro dove semo? + Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». + + Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo + del suo dover, quiritta si ristora; + qui si ribatte il mal tardato remo. + + Ma perché più aperto intendi ancora, + volgi la mente a me, e prenderai + alcun buon frutto di nostra dimora». + + «Né creator né creatura mai», + cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, + o naturale o d’animo; e tu ’l sai. + + Lo naturale è sempre sanza errore, + ma l’altro puote errar per malo obietto + o per troppo o per poco di vigore. + + Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, + e ne’ secondi sé stesso misura, + esser non può cagion di mal diletto; + + ma quando al mal si torce, o con più cura + o con men che non dee corre nel bene, + contra ’l fattore adovra sua fattura. + + Quinci comprender puoi ch’esser convene + amor sementa in voi d’ogne virtute + e d’ogne operazion che merta pene. + + Or, perché mai non può da la salute + amor del suo subietto volger viso, + da l’odio proprio son le cose tute; + + e perché intender non si può diviso, + e per sé stante, alcuno esser dal primo, + da quello odiare ogne effetto è deciso. + + Resta, se dividendo bene stimo, + che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso + amor nasce in tre modi in vostro limo. + + È chi, per esser suo vicin soppresso, + spera eccellenza, e sol per questo brama + ch’el sia di sua grandezza in basso messo; + + è chi podere, grazia, onore e fama + teme di perder perch’ altri sormonti, + onde s’attrista sì che ’l contrario ama; + + ed è chi per ingiuria par ch’aonti, + sì che si fa de la vendetta ghiotto, + e tal convien che ’l male altrui impronti. + + Questo triforme amor qua giù di sotto + si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, + che corre al ben con ordine corrotto. + + Ciascun confusamente un bene apprende + nel qual si queti l’animo, e disira; + per che di giugner lui ciascun contende. + + Se lento amore a lui veder vi tira + o a lui acquistar, questa cornice, + dopo giusto penter, ve ne martira. + + Altro ben è che non fa l’uom felice; + non è felicità, non è la buona + essenza, d’ogne ben frutto e radice. + + L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, + di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; + ma come tripartito si ragiona, + + tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». + + + + Purgatorio • Canto XVIII + + + Posto avea fine al suo ragionamento + l’alto dottore, e attento guardava + ne la mia vista s’io parea contento; + + e io, cui nova sete ancor frugava, + di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse + lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. + + Ma quel padre verace, che s’accorse + del timido voler che non s’apriva, + parlando, di parlare ardir mi porse. + + Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva + sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro + quanto la tua ragion parta o descriva. + + Però ti prego, dolce padre caro, + che mi dimostri amore, a cui reduci + ogne buono operare e ’l suo contraro». + + «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci + de lo ’ntelletto, e fieti manifesto + l’error de’ ciechi che si fanno duci. + + L’animo, ch’è creato ad amar presto, + ad ogne cosa è mobile che piace, + tosto che dal piacere in atto è desto. + + Vostra apprensiva da esser verace + tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, + sì che l’animo ad essa volger face; + + e se, rivolto, inver’ di lei si piega, + quel piegare è amor, quell’ è natura + che per piacer di novo in voi si lega. + + Poi, come ’l foco movesi in altura + per la sua forma ch’è nata a salire + là dove più in sua matera dura, + + così l’animo preso entra in disire, + ch’è moto spiritale, e mai non posa + fin che la cosa amata il fa gioire. + + Or ti puote apparer quant’ è nascosa + la veritate a la gente ch’avvera + ciascun amore in sé laudabil cosa; + + però che forse appar la sua matera + sempre esser buona, ma non ciascun segno + è buono, ancor che buona sia la cera». + + «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», + rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, + ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; + + ché, s’amore è di fuori a noi offerto + e l’anima non va con altro piede, + se dritta o torta va, non è suo merto». + + Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, + dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta + pur a Beatrice, ch’è opra di fede. + + Ogne forma sustanzïal, che setta + è da matera ed è con lei unita, + specifica vertute ha in sé colletta, + + la qual sanza operar non è sentita, + né si dimostra mai che per effetto, + come per verdi fronde in pianta vita. + + Però, là onde vegna lo ’ntelletto + de le prime notizie, omo non sape, + e de’ primi appetibili l’affetto, + + che sono in voi sì come studio in ape + di far lo mele; e questa prima voglia + merto di lode o di biasmo non cape. + + Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, + innata v’è la virtù che consiglia, + e de l’assenso de’ tener la soglia. + + Quest’ è ’l principio là onde si piglia + ragion di meritare in voi, secondo + che buoni e rei amori accoglie e viglia. + + Color che ragionando andaro al fondo, + s’accorser d’esta innata libertate; + però moralità lasciaro al mondo. + + Onde, poniam che di necessitate + surga ogne amor che dentro a voi s’accende, + di ritenerlo è in voi la podestate. + + La nobile virtù Beatrice intende + per lo libero arbitrio, e però guarda + che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». + + La luna, quasi a mezza notte tarda, + facea le stelle a noi parer più rade, + fatta com’ un secchion che tuttor arda; + + e correa contro ’l ciel per quelle strade + che ’l sole infiamma allor che quel da Roma + tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. + + E quell’ ombra gentil per cui si noma + Pietola più che villa mantoana, + del mio carcar diposta avea la soma; + + per ch’io, che la ragione aperta e piana + sovra le mie quistioni avea ricolta, + stava com’ om che sonnolento vana. + + Ma questa sonnolenza mi fu tolta + subitamente da gente che dopo + le nostre spalle a noi era già volta. + + E quale Ismeno già vide e Asopo + lungo di sè di notte furia e calca, + pur che i Teban di Bacco avesser uopo, + + cotal per quel giron suo passo falca, + per quel ch’io vidi di color, venendo, + cui buon volere e giusto amor cavalca. + + Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo + si movea tutta quella turba magna; + e due dinanzi gridavan piangendo: + + «Maria corse con fretta a la montagna; + e Cesare, per soggiogare Ilerda, + punse Marsilia e poi corse in Ispagna». + + «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda + per poco amor», gridavan li altri appresso, + «che studio di ben far grazia rinverda». + + «O gente in cui fervore aguto adesso + ricompie forse negligenza e indugio + da voi per tepidezza in ben far messo, + + questi che vive, e certo i’ non vi bugio, + vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; + però ne dite ond’ è presso il pertugio». + + Parole furon queste del mio duca; + e un di quelli spirti disse: «Vieni + di retro a noi, e troverai la buca. + + Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, + che restar non potem; però perdona, + se villania nostra giustizia tieni. + + Io fui abate in San Zeno a Verona + sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, + di cui dolente ancor Milan ragiona. + + E tale ha già l’un piè dentro la fossa, + che tosto piangerà quel monastero, + e tristo fia d’avere avuta possa; + + perché suo figlio, mal del corpo intero, + e de la mente peggio, e che mal nacque, + ha posto in loco di suo pastor vero». + + Io non so se più disse o s’ei si tacque, + tant’ era già di là da noi trascorso; + ma questo intesi, e ritener mi piacque. + + E quei che m’era ad ogne uopo soccorso + disse: «Volgiti qua: vedine due + venir dando a l’accidïa di morso». + + Di retro a tutti dicean: «Prima fue + morta la gente a cui il mar s’aperse, + che vedesse Iordan le rede sue. + + E quella che l’affanno non sofferse + fino a la fine col figlio d’Anchise, + sé stessa a vita sanza gloria offerse». + + Poi quando fuor da noi tanto divise + quell’ ombre, che veder più non potiersi, + novo pensiero dentro a me si mise, + + del qual più altri nacquero e diversi; + e tanto d’uno in altro vaneggiai, + che li occhi per vaghezza ricopersi, + + e ’l pensamento in sogno trasmutai. + + + + Purgatorio • Canto XIX + + + Ne l’ora che non può ’l calor dïurno + intepidar più ’l freddo de la luna, + vinto da terra, e talor da Saturno + + —quando i geomanti lor Maggior Fortuna + veggiono in orïente, innanzi a l’alba, + surger per via che poco le sta bruna—, + + mi venne in sogno una femmina balba, + ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, + con le man monche, e di colore scialba. + + Io la mirava; e come ’l sol conforta + le fredde membra che la notte aggrava, + così lo sguardo mio le facea scorta + + la lingua, e poscia tutta la drizzava + in poco d’ora, e lo smarrito volto, + com’ amor vuol, così le colorava. + + Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, + cominciava a cantar sì, che con pena + da lei avrei mio intento rivolto. + + «Io son», cantava, «io son dolce serena, + che ’ marinari in mezzo mar dismago; + tanto son di piacere a sentir piena! + + Io volsi Ulisse del suo cammin vago + al canto mio; e qual meco s’ausa, + rado sen parte; sì tutto l’appago!». + + Ancor non era sua bocca richiusa, + quand’ una donna apparve santa e presta + lunghesso me per far colei confusa. + + «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», + fieramente dicea; ed el venìa + con li occhi fitti pur in quella onesta. + + L’altra prendea, e dinanzi l’apria + fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; + quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. + + Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre + voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; + troviam l’aperta per la qual tu entre». + + Sù mi levai, e tutti eran già pieni + de l’alto dì i giron del sacro monte, + e andavam col sol novo a le reni. + + Seguendo lui, portava la mia fronte + come colui che l’ha di pensier carca, + che fa di sé un mezzo arco di ponte; + + quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» + parlare in modo soave e benigno, + qual non si sente in questa mortal marca. + + Con l’ali aperte, che parean di cigno, + volseci in sù colui che sì parlonne + tra due pareti del duro macigno. + + Mosse le penne poi e ventilonne, + ‘Qui lugent’ affermando esser beati, + ch’avran di consolar l’anime donne. + + «Che hai che pur inver’ la terra guati?», + la guida mia incominciò a dirmi, + poco amendue da l’angel sormontati. + + E io: «Con tanta sospeccion fa irmi + novella visïon ch’a sé mi piega, + sì ch’io non posso dal pensar partirmi». + + «Vedesti», disse, «quell’antica strega + che sola sovr’ a noi omai si piagne; + vedesti come l’uom da lei si slega. + + Bastiti, e batti a terra le calcagne; + li occhi rivolgi al logoro che gira + lo rege etterno con le rote magne». + + Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, + indi si volge al grido e si protende + per lo disio del pasto che là il tira, + + tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende + la roccia per dar via a chi va suso, + n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. + + Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, + vidi gente per esso che piangea, + giacendo a terra tutta volta in giuso. + + ‘Adhaesit pavimento anima mea’ + sentia dir lor con sì alti sospiri, + che la parola a pena s’intendea. + + «O eletti di Dio, li cui soffriri + e giustizia e speranza fa men duri, + drizzate noi verso li alti saliri». + + «Se voi venite dal giacer sicuri, + e volete trovar la via più tosto, + le vostre destre sien sempre di fori». + + Così pregò ’l poeta, e sì risposto + poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io + nel parlare avvisai l’altro nascosto, + + e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: + ond’ elli m’assentì con lieto cenno + ciò che chiedea la vista del disio. + + Poi ch’io potei di me fare a mio senno, + trassimi sovra quella creatura + le cui parole pria notar mi fenno, + + dicendo: «Spirto in cui pianger matura + quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, + sosta un poco per me tua maggior cura. + + Chi fosti e perché vòlti avete i dossi + al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri + cosa di là ond’ io vivendo mossi». + + Ed elli a me: «Perché i nostri diretri + rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima + scias quod ego fui successor Petri. + + Intra Sïestri e Chiaveri s’adima + una fiumana bella, e del suo nome + lo titol del mio sangue fa sua cima. + + Un mese e poco più prova’ io come + pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, + che piuma sembran tutte l’altre some. + + La mia conversïone, omè!, fu tarda; + ma, come fatto fui roman pastore, + così scopersi la vita bugiarda. + + Vidi che lì non s’acquetava il core, + né più salir potiesi in quella vita; + per che di questa in me s’accese amore. + + Fino a quel punto misera e partita + da Dio anima fui, del tutto avara; + or, come vedi, qui ne son punita. + + Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara + in purgazion de l’anime converse; + e nulla pena il monte ha più amara. + + Sì come l’occhio nostro non s’aderse + in alto, fisso a le cose terrene, + così giustizia qui a terra il merse. + + Come avarizia spense a ciascun bene + lo nostro amore, onde operar perdési, + così giustizia qui stretti ne tene, + + ne’ piedi e ne le man legati e presi; + e quanto fia piacer del giusto Sire, + tanto staremo immobili e distesi». + + Io m’era inginocchiato e volea dire; + ma com’ io cominciai ed el s’accorse, + solo ascoltando, del mio reverire, + + «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». + E io a lui: «Per vostra dignitate + mia coscïenza dritto mi rimorse». + + «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», + rispuose; «non errar: conservo sono + teco e con li altri ad una podestate. + + Se mai quel santo evangelico suono + che dice ‘Neque nubent’ intendesti, + ben puoi veder perch’ io così ragiono. + + Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; + ché la tua stanza mio pianger disagia, + col qual maturo ciò che tu dicesti. + + Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, + buona da sé, pur che la nostra casa + non faccia lei per essempro malvagia; + + e questa sola di là m’è rimasa». + + + + Purgatorio • Canto XX + + + Contra miglior voler voler mal pugna; + onde contra ’l piacer mio, per piacerli, + trassi de l’acqua non sazia la spugna. + + Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li + luoghi spediti pur lungo la roccia, + come si va per muro stretto a’ merli; + + ché la gente che fonde a goccia a goccia + per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, + da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. + + Maladetta sie tu, antica lupa, + che più che tutte l’altre bestie hai preda + per la tua fame sanza fine cupa! + + O ciel, nel cui girar par che si creda + le condizion di qua giù trasmutarsi, + quando verrà per cui questa disceda? + + Noi andavam con passi lenti e scarsi, + e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia + pietosamente piangere e lagnarsi; + + e per ventura udi’ «Dolce Maria!» + dinanzi a noi chiamar così nel pianto + come fa donna che in parturir sia; + + e seguitar: «Povera fosti tanto, + quanto veder si può per quello ospizio + dove sponesti il tuo portato santo». + + Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, + con povertà volesti anzi virtute + che gran ricchezza posseder con vizio». + + Queste parole m’eran sì piaciute, + ch’io mi trassi oltre per aver contezza + di quello spirto onde parean venute. + + Esso parlava ancor de la larghezza + che fece Niccolò a le pulcelle, + per condurre ad onor lor giovinezza. + + «O anima che tanto ben favelle, + dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola + tu queste degne lode rinovelle. + + Non fia sanza mercé la tua parola, + s’io ritorno a compiér lo cammin corto + di quella vita ch’al termine vola». + + Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto + ch’io attenda di là, ma perché tanta + grazia in te luce prima che sie morto. + + Io fui radice de la mala pianta + che la terra cristiana tutta aduggia, + sì che buon frutto rado se ne schianta. + + Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia + potesser, tosto ne saria vendetta; + e io la cheggio a lui che tutto giuggia. + + Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; + di me son nati i Filippi e i Luigi + per cui novellamente è Francia retta. + + Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: + quando li regi antichi venner meno + tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, + + trova’mi stretto ne le mani il freno + del governo del regno, e tanta possa + di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, + + ch’a la corona vedova promossa + la testa di mio figlio fu, dal quale + cominciar di costor le sacrate ossa. + + Mentre che la gran dota provenzale + al sangue mio non tolse la vergogna, + poco valea, ma pur non facea male. + + Lì cominciò con forza e con menzogna + la sua rapina; e poscia, per ammenda, + Pontì e Normandia prese e Guascogna. + + Carlo venne in Italia e, per ammenda, + vittima fé di Curradino; e poi + ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. + + Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, + che tragge un altro Carlo fuor di Francia, + per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. + + Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia + con la qual giostrò Giuda, e quella ponta + sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. + + Quindi non terra, ma peccato e onta + guadagnerà, per sé tanto più grave, + quanto più lieve simil danno conta. + + L’altro, che già uscì preso di nave, + veggio vender sua figlia e patteggiarne + come fanno i corsar de l’altre schiave. + + O avarizia, che puoi tu più farne, + poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, + che non si cura de la propria carne? + + Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, + veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, + e nel vicario suo Cristo esser catto. + + Veggiolo un’altra volta esser deriso; + veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, + e tra vivi ladroni esser anciso. + + Veggio il novo Pilato sì crudele, + che ciò nol sazia, ma sanza decreto + portar nel Tempio le cupide vele. + + O Segnor mio, quando sarò io lieto + a veder la vendetta che, nascosa, + fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? + + Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa + de lo Spirito Santo e che ti fece + verso me volger per alcuna chiosa, + + tanto è risposto a tutte nostre prece + quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, + contrario suon prendemo in quella vece. + + Noi repetiam Pigmalïon allotta, + cui traditore e ladro e paricida + fece la voglia sua de l’oro ghiotta; + + e la miseria de l’avaro Mida, + che seguì a la sua dimanda gorda, + per la qual sempre convien che si rida. + + Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, + come furò le spoglie, sì che l’ira + di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. + + Indi accusiam col marito Saffira; + lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; + e in infamia tutto ’l monte gira + + Polinestòr ch’ancise Polidoro; + ultimamente ci si grida: “Crasso, + dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. + + Talor parla l’uno alto e l’altro basso, + secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona + ora a maggiore e ora a minor passo: + + però al ben che ’l dì ci si ragiona, + dianzi non era io sol; ma qui da presso + non alzava la voce altra persona». + + Noi eravam partiti già da esso, + e brigavam di soverchiar la strada + tanto quanto al poder n’era permesso, + + quand’ io senti’, come cosa che cada, + tremar lo monte; onde mi prese un gelo + qual prender suol colui ch’a morte vada. + + Certo non si scoteo sì forte Delo, + pria che Latona in lei facesse ’l nido + a parturir li due occhi del cielo. + + Poi cominciò da tutte parti un grido + tal, che ’l maestro inverso me si feo, + dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». + + ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ + dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, + onde intender lo grido si poteo. + + No’ istavamo immobili e sospesi + come i pastor che prima udir quel canto, + fin che ’l tremar cessò ed el compiési. + + Poi ripigliammo nostro cammin santo, + guardando l’ombre che giacean per terra, + tornate già in su l’usato pianto. + + Nulla ignoranza mai con tanta guerra + mi fé desideroso di sapere, + se la memoria mia in ciò non erra, + + quanta pareami allor, pensando, avere; + né per la fretta dimandare er’ oso, + né per me lì potea cosa vedere: + + così m’andava timido e pensoso. + + + + Purgatorio • Canto XXI + + + La sete natural che mai non sazia + se non con l’acqua onde la femminetta + samaritana domandò la grazia, + + mi travagliava, e pungeami la fretta + per la ’mpacciata via dietro al mio duca, + e condoleami a la giusta vendetta. + + Ed ecco, sì come ne scrive Luca + che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, + già surto fuor de la sepulcral buca, + + ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, + dal piè guardando la turba che giace; + né ci addemmo di lei, sì parlò pria, + + dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». + Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio + rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. + + Poi cominciò: «Nel beato concilio + ti ponga in pace la verace corte + che me rilega ne l’etterno essilio». + + «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: + «se voi siete ombre che Dio sù non degni, + chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». + + E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni + che questi porta e che l’angel profila, + ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. + + Ma perché lei che dì e notte fila + non li avea tratta ancora la conocchia + che Cloto impone a ciascuno e compila, + + l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, + venendo sù, non potea venir sola, + però ch’al nostro modo non adocchia. + + Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola + d’inferno per mostrarli, e mosterrolli + oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. + + Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli + diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una + parve gridare infino a’ suoi piè molli». + + Sì mi diè, dimandando, per la cruna + del mio disio, che pur con la speranza + si fece la mia sete men digiuna. + + Quei cominciò: «Cosa non è che sanza + ordine senta la religïone + de la montagna, o che sia fuor d’usanza. + + Libero è qui da ogne alterazione: + di quel che ’l ciel da sé in sé riceve + esser ci puote, e non d’altro, cagione. + + Per che non pioggia, non grando, non neve, + non rugiada, non brina più sù cade + che la scaletta di tre gradi breve; + + nuvole spesse non paion né rade, + né coruscar, né figlia di Taumante, + che di là cangia sovente contrade; + + secco vapor non surge più avante + ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, + dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. + + Trema forse più giù poco o assai; + ma per vento che ’n terra si nasconda, + non so come, qua sù non tremò mai. + + Tremaci quando alcuna anima monda + sentesi, sì che surga o che si mova + per salir sù; e tal grido seconda. + + De la mondizia sol voler fa prova, + che, tutto libero a mutar convento, + l’alma sorprende, e di voler le giova. + + Prima vuol ben, ma non lascia il talento + che divina giustizia, contra voglia, + come fu al peccar, pone al tormento. + + E io, che son giaciuto a questa doglia + cinquecent’ anni e più, pur mo sentii + libera volontà di miglior soglia: + + però sentisti il tremoto e li pii + spiriti per lo monte render lode + a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». + + Così ne disse; e però ch’el si gode + tanto del ber quant’ è grande la sete, + non saprei dir quant’ el mi fece prode. + + E ’l savio duca: «Omai veggio la rete + che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, + perché ci trema e di che congaudete. + + Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, + e perché tanti secoli giaciuto + qui se’, ne le parole tue mi cappia». + + «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto + del sommo rege, vendicò le fóra + ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, + + col nome che più dura e più onora + era io di là», rispuose quello spirto, + «famoso assai, ma non con fede ancora. + + Tanto fu dolce mio vocale spirto, + che, tolosano, a sé mi trasse Roma, + dove mertai le tempie ornar di mirto. + + Stazio la gente ancor di là mi noma: + cantai di Tebe, e poi del grande Achille; + ma caddi in via con la seconda soma. + + Al mio ardor fuor seme le faville, + che mi scaldar, de la divina fiamma + onde sono allumati più di mille; + + de l’Eneïda dico, la qual mamma + fummi, e fummi nutrice, poetando: + sanz’ essa non fermai peso di dramma. + + E per esser vivuto di là quando + visse Virgilio, assentirei un sole + più che non deggio al mio uscir di bando». + + Volser Virgilio a me queste parole + con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; + ma non può tutto la virtù che vuole; + + ché riso e pianto son tanto seguaci + a la passion di che ciascun si spicca, + che men seguon voler ne’ più veraci. + + Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; + per che l’ombra si tacque, e riguardommi + ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; + + e «Se tanto labore in bene assommi», + disse, «perché la tua faccia testeso + un lampeggiar di riso dimostrommi?». + + Or son io d’una parte e d’altra preso: + l’una mi fa tacer, l’altra scongiura + ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso + + dal mio maestro, e «Non aver paura», + mi dice, «di parlar; ma parla e digli + quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». + + Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, + antico spirto, del rider ch’io fei; + ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. + + Questi che guida in alto li occhi miei, + è quel Virgilio dal qual tu togliesti + forte a cantar de li uomini e d’i dèi. + + Se cagion altra al mio rider credesti, + lasciala per non vera, ed esser credi + quelle parole che di lui dicesti». + + Già s’inchinava ad abbracciar li piedi + al mio dottor, ma el li disse: «Frate, + non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». + + Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate + comprender de l’amor ch’a te mi scalda, + quand’ io dismento nostra vanitate, + + trattando l’ombre come cosa salda». + + + + Purgatorio • Canto XXII + + + Già era l’angel dietro a noi rimaso, + l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, + avendomi dal viso un colpo raso; + + e quei c’hanno a giustizia lor disiro + detto n’avea beati, e le sue voci + con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. + + E io più lieve che per l’altre foci + m’andava, sì che sanz’ alcun labore + seguiva in sù li spiriti veloci; + + quando Virgilio incominciò: «Amore, + acceso di virtù, sempre altro accese, + pur che la fiamma sua paresse fore; + + onde da l’ora che tra noi discese + nel limbo de lo ’nferno Giovenale, + che la tua affezion mi fé palese, + + mia benvoglienza inverso te fu quale + più strinse mai di non vista persona, + sì ch’or mi parran corte queste scale. + + Ma dimmi, e come amico mi perdona + se troppa sicurtà m’allarga il freno, + e come amico omai meco ragiona: + + come poté trovar dentro al tuo seno + loco avarizia, tra cotanto senno + di quanto per tua cura fosti pieno?». + + Queste parole Stazio mover fenno + un poco a riso pria; poscia rispuose: + «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. + + Veramente più volte appaion cose + che danno a dubitar falsa matera + per le vere ragion che son nascose. + + La tua dimanda tuo creder m’avvera + esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, + forse per quella cerchia dov’ io era. + + Or sappi ch’avarizia fu partita + troppo da me, e questa dismisura + migliaia di lunari hanno punita. + + E se non fosse ch’io drizzai mia cura, + quand’ io intesi là dove tu chiame, + crucciato quasi a l’umana natura: + + ‘Per che non reggi tu, o sacra fame + de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, + voltando sentirei le giostre grame. + + Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali + potean le mani a spendere, e pente’mi + così di quel come de li altri mali. + + Quanti risurgeran coi crini scemi + per ignoranza, che di questa pecca + toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! + + E sappie che la colpa che rimbecca + per dritta opposizione alcun peccato, + con esso insieme qui suo verde secca; + + però, s’io son tra quella gente stato + che piange l’avarizia, per purgarmi, + per lo contrario suo m’è incontrato». + + «Or quando tu cantasti le crude armi + de la doppia trestizia di Giocasta», + disse ’l cantor de’ buccolici carmi, + + «per quello che Clïò teco lì tasta, + non par che ti facesse ancor fedele + la fede, sanza qual ben far non basta. + + Se così è, qual sole o quai candele + ti stenebraron sì, che tu drizzasti + poscia di retro al pescator le vele?». + + Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti + verso Parnaso a ber ne le sue grotte, + e prima appresso Dio m’alluminasti. + + Facesti come quei che va di notte, + che porta il lume dietro e sé non giova, + ma dopo sé fa le persone dotte, + + quando dicesti: ‘Secol si rinova; + torna giustizia e primo tempo umano, + e progenïe scende da ciel nova’. + + Per te poeta fui, per te cristiano: + ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, + a colorare stenderò la mano. + + Già era ’l mondo tutto quanto pregno + de la vera credenza, seminata + per li messaggi de l’etterno regno; + + e la parola tua sopra toccata + si consonava a’ nuovi predicanti; + ond’ io a visitarli presi usata. + + Vennermi poi parendo tanto santi, + che, quando Domizian li perseguette, + sanza mio lagrimar non fur lor pianti; + + e mentre che di là per me si stette, + io li sovvenni, e i lor dritti costumi + fer dispregiare a me tutte altre sette. + + E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi + di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; + ma per paura chiuso cristian fu’mi, + + lungamente mostrando paganesmo; + e questa tepidezza il quarto cerchio + cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. + + Tu dunque, che levato hai il coperchio + che m’ascondeva quanto bene io dico, + mentre che del salire avem soverchio, + + dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, + Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: + dimmi se son dannati, e in qual vico». + + «Costoro e Persio e io e altri assai», + rispuose il duca mio, «siam con quel Greco + che le Muse lattar più ch’altri mai, + + nel primo cinghio del carcere cieco; + spesse fïate ragioniam del monte + che sempre ha le nutrice nostre seco. + + Euripide v’è nosco e Antifonte, + Simonide, Agatone e altri piùe + Greci che già di lauro ornar la fronte. + + Quivi si veggion de le genti tue + Antigone, Deïfile e Argia, + e Ismene sì trista come fue. + + Védeisi quella che mostrò Langia; + èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, + e con le suore sue Deïdamia». + + Tacevansi ambedue già li poeti, + di novo attenti a riguardar dintorno, + liberi da saliri e da pareti; + + e già le quattro ancelle eran del giorno + rimase a dietro, e la quinta era al temo, + drizzando pur in sù l’ardente corno, + + quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo + le destre spalle volger ne convegna, + girando il monte come far solemo». + + Così l’usanza fu lì nostra insegna, + e prendemmo la via con men sospetto + per l’assentir di quell’ anima degna. + + Elli givan dinanzi, e io soletto + di retro, e ascoltava i lor sermoni, + ch’a poetar mi davano intelletto. + + Ma tosto ruppe le dolci ragioni + un alber che trovammo in mezza strada, + con pomi a odorar soavi e buoni; + + e come abete in alto si digrada + di ramo in ramo, così quello in giuso, + cred’ io, perché persona sù non vada. + + Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, + cadea de l’alta roccia un liquor chiaro + e si spandeva per le foglie suso. + + Li due poeti a l’alber s’appressaro; + e una voce per entro le fronde + gridò: «Di questo cibo avrete caro». + + Poi disse: «Più pensava Maria onde + fosser le nozze orrevoli e intere, + ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. + + E le Romane antiche, per lor bere, + contente furon d’acqua; e Danïello + dispregiò cibo e acquistò savere. + + Lo secol primo, quant’ oro fu bello, + fé savorose con fame le ghiande, + e nettare con sete ogne ruscello. + + Mele e locuste furon le vivande + che nodriro il Batista nel diserto; + per ch’elli è glorïoso e tanto grande + + quanto per lo Vangelio v’è aperto». + + + + Purgatorio • Canto XXIII + + + Mentre che li occhi per la fronda verde + ficcava ïo sì come far suole + chi dietro a li uccellin sua vita perde, + + lo più che padre mi dicea: «Figliuole, + vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto + più utilmente compartir si vuole». + + Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, + appresso i savi, che parlavan sìe, + che l’andar mi facean di nullo costo. + + Ed ecco piangere e cantar s’udìe + ‘Labïa mëa, Domine’ per modo + tal, che diletto e doglia parturìe. + + «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», + comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno + forse di lor dover solvendo il nodo». + + Sì come i peregrin pensosi fanno, + giugnendo per cammin gente non nota, + che si volgono ad essa e non restanno, + + così di retro a noi, più tosto mota, + venendo e trapassando ci ammirava + d’anime turba tacita e devota. + + Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, + palida ne la faccia, e tanto scema + che da l’ossa la pelle s’informava. + + Non credo che così a buccia strema + Erisittone fosse fatto secco, + per digiunar, quando più n’ebbe tema. + + Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco + la gente che perdé Ierusalemme, + quando Maria nel figlio diè di becco!’ + + Parean l’occhiaie anella sanza gemme: + chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ + ben avria quivi conosciuta l’emme. + + Chi crederebbe che l’odor d’un pomo + sì governasse, generando brama, + e quel d’un’acqua, non sappiendo como? + + Già era in ammirar che sì li affama, + per la cagione ancor non manifesta + di lor magrezza e di lor trista squama, + + ed ecco del profondo de la testa + volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; + poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». + + Mai non l’avrei riconosciuto al viso; + ma ne la voce sua mi fu palese + ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. + + Questa favilla tutta mi raccese + mia conoscenza a la cangiata labbia, + e ravvisai la faccia di Forese. + + «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia + che mi scolora», pregava, «la pelle, + né a difetto di carne ch’io abbia; + + ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle + due anime che là ti fanno scorta; + non rimaner che tu non mi favelle!». + + «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, + mi dà di pianger mo non minor doglia», + rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. + + Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; + non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, + ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». + + Ed elli a me: «De l’etterno consiglio + cade vertù ne l’acqua e ne la pianta + rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. + + Tutta esta gente che piangendo canta + per seguitar la gola oltra misura, + in fame e ’n sete qui si rifà santa. + + Di bere e di mangiar n’accende cura + l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo + che si distende su per sua verdura. + + E non pur una volta, questo spazzo + girando, si rinfresca nostra pena: + io dico pena, e dovria dir sollazzo, + + ché quella voglia a li alberi ci mena + che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, + quando ne liberò con la sua vena». + + E io a lui: «Forese, da quel dì + nel qual mutasti mondo a miglior vita, + cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. + + Se prima fu la possa in te finita + di peccar più, che sovvenisse l’ora + del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, + + come se’ tu qua sù venuto ancora? + Io ti credea trovar là giù di sotto, + dove tempo per tempo si ristora». + + Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto + a ber lo dolce assenzo d’i martìri + la Nella mia con suo pianger dirotto. + + Con suoi prieghi devoti e con sospiri + tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, + e liberato m’ha de li altri giri. + + Tanto è a Dio più cara e più diletta + la vedovella mia, che molto amai, + quanto in bene operare è più soletta; + + ché la Barbagia di Sardigna assai + ne le femmine sue più è pudica + che la Barbagia dov’ io la lasciai. + + O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? + Tempo futuro m’è già nel cospetto, + cui non sarà quest’ ora molto antica, + + nel qual sarà in pergamo interdetto + a le sfacciate donne fiorentine + l’andar mostrando con le poppe il petto. + + Quai barbare fuor mai, quai saracine, + cui bisognasse, per farle ir coperte, + o spiritali o altre discipline? + + Ma se le svergognate fosser certe + di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, + già per urlare avrian le bocche aperte; + + ché, se l’antiveder qui non m’inganna, + prima fien triste che le guance impeli + colui che mo si consola con nanna. + + Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! + vedi che non pur io, ma questa gente + tutta rimira là dove ’l sol veli». + + Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente + qual fosti meco, e qual io teco fui, + ancor fia grave il memorar presente. + + Di quella vita mi volse costui + che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda + vi si mostrò la suora di colui», + + e ’l sol mostrai; «costui per la profonda + notte menato m’ha d’i veri morti + con questa vera carne che ’l seconda. + + Indi m’han tratto sù li suoi conforti, + salendo e rigirando la montagna + che drizza voi che ’l mondo fece torti. + + Tanto dice di farmi sua compagna + che io sarò là dove fia Beatrice; + quivi convien che sanza lui rimagna. + + Virgilio è questi che così mi dice», + e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra + per cuï scosse dianzi ogne pendice + + lo vostro regno, che da sé lo sgombra». + + + + Purgatorio • Canto XXIV + + + Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento + facea, ma ragionando andavam forte, + sì come nave pinta da buon vento; + + e l’ombre, che parean cose rimorte, + per le fosse de li occhi ammirazione + traean di me, di mio vivere accorte. + + E io, continüando al mio sermone, + dissi: «Ella sen va sù forse più tarda + che non farebbe, per altrui cagione. + + Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; + dimmi s’io veggio da notar persona + tra questa gente che sì mi riguarda». + + «La mia sorella, che tra bella e buona + non so qual fosse più, trïunfa lieta + ne l’alto Olimpo già di sua corona». + + Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta + di nominar ciascun, da ch’è sì munta + nostra sembianza via per la dïeta. + + Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, + Bonagiunta da Lucca; e quella faccia + di là da lui più che l’altre trapunta + + ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: + dal Torso fu, e purga per digiuno + l’anguille di Bolsena e la vernaccia». + + Molti altri mi nomò ad uno ad uno; + e del nomar parean tutti contenti, + sì ch’io però non vidi un atto bruno. + + Vidi per fame a vòto usar li denti + Ubaldin da la Pila e Bonifazio + che pasturò col rocco molte genti. + + Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio + già di bere a Forlì con men secchezza, + e sì fu tal, che non si sentì sazio. + + Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza + più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, + che più parea di me aver contezza. + + El mormorava; e non so che «Gentucca» + sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga + de la giustizia che sì li pilucca. + + «O anima», diss’ io, «che par sì vaga + di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, + e te e me col tuo parlare appaga». + + «Femmina è nata, e non porta ancor benda», + cominciò el, «che ti farà piacere + la mia città, come ch’om la riprenda. + + Tu te n’andrai con questo antivedere: + se nel mio mormorar prendesti errore, + dichiareranti ancor le cose vere. + + Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore + trasse le nove rime, cominciando + ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». + + E io a lui: «I’ mi son un che, quando + Amor mi spira, noto, e a quel modo + ch’e’ ditta dentro vo significando». + + «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo + che ’l Notaro e Guittone e me ritenne + di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! + + Io veggio ben come le vostre penne + di retro al dittator sen vanno strette, + che de le nostre certo non avvenne; + + e qual più a gradire oltre si mette, + non vede più da l’uno a l’altro stilo»; + e, quasi contentato, si tacette. + + Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, + alcuna volta in aere fanno schiera, + poi volan più a fretta e vanno in filo, + + così tutta la gente che lì era, + volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, + e per magrezza e per voler leggera. + + E come l’uom che di trottare è lasso, + lascia andar li compagni, e sì passeggia + fin che si sfoghi l’affollar del casso, + + sì lasciò trapassar la santa greggia + Forese, e dietro meco sen veniva, + dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». + + «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; + ma già non fïa il tornar mio tantosto, + ch’io non sia col voler prima a la riva; + + però che ’l loco u’ fui a viver posto, + di giorno in giorno più di ben si spolpa, + e a trista ruina par disposto». + + «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, + vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto + inver’ la valle ove mai non si scolpa. + + La bestia ad ogne passo va più ratto, + crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, + e lascia il corpo vilmente disfatto. + + Non hanno molto a volger quelle ruote», + e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro + ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. + + Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro + in questo regno, sì ch’io perdo troppo + venendo teco sì a paro a paro». + + Qual esce alcuna volta di gualoppo + lo cavalier di schiera che cavalchi, + e va per farsi onor del primo intoppo, + + tal si partì da noi con maggior valchi; + e io rimasi in via con esso i due + che fuor del mondo sì gran marescalchi. + + E quando innanzi a noi intrato fue, + che li occhi miei si fero a lui seguaci, + come la mente a le parole sue, + + parvermi i rami gravidi e vivaci + d’un altro pomo, e non molto lontani + per esser pur allora vòlto in laci. + + Vidi gente sott’ esso alzar le mani + e gridar non so che verso le fronde, + quasi bramosi fantolini e vani + + che pregano, e ’l pregato non risponde, + ma, per fare esser ben la voglia acuta, + tien alto lor disio e nol nasconde. + + Poi si partì sì come ricreduta; + e noi venimmo al grande arbore adesso, + che tanti prieghi e lagrime rifiuta. + + «Trapassate oltre sanza farvi presso: + legno è più sù che fu morso da Eva, + e questa pianta si levò da esso». + + Sì tra le frasche non so chi diceva; + per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, + oltre andavam dal lato che si leva. + + «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti + nei nuvoli formati, che, satolli, + Tesëo combatter co’ doppi petti; + + e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, + per che no i volle Gedeon compagni, + quando inver’ Madïan discese i colli». + + Sì accostati a l’un d’i due vivagni + passammo, udendo colpe de la gola + seguite già da miseri guadagni. + + Poi, rallargati per la strada sola, + ben mille passi e più ci portar oltre, + contemplando ciascun sanza parola. + + «Che andate pensando sì voi sol tre?». + sùbita voce disse; ond’ io mi scossi + come fan bestie spaventate e poltre. + + Drizzai la testa per veder chi fossi; + e già mai non si videro in fornace + vetri o metalli sì lucenti e rossi, + + com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace + montare in sù, qui si convien dar volta; + quinci si va chi vuole andar per pace». + + L’aspetto suo m’avea la vista tolta; + per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, + com’ om che va secondo ch’elli ascolta. + + E quale, annunziatrice de li albori, + l’aura di maggio movesi e olezza, + tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; + + tal mi senti’ un vento dar per mezza + la fronte, e ben senti’ mover la piuma, + che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. + + E senti’ dir: «Beati cui alluma + tanto di grazia, che l’amor del gusto + nel petto lor troppo disir non fuma, + + esurïendo sempre quanto è giusto!». + + + + Purgatorio • Canto XXV + + + Ora era onde ’l salir non volea storpio; + ché ’l sole avëa il cerchio di merigge + lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: + + per che, come fa l’uom che non s’affigge + ma vassi a la via sua, che che li appaia, + se di bisogno stimolo il trafigge, + + così intrammo noi per la callaia, + uno innanzi altro prendendo la scala + che per artezza i salitor dispaia. + + E quale il cicognin che leva l’ala + per voglia di volare, e non s’attenta + d’abbandonar lo nido, e giù la cala; + + tal era io con voglia accesa e spenta + di dimandar, venendo infino a l’atto + che fa colui ch’a dicer s’argomenta. + + Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, + lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca + l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». + + Allor sicuramente apri’ la bocca + e cominciai: «Come si può far magro + là dove l’uopo di nodrir non tocca?». + + «Se t’ammentassi come Meleagro + si consumò al consumar d’un stizzo, + non fora», disse, «a te questo sì agro; + + e se pensassi come, al vostro guizzo, + guizza dentro a lo specchio vostra image, + ciò che par duro ti parrebbe vizzo. + + Ma perché dentro a tuo voler t’adage, + ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego + che sia or sanator de le tue piage». + + «Se la veduta etterna li dislego», + rispuose Stazio, «là dove tu sie, + discolpi me non potert’ io far nego». + + Poi cominciò: «Se le parole mie, + figlio, la mente tua guarda e riceve, + lume ti fiero al come che tu die. + + Sangue perfetto, che poi non si beve + da l’assetate vene, e si rimane + quasi alimento che di mensa leve, + + prende nel core a tutte membra umane + virtute informativa, come quello + ch’a farsi quelle per le vene vane. + + Ancor digesto, scende ov’ è più bello + tacer che dire; e quindi poscia geme + sovr’ altrui sangue in natural vasello. + + Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, + l’un disposto a patire, e l’altro a fare + per lo perfetto loco onde si preme; + + e, giunto lui, comincia ad operare + coagulando prima, e poi avviva + ciò che per sua matera fé constare. + + Anima fatta la virtute attiva + qual d’una pianta, in tanto differente, + che questa è in via e quella è già a riva, + + tanto ovra poi, che già si move e sente, + come spungo marino; e indi imprende + ad organar le posse ond’ è semente. + + Or si spiega, figliuolo, or si distende + la virtù ch’è dal cor del generante, + dove natura a tutte membra intende. + + Ma come d’animal divegna fante, + non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, + che più savio di te fé già errante, + + sì che per sua dottrina fé disgiunto + da l’anima il possibile intelletto, + perché da lui non vide organo assunto. + + Apri a la verità che viene il petto; + e sappi che, sì tosto come al feto + l’articular del cerebro è perfetto, + + lo motor primo a lui si volge lieto + sovra tant’ arte di natura, e spira + spirito novo, di vertù repleto, + + che ciò che trova attivo quivi, tira + in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, + che vive e sente e sé in sé rigira. + + E perché meno ammiri la parola, + guarda il calor del sole che si fa vino, + giunto a l’omor che de la vite cola. + + Quando Làchesis non ha più del lino, + solvesi da la carne, e in virtute + ne porta seco e l’umano e ’l divino: + + l’altre potenze tutte quante mute; + memoria, intelligenza e volontade + in atto molto più che prima agute. + + Sanza restarsi, per sé stessa cade + mirabilmente a l’una de le rive; + quivi conosce prima le sue strade. + + Tosto che loco lì la circunscrive, + la virtù formativa raggia intorno + così e quanto ne le membra vive. + + E come l’aere, quand’ è ben pïorno, + per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, + di diversi color diventa addorno; + + così l’aere vicin quivi si mette + e in quella forma ch’è in lui suggella + virtüalmente l’alma che ristette; + + e simigliante poi a la fiammella + che segue il foco là ’vunque si muta, + segue lo spirto sua forma novella. + + Però che quindi ha poscia sua paruta, + è chiamata ombra; e quindi organa poi + ciascun sentire infino a la veduta. + + Quindi parliamo e quindi ridiam noi; + quindi facciam le lagrime e ’ sospiri + che per lo monte aver sentiti puoi. + + Secondo che ci affliggono i disiri + e li altri affetti, l’ombra si figura; + e quest’ è la cagion di che tu miri». + + E già venuto a l’ultima tortura + s’era per noi, e vòlto a la man destra, + ed eravamo attenti ad altra cura. + + Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, + e la cornice spira fiato in suso + che la reflette e via da lei sequestra; + + ond’ ir ne convenia dal lato schiuso + ad uno ad uno; e io temëa ’l foco + quinci, e quindi temeva cader giuso. + + Lo duca mio dicea: «Per questo loco + si vuol tenere a li occhi stretto il freno, + però ch’errar potrebbesi per poco». + + ‘Summae Deus clementïae’ nel seno + al grande ardore allora udi’ cantando, + che di volger mi fé caler non meno; + + e vidi spirti per la fiamma andando; + per ch’io guardava a loro e a’ miei passi + compartendo la vista a quando a quando. + + Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, + gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; + indi ricominciavan l’inno bassi. + + Finitolo, anco gridavano: «Al bosco + si tenne Diana, ed Elice caccionne + che di Venere avea sentito il tòsco». + + Indi al cantar tornavano; indi donne + gridavano e mariti che fuor casti + come virtute e matrimonio imponne. + + E questo modo credo che lor basti + per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: + con tal cura conviene e con tai pasti + + che la piaga da sezzo si ricuscia. + + + + Purgatorio • Canto XXVI + + + Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, + ce n’andavamo, e spesso il buon maestro + diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; + + feriami il sole in su l’omero destro, + che già, raggiando, tutto l’occidente + mutava in bianco aspetto di cilestro; + + e io facea con l’ombra più rovente + parer la fiamma; e pur a tanto indizio + vidi molt’ ombre, andando, poner mente. + + Questa fu la cagion che diede inizio + loro a parlar di me; e cominciarsi + a dir: «Colui non par corpo fittizio»; + + poi verso me, quanto potëan farsi, + certi si fero, sempre con riguardo + di non uscir dove non fosser arsi. + + «O tu che vai, non per esser più tardo, + ma forse reverente, a li altri dopo, + rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. + + Né solo a me la tua risposta è uopo; + ché tutti questi n’hanno maggior sete + che d’acqua fredda Indo o Etïopo. + + Dinne com’ è che fai di te parete + al sol, pur come tu non fossi ancora + di morte intrato dentro da la rete». + + Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora + già manifesto, s’io non fossi atteso + ad altra novità ch’apparve allora; + + ché per lo mezzo del cammino acceso + venne gente col viso incontro a questa, + la qual mi fece a rimirar sospeso. + + Lì veggio d’ogne parte farsi presta + ciascun’ ombra e basciarsi una con una + sanza restar, contente a brieve festa; + + così per entro loro schiera bruna + s’ammusa l’una con l’altra formica, + forse a spïar lor via e lor fortuna. + + Tosto che parton l’accoglienza amica, + prima che ’l primo passo lì trascorra, + sopragridar ciascuna s’affatica: + + la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; + e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, + perché ’l torello a sua lussuria corra». + + Poi, come grue ch’a le montagne Rife + volasser parte, e parte inver’ l’arene, + queste del gel, quelle del sole schife, + + l’una gente sen va, l’altra sen vene; + e tornan, lagrimando, a’ primi canti + e al gridar che più lor si convene; + + e raccostansi a me, come davanti, + essi medesmi che m’avean pregato, + attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. + + Io, che due volte avea visto lor grato, + incominciai: «O anime sicure + d’aver, quando che sia, di pace stato, + + non son rimase acerbe né mature + le membra mie di là, ma son qui meco + col sangue suo e con le sue giunture. + + Quinci sù vo per non esser più cieco; + donna è di sopra che m’acquista grazia, + per che ’l mortal per vostro mondo reco. + + Ma se la vostra maggior voglia sazia + tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi + ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, + + ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, + chi siete voi, e chi è quella turba + che se ne va di retro a’ vostri terghi». + + Non altrimenti stupido si turba + lo montanaro, e rimirando ammuta, + quando rozzo e salvatico s’inurba, + + che ciascun’ ombra fece in sua paruta; + ma poi che furon di stupore scarche, + lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, + + «Beato te, che de le nostre marche», + ricominciò colei che pria m’inchiese, + «per morir meglio, esperïenza imbarche! + + La gente che non vien con noi, offese + di ciò per che già Cesar, trïunfando, + “Regina” contra sé chiamar s’intese: + + però si parton “Soddoma” gridando, + rimproverando a sé com’ hai udito, + e aiutan l’arsura vergognando. + + Nostro peccato fu ermafrodito; + ma perché non servammo umana legge, + seguendo come bestie l’appetito, + + in obbrobrio di noi, per noi si legge, + quando partinci, il nome di colei + che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. + + Or sai nostri atti e di che fummo rei: + se forse a nome vuo’ saper chi semo, + tempo non è di dire, e non saprei. + + Farotti ben di me volere scemo: + son Guido Guinizzelli, e già mi purgo + per ben dolermi prima ch’a lo stremo». + + Quali ne la tristizia di Ligurgo + si fer due figli a riveder la madre, + tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, + + quand’ io odo nomar sé stesso il padre + mio e de li altri miei miglior che mai + rime d’amore usar dolci e leggiadre; + + e sanza udire e dir pensoso andai + lunga fïata rimirando lui, + né, per lo foco, in là più m’appressai. + + Poi che di riguardar pasciuto fui, + tutto m’offersi pronto al suo servigio + con l’affermar che fa credere altrui. + + Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, + per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, + che Letè nol può tòrre né far bigio. + + Ma se le tue parole or ver giuraro, + dimmi che è cagion per che dimostri + nel dire e nel guardar d’avermi caro». + + E io a lui: «Li dolci detti vostri, + che, quanto durerà l’uso moderno, + faranno cari ancora i loro incostri». + + «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno + col dito», e additò un spirto innanzi, + «fu miglior fabbro del parlar materno. + + Versi d’amore e prose di romanzi + soverchiò tutti; e lascia dir li stolti + che quel di Lemosì credon ch’avanzi. + + A voce più ch’al ver drizzan li volti, + e così ferman sua oppinïone + prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. + + Così fer molti antichi di Guittone, + di grido in grido pur lui dando pregio, + fin che l’ha vinto il ver con più persone. + + Or se tu hai sì ampio privilegio, + che licito ti sia l’andare al chiostro + nel quale è Cristo abate del collegio, + + falli per me un dir d’un paternostro, + quanto bisogna a noi di questo mondo, + dove poter peccar non è più nostro». + + Poi, forse per dar luogo altrui secondo + che presso avea, disparve per lo foco, + come per l’acqua il pesce andando al fondo. + + Io mi fei al mostrato innanzi un poco, + e dissi ch’al suo nome il mio disire + apparecchiava grazïoso loco. + + El cominciò liberamente a dire: + «Tan m’abellis vostre cortes deman, + qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. + + Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; + consiros vei la passada folor, + e vei jausen lo joi qu’esper, denan. + + Ara vos prec, per aquella valor + que vos guida al som de l’escalina, + sovenha vos a temps de ma dolor!». + + Poi s’ascose nel foco che li affina. + + + + Purgatorio • Canto XXVII + + + Sì come quando i primi raggi vibra + là dove il suo fattor lo sangue sparse, + cadendo Ibero sotto l’alta Libra, + + e l’onde in Gange da nona rïarse, + sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, + come l’angel di Dio lieto ci apparse. + + Fuor de la fiamma stava in su la riva, + e cantava ‘Beati mundo corde!’ + in voce assai più che la nostra viva. + + Poscia «Più non si va, se pria non morde, + anime sante, il foco: intrate in esso, + e al cantar di là non siate sorde», + + ci disse come noi li fummo presso; + per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, + qual è colui che ne la fossa è messo. + + In su le man commesse mi protesi, + guardando il foco e imaginando forte + umani corpi già veduti accesi. + + Volsersi verso me le buone scorte; + e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, + qui può esser tormento, ma non morte. + + Ricorditi, ricorditi! E se io + sovresso Gerïon ti guidai salvo, + che farò ora presso più a Dio? + + Credi per certo che se dentro a l’alvo + di questa fiamma stessi ben mille anni, + non ti potrebbe far d’un capel calvo. + + E se tu forse credi ch’io t’inganni, + fatti ver’ lei, e fatti far credenza + con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. + + Pon giù omai, pon giù ogne temenza; + volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». + E io pur fermo e contra coscïenza. + + Quando mi vide star pur fermo e duro, + turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: + tra Bëatrice e te è questo muro». + + Come al nome di Tisbe aperse il ciglio + Piramo in su la morte, e riguardolla, + allor che ’l gelso diventò vermiglio; + + così, la mia durezza fatta solla, + mi volsi al savio duca, udendo il nome + che ne la mente sempre mi rampolla. + + Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! + volenci star di qua?»; indi sorrise + come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. + + Poi dentro al foco innanzi mi si mise, + pregando Stazio che venisse retro, + che pria per lunga strada ci divise. + + Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro + gittato mi sarei per rinfrescarmi, + tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. + + Lo dolce padre mio, per confortarmi, + pur di Beatrice ragionando andava, + dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». + + Guidavaci una voce che cantava + di là; e noi, attenti pur a lei, + venimmo fuor là ove si montava. + + ‘Venite, benedicti Patris mei’, + sonò dentro a un lume che lì era, + tal che mi vinse e guardar nol potei. + + «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; + non v’arrestate, ma studiate il passo, + mentre che l’occidente non si annera». + + Dritta salia la via per entro ’l sasso + verso tal parte ch’io toglieva i raggi + dinanzi a me del sol ch’era già basso. + + E di pochi scaglion levammo i saggi, + che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, + sentimmo dietro e io e li miei saggi. + + E pria che ’n tutte le sue parti immense + fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, + e notte avesse tutte sue dispense, + + ciascun di noi d’un grado fece letto; + ché la natura del monte ci affranse + la possa del salir più e ’l diletto. + + Quali si stanno ruminando manse + le capre, state rapide e proterve + sovra le cime avante che sien pranse, + + tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, + guardate dal pastor, che ’n su la verga + poggiato s’è e lor di posa serve; + + e quale il mandrïan che fori alberga, + lungo il pecuglio suo queto pernotta, + guardando perché fiera non lo sperga; + + tali eravamo tutti e tre allotta, + io come capra, ed ei come pastori, + fasciati quinci e quindi d’alta grotta. + + Poco parer potea lì del di fori; + ma, per quel poco, vedea io le stelle + di lor solere e più chiare e maggiori. + + Sì ruminando e sì mirando in quelle, + mi prese il sonno; il sonno che sovente, + anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. + + Ne l’ora, credo, che de l’orïente + prima raggiò nel monte Citerea, + che di foco d’amor par sempre ardente, + + giovane e bella in sogno mi parea + donna vedere andar per una landa + cogliendo fiori; e cantando dicea: + + «Sappia qualunque il mio nome dimanda + ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno + le belle mani a farmi una ghirlanda. + + Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; + ma mia suora Rachel mai non si smaga + dal suo miraglio, e siede tutto giorno. + + Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga + com’ io de l’addornarmi con le mani; + lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». + + E già per li splendori antelucani, + che tanto a’ pellegrin surgon più grati, + quanto, tornando, albergan men lontani, + + le tenebre fuggian da tutti lati, + e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, + veggendo i gran maestri già levati. + + «Quel dolce pome che per tanti rami + cercando va la cura de’ mortali, + oggi porrà in pace le tue fami». + + Virgilio inverso me queste cotali + parole usò; e mai non furo strenne + che fosser di piacere a queste iguali. + + Tanto voler sopra voler mi venne + de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi + al volo mi sentia crescer le penne. + + Come la scala tutta sotto noi + fu corsa e fummo in su ’l grado superno, + in me ficcò Virgilio li occhi suoi, + + e disse: «Il temporal foco e l’etterno + veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte + dov’ io per me più oltre non discerno. + + Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; + lo tuo piacere omai prendi per duce; + fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. + + Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; + vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli + che qui la terra sol da sé produce. + + Mentre che vegnan lieti li occhi belli + che, lagrimando, a te venir mi fenno, + seder ti puoi e puoi andar tra elli. + + Non aspettar mio dir più né mio cenno; + libero, dritto e sano è tuo arbitrio, + e fallo fora non fare a suo senno: + + per ch’io te sovra te corono e mitrio». + + + + Purgatorio • Canto XXVIII + + + Vago già di cercar dentro e dintorno + la divina foresta spessa e viva, + ch’a li occhi temperava il novo giorno, + + sanza più aspettar, lasciai la riva, + prendendo la campagna lento lento + su per lo suol che d’ogne parte auliva. + + Un’aura dolce, sanza mutamento + avere in sé, mi feria per la fronte + non di più colpo che soave vento; + + per cui le fronde, tremolando, pronte + tutte quante piegavano a la parte + u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; + + non però dal loro esser dritto sparte + tanto, che li augelletti per le cime + lasciasser d’operare ogne lor arte; + + ma con piena letizia l’ore prime, + cantando, ricevieno intra le foglie, + che tenevan bordone a le sue rime, + + tal qual di ramo in ramo si raccoglie + per la pineta in su ’l lito di Chiassi, + quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. + + Già m’avean trasportato i lenti passi + dentro a la selva antica tanto, ch’io + non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; + + ed ecco più andar mi tolse un rio, + che ’nver’ sinistra con sue picciole onde + piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. + + Tutte l’acque che son di qua più monde, + parrieno avere in sé mistura alcuna + verso di quella, che nulla nasconde, + + avvegna che si mova bruna bruna + sotto l’ombra perpetüa, che mai + raggiar non lascia sole ivi né luna. + + Coi piè ristetti e con li occhi passai + di là dal fiumicello, per mirare + la gran varïazion d’i freschi mai; + + e là m’apparve, sì com’ elli appare + subitamente cosa che disvia + per maraviglia tutto altro pensare, + + una donna soletta che si gia + e cantando e scegliendo fior da fiore + ond’ era pinta tutta la sua via. + + «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore + ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti + che soglion esser testimon del core, + + vegnati in voglia di trarreti avanti», + diss’ io a lei, «verso questa rivera, + tanto ch’io possa intender che tu canti. + + Tu mi fai rimembrar dove e qual era + Proserpina nel tempo che perdette + la madre lei, ed ella primavera». + + Come si volge, con le piante strette + a terra e intra sé, donna che balli, + e piede innanzi piede a pena mette, + + volsesi in su i vermigli e in su i gialli + fioretti verso me, non altrimenti + che vergine che li occhi onesti avvalli; + + e fece i prieghi miei esser contenti, + sì appressando sé, che ’l dolce suono + veniva a me co’ suoi intendimenti. + + Tosto che fu là dove l’erbe sono + bagnate già da l’onde del bel fiume, + di levar li occhi suoi mi fece dono. + + Non credo che splendesse tanto lume + sotto le ciglia a Venere, trafitta + dal figlio fuor di tutto suo costume. + + Ella ridea da l’altra riva dritta, + trattando più color con le sue mani, + che l’alta terra sanza seme gitta. + + Tre passi ci facea il fiume lontani; + ma Elesponto, là ’ve passò Serse, + ancora freno a tutti orgogli umani, + + più odio da Leandro non sofferse + per mareggiare intra Sesto e Abido, + che quel da me perch’ allor non s’aperse. + + «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», + cominciò ella, «in questo luogo eletto + a l’umana natura per suo nido, + + maravigliando tienvi alcun sospetto; + ma luce rende il salmo Delectasti, + che puote disnebbiar vostro intelletto. + + E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, + dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta + ad ogne tua question tanto che basti». + + «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta + impugnan dentro a me novella fede + di cosa ch’io udi’ contraria a questa». + + Ond’ ella: «Io dicerò come procede + per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, + e purgherò la nebbia che ti fiede. + + Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, + fé l’uom buono e a bene, e questo loco + diede per arr’ a lui d’etterna pace. + + Per sua difalta qui dimorò poco; + per sua difalta in pianto e in affanno + cambiò onesto riso e dolce gioco. + + Perché ’l turbar che sotto da sé fanno + l’essalazion de l’acqua e de la terra, + che quanto posson dietro al calor vanno, + + a l’uomo non facesse alcuna guerra, + questo monte salìo verso ’l ciel tanto, + e libero n’è d’indi ove si serra. + + Or perché in circuito tutto quanto + l’aere si volge con la prima volta, + se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, + + in questa altezza ch’è tutta disciolta + ne l’aere vivo, tal moto percuote, + e fa sonar la selva perch’ è folta; + + e la percossa pianta tanto puote, + che de la sua virtute l’aura impregna + e quella poi, girando, intorno scuote; + + e l’altra terra, secondo ch’è degna + per sé e per suo ciel, concepe e figlia + di diverse virtù diverse legna. + + Non parrebbe di là poi maraviglia, + udito questo, quando alcuna pianta + sanza seme palese vi s’appiglia. + + E saper dei che la campagna santa + dove tu se’, d’ogne semenza è piena, + e frutto ha in sé che di là non si schianta. + + L’acqua che vedi non surge di vena + che ristori vapor che gel converta, + come fiume ch’acquista e perde lena; + + ma esce di fontana salda e certa, + che tanto dal voler di Dio riprende, + quant’ ella versa da due parti aperta. + + Da questa parte con virtù discende + che toglie altrui memoria del peccato; + da l’altra d’ogne ben fatto la rende. + + Quinci Letè; così da l’altro lato + Eünoè si chiama, e non adopra + se quinci e quindi pria non è gustato: + + a tutti altri sapori esto è di sopra. + E avvegna ch’assai possa esser sazia + la sete tua perch’ io più non ti scuopra, + + darotti un corollario ancor per grazia; + né credo che ’l mio dir ti sia men caro, + se oltre promession teco si spazia. + + Quelli ch’anticamente poetaro + l’età de l’oro e suo stato felice, + forse in Parnaso esto loco sognaro. + + Qui fu innocente l’umana radice; + qui primavera sempre e ogne frutto; + nettare è questo di che ciascun dice». + + Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto + a’ miei poeti, e vidi che con riso + udito avëan l’ultimo costrutto; + + poi a la bella donna torna’ il viso. + + + + Purgatorio • Canto XXIX + + + Cantando come donna innamorata, + continüò col fin di sue parole: + ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. + + E come ninfe che si givan sole + per le salvatiche ombre, disïando + qual di veder, qual di fuggir lo sole, + + allor si mosse contra ’l fiume, andando + su per la riva; e io pari di lei, + picciol passo con picciol seguitando. + + Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, + quando le ripe igualmente dier volta, + per modo ch’a levante mi rendei. + + Né ancor fu così nostra via molta, + quando la donna tutta a me si torse, + dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». + + Ed ecco un lustro sùbito trascorse + da tutte parti per la gran foresta, + tal che di balenar mi mise in forse. + + Ma perché ’l balenar, come vien, resta, + e quel, durando, più e più splendeva, + nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. + + E una melodia dolce correva + per l’aere luminoso; onde buon zelo + mi fé riprender l’ardimento d’Eva, + + che là dove ubidia la terra e ’l cielo, + femmina, sola e pur testé formata, + non sofferse di star sotto alcun velo; + + sotto ’l qual se divota fosse stata, + avrei quelle ineffabili delizie + sentite prima e più lunga fïata. + + Mentr’ io m’andava tra tante primizie + de l’etterno piacer tutto sospeso, + e disïoso ancora a più letizie, + + dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, + ci si fé l’aere sotto i verdi rami; + e ’l dolce suon per canti era già inteso. + + O sacrosante Vergini, se fami, + freddi o vigilie mai per voi soffersi, + cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. + + Or convien che Elicona per me versi, + e Uranìe m’aiuti col suo coro + forti cose a pensar mettere in versi. + + Poco più oltre, sette alberi d’oro + falsava nel parere il lungo tratto + del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; + + ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, + che l’obietto comun, che ’l senso inganna, + non perdea per distanza alcun suo atto, + + la virtù ch’a ragion discorso ammanna, + sì com’ elli eran candelabri apprese, + e ne le voci del cantare ‘Osanna’. + + Di sopra fiammeggiava il bello arnese + più chiaro assai che luna per sereno + di mezza notte nel suo mezzo mese. + + Io mi rivolsi d’ammirazion pieno + al buon Virgilio, ed esso mi rispuose + con vista carca di stupor non meno. + + Indi rendei l’aspetto a l’alte cose + che si movieno incontr’ a noi sì tardi, + che foran vinte da novelle spose. + + La donna mi sgridò: «Perché pur ardi + sì ne l’affetto de le vive luci, + e ciò che vien di retro a lor non guardi?». + + Genti vid’ io allor, come a lor duci, + venire appresso, vestite di bianco; + e tal candor di qua già mai non fuci. + + L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, + e rendea me la mia sinistra costa, + s’io riguardava in lei, come specchio anco. + + Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, + che solo il fiume mi facea distante, + per veder meglio ai passi diedi sosta, + + e vidi le fiammelle andar davante, + lasciando dietro a sé l’aere dipinto, + e di tratti pennelli avean sembiante; + + sì che lì sopra rimanea distinto + di sette liste, tutte in quei colori + onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. + + Questi ostendali in dietro eran maggiori + che la mia vista; e, quanto a mio avviso, + diece passi distavan quei di fori. + + Sotto così bel ciel com’ io diviso, + ventiquattro seniori, a due a due, + coronati venien di fiordaliso. + + Tutti cantavan: «Benedicta tue + ne le figlie d’Adamo, e benedette + sieno in etterno le bellezze tue!». + + Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette + a rimpetto di me da l’altra sponda + libere fuor da quelle genti elette, + + sì come luce luce in ciel seconda, + vennero appresso lor quattro animali, + coronati ciascun di verde fronda. + + Ognuno era pennuto di sei ali; + le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, + se fosser vivi, sarebber cotali. + + A descriver lor forme più non spargo + rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, + tanto ch’a questa non posso esser largo; + + ma leggi Ezechïel, che li dipigne + come li vide da la fredda parte + venir con vento e con nube e con igne; + + e quali i troverai ne le sue carte, + tali eran quivi, salvo ch’a le penne + Giovanni è meco e da lui si diparte. + + Lo spazio dentro a lor quattro contenne + un carro, in su due rote, trïunfale, + ch’al collo d’un grifon tirato venne. + + Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale + tra la mezzana e le tre e tre liste, + sì ch’a nulla, fendendo, facea male. + + Tanto salivan che non eran viste; + le membra d’oro avea quant’ era uccello, + e bianche l’altre, di vermiglio miste. + + Non che Roma di carro così bello + rallegrasse Affricano, o vero Augusto, + ma quel del Sol saria pover con ello; + + quel del Sol che, svïando, fu combusto + per l’orazion de la Terra devota, + quando fu Giove arcanamente giusto. + + Tre donne in giro da la destra rota + venian danzando; l’una tanto rossa + ch’a pena fora dentro al foco nota; + + l’altr’ era come se le carni e l’ossa + fossero state di smeraldo fatte; + la terza parea neve testé mossa; + + e or parëan da la bianca tratte, + or da la rossa; e dal canto di questa + l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. + + Da la sinistra quattro facean festa, + in porpore vestite, dietro al modo + d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. + + Appresso tutto il pertrattato nodo + vidi due vecchi in abito dispari, + ma pari in atto e onesto e sodo. + + L’un si mostrava alcun de’ famigliari + di quel sommo Ipocràte che natura + a li animali fé ch’ell’ ha più cari; + + mostrava l’altro la contraria cura + con una spada lucida e aguta, + tal che di qua dal rio mi fé paura. + + Poi vidi quattro in umile paruta; + e di retro da tutti un vecchio solo + venir, dormendo, con la faccia arguta. + + E questi sette col primaio stuolo + erano abitüati, ma di gigli + dintorno al capo non facëan brolo, + + anzi di rose e d’altri fior vermigli; + giurato avria poco lontano aspetto + che tutti ardesser di sopra da’ cigli. + + E quando il carro a me fu a rimpetto, + un tuon s’udì, e quelle genti degne + parvero aver l’andar più interdetto, + + fermandosi ivi con le prime insegne. + + + + Purgatorio • Canto XXX + + + Quando il settentrïon del primo cielo, + che né occaso mai seppe né orto + né d’altra nebbia che di colpa velo, + + e che faceva lì ciascun accorto + di suo dover, come ’l più basso face + qual temon gira per venire a porto, + + fermo s’affisse: la gente verace, + venuta prima tra ’l grifone ed esso, + al carro volse sé come a sua pace; + + e un di loro, quasi da ciel messo, + ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando + gridò tre volte, e tutti li altri appresso. + + Quali i beati al novissimo bando + surgeran presti ognun di sua caverna, + la revestita voce alleluiando, + + cotali in su la divina basterna + si levar cento, ad vocem tanti senis, + ministri e messaggier di vita etterna. + + Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, + e fior gittando e di sopra e dintorno, + ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. + + Io vidi già nel cominciar del giorno + la parte orïental tutta rosata, + e l’altro ciel di bel sereno addorno; + + e la faccia del sol nascere ombrata, + sì che per temperanza di vapori + l’occhio la sostenea lunga fïata: + + così dentro una nuvola di fiori + che da le mani angeliche saliva + e ricadeva in giù dentro e di fori, + + sovra candido vel cinta d’uliva + donna m’apparve, sotto verde manto + vestita di color di fiamma viva. + + E lo spirito mio, che già cotanto + tempo era stato ch’a la sua presenza + non era di stupor, tremando, affranto, + + sanza de li occhi aver più conoscenza, + per occulta virtù che da lei mosse, + d’antico amor sentì la gran potenza. + + Tosto che ne la vista mi percosse + l’alta virtù che già m’avea trafitto + prima ch’io fuor di püerizia fosse, + + volsimi a la sinistra col respitto + col quale il fantolin corre a la mamma + quando ha paura o quando elli è afflitto, + + per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma + di sangue m’è rimaso che non tremi: + conosco i segni de l’antica fiamma’. + + Ma Virgilio n’avea lasciati scemi + di sé, Virgilio dolcissimo patre, + Virgilio a cui per mia salute die’mi; + + né quantunque perdeo l’antica matre, + valse a le guance nette di rugiada, + che, lagrimando, non tornasser atre. + + «Dante, perché Virgilio se ne vada, + non pianger anco, non piangere ancora; + ché pianger ti conven per altra spada». + + Quasi ammiraglio che in poppa e in prora + viene a veder la gente che ministra + per li altri legni, e a ben far l’incora; + + in su la sponda del carro sinistra, + quando mi volsi al suon del nome mio, + che di necessità qui si registra, + + vidi la donna che pria m’appario + velata sotto l’angelica festa, + drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. + + Tutto che ’l vel che le scendea di testa, + cerchiato de le fronde di Minerva, + non la lasciasse parer manifesta, + + regalmente ne l’atto ancor proterva + continüò come colui che dice + e ’l più caldo parlar dietro reserva: + + «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. + Come degnasti d’accedere al monte? + non sapei tu che qui è l’uom felice?». + + Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; + ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, + tanta vergogna mi gravò la fronte. + + Così la madre al figlio par superba, + com’ ella parve a me; perché d’amaro + sente il sapor de la pietade acerba. + + Ella si tacque; e li angeli cantaro + di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; + ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. + + Sì come neve tra le vive travi + per lo dosso d’Italia si congela, + soffiata e stretta da li venti schiavi, + + poi, liquefatta, in sé stessa trapela, + pur che la terra che perde ombra spiri, + sì che par foco fonder la candela; + + così fui sanza lagrime e sospiri + anzi ’l cantar di quei che notan sempre + dietro a le note de li etterni giri; + + ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre + lor compatire a me, par che se detto + avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, + + lo gel che m’era intorno al cor ristretto, + spirito e acqua fessi, e con angoscia + de la bocca e de li occhi uscì del petto. + + Ella, pur ferma in su la detta coscia + del carro stando, a le sustanze pie + volse le sue parole così poscia: + + «Voi vigilate ne l’etterno die, + sì che notte né sonno a voi non fura + passo che faccia il secol per sue vie; + + onde la mia risposta è con più cura + che m’intenda colui che di là piagne, + perché sia colpa e duol d’una misura. + + Non pur per ovra de le rote magne, + che drizzan ciascun seme ad alcun fine + secondo che le stelle son compagne, + + ma per larghezza di grazie divine, + che sì alti vapori hanno a lor piova, + che nostre viste là non van vicine, + + questi fu tal ne la sua vita nova + virtüalmente, ch’ogne abito destro + fatto averebbe in lui mirabil prova. + + Ma tanto più maligno e più silvestro + si fa ’l terren col mal seme e non cólto, + quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. + + Alcun tempo il sostenni col mio volto: + mostrando li occhi giovanetti a lui, + meco il menava in dritta parte vòlto. + + Sì tosto come in su la soglia fui + di mia seconda etade e mutai vita, + questi si tolse a me, e diessi altrui. + + Quando di carne a spirto era salita, + e bellezza e virtù cresciuta m’era, + fu’ io a lui men cara e men gradita; + + e volse i passi suoi per via non vera, + imagini di ben seguendo false, + che nulla promession rendono intera. + + Né l’impetrare ispirazion mi valse, + con le quali e in sogno e altrimenti + lo rivocai: sì poco a lui ne calse! + + Tanto giù cadde, che tutti argomenti + a la salute sua eran già corti, + fuor che mostrarli le perdute genti. + + Per questo visitai l’uscio d’i morti, + e a colui che l’ha qua sù condotto, + li prieghi miei, piangendo, furon porti. + + Alto fato di Dio sarebbe rotto, + se Letè si passasse e tal vivanda + fosse gustata sanza alcuno scotto + + di pentimento che lagrime spanda». + + + + Purgatorio • Canto XXXI + + + «O tu che se’ di là dal fiume sacro», + volgendo suo parlare a me per punta, + che pur per taglio m’era paruto acro, + + ricominciò, seguendo sanza cunta, + «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa + tua confession conviene esser congiunta». + + Era la mia virtù tanto confusa, + che la voce si mosse, e pria si spense + che da li organi suoi fosse dischiusa. + + Poco sofferse; poi disse: «Che pense? + Rispondi a me; ché le memorie triste + in te non sono ancor da l’acqua offense». + + Confusione e paura insieme miste + mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, + al quale intender fuor mestier le viste. + + Come balestro frange, quando scocca + da troppa tesa, la sua corda e l’arco, + e con men foga l’asta il segno tocca, + + sì scoppia’ io sottesso grave carco, + fuori sgorgando lagrime e sospiri, + e la voce allentò per lo suo varco. + + Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, + che ti menavano ad amar lo bene + di là dal qual non è a che s’aspiri, + + quai fossi attraversati o quai catene + trovasti, per che del passare innanzi + dovessiti così spogliar la spene? + + E quali agevolezze o quali avanzi + ne la fronte de li altri si mostraro, + per che dovessi lor passeggiare anzi?». + + Dopo la tratta d’un sospiro amaro, + a pena ebbi la voce che rispuose, + e le labbra a fatica la formaro. + + Piangendo dissi: «Le presenti cose + col falso lor piacer volser miei passi, + tosto che ’l vostro viso si nascose». + + Ed ella: «Se tacessi o se negassi + ciò che confessi, non fora men nota + la colpa tua: da tal giudice sassi! + + Ma quando scoppia de la propria gota + l’accusa del peccato, in nostra corte + rivolge sé contra ’l taglio la rota. + + Tuttavia, perché mo vergogna porte + del tuo errore, e perché altra volta, + udendo le serene, sie più forte, + + pon giù il seme del piangere e ascolta: + sì udirai come in contraria parte + mover dovieti mia carne sepolta. + + Mai non t’appresentò natura o arte + piacer, quanto le belle membra in ch’io + rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; + + e se ’l sommo piacer sì ti fallio + per la mia morte, qual cosa mortale + dovea poi trarre te nel suo disio? + + Ben ti dovevi, per lo primo strale + de le cose fallaci, levar suso + di retro a me che non era più tale. + + Non ti dovea gravar le penne in giuso, + ad aspettar più colpo, o pargoletta + o altra novità con sì breve uso. + + Novo augelletto due o tre aspetta; + ma dinanzi da li occhi d’i pennuti + rete si spiega indarno o si saetta». + + Quali fanciulli, vergognando, muti + con li occhi a terra stannosi, ascoltando + e sé riconoscendo e ripentuti, + + tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando + per udir se’ dolente, alza la barba, + e prenderai più doglia riguardando». + + Con men di resistenza si dibarba + robusto cerro, o vero al nostral vento + o vero a quel de la terra di Iarba, + + ch’io non levai al suo comando il mento; + e quando per la barba il viso chiese, + ben conobbi il velen de l’argomento. + + E come la mia faccia si distese, + posarsi quelle prime creature + da loro aspersïon l’occhio comprese; + + e le mie luci, ancor poco sicure, + vider Beatrice volta in su la fiera + ch’è sola una persona in due nature. + + Sotto ’l suo velo e oltre la rivera + vincer pariemi più sé stessa antica, + vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. + + Di penter sì mi punse ivi l’ortica, + che di tutte altre cose qual mi torse + più nel suo amor, più mi si fé nemica. + + Tanta riconoscenza il cor mi morse, + ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, + salsi colei che la cagion mi porse. + + Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, + la donna ch’io avea trovata sola + sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». + + Tratto m’avea nel fiume infin la gola, + e tirandosi me dietro sen giva + sovresso l’acqua lieve come scola. + + Quando fui presso a la beata riva, + ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, + che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. + + La bella donna ne le braccia aprissi; + abbracciommi la testa e mi sommerse + ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. + + Indi mi tolse, e bagnato m’offerse + dentro a la danza de le quattro belle; + e ciascuna del braccio mi coperse. + + «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; + pria che Beatrice discendesse al mondo, + fummo ordinate a lei per sue ancelle. + + Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo + lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi + le tre di là, che miran più profondo». + + Così cantando cominciaro; e poi + al petto del grifon seco menarmi, + ove Beatrice stava volta a noi. + + Disser: «Fa che le viste non risparmi; + posto t’avem dinanzi a li smeraldi + ond’ Amor già ti trasse le sue armi». + + Mille disiri più che fiamma caldi + strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, + che pur sopra ’l grifone stavan saldi. + + Come in lo specchio il sol, non altrimenti + la doppia fiera dentro vi raggiava, + or con altri, or con altri reggimenti. + + Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, + quando vedea la cosa in sé star queta, + e ne l’idolo suo si trasmutava. + + Mentre che piena di stupore e lieta + l’anima mia gustava di quel cibo + che, saziando di sé, di sé asseta, + + sé dimostrando di più alto tribo + ne li atti, l’altre tre si fero avanti, + danzando al loro angelico caribo. + + «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», + era la sua canzone, «al tuo fedele + che, per vederti, ha mossi passi tanti! + + Per grazia fa noi grazia che disvele + a lui la bocca tua, sì che discerna + la seconda bellezza che tu cele». + + O isplendor di viva luce etterna, + chi palido si fece sotto l’ombra + sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, + + che non paresse aver la mente ingombra, + tentando a render te qual tu paresti + là dove armonizzando il ciel t’adombra, + + quando ne l’aere aperto ti solvesti? + + + + Purgatorio • Canto XXXII + + + Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti + a disbramarsi la decenne sete, + che li altri sensi m’eran tutti spenti. + + Ed essi quinci e quindi avien parete + di non caler—così lo santo riso + a sé traéli con l’antica rete!—; + + quando per forza mi fu vòlto il viso + ver’ la sinistra mia da quelle dee, + perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; + + e la disposizion ch’a veder èe + ne li occhi pur testé dal sol percossi, + sanza la vista alquanto esser mi fée. + + Ma poi ch’al poco il viso riformossi + (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto + sensibile onde a forza mi rimossi), + + vidi ’n sul braccio destro esser rivolto + lo glorïoso essercito, e tornarsi + col sole e con le sette fiamme al volto. + + Come sotto li scudi per salvarsi + volgesi schiera, e sé gira col segno, + prima che possa tutta in sé mutarsi; + + quella milizia del celeste regno + che procedeva, tutta trapassonne + pria che piegasse il carro il primo legno. + + Indi a le rote si tornar le donne, + e ’l grifon mosse il benedetto carco + sì, che però nulla penna crollonne. + + La bella donna che mi trasse al varco + e Stazio e io seguitavam la rota + che fé l’orbita sua con minore arco. + + Sì passeggiando l’alta selva vòta, + colpa di quella ch’al serpente crese, + temprava i passi un’angelica nota. + + Forse in tre voli tanto spazio prese + disfrenata saetta, quanto eramo + rimossi, quando Bëatrice scese. + + Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; + poi cerchiaro una pianta dispogliata + di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. + + La coma sua, che tanto si dilata + più quanto più è sù, fora da l’Indi + ne’ boschi lor per altezza ammirata. + + «Beato se’, grifon, che non discindi + col becco d’esto legno dolce al gusto, + poscia che mal si torce il ventre quindi». + + Così dintorno a l’albero robusto + gridaron li altri; e l’animal binato: + «Sì si conserva il seme d’ogne giusto». + + E vòlto al temo ch’elli avea tirato, + trasselo al piè de la vedova frasca, + e quel di lei a lei lasciò legato. + + Come le nostre piante, quando casca + giù la gran luce mischiata con quella + che raggia dietro a la celeste lasca, + + turgide fansi, e poi si rinovella + di suo color ciascuna, pria che ’l sole + giunga li suoi corsier sotto altra stella; + + men che di rose e più che di vïole + colore aprendo, s’innovò la pianta, + che prima avea le ramora sì sole. + + Io non lo ’ntesi, né qui non si canta + l’inno che quella gente allor cantaro, + né la nota soffersi tutta quanta. + + S’io potessi ritrar come assonnaro + li occhi spietati udendo di Siringa, + li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; + + come pintor che con essempro pinga, + disegnerei com’ io m’addormentai; + ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. + + Però trascorro a quando mi svegliai, + e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo + del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». + + Quali a veder de’ fioretti del melo + che del suo pome li angeli fa ghiotti + e perpetüe nozze fa nel cielo, + + Pietro e Giovanni e Iacopo condotti + e vinti, ritornaro a la parola + da la qual furon maggior sonni rotti, + + e videro scemata loro scuola + così di Moïsè come d’Elia, + e al maestro suo cangiata stola; + + tal torna’ io, e vidi quella pia + sovra me starsi che conducitrice + fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. + + E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». + Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda + nova sedere in su la sua radice. + + Vedi la compagnia che la circonda: + li altri dopo ’l grifon sen vanno suso + con più dolce canzone e più profonda». + + E se più fu lo suo parlar diffuso, + non so, però che già ne li occhi m’era + quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. + + Sola sedeasi in su la terra vera, + come guardia lasciata lì del plaustro + che legar vidi a la biforme fera. + + In cerchio le facevan di sé claustro + le sette ninfe, con quei lumi in mano + che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. + + «Qui sarai tu poco tempo silvano; + e sarai meco sanza fine cive + di quella Roma onde Cristo è romano. + + Però, in pro del mondo che mal vive, + al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, + ritornato di là, fa che tu scrive». + + Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi + d’i suoi comandamenti era divoto, + la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. + + Non scese mai con sì veloce moto + foco di spessa nube, quando piove + da quel confine che più va remoto, + + com’ io vidi calar l’uccel di Giove + per l’alber giù, rompendo de la scorza, + non che d’i fiori e de le foglie nove; + + e ferì ’l carro di tutta sua forza; + ond’ el piegò come nave in fortuna, + vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. + + Poscia vidi avventarsi ne la cuna + del trïunfal veiculo una volpe + che d’ogne pasto buon parea digiuna; + + ma, riprendendo lei di laide colpe, + la donna mia la volse in tanta futa + quanto sofferser l’ossa sanza polpe. + + Poscia per indi ond’ era pria venuta, + l’aguglia vidi scender giù ne l’arca + del carro e lasciar lei di sé pennuta; + + e qual esce di cuor che si rammarca, + tal voce uscì del cielo e cotal disse: + «O navicella mia, com’ mal se’ carca!». + + Poi parve a me che la terra s’aprisse + tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago + che per lo carro sù la coda fisse; + + e come vespa che ritragge l’ago, + a sé traendo la coda maligna, + trasse del fondo, e gissen vago vago. + + Quel che rimase, come da gramigna + vivace terra, da la piuma, offerta + forse con intenzion sana e benigna, + + si ricoperse, e funne ricoperta + e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto + che più tiene un sospir la bocca aperta. + + Trasformato così ’l dificio santo + mise fuor teste per le parti sue, + tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. + + Le prime eran cornute come bue, + ma le quattro un sol corno avean per fronte: + simile mostro visto ancor non fue. + + Sicura, quasi rocca in alto monte, + seder sovresso una puttana sciolta + m’apparve con le ciglia intorno pronte; + + e come perché non li fosse tolta, + vidi di costa a lei dritto un gigante; + e basciavansi insieme alcuna volta. + + Ma perché l’occhio cupido e vagante + a me rivolse, quel feroce drudo + la flagellò dal capo infin le piante; + + poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, + disciolse il mostro, e trassel per la selva, + tanto che sol di lei mi fece scudo + + a la puttana e a la nova belva. + + + + Purgatorio • Canto XXXIII + + + ‘Deus, venerunt gentes’, alternando + or tre or quattro dolce salmodia, + le donne incominciaro, e lagrimando; + + e Bëatrice, sospirosa e pia, + quelle ascoltava sì fatta, che poco + più a la croce si cambiò Maria. + + Ma poi che l’altre vergini dier loco + a lei di dir, levata dritta in pè, + rispuose, colorata come foco: + + ‘Modicum, et non videbitis me; + et iterum, sorelle mie dilette, + modicum, et vos videbitis me’. + + Poi le si mise innanzi tutte e sette, + e dopo sé, solo accennando, mosse + me e la donna e ’l savio che ristette. + + Così sen giva; e non credo che fosse + lo decimo suo passo in terra posto, + quando con li occhi li occhi mi percosse; + + e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», + mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, + ad ascoltarmi tu sie ben disposto». + + Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, + dissemi: «Frate, perché non t’attenti + a domandarmi omai venendo meco?». + + Come a color che troppo reverenti + dinanzi a suo maggior parlando sono, + che non traggon la voce viva ai denti, + + avvenne a me, che sanza intero suono + incominciai: «Madonna, mia bisogna + voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». + + Ed ella a me: «Da tema e da vergogna + voglio che tu omai ti disviluppe, + sì che non parli più com’ om che sogna. + + Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, + fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda + che vendetta di Dio non teme suppe. + + Non sarà tutto tempo sanza reda + l’aguglia che lasciò le penne al carro, + per che divenne mostro e poscia preda; + + ch’io veggio certamente, e però il narro, + a darne tempo già stelle propinque, + secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, + + nel quale un cinquecento diece e cinque, + messo di Dio, anciderà la fuia + con quel gigante che con lei delinque. + + E forse che la mia narrazion buia, + qual Temi e Sfinge, men ti persuade, + perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; + + ma tosto fier li fatti le Naiade, + che solveranno questo enigma forte + sanza danno di pecore o di biade. + + Tu nota; e sì come da me son porte, + così queste parole segna a’ vivi + del viver ch’è un correre a la morte. + + E aggi a mente, quando tu le scrivi, + di non celar qual hai vista la pianta + ch’è or due volte dirubata quivi. + + Qualunque ruba quella o quella schianta, + con bestemmia di fatto offende a Dio, + che solo a l’uso suo la creò santa. + + Per morder quella, in pena e in disio + cinquemilia anni e più l’anima prima + bramò colui che ’l morso in sé punio. + + Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima + per singular cagione esser eccelsa + lei tanto e sì travolta ne la cima. + + E se stati non fossero acqua d’Elsa + li pensier vani intorno a la tua mente, + e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, + + per tante circostanze solamente + la giustizia di Dio, ne l’interdetto, + conosceresti a l’arbor moralmente. + + Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto + fatto di pietra e, impetrato, tinto, + sì che t’abbaglia il lume del mio detto, + + voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, + che ’l te ne porti dentro a te per quello + che si reca il bordon di palma cinto». + + E io: «Sì come cera da suggello, + che la figura impressa non trasmuta, + segnato è or da voi lo mio cervello. + + Ma perché tanto sovra mia veduta + vostra parola disïata vola, + che più la perde quanto più s’aiuta?». + + «Perché conoschi», disse, «quella scuola + c’hai seguitata, e veggi sua dottrina + come può seguitar la mia parola; + + e veggi vostra via da la divina + distar cotanto, quanto si discorda + da terra il ciel che più alto festina». + + Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda + ch’i’ stranïasse me già mai da voi, + né honne coscïenza che rimorda». + + «E se tu ricordar non te ne puoi», + sorridendo rispuose, «or ti rammenta + come bevesti di Letè ancoi; + + e se dal fummo foco s’argomenta, + cotesta oblivïon chiaro conchiude + colpa ne la tua voglia altrove attenta. + + Veramente oramai saranno nude + le mie parole, quanto converrassi + quelle scovrire a la tua vista rude». + + E più corusco e con più lenti passi + teneva il sole il cerchio di merigge, + che qua e là, come li aspetti, fassi, + + quando s’affisser, sì come s’affigge + chi va dinanzi a gente per iscorta + se trova novitate o sue vestigge, + + le sette donne al fin d’un’ombra smorta, + qual sotto foglie verdi e rami nigri + sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. + + Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri + veder mi parve uscir d’una fontana, + e, quasi amici, dipartirsi pigri. + + «O luce, o gloria de la gente umana, + che acqua è questa che qui si dispiega + da un principio e sé da sé lontana?». + + Per cotal priego detto mi fu: «Priega + Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, + come fa chi da colpa si dislega, + + la bella donna: «Questo e altre cose + dette li son per me; e son sicura + che l’acqua di Letè non gliel nascose». + + E Bëatrice: «Forse maggior cura, + che spesse volte la memoria priva, + fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. + + Ma vedi Eünoè che là diriva: + menalo ad esso, e come tu se’ usa, + la tramortita sua virtù ravviva». + + Come anima gentil, che non fa scusa, + ma fa sua voglia de la voglia altrui + tosto che è per segno fuor dischiusa; + + così, poi che da essa preso fui, + la bella donna mossesi, e a Stazio + donnescamente disse: «Vien con lui». + + S’io avessi, lettor, più lungo spazio + da scrivere, i’ pur cantere’ in parte + lo dolce ber che mai non m’avria sazio; + + ma perché piene son tutte le carte + ordite a questa cantica seconda, + non mi lascia più ir lo fren de l’arte. + + Io ritornai da la santissima onda + rifatto sì come piante novelle + rinovellate di novella fronda, + + puro e disposto a salire a le stelle. + + + + + + PARADISO + + + + + Paradiso • Canto I + + + La gloria di colui che tutto move + per l’universo penetra, e risplende + in una parte più e meno altrove. + + Nel ciel che più de la sua luce prende + fu’ io, e vidi cose che ridire + né sa né può chi di là sù discende; + + perché appressando sé al suo disire, + nostro intelletto si profonda tanto, + che dietro la memoria non può ire. + + Veramente quant’ io del regno santo + ne la mia mente potei far tesoro, + sarà ora materia del mio canto. + + O buono Appollo, a l’ultimo lavoro + fammi del tuo valor sì fatto vaso, + come dimandi a dar l’amato alloro. + + Infino a qui l’un giogo di Parnaso + assai mi fu; ma or con amendue + m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. + + Entra nel petto mio, e spira tue + sì come quando Marsïa traesti + de la vagina de le membra sue. + + O divina virtù, se mi ti presti + tanto che l’ombra del beato regno + segnata nel mio capo io manifesti, + + vedra’mi al piè del tuo diletto legno + venire, e coronarmi de le foglie + che la materia e tu mi farai degno. + + Sì rade volte, padre, se ne coglie + per trïunfare o cesare o poeta, + colpa e vergogna de l’umane voglie, + + che parturir letizia in su la lieta + delfica deïtà dovria la fronda + peneia, quando alcun di sé asseta. + + Poca favilla gran fiamma seconda: + forse di retro a me con miglior voci + si pregherà perché Cirra risponda. + + Surge ai mortali per diverse foci + la lucerna del mondo; ma da quella + che quattro cerchi giugne con tre croci, + + con miglior corso e con migliore stella + esce congiunta, e la mondana cera + più a suo modo tempera e suggella. + + Fatto avea di là mane e di qua sera + tal foce, e quasi tutto era là bianco + quello emisperio, e l’altra parte nera, + + quando Beatrice in sul sinistro fianco + vidi rivolta e riguardar nel sole: + aguglia sì non li s’affisse unquanco. + + E sì come secondo raggio suole + uscir del primo e risalire in suso, + pur come pelegrin che tornar vuole, + + così de l’atto suo, per li occhi infuso + ne l’imagine mia, il mio si fece, + e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso. + + Molto è licito là, che qui non lece + a le nostre virtù, mercé del loco + fatto per proprio de l’umana spece. + + Io nol soffersi molto, né sì poco, + ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, + com’ ferro che bogliente esce del foco; + + e di sùbito parve giorno a giorno + essere aggiunto, come quei che puote + avesse il ciel d’un altro sole addorno. + + Beatrice tutta ne l’etterne rote + fissa con li occhi stava; e io in lei + le luci fissi, di là sù rimote. + + Nel suo aspetto tal dentro mi fei, + qual si fé Glauco nel gustar de l’erba + che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. + + Trasumanar significar per verba + non si poria; però l’essemplo basti + a cui esperïenza grazia serba. + + S’i’ era sol di me quel che creasti + novellamente, amor che ’l ciel governi, + tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. + + Quando la rota che tu sempiterni + desiderato, a sé mi fece atteso + con l’armonia che temperi e discerni, + + parvemi tanto allor del cielo acceso + de la fiamma del sol, che pioggia o fiume + lago non fece alcun tanto disteso. + + La novità del suono e ’l grande lume + di lor cagion m’accesero un disio + mai non sentito di cotanto acume. + + Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, + a quïetarmi l’animo commosso, + pria ch’io a dimandar, la bocca aprio + + e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso + col falso imaginar, sì che non vedi + ciò che vedresti se l’avessi scosso. + + Tu non se’ in terra, sì come tu credi; + ma folgore, fuggendo il proprio sito, + non corse come tu ch’ad esso riedi». + + S’io fui del primo dubbio disvestito + per le sorrise parolette brevi, + dentro ad un nuovo più fu’ inretito + + e dissi: «Già contento requïevi + di grande ammirazion; ma ora ammiro + com’ io trascenda questi corpi levi». + + Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, + li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante + che madre fa sovra figlio deliro, + + e cominciò: «Le cose tutte quante + hanno ordine tra loro, e questo è forma + che l’universo a Dio fa simigliante. + + Qui veggion l’alte creature l’orma + de l’etterno valore, il qual è fine + al quale è fatta la toccata norma. + + Ne l’ordine ch’io dico sono accline + tutte nature, per diverse sorti, + più al principio loro e men vicine; + + onde si muovono a diversi porti + per lo gran mar de l’essere, e ciascuna + con istinto a lei dato che la porti. + + Questi ne porta il foco inver’ la luna; + questi ne’ cor mortali è permotore; + questi la terra in sé stringe e aduna; + + né pur le creature che son fore + d’intelligenza quest’ arco saetta, + ma quelle c’hanno intelletto e amore. + + La provedenza, che cotanto assetta, + del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto + nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; + + e ora lì, come a sito decreto, + cen porta la virtù di quella corda + che ciò che scocca drizza in segno lieto. + + Vero è che, come forma non s’accorda + molte fïate a l’intenzion de l’arte, + perch’ a risponder la materia è sorda, + + così da questo corso si diparte + talor la creatura, c’ha podere + di piegar, così pinta, in altra parte; + + e sì come veder si può cadere + foco di nube, sì l’impeto primo + l’atterra torto da falso piacere. + + Non dei più ammirar, se bene stimo, + lo tuo salir, se non come d’un rivo + se d’alto monte scende giuso ad imo. + + Maraviglia sarebbe in te se, privo + d’impedimento, giù ti fossi assiso, + com’ a terra quïete in foco vivo». + + Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. + + + + Paradiso • Canto II + + + O voi che siete in piccioletta barca, + desiderosi d’ascoltar, seguiti + dietro al mio legno che cantando varca, + + tornate a riveder li vostri liti: + non vi mettete in pelago, ché forse, + perdendo me, rimarreste smarriti. + + L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; + Minerva spira, e conducemi Appollo, + e nove Muse mi dimostran l’Orse. + + Voialtri pochi che drizzaste il collo + per tempo al pan de li angeli, del quale + vivesi qui ma non sen vien satollo, + + metter potete ben per l’alto sale + vostro navigio, servando mio solco + dinanzi a l’acqua che ritorna equale. + + Que’ glorïosi che passaro al Colco + non s’ammiraron come voi farete, + quando Iasón vider fatto bifolco. + + La concreata e perpetüa sete + del deïforme regno cen portava + veloci quasi come ’l ciel vedete. + + Beatrice in suso, e io in lei guardava; + e forse in tanto in quanto un quadrel posa + e vola e da la noce si dischiava, + + giunto mi vidi ove mirabil cosa + mi torse il viso a sé; e però quella + cui non potea mia cura essere ascosa, + + volta ver’ me, sì lieta come bella, + «Drizza la mente in Dio grata», mi disse, + «che n’ha congiunti con la prima stella». + + Parev’ a me che nube ne coprisse + lucida, spessa, solida e pulita, + quasi adamante che lo sol ferisse. + + Per entro sé l’etterna margarita + ne ricevette, com’ acqua recepe + raggio di luce permanendo unita. + + S’io era corpo, e qui non si concepe + com’ una dimensione altra patio, + ch’esser convien se corpo in corpo repe, + + accender ne dovria più il disio + di veder quella essenza in che si vede + come nostra natura e Dio s’unio. + + Lì si vedrà ciò che tenem per fede, + non dimostrato, ma fia per sé noto + a guisa del ver primo che l’uom crede. + + Io rispuosi: «Madonna, sì devoto + com’ esser posso più, ringrazio lui + lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. + + Ma ditemi: che son li segni bui + di questo corpo, che là giuso in terra + fan di Cain favoleggiare altrui?». + + Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra + l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali + dove chiave di senso non diserra, + + certo non ti dovrien punger li strali + d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi + vedi che la ragione ha corte l’ali. + + Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». + E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso + credo che fanno i corpi rari e densi». + + Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso + nel falso il creder tuo, se bene ascolti + l’argomentar ch’io li farò avverso. + + La spera ottava vi dimostra molti + lumi, li quali e nel quale e nel quanto + notar si posson di diversi volti. + + Se raro e denso ciò facesser tanto, + una sola virtù sarebbe in tutti, + più e men distributa e altrettanto. + + Virtù diverse esser convegnon frutti + di princìpi formali, e quei, for ch’uno, + seguiterieno a tua ragion distrutti. + + Ancor, se raro fosse di quel bruno + cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte + fora di sua materia sì digiuno + + esto pianeto, o, sì come comparte + lo grasso e ’l magro un corpo, così questo + nel suo volume cangerebbe carte. + + Se ’l primo fosse, fora manifesto + ne l’eclissi del sol, per trasparere + lo lume come in altro raro ingesto. + + Questo non è: però è da vedere + de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, + falsificato fia lo tuo parere. + + S’elli è che questo raro non trapassi, + esser conviene un termine da onde + lo suo contrario più passar non lassi; + + e indi l’altrui raggio si rifonde + così come color torna per vetro + lo qual di retro a sé piombo nasconde. + + Or dirai tu ch’el si dimostra tetro + ivi lo raggio più che in altre parti, + per esser lì refratto più a retro. + + Da questa instanza può deliberarti + esperïenza, se già mai la provi, + ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. + + Tre specchi prenderai; e i due rimovi + da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, + tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. + + Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso + ti stea un lume che i tre specchi accenda + e torni a te da tutti ripercosso. + + Ben che nel quanto tanto non si stenda + la vista più lontana, lì vedrai + come convien ch’igualmente risplenda. + + Or, come ai colpi de li caldi rai + de la neve riman nudo il suggetto + e dal colore e dal freddo primai, + + così rimaso te ne l’intelletto + voglio informar di luce sì vivace, + che ti tremolerà nel suo aspetto. + + Dentro dal ciel de la divina pace + si gira un corpo ne la cui virtute + l’esser di tutto suo contento giace. + + Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, + quell’ esser parte per diverse essenze, + da lui distratte e da lui contenute. + + Li altri giron per varie differenze + le distinzion che dentro da sé hanno + dispongono a lor fini e lor semenze. + + Questi organi del mondo così vanno, + come tu vedi omai, di grado in grado, + che di sù prendono e di sotto fanno. + + Riguarda bene omai sì com’ io vado + per questo loco al vero che disiri, + sì che poi sappi sol tener lo guado. + + Lo moto e la virtù d’i santi giri, + come dal fabbro l’arte del martello, + da’ beati motor convien che spiri; + + e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, + de la mente profonda che lui volve + prende l’image e fassene suggello. + + E come l’alma dentro a vostra polve + per differenti membra e conformate + a diverse potenze si risolve, + + così l’intelligenza sua bontate + multiplicata per le stelle spiega, + girando sé sovra sua unitate. + + Virtù diversa fa diversa lega + col prezïoso corpo ch’ella avviva, + nel qual, sì come vita in voi, si lega. + + Per la natura lieta onde deriva, + la virtù mista per lo corpo luce + come letizia per pupilla viva. + + Da essa vien ciò che da luce a luce + par differente, non da denso e raro; + essa è formal principio che produce, + + conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». + + + + Paradiso • Canto III + + + Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, + di bella verità m’avea scoverto, + provando e riprovando, il dolce aspetto; + + e io, per confessar corretto e certo + me stesso, tanto quanto si convenne + leva’ il capo a proferer più erto; + + ma visïone apparve che ritenne + a sé me tanto stretto, per vedersi, + che di mia confession non mi sovvenne. + + Quali per vetri trasparenti e tersi, + o ver per acque nitide e tranquille, + non sì profonde che i fondi sien persi, + + tornan d’i nostri visi le postille + debili sì, che perla in bianca fronte + non vien men forte a le nostre pupille; + + tali vid’ io più facce a parlar pronte; + per ch’io dentro a l’error contrario corsi + a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. + + Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, + quelle stimando specchiati sembianti, + per veder di cui fosser, li occhi torsi; + + e nulla vidi, e ritorsili avanti + dritti nel lume de la dolce guida, + che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. + + «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», + mi disse, «appresso il tuo püeril coto, + poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, + + ma te rivolve, come suole, a vòto: + vere sustanze son ciò che tu vedi, + qui rilegate per manco di voto. + + Però parla con esse e odi e credi; + ché la verace luce che le appaga + da sé non lascia lor torcer li piedi». + + E io a l’ombra che parea più vaga + di ragionar, drizza’mi, e cominciai, + quasi com’ uom cui troppa voglia smaga: + + «O ben creato spirito, che a’ rai + di vita etterna la dolcezza senti + che, non gustata, non s’intende mai, + + grazïoso mi fia se mi contenti + del nome tuo e de la vostra sorte». + Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti: + + «La nostra carità non serra porte + a giusta voglia, se non come quella + che vuol simile a sé tutta sua corte. + + I’ fui nel mondo vergine sorella; + e se la mente tua ben sé riguarda, + non mi ti celerà l’esser più bella, + + ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, + che, posta qui con questi altri beati, + beata sono in la spera più tarda. + + Li nostri affetti, che solo infiammati + son nel piacer de lo Spirito Santo, + letizian del suo ordine formati. + + E questa sorte che par giù cotanto, + però n’è data, perché fuor negletti + li nostri voti, e vòti in alcun canto». + + Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti + vostri risplende non so che divino + che vi trasmuta da’ primi concetti: + + però non fui a rimembrar festino; + ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, + sì che raffigurar m’è più latino. + + Ma dimmi: voi che siete qui felici, + disiderate voi più alto loco + per più vedere e per più farvi amici?». + + Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; + da indi mi rispuose tanto lieta, + ch’arder parea d’amor nel primo foco: + + «Frate, la nostra volontà quïeta + virtù di carità, che fa volerne + sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. + + Se disïassimo esser più superne, + foran discordi li nostri disiri + dal voler di colui che qui ne cerne; + + che vedrai non capere in questi giri, + s’essere in carità è qui necesse, + e se la sua natura ben rimiri. + + Anzi è formale ad esto beato esse + tenersi dentro a la divina voglia, + per ch’una fansi nostre voglie stesse; + + sì che, come noi sem di soglia in soglia + per questo regno, a tutto il regno piace + com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. + + E ’n la sua volontade è nostra pace: + ell’ è quel mare al qual tutto si move + ciò ch’ella crïa o che natura face». + + Chiaro mi fu allor come ogne dove + in cielo è paradiso, etsi la grazia + del sommo ben d’un modo non vi piove. + + Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia + e d’un altro rimane ancor la gola, + che quel si chere e di quel si ringrazia, + + così fec’ io con atto e con parola, + per apprender da lei qual fu la tela + onde non trasse infino a co la spuola. + + «Perfetta vita e alto merto inciela + donna più sù», mi disse, «a la cui norma + nel vostro mondo giù si veste e vela, + + perché fino al morir si vegghi e dorma + con quello sposo ch’ogne voto accetta + che caritate a suo piacer conforma. + + Dal mondo, per seguirla, giovinetta + fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi + e promisi la via de la sua setta. + + Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, + fuor mi rapiron de la dolce chiostra: + Iddio si sa qual poi mia vita fusi. + + E quest’ altro splendor che ti si mostra + da la mia destra parte e che s’accende + di tutto il lume de la spera nostra, + + ciò ch’io dico di me, di sé intende; + sorella fu, e così le fu tolta + di capo l’ombra de le sacre bende. + + Ma poi che pur al mondo fu rivolta + contra suo grado e contra buona usanza, + non fu dal vel del cor già mai disciolta. + + Quest’ è la luce de la gran Costanza + che del secondo vento di Soave + generò ’l terzo e l’ultima possanza». + + Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, + Maria’ cantando, e cantando vanio + come per acqua cupa cosa grave. + + La vista mia, che tanto lei seguio + quanto possibil fu, poi che la perse, + volsesi al segno di maggior disio, + + e a Beatrice tutta si converse; + ma quella folgorò nel mïo sguardo + sì che da prima il viso non sofferse; + + e ciò mi fece a dimandar più tardo. + + + + Paradiso • Canto IV + + + Intra due cibi, distanti e moventi + d’un modo, prima si morria di fame, + che liber’ omo l’un recasse ai denti; + + sì si starebbe un agno intra due brame + di fieri lupi, igualmente temendo; + sì si starebbe un cane intra due dame: + + per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, + da li miei dubbi d’un modo sospinto, + poi ch’era necessario, né commendo. + + Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto + m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, + più caldo assai che per parlar distinto. + + Fé sì Beatrice qual fé Danïello, + Nabuccodonosor levando d’ira, + che l’avea fatto ingiustamente fello; + + e disse: «Io veggio ben come ti tira + uno e altro disio, sì che tua cura + sé stessa lega sì che fuor non spira. + + Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, + la vïolenza altrui per qual ragione + di meritar mi scema la misura?”. + + Ancor di dubitar ti dà cagione + parer tornarsi l’anime a le stelle, + secondo la sentenza di Platone. + + Queste son le question che nel tuo velle + pontano igualmente; e però pria + tratterò quella che più ha di felle. + + D’i Serafin colui che più s’india, + Moïsè, Samuel, e quel Giovanni + che prender vuoli, io dico, non Maria, + + non hanno in altro cielo i loro scanni + che questi spirti che mo t’appariro, + né hanno a l’esser lor più o meno anni; + + ma tutti fanno bello il primo giro, + e differentemente han dolce vita + per sentir più e men l’etterno spiro. + + Qui si mostraro, non perché sortita + sia questa spera lor, ma per far segno + de la celestïal c’ha men salita. + + Così parlar conviensi al vostro ingegno, + però che solo da sensato apprende + ciò che fa poscia d’intelletto degno. + + Per questo la Scrittura condescende + a vostra facultate, e piedi e mano + attribuisce a Dio e altro intende; + + e Santa Chiesa con aspetto umano + Gabrïel e Michel vi rappresenta, + e l’altro che Tobia rifece sano. + + Quel che Timeo de l’anime argomenta + non è simile a ciò che qui si vede, + però che, come dice, par che senta. + + Dice che l’alma a la sua stella riede, + credendo quella quindi esser decisa + quando natura per forma la diede; + + e forse sua sentenza è d’altra guisa + che la voce non suona, ed esser puote + con intenzion da non esser derisa. + + S’elli intende tornare a queste ruote + l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse + in alcun vero suo arco percuote. + + Questo principio, male inteso, torse + già tutto il mondo quasi, sì che Giove, + Mercurio e Marte a nominar trascorse. + + L’altra dubitazion che ti commove + ha men velen, però che sua malizia + non ti poria menar da me altrove. + + Parere ingiusta la nostra giustizia + ne li occhi d’i mortali, è argomento + di fede e non d’eretica nequizia. + + Ma perché puote vostro accorgimento + ben penetrare a questa veritate, + come disiri, ti farò contento. + + Se vïolenza è quando quel che pate + nïente conferisce a quel che sforza, + non fuor quest’ alme per essa scusate: + + ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, + ma fa come natura face in foco, + se mille volte vïolenza il torza. + + Per che, s’ella si piega assai o poco, + segue la forza; e così queste fero + possendo rifuggir nel santo loco. + + Se fosse stato lor volere intero, + come tenne Lorenzo in su la grada, + e fece Muzio a la sua man severo, + + così l’avria ripinte per la strada + ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; + ma così salda voglia è troppo rada. + + E per queste parole, se ricolte + l’hai come dei, è l’argomento casso + che t’avria fatto noia ancor più volte. + + Ma or ti s’attraversa un altro passo + dinanzi a li occhi, tal che per te stesso + non usciresti: pria saresti lasso. + + Io t’ho per certo ne la mente messo + ch’alma beata non poria mentire, + però ch’è sempre al primo vero appresso; + + e poi potesti da Piccarda udire + che l’affezion del vel Costanza tenne; + sì ch’ella par qui meco contradire. + + Molte fïate già, frate, addivenne + che, per fuggir periglio, contra grato + si fé di quel che far non si convenne; + + come Almeone, che, di ciò pregato + dal padre suo, la propria madre spense, + per non perder pietà si fé spietato. + + A questo punto voglio che tu pense + che la forza al voler si mischia, e fanno + sì che scusar non si posson l’offense. + + Voglia assoluta non consente al danno; + ma consentevi in tanto in quanto teme, + se si ritrae, cadere in più affanno. + + Però, quando Piccarda quello spreme, + de la voglia assoluta intende, e io + de l’altra; sì che ver diciamo insieme». + + Cotal fu l’ondeggiar del santo rio + ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; + tal puose in pace uno e altro disio. + + «O amanza del primo amante, o diva», + diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda + e scalda sì, che più e più m’avviva, + + non è l’affezion mia tanto profonda, + che basti a render voi grazia per grazia; + ma quei che vede e puote a ciò risponda. + + Io veggio ben che già mai non si sazia + nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra + di fuor dal qual nessun vero si spazia. + + Posasi in esso, come fera in lustra, + tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: + se non, ciascun disio sarebbe frustra. + + Nasce per quello, a guisa di rampollo, + a piè del vero il dubbio; ed è natura + ch’al sommo pinge noi di collo in collo. + + Questo m’invita, questo m’assicura + con reverenza, donna, a dimandarvi + d’un’altra verità che m’è oscura. + + Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi + ai voti manchi sì con altri beni, + ch’a la vostra statera non sien parvi». + + Beatrice mi guardò con li occhi pieni + di faville d’amor così divini, + che, vinta, mia virtute diè le reni, + + e quasi mi perdei con li occhi chini. + + + + Paradiso • Canto V + + + «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore + di là dal modo che ’n terra si vede, + sì che del viso tuo vinco il valore, + + non ti maravigliar, ché ciò procede + da perfetto veder, che, come apprende, + così nel bene appreso move il piede. + + Io veggio ben sì come già resplende + ne l’intelletto tuo l’etterna luce, + che, vista, sola e sempre amore accende; + + e s’altra cosa vostro amor seduce, + non è se non di quella alcun vestigio, + mal conosciuto, che quivi traluce. + + Tu vuo’ saper se con altro servigio, + per manco voto, si può render tanto + che l’anima sicuri di letigio». + + Sì cominciò Beatrice questo canto; + e sì com’ uom che suo parlar non spezza, + continüò così ’l processo santo: + + «Lo maggior don che Dio per sua larghezza + fesse creando, e a la sua bontate + più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, + + fu de la volontà la libertate; + di che le creature intelligenti, + e tutte e sole, fuoro e son dotate. + + Or ti parrà, se tu quinci argomenti, + l’alto valor del voto, s’è sì fatto + che Dio consenta quando tu consenti; + + ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, + vittima fassi di questo tesoro, + tal quale io dico; e fassi col suo atto. + + Dunque che render puossi per ristoro? + Se credi bene usar quel c’hai offerto, + di maltolletto vuo’ far buon lavoro. + + Tu se’ omai del maggior punto certo; + ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, + che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, + + convienti ancor sedere un poco a mensa, + però che ’l cibo rigido c’hai preso, + richiede ancora aiuto a tua dispensa. + + Apri la mente a quel ch’io ti paleso + e fermalvi entro; ché non fa scïenza, + sanza lo ritenere, avere inteso. + + Due cose si convegnono a l’essenza + di questo sacrificio: l’una è quella + di che si fa; l’altr’ è la convenenza. + + Quest’ ultima già mai non si cancella + se non servata; e intorno di lei + sì preciso di sopra si favella: + + però necessitato fu a li Ebrei + pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta + sì permutasse, come saver dei. + + L’altra, che per materia t’è aperta, + puote ben esser tal, che non si falla + se con altra materia si converta. + + Ma non trasmuti carco a la sua spalla + per suo arbitrio alcun, sanza la volta + e de la chiave bianca e de la gialla; + + e ogne permutanza credi stolta, + se la cosa dimessa in la sorpresa + come ’l quattro nel sei non è raccolta. + + Però qualunque cosa tanto pesa + per suo valor che tragga ogne bilancia, + sodisfar non si può con altra spesa. + + Non prendan li mortali il voto a ciancia; + siate fedeli, e a ciò far non bieci, + come Ieptè a la sua prima mancia; + + cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, + che, servando, far peggio; e così stolto + ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, + + onde pianse Efigènia il suo bel volto, + e fé pianger di sé i folli e i savi + ch’udir parlar di così fatto cólto. + + Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: + non siate come penna ad ogne vento, + e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. + + Avete il novo e ’l vecchio Testamento, + e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; + questo vi basti a vostro salvamento. + + Se mala cupidigia altro vi grida, + uomini siate, e non pecore matte, + sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! + + Non fate com’ agnel che lascia il latte + de la sua madre, e semplice e lascivo + seco medesmo a suo piacer combatte!». + + Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; + poi si rivolse tutta disïante + a quella parte ove ’l mondo è più vivo. + + Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante + puoser silenzio al mio cupido ingegno, + che già nuove questioni avea davante; + + e sì come saetta che nel segno + percuote pria che sia la corda queta, + così corremmo nel secondo regno. + + Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, + come nel lume di quel ciel si mise, + che più lucente se ne fé ’l pianeta. + + E se la stella si cambiò e rise, + qual mi fec’ io che pur da mia natura + trasmutabile son per tutte guise! + + Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura + traggonsi i pesci a ciò che vien di fori + per modo che lo stimin lor pastura, + + sì vid’ io ben più di mille splendori + trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: + «Ecco chi crescerà li nostri amori». + + E sì come ciascuno a noi venìa, + vedeasi l’ombra piena di letizia + nel folgór chiaro che di lei uscia. + + Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia + non procedesse, come tu avresti + di più savere angosciosa carizia; + + e per te vederai come da questi + m’era in disio d’udir lor condizioni, + sì come a li occhi mi fur manifesti. + + «O bene nato a cui veder li troni + del trïunfo etternal concede grazia + prima che la milizia s’abbandoni, + + del lume che per tutto il ciel si spazia + noi semo accesi; e però, se disii + di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». + + Così da un di quelli spirti pii + detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì + sicuramente, e credi come a dii». + + «Io veggio ben sì come tu t’annidi + nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, + perch’ e’ corusca sì come tu ridi; + + ma non so chi tu se’, né perché aggi, + anima degna, il grado de la spera + che si vela a’ mortai con altrui raggi». + + Questo diss’ io diritto a la lumera + che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi + lucente più assai di quel ch’ell’ era. + + Sì come il sol che si cela elli stessi + per troppa luce, come ’l caldo ha róse + le temperanze d’i vapori spessi, + + per più letizia sì mi si nascose + dentro al suo raggio la figura santa; + e così chiusa chiusa mi rispuose + + nel modo che ’l seguente canto canta. + + + + Paradiso • Canto VI + + + «Poscia che Costantin l’aquila volse + contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio + dietro a l’antico che Lavina tolse, + + cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio + ne lo stremo d’Europa si ritenne, + vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; + + e sotto l’ombra de le sacre penne + governò ’l mondo lì di mano in mano, + e, sì cangiando, in su la mia pervenne. + + Cesare fui e son Iustinïano, + che, per voler del primo amor ch’i’ sento, + d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano. + + E prima ch’io a l’ovra fossi attento, + una natura in Cristo esser, non piùe, + credea, e di tal fede era contento; + + ma ’l benedetto Agapito, che fue + sommo pastore, a la fede sincera + mi dirizzò con le parole sue. + + Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, + vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi + ogni contradizione e falsa e vera. + + Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, + a Dio per grazia piacque di spirarmi + l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; + + e al mio Belisar commendai l’armi, + cui la destra del ciel fu sì congiunta, + che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. + + Or qui a la question prima s’appunta + la mia risposta; ma sua condizione + mi stringe a seguitare alcuna giunta, + + perché tu veggi con quanta ragione + si move contr’ al sacrosanto segno + e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. + + Vedi quanta virtù l’ha fatto degno + di reverenza; e cominciò da l’ora + che Pallante morì per darli regno. + + Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora + per trecento anni e oltre, infino al fine + che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. + + E sai ch’el fé dal mal de le Sabine + al dolor di Lucrezia in sette regi, + vincendo intorno le genti vicine. + + Sai quel ch’el fé portato da li egregi + Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, + incontro a li altri principi e collegi; + + onde Torquato e Quinzio, che dal cirro + negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi + ebber la fama che volontier mirro. + + Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi + che di retro ad Anibale passaro + l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. + + Sott’ esso giovanetti trïunfaro + Scipïone e Pompeo; e a quel colle + sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. + + Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle + redur lo mondo a suo modo sereno, + Cesare per voler di Roma il tolle. + + E quel che fé da Varo infino a Reno, + Isara vide ed Era e vide Senna + e ogne valle onde Rodano è pieno. + + Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna + e saltò Rubicon, fu di tal volo, + che nol seguiteria lingua né penna. + + Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, + poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse + sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. + + Antandro e Simeonta, onde si mosse, + rivide e là dov’ Ettore si cuba; + e mal per Tolomeo poscia si scosse. + + Da indi scese folgorando a Iuba; + onde si volse nel vostro occidente, + ove sentia la pompeana tuba. + + Di quel che fé col baiulo seguente, + Bruto con Cassio ne l’inferno latra, + e Modena e Perugia fu dolente. + + Piangene ancor la trista Cleopatra, + che, fuggendoli innanzi, dal colubro + la morte prese subitana e atra. + + Con costui corse infino al lito rubro; + con costui puose il mondo in tanta pace, + che fu serrato a Giano il suo delubro. + + Ma ciò che ’l segno che parlar mi face + fatto avea prima e poi era fatturo + per lo regno mortal ch’a lui soggiace, + + diventa in apparenza poco e scuro, + se in mano al terzo Cesare si mira + con occhio chiaro e con affetto puro; + + ché la viva giustizia che mi spira, + li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, + gloria di far vendetta a la sua ira. + + Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: + poscia con Tito a far vendetta corse + de la vendetta del peccato antico. + + E quando il dente longobardo morse + la Santa Chiesa, sotto le sue ali + Carlo Magno, vincendo, la soccorse. + + Omai puoi giudicar di quei cotali + ch’io accusai di sopra e di lor falli, + che son cagion di tutti vostri mali. + + L’uno al pubblico segno i gigli gialli + oppone, e l’altro appropria quello a parte, + sì ch’è forte a veder chi più si falli. + + Faccian li Ghibellin, faccian lor arte + sott’ altro segno, ché mal segue quello + sempre chi la giustizia e lui diparte; + + e non l’abbatta esto Carlo novello + coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli + ch’a più alto leon trasser lo vello. + + Molte fïate già pianser li figli + per la colpa del padre, e non si creda + che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! + + Questa picciola stella si correda + d’i buoni spirti che son stati attivi + perché onore e fama li succeda: + + e quando li disiri poggian quivi, + sì disvïando, pur convien che i raggi + del vero amore in sù poggin men vivi. + + Ma nel commensurar d’i nostri gaggi + col merto è parte di nostra letizia, + perché non li vedem minor né maggi. + + Quindi addolcisce la viva giustizia + in noi l’affetto sì, che non si puote + torcer già mai ad alcuna nequizia. + + Diverse voci fanno dolci note; + così diversi scanni in nostra vita + rendon dolce armonia tra queste rote. + + E dentro a la presente margarita + luce la luce di Romeo, di cui + fu l’ovra grande e bella mal gradita. + + Ma i Provenzai che fecer contra lui + non hanno riso; e però mal cammina + qual si fa danno del ben fare altrui. + + Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, + Ramondo Beringhiere, e ciò li fece + Romeo, persona umìle e peregrina. + + E poi il mosser le parole biece + a dimandar ragione a questo giusto, + che li assegnò sette e cinque per diece, + + indi partissi povero e vetusto; + e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe + mendicando sua vita a frusto a frusto, + + assai lo loda, e più lo loderebbe». + + + + Paradiso • Canto VII + + + «Osanna, sanctus Deus sabaòth, + superillustrans claritate tua + felices ignes horum malacòth!». + + Così, volgendosi a la nota sua, + fu viso a me cantare essa sustanza, + sopra la qual doppio lume s’addua; + + ed essa e l’altre mossero a sua danza, + e quasi velocissime faville + mi si velar di sùbita distanza. + + Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ + fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna + che mi diseta con le dolci stille’. + + Ma quella reverenza che s’indonna + di tutto me, pur per Be e per ice, + mi richinava come l’uom ch’assonna. + + Poco sofferse me cotal Beatrice + e cominciò, raggiandomi d’un riso + tal, che nel foco faria l’uom felice: + + «Secondo mio infallibile avviso, + come giusta vendetta giustamente + punita fosse, t’ha in pensier miso; + + ma io ti solverò tosto la mente; + e tu ascolta, ché le mie parole + di gran sentenza ti faran presente. + + Per non soffrire a la virtù che vole + freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, + dannando sé, dannò tutta sua prole; + + onde l’umana specie inferma giacque + giù per secoli molti in grande errore, + fin ch’al Verbo di Dio discender piacque + + u’ la natura, che dal suo fattore + s’era allungata, unì a sé in persona + con l’atto sol del suo etterno amore. + + Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: + questa natura al suo fattore unita, + qual fu creata, fu sincera e buona; + + ma per sé stessa pur fu ella sbandita + di paradiso, però che si torse + da via di verità e da sua vita. + + La pena dunque che la croce porse + s’a la natura assunta si misura, + nulla già mai sì giustamente morse; + + e così nulla fu di tanta ingiura, + guardando a la persona che sofferse, + in che era contratta tal natura. + + Però d’un atto uscir cose diverse: + ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; + per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. + + Non ti dee oramai parer più forte, + quando si dice che giusta vendetta + poscia vengiata fu da giusta corte. + + Ma io veggi’ or la tua mente ristretta + di pensiero in pensier dentro ad un nodo, + del qual con gran disio solver s’aspetta. + + Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; + ma perché Dio volesse, m’è occulto, + a nostra redenzion pur questo modo”. + + Questo decreto, frate, sta sepulto + a li occhi di ciascuno il cui ingegno + ne la fiamma d’amor non è adulto. + + Veramente, però ch’a questo segno + molto si mira e poco si discerne, + dirò perché tal modo fu più degno. + + La divina bontà, che da sé sperne + ogne livore, ardendo in sé, sfavilla + sì che dispiega le bellezze etterne. + + Ciò che da lei sanza mezzo distilla + non ha poi fine, perché non si move + la sua imprenta quand’ ella sigilla. + + Ciò che da essa sanza mezzo piove + libero è tutto, perché non soggiace + a la virtute de le cose nove. + + Più l’è conforme, e però più le piace; + ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, + ne la più somigliante è più vivace. + + Di tutte queste dote s’avvantaggia + l’umana creatura, e s’una manca, + di sua nobilità convien che caggia. + + Solo il peccato è quel che la disfranca + e falla dissimìle al sommo bene, + per che del lume suo poco s’imbianca; + + e in sua dignità mai non rivene, + se non rïempie, dove colpa vòta, + contra mal dilettar con giuste pene. + + Vostra natura, quando peccò tota + nel seme suo, da queste dignitadi, + come di paradiso, fu remota; + + né ricovrar potiensi, se tu badi + ben sottilmente, per alcuna via, + sanza passar per un di questi guadi: + + o che Dio solo per sua cortesia + dimesso avesse, o che l’uom per sé isso + avesse sodisfatto a sua follia. + + Ficca mo l’occhio per entro l’abisso + de l’etterno consiglio, quanto puoi + al mio parlar distrettamente fisso. + + Non potea l’uomo ne’ termini suoi + mai sodisfar, per non potere ir giuso + con umiltate obedïendo poi, + + quanto disobediendo intese ir suso; + e questa è la cagion per che l’uom fue + da poter sodisfar per sé dischiuso. + + Dunque a Dio convenia con le vie sue + riparar l’omo a sua intera vita, + dico con l’una, o ver con amendue. + + Ma perché l’ovra tanto è più gradita + da l’operante, quanto più appresenta + de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, + + la divina bontà che ’l mondo imprenta, + di proceder per tutte le sue vie, + a rilevarvi suso, fu contenta. + + Né tra l’ultima notte e ’l primo die + sì alto o sì magnifico processo, + o per l’una o per l’altra, fu o fie: + + ché più largo fu Dio a dar sé stesso + per far l’uom sufficiente a rilevarsi, + che s’elli avesse sol da sé dimesso; + + e tutti li altri modi erano scarsi + a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio + non fosse umilïato ad incarnarsi. + + Or per empierti bene ogne disio, + ritorno a dichiararti in alcun loco, + perché tu veggi lì così com’ io. + + Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, + l’aere e la terra e tutte lor misture + venire a corruzione, e durar poco; + + e queste cose pur furon creature; + per che, se ciò ch’è detto è stato vero, + esser dovrien da corruzion sicure”. + + Li angeli, frate, e ’l paese sincero + nel qual tu se’, dir si posson creati, + sì come sono, in loro essere intero; + + ma li alimenti che tu hai nomati + e quelle cose che di lor si fanno + da creata virtù sono informati. + + Creata fu la materia ch’elli hanno; + creata fu la virtù informante + in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. + + L’anima d’ogne bruto e de le piante + di complession potenzïata tira + lo raggio e ’l moto de le luci sante; + + ma vostra vita sanza mezzo spira + la somma beninanza, e la innamora + di sé sì che poi sempre la disira. + + E quinci puoi argomentare ancora + vostra resurrezion, se tu ripensi + come l’umana carne fessi allora + + che li primi parenti intrambo fensi». + + + + Paradiso • Canto VIII + + + Solea creder lo mondo in suo periclo + che la bella Ciprigna il folle amore + raggiasse, volta nel terzo epiciclo; + + per che non pur a lei faceano onore + di sacrificio e di votivo grido + le genti antiche ne l’antico errore; + + ma Dïone onoravano e Cupido, + quella per madre sua, questo per figlio, + e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; + + e da costei ond’ io principio piglio + pigliavano il vocabol de la stella + che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. + + Io non m’accorsi del salire in ella; + ma d’esservi entro mi fé assai fede + la donna mia ch’i’ vidi far più bella. + + E come in fiamma favilla si vede, + e come in voce voce si discerne, + quand’ una è ferma e altra va e riede, + + vid’ io in essa luce altre lucerne + muoversi in giro più e men correnti, + al modo, credo, di lor viste interne. + + Di fredda nube non disceser venti, + o visibili o no, tanto festini, + che non paressero impediti e lenti + + a chi avesse quei lumi divini + veduti a noi venir, lasciando il giro + pria cominciato in li alti Serafini; + + e dentro a quei che più innanzi appariro + sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi + di rïudir non fui sanza disiro. + + Indi si fece l’un più presso a noi + e solo incominciò: «Tutti sem presti + al tuo piacer, perché di noi ti gioi. + + Noi ci volgiam coi principi celesti + d’un giro e d’un girare e d’una sete, + ai quali tu del mondo già dicesti: + + ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; + e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, + non fia men dolce un poco di quïete». + + Poscia che li occhi miei si fuoro offerti + a la mia donna reverenti, ed essa + fatti li avea di sé contenti e certi, + + rivolsersi a la luce che promessa + tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue + la voce mia di grande affetto impressa. + + E quanta e quale vid’ io lei far piùe + per allegrezza nova che s’accrebbe, + quando parlai, a l’allegrezze sue! + + Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe + giù poco tempo; e se più fosse stato, + molto sarà di mal, che non sarebbe. + + La mia letizia mi ti tien celato + che mi raggia dintorno e mi nasconde + quasi animal di sua seta fasciato. + + Assai m’amasti, e avesti ben onde; + che s’io fossi giù stato, io ti mostrava + di mio amor più oltre che le fronde. + + Quella sinistra riva che si lava + di Rodano poi ch’è misto con Sorga, + per suo segnore a tempo m’aspettava, + + e quel corno d’Ausonia che s’imborga + di Bari e di Gaeta e di Catona, + da ove Tronto e Verde in mare sgorga. + + Fulgeami già in fronte la corona + di quella terra che ’l Danubio riga + poi che le ripe tedesche abbandona. + + E la bella Trinacria, che caliga + tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo + che riceve da Euro maggior briga, + + non per Tifeo ma per nascente solfo, + attesi avrebbe li suoi regi ancora, + nati per me di Carlo e di Ridolfo, + + se mala segnoria, che sempre accora + li popoli suggetti, non avesse + mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. + + E se mio frate questo antivedesse, + l’avara povertà di Catalogna + già fuggeria, perché non li offendesse; + + ché veramente proveder bisogna + per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca + carcata più d’incarco non si pogna. + + La sua natura, che di larga parca + discese, avria mestier di tal milizia + che non curasse di mettere in arca». + + «Però ch’i’ credo che l’alta letizia + che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, + là ’ve ogne ben si termina e s’inizia, + + per te si veggia come la vegg’ io, + grata m’è più; e anco quest’ ho caro + perché ’l discerni rimirando in Dio. + + Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, + poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso + com’ esser può, di dolce seme, amaro». + + Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso + mostrarti un vero, a quel che tu dimandi + terrai lo viso come tien lo dosso. + + Lo ben che tutto il regno che tu scandi + volge e contenta, fa esser virtute + sua provedenza in questi corpi grandi. + + E non pur le nature provedute + sono in la mente ch’è da sé perfetta, + ma esse insieme con la lor salute: + + per che quantunque quest’ arco saetta + disposto cade a proveduto fine, + sì come cosa in suo segno diretta. + + Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine + producerebbe sì li suoi effetti, + che non sarebbero arti, ma ruine; + + e ciò esser non può, se li ’ntelletti + che muovon queste stelle non son manchi, + e manco il primo, che non li ha perfetti. + + Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». + E io: «Non già; ché impossibil veggio + che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». + + Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio + per l’omo in terra, se non fosse cive?». + «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». + + «E puot’ elli esser, se giù non si vive + diversamente per diversi offici? + Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». + + Sì venne deducendo infino a quici; + poscia conchiuse: «Dunque esser diverse + convien di vostri effetti le radici: + + per ch’un nasce Solone e altro Serse, + altro Melchisedèch e altro quello + che, volando per l’aere, il figlio perse. + + La circular natura, ch’è suggello + a la cera mortal, fa ben sua arte, + ma non distingue l’un da l’altro ostello. + + Quinci addivien ch’Esaù si diparte + per seme da Iacòb; e vien Quirino + da sì vil padre, che si rende a Marte. + + Natura generata il suo cammino + simil farebbe sempre a’ generanti, + se non vincesse il proveder divino. + + Or quel che t’era dietro t’è davanti: + ma perché sappi che di te mi giova, + un corollario voglio che t’ammanti. + + Sempre natura, se fortuna trova + discorde a sé, com’ ogne altra semente + fuor di sua regïon, fa mala prova. + + E se ’l mondo là giù ponesse mente + al fondamento che natura pone, + seguendo lui, avria buona la gente. + + Ma voi torcete a la religïone + tal che fia nato a cignersi la spada, + e fate re di tal ch’è da sermone; + + onde la traccia vostra è fuor di strada». + + + + Paradiso • Canto IX + + + Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, + m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni + che ricever dovea la sua semenza; + + ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; + sì ch’io non posso dir se non che pianto + giusto verrà di retro ai vostri danni. + + E già la vita di quel lume santo + rivolta s’era al Sol che la rïempie + come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. + + Ahi anime ingannate e fatture empie, + che da sì fatto ben torcete i cuori, + drizzando in vanità le vostre tempie! + + Ed ecco un altro di quelli splendori + ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi + significava nel chiarir di fori. + + Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi + sovra me, come pria, di caro assenso + al mio disio certificato fermi. + + «Deh, metti al mio voler tosto compenso, + beato spirto», dissi, «e fammi prova + ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». + + Onde la luce che m’era ancor nova, + del suo profondo, ond’ ella pria cantava, + seguette come a cui di ben far giova: + + «In quella parte de la terra prava + italica che siede tra Rïalto + e le fontane di Brenta e di Piava, + + si leva un colle, e non surge molt’ alto, + là onde scese già una facella + che fece a la contrada un grande assalto. + + D’una radice nacqui e io ed ella: + Cunizza fui chiamata, e qui refulgo + perché mi vinse il lume d’esta stella; + + ma lietamente a me medesma indulgo + la cagion di mia sorte, e non mi noia; + che parria forse forte al vostro vulgo. + + Di questa luculenta e cara gioia + del nostro cielo che più m’è propinqua, + grande fama rimase; e pria che moia, + + questo centesimo anno ancor s’incinqua: + vedi se far si dee l’omo eccellente, + sì ch’altra vita la prima relinqua. + + E ciò non pensa la turba presente + che Tagliamento e Adice richiude, + né per esser battuta ancor si pente; + + ma tosto fia che Padova al palude + cangerà l’acqua che Vincenza bagna, + per essere al dover le genti crude; + + e dove Sile e Cagnan s’accompagna, + tal signoreggia e va con la testa alta, + che già per lui carpir si fa la ragna. + + Piangerà Feltro ancora la difalta + de l’empio suo pastor, che sarà sconcia + sì, che per simil non s’entrò in malta. + + Troppo sarebbe larga la bigoncia + che ricevesse il sangue ferrarese, + e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia, + + che donerà questo prete cortese + per mostrarsi di parte; e cotai doni + conformi fieno al viver del paese. + + Sù sono specchi, voi dicete Troni, + onde refulge a noi Dio giudicante; + sì che questi parlar ne paion buoni». + + Qui si tacette; e fecemi sembiante + che fosse ad altro volta, per la rota + in che si mise com’ era davante. + + L’altra letizia, che m’era già nota + per cara cosa, mi si fece in vista + qual fin balasso in che lo sol percuota. + + Per letiziar là sù fulgor s’acquista, + sì come riso qui; ma giù s’abbuia + l’ombra di fuor, come la mente è trista. + + «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», + diss’ io, «beato spirto, sì che nulla + voglia di sé a te puot’ esser fuia. + + Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla + sempre col canto di quei fuochi pii + che di sei ali facen la coculla, + + perché non satisface a’ miei disii? + Già non attendere’ io tua dimanda, + s’io m’intuassi, come tu t’inmii». + + «La maggior valle in che l’acqua si spanda», + incominciaro allor le sue parole, + «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, + + tra ’ discordanti liti contra ’l sole + tanto sen va, che fa meridïano + là dove l’orizzonte pria far suole. + + Di quella valle fu’ io litorano + tra Ebro e Macra, che per cammin corto + parte lo Genovese dal Toscano. + + Ad un occaso quasi e ad un orto + Buggea siede e la terra ond’ io fui, + che fé del sangue suo già caldo il porto. + + Folco mi disse quella gente a cui + fu noto il nome mio; e questo cielo + di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui; + + ché più non arse la figlia di Belo, + noiando e a Sicheo e a Creusa, + di me, infin che si convenne al pelo; + + né quella Rodopëa che delusa + fu da Demofoonte, né Alcide + quando Iole nel core ebbe rinchiusa. + + Non però qui si pente, ma si ride, + non de la colpa, ch’a mente non torna, + ma del valor ch’ordinò e provide. + + Qui si rimira ne l’arte ch’addorna + cotanto affetto, e discernesi ’l bene + per che ’l mondo di sù quel di giù torna. + + Ma perché tutte le tue voglie piene + ten porti che son nate in questa spera, + proceder ancor oltre mi convene. + + Tu vuo’ saper chi è in questa lumera + che qui appresso me così scintilla + come raggio di sole in acqua mera. + + Or sappi che là entro si tranquilla + Raab; e a nostr’ ordine congiunta, + di lei nel sommo grado si sigilla. + + Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta + che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma + del trïunfo di Cristo fu assunta. + + Ben si convenne lei lasciar per palma + in alcun cielo de l’alta vittoria + che s’acquistò con l’una e l’altra palma, + + perch’ ella favorò la prima gloria + di Iosüè in su la Terra Santa, + che poco tocca al papa la memoria. + + La tua città, che di colui è pianta + che pria volse le spalle al suo fattore + e di cui è la ’nvidia tanto pianta, + + produce e spande il maladetto fiore + c’ha disvïate le pecore e li agni, + però che fatto ha lupo del pastore. + + Per questo l’Evangelio e i dottor magni + son derelitti, e solo ai Decretali + si studia, sì che pare a’ lor vivagni. + + A questo intende il papa e ’ cardinali; + non vanno i lor pensieri a Nazarette, + là dove Gabrïello aperse l’ali. + + Ma Vaticano e l’altre parti elette + di Roma che son state cimitero + a la milizia che Pietro seguette, + + tosto libere fien de l’avoltero». + + + + Paradiso • Canto X + + + Guardando nel suo Figlio con l’Amore + che l’uno e l’altro etternalmente spira, + lo primo e ineffabile Valore + + quanto per mente e per loco si gira + con tant’ ordine fé, ch’esser non puote + sanza gustar di lui chi ciò rimira. + + Leva dunque, lettore, a l’alte rote + meco la vista, dritto a quella parte + dove l’un moto e l’altro si percuote; + + e lì comincia a vagheggiar ne l’arte + di quel maestro che dentro a sé l’ama, + tanto che mai da lei l’occhio non parte. + + Vedi come da indi si dirama + l’oblico cerchio che i pianeti porta, + per sodisfare al mondo che li chiama. + + Che se la strada lor non fosse torta, + molta virtù nel ciel sarebbe in vano, + e quasi ogne potenza qua giù morta; + + e se dal dritto più o men lontano + fosse ’l partire, assai sarebbe manco + e giù e sù de l’ordine mondano. + + Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, + dietro pensando a ciò che si preliba, + s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. + + Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; + ché a sé torce tutta la mia cura + quella materia ond’ io son fatto scriba. + + Lo ministro maggior de la natura, + che del valor del ciel lo mondo imprenta + e col suo lume il tempo ne misura, + + con quella parte che sù si rammenta + congiunto, si girava per le spire + in che più tosto ognora s’appresenta; + + e io era con lui; ma del salire + non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, + anzi ’l primo pensier, del suo venire. + + È Bëatrice quella che sì scorge + di bene in meglio, sì subitamente + che l’atto suo per tempo non si sporge. + + Quant’ esser convenia da sé lucente + quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, + non per color, ma per lume parvente! + + Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, + sì nol direi che mai s’imaginasse; + ma creder puossi e di veder si brami. + + E se le fantasie nostre son basse + a tanta altezza, non è maraviglia; + ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. + + Tal era quivi la quarta famiglia + de l’alto Padre, che sempre la sazia, + mostrando come spira e come figlia. + + E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, + ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo + sensibil t’ha levato per sua grazia». + + Cor di mortal non fu mai sì digesto + a divozione e a rendersi a Dio + con tutto ’l suo gradir cotanto presto, + + come a quelle parole mi fec’ io; + e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, + che Bëatrice eclissò ne l’oblio. + + Non le dispiacque; ma sì se ne rise, + che lo splendor de li occhi suoi ridenti + mia mente unita in più cose divise. + + Io vidi più folgór vivi e vincenti + far di noi centro e di sé far corona, + più dolci in voce che in vista lucenti: + + così cinger la figlia di Latona + vedem talvolta, quando l’aere è pregno, + sì che ritenga il fil che fa la zona. + + Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, + si trovan molte gioie care e belle + tanto che non si posson trar del regno; + + e ’l canto di quei lumi era di quelle; + chi non s’impenna sì che là sù voli, + dal muto aspetti quindi le novelle. + + Poi, sì cantando, quelli ardenti soli + si fuor girati intorno a noi tre volte, + come stelle vicine a’ fermi poli, + + donne mi parver, non da ballo sciolte, + ma che s’arrestin tacite, ascoltando + fin che le nove note hanno ricolte. + + E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando + lo raggio de la grazia, onde s’accende + verace amore e che poi cresce amando, + + multiplicato in te tanto resplende, + che ti conduce su per quella scala + u’ sanza risalir nessun discende; + + qual ti negasse il vin de la sua fiala + per la tua sete, in libertà non fora + se non com’ acqua ch’al mar non si cala. + + Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora + questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia + la bella donna ch’al ciel t’avvalora. + + Io fui de li agni de la santa greggia + che Domenico mena per cammino + u’ ben s’impingua se non si vaneggia. + + Questi che m’è a destra più vicino, + frate e maestro fummi, ed esso Alberto + è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. + + Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, + di retro al mio parlar ten vien col viso + girando su per lo beato serto. + + Quell’ altro fiammeggiare esce del riso + di Grazïan, che l’uno e l’altro foro + aiutò sì che piace in paradiso. + + L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, + quel Pietro fu che con la poverella + offerse a Santa Chiesa suo tesoro. + + La quinta luce, ch’è tra noi più bella, + spira di tale amor, che tutto ’l mondo + là giù ne gola di saper novella: + + entro v’è l’alta mente u’ sì profondo + saver fu messo, che, se ’l vero è vero, + a veder tanto non surse il secondo. + + Appresso vedi il lume di quel cero + che giù in carne più a dentro vide + l’angelica natura e ’l ministero. + + Ne l’altra piccioletta luce ride + quello avvocato de’ tempi cristiani + del cui latino Augustin si provide. + + Or se tu l’occhio de la mente trani + di luce in luce dietro a le mie lode, + già de l’ottava con sete rimani. + + Per vedere ogne ben dentro vi gode + l’anima santa che ’l mondo fallace + fa manifesto a chi di lei ben ode. + + Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace + giuso in Cieldauro; ed essa da martiro + e da essilio venne a questa pace. + + Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro + d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, + che a considerar fu più che viro. + + Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, + è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri + gravi a morir li parve venir tardo: + + essa è la luce etterna di Sigieri, + che, leggendo nel Vico de li Strami, + silogizzò invidïosi veri». + + Indi, come orologio che ne chiami + ne l’ora che la sposa di Dio surge + a mattinar lo sposo perché l’ami, + + che l’una parte e l’altra tira e urge, + tin tin sonando con sì dolce nota, + che ’l ben disposto spirto d’amor turge; + + così vid’ ïo la gloriosa rota + muoversi e render voce a voce in tempra + e in dolcezza ch’esser non pò nota + + se non colà dove gioir s’insempra. + + + + Paradiso • Canto XI + + + O insensata cura de’ mortali, + quanto son difettivi silogismi + quei che ti fanno in basso batter l’ali! + + Chi dietro a iura e chi ad amforismi + sen giva, e chi seguendo sacerdozio, + e chi regnar per forza o per sofismi, + + e chi rubare e chi civil negozio, + chi nel diletto de la carne involto + s’affaticava e chi si dava a l’ozio, + + quando, da tutte queste cose sciolto, + con Bëatrice m’era suso in cielo + cotanto glorïosamente accolto. + + Poi che ciascuno fu tornato ne lo + punto del cerchio in che avanti s’era, + fermossi, come a candellier candelo. + + E io senti’ dentro a quella lumera + che pria m’avea parlato, sorridendo + incominciar, faccendosi più mera: + + «Così com’ io del suo raggio resplendo, + sì, riguardando ne la luce etterna, + li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. + + Tu dubbi, e hai voler che si ricerna + in sì aperta e ’n sì distesa lingua + lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, + + ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, + e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; + e qui è uopo che ben si distingua. + + La provedenza, che governa il mondo + con quel consiglio nel quale ogne aspetto + creato è vinto pria che vada al fondo, + + però che andasse ver’ lo suo diletto + la sposa di colui ch’ad alte grida + disposò lei col sangue benedetto, + + in sé sicura e anche a lui più fida, + due principi ordinò in suo favore, + che quinci e quindi le fosser per guida. + + L’un fu tutto serafico in ardore; + l’altro per sapïenza in terra fue + di cherubica luce uno splendore. + + De l’un dirò, però che d’amendue + si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, + perch’ ad un fine fur l’opere sue. + + Intra Tupino e l’acqua che discende + del colle eletto dal beato Ubaldo, + fertile costa d’alto monte pende, + + onde Perugia sente freddo e caldo + da Porta Sole; e di rietro le piange + per grave giogo Nocera con Gualdo. + + Di questa costa, là dov’ ella frange + più sua rattezza, nacque al mondo un sole, + come fa questo talvolta di Gange. + + Però chi d’esso loco fa parole, + non dica Ascesi, ché direbbe corto, + ma Orïente, se proprio dir vuole. + + Non era ancor molto lontan da l’orto, + ch’el cominciò a far sentir la terra + de la sua gran virtute alcun conforto; + + ché per tal donna, giovinetto, in guerra + del padre corse, a cui, come a la morte, + la porta del piacer nessun diserra; + + e dinanzi a la sua spirital corte + et coram patre le si fece unito; + poscia di dì in dì l’amò più forte. + + Questa, privata del primo marito, + millecent’ anni e più dispetta e scura + fino a costui si stette sanza invito; + + né valse udir che la trovò sicura + con Amiclate, al suon de la sua voce, + colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; + + né valse esser costante né feroce, + sì che, dove Maria rimase giuso, + ella con Cristo pianse in su la croce. + + Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, + Francesco e Povertà per questi amanti + prendi oramai nel mio parlar diffuso. + + La lor concordia e i lor lieti sembianti, + amore e maraviglia e dolce sguardo + facieno esser cagion di pensier santi; + + tanto che ’l venerabile Bernardo + si scalzò prima, e dietro a tanta pace + corse e, correndo, li parve esser tardo. + + Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! + Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro + dietro a lo sposo, sì la sposa piace. + + Indi sen va quel padre e quel maestro + con la sua donna e con quella famiglia + che già legava l’umile capestro. + + Né li gravò viltà di cuor le ciglia + per esser fi’ di Pietro Bernardone, + né per parer dispetto a maraviglia; + + ma regalmente sua dura intenzione + ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe + primo sigillo a sua religïone. + + Poi che la gente poverella crebbe + dietro a costui, la cui mirabil vita + meglio in gloria del ciel si canterebbe, + + di seconda corona redimita + fu per Onorio da l’Etterno Spiro + la santa voglia d’esto archimandrita. + + E poi che, per la sete del martiro, + ne la presenza del Soldan superba + predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, + + e per trovare a conversione acerba + troppo la gente e per non stare indarno, + redissi al frutto de l’italica erba, + + nel crudo sasso intra Tevero e Arno + da Cristo prese l’ultimo sigillo, + che le sue membra due anni portarno. + + Quando a colui ch’a tanto ben sortillo + piacque di trarlo suso a la mercede + ch’el meritò nel suo farsi pusillo, + + a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, + raccomandò la donna sua più cara, + e comandò che l’amassero a fede; + + e del suo grembo l’anima preclara + mover si volle, tornando al suo regno, + e al suo corpo non volle altra bara. + + Pensa oramai qual fu colui che degno + collega fu a mantener la barca + di Pietro in alto mar per dritto segno; + + e questo fu il nostro patrïarca; + per che qual segue lui, com’ el comanda, + discerner puoi che buone merce carca. + + Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda + è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote + che per diversi salti non si spanda; + + e quanto le sue pecore remote + e vagabunde più da esso vanno, + più tornano a l’ovil di latte vòte. + + Ben son di quelle che temono ’l danno + e stringonsi al pastor; ma son sì poche, + che le cappe fornisce poco panno. + + Or, se le mie parole non son fioche, + se la tua audïenza è stata attenta, + se ciò ch’è detto a la mente revoche, + + in parte fia la tua voglia contenta, + perché vedrai la pianta onde si scheggia, + e vedra’ il corrègger che argomenta + + “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». + + + + Paradiso • Canto XII + + + Sì tosto come l’ultima parola + la benedetta fiamma per dir tolse, + a rotar cominciò la santa mola; + + e nel suo giro tutta non si volse + prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, + e moto a moto e canto a canto colse; + + canto che tanto vince nostre muse, + nostre serene in quelle dolci tube, + quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. + + Come si volgon per tenera nube + due archi paralelli e concolori, + quando Iunone a sua ancella iube, + + nascendo di quel d’entro quel di fori, + a guisa del parlar di quella vaga + ch’amor consunse come sol vapori, + + e fanno qui la gente esser presaga, + per lo patto che Dio con Noè puose, + del mondo che già mai più non s’allaga: + + così di quelle sempiterne rose + volgiensi circa noi le due ghirlande, + e sì l’estrema a l’intima rispuose. + + Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, + sì del cantare e sì del fiammeggiarsi + luce con luce gaudïose e blande, + + insieme a punto e a voler quetarsi, + pur come li occhi ch’al piacer che i move + conviene insieme chiudere e levarsi; + + del cor de l’una de le luci nove + si mosse voce, che l’ago a la stella + parer mi fece in volgermi al suo dove; + + e cominciò: «L’amor che mi fa bella + mi tragge a ragionar de l’altro duca + per cui del mio sì ben ci si favella. + + Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: + sì che, com’ elli ad una militaro, + così la gloria loro insieme luca. + + L’essercito di Cristo, che sì caro + costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna + si movea tardo, sospeccioso e raro, + + quando lo ’mperador che sempre regna + provide a la milizia, ch’era in forse, + per sola grazia, non per esser degna; + + e, come è detto, a sua sposa soccorse + con due campioni, al cui fare, al cui dire + lo popol disvïato si raccorse. + + In quella parte ove surge ad aprire + Zefiro dolce le novelle fronde + di che si vede Europa rivestire, + + non molto lungi al percuoter de l’onde + dietro a le quali, per la lunga foga, + lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, + + siede la fortunata Calaroga + sotto la protezion del grande scudo + in che soggiace il leone e soggioga: + + dentro vi nacque l’amoroso drudo + de la fede cristiana, il santo atleta + benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; + + e come fu creata, fu repleta + sì la sua mente di viva vertute + che, ne la madre, lei fece profeta. + + Poi che le sponsalizie fuor compiute + al sacro fonte intra lui e la Fede, + u’ si dotar di mutüa salute, + + la donna che per lui l’assenso diede, + vide nel sonno il mirabile frutto + ch’uscir dovea di lui e de le rede; + + e perché fosse qual era in costrutto, + quinci si mosse spirito a nomarlo + del possessivo di cui era tutto. + + Domenico fu detto; e io ne parlo + sì come de l’agricola che Cristo + elesse a l’orto suo per aiutarlo. + + Ben parve messo e famigliar di Cristo: + che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, + fu al primo consiglio che diè Cristo. + + Spesse fïate fu tacito e desto + trovato in terra da la sua nutrice, + come dicesse: ‘Io son venuto a questo’. + + Oh padre suo veramente Felice! + oh madre sua veramente Giovanna, + se, interpretata, val come si dice! + + Non per lo mondo, per cui mo s’affanna + di retro ad Ostïense e a Taddeo, + ma per amor de la verace manna + + in picciol tempo gran dottor si feo; + tal che si mise a circüir la vigna + che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. + + E a la sedia che fu già benigna + più a’ poveri giusti, non per lei, + ma per colui che siede, che traligna, + + non dispensare o due o tre per sei, + non la fortuna di prima vacante, + non decimas, quae sunt pauperum Dei, + + addimandò, ma contro al mondo errante + licenza di combatter per lo seme + del qual ti fascian ventiquattro piante. + + Poi, con dottrina e con volere insieme, + con l’officio appostolico si mosse + quasi torrente ch’alta vena preme; + + e ne li sterpi eretici percosse + l’impeto suo, più vivamente quivi + dove le resistenze eran più grosse. + + Di lui si fecer poi diversi rivi + onde l’orto catolico si riga, + sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. + + Se tal fu l’una rota de la biga + in che la Santa Chiesa si difese + e vinse in campo la sua civil briga, + + ben ti dovrebbe assai esser palese + l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma + dinanzi al mio venir fu sì cortese. + + Ma l’orbita che fé la parte somma + di sua circunferenza, è derelitta, + sì ch’è la muffa dov’ era la gromma. + + La sua famiglia, che si mosse dritta + coi piedi a le sue orme, è tanto volta, + che quel dinanzi a quel di retro gitta; + + e tosto si vedrà de la ricolta + de la mala coltura, quando il loglio + si lagnerà che l’arca li sia tolta. + + Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio + nostro volume, ancor troveria carta + u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”; + + ma non fia da Casal né d’Acquasparta, + là onde vegnon tali a la scrittura, + ch’uno la fugge e altro la coarta. + + Io son la vita di Bonaventura + da Bagnoregio, che ne’ grandi offici + sempre pospuosi la sinistra cura. + + Illuminato e Augustin son quici, + che fuor de’ primi scalzi poverelli + che nel capestro a Dio si fero amici. + + Ugo da San Vittore è qui con elli, + e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, + lo qual giù luce in dodici libelli; + + Natàn profeta e ’l metropolitano + Crisostomo e Anselmo e quel Donato + ch’a la prim’ arte degnò porre mano. + + Rabano è qui, e lucemi dallato + il calavrese abate Giovacchino + di spirito profetico dotato. + + Ad inveggiar cotanto paladino + mi mosse l’infiammata cortesia + di fra Tommaso e ’l discreto latino; + + e mosse meco questa compagnia». + + + + Paradiso • Canto XIII + + + Imagini, chi bene intender cupe + quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, + mentre ch’io dico, come ferma rupe—, + + quindici stelle che ’n diverse plage + lo ciel avvivan di tanto sereno + che soperchia de l’aere ogne compage; + + imagini quel carro a cu’ il seno + basta del nostro cielo e notte e giorno, + sì ch’al volger del temo non vien meno; + + imagini la bocca di quel corno + che si comincia in punta de lo stelo + a cui la prima rota va dintorno, + + aver fatto di sé due segni in cielo, + qual fece la figliuola di Minoi + allora che sentì di morte il gelo; + + e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, + e amendue girarsi per maniera + che l’uno andasse al primo e l’altro al poi; + + e avrà quasi l’ombra de la vera + costellazione e de la doppia danza + che circulava il punto dov’ io era: + + poi ch’è tanto di là da nostra usanza, + quanto di là dal mover de la Chiana + si move il ciel che tutti li altri avanza. + + Lì si cantò non Bacco, non Peana, + ma tre persone in divina natura, + e in una persona essa e l’umana. + + Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; + e attesersi a noi quei santi lumi, + felicitando sé di cura in cura. + + Ruppe il silenzio ne’ concordi numi + poscia la luce in che mirabil vita + del poverel di Dio narrata fumi, + + e disse: «Quando l’una paglia è trita, + quando la sua semenza è già riposta, + a batter l’altra dolce amor m’invita. + + Tu credi che nel petto onde la costa + si trasse per formar la bella guancia + il cui palato a tutto ’l mondo costa, + + e in quel che, forato da la lancia, + e prima e poscia tanto sodisfece, + che d’ogne colpa vince la bilancia, + + quantunque a la natura umana lece + aver di lume, tutto fosse infuso + da quel valor che l’uno e l’altro fece; + + e però miri a ciò ch’io dissi suso, + quando narrai che non ebbe ’l secondo + lo ben che ne la quinta luce è chiuso. + + Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, + e vedräi il tuo credere e ’l mio dire + nel vero farsi come centro in tondo. + + Ciò che non more e ciò che può morire + non è se non splendor di quella idea + che partorisce, amando, il nostro Sire; + + ché quella viva luce che sì mea + dal suo lucente, che non si disuna + da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, + + per sua bontate il suo raggiare aduna, + quasi specchiato, in nove sussistenze, + etternalmente rimanendosi una. + + Quindi discende a l’ultime potenze + giù d’atto in atto, tanto divenendo, + che più non fa che brevi contingenze; + + e queste contingenze essere intendo + le cose generate, che produce + con seme e sanza seme il ciel movendo. + + La cera di costoro e chi la duce + non sta d’un modo; e però sotto ’l segno + idëale poi più e men traluce. + + Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, + secondo specie, meglio e peggio frutta; + e voi nascete con diverso ingegno. + + Se fosse a punto la cera dedutta + e fosse il cielo in sua virtù supprema, + la luce del suggel parrebbe tutta; + + ma la natura la dà sempre scema, + similemente operando a l’artista + ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. + + Però se ’l caldo amor la chiara vista + de la prima virtù dispone e segna, + tutta la perfezion quivi s’acquista. + + Così fu fatta già la terra degna + di tutta l’animal perfezïone; + così fu fatta la Vergine pregna; + + sì ch’io commendo tua oppinïone, + che l’umana natura mai non fue + né fia qual fu in quelle due persone. + + Or s’i’ non procedesse avanti piùe, + ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ + comincerebber le parole tue. + + Ma perché paia ben ciò che non pare, + pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, + quando fu detto “Chiedi”, a dimandare. + + Non ho parlato sì, che tu non posse + ben veder ch’el fu re, che chiese senno + acciò che re sufficïente fosse; + + non per sapere il numero in che enno + li motor di qua sù, o se necesse + con contingente mai necesse fenno; + + non si est dare primum motum esse, + o se del mezzo cerchio far si puote + trïangol sì ch’un retto non avesse. + + Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, + regal prudenza è quel vedere impari + in che lo stral di mia intenzion percuote; + + e se al “surse” drizzi li occhi chiari, + vedrai aver solamente respetto + ai regi, che son molti, e ’ buon son rari. + + Con questa distinzion prendi ’l mio detto; + e così puote star con quel che credi + del primo padre e del nostro Diletto. + + E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, + per farti mover lento com’ uom lasso + e al sì e al no che tu non vedi: + + ché quelli è tra li stolti bene a basso, + che sanza distinzione afferma e nega + ne l’un così come ne l’altro passo; + + perch’ elli ’ncontra che più volte piega + l’oppinïon corrente in falsa parte, + e poi l’affetto l’intelletto lega. + + Vie più che ’ndarno da riva si parte, + perché non torna tal qual e’ si move, + chi pesca per lo vero e non ha l’arte. + + E di ciò sono al mondo aperte prove + Parmenide, Melisso e Brisso e molti, + li quali andaro e non sapëan dove; + + sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti + che furon come spade a le Scritture + in render torti li diritti volti. + + Non sien le genti, ancor, troppo sicure + a giudicar, sì come quei che stima + le biade in campo pria che sien mature; + + ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima + lo prun mostrarsi rigido e feroce, + poscia portar la rosa in su la cima; + + e legno vidi già dritto e veloce + correr lo mar per tutto suo cammino, + perire al fine a l’intrar de la foce. + + Non creda donna Berta e ser Martino, + per vedere un furare, altro offerere, + vederli dentro al consiglio divino; + + ché quel può surgere, e quel può cadere». + + + + Paradiso • Canto XIV + + + Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro + movesi l’acqua in un ritondo vaso, + secondo ch’è percosso fuori o dentro: + + ne la mia mente fé sùbito caso + questo ch’io dico, sì come si tacque + la glorïosa vita di Tommaso, + + per la similitudine che nacque + del suo parlare e di quel di Beatrice, + a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: + + «A costui fa mestieri, e nol vi dice + né con la voce né pensando ancora, + d’un altro vero andare a la radice. + + Diteli se la luce onde s’infiora + vostra sustanza, rimarrà con voi + etternalmente sì com’ ell’ è ora; + + e se rimane, dite come, poi + che sarete visibili rifatti, + esser porà ch’al veder non vi nòi». + + Come, da più letizia pinti e tratti, + a la fïata quei che vanno a rota + levan la voce e rallegrano li atti, + + così, a l’orazion pronta e divota, + li santi cerchi mostrar nova gioia + nel torneare e ne la mira nota. + + Qual si lamenta perché qui si moia + per viver colà sù, non vide quive + lo refrigerio de l’etterna ploia. + + Quell’ uno e due e tre che sempre vive + e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, + non circunscritto, e tutto circunscrive, + + tre volte era cantato da ciascuno + di quelli spirti con tal melodia, + ch’ad ogne merto saria giusto muno. + + E io udi’ ne la luce più dia + del minor cerchio una voce modesta, + forse qual fu da l’angelo a Maria, + + risponder: «Quanto fia lunga la festa + di paradiso, tanto il nostro amore + si raggerà dintorno cotal vesta. + + La sua chiarezza séguita l’ardore; + l’ardor la visïone, e quella è tanta, + quant’ ha di grazia sovra suo valore. + + Come la carne glorïosa e santa + fia rivestita, la nostra persona + più grata fia per esser tutta quanta; + + per che s’accrescerà ciò che ne dona + di gratüito lume il sommo bene, + lume ch’a lui veder ne condiziona; + + onde la visïon crescer convene, + crescer l’ardor che di quella s’accende, + crescer lo raggio che da esso vene. + + Ma sì come carbon che fiamma rende, + e per vivo candor quella soverchia, + sì che la sua parvenza si difende; + + così questo folgór che già ne cerchia + fia vinto in apparenza da la carne + che tutto dì la terra ricoperchia; + + né potrà tanta luce affaticarne: + ché li organi del corpo saran forti + a tutto ciò che potrà dilettarne». + + Tanto mi parver sùbiti e accorti + e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», + che ben mostrar disio d’i corpi morti: + + forse non pur per lor, ma per le mamme, + per li padri e per li altri che fuor cari + anzi che fosser sempiterne fiamme. + + Ed ecco intorno, di chiarezza pari, + nascere un lustro sopra quel che v’era, + per guisa d’orizzonte che rischiari. + + E sì come al salir di prima sera + comincian per lo ciel nove parvenze, + sì che la vista pare e non par vera, + + parvemi lì novelle sussistenze + cominciare a vedere, e fare un giro + di fuor da l’altre due circunferenze. + + Oh vero sfavillar del Santo Spiro! + come si fece sùbito e candente + a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! + + Ma Bëatrice sì bella e ridente + mi si mostrò, che tra quelle vedute + si vuol lasciar che non seguir la mente. + + Quindi ripreser li occhi miei virtute + a rilevarsi; e vidimi translato + sol con mia donna in più alta salute. + + Ben m’accors’ io ch’io era più levato, + per l’affocato riso de la stella, + che mi parea più roggio che l’usato. + + Con tutto ’l core e con quella favella + ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, + qual conveniesi a la grazia novella. + + E non er’ anco del mio petto essausto + l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi + esso litare stato accetto e fausto; + + ché con tanto lucore e tanto robbi + m’apparvero splendor dentro a due raggi, + ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!». + + Come distinta da minori e maggi + lumi biancheggia tra ’ poli del mondo + Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; + + sì costellati facean nel profondo + Marte quei raggi il venerabil segno + che fan giunture di quadranti in tondo. + + Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; + ché quella croce lampeggiava Cristo, + sì ch’io non so trovare essempro degno; + + ma chi prende sua croce e segue Cristo, + ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, + vedendo in quell’ albor balenar Cristo. + + Di corno in corno e tra la cima e ’l basso + si movien lumi, scintillando forte + nel congiugnersi insieme e nel trapasso: + + così si veggion qui diritte e torte, + veloci e tarde, rinovando vista, + le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, + + moversi per lo raggio onde si lista + talvolta l’ombra che, per sua difesa, + la gente con ingegno e arte acquista. + + E come giga e arpa, in tempra tesa + di molte corde, fa dolce tintinno + a tal da cui la nota non è intesa, + + così da’ lumi che lì m’apparinno + s’accogliea per la croce una melode + che mi rapiva, sanza intender l’inno. + + Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, + però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» + come a colui che non intende e ode. + + Ïo m’innamorava tanto quinci, + che ’nfino a lì non fu alcuna cosa + che mi legasse con sì dolci vinci. + + Forse la mia parola par troppo osa, + posponendo il piacer de li occhi belli, + ne’ quai mirando mio disio ha posa; + + ma chi s’avvede che i vivi suggelli + d’ogne bellezza più fanno più suso, + e ch’io non m’era lì rivolto a quelli, + + escusar puommi di quel ch’io m’accuso + per escusarmi, e vedermi dir vero: + ché ’l piacer santo non è qui dischiuso, + + perché si fa, montando, più sincero. + + + + Paradiso • Canto XV + + + Benigna volontade in che si liqua + sempre l’amor che drittamente spira, + come cupidità fa ne la iniqua, + + silenzio puose a quella dolce lira, + e fece quïetar le sante corde + che la destra del cielo allenta e tira. + + Come saranno a’ giusti preghi sorde + quelle sustanze che, per darmi voglia + ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? + + Bene è che sanza termine si doglia + chi, per amor di cosa che non duri + etternalmente, quello amor si spoglia. + + Quale per li seren tranquilli e puri + discorre ad ora ad or sùbito foco, + movendo li occhi che stavan sicuri, + + e pare stella che tramuti loco, + se non che da la parte ond’ e’ s’accende + nulla sen perde, ed esso dura poco: + + tale dal corno che ’n destro si stende + a piè di quella croce corse un astro + de la costellazion che lì resplende; + + né si partì la gemma dal suo nastro, + ma per la lista radïal trascorse, + che parve foco dietro ad alabastro. + + Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, + se fede merta nostra maggior musa, + quando in Eliso del figlio s’accorse. + + «O sanguis meus, o superinfusa + gratïa Deï, sicut tibi cui + bis unquam celi ianüa reclusa?». + + Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; + poscia rivolsi a la mia donna il viso, + e quinci e quindi stupefatto fui; + + ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso + tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo + de la mia gloria e del mio paradiso. + + Indi, a udire e a veder giocondo, + giunse lo spirto al suo principio cose, + ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; + + né per elezïon mi si nascose, + ma per necessità, ché ’l suo concetto + al segno d’i mortal si soprapuose. + + E quando l’arco de l’ardente affetto + fu sì sfogato, che ’l parlar discese + inver’ lo segno del nostro intelletto, + + la prima cosa che per me s’intese, + «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, + che nel mio seme se’ tanto cortese!». + + E seguì: «Grato e lontano digiuno, + tratto leggendo del magno volume + du’ non si muta mai bianco né bruno, + + solvuto hai, figlio, dentro a questo lume + in ch’io ti parlo, mercè di colei + ch’a l’alto volo ti vestì le piume. + + Tu credi che a me tuo pensier mei + da quel ch’è primo, così come raia + da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; + + e però ch’io mi sia e perch’ io paia + più gaudïoso a te, non mi domandi, + che alcun altro in questa turba gaia. + + Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi + di questa vita miran ne lo speglio + in che, prima che pensi, il pensier pandi; + + ma perché ’l sacro amore in che io veglio + con perpetüa vista e che m’asseta + di dolce disïar, s’adempia meglio, + + la voce tua sicura, balda e lieta + suoni la volontà, suoni ’l disio, + a che la mia risposta è già decreta!». + + Io mi volsi a Beatrice, e quella udio + pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno + che fece crescer l’ali al voler mio. + + Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, + come la prima equalità v’apparse, + d’un peso per ciascun di voi si fenno, + + però che ’l sol che v’allumò e arse, + col caldo e con la luce è sì iguali, + che tutte simiglianze sono scarse. + + Ma voglia e argomento ne’ mortali, + per la cagion ch’a voi è manifesta, + diversamente son pennuti in ali; + + ond’ io, che son mortal, mi sento in questa + disagguaglianza, e però non ringrazio + se non col core a la paterna festa. + + Ben supplico io a te, vivo topazio + che questa gioia prezïosa ingemmi, + perché mi facci del tuo nome sazio». + + «O fronda mia in che io compiacemmi + pur aspettando, io fui la tua radice»: + cotal principio, rispondendo, femmi. + + Poscia mi disse: «Quel da cui si dice + tua cognazione e che cent’ anni e piùe + girato ha ’l monte in la prima cornice, + + mio figlio fu e tuo bisavol fue: + ben si convien che la lunga fatica + tu li raccorci con l’opere tue. + + Fiorenza dentro da la cerchia antica, + ond’ ella toglie ancora e terza e nona, + si stava in pace, sobria e pudica. + + Non avea catenella, non corona, + non gonne contigiate, non cintura + che fosse a veder più che la persona. + + Non faceva, nascendo, ancor paura + la figlia al padre, che ’l tempo e la dote + non fuggien quinci e quindi la misura. + + Non avea case di famiglia vòte; + non v’era giunto ancor Sardanapalo + a mostrar ciò che ’n camera si puote. + + Non era vinto ancora Montemalo + dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto + nel montar sù, così sarà nel calo. + + Bellincion Berti vid’ io andar cinto + di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio + la donna sua sanza ’l viso dipinto; + + e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio + esser contenti a la pelle scoperta, + e le sue donne al fuso e al pennecchio. + + Oh fortunate! ciascuna era certa + de la sua sepultura, e ancor nulla + era per Francia nel letto diserta. + + L’una vegghiava a studio de la culla, + e, consolando, usava l’idïoma + che prima i padri e le madri trastulla; + + l’altra, traendo a la rocca la chioma, + favoleggiava con la sua famiglia + d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. + + Saria tenuta allor tal maraviglia + una Cianghella, un Lapo Salterello, + qual or saria Cincinnato e Corniglia. + + A così riposato, a così bello + viver di cittadini, a così fida + cittadinanza, a così dolce ostello, + + Maria mi diè, chiamata in alte grida; + e ne l’antico vostro Batisteo + insieme fui cristiano e Cacciaguida. + + Moronto fu mio frate ed Eliseo; + mia donna venne a me di val di Pado, + e quindi il sopranome tuo si feo. + + Poi seguitai lo ’mperador Currado; + ed el mi cinse de la sua milizia, + tanto per bene ovrar li venni in grado. + + Dietro li andai incontro a la nequizia + di quella legge il cui popolo usurpa, + per colpa d’i pastor, vostra giustizia. + + Quivi fu’ io da quella gente turpa + disviluppato dal mondo fallace, + lo cui amor molt’ anime deturpa; + + e venni dal martiro a questa pace». + + + + Paradiso • Canto XVI + + + O poca nostra nobiltà di sangue, + se glorïar di te la gente fai + qua giù dove l’affetto nostro langue, + + mirabil cosa non mi sarà mai: + ché là dove appetito non si torce, + dico nel cielo, io me ne gloriai. + + Ben se’ tu manto che tosto raccorce: + sì che, se non s’appon di dì in die, + lo tempo va dintorno con le force. + + Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, + in che la sua famiglia men persevra, + ricominciaron le parole mie; + + onde Beatrice, ch’era un poco scevra, + ridendo, parve quella che tossio + al primo fallo scritto di Ginevra. + + Io cominciai: «Voi siete il padre mio; + voi mi date a parlar tutta baldezza; + voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. + + Per tanti rivi s’empie d’allegrezza + la mente mia, che di sé fa letizia + perché può sostener che non si spezza. + + Ditemi dunque, cara mia primizia, + quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni + che si segnaro in vostra püerizia; + + ditemi de l’ovil di San Giovanni + quanto era allora, e chi eran le genti + tra esso degne di più alti scanni». + + Come s’avviva a lo spirar d’i venti + carbone in fiamma, così vid’ io quella + luce risplendere a’ miei blandimenti; + + e come a li occhi miei si fé più bella, + così con voce più dolce e soave, + ma non con questa moderna favella, + + dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ + al parto in che mia madre, ch’è or santa, + s’allevïò di me ond’ era grave, + + al suo Leon cinquecento cinquanta + e trenta fiate venne questo foco + a rinfiammarsi sotto la sua pianta. + + Li antichi miei e io nacqui nel loco + dove si truova pria l’ultimo sesto + da quei che corre il vostro annüal gioco. + + Basti d’i miei maggiori udirne questo: + chi ei si fosser e onde venner quivi, + più è tacer che ragionare onesto. + + Tutti color ch’a quel tempo eran ivi + da poter arme tra Marte e ’l Batista, + eran il quinto di quei ch’or son vivi. + + Ma la cittadinanza, ch’è or mista + di Campi, di Certaldo e di Fegghine, + pura vediesi ne l’ultimo artista. + + Oh quanto fora meglio esser vicine + quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo + e a Trespiano aver vostro confine, + + che averle dentro e sostener lo puzzo + del villan d’Aguglion, di quel da Signa, + che già per barattare ha l’occhio aguzzo! + + Se la gente ch’al mondo più traligna + non fosse stata a Cesare noverca, + ma come madre a suo figlio benigna, + + tal fatto è fiorentino e cambia e merca, + che si sarebbe vòlto a Simifonti, + là dove andava l’avolo a la cerca; + + sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; + sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, + e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. + + Sempre la confusion de le persone + principio fu del mal de la cittade, + come del vostro il cibo che s’appone; + + e cieco toro più avaccio cade + che cieco agnello; e molte volte taglia + più e meglio una che le cinque spade. + + Se tu riguardi Luni e Orbisaglia + come sono ite, e come se ne vanno + di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, + + udir come le schiatte si disfanno + non ti parrà nova cosa né forte, + poscia che le cittadi termine hanno. + + Le vostre cose tutte hanno lor morte, + sì come voi; ma celasi in alcuna + che dura molto, e le vite son corte. + + E come ’l volger del ciel de la luna + cuopre e discuopre i liti sanza posa, + così fa di Fiorenza la Fortuna: + + per che non dee parer mirabil cosa + ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini + onde è la fama nel tempo nascosa. + + Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, + Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, + già nel calare, illustri cittadini; + + e vidi così grandi come antichi, + con quel de la Sannella, quel de l’Arca, + e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. + + Sovra la porta ch’al presente è carca + di nova fellonia di tanto peso + che tosto fia iattura de la barca, + + erano i Ravignani, ond’ è disceso + il conte Guido e qualunque del nome + de l’alto Bellincione ha poscia preso. + + Quel de la Pressa sapeva già come + regger si vuole, e avea Galigaio + dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome. + + Grand’ era già la colonna del Vaio, + Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci + e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. + + Lo ceppo di che nacquero i Calfucci + era già grande, e già eran tratti + a le curule Sizii e Arrigucci. + + Oh quali io vidi quei che son disfatti + per lor superbia! e le palle de l’oro + fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti. + + Così facieno i padri di coloro + che, sempre che la vostra chiesa vaca, + si fanno grassi stando a consistoro. + + L’oltracotata schiatta che s’indraca + dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente + o ver la borsa, com’ agnel si placa, + + già venìa sù, ma di picciola gente; + sì che non piacque ad Ubertin Donato + che poï il suocero il fé lor parente. + + Già era ’l Caponsacco nel mercato + disceso giù da Fiesole, e già era + buon cittadino Giuda e Infangato. + + Io dirò cosa incredibile e vera: + nel picciol cerchio s’entrava per porta + che si nomava da quei de la Pera. + + Ciascun che de la bella insegna porta + del gran barone il cui nome e ’l cui pregio + la festa di Tommaso riconforta, + + da esso ebbe milizia e privilegio; + avvegna che con popol si rauni + oggi colui che la fascia col fregio. + + Già eran Gualterotti e Importuni; + e ancor saria Borgo più quïeto, + se di novi vicin fosser digiuni. + + La casa di che nacque il vostro fleto, + per lo giusto disdegno che v’ha morti + e puose fine al vostro viver lieto, + + era onorata, essa e suoi consorti: + o Buondelmonte, quanto mal fuggisti + le nozze süe per li altrui conforti! + + Molti sarebber lieti, che son tristi, + se Dio t’avesse conceduto ad Ema + la prima volta ch’a città venisti. + + Ma conveniesi a quella pietra scema + che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse + vittima ne la sua pace postrema. + + Con queste genti, e con altre con esse, + vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo, + che non avea cagione onde piangesse. + + Con queste genti vid’io glorïoso + e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio + non era ad asta mai posto a ritroso, + + né per divisïon fatto vermiglio». + + + + Paradiso • Canto XVII + + + Qual venne a Climenè, per accertarsi + di ciò ch’avëa incontro a sé udito, + quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; + + tal era io, e tal era sentito + e da Beatrice e da la santa lampa + che pria per me avea mutato sito. + + Per che mia donna «Manda fuor la vampa + del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca + segnata bene de la interna stampa: + + non perché nostra conoscenza cresca + per tuo parlare, ma perché t’ausi + a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». + + «O cara piota mia che sì t’insusi, + che, come veggion le terrene menti + non capere in trïangol due ottusi, + + così vedi le cose contingenti + anzi che sieno in sé, mirando il punto + a cui tutti li tempi son presenti; + + mentre ch’io era a Virgilio congiunto + su per lo monte che l’anime cura + e discendendo nel mondo defunto, + + dette mi fuor di mia vita futura + parole gravi, avvegna ch’io mi senta + ben tetragono ai colpi di ventura; + + per che la voglia mia saria contenta + d’intender qual fortuna mi s’appressa: + ché saetta previsa vien più lenta». + + Così diss’ io a quella luce stessa + che pria m’avea parlato; e come volle + Beatrice, fu la mia voglia confessa. + + Né per ambage, in che la gente folle + già s’inviscava pria che fosse anciso + l’Agnel di Dio che le peccata tolle, + + ma per chiare parole e con preciso + latin rispuose quello amor paterno, + chiuso e parvente del suo proprio riso: + + «La contingenza, che fuor del quaderno + de la vostra matera non si stende, + tutta è dipinta nel cospetto etterno; + + necessità però quindi non prende + se non come dal viso in che si specchia + nave che per torrente giù discende. + + Da indi, sì come viene ad orecchia + dolce armonia da organo, mi viene + a vista il tempo che ti s’apparecchia. + + Qual si partio Ipolito d’Atene + per la spietata e perfida noverca, + tal di Fiorenza partir ti convene. + + Questo si vuole e questo già si cerca, + e tosto verrà fatto a chi ciò pensa + là dove Cristo tutto dì si merca. + + La colpa seguirà la parte offensa + in grido, come suol; ma la vendetta + fia testimonio al ver che la dispensa. + + Tu lascerai ogne cosa diletta + più caramente; e questo è quello strale + che l’arco de lo essilio pria saetta. + + Tu proverai sì come sa di sale + lo pane altrui, e come è duro calle + lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. + + E quel che più ti graverà le spalle, + sarà la compagnia malvagia e scempia + con la qual tu cadrai in questa valle; + + che tutta ingrata, tutta matta ed empia + si farà contr’ a te; ma, poco appresso, + ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. + + Di sua bestialitate il suo processo + farà la prova; sì ch’a te fia bello + averti fatta parte per te stesso. + + Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello + sarà la cortesia del gran Lombardo + che ’n su la scala porta il santo uccello; + + ch’in te avrà sì benigno riguardo, + che del fare e del chieder, tra voi due, + fia primo quel che tra li altri è più tardo. + + Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, + nascendo, sì da questa stella forte, + che notabili fier l’opere sue. + + Non se ne son le genti ancora accorte + per la novella età, ché pur nove anni + son queste rote intorno di lui torte; + + ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, + parran faville de la sua virtute + in non curar d’argento né d’affanni. + + Le sue magnificenze conosciute + saranno ancora, sì che ’ suoi nemici + non ne potran tener le lingue mute. + + A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; + per lui fia trasmutata molta gente, + cambiando condizion ricchi e mendici; + + e portera’ne scritto ne la mente + di lui, e nol dirai»; e disse cose + incredibili a quei che fier presente. + + Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose + di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie + che dietro a pochi giri son nascose. + + Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, + poscia che s’infutura la tua vita + vie più là che ’l punir di lor perfidie». + + Poi che, tacendo, si mostrò spedita + l’anima santa di metter la trama + in quella tela ch’io le porsi ordita, + + io cominciai, come colui che brama, + dubitando, consiglio da persona + che vede e vuol dirittamente e ama: + + «Ben veggio, padre mio, sì come sprona + lo tempo verso me, per colpo darmi + tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; + + per che di provedenza è buon ch’io m’armi, + sì che, se loco m’è tolto più caro, + io non perdessi li altri per miei carmi. + + Giù per lo mondo sanza fine amaro, + e per lo monte del cui bel cacume + li occhi de la mia donna mi levaro, + + e poscia per lo ciel, di lume in lume, + ho io appreso quel che s’io ridico, + a molti fia sapor di forte agrume; + + e s’io al vero son timido amico, + temo di perder viver tra coloro + che questo tempo chiameranno antico». + + La luce in che rideva il mio tesoro + ch’io trovai lì, si fé prima corusca, + quale a raggio di sole specchio d’oro; + + indi rispuose: «Coscïenza fusca + o de la propria o de l’altrui vergogna + pur sentirà la tua parola brusca. + + Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, + tutta tua visïon fa manifesta; + e lascia pur grattar dov’ è la rogna. + + Ché se la voce tua sarà molesta + nel primo gusto, vital nodrimento + lascerà poi, quando sarà digesta. + + Questo tuo grido farà come vento, + che le più alte cime più percuote; + e ciò non fa d’onor poco argomento. + + Però ti son mostrate in queste rote, + nel monte e ne la valle dolorosa + pur l’anime che son di fama note, + + che l’animo di quel ch’ode, non posa + né ferma fede per essempro ch’aia + la sua radice incognita e ascosa, + + né per altro argomento che non paia». + + + + Paradiso • Canto XVIII + + + Già si godeva solo del suo verbo + quello specchio beato, e io gustava + lo mio, temprando col dolce l’acerbo; + + e quella donna ch’a Dio mi menava + disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono + presso a colui ch’ogne torto disgrava». + + Io mi rivolsi a l’amoroso suono + del mio conforto; e qual io allor vidi + ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: + + non perch’ io pur del mio parlar diffidi, + ma per la mente che non può redire + sovra sé tanto, s’altri non la guidi. + + Tanto poss’ io di quel punto ridire, + che, rimirando lei, lo mio affetto + libero fu da ogne altro disire, + + fin che ’l piacere etterno, che diretto + raggiava in Bëatrice, dal bel viso + mi contentava col secondo aspetto. + + Vincendo me col lume d’un sorriso, + ella mi disse: «Volgiti e ascolta; + ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». + + Come si vede qui alcuna volta + l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, + che da lui sia tutta l’anima tolta, + + così nel fiammeggiar del folgór santo, + a ch’io mi volsi, conobbi la voglia + in lui di ragionarmi ancora alquanto. + + El cominciò: «In questa quinta soglia + de l’albero che vive de la cima + e frutta sempre e mai non perde foglia, + + spiriti son beati, che giù, prima + che venissero al ciel, fuor di gran voce, + sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. + + Però mira ne’ corni de la croce: + quello ch’io nomerò, lì farà l’atto + che fa in nube il suo foco veloce». + + Io vidi per la croce un lume tratto + dal nomar Iosuè, com’ el si feo; + né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. + + E al nome de l’alto Macabeo + vidi moversi un altro roteando, + e letizia era ferza del paleo. + + Così per Carlo Magno e per Orlando + due ne seguì lo mio attento sguardo, + com’ occhio segue suo falcon volando. + + Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo + e ’l duca Gottifredi la mia vista + per quella croce, e Ruberto Guiscardo. + + Indi, tra l’altre luci mota e mista, + mostrommi l’alma che m’avea parlato + qual era tra i cantor del cielo artista. + + Io mi rivolsi dal mio destro lato + per vedere in Beatrice il mio dovere, + o per parlare o per atto, segnato; + + e vidi le sue luci tanto mere, + tanto gioconde, che la sua sembianza + vinceva li altri e l’ultimo solere. + + E come, per sentir più dilettanza + bene operando, l’uom di giorno in giorno + s’accorge che la sua virtute avanza, + + sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno + col cielo insieme avea cresciuto l’arco, + veggendo quel miracol più addorno. + + E qual è ’l trasmutare in picciol varco + di tempo in bianca donna, quando ’l volto + suo si discarchi di vergogna il carco, + + tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, + per lo candor de la temprata stella + sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. + + Io vidi in quella giovïal facella + lo sfavillar de l’amor che lì era + segnare a li occhi miei nostra favella. + + E come augelli surti di rivera, + quasi congratulando a lor pasture, + fanno di sé or tonda or altra schiera, + + sì dentro ai lumi sante creature + volitando cantavano, e faciensi + or D, or I, or L in sue figure. + + Prima, cantando, a sua nota moviensi; + poi, diventando l’un di questi segni, + un poco s’arrestavano e taciensi. + + O diva Pegasëa che li ’ngegni + fai glorïosi e rendili longevi, + ed essi teco le cittadi e ’ regni, + + illustrami di te, sì ch’io rilevi + le lor figure com’ io l’ho concette: + paia tua possa in questi versi brevi! + + Mostrarsi dunque in cinque volte sette + vocali e consonanti; e io notai + le parti sì, come mi parver dette. + + ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai + fur verbo e nome di tutto ’l dipinto; + ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai. + + Poscia ne l’emme del vocabol quinto + rimasero ordinate; sì che Giove + pareva argento lì d’oro distinto. + + E vidi scendere altre luci dove + era il colmo de l’emme, e lì quetarsi + cantando, credo, il ben ch’a sé le move. + + Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi + surgono innumerabili faville, + onde li stolti sogliono agurarsi, + + resurger parver quindi più di mille + luci e salir, qual assai e qual poco, + sì come ’l sol che l’accende sortille; + + e quïetata ciascuna in suo loco, + la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi + rappresentare a quel distinto foco. + + Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; + ma esso guida, e da lui si rammenta + quella virtù ch’è forma per li nidi. + + L’altra bëatitudo, che contenta + pareva prima d’ingigliarsi a l’emme, + con poco moto seguitò la ’mprenta. + + O dolce stella, quali e quante gemme + mi dimostraro che nostra giustizia + effetto sia del ciel che tu ingemme! + + Per ch’io prego la mente in che s’inizia + tuo moto e tua virtute, che rimiri + ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; + + sì ch’un’altra fïata omai s’adiri + del comperare e vender dentro al templo + che si murò di segni e di martìri. + + O milizia del ciel cu’ io contemplo, + adora per color che sono in terra + tutti svïati dietro al malo essemplo! + + Già si solea con le spade far guerra; + ma or si fa togliendo or qui or quivi + lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra. + + Ma tu che sol per cancellare scrivi, + pensa che Pietro e Paulo, che moriro + per la vigna che guasti, ancor son vivi. + + Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro + sì a colui che volle viver solo + e che per salti fu tratto al martiro, + + ch’io non conosco il pescator né Polo». + + + + Paradiso • Canto XIX + + + Parea dinanzi a me con l’ali aperte + la bella image che nel dolce frui + liete facevan l’anime conserte; + + parea ciascuna rubinetto in cui + raggio di sole ardesse sì acceso, + che ne’ miei occhi rifrangesse lui. + + E quel che mi convien ritrar testeso, + non portò voce mai, né scrisse incostro, + né fu per fantasia già mai compreso; + + ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, + e sonar ne la voce e «io» e «mio», + quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’. + + E cominciò: «Per esser giusto e pio + son io qui essaltato a quella gloria + che non si lascia vincere a disio; + + e in terra lasciai la mia memoria + sì fatta, che le genti lì malvage + commendan lei, ma non seguon la storia». + + Così un sol calor di molte brage + si fa sentir, come di molti amori + usciva solo un suon di quella image. + + Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori + de l’etterna letizia, che pur uno + parer mi fate tutti vostri odori, + + solvetemi, spirando, il gran digiuno + che lungamente m’ha tenuto in fame, + non trovandoli in terra cibo alcuno. + + Ben so io che, se ’n cielo altro reame + la divina giustizia fa suo specchio, + che ’l vostro non l’apprende con velame. + + Sapete come attento io m’apparecchio + ad ascoltar; sapete qual è quello + dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». + + Quasi falcone ch’esce del cappello, + move la testa e con l’ali si plaude, + voglia mostrando e faccendosi bello, + + vid’ io farsi quel segno, che di laude + de la divina grazia era contesto, + con canti quai si sa chi là sù gaude. + + Poi cominciò: «Colui che volse il sesto + a lo stremo del mondo, e dentro ad esso + distinse tanto occulto e manifesto, + + non poté suo valor sì fare impresso + in tutto l’universo, che ’l suo verbo + non rimanesse in infinito eccesso. + + E ciò fa certo che ’l primo superbo, + che fu la somma d’ogne creatura, + per non aspettar lume, cadde acerbo; + + e quinci appar ch’ogne minor natura + è corto recettacolo a quel bene + che non ha fine e sé con sé misura. + + Dunque vostra veduta, che convene + esser alcun de’ raggi de la mente + di che tutte le cose son ripiene, + + non pò da sua natura esser possente + tanto, che suo principio discerna + molto di là da quel che l’è parvente. + + Però ne la giustizia sempiterna + la vista che riceve il vostro mondo, + com’ occhio per lo mare, entro s’interna; + + che, ben che da la proda veggia il fondo, + in pelago nol vede; e nondimeno + èli, ma cela lui l’esser profondo. + + Lume non è, se non vien dal sereno + che non si turba mai; anzi è tenèbra + od ombra de la carne o suo veleno. + + Assai t’è mo aperta la latebra + che t’ascondeva la giustizia viva, + di che facei question cotanto crebra; + + ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva + de l’Indo, e quivi non è chi ragioni + di Cristo né chi legga né chi scriva; + + e tutti suoi voleri e atti buoni + sono, quanto ragione umana vede, + sanza peccato in vita o in sermoni. + + Muore non battezzato e sanza fede: + ov’ è questa giustizia che ’l condanna? + ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”. + + Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, + per giudicar di lungi mille miglia + con la veduta corta d’una spanna? + + Certo a colui che meco s’assottiglia, + se la Scrittura sovra voi non fosse, + da dubitar sarebbe a maraviglia. + + Oh terreni animali! oh menti grosse! + La prima volontà, ch’è da sé buona, + da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. + + Cotanto è giusto quanto a lei consuona: + nullo creato bene a sé la tira, + ma essa, radïando, lui cagiona». + + Quale sovresso il nido si rigira + poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, + e come quel ch’è pasto la rimira; + + cotal si fece, e sì leväi i cigli, + la benedetta imagine, che l’ali + movea sospinte da tanti consigli. + + Roteando cantava, e dicea: «Quali + son le mie note a te, che non le ’ntendi, + tal è il giudicio etterno a voi mortali». + + Poi si quetaro quei lucenti incendi + de lo Spirito Santo ancor nel segno + che fé i Romani al mondo reverendi, + + esso ricominciò: «A questo regno + non salì mai chi non credette ’n Cristo, + né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. + + Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, + che saranno in giudicio assai men prope + a lui, che tal che non conosce Cristo; + + e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, + quando si partiranno i due collegi, + l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. + + Che poran dir li Perse a’ vostri regi, + come vedranno quel volume aperto + nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? + + Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, + quella che tosto moverà la penna, + per che ’l regno di Praga fia diserto. + + Lì si vedrà il duol che sovra Senna + induce, falseggiando la moneta, + quel che morrà di colpo di cotenna. + + Lì si vedrà la superbia ch’asseta, + che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, + sì che non può soffrir dentro a sua meta. + + Vedrassi la lussuria e ’l viver molle + di quel di Spagna e di quel di Boemme, + che mai valor non conobbe né volle. + + Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme + segnata con un i la sua bontate, + quando ’l contrario segnerà un emme. + + Vedrassi l’avarizia e la viltate + di quei che guarda l’isola del foco, + ove Anchise finì la lunga etate; + + e a dare ad intender quanto è poco, + la sua scrittura fian lettere mozze, + che noteranno molto in parvo loco. + + E parranno a ciascun l’opere sozze + del barba e del fratel, che tanto egregia + nazione e due corone han fatte bozze. + + E quel di Portogallo e di Norvegia + lì si conosceranno, e quel di Rascia + che male ha visto il conio di Vinegia. + + Oh beata Ungheria, se non si lascia + più malmenare! e beata Navarra, + se s’armasse del monte che la fascia! + + E creder de’ ciascun che già, per arra + di questo, Niccosïa e Famagosta + per la lor bestia si lamenti e garra, + + che dal fianco de l’altre non si scosta». + + + + Paradiso • Canto XX + + + Quando colui che tutto ’l mondo alluma + de l’emisperio nostro sì discende, + che ’l giorno d’ogne parte si consuma, + + lo ciel, che sol di lui prima s’accende, + subitamente si rifà parvente + per molte luci, in che una risplende; + + e questo atto del ciel mi venne a mente, + come ’l segno del mondo e de’ suoi duci + nel benedetto rostro fu tacente; + + però che tutte quelle vive luci, + vie più lucendo, cominciaron canti + da mia memoria labili e caduci. + + O dolce amor che di riso t’ammanti, + quanto parevi ardente in que’ flailli, + ch’avieno spirto sol di pensier santi! + + Poscia che i cari e lucidi lapilli + ond’ io vidi ingemmato il sesto lume + puoser silenzio a li angelici squilli, + + udir mi parve un mormorar di fiume + che scende chiaro giù di pietra in pietra, + mostrando l’ubertà del suo cacume. + + E come suono al collo de la cetra + prende sua forma, e sì com’ al pertugio + de la sampogna vento che penètra, + + così, rimosso d’aspettare indugio, + quel mormorar de l’aguglia salissi + su per lo collo, come fosse bugio. + + Fecesi voce quivi, e quindi uscissi + per lo suo becco in forma di parole, + quali aspettava il core ov’ io le scrissi. + + «La parte in me che vede e pate il sole + ne l’aguglie mortali», incominciommi, + «or fisamente riguardar si vole, + + perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, + quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, + e’ di tutti lor gradi son li sommi. + + Colui che luce in mezzo per pupilla, + fu il cantor de lo Spirito Santo, + che l’arca traslatò di villa in villa: + + ora conosce il merto del suo canto, + in quanto effetto fu del suo consiglio, + per lo remunerar ch’è altrettanto. + + Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, + colui che più al becco mi s’accosta, + la vedovella consolò del figlio: + + ora conosce quanto caro costa + non seguir Cristo, per l’esperïenza + di questa dolce vita e de l’opposta. + + E quel che segue in la circunferenza + di che ragiono, per l’arco superno, + morte indugiò per vera penitenza: + + ora conosce che ’l giudicio etterno + non si trasmuta, quando degno preco + fa crastino là giù de l’odïerno. + + L’altro che segue, con le leggi e meco, + sotto buona intenzion che fé mal frutto, + per cedere al pastor si fece greco: + + ora conosce come il mal dedutto + dal suo bene operar non li è nocivo, + avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. + + E quel che vedi ne l’arco declivo, + Guiglielmo fu, cui quella terra plora + che piagne Carlo e Federigo vivo: + + ora conosce come s’innamora + lo ciel del giusto rege, e al sembiante + del suo fulgore il fa vedere ancora. + + Chi crederebbe giù nel mondo errante + che Rifëo Troiano in questo tondo + fosse la quinta de le luci sante? + + Ora conosce assai di quel che ’l mondo + veder non può de la divina grazia, + ben che sua vista non discerna il fondo». + + Quale allodetta che ’n aere si spazia + prima cantando, e poi tace contenta + de l’ultima dolcezza che la sazia, + + tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta + de l’etterno piacere, al cui disio + ciascuna cosa qual ell’ è diventa. + + E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio + lì quasi vetro a lo color ch’el veste, + tempo aspettar tacendo non patio, + + ma de la bocca, «Che cose son queste?», + mi pinse con la forza del suo peso: + per ch’io di coruscar vidi gran feste. + + Poi appresso, con l’occhio più acceso, + lo benedetto segno mi rispuose + per non tenermi in ammirar sospeso: + + «Io veggio che tu credi queste cose + perch’ io le dico, ma non vedi come; + sì che, se son credute, sono ascose. + + Fai come quei che la cosa per nome + apprende ben, ma la sua quiditate + veder non può se altri non la prome. + + Regnum celorum vïolenza pate + da caldo amore e da viva speranza, + che vince la divina volontate: + + non a guisa che l’omo a l’om sobranza, + ma vince lei perché vuole esser vinta, + e, vinta, vince con sua beninanza. + + La prima vita del ciglio e la quinta + ti fa maravigliar, perché ne vedi + la regïon de li angeli dipinta. + + D’i corpi suoi non uscir, come credi, + Gentili, ma Cristiani, in ferma fede + quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. + + Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede + già mai a buon voler, tornò a l’ossa; + e ciò di viva spene fu mercede: + + di viva spene, che mise la possa + ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, + sì che potesse sua voglia esser mossa. + + L’anima glorïosa onde si parla, + tornata ne la carne, in che fu poco, + credette in lui che potëa aiutarla; + + e credendo s’accese in tanto foco + di vero amor, ch’a la morte seconda + fu degna di venire a questo gioco. + + L’altra, per grazia che da sì profonda + fontana stilla, che mai creatura + non pinse l’occhio infino a la prima onda, + + tutto suo amor là giù pose a drittura: + per che, di grazia in grazia, Dio li aperse + l’occhio a la nostra redenzion futura; + + ond’ ei credette in quella, e non sofferse + da indi il puzzo più del paganesmo; + e riprendiene le genti perverse. + + Quelle tre donne li fur per battesmo + che tu vedesti da la destra rota, + dinanzi al battezzar più d’un millesmo. + + O predestinazion, quanto remota + è la radice tua da quelli aspetti + che la prima cagion non veggion tota! + + E voi, mortali, tenetevi stretti + a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, + non conosciamo ancor tutti li eletti; + + ed ènne dolce così fatto scemo, + perché il ben nostro in questo ben s’affina, + che quel che vole Iddio, e noi volemo». + + Così da quella imagine divina, + per farmi chiara la mia corta vista, + data mi fu soave medicina. + + E come a buon cantor buon citarista + fa seguitar lo guizzo de la corda, + in che più di piacer lo canto acquista, + + sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda + ch’io vidi le due luci benedette, + pur come batter d’occhi si concorda, + + con le parole mover le fiammette. + + + + Paradiso • Canto XXI + + + Già eran li occhi miei rifissi al volto + de la mia donna, e l’animo con essi, + e da ogne altro intento s’era tolto. + + E quella non ridea; ma «S’io ridessi», + mi cominciò, «tu ti faresti quale + fu Semelè quando di cener fessi: + + ché la bellezza mia, che per le scale + de l’etterno palazzo più s’accende, + com’ hai veduto, quanto più si sale, + + se non si temperasse, tanto splende, + che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, + sarebbe fronda che trono scoscende. + + Noi sem levati al settimo splendore, + che sotto ’l petto del Leone ardente + raggia mo misto giù del suo valore. + + Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, + e fa di quelli specchi a la figura + che ’n questo specchio ti sarà parvente». + + Qual savesse qual era la pastura + del viso mio ne l’aspetto beato + quand’ io mi trasmutai ad altra cura, + + conoscerebbe quanto m’era a grato + ubidire a la mia celeste scorta, + contrapesando l’un con l’altro lato. + + Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, + cerchiando il mondo, del suo caro duce + sotto cui giacque ogne malizia morta, + + di color d’oro in che raggio traluce + vid’ io uno scaleo eretto in suso + tanto, che nol seguiva la mia luce. + + Vidi anche per li gradi scender giuso + tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume + che par nel ciel, quindi fosse diffuso. + + E come, per lo natural costume, + le pole insieme, al cominciar del giorno, + si movono a scaldar le fredde piume; + + poi altre vanno via sanza ritorno, + altre rivolgon sé onde son mosse, + e altre roteando fan soggiorno; + + tal modo parve me che quivi fosse + in quello sfavillar che ’nsieme venne, + sì come in certo grado si percosse. + + E quel che presso più ci si ritenne, + si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando: + ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne. + + Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando + del dire e del tacer, si sta; ond’ io, + contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’. + + Per ch’ella, che vedëa il tacer mio + nel veder di colui che tutto vede, + mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». + + E io incominciai: «La mia mercede + non mi fa degno de la tua risposta; + ma per colei che ’l chieder mi concede, + + vita beata che ti stai nascosta + dentro a la tua letizia, fammi nota + la cagion che sì presso mi t’ha posta; + + e dì perché si tace in questa rota + la dolce sinfonia di paradiso, + che giù per l’altre suona sì divota». + + «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», + rispuose a me; «onde qui non si canta + per quel che Bëatrice non ha riso. + + Giù per li gradi de la scala santa + discesi tanto sol per farti festa + col dire e con la luce che mi ammanta; + + né più amor mi fece esser più presta, + ché più e tanto amor quinci sù ferve, + sì come il fiammeggiar ti manifesta. + + Ma l’alta carità, che ci fa serve + pronte al consiglio che ’l mondo governa, + sorteggia qui sì come tu osserve». + + «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, + come libero amore in questa corte + basta a seguir la provedenza etterna; + + ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, + perché predestinata fosti sola + a questo officio tra le tue consorte». + + Né venni prima a l’ultima parola, + che del suo mezzo fece il lume centro, + girando sé come veloce mola; + + poi rispuose l’amor che v’era dentro: + «Luce divina sopra me s’appunta, + penetrando per questa in ch’io m’inventro, + + la cui virtù, col mio veder congiunta, + mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio + la somma essenza de la quale è munta. + + Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; + per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara, + la chiarità de la fiamma pareggio. + + Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, + quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, + a la dimanda tua non satisfara, + + però che sì s’innoltra ne lo abisso + de l’etterno statuto quel che chiedi, + che da ogne creata vista è scisso. + + E al mondo mortal, quando tu riedi, + questo rapporta, sì che non presumma + a tanto segno più mover li piedi. + + La mente, che qui luce, in terra fumma; + onde riguarda come può là giùe + quel che non pote perché ’l ciel l’assumma». + + Sì mi prescrisser le parole sue, + ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi + a dimandarla umilmente chi fue. + + «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, + e non molto distanti a la tua patria, + tanto che ’ troni assai suonan più bassi, + + e fanno un gibbo che si chiama Catria, + di sotto al quale è consecrato un ermo, + che suole esser disposto a sola latria». + + Così ricominciommi il terzo sermo; + e poi, continüando, disse: «Quivi + al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, + + che pur con cibi di liquor d’ulivi + lievemente passava caldi e geli, + contento ne’ pensier contemplativi. + + Render solea quel chiostro a questi cieli + fertilemente; e ora è fatto vano, + sì che tosto convien che si riveli. + + In quel loco fu’ io Pietro Damiano, + e Pietro Peccator fu’ ne la casa + di Nostra Donna in sul lito adriano. + + Poca vita mortal m’era rimasa, + quando fui chiesto e tratto a quel cappello, + che pur di male in peggio si travasa. + + Venne Cefàs e venne il gran vasello + de lo Spirito Santo, magri e scalzi, + prendendo il cibo da qualunque ostello. + + Or voglion quinci e quindi chi rincalzi + li moderni pastori e chi li meni, + tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. + + Cuopron d’i manti loro i palafreni, + sì che due bestie van sott’ una pelle: + oh pazïenza che tanto sostieni!». + + A questa voce vid’ io più fiammelle + di grado in grado scendere e girarsi, + e ogne giro le facea più belle. + + Dintorno a questa vennero e fermarsi, + e fero un grido di sì alto suono, + che non potrebbe qui assomigliarsi; + + né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. + + + + Paradiso • Canto XXII + + + Oppresso di stupore, a la mia guida + mi volsi, come parvol che ricorre + sempre colà dove più si confida; + + e quella, come madre che soccorre + sùbito al figlio palido e anelo + con la sua voce, che ’l suol ben disporre, + + mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? + e non sai tu che ’l cielo è tutto santo, + e ciò che ci si fa vien da buon zelo? + + Come t’avrebbe trasmutato il canto, + e io ridendo, mo pensar lo puoi, + poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto; + + nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, + già ti sarebbe nota la vendetta + che tu vedrai innanzi che tu muoi. + + La spada di qua sù non taglia in fretta + né tardo, ma’ ch’al parer di colui + che disïando o temendo l’aspetta. + + Ma rivolgiti omai inverso altrui; + ch’assai illustri spiriti vedrai, + se com’ io dico l’aspetto redui». + + Come a lei piacque, li occhi ritornai, + e vidi cento sperule che ’nsieme + più s’abbellivan con mutüi rai. + + Io stava come quei che ’n sé repreme + la punta del disio, e non s’attenta + di domandar, sì del troppo si teme; + + e la maggiore e la più luculenta + di quelle margherite innanzi fessi, + per far di sé la mia voglia contenta. + + Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi + com’ io la carità che tra noi arde, + li tuoi concetti sarebbero espressi. + + Ma perché tu, aspettando, non tarde + a l’alto fine, io ti farò risposta + pur al pensier, da che sì ti riguarde. + + Quel monte a cui Cassino è ne la costa + fu frequentato già in su la cima + da la gente ingannata e mal disposta; + + e quel son io che sù vi portai prima + lo nome di colui che ’n terra addusse + la verità che tanto ci soblima; + + e tanta grazia sopra me relusse, + ch’io ritrassi le ville circunstanti + da l’empio cólto che ’l mondo sedusse. + + Questi altri fuochi tutti contemplanti + uomini fuoro, accesi di quel caldo + che fa nascere i fiori e ’ frutti santi. + + Qui è Maccario, qui è Romoaldo, + qui son li frati miei che dentro ai chiostri + fermar li piedi e tennero il cor saldo». + + E io a lui: «L’affetto che dimostri + meco parlando, e la buona sembianza + ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, + + così m’ha dilatata mia fidanza, + come ’l sol fa la rosa quando aperta + tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. + + Però ti priego, e tu, padre, m’accerta + s’io posso prender tanta grazia, ch’io + ti veggia con imagine scoverta». + + Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio + s’adempierà in su l’ultima spera, + ove s’adempion tutti li altri e ’l mio. + + Ivi è perfetta, matura e intera + ciascuna disïanza; in quella sola + è ogne parte là ove sempr’ era, + + perché non è in loco e non s’impola; + e nostra scala infino ad essa varca, + onde così dal viso ti s’invola. + + Infin là sù la vide il patriarca + Iacobbe porger la superna parte, + quando li apparve d’angeli sì carca. + + Ma, per salirla, mo nessun diparte + da terra i piedi, e la regola mia + rimasa è per danno de le carte. + + Le mura che solieno esser badia + fatte sono spelonche, e le cocolle + sacca son piene di farina ria. + + Ma grave usura tanto non si tolle + contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto + che fa il cor de’ monaci sì folle; + + ché quantunque la Chiesa guarda, tutto + è de la gente che per Dio dimanda; + non di parenti né d’altro più brutto. + + La carne d’i mortali è tanto blanda, + che giù non basta buon cominciamento + dal nascer de la quercia al far la ghianda. + + Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, + e io con orazione e con digiuno, + e Francesco umilmente il suo convento; + + e se guardi ’l principio di ciascuno, + poscia riguardi là dov’ è trascorso, + tu vederai del bianco fatto bruno. + + Veramente Iordan vòlto retrorso + più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, + mirabile a veder che qui ’l soccorso». + + Così mi disse, e indi si raccolse + al suo collegio, e ’l collegio si strinse; + poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse. + + La dolce donna dietro a lor mi pinse + con un sol cenno su per quella scala, + sì sua virtù la mia natura vinse; + + né mai qua giù dove si monta e cala + naturalmente, fu sì ratto moto + ch’agguagliar si potesse a la mia ala. + + S’io torni mai, lettore, a quel divoto + trïunfo per lo quale io piango spesso + le mie peccata e ’l petto mi percuoto, + + tu non avresti in tanto tratto e messo + nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno + che segue il Tauro e fui dentro da esso. + + O glorïose stelle, o lume pregno + di gran virtù, dal quale io riconosco + tutto, qual che si sia, il mio ingegno, + + con voi nasceva e s’ascondeva vosco + quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, + quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; + + e poi, quando mi fu grazia largita + d’entrar ne l’alta rota che vi gira, + la vostra regïon mi fu sortita. + + A voi divotamente ora sospira + l’anima mia, per acquistar virtute + al passo forte che a sé la tira. + + «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», + cominciò Bëatrice, «che tu dei + aver le luci tue chiare e acute; + + e però, prima che tu più t’inlei, + rimira in giù, e vedi quanto mondo + sotto li piedi già esser ti fei; + + sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo + s’appresenti a la turba trïunfante + che lieta vien per questo etera tondo». + + Col viso ritornai per tutte quante + le sette spere, e vidi questo globo + tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; + + e quel consiglio per migliore approbo + che l’ha per meno; e chi ad altro pensa + chiamar si puote veramente probo. + + Vidi la figlia di Latona incensa + sanza quell’ ombra che mi fu cagione + per che già la credetti rara e densa. + + L’aspetto del tuo nato, Iperïone, + quivi sostenni, e vidi com’ si move + circa e vicino a lui Maia e Dïone. + + Quindi m’apparve il temperar di Giove + tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro + il varïar che fanno di lor dove; + + e tutti e sette mi si dimostraro + quanto son grandi e quanto son veloci + e come sono in distante riparo. + + L’aiuola che ci fa tanto feroci, + volgendom’ io con li etterni Gemelli, + tutta m’apparve da’ colli a le foci; + + poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. + + + + Paradiso • Canto XXIII + + + Come l’augello, intra l’amate fronde, + posato al nido de’ suoi dolci nati + la notte che le cose ci nasconde, + + che, per veder li aspetti disïati + e per trovar lo cibo onde li pasca, + in che gravi labor li sono aggrati, + + previene il tempo in su aperta frasca, + e con ardente affetto il sole aspetta, + fiso guardando pur che l’alba nasca; + + così la donna mïa stava eretta + e attenta, rivolta inver’ la plaga + sotto la quale il sol mostra men fretta: + + sì che, veggendola io sospesa e vaga, + fecimi qual è quei che disïando + altro vorria, e sperando s’appaga. + + Ma poco fu tra uno e altro quando, + del mio attender, dico, e del vedere + lo ciel venir più e più rischiarando; + + e Bëatrice disse: «Ecco le schiere + del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto + ricolto del girar di queste spere!». + + Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, + e li occhi avea di letizia sì pieni, + che passarmen convien sanza costrutto. + + Quale ne’ plenilunïi sereni + Trivïa ride tra le ninfe etterne + che dipingon lo ciel per tutti i seni, + + vid’ i’ sopra migliaia di lucerne + un sol che tutte quante l’accendea, + come fa ’l nostro le viste superne; + + e per la viva luce trasparea + la lucente sustanza tanto chiara + nel viso mio, che non la sostenea. + + Oh Bëatrice, dolce guida e cara! + Ella mi disse: «Quel che ti sobranza + è virtù da cui nulla si ripara. + + Quivi è la sapïenza e la possanza + ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, + onde fu già sì lunga disïanza». + + Come foco di nube si diserra + per dilatarsi sì che non vi cape, + e fuor di sua natura in giù s’atterra, + + la mente mia così, tra quelle dape + fatta più grande, di sé stessa uscìo, + e che si fesse rimembrar non sape. + + «Apri li occhi e riguarda qual son io; + tu hai vedute cose, che possente + se’ fatto a sostener lo riso mio». + + Io era come quei che si risente + di visïone oblita e che s’ingegna + indarno di ridurlasi a la mente, + + quand’ io udi’ questa proferta, degna + di tanto grato, che mai non si stingue + del libro che ’l preterito rassegna. + + Se mo sonasser tutte quelle lingue + che Polimnïa con le suore fero + del latte lor dolcissimo più pingue, + + per aiutarmi, al millesmo del vero + non si verria, cantando il santo riso + e quanto il santo aspetto facea mero; + + e così, figurando il paradiso, + convien saltar lo sacrato poema, + come chi trova suo cammin riciso. + + Ma chi pensasse il ponderoso tema + e l’omero mortal che se ne carca, + nol biasmerebbe se sott’ esso trema: + + non è pareggio da picciola barca + quel che fendendo va l’ardita prora, + né da nocchier ch’a sé medesmo parca. + + «Perché la faccia mia sì t’innamora, + che tu non ti rivolgi al bel giardino + che sotto i raggi di Cristo s’infiora? + + Quivi è la rosa in che ’l verbo divino + carne si fece; quivi son li gigli + al cui odor si prese il buon cammino». + + Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli + tutto era pronto, ancora mi rendei + a la battaglia de’ debili cigli. + + Come a raggio di sol, che puro mei + per fratta nube, già prato di fiori + vider, coverti d’ombra, li occhi miei; + + vid’ io così più turbe di splendori, + folgorate di sù da raggi ardenti, + sanza veder principio di folgóri. + + O benigna vertù che sì li ’mprenti, + sù t’essaltasti, per largirmi loco + a li occhi lì che non t’eran possenti. + + Il nome del bel fior ch’io sempre invoco + e mane e sera, tutto mi ristrinse + l’animo ad avvisar lo maggior foco; + + e come ambo le luci mi dipinse + il quale e il quanto de la viva stella + che là sù vince come qua giù vinse, + + per entro il cielo scese una facella, + formata in cerchio a guisa di corona, + e cinsela e girossi intorno ad ella. + + Qualunque melodia più dolce suona + qua giù e più a sé l’anima tira, + parrebbe nube che squarciata tona, + + comparata al sonar di quella lira + onde si coronava il bel zaffiro + del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. + + «Io sono amore angelico, che giro + l’alta letizia che spira del ventre + che fu albergo del nostro disiro; + + e girerommi, donna del ciel, mentre + che seguirai tuo figlio, e farai dia + più la spera suprema perché lì entre». + + Così la circulata melodia + si sigillava, e tutti li altri lumi + facean sonare il nome di Maria. + + Lo real manto di tutti i volumi + del mondo, che più ferve e più s’avviva + ne l’alito di Dio e nei costumi, + + avea sopra di noi l’interna riva + tanto distante, che la sua parvenza, + là dov’ io era, ancor non appariva: + + però non ebber li occhi miei potenza + di seguitar la coronata fiamma + che si levò appresso sua semenza. + + E come fantolin che ’nver’ la mamma + tende le braccia, poi che ’l latte prese, + per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; + + ciascun di quei candori in sù si stese + con la sua cima, sì che l’alto affetto + ch’elli avieno a Maria mi fu palese. + + Indi rimaser lì nel mio cospetto, + ‘Regina celi’ cantando sì dolce, + che mai da me non si partì ’l diletto. + + Oh quanta è l’ubertà che si soffolce + in quelle arche ricchissime che fuoro + a seminar qua giù buone bobolce! + + Quivi si vive e gode del tesoro + che s’acquistò piangendo ne lo essilio + di Babillòn, ove si lasciò l’oro. + + Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio + di Dio e di Maria, di sua vittoria, + e con l’antico e col novo concilio, + + colui che tien le chiavi di tal gloria. + + + + Paradiso • Canto XXIV + + + «O sodalizio eletto a la gran cena + del benedetto Agnello, il qual vi ciba + sì, che la vostra voglia è sempre piena, + + se per grazia di Dio questi preliba + di quel che cade de la vostra mensa, + prima che morte tempo li prescriba, + + ponete mente a l’affezione immensa + e roratelo alquanto: voi bevete + sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». + + Così Beatrice; e quelle anime liete + si fero spere sopra fissi poli, + fiammando, a volte, a guisa di comete. + + E come cerchi in tempra d’orïuoli + si giran sì, che ’l primo a chi pon mente + quïeto pare, e l’ultimo che voli; + + così quelle carole, differente- + mente danzando, de la sua ricchezza + mi facieno stimar, veloci e lente. + + Di quella ch’io notai di più carezza + vid’ ïo uscire un foco sì felice, + che nullo vi lasciò di più chiarezza; + + e tre fïate intorno di Beatrice + si volse con un canto tanto divo, + che la mia fantasia nol mi ridice. + + Però salta la penna e non lo scrivo: + ché l’imagine nostra a cotai pieghe, + non che ’l parlare, è troppo color vivo. + + «O santa suora mia che sì ne prieghe + divota, per lo tuo ardente affetto + da quella bella spera mi disleghe». + + Poscia fermato, il foco benedetto + a la mia donna dirizzò lo spiro, + che favellò così com’ i’ ho detto. + + Ed ella: «O luce etterna del gran viro + a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, + ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, + + tenta costui di punti lievi e gravi, + come ti piace, intorno de la fede, + per la qual tu su per lo mare andavi. + + S’elli ama bene e bene spera e crede, + non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi + dov’ ogne cosa dipinta si vede; + + ma perché questo regno ha fatto civi + per la verace fede, a glorïarla, + di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». + + Sì come il baccialier s’arma e non parla + fin che ’l maestro la question propone, + per approvarla, non per terminarla, + + così m’armava io d’ogne ragione + mentre ch’ella dicea, per esser presto + a tal querente e a tal professione. + + «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: + fede che è?». Ond’ io levai la fronte + in quella luce onde spirava questo; + + poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte + sembianze femmi perch’ ïo spandessi + l’acqua di fuor del mio interno fonte. + + «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», + comincia’ io, «da l’alto primipilo, + faccia li miei concetti bene espressi». + + E seguitai: «Come ’l verace stilo + ne scrisse, padre, del tuo caro frate + che mise teco Roma nel buon filo, + + fede è sustanza di cose sperate + e argomento de le non parventi; + e questa pare a me sua quiditate». + + Allora udi’: «Dirittamente senti, + se bene intendi perché la ripuose + tra le sustanze, e poi tra li argomenti». + + E io appresso: «Le profonde cose + che mi largiscon qui la lor parvenza, + a li occhi di là giù son sì ascose, + + che l’esser loro v’è in sola credenza, + sopra la qual si fonda l’alta spene; + e però di sustanza prende intenza. + + E da questa credenza ci convene + silogizzar, sanz’ avere altra vista: + però intenza d’argomento tene». + + Allora udi’: «Se quantunque s’acquista + giù per dottrina, fosse così ’nteso, + non lì avria loco ingegno di sofista». + + Così spirò di quello amore acceso; + indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa + d’esta moneta già la lega e ’l peso; + + ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». + Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, + che nel suo conio nulla mi s’inforsa». + + Appresso uscì de la luce profonda + che lì splendeva: «Questa cara gioia + sopra la quale ogne virtù si fonda, + + onde ti venne?». E io: «La larga ploia + de lo Spirito Santo, ch’è diffusa + in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, + + è silogismo che la m’ha conchiusa + acutamente sì, che ’nverso d’ella + ogne dimostrazion mi pare ottusa». + + Io udi’ poi: «L’antica e la novella + proposizion che così ti conchiude, + perché l’hai tu per divina favella?». + + E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, + son l’opere seguite, a che natura + non scalda ferro mai né batte incude». + + Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura + che quell’ opere fosser? Quel medesmo + che vuol provarsi, non altri, il ti giura». + + «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», + diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno + è tal, che li altri non sono il centesmo: + + ché tu intrasti povero e digiuno + in campo, a seminar la buona pianta + che fu già vite e ora è fatta pruno». + + Finito questo, l’alta corte santa + risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ + ne la melode che là sù si canta. + + E quel baron che sì di ramo in ramo, + essaminando, già tratto m’avea, + che a l’ultime fronde appressavamo, + + ricominciò: «La Grazia, che donnea + con la tua mente, la bocca t’aperse + infino a qui come aprir si dovea, + + sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; + ma or convien espremer quel che credi, + e onde a la credenza tua s’offerse». + + «O santo padre, e spirito che vedi + ciò che credesti sì, che tu vincesti + ver’ lo sepulcro più giovani piedi», + + comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti + la forma qui del pronto creder mio, + e anche la cagion di lui chiedesti. + + E io rispondo: Io credo in uno Dio + solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, + non moto, con amore e con disio; + + e a tal creder non ho io pur prove + fisice e metafisice, ma dalmi + anche la verità che quinci piove + + per Moïsè, per profeti e per salmi, + per l’Evangelio e per voi che scriveste + poi che l’ardente Spirto vi fé almi; + + e credo in tre persone etterne, e queste + credo una essenza sì una e sì trina, + che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’. + + De la profonda condizion divina + ch’io tocco mo, la mente mi sigilla + più volte l’evangelica dottrina. + + Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla + che si dilata in fiamma poi vivace, + e come stella in cielo in me scintilla». + + Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, + da indi abbraccia il servo, gratulando + per la novella, tosto ch’el si tace; + + così, benedicendomi cantando, + tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, + l’appostolico lume al cui comando + + io avea detto: sì nel dir li piacqui! + + + + Paradiso • Canto XXV + + + Se mai continga che ’l poema sacro + al quale ha posto mano e cielo e terra, + sì che m’ha fatto per molti anni macro, + + vinca la crudeltà che fuor mi serra + del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, + nimico ai lupi che li danno guerra; + + con altra voce omai, con altro vello + ritornerò poeta, e in sul fonte + del mio battesmo prenderò ’l cappello; + + però che ne la fede, che fa conte + l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi + Pietro per lei sì mi girò la fronte. + + Indi si mosse un lume verso noi + di quella spera ond’ uscì la primizia + che lasciò Cristo d’i vicari suoi; + + e la mia donna, piena di letizia, + mi disse: «Mira, mira: ecco il barone + per cui là giù si vicita Galizia». + + Sì come quando il colombo si pone + presso al compagno, l’uno a l’altro pande, + girando e mormorando, l’affezione; + + così vid’ ïo l’un da l’altro grande + principe glorïoso essere accolto, + laudando il cibo che là sù li prande. + + Ma poi che ’l gratular si fu assolto, + tacito coram me ciascun s’affisse, + ignito sì che vincëa ’l mio volto. + + Ridendo allora Bëatrice disse: + «Inclita vita per cui la larghezza + de la nostra basilica si scrisse, + + fa risonar la spene in questa altezza: + tu sai, che tante fiate la figuri, + quante Iesù ai tre fé più carezza». + + «Leva la testa e fa che t’assicuri: + che ciò che vien qua sù del mortal mondo, + convien ch’ai nostri raggi si maturi». + + Questo conforto del foco secondo + mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti + che li ’ncurvaron pria col troppo pondo. + + «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti + lo nostro Imperadore, anzi la morte, + ne l’aula più secreta co’ suoi conti, + + sì che, veduto il ver di questa corte, + la spene, che là giù bene innamora, + in te e in altrui di ciò conforte, + + di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora + la mente tua, e dì onde a te venne». + Così seguì ’l secondo lume ancora. + + E quella pïa che guidò le penne + de le mie ali a così alto volo, + a la risposta così mi prevenne: + + «La Chiesa militante alcun figliuolo + non ha con più speranza, com’ è scritto + nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: + + però li è conceduto che d’Egitto + vegna in Ierusalemme per vedere, + anzi che ’l militar li sia prescritto. + + Li altri due punti, che non per sapere + son dimandati, ma perch’ ei rapporti + quanto questa virtù t’è in piacere, + + a lui lasc’ io, ché non li saran forti + né di iattanza; ed elli a ciò risponda, + e la grazia di Dio ciò li comporti». + + Come discente ch’a dottor seconda + pronto e libente in quel ch’elli è esperto, + perché la sua bontà si disasconda, + + «Spene», diss’ io, «è uno attender certo + de la gloria futura, il qual produce + grazia divina e precedente merto. + + Da molte stelle mi vien questa luce; + ma quei la distillò nel mio cor pria + che fu sommo cantor del sommo duce. + + ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia + dice, ‘color che sanno il nome tuo’: + e chi nol sa, s’elli ha la fede mia? + + Tu mi stillasti, con lo stillar suo, + ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, + e in altrui vostra pioggia repluo». + + Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno + di quello incendio tremolava un lampo + sùbito e spesso a guisa di baleno. + + Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo + ancor ver’ la virtù che mi seguette + infin la palma e a l’uscir del campo, + + vuol ch’io respiri a te che ti dilette + di lei; ed emmi a grato che tu diche + quello che la speranza ti ’mpromette». + + E io: «Le nove e le scritture antiche + pongon lo segno, ed esso lo mi addita, + de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. + + Dice Isaia che ciascuna vestita + ne la sua terra fia di doppia vesta: + e la sua terra è questa dolce vita; + + e ’l tuo fratello assai vie più digesta, + là dove tratta de le bianche stole, + questa revelazion ci manifesta». + + E prima, appresso al fin d’este parole, + ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; + a che rispuoser tutte le carole. + + Poscia tra esse un lume si schiarì + sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, + l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì. + + E come surge e va ed entra in ballo + vergine lieta, sol per fare onore + a la novizia, non per alcun fallo, + + così vid’ io lo schiarato splendore + venire a’ due che si volgieno a nota + qual conveniesi al loro ardente amore. + + Misesi lì nel canto e ne la rota; + e la mia donna in lor tenea l’aspetto, + pur come sposa tacita e immota. + + «Questi è colui che giacque sopra ’l petto + del nostro pellicano, e questi fue + di su la croce al grande officio eletto». + + La donna mia così; né però piùe + mosser la vista sua di stare attenta + poscia che prima le parole sue. + + Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta + di vedere eclissar lo sole un poco, + che, per veder, non vedente diventa; + + tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco + mentre che detto fu: «Perché t’abbagli + per veder cosa che qui non ha loco? + + In terra è terra il mio corpo, e saragli + tanto con li altri, che ’l numero nostro + con l’etterno proposito s’agguagli. + + Con le due stole nel beato chiostro + son le due luci sole che saliro; + e questo apporterai nel mondo vostro». + + A questa voce l’infiammato giro + si quïetò con esso il dolce mischio + che si facea nel suon del trino spiro, + + sì come, per cessar fatica o rischio, + li remi, pria ne l’acqua ripercossi, + tutti si posano al sonar d’un fischio. + + Ahi quanto ne la mente mi commossi, + quando mi volsi per veder Beatrice, + per non poter veder, benché io fossi + + presso di lei, e nel mondo felice! + + + + Paradiso • Canto XXVI + + + Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, + de la fulgida fiamma che lo spense + uscì un spiro che mi fece attento, + + dicendo: «Intanto che tu ti risense + de la vista che haï in me consunta, + ben è che ragionando la compense. + + Comincia dunque; e dì ove s’appunta + l’anima tua, e fa ragion che sia + la vista in te smarrita e non defunta: + + perché la donna che per questa dia + regïon ti conduce, ha ne lo sguardo + la virtù ch’ebbe la man d’Anania». + + Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo + vegna remedio a li occhi, che fuor porte + quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo. + + Lo ben che fa contenta questa corte, + Alfa e O è di quanta scrittura + mi legge Amore o lievemente o forte». + + Quella medesma voce che paura + tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, + di ragionare ancor mi mise in cura; + + e disse: «Certo a più angusto vaglio + ti conviene schiarar: dicer convienti + chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio». + + E io: «Per filosofici argomenti + e per autorità che quinci scende + cotale amor convien che in me si ’mprenti: + + ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, + così accende amore, e tanto maggio + quanto più di bontate in sé comprende. + + Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, + che ciascun ben che fuor di lei si trova + altro non è ch’un lume di suo raggio, + + più che in altra convien che si mova + la mente, amando, di ciascun che cerne + il vero in che si fonda questa prova. + + Tal vero a l’intelletto mïo sterne + colui che mi dimostra il primo amore + di tutte le sustanze sempiterne. + + Sternel la voce del verace autore, + che dice a Moïsè, di sé parlando: + ‘Io ti farò vedere ogne valore’. + + Sternilmi tu ancora, incominciando + l’alto preconio che grida l’arcano + di qui là giù sovra ogne altro bando». + + E io udi’: «Per intelletto umano + e per autoritadi a lui concorde + d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. + + Ma dì ancor se tu senti altre corde + tirarti verso lui, sì che tu suone + con quanti denti questo amor ti morde». + + Non fu latente la santa intenzione + de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi + dove volea menar mia professione. + + Però ricominciai: «Tutti quei morsi + che posson far lo cor volgere a Dio, + a la mia caritate son concorsi: + + ché l’essere del mondo e l’esser mio, + la morte ch’el sostenne perch’ io viva, + e quel che spera ogne fedel com’ io, + + con la predetta conoscenza viva, + tratto m’hanno del mar de l’amor torto, + e del diritto m’han posto a la riva. + + Le fronde onde s’infronda tutto l’orto + de l’ortolano etterno, am’ io cotanto + quanto da lui a lor di bene è porto». + + Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto + risonò per lo cielo, e la mia donna + dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». + + E come a lume acuto si disonna + per lo spirto visivo che ricorre + a lo splendor che va di gonna in gonna, + + e lo svegliato ciò che vede aborre, + sì nescïa è la sùbita vigilia + fin che la stimativa non soccorre; + + così de li occhi miei ogne quisquilia + fugò Beatrice col raggio d’i suoi, + che rifulgea da più di mille milia: + + onde mei che dinanzi vidi poi; + e quasi stupefatto domandai + d’un quarto lume ch’io vidi tra noi. + + E la mia donna: «Dentro da quei rai + vagheggia il suo fattor l’anima prima + che la prima virtù creasse mai». + + Come la fronda che flette la cima + nel transito del vento, e poi si leva + per la propria virtù che la soblima, + + fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, + stupendo, e poi mi rifece sicuro + un disio di parlare ond’ ïo ardeva. + + E cominciai: «O pomo che maturo + solo prodotto fosti, o padre antico + a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, + + divoto quanto posso a te supplìco + perché mi parli: tu vedi mia voglia, + e per udirti tosto non la dico». + + Talvolta un animal coverto broglia, + sì che l’affetto convien che si paia + per lo seguir che face a lui la ’nvoglia; + + e similmente l’anima primaia + mi facea trasparer per la coverta + quant’ ella a compiacermi venìa gaia. + + Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta + da te, la voglia tua discerno meglio + che tu qualunque cosa t’è più certa; + + perch’ io la veggio nel verace speglio + che fa di sé pareglio a l’altre cose, + e nulla face lui di sé pareglio. + + Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose + ne l’eccelso giardino, ove costei + a così lunga scala ti dispuose, + + e quanto fu diletto a li occhi miei, + e la propria cagion del gran disdegno, + e l’idïoma ch’usai e che fei. + + Or, figluol mio, non il gustar del legno + fu per sé la cagion di tanto essilio, + ma solamente il trapassar del segno. + + Quindi onde mosse tua donna Virgilio, + quattromilia trecento e due volumi + di sol desiderai questo concilio; + + e vidi lui tornare a tutt’ i lumi + de la sua strada novecento trenta + fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi. + + La lingua ch’io parlai fu tutta spenta + innanzi che a l’ovra inconsummabile + fosse la gente di Nembròt attenta: + + ché nullo effetto mai razïonabile, + per lo piacere uman che rinovella + seguendo il cielo, sempre fu durabile. + + Opera naturale è ch’uom favella; + ma così o così, natura lascia + poi fare a voi secondo che v’abbella. + + Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, + I s’appellava in terra il sommo bene + onde vien la letizia che mi fascia; + + e El si chiamò poi: e ciò convene, + ché l’uso d’i mortali è come fronda + in ramo, che sen va e altra vene. + + Nel monte che si leva più da l’onda, + fu’ io, con vita pura e disonesta, + da la prim’ ora a quella che seconda, + + come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». + + + + Paradiso • Canto XXVII + + + ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, + cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, + sì che m’inebrïava il dolce canto. + + Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso + de l’universo; per che mia ebbrezza + intrava per l’udire e per lo viso. + + Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! + oh vita intègra d’amore e di pace! + oh sanza brama sicura ricchezza! + + Dinanzi a li occhi miei le quattro face + stavano accese, e quella che pria venne + incominciò a farsi più vivace, + + e tal ne la sembianza sua divenne, + qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte + fossero augelli e cambiassersi penne. + + La provedenza, che quivi comparte + vice e officio, nel beato coro + silenzio posto avea da ogne parte, + + quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, + non ti maravigliar, ché, dicend’ io, + vedrai trascolorar tutti costoro. + + Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, + il luogo mio, il luogo mio, che vaca + ne la presenza del Figliuol di Dio, + + fatt’ ha del cimitero mio cloaca + del sangue e de la puzza; onde ’l perverso + che cadde di qua sù, là giù si placa». + + Di quel color che per lo sole avverso + nube dipigne da sera e da mane, + vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. + + E come donna onesta che permane + di sé sicura, e per l’altrui fallanza, + pur ascoltando, timida si fane, + + così Beatrice trasmutò sembianza; + e tale eclissi credo che ’n ciel fue + quando patì la supprema possanza. + + Poi procedetter le parole sue + con voce tanto da sé trasmutata, + che la sembianza non si mutò piùe: + + «Non fu la sposa di Cristo allevata + del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, + per essere ad acquisto d’oro usata; + + ma per acquisto d’esto viver lieto + e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano + sparser lo sangue dopo molto fleto. + + Non fu nostra intenzion ch’a destra mano + d’i nostri successor parte sedesse, + parte da l’altra del popol cristiano; + + né che le chiavi che mi fuor concesse, + divenisser signaculo in vessillo + che contra battezzati combattesse; + + né ch’io fossi figura di sigillo + a privilegi venduti e mendaci, + ond’ io sovente arrosso e disfavillo. + + In vesta di pastor lupi rapaci + si veggion di qua sù per tutti i paschi: + o difesa di Dio, perché pur giaci? + + Del sangue nostro Caorsini e Guaschi + s’apparecchian di bere: o buon principio, + a che vil fine convien che tu caschi! + + Ma l’alta provedenza, che con Scipio + difese a Roma la gloria del mondo, + soccorrà tosto, sì com’ io concipio; + + e tu, figliuol, che per lo mortal pondo + ancor giù tornerai, apri la bocca, + e non asconder quel ch’io non ascondo». + + Sì come di vapor gelati fiocca + in giuso l’aere nostro, quando ’l corno + de la capra del ciel col sol si tocca, + + in sù vid’ io così l’etera addorno + farsi e fioccar di vapor trïunfanti + che fatto avien con noi quivi soggiorno. + + Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, + e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, + li tolse il trapassar del più avanti. + + Onde la donna, che mi vide assolto + de l’attendere in sù, mi disse: «Adima + il viso e guarda come tu se’ vòlto». + + Da l’ora ch’ïo avea guardato prima + i’ vidi mosso me per tutto l’arco + che fa dal mezzo al fine il primo clima; + + sì ch’io vedea di là da Gade il varco + folle d’Ulisse, e di qua presso il lito + nel qual si fece Europa dolce carco. + + E più mi fora discoverto il sito + di questa aiuola; ma ’l sol procedea + sotto i mie’ piedi un segno e più partito. + + La mente innamorata, che donnea + con la mia donna sempre, di ridure + ad essa li occhi più che mai ardea; + + e se natura o arte fé pasture + da pigliare occhi, per aver la mente, + in carne umana o ne le sue pitture, + + tutte adunate, parrebber nïente + ver’ lo piacer divin che mi refulse, + quando mi volsi al suo viso ridente. + + E la virtù che lo sguardo m’indulse, + del bel nido di Leda mi divelse, + e nel ciel velocissimo m’impulse. + + Le parti sue vivissime ed eccelse + sì uniforme son, ch’i’ non so dire + qual Bëatrice per loco mi scelse. + + Ma ella, che vedëa ’l mio disire, + incominciò, ridendo tanto lieta, + che Dio parea nel suo volto gioire: + + «La natura del mondo, che quïeta + il mezzo e tutto l’altro intorno move, + quinci comincia come da sua meta; + + e questo cielo non ha altro dove + che la mente divina, in che s’accende + l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. + + Luce e amor d’un cerchio lui comprende, + sì come questo li altri; e quel precinto + colui che ’l cinge solamente intende. + + Non è suo moto per altro distinto, + ma li altri son mensurati da questo, + sì come diece da mezzo e da quinto; + + e come il tempo tegna in cotal testo + le sue radici e ne li altri le fronde, + omai a te può esser manifesto. + + Oh cupidigia che i mortali affonde + sì sotto te, che nessuno ha podere + di trarre li occhi fuor de le tue onde! + + Ben fiorisce ne li uomini il volere; + ma la pioggia continüa converte + in bozzacchioni le sosine vere. + + Fede e innocenza son reperte + solo ne’ parvoletti; poi ciascuna + pria fugge che le guance sian coperte. + + Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, + che poi divora, con la lingua sciolta, + qualunque cibo per qualunque luna; + + e tal, balbuzïendo, ama e ascolta + la madre sua, che, con loquela intera, + disïa poi di vederla sepolta. + + Così si fa la pelle bianca nera + nel primo aspetto de la bella figlia + di quel ch’apporta mane e lascia sera. + + Tu, perché non ti facci maraviglia, + pensa che ’n terra non è chi governi; + onde sì svïa l’umana famiglia. + + Ma prima che gennaio tutto si sverni + per la centesma ch’è là giù negletta, + raggeran sì questi cerchi superni, + + che la fortuna che tanto s’aspetta, + le poppe volgerà u’ son le prore, + sì che la classe correrà diretta; + + e vero frutto verrà dopo ’l fiore». + + + + Paradiso • Canto XXVIII + + + Poscia che ’ncontro a la vita presente + d’i miseri mortali aperse ’l vero + quella che ’mparadisa la mia mente, + + come in lo specchio fiamma di doppiero + vede colui che se n’alluma retro, + prima che l’abbia in vista o in pensiero, + + e sé rivolge per veder se ’l vetro + li dice il vero, e vede ch’el s’accorda + con esso come nota con suo metro; + + così la mia memoria si ricorda + ch’io feci riguardando ne’ belli occhi + onde a pigliarmi fece Amor la corda. + + E com’ io mi rivolsi e furon tocchi + li miei da ciò che pare in quel volume, + quandunque nel suo giro ben s’adocchi, + + un punto vidi che raggiava lume + acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca + chiuder conviensi per lo forte acume; + + e quale stella par quinci più poca, + parrebbe luna, locata con esso + come stella con stella si collòca. + + Forse cotanto quanto pare appresso + alo cigner la luce che ’l dipigne + quando ’l vapor che ’l porta più è spesso, + + distante intorno al punto un cerchio d’igne + si girava sì ratto, ch’avria vinto + quel moto che più tosto il mondo cigne; + + e questo era d’un altro circumcinto, + e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, + dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. + + Sopra seguiva il settimo sì sparto + già di larghezza, che ’l messo di Iuno + intero a contenerlo sarebbe arto. + + Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno + più tardo si movea, secondo ch’era + in numero distante più da l’uno; + + e quello avea la fiamma più sincera + cui men distava la favilla pura, + credo, però che più di lei s’invera. + + La donna mia, che mi vedëa in cura + forte sospeso, disse: «Da quel punto + depende il cielo e tutta la natura. + + Mira quel cerchio che più li è congiunto; + e sappi che ’l suo muovere è sì tosto + per l’affocato amore ond’ elli è punto». + + E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto + con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, + sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto; + + ma nel mondo sensibile si puote + veder le volte tanto più divine, + quant’ elle son dal centro più remote. + + Onde, se ’l mio disir dee aver fine + in questo miro e angelico templo + che solo amore e luce ha per confine, + + udir convienmi ancor come l’essemplo + e l’essemplare non vanno d’un modo, + ché io per me indarno a ciò contemplo». + + «Se li tuoi diti non sono a tal nodo + sufficïenti, non è maraviglia: + tanto, per non tentare, è fatto sodo!». + + Così la donna mia; poi disse: «Piglia + quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; + e intorno da esso t’assottiglia. + + Li cerchi corporai sono ampi e arti + secondo il più e ’l men de la virtute + che si distende per tutte lor parti. + + Maggior bontà vuol far maggior salute; + maggior salute maggior corpo cape, + s’elli ha le parti igualmente compiute. + + Dunque costui che tutto quanto rape + l’altro universo seco, corrisponde + al cerchio che più ama e che più sape: + + per che, se tu a la virtù circonde + la tua misura, non a la parvenza + de le sustanze che t’appaion tonde, + + tu vederai mirabil consequenza + di maggio a più e di minore a meno, + in ciascun cielo, a süa intelligenza». + + Come rimane splendido e sereno + l’emisperio de l’aere, quando soffia + Borea da quella guancia ond’ è più leno, + + per che si purga e risolve la roffia + che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride + con le bellezze d’ogne sua paroffia; + + così fec’ïo, poi che mi provide + la donna mia del suo risponder chiaro, + e come stella in cielo il ver si vide. + + E poi che le parole sue restaro, + non altrimenti ferro disfavilla + che bolle, come i cerchi sfavillaro. + + L’incendio suo seguiva ogne scintilla; + ed eran tante, che ’l numero loro + più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla. + + Io sentiva osannar di coro in coro + al punto fisso che li tiene a li ubi, + e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. + + E quella che vedëa i pensier dubi + ne la mia mente, disse: «I cerchi primi + t’hanno mostrato Serafi e Cherubi. + + Così veloci seguono i suoi vimi, + per somigliarsi al punto quanto ponno; + e posson quanto a veder son soblimi. + + Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, + si chiaman Troni del divino aspetto, + per che ’l primo ternaro terminonno; + + e dei saper che tutti hanno diletto + quanto la sua veduta si profonda + nel vero in che si queta ogne intelletto. + + Quinci si può veder come si fonda + l’esser beato ne l’atto che vede, + non in quel ch’ama, che poscia seconda; + + e del vedere è misura mercede, + che grazia partorisce e buona voglia: + così di grado in grado si procede. + + L’altro ternaro, che così germoglia + in questa primavera sempiterna + che notturno Arïete non dispoglia, + + perpetüalemente ‘Osanna’ sberna + con tre melode, che suonano in tree + ordini di letizia onde s’interna. + + In essa gerarcia son l’altre dee: + prima Dominazioni, e poi Virtudi; + l’ordine terzo di Podestadi èe. + + Poscia ne’ due penultimi tripudi + Principati e Arcangeli si girano; + l’ultimo è tutto d’Angelici ludi. + + Questi ordini di sù tutti s’ammirano, + e di giù vincon sì, che verso Dio + tutti tirati sono e tutti tirano. + + E Dïonisio con tanto disio + a contemplar questi ordini si mise, + che li nomò e distinse com’ io. + + Ma Gregorio da lui poi si divise; + onde, sì tosto come li occhi aperse + in questo ciel, di sé medesmo rise. + + E se tanto secreto ver proferse + mortale in terra, non voglio ch’ammiri: + ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse + + con altro assai del ver di questi giri». + + + + Paradiso • Canto XXIX + + + Quando ambedue li figli di Latona, + coperti del Montone e de la Libra, + fanno de l’orizzonte insieme zona, + + quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra + infin che l’uno e l’altro da quel cinto, + cambiando l’emisperio, si dilibra, + + tanto, col volto di riso dipinto, + si tacque Bëatrice, riguardando + fiso nel punto che m’avëa vinto. + + Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, + quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto + là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. + + Non per aver a sé di bene acquisto, + ch’esser non può, ma perché suo splendore + potesse, risplendendo, dir “Subsisto”, + + in sua etternità di tempo fore, + fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, + s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. + + Né prima quasi torpente si giacque; + ché né prima né poscia procedette + lo discorrer di Dio sovra quest’ acque. + + Forma e materia, congiunte e purette, + usciro ad esser che non avia fallo, + come d’arco tricordo tre saette. + + E come in vetro, in ambra o in cristallo + raggio resplende sì, che dal venire + a l’esser tutto non è intervallo, + + così ’l triforme effetto del suo sire + ne l’esser suo raggiò insieme tutto + sanza distinzïone in essordire. + + Concreato fu ordine e costrutto + a le sustanze; e quelle furon cima + nel mondo in che puro atto fu produtto; + + pura potenza tenne la parte ima; + nel mezzo strinse potenza con atto + tal vime, che già mai non si divima. + + Ieronimo vi scrisse lungo tratto + di secoli de li angeli creati + anzi che l’altro mondo fosse fatto; + + ma questo vero è scritto in molti lati + da li scrittor de lo Spirito Santo, + e tu te n’avvedrai se bene agguati; + + e anche la ragione il vede alquanto, + che non concederebbe che ’ motori + sanza sua perfezion fosser cotanto. + + Or sai tu dove e quando questi amori + furon creati e come: sì che spenti + nel tuo disïo già son tre ardori. + + Né giugneriesi, numerando, al venti + sì tosto, come de li angeli parte + turbò il suggetto d’i vostri alimenti. + + L’altra rimase, e cominciò quest’ arte + che tu discerni, con tanto diletto, + che mai da circüir non si diparte. + + Principio del cader fu il maladetto + superbir di colui che tu vedesti + da tutti i pesi del mondo costretto. + + Quelli che vedi qui furon modesti + a riconoscer sé da la bontate + che li avea fatti a tanto intender presti: + + per che le viste lor furo essaltate + con grazia illuminante e con lor merto, + si c’hanno ferma e piena volontate; + + e non voglio che dubbi, ma sia certo, + che ricever la grazia è meritorio + secondo che l’affetto l’è aperto. + + Omai dintorno a questo consistorio + puoi contemplare assai, se le parole + mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio. + + Ma perché ’n terra per le vostre scole + si legge che l’angelica natura + è tal, che ’ntende e si ricorda e vole, + + ancor dirò, perché tu veggi pura + la verità che là giù si confonde, + equivocando in sì fatta lettura. + + Queste sustanze, poi che fur gioconde + de la faccia di Dio, non volser viso + da essa, da cui nulla si nasconde: + + però non hanno vedere interciso + da novo obietto, e però non bisogna + rememorar per concetto diviso; + + sì che là giù, non dormendo, si sogna, + credendo e non credendo dicer vero; + ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. + + Voi non andate giù per un sentiero + filosofando: tanto vi trasporta + l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! + + E ancor questo qua sù si comporta + con men disdegno che quando è posposta + la divina Scrittura o quando è torta. + + Non vi si pensa quanto sangue costa + seminarla nel mondo e quanto piace + chi umilmente con essa s’accosta. + + Per apparer ciascun s’ingegna e face + sue invenzioni; e quelle son trascorse + da’ predicanti e ’l Vangelio si tace. + + Un dice che la luna si ritorse + ne la passion di Cristo e s’interpuose, + per che ’l lume del sol giù non si porse; + + e mente, ché la luce si nascose + da sé: però a li Spani e a l’Indi + come a’ Giudei tale eclissi rispuose. + + Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi + quante sì fatte favole per anno + in pergamo si gridan quinci e quindi: + + sì che le pecorelle, che non sanno, + tornan del pasco pasciute di vento, + e non le scusa non veder lo danno. + + Non disse Cristo al suo primo convento: + ‘Andate, e predicate al mondo ciance’; + ma diede lor verace fondamento; + + e quel tanto sonò ne le sue guance, + sì ch’a pugnar per accender la fede + de l’Evangelio fero scudo e lance. + + Ora si va con motti e con iscede + a predicare, e pur che ben si rida, + gonfia il cappuccio e più non si richiede. + + Ma tale uccel nel becchetto s’annida, + che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe + la perdonanza di ch’el si confida: + + per cui tanta stoltezza in terra crebbe, + che, sanza prova d’alcun testimonio, + ad ogne promession si correrebbe. + + Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, + e altri assai che sono ancor più porci, + pagando di moneta sanza conio. + + Ma perché siam digressi assai, ritorci + li occhi oramai verso la dritta strada, + sì che la via col tempo si raccorci. + + Questa natura sì oltre s’ingrada + in numero, che mai non fu loquela + né concetto mortal che tanto vada; + + e se tu guardi quel che si revela + per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia + determinato numero si cela. + + La prima luce, che tutta la raia, + per tanti modi in essa si recepe, + quanti son li splendori a chi s’appaia. + + Onde, però che a l’atto che concepe + segue l’affetto, d’amar la dolcezza + diversamente in essa ferve e tepe. + + Vedi l’eccelso omai e la larghezza + de l’etterno valor, poscia che tanti + speculi fatti s’ha in che si spezza, + + uno manendo in sé come davanti». + + + + Paradiso • Canto XXX + + + Forse semilia miglia di lontano + ci ferve l’ora sesta, e questo mondo + china già l’ombra quasi al letto piano, + + quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, + comincia a farsi tal, ch’alcuna stella + perde il parere infino a questo fondo; + + e come vien la chiarissima ancella + del sol più oltre, così ’l ciel si chiude + di vista in vista infino a la più bella. + + Non altrimenti il trïunfo che lude + sempre dintorno al punto che mi vinse, + parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, + + a poco a poco al mio veder si stinse: + per che tornar con li occhi a Bëatrice + nulla vedere e amor mi costrinse. + + Se quanto infino a qui di lei si dice + fosse conchiuso tutto in una loda, + poca sarebbe a fornir questa vice. + + La bellezza ch’io vidi si trasmoda + non pur di là da noi, ma certo io credo + che solo il suo fattor tutta la goda. + + Da questo passo vinto mi concedo + più che già mai da punto di suo tema + soprato fosse comico o tragedo: + + ché, come sole in viso che più trema, + così lo rimembrar del dolce riso + la mente mia da me medesmo scema. + + Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso + in questa vita, infino a questa vista, + non m’è il seguire al mio cantar preciso; + + ma or convien che mio seguir desista + più dietro a sua bellezza, poetando, + come a l’ultimo suo ciascuno artista. + + Cotal qual io lascio a maggior bando + che quel de la mia tuba, che deduce + l’ardüa sua matera terminando, + + con atto e voce di spedito duce + ricominciò: «Noi siamo usciti fore + del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: + + luce intellettüal, piena d’amore; + amor di vero ben, pien di letizia; + letizia che trascende ogne dolzore. + + Qui vederai l’una e l’altra milizia + di paradiso, e l’una in quelli aspetti + che tu vedrai a l’ultima giustizia». + + Come sùbito lampo che discetti + li spiriti visivi, sì che priva + da l’atto l’occhio di più forti obietti, + + così mi circunfulse luce viva, + e lasciommi fasciato di tal velo + del suo fulgor, che nulla m’appariva. + + «Sempre l’amor che queta questo cielo + accoglie in sé con sì fatta salute, + per far disposto a sua fiamma il candelo». + + Non fur più tosto dentro a me venute + queste parole brievi, ch’io compresi + me sormontar di sopr’ a mia virtute; + + e di novella vista mi raccesi + tale, che nulla luce è tanto mera, + che li occhi miei non si fosser difesi; + + e vidi lume in forma di rivera + fulvido di fulgore, intra due rive + dipinte di mirabil primavera. + + Di tal fiumana uscian faville vive, + e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, + quasi rubin che oro circunscrive; + + poi, come inebrïate da li odori, + riprofondavan sé nel miro gurge, + e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. + + «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, + d’aver notizia di ciò che tu vei, + tanto mi piace più quanto più turge; + + ma di quest’ acqua convien che tu bei + prima che tanta sete in te si sazi»: + così mi disse il sol de li occhi miei. + + Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi + ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe + son di lor vero umbriferi prefazi. + + Non che da sé sian queste cose acerbe; + ma è difetto da la parte tua, + che non hai viste ancor tanto superbe». + + Non è fantin che sì sùbito rua + col volto verso il latte, se si svegli + molto tardato da l’usanza sua, + + come fec’ io, per far migliori spegli + ancor de li occhi, chinandomi a l’onda + che si deriva perché vi s’immegli; + + e sì come di lei bevve la gronda + de le palpebre mie, così mi parve + di sua lunghezza divenuta tonda. + + Poi, come gente stata sotto larve, + che pare altro che prima, se si sveste + la sembianza non süa in che disparve, + + così mi si cambiaro in maggior feste + li fiori e le faville, sì ch’io vidi + ambo le corti del ciel manifeste. + + O isplendor di Dio, per cu’ io vidi + l’alto trïunfo del regno verace, + dammi virtù a dir com’ ïo il vidi! + + Lume è là sù che visibile face + lo creatore a quella creatura + che solo in lui vedere ha la sua pace. + + E’ si distende in circular figura, + in tanto che la sua circunferenza + sarebbe al sol troppo larga cintura. + + Fassi di raggio tutta sua parvenza + reflesso al sommo del mobile primo, + che prende quindi vivere e potenza. + + E come clivo in acqua di suo imo + si specchia, quasi per vedersi addorno, + quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, + + sì, soprastando al lume intorno intorno, + vidi specchiarsi in più di mille soglie + quanto di noi là sù fatto ha ritorno. + + E se l’infimo grado in sé raccoglie + sì grande lume, quanta è la larghezza + di questa rosa ne l’estreme foglie! + + La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza + non si smarriva, ma tutto prendeva + il quanto e ’l quale di quella allegrezza. + + Presso e lontano, lì, né pon né leva: + ché dove Dio sanza mezzo governa, + la legge natural nulla rileva. + + Nel giallo de la rosa sempiterna, + che si digrada e dilata e redole + odor di lode al sol che sempre verna, + + qual è colui che tace e dicer vole, + mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira + quanto è ’l convento de le bianche stole! + + Vedi nostra città quant’ ella gira; + vedi li nostri scanni sì ripieni, + che poca gente più ci si disira. + + E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni + per la corona che già v’è sù posta, + prima che tu a queste nozze ceni, + + sederà l’alma, che fia giù agosta, + de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia + verrà in prima ch’ella sia disposta. + + La cieca cupidigia che v’ammalia + simili fatti v’ha al fantolino + che muor per fame e caccia via la balia. + + E fia prefetto nel foro divino + allora tal, che palese e coverto + non anderà con lui per un cammino. + + Ma poco poi sarà da Dio sofferto + nel santo officio; ch’el sarà detruso + là dove Simon mago è per suo merto, + + e farà quel d’Alagna intrar più giuso». + + + + Paradiso • Canto XXXI + + + In forma dunque di candida rosa + mi si mostrava la milizia santa + che nel suo sangue Cristo fece sposa; + + ma l’altra, che volando vede e canta + la gloria di colui che la ’nnamora + e la bontà che la fece cotanta, + + sì come schiera d’ape che s’infiora + una fïata e una si ritorna + là dove suo laboro s’insapora, + + nel gran fior discendeva che s’addorna + di tante foglie, e quindi risaliva + là dove ’l süo amor sempre soggiorna. + + Le facce tutte avean di fiamma viva + e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, + che nulla neve a quel termine arriva. + + Quando scendean nel fior, di banco in banco + porgevan de la pace e de l’ardore + ch’elli acquistavan ventilando il fianco. + + Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore + di tanta moltitudine volante + impediva la vista e lo splendore: + + ché la luce divina è penetrante + per l’universo secondo ch’è degno, + sì che nulla le puote essere ostante. + + Questo sicuro e gaudïoso regno, + frequente in gente antica e in novella, + viso e amore avea tutto ad un segno. + + O trina luce che ’n unica stella + scintillando a lor vista, sì li appaga! + guarda qua giuso a la nostra procella! + + Se i barbari, venendo da tal plaga + che ciascun giorno d’Elice si cuopra, + rotante col suo figlio ond’ ella è vaga, + + veggendo Roma e l’ardüa sua opra, + stupefaciensi, quando Laterano + a le cose mortali andò di sopra; + + ïo, che al divino da l’umano, + a l’etterno dal tempo era venuto, + e di Fiorenza in popol giusto e sano, + + di che stupor dovea esser compiuto! + Certo tra esso e ’l gaudio mi facea + libito non udire e starmi muto. + + E quasi peregrin che si ricrea + nel tempio del suo voto riguardando, + e spera già ridir com’ ello stea, + + su per la viva luce passeggiando, + menava ïo li occhi per li gradi, + mo sù, mo giù e mo recirculando. + + Vedëa visi a carità süadi, + d’altrui lume fregiati e di suo riso, + e atti ornati di tutte onestadi. + + La forma general di paradiso + già tutta mïo sguardo avea compresa, + in nulla parte ancor fermato fiso; + + e volgeami con voglia rïaccesa + per domandar la mia donna di cose + di che la mente mia era sospesa. + + Uno intendëa, e altro mi rispuose: + credea veder Beatrice e vidi un sene + vestito con le genti glorïose. + + Diffuso era per li occhi e per le gene + di benigna letizia, in atto pio + quale a tenero padre si convene. + + E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. + Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro + mosse Beatrice me del loco mio; + + e se riguardi sù nel terzo giro + dal sommo grado, tu la rivedrai + nel trono che suoi merti le sortiro». + + Sanza risponder, li occhi sù levai, + e vidi lei che si facea corona + reflettendo da sé li etterni rai. + + Da quella regïon che più sù tona + occhio mortale alcun tanto non dista, + qualunque in mare più giù s’abbandona, + + quanto lì da Beatrice la mia vista; + ma nulla mi facea, ché süa effige + non discendëa a me per mezzo mista. + + «O donna in cui la mia speranza vige, + e che soffristi per la mia salute + in inferno lasciar le tue vestige, + + di tante cose quant’ i’ ho vedute, + dal tuo podere e da la tua bontate + riconosco la grazia e la virtute. + + Tu m’hai di servo tratto a libertate + per tutte quelle vie, per tutt’ i modi + che di ciò fare avei la potestate. + + La tua magnificenza in me custodi, + sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, + piacente a te dal corpo si disnodi». + + Così orai; e quella, sì lontana + come parea, sorrise e riguardommi; + poi si tornò a l’etterna fontana. + + E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi + perfettamente», disse, «il tuo cammino, + a che priego e amor santo mandommi, + + vola con li occhi per questo giardino; + ché veder lui t’acconcerà lo sguardo + più al montar per lo raggio divino. + + E la regina del cielo, ond’ ïo ardo + tutto d’amor, ne farà ogne grazia, + però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo». + + Qual è colui che forse di Croazia + viene a veder la Veronica nostra, + che per l’antica fame non sen sazia, + + ma dice nel pensier, fin che si mostra: + ‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, + or fu sì fatta la sembianza vostra?’; + + tal era io mirando la vivace + carità di colui che ’n questo mondo, + contemplando, gustò di quella pace. + + «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», + cominciò elli, «non ti sarà noto, + tenendo li occhi pur qua giù al fondo; + + ma guarda i cerchi infino al più remoto, + tanto che veggi seder la regina + cui questo regno è suddito e devoto». + + Io levai li occhi; e come da mattina + la parte orïental de l’orizzonte + soverchia quella dove ’l sol declina, + + così, quasi di valle andando a monte + con li occhi, vidi parte ne lo stremo + vincer di lume tutta l’altra fronte. + + E come quivi ove s’aspetta il temo + che mal guidò Fetonte, più s’infiamma, + e quinci e quindi il lume si fa scemo, + + così quella pacifica oriafiamma + nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte + per igual modo allentava la fiamma; + + e a quel mezzo, con le penne sparte, + vid’ io più di mille angeli festanti, + ciascun distinto di fulgore e d’arte. + + Vidi a lor giochi quivi e a lor canti + ridere una bellezza, che letizia + era ne li occhi a tutti li altri santi; + + e s’io avessi in dir tanta divizia + quanta ad imaginar, non ardirei + lo minimo tentar di sua delizia. + + Bernardo, come vide li occhi miei + nel caldo suo caler fissi e attenti, + li suoi con tanto affetto volse a lei, + + che ’ miei di rimirar fé più ardenti. + + + + Paradiso • Canto XXXII + + + Affetto al suo piacer, quel contemplante + libero officio di dottore assunse, + e cominciò queste parole sante: + + «La piaga che Maria richiuse e unse, + quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi + è colei che l’aperse e che la punse. + + Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, + siede Rachel di sotto da costei + con Bëatrice, sì come tu vedi. + + Sarra e Rebecca, Iudìt e colei + che fu bisava al cantor che per doglia + del fallo disse ‘Miserere mei’, + + puoi tu veder così di soglia in soglia + giù digradar, com’ io ch’a proprio nome + vo per la rosa giù di foglia in foglia. + + E dal settimo grado in giù, sì come + infino ad esso, succedono Ebree, + dirimendo del fior tutte le chiome; + + perché, secondo lo sguardo che fée + la fede in Cristo, queste sono il muro + a che si parton le sacre scalee. + + Da questa parte onde ’l fiore è maturo + di tutte le sue foglie, sono assisi + quei che credettero in Cristo venturo; + + da l’altra parte onde sono intercisi + di vòti i semicirculi, si stanno + quei ch’a Cristo venuto ebber li visi. + + E come quinci il glorïoso scanno + de la donna del cielo e li altri scanni + di sotto lui cotanta cerna fanno, + + così di contra quel del gran Giovanni, + che sempre santo ’l diserto e ’l martiro + sofferse, e poi l’inferno da due anni; + + e sotto lui così cerner sortiro + Francesco, Benedetto e Augustino + e altri fin qua giù di giro in giro. + + Or mira l’alto proveder divino: + ché l’uno e l’altro aspetto de la fede + igualmente empierà questo giardino. + + E sappi che dal grado in giù che fiede + a mezzo il tratto le due discrezioni, + per nullo proprio merito si siede, + + ma per l’altrui, con certe condizioni: + ché tutti questi son spiriti ascolti + prima ch’avesser vere elezïoni. + + Ben te ne puoi accorger per li volti + e anche per le voci püerili, + se tu li guardi bene e se li ascolti. + + Or dubbi tu e dubitando sili; + ma io discioglierò ’l forte legame + in che ti stringon li pensier sottili. + + Dentro a l’ampiezza di questo reame + casüal punto non puote aver sito, + se non come tristizia o sete o fame: + + ché per etterna legge è stabilito + quantunque vedi, sì che giustamente + ci si risponde da l’anello al dito; + + e però questa festinata gente + a vera vita non è sine causa + intra sé qui più e meno eccellente. + + Lo rege per cui questo regno pausa + in tanto amore e in tanto diletto, + che nulla volontà è di più ausa, + + le menti tutte nel suo lieto aspetto + creando, a suo piacer di grazia dota + diversamente; e qui basti l’effetto. + + E ciò espresso e chiaro vi si nota + ne la Scrittura santa in quei gemelli + che ne la madre ebber l’ira commota. + + Però, secondo il color d’i capelli, + di cotal grazia l’altissimo lume + degnamente convien che s’incappelli. + + Dunque, sanza mercé di lor costume, + locati son per gradi differenti, + sol differendo nel primiero acume. + + Bastavasi ne’ secoli recenti + con l’innocenza, per aver salute, + solamente la fede d’i parenti; + + poi che le prime etadi fuor compiute, + convenne ai maschi a l’innocenti penne + per circuncidere acquistar virtute; + + ma poi che ’l tempo de la grazia venne, + sanza battesmo perfetto di Cristo + tale innocenza là giù si ritenne. + + Riguarda omai ne la faccia che a Cristo + più si somiglia, ché la sua chiarezza + sola ti può disporre a veder Cristo». + + Io vidi sopra lei tanta allegrezza + piover, portata ne le menti sante + create a trasvolar per quella altezza, + + che quantunque io avea visto davante, + di tanta ammirazion non mi sospese, + né mi mostrò di Dio tanto sembiante; + + e quello amor che primo lì discese, + cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’, + dinanzi a lei le sue ali distese. + + Rispuose a la divina cantilena + da tutte parti la beata corte, + sì ch’ogne vista sen fé più serena. + + «O santo padre, che per me comporte + l’esser qua giù, lasciando il dolce loco + nel qual tu siedi per etterna sorte, + + qual è quell’ angel che con tanto gioco + guarda ne li occhi la nostra regina, + innamorato sì che par di foco?». + + Così ricorsi ancora a la dottrina + di colui ch’abbelliva di Maria, + come del sole stella mattutina. + + Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria + quant’ esser puote in angelo e in alma, + tutta è in lui; e sì volem che sia, + + perch’ elli è quelli che portò la palma + giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio + carcar si volse de la nostra salma. + + Ma vieni omai con li occhi sì com’ io + andrò parlando, e nota i gran patrici + di questo imperio giustissimo e pio. + + Quei due che seggon là sù più felici + per esser propinquissimi ad Agusta, + son d’esta rosa quasi due radici: + + colui che da sinistra le s’aggiusta + è il padre per lo cui ardito gusto + l’umana specie tanto amaro gusta; + + dal destro vedi quel padre vetusto + di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi + raccomandò di questo fior venusto. + + E quei che vide tutti i tempi gravi, + pria che morisse, de la bella sposa + che s’acquistò con la lancia e coi clavi, + + siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa + quel duca sotto cui visse di manna + la gente ingrata, mobile e retrosa. + + Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, + tanto contenta di mirar sua figlia, + che non move occhio per cantare osanna; + + e contro al maggior padre di famiglia + siede Lucia, che mosse la tua donna + quando chinavi, a rovinar, le ciglia. + + Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, + qui farem punto, come buon sartore + che com’ elli ha del panno fa la gonna; + + e drizzeremo li occhi al primo amore, + sì che, guardando verso lui, penètri + quant’ è possibil per lo suo fulgore. + + Veramente, ne forse tu t’arretri + movendo l’ali tue, credendo oltrarti, + orando grazia conven che s’impetri + + grazia da quella che puote aiutarti; + e tu mi seguirai con l’affezione, + sì che dal dicer mio lo cor non parti». + + E cominciò questa santa orazione: + + + + Paradiso • Canto XXXIII + + + «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, + umile e alta più che creatura, + termine fisso d’etterno consiglio, + + tu se’ colei che l’umana natura + nobilitasti sì, che ’l suo fattore + non disdegnò di farsi sua fattura. + + Nel ventre tuo si raccese l’amore, + per lo cui caldo ne l’etterna pace + così è germinato questo fiore. + + Qui se’ a noi meridïana face + di caritate, e giuso, intra ’ mortali, + se’ di speranza fontana vivace. + + Donna, se’ tanto grande e tanto vali, + che qual vuol grazia e a te non ricorre, + sua disïanza vuol volar sanz’ ali. + + La tua benignità non pur soccorre + a chi domanda, ma molte fïate + liberamente al dimandar precorre. + + In te misericordia, in te pietate, + in te magnificenza, in te s’aduna + quantunque in creatura è di bontate. + + Or questi, che da l’infima lacuna + de l’universo infin qui ha vedute + le vite spiritali ad una ad una, + + supplica a te, per grazia, di virtute + tanto, che possa con li occhi levarsi + più alto verso l’ultima salute. + + E io, che mai per mio veder non arsi + più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi + ti porgo, e priego che non sieno scarsi, + + perché tu ogne nube li disleghi + di sua mortalità co’ prieghi tuoi, + sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. + + Ancor ti priego, regina, che puoi + ciò che tu vuoli, che conservi sani, + dopo tanto veder, li affetti suoi. + + Vinca tua guardia i movimenti umani: + vedi Beatrice con quanti beati + per li miei prieghi ti chiudon le mani!». + + Li occhi da Dio diletti e venerati, + fissi ne l’orator, ne dimostraro + quanto i devoti prieghi le son grati; + + indi a l’etterno lume s’addrizzaro, + nel qual non si dee creder che s’invii + per creatura l’occhio tanto chiaro. + + E io ch’al fine di tutt’ i disii + appropinquava, sì com’ io dovea, + l’ardor del desiderio in me finii. + + Bernardo m’accennava, e sorridea, + perch’ io guardassi suso; ma io era + già per me stesso tal qual ei volea: + + ché la mia vista, venendo sincera, + e più e più intrava per lo raggio + de l’alta luce che da sé è vera. + + Da quinci innanzi il mio veder fu maggio + che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, + e cede la memoria a tanto oltraggio. + + Qual è colüi che sognando vede, + che dopo ’l sogno la passione impressa + rimane, e l’altro a la mente non riede, + + cotal son io, ché quasi tutta cessa + mia visïone, e ancor mi distilla + nel core il dolce che nacque da essa. + + Così la neve al sol si disigilla; + così al vento ne le foglie levi + si perdea la sentenza di Sibilla. + + O somma luce che tanto ti levi + da’ concetti mortali, a la mia mente + ripresta un poco di quel che parevi, + + e fa la lingua mia tanto possente, + ch’una favilla sol de la tua gloria + possa lasciare a la futura gente; + + ché, per tornare alquanto a mia memoria + e per sonare un poco in questi versi, + più si conceperà di tua vittoria. + + Io credo, per l’acume ch’io soffersi + del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, + se li occhi miei da lui fossero aversi. + + E’ mi ricorda ch’io fui più ardito + per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi + l’aspetto mio col valore infinito. + + Oh abbondante grazia ond’ io presunsi + ficcar lo viso per la luce etterna, + tanto che la veduta vi consunsi! + + Nel suo profondo vidi che s’interna, + legato con amore in un volume, + ciò che per l’universo si squaderna: + + sustanze e accidenti e lor costume + quasi conflati insieme, per tal modo + che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. + + La forma universal di questo nodo + credo ch’i’ vidi, perché più di largo, + dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. + + Un punto solo m’è maggior letargo + che venticinque secoli a la ’mpresa + che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. + + Così la mente mia, tutta sospesa, + mirava fissa, immobile e attenta, + e sempre di mirar faceasi accesa. + + A quella luce cotal si diventa, + che volgersi da lei per altro aspetto + è impossibil che mai si consenta; + + però che ’l ben, ch’è del volere obietto, + tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella + è defettivo ciò ch’è lì perfetto. + + Omai sarà più corta mia favella, + pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante + che bagni ancor la lingua a la mammella. + + Non perché più ch’un semplice sembiante + fosse nel vivo lume ch’io mirava, + che tal è sempre qual s’era davante; + + ma per la vista che s’avvalorava + in me guardando, una sola parvenza, + mutandom’ io, a me si travagliava. + + Ne la profonda e chiara sussistenza + de l’alto lume parvermi tre giri + di tre colori e d’una contenenza; + + e l’un da l’altro come iri da iri + parea reflesso, e ’l terzo parea foco + che quinci e quindi igualmente si spiri. + + Oh quanto è corto il dire e come fioco + al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, + è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. + + O luce etterna che sola in te sidi, + sola t’intendi, e da te intelletta + e intendente te ami e arridi! + + Quella circulazion che sì concetta + pareva in te come lume reflesso, + da li occhi miei alquanto circunspetta, + + dentro da sé, del suo colore stesso, + mi parve pinta de la nostra effige: + per che ’l mio viso in lei tutto era messo. + + Qual è ’l geomètra che tutto s’affige + per misurar lo cerchio, e non ritrova, + pensando, quel principio ond’ elli indige, + + tal era io a quella vista nova: + veder voleva come si convenne + l’imago al cerchio e come vi s’indova; + + ma non eran da ciò le proprie penne: + se non che la mia mente fu percossa + da un fulgore in che sua voglia venne. + + A l’alta fantasia qui mancò possa; + ma già volgeva il mio disio e ’l velle, + sì come rota ch’igualmente è mossa, + + l’amor che move il sole e l’altre stelle. + + + + + - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - + + TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI + TABLE OF SPECIAL CHARACTERS + + à = a grave + è = e grave + ì = i grave + ò = o grave + ù = u grave + + é = e acute + ó = o acute + + ä = a uml + ë = e uml + ï = i uml + ö = o uml + ü = u uml + + È = E grave + Ë = E uml + Ï = I uml + + « = left angle quotation mark + » = right angle quotation mark + + “ = left double quotation mark + ” = right double quotation mark + + ‘ = left single quotation mark + ’ = right single quotation mark + + — = em dash + + • = middot + + . . . = ellipsis + + + + + + + + + + + +End of Project Gutenberg's La Divina Commedia di Dante, by Dante Alighieri + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 1012 *** |
